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Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Nel discorso di Conte alle Camere per la fiducia il Mezzogiorno c’è o no? È una domanda ineludibile, perché Conte ha disegnato un percorso e un programma con la dichiarata ambizione di arrivare a fine legislatura. In realtà, è esattamente questa la scommessa politica che ha messo in campo, con l’obiettivo di ampliare la maggioranza. Se il tentativo avrà successo, da qui al 2023 si faranno scelte cruciali per tutto il paese, ed in specie per il Mezzogiorno.

Nella Camera dei deputati Conte ha rivendicato i risultati conseguiti dall’esecutivo. Ma al Sud ha dedicato solo poche parole, sulla fiscalità di vantaggio. A seguito di qualche contestazione venuta nel dibattito, ha poi ripreso il tema nella replica. Ha affermato che il Sud «è in cima alle priorità dell’agenda di Governo», e non per ragioni ideologiche. Solo facendo correre il Sud «potrà correre il Nord e tutta l’Italia».

Sembrerebbe una piena accettazione della tesi per cui far partire il Sud come secondo motore del paese è l’unica vera possibilità di rilanciare l’Italia nel suo complesso. Sulla sponda opposta chi invece vorrebbe rilanciare la sola “locomotiva del Nord”. Fin qui siamo alle parole. Molti un Mezzogiorno in cima alle priorità dell’esecutivo proprio non lo vedono. Ma Conte va oltre. Ci informa che con il Recovery Plan «si concentreranno gli investimenti, secondo alcune stime, le risorse per circa il 50 per cento nel Sud, se consideriamo tutti i progetti che si dispiegano anche in modo trasversale». Richiama anche 15 miliardi per infrastrutture ferroviarie, e 2.3 miliardi specificamente per le infrastrutture in Calabria. Cita il piano Sud 2030 e altre misure, segnalando in particolare che le iscrizioni negli atenei del sud sono aumentate del 7,5%.
Il discorso in Senato è stato un remake di quello della Camera.

Nessuna sostanziale novità. Il punto è che in entrambe le Camere oltre alle generiche affermazioni di principio il premier non è andato. Nessuna indicazione precisa sul come giungere a ridurre o azzerare il divario strutturale che spacca il paese.
Nemmeno sul terreno di diritti fondamentalissimi come la sanità e l’istruzione, in cui la pandemia ha drammaticamente evidenziato diseguaglianze crescenti.
Il punto allora è se sia credibile o no lo scenario delineato da Conte di un Sud in cima alle priorità del governo, e addirittura destinatario di un 50% delle risorse disponibili per il Recovery.

Dalle analisi svolte sulle bozze di piano via via disponibili vengono considerazioni di altro segno. Ricordiamo tutti la lettera dei presidenti delle regioni meridionali a Conte, anche se non è dato sapere se ci sia stato un seguito, o sia rimasta una mossa puramente di teatro per i fan. Come non sappiamo in quale modo Conte giunga alla valutazione di un 50% del Recovery destinato al Sud. Sembra però di poter trarre dal richiamo alla “trasversalità” che si tratti di progetti non specificamente volti al Mezzogiorno, ma all’intero paese. In tal caso, quanti e quali benefici ne verranno alle regioni meridionali rimane da vedere.

Sono già emerse polemiche, ad esempio, sulla effettiva ricaduta di risorse destinate ad agevolazioni per il lavoro nel Sud, e sulla strategia che il Recovery Plan delinea per i porti italiani. Si ritaglia per quelli del Sud un ruolo – ovviamente minore servente alla vocazione turistica del territorio. Conte non ci ha convinto. Bisognerà mantenere alto il livello di attenzione e cercare di incidere qui e ora, nel passaggio parlamentare promesso dal premier. Una volta concluso l’iter con un voto e con l’approvazione Ue, i giochi saranno fatti, e non si potrà correggere in corso d’opera l’errore di oggi. Che dalla parte più forte del paese venisse una pressione per avvantaggiarsi nella destinazione delle risorse Ue era prevedibile.

