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Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Ha centrato il cuore del problema Maurizio Landini, intervenendo al Congresso di Sinistra Italiana. Sbarazzando il campo dalle fantasticherie giornalistiche sulla diversità dei caratteri fra Conte e Renzi, e da altre amenità di pari consistenza, che sarebbero alla base dello scontro in atto, ha sottolineato che il conflitto nasce da due progetti contrapposti di gestione della crisi pandemica e delle risorse del Recovery Fund. Punto. Landini non si è poi soffermato molto sul tema, anche se ha ricordato che in Europa siamo il paese che ha più a lungo protetto i lavoratori dai licenziamenti.

Un provvedimento che fa tanto innervosire Matteo Renzi, il quale, com’è noto, e come bisognerebbe ricordare a politici e giornalisti senza memoria, brucia di così tanto amore per le condizioni della classe operaia da aver abolito l’articolo 18 e imposto la precarietà e il caporalato di Stato attraverso il Jobs Act.

E oggi il nostro stratega – lo racconta bene Roberta Covelli in La scelta di Renzi: cacciare Conte e portare avanti il programma di Confindustria in Fanpage.it – presso la corte di uno sceicco assassino, dove va a raccattare danaro, si dichiara «molto invidioso» dei salari di fame che gli imprenditori sauditi possono permettersi a Riad. Sulla cui condotta criminale il manifesto ha più volte richiamato l’attenzione (si veda da ultimo, Francesco Strazzari, Il primo, tardivo, segnale di politica pacifista).

Ma che Renzi sia uno dei più temibili uomini di destra della scena italiana è il segreto di pulcinella per i gonzi, e per la vasta fauna di scrittori e cianciatori nulla sapienti, che affollano la scena pubblica italiana. È tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni, di fare patti sotterranei col nemico.

Basterebbe l’elenco delle sue scelte di governo: dal Jobs act, alla Buona scuola, all’esenzione dall’Imu sulla prima casa, alla lotta contro il reddito di cittadinanza, alla critica contro le iniziative di sostegno sociale dell’attuale governo, ecc. Ma basta questo per spiegare la sua caparbia avversione al governo Conte? È solo una prima ragione.

Perché questo governo, lo si voglia o no, per quanto era nelle sue possibilità, ha puntato a proteggere la vita dei cittadini, contro la volontà di Confindustria (e di Renzi) di continuare le attività produttive nonostante il virus (qualcuno ricorda quanto accadeva nelle fabbriche lombarde, nella scorsa primavera?). E ha cercato di attenuare il peso della paralisi economica sulla condizione dei ceti più deboli, con un minimo di distribuzione monetaria.

Ma io credo che Renzi sia animato da un doppio progetto politico, uno immediato e un altro di prospettiva. L’uomo, in realtà non ha alcuna fede, se non in sé stesso, e appoggia i gruppi dominanti per ambizione, per averne in cambio sostegno di potere e danaro. Danaro non per avidità personale, ma per costruire le proprie fortune politiche. Perché primeggiare nel comando è il rovello che non lo fa dormire la notte.

Ebbene, agli occhi di Renzi Giuseppe Conte ha non solo il torto di non avviare subito la vecchia politica di opere pubbliche – oggi in contrasto con lo spirito del piano Next generation – di riaprire i cantieri, vale a dire riprendere il progetto del Tav in Val di Susa, il Ponte sullo stretto, tornare a saccheggiare il nostro territorio, facendo ripartire le grandi opere, magari senza appalti e senza tanti vincoli. Non è solo questo.

Conte ha il torto di tenere insieme due forze diversissime, per anni in reciproco conflitto, facendole cooperare all’interno di uno degli esecutivi di maggior successo in Europa. Chi sostiene il contrario, ricordando il numero dei morti da Covid in Italia, dimentica che la pandemia in Europa è iniziata in casa nostra, quando l’ignoranza sul virus era universalmente totale, e le nostre strutture sanitarie smantellate e impoverite da decenni di tagli.

Ma Conte non solo riesce a far cooperare due forze diverse, con una politica di europeismo critico, che gli è valso un riscontro senza precedenti nella storia dei nostri rapporti con l’Ue. Egli tiene uniti i singoli partiti, i quali non sono partiti, ma coacervi di correnti, gruppi, club, aggregati da collanti labili. Se salta Conte anche questi corpi rischiano di esplodere e nel rimescolamento generale Renzi conta non solo di dar vita a un esecutivo amico, ma di pescare forze fra i fuoriusciti dalla diaspora che seguirebbe.

Il suo l’obiettivo di fondo è di guadagnare nel prossimo futuro una consistenza parlamentare sufficiente a farlo diventare, in modo stabile, l’ago della bilancia di ogni possibile governo. Qualcosa di simile al ruolo di arbitro supremo che si ritagliò a suo tempo Bettino Craxi. È il caso di ricordare, dunque, alla sinistra, ma anche a tutti i democratici, a chi ha a cuore le sorti del paese, che bandire dalla scena politica Matteo Renzi costituisce una delle condizioni inaggirabili per la liberazione e il progresso della vita civile italiana nei prossimi anni.

da”il Manifesto” del 2 febbraio 2021

Polifonia di voci per immaginare e costruire una città di fratelli. -di Ilaria Agostini

Polifonia di voci per immaginare e costruire una città di fratelli. -di Ilaria Agostini

In vista delle elezioni comunali, un intellettuale collettivo, chiamato a raccolta da Piero Bevilacqua ed Enzo Scandurra, delinea in un «libricino» un nuovo «paradigma urbano». Roma: un progetto per la capitale (da oggi in libreria per Castelvecchi, pp. 96, euro 15) è il palinsesto di un programma politico a sinistra: «è un libro di parte», asseriscono i due curatori introducendo il lavoro, ascrivibile alla categoria della «cultura della proposta».

IL LIBRO GUARDA al passato e, tramite «impietosa» indagine critica, procede verso il futuro in una prospettiva convincente e non priva di creatività. Come nella proposta di Bevilacqua per una Casa delle Scienze Umane, dove, liberati dalle pastoie della «immediata e spendibile utilità economica», i saperi umanistici sono messi al lavoro e divengono occasione di impiego nella conoscenza, per modellare una nuova «cultura di ecologia urbana».

UN INNEGABILE MERITO di questo libro polifonico è rinvenibile nella sua indole «didattica», rivolta a una classe politica carente (quando non ne sia priva) di immaginativa progettuale sulla città e di consapevolezza della materia urbanistica (molto tecnica invero, ma nondimeno politica). L’urbanistica diviene così, nel libro, la cornice narrativa entro la quale riprende forma una «città sciolta nell’acido del mercato», che ha perso la sua dimensione pubblica a seguito dell’assalto privatistico alla ricchezza sociale, della managerializzazione dei servizi, della estrazione – pervasiva e feroce – di rendita fondiaria e immobiliare.

Citando un articolo di Luigi Cosenza (Rinascita, 1944) – «i piani regolatori sono problemi di solidarietà umana» – Scandurra propone al lettore un paradigma profondamente umano – «paradigma urbano» lo definisce, mutuando l’espressione da Bergoglio – nel quale Roma possa affrontare il «passaggio da una città di soci ad una di fratelli». È urgente far pendere la bilancia verso gli esclusi – continua l’urbanista – riducendone «il dolore quotidiano», costruendo un nuovo welfare e sottraendo gli spazi comuni alle «bande organizzate» che li privatizzano.

