Categoria: Uncategorized

La divisione delle sinistre è il progetto perdente.-di Piero Bevilacqua

La divisione delle sinistre è il progetto perdente.-di Piero Bevilacqua

L’intervento su “il Manifesto” di Nicola Fratoianni ( 26/10 ) e di Loris Caruso (28/10) per opposti motivi vincono il senso di frustrazione a tornarei sulla condizione e il destino della sinistra italiana, a seguito della discussione generosamente avviata da Norma Rangeri.

Il segretario di Sinistra Italiana non vede davanti a sé, e alla sinistra tutta, nessun’altra prospettiva se non il campo del centro-sinistra.

Tanta ampiezza di visione francamente sconforta dopo il misero risultato del 2,5%, raccolto dalla lista “Sinistra civica ed ecologista” alle elezioni comunali di Roma.

Intendiamoci, la scelta di sostenere la candidatura di Gualtieri era obbligata, occorreva sbarrare la strada a una destra plebea e culturalmente fascista, dare alla città almeno una figura di sindaco progressista e autorevole. Ma queste sono scelte tattiche, che può fare un partito con una sua fisionomia autonoma, decidendo di allearsi con il Partito democratico quando la situazione lo rende utile, quale variabile all’interno di una strategia più generale.

Nella visione di Fratoianni SI appare una rassegnata appendice del Pd che persegue una originale forma di minoritarismo, non settario, ma subalterno. Come se il fine di quel partito non fosse la trasformazione della realtà attraverso l’organizzazione e la direzione del conflitto, ma l’affermazione elettorale, la presenza in Parlamento. E quindi come se bastasse esprimere una posizione politica di sinistra per avere quel risultato.

Così passano gli anni e non si assiste mai alla nascita di una idea, una iniziativa, almeno a un dibattito nazionale, con studiosi e cittadini, sui grandi temi italiani, dal lavoro al Mezzogiorno. Silenzio.

Caruso svolge una lucida analisi della collocazione e del senso di direzione del Pd nello scenario politico italiano di oggi. Io vorrei aggiungere qualche considerazione in prospettiva storica, e. non posso non ricordare che il Pd è, nelle sue fondamenta, un errore strategico. Non solo perché, “un amalgama mal riuscito”, ma soprattutto una camicia di forza imposta alle varie culture politiche nazionali, uniformandole in una politica centrista nella fase di scatenamento del capitalismo su scala mondiale.

Non a caso quella camicia si è subito strappata, mentre l’imposizione di un sistema elettorale maggioritario ha contribuito all’emarginazione delle forze politiche minori.

Il bipartitismo anglo-americano che si è voluto importare in Italia come un prodotto di Hollywood, da noi è arrivato quando nei paesi d’origine era già logoro. Chi si ricorda dei programmi elettorali più o meno identici dei Laburisti e dei Conservatori inglesi, dopo gli anni della Thatcher, rilevati nientemeno che dal Financial Times, entrambi sostenuti da un robusto impianto neoliberista? E non è stato così per decenni anche negli Usa con i Democratici che si erano resi indistinguibili dai Repubblicani? E da dove è uscito Trump se non dal vasto impoverimento della middle class, che il biparitismo non rappresentava più da almeno un ventennio?

Tutto il populismo europeo non è solo figlio della globalizzazione e della crisi del 2008, delle politiche austere dell’Ue, ma del fatto che a milioni di cittadini, i quali vedevano peggiorare la loro vita di anno in anno, non è stato neppure offerta una interpretazione classista e politicamente avanzata di quel che stava loro accadendo.

Quali sono oggi i risultati che il Pd può vantare dopo la lunga presenza, a vario titolo, nei governi nazionali? Qualcuno è in grado di indicare un ambito della vita sociale dell’Italia la cui condizione è migliorata? Nell’assetto e nella qualità del lavoro? Nella condizione femminile? Nella scuola e nell’università? Nella sanità? Nel sistema fiscale? Nello stato delle nostre città? Negli assetti dell’ambiente e del territorio? Nella condizione giovanile e del Mezzogiorno? 15 anni di generale regresso.

Da quando è nato nel 2006 il Pd, con il suo moderatismo, ha obiettivamente costituito una forza di conservazione negli equilibri sociali del Paese. Ma è stato anche un fattore di immobilismo disordinato del sistema politico.

E’ il suo peso uno degli ostacoli che impedisce la nascita di una formazione alla sua sinistra, a causa della forza di attrazione che ancora esercita grazie alla presenza al suo interno di dirigenti stimabili, per il ruolo che vi hanno ancora amministratori locali onesti e capaci, per la sua struttura organizzativa nei territori, per la forza inerziale di una tradizione sopravvissuta nella mente di tanti vecchi militanti ed elettori del Pci.

Questa evidente verità, tuttavia, non salva l’anima ai dirigenti delle varie sinistre, che nulla fanno per sfuggire alla forza calamitante di questa nuova Democrazia Cristiana. Quello che Rifondazione Comunista e Potere al Popolo dimenticano, quando rivendicano la loro presenza nei luoghi dei conflitti, o la coerenza classista delle proprie posizioni, è che questi sforzi contano poco se non si configurano in un più ampio disegno di crescita politica unitaria.

Le parole d’ordine più avanzate si perdono nell’aria, insieme alla pubblicità, se non si comunica l’idea di avere la forza per poterle perseguire. Non si deve dimenticare che le loro percentuali di consenso esprimono una valutazione di natura elettorale, non di merito. I cittadini tengono cioè conto del loro reale potere d’azione. Il voto della minoranza che oggi va alle urne è un “voto utile”.

da “il Manifesto” del 4 novembre 2021

Calabria, l’oblio delle buone pratiche.- di Tonino Perna

Calabria, l’oblio delle buone pratiche.- di Tonino Perna

Nella torrida estate del 2003 mentre tutta l’Europa del sud bruciava, dal Portogallo alla Grecia, mentre per l’ondata anomala di calore morivano nella sola Francia 25mila persone, venne alla ribalta dei mass media il caso del Parco nazionale dell’Aspromonte. Per la prima volta nella storia contemporanea, si parlava di questa montagna mitica e misteriosa, non per i sequestri di persona, né per omicidi di ‘ndrangheta, ma per un sistema di contrasto agli incendi che da tre anni funzionava.

Il sistema era semplice e andava al nocciolo del fenomeno incendi. Siccome non riusciamo a prevenirli, data la molteplicità delle cause e dei soggetti coinvolti, bisogna trovare il modo di spegnerli appena partono. Con un bando pubblico i circa 40.000 ettari di foresta del Parco nazionale dell’Aspromonte venivano dati in affidamento a soggetti del Terzo Settore (cooperative, associazioni, ecc.) con un contratto che prevedeva un contributo iniziale, in base agli ettari adottati e alla orografia del terreno, e un saldo finale solo nella misura in cui gli ettari andati in fumo non fossero superiori all’1% della superficie adottata.

Veniva evitata la gara al ribasso dell’offerta economica che tanti danni ha provocato, e sostituita con parametri oggettivi. Questi «contratti di responsabilità sociale e territoriale» hanno rappresentato uno strumento per ristabilire un rapporto con questi territori abbandonati, spopolati, dove un tempo vigevano gli usi civici e tutta la comunità si faceva carico della manutenzione dei boschi, del loro uso a fini alimentari e non (legna da ardere, carbone, e persino ghiaccio nelle aree di alta montagna).

Il cosiddetto «metodo Aspromonte» fu imitato da alcuni parchi nazionali e regionali, venne preso in considerazione da Bruxelles, dove nel 2005 chi scrive fu invitato dalla Commissione che si occupa di forestazione, biodiversità, ecc. Fu introdotto in alcuni Comuni con delle interessanti varianti, che davano questa responsabilità territoriale ai contadini piuttosto che ai soggetti del Terzo settore. Insomma, sembrava logico che questa modalità di contrasto degli incendi diventasse una pratica comune. Ed invece nel tempo è prevalso l’oblio. Non a caso: il grande business delle società private che gestiscono l’antincendio ha prevalso e ci ha portato al disastro odierno.

