Categoria: Città

Dalla punta dello stivale un calcio alla Lega.- di Tonino Perna

Dalla punta dello stivale un calcio alla Lega.- di Tonino Perna

La corsa di Salvini si ferma nel profondo Sud. Quella che era stata chiamata la città dei Boia chi molla, dopo la rivolta per il capoluogo, che venti anni fa aveva dato ampi consensi al sindaco postfascista Giuseppe Scopelliti, ferma la corsa di Matteo Salvini. Nella spartizione delle città calabresi il leader della Lega aveva voluto con forza, scontrandosi duramente con i rappresentanti locali di Forza Italia, la città metropolitana di Reggio Calabria, dando in pasto a Fratelli d’Italia e a Forza Italia, rispettivamente Crotone e Cosenza.

I numeri erano dalla sua parte. Tutti i sondaggi davano il centro destra in grande vantaggio, a causa, innanzitutto, di una permanente presenza di spazzatura nella città, di una ricorrente mancanza d’acqua in alcune zone, di buche nelle strade e un generale stato di abbandono. La giunta di Giuseppe Falcomatà, figlio di Italo, il sindaco della primavera reggina negli anni ’90, aveva perso progressivamente il grande consenso iniziale che aveva riscosso nel 2014 con oltre il 60 per cento di voti al primo turno. Tanti di coloro che l’avevano votato non ne volevano più sapere. Le attenuanti non mancavano.

Aveva ereditato un enorme debito dalla giunta Scopelliti che bloccava la spesa corrente, dirigenti comunali nominati dalla vecchia amministrazione che dimostravano scarso spirito di collaborazione, le tasse comunali al massimo come impone la Corte dei conti quando un Comune è in predissesto. Allo stesso tempo, non si potevano nascondere le colpe evidenti: l’avere scelto giovani assessori privi di esperienza e professionalità, il non ascoltare chi gli era vicino, una sorta di supponenza iniziale e la scarsa empatia, che invece era una caratteristica del padre che si era fatto amare e votare anche da una parte del popolo dei “boia chi molla”.

C’erano, in sostanza, tutti gli ingredienti perché Salvini potesse conquistare la prima città metropolitana del Sud. La scelta era ricaduta sul segretario comunale di Genova, tale Antonino Minicuci, nativo di Melito, un Comune della costa jonica reggina. La ragione di questa scelta è riassunta nelle parole del leader leghista: chi ha fatto il nuovo ponte di Genova lo farà sullo Stretto di Reggio e Messina. Non male come marketing elettorale, contando sul fatto che una parte dei reggini vorrebbe il famoso ponte. Ma, Salvini non ha fatto i conti con la memoria del popolo reggino. Chi per anni ha insultato i meridionali in tutti modi non può pensare che basta adesso chiamarli “italiani” in nome di una comune lotta ai migranti, agli ultimi della terra.

Non può pensare che passi inosservata, la sua strategia che punta sull’autonomia differenziata che in nome di un falso federalismo sottrarrebbe al Sud decine di migliaia di miliardi l’anno (esistono diverse stime che vanno da 36 a 60 miliardi!). In fondo, il successore di Bossi non ha abbandonato la stella padana nella sua visione della politica economica, ma per allargare la base del consenso ed arrivare al governo, ha semplicemente sostituito il “Nord” con “Salvini”, e i meridionali con gli immigrati definiti“ terroristi, criminali, parassiti, e untori al tempo del Covid”.

Questa strategia ha pagato in termini di consenso portando la Lega a diventare, nei sondaggi dell’anno scorso, il primo partito italiano con un incredibile 34-36% di intenzioni di voto. Poi, un signor nessuno, quello che sembrava solo un uomo di paglia, un prestanome, con un colpo da maestro della politica l’ha messo fuori gioco. E da allora, lentamente, la Lega con Salvini ha cominciato a perdere terreno, fino ad arrivare alla pandemia che ha fatto emergere il premier Conte ed ha messo in affanno un frastornato e confuso leader leghista che ha continuato a far suonare un disco rotto.

Con la sconfitta a Reggio Calabria, che avrebbe dovuto essere una passeggiata, ci sarà anche una resa dei conti nella Destra tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia che proprio in questa città è risultato il primo partito. Ma, soprattutto, suonerà la sveglia per le popolazioni meridionali che si erano fatte abbindolare da un leader padano che faceva finta di parlare italiano, sia pure in forme non ortodosse.

da “il manifesto” del 6 ottobre 2020
foto da pagina fb ufficiale Giuseppe Falcomatà

Cosenza. Lampioni a led per illuminare rovine deserte.-di Battista Sangineto

Cosenza. Lampioni a led per illuminare rovine deserte.-di Battista Sangineto

Qualcuno si stupirà, forse, nell’apprendere che, nel caso dei 90 milioni di euro per il Centro storico di Cosenza, sono d’accordo con il Sindaco Mario Occhiuto. Sono d’accordo, sia ben chiaro, con quel che afferma l’architetto solo da un paio d’anni a questa parte, perché negli otto anni precedenti -nonostante i miei, i nostri, pressanti suggerimenti- era convinto, come testimoniano le sue innumerevoli dichiarazioni per ‘verba’ e per ‘scripta’, che le abitazioni private del Centro storico di Cosenza non solo non potessero essere comprate e/o espropriate dall’Amministrazione comunale per farne un “bene comune”, ma era convinto che l’unica possibilità che avesse l’Amministrazione comunale per evitare il peggio, fosse quella di abbattere i palazzi pericolanti, come fece con quelli compresi fra Corso Telesio, via Bombini e via Gaeta.

Per convincersi della liceità dell’acquisto e dell’esproprio sarebbe bastato ricordare, invece, un caso celeberrimo: quello del Centro storico di Bologna. Nell’ottobre del 1972 l’Amministrazione comunale di quella città presentò in Consiglio una variante integrativa al piano comunale per l’edilizia economica e popolare (PEEP) vigente dal 1965.

La variante – elaborata dall’Assessore all’ Edilizia Pubblica, architetto Pierluigi Cervellati- in applicazione della legge n. 865/1971, estendeva al centro storico gli interventi di edilizia economica e popolare. Oltre al recupero del costruito e la concomitante tutela sociale, il fine culturale e politico era quello di giungere ad avere abitazioni a proprietà indivisa nei comparti del Centro storico cittadino, trasformando quindi la casa da “bene produttivo” a servizio sociale per i cittadini. Fu condotta un’indagine conoscitiva preventiva dalla quale emerse una debolezza nella struttura sociale della popolazione residente che andava protetta e favorita nella continuità abitativa.

Il Comune si proponeva che il restauro-recupero delle case assicurasse il rientro degli abitanti originali con canoni di affitto equo e controllato. In più, nei locali risanati a piano terra, nei sottoportici, dovevano essere ricollocate le attività commerciali e di artigianato ancora presenti. A seguito della predetta indagine furono scelti cinque comparti che -tra i tredici in cui, già a partire dal 1956, era stato diviso il Centro storico bolognese- erano quelli che presentavano le condizioni più precarie e le più gravi emergenze sociali (Cervellati-Scannavini 1973).

La legge 865/1971 era una legge finanziaria che stabiliva le modalità normative per l’accesso ai finanziamenti, comprendendo per l’attuazione l’esproprio per pubblica utilità, di terreni o di immobili compresi anche nei centri storici. Grazie all’interpretazione di questa legge da parte del giurista ed economista Alberto Predieri, fu possibile mettere a punto il piano e il relativo utilizzo dei finanziamenti permettendo all’Amministrazione bolognese di utilizzare i fondi previsti per l’edilizia economica popolare non solo in complessi monumentali pubblici per servizi, ma anche nei comparti abitativi in quanto l’edilizia pubblica è da considerarsi un “servizio pubblico” (Predieri 1973).

Anche se vi furono molte opposizioni, persino nella maggioranza, il Sindaco Renato Zangheri, nel gennaio del 1973, dichiarò che la realizzazione del piano pubblico si sarebbe attuata anche con il concorso dei privati proprietari attraverso convenzioni col Comune, lasciando che l’esproprio fosse considerata l’ultima ratio. In aggiunta, per consentire un avvio dell’intervento pubblico utilizzando i finanziamenti di legge, il Comune si impegnò ad acquisire in via bonaria gli stabili più fatiscenti e a rischio (Cervellati-Scannavini-De Angelis 1977).

I dati forniti nel 1979, un primo bilancio a cinque anni dall’attuazione del piano, registrarono un totale di quasi 700 alloggi risanati per iniziativa pubblica, oltre ad interventi di restauro per la realizzazione di centri civici, culturali, studentati e attività di quartiere, per un totale di circa 120 mila metri quadrati di superficie recuperata. Evitando gli espropri e coinvolgendo i proprietari, sin dal 1956, con articolate convenzioni, gli interventi privati realizzati o in corso di ultimazione assommavano a circa 250 alloggi e 50 negozi per una superficie complessiva di 27.750 mq. (De Angelis 2013).

Per le acquisizioni e per i cantieri furono utilizzati (De Angelis 2013) diversi finanziamenti: oltre allo stanziamento comunale iniziale di L. 800.000.000, furono utilizzati i fondi provenienti dalla legge 865/71 (L. 1.900.000.000) e quelli delle successive leggi, compresi quelli derivanti dalla liquidazione della Gescal, per circa L. 2.000.000.000. A questo proposito vale la pena ricordare che a Cosenza, invece, proprio i fondi ex Gescal – secondo Carlo Guccione ben 10 milioni di euro che dovevano servire per l’edilizia sovvenzionata e convenzionata- sono stati impropriamente usati dal sindaco Occhiuto per costruire il sommamente inutile e costosissimo, 20 milioni di euro, Ponte di Calatrava.

Per un lavoro di ripristino e di ristrutturazione così capillare ed esteso si spesero, dunque, meno di 5 miliardi di lire, il cui potere di acquisto ora equivarrebbe, secondo i più comuni convertitori (cfr. Sole24ore), a meno di 14 milioni di euro, 6 milioni meno del solo Ponte di Calatrava.

Pur sapendo che ogni finanziamento statale è prezioso, non possiamo non essere sconcertati nell’apprendere che i 90 milioni di euro (più di 6 volte il costo dell’intera operazione di ristrutturazione di Bologna!) destinati al Centro storico di Cosenza da parte dell’allora, ma ora di nuovo, ministro Franceschini nel 2017, saranno utilizzati, tutti e soltanto, per il recupero di 20 (venti!) immobili pubblici a valenza culturale (alcuni di essi sono stati più e più volte già finanziati), per il miglioramento dell’accessibilità, per la costruzione di nuove reti idriche e fognarie, per l’adeguamento di linee elettriche e della pubblica illuminazione e per la riqualificazione di spazi pubblici degradati.

Niente, neanche un centesimo, per tutto il resto, per il grosso del tessuto edilizio privato della città perlopiù degradato o, addirittura, in rovina. Niente per il Centro storico che, nella sua articolata complessità, Antonio Cederna, già nel 1982, riteneva dovesse essere “…considerato come un monumento unitario da salvaguardare e risanare a fini residenziali e culturali, e che, invece, ridiventa terra di conquista, affinché i nostri bravi architetti possano lasciare in esso lo loro “impronta” ovvero affermare lo loro “creatività progettuale”.

Niente per i cittadini che vogliono o vorrebbero continuare ad abitare le case in quelle strade ed in quelle piazze e piazzette, niente per i magazzini degli ultimi commercianti, ristoratori e artigiani, niente per il popolo che ha abitato ed abita la città, che ha conservato e trasformato nel corso dei millenni quelle pietre e quei mattoni che, inesorabilmente, si ridurranno in rovine e macerie.

Certo, se il Comune di Cosenza avesse, negli anni e nei decenni precedenti, proceduto all’elaborazione di un progetto dettagliato di ripristino, ristrutturazione degli edifici e degli spazi pubblici, rifacimento dei servizi e dei sottoservizi, acquisto e/o esproprio degli edifici privati, può darsi che questi 90 milioni sarebbero stati spesi come a Bologna, ma un finanziamento di questa portata destinato esclusivamente ai fini sopradetti è del tutto pleonastico e spropositato.

Si potrebbe chiosare la natura dell’intero provvedimento finanziatore considerato come salvifico: lampioni a led per illuminare rovine deserte.

da “il Quotidiano del Sud” del 18 settembte 2020
foto di Ercole Scorza

Giovino (CZ) al centro delle attenzioni speculative.- di Maria Adele Teti

Giovino (CZ) al centro delle attenzioni speculative.- di Maria Adele Teti

La lettera di Piero Bevilacqua ai cittadini, pubblicata giorni fa, è un compendio di conoscenza e di amore per la propria città rimasto tale anche dopo 50 anni di lontananza; è un messaggio che indica un percorso da seguire non solo per Giovino, a Catanzaro, ma in tute le città medio-piccole sopratutto meridionali.

Il tutto si può declinare con una parola: rinaturalizzazione delle città e del territorio. Su questi temi tenteremo di coinvolgere i cittadini di Catanzaro che, nel passato, hanno dimostrato di non amare abbastanza la città, se hanno permesso la sua totale dequalificazione, con il risultato di avere un territorio privo di servizi e senza nessun disegno urbano. E’ il prodotto di una “geografia della speculazione” che distrugge senza produrre ricchezza.

Catanzaro è l’unica città italiana capoluogo di regione che diminuisce di popolazione, che ha perso competitività rispetto al suo territorio, che rischia di vedere il suo centro storico spopolato.

In questo quadro il nuovo PSC (Piano Strutturale Comunale in corso di approvazione) ricalca vecchi schemi di espansione ormai anacronistici, a fronte dell’esorbitante presenza di vani invenduti che hanno comportato il crollo del mercato immobiliare. D’altra parte, il PSC ricalca pedissequamente gli indirizzi elaborati dall’Amministrazione comunale (del 13/05/12015), senza alcun tentativo di attuare ciò che i tecnici incaricati a costo zero, avevano promesso: consumo di suolo zero e rinascita del centro storico.

Se visto con quest’ottica il nuovo piano urbanistico fallisce totalmente; è un Piano che attua ancora una volta le aspettative di coloro che voglio appropriarsi delle ultime aree libere, a Giovino e a Germaneto, principalmente, senza tentare minimamente di mettere mano all’urbanizzazione caotica del territorio, alla sua riqualificazione, alla valorizzazione dei suoi caratteri urbani e del paesaggio.

