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Ecco perché sostengo de Magistris.- di Piero Bevilacqua

Ecco perché sostengo de Magistris.- di Piero Bevilacqua

Col garbo e la finezza argomentativa che lo contraddistinguono, Agazio Loiero polemizza con me su questo giornale( 26/9 ) perché io, in quanto intellettuale, e dunque dotato di ampie capacità di valutazione e di giudizio, sostengo la candidatura di Luigi de Magistris a presidente della Regione Calabria.

Cercherò perciò di esporre le ragioni per cui, proprio in virtù delle doti che lui mi attribuisce, io sostengo convintamente questa candidatura.Non senza aver espresso tuttavia, preliminarmente, il disagio di una discussione così impostata, che mi pone in una posizione di “avvocatura” nei confronti di una singola persona, quando noi, a pochi giorni dal voto, dovremmo parlare dei drammatici nodi che strangolano la regione, di programmi di riforma, di prospettive possibili per le nuove generazioni.

Ma questo è lo stato degenerato della democrazia e della vita politica in Italia. Si discute solo di uomini, di alleanze, di posizionamenti, di gruppi, cioé solo di potere, di ceto politico: i cittadini, le masse lavoratrici, le loro condizioni, sfuggono al radar di ogni considerazione.

Loiero muove critica a due apetti e momenti dell’eperienza pubblica di de Magistris: in quanto magistrato, che ha operato in Calabria per alcuni anni e in quanto sindaco di Napoli, dove non avrebbe combinato granché. Da magistrato avrebbe condotto “molte inchieste quasi tutte senza successo”; e soprattutto ha inviato avvisi di garanzia a personaggi pubblici – Prodi, Mastella, lo stello Loiero – che non avrebbero poi condotto ad alcuna condanna giudiziaria. Ma, osserva Loiero, mettere sotto accusa i potenti offre a un magistrato una visibilità mediatica enorme.

Una possibilità che de Magistris ha sfruttato a piene mani. Questo dimostrerebbe che l’attuale sindaco di Napoli sarebbe “l’archetipo di una Italia guappa e furba in cui la demagogia si coniuga con il diffuso populismo”.

Non è possibile, in un breve articolo, entrare nel merito di complicate vicende giudiziarie (ammesso di possedere le conoscenze necessarie per farlo) e io posso anche concedere ad Agazio, nel merito, qualche imprudenza, errore ed avventatezza del magistrato de Magistris, allora trentenne. Ma sotto il profilo politico io traggo conseguenze opposte. Un magistrato che punta a indagare sui potenti è un uomo coraggioso, che in un paese come l’Italia rischia di rompersi l’osso del collo, di compromettere per sempre la propria carriera.

Qui non si tratta di guapperia, caso mai di temerarietà e in una regione come la Calabria, segnata da tanta corruzione e malavita, un presidente intransigente sul piano della legalità è quanto mai necessario. A de Magistris non chiediamo di tornare a fare il magistrato, ma di governare la regione.

Su un punto devo dare ragione ad Agazio, là dove affermo che il sindaco di Napoli è stato l’unico politico meridionale a schierarsi contro l’autonomia differenziata. Intendevo una figura con carica istituzionale nel momento delle trattative del 2019. Loiero è stato in effetti uno dei pochissimi dirigenti italiani a schierarsi contro la Lega, in difesa del Sud, anche con pubblicazioni, già in anni precedenti. E veniamo al sindaco de Magistris.

Davvero non si comprende la taccia di populismo che gli viene inflitta. Perché non partecipa ai giochi dei gruppi e gruppetti annidati nei partiti politici? Napoli è stata l’unica grande città d’Italia che ha reso pubblica l’acqua, abbasandone anche il prezzo, rispettando il risultato del refenendum istituzionale del 2011, dunque ottemperando a un dettato della Costituzione. Gli altri partiti politici, a cominciare dal PD, hanno sistematicamente sabotato la volontà popolare.

A Napoli de Magistris ha risolto l’umiliante problema dei rifiuti, che in certe zone della città si innalzavano sino ai primi piani dei palazzi, e lo ha fatto con pochissimi mezzi finanziari e con un rafforzamento della macchina amministrativa pubblica, contro un andazzo neoliberista che faceva prosperare la criminalità. Ha tolto il servizio di raccolta e smaltimento alle società private che si spartivano la torta, e lo affidato all’azienda comunale Asìa.

Tramite la creazione di 10 isole ecologiche, una per ogni municipalità, e cinque itineranti (per raccogliere mobili ed elettrodomestici che prima finivano per la strada) l’acquisto di nuovi macchinari, la creazione di una polizia ecologica, che ha sanzionato migliaia di trasgressori, l’esportazione in Olanda, Napoli ha raggiunto il 40% della raccolta differenziata.Oggi in quasi tutti i quartieri è diffusa la raccolta porta a porta e le tariffe TARI sono fra le più basse d’Italia.
C’è stata una importante iniziativa del sindaco, che ha avuto esiti importanti per la città, ma anche effetti negativi sulla sua immagine di uomo politico. Si è trattato di una scelta politica di legalità e profondamente antineoliberista: de Magistris ha ricondotto all’interno della macchina comunale, cioé del potere pubblico, la gestione del patrimomio immobiliare di Napoli, prima affidato all’imperenditore Romeo, finito in alcune inchieste giudiziarie.

E’ stato un gesto che solo un politico di grande coraggio come de Magistris poteva compiere, gli altri sindaci non avevano osato.Perché Romeo, membro di un potentissimo gruppo finanziario, è da lunga data amico della famiglia Caltagirone, patron del Mattino di Napoli, il più diffuso e infuente quotidiano della città. Da allora quel giornale ha iniziato una vera e propria guerra diffamatoria contro De Magistris, a cui si è associata anche La Repubblica locale, che sostiene il PD, nemico giurato del sindaco, il quale fa politiche “populiste”, cioé non viene realisticamente a patti con i potenti. Gran parte dell’immagine pubblica che abbiamo del politico De Magistris viene costruita da questi giornali e dalla TV regionale, che ubbidisce agli stessi orientamenti.

E’ dunque naturale che si sappia poco di quel che egli ha realizzato a Napoli. Ad es. non si sa dei miglioramenti i apportati al sistema del traffico cittadino, con la trasformazione di quasi tutti gli incroci in rotonde, il rifacimento di centinaia di km di strade, la pedonalizzazione di gran parte del lungomare di via Caracciolo, l’incremento del trasporto pubblico con l’acquisto di 150 nuovi autobus (rinnovando una flotta risalente al più agli anni ’90), l’apertura di 5 nuove stazioni della Metro. Tutto accompagnato dal risanamento dell’azienda pubblica di trasporto, l’ANM, il cui bilancio è ritornato in attivo. Niente male per una amministrazione penalizzata da un debito accumulato dal terremoto dell’80.

Io potrei qui dilungarmi con un lungo elenco di realizzazioni che farebbero impallidire il bilancio di molti sindaci italiani. Potrei rammentare la rigenerazione del quartiere Sanità, la “riconquista” dei Quartieri Spagnoli, un tempo luoghi pericolosi, oggi pullulanti di osterie e bar, affrescati da murales giganteschi noti in tutto il mondo. Potrei ricordare gli investimenti in verde grazie all’apertura di tanti parchi, in centro come in periferia.

Potrei rammentare i tratti di spiaggia un tempo privatizzati e riconsegnati ai cittadini, i monumenti ristrutturati, i centri culturali aperti, in centro e nelle aree degradate.Ma vorrei ricordare, che il sindaco ha inaugurato una politica di ascolto dei cittadini e dei loro diritti. Napoli è stata la prima città d’Italia a dotarsi di un registro delle unioni civili, che ha permesso il riconoscimento legale a coppie dello stesso sesso e ai loro figli, anche adottivi, esempio poi seguito anche da altre città.

Almeno questo dovrebbe bastare per fare di de Magistris un candidato degno di governare la Calabria.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 settembre 2021

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Quando, domenica 19 settembre 2021, ha bussato alla porta un ispettore dei Vigili Urbani della sua città per notificare allo scrivente una “Ordinanza contingibile ed urgente” con la quale si imponeva, a causa della sua positività al Sars-CoV-2, di sottoporsi alla misura di isolamento domiciliare a decorrere dal 30 agosto 2021, gli è montata una collera che solo il complice imbarazzo dell’ufficiale è stato capace di stemperargliela in uno sconsolato sorriso.

Sorriso reso ancora più amaro dall’arrivo, il giorno prima via e-mail, della notifica da parte del Comune della fine dell’isolamento a seguito della sua “negativizzazione” al tampone molecolare, eseguito alcuni giorni prima. Se si aggiunge che la prima telefonata da parte dell’Usca competente era arrivata all’ora di pranzo del 10 settembre -lo stesso giorno in cui è uscito su questo giornale il racconto della vicenda sanitaria, cioè ben 12 giorni dopo la comunicazione di positività fatta dal laboratorio privato- è evidente a chicchessia che la totale assenza di capacità e di tempestività da parte delle Istituzioni comunali e sanitarie preposte alla sorveglianza non solo impedisce qualsivoglia tipo di tracciamento, ma rende evidente che il distanziamento, l’isolamento e tutte le altre misure di prevenzione sono affidati solo al senso civico dei cittadini.

Quello calabrese è un tessuto istituzionale, sanitario e sociale devastato che non è in grado di fornire alcuna certezza del soddisfacimento dei diritti fondamentali del cittadino, primo fra tutti quello alla salute e alla vita. Si deve ricordare che era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, commissario della Sanità della regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi non si contano i commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura voluta da Scopelliti di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio – hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero il ripristino della Sanità al centro della propria battaglia politica.

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La gran parte della responsabilità della catastrofe ricade sui Commissari e sulla loro sterile e discutibile autoreferenzialità, ma deve ricadere anche sull’inanità ed incapacità della politica e dei politici calabresi degli ultimi decenni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Un’incapacità che non viene superata neanche nel pieno della prima ondata della pandemia quando, con il comunicato stampa ufficiale datato 11 marzo 2020 della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione), la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva … già domani (12 marzo 2020, n.d.r.) sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che quasi nessuna delle promesse fatte nel succitato comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo del tanto vituperato Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in quella sua incredibile sconsideratezza e di chi nell’anno successivo, il presidente f.f. Spirlì, nulla ha fatto per cambiare di segno a questa più che tragica situazione. La Sanità calabrese è un orrido e putrescente buco nero senza fondo dal quale gli abitanti cercano di evadere appena possono per andarsi a curare altrove perché qui, a distanza di quasi due anni, non solo nulla è stato fatto per aumentare le capacità di prevenzione e di cura del Sars-Cov-2, ma è anche molto peggiorata l’ordinaria assistenza sanitaria che era già indegna di un paese del cosiddetto primo mondo.