Certo, il surriscaldamento della Terra, estati sempre più afose, lunghi periodi di siccità, tutto questo sappiamo che è dovuto al mutamento climatico indotto dall’uomo, ma proprio per questo dovremmo attrezzarci. Ed invece la cosiddetta «resilienza» appare solo come un vezzo per giustificare investimenti, per utilizzare risorse comunitarie, ma non si vede un piano di resilienza per le città quanto per le zone interne. Aspettiamo la prossima alluvione per gridare alla mancanza di cura del territorio quando potremmo fin d’adesso prendere atto che bisogna dare priorità alla manutenzione e stabilire una nuova relazione con l’ambiente in cui viviamo, fondata sul principio di responsabilità sociale e territoriale.

da “il Manifesto” dell’8 agosto 2021
Foto di jlujuro da Pixabay

La Battaglia del Mezzogiorno.- di Massimo Veltri

La Battaglia del Mezzogiorno.- di Massimo Veltri

L’utilizzo del Recovery Fund riaccende la miccia della battaglia fra nord e sud. Non è enfatico né fuori luogo definire battaglia il contrasto asprissimo che si sta sviluppando da mesi ormai fra il nord del paese e le regioni del sud. Contrasto che parte, se proprio vogliamo dare un inizio alle cose, da quando la voglia matta di secessione innescata dalla folle rivisitazione della Costituzione del 2001, diede fiato e fuoco a Zaia, Fontana-ma pure a Bonaccini e a personalità fino ad allora insospettabili d’essere in odore di frazionamento del paese-per attribuire numerosissime competenze esclusivamente alle Regioni, Stato centrale a prescindere.

Lo scoppio del Covid, le terribili emergenze conseguenti e, non ultime, le durissime prese di posizioni espresse da personalità indiscusse come per esempio Massimo Villone, Gianfranco Viesti, Adriano Giannola sembravano aver rinchiuso a chiave in un cassetto il disegno disgregatore del ‘regionalismo asimmetrico’.

La UE e i fondi che mette a disposizione per fronteggiare il virus e ricostruire hanno rimesso in mano a qualcuno le chiavi di quel cassetto. Molte chiavi, che comprendono fra gli altri: Claudio Signorile e l’invito alle Regioni del Sud di mettersi d’accordo per utilizzare d’intesa quelle risorse per grandi progetti strategici; il leader di Confindustria, Carlo Bonomi: ‘Bisogna rivedere dalle fondamenta il modo in cui si affronta il tema della Coesione territoriale tra Nord e Sud’; il rispolverare vexate quaestio sull’ammontare nei decenni passati dei milioni o miliardi trasferiti dallo stato centrale al sud che non sarebbero né pochi né inferiori di quelli elargiti al nord (Stefano Micossi, presidente della Luiss – School of European Political Economy, che aggiunge: ‘Il Mezzogiorno soffre da decenni di incentivi distorti che hanno funzionato poco o male’); articoli che invitano il Sud a non doversi fidare del Nord, in forza dei soprusi subiti nel passato.

Il ministro per il Mezzogiorno che battibecca con chi lo accusa (Giavazzi, dalle colonne del Corriere della Sera) di essere filovietnamita e lo invita ad aderire alle virtù coreane… Se non è una battaglia, questa… , una battaglia in cui c’è stato pure chi ha rievocato il Piano Marshall, se pure con non poche improprietà: quello che conta è la torta da spartire che, il punto è questo, c’è chi non la vuol spartire, costi quel che costi.

E la politica? Così, ci vien da dire, proseguendo lunga questa strada-strade anzi: che divergono e collidono-non si va da nessuna parte. Perché si amplifica a dismisura e in termini il più delle volte ideologici e irrazionali un fossato, un divario, una storia che viene da lontano, fin dall’unità d’Italia e alla quale si è cercato a volte di dare soluzioni cozzando quasi sempre con difficoltà oggettive fatte di rinchiusure figlie dell’arretratezza e dell’interesse particolare strettamente intrecciate con la malavita organizzata e con l’inadeguatezza delle classe dirigenti. Con la scarsa, distratta, svogliata, a volte debole intermediazione della politica.

Il neoborbonismo, il lombrosismo, il rimpiangere malinconico natali magnogreci, le autoassoluzioni, il prevalere cieco di visioni economicistiche che sorreggono il darwinismo per cui a nord si produce, a nord c’è la ricchezza, qui si deve investire, il resto è noia… i refrain li conosciamo tutti. E non portano, nessuno di loro, da nessuna parte. S’è andato via via smarrendo e sempre più velocemente il senso reale dello stare insieme, della coesione e della condivisione nazionale. Manca la visione, ha scritto qualcuno.

Ora, e il Covid è stata, solo e fortissima e devastante, la goccia amarissima che ha fatto traboccare il vaso, il rischio esiziale che si corre, tutti, non è solo o tanto quello di eludere, furbescamente e all’italiana, i criteri in base ai quali le risorse finanziarie, ingenti, ci sono state assegnate dalla UE, di porre mano al dualismo nord-sud, in poche parole, ma di disgregare l’intera comunità nazionale in nome di egoismi mercantilistici e rapacità inqualificabili.

Se dalle Regioni e dai loro governanti non saliranno voci volte ad arrestare la barbarie, se la proposta strategica di Claudio Signorile, l’unica a nostro parere al momento degna di attenzione, sarà lasciata cadere i tempi diventeranno ancor più bui.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 ottobre 2020

Le ragioni del NO al taglio dei parlamentari.- di Massimo Villone Lo stenografico dell'audizione di Massimo Villone tenutasi alla Camera sulla proposta di legge di riforma elettorale.

Le ragioni del NO al taglio dei parlamentari.- di Massimo Villone Lo stenografico dell'audizione di Massimo Villone tenutasi alla Camera sulla proposta di legge di riforma elettorale.

Massimo Villone
Audizione per la proposta di legge C. 2329 Brescia, sul passaggio a un sistema elettorale proporzionale, e per la proposta di legge costituzionale C. 2238 Fornaro, che abolisce la base regionale per l’elezione del Senato
Camera dei deputati – Commissione Affari costituzionali – 27 maggio 2020

MASSIMO VILLONE, Professore emerito di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Napoli «Federico II».

