Categoria: Dalla Stampa

Il virus sulla piaga del disastro della Lombardia.- di Piero Bevilacqua

Il virus sulla piaga del disastro della Lombardia.- di Piero Bevilacqua

Cominciamo dal nome. Perché dirigenti politici, parlamentari, intellettuali, giornalisti, perfino di alto rango, come Eugenio Scalfari, si ostinano a chiamare governatori i presidenti di regione? Per attribuirgli maggiore solennità, per far sentire il Paese Italia, che essi governano in parte, più importante e stimato nel mondo?

Tale analfabetismo istituzionale in realtà è erroneo e infondato nel primo caso, e reca danni nel secondo. In grandissima maggioranza i presidenti di Giunta regionale – come vanno chiamati, ricorda Sabino Cassese – mostrano da anni. A essere benevoli, una sperimentatitssima inadeguatezza al loro compito.

Perché innalzarli di rango? Governatori sono quelli degli Usa, a capo di veri e propri stati di una repubblica federale. Noi siamo uno stato unitario con autonomie regionali solo da 70 anni. Forzare l’immaginario istituzionale degli italiani, fa male all’Italia come dovrebbe apparire ormai evidente.

Paradossalmente, la pandemia che ancora ci sovrasta ha avuto la funzione di una sorta di sperimentazione storica vissuta in anticipo. La gestione dell’emergenza sanitaria è stata, e continua ad essere, una drammatica simulazione in vivo di cosa accadrebbe all’Italia se venisse riconosciuta l’autonomia differenziata pretesa da alcune regioni del Nord.

Se lo spettacolo di caos istituzionale a cui assistiamo, da Nord a Sud, avviene in condizioni di estremo pericolo e necessità – quelle di oggi – è lecito immaginare che in tempi normali avremmo le guerre per bande regionali. E l’Italia, dilaniata dalle contese territoriali, sarebbe finita.

Per verità storica andrebbe ricordato che la condotta erronea ( e forse anche criminale) di chi ha affrontato l’emergenza sanitaria in Lombardia è responsabile della diffusione del virus in tutta Italia e del disastro in cui versa l’intero paese.

Lo diciamo non per ingenerosa rampogna e neppure solo per consigliare a chi dirige quella regione maggiore umiltà di comportamento e spirito unitario. Ma perché la diffusione del virus dalla Lombardia all’Italia raffigura tutto il portato di scelte politiche e di modello di sviluppo che hanno fatto di quel territorio il focolaio epidemico più catastrofico d’Europa.

Non ci sono solo le scelte del presidente Fontana e dei suoi assessori, ma anche quelle di chi ha privatizzato la sanità, smantellato i presidi territoriali, concentrato le risorse in pochi centri eccellenti, accelerato il processo che trasforma la cura in industria sanitaria.

Sullo sfondo c’è lo sviluppo della Lombardia negli ultimi 20 anni: la più elevata cementificazione d’Italia, la crescita degli allevamenti intensivi e quindi del particolato nell’atmosfera, l’intensificazione chimica dell’agricoltura industriale, l’inquinamento generato dalle industrie e degli inceneritori.

Eppure sulle ragioni ambientali che fanno dell’epidemia lombarda un caso forse unico al mondo, non una parola di interrogazione e di dubbio è venuta da parte degli attuali dirigenti regionali. Una reticenza cui ha fatto eco la scandalosa, stupefacente rimozione del problema da parte degli scienziati e dei dirigenti sanitari ascoltati ogni sera in tv.

Infine una parola sulla condotta del governo. Non c’è dubbio che il blocco totale della mobilità individuale fosse una scelta senza alternative, ma oggi dovrebbe contemplare una ragionevole casistica di eccezioni. Anche se l’esecutivo ha continuato a mentire sulla totalità del blocco produttivo, continuando a produrre armi da guerra, e di recente ha acquistato 15 elicotteri da combattimento AW169M, marca Leonardo, per 337 milioni di €.

Quanto fosse necessario fabbricare nuovi ordigni per uccidere persone, per il virus già muoiono nel mondo a centinaia di migliaia, ognuno può capirlo da sé. Un saggio di come gran parte delle forze politiche intenda il ritorno alla normalità : un mero ripristino delle condizioni precedenti alla pandemia. Non sanno battere altro sentiero che quello da cui son venuti.

Tale condotta suona come un avviso alle forze democratiche che vedono nella catastrofe presente un’occasione imperdibile per cambiare radicalmente il nostro modello economico, il nostro iniquo assetto sociale. Non si può sperare che questo accada spontaneamente.

Abbiamo visto quanto poco l’ emergenza climatica turbi i sonni dei nostri governanti. Occorre che si crei, ad opera delle organizzazioni culturali più autorevoli presenti in Italia, un comitato unitario che vigili, elabori proposte, mobiliti i cittadini perché alla tragedia odierna non ne seguano altre per noi e per le prossime generazioni.

da “il Manifesto”, 24 aprile 2020

La ripartenza e le tutele dei lavoratori che mancano.- di Massimo Covello*

La ripartenza e le tutele dei lavoratori che mancano.- di Massimo Covello*

Il tempo che abbiamo alle spalle, in Calabria, per le morti sul lavoro, cosi come per l’esplosione esponenziale delle malattie professionali, è stato un “tempo horribilis” soprattutto nell’industria e nell’edilizia. Questo è quanto sancisce il rapporto Inail, presentato a fine 2019, sui dati relativi al 2018. Diverse le cause correlate: scarsa attenzione alla tutela ed alla prevenzione, vetustà de macchinari, precarietà e dequalificazione dei lavoratori coinvolti.

Su questo allarmante dato per lo più sottovalutato e mai organicamente affrontato, dal sistema imprenditoriale, dalle forze politiche, dalle Istituzioni ed anche dalle forze sociali, visto che da sempre la prevenzione e la tutela vengono considerati un costo e non una delle responsabilità sociali a cui prestare attenzione, si è abbattuta la pandemia covid-19. In un batter d’occhio il mondo si è trovato difronte a scenari apocalittici con un nemico la cui forza letale, dopo più di un mese di Lockdown, ancora si stenta ad arginare.

Esso ha messo a nudo tutte le scelte sbagliate compiute negli anni, nella nostra regione e nel nostro Paese per intanto, sul piano sanitario, ambientale, dell’organizzazione della produzione e dei servizi, dei settori ritenuti strategici. Sul piano del lavoro, cosi come su quello sociale, per tentare di arginarne l’espansione, la strategia più efficace messa in campo è stata, ed è, la chiusura temporanea delle attività considerate non essenziali. A riferimento, sia pur a maglie molto larghe come appena ieri hanno dimostrati i dati presentati dall’Istat, è stato adottato il protocollo sicurezza che il Governo ha sottoscritto con le parti sociali il 14 Marzo scorso nonché il decreto “cura Italia”.

La regione Calabria a seguito di ciò ha promosso e sottoscritto con le parti sociali un accordo istituzionale propedeutico all’attivazione degli ammortizzatori sociali con ricorso alla cassa integrazione in deroga. Tutti questi eccezionali provvedimenti stanno consentendo, con la causale covid-19, l’attivazione di 9 settimane di chiusura delle attività fino al 31 Agosto. Per dare un dato di riferimento solo nel settore metalmeccanico in Calabria, ad ora, sono intorno ai 400 gli accordi sottoscritti come Fiom-Cgil con una platea di circa 4.500 lavoratori interessati. Sono dati drammatici sotto tutti i punti di vista. In attesa che il Governo presenti l’annunciato “programma nazionale per la fase 2” da alcuni giorni, si parla di condizioni favorevoli alla ripresa delle attività e di insostenibilità del fermo.

Io penso ci sia da stare molto attenti e da valutare bene come si potrà riprendere. La realtà per come la stiamo osservando e per come ci viene segnalata dai lavoratori e dalle lavoratrici, ci dice che, nella nostra regione, manca, a tutt’oggi non si è strutturata una azione coordinata e condivisa ad ogni livello, tra le Istituzioni, le parti sociali, per l’approvvigionamento, la distribuzione e l’utilizzazione dei Dpi. Perfino chi ha dovuto continuare a lavorare, spesso l’ha fatto e lo fa senza tutte le idonee protezioni ad ogni livello, mettendo a rischio sé stesso ed i propri vicini ogni momento.

Non c’è un piano operativo e coerente di sanificazione costante degli ambienti di lavoro; non è stato per nulla predisposto né definito un piano di mobilità pubblica e privata efficace alla prevenzione dei contagi; non esiste un piano per lo smaltimento dei rifiuti speciali covid-19. Mentre nelle pochissime grandi fabbriche presenti nella nostra regione si è proceduto ad accordi, nazionali ed aziendali, sulla ripresa con precise scelte riorganizzative, purtroppo non ci risulta che nelle migliaia di piccole aziende, parliamo del 90% di quelle calabresi, con pochi dipendenti già spesso ubicate in locali con problemi di areazione, adeguatezza degli spazi, qualità dei servizi igienici ed uso dei normali indumenti di salvaguardia, si sia provveduto a rivedere il tutto. Se per davvero si intende superare la situazione, non si tratta di ritornare al prima. Il covid-19 ha cambiato tutto.

Se si dovrà convivere con esso, non sapendo per quanto tempo e non si ritiene cinicamente la morte delle persone al lavoro un danno collaterale, nulla potrà essere come prima. Servono investimenti, tecnologia, formazione, assunzioni nei servizi di controllo, orientamento, tutela e soprattutto una nuova cultura sociale del lavoro. Serve consapevolezza e condivisione. In primo luogo delle parti sociali e delle Istituzioni. Si deve capire che le piccolissime imprese, individuali, artigiane devono essere accompagnate orientate, ed assistite non solo finanziarimente ma con servizi, aiuti di filiera, progetti di innovazione, perché non pensino che solo con la riduzione dei costi, con la precarizzazione, la flessibilità e spesso con l’evasione possano competere e salvarsi.

Servono, insomma, quelle politiche industriali diventate chimera nel Paese ed in Calabria per preservare la buona impresa ed evitare la perdita di migliaia di posti di lavoro. Le persone prima di tutto ed un nuovo modello produttivo che non consideri il lavoro e le persone delle semplici merci, anche perché non ci sono scorciatoie quando il nemico ha le caratteristiche del covid-19 .

