Categoria: Geografia dei conflitti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

A metà febbraio il Ministro Giuseppe Provenzano ha presentato il “Piano Sud“. Dopo una sommaria discussione, l’interesse per il tema è immediatamente scemato, travolto, nell’interesse collettivo, dalla diffusione della pandemia Covid e della sue innumerevoli e gravi conseguenze: sanitarie, economiche, sociali.

C’è ben altro di cui occuparsi in questo periodo, si potrebbe pensare. Invece, se il nostro paese vuole aumentare le possibilità di tornare a ritmi di sviluppo più elevati, rendendo sostenibile il suo indebitamento, e contrastando le disuguaglianze che la pandemia purtroppo accrescerà, deve recuperare la sua capacità di “allungare lo sguardo” verso il futuro; e rendersi conto che questo sarà possibile solo mobilitando e mettendo a valore, nell’interesse collettivo, le risorse e le potenzialità di crescita disponibili in tutti i suoi territori, a cominciare da quelli più deboli.

Uno sviluppo migliore e più intenso potrà essere possibile solo se il nostro paese seguirà un cammino profondamente diverso da quello degli ultimi due decenni: un’occasione decisiva per tornare ad affrontare il grande, irrisolto, problema delle disparità territoriali e del modestissimo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma quali sono i possibili punti di forza e di debolezza del Piano Sud? In primo luogo, sembra corretta la sua indicazione politica di fondo: il Piano Sud è un progetto per l’Italia. Per ripartire il paese deve valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane; rivitalizzare la capacità di produrre beni e servizi; e quindi rilanciare anche la domanda interna, con una stagione di ripresa dei consumi e soprattutto degli investimenti, pubblici e privati.

È assai opportuno il richiamo che il Piano fa alle interdipendenze fra i territori: l’economia non è un gioco a somma zero; la crescita delle regioni più deboli aiuta quella delle aree più forti. Un concetto fondamentale in un’Italia segnata e indebolita da egoismi e sovranismi territoriali; che rischiano di accrescersi, in una rinnovata competizione per le scarse risorse pubbliche a disposizione.

Condivisibili, nelle loro linee generali, appaiono le cinque grandi priorità indicate dal Piano: la preoccupazione per i più giovani, l’inclusione sociale, le compatibilità ecologiche, l’apertura internazionale e al Mediterraneo, l’enfasi sull’innovazione. Opportuna anche l’ottica decennale: per trasformare davvero la situazione del Mezzogiorno, dopo un ventennio di forte rallentamento e la persistente depressione dell’economia nell’ultima decade (e ancor più con i rischi di oggi con la pandemia) non bastano certo pochi mesi o anni.

Sono proprio questi aspetti condivisibili che fanno sorgere interrogativi e qualche preoccupazione. Il primo quesito riguarda certamente la condivisione politica generale di questi obiettivi: quanto il progetto del Ministro era davvero condiviso dall’intero governo, e ancor più dalla maggioranza che lo sostiene? Tanto i 5 Stelle quanto il Partito democratico non si sono particolarmente impegnati in riflessioni e proposte su questi temi negli ultimi anni.

In un mondo normale un piano del genere, così ambizioso, dovrebbe essere il frutto di una stagione di discussioni, politiche e tecniche; di esperienze, proposte, confronti. Invece, nasce prima il Piano della discussione collettiva: il suo obiettivo sembra quello di stimolarla. Non sarà semplice. Un documento come il Piano Sud si traduce in una grande politica pubblica solo se con il tempo diventa un patrimonio condiviso di migliaia e migliaia di uomini politici, amministratori, uomini di cultura. Il rischio è che questo – senza una potente spinta che duri a lungo – possa non avvenire.

Un altro grande interrogativo viene dal necessario raccordo fra questo programma di interventi e le politiche pubbliche ordinarie. Dal Piano traspare quanto questo raccordo sia indispensabile. Ma non è certo garantito. Una politica di particolare rafforzamento dell’istruzione e degli edifici scolastici non può che raccordarsi con le scelte di lungo termine sulla scuola. L’obiettivo di potenziare la dotazione di ricercatori nel Mezzogiorno deve fare i conti con le scelte per l’università e il sistema della ricerca italiani.

L’enfasi sulla realizzazione di nuove reti ferroviarie, e soprattutto l’ammodernamento di quelle esistenti per produrre risultati concreti deve raccordarsi con le politiche regionali e ancor più nazionali di regolazione e finanziamento del servizio ferroviario, locale e interregionale; con la logica aziendalistica che presiede, in mancanza di un forte indirizzo politico, le scelte del gruppo Ferrovie dello Stato.