Si deve ricordare che in Calabria le terapie intensive sono passate da 152 a 174, a fronte delle 280 previste già un anno fa per poter avvicinare la regione alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 9,2 attuali. Senza voler tenere conto che, al netto della pandemia, a fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha poco più della metà: 1,7.

Una situazione così catastrofica pretenderebbe una risposta dal governo Draghi, perché, nonostante il commissariamento sia della Sanità regionale con il questore Longo, sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno visto alcun miglioramento per opera dei Migliori, anche se spettano loro le stesse cure mediche che competono, secondo l’articolo 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano. Quale miglioramento si è avuto nella Sanità calabrese – ma anche nell’Istruzione, nei Trasporti, nelle Infrastrutture e nelle Strutture- per merito del governo dei Migliori? Nessuno. I Migliori non hanno migliorato assolutamente nulla, in otto mesi.

Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali ed elettorali

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È solo grazie ad uno dei pochissimi fortilizi di capacità e competenza che ancora resistono in mezzo alle macerie della Sanità calabrese che chi scrive è riuscito a curarsi, in Day Hospital, per mezzo dell’unico protocollo farmacologico approvato dall’Aifa, gli anticorpi monoclonali. Un protocollo che, a chi scrive, ha fatto regredire i sintomi in poche ore e che, al netto delle successive conseguenze del Long Covid, ha sconfitto l’infezione in meno di 15 giorni. Sulla scorta di questa sua esperienza, chi scrive ha una serie di domande da fare ed anche qualche fondata opinione da esprimere.

Perché l’Aifa, che pure ha approvato l’uso sperimentale di questa cura su quasi 9.000 casi (cfr.: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475526/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), non ha ancora diffuso i dati delle sperimentazioni che, da marzo ‘21, si stanno facendo sulla sua efficacia degli anticorpi monoclonali? Sulla base dei dati che si dispongono -Regione Veneto: (guarigioni dell’89% su 1167 casi), Asl 3 di Napoli (100% su 50 casi), Azienda Ospedaliera di Cosenza (100% su più di un centinaio di casi)- sembra che gli anticorpi monoclonali siano davvero efficaci. E, ancora, perché il governo non fornisce il numero degli infettati, dei ricoverati e dei deceduti ‘bi-vaccinati’?

Pur dando, ormai, per scontato che ci si può infettare fra bi-vaccinati (cfr, lo studio di fine luglio dei CDC americani: www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/wr/mm7031e2.htm?s_cid=mm7031e2_w)), lo scrivente ritiene che i vaccini siano indispensabili per la radicale riduzione della diffusione della pandemia, delle ospedalizzazioni, delle malattie gravi e delle morti, nonostante che un altro studio dei CDC americani dimostri una perdita di efficacia di potere immunizzante di Moderna, Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson dopo qualche mese
(cfr.:https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/w/mm7038e1.htm?s_cid=mm7038e1_w).

Chi scrive sommessamente ipotizza che la vaccinazione non possa essere, però, l’unica strada da percorrere non solo per la sopradetta diminuzione di efficacia dei vaccini, ma soprattutto perché il rapido avvicendarsi delle varianti e la grande quantità di popolazioni, soprattutto del terzo mondo, non vaccinate renderanno impossibile il raggiungimento dell’immunità di gregge (cfr.: Krause et alii, in ‘Lancet’, 13.09.21, https://doi.org/10.1016/ S0140-6736(21)02046-8).

Lo scrivente vorrebbe, da vecchio sostenitore del sessantottesco sapere critico, suggerire che si debba perseguire, con maggior tenacia e con finanziamenti pubblici paragonabili a quelli già erogati, anche la strada della cura e non solo quella dei vaccini di Big Pharma che, in questi ultimi due anni, si è enormemente arricchita. I vaccini sono indispensabili, ma, purtroppo, non sono sufficienti per vincere questa malattia pandemica.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 settembre 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Chi può difendere il Sud dalla secessione?-di Piero Bevilacqua

Chi può difendere il Sud dalla secessione?-di Piero Bevilacqua

Una delle immagini più avvilenti degli ultimi tempi,un episodio da nulla, ma che mi ha mostrato in quale catastrofe culturale, prima ancora che politica, fosse caduta la Calabria, mi è caduta sotto gli occhi nel 2019.

Nel servizio di un telegiornale nazionale, dedicato agli impegni elettorali dei vari leader, ho visto Matteo Salvini passegiare per le strade di una città calabrese tra ali di folla, mentre una donna si chinava ai suoi piedi baciandogli la mano. Come è potuto verificarsi un gesto del genere? Tanto calore di folla e perfino l’umiliazione di un baciamano, che di solito si dispensa alla Madonna o ai capimafia? Dove vivevano quei calabresi almeno 5 o 10 anni prima? Avevano letto qualche giornale, o almeno seguito qualche programma televisivo in cui era di scena la Lega e i suoi dirigenti?

E’ davvero stupefacente constatare tanta smemoratezza, anche se so bene che in altre città della Calabria Salvini è stato vigorosamente osteggiato. Ma il punto clamoroso che rende inconcepibile l’accoglienza e il consenso a un dirigente leghista nelle nostre regioni è che la Lega è alla radice un partito antimeridionale, che nasce e continua a operare come avversario e denigratore della nostra gente. E non per gratuita cattiveria ma per strategia politica.

Debbo qui ricordare che sin dalle origini, questo partito, la Lega Nord di Umberto Bossi, fonda le sue fortune nei territori del Nord inventando fasulle identità etniche, ma soprattutto creando due nemici: “Roma ladrona” e il “Sud che vive a spese del Nord.” Questa narrazione intessuta di menzogne, ha avuto una grande fortuna – nulla funziona meglio in politica della creazione di un nemico e di un capro espiatorio cui addossare la responsabilità dei disagi e dei problemi – al punto da condizionare le politiche pubbliche a favore del Sud per i decenni successivi.

Ebbene, l’astuzia di Salvini è consistita nel trovare un nuovo nemico con cui sostituire i meridionali e Roma, che a Umberto Bossi era nel frattempo diventata simpatica, visti i lauti stipendi istituzionali di cui ha goduto e le possibilità che il suo potere di governo ha offerto alla sua famiglia.
I nuovi nemici, a partire dal nuovo millennio, sono diventati gli immigrati, i clandestini, i disperati della terra che scappavano da guerre e miseria, trasformati in criminali, violentatori delle nostre donne, venuti a rubare il lavoro agli italiani. Salvini ha continuato il lavoro di Bossi, promuovendo i meridionali a italiani così da estendere a tutto il territorio nazionale il bacino elettorale della Lega.

Ora non si tratta di rimproverare a Salvini il suo passato antimeridionale.Anche se dai meridionali si pretenderebbe una memoria critica sempre vigile, per rammentare i danni gravi che sono statti loro inflitti. Il fatto è che il partito della Lega continua con più accortezza la sua politica di sempre. Mentre infatti il suo capo viene a fare comizi nelle nostre regioni, i presidenti del Veneto e della Lombardia continuano in segreto a lavorare perl la secessione delle loro regioni dal resto d’Italia. Esse rivendicano la piena podestà su ben 23 materie (scuola, sanità, trasporti,energia, ambiente, ecc.) e soprattutto pretendono di incassare tutti gli introiti fiscali generati nel loro territorio.

In questo modo viene meno la solidarietà fiscale su cui si regge qualsiasi stato al mondo e l’Italia va letteralmente a pezzi. I meridionali possono solo immaginare quel che accadrebbe alla sanità pubblica, che nel giro di pochi anni verrebbe in gran parte privatizzata.I “viaggi della speranza” di tanti malati verso gli ospedali di Roma e del Nord avrebbero costi insostenibili. Ma è l’Italia, così com’è stata costruita a partire dal 1861, dopo 4 secoli di divisioni e di asservimento allo straniero, che verrebbe di nuovo riportata agli statarelli di antico regime.

Ne abbiamo avuto la prova nel 2019, quando si stava per realizzare in gran segreto, saltando il Parlamento,l’accordo tra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e il governo nazionale. In quei mesi, anche Piemonte, Liguria, Umbria manifestarono la stessa volontà di secessione, anticipando quel che sarebbe accaduto se l’accordo fosse stato raggiunto.

Ebbene, non c’è dubbio che l’autonomia differenziata costituisca la più grave minaccia che grava ancora oggi sull’avvenire del nostro Paese:la frantumazione territoriale che ci ha reso irrilevanti in Europa per tutti secoli dell’età moderna. E e allora come è possibile che ci sia così tanto poco allarme e informazione su tale gravissimo pericolo? I motivi sono due.I grandi giornali nazionali sposano ormai la posizione di gran parte dell’industria e della finanza del Nord, secondo cui il Sud costituisce un freno all’economia nazionale.Quindi sono d’accordo sulla secessione e tacciono. L’altra ragione riguarda i partiti e soprattutto il PD, l’unica formazione con insediamento locale, che avrebbe interesse a contrastare la Lega, soprattutto al Sud, ricordando i suoi propositi secessionisti. Ma questo non accade, perché una delle regioni chiave di questo partito, l’Emilia Romagna di Bonaccini, rivendica anch’essa l’autonomia differenziata, sebbene su un numero minore di materie.

Debbo qui rivelare una esperienza personale.Nei mesi che precedettero la campagna elettorale amministrativa del 2019, insieme ad altri amici, avevamo tentato di organizzare una carovana di uomini e donne che partisse dal Sud e arrivasse al Nord, con un pulman, per spiegare al maggior numero possibile di cittadini qual’era la vera strategia della Lega: Salvini che faceva l’italiano al Sud e i presidenti di regioni che lavoravano per la secessione. Per tale iniziativa fui all’inizio sostenuto dalla CGIL nazionale.Ed ebbi vari incontri a Roma, nella sede centrale di Corso Italia. Ma a un certo punto tutto naufragò, la disponibilità del sindacato venne ritirata. Nessuno lo disse esplicitamente, ma il PD non voleva che si danneggiasse la campagna elettorale di Stefano Bonaccini e il tema secessione non andava sollevato.

Un’arma efficacissima per battere la destra nel Sud e in Calabria fu abbandonato. Ebbene, agli amici stupiti che tanti intellettuali si siano schierati a fianco di De Magistris, debbo ricordare che questo leader è stato l’unico politico meridionale a schierarsi contro la secessione leghista e la semisecessione di Bonaccini; che nella sua lista annovera figure di prim’ordine estranei ai giochi nazionali dei partiti, tra cui Mimmo Lucano, il quale, come sindaco di Riace, ha riscattato l’onore della Calabria agli occhi del mondo.A chi denigra la sua figura di sindaco di Napoli ha già risposto su questo giornale Pino Ippolito(6/9).

