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Se la sperequazione tra Nord e Sud aumenta di Gianfranco Viesti

Se la sperequazione tra Nord e Sud aumenta di Gianfranco Viesti

 

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno un PIL complessivo superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del totale italiano. Negli ultimi anni hanno avuto una crescita economica migliore di quella media: delle altre regioni del Nord e dell’intero Centro-Sud; (anche se molto più modesta rispetto alle più avanzate regioni europee); sono aumentate così le disparità fra queste regioni e il resto del paese. Sono però le stesse, in particolare le prime due, nelle quali si sono levate più forti le voci a favore di un’autonomia differenziata molto spinta, che consenta di trattenere nei rispettivi territori una quota cospicua del cosiddetto “residuo fiscale”. Più a me; meno a te. Si tratta di una richiesta inaccettabile per la comunità nazionale, sia per motivi politico-economici che strettamente economici.

I residui fiscali regionali sono una stima, calcolata sottraendo dalla la spesa pubblica complessiva che ha luogo in un territorio, l’ammontare del gettito fiscale complessivo generato dai contribuenti residenti nello stesso territorio. L’uso di questo concetto ipotizza che l’azione dello Stato redistribuisca esplicitamente risorse fra le regioni. Così non è. Ciò avviene esclusivamente per le politiche “per la coesione” (in attuazione del quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione), dirette principalmente – ma non solo – a favore del Mezzogiorno e per la verità sempre più modeste. La redistribuzione operata dall’azione pubblica è forte; ma non è fra territori, bensì fra individui. La massima parte della conseguente redistribuzione tra aree territoriali è semplicemente il risultato di grandi scelte pubbliche, anch’esse in attuazione della Costituzione, che hanno come beneficiari i cittadini (in base all’età, alla salute, al reddito) prescindendo dall’area di residenza, e che sono finanziate con una tassazione che incide di più sui cittadini a maggior reddito. Il residuo fiscale regionale dipende semplicemente dal fatto che in alcune regioni ci sono cittadini più agiati e in altre meno. Non può essere un criterio da utilizzare per la realizzazione delle politiche pubbliche e per una eventuale loro diversa intensità fra regioni. Lo ha chiaramente affermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 69/2016: perché significherebbe trattare cittadini uguali in modo diverso solo perché abitano in regioni diverse.

Ma ci sono anche motivi strettamente economici per non farlo. Redistribuire la spesa pubblica secondo il residuo fiscale significa aumentarla in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto (e in misura minore in Piemonte e Toscana) e ridurla nel resto del paese. Fortemente nel Mezzogiorno e in Umbria. Per Liguria e Marche l’impatto sarebbe modesto; per il Lazio l’effetto può essere anche molto diverso a seconda di come si effettua il calcolo; e in quel caso bisognerebbe attentamente riflettere sugli effetti di un forte decentramento sul ruolo di Roma. Cioè significa operare per accrescere ulteriormente le disparità interne al paese. Ma questo non solo non è opportuno per l’unità sostanziale dell’Italia; ma è anche molto dubbio che convenga, a lungo andare, anche per le regioni più forti.

In un paese così diverso come l’Italia, all’azione redistributiva fra i cittadini del bilancio pubblico, che sposta risorse da Nord a Sud, fa riscontro un notevole flusso di beni e servizi prodotti al Centro-Nord, ed in particolare al Nord, e consumati nel Mezzogiorno. Le diverse parti dell’economia italiana sono profondamente interdipendenti. Sulle modalità dello sviluppo del paese ha inciso il ritardo del Sud: l’industria e i servizi delle aree più forti, hanno da sempre potuto godere di un mercato, di oltre venti milioni di abitanti, con una modesta concorrenza locale. Tutte le stime mostrano che la spesa nel Mezzogiorno, in particolare quella per investimenti, ha un effetto di traino; genera acquisti dalle regioni più forti; redistribuisce i suoi benefici su tutto il paese. Mentre non accade il contrario: maggiore spesa nelle regioni più forti tende a concentrare esclusivamente in quei territori il proprio impatto, non diffonde effetti sull’intero paese (motivo per cui sono totalmente ingiustificate le affermazioni secondo cui una autonomia differenziata spinta farebbe bene all’intero paese).