LE LINEE LUNGO LE QUALI si muove il «Progetto» per Roma si dipanano nelle pagine che seguono, dove si fa irruzione: nelle pratiche solidali dell’accoglienza messe in atto ai margini della metropoli (Roberto De Angelis); nell’agricoltura urbana e periurbana, attuabile da «cooperative di comunità» sui 10mila ettari di terre pubbliche ricadenti nel comune capitolino (Matteo Amati); nella proposta di un parco letterario dedicato a Carlo Levi, che Filippo La Porta innerva di preziose citazioni. La falsa narrazione del social housing e l’urgenza di avviare un piano di edilizia residenziale pubblica, anche tramite il riuso di edifici dismessi, rientrano nel capitolo di Gaetano Lamanna che fornisce inoltre suggerimenti per mettere in atto esperienze di residenzialità alternative alle Rsa, quali i condomìni solidali o i portierati sociali.

DIECI IN TUTTO gli autori, ma un solo pezzo – troppo poco – è a firma femminile, quello peraltro dedicato al più erculeo dei problemi delle città: la trasportistica. Le due urbaniste, Maria Rosa Vittadini e Alessandra Valentinelli, si cimentano in un esercizio di alfabetizzazione sulle possibili vie d’uscita praticate in tema nelle capitali mondiali, che promettono buoni risultati nel segno della messa in comune dei mezzi di trasporto.

L’APPORTO ESEMPLARE, tuttavia, non ha solo natura esogena. Roma è stata capace di formulare progetti memorabili, che Vezio De Lucia tratteggia con autorevole sintesi, ripercorrendo le vicende del governo urbano, da Argan a Petroselli, fino ad approdare al Progetto Fori che, nell’epigrafe che lo condensa, dischiude tutt’oggi il suo fascino: «accorciare le distanze fra centro e periferia, accorciare le distanze fra i tempi della storia». Com’è noto, il progetto viene travolto da una città in piena espansione (Paolo Gelsomini), dove l’urbanistica privatistica – e le invenzioni del Prg: dalle «compensazioni» alle mal congegnate «centralità», dal «pianificar facendo» ai «diritti edificatori» – ha vanificato i «sogni» per una «nuova Roma».

da “il Manifesto” del 27 gennaio 2021
Foto di djedj da Pixabay

Stile di vita e industria bellica Usa nello scenario ambientale post-Covid.- di Piero Bevilacqua

Stile di vita e industria bellica Usa nello scenario ambientale post-Covid.- di Piero Bevilacqua

La dimensione mondiale della pandemia prefigura oggi uno scenario ingannevole rispetto ai problemi che gli Stati dovranno affrontare allorché si presenteranno, con la loro drammatica urgenza, i nodi inaggirabili del collasso ambientale. Oggi abbiamo di fronte un nemico comune e questo rende più facile l’unità di intenti – in questo caso la ricerca di un vaccino – ma in futuro non sarà così.

La catastrofe ambientale cui andiamo incontro per effetto del caos climatico non avrà le fattezze di un nemico invisibile che ci accomunerà nella lotta per fronteggiarlo. Ma avrà forme ben più complesse e soprattutto dinamiche tendenti a dividere e perfino a contrapporre i comportamenti dei vari governi nazionali.

La catastrofe ambientale verosimilmente si presenterà come sommersione di vaste zone terrestri, desertificazione, riduzione dei corsi fluviali e degli specchi lacustri, diminuzione delle terre fertili, di estati roventi, perdita di raccolti, alluvioni, scarsità di materie prime. Quando questo scenario ambientale apparirà in tutta la sua cogenza sarà difficile, stante l’attuale ordine mondiale, immaginare una risposta concorde e unitaria da parte dei singoli Stati.

L’equilibrio, fondato sulla competizione più sfrenata, che ha disseminato la Terra di focolai di guerra, non può affrontare le emergenze ambientali con spirito cooperativo e solidale come si può affrontare una pandemia. E’ drammaticamente realistico immaginare che il venir meno di risorse fondamentali per mantenere gli standard economici dei vari paesi, acuirà i termini della competizione, con possibilità di conflitti armati dagli esiti imprevedibili.

Dobbiamo rammentare quanto è già avvenuto, prova sperimentale di quel che potrà succedere con ben altri esiti. Vale ricordare con quale espressione George W.Bush si smarcò dagli obblighi del Protocollo di Kyoto: ”Lo stile di vita americano non è negoziabile”. Ebbene, questo voleva significare che un paese con il 4% della popolazione mondiale, ma che consuma il 30% delle risorse del pianeta, si rifiutava di condividere le responsabilità collettive delle scelte che il riscaldamento climatico imponeva a tutti. Ma tale posizione di Bush, reiterata di recente in forme più aggressive e grottesche da Donald Trump, deve indurre a una riflessione sul ruolo degli Stati Uniti nello scenario mondiale.

Gli Usa sono un Paese che ha subìto negli ultimi 30 anni una rottura dei suoi equilibri interni e internazionali. Con il crollo dell’Urss, i suoi gruppi dirigenti hanno perso il nemico storico, un pilastro fondamentale per il loro dominio sull’Occidente. Il ruolo di contenitore del comunismo aveva fornito uno strumento egemonico impareggiabile sia per il consenso interno, che per imporre modelli culturali nel resto del mondo e possibilità di ingerenza in territori lontani come il Mediterraneo e il Medio Oriente.

Ora, è esattamente questo squilibrio destabilizzante, che mostra quanto profondamente sia diviso al suo interno il paese America, e la spasmodica ricerca dei suoi gruppi dirigenti di un nuovo nemico che autorizzi la continuità della sua politica imperiale e recuperi il consenso sul fronte interno. Non è tutto. Nella politica internazionale degli Usa un ruolo rilevante lo svolge il Pentagono ovvero la più grande fabbrica d’armi del pianeta. Un’industria che rappresenta una delle componenti del suo sviluppo economico: indirettamente per la supremazia militare che assicura e per gli incrementi del Pil. E questo non da oggi appartiene alla consapevolezza strategica dei gruppi dirigenti.

Già nel 1950, nell’amministrazione Truman « si teorizzava non solo la piena compatibilità tra burro e cannoni, welfare state e warfare state, ma la loro stretta interdipendenza: la crescita dei secondi avrebbe alimentato quella del primo, in una spirale virtuosa potenzialmene illimitata».(M.Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo, Laterza). Dunque lo “stile di vita americano” è sostenuto anche dal successo dell’industria militare, grazie a un numero crescente di conflitti armati per il mondo.

È la continuità sostanziale della politica militare Usa, resa possibile dalla Nato, sopravvivenza della guerra fredda, a cui l’Europa continua a restare asservita. I 70 milioni di cittadini che hanno eletto Trump saranno disposti a rinunciare all”America first”? Che cosa aspetta l’Ue a staccarsi dalla Nato e favorire un assetto più equilibrato dei poteri mondiali, unica condizione per evitare che la lotta per accaparrarsi i beni scarsi della Terra si trasformi nell’ultima delle guerre?

da “il Manifesto” del 16 novembre 2020
Foto di David Mark da Pixabay

La deriva progressiva delle Regioni parallela a quella dei partiti.-di Piero Bevilacqua.

La deriva progressiva delle Regioni parallela a quella dei partiti.-di Piero Bevilacqua.

Il dibattito in corso su questo giornale (il Manifesto) sul fallimento delle Regioni, condotto da Filippo Barbera, Angelo D’Orsi, Laura Ronchetti, Battista Sangineto merita di essere ripreso. È il caso di ricordare che le istituzioni non si inventano a tavolino, ma rappresentano forme di regolazione degli interessi collettivi sorgenti da bisogni locali, morfologie del territorio, culture diffuse, tradizioni storiche. E qui torna in mente Carlo Cattaneo, che nel suo La città considerata come principio ideale delle istorie italiane notava come nessun abitante di Bergamo o di Lodi si definisse lombardo, identificandosi quale abitante di quella regione, ma come bergamasco e lodigiano.