*Segretario regionale della Fiom Cgil Calabria
da “il Quotidiano del Sud”, 23 aprile 2020

Foto da buongiornonovara.com

Lo Stato unico antidoto ai sovranismi regionali.- di Gianfranco Viesti

Lo Stato unico antidoto ai sovranismi regionali.- di Gianfranco Viesti

In grande evidenza, nell’agenda politica dei prossimi mesi, dovrebbe esserci una profonda riflessione sul regionalismo. Cioè su come funziona oggi l’Italia. Per quel che sta accadendo sotto i nostri occhi in piena emergenza Coronavirus: i particolarismi che rendono più difficile una strategia unitaria, sanitaria ed economica; gli snervanti ping pong sulla libera circolazione fra regioni. Eccessi di protagonismo, continue polemiche, crescenti contrapposizioni territoriali.

Non sono problemi che nascono con l’epidemia: sono spie di squilibri e distorsioni presenti da tempo. E non sono solo il frutto degli assetti giuridico-amministrativi: sono spie delle difficoltà di fondo nel funzionamento del nostro paese. Perché ripensare profondamente al regionalismo? Per più motivi.

1) La capacità del “centro” di esercitare le proprie funzioni di indirizzo, di raccordo, di garanzia dei diritti dei cittadini è molto debole.
Le Amministrazioni Regionali strabordano anche perché le capacità politiche del Parlamento, in rappresentanza di tutti gli Italiani, quella dell’esecutivo, quella tecnica ed amministrativa delle istituzioni centrali, vengono esercitate poco e male. Molto sui dettagli, poco sui principi e sulle scelte di fondo. Un ampio regionalismo ha bisogno di un centro forte e intelligente: se questo manca diviene frammentazione e confusione. E’ opportuno ri-centralizzare alcune competenze? Probabilmente sì; ma prima di farlo, bisognerebbe essere certi che poi vengano esercitate.

2) Il profondo indebolimento dei partiti, ricordato ieri su queste colonne da Alessandro Campi, e l’assenza di visioni politiche sulle grandi scelte che l’Italia deve compiere fa sì che il raccordo fra le concrete scelte, nazionali e regionali, sia sempre più debole. Nelle regioni tante politiche pubbliche – anche da parte di governi dello stesso colore di quello centrale – non sono l’adattamento e la utile differenziazione per i diversi contesti delle scelte generali; che spesso mancano. Con alcune eccezioni, sono troppe volte un fai-da-te. Soggetto, come si è visto chiaramente in questa crisi, a fenomeni di cattura e di condizionamento da parte di interessi locali. Mirato a garantire il successo di breve termine al personale politico regionale; soprattutto ai Presidenti, questi moderni “shogun” (come li definisce Sabino Cassese), che giocano sempre più in proprio.

3) In questo contesto, il regionalismo si è distorto: più che garantire le autonomie è divenuto lo strumento principale per la lotta per le risorse pubbliche fra i diversi territori. Già dall’inizio del secolo, ma ancor più nell’ultimo decennio, scopo delle Amministrazioni Regionali è stato quello di assicurare a sé stesse la quota più ampia possibile delle decrescenti risorse pubbliche. Di dar corpo al leghismo, inteso nella sua accezione più ampia: più a me, meno a te; un obiettivo per molti versi raggiunto.

Nell’incapacità di Parlamenti e Governi di affrontare il grande tema dei “livelli essenziali delle prestazioni”, cioè dei diritti che devono essere garantiti a tutti gli Italiani, e dei principi che devono concretizzarli, il concreto potere decisionale si è spostato nelle stanze, spesso oscure, delle Conferenze delle Regioni. Dove quelle più forti e ricche hanno sbaragliato quelle più deboli. Più capaci tecnicamente e più determinate politicamente, le regioni del Nord (tanto quelle governate dalla Lega quanto quelle di centrosinistra) hanno volto a proprio favore ogni scelta: nell’insipienza di quelle del Sud, spesso assenti nelle discussioni sulle grandi politiche, attente solo a vedersi garantite risorse da impiegare discrezionalmente. Proprio la sanità lo dimostra: con l’accentuarsi di un divario enorme, che non c’è in nessun altro paese europeo, di dotazioni, finanziamenti, personale. Non è mai diventato un problema politico nazionale; né è stato più di tanto sollevato dai “perdenti”, attenti soprattutto alla gestione. Ci si è assuefatti all’assurda idea che chi vive in alcune regioni debba andare in altre a curarsi.

4) L’incredibile vicenda del “regionalismo differenziato” è stata specchio di tutto questo. Con il tentativo delle Amministrazioni Regionali di accaparrarsi quanti più poteri e competenze possibile, indipendentemente dalla materia e della logica d’insieme. Con l’esplicita campagna lombardo-veneta per farne il veicolo per assicurarsi ancora più fondi, sottraendoli agli altri territori. E con l’assordante silenzio della politica e dei residui partiti nazionali, distratti rispetto ai rischi di frammentazione del paese, di ulteriori disparità nei diritti dei cittadini; attenti a non contrariare i propri referenti politici, i propri portatori di voti, locali.

5) Si è così rafforzato il sovranismo regionale. L’idea che i cittadini siano tutelati non dal Parlamento, da leggi giuste, da principi comuni, ma dai propri rappresentanti territoriali. In lotta con gli altri per i soldi, potenti in casa propria; a cui rivolgersi per ogni problema. Un sovranismo che combatte verso l’alto, con le amministrazioni centrali; e che schiaccia – con il potere delle norme e delle risorse – i Sindaci e le città: molto più vicine alle effettive esigenze dei cittadini. L’idea, banale, che per fare il bene dei lombardi, basti dare forza, soldi, potere agli amministratori del Pirellone; la convinzione, come si è visto smentita drammaticamente dai fatti, che per tutelare la loro salute non si dovesse rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, ma accrescere il potere decisionale locale.
Insomma, c’è certamente un problema di assetti giuridici ed amministrativi. Ma, prima e ancor più, c’è un tema di fondo: l’eccesso di frammentazione e protagonismo delle Regioni è frutto dell’indebolimento complessivo del paese, delle sue capacità politiche, del suo senso di comunità nazionale.

da “il Messaggero”, 21 aprile 2020

Foto di ElisaRiva da Pixabay

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

Il presidente della Regione Santelli ha deciso di impedire alle Asp di fornire le notizie riguardanti l’epidemia in corso, in ordine sparso, ma di raccoglierle e darle per mezzo di un unico bollettino emanato dalla Regione Calabria. La decisione, per quanto dal tenore un po’ troppo autoritario, non mi ha irritato più di tanto perché l’ho attribuita ad una necessità di coordinamento e di validazione delle notizie. Non accetto, però, la totale assenza di informazioni riguardanti lo stato, già poco rassicurante in tempi normali, della Sanità calabrese alle prese con la pandemia.

Al netto della sempre più incomprensibile ed inquietante vicenda della RSA di Torano, potrei, potremmo tutti noi calabresi, sapere quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale? Quanti guariti ci sono per ricoverati? Corrisponde al vero che, come ha scritto “la Repubblica”, il contagiato numero 1, il sessantenne di Cetraro, è morto dopo 40 giorni di degenza solo perché non è arrivato in tempo un pacemaker? Quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio? Quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria?

Sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio e, se sì, in quali territori? Sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione? Sono state attivate, come in Emilia-Romagna, sinergie con il privato per il prelievo e le analisi dei tamponi e, in seguito, del sangue, atteso che, purtroppo, lo Stato non ha strutture sufficienti per farlo? Sono state realizzate residenze per tutti quei sanitari in prima linea che non vogliono contagiare la propria famiglia tornando a casa, per convalescenti ancora infetti e per contagiati asintomatici? Quanti tamponi sono stati eseguiti e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita?

La Regione Calabria ha preparato un programma di prelievo sierologico, quando ce ne sarà uno definitivamente approvato? Sono state create residenze per la quarantena dei poveri calabresi emigrati che sono stati licenziati dalle aziende del nord o che hanno perso un lavoro precario o in nero e che non possono nemmeno tornare a casa, come hanno testimoniato le molte disperate lettere meritoriamente raccolte da Annarosa Macrì nella sua rubrica, su questo giornale?

Se si fosse voluto esser coerenti con l’autocertificazione di calabresi accoglienti che ricevono “l’altro” sempre con un mitopoietico “trasite, favorite…”, non si sarebbe dovuta levare, dai social, quella canea contro gli sconsiderati untori che tornavano dal nord a infettare la Calabria, ma si sarebbero studiate delle strategie per far trascorrere loro una quarantena in sicurezza nei tantissimi alberghi vuoti della nostra Regione. Possiamo ancora farli tornare, questi poveri disoccupati, studenti, precari e lavoratori in nero che non reggono più, economicamente e sentimentalmente, questa lontananza.

Non sembrerebbe esistere, dunque, alcun “modello Calabria” perché le uniche misure adottate contro la pandemia sono quelle dell’isolamento fisico che sembrerebbero, qui, più efficaci che altrove a causa della bassa e lasca densità abitativa e della consapevolezza, terrorizzante, di risiedere in una regione particolarmente arretrata da un punto di vista sanitario.

Il presidente Santelli, la sua giunta, il suo Comitato tecnico-scientifico, il direttore della Protezione civile hanno una strategia o, almeno, un programma per la cosiddetta Fase 2, quella nella quale, a partire dal 4 maggio, si dovrebbe iniziare a “riaprire” le attività? Se la risposta alle domande che ho fatto sopra sarà negativa o dubitativa, credo che saremo davvero nei guai perché quando il Governo disporrà una riapertura, anche parziale, non si potrà più opporre una ordinanza di “chiusura” della sola Calabria, intanto perché, come ha già scritto Sabino Cassese a proposito delle molte ordinanze regionali e nazionali di queste ultime settimane, potrebbe essere anticostituzionale e poi perché non può durare per sempre. Presidente Santelli, per favore, non si faccia trovare con in mano solo l’arma dell’isolamento, potrebbe essere scarica.

da “il Quotidiano del Sud”. 20 aprile 2020

Foto di Jeff Balbalosa da Pixabay

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

Se c’è una cosa che gli eventi di questi giorni fanno emergere in maniera chiara è la conferma dello spessore della visione politica che, nella seconda metà del Novecento, ha prodotto un sistema sanitario solidaristico ed universale e cioè assistenza e cure per tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza oneri perché finanziate dalla fiscalità generale. Il servizio sanitario pubblico Italiano nel quale chi ha di più garantisce – attraverso una tassazione proporzionalmente progressiva – lo stesso servizio a chi ha di meno o non ha niente.

Al netto di lacune ed insufficienze – di cui diremo dopo -l’emergenza non ha fatto differenze tra classi o tra chi ha possibilità economiche maggiori di altri.

E ciò introduce alcuni temi che trovano in Calabria il loro esempio paradigmatico.

