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La Corte ferma il piano casa della Calabria.- di Battista Sangineto

La Corte ferma il piano casa della Calabria.- di Battista Sangineto

I giudici della Corte costituzionale hanno dato seguito, con una sentenza del 23 novembre scorso, alle parole di Piero Calamandrei che agli studenti milanesi, nel gennaio del 1955, diceva: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.

La Corte costituzionale non ha lasciato la Carta in terra, ma ha mantenuto quelle promesse e quella responsabilità muovendosi per bocciare la legge del 2 luglio del 2020, n. 10, recante “Modifiche e integrazioni al Piano Casa (l. r. 11 agosto 2010, n. 21)”, varata dalla giunta regionale della Calabria. Secondo la sentenza di pochi giorni fa la Regione Calabria avrebbe voluto, con questa legge, sostituirsi “alla competenza legislativa esclusiva statale in materia di tutela dell’ambiente venendo meno al principio di leale collaborazione e dando vita ad un intervento regionale autonomo al posto della pianificazione concertata e condivisa (con la Soprintendenza, n.d.r.), prescindendo da questa e superandola, peraltro smentendo l’impegno assunto nei confronti dello Stato di proseguire un percorso di collaborazione”.

Così facendo si sarebbe vanificato il potere dello Stato nella tutela dell’ambiente, rispetto al quale il paesaggio assume valore primario e assoluto, in linea con l’art. 9 della Costituzione. Secondo la relatrice della sentenza, Silvana Sciarra, le previsioni della quantità di cemento versato avrebbero finito per danneggiare il territorio in tutte le sue componenti e, primariamente, nel suo aspetto paesaggistico e ambientale, in violazione dell’art. 9.

Secondo la Corte tale lesione era resa più grave dalla circostanza che, in questo lungo lasso di tempo (il protocollo d’intesa fra Mibact e Regione Calabria è del 23 dicembre 2009, n.d.r.), non si è ancora proceduto all’approvazione del piano paesaggistico regionale, ma solo al temporaneo Quadro territoriale regionale a valenza paesaggistica (Q.T.R.P.) che la giunta Oliverio non è stata capace di trasformare, come prescriveva il d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, nel definitivo “Piano paesistico”.

Tutto ha inizio con la legge regionale della giunta Scopelliti dell’11 agosto 2010 che, in virtù del “Piano Casa” voluto nel 2009 dal governo Berlusconi, permetteva il condono degli abusi edilizi e dava la possibilità di ricostruire edifici esistenti aumentandone la volumetria del 15%. Il 16 luglio 2020 il secondo governo Conte ha emanato il “Decreto Semplificazioni” che ha, di fatto, annullato questo premio volumetrico berlusconiano, ma la giunta regionale calabrese, presidente il leghista Spirlì, senza alcuna opposizione in Consiglio regionale ha cercato di eludere, prevenendolo, questo problema.

Pochi giorni prima del “Decreto”, il 2 luglio 2020, ha varato una legge regionale che non solo elargiva questo premio, ma lo aumentava di altri 5 punti in percentuale, arrivando fino ad uno spropositato regalo di volumetria pari al 20% in più per ogni edificio da ricostruire.

Quanto fosse sciagurata una simile legge lo dimostrano i numeri: in Italia, fra il 1990 e il 2005, ben il 17% (più di 3 milioni e mezzo di ettari) della Superficie agricola utilizzata, la Sau, è stata cementificata o degradata e la Calabria è in cima a questa classifica negativa con ben il 27% del suolo consumato, subito dopo la Liguria (ISTAT 2005). Un’altra statistica (Rapporto Ispra Snpa, 2015) ci dice che, al 2001, ben 7 vani su 10 del patrimonio edilizio italiano erano stati costruiti nei soli 55 anni precedenti e che le Regioni meridionali contribuiscono più delle altre all’enorme consumo del suolo, prime fra tutte la Calabria con 1.243.643 alloggi, di cui 482.736 vuoti, per poco meno di 2 milioni di abitanti, con la conseguente percentuale più alta di alloggi vuoti: il 38% (Istat 2005).

