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Tocqueville e i suoi fantasmi. Una lezione di filosofia.-di Filippo La Porta Saggio (con gusto letterario) di Bevilacqua

Tocqueville e i suoi fantasmi. Una lezione di filosofia.-di Filippo La Porta Saggio (con gusto letterario) di Bevilacqua

Piero Bevilacqua, storico meridionalista e scrittore, ha orchestrato un dialogo impossibile tra alcuni giganti del pensiero moderno, altrettanti spettri convocati nel 2021 in una sontuosa dimora vicino Parigi, dal visconte Alexis de Tocqueville: Illustri fantasmi nel castello di Tocqueville (Castelvecchi), e lo ha fatto con gusto letterario, sapiente messinscena e senso dei dialoghi.

Di fronte a noi sfilano Marx, Burke, Nietzsche, Lenin, Rosa Luxemburg, Gramsci, Friedman… tutti molto informati sulle trasformazioni del mondo contemporaneo. Credo che il nostro ceto politico – apparentemente nato da se stesso (riuscite a immaginare una biblioteca dietro i nostri partiti?) – avrebbe l’obbligo di leggere questo libretto, anche solo per acquisire un senso del passato, una consapevolezza della politica stessa, una cognizione sufficientemente precisa del conflitto di idee così come ci viene dalla tradizione.

Dichiaro subito la mia totale condivisione dello spirito del libretto, della sensibilità che lo sottende, della segreta identificazione dell’autore con Rosa Luxemburg (se non mi sbaglio), l’unica capace di attaccare sia la “ragione”occidentale, legata al dominio, e sia il soggettivismo rivoluzionario privo di misura, che non riconosce al caso alcuna importanza. Inoltre segnalo, in queste pagine, alcune perle assolute: la originale riflessione sulla mancanza di una vera tradizione di sinistra negli Usa, la disputa sulla illusione che basti produrre più ricchezza per elevare il livello di tutti, la denuncia dell’applicazione agli animali dei metodi di sterminio collaudati nel secolo breve, la confutazione del cosiddetto “stato leggero”, l’idea aberrante della colpa originaria oggi legata al debito contratto…

Non solo Bevilacqua dice qualcosa di sinistra, ma la dice con una chiarezza problematica esemplare. Detto questo, mi sento allora autorizzato a riportare qui un elenco di considerazioni critiche e di possibili obiezioni.

1 Nel nobile consesso mancano alcuni ospiti che sarebbero stati fondamentali (mentre far rappresentare da Friedman l’intera tradizione liberale è un po’ mettersi le cose facili). In particolare: Proudhon, che non capiva la dialettica (come Tocqueville) ma che aveva intravisto l’autoritarismo di Marx e più che di socialismo “scientifico”(micidiale illusione) parlava della centralità del bisogno di giustizia; Leopardi, che più di chiunque altro ha meditato sulla natura (restiamo creature gettate sulla terra, condannate a invecchiare e a morire, dice Tocqueville) auspicando (nella “Ginestra”) una lotta di tutti contro il comune nemico (mente il marxismo sulla questione del limite oscuro e naturale dell’esistenza ha delegato troppo al positivismo più bolso); Herzen, il pensatore libertario che ha mostrato come i fini troppo lontani nel tempo sono sempre un inganno (contano quasi solo i “mezzi”).

2 Unico autore contemporaneo citato è sir Ralf Dahrendorf ( e il nostro Carlo Cipolla)! Senza nulla togliere all’illustre “baronetto” politologo, forse c’era di meglio: Sennett, Nancy, Castoriadis, Ivan Illich…

3 La tirata di Marx contro il nostro tempo (la tendenza a farsi gregge delle persone) e le strategie pervasive di marketing (ci indurrebbero ad acquistare anche prodotti di cui non abbiamo bisogno)non mi convince, né mi pare in fondo “marxista”: le merci non sono mai imposte né interamente calate dall’alto. Vi è interazione tra alto e basso. L’iPhone – un prodotto di eccellenza tecnologica – è stato immaginato e disegnato da ex fricchettoni californiani (sottopagati) pensando a ciò che loro stessi desideravano di più, alla possibilità di comunicare facilmente con chiunque, etc.! Non ne abbiamo bisogno per la sopravvivenza? Certo, ma allora dovremmo rinunciare a 4/5 del nostro stile di vita.