Il primo: la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico. Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Vediamo in questi giorni il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni. Un danno che viene contenuto solo dalla solidità strutturale del sistema e dalla straordinaria abnegazione degli operatori sanitari.

Il diritto alla salute è previsto nella Costituzione, all’art. 32, mentre in nessuna parte della Carta sta il richiamo ad un primato dei conti pubblici. Ed è bene che in un momento come questo l’abbia detto -esplicitamente – il presidente del consiglio, perché il fatto che tutto, anche i principi costituzionali ,la sanità in primis,siano trattati come merci è una vergogna che non deve più sentirsi.

Diritti costosi,ed infatti previsti a carico dello Stato ,perché i ricavi da essi prodotti non sono inscrivibili in un bilancio aziendale quanto piuttosto ,essendo fatti di cultura ,senso civico, ,conoscenze, benessere,in un ideale -ma ben percepibile -bilancio istituzionale e politico.

Il secondo tema, conseguenziale: lo Stato deve mettere a disposizione i fondi necessari per far fronte ai fabbisogni e laddove sono riscontrati deficit di bilancio nel settore – come in Calabria – si devono individuare e tagliare gli sprechi,perseguendo e sanzionando i responsabili ed i ladri, e non limitare le prestazioni con la politica mercantilistica dei budget o “ acquisti di prestazioni” ( terminologia orrenda che sta a significare che un burocrate nominato dal sottobosco politico stabilisce cosa serve ad una popolazione e cosa no e di cosa possono ammalarsi i cittadini per poter usufruire della assistenza dello Stato,cioè di un loro diritto) che,inevitabilmente,provoca aumento della lista d’attesa ed emigrazione sanitaria.

I commissariamenti, è dimostrato, non servono a niente, men che meno ad abbattere il debito, anzi lo aumentano. Servono, eccome,a creare un centro di potere permanente ed estraneo al circuito democratico espropriando la responsabilità del governo della sanità che spetta al governo ed all’assemblea regionali.

Il terzo tema: la rete ospedaliera. In Calabria, da dieci anni gli unici (asseriti) rimedi al deficit sono stati – per decisione di boiardi e generali in pensione nominati commissari – la chiusura di ospedali in zone disagiate, il blocco delle assunzioni e i tagli delle risorse. Il tutto senza alcuna azione di rigenerazione complessiva come avrebbe potuto essere quella di potenziare i servizi territoriali, la specialistica ambulatoriale, l’urgenza emergenza, iDEA. Come se la creazione di un ospedale hub si possa fare per decreto e non in seguito alla elaborazione ed implementazione di un progetto. Eppure è così, così è stato .

Il quarto tema, i privati. Se ne è avuto un coinvolgimento modesto in questa fase di crisi, perchè per anni si è alimentato un sistema in cui le strutture serie e di eccellenza sono state mortificate con riduzione di posti letto e tagli lineari lasciando ingrassare le nicchie dei profittatori. Eppure in teoria il sistema è semplice. Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano pubblica e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi degli ospedali pubblici . Esse devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme.

Se ben guidata da una classe dirigente seria ed all’altezza del compito sarebbe una integrazione virtuosa che inevitabilmente farebbe aumentare la qualità e diminuire i costi per la comunità. Ma questa è roba per la Politica con la P maiuscola, non per i viceré mandati dai capibastone a rastrellare qualche milione sul fondo destinato alla tutela della salute di cittadini, come avviene da dieci anni in Calabria nella indifferenza della quasi totalità dei parlamentari calabresi nominati dagli stessi capibastone. La lezione di questi giorni è dura ma forse può servire per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire.

L’ultimo tema è l’indicazione pratica che ci viene dai difficili giorni che stiamo vivendo: la salute dei cittadini di una nazione non può essere regionalizzata. Ai problemi portati dal virus si sono aggiunti i disagi derivanti dai comportamenti dagli atteggiamenti e dalle disposizioni diverse della politica locale.

Noi lo diciamo da anni, ma ora il re e’ nudo: la tutela della salute e’ un diritto fondamentale garantito ad ogni cittadino in maniera uguale a tutti gli altri per poter assicurare benessere e dunque efficienza ,efficacia ai cittadini che così possono produrre cultura idee,formazione ,e quindi,in ultima analisi sostenere la crescita ,giusta ed equilibrata del sistema paese.

La vera grande opera pubblica che ci serve e’questa :sostenere la scuola,tutelare l’ambiente ed il patrimonio culturale, assicurare un servizio sanitario efficace e moderno a tutti e nello stesso modo.

Dunque, occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali.

Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla sciagurata idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, in presenza di un fenomeno come quello del potenziale contagio definito per “focolai”, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini.

Si tocca con mano, oggi, si avverte chiaramente sulla pelle ,e non nelle parole di un talk show, che i diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste.

Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

da il Quotidiano del Sud, 12 aprile 2020

Privatizzare i beni culturali? Incostituzionale.- di Amedeo Di Maio e Battista Sangineto

Privatizzare i beni culturali? Incostituzionale.- di Amedeo Di Maio e Battista Sangineto

È in corso da anni, anche nel settore dei Beni culturali, una violentissima battaglia ideologica per sopprimere le strutture e le prerogative dello Stato, conforme all’ideologia dello Stato leggero posto al servizio del mercato che, secondo il pensiero unico neoliberista, si autoregolamenterebbe. Abbiamo avuto modo di vedere, come nel caso della pandemia in corso, quanto ingannatrici e portatrici di sventure fossero le sirene liberiste nelle privatizzazioni, nella precarizzazione del lavoro, nelle liberalizzazioni e nella globalizzazione.

Si vuole convincere, con ogni mezzo di comunicazione di massa, la pubblica opinione dell’insufficienza e dell’incapacità da parte dello Stato di custodire e, soprattutto, di valorizzare il Patrimonio storico e artistico lasciatoci dai nostri progenitori. Quel Patrimonio così strettamente legato al nostro sentirsi italiani da essere protetto, caso quasi unico nel mondo, da un articolo della Costituzione della Repubblica: l’articolo 9. Perché dovremmo pensare che il legato storico e ambientale dei nostri progenitori sarebbe meglio custodito e valorizzato se fosse affidato alle mani dei privati?

Un paio di settimane fa, Pierluigi Battista ha scritto un articolo sul Corriere della Sera per sollecitare un “piano di salvezza culturale nazionale” derivante dalla difesa settoriale resasi necessaria per l’epidemia causata dal coronavirus e che ha, tra l’altro, fatto precipitare la relativa domanda. Battista ha fatto bene a richiamare l’attenzione sul Patrimonio culturale italiano, perché non v’è settore, sociale ed economico, che non debba e non possa essere salvato.

L’epidemia ha messo in crisi tutti i settori e sul piano normativo si è concesso di continuare a operare nei propri “mercati”, con riferimento ai circuiti completi, sostanzialmente solo alla sanità e ai negozi di generi alimentari. Tuttavia, non meravigliano i richiami di attenzione settoriale perché tutti i settori sono negativamente influenzati dalla crisi economica generale derivante dalla pandemia. D’altro canto, il riferimento ai “teatri, musei, librerie, siti archeologici, orchestre” non ci sorprende, sia per il generale sentito richiamo che proviene da tutti i settori, sia per la nota rilevanza anche economica che questo settore ha nel nostro Paese.

Tuttavia, gli aspetti citati dal giornalista, nel suo generico articolo, ci lasciano perplessi. Molto in sintesi, l’articolista, per la salvezza dei musei, dei teatri, dei cinema e di altro ancora, non considera che il declino della domanda settoriale e della mancanza di “consumo” non riguarda solo l’Italia, ma pure il resto del mondo. L’articolo citato, così come anche gli immediati favorevoli commentatori (FAI, Federculture, Teatro dell’Opera di Roma, due deputati, Biennale di Venezia e la Fondazione MAXXI), sembra resti legato a una antica quanto erronea convinzione teorica dell’economica.

Un noto economista francese, nei primi anni del XIX secolo riteneva che fosse l’offerta a determinare la domanda. Se ciò si ritenesse vero, allora sarebbe sufficiente la ripresa delle manifestazioni citate, curando, sostenendo, l’offerta che da sé determina una eguale domanda. Come? Anche in questo caso si adopera, da parte dei propositori, un linguaggio confusionario ed improprio, lasciando che siano, poi, gli esperti a meglio definire gli strumenti.

L’indicazione di massima proposta nell’articolo citato è un non meglio definito ‘Fondo Nazionale per la Cultura’, oppure un ‘Prestito Nazionale’, ma, ancora, anche ‘Cultura Bonds’. ‘Prestito Nazionale’, fu termine molto adoperato nell’epoca dell’obbligo degli italiani a finanziare la prima guerra mondiale, i Bonds il più delle volte risultano strumenti del debito pubblico. Quindi, quali caratteristiche avrebbe un ‘Fondo Nazionale’? Neanche questo ci è chiaro, non solo perché nell’articolo si rinvia alla conoscenza tecnica degli economisti, ma anche per la inquietante presenza nel ‘Fondo’ di istituzioni private.

Insieme al ‘Fondo’ vengono sollecitate, inoltre, generiche politiche governative, defiscalizzazioni, diretta assistenza, “polmoni finanziari”. Insomma, si diano soldi al ‘Fondo’ e se poi non si riesce “a tenere in vita quel polmone”, come del resto già non si riesce con ‘Art Bonus’, pazienza. Occorrerà, comunque, compensare coloro che han fatto prestito, magari con una cessione di parte o, addirittura, di tutto il Patrimonio culturale.

La sola possibilità di una apertura ad un qualsivoglia genere di privatizzazione -non esplicitata, ma sottilmente sottintesa- non solo ci vede del tutto contrari, ma sarebbe in netto contrasto con il dettato dell’art. 9 della Costituzione che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 aprile 2020

Foto di Kent DuFault da Pixabay

È sul territorio che bisogna combattere.- di Piero Bevilacqua

È sul territorio che bisogna combattere.- di Piero Bevilacqua

L’Organizzazione Mondiale della Sanità torna a ripetere che l’uso generalizzato delle mascherine è inutile. È evidente dunque che se si comincia a non dare ascolto agli oracoli di questa istituzione si possono compiere dei passi in avanti nella strategia di contrasto al Covid 19.

