Categoria: Dalla Stampa

La battaglia più nobile: non toccate l’unità del Paese di Agazio Loiero

La battaglia più nobile: non toccate l’unità del Paese di Agazio Loiero

La politica possiede talvolta un tipo di fascino di cui in genere non si tiene conto se non a posteriori: l’imprevedibilità. Chi, solo qualche giorno fa, avrebbe potuto immaginare che di qui a poco si scatenerà un’ultima battaglia fra Salvini e Di Maio. Non tra chi dei due riuscirà a tenere in vita il governo, ma tra chi dei due lo farà cadere. Altro che cerino da lasciare in mano all’avversario, di cui si scrive da un anno. Salvini, non può più rinviare il tema dell’Autonomia differenziata, che Zaia gli pone con forza. In una recente intervista ad “affariItaliani.it” ha infatti affermato che “massimo il 21 giugno tale tema dovrà essere affrontato e approvato dal Consiglio dei ministri”. La data non è scelta caso. Ha una sua simbologia non banale. E’ quella in cui il Sole si trova alla massima altezza nell’emisfero nord e alla minima nell’emisfero sud. Il capo della Lega nelle manifestazioni pubbliche esibisce spesso il rosario, mandando su tutte le furie coloro che credono per davvero, ma, all’occorrenza in privato, non disdegna alternative astrali, paganeggianti. Negli ultimi mesi ha evitato di affrontare questo complesso nodo politico, un po’ per non confliggere con il M5S, un po’ perché consapevole che il successo di questa battaglia politica dovrebbe dividerlo con il presidente del Veneto, Zaia appunto, e con il poco amato ex presidente della Lombardia, Maroni, che hanno avuto l’idea di indire sul tema un costoso referendum consultivo. E lui, con il Sole in testa e il vento in poppa, il successo, non intende dividerlo ormai con nessuno. Il tema in questione rappresenta un problema enorme per il Paese, su cui il capitano svolazza senza posa, senza fermarsi mai. Il capo della Lega è l’uomo di governo che in quest’anno ha lambito il maggior numero di temi, non offrendo soluzioni, ma accendendo solo speranze, utili, come si è visto, al momento del voto. Tornando al filo conduttore, se le regioni ricche mettono le mani sul proprio gettito fiscale in una misura così ampia – si parla di una percentuale altissima – resterà poco o niente per i territori a minore capacità fiscale. Salterà quel fondo perequativo su cui a stento sopravvive oggi il Mezzogiorno. Come è noto, quella che pretende il Veneto è un’autonomia su 23 materie. Essa prelude di per sé al distacco della regione dalla madrepatria, come definivano l’Italia i nostri emigranti di un secolo fa. Ed è paradossale che a certificare l’addio dovrebbe essere una regione di indubitabili meriti imprenditoriali, ma che gode di un’occupazione di 7 punti superiore alla media italiana, di un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Italia, di una straordinaria vocazione all’export (460 mila imprese) e di un reddito medio annuo per famiglia di 39.000 euro. So bene che “la Repubblica una e indivisibile” dell’articolo 5 della nostra Costituzione – il lascito più alto del Risorgimento, più alto, per i patrioti dell’Ottocento, della stessa libertà – non interessa quasi più a nessuno nel nostro Paese. Neanche ai meridionali, che all’unità dovrebbero restare abbarbicati, come il naufrago alla zattera. Complici i social e il drammatico abbassamento del livello culturale del nostro Paese, anche loro hanno votato con generosità il capitano senza chiedere alcuna contropartita. Siamo certi però che su un tema tanto divisivo per gli italiani vigila il Presidente della Repubblica. E’ questa l’impressione diffusa tra molti nostri connazionali.

Veniamo adesso a Di Maio. Come si sa, il vicepremier del M5S è il vero perdente di queste elezioni. Se uno è capo del maggiore raggruppamento parlamentare e perde metà dei voti a favore dell’unico alleato di governo, la sua sconfitta è bruciante. Ma qui ritorna ad affacciarsi il fascino dell’imprevedibilità della politica. Di Maio ha arginato i sei milioni di voti persi nelle urne con i 44.849 voti ottenuti on line dalla macchina infernale di Davide Casaleggio. La sproporzione tra le due cifre dà la vertigine. Intanto però la magica piattaforma ha restituito a Di Maio, per via interna, il ruolo di capo. Da capo un po’ pesto il vicepremier del Movimento deve trovare un’impennata per conservare sul campo quello che purtroppo il campo in queste ultime elezioni gli ha impietosamente sottratto. Con il Salvini di questi giorni che comincia a dare ordini con piglio padronale all’intero governo, comportandosi non come uno che, avendo vinto e intendendo governare, attenua le asprezze del linguaggio, ma come uno che provocatoriamente le accentua, presto la tela di governo potrebbe lacerarsi. Per Di Maio sarebbe un disastro. Deve dunque trovare una causa nobile per giustificare uno strappo, prima che lo faccia lo stesso Salvini, evidentemente atterrito dalla manovra economica autunnale e da un’Europa giocoforza ostile. Il tempo è poco. Il solstizio d’estate è vicino. L’Autonomia, come ci siamo permessi di segnalare tempo fa su questo stesso giornale, è la più nobile della cause politiche su cui battersi fino a strappare il contratto. Si salverebbe l’unità del Paese e si costringerebbe il capitano a condurre su tale tema una battaglia aperta contro il Sud. Un atto di coraggio dunque di cui nei passaggi cruciali si avvalgono i leader, ma certe volte anche i capi, destinato a restaurare la biografia politica del vicepremier del M5S, oggi un po’ malconcia e a salvare l’Italia unita.

Il Quotidiano del Sud

Perché a Riace, esiliato Lucano, ha vinto la Lega di Tonino Perna

Perché a Riace, esiliato Lucano, ha vinto la Lega di Tonino Perna

Anche se speravo in un miracolo, non avevo dubbi che la Lega avrebbe vinto le elezioni comunali a Riace. L’avevo detto ad amici e compagni che in questi anni si sono prodigati per salvare questa straordinaria esperienza. L’avevo detto anche a Domenico Lucano, “ se fai una lista devi essere sicuro di vincere, altrimenti è un autogoal bestiale! Forse è meglio se non partecipi a queste elezioni farsa perché non c’è agibilità democratica: non puoi parlare con la tua gente da cui ti hanno separato da otto mesi… Puoi fare una grande battaglia in questo senso e molti ti ascolteranno…”. Purtroppo, Domenico si è convinto che poteva farcela ed è andata a finire come sappiamo. O meglio: come pochi sanno veramente.

La Lega ha vinto perché già da questo inverno aveva preparato, tramite il suo delegato nella Locride, una strategia formidabile. I leghisti avevano fatto promesse, in caso di vittoria sarebbero arrivati i soldi. Basta una parola del ministro e la Prefettura paga gli arretrati e la gente potrà finalmente respirare. Per capire meglio bisogna sapere, infatti, che da quasi due anni ottanta giovani di Riace e dintorni, decine di esercizi commerciali, i pochi migranti rimasti sul posto, aspettavano di essere pagati. Per sette anni si erano abituati essere pagati subito in moneta locale (con l’effige di Nelson Mandela, Peppino Impastato, Che Guevara, ecc.), poi, quando il Comune riceveva i soldi dalla Prefettura, la moneta locale veniva convertita in euro. Il sistema funzionava bene, aveva dato un grande impulso all’economia locale, ed è crollato quando lo Stato ha bloccato i pagamenti dovuti.

Da quel momento è iniziato un lento e progressivo distacco della gente di Riace dal suo sindaco. Prima con dei dubbi sul suo operato, poi con una rabbia che montava man mano che passavano i mesi, che non si vedeva una soluzione, che Domenico Lucano diventava sempre più famoso e presente in tutti i massa media. Sentivano che il loro ex-sindaco aveva ricevuto grandi onori dal comune di Milano, Parigi, e da tanti altri meno noti, mentre loro erano sempre più disperati. Poi l’esilio ha fatto il resto, tagliando ogni rapporto tra la gran parte della popolazione riacese e Lucano.

Era inutile spiegare che questa situazione era stata creata ad arte, prima dal ministro Minniti e poi dal suo successore, con la collaborazione di una parte delle istituzioni che hanno perseguitato l’ex sindaco di Riace, al di là di ogni immaginazione, come fosse stato un pericoloso mafioso.

Certo, per essere onesti e avendo vissuto la vicenda dall’interno, debbo dire che anche Domenico Lucano ha commesso degli errori di ingenuità. Il più grave quello di pensare che sarebbe tornato presto al suo posto, che non avendo commesso reati penali avrebbe avuto presto ragione. La conseguenza di questa ingenua aspettativa è stata di bloccare tutte le proposte fatte da tante organizzazioni, associazioni, nazionali e europee, disposte a far riaprire le botteghe artigianali, a riportare i turisti, insomma a rimettere in moto l’economia locale. Ma, Domenico ha detto a tutti “aspettate che torni, debbo rivedere tante cose, abbiate ancora pazienza…”. Senza rendersi conto che la disperazione avrebbe portato tra le braccia della Lega una parte rilevante della popolazione di Riace.

Ma, non è finita qui. Hanno colpito un simbolo, ma non una prassi e una idea: ci sono tanti comuni nelle zone interne della Calabria che sono rinati grazie agli immigrati – da Acquaformosa a Gioiosa Jonica ai paesini pedemontani dell’Aspromonte- esperienze che andrebbero raccontate perché l’esperienza di Riace ha fatto scuola e non la fermerà nemmeno il ministro dell’Inferno.

