Categoria: Dalla Stampa

La secessione leghista (e sudista) ci avvicina al caso cecoslovacco di Massimo Villone

La secessione leghista (e sudista) ci avvicina al caso cecoslovacco di Massimo Villone

Apprendiamo dal sindaco de Magistris che entro l’anno ci sarà a Napoli un referendum per la «totale autonomia» della città, con l’obiettivo di avere «più risorse economiche, meno vincoli finanziari, più ricchezza, più sviluppo, meno disuguaglianze». Quindi, «è finita la pacchia per voi politici antimeridionali… al Sud dopo anni di ingiustizie, discriminazioni, depredazioni e saccheggi delle nostre risorse – umane, naturali e materiali – ci stiamo riscattando raggiungendo risultati incredibili ed abbiamo tutto da guadagnare con l’autonomia totale».

Successivamente «proveremo a realizzare, se lo vorranno anche le altre popolazioni del Sud, un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero Mezzogiorno d’Italia».

Certo, De Magistris è già in campagna elettorale, e una tara va fatta. Ma cosa è una «totale» autonomia, da chi e per cosa? Come può dare più ricchezza e sviluppo? Colpiscono le assonanze con l’iniziativa del centrodestra, lanciata dall’ex governatore della Campania Caldoro, per un referendum su una macroregione del sud. A che fine, dopo il regionalismo differenziato in sala leghista? Con quali poteri e risorse? In quale rapporto con il resto del paese? Quanto al governatore De Luca, prima censura senza appello il progetto di autonomia per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, poi presenta una richiesta della Campania per 13 materie. Se avesse voluto emblematicamente far scoppiare le contraddizioni avrebbe dovuto se mai presentare una richiesta per 23, copia conforme di quella del Veneto. Così, segnala una disponibilità alla trattativa. Ma su cosa? Sulle briciole lasciate da chi giunge al traguardo prima di lui? Tutto perché la prospettiva del regionalismo differenziato già prima dell’approvazione ha destabilizzato il quadro politico e istituzionale. Sono due i punti dirompenti: da un lato la iniqua ripartizione delle risorse e la crescita delle diseguaglianze bene sintetizzata nella formula di Viesti della “secessione dei ricchi”.

Dall’altro, il radicale indebolimento dello Stato centrale che viene anche dalle richieste relativamente più soft. L’unità del paese diventa un valore recessivo e aggredibile. Non è più una scommessa pagante. Il ceto politico scommette invece che comunque ci si muoverà verso una frammentazione, e si posiziona per il day after. Così si spiega la corsa alla autonomia differenziata anche di regioni che in astratto avrebbero l’interesse opposto. Negli anni ’90 la spinta secessionista della Lega fu contrastata da soggetti politici ancora effettivamente nazionali nel radicamento e nel progetto politico. Ma ora l’unico vero partito sopravvissuto è proprio la Lega. Il Pd è largamente dissolto, e persino nelle sue roccaforti di un tempo si sgretola. In Emilia-Romagna si teme il sorpasso leghista nelle prossime regionali. La sinistra che fu non ha più la massa critica necessaria.

Nel centrodestra la Lega è ormai egemone, e i vagoni di scorta non hanno la forza di portare una linea alternativa. M5S è un non-partito, e la carenza non è sanata dalla piattaforma Rousseau. Per dirne una: se si sottoponesse al voto online l’autonomia differenziata, come verrebbe assicurata una equilibrata distribuzione territoriale dei votanti in rete? Potrebbero essere tutti lombardi o veneti e per di più lo saprebbe – forse – solo Casaleggio. Comunque, basterebbe mai il voto dei 52.000 che hanno coperto Salvini a legittimare una scelta che spezza l’Italia la sua storia? Potremmo trovarci, tra qualche tempo, a studiare il caso cecoslovacco. Il velvet divorce venne con un voto parlamentare del novembre 1992, e il paese fu diviso senza alcuna partecipazione della volontà popolare. In sostanza, la separazione – su un crinale ricchezza-povertà – fu voluta e decisa dal ceto politico, e in particolare dai leader dell’epoca. Avvertiamo i primi refoli di un leghismo sudista, e il regionalismo differenziato messo in campo può avvicinarci alla ex Cecoslovacchia. Per evitare impazzimenti e difendere la Repubblica, la Costituzione, la nostra storia bisogna bloccarlo o correggerlo radicalmente qui e ora, nel paese, in parlamento, in corte costituzionale. Può un paese dare di matto? Sì, e nessuno può imporre un trattamento sanitario obbligatorio. Per noi, l’unico protocollo terapeutico è la Costituzione, e il solo medico abilitato a somministrare il trattamento risolutivo è il popolo sovrano.

 il Manifesto, 20 febbraio 2019

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna.
Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione nel progetto di coniugazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna. La necessità di superare quella «mancanza di società», per dirla con Giacomo Leopardi, ostacolo principale ad un rinnovamento dei «costumi» impossibile, senza la volontà, il faticoso sforzo di risorgere, di «rigenerarsi», secondo una parola largamente circolante nella letteratura del primo Risorgimento.
Lo sforzo di risorgere e rigenerarsi unisce strettamente l’obiettivo dell’unità nazionale a quello della costruzione di una società profondamente riformata tramite la costruzione di rapporti giuridici e sociali «democratici», cioè tendenti all’«uguaglianza», tra tutte le sue componenti. L’uno e l’altro aspetto sono coessenziali.
Nelle condizioni dell’Italia «espressione geografica» questa concezione del Risorgimento si presenta come una vera e propria «rivoluzione». Ed infatti l’espressione «rivoluzione italiana» ebbe largo corso nel Risorgimento, usata tanto da coloro che furono i protagonisti più conseguenti di quel processo che da coloro lo temevano e, in vari modi, vi si opponevano.
E partecipi di una «rivoluzione» si sentivano i democratici mazziniani, i democratici garibaldini, i democratici-socialisti alla Pisacane. Anche se non furono le loro prospettive, le loro speranze, quelle vincenti nel 1861, diventarono carne e sangue di culture, movimenti sociali, partiti politici per i quali l’Italia unita era l’essenziale precondizione per lo svolgimento della tensione egalitaria insita nella democrazia.
La storiografia di ispirazione gramsciana, sulla base di rigorosissimi studi tutti calati nelle cose, è stata critica degli esiti del Risorgimento, non certo del movimento risorgimentale in sé. Ha messo in luce le vischiosità degli svolgimenti storici, anche di quelli che si vogliono più radicali, ed ha proiettato altre tappe della «rigenerazione» risorgimentale nel corso della storia post unitaria. Ed in questo senso non ha niente di retorico e di storicamente improprio l’espressione di «secondo Risorgimento» utilizzata per definire la lunga continuità di alcune delle «figure profonde» nel contesto della Resistenza.
Fu un reale Risorgimento dalla necrosi progressiva che aveva portato la patria a morire l’8 settembre 1943. Fu la rigenerazione in una patria diversa che si voleva erede della «rivoluzione italiana» dell’Ottocento. «Redenzione», altra parola che, nel dopo 8 settembre, prospettava «semplicemente riattivazione di una storia d’Italia sottostante al fascismo. Niente tutti a casa! e niente morte della patria» (M. Isnenghi, 1999), ma Resistenza.
La Costituzione italiana rappresenta l’esito coerente della tensione verso una rinascita radicale dello stato/nazione italiano in grado di coniugare veramente processi di liberazione e giustizia sociale nel complesso della sua dimensione unitaria.
Sebbene in maniera non lineare ma attraverso durissimi conflitti, anzi in virtù di quei durissimi conflitti, cominciano ad innervarsi nel corpo della legislazione italiana, tramite vere «riforme di struttura», aspetti fondamentali della tensione egalitaria della Costituzione. Servizio sanitario nazionale, istruzione pubblica, impronta complessivamente progressiva del sistema fiscale, sono pensati ed attuati come funzioni di una più profonda unità dello stato/nazione nei primi trentacinque anni della storia repubblicana.
Dopo cominciano i prodromi del «grande balzo all’indietro», relativamente lento nella fase iniziale e poi progressivamente rovinoso verso la disgregazione del livello di coesione sociale raggiunto tra tutte le parti del paese. Livello, peraltro, non ancora soddisfacente.
La regressione che, dagli anni Ottanta del Novecento, ha trasformato in profondità lo stato della democrazia in Italia, è aspetto della più generale regressione globale neoliberista. Tratto distintivo della ragione neoliberista e delle sue costruzioni istituzionali è la messa in concorrenza di tutti i fattori che direttamente o indirettamente producono plusvalore: aree geopolitiche ben comprese. L’Europa di Maastricht, dove uno spazio formalmente unito è in realtà concepito e praticato come luogo di Stati messi in concorrenza, dove le vittorie di alcuni sono sconfitte per altri, ne è un esempio perfetto.
Se l’intesa sulle Autonomie differenziate percorrerà indenne l’iter parlamentare, cosa che nell’attuale congiuntura politica sembra probabile, l’Italia che ne uscirà avrà incorporato Maastricht al suo interno. La storia del Risorgimento, del primo e del secondo, sarà davvero finita, ed i lombardo-veneti, gli emiliani saranno definitivamente aggregati, in un sistema integrato di fornitura subalterne, all’area economica tedesca; in inevitabile concorrenza con altre sistemi-regione per l’ottimizzazione delle proprie risorse. Il tutto nell’ambito di un ordinamento fiscale sempre meno capace di fare fronte ad esigenze che in tempi diversi erano considerate universalistiche.
La combinazione tra la concezione della finanza pubblica alla base della flat-tax ed i contenuti della intesa sulle Autonomie differenziate, non possono avere che effetti dirompenti su una società la cui coesione è già stata abbondantemente logorata e sullo Stato nazionale che di tale coesione dovrebbe essere il garante. La flat-tax, infatti, altro non è che la riproposizione della ottocentesca tassazione proporzionale, contro la quale si sono battuti, in nome della «finanza democratica», i protagonisti del Risorgimento come rivoluzione italiana. Un altro gigantesco passo verso l’Italia come «espressione geografica».
Ma il piccolo filisteo governatore del Veneto, nelle vesti di un redivivo austriacante, potrà prendersi una rivincita storica sui grandi veneti: Ugo Foscolo e Ippolito Nievo.