Con la crisi, si è diffuso molto l’egoismo territoriale, non solo in Italia (si pensi alle assai simili vicende della Catalogna); l’orizzonte si è accorciato sul breve periodo. Ma sono prospettive di corto respiro. Una regione non cresce se “si tiene i suoi soldi” – come nel gretto pensiero mercantilista del XVII secolo. Cresce, come è noto agli studiosi di economia quantomeno dalla fine del XIX secolo, se è inserita in una più ampia comunità nazionale, ed europea. Nella quale, grazie a profondi legami di interdipendenza, la crescita di ogni parte favorisce quella delle altre.

MESSAGGERO E IL MATTINO

5.1.2019

Gianfranco Viesti

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Dei punti programmatici nell’agenda dell’attuale governo di certo il più gravido di conseguenze, per l’avvenire del Paese, è quello relativo all”autonomia regionale del Veneto.Un forma camuffata di secessione territoriale qual era nelle aspirazioni originarie della Lega di Bossi. Si tratta di un progetto di ristrutturazione istituzionale che trascinerrebbe immediatamente nello stesso percorso le altre regioni del Nord e che porterebbe innanzi tutto a una frantumazione dei servizi, vale a dire il tessuto effettivo di uno stato-nazione. Avremmo una regionalizzazione della sanità, della scuola, delle grandi reti energetiche e infrastrutturali, perfino dell’Istat. Ma tale autonomia inaugurerebbe un regime di fiscalità speciale destinata a rendere le regioni ricche sempre più ricche e quelle deboli sempre più deboli. E’ la stessa ratio che premia il cosiddetto “mercato” e che in realtà lascia la dinamica sociale alla logica delle forze in campo, così che il più forte diventa sempre più forte, generando il meccanismo delle disuguaglianze che lacera le società del nostro tempo. Il Mezzogiorno sarebbe la più grande vittima di un tale stravolgimento.Una larga area del Paese, a cui oggi vengono offerti servizi pubblici che, per risorse rese disponibili dallo stato e per standard qualitatitivi, sono di gran lunga peggiori rispetto a quelli del resto d’Italia.

Voci autorevoli si sono levate contro questo nefasto progetto.Istituzioni come l’Istat e lo SVIMEZ, intellettuali come Gianfranco Viesti, estensore di un appello che ha raccolto migliaia di firme, Massimo Villone, che ne ha illustrato i tratti di incostituzionalità su questo giornale (Il Manifesto       21/12 2018), l’Osservatorio del sud, che ha fatto circolare un appello manifesto sulla rete e in qualche città del Sud.

La legge in agenda del governo è di quelle destinata a creare meccanismi a catena di egoismi territoriali, innescando una dinamica di disgregazione che diventerà irrevresibile. Da essa non si tornerà più indietro, anche perché in un’ epoca in cui gli uomini sono diventati piccoli, non si vede all’orizzonte un padre della patria che possa mettere insieme i cocci. Ma questa è davvero, per chi ha almeno una superficiale memoria della storia d’Italia, un’avventura pernciciosa, che ci trascinerà nel passato e che ci perderà. Già stentiamo ad avere in Europa il ruolo e l’influenza che ci competerebbe. Diventeremmo più forti con un paese frantumato in regioni, ciascuna dietro le proprie logiche economiche e i propri interessi, con un potere pubblico centrale logorato nello sforzo quotidiano di tenere insieme le più eterogenee spinte centrifughe? Ma davvero nell’epoca dei giganti istituzionali, delle grandi aggregazioni sovranazionali, la strada è quella dei puzzle regionalistici?

Ma ci sono un alcuni elementi di riflessione che devono allarmare anche la borghesia del Nord.L’emarginazione ulteriore del Sud indebolirebbe l’intero sistema Paese, quello che ha permesso le fortune delle regioni del Nord.E in tale sistema un ruolo di primo pianno hanno avuto e continuano ad avere le intelligenze formate nelle scuole e nelle Università meridionali. Se l’industria settentrionale oggi ha una grande proiezione nei mercati esteri, non viene certo meno per essa l’importanza strategica di uno stabile mercato interno. Ma la rottura della coesione sociale nel Sud ha ormai effetti nefasti lungamente sperimentati: essa estende l’area di influenza e di riproduzione delle mafie.Le quali, fenomeno ormai conclamato, nel Sud hanno le proprie retrovie e i centri strategici e di insediamento territoriale, ma trovano sempre più nel Nord le economie ricche dove riciclare il danaro sporco dei traffici internazionali.

