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Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Toti ci informa che: se il paese è ripartito, «è soprattutto merito delle Regioni che si sono prese le responsabilità di scrivere le linee guida»; non c’è nessuna emergenza, e il parere del Comitato tecnico scientifico (Cts) si spiega perché deve «anche ribadire la sua esistenza in vita»; «il governo non ha cercato alcun dialogo alla faccia delle competenze e dell’autonomia.

È già sgradevole per la nostra Costituzione scritta ma anche per quella materiale che si è formata nella gestione del virus»; in materie di potestà concorrente la concertazione è necessaria, e nella specie si sarebbe dovuto avere il parere del Cts, una conferenza Stato-regioni, e infine una decisione collegiale.

Bisogna dire a Toti che il ruolo delle regioni, probabilmente abnorme, nella gestione dell’emergenza è venuto dalle scelte di Conte e del governo, che hanno scelto la via dei Dpcm, dei comitati tecnici, delle cabine di regia e delle conferenze. Avrebbero probabilmente fatto meglio a costruire un percorso meno affollato e più centrato sul parlamento.

Ci sono stati elementi di debolezza di Palazzo Chigi, che non sono certo la nuova costituzione materiale che dice Toti, ma solo una errata politica istituzionale, con momenti di appeasement verso i governatori. Che però non hanno, né possono avere, il ruolo di rappresentanza generale che per Toti dovrebbero assumere. Sono poco rappresentativi persino per il territorio che governano, visto il modello istituzionale e i sistemi elettorali regionali. E comunque una concertazione fra esecutivi non esaurisce la domanda di capacità rappresentativa e di governo che solo istituzioni genuinamente nazionali possono assicurare.

Le conferenze sono luoghi – tra l’altro poco o nulla trasparenti – sensibili alle assonanze / divergenze delle maggioranze tra centro e periferia, in cui storicamente hanno prevalso gli interessi dei territori più forti. Vanno ripensate. Ma qui cogliamo un pericolo che emerge dal confronto sul taglio dei parlamentari e sulla legge elettorale.

Il taglio di per sé indebolisce il parlamento, come abbiamo argomentato su queste pagine. Voci anche insospettabili parlano ora di un pericolo per la democrazia. Parallelamente, è certo che il danno, da grave che è comunque, diventa devastante se non: a) si adotta una legge elettorale proporzionale con recupero nazionale dei resti, e b) si cancella la base regionale per l’elezione del senato. Una strategia di riduzione (parziale) del danno.

Italia viva ha invertito la rotta rispetto all’accordo sul proporzionale stipulato con la nascita del governo perché evidentemente Renzi ha smesso di sperare in una crescita dei consensi.

Per una piccola forza politica è ovviamente meglio un maggioritario in cui portare i voti decisivi per la vittoria di una coalizione, piuttosto che un proporzionale commisurato ai consensi effettivi. In soldoni, col maggioritario si vale il 3%, e si contratta per il doppio dei posti. Al momento, la strategia di riduzione del danno si mostra impervia.

Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori. La conferenza Stato-regioni diventerebbe di fatto una terza camera para-legislativa, chiamata a dare il disco verde alle politiche nazionali che fossero nell’agenda di governo.

Vanno in questo senso i rumors secondo cui nell’ambito dei festeggiamenti del cinquantenario del regionalismo sarebbe presentato un documento che chiede un nuovo «patto» tra Stato e Regioni. Patto tra chi, e per cosa? No, grazie. È passato il tempo delle Repubbliche marinare, e speriamo non venga mai quello delle repubblichette.

La costituzione materiale nata col virus che piace a Toti richiede un vaccino urgente. Vogliamo un paese unito e forte, in cui non accada che passando un confine regionale qualcuno si debba alzare e scendere dal treno, perché ogni territorio decide per sé. Capiamo che, come dice Toti del Cts, i governatori devono giustificare la propria esistenza in vita. Ma non esagerino.

da “il Manifesto” del 5 agosto 2020
Foto di Mapswire da Pixabay

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Lo si sente spesso dire. Anche ieri dal premier: avviamo la ripresa non per tornare a come eravamo ma per costruire progressivamente un Paese migliore. Giustissimo. Ma questa affermazione va poi sistematicamente calata nella realtà e precisata. Un ambito nel quale ha un valore molto forte è quello della sanità.

Proviamo ad abbandonare un clima nel quale si pensa che la questione sia delimitata dai confini regionali, e ci si continua a vantare di vere e presunte superiorità – un altro esempio lo abbiamo avuto ieri – di un sistema territoriale rispetto agli altri; come se questo garantisse dei confini in casi come quello che stiamo vivendo; come se pretese virtù non fossero state messe a durissima prova proprio dal corso degli eventi di questi mesi.