Io aggiungerei che chi vuol valutare con onestà quella esperienza, deve considerare il grave debito che egli ha ereditato dalle precedenti amministrazioni, lo strangolamento finanziario subito da tutti i comuni italiani in questi anni, il fatto di amministrare la più difficile città d’Italia avendo contro tutti i partiti, la grande stampa e la TV nazionale. Che un personaggio così isolato, privo di mezzi e osteggiato sia stato riconfermato sindaco, ai calabresi onesti dice che potrebbe essere un ottimo presidente di Regione . Che egli venga diffamato perché a Napoli non ha fatto “questo” e quello” è in tanti casi la prova che il personaggio non rientra negli schemi del conformismo politico dominante. Quel conformismo che occorre far saltare per l’avvenire della Calabria.

da il “Quotidiano del Sud” del 22 settembre 2021

Luigi, il napoletano.- di Pino Ippolito Armino

Luigi, il napoletano.- di Pino Ippolito Armino

“Che faccia tosta Luigi De Magistris! Non lo vogliono a Napoli e se ne viene in Calabria”. De Magistris è stato eletto per la prima volta sindaco di Napoli nel 2011. Al primo turno aveva avuto 128.303 preferenze e al ballottaggio ha superato l’avversario di centro-destra, Giovanni Lettieri, con il 65,38% dei suffragi. Si è ricandidato a sindaco nel 2016 e ha preso al primo turno oltre quarantamila voti in più della tornata elettorale precedente (172.710).

Ha poi nuovamente battuto Lettieri al ballottaggio ma con un margine superiore di quello del 2011 (66,85%). Non pare, dunque, che sia così sgradito ai napoletani e che, almeno, il primo mandato non sia stato apprezzato. Certo, non sappiamo cosa pensano i napoletani del secondo mandato ma, come è noto, la legge elettorale non consente la candidatura a sindaco per più di due volte consecutive.

“Che faccia tosta Luigi De Magistris! Non ha saputo affrontare la questione rifiuti a Napoli e viene qui in Calabria dove affoghiamo nella spazzatura”. La città metropolitana di Napoli ha una densità di 2.560 ab/Kmq, la più alta in Italia e una delle più alte al mondo; Reggio Calabria ha una densità per abitante (164 ab/Kmq) che è un quindicesimo di quella napoletana. È del tutto evidente che la complessità del problema rifiuti è direttamente e positivamente correlata alla densità abitativa; nondimeno Napoli appare oggi assai più pulita che Reggio, la città più sporca della Calabria. Non è solo un’apparenza.

Napoli produce circa un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti l’anno e ne differenzia il 47,05%; Reggio produce poco più che duecentomila tonnellate differenziandone il 36,34%, 10 punti in meno di Napoli (Ispra – Catasto nazionale rifiuti).

In vero la contestazione più ricorrente che viene fatta a De Magistris è di non essere calabrese, di essere napoletano. Sembra farlo, e spiace davvero, anche Jasmine Cristallo, leader delle Sardine calabresi, in una recente intervista a un quotidiano (Domani, 23 agosto 2021) quando dice “Voglio vedere se si trasferirà, se vivrà in Calabria, ma lo escludo. La mia terra è stata consegnata”.

Consegnata a un napoletano. Un argomento curioso soprattutto se a muoverlo è chi da sempre si batte contro ogni pregiudizio e sa bene che le identità tanto più sono locali, soltanto locali, tanto più sono asfittiche. La storia della Repubblica è ricca di donne e di uomini che sono stati candidati dai partiti a rappresentare in parlamento regioni diverse dalla loro provenienza. Non risulta che abbiano sempre demeritato e soprattutto se lo hanno fatto non era perché venivano da una regione diversa da quella nella quale sono risultati eletti.

Credo sia più importante sapere che Napoli è stata la prima città italiana a rispettare, con la ri-pubblicizzazione del servizio idrico, la volontà espressa da 27 milioni di elettori italiani con il referendum del giugno 2011. Ancora più importante credo non dimenticare che il sindaco De Magistris è stato, come ricorda Piero Bevilacqua (Il Quotidiano del Sud, 24 agosto 2021), l’unica figura istituzionale meridionale di rilievo che si è apertamente schierata contro l’autonomia differenziata – richiesta da Veneto e Lombardia e sostenuta dall’Emilia Romagna presieduta dal democratico Stefano Bonaccini – che, come dovremmo ormai sapere, se attuata sarebbe una catastrofe per l’intero Mezzogiorno.

Ma De Magistris, piaccia o meno, ha un’ambizione assai più grande del governo della Calabria. Questo non sarebbe che il primo tassello di un disegno che, nelle sue intenzioni, dovrebbe coinvolgere l’intero Mezzogiorno per riscattarlo dalle miserie e dall’arretratezza dell’oggi e per riconsegnarlo all’Italia e all’Europa nel posto che gli spetta per la sua antichissima storia di civiltà. Che importa se è un napoletano a provare a farlo?

da “il Quotidiano del Sud” del 4 settembre 2021

Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regioni 50 anni di fallimenti scritto da Franco Ambrogio con Filippo Veltri (Rubbettino editore, 2021) è un libro di grande attualità. Ci offre l’occasione di discutere della crisi calabrese e delle sue origini. Una crisi strutturale, non solo economica e sociale, ma anche politica, istituzionale, morale, di classe dirigente. Ambrogio è lapidario: «si è realizzato un nuovo centralismo inefficiente». Argomenta che al centralismo di Roma si è aggiunto quello di Catanzaro. Inefficienza su inefficienza. E aggiunge: «La delega agli enti locali rimane nel cassetto […] La Regione non è stata strumento di allargamento e rafforzamento della democrazia».

Ce ne siamo accorti tutti in questi due anni di grave emergenza sanitaria. E ce ne accorgiamo ogni giorno, di fronte all’incendio dei nostri boschi, una delle tante declinazioni di un malgoverno che riguarda la gestione del territorio. Devastato prima tutto dall’incuria e dall’incapacità di poteri pubblici collusi con la criminalità mafiosa Chi governa la regione o ambisce a governarla è poi del tutto silente rispetto all’attuazione del Pnrr e alla vexata quaestio dell’autonomia differenziata, cioè rispetto a scelte politiche e istituzionali destinate ad avere un peso determinante sullo sviluppo economico, sull’evoluzione delle disuguaglianze sociali e territoriali, sull’assetto e la tenuta della democrazia.

Una cosa è certa. Dopo 50 anni, in Calabria pochi credono in un ruolo positivo, di cambiamento e di sviluppo, dell’ente regione. Il fatto che alle elezioni di due anni fa abbia votato meno del 45 per cento degli aventi diritto la dice lunga sui sentimenti dei calabresi verso questa istituzione. Concordo dunque pienamente con la valutazione degli autori sul fatto che l’esperienza regionalista ha indebolito le ragioni del meridionalismo. Dagli anni 80 in poi la propaganda leghista ha diffuso un’immagine delle regioni meridionali condannate all’inefficienza e all’assistenzialismo e perdute irrimediabilmente alla causa dello sviluppo.

C’è da dire che il senso comune, diffuso tra le popolazioni settentrionali, di un Sud come «palla al piede» è avvenuto anche per la cattiva prova degli amministratori regionali e per l’abbandono, da parte degli eredi del Pci e della Dc, di un pensiero politico che aveva proprio nel meridionalismo una delle sue radici più forti. La questione meridionale diventa un problema di «coesione sociale e territoriale», viene declassata a ritardi di sviluppo da recuperare facendo leva sulle «eccellenze». Come se alcune oasi felici potessero invertire la tendenza del deserto che avanza.

In linea col pensiero liberista dominante, il Pds e a seguire i Ds e il Pd abbandonano di fatto la tradizione meridionalista e abbracciano acriticamente la «questione settentrionale». Mi pare che questo mutamento d’approccio, culturale e politico, che ha molto influito sulla vita delle autonomie regionali, non risalti come avrebbe meritato, nella conversazione tra Ambrogio e Veltri. I divari e le disuguaglianze sociali e territoriali tra Nord e Sud, a 50 anni dall’istituzione delle Regioni, sono cresciuti per una politica con una forte impronta liberista, attenta al profitto d’impresa, che si è presa cura delle aree forti a scapito di quelle deboli. Tanto la «mano invisibile» del mercato avrebbe provveduto a mettere le cose a posto. Una convinzione miope, che stiamo pagando a caro prezzo e che non poteva non avere come conseguenza politica la famigerata «autonomia differenziata».

I limiti e le difficoltà del regionalismo nel Mezzogiorno andrebbero indagati, a mio avviso, anche in un’altra direzione. Ambrogio sottolinea giustamente che gli uffici regionali si sono gonfiati, in questi 50 anni, di personale poco qualificato (di norma), con assunzioni basate poco sul merito e molto, invece, sulla logica clientelare. Mano a mano che venivano trasferiti poteri e competenze statali alle Regioni, anziché emanare provvedimenti di delega agli enti locali, in Calabria e nelle altre regioni del Sud, si rafforzavano le funzioni gestionali, creando un corto circuito tra l’aumento delle cose da fare (e dei soldi da spendere) e la lentezza e l’inefficienza dell’apparato burocratico. Sta qui una delle cause principali dell’aumento del divario Nord-Sud, particolarmente marcato negli ultimi vent’anni. Sono peggiorati tutti gli indicatori riguardanti i servizi pubblici, la qualità della vita, gli investimenti produttivi e infrastrutturali. Per non parlare, degli sprechi, della corruzione, delle infiltrazioni mafiose.

Un po’ di storia ci aiuta a capire meglio alcune dinamiche politiche ed economiche. Prima dell’attuazione dell’ordinamento regionale, la gestione della cosa pubblica era essenzialmente garantita dai comuni, dalle province e dagli enti periferici dello Stato. Con una variante significativa nel Mezzogiorno, che è stata, dagli inizi degli anni ’50, la Cassa del Mezzogiorno. Il ricorso all’intervento “straordinario” ha segnato la vita e il funzionamento del sistema istituzionale e politico meridionale L’uniformità ordinamentale si piegava, nelle intenzioni del legislatore, all’esigenza di rispondere alla peculiarità economica, sociale e culturale delle regioni meridionali.

Al dualismo economico si accompagna, dunque, una sorta di dualismo istituzionale, che ha avuto un peso rilevante. Mentre nelle aree del Nord gli interventi erano regolati sulla base di una distinzione fondamentale tra obiettivi d’interesse nazionale e quelli di scala locale, in quelle del Sud, invece, soprattutto a partire dall’istituzione della Cassa del Mezzogiorno (1950), vi è la contestuale presenza di una pluralità di soggetti pubblici operanti nel medesimo ambito territoriale, e a volte nell’ambito delle stesse materie. Inoltre le risorse necessarie derivavano dalla finanza centrale e il loro controllo dipendeva essenzialmente dagli “enti speciali”.