Ora, la vicepresidente e assessore lombarda Moratti vuole un vantaggio addirittura sui vaccini. Più Pil, più vaccini. E gli altri muoiano in pace. C’è un leghismo genetico che infetta il Dna di una parte del paese. L’abbiamo visto già all’origine dell’autonomia differenziata, quando i famigerati preaccordi del 28 febbraio 2018 tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e il governo Gentiloni avrebbero inteso commisurare il diritto all’assegnazione di risorse pubbliche alla capacità fiscale dei territori. Più ricchezza, più risorse. Il mantra del leghismo. Sarà difficile sconfiggere egoismi territoriali.

da “la Repubblica Napoli” del 20 gennaio 2021
Foto di Ulf-Angela da Pixabay

Dopo la crisi una nuova politica per il Sud.- di Massimo Villone

Dopo la crisi una nuova politica per il Sud.- di Massimo Villone

Sul grande schermo della politica abbiamo visto nella giornata di mercoledì succedersi tutti gli scenari possibili. Al momento, siamo alla crisi che ancora non c’è, perché dimissioni formali dell’esecutivo non sono state presentate. Al tempo stesso, è chiaro che non si può continuare come se nulla fosse accaduto.

Certamente Palazzo Chigi ha commesso degli errori, sui quali ben si poteva chiedere correzioni. Ad esempio, la prima proposta di governance sul Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) – tre ministri, sei supermanager e trecento esperti – sostanzialmente commissariava la stessa maggioranza. Una soluzione inaccettabile, poi cancellata per le pressioni di tutti. Sembra però che la richiesta di Matteo Renzi per un cambio di rotta gli sia alla fine sfuggita di mano. È certo difficile per l’opinione pubblica capire perché si vuole a tutti i costi far cadere un governo mentre si è pronti a votarne i principali provvedimenti. Delle ragioni di quanto è accaduto non appassiona discutere. Importa invece capire su cosa alzare argini a difesa. Il Pnrr rimane una scommessa cruciale per il futuro del paese, e in particolare per il Mezzogiorno.

Questo non cambierà, quali che siano gli esiti del passaggio parlamentare che si mostra al momento probabile, e gli scenari a seguire. Una critica alla prima stesura del Pnrr era che la nuova Italia cui si dichiarava di voler puntare non poteva uscire da un assemblaggio di vecchie carte tirate per l’occasione fuori dai cassetti. In particolare, mancava del tutto l’obiettivo strategico di vedere nel Mezzogiorno il secondo motore dell’economia italiana, da riavviare perché indispensabile per il rilancio del paese nel suo insieme.

Abbiamo invece ascoltato negli ultimi mesi economisti di vaglia – di cui ho dato conto su queste pagine – affermare la incapacità del Sud di trarre vantaggio dall’afflusso di risorse pubbliche.

Argomento decisivamente contrario a un Pnrr attento al rilancio del Mezzogiorno, che può solo avvenire con forti investimenti pubblici. Così diventano invece applicabili al Pnrr tutti i luoghi comuni che erano già stati alla base della spinta per l’autonomia differenziata. E che possono sintetizzarsi nella tesi per cui il bene del paese si trova nel far ripartire la locomotiva del Nord, non nella riduzione del divario Nord – Sud.

Nel dibattito sulle correzioni del Pnrr è emersa un priorità Mezzogiorno. Ma cosa cambia davvero?
Claudio De Vincenti e Stefano Micossi – certo non sospetti di estremismo sudista neoborbonico – notano sul Sole24Ore (12 gennaio) che a infrastrutture e investimenti sulle reti sono destinati solo 28 miliardi. In specie, risultano sacrificati con soli 4 miliardi gli investimenti in logistica e portualità, che “costituiscono la via maestra per consentire all’Italia, e in particolare al Mezzogiorno, di essere protagonista degli scambi europei e mediterranei”.

E certo fa impressione leggere nel Pnrr (pag. 100) che si punta a “una valorizzazione del ruolo dei Porti del Sud Italia nei trasporti infra-mediterranei e per il turismo” (corsivo aggiunto). Mentre si guarda ai porti dell’Alto Tirreno e Alto Adriatico (Trieste e Genova) per i rapporti con l’Europa del Nord. Porti di serie A e di serie B? Si può temere che la priorità per il Sud dichiarata dal Pnrr “trasversale a tutte le missioni” rimanga alla fine un flatus vocis.

Questione di soldi, e non solo. Il Sud come secondo motore in concreto non lo vediamo ancora. Adriano Giannola ( Quotidiano del Sud, 12 gennaio) avverte che con la pandemia si avvicina “un baratro che coinvolge le regioni settentrionali accomunate dalla prospettiva di progressiva meridionalizzazione”. La conferma viene da La Stampa (12 gennaio). Dopo anni di crisi e crescita rallentata “la grande paura del Nord è risvegliarsi alla fine dell’incubo della pandemia e scoprire di non essere più il motore del Paese. E ritrovarsi lontano dalle locomotive d’Europa”.