Grazie, presidente. Io vedo queste due proposte di legge come due proposte che, per una parte, prendono atto finalmente, magari con qualche ritardo, di quella che è la realtà del nostro sistema politico oggi, e, per l’altra, sono necessitate per la scelta, che è stata fatta, del taglio dei parlamentari. Sono proposte che, in qualche modo, accompagnano quella scelta, riducendone alcuni impatti palesemente nega-tivi. Voglio lasciare a verbale, perché sia chiaro, che personalmente considero quella scelta sbagliata (presiedo uno dei molti comitati per il «no»), quindi su que-sto non sono equidistante.Per quanto concerne la proposta C. 2329 Brescia, vedo essenzialmente in essa due punti focali. Il primo rappresenta quella che definirei la parte durevole della proposta, vale a dire il passaggio al sistema proporzionale. Si tratta di un pas-saggio di assoluto rilievo e sappiamo bene che sia in politica sia in dottrina ci sono due «chiese», sulla scelta del sistema elettorale: la «chiesa» del proporzionale e quella del maggioritario. Io da una ventina d’anni appartengo alla prima e, come è normale che accada, ci sono molti altri che invece si iscrivono con uguale fermezza alla seconda. Ricordo un articolo di D’Alimonte sul Sole 24 Ore dell’11 gennaio 2020, poco dopo la presentazione della proposta di legge del presidente Brescia. D’Alimonte si intende di sistema elettorale, ovviamente, ed era un articolo di duro attacco alla proposta. Il giornale lo intitolò: «Il proporzionale del Brescianellum pietra tombale sui governi stabili». Ricordo anche le valutazioni negative di perso-naggi di rilievo, come Prodi e Veltroni. Ci sono dei fan del maggioritario che non demordono. . Io credo, invece, che la proposta Brescia favorisca assai opportuna-mente questa scelta, perché non si può sostenere un’opzione maggioritaria quando il sistema non è più bipolare, come credo sia ormai vero per il nostro sistema e per un tempo non breve. Ritengo che ci sia un solo scenario in cui il sistema maggiori-tario – comunque configurato: di collegio, o con premi di maggioranza – funzioni
2 in modo ottimale, vale a dire quando ci sono due schieramenti che assorbono gran parte del voto del corpo elettorale, e che sono sostanzialmente equivalenti. Questo è lo scenario che ha reso il sistema britannico l’archetipo che è stato per molto tempo per una parte della nostra dottrina, la quale si è illusa che fosse questo si-stema elettorale a generare il bipolarismo. In Gran Bretagna tories e labour, per un tempo lungo, hanno assorbito tra l’80 e il 90 per cento del voto del corpo elettorale. Storicamente è accaduto questo. Il modello britannico ha cominciato a mostrare qualche crepa – che noi al di fuori non vedevamo, ma in Gran Bretagna se ne di-scuteva da tempo – quando questa realtà politica non è stata più vera, quando hanno cominciato a emergere soggetti politici che, pur avendo una consistente per-centuale del voto popolare, prendevano una manciata di rappresentanti alla Ca-mera dei Comuni. Poi negli ultimi anni abbiamo visto non voglio dire il collasso, ma il disgregarsi di quella che sembrava una certezza. Da noi è accaduto fonda-mentalmente questo: storicamente abbiamo avuto due partiti, la DC e il PCI, che hanno assorbito tra il 70 e l’80 per cento dei voti. Tuttavia uno di questi due partiti gli inglesi avrebbero detto che non era fit for government, non era ammesso al Go-verno, essendone escluso dalla nota conventio ad excludendum. Quindi il nostro sistema non poteva funzionare all’inglese, proprio per la diversa realtà politica. Quando questo assetto è venuto meno, con la caduta del muro di Berlino, e si è avuto l’ingresso nell’area del Governo del maggiore partito della sinistra del tempo, si è avuta l’illusione che il sistema elettorale potesse generare un bipolarismo all’in-glese. Questo è quel che è successo all’inizio degli anni Novanta. La scelta maggio-ritaria fu fatta nell’idea che così noi avremmo avuto un sistema all’inglese, con l’al-ternanza e tutte quelle belle cose di cui si parlava sempre. Solo che non ha funzio-nato. In realtà nel sistema britannico il bipolarismo non era un prodotto del sistema elettorale, ma uno spontaneo conformarsi della società. Nemmeno da noi il sistema elettorale ha creato il bipolarismo, anzi, ha ulteriormente frammentato il panorama politico, per dare alla fine un risultato non coerente con le aspettative di chi invece continuava a dire che la scelta del maggioritario ci avrebbe dato governabilità. Non abbiamo mai avuto governabilità. In più di vent’anni di maggioritario questa go-vernabilità non c’è mai stata, basta guardare proprio la storia quotidiana della Re-pubblica per rendersene conto. Ed è chiaro che in un sistema che non è bipolare, che non tende a essere bipolare, ma che si sta assestando, nel bene e nel male, su un assetto tripolare, il maggioritario non va bene. Non è più il piccolo vantaggio che consente a uno schieramento che è quasi equivalente all’altro di ottenere un margine numerico per governare, ma diventa una lotteria, perché significa pren-dere una minoranza, trasformarla in una fasulla maggioranza che non esiste nella
3 realtà del Paese e quindi distruggere la rappresentatività. Al tempo stesso, la gover-nabilità sarà comunque debole, perché si avrà un Governo che non rappresenta il Paese, anzi, ha contro di sé la prevalente parte del Paese. Questa è l’Italia che ab-biamo prodotto, l’Italia che è cresciuta nelle disuguaglianze, l’Italia dove si sono approfondite le fratture, le faglie territoriali, sociali e via dicendo.Oltre alla Gran Bretagna, anche altri sistemi – Francia, Spagna – tradizional-mente presi ad esempio per il maggioritario e la governabilità sono andati in crisi. Pochi giorni fa Macron ha perso la maggioranza assoluta che aveva nell’Assemblea nazionale perché gli si sta sfaldando in mano l’assemblaggio che ha messo insieme per vincere la partita elettorale. In Spagna Sánchez cerca affannosamente di tenere la zattera del suo Governo a galla. Non ho idea se ce la farà o meno, ma certo ha problemi, perché anche lì le fratture sono tali che il sistema elettorale non le can-cella, anzi, nel suo caso le esalta, perché è un sistema che premia il localismo (e se c’è un problema di localismo, lo troviamo proprio in Spagna).Quindi, credo che quella compiuta con la proposta di legge C. 2329 sia una scelta felice. Da parte mia spero vivamente che si riesca a mantenere questa scelta, non so poi se l’esito sarà in questo senso oppure no. Questa è la parte che io vedo durevole e proiettata verso il futuro. Invece, vedo un’altra parte sulla quale biso-gnerà ancora riflettere e suppongo che vi siano lavori in corso, ed è la parte delle liste. Per come l’ho letta io, siamo ancora alle liste bloccate. Non so se ho letto male, ma mi pare di capire, dalla ricostruzione che ho fatto di questa proposta, che l’esito è quello del voto alla lista, senza alcuna scelta del rappresentante. Ma se è così, se l’esito è quello di avere la totalità dei parlamentari scelti a lista bloccata, bisogna dire che l’incostituzionalità è certa, perché la Corte si è già pronunciata in tal senso con la sentenza n. 1 del 2014. Quindi, bisognerà necessariamente fare un passo avanti. Mi rendo conto che le preferenze sono un boccone indigesto. Non vedo come si possa evitare un meccanismo come il voto di preferenza, di cui cono-sciamo tutti i rischi, anche degenerativi di sistema, per così dire. Però se non c’ è la scelta del parlamentare vedo rischi peggiori. Porto anche la mia esperienza diretta: sono stato parlamentare per quattro legislature, tre con il «Mattarellum» e una con il «Porcellum», e la differenza tra i due sistemi elettorali era devastante proprio nel rapporto col territorio, con il corpo elettorale. L’ho vissuta in modo personale e immediato. Se non si ritrova questo collegamento, credo che nessun sistema elet-torale potrà andare lontano e, soprattutto, potrà contribuire a rafforzare l’istitu-zione Parlamento.
4 Comunque, condivido la scelta del proporzionale, rimanendo però consape-voli che la scelta del proporzionale da sola non assorbe tutto il profilo della rap-presentatività, non è da sola la risposta conclusiva. Qui entra in gioco il problema del taglio dei parlamentari, perché le due proposte effettivamente sono intercon-nesse. C’è un problema che viene citato anche nella relazione alla proposta C. 2238 Fornaro, quando si fa riferimento alla possibilità di collegi da un milione di abi-tanti. Effettivamente, un collegio da un milione di abitanti è un problema evidente, ma non c’è solo questo: dobbiamo capire che se non si scinde il Senato dalla base regionale, non usciamo da questa vicenda, perché avremmo nove regioni che eleg-gono da uno a cinque senatori, per cui qualunque sistema elettorale, anche il si-stema elettorale proporzionale, in regioni piccole e medio-piccole avrà un solo esito possibile: che in Senato arrivano due, forse tre forze politiche. Questo è inevitabile, perché è chiaro che anche se vi sono tre seggi, i due soggetti politici maggiori pre-varranno, in quanto il primo e il terzo seggio andranno al partito A e il secondo al partito B. Se vi sono quattro seggi, probabilmente toccherà a B e poi un’altra volta ad A. Con cinque seggi cominciamo ad avere probabilmente tre forze politiche rappresentate, ma non credo sia probabile averne quattro. Ciò significa che se tutto rimanesse secondo quelli che sono i sondaggi che oggi vediamo, in Senato avremmo soltanto due soggetti politici potenzialmente in grado di essere veramente nazio-nali: già il terzo e il quarto non lo sarebbero più, perché assenti in alcune regioni, pur essendo soggetti politici importanti. Se le cose rimangono come sono, come le vediamo il lunedì da Mentana, significa che in regioni con quattro o cinque senatori forze politiche come il Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia – parliamo di forze politiche intorno al 15-16 per cento – non sarebbero rappresentate in regioni anche consistenti, in cui solo una o l’altra otterrebbero seggi perché sarebbero rappresen-tate soltanto la prima, la seconda e la terza forza politica, non la quarta. Ciò vuol dire che i soggetti politici veramente nazionali in Senato rimangono due, nella mi-gliore delle ipotesi, e che tutti gli altri soggetti politici sono una sommatoria di par-titi regionali o locali. Questo è devastante per il sistema politico nel suo insieme. Già abbiamo un Governo nazionale debole, ma è tale perché il sistema politico sul quale si fonda è debole e frammentato. Perché Boccia punta tutto sulla concerta-zione in Conferenza Stato-regioni e non usa i poteri sostitutivi che pure il Governo formalmente avrebbe? Perché evidentemente non ritiene di avere il peso politico e la forza per farlo. Ma questo perché? Perché i partiti che stanno a Roma sono fon-dati su una sommatoria di partiti locali e regionali. Questa rischia di diventare la caratteristica di fondo del sistema. Questo – più che il collegio di un milione di abitanti, che sarebbe un problema, ma si potrebbe affrontare – può essere un
5 problema che potrebbe portare questo Paese su un’orbita pericolosa, perché noi siamo già oggi un Paese malato di frammentazione, un Paese che tende a essere frantumato su questioni sulle quali invece dovrebbe essere unito. Se introduciamo un elemento di disgregazione ulteriore, credo che rischiamo come sistema Paese. Per tali motivi la proposta C. 2328 Fornaro mi sembra importante, soprattutto per questa parte. Poi si vedrà la delega al Governo, la riflessione ovviamente deve con-tinuare. Ma se noi pensiamo – come anche io, che pure, non essendo d’accordo, mi preparo a contrastarlo – che l’esito del referendum sia a favore del taglio del numero dei parlamentari, quello di ridefinire la base per il Senato scindendola dall’attuale formula della base regionale è un profilo che diventa essenziale.Quindi, si tratta di due proposte che, a mio avviso, pur richiedendo un com-pletamento perché il punto delle liste bloccate, a meno che io non abbia letto male, va corretto, per un verso prendono atto dell’attuale conformazione del nostro si-stema politico-istituzionale e, per un altro, sono necessitate dalle scelte che proba-bilmente ci troveremo ad affrontare.