A lungo tuttavia quella dei comuni è stata immaginata come una storia limitata all’Italia centro-settentrionale, pagina di indubbio splendore civile, trascurando le esperienze coeve del Mezzogiorno. Che non sono state alla pari, ma certo non marginali, come mostra la recente ricerca storica, non solo per il ruolo avuto dai comuni (università), pur all’interno dell’ordinamento feudale del Regno, ma per il protagonismo di tante città. Non è del resto senza significato se ancora oggi un napoletano o un salernitano stenteranno a presentarsi come campani cosi come un abitante di Bari o Lecce non sente alcuna necessità di dirsi pugliese al cospetto di un forestiero.

Ovviamente l’osservazione vale per regioni “artificiali” come il Lazio e a maggior ragione per quelle del Centro-Nord. Dunque un rapporto di identificazione storica dei cittadini col territorio regionale si può rinvenire forse per la Calabria, con più deboli tradizioni cittadine (ma a lungo definite le Calabrie), e le isole, ma ricordando la preminenza delle città nella storia della Sicilia.

Dunque a una lunga vicenda di ordinamenti amministrativi incentrati sui comuni, coordinati da un’altra istituzione storica di antica data, le province, rispondenti alla necessità di una tessitura di più ampio raccordo territoriale, si è sovrapposto, nel 1970, un castello istituzionale che non rispondeva ad alcun bisogno amministrativo, senza alcun fondamento culturale, privo di radici storiche che non fossero le remote regioni augustee.

Il nuovo organismo, cui erano affidate più cospicue risorse pubbliche e più estese autonomie, veniva a comportare per i cittadini un ulteriore compito di partecipazione e di controllo democratico, che si aggiungeva a quello richiesto storicamente dagli altri organismi. Un compito che poteva essere svolto solo grazie alla presenza di forze organizzate, i partiti, in grado di assolvere i nuovi impegni di rappresentanza.

E difatti alcune regioni del centro Nord, nei primi decenni, hanno svolto con qualche efficacia i nuovi compiti, soprattutto laddove il Partito comunista italiano – il principale agente di disciplinamento civile dell’Italia repubblicana – aveva più estesi insediamenti, come in Emilia e Toscana ed Umbria. Significativamente, la progressiva degenerazione di questo istituto, diventato un centro moltiplicatore di spesa pubblica incontrollata, inizia con la dissoluzione clientelare dei grandi partiti, di cui gli stessi governi regionali hanno costituito un terreno di coltura e sviluppo. Sarebbe oltremodo interessante una ricostruzione storica del ruolo avuto da tali organismi nella formazione del nostro debito pubblico.

Naturalmente la degenerazione delle Regioni ha preso a galoppare dopo la riforma del sistema elettorale del 1999. L’elezione diretta del presidente, diventato ben presto una sorta di sovrano assoluto, con conseguente emarginazione del Consiglio regionale e l’affidamento di fatto del controllo di legalità agli organi della magistratura. La riforma del Titolo V della Costituzione ha inevitabilmente portato alla situazione attuale: le regioni non tendono ad allargare il potere, stanno disarticolando le stato, puntano, con l’autonomia differenziata, a smembrare il Paese.

Uno stato-unitario che ha poco più di 150 anni di vita. Una prova inquietante di questa deriva è venuta lo scorso anno dal semiconsenso alla richiesta di autonomia differenziata da parte di Veneto, Lombardia e Emilia esibito da De Luca ed Emiliano e dal silenzio degli altri presidenti meridionali. E’ evidente che tutti i nostri cacicchi, a Nord e a Sud, un pugno di politici mediocri e irresponsabili, sono pronti a fare ritornare l’Italia agli statarelli preunitari per pura ambizione personale.

Ora non si tratta di difendere il vecchio centralismo, occorre rafforzare al contrario il potere dei comuni, l’organo più vicino alla possibilità di controllo dei cittadini, rendendo più democratico e trasparente il loro governo e ridando nuove e più ampie funzioni di raccordo territoriale alle province. È il modo di rispondere ai bisogni di decentramento di uno stato moderno senza mandarlo in pezzi. Occorre ricordare che la politica è vittima del crollo antropologico subito dalle società in Occidente. Nessun legame ideale tieni più uniti i Narcisi solitari che son diventati i cittadini. Lasciare pezzi di territorio in mano a poteri personali è un rischio che l’Italia non può correre.

da “il Manifesto” del 25 novembre 2020
foto: Puzzle Italia in legno

La distruzione del sistema fiscale alla base delle diseguaglianze sociali.-di Piero Bevilacqua

La distruzione del sistema fiscale alla base delle diseguaglianze sociali.-di Piero Bevilacqua

Tra gli effetti indesiderati della pandemia che continua a sconvolgere la vita quotidiana di miliardi di persone c’è il drammatico restringimento del nostro immaginario. Gran parte dei nostri pensieri è assorbita dall’andamento della malattia e dal corredo di conseguenze che trascina con sé. Problemi economici e sociali di rilevante urgenza scompaiono dalla vista generale e dal pubblico dibattito.

In Italia è il caso di tantissime questioni fra le quali spicca la ventilata riforma fiscale, che solo in questi giorni il presidente del Consiglio Conte ha opportunamente ripescato dall’oblio generale, ponendola come uno degli obiettivi dell’agenda governativa per il 2021.

Torno sul tema perché va richiamata l’attenzione di tutte le forze democratiche. Se vogliamo che la riforma annunciata non si esaurisca in un semplice aggiustamento dell’ordine esistente, è necessaria un’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica e soprattutto una spinta sociale nel paese che faccia sentire il suo peso sul Parlamento e sul Governo.

Solo realizzando un ordinamento fiscale coraggiosamente progressivo si abbatte il caposaldo che ha retto le politiche neoliberiste degli ultimi 40 anni: la bassa pressione impositiva sui ceti ricchi e le grandi fortune.
Questa scelta, inaugurata da Thatcher e da Reagan, era sostenuta da una teoria economica che l’aveva nobilitata, quella dell’offerta, la cosiddetta supply side economics.

Secondo questa scuola di pensiero diminuire il carico fiscale ai ceti ricchi avrebbe portato più investimenti, posti di lavoro, maggiore ricchezza generale. Già nel 1998, molto prima della grande crisi del 2008, il premio Nobel Paul Krugman l’aveva definito un “errore economico” di cui “gli eventi hanno dimostrato la falsità”. Mentre il suo connazionale, James Galbraith, che ribattezzò la teoria in supply side failure, cioé fallimento, ha ricordato nel 2009 che i ceti ricchi favoriti dall’allentamento fiscale “hanno risposto punteggiando il paesaggio di case signorili”.

La distruzione del sistema fiscale su cui nel Dopoguerra aveva poggiato lo stato sociale è alla base delle inaudite disuguaglianze che lacerano le nostre società, in Italia hanno accresciuto in forme abnormi la ricchezza privata e la povertà pubblica, contribuendo non poco alla crescita del suo debito. Alberto Banti ha appena fornito un quadro ricco di dati su tutto questo che illustra in maniera schiacciante l’andamento delle ricchezze negli ultimi 40 anni connesso ai sistemi fiscali neoliberisti (“La democrazia del followers”, Laterza)

Se vogliamo comprendere le ragioni ultime dell’emarginazione della sanità pubblica, del definanziamento di scuola e università, dell’impoverimento generale dei comuni, della decadenza delle nostre città, dell’assenza di investimenti statali strategici, le dobbiamo cercare in gran parte nel del nostro sistema fiscale.

È davvero avvilente assistere in questi giorni drammatici della vita nazionale allo spettacolo di infermieri e addetti alle pulizie degli ospedali costretti a urlare per le strade la miseria dei loro salari a fronte di lavori massacranti. Mentre sappiamo quante fortune sono ammassate e si vanno ammassando presso tanti settori e ceti, anche in questi mesi che per tanti italiani sono stati di lutti e di angoscia.