Torniamo a ragionare di Servizio Sanitario Nazionale, per tutti gli italiani; e di come quello di domani può e deve essere diverso da quello di ieri. Lo si può fare su base documentale seria, chiara. Proprio l’altro giorno l’Istat, nel suo Rapporto Annuale 2020, ci ha fornito molti elementi, utili per la loro precisione e per l’autorevolezza della fonte. Un istituto di statistica che, è bene ricordarlo, non si limita a fornirci numeri ma ormai li accompagna da molti anni con analisi molto ben approfondite e articolate.

Quali sono i punti principali di questo confronto fra ieri e domani? Possono emergere con chiarezza proprio ripercorrendo il Rapporto. E dunque, un sistema sanitario troppo poco finanziato; e troppo incentrato sull’assistenza ospedaliera e con un presidio del territorio troppo debole. Nell’insieme spendiamo per la sanità il 6,5% del Pil contro il 9,3% della Germania e il 9,3% della Francia; ma sull’assistenza territoriale spendiamo meno della Germania (1,2% contro 2,9%) e degli altri migliori paesi europei.

Un sistema sanitario in cui la spesa per investimenti è caduta dai 2,4 miliardi del 2013 a 1,4 nel 2018; con una conseguenza grave per la tutela della nostra salute: l’obsolescenza delle apparecchiature, «un parco tecnologico non sempre al passo con l’innovazione».

Ancora, un sistema nel quale le risorse umane, soprattutto infermieristiche, si sono troppo ridotte: abbiamo 350 mila infermieri, circa la metà rispetto a Germania e Francia. E risorse umane, anche fra i medici, che stanno pericolosamente invecchiando e che vanno rimpiazzate con attenzione.

Una sanità, e questo è ben noto, con troppe e crescenti disparità territoriali. Già la spesa pro-capite varia dai 2.085 euro dell’Emilia-Romagna ai 1.705 della Calabria, seguendo la struttura della popolazione per età, ma trascurando gli effetti della povertà e dei minori livelli di istruzione sulla salute. Con 296 posti letto per abitante, sempre in Calabria, contro i quasi 400 del Trentino-Alto Adige. E così le dotazioni e la capacità di fornire proprio quella cruciale assistenza territoriale: i casi trattati di assistenza domiciliare integrata vanno dagli oltre 3 mila (per 100 mila abitanti) in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana a meno della metà in grandi regioni quali Lombardia, Lazio, Campania.

Tendenza all’approfondimento dei divari, che potrebbe proiettarsi nel futuro: nelle regioni del Centro-Sud sottoposte ai piani di rientro, ci dice l’Istat, «gli interventi messi in campo per l’abbattimento del deficit potrebbero ridurre, nel medio-lungo periodo, la capacità di assistere la popolazione in maniera adeguata».

Infine, sistemi molto diversi anche per il rapporto pubblico-privato; i posti letto in strutture private sono oltre un terzo del totale in Lombardia, il 10% in Veneto; e con una spesa privata delle famiglie, che lega troppo strettamente la salute alla situazione economica, che è ormai arrivata al 23% del totale. E che è rilevantissima, e discriminante, in particolare in alcuni casi, come nella farmaceutica o nella spesa destinata ad apparecchiature terapeutiche.

Questo era il Servizio Sanitario Nazionale prima dell’emergenza Covid-19, per usare il titolo del capitolo del Rapporto Istat dal quale si sono presi tutti i dati citati. E’ a vantaggio di tutti gli italiani la possibilità che quello che avremo fra tre o cinque anni possa esserne progressivamente diverso in molti cruciali aspetti: dai divari sociali a quelli territoriali, dall’organizzazione assistenziale alla disponibilità di nuovo personale giovane.

Certo, bisognerà fare i conti con quel che ci potremo permettere: ma non è solo questione di spendere di più ma anche diversamente e meglio. E soprattutto di pensare che stiamo parlando di un grande investimento sul nostro benessere, sulla nostra salute; e, come abbiamo imparato dalla terribile pandemia, anche sulla nostra economia, nell’evitare i danni più atroci di eventi negativi sulle persone e sulle loro attività economiche.

Meno autocelebrazioni, meno liste di viziosi e virtuosi e più riflessioni su come costruire il Servizio Sanitario Nazionale del dopo. Così il futuro può cominciare ad essere diverso dal passato.

da “il Messaggero”, 8 luglio 2020

Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

A metà febbraio il Ministro Giuseppe Provenzano ha presentato il “Piano Sud“. Dopo una sommaria discussione, l’interesse per il tema è immediatamente scemato, travolto, nell’interesse collettivo, dalla diffusione della pandemia Covid e della sue innumerevoli e gravi conseguenze: sanitarie, economiche, sociali.