Di fronte all’ estrema gravità delle prospettive che si preparano per il Mezzogiorno e per il Paese, come Osservatorio del Sud – un’associazione di semplici cittadine e cittadini, insegnanti, intellettuali, sindacalisti – vogliamo lanciare una giornata di riflessione non solo sulle potenzialità eversive di questa legge, ma anche sulle condizioni e le prospettive del nostro Sud. Quest’area del paese può diventare il laboratorio di una grande riconversione ecologica dell’economia italiana. A cominciare dalla riconversione delle sue industrie novecentesche, quelle impiantate, come già Bagnoli, nelle aree paesaggistiche fra le più suggestive della Penisola, da Taranto a Manfredonia, da Brindisi a Siracusa, da Gela a Milazzo. Si tratta di riprogettare economie , che vedano nel territorio, non più il luogo devastabile delle attività produttive, ma il valore più rilevante da mettere al centro di nuove forme di produzione di ricchezza e benessere. Un progetto al quale chiamare la gioventù italiana, con le sue energie e cratività, oggi messa ai margini da una ottusa gerontacrazia. Una giornata, fissata per l’ 8 febbraio durante la quale, chiediamo ai presidenti di Regione, ai sindaci, alle forze politiche, ai sindacati, all’Anpi, alle associazioni culturali, di organizzare iniziative in cui si ponga al centro del dibattito il destino del Sud e del Paese di fronte alla minaccia che incombe. Una giornata-simbolo per preparare la quale verrebbero impegnati ovviamente tutti i giorni che ci separano da essa.

 

Il Manifesto

12.1.2019

 

 

Premio Sila’49: ecco i vincitori Cerimonia di premiazione 30 novembre e 1 dicembre a Palazzo Arnone a Cosenza

Premio Sila’49: ecco i vincitori Cerimonia di premiazione 30 novembre e 1 dicembre a Palazzo Arnone a Cosenza

Il Premio Sila ’49, che giunge quest’anno alla sua VII edizione, si svolge a Cosenza nelle sale di Palazzo Arnone dal 30 novembre all’1 dicembre.

La Giuria ha annunciato oggi i vincitori:

Francesca Melandri con Sangue giusto (Rizzoli) è la vincitrice del Premio Letteratura.

Motivazione: “Il romanzo di Francesca Melandri è un’intensa e sorprendente saga familiare che attraversa la storia italiana dagli anni Trenta ai nostri giorni, indagando nei lati più oscuri e imbarazzanti di vicende collettive come la guerra d’Etiopia o tangentopoli senza mai perdere di vista la concretezza psicologica e l’autenticità dei personaggi. Colpisce, in una scrittrice ormai affermata, anche la volontà di approfondire il suo sguardo ed affinare i suoi già notevoli strumenti stilistici, in una specie di riuscita sfida a se stessa”.

Gli altri libri finalisti erano: Roberto Alajmo L’estate del ’78 (Sellerio), Marco Balzano Resto qui(Einaudi), Paolo Giordano Divorare il cielo (Einaudi), Lia Levi Questa sera è già domani (Edizioni E/O).

 

 

Donatella Di Cesare, professore ordinario di Filosofia Teoretica alla Sapienza Università di Roma, una delle filosofe più presenti nel dibattito pubblico italiano e internazionale, vince il Premio Economia e Società con il libro Stranieri residenti (Bollati Boringhieri).

Motivazione: Stranieri residenti, attraverso un’operazione culturale filosofica, storica e politica  di decostruzione dei miti inerenti al fenomeno migratorio (ius sanguinis, ius loci, la cittadinanza intesa come proprietà del territorio nazionale, la sovranità) si inserisce in una visione di rilancio della “Vocazione politica della filosofia” (è il titolo del nuovo saggio che Di Cesare ha appena pubblicato), nella quale l’autrice rileva che la filosofia classica è ormai “ancella” della attuale democrazia liberale globalizzata e ha perso la capacità di metterne in discussione i presupposti teorici e politici. Propone quindi che la filosofia riacquisti la sua radicalità, la sua capacità di utopia  per riscattare il passato  degli sconfitti e dei vinti dell’odierna società globale attraverso il risveglio e il ricordo dei sogni dimenticati e per consentire alla politica di acquisire una prospettiva nuova oltre il globalismo e il sovranismo”.