Si è molto discusso se la Cassa del Mezzogiorno abbia o meno contribuito a ridurre il divario economico tra Nord e Sud. Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che il gap ha interessato non solo la sfera economica, ma anche la struttura istituzionale, quella amministrativa e quella, da non sottovalutare, degli interessi privato-collettivi (imprese, sindacato, associazionismo). Il giudizio sostanzialmente positivo, oggi in voga, sull’intervento straordinario non tiene conto del fatto che questo modello di governo ha depotenziato di fatto l’amministrazione ordinaria. Ha contribuito a dequalificarne gli apparati, ha determinato la cronica inefficienza dei servizi, e anche il degrado politico e morale che avvolge il settore pubblico. Tutto questo è, in grande misura, il riflesso dell’intervento straordinario, da molti ancora invocato come panacea di tutti i mali.

L’amministrazione ordinaria, insomma, quella che nel resto del paese è preposta al governo regionale e locale, in Calabria ha perso autorevolezza ed efficienza. E’ relegata a un ruolo subordinato, di «ancella» esecutiva del sistema di potere politico-affaristico-mafioso. La lunga transizione dalla “straordinarietà” alla “ordinarietà” dell’intervento pubblico non si è ancora conclusa e rischia di riaprirsi con la gestione del Pnrr.

L’esperienza regionalista non è stata pari alle aspettative. Non ha determinato quel salto di qualità auspicato nella politica di programmazione e nell’efficienza ed efficacia dell’amministrazione. Non ha rappresentato il punto di svolta in un percorso di autonomia politica, progettuale e finanziaria per le diverse aree del Sud. E’ prevalsa una logica di sovrapposizione di competenze tra Stato e Regione che ha prodotto una crescita della spesa pubblica e improduttiva.

Per lunghi decenni, dal 1970 in poi, la finanza regionale, totalmente derivata dal centro, ha permesso una larga autonomia di spesa senza alcuna autonomia di entrata, generando una totale deresponsabilizzazione degli amministratori e degli apparati dirigenziali delle Regioni sia sul fronte del reperimento delle risorse finanziarie (garantite dai trasferimenti erariali e dai fondi strutturali europei) sia riguardo alla gestione oculata delle stesse. Per il Mezzogiorno e la Calabria, dunque, la Regione è stata un nuovo grande centro di spesa pubblica, che, per le sue caratteristiche, ha accentuato la tradizionale “dipendenza” economica.

Lo strutturale “ritardo di sviluppo” è il frutto della crisi politica e istituzionale. La regressione culturale, il degrado della vita pubblica, l’avanzata incessante della criminalità mafiosa trovano una spiegazione nel ruolo “minimo” dei partiti, in quello che sono diventati.

Nel colloquio di Franco Ambrogio con Filippo Veltri ci sono molte verità e sono presenti molte critiche. Ma, accanto ad alcune omissioni che ho segnalato, ho colto una certa reticenza politica. Se si vuole invertire la tendenza auto-distruttiva della sinistra bisogna affermare un’idea della politica non già come presidio della stanza dei bottoni e nemmeno solo come buona amministrazione, che dovrebbero essere sempre i presupposti di chi si occupa della cosa pubblica.

La politica è innanzitutto radicamento territoriale, conflitto sociale, capacità di leggere e interpretare problemi di uomini e donne, la vicinanza a chi ha più bisogno, l’impegno nel trovare risposte immediate e concrete senza mai smarrire la prospettiva del cambiamento. Sono queste le condizioni minime perché la sinistra riacquisti forza attrattiva e diventi perno della costruzione di un più largo campo democratico e progressista. Diventerebbe anche più semplice discutere del futuro da riservare alle Regioni.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 agosto 2021

L’occasione che i calabresi non possono perdere.-di Piero Bevilacqua

L’occasione che i calabresi non possono perdere.-di Piero Bevilacqua

Grande è la confusione sotto il cielo della Calabria a poco più di un mese dalle elezioni regionali.Molti i gruppi in campo, molti i nomi, che affondano e riemergono, pochissime idee programmatiche, nessun progetto visibile.Tranne l’eccezione De Magistris. Eppure, se si possiede un po’ di prospettiva storica, se si conoscono le vicende politiche nazionali degli ultimi anni, se si esaminano le scelte politiche dei partiti, la nebbia presente si dirada, la confusione svanisce, alcuni aspetti della battaglia elettorale in corso diventano semplici, perfino banali.

Almeno due verità inoppugnabili vanno dette oggi ai calabresi, che si trovano davanti alla possibilità di cambiare il proprio destino o di assistere all’ennesima, avvilente replica di una vecchia storia: il ritorno della regione in mano a gruppi di potere che amministrano clientele e non promuovono alcun progetto di trasformazione profonda della Calabria.

La verità più nota è che, soprattutto nella nostra regione, tanto le formazioni della destra, quanto il Partito democratico non sono più partiti, ma aggregati di potere, gruppi clientelari portatori di pacchetti di voti, la cui azione di governo si traduce, di legislatura in legislatura, nella continua mediazione per soddisfare le richieste eterogenee e particolari di tali raggruppamenti. Con i risultati, sulle condizioni della regione, storicamente constatabili da tutti.

La seconda verità, meno nota, è che tanto la destra nazionale, in primo luogo la Lega, quanto il PD, hanno accettato le lettura che dell’intero Mezzogiorno fa da tempo la borgesia industriale del Nord, la sua stampa di riferimento ( La Repubblica, Il Corriere, La Stampa), gruppi intellettuali, settori di opinione pubblica, formazioni politiche:questa parte d’Italia è una palla al piede del Paese, impedisce all’economia del Nord di competere con le grandi regioni industriali del Nord Europa ( come la Baviera), e perciò bisogna sganciare le aree più dinamiche e più prospere dai “vagoni più arretrati”, con vantaggio generale dell’Italia.

Tale narrazione sbagliata sotto tutti i profili, anche quello economico (come hanno mostrato gli studi dello SVIMEZ) ispira, come è noto, la richiesta di autonomia differenziata avanzata da Veneto e Lombardia e poi dall’Emilia Romagna, presieduta da Stefano Bonacci, autorevole dirigente del PD. Gran parte del gruppo dirigente di questo partito è convinta di tale interpretazione, o è del tutto indifferente alle vicende che riguardano il destino generale del Sud e dell’Italia.

Nel migliore dei casi cercano delle vie per rendere meno devastante la secessione, come fa Francesco Boccia, che ha curato i rapporti con le regioni nel precedente governo e ora lo fa per il PD. Ma l’aspetto più grave è che perfino autorevoli presidenti di regioni meridionali, come De Luca ed Emiliano, nel 2019, nel momento in cui la Lega stava per fare approvare in Parlamento l’autonomia differenziata, non hanno mostrato la benché minima opposizione a un progetto che emarginava irrimediabimente il Sud e metteva in pericolo l’unità del Paese. E qui debbo evocare una esperienza personale.

In quelle concitate settimane, in gennaio, io scrissi una lettera aperta ad Emiliano, presidente della Puglia, pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno, perché esprimesse una esplicita condanna di quella forma camuffata di secessione. Non ci fu alcuna risposta e nessuna azione. E per completezza di informazione debbo ricordare che l’unica figura istituzionale meridionale di rilievo, che si schierò contro l’autonomia differenziata, fu il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, il quale, invitato da un gruppo di cui facevo parte, venne a Roma e tenne un vigoroso comizio davanti il palazzo di Montecitorio.

Tutto questo prova ampiamente che al Partito democratico, come alla destra, importa poco o nulla del destino in sé della Calabria, se non come pedina nei rapporti di forza nazionali. Ora, la chiarezza semplicissima cui facevo riferimento consiste in questo: i calabresi che votano per la destra devono sapere che danno un voto a favore della secessione delle regioni del Nord, per accrescere il distacco delle aree del Sud dal resto del Paese.

Questo è il programma nazionale della Lega approvato dagli alleati. Chi vota per il PD vota in realtà per la sconfitta del fronte democratico. E’ evidente a tutti che questo partito e l’intero centro sinistra sono caduti nel discredito generale, disamorando anche i loro antichi elettori.

L’enorme difficoltà che il PD ha mostrato negli ultimi mesi nel trovare un canditato presentabile quale presidente della Regione, mostra il disfacimento di questo partito, un arcipelago di gruppi, privo ormai, come la destra, di qualunque cultura politica , senza il benché minimo progetto di rinnovamento strutturale della Calabria. E dovrebbe costituire ragione di umiliazione e di offesa, per i calabresi, che le designazioni dei candidati, una più fallimentare dell’altra, partissero da Roma.

Ora, l’ultima semplice verità da dire è che il Partito democratico, certo della sconfitta, gioca tuttavia una sua partita elettorale: quella di impedire che vinca Luigi De Magistris.Non è affatto un paradosso. Per i gruppi di potere che operano in quel partito “destra” e “ sinistra” non hanno alcun significato. Quel che importa è poter realizzare, anche dall’opposizione, tramite i dovuti compromessi con i gruppi di destra, le operazioni e gli affari che ispirano la loro condotta. E questo, con De Magistris presidente, sarebbe molto più difficile o impossibile.

Per tale ragione è evidentissimo che chi voterà per il PD in realtà voterà a favore della destra, con tutti i danni che deriveranno alla Calabria. Perciò mi permetto di rivolgermi ad Amalia Bruni, persona degna, che ha lasciato le proprie ricerche per entrare in un mondo che non è il suo, per chiederle di riflettere sul ruolo ingrato e anticalabrese che le è stato assegnato.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 agosto 2021.

Incendi e crisi ambientale.- di Alberto Ziparo Salvare il paesaggio e il futuro della Calabria

Incendi e crisi ambientale.- di Alberto Ziparo Salvare il paesaggio e il futuro della Calabria

Il mese di luglio 2021 è stato il più caldo di sempre. La crisi ambientale infatti sta aggravandosi sensibilmente. Le ondate di calore che imperversano vengono improvvisamente interrotte da burrasche e “bombe d’acqua”. Un’atmosfera sempre più “arrabbiata”(gonfiata da entropia crescente)si abbatte su territori sempre piu’ stressati e indeboliti dai conflitti dei cicli “ Calore/siccità / inaridimento vs. macroprecipitazioni”.

In Calabria, lo “Sfasciume pendulo”, ulteriormente piagato (abbiamo cementificato anche le fiumare), esaspera così gli effetti delle criminali azioni incendiarie di speculatori e ndranghetisti.
L’attuale disastro pero’ chiama in causa in primis le responsabilità delle istituzioni politiche ,nazionali e locali.

La “transizione ecologica” italiana infatti si sta rivelando sempre più una barzelletta: infatti stiamo facendo ridere tutta Europa pretendendo di attuare il Green Deal con misure di facciata: ancora cemento e consumo di suolo; e la perdurante dominanza dell’energia da fossili. Addirittura integrando il Recovery Plan, che già prevede di suo ca 30 miliardi di Euro per TAV e Grandi Opere (spacciati per mobilita’ sostenibile) con il Collegato,ovvero l’ennesimo “Sblocca cantieri”. In cui “recuperiamo” 57 megaprogetti- e 81 miliardi di euro- della “criminogena “ (definizione ANAC) legge Obiettivo di Berlusconi.