C’è ben altro di cui occuparsi in questo periodo, si potrebbe pensare. Invece, se il nostro paese vuole aumentare le possibilità di tornare a ritmi di sviluppo più elevati, rendendo sostenibile il suo indebitamento, e contrastando le disuguaglianze che la pandemia purtroppo accrescerà, deve recuperare la sua capacità di “allungare lo sguardo” verso il futuro; e rendersi conto che questo sarà possibile solo mobilitando e mettendo a valore, nell’interesse collettivo, le risorse e le potenzialità di crescita disponibili in tutti i suoi territori, a cominciare da quelli più deboli.

Uno sviluppo migliore e più intenso potrà essere possibile solo se il nostro paese seguirà un cammino profondamente diverso da quello degli ultimi due decenni: un’occasione decisiva per tornare ad affrontare il grande, irrisolto, problema delle disparità territoriali e del modestissimo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma quali sono i possibili punti di forza e di debolezza del Piano Sud? In primo luogo, sembra corretta la sua indicazione politica di fondo: il Piano Sud è un progetto per l’Italia. Per ripartire il paese deve valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane; rivitalizzare la capacità di produrre beni e servizi; e quindi rilanciare anche la domanda interna, con una stagione di ripresa dei consumi e soprattutto degli investimenti, pubblici e privati.

È assai opportuno il richiamo che il Piano fa alle interdipendenze fra i territori: l’economia non è un gioco a somma zero; la crescita delle regioni più deboli aiuta quella delle aree più forti. Un concetto fondamentale in un’Italia segnata e indebolita da egoismi e sovranismi territoriali; che rischiano di accrescersi, in una rinnovata competizione per le scarse risorse pubbliche a disposizione.

Condivisibili, nelle loro linee generali, appaiono le cinque grandi priorità indicate dal Piano: la preoccupazione per i più giovani, l’inclusione sociale, le compatibilità ecologiche, l’apertura internazionale e al Mediterraneo, l’enfasi sull’innovazione. Opportuna anche l’ottica decennale: per trasformare davvero la situazione del Mezzogiorno, dopo un ventennio di forte rallentamento e la persistente depressione dell’economia nell’ultima decade (e ancor più con i rischi di oggi con la pandemia) non bastano certo pochi mesi o anni.

Sono proprio questi aspetti condivisibili che fanno sorgere interrogativi e qualche preoccupazione. Il primo quesito riguarda certamente la condivisione politica generale di questi obiettivi: quanto il progetto del Ministro era davvero condiviso dall’intero governo, e ancor più dalla maggioranza che lo sostiene? Tanto i 5 Stelle quanto il Partito democratico non si sono particolarmente impegnati in riflessioni e proposte su questi temi negli ultimi anni.

In un mondo normale un piano del genere, così ambizioso, dovrebbe essere il frutto di una stagione di discussioni, politiche e tecniche; di esperienze, proposte, confronti. Invece, nasce prima il Piano della discussione collettiva: il suo obiettivo sembra quello di stimolarla. Non sarà semplice. Un documento come il Piano Sud si traduce in una grande politica pubblica solo se con il tempo diventa un patrimonio condiviso di migliaia e migliaia di uomini politici, amministratori, uomini di cultura. Il rischio è che questo – senza una potente spinta che duri a lungo – possa non avvenire.

Un altro grande interrogativo viene dal necessario raccordo fra questo programma di interventi e le politiche pubbliche ordinarie. Dal Piano traspare quanto questo raccordo sia indispensabile. Ma non è certo garantito. Una politica di particolare rafforzamento dell’istruzione e degli edifici scolastici non può che raccordarsi con le scelte di lungo termine sulla scuola. L’obiettivo di potenziare la dotazione di ricercatori nel Mezzogiorno deve fare i conti con le scelte per l’università e il sistema della ricerca italiani.

L’enfasi sulla realizzazione di nuove reti ferroviarie, e soprattutto l’ammodernamento di quelle esistenti per produrre risultati concreti deve raccordarsi con le politiche regionali e ancor più nazionali di regolazione e finanziamento del servizio ferroviario, locale e interregionale; con la logica aziendalistica che presiede, in mancanza di un forte indirizzo politico, le scelte del gruppo Ferrovie dello Stato.

In generale, richiede di affrontare i tanti fondamentali aspetti del regionalismo italiano, che hanno rischiato di aggravarsi nel 2019 con il progetto dell’autonomia differenziata e nel 2020 con l’accresciuta confusione istituzionale nelle risposte alla pandemia: quali regole e quali criteri per assicurare sia responsabilità ed efficienza delle amministrazioni, sia la definizione e il finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni, cioè di diritti di cittadinanza, uguali per tutti gli italiani? Come sarà la sanità italiana, ad esempio, nei prossimi anni?

