Categoria: Geografia dei conflitti

La globalizzazione dei migranti di Piero Bevilacqua

La globalizzazione dei migranti di Piero Bevilacqua

Quando la globalizzazione cessa di presentarsi sotto forma di merci e di capitali, e assume l’aspetto di umani individui, addirittura di popoli in fuga, allora il pensiero unico neoliberale precipita in confusione. La libertà della sua assordante retorica riguarda i soldi e le cose, non gli uomini.Per le persone, la libertà di transito non può essere uguale a quella delle merci. E’ faccenda più complicata. E dunque la coerenza teorica viene abbandonata e si passa all’uso delle mani… Di fronte al fenomeno migratorio il ceto politico europeo, salvo rare eccezioni, è caduto negli ultimi mesi assai al di sotto dell’intelligenza normale delle cose, della capacità di cogliere non tanto la sovrastante e incontrastabile potenza di un processo storico. In questo la miseria morale del suo atteggiamento, che ha assunto la faccia truce dell’intransigenza contro i derelitti del mondo, col tempo resterà incancellabile più per il lato ridicolo che per la ferocia. Leader e uomini di governo ci sono apparsi nell’atto di voler svuotare l’oceano con il cucchiaino. Ma segno ancor più rilevante di una mediocrità politica senza precedenti è l’incapacità di rappresentare gli interessi di lungo periodo dei rispettivi capitalismi nazionali, di cui sono i solerti servitori. Ossessionati dalla conservazione del loro potere, con l’occhio sempre fisso ai dati del consenso personale, governanti e politici di varia taglia hanno di mira il solo scopo di vincere la competizione elettorale in cui sono perennemente impegnati contro avversari e sodali. E perciò sono spaventati dalle difficoltà dei problemi organizzativi che l’arrivo dei migranti pongono nell’immediato.La loro campagna elettorale può riceverne solo danno. Se negli ultimi giorni le barriere sono cadute è perché – come è apparso chiaro – la vastità di massa e l’irruenza incontenibile del movimento di popolo poteva, da un momento all’altro, precipitare in un massacro. Rischiava di rappresentare agli occhi del mondo, ancora in Europa, una nuova forma di olocausto nel glorioso terzo millennio.E la Germania, soprattutto la Germania, con il suo passato, non poteva permetterselo.

Ma chi ha la testa sollevata al di sopra della palude della nanopolitica sa che il fenomeno migratorio è di lunga data, è solo esploso a causa delle guerre recenti in Oriente e in Africa. L’Human Development Report 2009, dedicato dalle Nazioni Unite a Human mobility and development, ricordava che << Ogni anno, più di 5 milioni di persone attraversano i confini internazionali per andare a vivere in un paese sviluppato.>> E i maggiori e quasi esclusivi centri di attrazione erano e sono gli USA e l’Europa.Una migrazione immane che dalla metà del secolo scorso ha spostato circa 1 miliardo di persone fuori dai luoghi in cui erano nate. Come potrebbe essere diversamente? Il capitalismo usa due potenti leve per sradicare i popoli dalle proprie terre. La prima è quella dello “sviluppo”, la trasformazione delle economie agricole in primo luogo, la distruzione della piccola proprietà coltivatrice a favore delle grandi aziende meccanizzate, la nascita di poli industriali, lo svuotamento delle campagne, la formazione di megalopoli e di sconfinate bidonville. E lo sviluppo, che in tanti paesi avanza attraverso vasti diboscamenti e la rottura di equilibri naturali secolari, il saccheggio neocoloniale delle risorse, genera anche altre migrazioni: quella dei profughi ambientali, che fuggono da inondazioni o da prolungate siccità.

L’altra leva, sempre più attiva, è il potere incontenibile di attrazione che le società prospere dell’Occidente esercitano sulle menti delle popolazioni immiserite, deportate, segregate che si agitano nei vari angoli del mondo. Occorre tenerlo bene in mente: ogni giorno, anche nel più remoto villaggio africano, grazie a un’antenna satellitare va in onda lo spettacolo della più flagrante ingiustizia che lacera il destino delle genti sul nostro pianeta. Uno spettacolo grandiosamente tragico che i dannati della Terra non avevano mai visto nei secoli e nei decenni passati. I miserabili, gli affamati, gli invalidi, i reclusi, le donne segregate, possono vedere dall’altra parte del mondo i loro simili, uomini e donne come loro, ricchi, sazi, sani, liberi. E questo spettacolo genera due scelte, ormai ben evidenti: l’estremismo terrorista o la fuga di massa.