Non si capisce, dal momento che nessuna solidarietà viene al paese da tali ambiti, perché il Governo non intervenga con un prelievo d’emergenza finalizzato ai problemi urgenti che incombono. Se non si opera in questi momenti allarmanti della vita nazionale, quando la necessità del sacrificio comune è così evidente, allora quando? Tanti nel Parlamento e forse nel governo non vogliono guastarsela con i potenti che sostengono con discrezione le loro campagne elettorali. Guardano ai personali interessi, fine ultimo del loro agire politico. Sarebbe meglio non dimenticare che quando usciremo dalla pandemia ci attende un debito pubblico gigantesco e senza un sistema fiscale di incisiva progressività il paese tracolla.

Per questo credo che la sinistra e soprattutto le forze sindacali – le uniche organizzazioni che oggi hanno una capacità di mobilitazione popolare – devono guardare a questo passaggio strategico nella vita italiana. La riforma fiscale decide una svolta strutturale nell’assetto economico e sociale del paese. Perciò i sindacati devono muoversi con tutta la loro forza su questo aspetto che non riguarda vertenze e salari.

Mentre noialtri cani sciolti della sinistra, con tutti i mezzi di cui disponiamo, dai giornali alle riviste, dai social alle campagne on line, non dobbiamo dare tregua ai sabotatori nascosti in Parlamento, e mostrare quanto l’ingiustizia fiscale sia alla base del declino recente dell’Italia.

da “il Manifesto” del 18 novembre 2020
Foto di b0red da Pixabay

Se la grande storia che racconta la Tv è sempre quella delle élite.- di Piero Bevilacqua

Se la grande storia che racconta la Tv è sempre quella delle élite.- di Piero Bevilacqua

La Grande storia è un fortunato programma televisivo che dal 1997 porta nella casa degli italiani frammenti visivi e anche puntali commenti di alcune delle pagine più drammatiche del ‘900. Grazie a documentari, foto d’epoca, testimonianze originali e spesso di prima mano, momenti salienti del nostro passato si fanno spettacolo per la fruizione del grande pubblico.

Le trincee della prima guerra mondiale, ma soprattutto la marcia su Roma, Mussolini, il re Vittorio Emanuele III, i gerarchi fascisti,l’ascesa del nazismo, Hitler, le sue donne, i suoi compagni e i suoi generali, la guerra e le varie campagne militari, i bombardamenti delle città,la Shoah e i campi di sterminio, lo sbarco degli Americani in Europa, la sconfitta del nazifascismo, il dopoguerra, la ricostruzione,ecc. Grazie alla drammatica spettacolarità delle immagini, la storia si fa vicenda epica che affascina ed emoziona, mentre certamente contribusce a gettare qualche luce sul nostro recente passato e a tenerne desta la memoria.

E tuttavia, questo modo di rappresentare la storia, diventato con gli anni sempre più insistito ed esclusivo, reca con sé un pesante carico di ideologia che va messo in luce. A partire dal titolo della trasmissione. Grande storia, perché? Perché a guidarla sono i grandi uomini, dittatori, generali, capi di stato, gerarchi, uomini politici di vario rango? E’ vero che c’è posto anche per le grandi masse, ma sempre come soggetto passivo, vittime, oggetto di comando o persecuzione. Non ci sono dubbi che la guerra sia un grande evento storico, ma i popoli, i cittadini, gli uomini comuni, sono solo la massa dannata che subisce i comandi di un pugno di capi.

Sul piano storiografico siamo di fronte a un ritorno indietro di poco meno di un secolo, in coerenza con l’involuzione generale di questa fase della storia del mondo e del grave scadimento culturale che segna in particolare la vicenda italiana degli ultimi decenni. Ricordo che questo modo di fare storia venne definita évenémentielle, cioé un racconto di eventi, dagli storici delle Annales, fondata nel 1929 da due storici eminenti: Marc Bloch e Lucien Febvre.

Quella definizione svalutativa, riferita al fatto che sino ad allora gli storici avevano generalmente raccontato solo vicende politiche, eventi diplomatici e militari, cronache di re e capi di stato,venne accompagnata e seguita da una massa spettacolare di studi e ricerche, dei due fondatori e di altri storici, destinata a rivoluzionare per sempre la discipina. Entravano allora sulla scena, per la prima volta, titolari di storia a tutti gli effetti e non più masse anonime manovrate dall’alto, i contadini con le loro condizioni di vita, lavoro, mentalità.

Tutta la multiforme stoffa della vita umana, l’alimentazione, la vita sessuale, le pratiche di lavoro, i modi dell’abitare, divennero ben presto materia di storia. Sicché tutti coloro che non avevano nome né cognome, sterminate masse prima senza storia, ne divennero i protagonisti. Si è trattato di una gigantesca democratizzazione della storia, sino ad allora narrazione privilegiata delle élites. Bloch e Febvre anticipavano il grande processo di emancipazione politica e culturale che sarebbe seguita alla guerra mondiale.

Ma un altro fondamentale apporto venne da quella svolta, uno dei contributi più alti del sapere storico alla cultura del ‘900: l’ingresso dello spazio nella vicenda storica e una nuova dimensione del tempo. Fernand Braudel ha dato forse il più alto saggio, con la sua Méditerranée, della possibilità che la geografia, i monti, i fiumi, le pianure diventino soggetti di storia in cooperazione con le popolazioni. Mentre ha mostrato che il tempo storico non è solo quello degli eventi, ma soprattutto quello della lunga durata, dei vasti processi sotterranei e strutturali in cui le società sono immerse e in cui le masse sono protagoniste.

Allora diciamo che il ritorno insistito della storia politica ed événementielle in TV non giova alla cultura nazionale. Insinua la vecchia idea che la storia la fanno i capi e indirettamente rivaluta vecchie ideologie autoritarie. Ma soprattutto perpetua una millenaria rimozione, la cancellazione che da sempre la storia ha operato della natura. In questa narrazione di eventi e grandi uomini i protagonisti vivono come angeli o demoni, staccati dal suolo. Ma proprio noi italiani non possiamo dar credito a una ricostruzione del passato che cancella le vicende del nostro territorio e il lavoro del nostro popolo.

Noi siamo diventati un grande paese moderno, grazie a una gigantesca opera di risanamento e rimodellamento del nostro habitat. Ancora nel 1865 una inchiesta governativa accertava la presenza di oltre 1 milone di ettari di acquitrini nella Penisola, dove imperversava la malaria. Tecnici e contadini, ingegneri e grandi masse, sono stati i protagonisti di questa epopea, così come della diffusione della nostra agricoltura, dell’edificazione delle nostre città, di canali e ferrovie, della ricostruzione degli abitati dopo i tanti terremoti,di tutte le opere di pace che costituiscono la stoffa di quella che è la nostra Grande storia.

da “il Manifesto” del 20 ottobre 2020
Foto di WikiImages da Pixabay

Fratelli nessuno, nel mondo come gabbia di produzione.- di Piero Bevilacqua

Fratelli nessuno, nel mondo come gabbia di produzione.- di Piero Bevilacqua

“Ma la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro”, scrive papa Francesco ad avvio della sua enciclica ‘Fratelli tutti’, esprimendo un’impressione che domina oggi l’immaginario collettivo. Negli ultimi tre decenni si è aperto il vaso di Pandora da cui sono usciti odi e fanatismi dimenticati, l’individualismo sfrenato ha disfatto il tessuto delle relazioni umane, la competizione è diventata la regola di ogni rapporto fra le persone come fra i gruppi e gli stati, i conflitti politici e le dispute territoriali si trasformano in guerre sanguinose.

Ma come poteva essere diversamente? Sono trent’anni che le classi dirigenti, gli uomini politici, gli intellettuali, i media assediano giorno dopo giorno la nostra mente con un unico e ossessivo messaggio: occorre crescere, incrementare la produttività, rendere il sistema competitivo, il lavoro flessibile, accettare la sfida della globalizzazione, ecc. Poteva un dominio così esteso e durevole del pensiero unico sulle nostre società restare senza effetti sul fondo antropologico delle culture collettive, delle psicologie, dell’etica e del comportamento dei singoli come degli stati?