Il Manifesto

16.2.2019

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

Il regionalismo differenziato sarà una riforma che coinvolgerà diversi settori della via pubblica, fra cui la sanità. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Enzo Paolini.  

Lei è intervenuto – anche in virtù della sua lunga esperienza al vertice nazionale del comparto ospedaliero privato – sul dibattito in corso sulla autonomia differenziata, sul disegno di legge del governo dicendo che in realtà è una riforma costituzionale mascherata. Parole forti, una provocazione?

  “Mica tanto. A me sembra un dato di fatto. Uno dei principi fondamentali sui quali poggia la nostra legge suprema, cioè la Costituzione è l’unità nazionale. Che non è solo un fatto territoriale o amministrativo, non può esaurirsi nella assenza di barriere fisiche tra regioni o nel cantare insieme l’inno quando gioca la nazionale. Unità nazionale vuol dire soprattutto identità di diritti tra cittadini indipendentemente dalle loro origini, dalla residenza o dal censo”.

  E ciò viene messo a rischio dalla richiesta di alcune ragioni di gestire in proprio determinati settori?

“Sì, perché gestire autonomamente comporterebbe – secondo il disegno di legge all’esame del Parlamento – disporre senza condizioni del gettito fiscale alimentato dai propri cittadini. Principio giusto e logico in superficie ma iniquo se si ha ben presente il principio, appunto costituzionale dell’unità nazionale che, sul tema fiscale è declinato mediante tassazione proporzionale. Chi è più ricco paga di più e contribuisce ad assicurare assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza, servizi a chi ha di meno”.

  E cosa succederebbe – secondo lei – nel campo del servizio sanitario?

“Sempre secondo il disegno di legge della maggioranza di governo, le Regioni ad autonomia differenziata avrebbero la possibilità di stabilire in proprio i LEA (livelli essenziali di assistenza) di fissare proprie tariffe, di pagare e assumere i medici come vogliono, di gestire e organizzare la rete ospedaliera con le propri risorse ed anche in difformità dai vincoli di bilancio che devono osservare le altre regioni. E tutto ciò per assicurare assistenza solo ai propri residenti.

Ciò vuol dire che un calabrese potrà contare su una assistenza sanitaria sostenuta solo dalle risorse fiscali prodotte dai calabresi, così che la forbice della diseguaglianza, già ampia nei fatti, si allargherà ancora di più per legge.

E se un calabrese vorrà curarsi a Milano dovrà pagare.

Verrà, così, cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese e cioè il Servizio sanitario nazionale basato su principi solidaristici e universali, cioè cure uguali per tutti, e con oneri a carico dello Stato.

Se passa l’altra concezione – quella contenuta nel disegno di legge – non ci sarà più alcuna unità nazionale sul piano del diritto all’assistenza sanitaria uguale per tutti.

E sarà disarticolata la Costituzione in un modo obliquo e subdolo”.

Però c’è di dice che alimentare la sanità nel sud, con i suoi disservizi e le sue ruberie è come gettare soldi in un buco nero.

“Ma è proprio questo il punto. Un governo molto superficiale privo del senso profondo della comunità agisce sull’effetto e non sulla causa. Invece di impiegare tutte le risorse per contrastare il malaffare, ad esempio la grande evasione fiscale, alza uno steccato senza considerare che le ruberie – e tante – ci sono anche a Torino o a Modena e che la nostra classe medica è eccellente.

La verità è che governare è un’arte affascinante e difficile e non si può fare se non si hanno competenze, se non si studia. Il resto sono slogan malamente applicati, garganismi demagogici ed autoreferenziali da una parte e dall’altra”.

Come se ne esce?

“Con la buona politica. Ma il silenzio della sinistra, l’indifferenza di una classe dirigente intenta solo a regolamenti di conti interni è imbarazzante ed allontana le giovani generazioni.

I partiti e le istituzioni – senza più il fascino delle idee, se non delle ideologie – attrarranno solo coloro che vedono nella politica una fonte di guadagno. Ed in questo modo si imbarbarisce la società civile”.

Allora il problema – nel Paese ed in Calabria – è tutto a sinistra?

“No, ho fatto l’esempio perché mi piacerebbe una rinascita degli ideali in cui ho creduto e credo e per i quali continuo a battermi. D’altra parte non penso che sia un segreto che non sia entusiasta di una città perennemente appaltata per opere in parte inutili e distratta, ubriacata, da un perenne movida e dalla costruzione artificiale di brand poco credibili.

Ieri sono passato su Viale Mancini, l’opera simbolo di una stagione di vero e proprio rinascimento della nostra città, e l’ho visto divelto, letteralmente stuprato e con amarezza ho riflettuto sul fatto che l’idea di chi aveva realizzato, per via urbanistica, una grande opera pubblica sul piano sociale, è stata soppiantata dalla violenza di un braccio meccanico che dice, con prepotenza, che li si fa un’altra cosa e non ha importanza se è inutile, costosissima e non piace a tanti cittadini. Un po’ come il TAV. Un’idea verticistica di quello che si autodefinisce, a Roma come a Cosenza, il governo del fare.

Ma la storia insegna che, in questo modo, prima si ha un consenso acritico e poi si asfaltano anche i diritti. E mi lasci dire, anche così un po’ muore la Costituzione”.

Quotidiano del Sud

12.2.2019

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

 Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcroristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.
Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.
È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.
In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.
Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.
Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

 

L’Internazionale

14.2.2019

Così questa autonomia differenziata può far male anche al Nord Intervista ad Amedeo Lepore

Così questa autonomia differenziata può far male anche al Nord Intervista ad Amedeo Lepore

L’autonomia rafforzata, o differenziata, chiesta da tre Regioni – Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – oggi dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio di ministri. Rispetto però alla scadenza annunciata da Matteo Salvini a dicembre, e cioè che il 15 febbraio il governo avrebbe presentato il relativo Ddl, è molto probabile che i tempi si allunghino, visti i tanti nodi ancora da sciogliere e le divergenze con il M5s. Il dossier ha creato malumori non solo tra gli alleati di governo, ma anche nel Paese, soprattutto al Sud, che teme una sorta di “secessione dei ricchi”. E’ possibile, allora, cogliere questo rinvio per provare a calibrare meglio la questione?
“Con questo processo di regionalismo accentuato e privo di un disegno unitario – risponde Amedeo Lepore, professore di Storia economica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e membro del comitato di presidenza della Svimez – rischiamo di non avere né uno Stato forte, come sarebbe necessario, né strutture intermedie dello Stato efficienti. Anziché insistere sulla frantumazione e contrapposizione tra Nord e Sud del Paese, la discussione, se prevalesse una consapevolezza dei problemi e delle convenienze reciproche, potrebbe servire a individuare con coraggio gli strumenti utili, a Costituzione invariata, per mettere a punto nuovi rapporti tra lo Stato, le Regioni e gli enti locali, in uno spirito di collaborazione solidale e di competizione virtuosa tra territori, all’interno sempre di un disegno nazionale unitario”.

Partiamo intanto dalle preoccupazioni. Che cosa c’è da temere dall’autonomia differenziata?

Nelle bozze di intesa due regioni su tre chiedono che venga loro assegnato un numero notevole di poteri e competenze, visto che parliamo di 23 materie. E l’Emilia-Romagna è l’unica ad affermare che “il riconoscimento di forme e condizioni particolari di autonomia in nessun caso si può porre in contrasto o può mettere in discussione il carattere unitario e indivisibile della Repubblica e far venire meno il carattere solidale che vincola le istituzioni come enti costitutivi del Paese”. E’ un’affermazione importante, che andrebbe però calibrata anche in rapporto alle eccessive richieste di autonomia, altrimenti si rischia di far prevalere un eccesso di frammentazione e di rincorsa all’attribuzione di poteri. Ma il tema centrale, a mio avviso, è quello del residuo fiscale.

Perché?

Il residuo fiscale dovrebbe essere l’elemento che mette in rapporto le entrate fiscali raccolte a livello nazionale e le risorse che vengono spese sui territori. A tal proposito, però, si deve tenere conto della sua genesi, altrimenti viene interpretato non come un elemento legato agli individui e alla loro tassazione, ma come un diritto territoriale.

La distinzione è fondamentale?

Il premio Nobel James Buchanan, che nel 1950 coniò il termine nel suo saggio su federalismo ed equità fiscale, sostenne infatti l’esatto contrario di quello che propongono i fautori di questo intenso decentramento di poteri e di risorse.

Che cosa sosteneva Buchanan?