Partiamo dalle mascherine. Proviamo a immaginare che a breve potremmo averne in numero sufficiente per un uso quotidiano, anche semplicemente quelle usate in chirurgia. Ebbene, su che logica si regge l’affermazione che esse servono solo a non infettare gli altri, e dunque non a proteggere chi la porta? Se la portiamo tutti nessuno sparge il virus, chi è positivo lo tiene per sé, e limita la diffusione. Anzi la spezza. Perché sarebbe inutile portarla anche all’aperto? Se io mi trovo a passare sulla scia di un infettato, che è passato davanti a me, anche mantenendo la distanza di sicurezza, io posso respirare, mentre passo, il nugolo di virus che galleggia nell’aria, mantenuto in sospensione soprattutto dal particolotato ( come affermato da tanti scienziati inascoltati).

E in Lombardia – per stare in tema – che vanta il più alto tasso di cementificazione degli ultimi decenni, di particolato nell’aria ce n’è in abbondanza, fortunatamente calato di recente per la diminuzione del traffico veicolare. Quindi portare tutti le maschere sarebbe assai utile, e anche se il virus dovesse filtrare da mascherine chirurgiche, avrebbe un potere di diffusione evidentemente assai ridotto. Il virus rimane nei soggetti portatori e non si sparge nell’ambiente. È poco?

Alla curiosa a tesi dell ’Oms secondo cui l’uso della mascherina indurrebbe i cittadini ad abbassare la guardia, si può facilmente replicare – senza voler difendere più di tanto l’intelligenza degli italiani – che anche il distanziamento sociale potrebbe indurre le persone ad attenuare la sorveglianza, a non lavarsi le mani, ad entrare senza mascherina negli ospedali e nei luoghi chiusi dove sono stati potenziali positivi privi di mascherina.

Dopo un mese di quarantena totalitaria, i milioni di italiani che non si sono ammalati, sono evidentemente tutti sani, non hanno il virus, tranne una frazione di qualche migliaio che si infetta ogni giorno. Dunque, il 99 virgola qualcosa per cento è sano e certamente deve osservare tutte le disposizioni governative oggi in vigore. Ma allora dobbiamo chiederci: a quale tipo di strategia ubbidisce l’idea di impiegare tante energie per censire, tramite test sierologici, qualche centinaio di migliaia di guariti, senza peraltro avere la certezza assoluta della loro conseguita immunità?

Per far circolare una frazione infinitesimale di persone teoricamente immuni? Perché non inviare i sanitari presso le famiglie di tutti coloro che risultano quotidianamente positivi per fare i tamponi ai familiari e provvedere al loro isolamento?

In questo modo si capovolge la logica dominante. Non siamo tutti potenzialmente malati, siamo al contrario tutti sani, e la frazione che si ammala va soccorsa, ma senza dimenticare la sua provenienza familiare e territoriale. E lì che si combatte la lotta, sempre più nel territorio e sempre più limitatamente negli ospedali, se si vuole arginare la diffusione dei nuovi casi. Un controllo di questo tipo, con strumenti tecnologici che non mancano, potrebbe rendere meno inquietanti le prospettive future.

il Manifesto, 10 aprile 2020
Foto di Reimund Bertrams da Pixabay

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Come per la Sars, esplosa in Cina a inizio millennio, il contatto con gli animali selvatici sembra sia all’origine della malattia che attacca i polmoni. Dovremo perciò evitare in avvenire le pratiche e le occasioni che portano ad avere rapporti con tali creature.

Raccomandazioni ormai ovvie. Ma basta questo? Noi dimentichiamo che proprio in casa nostra, non nella giungla amazzonica o nelle campagne della Cina, coltiviamo focolai di malattie potenzialmente epidemiche. Chi si ricorda delle epidemie legate agli allevamenti intensivi europei, come l’ Encefalopatia Spongiforme Bovina (Bse), quella prodotta dalla Salmonella DT104, dall’Escheria coli 0157, ecc.?

Andrebbe ricordato che l’industrializzazione degli allevamenti, che ha consentito la produzione e il consumo di massa di carne nelle società affluenti, è stata pagata con una vera e propria esplosione delle malattie tra gli stessi animali. Esemplare la testimonianza di un autorevole veterinario, Giovanni Ballarini: “Le malattie dei polli, che superficialmente mi erano state insegnate all ‘Università, si potevano contare sulle dita di una mano: dopo solo dieci anni erano diventate quasi una disciplina e si andavano”frantumando” in una complessa varietà di patologie, ognuna tipica di una determinata tecnologia di allevamento, tipo di alimentazione, razza e varietà di animale” (L’animale tecnologico 1986).

Malattie degli animali che si manifestavano e restavano nelle aziende, ma che potevano anche dilagare all’esterno in forme impreviste. Lo stesso Ballarini, in un testo del 1979, Animali e pascoli perduti, metteva in guardia dal pericolo dell’allevamento intensivo dei bovini, che definiva una vera e propria bomba biologica. Nelle nuove stalle il continuo ricambio dei vitelli per le necessità della produzione industriale di carne, comporta l’immissione continua di nuovi capi, provenienti da ogni angolo del mondo. Una novità rispetto a tutta la precedente storia degli allevamenti, che porta dentro le stalle, con le bestie, nuovi batteri, insetti, virus.

E’ vero, che ieri e ancor più oggi, gli animali sono sottoposti ad accurata disinfezione, ambienti sono sterilizzati. Ma è proprio l’intervento di queste molecole chimiche di contrasto, ricordava sempre Ballarini, che può indurre qualche batterio o virus, capace di resistere ai trattamenti attraverso una mutazione genetica, a diffondersi nell’ambiente umano. Il fatto che non accada di frequente, che, ad esempio, tante malattie, come il temibile Circovirus suino, rimanga confinato ai maiali, si deve al caso e comunque a ragioni che la scienza – onnipotente solo nell’immaginazione degli ingenui – non conosce sino in fondo.

Del resto, si deve solo al caso se i cittadini europei sono scampati a un vero e proprio sterminio di massa. E’ il rischio che abbiamo corso, e per un momento temuto da alcuni scienziati: la possibilità che il prione, dell’encefalite bovina, potesse insediarsi nel sistema ghiandolare delle mucche, e quindi trasmettersi con il latte all’uomo. Che cosa, se non il caso, ha voluto che quel batterio killer restasse confinato nel cervello dei bovini?

Tuttavia la causalità con cui il Covid 19 dai pipistrelli è passato all’uomo non è della stessa natura di quella dipendente dal contesto degli allevamenti intensivi. Questi ultimi costituiscono una strategia economica delle imprese dell’agrobusiness per fare della produzione di cibo una lucrosa fonte di profitti. E occorre rammentare che questo sistema di produzione oggi appare per più versi insostenibile. Gli animali allevati nel mondo, passati da poco più di 7 miliardi del 1970 a oltre 24 miliardi del 2011(dati FAO), oggi sono forse raddoppiati.

Un numero comunque enorme, che già nel 2006 occupava per il “pascolo” il 26% della superficie terrestre, richiedendo l’occupazione di un altro 33% dei terreni agricoli per la produzione di mangimi. Cosi mentre nei luoghi in cui gli animali risiedono vengono inquinati con i liquami vasti tratti di territorio, le acque profonde e di superficie, liberando nell’aria metano e altri gas serra, nelle vaste pianure del Brasile, dell’Argentina, degli Usa, la superficie agricola è occupata da monoculture industriali di mais e soia ogm, che sottrae terre ai contadini e inquina il suolo. (A.Y.Hoekstra, The water footprint of modern consumer society, 2013).

In questo momento siamo allarmati dalla pandemia del Covid 19. Ma quanto accade oggi non ci deve far dimenticare che la nostra società poggia su un sistema di produzione del cibo gravido di rischi futuri.

A questo sistema è poi legata, una malattia non contagiosa, ma che negli anni, con gradualità, si è diffusa come una pandemia mortale: il cancro. Se si pensa con disincanto a questo aspetto, si comprende quanto i cittadini europei possono fare per cambiare le cose: sia mutando il proprio stile alimentare, sia lottando contro la politica agricola dell’Ue, che finanzia l’agricoltura inquinante e lascia le briciole ai contadini e agli agricoltori biologici.

il Manifesto, 7 aprile 2020
foto:©Ingimage

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

Un libro è capace di farti sparire la stanza attorno mentre leggi. I questi giorni di quarantena e di domicilio coatto in seguito all’emergenza coronavirus, sono un bene ancora più primario. Piccoli oggetti di sogno e di fuga, di ricreazione e nutrimento. Particolare non secondario: le librerie in questi giorni sono chiuse per decreto, mentre i tabaccai sono aperti. Fumare si può, leggere invece non è così essenziale.
Non è un paradosso? Proprio per questo, scrittori e intellettuali, giornalisti e docenti accademici, lettori hanno firmato un appello rivolto al ministro dei beni Culturali Dario Franceschini con la richiesta di riaprire le librerie, che sono presidio di cultura, luoghi di incontro e dialogo. Certo, i libri si vendono anche online, ma questa disgraziata congiuntura epidemica che stiamo vivendo sta strangolando le librerie piccole e indipendenti che già sono in sofferenza e che non si possono permettere le spese del corriere. Il rischio è che il virus diventi un fattore di selezione innaturale, contribuendo all’estinzione di questi luoghi superstiti di promozione della cultura.
L’idea dell’appello è partita dalla scrittrice Lidia Ravera e ha trovato subito bordone tra molti suoi colleghi e rappresentanti del mondo editoriale (Massimo Carlotto, Maurizio de Giovanni, Ginevra Bompiani, Francesco Permunian, Piero Bevilacqua, Gianrico Carofiglio, Tomaso Montanari, Salvatore Silvano Nigro…). Qual è la richiesta, mirata in prospettiva, quando verranno attenuate le restrizioni? «Riaprire le librerie, con un commesso solo, con le mascherine, con i guanti, con l’ingresso di due clienti per volta, con il numerino come fuori dal supermercato, con l’amuchina, il disinfettante, con tutte le accortezze necessarie per tutelare lavoratori e titolari… Ma riaprire. Permettere ai piccoli librai di fare servizio a domicilio come può fare il colosso Amazon, e di portare a casa dei cittadini un buon libro, così come si può portare una pizza. I libri sono generi di prima necessità. Come il pane. E senza questo pane, in questo momento, rischiamo di morire di fame. Chiediamolo tutti. Per il bene di tutti».
«Il settore librario è uno dei più fragili — commenta il desenzanese Francesco Permunian —. Il protrarsi della chiusura delle librerie potrebbe essere una botta finale che va scongiurata. Altrimenti i libri ci arriveranno a casa con il furgone. E sarebbe una ulteriore perdita di umanità». L’elenco completo delle firme sul sito osservatoriodelsud.it, per firmare osservatoriodelsud@gmail.com.