Così la “svolta ecologica “ italiana si dovrebbe realizzare con opere ad alto impatto ambientale per una quota pari a dieci volte quanto si investe per tutela e risanamento del territorio. Che invece sarebbe l’unica grande opera davvero utile e necessaria. E che in Calabria rappresenta un’urgenza assoluta.

Draghi dice in queste ore che finanzierà programmi di rimboschimento e risanamento ambientale delle aree piu’colpite da incendi. E’ bene che i relativi fondi siano gestiti senza improvvisazioni emotive o mediatiche , ma usando quegli strumenti di pianificazione già finalizzati a questo ; che non abbiamo mai attuato. Certo , affrontando subito l’emergenza , cui devono seguire progetti di adattamento ai mutamenti climatici. E quindi la riqualificazione ecopaesistica del territorio. L’unica risorsa ancora in grado di prospettare un futuro.

I guasti che ovunque, in Europa e in Italia, sono stati causati da modelli di sviluppo falliti e ipercementificazione, in Calabria e in altre aree a grande intensità criminale risultano ingigantite, amplificando autentiche catastrofi ambientali , come oggi gli incendi.

Eppure la Calabria si era dotata di un ottimo Piano Territoriale Paesaggistico: ma all’atto della sua approvazione l’allora giunta regionale di Centro destra- subentrata a quella di segno opposto che l’aveva formulato- pensò bene di smantellarne la normativa ; trasformando un fondamentale atto di governo e risanamento di territorio e paesaggio in una esercitazione accademica: E cancellando così anche le regola di difesa da dissesti e disastri , incendi compresi.

Con un piano realmente cogente, infatti, ciascun ambito paesaggistico avrebbe regole e misure per affrontare l’emergenza e quindi risanare il territorio. Chiunque saprebbe che la prima difesa è rappresentata dalla ricostituzione degli ecosistemi , dell’ecofunzionamento “dell’organismo territorio”. Più che da generici rinverdimenti o rimboschimenti.

Nell’emergenza odierna, bisogna tener conto del drastico peggioramento della crisi ambientale negli ultimi anni. E’ utile certamente l’idea degli ex Presidenti del Parco Dell’Aspromonte, Perna e Bombino, di rilanciare i “Contratti di Solidarietà” , investendo associazioni e cooperative locali di produttori, con funzioni di vigilanza continua e primo intervento.

Ma questo va integrato con la “Task Force “ proposta (speriamo seriamente) per il Governo dal Ministro delle Politiche agricole Patuanelli; che prevede il coordinamento e l’ampliamento degli organismi già preposti agli interventi di emergenza, Vigili del fuoco, Protezione Civile, Carabinieri Forestali e Operai Forestali residui, cui si potrebbero aggiungere i “Nuovi responsabili”, oltre ai comuni e agli enti interessati ,come i Parchi che dovrebbe continuamente monitorare il territorio con mappe digitali aggiornate in continuo .

E quindi intervenire subito: sapendo già come e dove intervenire , una volta localizzati i primi focolai. E conoscendo anche le postazioni dei siti di approvvigionamento d’acqua, in funzione delle aree di operazione.

L’emergenza incendi va affrontata usando anche la risorsa idrica dei grandi invasi interni –spesso totalmente inutilizzata – a cominciare dalla diga del Menta . Oggi è assurdo che , come è capitato in questi giorni , i pompieri possano restare senz’acqua proprio al culmine del loro intervento . Inoltre si consideri che un CanadAir impiega nel tragitto andata /ritorno tra il cuore dell’Aspromonte o della Sila e il mare circa 25 minuti, un elicottero oltre mezzora: nell’eccezionalità l’uso dell’acqua degli invasi abbatterebbe i tempi a pochi secondi.

Le emergenze di questi giorni però diventeranno sempre più una costante , sia pure in forme diverse: pensiamo alle piogge che arriveranno tra qualche settimana e troveranno un territorio già dissestato anche da migliaia di frane. Che almeno vengano liberate le vie di fuga dell’acqua, in primis le fiumare. Bisogna fronteggiare situazioni anche molto difficili.

Ma senza smarrire la capacità di guardare anche oltre. Le stesse misure previste dal piano paesaggistico, se riprese, ci indicano le operazioni utili e necessarie alla tutela e al risanamento ambientale ; compresi i progetti di resilienza ed adattamento climatico di periodo medio-breve. Fino ad un territorio riqualificato , da cui possano emergere scenari futuri di auto sostenibilità sociale legati al paesaggio.

Mentre si cercano misure per affrontare l’emergenza drammatica , risulta davvero grottesca e incomprensibile la decisione di riaprire la caccia. Vabbè che i cacciatori sono elettori, ma metter la loro incolumità e la vita stessa a rischio in contesti dissestati e accidentati da roghi appena sopiti, per renderli i giustizieri degli ultimi uccelli e della fauna sopravvissuta, sembra irresponsabile quanto- ribadiamo- incomprensibile.

da “il Quotidiano del Sud” del 18 agosto 2021.
Foto di ojkumena da Pixabay

Calabria, l’oblio delle buone pratiche.- di Tonino Perna

Calabria, l’oblio delle buone pratiche.- di Tonino Perna

Nella torrida estate del 2003 mentre tutta l’Europa del sud bruciava, dal Portogallo alla Grecia, mentre per l’ondata anomala di calore morivano nella sola Francia 25mila persone, venne alla ribalta dei mass media il caso del Parco nazionale dell’Aspromonte. Per la prima volta nella storia contemporanea, si parlava di questa montagna mitica e misteriosa, non per i sequestri di persona, né per omicidi di ‘ndrangheta, ma per un sistema di contrasto agli incendi che da tre anni funzionava.

Il sistema era semplice e andava al nocciolo del fenomeno incendi. Siccome non riusciamo a prevenirli, data la molteplicità delle cause e dei soggetti coinvolti, bisogna trovare il modo di spegnerli appena partono. Con un bando pubblico i circa 40.000 ettari di foresta del Parco nazionale dell’Aspromonte venivano dati in affidamento a soggetti del Terzo Settore (cooperative, associazioni, ecc.) con un contratto che prevedeva un contributo iniziale, in base agli ettari adottati e alla orografia del terreno, e un saldo finale solo nella misura in cui gli ettari andati in fumo non fossero superiori all’1% della superficie adottata.

Veniva evitata la gara al ribasso dell’offerta economica che tanti danni ha provocato, e sostituita con parametri oggettivi. Questi «contratti di responsabilità sociale e territoriale» hanno rappresentato uno strumento per ristabilire un rapporto con questi territori abbandonati, spopolati, dove un tempo vigevano gli usi civici e tutta la comunità si faceva carico della manutenzione dei boschi, del loro uso a fini alimentari e non (legna da ardere, carbone, e persino ghiaccio nelle aree di alta montagna).

Il cosiddetto «metodo Aspromonte» fu imitato da alcuni parchi nazionali e regionali, venne preso in considerazione da Bruxelles, dove nel 2005 chi scrive fu invitato dalla Commissione che si occupa di forestazione, biodiversità, ecc. Fu introdotto in alcuni Comuni con delle interessanti varianti, che davano questa responsabilità territoriale ai contadini piuttosto che ai soggetti del Terzo settore. Insomma, sembrava logico che questa modalità di contrasto degli incendi diventasse una pratica comune. Ed invece nel tempo è prevalso l’oblio. Non a caso: il grande business delle società private che gestiscono l’antincendio ha prevalso e ci ha portato al disastro odierno.

Certo, il surriscaldamento della Terra, estati sempre più afose, lunghi periodi di siccità, tutto questo sappiamo che è dovuto al mutamento climatico indotto dall’uomo, ma proprio per questo dovremmo attrezzarci. Ed invece la cosiddetta «resilienza» appare solo come un vezzo per giustificare investimenti, per utilizzare risorse comunitarie, ma non si vede un piano di resilienza per le città quanto per le zone interne. Aspettiamo la prossima alluvione per gridare alla mancanza di cura del territorio quando potremmo fin d’adesso prendere atto che bisogna dare priorità alla manutenzione e stabilire una nuova relazione con l’ambiente in cui viviamo, fondata sul principio di responsabilità sociale e territoriale.

da “il Manifesto” dell’8 agosto 2021
Foto di jlujuro da Pixabay

Il sud dei borboni non era il migliore dei mondi possibili.- di Piero Bevilacqua

Il sud dei borboni non era il migliore dei mondi possibili.- di Piero Bevilacqua

Fra i fenomeni politico-culturali più sorprendenti e civilmente dannosi, che hanno imperversato in Italia negli ultimi dieci anni, un posto speciale merita il cosiddetto neoborbonismo. Vale a dire la credenza secondo cui il Sud prima dell’Unità, o meglio il Regno borbonico, fosse stato il migliore dei mondi possibili. Non solo, ma Il fantastico regno delle Due Sicilie – come Pino Ippolito Armino intitola il suo denso pamphlet, col sottotitolo Breve catalogo delle imposture neoborboniche (Laterza, pp.125, euro 14) – avrebbe subìto dal processo di unificazione nazionale, condotto dai Savoia, una sequela di massacri e danni irreversibili che ne avrebbero condizionato il futuro.

A DARE VITA alla leggenda è stato il giornalista Pino Aprile che con Terroni (2010), un libro da oltre mezzo milione di copie, ha ripreso antichi motivi recriminatori aggiungendo molti temi romanzeschi alla storia reale.

Quel successo merita di essere interpretato. È per un verso il sintomo di un malessere profondo del Sud, sempre più emarginato dalle politiche pubbliche, e al tempo stesso una rivalsa tardiva contro l’opera di criminalizzazione con cui la Lega di Bossi ha imposto all’immaginario degli italiani un Sud di delinquenti e spreconi.

LA RICOSTRUZIONE ROMANZATA e vittimistica di Aprile è apparsa come una riparazione attesa, un riscatto dell’onore ferito, ma ha creato una corrente ideologica, un nuovo modo di pensare, che ancorché storicamente infondato, ha favorito la nascita di un leghismo meridionale. Il distillato politico di questo risentimento antisabaudo e antisettentrionale fa oggi il paio con la richiesta di autonomia differenziata di alcune regioni del Nord Italia. Una via davvero progressiva per il futuro del nostro Paese.

Va subito detto che il libro di Pino Ippolito non è un contropamphlet polemico rivolto al testo di Aprile e alla letteratura che ne è seguita, ma un agile saggio di storia che demolisce con puntiglio documentario uno per uno i luoghi comuni e le vere e proprie panzane che punteggiano la leggenda generale.