Ho sempre osservato con stupore la suprema indifferenza per gli esiti sociali, umani, morali (di quelli ambientali sarebbe pretendere troppo) con cui gli economisti di tutte le tendenze, anche progressisti, dettano le loro prescrizioni a sostegno della crescita. Ricordo qui per brevità il caso degli economisti agrari.

Non c’è un loro manuale che non prescriva oggi la formazione di aziende di grandi dimensioni, le monoculture, la crescita della produttività del lavoro attraverso le macchine, la proiezione verso i grandi mercati, l’abbassamento costante dei costi e quindi la competitività del prezzo dei prodotti.

Ma queste prescrizioni hanno come effetto la scomparsa degli uomini dalle campagne, e dunque la perdita di tanti territori che rimangono senza presidi, una agricoltura inquinante che produce in eccesso e impoverisce la fertilità dei suoli, la grande massa dei produttori strangolati dalla grande distribuzione, la rinascita in grande stile di un fenomeno scomparso: la schiavitù bracciantile nelle grandi aziende.

E tuttavia sarebbe fuorviante pensare che il ritorno indietro della storia sia un rinculo generale. Per il capitalismo in questi decenni non si è verificato alcun regresso. Forse che sono diminuite le ricchezze di tanti singoli magnati, e delle imprese? Non abbiamo continue notizie dell’ abnorme concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi? Non sappiamo che si sono formati colossi multinazionali che hanno un bilancio paragonabile a quello di uno stato?

In realtà il mondo a totale dominio capitalistico è andato avanti, e indietro sono tornate le classi lavoratrici, gli ultimi della Terra. Regredite sono le coperture del welfare, le sicurezze e stabilità di un tempo, e dunque anche i rapporti umani, avvelenati dalla precarietà, da una ideologia della corsa continua, della guerra economica tra stati.

La violenza diffusa e la conclamata decadenza morale che segna oggi la condizione umana, descritta con tanto coraggio da papa Francesco, sono l’esito di questo radicale dominio capitalistico, del venire meno di un efficace contrasto politico su scala globale, dell affermarsi della sua intima logica predatoria.

Si è consumato infatti un mutamento storico che è stato percepito in vario modo ma che segna un passaggio d’epoca: le società sono diventate un modo di produzione. Il modo di produzione capitalistico, sempre più privo di freni e mediazioni. La crisalide del capitale, motore segreto della società, ha rotto l’involucro e si è fatta suo corpo.
E’ questa indispensabile lettura che consente di afferrare alla radice i fenomeni in atto e di poter almeno immaginare le strategie di contrasto. Il capitalismo sta abbattendo tutte le mediazioni, quelle statuali e politiche, come quelle culturali.

Si è creduto a lungo che Silvio Berlusconi fosse un’anomalia “mediterranea”, ma oggi Trump ci mostra che il nostro ex presidente del Consiglio era un fenomeno d’avanguardia del capitalismo, non un suo residuo di arretratezza. Oggi è nello stato più potente del mondo che questo modo di produzione, in alcune sue espressioni più aggressive, ha piegato le mediazioni politiche dell’ordinamento liberale agli interessi di un magnate. Anche lo svuotamento dei partiti politici, il loro divenire semplici agenti del mercato elettorale si inscrive in questo processo di fagocitamento di tutte le espressioni della società civile dentro le logiche di un modo di produzione.

E oggi appaiono in tutta la loro nefasta erroneità le politiche europee e italiane di adattamento della scuola e dell’Università ai bisogni della crescita, il loro asservimento a criteri aziendali, la mortificazione del processo formativo ridotto ad apprendistato di mestieri e professioni. I nostri governanti devono sapere che queste politiche concorrono al declino morale, all’indifferenza, all’egoismo, all’odio per gli altri che compone oggi l’informe impasto della società rappresentata da ‘Fratelli tutti’.

da “il Manifesto” del 15 ottobre 2020
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico. -di Piero Bevilacqua

Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico. -di Piero Bevilacqua

Un sovrumano silenzio e una profondissima quiete gravano sulla vita dell’Università italiana e il fatto che il ministro che la governa sia un ex rettore, un uomo che viene da quel mondo, non sembra cambiare le cose. La nostra Università, quale protagonista attivo della vita civile del Paese, non c’è più. E non l’ha uccisa il Covid 19, ma un insieme di processi e di scelte, che l’hanno radicalmente trasformata.

È antropologicamente cambiato il corpo dei docenti. Da 10-15 anni ha lasciato l’insegnamento un’ampia schiera, quella che potremmo chiamare la generazione dei maestri. Studiosi che dagli anni ’50 in poi hanno portato, accanto ai saperi delle loro discipline, un grande afflato civile, legato alle sorti del paese. È poi seguita un’altra generazione di insegnanti, quelli che da studenti hanno attraversato l’esperienza del ’68 e comunque si sono formati nell’Italia dei conflitti sociali e delle grandi manifestazioni di massa.

Oggi, nella fascia alta dei docenti, dominano figure anche scientificamente attrezzate, ma che vivono il proprio lavoro come un ritaglio specialistico, finalizzato a dei risultati da certificare presso agenzie di controllo. Sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, soffocati da compiti organizzativi mutevoli, spesso di difficile comprensione, da pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni che sottraggono tempo alla ricerca e a un insegnamento non di routine. È comprensibile che questi docenti non abbiano molti legami con la vita politica e culturale della società.

Più in basso lavorano le figure dei ricercatori, che devono attraversare un lungo purgatorio di precarietà, impegnati non a realizzare ricerche fondative per il proprio profilo di studiosi, ma per produrre quanto più possibile titoli – anzi “prodotti” come vengono definiti con gergo di fabbrica- per salire la scala della carriera accademica.

Qui, al gravissimo scadimento scientifico e culturale, che dà luogo a pubblicazioni seriali di brevi articoli e saggi di scarso valore, si accompagna una subalternità politica dei giovani ricercatori. Grazie alla riforma Gelmini queste figure, oggi come nel peggiore passato, debbono la propria possibilità di carriera alla fedeltà ai professori ordinari, e soprattutto alla propria latenza politica, al loro carrieristico conformismo.

Infine un altro grande mutamento ha cambiato i connotati degli studenti. In linea di massima – e questo appare in maniera parossistica nelle Facoltà umanistiche – non studiano per un itinerario formativo, ma vanno a caccia di crediti da mettere insieme secondo una disposizione cumulativa, finalizzata ai risultati, che distrugge alla radice lo studio quale esperienza di riflessione. I ragazzi oggi non ascoltano lezioni, ma corrono da una cattedra all’altra a raccattare punteggi. E occorre ricordare che mai una generazione era stata così tenacemente avversata, come quella dei nostri ragazzi, ai quali viene impedito di proseguire negli studi con ogni mezzo, dal numero chiuso in tante facoltà all’aumento delle tasse universitarie.

Da questo mondo regredito, schiacciato sotto il peso di una ideologia produttivistica che soffoca ogni visione generale, incatenato alla precarietà, non può più venire alcun moto di ribellione, né tanto meno un conato di revisione dello status quo. È necessario che a intervenire sia dunque il ceto politico di governo e lo deve fare al più presto, anche perché molti miglioramenti sono possibili senza esborsi finanziari.

È necessario abolire l’Anvur e i suoi criteri di valutazione industriale della ricerca, cancellare i crediti a partire dal lemma finanziario che li designa, rivedere il 3 più 2 e i percorsi delle lauree brevi, riformare i criteri dell’accesso alla docenza, bandendo la precarietà che è il vessillo funesto dell’ideologia neoliberistica, la pestilenza culturale universale da cui dipendono i fallimenti a catena del nostro tempo.