Venerdì 30 novembre, alle ore 18.00, Donatella Di Cesare parla del suo libro con Paride Leporace,giornalista e Direttore della Lucana Film Commission, e Mimmo Lucano, “Ideatore del modello Riace”.

Il Premio speciale alla carriera, conferito nel 2017 al giurista Gustavo Zagrebelsky, sarà quest’anno attribuito a Ferdinando Scianna, che terrà una Lectio Magistralis sabato 1 dicembre alle ore 11.30 dal titolo “Viaggio, racconto, memoria”. Nato a Bagheria nel 1943, Ferdinando Scianna è uno dei più grandi maestri della fotografia a livello internazionale, è il primo fotografo italiano che dal 1982 fa parte dell’agenzia fotografica internazionale Magnum Photos.

Motivazione: “Primo italiano ad essere associato alla mitica agenzia Magnum, Ferdinando Scianna, è uno dei più importanti fotografi del mondo.  Il suo sguardo è stato allenato a inventare il mondo da maestri straordinari, e straordinariamente diversi tra loro: da Henri Cartier Bresson a Leonardo Sciascia, da Milan Kundera a Jorge Luis Borges. La sua «fulminea organizzazione della realtà» (così scrisse Sciascia delle sue fotografie) si articola in scatti memorabili: il suo lavoro è quello di un grande umanista, di un poeta (letteralmente: un creatore) che invece di usare la penna usa la macchina fotografica. La sua eccezionale, articolatissima opera fotografica appare oggi come uno dei più alti raggiungimenti formali e morali dell’arte italiana dei nostri tempi”.

La Cerimonia di Premiazione, condotta da Ritanna Armeni, si svolgerà a Cosenza, a Palazzo Arnone,sabato 1 dicembre alle ore 18.00.

L’opera per il manifesto di questa edizione del Premio, che negli anni passati è stata realizzata da molti artisti fra cui Mimmo Paladino, vede quest’anno la firma dell’artista milanese Massimo Kaufmann. Attivo dalla fine degli anni ’80 in quella generazione di artisti che si impone sulla scena italiana dopo le esperienze dell’Arte Povera e della Transavanguardia, nell’ultimo decennio il suo lavoro si concentra su una rilettura astratta del paesaggio urbano e naturale.

La giuria

Presidente di Giuria Amedeo Di Maio (Economista, Università L’Orientale di Napoli), Piero Bevilacqua(Storico, Università La Sapienza), Francesco Maria Greco (Ambasciatore), Renato Greco (Magistrato),Romano Luperini (Critico letterario, Università di Siena), Tomaso Montanari (Storico dell’Arte, Università di Napoli Federico II), Marta Petrusewicz (Storica, Università della Calabria), Anna Salvo(Scrittrice, Università della Calabria), Emanuele Trevi (Scrittore, critico letterario), Massimo Veltri(Ingegnere, Università della Calabria).

 

Il Premio Sila ’49, la storia

Nato nel 1949 a Cosenza, è uno dei più antichi premi letterari italiani. A presiedere la Giuria della prima edizione fu Leonida Répaci che lavorò alla costruzione di una giuria di altissimo valore intellettuale: Carlo Levi, Concetto Marchesi, Corrado Alvaro, Luigi Russo. Sin dal suo esordio il Premio Sila ha prodotto eventi significativi come la storica conferenza di Giacomo Debenedetti su Alfieri e quella di Carlo Muscetta su Padula. Nell’arco di molti decenni, il Sila ha coinvolto nelle sue Giurie varie personalità del mondo letterario, fra cui Giuseppe Ungaretti, Carlo Bo, Walter Pedullà, Geno Pampaloni, Angelo Guglielmi, Rosario Villari, Angelo Maria Ripellino, Enzo Siciliano, e ha contribuito alla scoperta di molti talenti: Luigi Malerba, Rossana Ombres, Franco Cordelli, Franco Basaglia, Vincenzo Cerami, Giuseppe Pontiggia, Vittorio Sermonti, Ottiero Ottieri, Leonardo Sciascia, Mario Tobino, Giorgio Bocca, Ignazio Silone, Michele Prisco.