In generale, richiede di affrontare i tanti fondamentali aspetti del regionalismo italiano, che hanno rischiato di aggravarsi nel 2019 con il progetto dell’autonomia differenziata e nel 2020 con l’accresciuta confusione istituzionale nelle risposte alla pandemia: quali regole e quali criteri per assicurare sia responsabilità ed efficienza delle amministrazioni, sia la definizione e il finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni, cioè di diritti di cittadinanza, uguali per tutti gli italiani? Come sarà la sanità italiana, ad esempio, nei prossimi anni?

Tenderanno ancora a crescere fortemente, come avvenuto nell’ultimo decennio, disparità nelle dotazioni strumentali ed umane, nella capacità di erogazione dei servizi, territoriali ed ospedalieri, e quindi i fenomeni di mobilità ospedaliera? Ovvero si tenderà a correggere gli squilibri, recuperando l’ottica di un Servizio Sanitario Nazionale?

Ancora, uno degli elementi più importanti dello scenario internazionale e una delle chiavi per la ripresa dell’Italia sono le economie urbane. Le città, in questo secolo più che nei decenni finali del Novecento, sono i motori dell’economia, i luoghi dove nascono nuove imprese. Bene che il Piano Sud ne parli, anche se forse l’enfasi avrebbe dovuto essere ancora più forte. Ma questo riporta alla nostra mente la debolezza della riflessione nazionale sulle città.

I Sindaci e gli attori urbani sono fondamentali; ma la politica urbana non può che essere una grande politica nazionale di sviluppo, che destini risorse di investimento e di funzionamento, e disegni regole di funzionamento, adatte all’economia del XXI secolo, ancor più con la pandemia e tutte le incertezze dovute al distanziamento inter-personale.

Il Piano è molto determinato nell’indicare la necessità di riequilibrio della spesa per investimenti in Italia garantendo equità territoriale nella sua allocazione attraverso la cosiddetta clausola del 34%. Lo è altrettanto nell’indicazione di utilizzare le risorse latenti del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC, cioè i fondi nazionali per il riequilibrio territoriale): presenti da anni solo nelle programmazioni d’insieme, ma prive degli stanziamenti di bilancio per poterle effettivamente utilizzare.

Questioni ancora più importanti alla luce del crollo degli investimenti pubblici registrato negli ultimi anni, e dalla necessità di accelerare per recuperare almeno in parte i grandi gap che si sono creati: gli investimenti pubblici in Italia e nel Mezzogiorno sono ai minimi storici.

Ce la può fare l’amministrazione pubblica italiana, nazionale, regionale e locale a trasformare in realtà obiettivi così ambiziosi? Il Piano ha molti temi, e il rischio evidentissimo è che ciò possa dare copertura a processi di programmazione operativa, di dettaglio, che tendano a ripetere ancora una volta gli errori del passato: dato che serve tanto, facciamo un po’ di tutto; e dato che bisogna fare un po’ di tutto frammentiamo le risorse fra mille obiettivi e fra tanti centri di spesa. Così da ritrovarsi con gli stessi problemi di sovraccarico amministrativo, parcellizzazione degli interventi, e modesti avanzamenti sul piano delle realizzazioni che hanno caratterizzato le politiche di coesione territoriale negli ultimi anni.

Se il Piano rappresenta una cornice politica condivisa, il governo deve avere la forza di indirizzare su chiare, limitate priorità e specializzare sia i fondi europei sia quelli nazionali; e conseguentemente dare indicazioni e porre vincoli alla tendenza, già mille volte vista, delle amministrazioni regionali a soddisfare mille esigenze, anche per motivi di consenso politico di breve periodo. La programmazione per il ciclo di spesa 2021-27 sia dei fondi comunitari che del FSC dovrebbe allora segnare una rottura profonda con il recente passato, anche per le nuove, gravi sfide poste dalla pandemia e dalle sue conseguenze. I documenti che abbiamo oggi a disposizione non sembrano andare pienamente in questo senso.

Il grande rischio è che il Piano Sud provochi alzate di spalle; l’idea, esplicita o implicita, che si tratti di un ennesimo libro dei sogni. Soprattutto che oggi ci siano altre priorità; altri interessi, più forti, che debbano prevalere, avere la precedenza. L’opportunità è che faccia partire una grande riflessione in tutto il paese su un percorso più ambizioso del galleggiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni, e delle prospettive così preoccupanti che sono davanti a noi. È una condizione necessaria affinchè si traduca davvero in realizzazioni concrete.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia


Foto di iXimus da Pixabay

Dopo 50 anni un “Nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori”.- di Massimo Covello*

Dopo 50 anni un “Nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori”.- di Massimo Covello*

Il 20 Maggio del 1970, 18 anni dopo che Giuseppe Di Vittorio ne aveva lanciato la proposta in un congresso della Cgil, entrò in vigore la Legge n. 300 più nota come “Lo Statuto dei lavoratori e delle Lavoratrici”. Fu una grande conquista sociale, democratica per il cui positivo epilogo furono determinanti prima il Ministro G. Brodolini ed insieme a lui il Prof. G. Giugni e l’on. C. Donat-Cattin, che seppero tradurre in legge le grandi spinte per lo sviluppo democratico delle relazioni industriali.