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

Se c’è una cosa che gli eventi di questi giorni fanno emergere in maniera chiara è la conferma dello spessore della visione politica che, nella seconda metà del Novecento, ha prodotto un sistema sanitario solidaristico ed universale e cioè assistenza e cure per tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza oneri perché finanziate dalla fiscalità generale. Il servizio sanitario pubblico Italiano nel quale chi ha di più garantisce – attraverso una tassazione proporzionalmente progressiva – lo stesso servizio a chi ha di meno o non ha niente.

Al netto di lacune ed insufficienze – di cui diremo dopo -l’emergenza non ha fatto differenze tra classi o tra chi ha possibilità economiche maggiori di altri.

E ciò introduce alcuni temi che trovano in Calabria il loro esempio paradigmatico.

Il primo: la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico. Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Vediamo in questi giorni il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni. Un danno che viene contenuto solo dalla solidità strutturale del sistema e dalla straordinaria abnegazione degli operatori sanitari.

Il diritto alla salute è previsto nella Costituzione, all’art. 32, mentre in nessuna parte della Carta sta il richiamo ad un primato dei conti pubblici. Ed è bene che in un momento come questo l’abbia detto -esplicitamente – il presidente del consiglio, perché il fatto che tutto, anche i principi costituzionali ,la sanità in primis,siano trattati come merci è una vergogna che non deve più sentirsi.

Diritti costosi,ed infatti previsti a carico dello Stato ,perché i ricavi da essi prodotti non sono inscrivibili in un bilancio aziendale quanto piuttosto ,essendo fatti di cultura ,senso civico, ,conoscenze, benessere,in un ideale -ma ben percepibile -bilancio istituzionale e politico.

Il secondo tema, conseguenziale: lo Stato deve mettere a disposizione i fondi necessari per far fronte ai fabbisogni e laddove sono riscontrati deficit di bilancio nel settore – come in Calabria – si devono individuare e tagliare gli sprechi,perseguendo e sanzionando i responsabili ed i ladri, e non limitare le prestazioni con la politica mercantilistica dei budget o “ acquisti di prestazioni” ( terminologia orrenda che sta a significare che un burocrate nominato dal sottobosco politico stabilisce cosa serve ad una popolazione e cosa no e di cosa possono ammalarsi i cittadini per poter usufruire della assistenza dello Stato,cioè di un loro diritto) che,inevitabilmente,provoca aumento della lista d’attesa ed emigrazione sanitaria.

I commissariamenti, è dimostrato, non servono a niente, men che meno ad abbattere il debito, anzi lo aumentano. Servono, eccome,a creare un centro di potere permanente ed estraneo al circuito democratico espropriando la responsabilità del governo della sanità che spetta al governo ed all’assemblea regionali.

Il terzo tema: la rete ospedaliera. In Calabria, da dieci anni gli unici (asseriti) rimedi al deficit sono stati – per decisione di boiardi e generali in pensione nominati commissari – la chiusura di ospedali in zone disagiate, il blocco delle assunzioni e i tagli delle risorse. Il tutto senza alcuna azione di rigenerazione complessiva come avrebbe potuto essere quella di potenziare i servizi territoriali, la specialistica ambulatoriale, l’urgenza emergenza, iDEA. Come se la creazione di un ospedale hub si possa fare per decreto e non in seguito alla elaborazione ed implementazione di un progetto. Eppure è così, così è stato .

Il quarto tema, i privati. Se ne è avuto un coinvolgimento modesto in questa fase di crisi, perchè per anni si è alimentato un sistema in cui le strutture serie e di eccellenza sono state mortificate con riduzione di posti letto e tagli lineari lasciando ingrassare le nicchie dei profittatori. Eppure in teoria il sistema è semplice. Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano pubblica e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi degli ospedali pubblici . Esse devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme.

Se ben guidata da una classe dirigente seria ed all’altezza del compito sarebbe una integrazione virtuosa che inevitabilmente farebbe aumentare la qualità e diminuire i costi per la comunità. Ma questa è roba per la Politica con la P maiuscola, non per i viceré mandati dai capibastone a rastrellare qualche milione sul fondo destinato alla tutela della salute di cittadini, come avviene da dieci anni in Calabria nella indifferenza della quasi totalità dei parlamentari calabresi nominati dagli stessi capibastone. La lezione di questi giorni è dura ma forse può servire per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire.

L’ultimo tema è l’indicazione pratica che ci viene dai difficili giorni che stiamo vivendo: la salute dei cittadini di una nazione non può essere regionalizzata. Ai problemi portati dal virus si sono aggiunti i disagi derivanti dai comportamenti dagli atteggiamenti e dalle disposizioni diverse della politica locale.

Noi lo diciamo da anni, ma ora il re e’ nudo: la tutela della salute e’ un diritto fondamentale garantito ad ogni cittadino in maniera uguale a tutti gli altri per poter assicurare benessere e dunque efficienza ,efficacia ai cittadini che così possono produrre cultura idee,formazione ,e quindi,in ultima analisi sostenere la crescita ,giusta ed equilibrata del sistema paese.

La vera grande opera pubblica che ci serve e’questa :sostenere la scuola,tutelare l’ambiente ed il patrimonio culturale, assicurare un servizio sanitario efficace e moderno a tutti e nello stesso modo.

Dunque, occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali.

Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla sciagurata idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, in presenza di un fenomeno come quello del potenziale contagio definito per “focolai”, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini.

Si tocca con mano, oggi, si avverte chiaramente sulla pelle ,e non nelle parole di un talk show, che i diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste.

Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

da il Quotidiano del Sud, 12 aprile 2020

È sul territorio che bisogna combattere.- di Piero Bevilacqua

È sul territorio che bisogna combattere.- di Piero Bevilacqua

L’Organizzazione Mondiale della Sanità torna a ripetere che l’uso generalizzato delle mascherine è inutile. È evidente dunque che se si comincia a non dare ascolto agli oracoli di questa istituzione si possono compiere dei passi in avanti nella strategia di contrasto al Covid 19.

Partiamo dalle mascherine. Proviamo a immaginare che a breve potremmo averne in numero sufficiente per un uso quotidiano, anche semplicemente quelle usate in chirurgia. Ebbene, su che logica si regge l’affermazione che esse servono solo a non infettare gli altri, e dunque non a proteggere chi la porta? Se la portiamo tutti nessuno sparge il virus, chi è positivo lo tiene per sé, e limita la diffusione. Anzi la spezza. Perché sarebbe inutile portarla anche all’aperto? Se io mi trovo a passare sulla scia di un infettato, che è passato davanti a me, anche mantenendo la distanza di sicurezza, io posso respirare, mentre passo, il nugolo di virus che galleggia nell’aria, mantenuto in sospensione soprattutto dal particolotato ( come affermato da tanti scienziati inascoltati).

E in Lombardia – per stare in tema – che vanta il più alto tasso di cementificazione degli ultimi decenni, di particolato nell’aria ce n’è in abbondanza, fortunatamente calato di recente per la diminuzione del traffico veicolare. Quindi portare tutti le maschere sarebbe assai utile, e anche se il virus dovesse filtrare da mascherine chirurgiche, avrebbe un potere di diffusione evidentemente assai ridotto. Il virus rimane nei soggetti portatori e non si sparge nell’ambiente. È poco?

Alla curiosa a tesi dell ’Oms secondo cui l’uso della mascherina indurrebbe i cittadini ad abbassare la guardia, si può facilmente replicare – senza voler difendere più di tanto l’intelligenza degli italiani – che anche il distanziamento sociale potrebbe indurre le persone ad attenuare la sorveglianza, a non lavarsi le mani, ad entrare senza mascherina negli ospedali e nei luoghi chiusi dove sono stati potenziali positivi privi di mascherina.

Dopo un mese di quarantena totalitaria, i milioni di italiani che non si sono ammalati, sono evidentemente tutti sani, non hanno il virus, tranne una frazione di qualche migliaio che si infetta ogni giorno. Dunque, il 99 virgola qualcosa per cento è sano e certamente deve osservare tutte le disposizioni governative oggi in vigore. Ma allora dobbiamo chiederci: a quale tipo di strategia ubbidisce l’idea di impiegare tante energie per censire, tramite test sierologici, qualche centinaio di migliaia di guariti, senza peraltro avere la certezza assoluta della loro conseguita immunità?

Per far circolare una frazione infinitesimale di persone teoricamente immuni? Perché non inviare i sanitari presso le famiglie di tutti coloro che risultano quotidianamente positivi per fare i tamponi ai familiari e provvedere al loro isolamento?

In questo modo si capovolge la logica dominante. Non siamo tutti potenzialmente malati, siamo al contrario tutti sani, e la frazione che si ammala va soccorsa, ma senza dimenticare la sua provenienza familiare e territoriale. E lì che si combatte la lotta, sempre più nel territorio e sempre più limitatamente negli ospedali, se si vuole arginare la diffusione dei nuovi casi. Un controllo di questo tipo, con strumenti tecnologici che non mancano, potrebbe rendere meno inquietanti le prospettive future.

il Manifesto, 10 aprile 2020
Foto di Reimund Bertrams da Pixabay

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

Un libro è capace di farti sparire la stanza attorno mentre leggi. I questi giorni di quarantena e di domicilio coatto in seguito all’emergenza coronavirus, sono un bene ancora più primario. Piccoli oggetti di sogno e di fuga, di ricreazione e nutrimento. Particolare non secondario: le librerie in questi giorni sono chiuse per decreto, mentre i tabaccai sono aperti. Fumare si può, leggere invece non è così essenziale.
Non è un paradosso? Proprio per questo, scrittori e intellettuali, giornalisti e docenti accademici, lettori hanno firmato un appello rivolto al ministro dei beni Culturali Dario Franceschini con la richiesta di riaprire le librerie, che sono presidio di cultura, luoghi di incontro e dialogo. Certo, i libri si vendono anche online, ma questa disgraziata congiuntura epidemica che stiamo vivendo sta strangolando le librerie piccole e indipendenti che già sono in sofferenza e che non si possono permettere le spese del corriere. Il rischio è che il virus diventi un fattore di selezione innaturale, contribuendo all’estinzione di questi luoghi superstiti di promozione della cultura.
L’idea dell’appello è partita dalla scrittrice Lidia Ravera e ha trovato subito bordone tra molti suoi colleghi e rappresentanti del mondo editoriale (Massimo Carlotto, Maurizio de Giovanni, Ginevra Bompiani, Francesco Permunian, Piero Bevilacqua, Gianrico Carofiglio, Tomaso Montanari, Salvatore Silvano Nigro…). Qual è la richiesta, mirata in prospettiva, quando verranno attenuate le restrizioni? «Riaprire le librerie, con un commesso solo, con le mascherine, con i guanti, con l’ingresso di due clienti per volta, con il numerino come fuori dal supermercato, con l’amuchina, il disinfettante, con tutte le accortezze necessarie per tutelare lavoratori e titolari… Ma riaprire. Permettere ai piccoli librai di fare servizio a domicilio come può fare il colosso Amazon, e di portare a casa dei cittadini un buon libro, così come si può portare una pizza. I libri sono generi di prima necessità. Come il pane. E senza questo pane, in questo momento, rischiamo di morire di fame. Chiediamolo tutti. Per il bene di tutti».
«Il settore librario è uno dei più fragili — commenta il desenzanese Francesco Permunian —. Il protrarsi della chiusura delle librerie potrebbe essere una botta finale che va scongiurata. Altrimenti i libri ci arriveranno a casa con il furgone. E sarebbe una ulteriore perdita di umanità». L’elenco completo delle firme sul sito osservatoriodelsud.it, per firmare osservatoriodelsud@gmail.com.

“Corriere della Sera”, Cronaca di Brescia, 5 aprile 2020
Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay

Se la sperequazione tra Nord e Sud aumenta di Gianfranco Viesti

Se la sperequazione tra Nord e Sud aumenta di Gianfranco Viesti

 

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno un PIL complessivo superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del totale italiano. Negli ultimi anni hanno avuto una crescita economica migliore di quella media: delle altre regioni del Nord e dell’intero Centro-Sud; (anche se molto più modesta rispetto alle più avanzate regioni europee); sono aumentate così le disparità fra queste regioni e il resto del paese. Sono però le stesse, in particolare le prime due, nelle quali si sono levate più forti le voci a favore di un’autonomia differenziata molto spinta, che consenta di trattenere nei rispettivi territori una quota cospicua del cosiddetto “residuo fiscale”. Più a me; meno a te. Si tratta di una richiesta inaccettabile per la comunità nazionale, sia per motivi politico-economici che strettamente economici.