Erede di un passato di considerevole valore intellettuale, il Premio è rinato nel 2012

con il nome di Premio Sila ‘49 per riprendere le fila di un discorso interrotto. Oggi, come allora, si avverte la necessità di stimolare, valorizzare e ridisegnare le mappe della nostra storia letteraria con uno sguardo attento e sensibile che riaffermi il valore etico della cultura e l’esercizio dello spirito critico.

Nel maggio 2010, per iniziativa dell’avvocato Enzo Paolini, di Banca Carime nella persona del suo presidente Andrea Pisani Massamormile e dell’arcivescovo di Cosenza Mons. Salvatore Nunnari, è stata costituita la Fondazione Premio Sila allo scopo di far rinascere il premio che vide le sue ultime edizioni negli anni novanta.

Nelle prime sei edizioni, il Sila ’49 si è affermato per l’impegno a promuovere le opere di rilievo civile, l’analisi e la critica sociale. Tra i premiati ricordiamo Valeria Parrella, Alessandro Perissinotto, Sandro Bonvissuto, Giorgio Falco, Leonardo Colombati, Vitaliano Trevisan e Antonella Lattanzi per la sezione letteratura; Roberta Carlini, Domenico Losurdo, Lucy Riall, Jean-Paul Fitoussi, John Davis, Chiara Saraceno, Jason Pine, Luciana Castellina, John Dikie, Vito Teti, Angelo D’Orsi per le altre sezioni.

Salvatore Settis, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg e Gustavo Zagrebelsky sono i Premi alla carriera 2014, 2015, 2016 e 2017.

 

Il Premio Sila ’49 oggi

Diretto da Gemma Cestari, il Premio Sila ’49 è promosso dalla Fondazione Premio Sila, ed è diviso indue sezioni: la sezione Letteratura e la sezione Economia e Società. La Giuria si riserva di anno in anno la facoltà di assegnare premi speciali alla carriera e all’opera complessiva di autori che abbiano un’attinenza significativa con i valori promossi dal Premio.

Il Premio è sostenuto da UBI Banca, con il patrocinio della Camera di Commercio di Cosenza, del Comune di Rende, di Confindustria Cosenza, del Polo Museale della Calabria e il contributo di A.I.A.S. e del Gruppo Giomi. È realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, la libreria Mondadori e la libreria Feltrinelli di Cosenza nella promozione della lettura e con la selezione di un comitato di lettori che ha orientato la Giuria per individuare la rosa dei cinque titoli della sezione Letteratura che concorrono al premio finale.

Da questa edizione il Premio si svolge in collaborazione con l’Istituto Treccani. Il Premio Sila ’49 ha un rapporto di partnership con la Onlus Flying Angels Foundation.

Media Partner: Progetto lettura noprofit @Stoleggendo (ideato dal giornalista Francesco Musolino).

Prime lettere dalla Calabria di Franco Armino

Prime lettere dalla Calabria di Franco Armino

Sono in Calabria e non vedo l’ora che sia giorno per vedere il paesaggio. Mi piace che qui non sia tutto nuovo. Non ci sono venti metri quadrati che siano uniformi, anche un metro di marciapiedi può essere una sorpresa. Se guardi per terra quando sei in Svizzera vedi che è tutto segnato, ogni metro di terra ha il suo compito assegnato. Lugano è l’opposto di Vibo Valentia. Noi dobbiamo stare attenti a non diventare come Lugano. Noi dobbiamo avere un pezzo di giornata in disordine, dobbiamo indugiare ogni tanto in chiacchiere inutili.
Svegliarsi in Calabria mi piace perché qui è in atto una resistenza, ma non la fanno tanto le persone, la fa il paesaggio. E io vengo qui per dare onore a questa resistenza. Che poi è un poco quella di tutto il Sud. Non date retta alle scene degli imbroglioni che anche in questi giorni stiamo vedendo. Il Sud italiano è ancora un luogo che ci può commuovere. Qui lo spazio è conteso dalla miseria spirituale dell’attualità e le tracce nobili del mondo greco e bizantino. Le tracce di un mondo dove lo spazio esterno era il cuore di tutto e le persone contavano per la felicità che potevano dare al mondo, non per la felicità che chiedevano al mondo.

cof

2.