Lo schema del nuovo PSC non recepisce i caratteri del territorio che si è strutturato attraverso nuclei sparsi, realizzando una città policentrica, dotata di servizi in alcuni casi inesistenti, specialmente nelle aree di più recente urbanizzazione. Questo tema, centrale per chi si accinge a fare un nuovo strumento urbanistico a Catanzaro, viene affrontato attraverso nuove urbanizzazioni, sopratutto nelle aree citate: Germaneto, a vocazione terziaria (Università e policlinico universitario) e Giovino, a vocazione turistica.

In quest’ultima area, ancora libera del litorale jonico cittadino cresciuto caoticamente, è necessario, proprio per la bassa qualità dell’edilizia esistente, attuare un turismo di “terza generazione”, ossia un turismo “verde”, fatto essenzialmente di percorsi nel verde attrezzato ed agricolo specializzato, riservando aree per l’edificazione nella parte alta, verso la 106, dove l’edificato ha già carattere urbano.

Attrezzature alberghiere, da localizzare prevalentemente nella fascia alta tra la 106 e la FF.SS., mentre le attrezzature sportive, del tempo libero e agricole devono poter convivere in un disegno che valorizzi quest’area di eccezionale bellezza, salvaguardando sopratutto il verde agricolo, così come specificato da Piero Bevilacqua: coniugando così produzione, utilità e bellezza nell’interesse pubblico.

Ma niente di tutto questo si realizza col nuovo PSC che divide l’area, che si stende per oltre 186 ettari, in tre porzioni: suddivisione che non solo non salvaguarda l’area pregiata limitrofa alla pineta ed al mare, ma palesemente risponde alle aspettative proprietarie e speculative.

Eppure anni fa ,una sentenza del Tar, che si era pronunciato su un’istanza dei proprietari contro il comune, aveva sancito il precipuo interesse pubblico dell’area; ma niente di tutto questo si ritrova in alcune delibere del Consiglio Comunale, nel PAU (Piano Attuativo Unitario del 17/03/2006), nel Piano Comprensoriale di Giovino (02/05/2008) e nel disegno del nuovo PSC, ancora in fase di approvazione a cui, necessariamente, dobbiamo opporci con forza da cui dipende la sopravvivenza della città.

Un progetto spartitorio che viene da lontano, se, su proposta del dirigente urbanistico del comune, arch. Lonetti, alla Giunta comunale si elabora una “variante, all’ area comprensoriale Giovino” e al Piano Attuativo Unitario (PAU, 17.03.2006 n. 449), in cui si propone la suddivisione dell’area (186 ettari) in tre porzioni equivalenti: una commerciale (in prosecuzione del centro commerciale le Fontane. una città nella città), una turistica alberghiera e l’altra non ben specificata, rimasta sospesa.

Ma dov’è l’interesse pubblico? I catanzaresi dovranno vedere ancora centri commerciali, dovranno vedere costruire alberghi (quanti, troppi, rispetto all’estensione delle aree) realizzati con tipologie idonee al cambio di destinazione d’uso, nel breve periodo, mentre niente si dice del verde, attrezzato, agricolo e di diporto.

Una frammentazione fatta ad hoc al fine di soddisfare gli interessi prevalenti della proprietà, concentrata in gran parte in un’unica ditta, che da anni presenta progetti di costruzione intensive (di 2000 vani, durante la giunta Olivo, e ultimamente di due grattacieli).

Certo sono molteplici gli interessi che ruotano intorno alla cementificazione di questo ultimo lembo di costa libera. E’ evidente, che questa meccanica suddivisione in tre parti quasi equivalenti, è tesa a soddisfare i tanti contendenti che si affiancano alle proprietà private.

Niente vale lo stanco richiamo al Concorso Internazionale, già depotenziato dalla suddivisione territoriale citata, utile dieci fa anni fa, circa, prima delle molte compromissioni, quando dalle pagine della Gazzetta del Sud, ricordavo ai catanzaresi l’abisso che esisteva tra il progetto di costruire una nuova città di villette di 2000 vani bordo mare e quelli portati avanti da molte città che nelle aree libere della costa o limitrofe alla aree portuali, progettavano Waterfront attrezzati, riqualificando aree abbandonate o compromesse.

Da allora ad oggi cosa è cambiato? Niente, se non il fatto che questa tripartizione, oggi potrebbe essere attuata senza problemi, poichè il nuovo PSC non solo recepisce tutto l’antefatto, ma peggiora notevolmente con una suddivisione che frantuma e dequalifica l’area che ha una sua omogeneità.

In opposizione a questo progetto si chiede che tutta la fascia dalla ferrovia al mare sia destinata a verde attrezzato ed agricolo. All’interno solo circoscritte e ben definite costruzioni realizzabili solo previa ricerca delle necessità esistenti nel campo della ricezione turistica, attrezzature sportive e del tempo libero.

Non mi dilungo in questa sede sul progetto di Germaneto, individuato, negli Indirizzi Programmatici del 2015, come area problema, separata dal contesto urbano e pertanto da riconnettere alla città, non solo attraverso la metropolitana che stenta a essere completata, ma da nuove urbanizzazioni, non solo di tipo terziario (Catanzaro tre).S

pesso nei dibattiti pubblici e anche nelle linee guida dell’amministrazione comunale, viene posto il tema della connessione tra i vari nuclei sparsi: una connessione che si immagina realizzata attraverso un fiume di cemento: un progetto da attuare sopratutto a Germaneto, dove si vorrebbe realizzare una nuova Catanzaro.

Tuttavia la recente storia di Catanzaro ha dimostrato che l’unica attrezzatura valida realizzata nell’ultimo ventennio è il Parco della Biodiversità, la cui area è stata sottratta alla speculazione per donarla ai cittadini, realizzando un museo d’arte moderna nel verde. E’ un esempio che va ripetuto. La città mortificata da un’urbanizzazione invasiva e di bassissima qualità edilizia deve recuperare il rapporto con il territorio, valorizzare la sua multipolarità, al fine di creare una città immersa nel verde e spiccatamente sostenibile.

Questo progetto, valido per Catanzaro, è un obiettivo da proporre in tutte le sedi per le città medio-grandi sopratutto meridionali che, in rapporto alle grandi città del nord, ipertrofiche, possono sviluppare un nuovo rapporto col paesaggio e con la natura al fine di realizzare un tipo di sviluppo meno invasivo e più equilibrato.

Le città medio-piccole come Catanzaro non hanno che questa strada per avvalorare la loro esistenza e dare significato allo sviluppo: un tema trattato da una recente pubblicazione dell’associazione ANCSA che in un volume, dal titolo “Città Fragili” ha raccolto saggi relativi a 12 tipologie di città, dalle città metropolitane e a quelle medio piccole, al tempo del Covid e le prospettive post Covid (ANCSA, Associazione Nazionale Centri Storici Artistici, associazione che ha redatto nel 1975 la Carta di Gubbio alla base del Recupero di Centri storici).

La sottoscritta, nella scheda di Catanzaro sosteneva: Nel recente passato ” il centro storico è stato svuotato di funzioni mentre la città è letteralmente esplosa nel territorio… Eppure questa città, un pò “sbrindellata”, possiede aree verdi agricole intercluse: uliveti, aree semi abbandonate, colline deserte, si insinuano e caratterizzano il paesaggio urbano.

Città e campagna si completano in un assetto che, se controllato, potrebbe dare i suoi esiti in termini di produttività, vivibilità e sostenibilità”. (Città Fragili, ANCSA documenti,collana scientifica, 2020) La città meridionale e Catanzaro, che nel secondo dopoguerra ha trovato nella distruzione del territorio la sua fonte di sussistenza, deve riscattarsi, partendo dal suo grande patrimonio paesaggistico e ambientale, volgendo lo sguardo verso azioni previste, anche in sede europea, nel programma Green New Deal

A Catanzaro, per attuare questo programma ed opporsi ai progetti citati, è in corso di formazione un Comitato scientifico, composto da esperti locali e nazionali, e un Coordinamento interpartitico che, partendo dalle prospettive aperte da Piero Bevilacqua, si ponga l’obiettivo di far conoscere i progetti comunali anche al di fuori dell’ambito strettamente urbano, al fine di opporsi con forza alla nuova e definitiva distruzione del territorio e degli ultimi brandelli di aree libere.

foto da:https://www.facebook.com/dunegiovino/photos/a.1509046309180341/1832393286845640/?type=3&theater

Lettera ai catanzaresi. -di Piero Bevilacqua.

Lettera ai catanzaresi. -di Piero Bevilacqua.

Cari amici di Catanzaro,
poiché nei prossimi anni si giocherà una partita importante per il destino della città, io che ci sono nato e, pur non vivendoci più da quasi 50 anni, ho con essa profondi legami, mi sono permesso di elaborare questo progetto che sottopongo alla vostra attenzione.

Una premessa.

Benché sempre più coperto di cemento e di asfalto, che hanno cancellato, negli ultimi anni, tante campagne e terre incolte, il territtorio del comune di Catanzaro, esteso per poco più di 11 mila ettari, conserva ancora la metà della sua superficie occupata dall’agricoltura. Ospita al suo interno circa 900 aziende che producono prodotti agricoli. A questa informazione occorre aggiungere un altro dato poco noto, che riguarda l’intera regione.

La Calabria è una delle regioni, se non in assoluto la regione più ricca di varietà di alberi da frutto d’Italia. Il che significa decine, talora centinaia di varietà di meli, peri, susine, ciliegi, fichi, peschi, agrumi, viti, ecc. Da questo sintetico quadro ci si aspetterebbe che nella città di Catanzaro tutte le mense scolastiche, gli ospedali, i dispensatori automatici degli uffici, fossero costantemente riforniti (anche attingendo alle campagne della provincia) da frutta fresca o trasformata, da succhi di frutta e spremute di vario genere, provenienti da agricoltura biologica o biodinamica.

Così come, almeno d’estate, quando la frutta abbonda di solito nei nostri mercati e mercatini, dovrebbe essere normale avere a disposizione decine di varietà di pesche, di susine, di uva, di fichi.

Invece è noto che niente o quasi niente accade di tutto questo. Poche scuole riescono a rifornirsi di frutta biologica durante l’anno. E d’estate è sempre più raro mangiare frutta prodotta nel nostro territorio o per lo meno in Calabria. Quel che abbonda è merce industriale, pochissime varietà, generalmente scadenti e di scarsa sapidità. Un paio di varietà di fichi del nostro territorio, (quando ne esistono centinaia) e la solita uva da tavola, buona certamente, ma limitata a un paio di varietà,Italia e Regina.

Qualcuno mangia più la nostra superba uva Zibibbo? Riuscite ancora ad assaggiare una delle nostre pesche, succose e gustose di un tempo? O le antiche, sode e saporite Percoche? Solo pesche belle a vedersi, ma senza sapore. In genere vengono dall’Emilia e dirò più avanti come sono prodotte.

A me è accaduto d’inverno, alcuni anni fa (mi auguro che nel frattempo la situazione sia cambiata) di chiedere in più occasoni, in vari bar della città, una spremuta di arancia e di sentirmi rispondere dal cameriere con una domanda: “Fanta?”.
Spero che voi cogliate la gravità un po’ ridicola di tale risposta. Noi lasciamo marcire sul campo le nostre arance e vendiamo nei bar il prodotto industriale di una multinazionale. E’ un esempio, piccolo certamente, ma significativo di un quadro generale drammatico della nostra economia, della sua dipendenza “coloniale” anche per i beni derivati dall’agricoltura.

Noi non riusciamo a produrre ricchezza dalle nostre terre, con il nostro vantaggiosissimo clima, con i nostri saperi agronomici, le nostre tradizioni artigianali e culinarie, e veniamo colonizzati dai prodotti fabbricati in altre parti del mondo.

Nel gesto di consumare un’aranciata Fanta, così come le pesche da agricoltura industriale dell’Emilia, sono condensate varie conseguenze di ordine economico, culturale, salutistico. E’ ovvio che se compriamo frutta o sue trasformazioni provenienti da fuori, noi diamo il nostro denaro ad altre economie e impoveriamo il nostro territorio. Ma in questo modo noi rinunciamo a un prodotto sano, coltivato in loco, fresco, preferendo un bene non solo scadente, ma potenzialmente dannoso per la salute. Sapete perché le pesche che giungono nel nostro mercato hanno un bel colore e risultano tutte uguali, ma sanno di niente? Perché sono pesche “agli ormoni”.

In natura non accade che i frutti maturino sulla pianta tutti insieme e poiché nelle aziende agricole industriali, dove la raccolta delle pesche è meccanizzata, occorre che la macchina raccoglitrice trovi i frutti nello stesso grado di maturazione.Per ottenere tale risultato gli imprenditori, poco tempo prima della raccolta, spruzzano sulle piante dei preparati con ormoni vegetali (auxine), così che i frutti maturino tutti insieme.

Credete che la perdita dei nostri frutti, verdure, legumi, cereali tradizionali e dei piatti collegati con questo nostro patrimonio di beni e di cultura, sia senza conseguenze per la nostra salute? Una sola, autorevolissima testimonianza, relativa a tutto il nostro Sud, che negli ultimi anni ha perso tanta agricoltura e cucina tradizionale.Nel 2006 un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità relativo alla diffusione dei tumori in Italia scriveva “…A mano a mano che abbiamo abbandonato le nostre agricolture tradizionali, la nostra antica alimentazione, acquisendo gli standard dei consumi industriali, ci siamo sempre più esposti alle malattie degenerative…”

Un polo agricolo e scientifico

E’ possibile invertire questa tendenza, che ovviamente riguarda più generalmente le nostre campagne? Un declino che spopola paesi, impoverisce famiglie, distrugge la biodiversità, desertifica territori? Oltre che necessario, credo che sia possibile e che anzi il rovesciamento di tale tendenza possa costituire un progetto in grado di appassionare i catanzaresi ed entusiasmare i nostri giovani più intraprendenti. La condizione preliminare di questa inversione è un mutamento culturale.