“Corriere della Sera”, Cronaca di Brescia, 5 aprile 2020
Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay

Salvare il turismo con un’alleanza dell’Europa del Sud. – di Tonino Perna

Salvare il turismo con un’alleanza dell’Europa del Sud. – di Tonino Perna

Covid-19. In Italia il turismo pesa circa il 10 per cento del Pil e per l’anno in corso è prevedibile che questo contributo scenderà al 2-3 per cento. Peggio di noi la Spagna, il Portogallo e ancor più la Grecia. Nel paese che ha subito la cura da cavallo della Troika il turismo rappresenta il settore fondamentale

L’impatto economico della pandemia dipenderà dalla sua durata, ma alcuni effetti sono già prevedibili, in quanto alcune attività sono chiaramente più esposte e non si riprenderanno facilmente. Fra i settori economici più colpiti dalla pandemia Covid-19 c’è il turismo.

Ipotizzando, nel migliore dei casi, che da maggio riprendano le principali attività in Italia, e nei mesi successivi negli altri paesi occidentali, difficilmente i flussi turistici potranno riprendersi. Per questa primavera e inizio estate è previsto un crollo totale del turismo straniero e il turismo interno viaggerà a scartamento ridotto.

Diciamo che reggerà solo il turismo di prossimità, la gita fuori porta, una vacanza nelle spiagge più vicine, sempre da soli o con la famiglia, evitando i resort, i locali notturni, i parchi di divertimento.

In Italia il turismo pesa circa il 10 per cento del Pil e per l’anno in corso è prevedibile che questo contributo scenderà al 2-3 per cento. Sul piano occupazionale, anche se si tratta spesso di contratti stagionali, il turismo assorbe circa il 15 per cento del totale degli occupati. Si può stimare che circa due terzi perderanno il posto di lavoro.

Peggio di noi la Spagna, il Portogallo, e ancor più la Grecia. Nel paese che ha subito la cura da cavallo della Troika e che solo da un paio di anni ha visto la risalita, il turismo rappresenta il settore fondamentale, il pilastro dell’economia greca, insieme alla flotta mercantile, con un valore aggiunto al Pil del 20 per cento e con ben un quarto del totale dell’occupazione.

Dopo aver perso tra il 2009 e il 2014 il 40 per cento del reddito nazionale, la Grecia dal 2017 aveva dato segnali di ripresa con un incremento progressivo del Pil che era giunto a + 2,2 nel 2019. Ovviamente, ciò non significa che la maggioranza della popolazione si fosse ripresa dall’impoverimento causato dalle politiche di austerity.

Basti solo un dato per capire che operazione di lotta di classe è stata condotta nel paese di Aristotele: dal 2007 al 2018 ceti medi e popolari hanno subito mediamente un incremento della tassazione sul reddito dal 37,5 per cento al 51 per cento, mentre il ceto medio-alto (dirigenti d’azienda, rentier, grandi imprenditori, ecc.) hanno goduto di una riduzione delle imposte dal 56 al 38,1 per cento! E sono proprio i ceti popolari e medi che traggono i maggiori benefici dal turismo di massa che coinvolge le piccole isole quanto le città storiche e i siti archeologici.

Se non verranno presi provvedimenti adeguati di sostegno alla popolazione la Grecia nel corso di quest’anno subirà un tracollo ancora peggiore di quello che ha visto dopo la crisi del 2009.

Dato che i paesi della Ue più colpiti dal crollo del turismo saranno quelli del Sud Europa (Francia compresa), è arrivato il momento per stringere un’alleanza, creare un fronte comune che possa strappare a Bruxelles dei provvedimenti tempestivi che spostino voci dal budget comunitario in favore degli addetti al settore turistico, anche attraverso un piano di investimenti della BEI che punti alla ristrutturazione in senso ecologico e della sicurezza sanitaria delle strutture turistiche.

Un’alleanza tra i paesi del Sud Europa che è già in atto per ottenere i famosi Eurobond, e finora non sta dando i risultati sperati. Ma, il turismo, con la sua concretezza e peso sociale ed economico, costituirebbe un banco di prova privilegiato per mettere con le spalle al muro chi pensa che la politica comunitaria possa continuare sui vecchi binari.

Il Manifesto

È giunta l’ora di abolire le regioni. – di Battista Sangineto da "Il Quotidiano del Sud"

È giunta l’ora di abolire le regioni. – di Battista Sangineto da "Il Quotidiano del Sud"

Spero che ora, alla tragica luce dell’apocalisse sanitaria in corso, sia chiaro a tutti che aver concesso la regionalizzazione della Sanità è stato un terribile errore. La gestione del Servizio sanitario è nelle mani degli amministratori delle Regioni che, com’è evidente, non solo sono stati incapaci di opporre il primo contrasto al virus come avrebbero dovuto e potuto, ma, ora, si rivolgono allo Stato per ogni ulteriore esigenza dei cittadini che amministrano.

La sciagurata modifica del Titolo V del 2001, non solo non ha reso più efficienti e responsabili i governi locali, ma ha approfondito le differenze fra nord e sud ed ha indebolito moltissimo il Sistema Sanitario Nazionale spezzettandolo in venti centri di spesa, di inefficienza e di corruzione.

Questa occasione dovrebbe dare modo di ripensare in maniera radicale non solo alla regionalizzazione della Sanità, ma alla reale utilità delle Regioni. L’esperimento delle Regioni è luttuosamente fallito e si deve tornare all’assetto politico-amministrativo, storicamente fondato, dell’Italia che era costituito dal rapporto istituzionale che Province e Comuni avevano con il Governo centrale.

La prima e, fino al 1948, ultima idea di dividere l’Italia in regioni, del resto, fu di Augusto che, nel 7 d.C., suddivise il territorio della Penisola in undici aree, indicate con i numeri, prima ancora che con i nomi. Le ‘regiones’ augustee assomigliavano pochissimo a quelle attuali tanto che, per esempio, a nord del Po ne esistevano solo due, la IX a ovest e la X a est, con l’attuale Lombardia divisa a metà.

L’estremo lembo della Penisola, per fare un altro esempio, era accorpato in un’unica regione, la III, ‘Lucania et Bruttii’. È possibile che i criteri utilizzati da Augusto per la ripartizione del territorio della Penisola in ‘regiones’ fossero di ordine etnico e politico, tenendo in considerazione la valorizzazione di tradizioni storiche e culturali, ma è ancora più probabile che le ‘regiones’ fossero solo “circoscrizioni elettorali” utili, anche, per la realizzazione del ‘census’, operazione accessoria al progetto augusteo di modifica del sistema di tassazione.

Le ‘regiones’, comunque, non avevano alcuna competenza di amministrazione della giustizia, di esercizio della fiscalità, di reclutamento o di leva obbligatoria. La suddivisione di Augusto aveva il compito, ideologico, di conferire centralità e unitarietà nell’ambito dell’assetto geografico-politico dell’impero, allo spazio italiano, pur nella diversità delle sue componenti etnico-territoriali: etruschi, latini, italici etc. Esattamente il contrario di uno spezzettamento in tante regioni, insomma.

Dopo la fine del mondo antico ed il disfacimento dell’ordinamento romano abbiamo notizia delle regioni solo a partire dalla Costituzione di Melfi (1231) di Federico II nel Sud d’Italia, poi le regioni linguistiche-culturali di Dante Alighieri, fino ai vari disegni regionali di epoca rinascimentale del Biondo e dell’Alberti; per arrivare, infine, ai disegni sempre di tipo storico-culturale del XVIII secolo e ai “dipartimenti” introdotti negli Stati “napoleonici” in Italia.

Solo con l’Unità d’Italia due patrioti appassionati di statistica, Cesare Correnti e Pietro Maestri, disegnarono, nel 1864, la suddivisione in 14 ‘compartimenti’ che avrebbero voluto far diventare Enti intermedi per il governo della nazione, ma che, invece, continuarono a servire solo per ‘meri’ fini statistici, ossia per raggruppare e dare senso geografico ai dati forniti dai servizi di rilevazione del Regno appena costituito.

L’Assemblea Costituente, nell’immediato secondo dopoguerra, riprese l’idea regionalista, soprattutto sturziana, che fu portata avanti, riassumendo e semplificando, soprattutto dalla Democrazia Cristiana, in funzione di garanzia rispetto all’eventuale vittoria delle sinistre alle elezioni nazionali. Erano sostanzialmente contrarie al regionalismo le sinistre e anche le forze laiche e liberali, mentre c’era un partito, il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia che, dopo aver fomentato disordini e rivolte armate nell’isola, ottenne una forma molto larga di Autonomia nella Carta costituzionale.

La situazione mutò: quando, dopo il 1948, le sinistre furono escluse dal governo del Paese e si ritrovarono all’opposizione, esse si spostarono su posizioni regionaliste al fine di garantirsi – almeno a livello regionale – possibili spazi politici nuovi. Le Regioni nascono, dunque, solo con la Costituzione emanata nel 1948, ma fino al 1970 non è esistito alcun potere regionale.

È, ormai, del tutto evidente a chicchessia che l’Italia dei venti ‘governatorati’ non è, per nulla, preferibile all’Italia unita soprattutto per quel che riguarda la Sanità regionale che oggi mostra, con mortale crudezza, tutta la sua inadeguatezza ed insufficienza pur avendo assorbito quasi l’80% delle risorse economiche destinate alle Regioni.

Esse non hanno alcuna ragione storicamente fondata di esistere, sono entità territoriali fittizie perché, come diceva Lucio Gambi, “…le nostre regioni storiche costituzionali sono ripartizioni statistiche riverniciate di nome”. Dopo questa tragica ‘débâcle’ sarebbe ora di iniziare a pensare di abolire le Regioni, inutili e corrotti carrozzoni, ridare forza ai Comuni e ripristinare, come ente territoriale di maggiore prossimità ai cittadini, le Province.

È, forse, pleonastico scrivere che, se si dovesse stilare un calendario, la Calabria dovrebbe essere la prima regione ad essere abolita, non solo e non tanto per le cose che si son viste a proposito della Sanità in una recente trasmissione televisiva, ma per l’evidente, verificata, quarantennale incapacità e inanità di questo Ente, chiunque l’abbia governato, ad affrontare tutte le competenze che ad esso sono state assegnate.

Riapriamo le librerie Firma per riaprire le librerie scrivendoci a osservatoriodelsud@gmail.com.

Riapriamo le librerie Firma per riaprire le librerie scrivendoci a osservatoriodelsud@gmail.com.

Siamo consapevoli della gravità del momento e accettiamo la severa disciplina di isolamento sociale imposta. Questa condizione di lunga cattività domestica avrà bisogno di conforto culturale e spirituale per essere sostenuta senza crepe e scoraggiamento.