Metteva al primo punto la necessità che ciascun individuo avesse la garanzia che dovunque risiedesse nella nazione ricevesse lo stesso trattamento fiscale. E quindi i cosiddetti residui fiscali si generano in quei territori dove si concentrano i cittadini con redditi relativamente più alti, come in alcune regioni italiane. Ciò che conta è che gli stessi cittadini vengano trattati nello stesso modo a livello nazionale, sia in termini di prelievo che di servizi erogati e di spesa. Buchanan, dunque, aveva scritto l’articolo proprio per trovare una giustificazione non solo economica o fiscale, ma anche etica, ai trasferimenti di risorse dagli Stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti. Il residuo fiscale, dunque, inteso come il saldo tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di spesa pubblica, va utilizzato per perequare, per dare alle regioni più deboli l’opportunità di mettersi allo stesso livello delle più forti.

In Italia non succede così?

Il residuo fiscale ha avuto una diversa accezione, perché negli ultimi decenni, a fronte degli sprechi di risorse pubbliche nel Mezzogiorno dovuti all’adozione di politiche di sviluppo localistiche, che hanno privilegiato gli interventi a pioggia di carattere assistenziale, si è registrata una reazione che ha portato a parlare di una “questione settentrionale”, caratterizzata da una rivendicazione di maggiore attenzione a chi metteva al centro criteri di efficienza e di produttività. Premesso che la parte migliore del meridionalismo si è mossa contro lo spreco delle risorse pubbliche e l’inefficienza degli apparati pubblici, nel tentativo di recuperare questo divario, la questione settentrionale ha prodotto un’interpretazione forzata del concetto coniato da Buchanan, sostenendo, in pratica, che esisteva un residuo fiscale per le regioni del Nord tra i 50 e gli 80 miliardi di euro rispetto alle regioni meridionali, che avevano invece un saldo negativo.

Questo spiega la crescente contrapposizione tra Nord e Sud?

Secondo me, sarebbe un errore continuare a discutere, su un terreno che è molto complesso e difficile, in termini di contrapposizione Nord-Sud. Anzi, sono convinto che se venisse attuata questa riforma sull’autonomia rafforzata, si creerebbero problemi anche al Nord. Penso, al contrario, che vi siano interessi comuni e convenienze comuni perché la questione sia affrontata nei suoi giusti termini.

Quali sarebbero?

Il sindaco di Milano, quando evoca i rischi del neocentralismo regionale, ha ragione. Se noi apriamo il vaso di Pandora della rincorsa ai poteri e alle risorse, non facciamo un servizio utile all’Italia, che mai come in questo momento avrebbe bisogno di coesione e di forza a livello internazionale. Ma non c’è solo il rischio del centralismo regionale.

Quali altri rischi intravede?

Sarebbe un errore fare accordi one-to-one, cioè tra lo Stato e singole regioni. Addirittura, nel testo dello schema di intesa della Regione Veneto, si prevede che ci sia una commissione paritetica Stato-Veneto che ne regoli i rapporti, come se il Veneto fosse un altro Stato. E’ un errore basilare. Fermo restando che non si può pensare in nessun caso alla riproposizione di forme di centralismo, dobbiamo invece partire da una riconsiderazione dell’esperienza regionale.

Per valutare cosa?

Come quel disegno, avviato nel 1970, non abbia raggiunto risultati pari alle aspettative e in qualche caso ci siano stati anche dei fallimenti. Va cioè riconsiderato il ruolo delle regioni nell’ambito di un Paese che vuole e deve essere coeso per vincere le sfide internazionali e per non essere relegato in un angolo.

Quali passi si dovrebbero compiere?

Bisogna unificare profondamente le esigenze di una rafforzata presenza nazionale con una forte presenza dei livelli territoriali, distinguendo bene quali debbano essere i compiti dello Stato nazionale e delle regioni, che sostanzialmente dovrebbero tornare a essere organi di programmazione e non di gestione. Una strada imboccata, purtroppo, negli anni 70 e che ha portato tanti guasti.

Bisognerebbe eliminare le materie concorrenti?

La riforma dell’articolo 116 della Costituzione non ha contribuito a dare maggiore chiarezza nei rapporti tra Stato e Regioni, anzi ha creato maggiori difficoltà e più confusione. Bisogna rivedere queste materie, perché hanno determinato un elevato livello di contenzioso e un blocco delle attività in molti campi, a causa anche della competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni.

E poi?

La legge del 2009 sul federalismo fiscale, che comunque non mi piace, prevedeva Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e costi standard. Siccome entrambi non sono stati mai definiti, questo sarebbe il un altro passo fondamentale, non solo per le regioni che chiedono l’autonomia differenziata, ma per tutti. E non lo dico per bloccare un processo in corso, ma per rendere possibile una competizione virtuosa giocata sull’efficienza di tutte le regioni. Insomma, si stabiliscano dei parametri che valgono per tutti.

Per fissare i Livelli essenziali di assistenza ci sono voluti dieci anni. Lep e costi standard sono decisivi, ma avremo la forza, e la pazienza, di individuarli?

Non si deve bloccare tutto nell’attesa di Lep e costi standard. E anziché metterci 10 anni, si può fare in modo che si raggiungano presto. Nell’articolo 5 della bozza di intesa del Veneto si parla di fabbisogni standard da determinare entro un anno dall’entrata in vigore della legge di approvazione dell’intesa. Se si può fare per il Veneto, è possibile non aspettare tempi biblici per tutto il Paese.

Nel frattempo si blocca tutto?

Nel frattempo si possono fare sperimentazioni condivise tra Stato centrale e Regioni, superando la giungla delle materie oggetto di legislazione concorrente, ma non attraverso accordi bilaterali tra Stato e singole Regioni. E’ un modo sbagliato di procedere, perché potrebbe determinare profonde difformità. Su altri temi, come la scuola o la sanità, ritengo che sia giusto che lo Stato mantenga le sue prerogative.

Sul tavolo resta anche il nodo della perequazione…

La perequazione ha l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e impediscono lo sviluppo della persona umana e la partecipazione all’organizzazione economica e sociale del Paese. Ecco perché la Costituzione prevede l’istituzione di un fondo perequativo, che dovrebbe essere ripartito senza vincoli di destinazione tra i territori con minore capacità fiscale per abitante. Questo è un compito che spetta allo Stato. E’ un tema essenziale per ragionare, non per rivendicare qualcosa.

In che direzione?

In una direzione utile per evitare sia un’eccessiva centralizzazione sia una dissennata attribuzione a pioggia di poteri e di risorse alle regioni, che come si è dimostrato tra la fine degli anni 80 e negli anni 90 non favorisce la responsabilizzazione, perché determina invece una frantumazione, uno spreco di risorse e una torsione della spesa in termini assistenziali. C’è un precedente recente, con alcuni limiti, ma c’è.

Quale?

I Patti per lo sviluppo del Mezzogiorno erano un tentativo, forse tardivo, di mettere insieme le esigenze nazionali e il coordinamento di politiche territoriali con il protagonismo delle regioni e delle città metropolitane. Si potrebbe prendere spunto da questo e mostrando maggiore coraggio si potrebbe rilanciare il modello, cercando di stabilire anche accordi sovra-regionali per gestire servizi e materie complesse. Fare le macro-regioni, senza dover modificare le norme costituzionali, è possibile.

Su che materie?

Grandi infrastrutture, gestione dell’acqua, infrastrutture di rete, trasporti, logistica, corridoi euro-mediterranei: tutte materie che spesso hanno una scala di intervento sovra-regionale.

C’è invece chi dice che le regioni del Sud dovrebbero seguire l’esempio di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. E’ d’accordo?

Non sono assolutamente d’accordo. L’emulazione scatenerebbe un meccanismo nel quale ciascuna regione cercherebbe uno spazio al sole. Dobbiamo invece fermarci e approfondire la questione, aprendo un confronto con tutte le regioni, nell’interesse del Sud e del Nord. La disgregazione ci porterebbe, da un lato, a peggiorare la situazione economica, e ciò non penso che consentirebbe alle stesse Regioni del Nord di raggiungere migliori risultati. Dall’altro, indebolirebbe il nostro paese in un momento cruciale sul piano internazionale. Non è solo la crisi che impone un rafforzamento dello Stato, è la possibilità stessa di stare in questa globalizzazione-arcipelago in cui emergono grandi potenze – Usa, Cina, Russia, India, Paesi asiatici e magari un domani anche Paesi africani – rispetto alla quale, se non riprendiamo a ragionare di Europa e di Mediterraneo in termini diversi e su scala dimensionale più ampia, siamo destinati a scomparire. L’Italia rischia di rimanere l’ultima ruota del carro dell’Europa e l’Europa rischia di rimanere un continente residuale.

Quali leve bisognerebbe muovere?

La collaborazione e la competizione.

Partiamo dalla collaborazione.

Non si tratta semplicemente di stabilire un rapporto di solidarietà, che pure è fondamentale, perché dà coesione al Paese, ma di aiutare chi è più debole a crescere, nell’interesse generale, combattendo tutte le forme di spreco, di malaffare, di incapacità con forme di perequazione in cui la sussidiarietà orizzontale e verticale diventa lo strumento efficace.

E la competizione?

I più deboli devono essere messi nelle condizioni non solo di recuperare i loro gap, ma anche di poter correre. E’ una visione miope unire tutto il Sud contro il Nord, perché è probabile che alcune regioni del Sud vogliano addirittura competere con le regioni del Nord oppure collaborare attraverso accordi a geometria variabile, che possono consentire di fare un passo in avanti rispetto ai Patti per lo sviluppo. Bisogna cioè mettere in moto un meccanismo in cui ciascuno possa sentire la responsabilità della coesione e della solidarietà, ma anche il pungolo della competizione. Nella collaborazione-competizione tutti possono giocare un ruolo e come insegnano i Paesi emergenti potrebbero anche esserci delle sorprese: se alcuni Paesi arretrati sono diventati leader mondiali, è possibile che cambino le carte anche nel nostro Paese.