4 Sulla violenza le critiche (radicali) al marxismo (la violenza levatrice della Storia, etc.) le avrei fatte citando almeno Simone Weil: ogni guerra, come la guerra di Troia, si dimentica le sue ragioni, mentre l’uso della forza sfigura per sempre chi la usa e chi la subisce. Compagni, ancora uno sforzo: Saul Alinsky, inventore del sit-in e di tecniche di disobbedienza passiva, organizzatore dal basso di comunità a Chicago negli anni ’30, è assai più “eversivo” di Che Guevara!

5 Il Nietzsche di questo consesso, benché dipinto correttamente come pessimista incorreggibile e critico della modernità, mi sembra troppo poco di destra, come invece era! Non dimentichiamolo, voleva gli operai ridotti a schiavi, senza la “finzione” del diritto di sciopero e cose analoghe!
6 Sugli States. Bevilacqua accoglie equanimemente opinioni diverse, però si capisce che è un po’ più dalla parte di chi li demonizza. Ora, dal punto di vista dell’ “essenza”(i filosofi prediligono l’essenza) può anche darsi che tra democrazia americana e Germania nazista non ci siano differenze rilevanti. Ma basta avr vissuto negli Stati Uniti una settimana per capire come invece i “dettagli” sono tutto, e circola ovunque un senso di libertà vertiginoso, a noi sconosciuto (un musicista nero, che viveva di espedienti, mi disse convinto: “I’m not poor, I’m broke”, “Non sono povero, sono – temporaneamente – al verde”).

Torniamo al mio pieno consenso a queste pagine di Bevilacqua. Nelle conclusioni fa dire a Marx: “Dentro quest’ordine vecchio della società, questo involucro inerte di divisioni e confini…è sorta una sola umanità, spinta da un comune desiderio di uguaglianza”. E parla di una “crisalide” uscita dalla membrana, una “nuova ragione del mondo”. E così Rosa Luxemburg, anche lei rivolta a Nietzsche (ma perché? tanto nessuno lo convince!), dirà che il bello, il buono e il giusto non sono spariti, “fanno parte della volontà di essere di tanti uomini e donne”. Ed è la “storia più nobile del nostro passato”.
Appunto: per la rivoluzione – qualsiasi cosa voglia dire questo concetto – è molto più utile il passato del futuro, la nostalgia di ciò che non è stato realizzato.

Particolarmente felice la invenzione del personaggio di Caterina, la domestica napoletana di Tocqueville, che alla fine invita tutti al pranzo, alle penne al ragù di maiale cucinato a fuoco lento per tre giorni, etc. (per la signora Rosa, vegetariana, pasta aglio e olio)… Sano richiamo materialistico ad una concreta esperienza di piacere indispensabile per criticare l’esistente, che quel piacere nega ai più. In tedesco le parole “compagno” e “godimento” hanno la stessa radice, come a quel pranzo ben sapeva Marx, affondando la mano nel groviglio della sua grande barba.

da “il Riformista”

La transizione ecologica non è una riforma ma una rivoluzione.-di Piero Bevilacqua

La transizione ecologica non è una riforma ma una rivoluzione.-di Piero Bevilacqua

Come bene argomentato da P.G. Ardeni e M. Gallegati l’annunciata rivoluzione verde europea e la sua versione italiana, la transizione ecologica, sembrano esaurirsi in un progetto di innovazione tecnologica orientato a ridurre i gas climalteranti, a limitare gli impatti dell’energia fossile, a rendere insomma il mondo un po’ meno sporco e a continuare tuttavia nella «crescita». Come se il problema fosse solo questo.

C’è un treno che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti. La grande questione è il capitalismo nella fase storica presente e nella configurazione dei suoi poteri a livello mondiale.