Il riconoscimento del ruolo della rappresentanza sociale e della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, del diritto alla contrattazione per il salario integrativo, per il giusto inquadramento professionale, per l’organizzazione del lavoro, dell’orario, della tutela della salute, del diritto a manifestare le proprie opinioni politiche, le proprie convinzioni religiose senza essere discriminati, la libertà di iscriversi al sindacato ed avere il diritto di assemblea durante l’orario di lavoro.

Lo Statuto era stato per anni una delle rivendicazioni principali, insieme al collocamento pubblico ed al superamento delle “gabbie salariali” attraverso il CCNL, delle grandi lotte operaie del Nord e contadine del Sud. Col senno di poi suscita scalpore l’astensione del PCI, che pur all’epoca era il partito che più di tutti godeva del consenso della classe operai, motivata dalla giusta considerazione sulla non applicazione dello stesso alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti.

Quelli che seguirono sono stati anni importanti per la tutela dei lavoratori e qualcuno giustamente arrivò a dire che con lo Statuto finalmente la Costituzione democratica entrava nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, non si fermava davanti ai cancelli. Oggi a cinquant’anni di distanza non ci troviamo a celebrarne la conquista ma a fare i conti con le continue manomissioni, ridimensionamenti a seguito di un attacco feroce e per molti aspetti vincente che è stato e che viene costantemente condotto da forze politiche ispirate dal pensiero neoliberista dominante, da un ventennio ormai, anche nel nostro Paese.

La narrazione che ha fatto breccia racconta che il conflitto tra capitale e lavoro è ormai superato, che la competizione è globale, che le tutele migliori sono individuali, che la remunerazione del lavoro la decide il mercato e quindi non serve il CCNL, che l’organizzazione del lavoro, dell’orario è prerogativa solo dell’azienda, che le tutele sono rigidità, che i lavoratori e le lavoratrici devono essere flessibili, adattabili per competere nei mercati mondiali.

In questa visione il lavoro ha perso ogni suo valore, la rappresentanza sindacale un impaccio e i lavoratori e le lavoratrici sono considerati pura merce. Eppure come ha sostenuto in un suo importantissimo saggio del 2007, uno dei più grandi sociologi Italiani, il Prof. Luciano Gallino scomparso nel 2015 : “ Il lavoro non è una merce”.

La realtà del mercato del lavoro odierna dimostra che aver ridimensionato le tutele ed i diritti, che con lo Statuto erano stati introdotti, non ha migliorato ne ha rafforzato il sistema industriale e produttivo, ne la ricchezza del Paese. Semmai ciò che ha prodotto è precarietà, disuguaglianze, povertà crescenti.

Certo il fronte democratico, sindacale, pur cercando di resistere come seppe fare la CGIL nel 2002 con la più grande manifestazione della storia del nostro Paese il 23 Marzo a Roma, con la quale si impedi momentaneamente l’abolizione dell’art. 18, ha subito poi pesanti sconfitte anche per responsabilità di Governi formalmente progressisti, ma sostanzialmente nemici dei lavoratori, essendo diventati agenti concreti della cultura neoliberista dominante. Oggi la questione che si pone è come invertire la rotta e riconquistare un “ Nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori”.

Una Carta che sappia ridare dignità, diritti e tutele ad ogni forma di rapporto di lavoro, che sappia includere e ricomporre universalità di tutele, legittimare nuove e moderne relazioni industriali attraverso una parallela legge sulla “rappresentanza sociale”. Questo è il tema dell’oggi: ripensare e rilanciare la “democrazia sociale”. Un rinnovato patto che recuperi la migliore tradizione del “modello sociale europeo” tra imprese, lavoro e Stato.

Cinquant’anni sono tanti, lo sviluppo tecnologico, l’innovazione telematica hanno aperto scenari inediti nel bene e nel male e come ha scritto nei giorni scorsi “ L’Avvenire” sono possibili scelte importanti anche sulla redistribuzione del lavoro consentendo di lavorare meno, tutti, oltre che su cosa e come produrlo. La condizione attuale della vita delle persone in tutto il pianeta è dettata da una pandemia che ha mostrato una rinnovata gerarchia delle priorità.

Unica costante essenziale si è mostrata la centralità dei lavoratori e delle lavoratrici. Ecco serve ripartire dal dettato Costituzionale, riaffermando che non ci sono luoghi in cui il diritto del lavoro si ferma; che la salute, la
salvaguardia dell’ambiente nel pianeta, il bene comune, come sostiene da tempo Papa Francesco, vengono sempre prima del profitto privato. E’ una lezione che serve alla rappresentanza sociale ma anche a quella politica in Italia, in Europa,
nel Mondo.