(Marco Biscella)

 

Il Sussidiario.net 

14.2.2019

La resistibile ascesa della Lega nel Sud di Piero Bevilacqua

La resistibile ascesa della Lega nel Sud di Piero Bevilacqua

La vittoria elettorale della Lega in Abruzzo è osservata ed enfatizzata dai commentatori soprattutto come contraltare del crollo del movimento 5S.Ma è poco valutata come risultato in sé, come novità storica nella geografia elettorale del Paese. L’Abruzzo è una regione del Sud, quella parte d’Italia sulla cui criminalizzazione e dileggio la Lega Nord di Bossi ha costruito le sue prime fortune e i cui abitanti sono stati schiacciati per decenni sotto lo stereotipo dei ladri e dei parassiti. Quella campagna di odio e dileggio che già negli anni ’80 ebbe il potere di mettere in crisi, di far apparire come truffaldini, i normali trasferimenti e gli investimenti pubblici nelle regioni meridionali. Oggi quel sentimento non è mutato.In tanti ambiti delle regioni del Nord, ha depositato pregiudizi e rancori antimeridionali che rimangono però latenti, solo perché la Lega di Salvini ha individuato nei migranti il nuovo nemico, aiutato dall’ondata emigratoria degli ultimi anni.Ma il successo di questi giorni, lo sfondamento in una regione meridionale, si spiega anche con una grande capacità di menzogna del leader leghista, coperta in gran parte dai dirigenti dei 5 S e dal silenzio complice e gravissimo degli uomini del Partito Democratico. La parola d’ordine di Salvini, “Prima gli italiani”, nasconde infatti un seguito non detto, << ma prima ancora i veneti e i lombardi>>. E’ questa la parola d’ordine completa. Gli abitanti di queste due regioni del Nord – a cui si vuole aggiungere, marchio di vergogna della sua gloriosa storia civile, anche l’ Emilia Romagna – sono infatti considerati più italiani degli altri. E ad essi va assicurata la maggior parte dei propri introiti fiscali, e concessa la piena autonomia amministrativa su 23 materie. Si tratta del più vasto e radicale progetto antimeridionale nella storia dell’Italia repubblicana. E il partito di Salvini vince le elezioni regionali in Sardegna? Ma nessuno dei suoi oppositori è stato in grado di dire agli elettori sardi che sta per diventare legge una ripartizione della ricchezza fiscale che renderà le regioni ricche sempre più ricche e quelle povere sempre più povere? Che nascerà una sanità di serie A e una di serie B, che i malati bisognosi di interventi altamenti specialistici non potranno più trasferirsi dagli ospedali della propria regione a quelli del Nord? ( come ricorda E.Paolini, Il Manifesto,12/2) Che le scuole e le università del Sud avranno sempre meno risorse, contrariamente a quelle iperitaliane del Veneto e della Lombardia, i cui insegnanti potranno avere stipendi regionali superiori a quelli delle restanti regioni? Ma allora come può accadere che tanti e sempre più meridionali votino per il partito del loro più agguerrito nemico? Per la formazione di aree di privilegi territoriali che saranno direttamente proporzinali all’emarginazione del Sud? La spiegazione è che essi non vengono informati e vengono silenziosamente traditi. Ma a tenerli all’oscuro non è solo Salvini e i dirigenti dei 5S, che dilapideranno ben presto i consensi accumulati al Sud – giusto il tempo che ci vuole perché le popolazioni comprendano l’inganno in cui sono caduti. A tacere solennemente sono anche i leader del PD che avrebbero un argomento potente di lotta contro l’avanzare della Lega, altrimenti destinata a dilagare, e invece stanno in silenzio per calcoli elettorali del momento. Quanta infantile cecità! Non sanno costoro che se l’autonomia differenziata diventerà legge, in breve tempo le condizioni di tante aree del Sud diventeranno zone di disperazione sociale dove i partiti non potranno più tenere neppure una sede. I pastori sardi oggi ci dicono qualcosa. Ma quale Paese poi credono di poter governare, frantumato in un puzzle di regioni, che in un decennio riporteranno l’Italia agli stati preunitari? E credono di davvero di cancellare le tracce dell’irresponsabilità di oggi cambiando le insegne alla “ditta”?Non sanno che i loro nomi e i loro volti s’imprimeranno a fuoco nell’odio popolare e spariranno per sempre dalla faccia d’Italia?

Incredibile miopia della borghesia nazionale – così visibile nella mordacchia che il Corriere della Sera e la Stampa hanno messo su questo tema – che si illude di avere maggiori chances dando il comando alle regioni più forti, e dimenticando che senza avere alle spalle il sistema-Paese, l’Italia intera, essa sarà più debole, e le fortune di qualche singolo si pagherà con il sicuro declino di tutti.

Il Manifesto

14.2.2019

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata» di Enzo Paolini di Enzo Paolini

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata» di Enzo Paolini di Enzo Paolini

In varie città a Roma, Bari, Cosenza si è parlato di autonomia differenziata, cioè del progetto, molto concreto e già in fieri con il referendum lombardo del 2017 di una e propria riforma costituzionale spacciata per applicazione dell’art. 116 della stessa Costituzione. L’Osservatorio del sud, piccola palestra di discussione animata da Piero Bevilacqua e da liberi pensatori suoi pari, ha organizzato questa semina di dissenso nell’auspicio di raccogliere qualcosa nell’arido campo della sinistra. È ben chiaro che la provocazione non è rivolta alla sedicente classe dirigente, impegnata tutta ai gargarismi precongressuali e totalmente disinteressata a cosa avviene realmente nelle Istituzioni ed alle nefaste conseguenze che ciò porterà nel Paese. Sarebbe inutile.

SI È DETTO, parlando invece ai cittadini, di come e perché la realizzazione della cosiddetta «autonomia differenziata» nei termini preposti dalla Lega e sciaguratamente accettati dal M5S mette a rischio il principio fondamentale della nostra convivenza civile e cioè l’unità della Repubblica più che una riforma, un vero e proprio scardinamento della Costituzione.

PRENDIAMO il servizio sanitario. L’art. 116, terzo comma della Costituzione, già consente l’attribuzione alle regioni di competenze statali riguardo ai principi fondamentali in materia di salute. Una «devolution» (il termine usato per rendere potabile la cessione di sovranità dallo Stato alle Regioni) che ha prodotto molti danni in termini di efficacia ed efficienza del servizio ed ancora di più sul piano delle pratiche di malaffare in un settore dove girano a mille i soldi ed i voti. Con l’autonomia differenziata cadrebbero molti vincoli. Negli atti preliminari ed accompagnatori al disegno di legge si afferma che l’obiettivo sarebbe quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione…», poi per «la selezione della dirigenza sanitaria»….«per l’organizzazione rete ospedaliera» e per «assistenza farmaceutica», superando i «vincoli di bilancio nell’equilibrio economicofinanziario».

TRADUCIAMO: siccome il gettito fiscale delle Regioni del nord deve rimanere in gran parte sul territorio occorre che a deciderne la spesa sia la politica locale e che ad usufruire del servizio sia solo la popolazione ivi residente. Dunque tra pochi giorni, grazie al governo gialloverde verrà cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese: il Servizio sanitario nazionale improntato ai principi di universalità e solidarietà in base al quale tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro origini, dalla loro residenza, dal censo sono curati allo stesso modo con oneri a carico dello stato, mediante il prelievo fiscale su base proporzionale. Si chiamava perequazione fiscale e grazie ad essa le classi più ricche pagavano più tasse per aiutare quelle più povere a curarsi, ad istruirsi, ad avere i servizi di base. Un sistema che ha fatto crescere e non poco il nostro Paese dandoci un servizio sanitario di eccellenza e una classe medica di primo livello.

OGGI IL GOVERNO propone che queste regioni stabiliscano i propri LEA (i livelli essenziali di assistenza) le proprie tariffe, la propria rete ospedaliera, la propria spesa farmaceutica e che paghi il tutto con i propri soldi anche in difformità dei vincoli di bilancio stabiliti dallo Stato e validi nelle altre regioni. Naturalmente riservando tutto ciò solo all’assistenza dei propri residenti. Dunque, un torinese o un modenese potranno avere livelli di assistenza più estesi, potranno accedere ad una rete ospedaliera più moderna ed efficiente, ed avranno una assistenza farmaceutica maggiore di quella attuale. Gli ospedali, pubblici e privati, delle loro città e della loro regione potranno avere rimborsi maggiori e comunque godere di sostegni finanziari non condizionati dalle ripartizioni negoziate nella conferenza Stato-Regioni. Potranno assumere più medici ed ottenere servizi accessori di maggiore qualità. Benefici, indiscutibilmente auspicabili per tutti, ma il punto è proprio questo. Vi saranno, ma riservati solo ai cittadini residenti nelle regioni “ad autonomia differenziata”.

INSOMMA in questo modo (ed in questo mondo) il calabrese sarà sempre meno assistito nella sua regione, che potendo contare solo sul gettito fiscale dei propri cittadini, sarà sempre più povera e sempre meno in grado di assicurare i LEA, di costruire e mantenere ospedali degni e di assicurare cure efficienti (al netto delle ruberie e nonostante il valore e l’eroismo dei suoi medici). E se vuole curarsi a Milano (cioè in una regione che tutela solo i propri residenti) dovrà pagare. Come non accorgersi della perdita di uno dei valori fondanti della società che hanno costruito le generazioni che ci hanno preceduto?