I residui fiscali regionali sono una stima, calcolata sottraendo dalla la spesa pubblica complessiva che ha luogo in un territorio, l’ammontare del gettito fiscale complessivo generato dai contribuenti residenti nello stesso territorio. L’uso di questo concetto ipotizza che l’azione dello Stato redistribuisca esplicitamente risorse fra le regioni. Così non è. Ciò avviene esclusivamente per le politiche “per la coesione” (in attuazione del quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione), dirette principalmente – ma non solo – a favore del Mezzogiorno e per la verità sempre più modeste. La redistribuzione operata dall’azione pubblica è forte; ma non è fra territori, bensì fra individui. La massima parte della conseguente redistribuzione tra aree territoriali è semplicemente il risultato di grandi scelte pubbliche, anch’esse in attuazione della Costituzione, che hanno come beneficiari i cittadini (in base all’età, alla salute, al reddito) prescindendo dall’area di residenza, e che sono finanziate con una tassazione che incide di più sui cittadini a maggior reddito. Il residuo fiscale regionale dipende semplicemente dal fatto che in alcune regioni ci sono cittadini più agiati e in altre meno. Non può essere un criterio da utilizzare per la realizzazione delle politiche pubbliche e per una eventuale loro diversa intensità fra regioni. Lo ha chiaramente affermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 69/2016: perché significherebbe trattare cittadini uguali in modo diverso solo perché abitano in regioni diverse.

Ma ci sono anche motivi strettamente economici per non farlo. Redistribuire la spesa pubblica secondo il residuo fiscale significa aumentarla in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto (e in misura minore in Piemonte e Toscana) e ridurla nel resto del paese. Fortemente nel Mezzogiorno e in Umbria. Per Liguria e Marche l’impatto sarebbe modesto; per il Lazio l’effetto può essere anche molto diverso a seconda di come si effettua il calcolo; e in quel caso bisognerebbe attentamente riflettere sugli effetti di un forte decentramento sul ruolo di Roma. Cioè significa operare per accrescere ulteriormente le disparità interne al paese. Ma questo non solo non è opportuno per l’unità sostanziale dell’Italia; ma è anche molto dubbio che convenga, a lungo andare, anche per le regioni più forti.

In un paese così diverso come l’Italia, all’azione redistributiva fra i cittadini del bilancio pubblico, che sposta risorse da Nord a Sud, fa riscontro un notevole flusso di beni e servizi prodotti al Centro-Nord, ed in particolare al Nord, e consumati nel Mezzogiorno. Le diverse parti dell’economia italiana sono profondamente interdipendenti. Sulle modalità dello sviluppo del paese ha inciso il ritardo del Sud: l’industria e i servizi delle aree più forti, hanno da sempre potuto godere di un mercato, di oltre venti milioni di abitanti, con una modesta concorrenza locale. Tutte le stime mostrano che la spesa nel Mezzogiorno, in particolare quella per investimenti, ha un effetto di traino; genera acquisti dalle regioni più forti; redistribuisce i suoi benefici su tutto il paese. Mentre non accade il contrario: maggiore spesa nelle regioni più forti tende a concentrare esclusivamente in quei territori il proprio impatto, non diffonde effetti sull’intero paese (motivo per cui sono totalmente ingiustificate le affermazioni secondo cui una autonomia differenziata spinta farebbe bene all’intero paese).

Con la crisi, si è diffuso molto l’egoismo territoriale, non solo in Italia (si pensi alle assai simili vicende della Catalogna); l’orizzonte si è accorciato sul breve periodo. Ma sono prospettive di corto respiro. Una regione non cresce se “si tiene i suoi soldi” – come nel gretto pensiero mercantilista del XVII secolo. Cresce, come è noto agli studiosi di economia quantomeno dalla fine del XIX secolo, se è inserita in una più ampia comunità nazionale, ed europea. Nella quale, grazie a profondi legami di interdipendenza, la crescita di ogni parte favorisce quella delle altre.

MESSAGGERO E IL MATTINO

5.1.2019

Gianfranco Viesti

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Dei punti programmatici nell’agenda dell’attuale governo di certo il più gravido di conseguenze, per l’avvenire del Paese, è quello relativo all”autonomia regionale del Veneto.Un forma camuffata di secessione territoriale qual era nelle aspirazioni originarie della Lega di Bossi. Si tratta di un progetto di ristrutturazione istituzionale che trascinerrebbe immediatamente nello stesso percorso le altre regioni del Nord e che porterebbe innanzi tutto a una frantumazione dei servizi, vale a dire il tessuto effettivo di uno stato-nazione. Avremmo una regionalizzazione della sanità, della scuola, delle grandi reti energetiche e infrastrutturali, perfino dell’Istat. Ma tale autonomia inaugurerebbe un regime di fiscalità speciale destinata a rendere le regioni ricche sempre più ricche e quelle deboli sempre più deboli. E’ la stessa ratio che premia il cosiddetto “mercato” e che in realtà lascia la dinamica sociale alla logica delle forze in campo, così che il più forte diventa sempre più forte, generando il meccanismo delle disuguaglianze che lacera le società del nostro tempo. Il Mezzogiorno sarebbe la più grande vittima di un tale stravolgimento.Una larga area del Paese, a cui oggi vengono offerti servizi pubblici che, per risorse rese disponibili dallo stato e per standard qualitatitivi, sono di gran lunga peggiori rispetto a quelli del resto d’Italia.

Voci autorevoli si sono levate contro questo nefasto progetto.Istituzioni come l’Istat e lo SVIMEZ, intellettuali come Gianfranco Viesti, estensore di un appello che ha raccolto migliaia di firme, Massimo Villone, che ne ha illustrato i tratti di incostituzionalità su questo giornale (Il Manifesto       21/12 2018), l’Osservatorio del sud, che ha fatto circolare un appello manifesto sulla rete e in qualche città del Sud.

La legge in agenda del governo è di quelle destinata a creare meccanismi a catena di egoismi territoriali, innescando una dinamica di disgregazione che diventerà irrevresibile. Da essa non si tornerà più indietro, anche perché in un’ epoca in cui gli uomini sono diventati piccoli, non si vede all’orizzonte un padre della patria che possa mettere insieme i cocci. Ma questa è davvero, per chi ha almeno una superficiale memoria della storia d’Italia, un’avventura pernciciosa, che ci trascinerà nel passato e che ci perderà. Già stentiamo ad avere in Europa il ruolo e l’influenza che ci competerebbe. Diventeremmo più forti con un paese frantumato in regioni, ciascuna dietro le proprie logiche economiche e i propri interessi, con un potere pubblico centrale logorato nello sforzo quotidiano di tenere insieme le più eterogenee spinte centrifughe? Ma davvero nell’epoca dei giganti istituzionali, delle grandi aggregazioni sovranazionali, la strada è quella dei puzzle regionalistici?

Ma ci sono un alcuni elementi di riflessione che devono allarmare anche la borghesia del Nord.L’emarginazione ulteriore del Sud indebolirebbe l’intero sistema Paese, quello che ha permesso le fortune delle regioni del Nord.E in tale sistema un ruolo di primo pianno hanno avuto e continuano ad avere le intelligenze formate nelle scuole e nelle Università meridionali. Se l’industria settentrionale oggi ha una grande proiezione nei mercati esteri, non viene certo meno per essa l’importanza strategica di uno stabile mercato interno. Ma la rottura della coesione sociale nel Sud ha ormai effetti nefasti lungamente sperimentati: essa estende l’area di influenza e di riproduzione delle mafie.Le quali, fenomeno ormai conclamato, nel Sud hanno le proprie retrovie e i centri strategici e di insediamento territoriale, ma trovano sempre più nel Nord le economie ricche dove riciclare il danaro sporco dei traffici internazionali.