Occorre guardare al territorio non più come una realtà inerte, in attesa di essere “valorizzato” con la costruzione di case e centri commerciali (veri centri di raccolta dei nostri soldi che vengono portati altrove), ma come luoghi fertili, potenziali produttori di beni e di ricchezza.

Qui vi risparmio tutti i problemi di cui soffre l’agricoltura calabrese, meridionale e italiana per responsabilità della Politica Agraria Comune. Cercherò di mostrare quel che è possibile fare anche nelle presenti condizioni. E il punto di partenza del progetto è un luogo dove si scontrano le due contrapposte visioni del territorio: quella che lo vuole utilizzare per costruire edifici e quella che vuole farne leva di economie, di attività agricole e artigianali. E dunque quale punto di partenza più importante per sfidare una vecchia cultura e imporre una nuova visione di economia, dell’area di Giovino?

L’area di questo quartiere nei pressi di Catanzaro Lido, caratterizzata dalla presenza di un’ampia pineta lungo il mare e da una distesa di dune popolate da piante selvatiche e rare, è molto più vasta di quanto si creda: circa 240 ettari, occupata da case, strade, ma anche orti, aziende agricole, campagne, aree incolte. Per questo vasto territorio il Comune di Catanzaro ha in progetto una lottizzazione per costruire prevalentemente edifici e io invece credo che sia possibile avviare un nuovo corso di intrapresa economica, un modo avanzato e moderno, ambientalmente sostenibile, di dare valore al territorio.

A Giovino potrebbe nascere un “Parco delle Varietà Frutticole Mediterranee”, un’area in cui si raccolgono e coltivano le centinaia e centinaia di varietà dei nostri alberi da frutto. Oggi molte di queste piante sono presenti nei vari vivai della regione, presso i privati che le coltivano in modo amatoriale, disperse e spesso abbandonate nelle nostre campagne. Ma non formano aziende agricole vere e proprie fondate sulla varietà. Per costituire il Parco occorre dunque un’opera preliminare di raccolta a cui possono concorrere tanti nostri bravi agronomi. Non si creda che sia un’operazione del tutto nuova.

Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, alcuni agronomi dell’Università di Palermo hanno costituito, anni fa, il Museo vivente del mandorlo: un vasto giardino con centinaia di piante che producono mandorle e che tra febbraio e marzo attraggono folle di visitatori per la loro fioritura spettacolare. Certo, Giovino non è la Valle dei Templi, ma insieme alla Pineta e alle sue dune fiorite il Parco aggiungerebbe un elemento di attrazione non trascurabile.

Ricordo che anche in Calabria esiste un “parco” costituito dalle varietà di una sola pianta: un ciliegeto nel quale alcuni agronomi, tra cui Antonio Scalise e Franco Santopolo, hanno raccolto decine di varietà antiche di nostri ciliegi che ora crescono nelle campagne di Zagarise. In questo stesso comune è stata realizzata una piantagione di varietà di peri, meli e susine tradizionali. Ma l’esempio più importante che io conosca sono i cosiddetti Giardini di Pomona, realizzati nelle campagne di Cisternino, in Puglia, da Paolo Belloni. Qui, questo solitario amatore è riuscito a piantare circa mille piante da frutto, di cui oltre 400 varietà di fichi.

Naturalmente, accanto al Parco dovrebbero sorgere uno o più vivai, dove le varietà vengono riprodotte e vendute, così da sostenere la diffusione di una frutticultura fondata sulla varietà e sulla qualità in tutte le campagne del comune di Catanzaro, dentro la città, anche nei giardini, nelle aree degradate e nude, e potenzialmente nel resto del Sud.Giovino dovrebbe diventare il modello e il centro d’irradiazione di una nuova arboricoltura di qualità, fondata sulla ricchezza della varietà. E’ ovvio che la riscoperta delle varietà antiche e la messa in produzione dovrebbe riguardare anche le nostre piante orticole, i legumi, le erbe officinali, aromatiche, ecc.

Ma ciò che bisogna sottolineare è una novità storica importante.La nuova agricoltura non è un settore economico arretrato e residuale, ma un ambito avanzato e di avanguardia dell’economia del nostro tempo. Essa non si limita più a produrre carote o patate, ma crea beni molteplici e svolge, come già accade in Italia e in tante regioni d’Europa, nomerose funzioni. Nei frutteti, ad esempio, è possibile allevare a terra i volatili (polli, oche, anatre, tacchini) col risultato di contenere le erbe spontanee, fertilizzare costantemente il terreno senza dover ricorrere a concimi, aggiungere al reddito della frutta anche quello della vendita delle uova, dei pulcini, della carne.

Ma in ogni azienda agricola non industriale, accanto alla produzione normale oggi si fa trasformazione dei prodotti (vino, conserve, marmellate, miele, frutti essiccati,ecc), ristorazione, talora accoglienza turistica, didattica per le scuole, agricoltura sociale per i portatori di handicap, ecc. L’azienda agricola è inoltre un presidio territoriale, fa vivere gli abitati e i villaggi vicini, protegge il suolo dall’abbandono e dall’erosione, conserva e rinnova il paesaggio, tutela la bellezza dei nostri territori e un ambiente sano. Ai piccoli contadini oggi l’UE dovrebbe fornire un reddito di base per il prezioso lavoro che svolgono di custodi e manutentori del territorio.E questa è una battaglia in corso.

A tutte queste novità occorre aggiungere alcune importanti informazioni, decisive per far comprendere che le nostre campagne costituiscono un potenziale economico straordinario.Negli ultimi anni, grazie a un decisivo mutamento culturale, è esplosa una nuova domanda di prodotti salutistici, che riguardano sia la cosmesi sia, soprattutto, l’alimentazione.

Sempre di più vengono richiesti prodotti cosmetici non industriali, che non danneggiano la pelle, composti da materiali naturali e non chimici. Il successo straordinario che sta avendo in questi anni l’aloe rappresenta l’esempio più evidente. Ma in espansione è tutto il vasto campo degli integratori alimentari e dell’alimentazione macrobiotica, soprattutto i semi, ma anche gli oli essenziali, i succhi, le tisane,ecc. che incrementano la domanda di lino, canapa, sesamo, malva, melagrane, ecc.

Per le nostre terre, grazie alla mitezza del nostro clima, alla ricchezza della nostra biodiversità naturale, si aprono prospettive di grande interesse, che indicano nell’agricoltura, soprattutto ai nostri giovani, non un ingrato esilio di fatica e miseria, ma un campo di continue scoperte e innovazioni e di possibilità di occupazione e di reddito.
Naturalmente, fondamentale è associare alla produzione agricola la trasformazione artigianale dei prodotti.

Questo significa non soltanto accrescere il valore dei beni cavati dalla terra, ma ambire anche a un mercato più vasto, di scala internazionale.Trasformare la cipolla di Tropea in una pasta racchiusa in un vaso, o perfino in un tubetto, utilizzabile nei ristoranti, com’è stato fatto, significa farne un prodotto mondiale, con un valore simbolico che esalta un intero territorio.

Perciò a Giovino occorre progettare e incoraggiare la nascita di piccole imprese di trasformazione, in modo da formare un vero e proprio distretto agro-industriale, come ne esistono anche di dinamici e fiorenti nella nostra Calabria. Occorre uscire da una subalternità culturale non più tollerabile, che riguarda l’intero Sud. Vi ricordo che la Sicilia, il giardino d’Europa, per decenni la regione prima produttrice d’agrumi nel mondo, non ha mai creato un grande marchio d’aranciata. Della Calabria, buona seconda dopo la Sicilia, quanto a produzione, non è il caso di parlare. Basta la Fanta.

Va da sé che dove possibile, soprattutto nelle aree poco suscettibili ad uso agricolo, occorrerebbe impiantare pannelli fotovoltaici, per rendere il distretto potenzialmente autosufficiente per i suoi bisogni energetici. Così come è giusto immaginare spazi per il tempo libero, sport all’area aperta, giochi per bambini. Il diletto dei cittadini deve avere i suoi diritti a pari titolo dell’economia.

Infine. Se l’agricoltura non significa più coltivare patate e cipolle, se è un ambito complesso di attività in continua evoluzione, è evidente che occorre un contributo della ricerca scientifica per sorreggerla. A tal fine un completamento dell’intero progetto sarebbe la creazione di un Istituto per la studio della biodiversità agricola e delle piante della regione mediterranea.

Un centro di ricerca, che potrebbe connettersi con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria, col fine di studiare le potenzialità farmacologiche e d’altra natura delle nostre piante, ma anche il miglioramento varietale, le patologie, ecc. Un progetto ambizioso, in grado di attirare tante giovani intelligenze, che potrebbe essere finanziato dall’UE e che intensificherebbe anche i rapporti di collaborazione scientifca con i Paesi che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo.

Cari catanzaresi,
come sapete, nel territorio di Giovino il Comune di Catanzaro intende avviare un progetto di lottizzazione: nuove case, nuovi edifici, strade, nuovi centri commerciali. Dunque nuovo cemento e asfalto, che farebbero sparire il verde degli orti e delle campagne, aumenterebbero la temperatura locale, accrescerebbero la fragilita del territorio in occasione di piogge intense, richiamerebbero nuovo traffico veicolare. Inoltre, poiché la popolazione di Catanzaro, come quella di tutta Italia, non cresce, anzi diminuisce, i nuovi abitanti di Giovino sarebbero sottratti a quelli della città. A quel punto il centro storico si svuoterebbe definitivamente e Catanzaro diventerebbe un luogo fantasma.

E’ evidente, dunque, che quello del Comune è un progetto vecchio, che dilapida in modo irreversibilie il patrimonio delle nostre terre fertili superstiti, e, anziché creare nuove economie, nuovi posti di lavoro, pietrifica i pochi capitali esistenti. Vi ricordo che oggi voi godete degli spazi e del verde del Parco della Biodiversità, perché quell’area non è stata destinata a edifici, altrimenti oggi questo patrimonio collettivo sarebbe cancellato. Lasciare ai figli e ai nipoti pietre, al posto di terre fertili, a me francamente pare un progetto insensato, ingiusto e sbagliato, contro cui ribellarsi.

foto tratta dal sito fb “Dune di Giovino-Ultima spiaggia”.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

A metà febbraio il Ministro Giuseppe Provenzano ha presentato il “Piano Sud“. Dopo una sommaria discussione, l’interesse per il tema è immediatamente scemato, travolto, nell’interesse collettivo, dalla diffusione della pandemia Covid e della sue innumerevoli e gravi conseguenze: sanitarie, economiche, sociali.

C’è ben altro di cui occuparsi in questo periodo, si potrebbe pensare. Invece, se il nostro paese vuole aumentare le possibilità di tornare a ritmi di sviluppo più elevati, rendendo sostenibile il suo indebitamento, e contrastando le disuguaglianze che la pandemia purtroppo accrescerà, deve recuperare la sua capacità di “allungare lo sguardo” verso il futuro; e rendersi conto che questo sarà possibile solo mobilitando e mettendo a valore, nell’interesse collettivo, le risorse e le potenzialità di crescita disponibili in tutti i suoi territori, a cominciare da quelli più deboli.

Uno sviluppo migliore e più intenso potrà essere possibile solo se il nostro paese seguirà un cammino profondamente diverso da quello degli ultimi due decenni: un’occasione decisiva per tornare ad affrontare il grande, irrisolto, problema delle disparità territoriali e del modestissimo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma quali sono i possibili punti di forza e di debolezza del Piano Sud? In primo luogo, sembra corretta la sua indicazione politica di fondo: il Piano Sud è un progetto per l’Italia. Per ripartire il paese deve valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane; rivitalizzare la capacità di produrre beni e servizi; e quindi rilanciare anche la domanda interna, con una stagione di ripresa dei consumi e soprattutto degli investimenti, pubblici e privati.

È assai opportuno il richiamo che il Piano fa alle interdipendenze fra i territori: l’economia non è un gioco a somma zero; la crescita delle regioni più deboli aiuta quella delle aree più forti. Un concetto fondamentale in un’Italia segnata e indebolita da egoismi e sovranismi territoriali; che rischiano di accrescersi, in una rinnovata competizione per le scarse risorse pubbliche a disposizione.

Condivisibili, nelle loro linee generali, appaiono le cinque grandi priorità indicate dal Piano: la preoccupazione per i più giovani, l’inclusione sociale, le compatibilità ecologiche, l’apertura internazionale e al Mediterraneo, l’enfasi sull’innovazione. Opportuna anche l’ottica decennale: per trasformare davvero la situazione del Mezzogiorno, dopo un ventennio di forte rallentamento e la persistente depressione dell’economia nell’ultima decade (e ancor più con i rischi di oggi con la pandemia) non bastano certo pochi mesi o anni.

Sono proprio questi aspetti condivisibili che fanno sorgere interrogativi e qualche preoccupazione. Il primo quesito riguarda certamente la condivisione politica generale di questi obiettivi: quanto il progetto del Ministro era davvero condiviso dall’intero governo, e ancor più dalla maggioranza che lo sostiene? Tanto i 5 Stelle quanto il Partito democratico non si sono particolarmente impegnati in riflessioni e proposte su questi temi negli ultimi anni.

In un mondo normale un piano del genere, così ambizioso, dovrebbe essere il frutto di una stagione di discussioni, politiche e tecniche; di esperienze, proposte, confronti. Invece, nasce prima il Piano della discussione collettiva: il suo obiettivo sembra quello di stimolarla. Non sarà semplice. Un documento come il Piano Sud si traduce in una grande politica pubblica solo se con il tempo diventa un patrimonio condiviso di migliaia e migliaia di uomini politici, amministratori, uomini di cultura. Il rischio è che questo – senza una potente spinta che duri a lungo – possa non avvenire.

Un altro grande interrogativo viene dal necessario raccordo fra questo programma di interventi e le politiche pubbliche ordinarie. Dal Piano traspare quanto questo raccordo sia indispensabile. Ma non è certo garantito. Una politica di particolare rafforzamento dell’istruzione e degli edifici scolastici non può che raccordarsi con le scelte di lungo termine sulla scuola. L’obiettivo di potenziare la dotazione di ricercatori nel Mezzogiorno deve fare i conti con le scelte per l’università e il sistema della ricerca italiani.