*Segretario regionale della Fiom Cgil Calabria
Casali del Manco, 21 Maggio 2020

Foto: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-2w020-0003435/

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

Le prospettive dell’economia italiana a medio termine sono ancora avvolte da un rilevante grado di incertezza, connesso alle dinamiche della diffusione del coronavirus (nel nostro paese e all’estero e nell’estate e poi nell’inverno 2020-21). Permanere dell’incertezza che già di per sé può determinare un rinvio dei piani di investimento delle imprese e comportamenti di consumo più cauti da parte delle famiglie. Su questi ultimi potrà poi pesare, in direzione e in misura difficile da prevedere, l’effetto psicologico dei provvedimenti di divieto di circolazione e delle successive riaperture. E’ opportuna grande cautela nelle previsioni.

Tuttavia, già con i dati e le informazioni disponibili alla metà di maggio 2020 è possibile costruire alcuni scenari con un elevato grado di probabilità di realizzarsi. E in base a questi scenari è possibile sostenere che il nostro paese è già davanti a grandi scelte sul proprio futuro (quantomeno: sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulle disparità sociali, sulla velocità della crescita economica) che potranno essere affrontate solo con una significativa discontinuità rispetto alle politiche economiche seguite nel primo ventennio di questo secolo.

Il più probabile scenario di medio periodo (fino alla fine del 2021) del nostro paese, così come leggibile nel maggio 2020, può essere riassunto nei seguenti punti (rinviando per maggiori dettagli ad un quadro più particolareggiato che ho offerto qui):

1) L’impatto della crisi legata alla pandemia sul Pil italiano 2020 sarà severissimo, molto maggiore di quello della recessione del 2009. Le previsioni di consenso (non solo del Governo, ma anche di FMI, Ocse e Commissione Europea) indicano una possibile contrazione dell’attività economica che sfiorerà i 10 punti nell’anno. Le stesse previsioni indicano (con un livello di incertezza però ancora maggiore) una significativa ma parziale ripresa nel 2021.
Il ritmo di ripresa dell’economia italiana, coerentemente con quanto avviene dalla metà degli anni Novanta, ed in particolare nell’ultimo decennio, potrebbe essere il più lento fra i paesi avanzati. Potrebbe essere tale da determinare un livello del Pil 2021 di 4 punti inferiore a quello del 2019; il che significa di 7-8 punti rispetto ai valori del 2007; cioè su una dimensione comparabile con fine anni Novanta.

2) Questa crisi così ampia potrebbe essere molto selettiva: fra settori, fra territori, fra lavoratori.

3) L’impatto settoriale della crisi sarà fortemente diversificato, a causa delle differenti durate delle chiusure finora disposte, delle diverse possibilità di fronteggiare le esigenze sanitarie di distanziamento inter-personale e dei vincoli alla ripresa di alcune attività economiche. Certamente, rispetto a precedenti episodi recessivi vi è una grande differenza: il terziario è stato e sarà colpito tanto quanto l’industria manifatturiera, e non potrà svolgere un ruolo di “spugna” occupazionale e sociale.
Alcuni dei comparti del terziario (in primo luogo le filiere della cultura-intrattenimento e del turismo-viaggi, si veda ancora qui per indicatori e dati dettagliati) potrebbero essere colpiti in maniera estremamente ampia e duratura, con tutto ciò che ne consegue in termini di impatto sulla sopravvivenza delle imprese e sull’occupazione.

4) L’impatto economico territoriale della crisi non sembra correlato all’intensità dei problemi sanitari, ma alle chiusure e alle diverse strutture produttive. Sarà dunque intenso in tutta Italia. Potrebbe differenziarsi con il tempo, dato che nelle regioni relativamente più forti la ripresa sarà più collegata alle performance della manifattura (e all’export) e in quelle più deboli (incluse Liguria e Lazio) all’andamento del terziario.
Problemi particolari potrebbero porsi per le aree/regioni a maggiore intensità turistica, in tutto il paese (forse maggiori per le città d’arte, e per le aree raggiungibili maggiormente o solo in aereo, come la Sardegna). Nel Mezzogiorno tuttavia, la disoccupazione è già molto più alta: maggiore la quota di occupazioni più deboli (occupati a termine) nei settori più a rischio; minore la diffusione e la possibilità dello smart-working (per i dati si veda ancora qui).

5) L’impatto della crisi sarà probabilmente molto più forte delle precedenti sull’occupazione, anche a causa del ruolo del terziario, e dell’incertezza delle prospettive per alcuni suoi comparti. Le previsioni sono molto diverse: dal Centro Studi Confindustria che prevede per fine 2020 una caduta delle ore lavorate a fronte di una tenuta del numero di occupati; al DEF che prevede mezzo milioni di occupati in meno, sempre per fine 2020; a Banca Intesa e Commissione Europea che presentano stime peggiori sull’incremento dei disoccupati: fino ad un milione. I primissimi dati Anpal confermano tendenze assai negative già in corso sull’occupazione.