Tenderanno ancora a crescere fortemente, come avvenuto nell’ultimo decennio, disparità nelle dotazioni strumentali ed umane, nella capacità di erogazione dei servizi, territoriali ed ospedalieri, e quindi i fenomeni di mobilità ospedaliera? Ovvero si tenderà a correggere gli squilibri, recuperando l’ottica di un Servizio Sanitario Nazionale?

Ancora, uno degli elementi più importanti dello scenario internazionale e una delle chiavi per la ripresa dell’Italia sono le economie urbane. Le città, in questo secolo più che nei decenni finali del Novecento, sono i motori dell’economia, i luoghi dove nascono nuove imprese. Bene che il Piano Sud ne parli, anche se forse l’enfasi avrebbe dovuto essere ancora più forte. Ma questo riporta alla nostra mente la debolezza della riflessione nazionale sulle città.

I Sindaci e gli attori urbani sono fondamentali; ma la politica urbana non può che essere una grande politica nazionale di sviluppo, che destini risorse di investimento e di funzionamento, e disegni regole di funzionamento, adatte all’economia del XXI secolo, ancor più con la pandemia e tutte le incertezze dovute al distanziamento inter-personale.

Il Piano è molto determinato nell’indicare la necessità di riequilibrio della spesa per investimenti in Italia garantendo equità territoriale nella sua allocazione attraverso la cosiddetta clausola del 34%. Lo è altrettanto nell’indicazione di utilizzare le risorse latenti del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC, cioè i fondi nazionali per il riequilibrio territoriale): presenti da anni solo nelle programmazioni d’insieme, ma prive degli stanziamenti di bilancio per poterle effettivamente utilizzare.

Questioni ancora più importanti alla luce del crollo degli investimenti pubblici registrato negli ultimi anni, e dalla necessità di accelerare per recuperare almeno in parte i grandi gap che si sono creati: gli investimenti pubblici in Italia e nel Mezzogiorno sono ai minimi storici.

Ce la può fare l’amministrazione pubblica italiana, nazionale, regionale e locale a trasformare in realtà obiettivi così ambiziosi? Il Piano ha molti temi, e il rischio evidentissimo è che ciò possa dare copertura a processi di programmazione operativa, di dettaglio, che tendano a ripetere ancora una volta gli errori del passato: dato che serve tanto, facciamo un po’ di tutto; e dato che bisogna fare un po’ di tutto frammentiamo le risorse fra mille obiettivi e fra tanti centri di spesa. Così da ritrovarsi con gli stessi problemi di sovraccarico amministrativo, parcellizzazione degli interventi, e modesti avanzamenti sul piano delle realizzazioni che hanno caratterizzato le politiche di coesione territoriale negli ultimi anni.

Se il Piano rappresenta una cornice politica condivisa, il governo deve avere la forza di indirizzare su chiare, limitate priorità e specializzare sia i fondi europei sia quelli nazionali; e conseguentemente dare indicazioni e porre vincoli alla tendenza, già mille volte vista, delle amministrazioni regionali a soddisfare mille esigenze, anche per motivi di consenso politico di breve periodo. La programmazione per il ciclo di spesa 2021-27 sia dei fondi comunitari che del FSC dovrebbe allora segnare una rottura profonda con il recente passato, anche per le nuove, gravi sfide poste dalla pandemia e dalle sue conseguenze. I documenti che abbiamo oggi a disposizione non sembrano andare pienamente in questo senso.

Il grande rischio è che il Piano Sud provochi alzate di spalle; l’idea, esplicita o implicita, che si tratti di un ennesimo libro dei sogni. Soprattutto che oggi ci siano altre priorità; altri interessi, più forti, che debbano prevalere, avere la precedenza. L’opportunità è che faccia partire una grande riflessione in tutto il paese su un percorso più ambizioso del galleggiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni, e delle prospettive così preoccupanti che sono davanti a noi. È una condizione necessaria affinchè si traduca davvero in realizzazioni concrete.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia


Foto di iXimus da Pixabay

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Il presidente Santelli ha emanato, nel corso della tarda serata di mercoledì, un’ordinanza che, a dispetto dei suoi precedenti proclami e provvedimenti reclusorî, riapre a moltissime attività e a molti spostamenti, in barba alle raccomandazioni degli epidemiologi e in spregio alle norme del DPCM.

Quello stesso Presidente che non ha ancora detto ai calabresi: quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale all’inizio della pandemia; quanti guariti ci sono per ricoverati; quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio; quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria; se sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio ; se sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione; se e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita per i tamponi e per l’esame sierologico.

Il Presidente che aveva negato con tutte le forze il ritorno, fino a ieri, dei calabresi che studiavano o che lavoravano in altre regioni, nella notte di mercoledì ha emanato una ordinanza con la quale si è premurata che, con i primi due articoli del provvedimento, fossero consentiti gli sport extra-comunali e gli spostamenti per raggiungere le imbarcazioni di proprietà (da diporto) da sottoporre a manutenzione e riparazione, ma, per carità, una sola volta al giorno.