L’AUTORE INIZIA col ricordare il capostipite della rinata vulgata che è La conquista del Sud (1972) di Carlo Aiello, un romanzo scambiato per un testo di storia, e poi passa in rassegna le notizie più clamorose come l’affermazione di Aprile secondo l’unificazione sarebbe stato «un genocidio» con almeno 800mila morti. Davvero una incredibile enormità che Ippolito smonta con le cifre elencando il numero dei soldati borbonici morti in battaglia, i briganti uccisi, e parte di popolazione civile. Così fa anche per la leggenda nera costruita intorno alla prigione sabauda di Fenestrelle, posta a 1200 metri, che vuole migliaia di vittime, non registrate da nessuna parte.

IN REALTÀ I MORTI sono stati registrati e, ricorda Ippolito, «dal 1860 al 1865 si registrarono circa quaranta decessi fra i soldati ex borbonici e papalini». Ma qui siamo alle cifre. Ben altre sono le invenzioni di geopolitica relative alle trame che presiedettero, ad esempio, alla spedizione dei Mille.
Secondo uno di questi storici, Giulio Di Vita, l’impresa sarebbe stata finanziata con tre milioni di franchi francesi dalla massoneria inglese. Gli inglesi che finanziano in franchi è una ben strana storia che diventa esilarante quando Ippolito scopre che l’autore è un fantasma, sconosciuto anche ai colleghi che lo citano: «Non esistono studiosi con questo nome e nessuno è in grado di dire chi sia».

MOLTE ALTRE sono le menzogne ridicolizzate dall’autore, ma merito di Ippolito è di non lasciarsi trascinare in una controstoria, ricordando anche i misfatti reali compiuti dall’esercito piemontese, i danni subiti dall’economia meridionale a causa delle scelte dei primi governi unitari, ad esempio le improvvide leggi di unificazione doganale del 1860 e 1861, l’unificazione del debito pubblico che fu spalmato sulle spalle di tutti gli italiani.

L’autore si muove in una prospettiva storica e civile avanzata, non dimentica il valore dell’unità nazionale, una conquista fra le più importanti nella storia del nostro Paese, che i borboni non ebbero l’ambizione progressista di perseguire.

da “il Manifesto” del 13 luglio 2021

Destre revisioniste all’assalto della Calabria.-di Pino Ippolito Armino

Destre revisioniste all’assalto della Calabria.-di Pino Ippolito Armino

Se le destre, in una data che resta ancora da definire ma che sarà tra metà settembre e metà ottobre, vinceranno la prossima competizione elettorale per il governo della Regione la Calabria acquisterà un nuovo primato.

Sarà, infatti, la prima nella storia d’Italia ad essere guidata da una coppia (pessimo e ingiustificato l’uso dell’inglese ticket) di revisionisti farlocchi. Candidato alla presidenza della giunta regionale è Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. Lo ricordiamo da deputato dell’Unione di Centro che, nel marzo del 2012, interrogava il ministro della cultura per chiedere, in appoggio al Comitato No Lombroso (tra i cui autorevoli membri, manco a dirlo, figura Pino Aprile), la restituzione del cranio del “brigante” duo-siciliano Giuseppe Villella per quel che esso rappresenta, scriveva allora Occhiuto, “ovvero un torto subito dai territori e dalla popolazione nei valori intellettuali, sociali, storici e culturali”.

Non era la prima interrogazione in tal senso. Ci avevano già pensato il deputato di Italia dei Valori Domenico Scilipoti (14 settembre 2010) e la senatrice ex missina Adriana Poli Bortone (16 marzo 2011). Due anni prima a Torino, a manifestare contro il Museo Lombroso che custodisce quei resti (poi risultati neppure appartenenti a un “brigante”), non c’era soltanto il fior fiore dell’intelligenza neoborbonica, c’erano pure Roberto Gremmo, autonomista e indipendentista piemontese, e Mario Borghezio, del quale non credo serva aggiungere qualificazione.

Berlusconi, Salvini e Meloni hanno dunque scelto per guidare la Calabria un uomo che ha le idee molto confuse sulla storia d’Italia nel periodo risorgimentale. Ma hanno fatto anche di più perché tanta ignoranza non venisse confinata in ambito ottocentesco. Il vice di Occhiuto sarà niente popò di meno che Nino Spirlì, attualmente facente funzione di presidente ma inizialmente chiamato da Jole Santelli alla vicepresidenza della Calabria con delega alla Cultura, ai beni e attività culturali, musei, teatri e biblioteche, etc. etc. La persona giusta.

Quella che serviva per aggiungere l’ignoranza che mancava, quella sul Secolo breve. Spirlì, devoto alle peggiori cause reazionarie, ha infatti recentemente dichiarato di condannare la guerra e le leggi razziali ma, ha aggiunto, “bisogna riconoscere che il Duce è stato soprattutto all’inizio fautore di una rivoluzione popolare. Ha creato le case popolari, le pensioni, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza alle donne, le bonifiche, l’industrializzazione ..”. Il candidato alla vicepresidenza ha, dunque, ingoiato le più stolte panzane sul conto del fascismo.

Ignora che l’istituto delle Case Popolari è stato creato con legge n. 251 del 31 maggio 1903, che la Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e per la vecchiaia degli operai è nata nel 1898 con legge 17 luglio n. 350, che l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia è divenuta obbligatoria nel 1919, che l’industrializzazione dell’Italia prese corpo con l’avvento al potere della Sinistra storica nel 1876 e la progressiva messa in soffitta delle politiche ultraliberiste che avevano caratterizzato i primi anni di vita del Regno, che il periodo fascista è stato quello in cui maggiore si è fatta la divaricazione economica fra il Nord e il Sud dell’Italia. Quanta ignoranza per chi aspira a governare sia pure la regione più povera e più debole d’Italia!

da “il Manifesto” del 2 luglio 2021
immagine da: https://www.citynow.it/regionali-calabria-spirli-occhiuto-vittoria-elezioni-centrodestra/

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

La prima: una spietata guerra si sta svolgendo sulla pelle dei cittadini calabresi. Nel vero senso della parola, dal momento che il commissariamento del servizio sanitario (cioè di tutto ciò che muove soldi in Calabria insieme alle opere pubbliche) a tutto guarda tranne che alla salute dei calabresi.

NESSUNA IDEA sul potenziamento (o meglio sull’adeguamento, non pretendiamo la luna) dei servizi di emergenza urgenza e sull’efficientamento di quelli territoriali (ambulatori, medici di famiglia, laboratori, specialistica), nessun sussurro sul riassetto della rete ospedaliera, non diciamo nuovi ospedali o eccellenze assolute ma livelli qualitativi sufficienti dei reparti normali; nessuno, proprio nessuno, (solo il Presidente Spirlì, che non è poco, ma nel settore non può fare più di tanto) dice niente, non uno straccio di idea su come far rimanere in Calabria i soldi ed i malati che sono volontariamente e consapevolmente e dolosamente espulsi, mandati a curarsi in altre regioni per prestazioni che potrebbero essere rese in Calabria a costi ridotti e senza disagi per viaggi (ancora) della speranza. Una vergogna che costa ai calabresi 320 milioni all’anno.

È LA QUESTIONE – gravissima – del ceto politico e dirigenziale della Regione, perché non è vero che in Calabria ci sono medici inadeguati in un sistema di livello; al contrario c’è una organizzazione amministrativa e politica inadeguata (nel migliore dei casi, o criminale, nel resto) che mortifica medici bravi ed ottime strutture.

Ed il commissariamento non risolve alcun problema semplicemente perché il rientro dal debito (cioè il deficit che ha prodotto e produce un servizio sanitario siffatto) non è un problema ma è solo una parte di esso e la sua soluzione (cioè l’atto – l’acta – cui è preposto il Commissario) non può essere raggiunta se non si mette mano anche – e contestualmente – a tutti gli altri settori di cui ho detto prima.

In questo sfacelo istituzionale al Commissario sono stati assegnati invece tutti i compiti che spetterebbero al Consiglio regionale, i cui componenti sono evidentemente ritenuti così poco affidabili ed incompetenti da indurre il Governo ad espropriarne le funzioni che assegna loro quel libretto che si chiama Costituzione.

E qui comincia la seconda storia. La rinascita di un popolo, quello calabrese, paradigma di un Paese in ginocchio, passa solo attraverso la riqualificazione della propria classe dirigente che ha perso ogni contatto con i cittadini ed i loro problemi quotidiani.
Alcuni occupanti le Istituzioni sono finanche seri, onesti e preparati, ma è il sistema che non funziona ed ha raggiunto ormai un livello di decozione politico-morale da renderlo scollato dalla realtà.
Da cosa dipende?

APRIAMO GLI OCCHI. Dalla legge elettorale che ha scientemente spezzato, reciso ogni legame tra elettori ed eletti, creando il sistema dei nominati e consolidato un ceto politico autoreferenziale che risponde dei suoi atti e delle sue scelte non ai cittadini ma ai sedicenti capipartito del momento. La Corte Costituzionale con sentenza 1/2014 ha già dichiarato incostituzionale una prima legge elettorale (il Porcellum) invitando il Parlamento a farne un’altra che tenesse conto della necessità di rispettare la connessione tra l’espressione di voto ed il sistema di elezione (in poche parole, preferenze e rappresentanza proporzionale, senza abnormi premi di maggioranza).

Allora il Parlamento dei nominati ne ha fatta un’altra, peggiore, l’Italicum. E qui la Consulta interviene con una nuova dichiarazione di incostituzionalità (sent. 35/2017). Ma siccome il sistema è questo, gli occupanti abusivi del Parlamento hanno spudoratamente prodotto l’ennesima legge elettorale che premia e consolida lo sconcio delle nomine. Il Rosatellum.

INSOMMA, per chiudere, il vecchio sistema proporzionale puro con le preferenze assicurava un contesto istituzionale stabile e controllabile dagli elettori (ed infatti ha condotto l’Italia alla crescita del dopoguerra, alla stagione delle grandi riforme ed alla sconfitta del terrorismo).

Questo attuale papocchio, ci porta – per tornare da dove sono partito – a tollerare, senza un plissé, che un organo istituzionale come un Consiglio regionale sia ridotto al silenzio ed alla inutilità da dieci anni, e alla sua sostituzione con Commissari provenienti ora dalla Guardia di Finanza, ora dall’Arma dei Carabinieri, e attualmente dalla Polizia di Stato i quali, giustamente e conformemente alle loro professionalità, fanno indagini per scovare il malaffare. E lo trovano. Il che, ovviamente, non vuol dire governare il sistema sanitario.