Chiediamo perciò alle autorità competenti, consapevoli dello sgomento in cui viviamo, di riaprire le librerie per sostenerci in questa innaturale forma di esilio fra le proprie mura.

Sono giorni che con grande responsabilità gli italiani si mettono in coda, con maschere e guanti, davanti ai supermercati e alle farmacie. Non si vede perché i consumatori di libri sarebbero meno disciplinati dei consumatori di cibo o medicinali. Le nostre librerie, grandi o piccole che siano, sono facilmente gestibili da ogni punto di vista, abituate a frequentatori lenti e assorti, che hanno bisogno di scegliere ciascuno per conto proprio, curiosi delle novità e dell’assortimento.

Nei giorni passati, ci si è ingegnati a mandare in giro video e musica, per intrattenerci. Grazie, ma sono distrazioni molto brevi. Un libro ti tiene compagnia per tutto il tempo che vuoi.
Dateci pane per i nostri denti spirituali. Non di sola tachipirina vive l’uomo.

Chiediamo al governo questo gesto di fiducia nello spirito degli italiani, da cui dipende ogni loro migliore comportamento. Le librerie aperte non creerebbero le file del supermercato, e darebbero ossigeno all’editoria libraria, su cui si regge gran parte della formazione culturale e della circolazione delle idee nel nostro paese.

Prime firme: Piero Bevilacqua, Ginevra Bompiani, Tomaso Montanari, Franco Arminio, Battista Sangineto, Gianrico Carofiglio, Nichi Vendola, Domenico Cersosimo, Vittorio Lingiardi, Carmen Novella, Donatella Di Cesare, Luca Formenton, Marcello Panni, Riccardo Barberi, Rosetta Loy, Valerio Magrelli, Tullio Pericoli, Giuseppe Saponaro, Luciana Castellina, Letizia Paolozzi, Tonino Perna, Umberto Todini, Italo Spinelli, Francesco Permunian, Angelo Guglielmi, Enzo Scandurra, Vera Pegna, Sarantis Thanopulos, Raffaele Tecce, Gemma Trapanese, Ludovico Pratesi, Laura Marchetti, Beppe Cantele, Antonio Gnoli, Luigi Vavala, Paolo Favilli, Vittorio Mete, Franco Novelli, Vito Teti, Giuseppina Torregrossa, Giulio Ferroni, Luca Sossella, Gianni Speranza, Pasquale Iorio, Annarosa Buttarelli, Daniela Di Sora, Patrizia Carrano, Angela Barbanente, Sandro Abruzzese, Teresa Ciabatti, Marta Petrusevicz, Alfonso Gianni, Salvatore Silvano Nigro, Enzo Paolini, Massimo Veltri, Luciana Percovich, Paolo Jedlowski, Licinia Speciale, Maria Rosa Cutrufelli, Rossano Pazzagli, Franco Lorenzoni, Franco Trane, Armando Vitale, Anna Rosa Macri, Jolanda Bufalini, Alfonso Gambardella, Luigi Pandolfi, Carmelo Buscema, Giovanna Campani, Alberto Gaffi, Pierluigi Pedretti, Franco Santopolo, Mariapia Guermandi, Alberto Ziparo, Jaime Riera, Anna Nadotti, Patrizia Guerra, Giuseppe Aragno, Raffaele Baldella, Italo Testa, Carlo Cellamare, Domenico Passerelli, Saverio Russo, Cristina Cassina, Giovanna Perini Falesani, Antonella Casoli, Gianfranco Viesti, Silvana Carotenuto, Maurizio Casarin, Andrea Capotorti, Marco Boniardi, Roberto Ciccone, Giuseppe Allegri, Roberto Caso, Anna Maria Guadagni, Silvana Iannelli, Silvio Perrella, Marco Buzzoni, Beppe Sebaste, Vittorio Boarini, Franco Zabagli, Italo Testa, Argia Morcavallo, Piero Caprari, Amalia Colisanti, Pietro Greco,Paolo Petroni, Roberta De Marchis, Massimo Raffaelli, Leonardo Luccone, Nino Dolfo, Nicola De Cilia, Claudio Rorato, Filippo Veltri.

Hanno firmato anche:
Liana Isipato;Anna Benedetti;Giorgio Occhipinti;Vera Pegna;Laura Incantalupo;Marina Grazioli;Liliana Frascati;Giorgio Pernigotti;Anna Actis;Adelina Suber;Mihaela Ionescu;Arturo Cirillo;Simonetta Raimondo;Domenico Ribezzo;Luciano Griso;Guido Ruizen;Denise Amerini;Rosa Tavella;Pasquale Nuzzolese;Stefania Tavella;Federico Zoppei;Alessandro Messina;Marco Acquistapace;Maurizio Varrano, Borghi d’Eccellenza;Mauro Dapporto;Domenica Neri;Franco Cambi;Riccardo De Sanctis;Claudia Coga;Claudio Scarot;Luigi Totaro;Andrea Salvetti;Gerardo Mastrullo;Silvio Marchi;Fabiano Forini;Giorgio Salsi;Alberto Deambrogio;Corrado Morgia;Mirella Manfren;Daniele Barbieri;Lino Di Gianni;Liliana Frascati;Silvia Giagnoni;Paola Re;Silvia Calamandrei;Mariella Cappelluti;On. Paolo Lattanzio;Andrea Conato;Vincenzo Cottinelli;Bruno Sabbadin;Marco Romelli;Sandra Tavagnacco;Roberto Lazzerini;Valentina Parisi;Alessandro Mazzina;Giovanna Giorgetti;Luca Bernardini;Martina Novaro;Piergiorgio Martini;Massimiliano Della Torre;Luisa Acerbi;Riccardo Corsi;Patrizio Guandalini;Bruno Valenti;Paola Vassura;Carmela Laudani;Anna Maria Algeri;Carlo Ranieri;Pasquale Pio Ferrara;Domenico Iannacone;Guido Duiella;Gemma Timo;Dejanira Bada;Asterios Delithanassis;Sonia Arnaboldi;Riccardo Bello;Chiara De Poli;Vincenzo Vita;Patrizia Paci;Rita Tavella;Adriana Spera;Pasquale Lovero;Alessandra Ottieri; Sbarbaro;Diego Protani;Gemma Gemmiti;Gianni Ferdani;Edoardo Dodaro;Monica Cerroni;Giulia Cantaluppi;Flaminia Cruciani;Giovanni Cizza;Rossella Sorce;Fabio Masi;Alessandra Ingrassia;Nadia Neri;Anton Carosi;Angela Migliore;Adelaide Apice;Mauro Matteucci;Alessandro Di Rienzo;Giorgio Monoscalco;Gianluigi Gasperini;Massimo Ghinolfi;Ilaria Grasso;Sara Giustino;Claudia Lotti;Valerio Sebastio;Alfredo Schirilò;Antonella Orefice;Donatella D’Amico;Vincenzo Blanda;Gianfranco Mazzeo;Maura Massara;Damiano Fiorato;Anna Benedetti;Benedetta Carpi De Resmini;Federico Binelli;Alessia Amato;Lisa Ginzburg;
Igiaba Scego;Antonella Stefanucci;Rossana Ciccarelli;Mariapia Truppa;Alessandro Maiolino;Michele Baraldi;Costanza Savini;Luigi Esposito;Francesco Angrisani;Lucia Maria Mercuri;Francesco Scotto;Elvira Mujuic;GianMarco Martignoni;Armando Giuffrida;Cinzia Tromba;Iacopo Maccioni;Augusto Moci;Patrizia Ricci;Patrizia Moci;Chiara Mezzalama;Sarina Reina;Antonio Cavallaro Rubbettino;Giuseppe Felli;Franco Chiarello;Davide Gualerzi;Emanuela e Francois Boespflug;Renato Bocchi;Giovanna Addis;Luca Tentoni;Marco Lombardi; Pino Sassano; Lidia Cerato; Chiara Battistella; Pier Paolo De Salvo; Maria Rosaria Bianchi; Andrea Vulpitta; Tiziana de Maddis; Maddalena Vaglio Tanet; Paola Spampinato; Luisa Ricaldone; Concettina Levantino; Maria Raffaella Pagliusi; Zain Saldin; Stefania Cannarsa; Giovanni Marini; Dora Marucco; Antonio Pagliarone; Anna Petrungaro; Alberta de Grenet; Vincenzo Scavello; Maria Preziosa Montalti; Margherita Cinelli; Vincenzo Rizzuti; Mario Santi Venezia; Guja Baldazzi; Giuseppe Mastruzzo; Maria Laura De Cristofaro; Ippolita Luzzo; Silvia Fede; Roberto Piazza; Loredana Nigri; Francesca Torossi; Stefania Cannarsa; Vincenza Russo; Amalia Pistilli; Tina Taliercio; Mimmo Caporale; Rocco Vulcano; Carmela Pacifico, Libreria Pacifico; Sandra Petrignani; Giulio Vittorio; Maria Rasini di Mortigliengo; David Ballerini; Carla Cucchiarelli; Manuela Dignani; Fulvio Salimbeni; Daniela Zambaldi; Silvia Acocella; Mauro Gaffuri; Chiara Gallitelli; Elvira Cutulo; Raffaella Casotti; Piero Budinich; Francesco Morra; Cristina Cosci; Maurizio Ponticello
Caterina Inesi
Renzo e Margherita, fumetteria Eta Beta
Alfredo Rubino
Alice Rispoli
Giuliana Puppin
Petra Marlazzi
Frank Cimini
Maria Scornaienchi
Anna Belli D’Elia
Sergio Falcone
Livio Pepino
Angela Dattilo
Adrian N. Bravi
Daniela Fittante
Massimo Fortini
Alba Donati
Roberta Salardi
Claudio Magri
Lucia Tempestini
Giuseppe Condorelli
Linda Guerra
Salvatore D’Elia
Aldo Visco Gilardi
Margherita Fiorentini
Antonio Pagliarone
Daniela Cesoni
Chartzaniotis Charalampos
Monica Brindicci
Giulio Cirasole
Rosaria De Santis
Mauro Cascio
Cristina Calvani
Alessandra Troncana
Natalie Grossi
Intissar Gharioui
Angela Bignardi
Annarita Briganti
Ivana Galli
Irene Starace
Claudio Cuccia
Salvatore Chirumbolo
Lucia Papini
Oreste Siciliano
Alfonso Marzocchi
Carlo Simoni
Irene Soave
Chiara Allegra
Michela, libraia di Lodi
Maria Luisa Tonali
Cristina Mandrini
Michele Benini
Annalisa Pischedda
Alessandra Cremascoli
Grazia Grena
Gloria Massironi
Layla Marzani
Evelina Sissy Violini
Giuseppina Leo
Claudio Acquaro
Sandro Greblo
Gianfranco Laccone
Marianna Di Muro
Massimo Tegolini
Rosa Otranto
Gilda Massari
Ileana Montini
Afra Mannocchi
Paola Paesano
Nadia Giannoni
Federica Introna
Christian Caliandro
Stefano Orlandi
Loredana Tavolaro
Gloria Indennitate
Elena Cantarone
Massimo Marino
Monica di Tullio
Vito Signorile
Giovanna Nicolai
Raffaella Klima
Gilberto Gavioli
Chiara Monno
Alessandra Gaetani
Alberta Zallone