Con i rimanenti articoli, invece, dà il via libera all’apertura di bar, pasticcerie, pizzerie e ristoranti che servano all’aperto e di tutti i negozi di fiori e sementi, anche ambulanti. I calabresi, dunque, avranno la possibilità di mangiare una pizza all’aperto, magari dopo aver passato un paio di mani di antivegetativo alla carena della barca e comprato un mazzo di fiori alle fidanzate che non vedevano un paio di mesi. Non potranno, però, fare un’ecografia e le analisi del sangue in un laboratorio o farsi operare d’ernia addominale in una clinica, perché l’attività degli Ospedali è limitata alle urgenze indifferibili.

L’ordinanza della Santelli e l’occupazione del Senato da parte dei leghisti fanno parte, è evidente, di una ben orchestrata manovra politica tesa a mettere in crisi l’azione del Governo in uno dei momenti più difficili del nostro Paese, dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

Jole Santelli avrebbe dovuto, e dovrebbe, occuparsi di intervenire sulle disastrose condizioni in cui versa la Sanità calabrese, predisponendo piani sanitari, implementando le scarsissime dotazioni, strutturali e di personale sanitario, dei nostri Ospedali e della medicina del territorio per affrontare, con meno terrore, il lungo periodo nel quale dovremo convivere con il virus, invece di compiere spericolate fughe in avanti con una del tutto improvvida riapertura.

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

Il presidente della Regione Santelli ha deciso di impedire alle Asp di fornire le notizie riguardanti l’epidemia in corso, in ordine sparso, ma di raccoglierle e darle per mezzo di un unico bollettino emanato dalla Regione Calabria. La decisione, per quanto dal tenore un po’ troppo autoritario, non mi ha irritato più di tanto perché l’ho attribuita ad una necessità di coordinamento e di validazione delle notizie. Non accetto, però, la totale assenza di informazioni riguardanti lo stato, già poco rassicurante in tempi normali, della Sanità calabrese alle prese con la pandemia.

Al netto della sempre più incomprensibile ed inquietante vicenda della RSA di Torano, potrei, potremmo tutti noi calabresi, sapere quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale? Quanti guariti ci sono per ricoverati? Corrisponde al vero che, come ha scritto “la Repubblica”, il contagiato numero 1, il sessantenne di Cetraro, è morto dopo 40 giorni di degenza solo perché non è arrivato in tempo un pacemaker? Quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio? Quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria?

Sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio e, se sì, in quali territori? Sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione? Sono state attivate, come in Emilia-Romagna, sinergie con il privato per il prelievo e le analisi dei tamponi e, in seguito, del sangue, atteso che, purtroppo, lo Stato non ha strutture sufficienti per farlo? Sono state realizzate residenze per tutti quei sanitari in prima linea che non vogliono contagiare la propria famiglia tornando a casa, per convalescenti ancora infetti e per contagiati asintomatici? Quanti tamponi sono stati eseguiti e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita?

La Regione Calabria ha preparato un programma di prelievo sierologico, quando ce ne sarà uno definitivamente approvato? Sono state create residenze per la quarantena dei poveri calabresi emigrati che sono stati licenziati dalle aziende del nord o che hanno perso un lavoro precario o in nero e che non possono nemmeno tornare a casa, come hanno testimoniato le molte disperate lettere meritoriamente raccolte da Annarosa Macrì nella sua rubrica, su questo giornale?

Se si fosse voluto esser coerenti con l’autocertificazione di calabresi accoglienti che ricevono “l’altro” sempre con un mitopoietico “trasite, favorite…”, non si sarebbe dovuta levare, dai social, quella canea contro gli sconsiderati untori che tornavano dal nord a infettare la Calabria, ma si sarebbero studiate delle strategie per far trascorrere loro una quarantena in sicurezza nei tantissimi alberghi vuoti della nostra Regione. Possiamo ancora farli tornare, questi poveri disoccupati, studenti, precari e lavoratori in nero che non reggono più, economicamente e sentimentalmente, questa lontananza.

Non sembrerebbe esistere, dunque, alcun “modello Calabria” perché le uniche misure adottate contro la pandemia sono quelle dell’isolamento fisico che sembrerebbero, qui, più efficaci che altrove a causa della bassa e lasca densità abitativa e della consapevolezza, terrorizzante, di risiedere in una regione particolarmente arretrata da un punto di vista sanitario.