6) Questo impatto sarà fortemente selettivo. Tutte le analisi finora disponibili (si vedano ad esempio quelle di McKinsey e del JRC) mostrano che saranno colpiti in misura relativamente più forte i lavoratori più deboli: dipendenti a termine, lavoratori stagionali (specie nel turismo), occupati a più bassa qualifica e con meno possibilità di lavoro da remoto. Le difficoltà occupazionali saranno poi molto più forti per i giovani. Le stime disponibili concordano nel prevedere una risalita lenta, con un tasso di occupazione a fine 2021 che potrebbe essere sensibilmente più basso di quello di inizio 2019. Tenderanno quindi a crescere le disuguaglianze sociali (non solo in Italia, come ricordato anche dal FMI).

A fronte di questa situazione il Governo italiano ha preso provvedimenti di grande dimensione finanziaria. Essi mirano a contenere le ricadute economiche d’insieme; soprattutto, mirano ad evitare fenomeni irreparabili di crisi aziendale e di difficoltà sociale per i nuclei familiari più deboli o più colpiti.

Rinviando ad altra sede per analisi puntuali, essi paiono per molti versi opportuni; allo stesso modo, sono complessivamente molto più orientati alla difesa della società e delle imprese dal primo impatto della crisi (anche con interventi apprezzabili, come il reddito di emergenza o il pur modestissimo provvedimento di regolarizzazione dei lavoratori stranieri), che a costruire condizioni per una ripresa dell’economia italiana più vivace che in passato. Ad esempio, l’ampia strumentazione di sostegno e di incentivazione alle imprese appare priva di condizionalità ed incentivi che possano configurare indirizzi di politica industriale.

Tali provvedimenti produrranno inoltre un aumento del deficit pubblico all’11% del PIL nel 2020 e al 5,6% nel 2021 (Commissione Europea), con un aumento di circa venti punti (in lieve riduzione nel 2021) del rapporto debito/Pil: circostanza assai preoccupante nel quadro delle regole fiscali europee, attualmente sospese ma non modificate. E’ già in corso nel nostro paese una forte offensiva, da parte di settori accademici e di interessi imprenditoriali, affinché si torni a ferree regole di austerità e, per questa via, si riduca ulteriormente, drasticamente, il perimetro dell’intervento pubblico.

In conseguenza di questo insieme di eventi, poi, lo spread rispetto ai titoli pubblici tedeschi, pur estremamente variabile, è salito di circa 100 punti rispetto al minimo di febbraio, con un maggiore costo unitario del finanziamento del settore pubblico e un maggior carico di interessi prevedibile per il futuro.

L’implicazione di questa assai sommaria analisi sembra chiara. Il rischio di un circolo vizioso per l’Italia è alto: crescita assai modesta; ampia e persistente disoccupazione; accresciuti squilibri sociali; necessità di politiche di austerità per contenere il deficit pubblico, con effetti negativi di ritorno su produzione, occupazione, disuguaglianze.

E’ viva in queste settimane la discussione su “un futuro diverso”, con molti interessanti spunti politici, culturali, sociali, tecnologici. Quel che qui si vuole semplicemente argomentare è che non si tratta di un dibattito solo culturale: un futuro diverso – rispetto al circolo vizioso che ha alta probabilità di delinearsi – è l’unica possibilità per l’Italia di raggiungere risultati accettabili in termini di benessere ed equità.

Ciò significa che affrontare i tre grandi vincoli che in questo secolo hanno condizionato il paese non è una opzione ma una necessità: la gestione del debito pubblico, le regole fiscali europee e le politiche fiscali nazionali; le disuguaglianze sociali e territoriali, le condizioni dei lavoratori e la garanzia dei diritti di cittadinanza (salute, istruzione, welfare); e infine, la capacità di innovazione, il modello di sviluppo e il complessivo ritmo di crescita del nostro paese.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

La battaglia per il Sud e l’Italia di S. Abruzzese

La battaglia per il Sud e l’Italia di S. Abruzzese

C’è un Sud che riceve continui attacchi politici e massmediatici. Un Sud chiamato in causa solo per la cronaca, le bandiere nere, il turismo, narrato da inviati lontani e distratti. L’immagine restituita al Paese da tv, giornali, politica, è imbarazzante quanto puntuale. È un Sud indistinto, quello attaccato dopo il referendum voluto e perso da Renzi, quando Vittorio Zucconi ha attribuito la disfatta del Pd all’elettorato “reazionario” meridionale. È accaduto ancora, dopo le elezioni appena passate, con una polemica, alimentata in primis dai commentatori televisivi, relativa al reddito minimo, e di nuovo, ultimamente, con l’eccentrico intervento di una certa Micaela Biancofiore.