Ma il ceto politico europeo, che vive alla giornata – non quello governativo americano, che dispone di centri di analisi strategica e di proiezioni di lungo periodo – non comprende, per specifica miseria intellettuale, neppure l’interesse del capitalismo che ha scelto di rappresentare. Dimentica, ad esempio, che l’immigrazione di popolazione “latina” negli USA è stata una delle grandi leve del boom economico degli anni ’90 in quel paese. Ma soprattutto non comprende quali vantaggi una forza lavoro giovane e abbondante procurerà alle imprese europee nei prossimi anni. E qui è evidente che il problema riguarda tutti noi, la sinistra politica, il sindacato. Siamo stati certamente encomiabili nel difendere i diritti dei migranti, il valore di civiltà del libero spostamento delle persone oltre le frontiere. Ma l’arrivo di tanta forza lavoro a buon mercato non solo ci impone di vedere le persone umane, i titolari di diritti intangibili, oltre le braccia da fatica – cosa che in Italia abbiamo ben fatto, anche se solo a parole e senza alcuna mobilitazione – ma di cogliere per tempo la sfida che tutto questo ci pone. Sfida di organizzazione, di proposte, di soluzioni, di politiche. O facciamo un ulteriore salto di civiltà, tutti insieme, secondo le logiche della nuova storia del mondo, o regrediamo tutti insieme. Per strano che possa sembrare, la sinistra, in Italia, ha la possibilità, la possibilità teorica, di fornire delle risposte strategiche con cui affrontare lo scenario turbolento e difficile che si apre.

Il potere dei poveri di Piero Bevilacqua

Il potere dei poveri di Piero Bevilacqua

Il riconoscimento a Mimmo Lucano, sindaco di Riace, da parte del settimanale Fortune, quale personaggio fra i più influenti del mondo, è un gesto paradossale di nobile generosità. Paradossale perché Mimmo è uomo di nessun potere, persona normale di grande coraggio e altruismo, alle prese con i problemi di uno dei tanti paesi poveri della Calabria. Ma dopo Wim Wenders, che con il film Il volo ha reso universale la vicenda di Riace, un’ altro autorità, nel nostro tempo atroce e spietato, esalta la potenza simbolica dell’umana solidarietà che può dischiudersi tra i poveri. E non è solo Riace, è anche Caulonia di Ilario Ammendola, e Lampedusa di Giusi Nicolini, cui Gianfranco Rosi ha dedicato il film Fuocoamare, appena premiato con l’Orso d’oro a Berlino. Ma tali riconoscimenti non devono esaurirsi nell’autocompiacimento. Sono segnali da raccogliere con l’iniziativa politica. Essi indicano alle migliaia dei sindaci italiani che vedono di anno in anno spopolarsi e decadere i propri comuni, spesso borghi di singolare bellezza, la possibilità di una rinascita delle loro terre, di far rivivere economie e luoghi, di far ritornare i bambini, con le loro grida, a spezzare il silenzio dei pochi vecchi che prendono il sole in attesa della morte. Certo, ci vuole un po’ di iniziativa, occorre individuare le terre che si possono far coltivare, le botteghe che si possono riaprire, le case e gli edifici che si possono riparare e riabitare. Certo ci vogliono un po’ di risorse pubbliche, niente di eccezionale, come è accaduto nel caso di Riace e Caulonia. Ma sarebbe forse oggi l’investimento pubblico più carico di potenza politica. Esso indicherebbe che i giovani disperati fuggiti dalle guerre possono diventare i nuovi cittadini di un Pese solidale, che operano per ricrearsi una vita e insieme per realizzare un grande progetto: far rivivere l’Italia interna che sta morendo. Ma perché, nessun leader, a sinistra, prova intestarsi una simile battaglia?