COME NON CAPIRE che il silenzio della sinistra su tutto ciò è la pietra tombale sulla possibilità e sulla speranza di ricostruire un senso di comunità che abbiamo smarrito da oltre un lustro? Come non chiedere, che il tutore dell’unità nazionale, il Presidente della Repubblica, si opponga, come è nelle sue facoltà, ad una legge che prepara – contro la Costituzione – la disgregazione sociale e lo smembramento dell’unità nazionale? Come non battersi per consentire a tutti i cittadini – proprio tutti – di poter contare sulle risorse derivanti dal lavoro di una comunità intera che solo in quanto tale cioè unione di cittadini liberi e solidali cresce e prospera mentre muore se alza muri e afferma la segregazione? Insomma le giornate dell’Osservatorio del Sud hanno dimostrato che c’è una occasione politica decisiva per la sinistra, quella che si fa sentire quando sono in gioco i diritti fondamentali. E non si tratta di alzare la voce. Basta alzare la testa.

Il Manifesto

12.2.2019

Autonomia, una legge che non si potrà blindare di Massimo Villone

Autonomia, una legge che non si potrà blindare di Massimo Villone

Sul regionalismo differenziato in salsa lombardo-veneta l’allarme sale in modo esponenziale, e grazie al ministro Bussetti siamo certi che mai battaglia fu più giusta. Fico vuole rassicurarci sul ruolo dell’assemblea elettiva. Ma seguirà o no la prassi delle intese con i culti acattolici?

Per cui il disegno di legge governativo sarebbe inemendabile? Vogliamo dare una mano. Una prassi non è imposta da regole cogenti, ma è costruita sull’esperienza e sui precedenti. È sempre modificabile, in base alle esigenze, e può a tal fine bastare anche una diversa lettura delle norme applicabili. Nella specie, si vuole trasferire la prassi ex articolo 8 della Costituzione per i culti acattolici al regionalismo differenziato ex articolo 116, perché in entrambi i casi si giunge alla legge «sulla base di» intesa. Ma la formulazione testuale non è di per sé decisiva. L’intesa ex articolo 8 definisce la diversità e la conseguente separatezza che una minoranza protetta – il culto acattolico e la sua fede – vuole garantirsi nei confronti della maggioranza che si traduce nella legge. Da qui l’inemendabilità. Tra l’altro, nemmeno tali intese sono ritenute in principio assolutamente inemendabili.

Nell’articolo 116, invece, e nel complesso di regole costituzionali sul regionalismo, è garantita l’eguaglianza prima della diversità. Veneti e lombardi sono pur sempre cittadini italiani, titolari dei medesimi diritti e doveri di tutti gli altri. Quale diversità e separatezza potrebbe o dovrebbe difendere una inemendabilità dell’intesa? Con l’aberrante conseguenza di impedire il concorso dell’assemblea rappresentativa alla formulazione di scelte che toccano la vita di tutti?

Nell’articolo 116 la formula «sulla base di» può e deve essere letta diversamente rispetto all’articolo 8. Come?

L’articolo 116 dice solo che l’intesa precede l’approvazione della legge. Ma non prescrive come e dove si collochi nel procedimento di formazione della legge, né che intervenga tra regione e governo, e tanto meno che si traduca in un disegno di legge inemendabile. Basta allora qualificare come pre-accordo l’intesa trasfusa nel disegno di legge che il governo presenta in parlamento, sul quale vanno applicate le regole generali per la discussione e l’approvazione, inclusa l’emendabilità. Nel lavoro parlamentare il testo non è più modificabile quando si arriva alla «doppia conforme», cioè quando le due camere hanno approvato un’identica formulazione testuale. Nel momento precedente il voto finale sull’intero testo – ormai consolidato – si può verificare che sussista l’intesa, nuovamente da parte dell’esecutivo, o in alternativa da parte della Commissione parlamentare per le questioni regionali, cui comunque già compete di esprimere un parere sul disegno di legge. Se l’intesa c’è, si procede con il voto e la promulgazione.

Diversamente, si riapre la trattativa e si ripete il procedimento. Avrebbe bisogno il presidente di assemblea dell’assenso del governo per innovare la prassi? No. Tutto rientra nel quadro dei poteri del presidente e delle norme vigenti e applicabili alla formazione della legge, anche per quanto riguarda l’ipotesi di coinvolgere la Commissione parlamentare per le questioni regionali. Si può fare senza alcun ritocco delle regole. Diversamente, il rischio di incostituzionalità è alto. Sappiamo (da ultimo, l’ordinanza della Corte 17/2019) che è legittimato al ricorso per conflitto tra poteri il singolo parlamentare nel caso di «una sostanziale negazione o un’evidente menomazione della funzione costituzionalmente attribuita al ricorrente». Tale innegabilmente è il caso se al parlamentare è precluso ogni emendamento su una proposta che tocca la Nazione – tutta – che egli rappresenta. Per di più, mancando le situazioni eccezionali che hanno contribuito alla inammissibilità del ricorso per la legge di stabilità.

La preclusione degli emendamenti potrebbe poi essere vista come un vizio in procedendo della legge, sia in un ricorso diretto da parte di una regione, o in un giudizio in via incidentale stimolato da chi avesse ricevuto prestazioni dei servizi civili e sociali inferiori a quelle di una regione beneficiaria della maggiore autonomia. Ma questo si vedrà dopo. Intanto, consigliamo a oppositori o dissenzienti in senato di affilare le armi e preparare le carte bollate, qui e ora. Già un solo ricorso potrebbe bloccare l’ingranaggio.

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata»

 

Il Manifesto

12.2.2019

Se l’autonomia diventa un delitto di Piero Ignazi di Piero Ignazi

Se l’autonomia diventa un delitto di Piero Ignazi di Piero Ignazi

 Nella generale disattenzione si sta perpetrando un vero e proprio delitto nei confronti della nostra comunità nazionale: non dall’Oltralpe come farneticano alcuni scriteriati nostrani attratti come falene nella notte dal giallo-gilet , bensì dall’oltre Po, dal Veneto e dalla Lombardia, con la sorprendente complicità dell’Emilia Romagna.

Si tratta delle richieste di maggiore autonomia, anche finanziaria, da parte di queste regioni. È stata già firmata, alla fine dell’anno scorso, una pre-intesa tra stato e regioni che sarà finalizzata a giorni in attesa poi di essere discussa e approvata dal parlamento. L’ intesa è frutto di un percorso opaco, senza dibattito pubblico, che ha coinvolto solo gli interessati e non tutta la comunità nazionale.

Le altre regioni, i cui interessi sono pesantemente colpiti dall’accordo, non erano presenti. Ma cosa c’è di tanto grave in questo accordo? In primo luogo, come per le concessioni autostradali, lo stato non ha contrattato nulla e cede in toto alle richieste delle regioni, soprattutto del Veneto che, tanto per fare un esempio, pretendeva nelle sue proposte iniziali, poi corrette, di trattenere e gestire, addirittura i 9/10 del gettito dell’Irpef, dell’Ires e dell’Iva.

Come scrive Gianfranco Viesti nel suo libro Verso la secessione dei ricchi? (Laterza), le competenze dovranno essere definite in base ai cosiddetti “fabbisogni standard”, calcolati sul reddito prodotto da ciascuna regione. Per cui, dato che le tre regioni equivalgono al 40% del Pil nazionale, alle restanti 17 non rimane che spartirsi le briciole. Quello che è profondamente iniquo è soprattutto il calcolo dei costi e delle capacità di spesa per unità territoriale, non per cittadino. E quindi, il territorio che ha di più, riceve di più.

La logica della redistribuzione e perequazione delle risorse viene totalmente disattesa.

L’Italia diventa un vestito di Arlecchino con alcune pezze sfavillanti ed altre logore. In secondo luogo, riprendendo la metafora autostradale, l’intesa non potrà essere modificata per dieci anni e ogni intervento dovrà avere l’assenso delle tre regioni coinvolte. Insomma, una volta assegnate le competenze non se parlerà più. Infine, oltre alla questione finanziaria vi è un aspetto culturale non di secondaria importanza: le competenze sulla scuola.

Il Veneto che, come la Lombardia, ma contrariamente all’ Emilia-Romagna, ha chiesto autonomia su tutto, vuole determinare anche la programmazione dell’ “offerta formativa integrata” e dei contributi alle scuole paritarie: vale a dire, demolire il sistema educativo nazionale a favore di quello padano, magari sull’esempio della (in)gloriosa scuola dei “popoli padani” della moglie di Bossi. Inoltre vuole disciplinare i ruoli per il personale, evidentemente per poter selezionare insegnanti dalle immacolate camicie verdi. Di tutto ciò nessuno parla. Non Forza Italia, alleato della Lega.

Non il Pd che ha mani legate e bocca cucita dall’improvvida adesione dell’Emilia Romagna che ha fornito una legittimità politica fortissima al progetto. Mentre i 5Stelle, nella loro ingenuità, lasciano mano libera a chi sottrarrà risorse allo sviluppo del Mezzogiorno.

Il treno incorsa sta richiamando altri vagoni: tutte le regioni, ad esclusione di Abruzzo e Molise, si sono accodate. È un treno che porta alla definitiva disunità d’Italia. Il vecchio progetto leghista ha trovato altre strade per compiersi.