A tratti è un paese bizzarro l’Italia, anche perché se pure ci fosse una parte d’Italia così disperata e ignorante, come sostengono alcuni, il problema sarebbe l’esistenza della disperazione e dell’ignoranza e non certo la denigrazione a reti unificate da parte di chi invece dovrebbe contribuire a risollevarli.

Niente paura, lo schema duale, etnocentrico, è ben collaudato, funziona sempre e ovunque, quando si ha a che fare con l’apoliticismo o la malafede.

E d’altra parte, c’è chi con la difesa a oltranza del Mezzogiorno ha restituito, a costo di semplificare e banalizzare l’intero processo storico italiano, l’ennesima visione emotiva, stereotipata e mediatica del Paese.

 

Chiunque scriva di questo Paese complesso, nel narrare con onestà credo abbia l’occasione, e forse l’onere, di contribuire a decolonizzare l’attuale immaginario meridiano.

Comincerei con la retorica della magia e della bellezza. Personalmente, mi insospettisco quando si indulge nella narrazione suggestiva del Mezzogiorno. Da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico e fastidio di fronte a tale retorica. Dietro vi riconosco assoluzioni, alibi e puerili meccanismi di rivalsa.

Altrettanta diffidenza, poi, avverto in certi tentativi neo-identitari, dove si fanno strada scorciatoie che rimandano direttamente all’Italia populista di oggi. Ricordo che sono pericolose le scorciatoie, hanno già portato le guerre, il fascismo, e lo sono maggiormente quando non si rammenta da dove si viene, e non si sa neppure dove si voglia andare. Parole come identità, radici, essenziali quando generano progresso morale, non lo sono se vengono ridotte alla replica sbiadita di vergognosi leghismi.

E nemmeno la retorica della suggestione può essere confusa col pensiero meridiano di Franco Cassano, un libro a tratti lirico, dai risvolti politici solidi e seri, con riferimenti che da Weil portano direttamente ad Alex Langer.

 

Per tornare al principio, se c’è una dicotomia di cui nel tempo ho imparato a diffidare, è proprio quella Nord/Sud tradotta in termini di Nemico/Amico. Ho avuto modo di scoprire, in qualità di ibrido mezzogiornopadano, che non esiste alcun Nord, inteso come modello di efficienza, o di alterità morale, bensì solo condizioni storiche diverse, dovute a tanti fattori, tra cui non è secondario l’afflusso delle risorse umane e dei capitali meridionali. Anche questa del Nord infallibile, superiore o inferiore che si ritenga, non è altro che l’ennesima proiezione di un alter ego nazionale inesistente.

Certo, esistono peculiarità, c’è una parte consistente d’Italia e del Sud che detiene uno stretto rapporto con quel che resta della vecchia civiltà contadina, in cui persistono forme, rapporti, usi che rimandano a un’altra e precedente concezione dell’esistenza, ma non è caratteristica esclusiva del Sud e basterebbe citare i fatti di sangue contro i migranti di Rosarno, di Ponticelli, Castel Volturno, Cerignola, per ritornare tutti brutalmente alla realtà odierna.

Allo stesso modo, non credo all’eroismo di chi rimane o di chi parte, e nemmeno a una presunta vigliaccheria: la patria è dei figli, scriveva Max Weber, a meno che non si abbiano dei padri e delle madri di cui andare orgogliosi, e noi ne abbiamo avuti pochi quanto lontani e inascoltati, allora nessuno dovrebbe mai sbandierare sedicenti primati, poiché la vita e i sacrifici degli individui, la partenza e la restanza, meritano il massimo rispetto possibile, e un’analisi seria come tutto il resto.

 

Le suddette dicotomie, va detto, sono odiose non solo perché, come ha avuto modo di ricordare Paolo Rumiz, alimentano la balcanizzazione dell’Italia, ma pure perché rendono più arduo lo smascheramento dei travestimenti: e cioè il problema dello Stato italiano, la produzione costante di margini, vuoti, periferie, isole, in cui gli individui restano soli e impotenti. È la cattiva politica locale e l’assenza di vera “politica” nazionale, sono i limiti e la corruzione delle rapaci classi dirigenti, l’assenza di coscienza storica e politica, a generare l’Italia di oggi.

 

Tra i risultati più vistosi vi è il paradosso che nelle aree iper-popolate italiane attualmente vivono, spesso nello spaesamento, i protagonisti dello spopolamento meridionale ed europeo: polacchi, slavi, albanesi, maghrebini. I più vengono da aree rurali e si arrangiano come possono nell’arnia di bellezza e smarrimento rappresentata da questo Paese.