L’enfasi sulla realizzazione di nuove reti ferroviarie, e soprattutto l’ammodernamento di quelle esistenti per produrre risultati concreti deve raccordarsi con le politiche regionali e ancor più nazionali di regolazione e finanziamento del servizio ferroviario, locale e interregionale; con la logica aziendalistica che presiede, in mancanza di un forte indirizzo politico, le scelte del gruppo Ferrovie dello Stato.

In generale, richiede di affrontare i tanti fondamentali aspetti del regionalismo italiano, che hanno rischiato di aggravarsi nel 2019 con il progetto dell’autonomia differenziata e nel 2020 con l’accresciuta confusione istituzionale nelle risposte alla pandemia: quali regole e quali criteri per assicurare sia responsabilità ed efficienza delle amministrazioni, sia la definizione e il finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni, cioè di diritti di cittadinanza, uguali per tutti gli italiani? Come sarà la sanità italiana, ad esempio, nei prossimi anni?

Tenderanno ancora a crescere fortemente, come avvenuto nell’ultimo decennio, disparità nelle dotazioni strumentali ed umane, nella capacità di erogazione dei servizi, territoriali ed ospedalieri, e quindi i fenomeni di mobilità ospedaliera? Ovvero si tenderà a correggere gli squilibri, recuperando l’ottica di un Servizio Sanitario Nazionale?

Ancora, uno degli elementi più importanti dello scenario internazionale e una delle chiavi per la ripresa dell’Italia sono le economie urbane. Le città, in questo secolo più che nei decenni finali del Novecento, sono i motori dell’economia, i luoghi dove nascono nuove imprese. Bene che il Piano Sud ne parli, anche se forse l’enfasi avrebbe dovuto essere ancora più forte. Ma questo riporta alla nostra mente la debolezza della riflessione nazionale sulle città.

I Sindaci e gli attori urbani sono fondamentali; ma la politica urbana non può che essere una grande politica nazionale di sviluppo, che destini risorse di investimento e di funzionamento, e disegni regole di funzionamento, adatte all’economia del XXI secolo, ancor più con la pandemia e tutte le incertezze dovute al distanziamento inter-personale.

Il Piano è molto determinato nell’indicare la necessità di riequilibrio della spesa per investimenti in Italia garantendo equità territoriale nella sua allocazione attraverso la cosiddetta clausola del 34%. Lo è altrettanto nell’indicazione di utilizzare le risorse latenti del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC, cioè i fondi nazionali per il riequilibrio territoriale): presenti da anni solo nelle programmazioni d’insieme, ma prive degli stanziamenti di bilancio per poterle effettivamente utilizzare.

Questioni ancora più importanti alla luce del crollo degli investimenti pubblici registrato negli ultimi anni, e dalla necessità di accelerare per recuperare almeno in parte i grandi gap che si sono creati: gli investimenti pubblici in Italia e nel Mezzogiorno sono ai minimi storici.

Ce la può fare l’amministrazione pubblica italiana, nazionale, regionale e locale a trasformare in realtà obiettivi così ambiziosi? Il Piano ha molti temi, e il rischio evidentissimo è che ciò possa dare copertura a processi di programmazione operativa, di dettaglio, che tendano a ripetere ancora una volta gli errori del passato: dato che serve tanto, facciamo un po’ di tutto; e dato che bisogna fare un po’ di tutto frammentiamo le risorse fra mille obiettivi e fra tanti centri di spesa. Così da ritrovarsi con gli stessi problemi di sovraccarico amministrativo, parcellizzazione degli interventi, e modesti avanzamenti sul piano delle realizzazioni che hanno caratterizzato le politiche di coesione territoriale negli ultimi anni.

Se il Piano rappresenta una cornice politica condivisa, il governo deve avere la forza di indirizzare su chiare, limitate priorità e specializzare sia i fondi europei sia quelli nazionali; e conseguentemente dare indicazioni e porre vincoli alla tendenza, già mille volte vista, delle amministrazioni regionali a soddisfare mille esigenze, anche per motivi di consenso politico di breve periodo. La programmazione per il ciclo di spesa 2021-27 sia dei fondi comunitari che del FSC dovrebbe allora segnare una rottura profonda con il recente passato, anche per le nuove, gravi sfide poste dalla pandemia e dalle sue conseguenze. I documenti che abbiamo oggi a disposizione non sembrano andare pienamente in questo senso.

Il grande rischio è che il Piano Sud provochi alzate di spalle; l’idea, esplicita o implicita, che si tratti di un ennesimo libro dei sogni. Soprattutto che oggi ci siano altre priorità; altri interessi, più forti, che debbano prevalere, avere la precedenza. L’opportunità è che faccia partire una grande riflessione in tutto il paese su un percorso più ambizioso del galleggiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni, e delle prospettive così preoccupanti che sono davanti a noi. È una condizione necessaria affinchè si traduca davvero in realizzazioni concrete.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia


Foto di iXimus da Pixabay

La riforma del Catasto come strumento di perequazione fiscale.-di Gaetano Lamanna

La riforma del Catasto come strumento di perequazione fiscale.-di Gaetano Lamanna

Tra gli effetti di questi due mesi di lockdown si prospetta una grave crisi fiscale dei Comuni. A lanciare l’allarme è Il sindaco di Bari e presidente dell’Anci, Antonio Decaro, che ha denunciato la perdita di ingenti risorse per le mancate
entrate locali.

Nei mesi di marzo e aprile, gli ottomila Comuni italiani hanno incassato mediamente il 65 per cento in meno rispetto agli stessi mesi del 2019: da 2,5 miliardi di euro si è passati a 867 milioni, come documenta uno studio di Demoskopika. Da Imu, tassa dei rifiuti, addizionale Irpef, tassa di occupazione di suolo pubblico sono venuti a mancare più di 1,6 miliardi di euro.

Gli interventi del governo, con gli ultimi decreti, non bastano a compensare le perdite subite, col
rischio concreto che molti Comuni, soprattutto del Sud, non siano in grado di garantire importanti servizi essenziali. Stanno venendo, dunque, allo scoperto le bugie e la demagogia che hanno accompagnato alcune riforme della fiscalità
locale avvenute nell’ultimo decennio. Mi riferisco, innanzitutto, all’Imu, l’imposta che più caratterizza l’autonomia impositiva degli enti locali.

Averla abolita per tutte le prime case ha comportato per le casse comunali la perdita di circa 4 miliardi di euro all’anno. Sarebbe bastato, con un po’ di buon senso, mantenere l’Imu per i proprietari più abbienti per evitare un conflitto, ormai quasi perenne, tra Stato e istituzioni locali. C’è da aggiungere, inoltre, che la totale abolizione
dell’Imu sulla prima casa manca di equità non solo in quanto è estesa ad una platea vasta di proprietari che, in base al reddito, avrebbe potuto permettersi il pagamento dell’imposta, ma anche perchè la riduzione della pressione fiscale su
un bene patrimoniale, che per definizione esclude dal beneficio chi non lo possiede, non ha certamente una valenza redistributiva.

L’esperienza di questi anni ci ha mostrato, inoltre, i guasti prodotti da questa scelta. I Comuni sono stati spinti
a comportamenti poco virtuosi, per non dire miopi, pur di incassare altri proventi, per esempio tramite gli oneri di urbanizzazione. Quante concessioni edilizie e quanti programmi di trasformazione urbana si sono rilevati un grande affare per i grandi gruppi immobiliari ma non per le comunità locali. Non è un caso che l’incremento dei valori delle grandi aree urbane sia cresciuto in modo esponenziale e, con esso, i guadagni della rendita.

Una radicale riforma dell’autonomia impositiva dei Comuni, in questo contesto, rappresenta, da un lato, una delle condizioni principali per regolare un mercato che oggi risponde unicamente agli interessi della speculazione edilizia e della rendita urbana, dall’altro, l’occasione per rilanciare politiche coerenti di sviluppo delle nostre città all’insegna della solidarietà, della sicurezza e dell’efficienza dei servizi.

Al centro della riforma deve esserci il Catasto e il suo effettivo decentramento, finora realizzato solo parzialmente. Una gestione decentrata del Catasto, che affidi ai Comuni compiti, responsabilità e strumenti nuovi, dovrebbe
coerentemente attribuire loro anche i tributi di riferimento (per un ammontare che, tra imposte catastali, ipotecarie, di registro, supera i 7 miliardi di euro ogni anno) oggi incassati unicamente dallo Stato.

I Comuni potrebbero così risolvere l’anomalia per cui, allo stato attuale, rispetto alla dimensione gigantesca degli
affari immobiliari sul proprio territorio, non vi è alcuna ricaduta in termini di entrate locali. Inoltre, un uso flessibile delle aliquote massime e minime dell’Imu (su seconde case, grossi patrimoni, immobili a uso terziario), soprattutto in presenza della rivalutazione degli estimi catastali, potrebbe contribuire ad una redistribuzione più equa del carico fiscale sugli immobili oltre che incoraggiare comportamenti virtuosi nel mercato dell’affitto.

I Comuni avrebbero infine strumenti adeguati sia nell’azione di contrasto dell’elusione e dell’evasione fiscale molto diffuse in campo immobiliare sia nell’intercettare, tramite una nuova Invim, le plusvalenze derivanti dai processi di rinnovo urbano e dalle conseguenti transazioni immobiliari (ricchezza che sfugge quasi totalmente al fisco). Solo così, attraverso il controllo fiscale del proprio territorio, i Comuni potranno finalmente riappropriarsi di una vera autonomia politica.

Gaetano Lamanna

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Da almeno vent’anni non si fa che discorrere di “museo come impresa”. Si è diffusa la favola di musei che si auto-sostengono grazie a introiti di biglietteria e bigiotteria, attirano investimenti produttivi, prosperano sul mercato rendendo superfluo ogni finanziamento pubblico.

Si esaltano i musei americani, dimenticando che lì i privati non investono ma fanno donazioni, premiate da cospicue esenzioni fiscali. Sotto l’assalto del virus, questa rozza mitologia all’italiana va in briciole e la fragilità dei bilanci museali viene allo scoperto. È dunque il momento di ricordarci che il museo pubblico come istituzione è un’invenzione assai recente (il primo caso al mondo sono i Musei Capitolini, fondati nel 1734 da Clemente XII). E che tutto ciò che ha una data di nascita ha anche una data di scadenza. Anche l’istituzione-museo può morire.

Per ora i nostri musei potranno aprire solo con precauzioni eccezionali e per un pubblico ridotto e guardingo. Un rapporto della Rete delle istituzioni museali europee (NEMO, Network of European Museum Organisations) consente uno sguardo d’insieme sugli effetti del CoViD-19. Dei 650 musei considerati, distribuiti in 41 Paesi, il 92% sono chiusi, ma nei pochi rimasti aperti il numero dei visitatori è cresciuto. I musei delle zone più turistizzate registrano un drammatico crollo degli introiti. Hanno chiuso tutte le mostre temporanee in corso, e si è sospesa la programmazione di quelle previste fino a un bel pezzo del 2021.

Sono fermi molti progetti a lungo termine sulle collezioni permanenti, la manutenzione e aggiornamento delle architetture, le nuove infrastrutture. Il personale temporaneo è a rischio, i programmi gestiti da volontari sono sospesi. L’80% dello staff stabile svolge da casa una parte del lavoro, ma il limitato accesso alle collezioni incide negativamente sulla qualità della ricerca. In metà dei Paesi considerati è previsto un contributo pubblico straordinario per arginare l’emergenza, negli altri nulla. Il 70% dei musei si sono concentrati sulla presenza online e nei social, ma impegnandovi solo risorse esistenti, senza nuovi investimenti né staff dedicato; forte comunque la risposta del pubblico online, che in alcuni musei è cresciuto fino al 500%.

Per dirla in due parole: l’assenza, anche per pochi mesi, degli introiti di biglietteria genera una crisi fortissima anche nei musei più grandi e importanti. Da ogni parte si levano grida di disperazione: questo è a tutti gli effetti, ha detto il direttore di un grande museo, “un bagno di sangue”. Come lo si affronterà, secondo strategie diverse di Paese in Paese, vedremo. Ma è il caso di richiamare alcuni valori e problemi di fondo, che non sono polverose pignolerie d’archivio, anzi dovrebbero orientare l’analisi politica oggi e le azioni di rimedio domani.

Se oggi la caduta degli introiti mette in ginocchio un museo non ne siamo né sorpresi né scandalizzati. Lo consideriamo anzi normale, tanto è radicato il mito del museo-impresa che di introiti vive, puntando su caterve di turisti ed effimeri eventi blockbuster. Abbiamo dunque dimenticato un dato indubitabile di storia istituzionale: le collezioni museali non sono nate per vivere dei propri introiti. Altre crisi (pestilenze, guerre, disastri naturali) non ne hanno mai messo in dubbio, come oggi, la stessa esistenza.

La più gran parte dei nostri musei nascono da collezioni sovrane (i papi, i re di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, i duchi di Modena e di Parma…), create e alimentate come poderosi status symbol in una competizione di orizzonte europeo che proprio in Italia ebbe la sua origine. O da collezioni private di ecclesiastici, eruditi, nobili, ricchi borghesi…., trasmesse di generazione in generazione e di famiglia in famiglia. Per secoli, a nessuno venne in mente che quelle raccolte dovessero essere (come si dice oggi, ma non si diceva allora) “aperte al pubblico”. Vi accedevano pochi privilegiati di alto rango, o anche artisti ed eruditi con le debite entrature. Quando nacquero i Musei Capitolini nel 1734 non c’era a Parigi nessun museo pubblico, e il British Museum sorse a Londra nel 1759 con raccolte insignificanti.

Il passaggio dalle collezioni sovrane o private al museo pubblico fu l’effetto di un doppio processo: da un lato l’idea che la frequentazione delle opere d’arte avesse effetti benefici sulle manifatture e più in generale sulla cultura, dall’altro – dopo la Rivoluzione francese – il trasferimento della sovranità dal Re al popolo, che diventava l’erede del sovrano spodestato o affiancato dai Parlamenti. Nella stessa Roma il primo museo fu legato al Campidoglio, luogo di governo della città, e le enormi collezioni sovrane dei Papi al Vaticano cominciarono ad aprirsi al pubblico solo nel 1771. Comuni e Province, dopo l’Unità d’Italia, divennero i principali luoghi di aggregazione, accogliendo opere d’arte da enti ecclesiastici soppressi o famiglie locali di buon censo.