Di fronte all’ estrema gravità delle prospettive che si preparano per il Mezzogiorno e per il Paese, come Osservatorio del Sud – un’associazione di semplici cittadine e cittadini, insegnanti, intellettuali, sindacalisti – vogliamo lanciare una giornata di riflessione non solo sulle potenzialità eversive di questa legge, ma anche sulle condizioni e le prospettive del nostro Sud. Quest’area del paese può diventare il laboratorio di una grande riconversione ecologica dell’economia italiana. A cominciare dalla riconversione delle sue industrie novecentesche, quelle impiantate, come già Bagnoli, nelle aree paesaggistiche fra le più suggestive della Penisola, da Taranto a Manfredonia, da Brindisi a Siracusa, da Gela a Milazzo. Si tratta di riprogettare economie , che vedano nel territorio, non più il luogo devastabile delle attività produttive, ma il valore più rilevante da mettere al centro di nuove forme di produzione di ricchezza e benessere. Un progetto al quale chiamare la gioventù italiana, con le sue energie e cratività, oggi messa ai margini da una ottusa gerontacrazia. Una giornata, fissata per l’ 8 febbraio durante la quale, chiediamo ai presidenti di Regione, ai sindaci, alle forze politiche, ai sindacati, all’Anpi, alle associazioni culturali, di organizzare iniziative in cui si ponga al centro del dibattito il destino del Sud e del Paese di fronte alla minaccia che incombe. Una giornata-simbolo per preparare la quale verrebbero impegnati ovviamente tutti i giorni che ci separano da essa.

 

Il Manifesto

12.1.2019

 

 

Premio Sila’49: ecco i vincitori Cerimonia di premiazione 30 novembre e 1 dicembre a Palazzo Arnone a Cosenza

Premio Sila’49: ecco i vincitori Cerimonia di premiazione 30 novembre e 1 dicembre a Palazzo Arnone a Cosenza

Il Premio Sila ’49, che giunge quest’anno alla sua VII edizione, si svolge a Cosenza nelle sale di Palazzo Arnone dal 30 novembre all’1 dicembre.

La Giuria ha annunciato oggi i vincitori:

Francesca Melandri con Sangue giusto (Rizzoli) è la vincitrice del Premio Letteratura.

Motivazione: “Il romanzo di Francesca Melandri è un’intensa e sorprendente saga familiare che attraversa la storia italiana dagli anni Trenta ai nostri giorni, indagando nei lati più oscuri e imbarazzanti di vicende collettive come la guerra d’Etiopia o tangentopoli senza mai perdere di vista la concretezza psicologica e l’autenticità dei personaggi. Colpisce, in una scrittrice ormai affermata, anche la volontà di approfondire il suo sguardo ed affinare i suoi già notevoli strumenti stilistici, in una specie di riuscita sfida a se stessa”.

Gli altri libri finalisti erano: Roberto Alajmo L’estate del ’78 (Sellerio), Marco Balzano Resto qui(Einaudi), Paolo Giordano Divorare il cielo (Einaudi), Lia Levi Questa sera è già domani (Edizioni E/O).

 

 

Donatella Di Cesare, professore ordinario di Filosofia Teoretica alla Sapienza Università di Roma, una delle filosofe più presenti nel dibattito pubblico italiano e internazionale, vince il Premio Economia e Società con il libro Stranieri residenti (Bollati Boringhieri).

Motivazione: Stranieri residenti, attraverso un’operazione culturale filosofica, storica e politica  di decostruzione dei miti inerenti al fenomeno migratorio (ius sanguinis, ius loci, la cittadinanza intesa come proprietà del territorio nazionale, la sovranità) si inserisce in una visione di rilancio della “Vocazione politica della filosofia” (è il titolo del nuovo saggio che Di Cesare ha appena pubblicato), nella quale l’autrice rileva che la filosofia classica è ormai “ancella” della attuale democrazia liberale globalizzata e ha perso la capacità di metterne in discussione i presupposti teorici e politici. Propone quindi che la filosofia riacquisti la sua radicalità, la sua capacità di utopia  per riscattare il passato  degli sconfitti e dei vinti dell’odierna società globale attraverso il risveglio e il ricordo dei sogni dimenticati e per consentire alla politica di acquisire una prospettiva nuova oltre il globalismo e il sovranismo”.

Venerdì 30 novembre, alle ore 18.00, Donatella Di Cesare parla del suo libro con Paride Leporace,giornalista e Direttore della Lucana Film Commission, e Mimmo Lucano, “Ideatore del modello Riace”.

Il Premio speciale alla carriera, conferito nel 2017 al giurista Gustavo Zagrebelsky, sarà quest’anno attribuito a Ferdinando Scianna, che terrà una Lectio Magistralis sabato 1 dicembre alle ore 11.30 dal titolo “Viaggio, racconto, memoria”. Nato a Bagheria nel 1943, Ferdinando Scianna è uno dei più grandi maestri della fotografia a livello internazionale, è il primo fotografo italiano che dal 1982 fa parte dell’agenzia fotografica internazionale Magnum Photos.

Motivazione: “Primo italiano ad essere associato alla mitica agenzia Magnum, Ferdinando Scianna, è uno dei più importanti fotografi del mondo.  Il suo sguardo è stato allenato a inventare il mondo da maestri straordinari, e straordinariamente diversi tra loro: da Henri Cartier Bresson a Leonardo Sciascia, da Milan Kundera a Jorge Luis Borges. La sua «fulminea organizzazione della realtà» (così scrisse Sciascia delle sue fotografie) si articola in scatti memorabili: il suo lavoro è quello di un grande umanista, di un poeta (letteralmente: un creatore) che invece di usare la penna usa la macchina fotografica. La sua eccezionale, articolatissima opera fotografica appare oggi come uno dei più alti raggiungimenti formali e morali dell’arte italiana dei nostri tempi”.

La Cerimonia di Premiazione, condotta da Ritanna Armeni, si svolgerà a Cosenza, a Palazzo Arnone,sabato 1 dicembre alle ore 18.00.

L’opera per il manifesto di questa edizione del Premio, che negli anni passati è stata realizzata da molti artisti fra cui Mimmo Paladino, vede quest’anno la firma dell’artista milanese Massimo Kaufmann. Attivo dalla fine degli anni ’80 in quella generazione di artisti che si impone sulla scena italiana dopo le esperienze dell’Arte Povera e della Transavanguardia, nell’ultimo decennio il suo lavoro si concentra su una rilettura astratta del paesaggio urbano e naturale.

La giuria

Presidente di Giuria Amedeo Di Maio (Economista, Università L’Orientale di Napoli), Piero Bevilacqua(Storico, Università La Sapienza), Francesco Maria Greco (Ambasciatore), Renato Greco (Magistrato),Romano Luperini (Critico letterario, Università di Siena), Tomaso Montanari (Storico dell’Arte, Università di Napoli Federico II), Marta Petrusewicz (Storica, Università della Calabria), Anna Salvo(Scrittrice, Università della Calabria), Emanuele Trevi (Scrittore, critico letterario), Massimo Veltri(Ingegnere, Università della Calabria).

 

Il Premio Sila ’49, la storia

Nato nel 1949 a Cosenza, è uno dei più antichi premi letterari italiani. A presiedere la Giuria della prima edizione fu Leonida Répaci che lavorò alla costruzione di una giuria di altissimo valore intellettuale: Carlo Levi, Concetto Marchesi, Corrado Alvaro, Luigi Russo. Sin dal suo esordio il Premio Sila ha prodotto eventi significativi come la storica conferenza di Giacomo Debenedetti su Alfieri e quella di Carlo Muscetta su Padula. Nell’arco di molti decenni, il Sila ha coinvolto nelle sue Giurie varie personalità del mondo letterario, fra cui Giuseppe Ungaretti, Carlo Bo, Walter Pedullà, Geno Pampaloni, Angelo Guglielmi, Rosario Villari, Angelo Maria Ripellino, Enzo Siciliano, e ha contribuito alla scoperta di molti talenti: Luigi Malerba, Rossana Ombres, Franco Cordelli, Franco Basaglia, Vincenzo Cerami, Giuseppe Pontiggia, Vittorio Sermonti, Ottiero Ottieri, Leonardo Sciascia, Mario Tobino, Giorgio Bocca, Ignazio Silone, Michele Prisco.

Erede di un passato di considerevole valore intellettuale, il Premio è rinato nel 2012

con il nome di Premio Sila ‘49 per riprendere le fila di un discorso interrotto. Oggi, come allora, si avverte la necessità di stimolare, valorizzare e ridisegnare le mappe della nostra storia letteraria con uno sguardo attento e sensibile che riaffermi il valore etico della cultura e l’esercizio dello spirito critico.