 

Il Manifesto

29.5.2019

Per Piero Bevilacqua candidato al Sud per La Sinistra

Per Piero Bevilacqua candidato al Sud per La Sinistra

Per l’impegno meridionalista che con costanza e grande professionalità porta avanti da diversi decenni, per l’impegno ambientalista che l’ha visto sempre più impegnato dagli inizi del nuovo secolo, per essere uno dei più prestigiosi e stimati storici italiani, per aver mantenuta viva una visione di sinistra anche nei momenti di estrema confusione che abbiamo vissuto, per essere un amico leale e generoso.
Chiediamo a tutti quelli che vogliono avere una voce che rappresenti il Mezzogiorno in Europa di votare Piero Bevilacqua nella lista europea de La Sinistra, per la Circoscrizione Sud.

Osservatorio del Sud,Alberto Ziparo, Tonino Perna,  Battista Sangineto, Alessandro Bianchi, Velio Abati, Laura Marchetti, Francesco Trane, Ignazio Masulli, Anna Marson, Tomaso Montanari, Enzo Paolini, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Alfonso Gambardella, Maria  Adele Teti, Marta Petrusewicz, Vito Teti, Mimmo Cersosimo, Pier Giovanni Guzzo, Riccardo Barberi, Piero Caprari, Enzo Scandurra, Paolo Favilli, Gianni Speranza, Vittorio Boarini, Giuseppe Saponaro, Roberto
Budini Gattai, Pancho Pardi, Cristina Lavinio, Lucinia Speciale, Fabrizia Biagi, Alberto Magnaghi, Gabriele Emilio, Chiodo, Maria Pia Guermandi, Anna Angelucci, Massimo Veltri, Gaetano Lamanna, Sandro Abbruzzese, Rossella Latempa, Francesco Santopolo, Massimo Ammendola, Miki Campanaro, Maria Teresa Iannelli, Hannah Nassisi, Anna Fioriti, Sonia Marzetti, Alfonso Gambardella, Rossano Pazzagli, Franco Toscani,Ugo M. Olivieri,Lilia  Decandia, Nicola Siciliani de Cumis, Franco Blandi,Fortunato Nocera, Martino Melchionda, Patrizia Ferri,Peppe Pierino, Tommaso Tedesco, Maria Paola Morittu, Mimmo Rizzuti, Pino Ippolito Armino, Giorgio Sganga, Angela Barbanente.

 

Il Manifesto

24.5.2019

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

Un romanzo borghese, finalmente un romanzo borghese ambientato in una città calabrese. “Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna è il racconto di una vita simile alla mia, per esperienze, per vissuto familiare, per scelte politiche operate alla stessa età e nello stesso contesto storico, politico e geografico: una città di provincia del remoto e profondo sud, Reggio Calabria, fra la fine dei ’60 e gli inizi dei ‘70.

Il romanzo è strutturato in maniera multiforme, nel corso del suo svolgimento cambia linguaggio e passo: una lunga poesia come incipit, poi una prosa sciolta, leggera, l’inventario del titolo costruito alla George Perec, il copione di una pièce di gusto anni ’70, di nuovo la prosa, ancora l’inventario e, infine, ancora la prosa. Il libro è molto leggero grazie ad una scrittura intessuta, anche nei passi che raccontano i momenti più dolorosi, di una leggerezza che è quella propria dell’animo lieve dell’autore.

L’inventario che Tonino Perna dovrebbe fare, a seguito della morte del padre titolare di una rinomata fabbrica reggina, è quello degli oggetti di una vita, di più vite, la sua e quella dei suoi familiari. Le cose, gli oggetti da inventariare sono importantissimi, perché sono tracce, spie indiziarie, sono frammenti che, come in archeologia, ci permettono, collegandoli gli uni agli altri, di ricostruire le storie e la Storia. L’autore, attraverso gli oggetti, racconta la sua storia individuale e quella collettiva, della sua famiglia, della sua città e della sua, della nostra, generazione. E quanto siano importanti gli oggetti e le suppellettili nella letteratura lo si può capire, per esempio, dalla lettura di un passo di “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg: “Io credo che nella Storia, nelle storie, le erosioni, i vuoti, le lacune, gli anelli mancanti mi siano parsi attraenti perché misteriosi e dolorosi perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio.  Una terra dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma ancora caldi‚ della vita degli esseri umani che li toccarono“. E l’autore si inoltra in questa sconvolta, ma attraente terra del passato, toccando gli oggetti “caldi” della sua vita e della sua famiglia, facendo raccontare ai bottoni di madreperla, alle molte foto, alle lettere, ai maglioni, alle agendine, ai biglietti del cinema, alle palle da biliardo, al pastore “u meravigghiatu da rutta”, alle medicine, alle penne, alle cravatte le loro storie che, per sinestesia, si rivelano essere la sua e la nostra storia.

Una tappa fondamentale della vita dell’autore è la vicenda collettiva della rivolta di Reggio Calabria del 1970, ma è segnata anche da una vicenda personale molto dolorosa che non è mai divenuta una tragedia collettiva perché, come fondatamente sostiene Perna, siamo in Calabria e i protagonisti, le vittime, sono giovani calabresi che non sono mai stati mediaticamente attraenti. Suo cugino, e compagno, Gianni era uno dei cinque giovani anarchici che morirono, nel settembre di quell’anno, in un finto incidente stradale. Una Mini gialla, avrebbe dovuto esserci anche Perna, che finì, incomprensibilmente, sotto un camion guidato da due fascisti. I ragazzi portavano – all’avvocato anarchico di Roma, Rossi- un faldone di documenti scottanti che, con ogni probabilità, causò la loro morte. Erano furtivamente entrati, qualche settimana prima, nella sede del MSI di Reggio Calabria e vi avevano trovato un serie di documenti, di lettere e di messaggi che, inequivocabilmente, collegavano i fascisti reggini con i Colonnelli greci e che mettevano alla luce i rapporti fra fascisti italiani, Colonnelli greci e Servizi segreti italiani dell’epoca. Per avvalorare l’ipotesi che la morte dei cinque giovani anarchici fosse collegata a quello che avevano scoperto sui legami fra fascisti e Servizi, basti ricordare che, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre di quello stesso anno, fu tentato un golpe da parte di Junio Valerio Borghese con l’aiuto di formazioni paramilitari fasciste, alti comandi delle Forze armate e funzionari dei Servizi italiani.

Nel libro c’è una bellissima definizione dei moti reggini: la prima rivolta di popolo su base identitaria del ‘900, la prima perché ne seguirono altre, la più vicina e terribile in Yugoslavia, quella complicata e meravigliosa terra che, come Tonino, attraversai anche io negli anni ‘70. Perna scrive che i reggini in quella circostanza furono capaci, per la prima volta, di autocoscienza e di autoliberazione; si riconobbero come concittadini che, fianco a fianco sulle barricate, si battevano contro il complotto politico ordito da Mancini e da Misasi che non volevano che Reggio Calabria fosse considerato il capoluogo della Regione. I fascisti e Ciccio Franco, arrivarono dopo, solo dopo egemonizzarono e incattivirono quella rivolta di popolo, di un popolo che, principalmente, si sentiva ignorato dallo Stato.

Voglio ricordare anche quanto siano belle le pagine sul tempo, sul sentirsi eterni da giovani come è accaduto anche a me e, forse, a molti della nostra generazione. “C’è stato un tempo in cui eravamo eterni. Essere eterni è una sensazione che si prova poche volte nella vita, ma non lo si dimentica più. Essere eterni significa essere fuori dalle catene del tempo, pensare che ogni azione, ogni parola abbiano un senso, per sempre. Essere eterni vuol dire questo: avere un tempo infinito davanti a sé”. E ancora “Odio la nostalgia e al contempo non riesco a non pensare che quegli anni sono davvero speciali e irripetibili. Non perché eravamo giovani, ma perché eravamo dei grandi sognatori che viaggiavano nello spazio e fuori da ogni vincolo temporale, senza paura.” Sì, anche io ho nostalgia di quell’epoca non perché ero, perché eravamo giovani, ma perché, forse, eravamo davvero speciali.   Appartengo anche io a quella prima generazione, di cui scrive l’autore, che ha avuto libero accesso, da subito, ai motorini, alle automobili, alle uscite spensierate con gli amici e le prime fidanzatine, ai viaggi in Italia ed all’estero, ai lunghi mesi estivi trascorsi, privi di pensieri, nelle case al mare. Voglio citare, di solito non lo faccio, una canzone sia perché è di un Nobel per la letteratura, sia perché l’autore è il cantore della nostra generazione: Bob Dylan. Lo faccio, soprattutto, perché penso che i suoi versi esprimano abbastanza fedelmente come credo che noi ci si senta o ci si voglia ancora sentire: “Forever Young”. “Possa tu crescere per essere giusto/possa tu crescere per essere sincero,/possa tu sapere sempre la verità/e vedere le luci che ti circondano./Possa tu essere sempre coraggioso,/rimanere in piedi ed essere forte,/Possa tu rimanere per sempre giovane,/per sempre giovane, per sempre giovane,/Possa tu rimanere per sempre giovane”.

“Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna, pubblicato da Castelvecchi, racconta anche delle prime auto, dei primi televisori, delle lavatrici, delle prime gite fuori porta, delle case al mare e di quelle in montagna, delle cinepresa super8 con relativi e macchinosi proiettori, dei giradischi con le canzoni di Mina, Edoardo Vianello, Rita Pavone e, poi, Patty Pravo. Come quella di Tonino, anche la mia famiglia andava a Fiuggi, dove passavo le ore a giocare su quegli stessi piccoli tavoli di panno verde sui quali bisognava centrare con le mani le buche (9 mi pare) con palle da biliardo. Ai miei tempi, c’era anche il minigolf al quale era una gioia costringere, in verità si divertiva moltissimo, il mio seriosissimo e trinariciuto padre Isolo, a giocare. Anche io ho giocato, insieme ai miei amici e compagni di scuola, per pomeriggi interi a flipper e a biliardo in locali simili gestiti, persino, da personaggi molto simili a quello descritto da Perna come, per esempio, l’indimenticabile, per i cosentini della mia generazione, Pasquale Grandinetti. Siamo andati, io e Tonino Perna, a vedere gli stessi film, abbiamo avuto, più o meno, gli stessi motorini e le stesse utilitarie, gli stessi jeans e le stesse scarpe scamosciate. Abbiamo avuto, insomma, la vita, le aspettative ed i sogni, anche rivoluzionari, dei giovani borghesi di tutta Italia e di tutto il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70. Non sapevo nulla di montagne inospitali e magnifiche, di riti religiosi arcaici, di caciocavalli appesi alle travi di casa, di mamme vestite solo di nero, di scannamenti di maiali e di uomini, di processioni di Madonne ingioiellate che si inchinano, della ferocia immotivata di uomini fuorilegge, di soppressate con o senza lacrima, di bracieri ardenti attorno ai quali si siedono vecchi che raccontano struggenti storie di miseria.

L’autorappresentazione letteraria dei calabresi è costituita, nella quasi totalità dei casi, da una cosiddetta “narrazione” rurale, arcaica, primitiva, violenta, pre-urbana di sé stessi e del proprio orizzonte culturale e territoriale. Una autorappresentazione che alimenta, a piacimento altrui, lo stereotipo negativo del calabrese rude e selvaggio nell’immaginario mediatico e collettivo nazionale. Credo, invece, che una “narrazione” (provo avversione per l’uso corrivo di questo sostantivo) che comprenda anche una temperie storica e culturale così, per fortuna, diffusa nella nostra regione e nelle nostre città, possa restituire, a noi stessi ed ai “forestieri”, un’immagine più veritiera e meno deformata di quella che ci turba vedere riflessa sulle pagine dei giornali nazionali o dei reportage televisivi sulla Calabria.

Nel libro di Tonino Perna ho riconosciuto, finalmente, me stesso e la mia generazione, quella nata attorno negli ’50, costituita, in larga misura, da giovani cittadini, liberi, sognatori, avidi di novità e di modernità che assomigliavano, come ho scoperto più tardi, a tutti i ragazzi dell’Occidente che si ribellavano al potere, alle ingiustizie, alla cultura e alle tradizioni dei loro padri e dei loro nonni.

 

Il Quotidiano del Sud

  7 maggio 2019

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

 La mostra, Rinascimento visto da Sud. Matera, l’Italia meridionale e il Mediterraneo tra ‘400 e ‘500, da poco inaugurata nella città “capitale delle cultura europea”, vale da sola il viaggio. Da qualunque punto d’Europa si parta. E non solo per la presenza di dipinti mai esposti, di capolavori di maestri sconosciuti al grande pubblico (e a chi scrive), di tele o sculture di artisti sommi, da Antonello da Messina, a Raffaello a Donatello. O per la presenza di rare pergamene raffiguranti la Cosmogonia di Tolomeo, codici miniati preziosi, rari astrolabi e portolani. Dunque non solo per il valore estetico dei singoli “pezzi” e quello documentario dei reperti, che mostrano un rinascimento meridionale largamente ignoto. Ma anche per un’altra ragione che riporta all’oggi.

Grazie anche ai preziosi pannelli didascalici, la mostra ci offre una realtà storica straordinaria: la formazione dell’Europa mediterranea. Il Mediterraneo, tra ‘400 e ‘500, non è più solo il Mare nostrum dei romani: è qualcosa di più, pur restando il grande spazio di rapporti e traffici tra Oriente e Occidente. Adesso la «grande pianura liquida», per usare una espressione di Braudel, mette in contatto mondi e culture in cui non è solo Roma a primeggiare e dominare, ma fa incrociare economie, culture, saperi di una “economia mondo” cosmopolita che configura il futuro spazio dell’Europa.

Si pensi al rapporto con i popoli del Nord. I tedeschi non sono più i rozzi Germani descritti da Tacito. Un grande tedesco, Federico di Svevia, che insedia nell’Italia meridionale il cuore del suo regno, già nel XIII secolo anticipa con la sua persona, il suo culto dell’arte e della poesia, il cosmopolitismo del rinascimento. Per alcuni secoli la cultura araba con cui Federico dialogava, porta nel Mediterraneo e nei paesi dell’Occidente, che sempre più vi si affacciano – la Francia, la Spagna, le Fiandre, l’Olanda oltre alla Germania – la propria filosofia, i saperi dell’idraulica, dell’agronomia, della matematica. Oriente e Occidente, Nord e Sud attraversavano il Mediterraneo non solo con tessuti, grano, animali, piante, ma anche con opere d’arte, libri, tecnologie, realizzando per almeno due secoli, un culmine irripetuto della civilizzazione umana. Qui si fonda la prima vera Europa, con i suoi popoli, culture e lingue “nazionali” formando un nuovo continente.

Com’è noto, la scoperta dell’America e la nuova centralità dell’Atlantico, a partire dal XVII secolo, cambiano la storia dell’Europa. È la più grande svolta della storia dell’Occidente, ma con in implicazioni mondiali normalmente ignorate. Di essa e del suo seguito conosciamo la parte positiva e progressiva, quella che porta alla modernità capitalistica dell’oggi. Ma ignoriamo il lato oscuro e violento che l’accompagna e la rende possibile. La “conquista del nuovo mondo” come recita la storiografia ufficiale, il soggiogamento delle Americhe, avvenne atraverso lo sterminio delle popolazioni indigene. «Il più grande genocidio dell’umanità», lo definisce Tzvetan Todorov. E noi sappiamo che alcuni paesi, come il Messico e il Perù, subirono tracolli demografici da cui si ripresero solo dopo alcuni secoli.

Ma la svolta atlantica ebbe ripercussioni sanguinose e parimenti durature, anche a Sud. L’avvio della tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, per sostituire i nativi sterminati, trasforma il Mediterraneo cosmopolita a succursale dell’Atlantico, mare di transito del più infame commercio della storia umana: la tratta degli schiavi. I giovani africani strappati ai loro villaggi e venduti come forza lavoro ai mercanti inglesi, spagnoli, francesi, ecc.

Un intero continente viene saccheggiato per oltre tre secoli della sua gioventù e dunque delle sue energie vitali, essendone segnato per sempre.

È da qui che viene il profilo dell’Europa atlantica, perfezionato nel corso dell‘800 e del ‘900 con il colonialismo moderno, che fa della Gran Bretagna il centro imperiale del mondo sino, poi sostituita dagli Usa: in maniera sempre più determinante, dopo la prima guerra mondiale.

È da questa pagina nascosta della storia del mondo che non si può prescindere se si vuole rispondere al quesito che nessuno si pone: per quale ragione la cultura arabo-mussulmana, che aveva al suo interno tutti gli elementi di vitalità e di scienza per evolvere verso una sua modernità, è regredito nel conservatorismo dogmatico e alla fine nel terrorismo suicida? Per quale ragione, se non per la politica di dominio e violenza, soprattutto degli Usa, negli ultimi decenni, una grande civiltà si è trasformata in un aggregato di fanatismi reazionari e retrivi? Il Mediterraneo quale retrovia per i rifornimenti coloniali dell’Occidente ha distrutto l’Europa cosmopolita rinascimentale e imposto al mondo i nazionalismi sanguinari del Novecento.

Oggi a questo mare, sorgente della nostra civiltà, si chiede di nuovo di negare la sua storia di libertà e accoglienza e di farsi barriera e cimitero di popoli messi in fuga dalle guerre atlantiche dei vecchi dominatori, ormai privi di astrolabi e bussole. Una cecità minacciosa. Se i mutamenti climatici cacceranno milioni di africani dalle loro terre, non sarà l’inettitudine tecnocratica dei dirigenti europei a fermarli. L’Europa sarà travolta e nessuno sa quale forma prenderà. Eppure nella sinistra italiana non mancano le culture e le visioni per ridare al Mediterraneo il suo antico compito cosmopolita, rimettendo l’Italia e il Mezzogiorno al centro di una politica di accoglienza e di pace, in grado di riprendere il filo spezzato di una grande storia.

Il Manifesto

10.5.2019

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

 Molto opportunamente Guido Viale è intervenuto ( Il Manifesto del 23/4) sul movimento generato da Greta Thunberg per orientarlo verso una visione più ampia e connessa dei problemi(conversione ecologica) ed entro un percorso politico concreto. Su quest’ultimo punto vorrei aggiungere delle ulteriori indicazioni, per evitare che il generoso sforzo di questa ragazza e di tanti giovani entrati sulla scena mondiale, si esaurisca in un movimentismo senza esiti. E’ ncessario che il Friday for future trovi immediatamente obiettivi determinati, su cui incanalare pressioni rivendicative incalzanti, e sappia anche mostrare concrete iniziative, a scala locale, in grado di invertire la tendenza al riscaldamento climatico, e al tempo stesso alimentando la volontà di lotta quotidiana dei militanti e dei cittadini.