L’altro risultato interessante è, a parte l’implosione della sinistra e la stagione incontrastata delle mafie, l’indubbia capacità della classe politica di orientare la massa inurbata italiana, attraverso il populismo fascista e xenofobo, addirittura rispolverando ottusi nazionalismi, a riversare il proprio rancore sui nuovi migranti. Così il popolo italiano, in seguito alla sua atomizzazione, è diventato il mastino dei pochi privilegi rimasti e dei dominatori, contro i nuovi dannati della terra. Chapeau!

E allora narrare il Sud e l’Italia vuol dire prima di tutto una strenua lotta per riappropriarsi della verità, e ricostruire razionalmente, con un costante esercizio di rigore, i fatti e, con essi, la debole coscienza storica del Paese. Ma il fatto è che spesso la stessa intelligenza, e l’amore per l’intelligenza fine a se stessa, forse l’unica forma sciovinistica di cui soffrano gli italiani, – scriveva Gramsci, – risulta un altro consueto gioco di prestigio a cui si è avvezzi lungo la Penisola.

L’Italia è un paese di vuoti e pieni, che ha assunto la forma di un unico, scosceso pendìo. Occorre un fronte compatto per dare alle aree marginali consapevolezza, voce e spazio, reti e occasioni: si tratta di pretendere, dall’incompiuta democrazia italiana, la totale attuazione della sua costituzione.

C’è un nome unico per questa vicenda: è democrazia.

 

La globalizzazione dei migranti di Piero Bevilacqua

La globalizzazione dei migranti di Piero Bevilacqua

Quando la globalizzazione cessa di presentarsi sotto forma di merci e di capitali, e assume l’aspetto di umani individui, addirittura di popoli in fuga, allora il pensiero unico neoliberale precipita in confusione. La libertà della sua assordante retorica riguarda i soldi e le cose, non gli uomini.Per le persone, la libertà di transito non può essere uguale a quella delle merci. E’ faccenda più complicata. E dunque la coerenza teorica viene abbandonata e si passa all’uso delle mani… Di fronte al fenomeno migratorio il ceto politico europeo, salvo rare eccezioni, è caduto negli ultimi mesi assai al di sotto dell’intelligenza normale delle cose, della capacità di cogliere non tanto la sovrastante e incontrastabile potenza di un processo storico. In questo la miseria morale del suo atteggiamento, che ha assunto la faccia truce dell’intransigenza contro i derelitti del mondo, col tempo resterà incancellabile più per il lato ridicolo che per la ferocia. Leader e uomini di governo ci sono apparsi nell’atto di voler svuotare l’oceano con il cucchiaino. Ma segno ancor più rilevante di una mediocrità politica senza precedenti è l’incapacità di rappresentare gli interessi di lungo periodo dei rispettivi capitalismi nazionali, di cui sono i solerti servitori. Ossessionati dalla conservazione del loro potere, con l’occhio sempre fisso ai dati del consenso personale, governanti e politici di varia taglia hanno di mira il solo scopo di vincere la competizione elettorale in cui sono perennemente impegnati contro avversari e sodali. E perciò sono spaventati dalle difficoltà dei problemi organizzativi che l’arrivo dei migranti pongono nell’immediato.La loro campagna elettorale può riceverne solo danno. Se negli ultimi giorni le barriere sono cadute è perché – come è apparso chiaro – la vastità di massa e l’irruenza incontenibile del movimento di popolo poteva, da un momento all’altro, precipitare in un massacro. Rischiava di rappresentare agli occhi del mondo, ancora in Europa, una nuova forma di olocausto nel glorioso terzo millennio.E la Germania, soprattutto la Germania, con il suo passato, non poteva permetterselo.

Ma chi ha la testa sollevata al di sopra della palude della nanopolitica sa che il fenomeno migratorio è di lunga data, è solo esploso a causa delle guerre recenti in Oriente e in Africa. L’Human Development Report 2009, dedicato dalle Nazioni Unite a Human mobility and development, ricordava che << Ogni anno, più di 5 milioni di persone attraversano i confini internazionali per andare a vivere in un paese sviluppato.>> E i maggiori e quasi esclusivi centri di attrazione erano e sono gli USA e l’Europa.Una migrazione immane che dalla metà del secolo scorso ha spostato circa 1 miliardo di persone fuori dai luoghi in cui erano nate. Come potrebbe essere diversamente? Il capitalismo usa due potenti leve per sradicare i popoli dalle proprie terre. La prima è quella dello “sviluppo”, la trasformazione delle economie agricole in primo luogo, la distruzione della piccola proprietà coltivatrice a favore delle grandi aziende meccanizzate, la nascita di poli industriali, lo svuotamento delle campagne, la formazione di megalopoli e di sconfinate bidonville. E lo sviluppo, che in tanti paesi avanza attraverso vasti diboscamenti e la rottura di equilibri naturali secolari, il saccheggio neocoloniale delle risorse, genera anche altre migrazioni: quella dei profughi ambientali, che fuggono da inondazioni o da prolungate siccità.