Nei governi e nei Parlamenti sempre si discusse e si combatté sul se, e come, e quanto lo Stato dovesse spendere per i musei, ma a nessuno venne mai in mente di subordinarne la stessa esistenza alla capacità di autofinanziarsi con un frenetico mostrismo e un numero sempre più alto di visitatori. Quando armate di invasori (i francesi a fine Settecento, i tedeschi nella Seconda guerra mondiale) depredarono i nostri musei, chi combatté per le restituzioni (per dire, Canova dopo il 1815) non lo fece in nome del museo-impresa, ma di un generale beneficio dei cittadini. Per questo, e non per amor di cassa, eroici Soprintendenti nascosero migliaia di opere d’arte durante la guerra sottraendole a bombe e razzie. Per questo, e non perché pensassero a sbigliettare, i Costituenti scolpirono tra i principi fondamentali dello Stato l’art. 9 (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fronteggiamo oggi un’eccezionale emergenza, e ogni idea per uscirne è benvenuta (anche usare i musei come aule scolastiche, come ha proposto in queste pagine Tomaso Montanari). Ma nulla salverà l’istituzione-museo da un fatale declino, che proprio come il virus ucciderà per primi i più deboli (i musei piccoli), se non sapremo gettare sul tavolo una domanda più radicale: a che cosa “serve” il museo del futuro? Dobbiamo investirvi in vista di un ritorno economico, o di un più vasto e vario beneficio della nostra comunità?

Il “modello Italia” della tutela ha messo a punto nel corso dei secoli tre caratteristiche essenziali: la concezione del patrimonio culturale come un insieme organico legato al territorio e ai paesaggi; l’idea che il patrimonio nel suo complesso alimenta la coscienza civile, la solidarietà sociale e il concreto impegno produttivo dei cittadini; infine, la centralità del patrimonio artistico (non meno dell’istruzione, della sanità e della ricerca) nelle strategie di gestione dello Stato. Principi e temi, questi, che oggi più che mai dovrebbero ispirare non solo il governo, ma noi tutti. Tutti saremo infatti corresponsabili del disastro, se non riusciremo a provocare una riflessione istituzionale, un’inversione di tendenza.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 12 maggio 2020

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

L’emergenza creata dal rapido diffondersi del Covid-19 non sarebbe così minacciosa se non si innestasse su un tessuto planetario ormai determinato dall’indiscriminata espansione delle città: perché è in città – specialmente nelle più grandi – che il contagio è più facile e veloce, la mortalità più alta, le strategie di contenimento più ardue.

A metà Ottocento solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città, oggi questo valore ha raggiunto il 56% e si avvia a superare il 70% entro i prossimi vent’anni. La città si allarga in estensione (urban sprawl) e in altezza (vertical sprawl) e lo fa con più velocità e intensità in Asia e in Africa, specialmente dove manca un “centro storico”, o dove (come in Cina) si è spesso deciso di distruggerlo, magari lasciandone qualche residuo fossile, più simile a un theme park che a una città.

Spesso l’urbanizzazione contribuisce all’impoverimento di chi, trasferendosi in città, si aspetterebbe una vita migliore: già oggi un miliardo di esseri umani vivono in bidonville che di città non meritano nemmeno il nome. Fra la megalopoli e la baraccopoli si è venuta a creare una perversa contiguità.

L’emergenza virus ci costringe a riconsiderare questi sviluppi, a cominciare dal rapporto fra città e campagna. Intanto il più intelligente e visionario cantore della forma urbana contemporanea, Rem Koolhaas (autore nel 1978 del mirabile Delirious New York), è diventato un fervente apostolo della campagna. Ma anche la sua grande mostra (Countryside. A Report), aperta il 20 febbraio 2020 al Guggenheim Museum di New York, ha dovuto presto chiudere (come tutto il museo) a seguito delle misure antivirus.

“Oggi la campagna sfugge in gran parte al (nostro) radar, è un regno sconosciuto” scrive Koolhaas nella pagina di apertura del catalogo. E continua: “Per molto tempo, dall’Urss agli Usa del New Deal, ai Paesi europei, alla Cina di Mao la dialettica fra città e campagna fu essenziale per definire il significato dell’una e dell’altra, mentre oggi non abbiamo più né una dialettica né una vera definizione.

[…] Tutto il periodo dal 1991 in poi, è stato invece caratterizzato dalla compiaciuta convinzione che una sola versione della civiltà – metropolitana, capitalistica, agnostica, occidentale – sarebbe rimasta, forse per sempre, il solo modello per lo sviluppo del mondo. Ma questo modello ignorava trasformazioni radicali nel Medio Oriente, in Africa, Asia, e trascurava totalmente il cambiamento climatico e l’ambiente.

[…] Viviamo entro una prigione che abbiamo imposto a noi stessi, quella dello spazio urbano, cercando di nasconderci che dalla vita urbana non c’è da aspettarsi più nulla. […] Ma davvero ci stiamo indirizzando verso un risultato assurdo, in cui la vasta maggioranza dell’umanità debba vivere sul 2% della superficie terrestre, superpopolata dagli spazi propriamente urbani, mentre il restante 98 sarebbe riservato a un quinto dell’umanità, al servizio di chi vive in città?

[…] In questo 2020, due sfide emergono in modo lampante: dobbiamo mettere in discussione l’inevitabilità dell’Urbanizzazione Totale, e la campagna dev’essere riscoperta come un luogo dove potersi trasferire per restare vivi: una nuova, gioiosa presenza umana deve rianimarla con nuova immaginazione. […] Può essere il punto di partenza per vivere in un mondo migliore”.

La ricomposizione dell’originaria unità città-campagna (configurata dalla nostra Costituzione nell’endiadi paesaggio-patrimonio storico e artistico) richiede la piena coscienza della loro necessaria complementarietà e il ripristino, fra l’una e l’altra, di confini chiari alla mente, ma anche fisicamente percepibili. Questa è dunque una possibile strategia per immaginare il nostro futuro.

Intanto, sotto la pressione del contagio anche le nostre città, svuotate dalle misure di contenimento del Covid-19, sono diventate “un regno sconosciuto”. E in questo regno dove ci aggiriamo guardinghi non è solo la nostra salute o la nostra vita a esser messa in forse, lo sono anche i nostri diritti costituzionali. Senza dimenticare che l’emergenza che stiamo affrontando sarebbe assai meno drammatica se solo non si fossero fatti sui fondi destinati alla sanità tagli drastici e sconsiderati.

Secondo i conti pubblici territoriali messi a punto dall’Agenzia per la Coesione territoriale che opera presso la Presidenza del Consiglio, gli investimenti pubblici in sanità, pari a 3,4 miliardi di euro nel 2010, da allora non hanno fatto che calare, fino a 1,4 miliardi nel 2017, una cifra del 60% più bassa. Il disinvestimento, poi, è ancor più preoccupante, perché comporta gravissimi squilibri fra le varie regioni d’Italia, con una concentrazione degli investimenti nelle regioni del Centro-nord.

È necessaria, dunque, una domanda ancor più radicale: la segmentazione regionale del SSN (Servizio sanitario nazionale) non va forse in senso opposto all’articolo 32 della Costituzione, nel quale si prescrive che il diritto alla salute abbia un identico livello in tutta Italia? E quando lo stesso articolo 32 parla di “interesse della collettività”, parla forse delle separate collettività di ciascuna regione o non intende riferirsi a una sola collettività, quella di chi abita l’Italia intera? Ma assai più importante è pensare al futuro: ripristinare un adeguato livello di investimenti in sanità, puntare sulla prevenzione, ridare piena dignità alla salute di tutti in quanto parte essenziale della dignità della persona umana consacrata dalla Costituzione.

Anche perché la morsa del contagio rende più che mai evidente che nessun essere umano è un’isola non solo dal punto di vista affettivo, ma anche per la propria fisicità e corporeità, a cui solo la morte pone fine. Nessuno al mondo è oggi in condizione di prevedere il decorso della pandemia. Dato e non concesso che in Italia la curva del contagio cominci a scendere in modo significativo e che sia possibile tornare alle nostre attività lavorative, che cosa ci assicura che non vi saranno altre esplosioni del contagio nei prossimi sei, dodici o diciotto mesi?

Il sollievo che proveremo alla fine delle “zone rosse” ci farà dimenticare tutto, tornando alla condizione di beata (o stolta) incoscienza che ci ha fatto subire senza fiatare la riduzione dei finanziamenti di settore? Ma se vogliamo davvero adottare uno sguardo lungimirante (dal quale troppo spesso rifugge una politique politicienne prigioniera di orizzonti temporali assai corti) la decisiva misura contro le pandemie del futuro è ripensare la forma della città, il suo rapporto con la campagna.

Arrestare la cementificazione dei suoli agricoli, governare la crescita urbana anche mediante misurate azioni di riciclo (o anche abbattimento) di edifici abbandonati, contrastare il diffondersi dei ghetti urbani mediante accorte politiche dell’abitare, scoraggiare il moltiplicarsi di quartieri o edifici superaffollati, privilegiare la diversità urbana e le caratteristiche uniche dei centri storici, tutelare l’ambiente e il paesaggio storico come pegno vivente di una vita urbana che non intenda divorziare dalla natura.

È su temi come questi che dovremmo, fuori dall’emergenza e pensando al futuro, concentrare la nostra mente e la nostra discussione. Come gli ateniesi a cui parlava Pericle, se dall’esperienza della pandemia ci verrà una qualche saggezza, dovremo saper “giudicare delle cose di generale interesse ponderandole nel nostro animo e discutendone collegialmente; infatti, il dibattito è necessario per meglio formarsi un’opinione prima di decidere il da farsi”.

da “il Fatto Quotidiano”, 7 maggio 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Città come solidarietà.-di Giancarlo Consonni Non possiamo rischiare che tutto torni come prima

Città come solidarietà.-di Giancarlo Consonni Non possiamo rischiare che tutto torni come prima

“I piani regolatori sono problemi di solidarietà umana, di coerente valutazione delle possibilità e degli ostacoli. Essi devono rappresentare la condanna delle ambizioni egoistiche, il ritorno nell’ora critica alla solidarietà e alla comprensione, la manifestazione di una volontà tesa verso scopi coerenti, costruttivi, creativi”1. Dopo tre quarti di secolo siamo a un’altra ora critica per l’umanità intera e ciò che Luigi Cosenza affermava nel 1944 dalle pagine de «La Rinascita» può essere riproposto pari pari in questi giorni tragici.

Per le coscienze vigili di questo nostro bellissimo e martoriato Paese, quelle affermazioni non hanno mai cessato di essere attuali. Non lo sono mai state, invece, per la stragrande parte degli amministratori della Cosa Pubblica. Il ruolo che essi si sono scelti (con il supporto compiacente dei “tecnici”) è stato quello di “facilitatori”: di creatori di opportunità per chi, disponendo di capitali, ha potuto fare delle operazioni immobiliari un affare redditizio come pochi altri. E questo in una impressionante continuità dal 1945 ad oggi, che fa impallidire le differenze di schieramento partitico; una continuità che a Milano si estende fino alle stesse politiche aggressive del ventennio fascista: lo spirito della Ricostruzione è stato ben presto tradito e negli anni ‘50 e ‘60 si è portato a termine ciò che il regime aveva iniziato.

Unica mitigazione: una politica della casa popolare che ha retto fino agli anni ’70. Ma questa apprezzabile opera di difesa dei lavoratori e dei meno abbienti è franata miseramente a partire dagli anni ‘80 quando si apriva il quindicennio di smobilitazione dei complessi industriali cresciuti nelle periferie urbane. Con la dissoluzione dell’industria urbana consumatasi nell’indifferenza di governo e opposizione veniva soffocato anche il lungo respiro delle politiche riformistiche sulla casa.

La questione non è tanto, e solo, l’impennarsi della rendita immobiliare (che avrebbe potuto e potrebbe essere arginata da adeguate politiche fiscali), ma il vuoto di idee, di visione strategica e di capacità di guidare i processi dimostrato da chi ha avuto e ha responsabilità di governo a tutti i livelli.

La politica non è stata in grado di elaborare un pensiero sulla convivenza civile e sulle interdipendenze fra questa e gli assetti insediativi. Ha lasciato che rendita e operatori immobiliari disegnassero a piacimento le configurazioni fisiche e funzionali degli insediamenti. Le bastava il “fare tanto per fare” (quand le bâtiment va…), con una irresponsabile soddisfazione per le entrate da oneri di urbanizzazione viste come il modo per rimpinguare i conti pubblici (irresponsabile perché, in assenza di bilanci credibili sul medio-lungo periodo, ha reso possibile un ingente travaso di denaro dal pubblico al privato). Così la questione del fare città, ovvero di come organizzare e attrezzare al meglio la convivenza civile, è stata totalmente disertata dalle politiche urbanistiche, come anche, in larga parte, dalle discipline che dovrebbero nutrirle in consapevolezza e strumenti.

Su quale sia la posta in gioco il cardinale Carlo Maria Martini ha detto l’essenziale nel 2002, nel suo discorso di congedo dalla città di Milano. Da laico voglio riportare alcuni passaggi: “[…] in forza della sua complessità localizzata, la città permette tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo, e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all’uomo di affinare tutte le sue capacità”2.

Martini aveva ben compreso l’uso strumentale della questione della sicurezza da parte degli imprenditori della paura e la causa prima di questa involuzione: “le nostre città […] non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore, e scambiano questa loro insicurezza di fondo con una insicurezza di importazione”. E indicava una possibile via: “La paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione”.

Nella visione di Martini era ben presente quale ruolo fosse chiamata a svolgere l’urbanistica: “Per funzionare, la città abbisogna di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza”. Il suo sguardo era tanto acuto da restituire in sintesi quanto, nel contesto milanese e non solo, si era verificato nei vent’anni precedenti, ma anche da intravedere quanto si sarebbe verificato in seguito: “E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l’eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. È allora la città destinata a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni mediatiche? È destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city, identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi? E però se l’antidoto alla città difficile diventa una piccola città monolitica assediata dalle mille città diverse, la città perde il suo ruolo di identità-apertura e si originerà una faglia di insicurezza che metterà a repentaglio gli insiemi”.