Forse una prima cosa da sapere è che in Europa – terza per produzione di Co2 dopo Cina e USA – a dispetto degli accordi di Parigi e dell’ultima conferenza di Katowice, continua a sostenere con agevolozioni l’uso del carbone quale fonte di energia in gran parte dei paesi dell’Est: Romania, Repubblica Ceca, Estonia, Polonia, che addirittura ne dipende per l’80%. Ma persino la Germania, pur virtuosa su altri piani, trae energia da questo fossile per un buon 40% del suo fabbisogno. (Luca Manes, Inquinamento: la sfida più urgente, <<Micromega>>, 2019/2) Ebbene, qui il movimento deve innescare fronti nazionali di lotta su un terreno rilevante per la diminuzione dell’effetto serra, oltre a chiedere a Bruxelles di cambiare le sue politiche.

Ma c’è un ambito di produzione di gas serra, meno noto, su cui le politiche dell’Unione svolgono un ruolo di prim’ordine: è la politica agricola comunitaria (PAC). E’ vero che negli ultimi anni anche l’agricoltura biologica e integrata hanno cominciato a godere di aiuti cominitari, ma la PAC tiene ancora in piedi il modello agricolo della rivoluzione verde, quello esportato dagli USA nel mondo e che contribuisce con cifre oscillanti tra il 20 e il 30% al riscaldamento climatico. Il successo produttivo di questo modello, che ben presto ha generato in Europa fenomeni di sovraproduzione , solo oggi mostra tutta la sua insonstenibilità, non solo ambientale, ma anche energetica. Come ha mostrato, D.A.Pfeiffer nel saggio del 2006, Eating fossil fuels (mangiare carburante fossile), tra il 1950 e il 1985 la produzione agricola mondiale, calcolata in cereali, è cresciuta del 250%. Un risultato indubbiamente rilevante, che ha permesso una più ampia distribuzione di cibo su scala mondiale, anche se con gli squilibri che conosciamo. Ma l’energia impiegata per ottenere tale risultato   è nel frattempo creciuta del 5000%. Per produrre tanto e in eccesso – oggi nel mondo, quello ricco, finiscono nei rifiuti 1,3 miliardi di tonnellate di cibo – si è sfruttato, in maniera distruttiva, non solo il suolo, ma anche il sottosuolo.

In tale ambito la lotta dei giovani del Friday acquisterebbe un rilievo politico del tutto particolare. L’agricoltura industriale che riscalda il pianeta si regge alla fin fine su uno sfruttamento bestiale del lavoro umano. Alla base della redditività agricola attuale non c’è solo il petrolio, ma anche la schiavitù del lavoro. Com’ è stato messo in luce da una ricerca recente, gran parte delle operazioni di raccolta nelle agricolture dei paesi ricchi si regge sul lavoro semischiavile dei migranti.E’ quanto accade in USA coi latinos, ma anche nel Regno Unito, in Spagna, nella Francia Meridionale, in Grecia, persino in Israele e nella Nuova Zelanda. E naturalmente in Italia.(G.Avallone, Sfruttamento e resistenza.Migrazioni e agricoltura in Europa, Ombre corte, 2017) E’ grazie ai salari di fame che la grande distribuzione commerciale fa profitti vendendoci frutta, verdura e prodotti trasformati, confezionati in plastica e altri materiali e destinati a creare rifiuti e ulteriore inquinamento.

Il movimento può dunque rivendicare il sostegno esclusivo dell’Unione alle agricolture biologiche, e di prossimità, al piccolo allevamento, al lavoro contadino, che rigenera il suolo, protegge il paesaggio, limita l’effetto serra. All’interno di questa visione, che critica alla radice anche il modello alimentare dominante, fondato sul consumo di carne e sul cibo industriale, c’è spazio per una politica attiva, in grado di rendere i giovani protagonisti di una rivoluzione culturale in parte già in atto. Si dovrebbe pensare ai centri urbani come ecosistemi energivori che possono essere tuttavia modificati con una vasta campagna di rigenerazione urbana, in cui in tutti gli spazi liberi, nei luoghi degradati, nelle periferie, si piantano alberi, si impiantano orti, si raccoglie acqua, si fa della città un luogo in cui la natura ritrova nuova vita e funzioni di mitigazione del clima. Al tempo stesso finalmente nascerebbe un movimento di massa contro la cementificazione: un altro fenomeno del capitalismo attuale generatore di riscaldamento climatico.

Il Manifesto

27 aprile 2019

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

 Il Mezzogiorno non aveva mai incontrato davanti a sé una minaccia più grave per il proprio avvenire di quella rappresentata dalla cosiddetta “autonomia differenziata”: vale a dire la richiesta della Regione veneta e di quella lombarda ( con il seguito più moderato dell’Emilia, cui seguirebbero altre regioni del Nord d’Italia e del Centro) di una potestà su ben 23 materie amministrative e un uso privilegiato delle risorse fiscali.Minaccia grave perché questo mutamento della struttura istituzionale del nostro Stato condannerebbe il Sud ad avere sempre meno risorse pubbliche, fornendo, alle regioni ricche, vantaggi strutturali che le renderebbero sempre più ricche, mandando di fatto in frantumi, dopo poco più di un secolo e mezzo, l’unità d’Italia. Grave anche perché essa si presenta come un puro “aggiustamento amministrativo”, camuffando quella che è di fatto una secessione. Anzi, nella propaganda di tanti esponenti della Lega, con in testa il presidente del Veneto, Zaia, essa viene presentata come una iniziativa   riformatrice .,volta a rafforzare la democrazia dei territori. E questo inganno impedisce la reazione necessaria da parte dei meridionali, insieme per la verità, al silenzio dei grandi media, e dei partiti tradizionali, che non informano i cittadini come la gravità del momento richiederebbe.

In realtà l’accordo tra il governo Gentiloni e la regione Veneto, su cui si basa la proposta di legge dell’autonomia differenziata, mostra, già nei suoi articoli, tutta la propria potenzialità eversiva. E come poteva essere diversamente? Da quando è nata, la Lega , che è figlia del Veneto, si è fondata su propositi separatisti e antimeridionali. Quasi trent anni di politica secessionista e antimeridionale hanno plasmato un “popolo eversivo” su cui quella formazione ha fondato il proprio consenso, che non ha caso si è manifestato anche con un pubblico referendum, seguito da quello della Lombardia. E’vero che Salvini ha cambiato la figura del nemico da odiare, sostituendo i meridionali e i romani con i migranti, e ha coperto il disegno eversivo del governo di cui fa parte, finché ha potuto, come un aggiustaggio dei rapporti tra regioni e Stato.Ma l’inganno non è passato, grazie alla battaglia di smascheramento di pochi intellettuali e di qualche coraggioso giornalista. E ora si tenta di realizzare la secessione con trucchi contabili come la determinazione di una “spesa storica”, in base alla quale stabilire i fabbisogni finanziari delle regioni per sostenere i loro servizi e il loro welfare.

Si tratta di una manovra truffaldina. Basti pensare a come viene alterato il rendiconto fiscale delle regioni del Sud, dove le industrie petrolchime pubbliche, che sfruttano il nostro territorio, pagano le loro tasse a Roma. E invece la strada maestra è stabilire in maniera egalitaria i fabbisogni di tutti i territori e di tutti i cittadini, rispettando la Costituzione e selezionando il personale tecnico che dovrà definire gli standard col massimo di trasparenza e partecipazione democratica. Potrebbe essere l’occasione anche per fare giustizia delle risorse che in tutti questi anni sono state sottratte al Sud e utilizzate nelle regioni ricche del Nord d’Italia.

 