L’altra leva, sempre più attiva, è il potere incontenibile di attrazione che le società prospere dell’Occidente esercitano sulle menti delle popolazioni immiserite, deportate, segregate che si agitano nei vari angoli del mondo. Occorre tenerlo bene in mente: ogni giorno, anche nel più remoto villaggio africano, grazie a un’antenna satellitare va in onda lo spettacolo della più flagrante ingiustizia che lacera il destino delle genti sul nostro pianeta. Uno spettacolo grandiosamente tragico che i dannati della Terra non avevano mai visto nei secoli e nei decenni passati. I miserabili, gli affamati, gli invalidi, i reclusi, le donne segregate, possono vedere dall’altra parte del mondo i loro simili, uomini e donne come loro, ricchi, sazi, sani, liberi. E questo spettacolo genera due scelte, ormai ben evidenti: l’estremismo terrorista o la fuga di massa.

Ma il ceto politico europeo, che vive alla giornata – non quello governativo americano, che dispone di centri di analisi strategica e di proiezioni di lungo periodo – non comprende, per specifica miseria intellettuale, neppure l’interesse del capitalismo che ha scelto di rappresentare. Dimentica, ad esempio, che l’immigrazione di popolazione “latina” negli USA è stata una delle grandi leve del boom economico degli anni ’90 in quel paese. Ma soprattutto non comprende quali vantaggi una forza lavoro giovane e abbondante procurerà alle imprese europee nei prossimi anni. E qui è evidente che il problema riguarda tutti noi, la sinistra politica, il sindacato. Siamo stati certamente encomiabili nel difendere i diritti dei migranti, il valore di civiltà del libero spostamento delle persone oltre le frontiere. Ma l’arrivo di tanta forza lavoro a buon mercato non solo ci impone di vedere le persone umane, i titolari di diritti intangibili, oltre le braccia da fatica – cosa che in Italia abbiamo ben fatto, anche se solo a parole e senza alcuna mobilitazione – ma di cogliere per tempo la sfida che tutto questo ci pone. Sfida di organizzazione, di proposte, di soluzioni, di politiche. O facciamo un ulteriore salto di civiltà, tutti insieme, secondo le logiche della nuova storia del mondo, o regrediamo tutti insieme. Per strano che possa sembrare, la sinistra, in Italia, ha la possibilità, la possibilità teorica, di fornire delle risposte strategiche con cui affrontare lo scenario turbolento e difficile che si apre.

Il potere dei poveri di Piero Bevilacqua

Il potere dei poveri di Piero Bevilacqua

Il riconoscimento a Mimmo Lucano, sindaco di Riace, da parte del settimanale Fortune, quale personaggio fra i più influenti del mondo, è un gesto paradossale di nobile generosità. Paradossale perché Mimmo è uomo di nessun potere, persona normale di grande coraggio e altruismo, alle prese con i problemi di uno dei tanti paesi poveri della Calabria. Ma dopo Wim Wenders, che con il film Il volo ha reso universale la vicenda di Riace, un’ altro autorità, nel nostro tempo atroce e spietato, esalta la potenza simbolica dell’umana solidarietà che può dischiudersi tra i poveri. E non è solo Riace, è anche Caulonia di Ilario Ammendola, e Lampedusa di Giusi Nicolini, cui Gianfranco Rosi ha dedicato il film Fuocoamare, appena premiato con l’Orso d’oro a Berlino. Ma tali riconoscimenti non devono esaurirsi nell’autocompiacimento. Sono segnali da raccogliere con l’iniziativa politica. Essi indicano alle migliaia dei sindaci italiani che vedono di anno in anno spopolarsi e decadere i propri comuni, spesso borghi di singolare bellezza, la possibilità di una rinascita delle loro terre, di far rivivere economie e luoghi, di far ritornare i bambini, con le loro grida, a spezzare il silenzio dei pochi vecchi che prendono il sole in attesa della morte. Certo, ci vuole un po’ di iniziativa, occorre individuare le terre che si possono far coltivare, le botteghe che si possono riaprire, le case e gli edifici che si possono riparare e riabitare. Certo ci vogliono un po’ di risorse pubbliche, niente di eccezionale, come è accaduto nel caso di Riace e Caulonia. Ma sarebbe forse oggi l’investimento pubblico più carico di potenza politica. Esso indicherebbe che i giovani disperati fuggiti dalle guerre possono diventare i nuovi cittadini di un Pese solidale, che operano per ricrearsi una vita e insieme per realizzare un grande progetto: far rivivere l’Italia interna che sta morendo. Ma perché, nessun leader, a sinistra, prova intestarsi una simile battaglia?