In queste parole c’è, credo, un ritratto della Milano attuale, anche nella sua dimensione metropolitana. Ci dobbiamo arrendere? No. La città ambrosiana si troverà ad affrontare nei prossimi anni passaggi decisivi – il recupero degli ex scali ferroviari in primis – da cui dipenderà il suo futuro. Siamo a un bivio, e l’alternativa tra le due strade è quanto mai limpida: Milano è chiamata a decidere se incamminarsi verso una esasperazione della frantumazione o operare una svolta decisiva verso l’integrazione e la coesione sociale.

“La rinascita è un problema di uomini” scriveva Luigi Cosenza nell’articolo citato all’inizio. La rinascita, sarà possibile solo a partire da “un tessuto comune di valori” sembra fargli eco Carlo Maria Martini. Due affermazioni quanto mai veritiere dopo la tragedia del Coronavirus. Occorre “trovare le modalità di una traduzione civile partecipata e corretta delle emergenze umane del nostro tempo”, nella consapevolezza – sono sempre parole di Martini – che “la città evidenzia le differenze e stimola la politica al suo ruolo principe di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano raggiungere una uguaglianza sostanziale”.

1 Luigi Cosenza, Premesse per una rinascita dei centri urbani, in «La Rinascita», a. I, n. 2, luglio 1944, pp. 25-27
2 Carlo Maria Martini, Paure e speranze di una città, in «Città dell’uomo», a. XXV, marzo-aprile 2002, Appunti 2_2002, passim.

fonte:https://www.arcipelagomilano.org/archives/55723

Foto di Mirko Bozzato da Pixabay

Dove va Catanzaro ? di Piero Bevilacqua

Dove va Catanzaro ? di Piero Bevilacqua

Non ha avuto molta fortuna, Catanzaro, con le classi dirigenti e gli amministratori che l’hanno governata nei 70 anni dell’Italia repubblicana. Per la verità, fin dalle sue lontane origini, né la geografia né la storia l’avevano favorita. Nata in tempi in cui le coste erano rese insicure dalla incursioni saracene e dalla malaria, i primi coloni si sono arroccati su ristretti   dorsi collinari che ne hanno condizionato la disponibilità di spazi e il futuro sviluppo. Ma anche la storia era stata avara con la città. In un simile sito era difficile che sorgessero ceti mercantili, come è accaduto a tante città medievali del resto d’Italia, che la arricchissero di strutture architettoniche, di edifici di pregio,

di manufatti artistici. E tuttavia, nel corso dei secoli, i proprietari terrieri, i contadini, i lavoratori della seta, le filatrici, che hanno sostenuto la sua modesta economia, l’hanno dotata di chiese, di conventi, di piazze, di strade, di palazzi nobiliari.E’ la Catanzaro che hanno ereditato i cittadini sino agli anni ’50 del secolo scorso. La Catanzaro che abbiamo conosciuto e amato, per la decorosa modestia delle sue costruzioni, la grazia di tanti edifici e piazze, per l’impronta che essa serbava di città messa su con la fatica e l’operosità di una popolazione non fornita di particolari vantaggi e ricchezze. E, sia chiaro, non era necessario attendere la cultura urbana dei nostri anni per apprezzare il fascino sia dell’impervietà del sito, che la modestia austera e semplice del suo decoro cittadino, le sue stradine e vicoli, i suoi slarghi improvvisi, i suoi imprevisti giardini pensili. François Lenormant, il grande studioso della Magna Grecia, che la visitò nel corso dell’Ottocento, la definiva una città vertiginosa. Dall’alto dei suoi colli, nell’aria sempre salubre per i venti che la battono, essa poteva ammirare il mare di colline che la circondavano da tutti i lati incontrando, a Sud, lo splendore lontano dello Jonio. Oggi quel paesaggio è stato devastato da una colata caotica di cemento, che ha disseminato costruzioni su ogni collina, dirupo, costone, cresta, anfratto e in tutte le direzioni possibili. Le terre intorno alla città che un tempo incantavano i viaggiatori stranieri oggi somigliano a un quadro infernale di Hieronymus Bosch.

Eppure non era un destino inevitabile, legato alla crescita della popolazione e alla necessaria espansione edilizia della città. Come tanti altri centri arroccati del nostro Sud, Catanzaro aveva davanti a sé una sola direttrice di sviluppo: espandersi verso il mare, andare verso la pianura, le valli che corrono vero lo Jonio. Invece, per valorizzare i terreni di poche famiglie proprietarie, la città, prima di scendere verso Sud, ha preso assurdamente la strada della montagna. L’egoismo di poche persone ha determinato le condizioni di vita urbana delle generazioni successive. Perché il traffico che soffoca il centro storico è anche dovuto alla necessità che tanti cittadini hanno di attraversarlo per raggiungere abitazioni e servizi collocati a Nord. E invece la città poteva conservare intatta la sua struttura medievale, e il suo fascino antico, e progettare interamente a valle la sua espansione moderna.

Ricordo questi aspetti perché ancora oggi le classi dirigenti cittadine si mostrano ostinate nei loro errori. A sfregi più o meno recenti si tenta di aggiungere nuovi oltraggi.Negli ultimi anni Catanzaro ha perso la grande opportunità di salvare il suo centro storico: poteva costruire al suo interno l’Università.Ricordo che in Italia, come nel resto d’Europa, l’Università è una creazione del mondo urbano. Perché non dotare   Catanzaro, che nei secoli passati non aveva avuto i mezzi per istituirla, del suo Studium? Invece no, è stata confinata a Germaneto. Nel frattempo i lungimiranti imprenditori cittadini, che non fanno profitti producendo beni, ma saccheggiando quel che resta del nostro territorio, hanno disseminato i dintorni di centri commerciali, distruggendo il piccolo commercio e svuotando una economia fondamentale per la città.

Naturalmente, non tutto sarebbe perduto se ancora si avessero a cuore le sorti di Catanzaro. Ci sono alcune facoltà nel centro storico, ci sarebbero, per la verità, anche migliaia di studenti che giornalmente vengono dai paesi vicini per frequentare gli istituti superiori.Una classe dirigente davvero pensosa del destino della città farebbe di tutto per trattenerli con case dello studente, residenze, servizi. Non si vede nulla di tutto questo, anzi si va in direzione contraria. Come ha denunciato Maria Adele Teti a nome di Italia Nostra, il comune ha in mente di trasformare l’antico convento della Maddalena, poi adibito a scuola elementare, in residenza per militari. Per militari? Ma se sono andati via! O si attende l’installazione di qualche base NATO nei dintorni? Si tratta di progetti grotteschi, che mostrano una continuità intollerabile con il comportamento dissennato del passato.Il centro storico della città è in agonia e i nostri amministratori non solo non appaiono capaci di progettare soluzioni, ma mostrano la consueta opacità affaristica nell’uso del patrimonio pubblico. Nel frattempo squilla il grandioso silenzio del ceto politico, degli intellettuali, dei normali cittadini, che non dicono una parola sulle scelte urbane che riguardano la città, la loro vita associata, ed è come se vivessero sulla luna.

 

 

ll diritto alle città di Battista A. Sangineto

ll diritto alle città di Battista A. Sangineto

Le città calabresi, ed i loro paesaggi, sono sotto assalto da molto tempo, ma ora l’attacco, in Calabria, si è fatto più duro, forse è quello finale, quello all’ultimo sangue. A Cosenza come a Catanzaro, i sindaci hanno deciso, programmato e attuato, come nel caso del capoluogo bruzio, la demolizione di edifici rinascimentali e post-rinascimentali nei Centri storici delle città che amministrano. La Petizione di Italia nostra, che vi invito a firmare, vorrebbe fermare la demolizione di alcuni edifici che si trovano nel Centro storico di Catanzaro: non solo il Convento della Maddalena ed il Convento della Stella costruiti fra il XVI ed il XVII secolo per erigere residenze per militari, ma anche il Convento di S. Agostino del XVII secolo per sostituirlo con nuove costruzioni destinate a funzioni imprecisate. Tutta questa furia demolitrice è finanziata, tramite la Regione Calabria, con il fondo europeo Horizon 2020.

Sì, proprio la Regione Calabria il cui presidente, Mario Oliverio, ha di recente affermato che “Il bando sul recupero e la valorizzazione dei borghi che sono un patrimonio incommensurabile della nostra terra, uno scrigno preziosissimo della nostra cultura e della nostra identità è un’altra grande occasione per dare impulso al cammino che abbiamo intrapreso. Facciamo nostra questa sfida culturale ad una impostazione che, per un lungo periodo di tempo, ha inteso la crescita e la modernità come sinonimo di creazione di nuove volumetrie ed eccessiva cementificazione”. Ecco, questa, è l’occasione buona per fare quello che ha detto: ritiri il finanziamento per questa ulteriore ed inutile cementificazione, presidente Oliverio.

Il Sindaco Abramo, nonostante avesse criticato il suo omologo cosentino proprio sul Centro storico, si comporta, dunque, nello stesso modo del Sindaco Occhiuto: entrambi demoliscono edifici antichi nei martoriati Centri storici delle loro città. Nel caso di Catanzaro per sostituire edifici di antica fondazione con il cemento armato, in quello di Cosenza per incapacità di gestire situazioni urbanisticamente, architettonicamente e socialmente complesse come quelle che si presentano nel pluristratificato e plurimillenario Centro storico bruzio. Sia nel caso di Catanzaro, sia nel caso di Cosenza non abbiamo percepito, purtroppo, la presenza dello Stato e dei suoi organi periferici, le Soprintendenze, ma sono sicuro che d’ora in poi il Soprintendente ABAP per le Province di Cosenza, Crotone e Catanzaro, dott. Mario Pagano, interverrà per far valere le leggi della tutela e per evitare gli ulteriori scempi che si preannunciano.

Di recente l’architetto Occhiuto, per sferrare il colpo finale, ha esteso la Zona a Traffico Limitato all’impervio Centro storico di Cosenza non per preservare e tutelare, come è accaduto dappertutto, i monumenti e gli edifici storici -per i quali ha già dimostrato, avendone demoliti alcuni, un totale disprezzo-, ma perché “con l’allungamento della vita … gli spazi urbani diventino percorsi di invecchiamento attivo, per stimolare le persone a camminare” (sic!). Nonostante la professione, l’architetto Occhiuto sembrerebbe aver fatto giuramento ad Ippocrate, invece che a Vitruvio.

L’attacco finale alle nostre città è stato sferrato, ma è stato sferrato in primo luogo contro i titolari del diritto alla città: i cittadini medesimi. Noi cittadini dobbiamo smetterla di subire e dobbiamo reclamare il diritto alla città, dobbiamo rivendicare il potere di dar forma ai processi di urbanizzazione, ai modi in cui le nostre città vengono costruite e ricostruite, e dobbiamo rivendicare il potere di farlo in maniera radicale.

Propongo la costruzione di un coordinamento fra gli abitanti delle città calabresi -potrebbe chiamarsi “Diritto alle città”- che si opponga a queste devastazioni urbane e del paesaggio rurale, che si opponga all’esproprio dei nostri diritti costituzionali e civici. Smettiamo di essere masse indistinte e prive di consapevolezza collettiva che popolano le città calabresi e proviamo ad essere una serie di comunità, una serie di comunità che abbiano, ognuna, la piena coscienza comune del nostro diritto alle città. Perché le città sono la rappresentazione materiale dei più importanti conflitti politici, sociali, culturali ed economici del nostro tempo.

 

Catanzaro, “Salviamo la Maddalena” Firma la petizione

Catanzaro, “Salviamo la Maddalena” Firma la petizione

PETIZIONE POPOLARE

L’ASSOCIAZIONE ITALIA NOSTRA SEZIONE DI CATANZARO, PROPONE ALLA POPOLAZIONE, FORZE POLITICHE E SOCIALI UNA PETIZIONE VOLTA ALLA REVOCA (o RIALLOCAZIONE) DEI FINANZIAMENTI REGIONALI ASSEGNATI AL COMUNE DI CATANZARO, NELL’AMBITO DELL’EDILIZIA PUBBLICA RESIDENZIALE, CON IL PARTENARIATO LOCALE (EX L.R. 33/1996), DA LOCALIZZARE, PREVIA LA DEMOLIZIONE, NEL GIÀ CONVENTO DELLA MADDALENA DEL XVI SECOLO, ADIBITO A SCUOLA ELEMENTARE, PER L’EDIFICAZIONE DI RESIDENZE PER FAMIGLIE DI MILITARI. NEI PROGETTI COMUNALI SONO, inoltre PREVISTE, LA DEMOLIZIONE DI ALTRE DUE STRUTTURE, EX CONVENTI DEL XVI e XVII SECOLO, STRUTTURE CHE, OPPORTUNAMENTE RESTAURATE, FAREBBERO LA FORTUNA DI QUALUNQUE CENTRO STORICO!

 

Il quartiere Maddalena, che prende il nome dal convento e chiesa esistenti fin dal XVI sec., è uno dei quartieri più importanti della città, dove nel passato sono state localizzate importanti funzioni urbane, religiose, giudiziarie e produttive (filanda Bianchi) e numerosi palazzi nobiliari ( Marincola, Veraldi, De Salazar, De Riso ecc) e, fino a tempi recenti, sede di botteghe artigiane qualificate (ebanisti, restauratori, decoratori, argentieri ecc.). Nel recente passato incolti amministratori hanno procurato ferite gravi con la demolizione e realizzazione di due complessi edilizi residenziali, gli immobili noti come “palazzo Silipo”, (adiacente alla chiesetta storica della Maddalena) e “palazzo Failla” che hanno non poco alterato l’assetto complessivo. Trattasi inoltre di un quartiere tipico dell’assetto urbano della città che si dipana in stretti vicoli e si attesta su una piccola piazzetta triangolare posta sul declivio sud della città. In realtà al di là dei palazzi nobiliari citati, l’edilizia presente è di piccole strutture residenziali tipiche dell’età medievale e oltre, dove la nuova costruzione calerebbe come un inutile oggetto estraneo ai contesti. Un quartiere di difficile accesso dove sono inesistenti i parcheggi anche per gli abitanti attuali. Il convento si attesta alla base dell’omonima piazzetta triangolare e posto in un “cul de sac” da cui è difficile uscire.