Quotidiano del Sud

Aprile 2019

Viva il primo maggio di Pietro Bevilacqua di Pietro Bevilacqua

Viva il primo maggio di Pietro Bevilacqua di Pietro Bevilacqua

Mai come negli ultimi anni la festa del primo maggio ha perso i caratteri di una ricorrenza rituale per assumere un valore politico e simbolico addirittura drammatico. Proprio in questi giorni abbiamo appreso dalla stampa che deteniamo in Europa il triste primato delle morti sul lavoro. Ogni anno si verificano in Italia circa un milione di incidenti, un migliaio dei quali mortali. Una vera e propria guerra dove si perdono migliaia di vite umane come nei combattimenti che imperversano in Siria o in Libano. Uomini e donne si recano quotidianamente al lavoro per guadagnarsi da vivere, e vanno come a un fronte di battaglia, da cui possono non tornare a casa. E il Sud è quest’anno l’area del Paese dove le cifre sono più alte, con Crotone in testa. Mentre primeggia tristemente, sempre tra i lavoratori, la città di Taranto per le morti provocate da tumori.
Naturalmente questo è l’aspetto statisticamente più tragico della condizione del lavoro oggi. Ma negli ultimi anni, proprio in tale ambito, sul piano del salario, dell’orario, delle condizioni materiali, della sicurezza, della precarietà occupazionale, dei diritti, si è assistito, all’arretramento sociale più grave che si sia mai verificato in età contemporanea. E’ il fenomeno più sconvolgente della nostra epoca. Mentre le società diventano sempre più opulente e affogano nella spazzatura che non sanno più come smaltire, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, coloro che producono i beni materiali, gestiscono i servizi, mandano avanti la macchina della società, hanno perso quote rilevanti di sicurezza, tutela, reddito, welfare. Ma in certi casi il ritorno indietro ha tinte fosche. Basti pensare a un fenomeno antico delle nostre campagne, che era scomparso da decenni, il caporalato – che assolda braccianti con salari da fame per i lavori agricoli – per rendersi conto che nel mondo del lavoro la storia è tornata indietro. Incredibile a dirsi nelle società luccicanti della pubblicità televisiva è ritornata la schiavitù, come documentato ripetutamente da inchieste dell’ONU e come ha illustrato in un saggio clamoroso a inizio secolo, Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, (Feltrinelli) che li valuta prudentemente in 27 milioni.
Se si vuole comprendere lo spirito profondo della nostra epoca, il tratto di autentica barbarie che ha invaso lo spirito del mondo, bisogna ricercarlo qui: nella crescente mortificazione del lavoro umano da parte di un capitalismo sregolato che non ha più di fronte se non deboli antagonisti in grado di fronteggiarlo con conflitti organizzati.
Perciò il primo maggio è oggi non solo una festa, ma un giorno politicamente rilevante, durante il quale occorrerebbe ricordare questo inaudito arretramento storico subito dai lavoratori, questo passo indietro della civiltà, e la drammatica necessità dell’unità e del conflitto anticapitalistico da parte di chi dovrebbe rappresentarli.
Il Manifesto
1.5.2019
La sanità regionale commissariata, vulnus democratico di Enzo Paolini di Enzo Paolini

La sanità regionale commissariata, vulnus democratico di Enzo Paolini di Enzo Paolini

 Il decreto sulle misure emergenziali sulla sanità in Calabria è incostituzionale e il presidente Oliverio

annuncia il ricorso alla Corte: un po’ come chiudere la stalla delle istituzioni legittime ed elettive,

dopo che i buoi delle prerogative sono da tempo scappati per l’indifferenza della classe dirigente,

tutta ripiegata a coltivare interessi propri, leciti e non leciti.

Ma il punto non è una invettiva contro l’insipienza di una politica debole, inconsapevole, spesso

incompetente e poco incline alla tutela del bene comune. Non servirebbe a niente.

E’ il mutamento che sta accadendo in Italia, silenziosamente e nell’indifferenza di tutti quelli che

pensano di eleggere deputati e senatori, mentre invece ci limitiamo, ormai da più di vent’anni, a

ratificare le liste predisposte dai leader.-

Il Parlamento non risponde più agli elettori ma ai suoi capi.

La democrazia presuppone invece una connessione – concreta – tra il popolo ed i suoi rappresentanti

nelle istituzioni. Se questo manca è perché la legge elettorale assegna la scelta a un capo, e la

democrazia si traduce in oligarchia e poi in regime.

L’applicazione del regime è di ieri, con decreto sul servizio sanitario in Calabria, quello infestato da

corruzioni e peculati, produttore di disservizi e di spreco immane di denaro pubblico, incapace di

organizzare una rete ospedaliera minimamente efficace ed efficiente e, per questo commissariato da

nove anni, durante i quali nessuna delle emergenze di cui sopra è stata però né risolta ne attenuata

in minima parte. Anzi ciascuna di esse ha presentato una crescita esponenziale ed incontrollata

grazie anche alla (in) sensibilità di commissari e governatore i quali, invece di collaborare per

l’interesse pubblico, hanno pensato a sabotarsi a vicenda per tentare di mantenere o conquistare

spicchi di potere.

Nessuno in Calabria può smentire i fatti. Il rimedio a una situazione insostenibile ed inaccettabile

avrebbe dovuto essere – in un paese normale – quello di restituire prerogative e responsabilità alle

Istituzioni, sanzionandone le inefficienze, le negligenze, o i reati, caso per caso, ma, ristabilendo, sul

piano politico l’equilibrio dei poteri e delle competenze che la Costituzione stabilisce.

Invece, in un crescente delirio di onnipotenza il consiglio dei ministri, costituito sulla base delle

stratificate prove generali di regime, da uomini e donne avulsi dal senso dello Stato, decide di

affidare il destino di un servizio essenziale per la vita e la libertà dei calabresi (la salute è un

presidio di libertà) ad un uomo solo: il Commissario, il quale provvisto di tutti i poteri e di tutte le

necessarie risorse, ed avvalendosi di enti para-governativi ben remunerati e della Guardia di Finanza,

nomina altri commissari, assegna risorse, decide addirittura sulla edilizia sanitaria e sulla

programmazione, come e quando vuole.

Non una sola parola o una sola misura per l’organizzazione o l’efficientamento del servizio, per

l’erogazione appropriata delle prestazioni, per la restituzione di dignità agli operatori ,per le

assegnazioni di appositi fondi straordinari o per consentire il risparmio degli sprechi è contenuta nel

decreto. Non una.

Deciderà il commissario il quale risponderà solo al governo. E tutto avviene nell’assoluto, intimidito,

silenzio di una classe politica regionale che, evidentemente, ha tanti di quegli scheletri nell’armadio.

In conclusione non è questa una critica al merito del provvedimento (il commissario è persona

perbene e avveduta) né un invito al Parlamento a non convertirlo in legge. Sarebbe ingenuo solo

sperarlo, sapendo come è composto.

E’ ancora una critica di metodo: la storia insegna che i problemi di un paese non si risolvono con gli

autoritarismi che, sempre, prima o poi, degenerano. E’ un allarme (forse l’ultimo) agli uomini e alle

donne che pensano che la democrazia rappresentativa, come pensata e voluta nel 1948, sia in

pericolo e che occorre una vera sollevazione per ripristinare le regole – per prima quella elettorale –

quali erano nel momento in cui il paese aveva bisogno di una ricostruzione morale e politica. Proprio

come ora.

 

 

Il Manifesto

24.04.2019

Scuola lombardo-veneta: il miraggio degli schei, al prezzo della libertà di Rossella Latempa

Scuola lombardo-veneta: il miraggio degli schei, al prezzo della libertà di Rossella Latempa

Sono un’insegnante della scuola italiana, ma lavoro in Veneto, e dunque potrei esserlo ancora per poco. La cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione, parte di quel processo di frantumazione dello Stato ben più ampio e pericoloso (G. Viesti, “Verso la secessione dei ricchi?” Laterza, 2018; M. Villone “Italia, divisa e diseguale”, Editoriale Scientifica, 2019; entrambi scaricabili gratuitamente) che interessa anche sanità e infrastrutture, ambiente, beni culturali e molto altro, procede carsicamente e potrebbe arrivare a compimento nei prossimi mesi. Tuttavia, la scuola procede, coi suoi ritmi e le sue attività, senza ben comprendere il destino che la attende: non se ne parla nei collegi docenti, nelle aule insegnanti, nelle riunioni di fine anno, nei corridoi. L’autonomia differenziata sembra una questione tecnica e fiscale, da giuristi o economisti, oppure un problema delle regioni più povere. Nel lombardo-veneto, in fondo, non cambierà nulla, si pensa. Anzi: forse guadagneremo qualcosa in più, perché siamo più efficienti. Eppure, non è così. Difficile farsi un’idea precisa, vista la mancanza di documentazione e di dibattito pubblici. Le bozze di intesa rese note surrettiziamente dal blog ROARS nei primi di febbraio – e poi scomparse – danno un’idea del percorso su cui ci incamminiamo. Lombardia e Veneto vogliono tutto. Pretendono che 14 “pezzi” di potestà legislativa in materia di istruzione (Articolo 10, lettere a, p) vengano espropriate allo Stato e trasferite alle regioni. Ciò significherebbe contratti e carriere regionali per dirigenti, insegnanti e personale amministrativo e ausiliario; mobilità e trasferimenti tutti da rivedere (ancora possibile spostarsi da una regione all’altra?); concorsi e contingenti regionali, finanziamenti alle scuole paritarie decisi a livello locale. Ma c’è di più. Cosa studiare e con quali scopi – disciplina, finalità e obiettivi della programmazione scolastica – come formare gli insegnanti sarà stabilito a livello regionale. La valutazione sarà regionale, con ulteriori indicatori INVALSI –prevedibilmente, nuovi TEST – definiti su base territoriale. Il tempo e le risorse per l’Alternanza Scuola Lavoro, i percorsi dell’istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore saranno decisi a livello territoriale, con progetti sempre più spinti dalle esigenze della produttività locale. Il modello a cui si guarda è quello della scuola trentina, punta di diamante, eccellenza nei test standardizzati nazionali. Nel sentire comune, i trentini sono “fortunati”: guadagnano di più (circa 190 euro in più lordi al mese). A quale prezzo? I dirigenti scolastici sono assegnati alle scuole a discrezionalità del governo locale, che ne cura la formazione e fissa i criteri di mobilità. Il contratto provinciale degli insegnanti trentini si discosta da quello nazionale. Vige l’obbligo di insegnare in 50 minuti, e il tempo risparmiato si recupera in attività pomeridiane di varia natura, con massima disponibilità alle modifiche del proprio orario di lavoro, talvolta giornaliere. I soldi in più non sono regalati: sono prestazioni aggiuntive. Si guadagna di più perché si lavora di più e in maniera più flessibile: circa 120 ore di attività cosiddetta funzionale, tra potenziamento formativo e recupero. Nelle scuole trentine la giunta provinciale indica gli obiettivi dell’insegnamento attraverso i Piani di Studio Provinciali; stabilisce i corsi di formazione accreditati per gli insegnanti; promuove il trilinguismo (italiano, tedesco e inglese), in ossequio alla cultura autonomistica locale, con insegnanti madrelingua scelti dai dirigenti scolastici del tutto liberamente. “Ciascuno fa quello che deve fare a casa propria”, ha dichiarato recentemente il governatore leghista Zaia (Limes 2/19). E nel Veneto solerte e operoso non si perde tempo. È già iniziata la formazione regionale dei docenti sulla storia e sulla cultura ed emigrazione veneta (Roars, La bona scola de la Lega). In un recente convegno organizzato da l’Academia dela Bona Creansa, che tiene corsi sul dialetto veneto (pardon, lengua veneta) nelle scuole vicentine, si è parlato di “CLIL veneto di storia”: insegnamento “bilingue” della storia, in italiano e veneto. Più schei, dunque, per gli insegnanti, è vero. Ma pagati a caro prezzo: quello di svuotare completamente il proprio stato giuridico, rimpicciolendolo da statale a regionale, svolgendo attività integrative che poco hanno a che fare con lo studio e l’approfondimento specifici del proprio percorso intellettuale e professionale. Abdicando completamente all’esercizio della propria libertà di insegnamento e diventando maggiordomi al servizio dell’indirizzo politico degli assessori locali. Anche per questo i lavoratori della scuola, definitivamente spogliati della loro funzione civile e privati di un orizzonte di libertà culturale, devono rifiutare con ogni mezzo il progetto di regionalizzazione.

