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Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico. -di Piero Bevilacqua

Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico. -di Piero Bevilacqua

Un sovrumano silenzio e una profondissima quiete gravano sulla vita dell’Università italiana e il fatto che il ministro che la governa sia un ex rettore, un uomo che viene da quel mondo, non sembra cambiare le cose. La nostra Università, quale protagonista attivo della vita civile del Paese, non c’è più. E non l’ha uccisa il Covid 19, ma un insieme di processi e di scelte, che l’hanno radicalmente trasformata.

È antropologicamente cambiato il corpo dei docenti. Da 10-15 anni ha lasciato l’insegnamento un’ampia schiera, quella che potremmo chiamare la generazione dei maestri. Studiosi che dagli anni ’50 in poi hanno portato, accanto ai saperi delle loro discipline, un grande afflato civile, legato alle sorti del paese. È poi seguita un’altra generazione di insegnanti, quelli che da studenti hanno attraversato l’esperienza del ’68 e comunque si sono formati nell’Italia dei conflitti sociali e delle grandi manifestazioni di massa.

Oggi, nella fascia alta dei docenti, dominano figure anche scientificamente attrezzate, ma che vivono il proprio lavoro come un ritaglio specialistico, finalizzato a dei risultati da certificare presso agenzie di controllo. Sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, soffocati da compiti organizzativi mutevoli, spesso di difficile comprensione, da pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni che sottraggono tempo alla ricerca e a un insegnamento non di routine. È comprensibile che questi docenti non abbiano molti legami con la vita politica e culturale della società.

Più in basso lavorano le figure dei ricercatori, che devono attraversare un lungo purgatorio di precarietà, impegnati non a realizzare ricerche fondative per il proprio profilo di studiosi, ma per produrre quanto più possibile titoli – anzi “prodotti” come vengono definiti con gergo di fabbrica- per salire la scala della carriera accademica.

Qui, al gravissimo scadimento scientifico e culturale, che dà luogo a pubblicazioni seriali di brevi articoli e saggi di scarso valore, si accompagna una subalternità politica dei giovani ricercatori. Grazie alla riforma Gelmini queste figure, oggi come nel peggiore passato, debbono la propria possibilità di carriera alla fedeltà ai professori ordinari, e soprattutto alla propria latenza politica, al loro carrieristico conformismo.

Infine un altro grande mutamento ha cambiato i connotati degli studenti. In linea di massima – e questo appare in maniera parossistica nelle Facoltà umanistiche – non studiano per un itinerario formativo, ma vanno a caccia di crediti da mettere insieme secondo una disposizione cumulativa, finalizzata ai risultati, che distrugge alla radice lo studio quale esperienza di riflessione. I ragazzi oggi non ascoltano lezioni, ma corrono da una cattedra all’altra a raccattare punteggi. E occorre ricordare che mai una generazione era stata così tenacemente avversata, come quella dei nostri ragazzi, ai quali viene impedito di proseguire negli studi con ogni mezzo, dal numero chiuso in tante facoltà all’aumento delle tasse universitarie.

Da questo mondo regredito, schiacciato sotto il peso di una ideologia produttivistica che soffoca ogni visione generale, incatenato alla precarietà, non può più venire alcun moto di ribellione, né tanto meno un conato di revisione dello status quo. È necessario che a intervenire sia dunque il ceto politico di governo e lo deve fare al più presto, anche perché molti miglioramenti sono possibili senza esborsi finanziari.

È necessario abolire l’Anvur e i suoi criteri di valutazione industriale della ricerca, cancellare i crediti a partire dal lemma finanziario che li designa, rivedere il 3 più 2 e i percorsi delle lauree brevi, riformare i criteri dell’accesso alla docenza, bandendo la precarietà che è il vessillo funesto dell’ideologia neoliberistica, la pestilenza culturale universale da cui dipendono i fallimenti a catena del nostro tempo.

Nell’Università è urgente un’opera demolitrice di delegificazione. Liberiamo i docenti da compiti inutili di controllo produttivistico. Ma forniamo anche risorse per fare accedere una nuova leva di docenti, che ha accumulato studi ed esperienze e vive ai margini.

Nel momento in cui l’Ue rivede alcuni dei suoi erronei fondamenti costitutivi, occorre ricordarsi che l’Università è una loro vittima, a partire dal cosiddetto “processo di Bologna”. Non avrei tante speranze, tuttavia, in queste possibilità, se non fosse che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunziato un convegno internazionale sul nuovo umanesimo. Dopo decenni di emarginazione dei saperi umanistici dalle nostre università e dalla considerazione pubblica, questa è una novità che sorprende e che ci da qualche speranza.

da “il Manifesto” del 2 ottobre 2020
Foto di Frits de Jong da Pixabay

Reddito di cittadinanza, una legge da migliorare non da affossare.- di Tonino Perna

Reddito di cittadinanza, una legge da migliorare non da affossare.- di Tonino Perna

Dal momento in cui in Italia è stato varato il reddito di cittadinanza, con Decreto Legge 4/2019, la gran parte della stampa non perde occasione per attaccare questo strumento. Basta scoprire che una persona che lo percepisce lavori in nero per arrotondare, o magari è un ex-terrorista o un mafioso per buttare fango fino a seppellire questa misura di welfare.

IL FATTO CHE la legge che l’ha istituito non sia priva di contraddizioni, che mettere insieme una misura di sostegno economico ai cittadini «poveri» con una politica attiva del lavoro sia stato un errore madornale, non può farci buttare il bambino con l’acqua sporca. Non dobbiamo dimenticarci che il reddito di cittadinanza, o misure simili di sostegno economico, è in vigore da diversi decenni nella gran parte dei Paesi europei, anche se in forme diverse e con impatto differenziato in base all’entità del reddito minimo garantito ai cittadini.

Il fatto che sia stato voluto fortemente dal M5S e varato durante il governo con la Lega (che era fortemente contraria ma ha dovuto accettare come scambio per avere quota 100), non significa che vada disprezzato e affossato come fanno tanti esponenti politici del centro sinistra, da Renzi a Calenda a diversi esponenti di spicco del Partito democratico.

COLPISCE inoltre anche il fatto che tra gli esponenti della sinistra radicale, intellettuali e politici di professione, che per anni hanno fatto questa battaglia, nessuno di loro si sia alzato in difesa di questa conquista sociale, sostenendo con convinzione una legge che certo va profondamente migliorata ma non abolita come vorrebbero, non a caso, la Lega, Confindustria e una gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento.

Finora in Italia hanno usufruito del reddito di cittadinanza poco più di un milione di famiglie con un importo medio di 557 euro, mentre della pensione di cittadinanza – di cui non si parla mai – hanno usufruito 130.000 persone con un importo medio di 238 euro. L’impatto della pandemia e relativa chiusura delle attività si è fatta sentire: da gennaio a oggi è aumentato del 25% il numero di famiglie che percepisce il reddito/pensione di cittadinanza arrivando a coinvolgere oltre 3 milioni di persone.

COMPLESSIVAMENTE a oggi sono stati spesi circa 8 miliardi tra reddito e pensione di cittadinanza, con una distribuzione sul territorio nazionale che favorisce nettamente il Mezzogiorno (dove per altro i 5S avevano preso la maggioranza dei voti anche grazie a questo cavallo di battaglia).

Infatti, nel Mezzogiorno risiedono circa 3,4 famiglie su dieci che abitano in Italia mentre ricevono il reddito di cittadinanza 6 famiglie su 10. Insomma, per la prima volta da molto tempo è stata varata una misura di ridistribuzione territoriale del reddito nazionale, una misura che contrasta le diseguaglianze territoriali, che riduce significativamente la povertà assoluta, anche se non elimina certo le condizioni di povertà relativa, come sostiene l’ultimo Report della Corte dei Conti.

CERTAMENTE è stato un fallimento tutto l’ambaradan messo in campo per una politica attiva del lavoro attraverso i cosiddetti «navigator» che non hanno mai preso il largo. Anche il potenziamento dei centri per l’impiego è stato un flop: solo il 2,2%, secondo gli ultimi dati disponibili, dei beneficiari del reddito di cittadinanza ha ottenuto un lavoro.

Pertanto, va difeso il reddito di cittadinanza, migliorato e magari aumentato il sostegno economico per le famiglie più in difficoltà. Soprattutto, va aumentata la soglia legale entro la quale si possa percepire,lavorando, un reddito aggiuntivo senza perdere il Reddito di Cittadinanza (RdC), altrimenti continuiamo a favorire il lavoro in nero perché il solo RdC non è sufficiente per una vita dignitosa.

da “il Manifesto” del 18 settembre 2020

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Cara direttrice,

ho letto con interesse la lettera di Tonino Perna, Piero Bevilacqua e altri che ringrazio per le loro riflessioni. Pochi giorni prima del lockdown, abbiamo presentato il Piano Sud 2030, con una premessa e una conclusione: i giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere l’opportunità di tornare; di più, il nostro compito è garantire un «diritto a restare».

Durante la pandemia abbiamo assistito a un certo ritorno al Sud, ma non quello a cui ambivamo. Tuttavia, anche il ritorno «forzato», frutto di contingenze tragiche, ci ricorda che la fuga non è un destino irreversibile.

E ora, che fare? Come offrire un’opportunità a questo straordinario patrimonio di energie e competenze che si temeva perduto alla causa del Sud? Come impedire che questo ritorno resti soltanto l’attesa di una nuova ripartenza?

La pandemia ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni, a partire da quelli che inquinano da decenni il dibattito tra Nord e Sud, la rappresentazione per cui da una parte c’è la virtù e dall’altra il vizio, e il vizio coincide sempre con la povertà.

I cittadini italiani, tutti hanno mostrato grande senso di responsabilità, accettando sacrifici che hanno consentito di arginare il contagio.
Tra questi, anche i giovani rientrati, in larga maggioranza, hanno seguito scrupolosamente le prescrizioni delle autorità sanitarie.

Eppure qualcuno, che in loro avrebbe potuto vedere la potenzialità del domani o il riflesso delle proprie mancanze di ieri, li descriveva a mezzo stampa o sui social come «untori».

Nulla sarà più come prima, si dice, ma nessuno può sapere come sarà il dopo. Sappiamo solo che non dobbiamo tornare al mondo di ieri. Sarebbe uno spreco.

IN QUESTI MESI abbiamo mobilitato risorse senza precedenti e nuove vie di sviluppo discenderanno dalle scelte europee dei prossimi giorni. Dobbiamo essere pronti e vigili, si sta aprendo una partita che vorrebbe contrapporre sviluppo ed equità: un approccio ideologico di cui abbiamo misurato i fallimenti ma dietro cui ancora oggi si nascondono interessi potenti.

Senza giustizia sociale non può esserci ricostruzione. Senza un riequilibrio territoriale, non solo del Sud ma anche delle aree interne, non ci sarà uno sviluppo durevole, sostenibile.

LA PANDEMIA ha rivelato nuove disuguaglianze. L’innovazione, senza scelte politiche chiare, può essere anche un potentissimo fattore di esclusione sociale. Sull’infrastruttura e i servizi digitali registriamo ritardi inaccettabili. Io stesso ho richiamato più volte gli operatori della banda ultra larga alle loro responsabilità. Anche perché rischiamo di perdere fondi europei, che invece abbiamo riprogrammato con Ministeri e Regioni proprio per sostenere la digitalizzazione delle comunità, delle famiglie e delle imprese al Sud.

Lo dico perché anche così si possono creare occasioni di lavoro buono per i giovani che prima andavano a cercarlo altrove, trasformando aree marginalizzate in ecosistemi dell’innovazione: è accaduto a San Giovanni a Teduccio, può accadere altrove, ne stiamo discutendo con il Ministro Manfredi.

Lo stesso smart working, se accompagnato a nuovi diritti, compreso quello alla «disconnessione», a una più moderna e democratica organizzazione del lavoro, potrebbe diventare una forma strutturale di lavoro dei giovani meridionali, che possono restare al Sud, senza essere costretti a un difficile pendolarismo o a nuove vie di emigrazione.

O riconquistare le aree interne che, a dispetto della retorica sul «secolo delle città», non sono »piccolo mondo antico» ma luoghi in cui maturano modelli di sviluppo e di organizzazione più sostenibili, prossimi ai bisogni delle comunità. E lo abbiamo visto durante la pandemia.

Tra Legge di Bilancio e Dl Rilancio abbiamo destinato alle aree interne oltre 500 milioni, le abbiamo messe al centro della nuova programmazione dei fondi europei. Per garantire servizi ma anche per sostenere le attività economiche e commerciali.

OPPORTUNITÀ CONCRETE per i giovani, che si affiancano a strumenti specificamente rivolti ai giovani meridionali, come il potenziamento di «resto al Sud» o il «credito di imposta per ricerca e sviluppo».

Ma la verità è che, senza un’amministrazione più giovane, non potremo vincere la sfida dello sviluppo sostenibile e del digitale, al centro e nei territori.

Per anni è stato denigrato lo Stato, salvo poi riscoprirne il ruolo nell’emergenza. Ora dobbiamo tornare a dare opportunità di lavoro anche nel settore pubblico, dirlo senza timidezze: riportare nello Stato la generazione esclusa è un grande investimento.

È un impegno messo nero su bianco nel Piano Sud, servono da subito migliaia di giovani qualificati per garantire servizi e realizzare gli investimenti. E potremmo anche partire, grazie a un emendamento parlamentare, con una piccola ma significativa sperimentazione: i dottorati comunali.

LE ISTITUZIONI DA SOLE non possono farcela, devono costruire alleanze sociali. «Alleanza» è una parola chiave del Piano Sud, con cui abbiamo avviato due iniziative: una «Rete» per mettere in relazione chi è emigrato e chi sta nei territori, per far circolare progetti e buone pratiche e un «Osservatorio Sud 2030», per mobilitare la cittadinanza attiva sugli obiettivi di sviluppo del Sud e delle aree interne.

Questo è il succo della lettera-appello che voglio raccogliere: è qui la chiave per rendere i giovani meridionali protagonisti di uno sviluppo nuovo, che li renda liberi di tornare e restare nella loro terra.

Abbiamo vissuto una «lunga notte» del Sud, un’ombra lunga su tutta l’Italia, che via via ha ristretto anche altrove le opportunità per i giovani meridionali.

Ma è tempo di dire, con Rocco Scotellaro: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi».

* L’autore è ministro per il Sud e la coesione territoriale

da “il Manifesto” del 20 giugno 2020

Manifesto del Collettivo Valarioti.

Manifesto del Collettivo Valarioti.

Il Collettivo Peppe Valarioti nasce nel pieno di una crisi mondiale. Siamo un gruppo di studenti, ricercatrici e ricercatori sparsi per l’Europa che, all’alba dell’emergenza Covid-19, si è chiesto come la Calabria, con tutti i suoi problemi strutturali e atavici, avrebbe reagito. Mentre si temevano le conseguenze sulla popolazione di una sanità commissariata da anni, noi ci siamo anche domandati come si sarebbero potuti salvare coloro che vivono nella regione senza l’accesso ai servizi essenziali.

Mentre l’OMS ordinava di lavarci più spesso le mani e di mantenere le distanze, noi conoscevamo le condizioni dei lavoratori della terra, ammassati in alloggi di fortuna, senz’acqua. La tendopoli di San Ferdinando (RC) rappresenta uno dei tanti nervi scoperti di una Calabria che può solo sperare che il destino, ancora una volta, le sia benevolo.

San Ferdinando è un Comune noto per le condizioni disumane in cui versano i braccianti agricoli stagionali che da più di vent’anni raggiungono la Calabria per sostenerla nella raccolta degli agrumi, degli asparagi, delle fragole, dei pomodori.

San Ferdinando è la conseguenza di una politica fatta di slogan, di interessi personali e incapace di fornire formule risolutive per la crescita del territorio nel rispetto della dignità umana; una realtà che all’arrivo della pandemia ha solo potuto sperare di essere ignorata finanche dal virus.

Nel marzo 2020 abbiamo smesso di ascoltare le risposte di una politica inadeguata e iniziato ad indagare.
“Per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice ed è quella sbagliata”, scriveva Eco ne “Il Pendolo di Foucault”.

Questo l’assunto che abbiamo potuto constatare ad ogni passo della nostra indagine. Dove si perdono i milioni di soldi stanziati? Come si possono riproporre tavoli di lavoro inconcludenti? Perché nascondere il vuoto di una cattiva amministrazione con la retorica? Queste le nostre domande, interrogativi che non concernono soltanto il problema di San Ferdinando, ma riguardano la Calabria in tutti suoi aspetti.

Una regione che, stretta tra gli interessi di pochi e l’incapacità di fare squadra, ha perso ogni sua occasione di rivalsa e di crescita. Una crescita soprattutto economica tale da consentire, a chiunque lo voglia, di vivere in Calabria.

Alla luce di ciò, noi, in qualità di Collettivo Peppe Valarioti, abbiamo deciso di opporci allo status quo, all’idea che le cose non possano cambiare. La nostra indagine è partita dal problema della tutela dei braccianti agricoli che rappresentano uno dei motori dell’economia calabrese, da sempre fondata sull’agricoltura. Ma questo vuole essere solo il punto di partenza del nostro lavoro. Vogliamo diventare un osservatorio vigile, attento e pronto a denunciare, carte alla mano, tutte le occasioni di miglioramento che ci verranno sottratte.

Tra gli anni ‘70 e ‘80 la ‘ndrangheta inizia ad uccidere esponenti del partito comunista legati al mondo sindacale. Peppe Valarioti, professore, studioso, una vita spesa per la giustizia ed il futuro della Calabria, viene ucciso l’11 giugno 1980 sotto i colpi di una lupara.

Raccogliamo oggi questo testimone. Mettiamo a disposizione le nostre forze, il nostro tempo, le nostre competenze per rafforzare la consapevolezza dei diritti di ogni essere umano, studente, lavoratore che abiti questa regione. Non vogliamo essere cittadini passivi, non vogliamo aspettare che qualcuno lo faccia al nostro posto.

Di costruire prospettive nuove per la Calabria in troppi lo hanno promesso, pochi lo hanno fatto, tanti ci hanno deluso. Non è più il tempo di delegare, vogliamo essere i protagonisti. Senza doppi fini, senza guadagni personali, ma “solo” guidati dall’orgoglio di appartenere, ognuno a modo suo, ad una perla nel cuore del Mediterraneo.

Ma questa perla non appartiene solo ai calabresi. Le sorti del suo futuro sociale, civile ed economico dipendono da un interesse plurale che supera i confini regionali. La Calabria è in Europa ed è Europa. Il nostro obiettivo è far sì che essa possa diventare un territorio dove decidere di vivere e non dal quale scappare. Progettualità, collaborazione e coraggio: ciò che rende un progetto, da ambizioso e difficile, possibile e avverabile.

Peppe Valarioti, ben quarant’anni fa, aveva dato inizio a questo cambiamento. Il suo motto era: “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”.

Noi vogliamo portare avanti un sogno lasciato in sospeso. “Se non lo facciamo noi, ora, quando e chi lo farà?”. Siamo europei, quindi siamo calabresi, e nessun problema sarà mai troppo lontano da noi per non occuparcene.
“Se mai qualcuno capirà, sarà senz’altro un altro come me”

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