Distruggere l’ex convento, che malgrado le recenti trasformazioni mantiene le strutture originarie intatte, con la tipica muratura in tufo, anche se occultata da paramenti in cemento e intonaci recenti, vuol dire procurare una ferita indelebile e definitiva al centro storico della città, già fortemente compromesso da precedenti demolizioni che, alterando il primitivo assetto medievale, hanno sortito un ibrido che fa annoverare la città tra le più brutte d’Italia. In questo SACCHEGGIO, sono sopravvissute alcune strutture site nei quartieri periferici, oggi oggetto di pernicioso interesse dell’Amministrazione comunale, che vorrebbe distruggere manufatti rinascimentali, degradati e alterati da decenni di colpevole incuria (CONVENTO DELLA MADDALENA, CONVENTO DELLA STELLA costruiti tra XVI e XVII sec.), PER REALIZZARE RESIDENZE PER MILITARI ( L.R.33/1996). Inoltre il CONVENTO DI S. AGOSTINO già OSPEDALE CIVILE (XVII SEC.) che si vorrebbe demolire e adibire a varie funzioni. Nel convento della Stella, dove esiste un contenzioso sulla proprietà, si è presentato, con la Regione, sul fondo europeo Horizon 2020 ”SmartINSPACT”, un progetto per la realizzazione di residenze militari! SEMBRA STRANO CHE SI REALIZZINO TANTE RESIDENZE MILITARI OGGI CHE LA DIVISIONE MILITARE NON CÈ PIÙ NELLA CITTÀ!

Nel Centro storico, d’altra parte, l’unica cosa di cui non si sente la necessità, è di residenze: moltissime sfitte quasi tutte degradate che aspettano di essere recuperate, attraverso un’opera di vera rigenerazione urbana, rispettosa dei caratteri originari.

SI DELINEA UN VERO ATTENTATO AL CENTRO STORICO di Catanzaro CUI INTENDIAMO OPPORCI CON TUTTE LE NOSTRE FORZE APPELLANDOCI ALLE FORZE SANE DI QUESTA CITTA’, REGIONE, SOPRINTENDENZA E all’opinione pubblica nazionale NAZIONALE, AL FINE DI SCONFIGGERE L’ANTISTORICO PROGETTO POSTO IN CAMPO DALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE

LA NOSTRA PROPOSTA È CHE L’IMMOBILE RESTAURATO VENGA ADIBITO A STRUTTURE UNIVERSITARIE E DI RICERCA MANCANTI IN CITTÀ, dove, per reperire locali da adibire a Master universitari, si è chiuso l’Archivio Storico Comunale, dopo anni spesi faticosamente ad allestirlo !

I calcoli di 4 milioni di euro necessari -secondo i dati forniti dal comune – al restauro della Maddalena, sono volutamente gonfiati a dismisura per dare una giustificazione plausibile ad un assurdo progetto di ricostruzione che costerà molto di più. Visto, infatti, che sono previsti due milioni di euro per la sola demolizione del vecchio fabbricato, mentre non viene per niente menzionato la perdita storica della città e il danno irreparabile alla sua immagine complessiva.

La realtà è che IL COMUNE DI CATANZARO È ORMAI DA ANNI CHE HA RINUNCIATO AD UNA RAZIONALE PIANIFICAZIONE URBANISTICA (si vedano le vicende per la redazione del PSC, ancora mancante, di adeguamento alla legge regionale 19/2002!) e pertanto è sempre impreparato a programmare una strategia volta a utilizzare proficuamente, senza demolire antichi fabbricati, i finanziamenti regionali ed europei. Ciò è dimostrato dall’incapacità di redigere, a partire dal secondo dopoguerra, un piano urbanistico in grado di prefigurare uno sviluppo reale della città capoluogo di regione. I progetti e piani hanno sempre guardato più agli interessi particolari, di proprietari e costruttori, che alla reale necessità della popolazione e allo sviluppo della città, che sempre più sprofonda nello spopolamento e nel caos edilizio.

IL CENTRO STORICO, MALGRADO TUTTO, MANTIENE UNA RICONOSCIBILITA’. SALVIAMOLO E PRESERVIAMOLO DA ULTERIORI MANOMISSIONI, ANCHE sottoscrivendo QUESTA PETIZIONE.

ADESIONI : catanzaro@italianostra.org

Primi firmatari:

Maria Adele Teti

Salvatore Settis

Vezio De Lucia

Enzo Scandurra

Piero Bevilacqua

Battista Sangineto

Ilaria Agostini

Alberto Ziparo

Tonino Perna

Luisa Marchini

Anna Marson

Vito Boarini

Roberto Budini Gattai

Piero Caprari

Giorgio Nebbia

Paola Bonora

Francesco Santopolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catanzaro, una città dimezzata di Maria Adele Teti

Catanzaro, una città dimezzata di Maria Adele Teti

Indignazione, irritazione, sconcerto,  queste le razioni prevalenti dei cittadini di Catanzaro alla notizia degli scandali che hanno investito di recente  alcuni amministratori comunali: corruzione ai danni  del territorio, con il contorno di intercettazioni telefoniche a sfondo sessuale ed escort di turno. Il sindaco  di centrodestra, che amministra la città da più mandati, nel commentare l’accaduto, in una nota trasmissione televisiva, si è indignato di tanto scalpore da parte dell’opinione pubblica, visto che “i giornali sono pieni di questi fatti”. Si parla di una piccola città del sud (86.000 abitanti) che, a causa  di una dissennata politica comunale,  va perdendo popolazione  e funzioni  oltre alla   struttura originaria,  arroccata su tre colli, senza assumere nuovi assetti insediativi rispondenti alle funzioni di capoluogo regionale. In realtà, un capoluogo contrastato e dimezzato, visto che la sede del Consiglio regionale è a Reggio Calabria. Una storia  che si delinea chiaramente all’indomani dei noti fatti “del boia chi molla” di Reggio Calabria, la quale ha avviato nelle polemiche, la nascita dell’ente regionale nel 1972 e la designazione del capoluogo regionale.  Una indeterminatezza che si è protratta negli anni, quella del capoluogo regionale,  originata da fatti storici ben precisi, risalenti almeno all’ antica  partizione amministrativa borbonica che, dopo la Restaurazione, sancisce la divisione in tre provincie. “Le Calabrie” – come ancora oggi, talora, viene indicata la regione –  sono  caratterizzate  da dialetti, usi e costumi  ben differenziati e da un assetto insediativo composto da centri di contenute dimensioni,  che ben rispecchiano la debolezza economica e territoriale nel suo complesso. Le città maggiori, di modesta  taglia demografica, hanno pertanto sviluppato funzioni  amministrative di base,  senza tuttavia consolidare servizi del terziario avanzato, propri delle città di rango superiore. Catanzaro vantava un tempo una preminenza nel campo militare e, soprattutto,  giudiziario, per la presenza della Corte d’Appello: una prerogativa che aveva fatto sì che si sviluppasse una società fortemente rappresentata dal ceto forense e giudiziario, che ha alimentato, fino agli anni ’70, la cultura locale.  Questa presunta supremazia, tuttavia, non è stata sufficiente ad arginare una deriva sociale e culturale dovuta, tra le altre concause, all’ingresso in scena di un nuovo ceto politico provinciale, desideroso di potere e alle nuove lobby politico-amministrative. In assenza di una moderna borghesia produttiva, si fanno strada gruppi che vedono nel territorio e nelle sua edificabilità, la via rapida e  più agevole dell’arricchimento personale e del controllo politico. Nella fase del boom economico, anni ’60 e ’80, Catanzaro si espande  fuori il perimetro storico e dilaga nel territorio circostante. Il PRG allora vigente, redatto da Plinio Marconi, approvato prima del  decreto ministeriale relativo alla dotazione di standards edilizi (DM 1444/’68),   va  consolidando una città priva di servizi,  che si sviluppa per nuclei  sparsi verso le colline piuttosto che verso il mare: proiezione  meccanica degli interessi immobiliari consolidati sul territorio. Sulle pendici collinari, geologicamente instabili, si  sviluppano “palazzi” a elevate densità edilizie, che snaturano il sito originario e le aree poste a corona del centro storico. Il profilo storico della città viene letteralmente sfigurato.  Negli anni ’70,  il  piano regolatore generale, redatto da Marcello Vittorini, tenta di dare un ordine al territorio e a delineare un nuovo centro direzionale a sud della città, con l’intento di porre le condizioni di una maggiore apertura verso il mare, verso i comuni limitrofi e Lamezia Terme. Ma la difficoltà di ricomporre i nuovi interessi pongono serie ipoteche sul nuovo Piano che non verrà approvato. In seguito, i ricorsi al Tar, prese di posizione  di gruppi politici,  rendono sempre più difficile,  anche quando la città si doterà di nuovi Piani urbanistici,  porre  regole  minime di governo dell’ habitat urbano .   Intanto il territorio si depaupera  e si sviluppa secondo procedure  e regole  tipiche di tante città meridionali, dove pochi gruppi  politico-imprenditoriali,  mossi dalla ricerca del guadagno immediato, dettano le regole  dello sviluppo. Il tessuto produttivo si va progressivamente assottigliando, soprattutto nel settore primario e turistico-balneare –  che avevano avuto un ruolo non secondario nell’economia della città – in favore del settore terziario-amministrativo, legato alla spesa pubblica. Tra le varie vicende, che hanno caratterizzato la vita cittadina è utile dunque approfondire tre punti, in grado di delineare   meglio l’attuale fase storica: la localizzazione della Giunta regionale e dell’Università, la perdita della forma urbana e le periferie, il declino del centro storico.

Tra i tanti problemi presenti oggi nella città di Catanzaro, son da porre al centro  le carenze strutturali e la difficile accessibilità territoriale, che hanno determinato a lungo una scarsa mobilità  di uomini e merci. Un problema vitale per la città,  situata a circa trenta chilometri dai maggiori nodi infrastrutturali della Calabria centrale, dall’autostrada e dall’aeroporto. I dati Svimez  collocano Catanzaro tra quei centri  medio/piccoli  che si trovano al primo stadio di sviluppo, di agglomerazione intorno al nucleo originario, caratterizzata da contenuti processi di suburbanizzazione esterni all’area comunale. La localizzazione della Giunta regionale  e dell’Università,  del mercato agro-alimentare, della nuova stazione ferroviaria e altre attrezzature produttive, realizzate o in corso di realizzazione nella valle del Corace, sita ad ovest della città consolidata, impongono una  revisione dell’intero sistema urbano e della mobilità.  Questa scelta localizzativa, che prende corpo negli anni ’90, in seguito agli interessi di una nuova classe politica desiderosa di guadagno su aree ancora agricole, ha manifestato, nel corso dell’ultimo ventennio, non poche difficoltà nella sua realizzazione: sia a causa della  mancanza di una visione sovra comunale da parte dei governi cittadini, sia per i freni   posti  dai  privati, che volevano continuare a lucrare sui numerosi immobili affittati all’Ente Regione. Il “partito degli affitti”, come è stato denominato, e più in generale l’insieme dei soggetti che intercettano le maggiori occasioni economiche e finanziarie, costituito in parte da politici  legati  ai mandati regionali (e, spesso, contestualmente, a quelli comunali o provinciali), e da settori delle professioni, hanno formato un blocco sociale  che  ha depotenziato  la città e  posto pesanti ipoteche sull’azione  regionale nel suo complesso.

Le problematiche più rilevanti sono, tuttavia quelle attinenti alla città consolidata,  delle periferie urbane che si sviluppano, attraverso aggregazioni demografiche e insediative sparse,  nelle tre vallate  (Fiumarella,  asse storico, nord-sud,  Castace ad est, Corace ad ovest): strutture che caratterizzano fortemente la morfologia urbana, e  costituiscono i temi centrali d’intervento, assieme alla salvaguardia del paesaggio e delle consistenti aree agricole,  fortemente interconnesse con l’edificato. Il disordine urbanistico e la mancanza di un disegno di città coerente, assieme alle recenti realizzazioni di una moltitudine di centri commerciali disseminati da nord a sud, è da considerarsi elemento da cui partire per ricomporre un tessuto urbano  e ridisegnare la città.  Catanzaro Lido, che chiude verso il mare la vallata della Fiumarella, da modesto villaggio di pescatori, nel secondo dopoguerra, si è lentamente trasformata in un ambito urbano in gran parte autosufficiente, aggredito dalla speculazione: mentre  il mare,  avvicinato  minacciosamente all’abitato  e dalla contemporanea azione  azione erosiva del moto ondoso,  ha cancellato gran parte  dell’arenile.  Oggi le attenzioni speculative si attestano su Giovino,  un ambito territoriale litoraneo ancora in parte integro, oggetto delle recenti indagini della magistratura,   che rappresenta l‘ultima possibilità di valorizzazione del waterfront cittadino.

Il settore urbano più problematico è tuttavia  il centro storico  il quale, benché  degradato  e alterato da demolizioni e ricostruzioni  incompatibili con il tessuto storico, è da ritenersi la struttura  significante della città. Il nucleo storico, si  va spopolando perché depotenziato dal trasferimento delle attività terziarie, di difficile accesso perché privo di aree di parcheggio e di un efficiente sistema di mobilità urbana e perché assediato da centri commerciali che hanno marginalizzato il tessuto commerciale esistente.  La ristrettezza della trama viaria, la modestia delle strutture edilizie  e la scarsa cura  degli immobili e delle cose, le consistenti demolizioni e le perniciose ricostruzioni, fanno temere per la sua sopravvivenza.  Malgrado ciò, quel che rimane del centro storico, oggetto, ancora oggi, di nuovi progetti  di ricostruzione e  trasformazione incompatibili col tessuto storico esistente, che insistono sull’asse centrale, il corso Mazzini, è la parte che merita di essere salvata dell’intera città. Un aggregato cresciuto senza nessun ordine e piano,  che divora  e stringe la  campagna, sopravvissuta in forma di relitto, in un continuum urbanizzato,  di cui non si identificano i margini.