Nell’Università è urgente un’opera demolitrice di delegificazione. Liberiamo i docenti da compiti inutili di controllo produttivistico. Ma forniamo anche risorse per fare accedere una nuova leva di docenti, che ha accumulato studi ed esperienze e vive ai margini.

Nel momento in cui l’Ue rivede alcuni dei suoi erronei fondamenti costitutivi, occorre ricordarsi che l’Università è una loro vittima, a partire dal cosiddetto “processo di Bologna”. Non avrei tante speranze, tuttavia, in queste possibilità, se non fosse che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunziato un convegno internazionale sul nuovo umanesimo. Dopo decenni di emarginazione dei saperi umanistici dalle nostre università e dalla considerazione pubblica, questa è una novità che sorprende e che ci da qualche speranza.

da “il Manifesto” del 2 ottobre 2020
Foto di Frits de Jong da Pixabay

Lettera ai catanzaresi. -di Piero Bevilacqua.

Lettera ai catanzaresi. -di Piero Bevilacqua.

Cari amici di Catanzaro,
poiché nei prossimi anni si giocherà una partita importante per il destino della città, io che ci sono nato e, pur non vivendoci più da quasi 50 anni, ho con essa profondi legami, mi sono permesso di elaborare questo progetto che sottopongo alla vostra attenzione.

Una premessa.

Benché sempre più coperto di cemento e di asfalto, che hanno cancellato, negli ultimi anni, tante campagne e terre incolte, il territtorio del comune di Catanzaro, esteso per poco più di 11 mila ettari, conserva ancora la metà della sua superficie occupata dall’agricoltura. Ospita al suo interno circa 900 aziende che producono prodotti agricoli. A questa informazione occorre aggiungere un altro dato poco noto, che riguarda l’intera regione.

La Calabria è una delle regioni, se non in assoluto la regione più ricca di varietà di alberi da frutto d’Italia. Il che significa decine, talora centinaia di varietà di meli, peri, susine, ciliegi, fichi, peschi, agrumi, viti, ecc. Da questo sintetico quadro ci si aspetterebbe che nella città di Catanzaro tutte le mense scolastiche, gli ospedali, i dispensatori automatici degli uffici, fossero costantemente riforniti (anche attingendo alle campagne della provincia) da frutta fresca o trasformata, da succhi di frutta e spremute di vario genere, provenienti da agricoltura biologica o biodinamica.

Così come, almeno d’estate, quando la frutta abbonda di solito nei nostri mercati e mercatini, dovrebbe essere normale avere a disposizione decine di varietà di pesche, di susine, di uva, di fichi.

Invece è noto che niente o quasi niente accade di tutto questo. Poche scuole riescono a rifornirsi di frutta biologica durante l’anno. E d’estate è sempre più raro mangiare frutta prodotta nel nostro territorio o per lo meno in Calabria. Quel che abbonda è merce industriale, pochissime varietà, generalmente scadenti e di scarsa sapidità. Un paio di varietà di fichi del nostro territorio, (quando ne esistono centinaia) e la solita uva da tavola, buona certamente, ma limitata a un paio di varietà,Italia e Regina.

Qualcuno mangia più la nostra superba uva Zibibbo? Riuscite ancora ad assaggiare una delle nostre pesche, succose e gustose di un tempo? O le antiche, sode e saporite Percoche? Solo pesche belle a vedersi, ma senza sapore. In genere vengono dall’Emilia e dirò più avanti come sono prodotte.

A me è accaduto d’inverno, alcuni anni fa (mi auguro che nel frattempo la situazione sia cambiata) di chiedere in più occasoni, in vari bar della città, una spremuta di arancia e di sentirmi rispondere dal cameriere con una domanda: “Fanta?”.
Spero che voi cogliate la gravità un po’ ridicola di tale risposta. Noi lasciamo marcire sul campo le nostre arance e vendiamo nei bar il prodotto industriale di una multinazionale. E’ un esempio, piccolo certamente, ma significativo di un quadro generale drammatico della nostra economia, della sua dipendenza “coloniale” anche per i beni derivati dall’agricoltura.

Noi non riusciamo a produrre ricchezza dalle nostre terre, con il nostro vantaggiosissimo clima, con i nostri saperi agronomici, le nostre tradizioni artigianali e culinarie, e veniamo colonizzati dai prodotti fabbricati in altre parti del mondo.

Nel gesto di consumare un’aranciata Fanta, così come le pesche da agricoltura industriale dell’Emilia, sono condensate varie conseguenze di ordine economico, culturale, salutistico. E’ ovvio che se compriamo frutta o sue trasformazioni provenienti da fuori, noi diamo il nostro denaro ad altre economie e impoveriamo il nostro territorio. Ma in questo modo noi rinunciamo a un prodotto sano, coltivato in loco, fresco, preferendo un bene non solo scadente, ma potenzialmente dannoso per la salute. Sapete perché le pesche che giungono nel nostro mercato hanno un bel colore e risultano tutte uguali, ma sanno di niente? Perché sono pesche “agli ormoni”.

In natura non accade che i frutti maturino sulla pianta tutti insieme e poiché nelle aziende agricole industriali, dove la raccolta delle pesche è meccanizzata, occorre che la macchina raccoglitrice trovi i frutti nello stesso grado di maturazione.Per ottenere tale risultato gli imprenditori, poco tempo prima della raccolta, spruzzano sulle piante dei preparati con ormoni vegetali (auxine), così che i frutti maturino tutti insieme.

Credete che la perdita dei nostri frutti, verdure, legumi, cereali tradizionali e dei piatti collegati con questo nostro patrimonio di beni e di cultura, sia senza conseguenze per la nostra salute? Una sola, autorevolissima testimonianza, relativa a tutto il nostro Sud, che negli ultimi anni ha perso tanta agricoltura e cucina tradizionale.Nel 2006 un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità relativo alla diffusione dei tumori in Italia scriveva “…A mano a mano che abbiamo abbandonato le nostre agricolture tradizionali, la nostra antica alimentazione, acquisendo gli standard dei consumi industriali, ci siamo sempre più esposti alle malattie degenerative…”

Un polo agricolo e scientifico

E’ possibile invertire questa tendenza, che ovviamente riguarda più generalmente le nostre campagne? Un declino che spopola paesi, impoverisce famiglie, distrugge la biodiversità, desertifica territori? Oltre che necessario, credo che sia possibile e che anzi il rovesciamento di tale tendenza possa costituire un progetto in grado di appassionare i catanzaresi ed entusiasmare i nostri giovani più intraprendenti. La condizione preliminare di questa inversione è un mutamento culturale.

Occorre guardare al territorio non più come una realtà inerte, in attesa di essere “valorizzato” con la costruzione di case e centri commerciali (veri centri di raccolta dei nostri soldi che vengono portati altrove), ma come luoghi fertili, potenziali produttori di beni e di ricchezza.

Qui vi risparmio tutti i problemi di cui soffre l’agricoltura calabrese, meridionale e italiana per responsabilità della Politica Agraria Comune. Cercherò di mostrare quel che è possibile fare anche nelle presenti condizioni. E il punto di partenza del progetto è un luogo dove si scontrano le due contrapposte visioni del territorio: quella che lo vuole utilizzare per costruire edifici e quella che vuole farne leva di economie, di attività agricole e artigianali. E dunque quale punto di partenza più importante per sfidare una vecchia cultura e imporre una nuova visione di economia, dell’area di Giovino?

L’area di questo quartiere nei pressi di Catanzaro Lido, caratterizzata dalla presenza di un’ampia pineta lungo il mare e da una distesa di dune popolate da piante selvatiche e rare, è molto più vasta di quanto si creda: circa 240 ettari, occupata da case, strade, ma anche orti, aziende agricole, campagne, aree incolte. Per questo vasto territorio il Comune di Catanzaro ha in progetto una lottizzazione per costruire prevalentemente edifici e io invece credo che sia possibile avviare un nuovo corso di intrapresa economica, un modo avanzato e moderno, ambientalmente sostenibile, di dare valore al territorio.