Appunto. Bisogna vigilare, e mantenere alta l’asticella del dibattito. La locomotiva del Nord non è bastata finora a frenare il lento declino dello stesso Nord. Ancor meno potrà in futuro. Scommettere oggi sul Sud con il Pnrr è indispensabile, ed è nell’interesse anche del Nord. Questo è il punto che va mantenuto, in qualsiasi scenario.

Lo dice persino Natale Mazzuca, vicepresidente di Confindustria: è tempo di “un’unità vera nella quale il Mezzogiorno deve rappresentare il secondo motore per far ripartire il Paese” ( Mattino, 12 gennaio). Bene. Ma è l’opinione sua, imprenditore calabrese, o il pensiero ufficiale e convinto di Confindustria?

da “Repubblica Napoli” 15 gennaio 2020

Rischiamo una governance da oligarchi. -di Massimo Villone.

Rischiamo una governance da oligarchi. -di Massimo Villone.

Miti e realtà del diritto costituzionale. Così potremmo definire la lezione che viene dalla lettura di alcune norme della legge di bilancio presentata alla Camera in data 18 novembre (AC 2790), e da altre notizie di contorno. L’art. 150 del ddl prevede la istituzione di un fondo di perequazione strutturale di 4.6 miliardi dal 2022 al 2033.

È in principio cosa buona e giusta, salvo che per la modestia delle cifre, poca cosa a fronte delle decine di miliardi che sarebbero necessari. Ma – si potrebbe dire – è un segnale. Già il 20 ottobre un comunicato (n. 3932) della Conferenza delle regioni dava così notizia del fondo: «Queste risorse … saranno a disposizione delle regioni del Mezzogiorno, delle aree interne e delle aree di montagna non appena sarà approvata la legge sull’autonomia».

Il riferimento era alla cd legge-quadro del ministro Boccia. Non è dato sapere, per la genetica oscurità delle conferenze, come e dove nascesse questa linea. Né in specie se e quali regioni interessate al fondo la accettassero, o chi la sostenesse a Palazzo Chigi. Ma qualcuno deve aver deciso, e certo lo sapeva il presidente della conferenza Bonaccini. Un baratto, melius ricatto: autonomia differenziata in cambio di perequazione infrastrutturale.

Lo stigmatizza duramente Giannola, presidente Svimez, sul Quotidiano del Sud del 31 ottobre. Non si costruisce così la solidarietà tra territori voluta dalla Costituzione. Ma non sorprende, considerando che proprio la concertazione nelle conferenze ha contribuito negli anni ad accrescere i divari territoriali. Nell’art. 150 del ddl bilancio non c’è una formale condizione nei termini indicati.

E si apprende ora che la legge-quadro non è tra i collegati alla legge di bilancio, come invece era stato auspicato e annunciato dal ministro. Non risulta sia mai giunta in consiglio dei ministri. Forse è resipiscenza su una personale strategia di Boccia, che ho più volte censurato come politicamente e tecnicamente sbagliata. Dunque, niente condizionalità e problema risolto.

Ma è proprio così? No. La valutazione delle esigenze e la assegnazione delle risorse passano per l’art. 150 attraverso decreti del premier (dpcm), in ogni caso previo concerto con il ministro delle autonomie e previa intesa della conferenza unificata o della conferenza stato-regioni (presiedute dallo stesso ministro). Concerti e intese sono forme di codecisione. È dunque evidente che se vengono subordinati – sia pure fuori da ogni ufficialità – al procedere del ddl sull’autonomia, questa diventa una condizione di fatto ancorché non prevista formalmente.

L’art. 150 può sembrare parva materia per le cifre, certo non in principio. In ogni caso, conferma sia il favor di Palazzo Chigi per modelli di governance fondati sulla concertazione tra esecutivi, le conferenze e le cabine di regia, sia i possibili effetti negativi. Chi governa davvero, dove, come?

Scelte e indirizzi decisi in modi obliqui, sotterranei, invisibili, e sottratti a forme efficaci di responsabilità politica? Può accadere, e accade. Già la lotta alla pandemia ha mostrato debolezze, soprattutto evidenti nella cacofonia politica e istituzionale dell’ultima fase. Lo stesso potrebbe accadere per la governance dei fondi Recovery. Si discute su una struttura di due ministri più il premier, con un ministro aggregato per i rapporti con la Ue. Comandano su sei manager, ciascuno assistito da 50 esperti (presumiamo di nomina governativa. Lottizzati?).

Qualcuno vorrebbe un direttore generale in capo ai manager. Si parla di poteri sostitutivi e commissari a ogni livello. È emarginato il parlamento, che Conte promette di coinvolgere senza dire come e quando. Con una prima assoluta, poi, il governo si auto-emargina a vantaggio di alcuni suoi membri.