Il presidente Santelli, la sua giunta, il suo Comitato tecnico-scientifico, il direttore della Protezione civile hanno una strategia o, almeno, un programma per la cosiddetta Fase 2, quella nella quale, a partire dal 4 maggio, si dovrebbe iniziare a “riaprire” le attività? Se la risposta alle domande che ho fatto sopra sarà negativa o dubitativa, credo che saremo davvero nei guai perché quando il Governo disporrà una riapertura, anche parziale, non si potrà più opporre una ordinanza di “chiusura” della sola Calabria, intanto perché, come ha già scritto Sabino Cassese a proposito delle molte ordinanze regionali e nazionali di queste ultime settimane, potrebbe essere anticostituzionale e poi perché non può durare per sempre. Presidente Santelli, per favore, non si faccia trovare con in mano solo l’arma dell’isolamento, potrebbe essere scarica.

da “il Quotidiano del Sud”. 20 aprile 2020

Foto di Jeff Balbalosa da Pixabay

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

La dura lezione sulla sanità.- di Enzo Paolini La sanità in Calabria

Se c’è una cosa che gli eventi di questi giorni fanno emergere in maniera chiara è la conferma dello spessore della visione politica che, nella seconda metà del Novecento, ha prodotto un sistema sanitario solidaristico ed universale e cioè assistenza e cure per tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza oneri perché finanziate dalla fiscalità generale. Il servizio sanitario pubblico Italiano nel quale chi ha di più garantisce – attraverso una tassazione proporzionalmente progressiva – lo stesso servizio a chi ha di meno o non ha niente.

Al netto di lacune ed insufficienze – di cui diremo dopo -l’emergenza non ha fatto differenze tra classi o tra chi ha possibilità economiche maggiori di altri.

E ciò introduce alcuni temi che trovano in Calabria il loro esempio paradigmatico.

Il primo: la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico. Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Vediamo in questi giorni il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni. Un danno che viene contenuto solo dalla solidità strutturale del sistema e dalla straordinaria abnegazione degli operatori sanitari.

Il diritto alla salute è previsto nella Costituzione, all’art. 32, mentre in nessuna parte della Carta sta il richiamo ad un primato dei conti pubblici. Ed è bene che in un momento come questo l’abbia detto -esplicitamente – il presidente del consiglio, perché il fatto che tutto, anche i principi costituzionali ,la sanità in primis,siano trattati come merci è una vergogna che non deve più sentirsi.

Diritti costosi,ed infatti previsti a carico dello Stato ,perché i ricavi da essi prodotti non sono inscrivibili in un bilancio aziendale quanto piuttosto ,essendo fatti di cultura ,senso civico, ,conoscenze, benessere,in un ideale -ma ben percepibile -bilancio istituzionale e politico.

Il secondo tema, conseguenziale: lo Stato deve mettere a disposizione i fondi necessari per far fronte ai fabbisogni e laddove sono riscontrati deficit di bilancio nel settore – come in Calabria – si devono individuare e tagliare gli sprechi,perseguendo e sanzionando i responsabili ed i ladri, e non limitare le prestazioni con la politica mercantilistica dei budget o “ acquisti di prestazioni” ( terminologia orrenda che sta a significare che un burocrate nominato dal sottobosco politico stabilisce cosa serve ad una popolazione e cosa no e di cosa possono ammalarsi i cittadini per poter usufruire della assistenza dello Stato,cioè di un loro diritto) che,inevitabilmente,provoca aumento della lista d’attesa ed emigrazione sanitaria.

I commissariamenti, è dimostrato, non servono a niente, men che meno ad abbattere il debito, anzi lo aumentano. Servono, eccome,a creare un centro di potere permanente ed estraneo al circuito democratico espropriando la responsabilità del governo della sanità che spetta al governo ed all’assemblea regionali.

Il terzo tema: la rete ospedaliera. In Calabria, da dieci anni gli unici (asseriti) rimedi al deficit sono stati – per decisione di boiardi e generali in pensione nominati commissari – la chiusura di ospedali in zone disagiate, il blocco delle assunzioni e i tagli delle risorse. Il tutto senza alcuna azione di rigenerazione complessiva come avrebbe potuto essere quella di potenziare i servizi territoriali, la specialistica ambulatoriale, l’urgenza emergenza, iDEA. Come se la creazione di un ospedale hub si possa fare per decreto e non in seguito alla elaborazione ed implementazione di un progetto. Eppure è così, così è stato .

Il quarto tema, i privati. Se ne è avuto un coinvolgimento modesto in questa fase di crisi, perchè per anni si è alimentato un sistema in cui le strutture serie e di eccellenza sono state mortificate con riduzione di posti letto e tagli lineari lasciando ingrassare le nicchie dei profittatori. Eppure in teoria il sistema è semplice. Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano pubblica e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi degli ospedali pubblici . Esse devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme.