A Giovino potrebbe nascere un “Parco delle Varietà Frutticole Mediterranee”, un’area in cui si raccolgono e coltivano le centinaia e centinaia di varietà dei nostri alberi da frutto. Oggi molte di queste piante sono presenti nei vari vivai della regione, presso i privati che le coltivano in modo amatoriale, disperse e spesso abbandonate nelle nostre campagne. Ma non formano aziende agricole vere e proprie fondate sulla varietà. Per costituire il Parco occorre dunque un’opera preliminare di raccolta a cui possono concorrere tanti nostri bravi agronomi. Non si creda che sia un’operazione del tutto nuova.

Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, alcuni agronomi dell’Università di Palermo hanno costituito, anni fa, il Museo vivente del mandorlo: un vasto giardino con centinaia di piante che producono mandorle e che tra febbraio e marzo attraggono folle di visitatori per la loro fioritura spettacolare. Certo, Giovino non è la Valle dei Templi, ma insieme alla Pineta e alle sue dune fiorite il Parco aggiungerebbe un elemento di attrazione non trascurabile.

Ricordo che anche in Calabria esiste un “parco” costituito dalle varietà di una sola pianta: un ciliegeto nel quale alcuni agronomi, tra cui Antonio Scalise e Franco Santopolo, hanno raccolto decine di varietà antiche di nostri ciliegi che ora crescono nelle campagne di Zagarise. In questo stesso comune è stata realizzata una piantagione di varietà di peri, meli e susine tradizionali. Ma l’esempio più importante che io conosca sono i cosiddetti Giardini di Pomona, realizzati nelle campagne di Cisternino, in Puglia, da Paolo Belloni. Qui, questo solitario amatore è riuscito a piantare circa mille piante da frutto, di cui oltre 400 varietà di fichi.

Naturalmente, accanto al Parco dovrebbero sorgere uno o più vivai, dove le varietà vengono riprodotte e vendute, così da sostenere la diffusione di una frutticultura fondata sulla varietà e sulla qualità in tutte le campagne del comune di Catanzaro, dentro la città, anche nei giardini, nelle aree degradate e nude, e potenzialmente nel resto del Sud.Giovino dovrebbe diventare il modello e il centro d’irradiazione di una nuova arboricoltura di qualità, fondata sulla ricchezza della varietà. E’ ovvio che la riscoperta delle varietà antiche e la messa in produzione dovrebbe riguardare anche le nostre piante orticole, i legumi, le erbe officinali, aromatiche, ecc.

Ma ciò che bisogna sottolineare è una novità storica importante.La nuova agricoltura non è un settore economico arretrato e residuale, ma un ambito avanzato e di avanguardia dell’economia del nostro tempo. Essa non si limita più a produrre carote o patate, ma crea beni molteplici e svolge, come già accade in Italia e in tante regioni d’Europa, nomerose funzioni. Nei frutteti, ad esempio, è possibile allevare a terra i volatili (polli, oche, anatre, tacchini) col risultato di contenere le erbe spontanee, fertilizzare costantemente il terreno senza dover ricorrere a concimi, aggiungere al reddito della frutta anche quello della vendita delle uova, dei pulcini, della carne.

Ma in ogni azienda agricola non industriale, accanto alla produzione normale oggi si fa trasformazione dei prodotti (vino, conserve, marmellate, miele, frutti essiccati,ecc), ristorazione, talora accoglienza turistica, didattica per le scuole, agricoltura sociale per i portatori di handicap, ecc. L’azienda agricola è inoltre un presidio territoriale, fa vivere gli abitati e i villaggi vicini, protegge il suolo dall’abbandono e dall’erosione, conserva e rinnova il paesaggio, tutela la bellezza dei nostri territori e un ambiente sano. Ai piccoli contadini oggi l’UE dovrebbe fornire un reddito di base per il prezioso lavoro che svolgono di custodi e manutentori del territorio.E questa è una battaglia in corso.

A tutte queste novità occorre aggiungere alcune importanti informazioni, decisive per far comprendere che le nostre campagne costituiscono un potenziale economico straordinario.Negli ultimi anni, grazie a un decisivo mutamento culturale, è esplosa una nuova domanda di prodotti salutistici, che riguardano sia la cosmesi sia, soprattutto, l’alimentazione.

Sempre di più vengono richiesti prodotti cosmetici non industriali, che non danneggiano la pelle, composti da materiali naturali e non chimici. Il successo straordinario che sta avendo in questi anni l’aloe rappresenta l’esempio più evidente. Ma in espansione è tutto il vasto campo degli integratori alimentari e dell’alimentazione macrobiotica, soprattutto i semi, ma anche gli oli essenziali, i succhi, le tisane,ecc. che incrementano la domanda di lino, canapa, sesamo, malva, melagrane, ecc.

Per le nostre terre, grazie alla mitezza del nostro clima, alla ricchezza della nostra biodiversità naturale, si aprono prospettive di grande interesse, che indicano nell’agricoltura, soprattutto ai nostri giovani, non un ingrato esilio di fatica e miseria, ma un campo di continue scoperte e innovazioni e di possibilità di occupazione e di reddito.
Naturalmente, fondamentale è associare alla produzione agricola la trasformazione artigianale dei prodotti.

Questo significa non soltanto accrescere il valore dei beni cavati dalla terra, ma ambire anche a un mercato più vasto, di scala internazionale.Trasformare la cipolla di Tropea in una pasta racchiusa in un vaso, o perfino in un tubetto, utilizzabile nei ristoranti, com’è stato fatto, significa farne un prodotto mondiale, con un valore simbolico che esalta un intero territorio.

Perciò a Giovino occorre progettare e incoraggiare la nascita di piccole imprese di trasformazione, in modo da formare un vero e proprio distretto agro-industriale, come ne esistono anche di dinamici e fiorenti nella nostra Calabria. Occorre uscire da una subalternità culturale non più tollerabile, che riguarda l’intero Sud. Vi ricordo che la Sicilia, il giardino d’Europa, per decenni la regione prima produttrice d’agrumi nel mondo, non ha mai creato un grande marchio d’aranciata. Della Calabria, buona seconda dopo la Sicilia, quanto a produzione, non è il caso di parlare. Basta la Fanta.

Va da sé che dove possibile, soprattutto nelle aree poco suscettibili ad uso agricolo, occorrerebbe impiantare pannelli fotovoltaici, per rendere il distretto potenzialmente autosufficiente per i suoi bisogni energetici. Così come è giusto immaginare spazi per il tempo libero, sport all’area aperta, giochi per bambini. Il diletto dei cittadini deve avere i suoi diritti a pari titolo dell’economia.

Infine. Se l’agricoltura non significa più coltivare patate e cipolle, se è un ambito complesso di attività in continua evoluzione, è evidente che occorre un contributo della ricerca scientifica per sorreggerla. A tal fine un completamento dell’intero progetto sarebbe la creazione di un Istituto per la studio della biodiversità agricola e delle piante della regione mediterranea.

Un centro di ricerca, che potrebbe connettersi con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria, col fine di studiare le potenzialità farmacologiche e d’altra natura delle nostre piante, ma anche il miglioramento varietale, le patologie, ecc. Un progetto ambizioso, in grado di attirare tante giovani intelligenze, che potrebbe essere finanziato dall’UE e che intensificherebbe anche i rapporti di collaborazione scientifca con i Paesi che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo.