Verrebbe da domandare: le elezioni sono una farsa, le Istituzioni mortificate, serpeggia un certo razzismo, si affermano gli uomini soli al comando, precisamente di quale secolo parliamo? Scherzi a parte: occorre adesso una resistenza organizzata che respinga questo pericolosissimo attacco alla democrazia.

da “il Manifesto” del 23 maggio 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Riecco il Ponte, di inestimabile bruttezza.-di Battista Sangineto

Riecco il Ponte, di inestimabile bruttezza.-di Battista Sangineto

Nel libro XII dell’Odissea, Circe mette in guardia Ulisse sui pericoli che dovrà affrontare nell’attraversare lo Stretto, non solo dalle sirene, ma anche dai due mostri Scilla e Cariddi.

“… E poi i due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge con la cima puntuta: e l’avviluppa una nube livida; e questa mai cede, mai lume sereno la sua vetta circonda, né autunno, né estate; né potrebbe mortale scalarlo, né in vetta salire… A metà dello Scoglio c’è una buia spelonca… Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando… L’altro Scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini l’uno all’altro. Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie: e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah che tu non sia là quando assorbe!“.

Per molto tempo il tratto di mare fra Scilla e Cariddi è stato teatro di eventi magici, funesti e misteriosi, ma il mito ha raccontato e spiegato agli uomini antichi i furori, le grandezze e le tragedie della natura.

Il racconto mitico, trasformandosi, è durato per secoli, come testimoniano le leggende nate sulle due sponde, siciliane e calabresi, secondo le quali l’unico uomo in grado di attraversare senza subire danni e di scendere nelle profondità dello Stretto era stato Colapesce o Nicolau o Pescecola. Un’altra persistenza mitica delle sirene omeriche è la leggenda, forse di epoca normanna, della fata Morgana che, secondo la tradizione popolare ancora viva a tutt’oggi, viveva in un castello nelle profondità del mare e traeva in inganno i naviganti con un miraggio facendoli naufragare.

Il ponte che, di nuovo, si vuole costruire decreterebbe la fine del mito perché unirebbe ciò che gli dèi, in questo caso Poseidone, avevano diviso, distinto, separato per sempre. Contravvenire al volere divino oltre che un sacrilegio, sarebbe stato considerato, nell’antichità, un atto di hýbris, di superbia dell’uomo che non vuole piegarsi all’inconoscibile e smisurata potenza degli dèi e della natura.

La ragione e la tecnica ci hanno allontanati dal mito e resi capaci di vincere la natura, ma in questo caso, oltre alle fondate perplessità tecniche sulla fattibilità, sulla tenuta e sulla durata di una simile opera umana in un’area sismica per antonomasia (come ha da poco scritto Tonino Perna su questo giornale https://ilmanifesto.it/il-famigerato-ponte-della-retrocessione-ecologica/), è necessario dire anche quanto sia, banalmente, brutto e vecchio questo ponte.

Deturpare irreversibilmente lo scenario di un mito del quale si sono nutrite generazioni di calabresi, siciliani ed europei avrebbe dovuto consigliare, perlomeno, la progettazione e la costruzione di un manufatto che imprimesse, in quei luoghi, un segno architettonico di mirabile bellezza.

È così difficile capire che per la costruzione di un ponte così poco utile e di così vecchio e disarmonico disegno sarà necessario sfigurare orribilmente il paesaggio dell’estremo lembo della penisola con le ciclopiche opere di fondazioni necessarie per la stabilità strutturale di un tale mostro di cemento e acciaio?

Se si aggiungono le vaste servitù territoriali come le rampe per l’accesso ed il deflusso, su entrambe le sponde, del traffico su ruote e su rotaie – alcune delle quali insisterebbero, peraltro, su aree archeologiche- si capisce facilmente quanto sia devastante costruirlo.

Questa ulteriore cementificazione del territorio non farebbe che accelerare l’eclissi dei paesaggi in regioni, come la Calabria e la Sicilia, già sfigurate dall’insensato e vorace consumo del suolo e dall’abusivismo. I meridionali vivono già nella bruttezza, non ci fanno più caso, vivono in un paesaggio nel quale la natura è stata brutalmente violentata, cancellata e sostituita con colate di asfalto, di cemento armato e di case non-finite.

L’abitudine alla bruttezza genera disarmonia, incuria e disordine, incapacità di distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto. La bruttezza produce assuefazione all’assenza di regole estetiche ed etiche, producendo un’immoralità diffusa che genera ‘ndrangheta e mafia.

Se si vuole investire in opere pubbliche in Italia e, specialmente, nel Mezzogiorno, si faccia quel che fece F.D. Roosevelt che, nel momento di maggiore crisi economica, diede mano ad un’enorme e capillare restauro del paesaggio degli Stati Uniti impiegando tre milioni di giovani dal 1933 al 1942.

Il governo, se fosse davvero interessato alla rinascita del Sud, dovrebbe destinare i circa 10 miliardi di euro che costerebbe questo obsoleto ponte, ad un poderoso e capillare progetto strutturale di “Restauro dei paesaggi storici e naturali” che provi, con l’aggiunta di altri 10 miliardi del Pnrr, a restituire integrità, sicurezza idrogeologica, senso ed armonia ai paesaggi rurali ed urbani del Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 12 maggio 2021

La scommessa di De Magistris nella terra più sfortunata del Paese.-di Piero Bevilacqua

La scommessa di De Magistris nella terra più sfortunata del Paese.-di Piero Bevilacqua

Nel 1926, in un saggio per più versi geniale, Gramsci definiva il Mezzogiorno «una grande disgregazione sociale». Quell’espressione – che forse già allora sottovalutava il peso e il ruolo delle città – oggi è la definizione che meglio di tutte descrive la condizione attuale della Calabria, la regione più povera e male amministrata d’Italia. E il concetto di disgregazione consente di cogliere alcune ragioni fondative della sua condizione materiale presente e della debolezza delle sue classi dirigenti. La Calabria è già in origine una terra disgregata per la sua conformazione fisico-geografica. Non è certo un caso se per secoli, sotto il Regno di Napoli, si è avvertito il bisogno di definirla al plurale, Calabrie, e di compartirla in Calabria Citra e Ultra e poi dividerla, con ulteriore segmentazione, in Calabria Ulteriore Prima e Seconda. A differenza di quasi tutte le altre regioni del Sud non ha mai goduto di un polo aggregatore, una vera città capoluogo, in grado di connettere le sparse membra di un territorio disarticolato, difficile e disperso, in un organismo dotato di una qualche omogeneità e unità.

Reggio Calabria, la città più antica, più grande e dinamica, posta sulla punta dello stivale, era proiettata verso la Sicilia e il Mediterraneo, più che verso l’interno della regione. Mentre Catanzaro e Cosenza hanno vissuto storie separate e la prima, posta al centro del territorio, era economicamente troppo debole per svolgere funzioni egemoniche aggregative. Ricordo che negli anni ’60 e ’70, perfino il partito più coeso e unitario d’Italia, il Partito Comunista Italiano, risentiva di questa frantumazione (che comportava diversità di culture locali, legami con il passato greco o con quello latino o addirittura albanese, difformità di dialetti, tradizioni politiche, ecc) al punto che le tre Federazioni provinciali apparivano tre mondi separati.

Né questa frantumazione territoriale, sociale e politica è stata superata nel corso del secondo ‘900. L’assenza di un sviluppo economico omogeneo, ma per isole, non ha dato vita a un ceto sociale dotato di sufficiente omogeneità di caratteri, in grado di costituire l’intelaiatura unitaria che alla Calabria manca drammaticamente. Questo spiega molte cose dell’attuale disastro politico e amministrativo in cui la regione è stata inghiottita.

Una ragione evidente è che ad ogni tornata elettorale, chi ambisce a diventare presidente, non può contare su una omogenea base sociale – magari resa culturalmente autonoma da un lavoro stabile e dall’indipendenza economica – ma deve trovare accordi con la miriade dispersa dei «grandi elettori», portatori di voti raccattati nei territori, con cui mettere insieme una maggioranza.

Sicché, una volta diventato presidente, il suo compito verrà in gran parte assorbito dalla necessità di rispondere alle richieste delle varie e frantumate clientele che gli hanno consentito il successo elettorale. Mai quindi un grande progetto capace di invertire la disgregazione storica originaria, ma solo piccoli interventi di assistenza, volti a placare soprattutto, con pratiche affaristiche, la grande fame di lavoro della gioventù.

È per questo che, alcuni mesi fa, ad apertura della campagna elettorale, quando seppi che Luigi De Magistris intendeva presentarsi quale candidato, ne fui sorpreso e lieto. Non pochi calabresi, anche di sinistra, appresero la notizia con contrarietà, sentendo la candidatura come l’invasione di campo di un forestiero, come se i precedenti presidenti calabresi avessero compiuto miracoli e se ne sentisse la nostalgia.
Ora, a parte il fatto che De Magistris estraneo alla Calabria non è poi così tanto, avendovi svolto il ruolo di magistrato per alcuni anni. Ma quella «estraneità», o per meglio dire quella «esternità», costituirebbe una risorsa preziosa per il futuro del governo regionale.

La popolarità, il carisma di De Magistris, il fatto – che dovrebbe pesare nel giudizio di tutti i democratici del nostro Paese – di essere stato confermato sindaco a Napoli, la città più difficile d’Italia, dovrebbe garantirgli la possibilità di vincere la partita senza sottostare ai patti con la miriade dei grandi elettori, senza dover assecondare i loro minuti interessi, e poter governare liberamente, secondo progetti ambiziosi di trasformazione strutturale.

Un uomo esterno ai partiti (aggregati di gruppi elettorali, nel migliore dei casi), un ex magistrato in una terra funestata da illegalità e criminalità, un amministratore dotato ormai di una lunga esperienza di governo locale, sarebbe una fortuna per la Calabria.

De Magistris da mesi sta conducendo un’azione che dovrebbe costituire un modello per tutti i politici: sta battendo la regione per ascoltare chi ha da esprimere bisogni, chi è in grado di fornirgli consigli. Ricordo infine un aspetto che oggi – di fronte alla devastante prova data dalle regioni italiane in tempi di pandemia – andrebbe sottolineato, l’attiva posizione che De Magistris ha preso contro l’autonomia differenziata. Non lo hanno fatto né Emiliano né De Luca. Per questo il Partito Democratico (quello calabrese, ma anche quello nazionale) deve assumersi tutta la responsabilità di far riuscire o far fallire questa possibilità e questa speranza per la regione più sfortunata d’Italia.

da 2il Manifesto” 30 aprile 2021
foto dalla pagina fb:Luigi de Magistris Presidente per la Calabria
https://www.facebook.com/dema.calabria/photos/a.104456624317449/472593024170472

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Non è più come nella primavera dell’anno scorso, quando, dalla Calabria assistevamo, attoniti, a quel che accadeva nelle altre regioni, soprattutto in Lombardia. Ora siamo colpiti anche qui nello stesso straziante modo, vediamo intorno a noi parenti e amici infettati da questo virus che, mutando, diventa sempre più pervasivo e strazia famiglie intere nelle città e nei paesi. Gli ospedali sono al collasso e ci sono molte persone, soprattutto anziani, che muoiono a casa senza che sia stato praticato loro un tampone, senza che siano stati visitati da un medico o, meno che mai, curati a casa.