Sino a poco meno di un secolo fa il capitalismo, nonostante le alterazioni prodotte nel corso del 1800, era un sistema compatibile con le risorse disponibili e con gli equilibri del pianeta. A partire dagli anni 30 del ‘900, durante la Grande Depressione, alcuni manager americani si accorgono di ciò che Marx aveva già colto a suo tempo: l’industria capitalistica produce molte più merci di quante i salariati e il mercato riescano ad assorbirne. Una contraddizione da cui si poteva uscire in due modi: rendendo più rapidamente deperibili le merci, programmandone l’obsolescenza, e mettendo in piedi una gigantesca macchina pubblicitaria, in grado di inventare sempre nuovi desideri, così da trasformare gli individui in consumatori ansiosi di comprare cose di cui non hanno alcun bisogno.

Questo mutamento storico avviato negli Usa è diventato il modello di tutti i paesi capitalistici e oggi appare configurato in un sistema internazionale il cui tracollo catastrofico è l’esito più probabile. Come ha scritto Luigi Ferrajoli in uno splendido capitolo del suo La costruzione della democrazia (Laterza,2021): è «inverosimile che 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro a catastrofi umanitarie, nucleari, economiche ed ecologiche».

Dunque il problema, gigantesco, è duplice: rendere circolare la corsa del treno, vale a dire rendere riparabili e riciclabili le merci, i materiali ecc, mutare la scala dei bisogni e soprattutto puntare a un nuovo ordine mondiale, a un «costituzionalismo sovranazionale» come dice Ferrajoli, che insieme a Raniero La Valle ha costituito il movimento Costituente Terra. Si tratta di una strada obbligata per la salvezza del pianeta eppure non utopica. Nel dopoguerra, lo ricorda sempre Ferrajoli, la nascita dell’Onu aveva per qualche tempo orientato gli Stati verso una condotta cooperante ormai perduta.

Ma ci sono prove storiche poco note di come si può fare per intervenire con potere politico, sulle produzioni, sui mercati, sui singoli Stati. Il 1988 non evocherà nessun passaggio epocale nella mente dei lettori. Ebbene, in quell’anno vengono avviati in Europa, all’interno della Politica Agraria Comunitaria, i programmi di set-aside (messa da parte) per limitare gli eccessi di produzione agricola e alimentare.

Ai contadini viene richiesto di smettere di coltivare in cambio di un rimborso economico da parte della Comunità Europea. È un piccolo episodio legislativo, ma una svolta di portata simbolica universale. Mai era accaduto nella storia delle società umane che gli stati (i re, gli imperatori) esortassero a non coltivare la terra, ricevendone addirittura un compenso. Per millenni è accaduto il contrario. Questa politica di contenimento degli eccessi di produzione è proseguita con gli allevamenti, le note Quote latte, continua oggi anche con la viticultura.

Nessun imprenditore europeo è oggi libero di coltivare viti sul suo terreno se non possiede quote disponibili che lo autorizzino. Non ha qui senso entrare nel merito di questi provvedimenti, ma voglio sottolineare il loro carattere dirompente e carico di indicazioni per il futuro prossimo. Per la prima volta nella storia un potere sovranazionale interviene sulla libertà d’impresa dei diversi Stati, limita la produzione, regola il mercato.

Dunque, se è stato possibile in Europa deve essere possibile anche a livello globale: è solo questione di volontà politica. Ma questa volontà politica bisogna costruirla subito, puntare a un ordine internazionale di cooperazione non più rinviabile. Per questo restiamo sgomenti di fronte all’ottuso atlantismo del nostro ceto politico e del giornalismo che gli dà voce, incapace di vedere dove corre la storia del mondo.

Come si fa a seguire gli Usa che credono di essere ancora nel ‘900 e di poter continuare la guerra fredda per conservare una centralità ormai perduta? Come si può restare dentro un’alleanza che ha fatto esplodere guerre dappertutto, sta facendo lievitare la produzione e la vendita di armi in ogni angolo del mondo? Un macabro festival degli armamenti, in cui il nostro paese è protagonista, di ordigni di morte, mentre nel mondo già muoiono milioni di persone per un virus. E a quale fasulla mascherata si è ridotta la nostra democrazia, se di fronte a scelte tanto gravi dei governi la voce dell’opinione pubblica conta men che nulla.

da il Manifesto del 31 marzo 2021
Foto di Alexander Vollmer da Pixabay