Per firmare osservatoriodelsud@gmail.com

(immagine riportata da “Il Manifesto”)

Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017. – di Gianfranco Viesti Una forte riduzione con crescenti disparità territoriali

Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017. – di Gianfranco Viesti Una forte riduzione con crescenti disparità territoriali

L’emergenza coronavirus sta mettendo in luce le conseguenze del grave sotto-finanziamento del sistema sanitario nazionale (SSN), documentato da molte fonti; da ultimo, con semplicità e chiarezza da Reforming (2020). Sono da tempo disponibili molte analisi economiche del SSN, anche nelle sue articolazioni territoriali: si vedano per tutte quelle, recenti, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB 2019) e della Fondazione Gimbe (2019). Esse si concentrano particolarmente sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima rilevanza sia per il personale sia per gli acquisti di beni (farmaci) e servizi. Convergono nel sottolineare il progressivo definanziamento del SSN; ricordano i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure. In molti casi esse comprendono anche analisi sulle dotazioni strutturali del SSN e delle sue articolazioni regionali, in particolare in termini di posti-letto; anche da questo punto di vista vengono sottolineate crescenti differenze territoriali, soprattutto per gli effetti di riduzione della spesa indotti dai Piani di Rientro (ad esempio Aimone Gigio et al., 2018).
Può essere utile affiancare a questo vasto corpo di analisi una riflessione specifica sulla spesa in conto capitale in sanità, nell’insieme del paese e nelle Regioni. Questa analisi è possibile grazie al sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT), che rende disponibili dati di cassa sulla spesa per investimenti pubblici in sanità, dal 2000 in poi, in valori costanti e consolidati per livello di governo (la spesa finale è effettuata per la quasi totalità dalle Aziende Sanitarie Locali). La figura 1 mostra il totale nazionale degli investimenti pubblici in sanità, a prezzi del 2010, fra il 2000 e il 2017; essi sono ammontati complessivamente a 47 miliardi di euro.

Il profilo della spesa è costante fino al 2007 intorno a 2,8 miliardi; crescente per un breve periodo fino al 2010, anno in cui tocca i 3,4 miliardi. Poi fortemente decrescente, fino al valore minimo di 1,4 miliardi nel 2017, che è del 60% più basso rispetto al 2010. Dal 2012 la spesa è inferiore a quella dell’anno 2000. Un vero e proprio tracollo. Stando al rapporto annuale della Corte dei Conti (2019, p. 244) sulla finanza pubblica, che analizza i
bilanci delle ASL, si tratta di un livello molto inferiore, nel 2016, a quello degli altri paesi europei. “In Italia solo lo 0,3% del Prodotto è destinato ad accumulazione, contro importi più che doppi nelle principali
economie europee: lo 1,1 della Germania, lo 0,6 della Francia. Superiori anche Spagna e Portogallo con rispettivamente lo 0,7 e lo 0,6”.
Ma di che parliamo? Dallo stesso Rapporto si può calcolare (dalla pagina 243, medie quadriennali 2015-18 a prezzi correnti), la composizione tipologica degli investimenti, che appare piuttosto qualificata in senso scientifico-tecnologico, e quindi di grande rilevanza per la qualità delle cure. Infatti, se per il 40% si tratta di terreni e fabbricati e per il 17% di mobili, automezzi e altri beni materiali, quasi un terzo della spesa (32%) è per attrezzature scientifiche e sanitarie, il 7% per impianti e macchinari e il 5% per immobilizzazioni immateriali.
La spesa per investimenti in sanità in questi 18 anni è stata poi molto squilibrata territorialmente.
Dei 47 miliardi totali, oltre 27,4 sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno; in particolare in quest’ultima area, che nella media del periodo pesa per il 35% della popolazione italiana, gli investimenti sono stati pari al 17,9% del totale. In termini pro-capite, a fronte di una spesa nazionale media annua di 44,4 euro, quella nel Nord-Est è pari a 76,7 (cioè di ben tre quarti più alta), mentre quella nelle Isole è pari a 36,3 euro e nel Sud Continentale a 24,7: poco più della metà della media nazionale. Al Centro e al Nord-Ovest si è stati molto vicini alla media. La tabella 1 mostra il dettaglio regionale, interessante anche per le sensibili differenze interne alle macroaree territoriali.

Sono evidenti grandissime differenze. Colpiscono i valori straordinariamente alti del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta, i cui cittadini hanno una disponibilità di strutture e servizi sanitari molto maggiore di quello degli altri italiani. Molto più alti della media nazionale sono anche i valori degli investimenti in Emilia-Romagna, Toscana e Veneto. Diverse regioni hanno valori simili a quelli medi, anche se un po’ inferiori in Umbria, Abruzzo e Sicilia. Vi è invece un gruppo di regioni con livelli di investimento intorno alla metà della media nazionale: sono, come si vede, Puglia, Molise, Campania e Lazio. Impressionante, infine, il dato della Calabria: i suoi meno di 16 euro pro-capite significano una intensità di investimento nella sanità che è stata quasi 12 volte inferiore a quella della Provincia Autonoma di Bolzano e quasi tre volte inferiore alla media nazionale. Per quanto si può vedere dalla media dell’ultimo quadriennio sulla composizione tipologica degli investimenti, non paiono esservi grandi differenze territoriali: elaborando i dati della tabella a pagina 243 di Corte dei Conti (2019), si può calcolare che nel Mezzogiorno (Sud e Isole) è maggiore rispetto al valore nazionale il peso delle attrezzature sanitarie e scientifiche (38%) e un po’ inferiore quello dei macchinari (5%) e delle immobilizzazioni immateriali(4%).
Può essere interessante comparare i flussi degli investimenti con il livello delle dotazioni e dei fabbisogni infrastrutturali delle diverse regioni. Anche questo è un terreno molto complesso, data la difficoltà di stabilire con precisione indici di dotazione infrastrutturale. Ad esempio la Corte dei Conti (2019) segnala che nella comparazione internazionale delle dotazioni di attrezzature sanitarie italiane non vanno considerati solo i livelli ma anche l’obsolescenza; che naturalmente tende ad aumentare in periodi di calo complessivo degli investimenti.
Un confronto di massima può essere compiuto utilizzando l’indicatore sintetico di divario di fabbisogno infrastrutturale delle regioni italiane calcolato per il 2006 dalla Fondazione CERM su dati Health for All, elaborando 19 diverse variabili (Banca Intesa, “Il mondo della salute fra governance federale e fabbisogni
infrastrutturali, Milano, 2010, pag. 74). Il quadro al 2006 mostrava una dotazione maggiore nelle regioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Sud, con le regioni del Centro su livelli simili a quelle del Nord. Tale quadro può essere confrontato con l’intensità degli investimenti pubblici (espressi in pro-capite) per il 2007-17. Da questa comparazione vengono esclusi il Molise, che aveva al 2006 un indicatore di dotazione molto più alto delle altre regioni e Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che, come appena visto hanno potuto realizzare investimenti in misura molto maggiore rispetto al resto del paese. La Figura 2 mostra in istogramma le dotazioni 2006 (posta pari a 100 la regione meglio dotata e cioè l’Umbria) e in linea continua gli investimenti pro-capite 2007-17 (in numero indice, posta pari a 100 la regione con il flusso maggiore e cioè la Toscana).

Appare evidente che, in linea generale, l’intensità di investimento è stata maggiore nelle regioni che avevano già una maggiore dotazione. Vi è tuttavia l’eccezione rappresentata da Umbria e Lazio, con alte dotazioni e bassi investimenti, e quindi con un deterioramento della posizione relativa: una sorta di “scivolamento verso Sud” di due regioni centrali. Colpiscono i dati particolarmente negativi di Calabria e Campania, e l’andamento leggermente migliore, nel quadro meridionale, di Basilicata e Sardegna.
Agli specialisti del settore e agli esperti dei complessi meccanismi di finanziamento della sanità, spetta dire quanto ciò dipenda dai criteri di riparto delle risorse e quanto da scelte delle amministrazioni regionali, o dalla difficoltà di realizzare investimenti pur avendo disponibili le relative risorse. Vale naturalmente ricordare che diverse regioni italiane, prevalentemente nel Mezzogiorno, sono state sottoposte negli ultimi anni ai meccanismi finanziari determinati dai “Piani di rientro”, con conseguenze molto serie sulle capacità complessive di spesa (Aimone Gigio et al., 2018).
L’obsolescenza delle strutture, il sottodimensionamento e l’invecchiamento delle apparecchiature di diagnosi e trattamento ha ricadute sull’attività e sulla spesa corrente: erogare gli stessi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) con una minore dotazione strutturale costa di più a qualità inferiore. Non a caso nella legge 42/2009 sul federalismo fiscale, la perequazione infrastrutturale (poi non attuata, neanche nella misurazione delle dotazioni) era strettamente legata alla capacità di erogare servizi con fabbisogni standard. Appare verosimile poi che queste tendenze, avendo aggravato le disparità di dotazioni fra le regioni, abbiano concorso a ridurre l’efficacia dei sistemi sanitari di alcune grandi regioni del Sud, contribuendo alla mobilità in uscita dei pazienti; mobilità che, rappresentando un costo per le regioni di provenienza, può a sua volta renderne più stringenti i vincoli finanziari.
Vale ricordare che la Corte dei Conti (2019) segnala che “diverse iniziative sono state assunte nell’ultimo biennio per procedere ad un potenziamento delle dotazioni tecnologiche ed infrastrutturali del sistema sanitario”, di cui il Rapporto dà conto. Tuttavia sono emersi con chiarezza notevoli fabbisogni di investimento ancora senza copertura. Una analisi del 2018 del fabbisogno di edilizia sanitaria lo quantifica in 32 miliardi di euro nell’arco temporale 2019-2045; il fabbisogno di investimenti in tecnologie sanitarie per il solo triennio 2018-20 ammontava a 1,5 miliardi, principalmente per sostituzioni di macchinari. Le necessità di investimenti in tecnologie appaiono (Corte dei Conti 2019, pag. 250) non a caso molto maggiori della media nazionale in Basilicata, Calabria e nelle Isole, oltre che in Friuli Venezia Giulia e Umbria.
Appare naturalmente auspicabile, anche – ma non solo – alla luce della drammatica diffusione epidemica che stiamo vivendo in questi giorni, che nei prossimi anni vengano dedicate risorse molto maggiori per gli investimenti nel SSN; e che essi mirino a potenziare le strutture in tutte le regioni ma con una attenzione particolare per quelle meno dotate: che come si è visto, sono state particolarmente penalizzate quantomeno nell’ultima decade.