Il manifesto

14 aprile 2019

 

Patrimoniale, perché sì di Piero Bevilacqua

Patrimoniale, perché sì di Piero Bevilacqua

 Anche le parole, come i libri, hanno la loro fortuna e il loro destino. In Italia patrimoniale è fra quelle che si portano dietro un’aura di sventura tale da farla fuggire come la peste. Eppure è la parola chiave, l’idea-leva che potrebbe rovesciare la tendenza al declino del paese Italia. Perché uno dei meccanismi che bloccano il dinamismo economico e sociale è la sempre più squilibrata disuguagliana della ricchezza e la latitanza di un potere pubblico in grado di rovesciarla in tempi brevi, tramite un piano strategico di investimenti.

In Italia il fenomeno universale della disuguaglianza si intreccia a un’altra grave questione: un frattura crescente con le nuove generazioni. E’ in atto da anni una lotta di classe che la mia generazione   muove contro la gioventù italiana. Dieci anni fa Massimo Livi Bacci documentò con ricchezza di dati gli svantaggi dei nostri giovani rispetto alle posizioni dei loro coetanei europei nei confronti dei loro padri: sul piano del reddito, dell’accesso al lavoro, dell’autonomia, godimento di servizi, ecc. (Avanti giovani, alla riscossa, il Mulino, 2008) C’è ragione di credere che da allora le cose siano peggiorate. Tale sopraffazione si dispiega oggi non solo con leggi sul mercato del lavoro, con l’istituzione della precarietà anche nella PA, con la sottrazione di risorse alla scuola, all’università, alla ricerca, con la devastazione dell’ambiente. Alcune forme di sbarramento hanno del clamoroso. Siamo al paradosso che imponiamo il numero chiuso all’accesso all’Università e mancano i medici per far funzionare gli ospedali. Quando il rettore della maggiore Università d’Italia difende il numero chiuso per l’iscrizione a medicina, con la motivazione che chi supera la selezione gode delle stutture didattiche in maniera ottimale, incarna l’immagine paradigmatica di una classe dirigente rassegnata allo status quo.

Ma c’è una sopraffazione di fondo che occorrerebbe mettere in luce. Come mostrano periodicamente le statistiche della Banca d’Italia, le famiglie abbienti aumentano costantemente i loro risparmi, mentre il paese non è in grado di fare investimenti significativi nella formazione e nella ricerca. Nel 2016, nonostante il calo di valore degli immobili, nonostante le modeste prove dell’economia generale del Paese,a dispetto dell’aumento ben noto della povertà tra ampi   strati di popolazione, la ricchezza totale delle famiglie italiane era ben 8,9 volta il reddito disponibile, fra le più alte dei paesi ricchi.Inoltre, degno di nota, << Nel confronto con gli altri paesi, il debito delle famiglie italiane rimane il più basso.>>. Ma nella Indagine del novembre 2018 è segnalato un dato che conferma la concentrazione della ricchezza tra le generazioni anziane e il loro connotato conservatore e difensivo: gli << strumenti assicurativi e pensionistici sono al massimo storico del 23 per cento della ricchezza finanziaria.>>

Dunque mentre   tantissime famiglie accumulano risparmi, i loro figli sono costretti a andare in giro per il mondo se vogliono laurearsi, trovare lavoro, fare ricerca. Mentre i rapporti asimmetrici nel lavoro e un sistema fiscale non progressivo perpetuano le disuguaglianze, accrescono un risparmio passivo sottratto agli investimenti utili alle nuove generazioni all’intero paese.

Ma come si rovescia tale tendenza? E’ evidente che quelli che continuiamo a chiamare partiti, ridotti ad agenzie di marketing elettorale, non si avventurano a propugnare una patrimoniale, perché è parola d’ordine che non porta voti: l’unica mira ideale del ceto politico contemporaneo. Occorrebbe una mobilitazione di massa, rendere consapevoli le nuove generazioni che la posta in gioco è il loro avvenire e che gli avversari da persuadere sono i loro padri e i loro nonni, nella attuale configurazione polìtica e di classe.Come stanno facendo gli studenti di tutto il mondo per riscaldamento climatico. Essi non persuaderanno nessuno se non irrompono sulla scena con una capacità intransigente di conflitto, con idee e proposte fattibili a cui piegare la volontà dei governi. Ma i giovani possono montare manifestazioni, non possiedono organizzazioni stabili che li supporti.

Per questo trovo di portata strategica l’irruzione del sindacato su tale terreno. La recente intervista a Landini (Repubblica, 3.4.2019) in cui si propone << un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che si inserisca in una idea di Paese basata su un nuovo modello di sviluppo>>, va incoraggiata, anche per le modalità adombrate di realizzazione: << sperimentare veicoli finanziari alimentati da banche e Cdp finalizzati a investimenti>>. Se il termine patrimoniale spaventa si potrebbe pensare ad un prestito forzoso a lunga scadenza con un bassisimo tasso d’interesse, destinando un massa cospicua di risorse agli obiettivi proposti da Landini.

Ma occorrerebbe una discussione seria nel paese.Persuadere i ceti dominanti dell’utilita generale di tale operazione. Chiamando la patrimoniale un “patto di coooperazione tra due generazioni”.

 

 

Il Manifesto

6.4.2019

 

 

Il Mezzogiorno tagliato fuori dalla via della seta di Tonino Perna di Tonino Perna

Il Mezzogiorno tagliato fuori dalla via della seta di Tonino Perna di Tonino Perna

Con la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping anche i nostri bambini hanno saputo che esiste una misteriosa “via della seta”. Per la verità, andrebbe chiamata la via del kapitale cinese, ma sarebbe piuttosto volgare e poco evocativo. In sostanza, il governo cinese ha messo in atto una strategia per rendere più veloci e efficienti i trasporti tra l’Asia e l’Europa, puntando sul fatto che le merci cinesi sono più competitive e il surplus della bilancia commerciale può essere investito all’estero, vincolando i paesi che beneficeranno di questi rilevanti investimenti di capitale. Oggi, la Cina comunista è diventata la più convinta sostenitrice del “libero mercato”, della globalizzazione dei mercati, esattamente come fece l’Inghilterra nel XIX secolo dopo aver fatto la rivoluzione industriale ed essere stata fervente sostenitrice del protezionismo nel secolo dei Lumi. Certo, mantenendo il controllo del cambio della propria valuta, mantiene una gestione politica del rapporto con le altre economie e, con uno Stato e governo forte, che non ha bisogno di consensi elettorali, può fare programmi di lungo periodo.

All’interno di questa strategia va vista la recente visita del presidente cinese che ha scelto l’Italia come porta d’accesso ai ricchi mercati del Centro Europa. Anzi ha scelto due porti di accesso dove investire: Genova e Trieste. In questo modo le navi portacontainers provenienti dall’Asia, quei grattaceli che attraversano gli oceani e arrivano nel Mediterraneo dal mar Rosso, possono velocemente arrivare nel cuore dell’Europa che conta, grazie all’efficienza che la gestione di questi porti e le sue infrastrutture consentono. Tagliato fuori da questo flusso di merci è tutto il Mezzogiorno d’Italia che pure aveva in Gioia Tauro, fino a pochi anni fa, il principale porto del Mediterraneo per il transhipment e che avrebbe avuto bisogno di grandi investimenti per essere rilanciato.   Entrato in crisi in quest’ultimo decennio, con questi accordi con la Cina, principale cliente, il porto di Gioia Tauro può chiudere battenti e mandare a casa migliaia di addetti! Tra le cause c’è sicuramente quello che più volte è stato denunciato: non c’è collegamento con la rete ferroviaria, che a sua volta è obsoleta e non compete che l’alta velocità con cui le merci vengono trasportate nel resto della Ue.

Certo, tra gli accordi si parla di apertura all’export delle arance (per fare un dispetto alla Spagna che non ha voluto firmare un memorandum col gigante cinese), e si sceglie Palermo per un fantomatico hub turistico per il Mediterraneo. Un contentino dato anche al Sud, dove il M5S, che ha voluto fortemente questo accordo con il governo cinese, ha la sua base elettorale.   Ma si tratta solo di buoni proposito. La parte più interessante per le ricadute economiche, quella turistica, è tutta da studiare ed elaborare. Attualmente i 15 milioni di turisti cinesi che hanno visitato l’Europa l’anno scorso fanno, mediamente, un giro veloce delle capitali europee (più Venezia e qualche altra città d’arte), ed in Italia stanno mediamente un giorno e mezzo!! Anche se includessero Palermo, si tratta pur sempre di un turismo di massa mordi e fuggi (come facciamo noi europei quando visitiamo la Cina e pensiamo in dieci giorni di conoscerla!) che incide ben poco in termini di occupazione e di valore aggiunto. Solo se l’Italia avesse una seria politica mediterranea, se guardasse verso Sud, verso l’Africa e non sempre verso la Germania e il Nord America, potrebbe avere un senso parlare anche di hub turistico mediterraneo. Ovvero: elaborare con gli altri paesi della sponda sud una strategia economica, culturale e politica. Ma tant’è: questa è la pochezza di visione in cui siamo immersi.

Da un governo e, soprattutto, da un movimento che è arrivato al governo grazie ai voti dei meridionali c’era da aspettarsi ben altro!

 

Quotidiano del Sud

26.3.2019

I riferimenti sociali perduti nella parabola centrista del Pd di Piero Bevilacqua

I riferimenti sociali perduti nella parabola centrista del Pd di Piero Bevilacqua

Non è per inclinazione a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto che torno con pessimismo sul tentativo di Zingaretti di rimettere in piedi il Partito democratico. Paolo Favilli e altri hanno mostrato su questo giornale molte ragioni di questo pessimismo.

C’è un tema essenziale, che mostra la drammatica inadeguatezza di questo partito, apparentemente resuscitato. E’ la timidezza e l’inconsistenza politica con cui si pone di fronte alla più grave minaccia che pesa sull’avvenire del nostro paese: la cosiddetta autonomia differenziata: straordinaria arma politica contro la Lega, non solo nel Sud. Hanno un bel dire Zaia e compagni nel tentare di ricondurre l’operazione eversiva entro i confini di una redistribuzione del potere amministrativo. Il carattere secessionista della proposta di legge è tutto nello spirito dei referendum regionali tenuti in Veneto e in Lombardia, in una campagna di massa che dura da decenni, oltre che nel testo dei pre-accordi con il governo Gentiloni.

C’È UNA VOLONTÀ DI SEPARAZIONE che sarebbe devastante per una Italia che ha faticato così tanto a diventare nazione, con squilibri territoriali gravi, presidiata da tre forme di criminalità storica che fanno stato nello stato, mentre si sono dissolti i collanti che hanno tenuto unito il paese dal dopoguerra agli anni ’80 del secolo scorso: i partiti di massa. Se passa quella legge si scatenerà un meccanismo che nessuno potrà più governare. Nel giro di pochi anni l’Italia diventerebbe un aggregato di regioni in conflitto mentre la sua criminalità assumerebbe sempre più la fisionomia di multinazionali finanziarie. Una Colombia senza stato nel cuore dell’Europa.

Come può essere un’alternativa un Pd che non prende di petto una questione strategica di tale peso, dal momento che non pochi suoi dirigenti, veneti, lombardi ed emiliani si riconoscono nel progetto secessionista?

Occorre avere il coraggio di dire che il tentativo di Zingaretti è un errore, che continuerà l’errore strategico originario, quello della nascita del Pd. Non soltanto, per dirlo con le parole di un giovane proveniente da quelle file, perché «un partito privo di riferimenti sociali, e dunque di rappresentanza, finisce per diventare soltanto lo spazio di un’aggregazione elettorale intorno a un leader» (Giuseppe Provenzano, La sinistra e la scintilla, Donzelli, 2019). E il Pd i riferimenti sociali, almeno quelli popolari, li ha quasi interamente perduti. Mentre Zingaretti non mostra e non ha nessuna possibilità di recuperarli, impegnato a tenere insieme le sue varie anime e capicorrente.

L’AMBIGUITÀ DEL SUO ESSERE sempre più un partito di centro che si maschera di sinistra, ha catturato al suo interno una parte notevole del migliore ceto politico riformatore del nostro paese, portandolo ad accettare politiche che lo hanno reso gravemente impopolare. Ma questo non è stato senza conseguenze sulle possibilità della formazione alla sua sinistra di una forza politica realmente riformatrice, vale a dire votata a rappresentare ceti popolari, ad allargare il welfare, ad accrescerne il potere, a farsi leva della loro emancipazione.

Senza voler far sconti agli errori compiuti nei vari passaggi alla sinistra radicale e alla sua mancanza di iniziative, è evidente che l’esistenza del Pd ha frenato e reso minoritario lo sforzo di chi possedeva una lettura più profonda del capitalismo contemporaneo e delle sua gravissime implicazioni ambientali. Tale meccanismo è stato di una evidenza teatrale negli ultimi anni, durante il governo Renzi, quando figure politiche con una dignitosa storia di sinistra sono rimaste ammutolite dentro il più fallimentare progetto “riformista” dell’Italia repubblicana. E la permanenza di tali figure nel Pd costituisce oggi una grave e paralizzante prosecuzione dell’ambiguità, che ha fatto abortire tentativi come quello di LeU e continuerà ad alimentare la frantumazione a sinistra.

Occorre rassegnarsi all’idea che Zingaretti dirigerà un partito di centro, con cui si potranno fare anche battaglie comuni, ma solo se sorge alla sua sinistra un forza pienamente indipendente, non condizionata dai rapporti con questa fallimentare “casa-madre”.

 

Il Manifesto

26.3.2019

Lo sciopero mondiale di questi ragazzi lascerà il segno di Piero Bevilacqua

Lo sciopero mondiale di questi ragazzi lascerà il segno di Piero Bevilacqua

L’evento, il primo Sciopero mondiale per il futuro è sicuramente destinato a lasciare il segno. Che siano le adolescenti e i ragazzi di 80  paesi del mondo, le studentesse e gli studenti di migliaia di città, a realizzarlo, induce a una duplice riflessione, resa drammatica anche dai dati forniti dal Rapporto ONU sull’ambiente, in occasione del sesto Global Environment Outlook in corso a Nairobi. (Luca Martinelli,Un quarto dei morti al mondo per inquinamento, e l’inserto l’Extraterrestre in Il Manifesto,14/3/2019).

Duplice perché, per la prima volta nella storia dell’umanità, siamo prossimi a processi catastrofici, che determineranno le condizioni di vita sulla terra  delle generazioni venture, e ,pur essendone  certi e consapevoli, non agiamo. Lasciamo che i governi e le forze politiche organizzino faraonici meeting internazionali, destinati a cambiar poco o nulla dei meccanismi alla base dei riscaldamenti climatici, e continuiamo a vivere secondo lo stile consumistico che sta facendo collassare il pianeta. E dunque che i giovani, coloro ai quali lasciamo in eredità habitat impoveriti e inospitali, destinati a una popolazione crescente, entrino in scena con uno movimento mondiale di protesta è un fatto che rincuora e dà speranza. Si tratta di uno “sciopero” cioé della disubbidienza e del rifiuto di un lavoro, in questo caso la frequenza scolastica, che dà un carattere speciale all’evento e al tempo stesso mostra la tragica debolezza della situazione globale. Sono i ragazzi, solo loro a fare sciopero, a colpire di fatto se stessi, perdendo ore di studio, ma non scioperano gli adulti, gli operai di fabbrica, gli impiegati, i dirigenti, le figure che dovrebbero colpire anche con un danno economico di portata mondiale i responsabili della devastazione in atto: gli imprenditori del  capitalismo estrattivo del nostro tempo. Eppure dovremmo essere noi adulti, che abbiamo goduto e godiamo degli agi resi possibili  dalla distruzione della Terra a ribellarci, a organizzare uno sciopero generale, a bloccare l’infernale macchina produttiva che getta nelle discariche 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l’anno, rovescia nelle acque gli escrementi di 24 miliardi di animali di allevamento , riempie l’aria di CO 2 e altri gas serra, immette negli spazi urbani milioni di auto in eccesso, sta creando in giro per il mondo montagne di rifiuti tecnologici (e-waste), creando una nuova orografia dell’obsolescenza programmata.