In Italia esistono tre grandi isole: la Sicilia, la Sardegna e la Calabria. La Calabria non è una penisola perché ha il mare anche a Nord, un mare di montagne, il Pollino.

Bisogna guardare bene l’Italia, bisogna guardarla per quella che è adesso, non per l’abito che le abbiamo confezionato chissà quando.

Ora non è più tanto difficile arrivare in Calabria, l’autostrada è poco affollata ed è anche gratuita: viaggiare da Salerno a Reggio è un viaggio che non stanca.

Molti italiani in pensione potrebbero andare a passare qualche mese in Calabria per esempio nel mese di aprile o di maggio. Fa caldo, si mangia bene, non si può dire che ci sia un clima violento. La criminalità si occupa di altro, non certo di qualche forestiero che si fitta la casa per un mese.

Gli italiani devono andare in Calabria, c’è tanto spazio nei paesi dell’interno e ci sono tante case vuote sulla costa. Qui la modernità incivile è ben presente, ma ha solo poggiato i suo segni, non sono scesi in profondità. La Calabria se gratti un poco ti svela il suo cuore arcaico, ti dice qualcosa che ti fa bene sentire, ti muovi in uno spazio che è pieno di errori e di orrori, ma non sa di finto. In questa regione è come se ci fosse ancora una verità nelle cose e nelle persone.

Io fino a qualche anno fa la Calabria non l’avevo capita. Mi irritava e basta, ma ora la guardo con occhi nuovi. E ogni due minuti mi costringe a cacciare il telefonino per fare qualche foto. In nessun altro posto d’Italia mi capita di fare tante fotografie. È uno spazio in cui il brutto viene immesso in continuazione, ma curiosamente alla fine è un brutto cedevole, capace perfino di farti simpatia. Accade negli spazi esterni e anche in quelli interni. Il calabrese o arreda troppo o non arreda per niente. Qui sembra non ci sia posto per la sintesi, per l’intreccio, il fregio e lo sfregio vengono semplicemente accostati. È una situazione interessante dal punto di vista antropologico, oltre che estetico. Bisogna assolutamente andare in Calabria e guardarla, svuotare la testa da ogni pregiudizio e limitarsi a guardare. Questa regione non produce noia quando tace, quando guardi i suoi muri, il suo mare, i suoi alberi. La noia arriva, come in ogni parte del mondo, quando senti le persone che parlano per l’obbligo di dirsi qualcosa. La parola è essa stessa una cosa e non può essere usata come colluttorio per sciacquarsi la bocca. Ma questo è un altro discorso e non c’entra molto con la Calabria.

 

3.

La Calabria delle case e delle strade sembra molto simile a quella degli arbusti che spuntano a caso in mezzo alla strada. È come se qui l’unico piano urbanistico possibile fosse la primavera. E quando vai in giro solo raramente senti la pressione di un mondo organizzato nei suoi lavori. Si lavora ma c’è tempo per l’indugio. Ognuno anche qui ha le sue traettorie, ma sono meno dritte, a un certo punto le perdi di vista. E poi i calabresi rimasti in Calabria non sono tanti. E a me piacciono i luoghi con poca gente. Mi piace camminare davanti al mare senza vedere nessuno. Quando vedo uno spazio bello che non sta usando nessuno mi pare che questo spazio sia ancora più prezioso. Qui quello che vedi non è frutto di un progetto ma di una smania. La modernità come fioritura selvaggia più che come acquisizione lenta, condivisa. E poi la modernità qui sembra una rivalsa contro l’orografia. Le montagne ci hanno procurato tanta fatica. Ci vendichiamo costruendo tutte le case nelle pianure (che qui hanno la forma che hanno le unghie). Il calabrese ha un sangue forte perché il sangue deve scendere e salire. E la discussione subito si fa accesa, i toni non sono mai moderati. Si procede per sbalzi, scalini. Anche la vita emotiva pare senza progetto, pare una fioritura primaverile. Qui non c’è il clima depressivo col grigio chiaro che ti avvolge nelle grandi pianure. Qui hai un filamento cupo che sta nel fascio dei nervi, come se tra i colori dell’arcobaleno ci fosse anche il nero.

 

 

testi e foto di Franco Armino

p.s.

ne seguiranno altre