La Repubblica

11.2.2019

Intervista a Gianfranco Viesti di Massimo Franchi

Intervista a Gianfranco Viesti di Massimo Franchi

«Dopo le recenti esperienze infelici, una forza di sinistra che si candidi a governare il paese dovrebbe partire da questi temi: l’uguaglianza di tutti i cittadini e una scuola pubblica nazionale per comporre gli interessi delle parti più forti con quelle più deboli del paese avendo come obiettivo la crescita comune». Il professor Gianfranco Viesti, docente di economia a Bari, è il capofila della battaglia contro «la secessione dei ricchi» – titolo del suo ultimo libro -, l’autonomia differenziata delle regioni del Nord.

Professor Viesti, vede una continuità tra il vicino via libera all’autonomia rafforzata per Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna e la manovra economica del governo?
No, anche se i danni potrebbero essere comuni. Sulla manovra do un giudizio articolato in cui prevale quello che non c’è: gli investimenti pubblici che in questi anni sono calati drammaticamente dal 3 al 2 per cento del Pil e che invece sono l’unico modo per riportare crescita nel nostro paese. Fra quello che c’è il giudizio è ambivalente: sono molto contrario a Quota 100 perché credo che intervenire sulle pensioni partendo da chi un lavoro ce l’ha è sbagliato mentre sul reddito di cittadinanza guardo con preoccupazione le critiche preventive della sinistra contro uno strumento che combatte la povertà: se il centrosinistra al governo avesse fatto il Reddito di inclusione prima degli 80 euro avrebbe mantenuto una base sociale. Il reddito di cittadinanza va criticato nel merito perché cancella il Rei e, assieme a Quota 100, è una misura cieca costruita apposta per avere successo alle elezioni europee.

Sabato i sindacati confederali scendono in piazza contro la manovra proponendo al centro della loro piattaforma proprio gli investimenti pubblici. Riusciranno a farsi sentire dal governo?
La manifestazione di sabato è importantissima. Sia per rilanciare il ruolo dei sindacati, fondamentale in un paese come il nostro, sia per il messaggio sugli investimenti pubblici. Detto questo, è difficile capire se il successo della manifestazione potrà avere effetti sul governo: ormai in Italia tutto è incerto e proprio questa incertezza è la causa principale della mancata affidabilità del paese a livello internazionale.

Lei da anni sottolinea la mancanza di investimenti pubblici specie per rilanciare il Sud. Aveva aspettative su questo governo? Pensava potesse invertire la tendenza?
Io per investimenti pubblici intendo anche le risorse per l’istruzione – scuola e università – e su questi temi il programma del M5s in campagna elettorale dava speranze. Ora invece siamo passati ad un uso elettorale delle misure economiche: si pensa solo a dare soldi in mano ai potenziali elettori mettendo da parte gli investimenti che danno risultati sul medio-lungo periodo. Al Sud si propone solo il Reddito di cittadinanza ma senza investimenti il rischio è l’effetto boomerang: se non c’è lavoro, scaduta la copertura del reddito di cittadinanza la situazione di povertà nel meridione peggiorerà.

In questo quadro la partenza dell’autonomia rafforzata per le regioni del Nord rischia veramente di spaccare il paese in due.
È così. La vicenda dell’autonomia è davvero importante innanzitutto dal punto di vista del fondamento della democrazia. Siamo davanti ad un testo segreto concordato tra governo e Regioni che sarà reso pubblico quando sarà firmato e inviato al parlamento che non potrà nemmeno emendarlo come fosse un voto di fiducia. E se approvato, a differenza di Quota 100 e Reddito di cittadinanza che potranno essere cambiati dal prossimo governo, sarà norma di rango costituzionale. Nel merito poi si tratta di 23 materie che riguardano la vita quotidiana di tutti i cittadini, dalla scuola alla sicurezza.

Una sorta di «secessione dei ricchi» che però riguarda anche l’ex rossa Emilia.
Sì, ed è la cosa che mi provoca più dispiacere. L’idea di autonomia rafforzata riprende l’autonomia di cui l’Emilia-Romagna è storicamente portatrice. Ma qua si è fatta travolgere dall’onda lunga che viene dal Veneto e da solo una parte della Lombardia (visto che il referendum a Milano e in altre province è stato votato solo da un quarto della popolazione) e che mira esplicitamente ad usare le proprie risorse perché ci si è stufati del Sud e si vuole andare avanti da soli. All’inizio il presidente Bonaccini ha precisato che, diversamente da Veneto e Lombardia, non chiederà – ad esempio – l’assunzione regionale del personale della scuola. Ma da qualche mese appoggia questa richiesta, si è totalmente appiattito sulle posizioni di Veneto e Lombardia. Ignorando le conseguenze di un simile comportamento.

Sta dicendo che Bonaccini, ora anche presidente della conferenza delle Regioni, appoggia per calcoli elettorali le richieste leghiste di Veneto e Lombardia?
Sì, in un’ottica di sindacato di territorio. Con due effetti gravissimi: il primo è smarcare l’autonomia rafforzata dalla targa leghista; il secondo di aver messo la sordina al Pd sull’argomento: nessun esponente del partito ne parla. E così il dibattito pubblico su tema così importante è relegato ai margini.”

 

 

Il MANIFESTO
 EDIZIONE DEL
06.02.2019 

«Caro Landini, la questione meridionale torni al centro» Lettera aperta al segretario della Cgil. Sulla gravissima condizione umana, sociale, economica e istituzionale in cui versa il nostro Mezzogiorno

«Caro Landini, la questione meridionale torni al centro» Lettera aperta al segretario della Cgil. Sulla gravissima condizione umana, sociale, economica e istituzionale in cui versa il nostro Mezzogiorno

Caro segretario generale
Siamo stati molto contenti, direi entusiasti, della tua elezione alla segreteria nazionale della Cgil in un momento così difficile per il nostro paese. In quanto persone impegnate da diversi decenni nello studio quanto nella vita culturale, sociale e politica del territorio meridionale, siamo spinti a chiederti di prestare particolare attenzione alla gravissima condizione umana, sociale, economica e istituzionale in cui versa il nostro Mezzogiorno. Un terzo della popolazione italiana e del suo territorio rischia di staccarsi definitivamente dal resto del paese e di precipitare in una guerra tra poveri di cui si nutre l’attuale ministro dell’interno.
Dal 2008 abbiamo registrato tassi di emigrazione mai visti, nemmeno negli anni ’50 del secolo scorso, con le famiglie che spingono i propri figli a fuggire prima possibile da una terra in cui è morta la speranza, in cui è stato ucciso il luminoso modello in controtendenza di Riace. Rimangono anziani soli o con le badanti (sempre meno) e i pochi giovani che tornano, sconfitti, dai tentativi di emigrazione.
Il Mezzogiorno è diventato il territorio dei rifiuti tossici, della disperazione sociale, dei Comuni falliti e/o commissariati: è l’esempio più eloquente della «società dello scarto» denunciata da papa Francesco nell’enciclica «Laudato sì».
Conoscendo la tua concretezza e determinazione ti chiediamo non un generico impegno sulla vecchia retorica della «questione meridionale», ma su quello che hic et nunc si può ancora fare a partire da due obiettivi fondamentali. Il primo, è evitare che passi l’autonomia finanziaria delle regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna,ecc) che non solo toglierebbe al Sud risorse essenziali ma decreterebbe la fine del servizio sanitario nazionale, della scuola e dell’Università, spaccando definitivamente il nostro paese e mettendo sotto terra l’unità dei lavoratori tanto cara alla storia della Cgil.
Il secondo obiettivo riguarda il turn over nella Pubblica Amministrazione. Negli ultimi dieci anni il blocco del turn over ha fatto perdere solo nel Mezzogiorno oltre 200 mila posti di lavoro ed ha colpito i servizi essenziali. È questo un problema per tutta l’Italia, ma è particolarmente grave nel nostro Sud: ospedali senza più medici e infermieri, tribunali dove non si amministra più la Giustizia per mancanza di personale, Università meridionali in coma e Scuole fatiscenti anche nelle zone ad alto rischio sismico e idrogeologico.
*** Tonino Perna, Piero Bevilacqua, Vezio De Lucia, Carmine Donzelli, Tomaso Montanari, Gianfranco Viesti, Leandra D’Antone, Laura Marchetti, Franco Maria Bisaccia, Ignazio Masulli, Vito Teti, Mimmo Rizzuti, Walter Tocci, Marco Revelli, Chiara Sasso, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Riccardo Petrella, Giacomo Schettini.”
  IL MANIFESTO
EDIZIONE DEL
05.02.2019
Autonomia, chi pagherà il prezzo dell’Italia spaccata di Gianfranco Viesti

Autonomia, chi pagherà il prezzo dell’Italia spaccata di Gianfranco Viesti

La vicenda dell’autonomia regionale differenziata di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna assume a volte toni surreali. Il Ministro dell’Interno Salvini nell’intervista di ieri a questo giornale ha sostenuto che «tutti i territori, anche quelli del Sud, si avvantaggeranno con le autonomie». Una specie di magia, insomma; tanto che c’è da chiedersi perché non la si sia decisa prima, anche nei lunghi periodi in cui la Lega era al Governo. Il Presidente della Lombardia Fontana, continua a sostenere che: «avremo gli stessi soldi dallo Stato. Gli altri non ci perderanno niente»: esattamente il contrario di quanto sostenuto da sempre, anche in documenti ufficiali, dagli esponenti leghisti (e in particolare dal suo predecessore).