Nel maggio 2010, per iniziativa dell’avvocato Enzo Paolini, di Banca Carime nella persona del suo presidente Andrea Pisani Massamormile e dell’arcivescovo di Cosenza Mons. Salvatore Nunnari, è stata costituita la Fondazione Premio Sila allo scopo di far rinascere il premio che vide le sue ultime edizioni negli anni novanta.

Nelle prime sei edizioni, il Sila ’49 si è affermato per l’impegno a promuovere le opere di rilievo civile, l’analisi e la critica sociale. Tra i premiati ricordiamo Valeria Parrella, Alessandro Perissinotto, Sandro Bonvissuto, Giorgio Falco, Leonardo Colombati, Vitaliano Trevisan e Antonella Lattanzi per la sezione letteratura; Roberta Carlini, Domenico Losurdo, Lucy Riall, Jean-Paul Fitoussi, John Davis, Chiara Saraceno, Jason Pine, Luciana Castellina, John Dikie, Vito Teti, Angelo D’Orsi per le altre sezioni.

Salvatore Settis, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg e Gustavo Zagrebelsky sono i Premi alla carriera 2014, 2015, 2016 e 2017.

 

Il Premio Sila ’49 oggi

Diretto da Gemma Cestari, il Premio Sila ’49 è promosso dalla Fondazione Premio Sila, ed è diviso indue sezioni: la sezione Letteratura e la sezione Economia e Società. La Giuria si riserva di anno in anno la facoltà di assegnare premi speciali alla carriera e all’opera complessiva di autori che abbiano un’attinenza significativa con i valori promossi dal Premio.

Il Premio è sostenuto da UBI Banca, con il patrocinio della Camera di Commercio di Cosenza, del Comune di Rende, di Confindustria Cosenza, del Polo Museale della Calabria e il contributo di A.I.A.S. e del Gruppo Giomi. È realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, la libreria Mondadori e la libreria Feltrinelli di Cosenza nella promozione della lettura e con la selezione di un comitato di lettori che ha orientato la Giuria per individuare la rosa dei cinque titoli della sezione Letteratura che concorrono al premio finale.

Da questa edizione il Premio si svolge in collaborazione con l’Istituto Treccani. Il Premio Sila ’49 ha un rapporto di partnership con la Onlus Flying Angels Foundation.

Media Partner: Progetto lettura noprofit @Stoleggendo (ideato dal giornalista Francesco Musolino).

Prime lettere dalla Calabria di Franco Armino

Prime lettere dalla Calabria di Franco Armino

Sono in Calabria e non vedo l’ora che sia giorno per vedere il paesaggio. Mi piace che qui non sia tutto nuovo. Non ci sono venti metri quadrati che siano uniformi, anche un metro di marciapiedi può essere una sorpresa. Se guardi per terra quando sei in Svizzera vedi che è tutto segnato, ogni metro di terra ha il suo compito assegnato. Lugano è l’opposto di Vibo Valentia. Noi dobbiamo stare attenti a non diventare come Lugano. Noi dobbiamo avere un pezzo di giornata in disordine, dobbiamo indugiare ogni tanto in chiacchiere inutili.
Svegliarsi in Calabria mi piace perché qui è in atto una resistenza, ma non la fanno tanto le persone, la fa il paesaggio. E io vengo qui per dare onore a questa resistenza. Che poi è un poco quella di tutto il Sud. Non date retta alle scene degli imbroglioni che anche in questi giorni stiamo vedendo. Il Sud italiano è ancora un luogo che ci può commuovere. Qui lo spazio è conteso dalla miseria spirituale dell’attualità e le tracce nobili del mondo greco e bizantino. Le tracce di un mondo dove lo spazio esterno era il cuore di tutto e le persone contavano per la felicità che potevano dare al mondo, non per la felicità che chiedevano al mondo.

cof

2.

In Italia esistono tre grandi isole: la Sicilia, la Sardegna e la Calabria. La Calabria non è una penisola perché ha il mare anche a Nord, un mare di montagne, il Pollino.

Bisogna guardare bene l’Italia, bisogna guardarla per quella che è adesso, non per l’abito che le abbiamo confezionato chissà quando.

Ora non è più tanto difficile arrivare in Calabria, l’autostrada è poco affollata ed è anche gratuita: viaggiare da Salerno a Reggio è un viaggio che non stanca.

Molti italiani in pensione potrebbero andare a passare qualche mese in Calabria per esempio nel mese di aprile o di maggio. Fa caldo, si mangia bene, non si può dire che ci sia un clima violento. La criminalità si occupa di altro, non certo di qualche forestiero che si fitta la casa per un mese.

Gli italiani devono andare in Calabria, c’è tanto spazio nei paesi dell’interno e ci sono tante case vuote sulla costa. Qui la modernità incivile è ben presente, ma ha solo poggiato i suo segni, non sono scesi in profondità. La Calabria se gratti un poco ti svela il suo cuore arcaico, ti dice qualcosa che ti fa bene sentire, ti muovi in uno spazio che è pieno di errori e di orrori, ma non sa di finto. In questa regione è come se ci fosse ancora una verità nelle cose e nelle persone.

Io fino a qualche anno fa la Calabria non l’avevo capita. Mi irritava e basta, ma ora la guardo con occhi nuovi. E ogni due minuti mi costringe a cacciare il telefonino per fare qualche foto. In nessun altro posto d’Italia mi capita di fare tante fotografie. È uno spazio in cui il brutto viene immesso in continuazione, ma curiosamente alla fine è un brutto cedevole, capace perfino di farti simpatia. Accade negli spazi esterni e anche in quelli interni. Il calabrese o arreda troppo o non arreda per niente. Qui sembra non ci sia posto per la sintesi, per l’intreccio, il fregio e lo sfregio vengono semplicemente accostati. È una situazione interessante dal punto di vista antropologico, oltre che estetico. Bisogna assolutamente andare in Calabria e guardarla, svuotare la testa da ogni pregiudizio e limitarsi a guardare. Questa regione non produce noia quando tace, quando guardi i suoi muri, il suo mare, i suoi alberi. La noia arriva, come in ogni parte del mondo, quando senti le persone che parlano per l’obbligo di dirsi qualcosa. La parola è essa stessa una cosa e non può essere usata come colluttorio per sciacquarsi la bocca. Ma questo è un altro discorso e non c’entra molto con la Calabria.

 

3.

La Calabria delle case e delle strade sembra molto simile a quella degli arbusti che spuntano a caso in mezzo alla strada. È come se qui l’unico piano urbanistico possibile fosse la primavera. E quando vai in giro solo raramente senti la pressione di un mondo organizzato nei suoi lavori. Si lavora ma c’è tempo per l’indugio. Ognuno anche qui ha le sue traettorie, ma sono meno dritte, a un certo punto le perdi di vista. E poi i calabresi rimasti in Calabria non sono tanti. E a me piacciono i luoghi con poca gente. Mi piace camminare davanti al mare senza vedere nessuno. Quando vedo uno spazio bello che non sta usando nessuno mi pare che questo spazio sia ancora più prezioso. Qui quello che vedi non è frutto di un progetto ma di una smania. La modernità come fioritura selvaggia più che come acquisizione lenta, condivisa. E poi la modernità qui sembra una rivalsa contro l’orografia. Le montagne ci hanno procurato tanta fatica. Ci vendichiamo costruendo tutte le case nelle pianure (che qui hanno la forma che hanno le unghie). Il calabrese ha un sangue forte perché il sangue deve scendere e salire. E la discussione subito si fa accesa, i toni non sono mai moderati. Si procede per sbalzi, scalini. Anche la vita emotiva pare senza progetto, pare una fioritura primaverile. Qui non c’è il clima depressivo col grigio chiaro che ti avvolge nelle grandi pianure. Qui hai un filamento cupo che sta nel fascio dei nervi, come se tra i colori dell’arcobaleno ci fosse anche il nero.

 

 

testi e foto di Franco Armino

p.s.

ne seguiranno altre