Se ben guidata da una classe dirigente seria ed all’altezza del compito sarebbe una integrazione virtuosa che inevitabilmente farebbe aumentare la qualità e diminuire i costi per la comunità. Ma questa è roba per la Politica con la P maiuscola, non per i viceré mandati dai capibastone a rastrellare qualche milione sul fondo destinato alla tutela della salute di cittadini, come avviene da dieci anni in Calabria nella indifferenza della quasi totalità dei parlamentari calabresi nominati dagli stessi capibastone. La lezione di questi giorni è dura ma forse può servire per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire.

L’ultimo tema è l’indicazione pratica che ci viene dai difficili giorni che stiamo vivendo: la salute dei cittadini di una nazione non può essere regionalizzata. Ai problemi portati dal virus si sono aggiunti i disagi derivanti dai comportamenti dagli atteggiamenti e dalle disposizioni diverse della politica locale.

Noi lo diciamo da anni, ma ora il re e’ nudo: la tutela della salute e’ un diritto fondamentale garantito ad ogni cittadino in maniera uguale a tutti gli altri per poter assicurare benessere e dunque efficienza ,efficacia ai cittadini che così possono produrre cultura idee,formazione ,e quindi,in ultima analisi sostenere la crescita ,giusta ed equilibrata del sistema paese.

La vera grande opera pubblica che ci serve e’questa :sostenere la scuola,tutelare l’ambiente ed il patrimonio culturale, assicurare un servizio sanitario efficace e moderno a tutti e nello stesso modo.

Dunque, occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali.

Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla sciagurata idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, in presenza di un fenomeno come quello del potenziale contagio definito per “focolai”, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini.

Si tocca con mano, oggi, si avverte chiaramente sulla pelle ,e non nelle parole di un talk show, che i diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste.

Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

da il Quotidiano del Sud, 12 aprile 2020

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Come per la Sars, esplosa in Cina a inizio millennio, il contatto con gli animali selvatici sembra sia all’origine della malattia che attacca i polmoni. Dovremo perciò evitare in avvenire le pratiche e le occasioni che portano ad avere rapporti con tali creature.

Raccomandazioni ormai ovvie. Ma basta questo? Noi dimentichiamo che proprio in casa nostra, non nella giungla amazzonica o nelle campagne della Cina, coltiviamo focolai di malattie potenzialmente epidemiche. Chi si ricorda delle epidemie legate agli allevamenti intensivi europei, come l’ Encefalopatia Spongiforme Bovina (Bse), quella prodotta dalla Salmonella DT104, dall’Escheria coli 0157, ecc.?

Andrebbe ricordato che l’industrializzazione degli allevamenti, che ha consentito la produzione e il consumo di massa di carne nelle società affluenti, è stata pagata con una vera e propria esplosione delle malattie tra gli stessi animali. Esemplare la testimonianza di un autorevole veterinario, Giovanni Ballarini: “Le malattie dei polli, che superficialmente mi erano state insegnate all ‘Università, si potevano contare sulle dita di una mano: dopo solo dieci anni erano diventate quasi una disciplina e si andavano”frantumando” in una complessa varietà di patologie, ognuna tipica di una determinata tecnologia di allevamento, tipo di alimentazione, razza e varietà di animale” (L’animale tecnologico 1986).

Malattie degli animali che si manifestavano e restavano nelle aziende, ma che potevano anche dilagare all’esterno in forme impreviste. Lo stesso Ballarini, in un testo del 1979, Animali e pascoli perduti, metteva in guardia dal pericolo dell’allevamento intensivo dei bovini, che definiva una vera e propria bomba biologica. Nelle nuove stalle il continuo ricambio dei vitelli per le necessità della produzione industriale di carne, comporta l’immissione continua di nuovi capi, provenienti da ogni angolo del mondo. Una novità rispetto a tutta la precedente storia degli allevamenti, che porta dentro le stalle, con le bestie, nuovi batteri, insetti, virus.

E’ vero, che ieri e ancor più oggi, gli animali sono sottoposti ad accurata disinfezione, ambienti sono sterilizzati. Ma è proprio l’intervento di queste molecole chimiche di contrasto, ricordava sempre Ballarini, che può indurre qualche batterio o virus, capace di resistere ai trattamenti attraverso una mutazione genetica, a diffondersi nell’ambiente umano. Il fatto che non accada di frequente, che, ad esempio, tante malattie, come il temibile Circovirus suino, rimanga confinato ai maiali, si deve al caso e comunque a ragioni che la scienza – onnipotente solo nell’immaginazione degli ingenui – non conosce sino in fondo.

Del resto, si deve solo al caso se i cittadini europei sono scampati a un vero e proprio sterminio di massa. E’ il rischio che abbiamo corso, e per un momento temuto da alcuni scienziati: la possibilità che il prione, dell’encefalite bovina, potesse insediarsi nel sistema ghiandolare delle mucche, e quindi trasmettersi con il latte all’uomo. Che cosa, se non il caso, ha voluto che quel batterio killer restasse confinato nel cervello dei bovini?