I numeri ufficiali sono diventati in queste ultime settimane in Calabria sempre più preoccupanti: quasi 11.000 casi attivi attualmente, 500 nuovi contagi al giorno e più di 10 morti quotidiani, di cui più della metà nei nosocomi cosentini (ieri, 5 aprile, 7 morti di cui 6 all’Annunziata di Cosenza, 82 in un mese), con un indice di positività del 13-14%, quasi il doppio di quello nazionale che è del 7,9%. Noi meridionali e calabresi temevamo che questa pandemia potesse espandersi e incrudelirsi anche al Sud ed in Calabria perché sapevamo che le nostre strutture sanitarie sono in condizioni disastrose e che i nostri sanitari sono pochi e impreparati alla bisogna.

Temevamo e sapevamo, ma niente è stato fatto, da più di un anno a questa parte, per rafforzare strutture e personale medico. Niente!

Come ci raccontano Rocco Valenti e Massimo Clausi su questo giornale, la Calabria è la sola regione italiana priva di un piano anti-Covid tanto che le terapie intensive sono rimaste 152 (l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani ne ha censite, addirittura, solo 133) a fronte delle 280 appena sufficienti, previste già un anno fa. A fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha la metà: 1,7; la provincia di Cosenza, secondo il decreto 64 del 2016 emanato dal commissario Scura, avrebbe dovuto avere, per esempio, altri 354 posti per malati acuti che, naturalmente, non sono mai stati realizzati.

Era il 30 luglio del 2010 quando Scopelliti fu nominato, da Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni. Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano la tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni stimano essere di più di 1 miliardo.

Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di centrodestra e di centrosinistra, ponessero, con forza, al centro della loro battaglia politica la Sanità. E’ stata, anzi, solo terreno di sterili o dannose polemiche e di totale immobilismo.

Il governo Conte, dopo le tragicomiche vicende dei Commissari che tutta Italia ha potuto vedere in tv, aveva, almeno, provveduto a far montare un Ospedale militare da campo a Cosenza ed aveva permesso a Gino Strada di impiantare una struttura di ‘Emergency’ a Crotone. Ora ‘Emergency’ se n’è andata e l’Ospedale militare di Cosenza è stato, incredibilmente, trasformato in centro vaccinale, mentre all’Ospedale dell’Annunziata i malati Covid inondano gli altri reparti, sabato 3 aprile ne erano ricoverati 137, e le poche terapie intensive sono tutte occupate. Cosa si aspetta a trasformare di nuovo in terapie intensive le strutture sanitarie dell’Ospedale militare?

Il Commissario Longo, nominato ad ottobre, avrebbe, secondo questo giornale, elaborato un nuovo piano rispetto a quello di Cotticelli, ma non avendo inserito la rendicontazione della spesa dei fondi Covid sarebbe stato sospeso dal tavolo interministeriale. Avremmo, dunque, ancora in vigore il piano Cotticelli che, comunque, prevedeva 280 terapie intensive, per poterci avvicinare alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 7,9 attuali, ma dopo 15 mesi dall’inizio della pandemia ce ne sono ancora 152. Sono saltate tutte le possibilità -tracciamento, tamponi e aree rosse circoscritte- di contenere l’epidemia, l’ultima chance sarebbe una campagna vaccinatoria capillare ed efficace.

Ma come è andata, come sta andando con i vaccini? Nel modo peggiore possibile: la Calabria è all’ultimo posto avendo somministrato solo il 78,8% delle dosi distribuite dallo Stato alle Regioni; non si capisce che fine abbiano fatto -come ha chiesto più volte, senza avere risposta, Massimo Clausi su questo giornale- oltre 74.000 dosi che sono ‘sparite’; la percentuale di vaccinati alla voce “altri”, che però comprende anche i “fragili”, è la più alta d’Italia con oltre il 23%, 79.000 su 293.000, mentre i sanitari vaccinati sono 78.000 e gli ultraottantenni solo 82.000 (i dati sono consultabili su: www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/).

Una situazione così catastrofica non può essere più ignorata dal Governo che, invece, deve dare risposte urgenti ai calabresi: perché, nonostante il commissariamento sia della sanità regionale con il poliziotto Longo sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno le stesse cure mediche che spettano, secondo l’art. 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano? Perché non sono stati aumentati le terapie intensive e i letti ospedalieri per le degenze Covid e non-Covid in questi ultimi 14 mesi? Perché non è stato approntato e realizzato un piano sanitario regionale anti-Covid? Perché il piano vaccinale funziona così a rilento e in maniera così poco trasparente in questa regione? Perché il generale Figliuolo – che in occasione della sua visita in Calabria si è incontrato con il commissario Longo e con il Presidente-chef leghista Spirlì- ha certificato, invece, che il piano di vaccinazione predisposto da Regione e struttura commissariale andava benissimo e che non c’erano aggiustamenti da fare?

Una strage degli innocenti, quella che si sta minacciosamente profilando all’orizzonte dei cittadini calabresi nelle prossime settimane? No, di innocenti, qui in Calabria, ce ne sono ben pochi.

da “il Quotidiano del Sud” del 6 aprile 2021

Immagine: Duccio di Buoninsegna,Strage degli innocenti, Museo del Duomo di Siena, inizi XIV secolo.
Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53194180

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Molte testate giornalistiche hanno commentato la nascita di questo governo mettendo in evidenza la matrice settentrionale, in base alla provenienza anagrafica dei ministri.

È una visione parziale e qualche volta distorta. Ci sono stati nella storia italiana dei ministri e addirittura dei premier che erano di origine meridionale ma che hanno fatto gli interessi del Nord. Valga fra tutti il caso di Francesco Crispi, palermitano, che usò i dazi doganali per proteggere l’industria nascente nel triangolo industriale, provocando una reazione, soprattutto della Francia, che colpì l’export meridionale di materie prime e beni alimentari.

La questione, dunque, non è tanto quella delle radici anagrafiche del governo quanto della sua strategia di politica economica, di visione del paese, di come deve collocarsi all’interno della divisione internazionale del lavoro.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia doveva risorgere dalle macerie, fisiche e politiche (uscita dal fascismo), doveva essere ricostruita e ripensata. Quello spirito, più volte richiamato in questi giorni, portò ad una unità d’intenti di tutte (o quasi) le forze politiche e a scrivere una delle più belle Costituzioni del mondo.

Ma, dopo le elezioni politiche del 1948, si arrivò alla inevitabile divisione tra destra e sinistra e vinse, come sappiamo, la Democrazia cristiana che governò per quarant’anni il nostro paese. Anche allora fu varato un piano per la ricostruzione che favorì la ripresa dell’industria al Nord e penalizzò il Mezzogiorno.

Ci fu, come ricordava l’indimenticabile Augusto Graziani nel suo saggio su Lo sviluppo dell’economia italiana dalla ricostruzione alla moneta unica, un grande dibattito su dove dovessero essere concentrati gli investimenti.

Le grandi città del Nord erano state duramente bombardate e molte fabbriche distrutte, mentre al Sud (con qualche eccezione), i bombardamenti degli angloamericani furono limitati perché i nazisti fuggirono prima a Cassino per poi attestarsi con tutte le loro forze sulla linea gotica.

Quindi, per logica, sarebbe stato più economico ripartire dal Sud, almeno per alcune industrie di base in cui lo Stato aveva un peso rilevante. Ed invece, come sappiamo, prevalse la linea di concentrarsi sullo sviluppo industriale del Nord-ovest e il Mezzogiorno fu compensato con la Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Questa formula comunque portò negli anni ’50 e fino alla prima congiuntura del 1963, al famoso «miracolo economico italiano». Che non si fermò al triangolo industriale, ma negli anni ’60 e ’70 si estese alla cosiddetta «Terza Italia», il Centro-Nord est, dove si affermò un interessante modello di sviluppo fondato sui distretti industriali, la piccola e media impresa, e un ruolo promozionale degli enti locali.

E il Mezzogiorno? Non solo rimase fuori, ma subì un pesante processo di deindustrializzazione.

Malgrado la crescita dell’occupazione nei famosi «poli di sviluppo», inquinanti e funzionali alle industrie del Nord, complessivamente nel periodo 1951-71 si registra un saldo negativo di oltre 17.000 Pmi, mentre nel Centro-Nord-est si ha un saldo positivo di circa 110mila imprese, quasi tutte nei settori dell’industria leggera (alimentari, abbigliamento, legno e mobilio, ecc.).

Le Pmi meridionali non avevano retto all’impatto del mercato nazionale e mondiale, determinato dai nuovi mezzi di comunicazione e abbattimento delle tradizionali barriere naturali.

Dagli anni ’70, il Mezzogiorno assunse il ruolo principale di serbatoio di voti per il partito di maggioranza relativa. La Cassa del Mezzogiorno, che pure aveva svolto un ruolo positivo negli anni ’50, travolta dagli scandali venne sciolta e nient’altro la sostituì.

Con la caduta del muro di Berlino, e la relativa globalizzazione del mercato capitalistico, le imprese del Centro-Nord non ebbero più bisogno della domanda interna e puntarono all’export verso i nuovi mercati dell’est unitamente ad una massiccia delocalizzazione verso questi paesi a bassissimo costo della forza-lavoro.

Restava al Mezzogiorno solo il ruolo di serbatoio di voti legati alle clientele e all’assistenza pelosa, con il passaggio dalla Dc a Forza Italia.

Col nuovo secolo scomparve totalmente la «questione meridionale» dall’agenda politica del nostro paese. Crebbero emigrazione, emarginazione e rabbia tra le popolazioni meridionali. Questo «ri-sentimento» fu colto da Grillo, che non a caso partì dalla Sicilia, per il suo travolgente tour che portò la sua creatura a raggiungere nel 2018 il 32 per cento dei voti alle elezioni politiche, con una base nettamente più larga nel Mezzogiorno (oltre il 40 per cento).

Il resto è la cronaca di questi anni e l’arrivo del Salvatore della patria. Nella sua alchimia della composizione del nuovo governo emerge, da una parte, la scelta di un uomo che riporta la Lega alle sue origini padane, e dall’altra, l’abbandono del Sud nelle mani di Forza Italia, cioè di una forza politica in via di estinzione.

Il destino delle popolazioni meridionali è segnato. Solo una grande mobilitazione potrebbe cambiare questo scenario. Ma dove sono le forze politiche o sindacali capaci ancora di compiere questo miracolo?

da “il Manifesto” del 16 febbraio 2021
foto di Battista Sangineto: Rovine industriali di Saline Joniche (RC)