Il consumo del nostro suolo ha galoppato, nel 2020, al ritmo di 2 metri quadrati al secondo, 57 chilometri quadrati in un anno, tanto che ognuno degli italiani avrebbe oggi a “disposizione” 355 metri quadrati di superfici costruite (Rapporto Ispra Snpa, 2021). La Calabria vanta anche il record negativo di avere il 65% dei suoi paesaggi costieri stravolti per sempre dal cemento: su un totale di 798 chilometri di costa (il 19% dell’intera penisola), meno di un quarto sono rimasti intatti, mentre ben 523 chilometri sono stati deturpati da interventi edilizi, spesso illegali.

In Italia ed in Calabria si continua, nonostante il declino demografico e socioeconomico, a cementificare così tanto perché è il modo più facile per creare rendite fondiarie e immobiliari che diventano comode rendite finanziarie, anche per la ‘ndrangheta. Le scellerate politiche urbanistiche degli ultimi decenni hanno favorito l’accelerazione della cementificazione senza alcuna tutela del paesaggio come dimostrano non solo le deroghe per le Grandi Opere, ma anche i provvedimenti come lo “Sblocca Italia” e come quest’ultimo tentativo di rimessa in vigore del berlusconiano “Piano casa” da parte della giunta Spirlì.

da “il Manifesto” del 18 dicembre 2021
foto di Marco Benincasa da Pramana

Parte da Condofuri la riqualificazione e il rilancio delle coste calabresi.-di Alberto Ziparo

Parte da Condofuri la riqualificazione e il rilancio delle coste calabresi.-di Alberto Ziparo

Le accelerazioni evidenti e i relativi accentuati disastri (alluvioni invernali, incendi estivi) della crisi climatica – e le sue ricadute, compresa pandemia- stanno spingendo ad una maggiore attenzione generale alla riqualificazione ecologica dei contesti territoriali, che devono assicurare anche i contributi locali alla lotta per l’ambiente e il clima.

In questo quadro di forte tensione verso l’ innovazione ecologica si inserisce (purtroppo per adesso come unica eccezione calabrese) il “progetto di Parco a Mare di Condofuri “ , che sta infatti ottenendo riconoscimenti importanti da consessi culturali, tecnici e scientifici nazionali e internazionali attinenti le discipline urbanistiche e territoriali, quale modello innovativo di riqualificazione costiera utile anche a livello sovra regionale. E che sarà oggetto martedì 14 gennaio pv. di un convegno in webinar organizzato dai corsi di laurea di urbanistica e pianificazione dell’università di Firenze.

A Condofuri siamo in presenza di un tratto di costa ionica reggina che si è preservato dalla diffusione dell’insediamento, pervasivo e degradante, che ha segnato l’intorno- come molta costa calabra – e presenta ancora i caratteri ecopaesistici originali, con la percepibilità della sequenza linea di battigia – spiaggia – fascia predunale – dune – macchia mediterranea intensa e poi di transizione – urbanizzato. Tale area è però oggi minacciata da un lato dai processi erosivi della costa, dovuti a fattori macro e micro climatici, e dall’altro da una non ancora rilevante, ma crescente, recente pressione insediativa del centro urbano.

E’ localmente molto attiva la presenza di un laboratorio territoriale, formatisi già da alcuni anni per iniziativa di tecnici e ambientalisti locali, che è il proponente del progetto di riqualificazione. Elaborazione che costituisce il portato del programma territorialista, filone innovativo di ricerca e azione urbanistica centrato sui valori dei luoghi.

Il progetto di “Parco a mare” di Condofuri non nasce però originariamente quale operazione di tutela, riqualificazione e restauro della fascia costiera del comune com’è oggi. Circa una decina di anni or sono il comune infatti era riuscito a farsi approvare nell’abito del POR Calabria 2007-13 (Programmazione nazionale e comunitaria) un “vecchio” progetto di realizzazione del Waterfront nella fascia costiera del territorio comunale.