Tuttavia la causalità con cui il Covid 19 dai pipistrelli è passato all’uomo non è della stessa natura di quella dipendente dal contesto degli allevamenti intensivi. Questi ultimi costituiscono una strategia economica delle imprese dell’agrobusiness per fare della produzione di cibo una lucrosa fonte di profitti. E occorre rammentare che questo sistema di produzione oggi appare per più versi insostenibile. Gli animali allevati nel mondo, passati da poco più di 7 miliardi del 1970 a oltre 24 miliardi del 2011(dati FAO), oggi sono forse raddoppiati.

Un numero comunque enorme, che già nel 2006 occupava per il “pascolo” il 26% della superficie terrestre, richiedendo l’occupazione di un altro 33% dei terreni agricoli per la produzione di mangimi. Cosi mentre nei luoghi in cui gli animali risiedono vengono inquinati con i liquami vasti tratti di territorio, le acque profonde e di superficie, liberando nell’aria metano e altri gas serra, nelle vaste pianure del Brasile, dell’Argentina, degli Usa, la superficie agricola è occupata da monoculture industriali di mais e soia ogm, che sottrae terre ai contadini e inquina il suolo. (A.Y.Hoekstra, The water footprint of modern consumer society, 2013).

In questo momento siamo allarmati dalla pandemia del Covid 19. Ma quanto accade oggi non ci deve far dimenticare che la nostra società poggia su un sistema di produzione del cibo gravido di rischi futuri.

A questo sistema è poi legata, una malattia non contagiosa, ma che negli anni, con gradualità, si è diffusa come una pandemia mortale: il cancro. Se si pensa con disincanto a questo aspetto, si comprende quanto i cittadini europei possono fare per cambiare le cose: sia mutando il proprio stile alimentare, sia lottando contro la politica agricola dell’Ue, che finanzia l’agricoltura inquinante e lascia le briciole ai contadini e agli agricoltori biologici.

il Manifesto, 7 aprile 2020
foto:©Ingimage

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

La raccolta firme «Riapriamo le librerie»: l’appello (virale) degli scrittori. – di Nino Dolfo

Un libro è capace di farti sparire la stanza attorno mentre leggi. I questi giorni di quarantena e di domicilio coatto in seguito all’emergenza coronavirus, sono un bene ancora più primario. Piccoli oggetti di sogno e di fuga, di ricreazione e nutrimento. Particolare non secondario: le librerie in questi giorni sono chiuse per decreto, mentre i tabaccai sono aperti. Fumare si può, leggere invece non è così essenziale.
Non è un paradosso? Proprio per questo, scrittori e intellettuali, giornalisti e docenti accademici, lettori hanno firmato un appello rivolto al ministro dei beni Culturali Dario Franceschini con la richiesta di riaprire le librerie, che sono presidio di cultura, luoghi di incontro e dialogo. Certo, i libri si vendono anche online, ma questa disgraziata congiuntura epidemica che stiamo vivendo sta strangolando le librerie piccole e indipendenti che già sono in sofferenza e che non si possono permettere le spese del corriere. Il rischio è che il virus diventi un fattore di selezione innaturale, contribuendo all’estinzione di questi luoghi superstiti di promozione della cultura.
L’idea dell’appello è partita dalla scrittrice Lidia Ravera e ha trovato subito bordone tra molti suoi colleghi e rappresentanti del mondo editoriale (Massimo Carlotto, Maurizio de Giovanni, Ginevra Bompiani, Francesco Permunian, Piero Bevilacqua, Gianrico Carofiglio, Tomaso Montanari, Salvatore Silvano Nigro…). Qual è la richiesta, mirata in prospettiva, quando verranno attenuate le restrizioni? «Riaprire le librerie, con un commesso solo, con le mascherine, con i guanti, con l’ingresso di due clienti per volta, con il numerino come fuori dal supermercato, con l’amuchina, il disinfettante, con tutte le accortezze necessarie per tutelare lavoratori e titolari… Ma riaprire. Permettere ai piccoli librai di fare servizio a domicilio come può fare il colosso Amazon, e di portare a casa dei cittadini un buon libro, così come si può portare una pizza. I libri sono generi di prima necessità. Come il pane. E senza questo pane, in questo momento, rischiamo di morire di fame. Chiediamolo tutti. Per il bene di tutti».
«Il settore librario è uno dei più fragili — commenta il desenzanese Francesco Permunian —. Il protrarsi della chiusura delle librerie potrebbe essere una botta finale che va scongiurata. Altrimenti i libri ci arriveranno a casa con il furgone. E sarebbe una ulteriore perdita di umanità». L’elenco completo delle firme sul sito osservatoriodelsud.it, per firmare osservatoriodelsud@gmail.com.

“Corriere della Sera”, Cronaca di Brescia, 5 aprile 2020
Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay