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Contro i diritti, riecco l’autonomia differenziata.-di Alessandra Algostino

Contro i diritti, riecco l’autonomia differenziata.-di Alessandra Algostino

Lo spettro dell’autonomia differenziata si riaffaccia alla ribalta dell’attulità politica e rischia di prendere forma con la bozza del “disegno di legge Gelmini” di attuazione dell’art. 116, c. 3, Cost.

In coerenza con l’istituzionalizzazione della diseguaglianza veicolata dall’autonomia differenziata, apre ad un trasferimento ampio di materie, in una cornice che, con il riferimento alla spesa storica, tende a fotografare e riprodurre le sperequazioni nella concretizzazione dei diritti. Tutto attraverso un processo, ça va sans dire, inscritto nella logica della verticalizzazione del potere e dell’esautoramento del Parlamento (il cui coinvolgimento, nella bozza, è relegato al parere reso dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali e alla ratifica del “disegno di legge di mera approvazione dell’intesa”).

Quanto alla salvaguardia di una tutela uniforme dei diritti che sarebbe assicurata dai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale, si può rilevare come, anche se fossero prestabiliti in relazione a tutte le materie devolute, essi non si riferiscono che ad un nucleo minimo, non alla tutela piena, effettiva e concreta dei diritti. I livelli essenziali non garantiscono eguaglianza. Il disastro della regionalizzazione della sanità è un tragico dato di fatto che la pandemia ha reso evidente in modo inoppugnabile.

La regionalizzazione si è rivelata un volano per la dismissione della garanzia dei diritti attraverso il servizio pubblico, quando non per l’abdicazione tout court al compito di tutela dei diritti: con l’autonomia differenziata si compie un altro passo verso la diseguaglianza e verso l’abbandono di un progetto di emancipazione sociale. “Diritti diseguali” è un ossimoro e i diritti sganciati dall’uguaglianza si trasformano in privilegi.

L’autonomia differenziata si pone in contrasto con il senso dell’autonomia sancita all’art. 5 della Costituzione. L’inserimento dell’autonomia tra i principi fondamentali sottolinea la connessione che esiste tra essa e principi quali democrazia, sovranità popolare, uguaglianza, solidarietà: l’autonomia è impregnata di tali principi e il riferimento all’unità, sempre nell’art. 5 Cost., ribadisce la sua inclusione in un comune orizzonte incardinato intorno alla dignità e ai diritti.

L’autonomia non è contro l’unità nazionale, ma ne è parte. È un’autonomia – quella costituzionale – che esprime un’idea di territorio come luogo vissuto, spazio di riconoscimento della pari dignità sociale, di esercizio dei diritti, di soddisfazione dei bisogni. Attraverso l’autonomia passano il pluralismo, la sovranità del popolo e intrinsecamente plurale, la valorizzazione della partecipazione, la limitazione del potere.

La prossimità in questo senso è garanzia, attraverso la vicinanza e l’effettività, di concretizzazione dei diritti, in armonia e al servizio del progetto costituzionale di uguaglianza sostanziale (art. 3, c. 2, Cost.). Nulla toglie l’autonomia così declinata alla garanzia dei diritti sulla base di un principio di universalità e di uguaglianza sul territorio nazionale.

La Costituzione all’art. 3 ragiona di uguaglianza effettiva, di differenziazioni e redistribuzione che possano garantirla, muovendosi nello spazio della solidarietà e della giustizia sociale; l’autonomia differenziata sponsorizzata da alcune ricche regioni del Centro-Nord si situa in un orizzonte competitivo e, dietro una perequazione dal sapore meramente retorico, stabilizza e incrementa le diseguaglianze. Si scorge in controluce l’utilizzo della categoria del merito come strumento di legittimazione delle diseguaglianze e giustificazione dell’abbandono della redistribuzione della ricchezza e della solidarietà.

L’autonomia differenziata si declina, dunque, in senso autoreferenziale, come egoismo territoriale, e si pone dalla parte della diseguaglianza. Costituisce una distonia nel testo costituzionale e va rimossa (come l’altro elemento disarmonico, il principio di pareggio di bilancio, appartenente alla stessa razionalità). Certo, si è consapevoli dei rapporti di forza: la distonia è la nota dominate e parte della melodia, egemone, che eleva la massimizzazione del profitto di pochi a grundnorm. Ma almeno non rinunciamo a far sentire che altra è la voce dei diritti, dell’uguaglianza, dell’emancipazione.

da “il Manifesto” del 25 giugno 2022

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Da Repubblica del 9 novembre Oscar Giannino ci informa, con un articolo dal titolo «I colpi della pandemia riapriranno le ferite del divario nord-sud», sugli esiti inevitabili della crisi. Il calo del Pil ridurrà le risorse prodotte dal Nord e devolvibili alla perequazione territoriale. Cita di passaggio il recente libro di Giovanardi e Stevanato Autonomia, differenziazione è responsabilità, in cui si legge che il trasferimento di risorse pubbliche al Sud è stato negli anni massiccio, e totalmente fallimentare.

Su una linea analoga si erano espressi il 2 ottobre Galli e Gottardo, autorevoli economisti della Cattolica, con un saggio sull’Osservatorio dei conti pubblici italiani. E già il 4 maggio 2019 Tabellini, ex rettore della Bocconi, in un articolo sul Foglio scriveva : «Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli». In tutte queste prospettazioni il tentativo di ridurre il divario Nord-Sud, comportando uno spreco di risorse, reca al paese danno, e non vantaggio. Ne segue il corollario, esplicitato o meno, che è nell’interesse del paese concentrare le risorse disponibili sulla locomotiva del Nord. Meglio per tutti se il divario rimane.

Si rafforza e si manifesta lo schieramento che nega ad un tempo lo scippo di risorse a danno del Sud da parte del Nord, e la riduzione del divario tra le due Italie. È una cannonata contro l’opposta tesi che l’Italia non esce dalla crisi se non rilanciando il Sud come secondo motore produttivo del paese: solo così può essere fermato e invertito il declino che ha devastato il Sud ma ha colpito – sia pure in misura assai minore – anche il Nord. Tesi sostenuta dalla Svimez e da autorevoli economisti, e soprattutto, almeno prima facie, accettata dal governo nelle sue scelte di politica economica e negli orientamenti nella utilizzazione dei fondi Recovery, anche in osservanza delle indicazioni UE.

Le due narrazioni contrapposte trovano aggancio in due serie di dati divergenti, entrambe di matrice pubblica: una, dei Conti pubblici territoriali dell’Agenzia per la coesione, per cui ai cittadini del Nord sono assegnate risorse pubbliche pro capite in misura maggiore che ai cittadini del Sud; l’altra, di provenienza Istat e Bankitalia e ora adottata da Galli e Gottardo e dall’Ocpi, che dice l’esatto contrario. Se fosse una contrapposizione accademica, potremmo non occuparcene. Ma sono ovvie le implicazioni per le scelte di politica economica e gli indirizzi di governo, inclusa la risposta alla crisi Covid.

Il 9 novembre, in un seminario presso la Fondazione Astrid su «Il ruolo del Mezzogiorno per la ripresa», il ministro Provenzano ha dato un’ampia informazione delle iniziative del governo. Nessuno dubita del personale e forte impegno del ministro a favore del Mezzogiorno. Ma può la sua posizione decisivamente orientare le politiche del governo nel suo complesso? Qualche domanda si pone.

Delle due serie di dati contrapposti prima richiamate, quale è adottata da Palazzo Chigi ai fini delle scelte e degli indirizzi di governo? Il ministro Provenzano assume quella dei Conti pubblici territoriali. Ma non sembra, ad esempio, di poter dire lo stesso per il ministro Boccia. Come conciliare con l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud la sua debole proposta di legge-quadro sull’autonomia differenziata, che vuole collegare al bilancio pur essendo tecnicamente inidonea a frenare le pulsioni separatiste? Andrebbe tolta dal tavolo.

Come scommettere sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni) come elemento decisivo di equità territoriale, dopo il fallimento del loro equivalente sanitario (Lea) e la conseguente frantumazione del servizio sanitario nazionale? Come assumere le conferenze e la concertazione tra esecutivi come luogo e metodo di un nuovo regionalismo – come suggerisce in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali il 30 settembre – quando l’esperienza passata ne dimostra gli effetti negativi sulla coesione territoriale, e la crisi Covid oggi ne conferma in termini anche più generali le pesanti conseguenze?

Avremo un ritorno della questione meridionale o di quella settentrionale? Lo vedremo sul palcoscenico del dopo Covid, dove si recita a soggetto. Il che può anche andar bene, a meno che gli attori non mostrino di essere – magari con eccezioni lodevoli – guitti di secondo ordine.

da “il Manifesto” dell’11 novembre 2020