Avremo modo di parlarne. Sarebbe necessaria una legge ad hoc, e non mancherebbero dubbi sulla creazione di un’architettura istituzionale parallela affiancata e sovrapposta a quella disegnata in Costituzione. Emerge un groviglio di competenze. E vogliamo sin d’ora richiamare l’attenzione sulla necessità di garantire la piena trasparenza, pubblicità e documentazione dei lavori, comunque e in ogni sede. Con buona pace della Costituzione e della democrazia, in una vicenda cruciale per il paese rischiamo una governance da oligarchi.

da “il Manifesto” del 1 dicembre 2020

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Da Repubblica del 9 novembre Oscar Giannino ci informa, con un articolo dal titolo «I colpi della pandemia riapriranno le ferite del divario nord-sud», sugli esiti inevitabili della crisi. Il calo del Pil ridurrà le risorse prodotte dal Nord e devolvibili alla perequazione territoriale. Cita di passaggio il recente libro di Giovanardi e Stevanato Autonomia, differenziazione è responsabilità, in cui si legge che il trasferimento di risorse pubbliche al Sud è stato negli anni massiccio, e totalmente fallimentare.

Su una linea analoga si erano espressi il 2 ottobre Galli e Gottardo, autorevoli economisti della Cattolica, con un saggio sull’Osservatorio dei conti pubblici italiani. E già il 4 maggio 2019 Tabellini, ex rettore della Bocconi, in un articolo sul Foglio scriveva : «Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli». In tutte queste prospettazioni il tentativo di ridurre il divario Nord-Sud, comportando uno spreco di risorse, reca al paese danno, e non vantaggio. Ne segue il corollario, esplicitato o meno, che è nell’interesse del paese concentrare le risorse disponibili sulla locomotiva del Nord. Meglio per tutti se il divario rimane.

Si rafforza e si manifesta lo schieramento che nega ad un tempo lo scippo di risorse a danno del Sud da parte del Nord, e la riduzione del divario tra le due Italie. È una cannonata contro l’opposta tesi che l’Italia non esce dalla crisi se non rilanciando il Sud come secondo motore produttivo del paese: solo così può essere fermato e invertito il declino che ha devastato il Sud ma ha colpito – sia pure in misura assai minore – anche il Nord. Tesi sostenuta dalla Svimez e da autorevoli economisti, e soprattutto, almeno prima facie, accettata dal governo nelle sue scelte di politica economica e negli orientamenti nella utilizzazione dei fondi Recovery, anche in osservanza delle indicazioni UE.

Le due narrazioni contrapposte trovano aggancio in due serie di dati divergenti, entrambe di matrice pubblica: una, dei Conti pubblici territoriali dell’Agenzia per la coesione, per cui ai cittadini del Nord sono assegnate risorse pubbliche pro capite in misura maggiore che ai cittadini del Sud; l’altra, di provenienza Istat e Bankitalia e ora adottata da Galli e Gottardo e dall’Ocpi, che dice l’esatto contrario. Se fosse una contrapposizione accademica, potremmo non occuparcene. Ma sono ovvie le implicazioni per le scelte di politica economica e gli indirizzi di governo, inclusa la risposta alla crisi Covid.

Il 9 novembre, in un seminario presso la Fondazione Astrid su «Il ruolo del Mezzogiorno per la ripresa», il ministro Provenzano ha dato un’ampia informazione delle iniziative del governo. Nessuno dubita del personale e forte impegno del ministro a favore del Mezzogiorno. Ma può la sua posizione decisivamente orientare le politiche del governo nel suo complesso? Qualche domanda si pone.

Delle due serie di dati contrapposti prima richiamate, quale è adottata da Palazzo Chigi ai fini delle scelte e degli indirizzi di governo? Il ministro Provenzano assume quella dei Conti pubblici territoriali. Ma non sembra, ad esempio, di poter dire lo stesso per il ministro Boccia. Come conciliare con l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud la sua debole proposta di legge-quadro sull’autonomia differenziata, che vuole collegare al bilancio pur essendo tecnicamente inidonea a frenare le pulsioni separatiste? Andrebbe tolta dal tavolo.

Come scommettere sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni) come elemento decisivo di equità territoriale, dopo il fallimento del loro equivalente sanitario (Lea) e la conseguente frantumazione del servizio sanitario nazionale? Come assumere le conferenze e la concertazione tra esecutivi come luogo e metodo di un nuovo regionalismo – come suggerisce in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali il 30 settembre – quando l’esperienza passata ne dimostra gli effetti negativi sulla coesione territoriale, e la crisi Covid oggi ne conferma in termini anche più generali le pesanti conseguenze?