Gli ambientalisti locali di tutela facevano subito notare che, riproposta una ventina d’anni dopo, la configurazione dell’opera si rivelava assolutamente inadeguata, anche perché contrastante con la corrente normativa nazionale e regionale, che non permettevano più operazioni tanto vaste di cementificazione, consumo di suolo, impermeabilizzazione e impatto ambientale in area costiera (interamente tutelata dal Codice del Paesaggio).

Il citato laboratorio ha promosso allora una serie di momenti di discussione ed elaborazione che si riferivano da una parte al filone territorialista e dall’altra a modelli progettuali innovativi di riqualificazione delle fasce costiere, che, muovendo dalle originali elaborazioni americane EPA/Baltimore University, diverse strutture scientifiche, accademiche e ambientaliste, stanno tuttora veicolando anche in Europa e in Italia .

Il Comune di Condofuri nel 2014 ha accettato di rivedere il progetto, trasformandolo secondo le istanze del laboratorio da “lungomare” in “Parco a mare”, che intende consolidare gli ecosistemi presenti, considerati gli habitat e gli apparati esistenti, preservare la costa in erosione, e creare un parco costiero (non marino), che diventi area di incontro e fruizione socioculturale e ambientale permanente, fruita non soltanto dagli abitanti del comune.

Nel progetto di massima ,si erano individuate le diverse “fasce paesistiche” parallele alla linea di costa: per ciascuna di esse si predisponevano meccanismi di tutela e leggera fruizione; si prevedeva di realizzare attrezzature non fisse, prevalentemente stagionali, per le attività di servizio alla balneazione e all’uso sociale del tempo libero e di riposo, con l’impiego di materiale e strutture ecologicamente compatibili.

Le Linee Guida Territorialiste, venivano consolidate anche dallo studio di supporto alla progettazione effettuato dall’urbanista Enrico Gullì , in occasione della sua tesi di laurea.

Nella elaborazione progettuale definitiva si ripropongono gli apparati paesistici e gli ecosistemi originali, con elementi della rete ecologica e segnatamente delle “green e blue ways”, anche in funzione di integrazione e connessione delle diverse fasce paesistiche, secondo la matrice ambientale preesistente, reindividuata tramite il “patrimonio territoriale”.

In particolare si realizzano adesso attrezzature di difesa e consolidamento delle dune e degli apparati predunali, sentieri che seguono gli originali collettori ecologici, e soprattutto si ripristina per quanto è possibile l’apparato vegetale un tempo ricchissimo e in parte scomparso, con la riproposizione degli antichi “ giardini botanici”. Il Parco a Mare diventa così parte di una più ampia operazione di riterritorializzazione della fascia costiera.

Il progetto, che oggi potrebbe vedere la realizzazione con le risorse dei Collegati al PNRR, suscita interesse perché va oltre le pure importanti tutela e riqualificazione costiera , per proporre un processo di valorizzazione legato al paesaggio , e segnatamente a cultura , turismo esperienziale , produzione di beni immateriali , educazione e ricerca. Con la stessa logica di coniugazione di sviluppo e paesaggio che sta contrassegnando l’azione locale in tutta l’Area Grecanica . E a cui si sta guardando da tutta la Calabria e il Mezzogiorno.

da “il Quotidiano del Sud” del 14 dicembre 2021

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Davvero allarga il cuore sentire dirigenti politici e giornalisti, usare con generosità l’espressione riconversione ecologica, per alludere al nuovo corso dello sviluppo economico italiano ed europeo. Si capisce che non sanno di cosa parlano, ma il fatto che ormai ne parlino anche loro è un segno della popolarità che, almeno l’espressione verbale, ha finalmente guadagnato presso i produttori di senso comune.

Ricordo che il sintagma riconversione ecologica è stato coniato in Italia da Alexander Langer e che Guido Viale vi dedica da anni studi e ricerche, purtroppo con scarsi esiti, sia culturali che strutturali. Ma che oggi anche l’Ue tenti di progettare i suoi ingenti investimenti entro la filosofia di un Green Deal, di un modello verde di sviluppo, è sicuramente una grande novità e un’opportunità da cogliere.