Rathenau e Keynes, due grandi voci sull’economia di guerra Economia di guerra . – di Tonino Perna

Rathenau e Keynes, due grandi voci sull’economia di guerra Economia di guerra . – di Tonino Perna

Le analisi dei due studiosi sui cambiamenti prodotti dalle guerre mondiali, che in pochi anni facevano maturare ciò che avrebbe dovuto accadere in qualche secolo di storia.

Sentiamo dire che «siamo in guerra» contro un nemico invisibile e terribile. Anche la Confindustria parla esplicitamente di «economia di guerra» e prevede una perdita di 100 miliardi di euro al mese. Ma, possiamo definire «economia di guerra» questa stretta alle attività produttive?

Si tratta, in effetti, di una strana guerra che non vede esseri umani schierati gli uni contro gli altri, ma tutti i paesi del mondo lottare, spesso da soli, contro un nemico comune. E il patrimonio nazionale non viene distrutto dalle bombe, ma può essere distrutto dalla chiusura dei mercati, a causa della la pandemia.

La letteratura sull’economia di guerra è piuttosto avara e per addetti ai lavori. Spiccano due nomi prestigiosi che se ne occuparono, analizzandone le conseguenze e le opportunità nel periodo post-bellico: Walter Rathenau e John Maynard Keynes.

Walter Rathenau, grande intellettuale tedesco, fu il primo economista nel ‘900 ad occuparsene. Prestigioso manager della grande industria tedesca e ministro della ricostruzione e poi degli esteri nella Germania di Joseph Wirth nel 1921-22, Rathenau ci ha lasciato alcune importanti analisi sulla sua esperienza diretta durante la prima guerra mondiale. Due gli insegnamenti fondamentali, e le indicazioni che ne derivano («L’economia nuova», Einaudi, 1976).

Il primo è il crollo della globalizzazione dei mercati: «…le esperienze di guerra ci hanno insegnato a produrre dentro il nostro paese un gran numero di prodotti importanti; ma d’altra parte noi, che eravamo abituati a distribuire il lavoro degli operai salariati in vista del mercato mondiale, avremo bisogno nuovamente di un grandioso rivolgimento».

Oggi assistiamo ad uno scenario simile e dovremmo dedurne che lo spazio del mercato comune europeo diventa ormai essenziale e strategico, e che l’Unione europea deve fare un salto di qualità nella sua integrazione istituzionale, economica e sociale. Altrimenti non scomparirà solo la Ue, ma imploderanno i singoli paesi.

Il secondo contributo riguarda il ruolo dello Stato: « …la nostra economia di guerra… offre appunto la dimostrazione, se la si osserva rettamente, che i sistemi apparentemente più immutabili possono essere trasformati non in una sola, ma in molte maniere, e che lo Stato, in quanto esso sia opportunamente diretto, può coi suoi organi e le sue istituzioni adattarsi e muoversi efficacemente in ogni campo del lavoro». (pag. 61). In breve, quello che coglie Rathenau nell’analisi dell’economia di guerra è che essa fa emergere l’opportunità di costruire una «Economia Nuova», fondata su un allargamento del mercato locale, una minore dipendenza dall’export, e un ruolo di pianificazione e di regista da parte dello Stato. Concludendo che «la guerra ha fatto maturare in pochi anni ciò che avrebbe dovuto maturare in qualche secolo» (pag. 68).

Nella famosa Teoria Generale di John Maynard Keynes troviamo, nella parte finale, un saggio dal titolo “How to Pay for the war” (1940), in cui il grande economista si pone il problema cruciale di chi e come finanziare l’enorme sforzo bellico. Anzi, il Capitolo IV ha un titolo provocatorio «Si può fare pagare la guerra ai ricchi?». La risposta di Keynes è chiara: non è sufficiente far pagare solo le classi medie e alte, occorre uno sforzo anche da parte dei redditi inferiori ai 250 sterline l’anno, che era il reddito percepito allora dal 88% della popolazione.

Solo che per non colpire la classe lavoratrice, già con un basso livello di consumi, Keynes suggerisce che venga introdotto il salario differito, ovvero che una parte di salario sottratto dalle nuove imposte venga restituito dopo la guerra.

Partendo dal problema di fondo «come finanziare lo sforzo bellico», Keynes, nell’anno in cui la Gran Bretagna entrava nella seconda guerra mondiale, cerca di trovare una soluzione che concili la ripartenza dell’economia post-bellica con la giustizia sociale concludendo sulla stessa scia di Rathenau: «Riusciremo così a cogliere l’occasione della guerra per realizzare un progresso sociale positivo» (pag.563).

Ed è questo il messaggio che oggi sta arrivando da varie parti, e che su questo giornale hanno espresso, tra gli altri, Guido Viale e Piero Bevilacqua, sul piano soprattutto della grande occasione per una conversione ecologica della nostra economia. Ma senza una redistribuzione dei redditi, senza giustizia sociale, la guerra contro il Corona-virus la vinceranno ancora una volta gli speculatori di Borsa, i rentier, i privilegiati da questo modo di produzione.

Il Manifesto
(Immagine riportata da Il Manifesto)

Ambiente e pandemia il drammatico connubio della pianura padana Covid-19. – di Piero Bevilacqua

Ambiente e pandemia il drammatico connubio della pianura padana Covid-19. – di Piero Bevilacqua

Sono numerosi e attendibili gli studi che dimostrano il dramma dell’avvelenamento del territorio oggi più colpito dal contagio virale che attacca i polmoni.

Ma perché presocché nessuno, né i medici, né il ministro della Sanità, né i soliti commentatori televisivi, esperti su tutti i temi emergenti, né i giornalisti, tentano di abbozzare una risposta alla domanda, che ormai tutti si pongono: perché tanta mortalità in Lombardia?

Un interrogativo al quale per la verità qualcuno, nei siti in rete, comincia a dare risposte nell’unico senso plausibile: le condizioni ambientali della Pianura padana.

E’ solo per il cronico analfabetismo ecologico degli intellettuali italiani, per la cultura tutta politica o politico-economica dei giornalisti, per la ghettizzazione storica degli specialismi medici, che dai tempi di Cartesio hanno separato, per tutti i secoli della modernità (salvo parentesi italiane degli studiosi della malaria), il corpo dell’uomo e le sue malattie dagli habitat in cui vivono? O è per non mettere in discussione l’assetto economico su cui è stato edificato il benessere sociale di quelle regioni?

Eppure un po’ di attenzione ai problemi del nostro ambiente avrebbe dovuto subito indirizzare le osservazioni nel verso giusto.

Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana. Oggi le cose sono migliorate, grazie alla riduzione dei grandi inquinanti negli scarichi delle auto. E tuttavia non abbastanza, al punto che oggi la grande nuvola di smog staziona ancora su quell’area.

Come informa Jacopo Giliberto, su un sito in rete, col report Inquinamento, foto shock (pianura padana con smog) vista dal satellite. La foto riportata è stata scattata dai satelliti europei della missione Copernicus Sentinel, impegnati a misurare, nel periodo tra gennaio e aprile di quest’anno gli ossidi di azoto nell’atmosfera.

L’articolo ricorda correttamente che la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.

Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.(A.Ballarin Denti,

L’aria che respiriamo, una questione politica, «Vita e pensiero» 2008, n.1) E allora, cosa ci dicono queste informazioni sull’alta mortalità della Lombardia? Un contributo prezioso lo da il sito InfoData Il Sole24ore, nel quale si osservano i grafici relativi alle malattie influenzali dello scorso anno, sui Casi gravi e decessi per regioni.

Ebbene, emerge con nettezza che in cima ai casi con decessi sta l’Emilia-Romagna, seguita dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto. Agli ultimi posti in ordine decrescente, (a parte Trento e Bolzano, con pochi casi, e l’Umbria e l’Abruzzo senza morti) stanno la Calabria, la Puglia, la Sicilia e la Sardegna. Il commento ai grafici riporta una indicazione che convalida la nostra tesi: “La Lombardia è stata la regione in assoluto più colpita, con 138 casi gravi, anche se la porzione dei decessi è fra le più basse d’Italia”.

In questa regione, dove esiste il più avanzato sistema sanitario del Paese – e personale medico e paramedico di primissimo ordine, come possiamo ammirare con gratitudine in questi giorni – sono stati salvati più pazienti, ma su una popolazione che tende ad ammalarsi in misura incomparabilmente più estesa degli altri italiani.

Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog. Drammaticamente significativo il caso opposto della Calabria, dove a prendere l’influenza virale sono in pochi, ma i morti sono addirittura la metà degli ammalati.

Documento doloroso di una disparità intollerabile, che accusa le classi dirigenti nazionali e regionali.
Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.

E cade qui a proposito un po’ di cronaca. Il 17 sera, dopo aver assistito al vano tentativo di Giovanni Flores, nella trasmissione Tv Di martedì, di avere dai suoi ospiti qualche risposta sulle ragioni dell’alta mortalità lombarda, sono passato al dibattito che si svolgeva con Bianca Berlinguer, alla trasmissione Carta Bianca. Pochi minuti per raccogliere una vera perla del mio vecchio amico Massimo Cacciari

Un intellettuale, al netto delle cantonate politiche, sempre al di sopra di una spanna dalla media, per ampiezza di visione. Ebbene, nel lasciarsi andare a un programma di massima per il futuro dell’Italia, tra tante cose sagge, si è lasciato scappare il punto programmatico di una organizzazione della società secondo stretti “criteri aziendali”. Ma se è proprio questo criterio che sta conducendo non l’Italia, ma il mondo intero, nel cul de sac di una crisi ambientale forse irreversibile, che ci renderà sempre più esposti alla serie di pandemie prossime venture?

Il Manifesto
(Immagine riportata da Il Manifesto)