Avremo un ritorno della questione meridionale o di quella settentrionale? Lo vedremo sul palcoscenico del dopo Covid, dove si recita a soggetto. Il che può anche andar bene, a meno che gli attori non mostrino di essere – magari con eccezioni lodevoli – guitti di secondo ordine.

da “il Manifesto” dell’11 novembre 2020

Il rimpallo che delega e confonde le responsabilità.- di Massimo Villone

Il rimpallo che delega e confonde le responsabilità.- di Massimo Villone

Ormai non passa giorno che non ci presenti lo spettacolo di una rissa tra governi regionali e locali e l’esecutivo nazionale. Da ultimo, Michele Emiliano chiude le scuole in Puglia, seguendo la via già tracciata da De Luca in Campania. Adduce in motivazione l’accertamento – fatto da chi, dove, come? – della scuola come occasione di diffusione del contagio. La ministra Azzolina virtuosamente si infuria. Tentazioni analoghe, secondo le notizia di stampa, in Calabria e in Sicilia.

Ma la palma del migliore pezzo di teatro va alle cd autonomie speciali. Il 17 ottobre, in un esaltante proclama ai cittadini dell’Alto Adige, il presidente provinciale Kompatscher attacca i provvedimenti restrittivi del governo e dichiara: “Nella convinzione che responsabilità e buon senso, nel lungo periodo, funzionino meglio dei divieti, lo scorso maggio in Alto Adige abbiamo deciso di intraprendere con convinzione un nostro proprio percorso”. Melius re perpensa, il 29 ottobre lo stesso presidente dichiara: “Alla luce dell’andamento epidemiologico, la situazione è superata. Ci muoviamo in linea con la Germania e l’Austria”. Quindi, seguire le istituzioni italiane, no. Copiare tedeschi e austriaci nel cosiddetto lockdown soft, sì.

Colpisce il tono bellicoso del ministro Boccia, quando dichiara che saranno impugnati gli atti “di tutte le Regioni e le Province Autonome che decideranno di aggirare le disposizioni del Dpcm”, confermando peraltro la possibilità di provvedimenti più restrittivi. Non capisce che non si affronta una pandemia con il fai da te locale. Né a quanto pare è consapevole di essere tra i responsabili della cacofonia politica e istituzionale in atto.

Abbiamo avuto in questo paese una congiunzione perversa tra il tema dell’autonomia differenziata e la crisi covid-19. Sul primo, il ministro ha da subito seguito la linea del “completamento” di un percorso già avviato dal governo gialloverde, che pure aveva suscitato forti perplessità e polemiche. Ho già ripetutamente scritto della debolezza della sua proposta, fondata su una legge-quadro inidonea a fermare le spinte separatiste, e sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni), strumento parimenti inidoneo a garantire eguaglianza in diritti pur fondamentali.

È seguita poi la crisi Covid, con la scelta della concertazione a tutti i costi tra esecutivi, filtrando le decisioni in un labirinto di comitati e conferenze. Ricordiamo le trionfalistiche dichiarazioni di alcuni governatori, all’inizio della cosiddetta fase 2. Rivendicavano a se stessi il merito di avere determinato il ritmo della ri-partenza, e alle regioni di appartenenza l’acquisizione di un decisivo maggiore peso politico e istituzionale. Una evoluzione certificata dallo stesso ministro Boccia il 30 settembre in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali, laddove argomenta che con la crisi pandemica è nato un nuovo regionalismo.

È facile capire che la concertazione a oltranza tra esecutivi ha permesso al governo di non essere l’unico ed esclusivo destinatario di critiche e polemiche. La rinuncia a esercitare il potere sostitutivo di cui pure il governo in principio disponeva ai sensi dell’art. 120 della Costituzione, e il subappalto delle scelte a governatori e sindaci, hanno forse consentito a Palazzo Chigi di non rimanere in solitudine nel mirino di tutti e di galleggiare in acque per qualche verso meno tempestose. Ma in tal modo chi risponde di cosa? Diventa in specie difficile imputare alle autonomie le responsabilità che sicuramente hanno.

Inoltre, quando si tratta di diritti costituzionalmente protetti l’unica scelta giusta è tendere alla massima uniformità possibile. E come non capire che in un contesto di pesantissima crisi economica e sociale il diverso trattamento, se non deriva da regole generali predeterminate, certe e chiare, può apparire discriminatorio e in danno di questo o quel territorio, di questa o quella categoria, e diventare elemento di inaccettabile tensione?