E di quanto invece avverrà. Armi di distrazione di massa. Con le quali si cerca di spegnere il crescente interesse dell’opinione pubblica nazionale per un progetto che cambia profondamente l’organizzazione dell’Italia, modifica il funzionamento dei grandi servizi pubblici, definisce i diritti dei cittadini in base alla loro regione di residenza, deprime il ruolo della capitale, produce un forte spostamento di risorse all’interno del paese. A questa strategia giova la circostanza che non si conosce il testo delle Intese con le Regioni che il Governo si appresterebbe a firmare il prossimo 15 febbraio. Circostanza in sé gravissima, per lo stesso funzionamento della democrazia in Italia: ci si troverà con testi firmati che Parlamento e cittadini non avranno avuto modo né di conoscere né di discutere minimamente, pur vertendo su questioni complesse e profonde.

Testi che, è bene ricordarlo, il Parlamento potrà solo approvare o respingere, senza poterli modificare. E che, se approvati, non saranno più in alcun modo modificabili senza l’assenso delle Regioni coinvolte, neanche con un referendum. Salvini e Fontana, se proprio sono convinti di quel che dicono, potrebbero fare una cosa semplicissima: far conoscere al Paese i testi delle Intese (e sottoporle ad un dibattito parlamentare) prima di firmarle. Ma quel che ci sarà scritto non è purtroppo difficile da immaginare. Lo si può capire dalle richieste regionali, che Salvini e la Ministra degli Affari Regionali, Stefani, si sono più volte pubblicamente impegnati a soddisfare in toto; in particolare Stefani, Ministra della Repubblica Italiana nel cui profilo twitter campeggia il leone di San Marco, tanto per fare ben capire da che parte sta.

E lo si può capire dal testo della Pre-Intesa siglata con le tre regioni dal governo Gentiloni il 28 febbraio dell’anno scorso, quattro giorni prima del voto. Una firma, è lecito dire, scellerata: da parte di un governo in carica per gli affari correnti, per mano di un sottosegretario bellunese (ora deputato per il gruppo SVP-Autonomie), con cui l’esecutivo guidato dal Partito Democratico senza nessuna discussione pubblica o parlamentare in uno dei disperati e inutili tentativi di non perdere le elezioni, ha concesso il massimo: e cioè il meccanismo previsto all’articolo 4 per il quale, dopo un anno, le risorse concesse alle Regioni saranno definite sulla base di «fabbisogni standard» parametrati al «gettito fiscale».

In altre parole: i cittadini delle tre regioni avranno diritto a più risorse pro-capite per finanziare ad esempio la scuola, perché sono più ricchi. E’ vero che «avremo gli stessi soldi»; ma solo per il primo anno! Dal secondo anno in poi questo cambierà, in attuazione di un principio devastante dell’uguaglianza fra i cittadini: se vivi in un territorio più ricco hai diritto a più istruzione, più sanità. Per giunta, quanto peserà il «gettito fiscale» sarà nemmeno deciso dal Parlamento, ma da Commissioni paritetiche Stato-regione: cioè da tecnici nominati da Stefani, in contraddittorio (si fa per dire) con tecnici nominati da Zaia o da Fontana. Questo è da almeno 25 anni il grande obiettivo della Lega.

Ed è il succo delle richieste di Veneto e Lombardia; accettato – senza che la cosa abbia finora prodotto il minimo dibattito pubblico in quella regione, un tempo così fiera della sua cultura politica – anche dall’Emilia-Romagna. Meccanismo che naturalmente comporterà con il tempo, nell’impossibilità di aumentare la spesa pubblica totale, un travaso da quelle meno ricche (anche dell’Italia Centrale) a quelle più ricche. Dato questo meccanismo, e data l’enormità delle materie coinvolte (ben 23: non solo scuola e sanità, ma anche ambiente, beni culturali, infrastrutture, e tanto altro), ciò produrrà una progressiva, inevitabile, spoliazione del ruolo e delle funzioni di Roma come capitale del paese; una grande difficoltà nello stesso funzionamento delle amministrazioni centrali.

Lo ha ricordato l’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi su queste pagine. Almeno le imprese romane, come quelle napoletane, si fanno sentire. Tace sul tema la Sindaca di Roma, Raggi; al contrario del Sindaco di Milano, Sala, che almeno si oppone al progetto per timore di un centralismo regionale che potrebbe schiacciare la sua città. Così come tace il Presidente della Regione, Zingaretti: che pure dovrebbe introdurre con forza nella discussione la grande questione di Roma città-regione. E come possono, d’altra parte, i tanti parlamentari cinquestelle rappresentare il Mezzogiorno accettando una così smaccata penalizzazione dei suoi cittadini e delle sue imprese? Si potrebbe dire sorridendo: meglio il silenzio che l’appoggio al progetto dell’autonomia espresso dal Presidente della Puglia, Emiliano, contro gli interessi dei suoi corregionali. Ma c’è poco da sorridere: il 15 febbraio si avvicina, la politica metta la testa sottoterra, e l’Italia pare avviata verso una secessione di fatto delle sue tre regioni più ricche.

 

Il Mattino

4.2.2019

Il grande silenzio dei presidenti del Mezzogiorno di Piero Bevilacqua

Il grande silenzio dei presidenti del Mezzogiorno di Piero Bevilacqua

 Lo mostrano studi di singoli e di istituzioni: Veneto, Lombardia e poi le altre regioni del centro-nord, in virtù della distribuzione differenziata delle risorse fiscali, frantumeranno il tessuto unitario.

Nel mirino i servizi pubblici (scuola, sanità, trasporti, assistenza agli anziani, ecc), con l’obiettivo di dissolvere l’unità nazionale. L’anno prossimo le regioni a statuto ordinario compiranno mezzo secolo dalla loro istituzione e paiono intenzionate a celebrare la ricorrenza con il disfacimento della compagine unitaria dello stato repubblicano. E’ del resto con il controllo parlamentare, e quindi unitario e collettivo delle risorse fiscali, che sorge lo stato moderno ed è con il loro uso territorialmente differenziato che lo si dissolve. Si potrebbe anche non fare un dramma di tale prospettiva, se l’Italia, paese cosmopolita sin dalle suo origini, avesse la prospettiva di approdare a una superiore unità europea. Ma è davvero alla portata una tale prospettiva? E’ credibile in questa Europa regredita ai feroci nazionalismi del ‘900? E l’Italia avrà più carte in mano nelle ipotetiche, future trattative europee, presentandosi frantumata nei propri particolarismi regionali?

Come Osservatorio del Sud siamo impegnati a creare iniziative e dibattiti nel territori del Sud per l’8 febbraio, (ma sperando di continuare oltre, come faremo ad esempio a Bologna) con un vari incontri che si svolgeranno a Bari, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Palmi, Reggio, Salerno e che avrà un momento importante di riflessione alla Sapienza di Roma, con il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, Guido Pescolido, Gianfranco Viesti, Leandra D’Antone,Umberto Gentiloni, Emanuele Bernardi e il sottoscritto. Non mancano, infatti, al Sud, (ma anche al Nord, in condizioni difficili) tra le varie forze, dalla Cgil all’Anpi, dai militanti di Sinistra Italiana e di Rifondazione comunista, a tanti giovani del Pd, alle associazioni culturali, le voci di allarme per quel che accadrà alla sanità meridionale, già in grande affanno rispetto agli standard del centro-nord, alle scuole e alle Università, sempre più sottofinanziate ed emarginate rispetto al resto del Paese. Ma se siamo incoraggiati dalla sensibilità e dall’impegno che ritroviamo in tanti ambiti della società civile, non possiamo tacere su una dato che sino a oggi ci sembra di estrema, incredibile, inaccettabile gravità: il silenzio dei presidenti delle regioni meridionali. Si tratta di un fenomeno politico di prima grandezza, da denunciare all’opinione pubblica nazionale per la sua enormità. Per il passato storico e per le prospettive future.

Per il passato, perché i governi delle regioni meridionali sono responsabili del fallimento storico di una delle più importanti riforme dello stato repubblicano. Il decentramento regionale avrebbe dovuto avvicinare i cittadini allo stato, accorciare le distanze gerarchiche tra governanti e governati. Nel Sud, di fatto, ha avvicinato il ceto politico alle risorse pubbliche, creando fortune clientelari di correnti e capipartito, e contribuendo in parte anche all’erosione dell’etica pubblica dei partiti politici. Essi, insieme per la verità ai governi di tante altre regioni del centro-nord, non solo sono in buona parte responsabili della crescita del nostro debito pubblico, ma hanno mostrato (tranne alcuni casi virtuosi come la Puglia di Vendola e l’Abruzzo) una clamorosa incapacità di gestire le risorse pubbliche all’interno dei nuovi meccanismi di erogazione creati dall’Unione europea. Con grave danno alle popolazioni meridionali.

Oggi, di fronte alla minaccia così grave di una legge che apre prospettive fosche di regressione sociale e civile al nostro Mezzogiorno, di dissoluzione dei vincoli che hanno tenuto unito il Paese, i governati meridionali tacciono. Pensano di avvantaggiarsi incamerando, a loro volta, una maggiore autonomia dallo stato centrale? Sperano di avere mani libere e continuare, con più agio, con maggior potere sui comuni, a perseguire le proprie personali fortune politiche?

 

 

il Manifesto, 31 gennaio 2019

L’indignazione non basta di Gianni Festa

L’indignazione non basta di Gianni Festa

No, non ci casco. Non mi accodo agli indignati che reagiscono alle offese ai meridionali, definiti “Terroni e spreconi”.

E’ storia primordiale assegnare il luogo di nascita all’occupazione del potere. Se anche così fosse, bisognerebbe indicare i benefici, che in virtù della località di nascita, ricavano i territori interessati. E non mi pare, riflettendo sulle condizioni attuali del Mezzogiorno, che qualcosa sia cambiato. E allora perchè ogni tanto si tira fuori dal cilindro l’antimeridionalismo inzuppato di rancore? Troppo evidenti, a me sembra, sono i motivi degli insulti dell’ultimora. Uno su tutti.