Esattamente al tal fine occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell’uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco.

Quell’espressione rinvia a una rivoluzione del paradigma produttivo che ha dominato per quasi un secolo, quello, per intenderci, nato negli Usa negli anni ’30 e fondato sulla cosiddetta planned obsolescence, l’obsolescenza programmata dei beni: le merci devono durare poco per alimentare il processo produttivo, senza nessuna considerazione del fatto che le merci consumano natura e che la natura non è infinita. Dunque è necessaria una vera rivoluzione industriale, possibile solo con un profondo rivolgimento culturale.

Mi confermo in tale necessità, soprattutto in Italia, dopo aver appreso gli ultimi dati del rapporto Ispra sull’espansione del cemento nel 2019. Ne ha dato ampio conto Luca Martinelli sul manifesto (23/7), ricordando che l’anno scorso, seguendo un ritmo senza tregua, sono stati cementificati 57 milioni di m2, due metri quadrati al secondo. Perché tanto cemento, edifici, strade, ponti, in aumento di anno in anno, mentre diminuisce la popolazione?

Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale, ma una risorsa facile per i propri affari. Bisogna che il ceto politico e l’intero governo comprendano questo nodo drammatico dello sviluppo italiano. I capitali investiti in cemento sfuggono di fatto al mercato, alla competizione, all’innovazione tecnologica e di prodotto e si rifugiano nel settore più tradizionale e primitivo dell’economia.

Tutte le facilitazioni offerte a questo tipo di attività predatoria l’Italia la paga innanzi tutto con un arretramento progettuale e strategico della sua industria. Il nostro Mezzogiorno ha pagato duramente, in termini di arretratezza del suo apparato produttivo, il fatto che i suoi imprenditori hanno avuto agio di fare affari col territorio anziché misurarsi con nuovi settori merceologici, affrontare mercati e sfide tecnologiche. Naturalmente il suolo, soprattutto in Italia, costituisce il cuore di ciò che chiamiamo natura, ambiente, risorse.

Mostrare preoccupazione per il riscaldamento climatico e continuare a coprire il suolo verde non è più accettabile, perché il cemento innalza la temperatura, così come non è accettabile recriminare per l’allagamento delle città, perché è la copertura totalitaria del verde che trasforma in letti di fiume le strade cittadine appena piove.

Costruire in Italia significa non soltanto sottrarre terra all’agricoltura, ma contribuire al riscaldamento globale, operare per rendere catastrofici gli eventi meteorici. Mentre milioni di edifici vanno in rovina per abbandono, costruire ancora è opera criminale, indirizzata contro l’interesse generale.

Purtroppo non sono solo gli imprenditori che consumano suolo. Anche i comuni fanno la loro parte. Voglio qui segnalare un caso prima che sia troppo tardi e che riguarda la Calabria. A Catanzaro, nella località Giovino, sorge una pineta in riva al mare, connessa a un sistema di dune popolate da una flora selvatica con specie insolite e anche rare. Si tratta di un gioiello naturalistico di quasi 12 ettari presidiato amorevolmente da gruppi ambientalisti locali.

Naturalmente il comune non si azzarda a mettere le mani su un tale patrimonio, ma poiché questo innalza i valori fondiari dell’area adiacente, un piano di lottizzazione per costruzioni varie è sicuramente un buon affare. In questo modo si salvaguarda l’ambiente e si da una mano allo sviluppo. Ricordo che dal 2001 la Calabria ha perso quasi 100 mila abitanti, Catanzaro è passata da 95.512 a 88.313 nel 2020. Mentre il centro storico si spopola e nessuno ristruttura vecchi edifici, anche di pregio, si va in cerca di territori vergini più appetibili. Considero questo caso esemplare di quel che può accadere in Italia, dove circola tanta fame di affari e c’è la possibilità di gabellarli per ecologicamente compatibili.

da il Manifesto, 31.07.2020
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