Nell’ultima informativa di Conte alle assemblee abbiamo sentito l’opposizione chiedere a gran voce un voto, rifiutato dalla maggioranza. Ancora un’occasione perduta per cambiare rotta e ridare centralità al parlamento, come luogo appropriato e necessario del confronto su una crisi di eccezionale gravità. Non possiamo rischiare di affondare tutti per far galleggiare qualcuno.

da “il Manifesto” del 30 ottobre 2020

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

La crisi sanitaria si intreccia con l’economia, la politica e le istituzioni. L’attenzione è tutta sui conti quotidiani del contagio, ed è comprensibile. Ma altre vicende in atto, oggi in parte oscurate dal fracasso mediatico, peseranno sul paese anche dopo la pandemia.

Il 2 ottobre Galli e Gottardo, economisti della Cattolica e dell’Osservatorio per i conti pubblici italiani (Ocpi), attaccano il Mezzogiorno con un saggio che ho già citato su queste pagine. La tesi di fondo è che la spesa pubblica ha favorito e favorisce il Sud, ma non ne ha risollevato né può risollevarne le sorti, perché il Sud non riesce a beneficiarne per la debolezza delle istituzioni (in ipotesi, inefficienti, clientelari e quant’altro). Cottarelli e Galli ribadiscono la tesi (Domani, 14 ottobre). L’Agenzia per la coesione, voce pubblica e ufficiale, giunge nei Conti pubblici territoriali (Cpt) a conclusioni opposte. È seguita dalla Svimez, da studiosi e commentatori, tra cui io stesso. È censurata dagli economisti Ocpi. Qualcuno sbaglia, o magari imbroglia?

È semplice. Si espungono alcune voci dalla spesa pubblica computabile nel raffronto Nord-Sud, e per magia non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord. Ocpi espunge anzitutto società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo «pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori». Una questione esclusivamente di mercato? L’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, qualunque politica di riequilibrio territoriale sarebbe preclusa a quelle società. Anzi, potrebbero solo dividere ulteriormente il paese. Ma allora come giustificare la presenza pubblica? La sola risposta sarebbe una privatizzazione integrale.

Si espunge poi la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Ma le pensioni in atto sono – e saranno per molti anni – basate anche sul metodo retributivo, e quindi almeno in parte a carico della fiscalità generale. Ancora, al Sud la vita costa meno. Dimenticando che i servizi di cui dispone il cittadino del Mezzogiorno sono di gran lunga inferiori. Infine, chiude la partita la debolezza istituzionale, perché in essa si bruciano le risorse pubbliche che non giungeranno mai a migliorare le sorti del Sud. Quindi, sono uno spreco che reca al paese danni, non vantaggi. Concorrono persino ad accrescere il debito pubblico.

Siamo chiari su un punto. Nessuno assolve il ceto politico e le classi dirigenti del Sud, certamente colpevoli. Né si nega la necessità di scelte oculate (come chiedono Drago e Reichlin (Corriere della Sera, 19 ottobre). Ma le false rappresentazioni e i luoghi comuni sul Sud, che sono alla base dell’autonomia differenziata, tali rimangono anche in panni di accademia. Oggettivamente, si spara a chi vorrebbe assumere tra le priorità essenziali per i fondi Ue un favor per il Sud allo scopo di ridurre il divario territoriale. Al tempo stesso, si offre un assist al separatismo dell’autonomia differenziata. Alla fine, secessione dei ricchi e spacchettamento in repubblichette diventano cosa buona e giusta.

E Boccia? Abbiamo già criticato la debolezza della sua proposta, e non ci ripetiamo. Quanto al nuovo regionalismo che predilige, tutto concertazione tra esecutivi e conferenze, è palesemente a rischio di letture strumentali e in malam partem. Vediamo poi commenti per cui il premier Conte vorrebbe evitare scelte impopolari mettendole nelle mani dei governatori, già sicuri di aver guadagnato come categoria un Oscar alla carriera per l’emergenza sanitaria. La sintonia con la strategia Boccia è evidente. Ma l’istinto di sopravvivenza di Conte si traduce in una debolezza di tutte le istituzioni nazionali.

Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate. Si coglie la vacuità e in qualche punto la pericolosità della proposta riformatrice in giallorosso, dal taglio del parlamento ai correttivi di là da venire. Mentre a destra avanza un progetto ben più concreto e condiviso di frammentazione in chiave di autonomia differenziata bilanciata dal presidenzialismo. Bisogna vigilare e resistere. Ogni passo ci allontanerebbe dalla Costituzione e dalla Repubblica una e indivisibile.