 

La sporca guerra che Lega e M5s portano avanti nel nome della divisione del Paese. Salvini pretende di dare l’autonomia alle regioni settentrionali (Veneto e Lombardia) e Di Maio rivendica la concessione del reddito di cittadinanza, destinato per gran parte alle regioni meridionali.

Questa, a me pare, è la partita che si gioca sul campo del compromesso al ribasso della compagine governativa. Si tratta di misera tattica, senza una strategica visione unitaria del Paese. Questo dovrebbero capire i soloni del meridionalismo che, accettando le provocazioni, trasformano la realtà in un conflitto di parole. La risposta, a mio avviso, dovrebbe essere non l’indignazione, ma la scoperta nel Sud, dal Sud e per il Sud di una nuova stagione dei doveri.

Solo attraverso una politica dei fatti che veda protagonisti i meridionali si possono annullare i motivi degli insulti.

L’avvento di questa alba nuova ci sembra ancora molto lontana. In questa direzione è emblematica l’affermazione di Di Maio che coglie al balzo l’occasione dei sostenitori della Lega minacciandoli di fare giustizia eliminando i contributi per l’editoria. Caduta di stile. Non solo. Al Sud l’editoria è debole.

Le grandi testate sono tutte nel Centro Nord. Nel Mezzogiorno invece resistono coraggiosi che danno vita a testate locali, che sono sentinelle di democrazia del territorio. Questo Di Maio non lo sa.

 

il Quotidiano del Sud, 13 gennaio 2019

L’Osservatorio del Sud contro la Secessione del Nord

L’Osservatorio del Sud contro la Secessione del Nord

L’Osservatorio del Sud è nato, su ispirazione ed impulso di Piero Bevilacqua, meno di un anno fa. Ha come scopo principale quello di porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica i gravissimi problemi dell’Italia meridionale superando   retoriche e recriminazioni del passato, a volte persino neoborboniche, e privilegiando analisi circostanziate e multidisciplinari per trarre il Sud fuori dalla coltre degli stereotipi che lo deformano.

L’Osservatorio -che ha un Comitato scientifico composto, fra gli altri, da Salvatore Settis, Gianfranco Viesti, Tomaso Montanari, Tonino Perna, Mimmo Cersosimo, Battista Sangineto, Enzo Scandurra e Vito Teti- vuole non solo mettere insieme le intelligenze meridionali disperse nella Penisola ed in Europa, ma ha anche l’ambizione di elaborare idee, progetti e proposte, che aiutino le forze migliori a trovare la strada di un impegno corale di trasformazione sociale ed economica e di emancipazione civile.

L’Osservatorio è, coerentemente ai suddetti scopi e principî, del tutto contrario alla legge sull’autonomia della Regione Veneto che nasce dalla volontà, da parte della Lega, di trattenere una quota molto maggiore del gettito fiscale regionale, sottraendolo allo Stato nazionale e quindi alla redistribuzione in favore di tutti gli altri cittadini italiani. Quella che viene chiamata “autonomia regionale”, è, invece, una vera e propria secessione dei ricchi. Il divario Nord/Sud, già allargatosi durante la recente recessione economica, si trasformerebbe in abisso facendo venir meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani.

L’Osservatorio del Sud, in prossimità della discussione della legge che dovrebbe tenersi il 10 febbraio, promuove, pertanto, una giornata nazionale di discussione sulle sorti del Mezzogiorno e dell’Italia che si terrà l’8 febbraio prossimo in alcune città: a Roma presso l’Università la Sapienza, a Bari, a Cosenza ed a Catanzaro. L’Osservatorio sarà, anche, un punto di riferimento, pubblicando le date ed i luoghi delle iniziative per mezzo del suo sito web e della sua pagina fb, per tutti coloro i quali –Associazioni, Sindacati etc.- hanno a cuore l’unità dell’Italia e vogliono promuovere iniziative e dibattiti pubblici su questo tema, anche prima della giornata dell’8 febbraio.

http://www.osservatoriodelsud.it/; https://www.facebook.com/osservatoriodelsud/ osservatoriodelsud@gmail.com

 

Il Manifesto

12.1.2019

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Dei punti programmatici nell’agenda dell’attuale governo di certo il più gravido di conseguenze, per l’avvenire del Paese, è quello relativo all”autonomia regionale del Veneto.Un forma camuffata di secessione territoriale qual era nelle aspirazioni originarie della Lega di Bossi. Si tratta di un progetto di ristrutturazione istituzionale che trascinerrebbe immediatamente nello stesso percorso le altre regioni del Nord e che porterebbe innanzi tutto a una frantumazione dei servizi, vale a dire il tessuto effettivo di uno stato-nazione. Avremmo una regionalizzazione della sanità, della scuola, delle grandi reti energetiche e infrastrutturali, perfino dell’Istat. Ma tale autonomia inaugurerebbe un regime di fiscalità speciale destinata a rendere le regioni ricche sempre più ricche e quelle deboli sempre più deboli. E’ la stessa ratio che premia il cosiddetto “mercato” e che in realtà lascia la dinamica sociale alla logica delle forze in campo, così che il più forte diventa sempre più forte, generando il meccanismo delle disuguaglianze che lacera le società del nostro tempo. Il Mezzogiorno sarebbe la più grande vittima di un tale stravolgimento.Una larga area del Paese, a cui oggi vengono offerti servizi pubblici che, per risorse rese disponibili dallo stato e per standard qualitatitivi, sono di gran lunga peggiori rispetto a quelli del resto d’Italia.

Voci autorevoli si sono levate contro questo nefasto progetto.Istituzioni come l’Istat e lo SVIMEZ, intellettuali come Gianfranco Viesti, estensore di un appello che ha raccolto migliaia di firme, Massimo Villone, che ne ha illustrato i tratti di incostituzionalità su questo giornale (Il Manifesto       21/12 2018), l’Osservatorio del sud, che ha fatto circolare un appello manifesto sulla rete e in qualche città del Sud.

La legge in agenda del governo è di quelle destinata a creare meccanismi a catena di egoismi territoriali, innescando una dinamica di disgregazione che diventerà irrevresibile. Da essa non si tornerà più indietro, anche perché in un’ epoca in cui gli uomini sono diventati piccoli, non si vede all’orizzonte un padre della patria che possa mettere insieme i cocci. Ma questa è davvero, per chi ha almeno una superficiale memoria della storia d’Italia, un’avventura pernciciosa, che ci trascinerà nel passato e che ci perderà. Già stentiamo ad avere in Europa il ruolo e l’influenza che ci competerebbe. Diventeremmo più forti con un paese frantumato in regioni, ciascuna dietro le proprie logiche economiche e i propri interessi, con un potere pubblico centrale logorato nello sforzo quotidiano di tenere insieme le più eterogenee spinte centrifughe? Ma davvero nell’epoca dei giganti istituzionali, delle grandi aggregazioni sovranazionali, la strada è quella dei puzzle regionalistici?

Ma ci sono un alcuni elementi di riflessione che devono allarmare anche la borghesia del Nord.L’emarginazione ulteriore del Sud indebolirebbe l’intero sistema Paese, quello che ha permesso le fortune delle regioni del Nord.E in tale sistema un ruolo di primo pianno hanno avuto e continuano ad avere le intelligenze formate nelle scuole e nelle Università meridionali. Se l’industria settentrionale oggi ha una grande proiezione nei mercati esteri, non viene certo meno per essa l’importanza strategica di uno stabile mercato interno. Ma la rottura della coesione sociale nel Sud ha ormai effetti nefasti lungamente sperimentati: essa estende l’area di influenza e di riproduzione delle mafie.Le quali, fenomeno ormai conclamato, nel Sud hanno le proprie retrovie e i centri strategici e di insediamento territoriale, ma trovano sempre più nel Nord le economie ricche dove riciclare il danaro sporco dei traffici internazionali.

Di fronte all’ estrema gravità delle prospettive che si preparano per il Mezzogiorno e per il Paese, come Osservatorio del Sud – un’associazione di semplici cittadine e cittadini, insegnanti, intellettuali, sindacalisti – vogliamo lanciare una giornata di riflessione non solo sulle potenzialità eversive di questa legge, ma anche sulle condizioni e le prospettive del nostro Sud. Quest’area del paese può diventare il laboratorio di una grande riconversione ecologica dell’economia italiana. A cominciare dalla riconversione delle sue industrie novecentesche, quelle impiantate, come già Bagnoli, nelle aree paesaggistiche fra le più suggestive della Penisola, da Taranto a Manfredonia, da Brindisi a Siracusa, da Gela a Milazzo. Si tratta di riprogettare economie , che vedano nel territorio, non più il luogo devastabile delle attività produttive, ma il valore più rilevante da mettere al centro di nuove forme di produzione di ricchezza e benessere. Un progetto al quale chiamare la gioventù italiana, con le sue energie e cratività, oggi messa ai margini da una ottusa gerontacrazia. Una giornata, fissata per l’ 8 febbraio durante la quale, chiediamo ai presidenti di Regione, ai sindaci, alle forze politiche, ai sindacati, all’Anpi, alle associazioni culturali, di organizzare iniziative in cui si ponga al centro del dibattito il destino del Sud e del Paese di fronte alla minaccia che incombe. Una giornata-simbolo per preparare la quale verrebbero impegnati ovviamente tutti i giorni che ci separano da essa.

 

Il Manifesto

12.1.2019