                 

La città futura tra concentrazione e dispersione urbana. Il centro è periferia di Maria Adele Teti

La città futura tra concentrazione e dispersione urbana. Il centro è periferia di Maria Adele Teti

La parte di città che tradizionalmente riconosciamo come “storica”, si identifica non solo nel nucleo storico, ma nel complesso prodotto della sua evoluzione, che l’ha resa di volta in volta contemporanea ai suoi abitanti.

Questa capacità di trasformazione delle strutture richiede un continuo aggiornamento di significato dei contesti urbani e dei nuovi valori che essi esprimono.

I centri storici, mediterranei e europei, in particolare, costituiscono luoghi dove la contrapposizione storica tra identità culturale, sociale ed economica si è sedimentata in forme urbane complesse, la cui dinamica formativa si è evoluta nel tempo.

L’assetto della città storica contemporanea si configura, pertanto, come la risultante di molteplici modelli di crescita, sotto il profilo demografico, architettonico e urbanistico; se osservato attraverso l’apparato concettuale classico e le lenti fornite da concetti come popolazione, città/campagna e centro/periferia, la struttura di questo organismo urbano sfugge alla comprensione, malgrado mantenga alcuni caratteri di riconoscibilità.

D’altra parte, se lo sviluppo industriale del XVIII secolo ha ridefinito gli spazi della città in unità funzionali separate (lo zoning), l’economia della conoscenza ha trasformato la città in un magnete che attira risorse composite dalle aree circostanti, mettendo così in questione la concezione monolitica che perfettamente si adattava alla società industriale passata.

La città storica, sotto la spinta di nuove mutazioni, funzionali e dimensionali, si è dilatata, mentre la politica tradizionale, fondata sull’identificazione del perimetro storico, si dimostra sempre più insufficiente ad affrontare i problemi più generali della sostenibilità, dalle nuove economie e da quelli posti dalla “nuova architettura”.

Guardando al panorama internazionale possiamo dire che solo in pochi casi le amministrazioni locali sono state in grado di mantenere un equilibrio tra sviluppo e salvaguardia dei valori storico-culturali e del paesaggio.

Poche città sono riuscite a declinare le complesse necessità della città contemporanea, proiettata in una dimensione metropolitana secondo un modello policentrico, con le problematiche di tutela e valorizzazione della città storica; ciò comporta la necessità di valutare un universo di categorie d’analisi ben più vasto di quello tradizionalmente considerato.

Le politiche urbane più avanzate, in molte città italiane ed europee, tendono oggi ad invertire la tendenza di considerare il centro storico come parte significante di tutto il contesto urbano e in molte città l’attenzione si è spostata sui valori ambientali diffusi e sulle aree periferiche. Gli interventi connessi alla policentralità spingono infatti verso la riqualificazione delle periferie, la realizzazione di strutture di servizio e al decentramento di funzioni: università, cultura, ricettività commerciale e residenze che si attestano all’interno delle nuove centralità.

 

La città si estende così verso la campagna, vista non solo come riserva agricola ma come parte integrante della stessa.

La pervasività dell’architettura moderna, che si esprime con forme sempre più inattese e sorprendenti, risveglia tuttavia i timori sulla possibilità di tutela e integrità dei “tessuti urbani” e sulla conservazione della memoria storica. Questo nuovo protagonismo è, tuttavia, anche un segnale della vivacità della cultura urbana e della capacità di negoziare tra le culture tradizionali e le esigenze della cultura globale.

Recentemente le nuove centralità urbane- i non luoghi o superluoghi secondo la citatissima definizione di March Augè- contendono ai centri storici alcune funzioni tradizionali: del tempo libero, di svago e dei luoghi del commercio, iai servizi inducendo così nuove problematiche di sopravvivenza dei nuclei storici.

D’altra parte, il processo di recupero dei centri storici a partire dagli anni ’70 del XX secolo è stato lento e incerto negli esiti generali. In molte città storiche italiane, infatti, la sola componente turistica ha portato alla formazione di un’immagine stereotipata della storia, attraverso la banalizzazione dell’immagine, la ricostruzione nostalgica della memoria, la disneificazione dell’arredo urbano. Il dibattito pare si sia fermato agli anni Ottanta, al termine delle esperienze di recupero legate al Piano decennale e alla Legge 457 del 1978 che introdusse il Piano di Recupero. Finiti i finanziamenti statali, i centri storici e il loro recupero hanno progressivamente perso di interesse.

Il centro storico ha, di conseguenza, perso la sua caratteristica principale: la centralità che, nei processi di espansione, si è delocalizzata nelle nuove centralità.

Come raccontare, come descrivere, come progettare uno spazio urbano che tende a scomporsi in mille reticoli. come ritrovare un nuovo ordine territoriale che affonda le radici in una memoria storica rivisitata ?. Risulta evidente, che il baricentro di riferimento non potrà essere più la città storica, consolidata nel corso del XX secolo, ma l’intero contesto ambientale, visto nella rete di relazioni e nei suoi valori storici e fisici, ecologici e morfologici.

Il centro storico appare ora come una porzione di città per alcuni aspetti progressivamente svuotata di parte delle sue funzioni, per alcuni aspetti inaccessibile a parte della popolazione e contestualmente rifiutato come luogo della residenza e infine assegnato ad un ruolo di spazio destinato al tempo libero da politiche pubbliche, a sostegno delle attività turistiche. La città storica sembra ora al centro di pratiche lontane tra loro e apparentemente inconciliabili, per provenienza geografica, per cultura e per riferimento ai tempi della quotidianità.

Resta, comunque difficile definire le problematiche che ruotano intorno alle varie realtà che legano il centro alle periferie. E’ un legame di dipendenza reciproca anche se, in alcuni periodi, si è manifestata in forma contrapposta.

In realtà si è visto come le utopie della città moderna fatta di grands ensebles, di unité di habitation immerse nel verde, si sono trasformati negli incubi dei superblocks e del nulla del fuori città. In contrapposizione a queste strutture urbane, negli anni sessanta i centri storici sono stati rivalutati e sono diventati oggetto di restauro; in essi si è riconosciuto un vero “effetto” città oltre che un inestimabile patrimonio monumentale. La tabula rasa cui il movimento moderno in architettura voleva ridurre le città storiche, proposta nell’efficace immagine del Plan Voisin di Le Corbusier (1925), è stata realizzata in modo difforme e distorto, nelle periferie, divenute in alcuni casi luoghi desolati, minacciose aree di conflitti. Tuttavia, nei corsi e ricorsi della storia, oggi le periferie costituiscono, con la presenza di un

tessuto ancora labile, il luogo propizio per i nuovi scenari dell’architettura, dove è possibile operare con metodologie nuove e sperimentare nuovi assetti urbani.

Oggi, la periferia minaccia la città storica, con i centri commerciali, le multisale cinematografiche, le stazioni metropolitane, gli aeroporti, oppure è il centro che ha “voglia di periferia”? A Torino, si teorizza la costruzione di “un grattacielo a misura della città storica” e a Milano i progetti dei nuovi grattacieli modificheranno profondamente lo scy liner della città storica.

Ci chiediamo “l’architettura fa ancora bene alla città? Josef Rykwert, individua la carenza dell’architettura nell’incapacità di produrre simboli condivisi e nell’aver ridotto il sistema simbolico del mondo costruito a un grado elementare che spesso si riduce nella costruzione di un grattacielo.

L’architettura, quale professione di pensiero sulla città che si colloca in intimo contatto con la sua storia, potrebbe ancora avere una straordinaria funzione democratica, potrebbe essere il luogo d’incontro di coloro che tentano di costruire la città più giusta.”Perché l’umanità- sostiene ancora Rykwert – ha saputo creare città … facendo una semplice opera di assemblaggio di elementi?. Interrogativi forse troppo espliciti, nella loro semplicità, che tuttavia danno la misura di come l’architettura, pur moltiplicando i simboli di un nuovo linguaggio formale, che si pongono come elementi unici, avulsi dai contesti, abbiano smarrito “l’arte di fare la città” che si presenta, pertanto frammentata e come risultante di singoli elementi poco dialoganti tra loro.

In realtà- sempre secondo Rykwert “ tutto ciò ha poco a che fare con le questioni in gioco, con le faccende serie dell’invivibilità delle città, di esaurimento delle risorse, di surriscaldamento del pianeta”. In altre parole, con la sostenibilità, architettonica e sociale .

La morte lenta del middle class cittadina, l’ascesa dell’architettura come strumento di puro marketingh, tutto ciò ha contribuito a restringere gli obiettivi di natura sociale dell’architettura, in un momento in cui stava incominciando a penetrare nell’immaginario di un pubblico più ampio.

Questo ha influito non poco nel modo materiale di fare architettura: non è un caso che siamo tempestati da sempre nuove superfici, interventi, progetti : dal grattacielo di Renzo Piano a New York, all’edificio per la casa di moda Versace a Tokio di Fuksas, dalle opere di Calatrava, Jarn Nouvel, Koolhaas ecc,. in un caledoscopio che muta velocemente.

In questo quadro multiforme dove tutto si muove ed è sostituibile è rassicurante pensare che – come sostenuto da Marco Romano- “la città lievitata in Europa negli ultimi mille anni possa legittimamente considerarsi un’opera d’arte, dal momento che i suoi manufatti sono stati immaginati in se stessi come tali e che la loro reciproca disposizione è stata a sua volta pensata proprio con quella intenzione”.

C’è da sperare che dalle forze sviluppate dal modello della città dell’economia globale si sviluppi una tendenza uguale e contraria in grado di proporre città e quartieri ecosostenibili, infrastrutture che riconnettano aree sottratte ai cicli naturali: procedure urbanistiche che vanno oltre la pianificazione tradizionale, verso una nozione più inclusiva del territorio. Soluzioni che devono misurarsi con i valori diffusi nel territorio, con i processi insediativi incalzanti e con il complesso delle politiche urbane, al fine di limitare il consumo di suolo, di sviluppare insediamenti a bilancio energetico, a contenere la frammentazione del territorio aperto. Si opera sempre più nella consapevolezza che, nei vari contesti urbani, sia necessario chiarire il ruolo progettuale che le diverse parti della “città storica” possono giocare nella proposta di assetto complessivo, contribuendo in maniera determinante alla “composizione” del progetto urbanistico per la città, alla diffusione della sostenibilità ambientale del territorio nel suo insieme.

 

 

Bibliografia

Bonfantini B, (2003), Progetto urbano e città esistente, Libreria Clup

Cecla F. (2008), Contro l’Architettura, Bollati Boringhieri, Torino

Donadieu P.,(2006) Una nuova proposta di paesaggio, Roma, Donzelli.

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Martinotti C., (1993), Metropoli. La nuova morfologia sociale della città, Bologna, Il Mulino,.

Romano M.,(2004), Costruire le città, Skira, Milano

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Rykwert J. (1996), The Dancing Colun. On order of architetture, Mit Press, Cambrige(Mass)

Salzano E.(2007), Ma dove vivi, Corte del Fondego, Venezia

Bianchetti C.(2016), Spazi che contano. Il progetto urbano in epoca neo liberale. Donzelli.

 

 

 

 

A Foggia arriva il “Parco città” di Saverio Russo

A Foggia arriva il “Parco città” di Saverio Russo

Il progetto relativo a Parco Città costituisce una delle più significative e positive novità di una fase della storia della città di Foggia, segnata, purtroppo, da non pochi elementi di degrado e di difficile tenuta del tessuto civile.
Si tratta di un pezzo significativo di un parco urbano (san Felice), realizzato negli anni Ottanta, in una zona nodale, tra quartieri disagiati, centro storico in abbandono e residenze di piccola borghesia impiegatizia. A cavallo del secolo, all’interno del parco il Comune realizzò un anfiteatro da 300 posti ed una “stecca” con una costruzione bassa a ferro di cavallo per servizi e piccoli spazi di ritrovo, compresa una sala di registrazione. Poco dopo la consegna, nel 2003, la struttura fu abbandonata e rapidamente vandalizzata, divenendo ben presto un luogo di spaccio.
Quattro anni fa, un’ATS, composta dall’associazione di promozione sociale “Energiovane”, dall’associazione di volontariato “L’aquilone”, dalla Fondazione “Apulia felix” e dalla cooperativa “Monti dauni Multi service”, presenta un progetto ad un bando della Presidenza del Consiglio- dipartimento politiche giovanili, con cui riesce ad ottenere, previo comodato concesso da un’amministrazione di Centro-sinistra, un contributo di 200 mila euro per il ripristino delle strutture e qualche attività. La somma viene integrata da un finanziamento di 25 mila euro della Fondazione Banca del Monte (ora dei Monti uniti), di cui chi scrive era allora presidente. La Fondazione ha poi promosso, attraverso un’operazione di crowdfunding sociale cui ha partecipato in misura significativa, la predisposizione dell’illuminazione di pubblico servizio e per gli spettacoli nell’anfiteatro del Parco.

Chi scrive, inoltre, ha partecipato, come privato cittadino, all’associazione Amici di Parco Città e si adopera per attivare sponsorizzazioni perché ritiene che la costruzione della Comunità, nel nostro difficile Mezzogiorno, abbia bisogno di atti concreti e di una condivisione reale, non solo di auspici e di sollecitazioni ai pubblici poteri perché provvedano.
La difesa di questo luogo di aggregazione intergenerazionale ha bisogno di tanti volontari che impediscano il ritorno dell’abbandono e del degrado. L’esperienza del primo anno di attività, con le tante iniziative realizzate, le migliaia di persone di ogni età coinvolte – giovani e meno giovani – lascia ben sperare. Ora è necessario non spegnere mai la luce su quest’esperienza, adoperarsi perché possa continuare nel tempo (fra tre anni scade il comodato dell’area da parte del Comune, che tre anni fa ha cambiato maggioranza), far sì che sia sentita da tutti i foggiani come un patrimonio irrinunciabile.

 

Saverio Russo

Consentia e le sue forme di A. Battista Sangineto

Consentia e le sue forme di A. Battista Sangineto

 Le città, soprattutto quelle italiane, sono diverse le une dalle altre perché hanno forme urbane, avvenimenti storici, stili e materiali architettonici e paesaggi nei quali si incastonano molto differenti fra loro. Ogni città è il risultato unico ed irripetibile di una enorme quantità di variabili storiche, sociali, religiose ed economiche.

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