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

La recrudescenza Covid domina la politica e l’informazione, focalizzando l’attenzione sulle cifre della crisi sanitaria e sugli interventi per contenere il contagio. Finirà, speriamo presto. Ma intanto passano in secondo piano questioni urgenti, e destinate a produrre effetti duraturi. Fra queste, i temi delle riforme istituzionali.

Per una parte, e salvo pulsioni di presidenzialismo o di sindaco d’Italia, o di una ennesima “grande” riforma, si tratta di una strategia che non va oltre la riduzione del danno recato all’istituzione parlamento con il taglio, contempla interventi di scarsa efficacia, e sconta tempi non brevi. Solo un tema di peso è immediatamente in agenda, intrecciandosi con la gestione della crisi: l’autonomia differenziata, con la legge-quadro del ministro Boccia tra i collegati alla legge di bilancio, su un binario ad alta velocità.

L’Italia delle repubblichette è in marcia. La crisi Covid ha spostato l’asse politico-istituzionale del paese. Il feudalesimo dei partiti ridotti ad assemblaggi di potentati locali, da tempo in atto, è ora in piena vista. Ne sono riflessi la debole politica istituzionale di Palazzo Chigi, la pressione delle regioni del Nord – sostenuta da un forte schieramento di poteri economici e accademici – per un favor sulle risorse Ue, l’incapacità delle altre regioni di fare squadra e di reagire. Lo prova il 2 ottobre un saggio, in chiave antimeridionale, di Galli e Gottardo, dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani: La mancata convergenza del Mezzogiorno: trasferimenti pubblici, investimenti e qualità delle istituzioni.

Il 30 settembre, in audizione nella Commissione bicamerale per le questioni regionali, il ministro Boccia richiama la sua legge-quadro già nota, solo cancellando il commissario ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Non risponde alla censura sulla inidoneità tecnica della legge-quadro a vincolare e limitare intese approvate con la legge rinforzata di cui all’art. 116, comma 3, della Costituzione.

Scommette sui Lep, senza peraltro rilevare che nella sanità, dove già ci sono (Lea, livelli essenziali di assistenza), non hanno impedito che il servizio sanitario nazionale fosse ridotto a mera etichetta, con il fondamentalissimo diritto alla salute garantito in modo assolutamente diseguale. E senza considerare che i Lep non si opporrebbero di per sé alla regionalizzazione integrale di servizi e infrastrutture materiali e immateriali essenziali per l’unità del paese.

Lamenta la conflittualità tra s
tato e regioni, censurando l’eccessiva propensione dello stato a impugnative inammissibili o infondate (categorie invero non cumulabili), senza chiedersi se non ci sia piuttosto da riscrivere almeno in parte il Titolo V della Costituzione. Teorizza invece che dalla crisi è emerso un nuovo regionalismo, centrato sulle conferenze e sulla concertazione tra esecutivi, destinato a consolidarsi. Senza cogliere che il modello, scelto dal governo, ha prodotto e in prospettiva potrebbe solo accrescere l’emarginazione del parlamento, e male si inserisce nell’impianto costituzionale.

In tale contesto l’autonomia differenziata è utile e pronta all’uso. Non allontana l’Italia delle repubblichette l’audizione di Bonaccini – che riteniamo stia tuttora studiando come segretario Pd – il 6 ottobre nella stessa Commissione bicamerale. Sollecita fortemente una rapida intesa con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, respinge qualunque ipotesi di ricentralizzare la sanità e ribadisce che l’autonomia differenziata emiliano-romagnola è cosa buona e giusta.

Ci permettiamo di dubitarne, confortati dal deputato Piastra (Lega) che lo ringrazia per “avere dimostrato la sua volontà politica di sostenere, in quanto presidente della Regione Emilia-Romagna, i governatori della Lega in questa battaglia importante per chiedere più poteri allo Stato centrale”. Inoltre, insiste ancora che l’Emilia-Romagna non chiede un euro in più. Dimenticando le prove – che Galli e Gottardo cercano invano di confutare – di una spesa pubblica sbilanciata a favore del Nord. Forse ritiene che bastino i Lep, su cui insiste molto.