Ma nelle considerazioni compiaciute per questo evento memorabile di oggi deve trovar posto anche un avvertimento e un allarme.I giovani non possono illudersi di esaurire la loro battaglia una tantum, perché non possono illudersi che chi governa l’ordine economico mondiale abbia  il benché minimo interesse al loro futuro e a quello della Terra. Costoro distruggeranno sino all’ultimo lembo di suolo fertile, disseccherano sino all’ultima sorgente le acque della Terra, finché sarà loro possibile trarre un qualche  privato profitto.  E non c’è altro argomento per farmarli, per indurli a percorrere un’altra strada, che   colpirli nei loro interessi vitali. A tale fine l’azione di protesta deve assumere un carattere sistematico e articolato su più fronti. Deve fare pressione sulle amministrazioni, coinvolgendo le tante forze oggi impegnate in queste lotte, per la riconversione ecologica delle città ( riciclo integrale dei rifiuti, diffusione del solare, limitazione del traffico urbano, riuso delle acque reflue,blocco della cementificazione, ecc). Ma deve anche organizzare campagne sistematiche di boicottaggio delle merci prodotte coi sistemi che stanno distruggendo   gli habitat. Occorre essere consapevoli che non c’è più tempo e che le prediche moralistiche, la bolsa retorica del ceto politico, non spostano di un’oncia i meccanismi in atto. Sono necessari settimane e mesi di “sciopero dei consumi”, di rinuncia alla carne degli allevamenti intensivi, ai prodotti dell’agricoltura  industriale, ai beni programmati per rompersi, all’American  lifestyle imposto dal capitalismo USA a tutto il mondo, se si vuole spostare su un terreno di compatibilità ambientale le potenze produttive che oggi dominano l’economia del pianeta.

I ragazzi hanno imboccato la strada giusta.Come le donne di Non una di meno, hanno capito che la dimensione della lotta deve essere internazionale e deve avvenire sotto forma di sciopero, cioé di lotta, di conflitto contro un avversario che  difende lo status quo in cui prospera il proprio interesse.Per oltre due secoli la classe operaia ha fatto evolvere la società industriale, facendo diminuire la giornata di lavoro e accrescendo i salari, promuovendo l’innovazione con conflitti lunghi e costosi. Oggi non c’è altra strada per salvare il pianeta. Una lotta di classe a livello mondiale.

 

Il Manifesto

15.3.2019

Contro la secessione del patrimonio culturale e paesaggistico Appello/Autonomia differenziata

Contro la secessione del patrimonio culturale e paesaggistico Appello/Autonomia differenziata

La richiesta di “autonomia differenziata”, su ben 23 materie, è partita dalla Regione Veneto, ma ha coinvolto anche la Lombardia e l’Emilia Romagna. Questa strisciante secessione farebbe gestire alle tre Regioni il 90% del gettito fiscale per sostenere il welfare dei propri territori. Le attuali richieste di “autonomia differenziata” avanzate dalle tre regioni sono la conseguenza diretta di quella sciagurata modifica del Titolo V fatta dal Governo Amato. Le tre Regioni hanno chiesto, nelle cosiddette bozze di pre-intesa già discusse con il Governo Gentiloni, una assoluta autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria anche del Patrimonio culturale, dei territori e dei paesaggi.

Le tre Regioni che vogliono la manovrabilità sui tributi regionali e locali, stanno chiedendo, oltre alla regionalizzazione della Sanità e della Scuola, di trasferire ai propri uffici regionali le competenze di tutte le funzioni, amministrative e tecnico-scientifiche, delle Soprintendenze che sarebbero, come in Sicilia, controllate dal potere politico regionale. Le tre regioni secessioniste non solo sono fra quelle che non hanno ottemperato all’obbligo di elaborare i piani paesaggistici regionali, ma, analizzando l’ultimo rapporto dell’Ispra, sono anche quelle che consumano più suolo: Lombardia, 12,99%, seguita dal Veneto, 12,35%, e, poi, l’Emilia-Romagna, 9,99%, ai primi posti. Sono, dunque, proprio le Regioni che più cementificano, quelle che vogliono avere mano libera sul Patrimonio e sul paesaggio, senza più il controllo esercitato dalle Soprintendenze, ora organi periferici del Mibac, dello Stato.

Se dovessero passare queste modifiche anticostituzionali ed antiunitarie, l’intero Patrimonio della cultura perderebbe il carattere di fondamento identitario nazionale acquisito grazie al rapporto plurimillenario fra uomini e paesaggi italiani.

I sottoscritti si oppongono fermamente al tentativo di secessione in atto e ribadiscono l’inviolabilità del principio, statuito dall’art.9 della Costituzione, secondo il quale è la Repubblica, e non le Regioni, a tutelare il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Osservatorio del Sud

Assotecnici

Officina dei Saperi

Associazione R. Bianchi Bandinelli

Emergenza Cultura

Battista Sangineto, archeologo, Università della Calabria

Irene Berlingò, archeologa, già dirigente Mibac

Pier Giovanni Guzzo, archeologo, Accademico dei Lincei

Giuseppe Pucci, archeologo, emerito Università di Siena

Piero Bevilacqua, storico, Università La Sapienza Roma

Tomaso Montanari, storico dell’arte, Università di Siena

Vittorio Emiliani, giornalista e saggista

Fausto Zevi, archeologo, Accademico dei Lincei

Lucia Faedo, archeologo, già Università di Pisa

Licia Vlad, archeologa, già dirigente Mibac

Caterina Bon, già direttore generale Abap

Rita Paris, archeologa, ex dirigente Mibac

Ruggero Martines, architetto, ex direttore generale Mibac

Andrea Camilli, archeologo, presidente Assotecnici

Ilaria Agostini, urbanista, Università di Bologna

Paolo Baldeschi, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Paolo Berdini, urbanista

Roberto Budini Gattai, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Carlo Carbone, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Carlo Cellammare, urbanista, Università di Roma “Sapienza”

Giancarlo Consonni, urbanista, Politecnico di Milano

Flavia Martinelli, urbanista, Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria

Lodovico Meneghetti, urbanista, Politecnico di Milano

Raffaele Paloscia, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Francesco Pancho Pardi, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Sandro Roggio, urbanista

Leonardo Rombai, geografo, Università degli Studi di Firenze

Enzo Scandurra, urbanista, Università di Roma “Sapienza”

Graziella Tonon, urbanista, Politecnico di Milano

Daniele Vannetiello, urbanista, Università di Bologna

 

IL MANIFESTO

13.3.2019

Perché le autonomie toccano il ruolo del sindacato di Ignazio Masulli

Perché le autonomie toccano il ruolo del sindacato di Ignazio Masulli

È stato ampiamente dimostrato come l’autonomia differenziata aggraverà il divario tra Nord e Sud. Ciascuna regione potrà trattenere un maggiore ammontare del gettito fiscale del proprio territorio e spenderlo per servizi pubblici destinati ai cittadini residenti in quella regione. È facile comprendere gli effetti di maggiori diseguaglianze in settori dell’organizzazione sociale. Tanto più amplificate in quanto accompagnate da un’ulteriore riduzione dei vincoli posti alle autonomie regionali.

Qui intendiamo sottolineare solo alcuni aspetti delle pesanti ripercussioni che si avrebbero sulle condizioni di lavoro e gli squilibri che già le caratterizzano in quegli stessi settori.

Da quanto previsto nelle bozze d’intesa, è evidente che verrà meno la parità di diritti dei cittadini italiani alla «tutela della salute» prevista dalla Costituzione. Le pur ampie autonomie delle regioni nella gestione della sanità saranno ulteriormente allargate nell’organizzazione della rete ospedaliera, selezione dei dirigenti, assistenza farmaceutica, nonché in materia di tariffe, rimborsi, e perfino retribuzioni.

Sarà la fine anche del sistema nazionale dell’istruzione, giacché la regionalizzazione investirà scuole, dirigenti scolastici e insegnanti. Una recinzione simile si verificherà pure nella cura e valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

È prevista, inoltre, una specifica attribuzione di poteri sulla ricerca scientifica e tecnologica. Nuovi poteri saranno attribuiti alle regioni in materia urbanistica e di governo del territorio. Anche per quanto concerne il sistema dei trasporti, strade, autostrade, ferrovie, porti e aeroporti saranno gestiti, in varia misura, dalle regioni.

Non bastasse, assisteremo alla regionalizzazione di buona parte del pubblico impiego, della tutela e sicurezza del lavoro, della previdenza integrativa, degli incentivi alle imprese. È chiaro che tutto questo non potrà non ripercuotersi sulle prerogative e funzioni delle organizzazioni sindacali e sulla loro capacità contrattuale nella difesa dei diritti dei lavoratori.

Un colpo pesantissimo il sindacato lo riceverà, comunque, per il fatto che, a fronte di un’autonomia differenziata, in tutti i settori sopra indicati la definizione dei rapporti di lavoro, sia in termini normativi che retributivi, difficilmente potrà essere regolamentata dai contratti nazionali. E si tratta di una conseguenza tutt’altro che casuale. Sappiamo bene che in tutto il quarantennio neoliberista i contratti nazionali sono stati il bersaglio principale di quanti, gruppi imprenditoriali e governi, hanno cercato di ridurre il potere contrattuale dei sindacati. Tutte le spinte verso la contrattazione aziendale hanno mirato costantemente a questo scopo.

Si può partire dall’offensiva di Margareth Thatcher e degli altri governi conservatori in Europa, purtroppo passando anche per i vari Blair, Schröder e gli altri becchini della socialdemocrazia, fino ai loro emuli recenti, comprese le politiche del lavoro dei penultimi governi italiani.

Oggi una delle maggiori sfide del sindacato italiano e, in prima fila, della Cgil, è quella di opporsi con grande determinazione a questo ulteriore aggravamento degli squilibri e diseguaglianze del mondo del lavoro e della società italiana più in generale.

Questo fronte di lotta può risultare decisivo anche nel contrasto alla logica della società chiusa in cui ci stiamo ingabbiando: «prima gli italiani», «prima i lombardo-veneti» o altri, «prima la mia città, prima il mio quartiere» …e poi? Poi quali prospettive per un’organizzazione sociale ad imbuto?

 

il Manifesto

06.03.2019