Magari pensa che così la manciata di euro destinata per asili nido a Reggio Calabria si avvicinerà ai milioni assegnati a Reggio Emilia. Ma se la memoria non ci inganna, al momento gli asili nido non sono materia Lep. E allora lasciamo tutto com’è?

da “il Manifesto” del 15 ottobre 2020

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

È mancato due volte, martedì, il numero legale alla Camera. Dato l’argomento in discussione – comunicazioni del ministro Speranza sul contenimento del virus – una vicenda non banale. Incidente di percorso, o fibrillazioni nella maggioranza? Vedremo. Il voto amministrativo e i ballottaggi hanno rinsaldato Palazzo Chigi. Paradossalmente, la recrudescenza della crisi Covid aiuta, distogliendo l’attenzione dall’emergenza economica e sociale, che invece è già ora, e sarà, il vero punto focale.

Le domande di fondo restano le stesse: quale progetto di paese? Chi decide, come e dove? Come si distribuiscono le risorse Ue? A Bari, alla Fiera del Levante, il premier Conte ha sottolineato l’attenzione per il Mezzogiorno, affermando che “l’Italia intera può recuperare la visione e lo status di potenza economica e industriale del passato se si riparte soprattutto dalle regioni del Sud”.

Ha esaltato le risorse Ue come “opportunità per ricucire il paese”. Per la sede, scontiamo un minimo di dolus bonus. Il 29 settembre a Roma, assemblea di Confindustria, Conte ha richiamato il Sud solo per difendere la fiscalità di vantaggio introdotta. Tuttavia il Nord “non potrà mai crescere in modo sostenuto se non crescerà insieme al Sud e al resto dell’Italia”.

A Roma e Bari si intravede la tesi – copyright Svimez e altri – che nel Sud va avviato il secondo motore del paese. Il 15 settembre il ministro Gualtieri, nelle commissioni riunite bilancio e finanze della Camera, ha implicitamente riconosciuto che le risorse Ue per l’Italia sono correlate al ritardo del Sud. Che dunque – aggiungiamo – ha particolare titolo a beneficiarne. Ma è un indirizzo che non troviamo scritto in chiaro nella Nota di aggiornamento al Def (Nadef) appena pubblicata.

Dunque, si cambia o no rotta rispetto alla strategia di staccare e far correre la locomotiva del Nord, come avrebbero voluto i fautori dell’autonomia differenziata separatista? Forse. In ogni caso, con due interrogativi.

Il primo è sulla coerenza e adeguatezza della strategia operativa. La raccolta indifferenziata di circa 600 progetti da parte di amministrazioni di ogni livello – ora a quanto pare ridotti a un centinaio dal comitato interministeriale (Ciae) – non favorisce chiare priorità e un’idea di paese. Il secondo viene dall’autonomia differenziata. Come interagisce con il piano di recupero e la destinazione delle risorse Ue?

Il 30 settembre nella Commissione per le questioni regionali il ministro Boccia insiste sui Lep, sulla legge-quadro da lui proposta, sulla concertazione tra esecutivi. E a quanto risulta la legge-quadro è inserita tra i collegati alla Nadef, su un binario parlamentare veloce. Gli aspiranti separatisti festeggiano (Corriere del Veneto Venezia-Mestre, 7 ottobre).

È una strategia di cui abbiamo già criticato la debolezza verso la bulimia competenziale del separatismo nordista. Che ne pensa il ministro Boccia del (fallito) tentativo targato Pd di devolvere al Veneto per via di emendamento i servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero (Giornale di Vicenza, 7 ottobre)? Si spacchetta l’Italia un pezzetto alla volta? Né la legge quadro bloccherebbe la conflittuale cacofonia politica e istituzionale evidenziata dal Covid, e da ultimo ribadita da Zaia (Corriere della Sera, 7 ottobre). Né ancora favorirebbe strategie nazionali di “ricucitura del paese” in settori cruciali: sanità, scuola, infrastrutture, ambiente.

A Bari, alla Fiera, Emiliano ci informa che proprio sui Lep c’è stata una rottura Nord-Sud: “ … insieme ad altre regioni del Sud, abbiamo deciso di non partecipare al tavolo della Conferenza Stato-Regioni che sembrava aver definito, nell’esclusivo interesse del Nord, la questione dell’autonomia e, conseguentemente dei Lep”. Nel modello conferenze gli interessi dei più forti hanno storicamente prevalso, e possono sempre prevalere.

In ogni caso, vittima designata è il parlamento, in prospettiva ridotto a recettore di scelte fatte altrove. E preoccupa che Conte a Bari per i progetti e i fondi Ue annunci strutture ad hoc al fine di “monitorare efficacemente e di realizzare nei tempi certi i progetti programmati”. Sarebbe il caso che tra le tante semplificazioni il governo ne praticasse subito una, su se stesso. Magari parlando un medesimo linguaggio.

da “il Manifesto” dell’8 ottobre 2020