Cari catanzaresi,
come sapete, nel territorio di Giovino il Comune di Catanzaro intende avviare un progetto di lottizzazione: nuove case, nuovi edifici, strade, nuovi centri commerciali. Dunque nuovo cemento e asfalto, che farebbero sparire il verde degli orti e delle campagne, aumenterebbero la temperatura locale, accrescerebbero la fragilita del territorio in occasione di piogge intense, richiamerebbero nuovo traffico veicolare. Inoltre, poiché la popolazione di Catanzaro, come quella di tutta Italia, non cresce, anzi diminuisce, i nuovi abitanti di Giovino sarebbero sottratti a quelli della città. A quel punto il centro storico si svuoterebbe definitivamente e Catanzaro diventerebbe un luogo fantasma.

E’ evidente, dunque, che quello del Comune è un progetto vecchio, che dilapida in modo irreversibilie il patrimonio delle nostre terre fertili superstiti, e, anziché creare nuove economie, nuovi posti di lavoro, pietrifica i pochi capitali esistenti. Vi ricordo che oggi voi godete degli spazi e del verde del Parco della Biodiversità, perché quell’area non è stata destinata a edifici, altrimenti oggi questo patrimonio collettivo sarebbe cancellato. Lasciare ai figli e ai nipoti pietre, al posto di terre fertili, a me francamente pare un progetto insensato, ingiusto e sbagliato, contro cui ribellarsi.

foto tratta dal sito fb “Dune di Giovino-Ultima spiaggia”.

Le regressive sorti di un capitalismo disastroso.- di Piero Bevilacqua

Le regressive sorti di un capitalismo disastroso.- di Piero Bevilacqua

I disastri in Veneto e in Lombardia con le improvvise tempeste dei giorni scorsi e i violenti incendi che hanno distrutto interi boschi della Sicilia occidentale, rientrano solo in parte nel quadro consueto dei dissesti italiani. Li comprendono certamente, ma entro una dinamica nuova e più grave.

Alluvioni, incendi, frane hanno legami invisibili. Il cosiddetto riscaldamento globale non si esaurisce nell’innalzamento medio della temperatura, ma si esprime anche nel caos climatico.

Nella ricorrenza accentuata dei fenomeni estremi, caterratte d’acqua in poche ore e perfino trombe d’aria, accanto a prolungate siccità, che offrono ai criminali, la possibilità di appiccare incendi alle foreste con sicuro successo.

Un mutamento nella storia della natura, dovuto all’azione umana, che si inscrive, in questo caso, nella vecchia storia d’Italia, lo stato nel quale il territorio acquista valore quando viene ricoperto da edifici, se si trasforma nello scenario della propria distruzione attraverso le cosiddette grandi opere.

In Italia, il paese più franoso e fragile d’Europa, le campagne necessiterebbero di una manutenzione costante, di una presenza operosa di figure umane, di lavori di controllo e sistemazione continua delle frane, dei corsi d’acqua, di pulizia e vigilanza sui boschi – come ricordava Tonino Perna su queste pagine a proposito degli incendi – di monitoraggio insomma del suolo, la base delle nostre vite e delle nostre economie, ormai sempre più esposta a drammatiche rotture.

Ma l’indifferenza inveterata del ceto politico e della cultura italiana nei confronti dei fenomeni naturali e della sorte del territorio oggi valica una soglia di gravità che potremmo definire storica. Il riscaldamento globale non comporta solo caos climatico con i disastri dell’oggi, ma, in una prospettiva non lontana, l’innalzamento dei mari. Lo scioglimento dei ghiacciai, che ha sorpreso anche gli scienziati per la sua recente accelerazione, comporterà l’invasione delle acque marine di vaste aree costiere e vallive, in tempi che nessuno può prevedere, ma che non saranno tempi geologici.

E qui mi torna in mente una definizione fisica dell’Italia da parte da un grande commis d’état del primo ‘900, Meuccio Ruini, il quale, volendo rilevare il carattere prevalentemente montuoso-collinare della Penisola, disegnava un quadro che oggi ha colori inquietanti: «Se il mare, alzandosi di pochi metri, ricoprisse quel golfo di terra che è la Valle Padana, l’Italia sarebbe una sola e grande montagna». Quei pochi metri, come ognuno può comprendere, sarebbero sufficienti a cancellare l’Italia dal novero dei paesi industrializzati, con perdite immense di beni e ricchezza.

Non voglio indulgere in prospettive catastrofiche, ma se i fenomeni presenti e quelli futuri prossimi minacciano in maniera così rilevante e rovinosa il nostro habitat, non dovrebbe mutare radicalmente la nostra attenzione e la nostra cura per il territorio, già oggi e sempre più bene scarssissimo e prezioso?

E allora, com’è possibile che ancora si cementifichino le periferie urbane – Lombardia e Milano, capitale morale, in testa – anziché ristrutturare edifici abbandonati, restaurare quartieri, valorizzare il già costruito? Perché si insiste con le cosiddette grandi opere che mangiano ettari ed ettari di suolo verde? Perché si abbandonano alle frane chilometri di terre incolte, si lascia deperire l’immenso patrimonio immobiliare dei paesi e villaggi, che si vanno spopolando nelle cosiddette aree interne?

Quando è evidente a tutti che questi territori diventeranno la nostra salvezza nei prossimi decenni, allorché il disordine climatico si aggraverà, tante aree costiere diventeranno inabitabili, come appare inevitabile di fronte alla colpevole inanità delle classi dirigenti dei paesi ricchi.

Eppure, sul piano politico si può ancora agire per avviare una svolta, non solo coi vincoli al cemento, ma già, ad esempio, con un salto culturale della Politica Agricola Comunitaria. Con l’assegnazione di un reddito di base ad ogni piccolo contadino europeo, che non solo produce, ma fa manutenzione del territorio.

La questione territoriale italiana oggi mostra un fenomeno inedito nella storia del capitalismo. Da quando esiste questo modo di produzione la realizzazione del profitto da parte del capitalista ha coinciso anche con la creazione generale di beni e ricchezza. Tale coincidenza, per via della produzione di beni sempre più imposti e superflui, si è da tempo indebolita.

Ma oggi, specie in Italia, la creazione del profitto, religione dell’imprenditoria occidentale, ha perso i suoi fondamenti metafisici, come le religioni rivelate, e in vasti ambiti dell’economia, con crescente evidenza, non produce più vantaggi e benessere, ma danni, per il presente e per l’avvenire.

da “il Manifesto” del 3 settembre 2020

Foto di Tumisu da Pixabay

Un diario che arriva da lontano a interrogare il nostro presente. -di Laura Marzi La recensione all'ultimo romanzo "Lettere da un altro tempo" di Piero Bevilacqua.

Un diario che arriva da lontano a interrogare il nostro presente. -di Laura Marzi La recensione all'ultimo romanzo "Lettere da un altro tempo" di Piero Bevilacqua.

Le iniziative editoriali e di quotidiani durante il confinamento sono state numerose, inevitabilmente. La necessità di soffermarsi, di riflettere e quindi di scrivere a proposito della segregazione in casa e della pandemia era impellente. La narrativa anche inizia a proporci i primi frutti di quel tempo, ancora attuale e potente l’impressione che quei mesi chiusi in casa hanno lasciato su ognuno di noi.

NEL ROMANZO di Piero Bevilacqua “Lettere da un altro tempo”, edito da Castelvecchi (pp. 128, euro 15), la protagonista è Francesca. Si tratta di una giovane donna alle prese coi suoi studi di letteratura, in particolare una ricerca universitaria sugli arredi nelle opere di Marcel Proust. Nelle prime pagine, in questo romanzo scritto in terza persona, la incontriamo mentre cerca, inutilmente, di concentrarsi su una bibliografia sconfinata degli studi sul grande scrittore francese.

Francesca, però, è preda dell’angoscia: ciò che sta avvenendo intorno a lei, negli ospedali, nelle case di riposo non le dà pace: «erano giorni e giorni, settimane ormai, che i telegiornali della sera aprivano con la notizia di migliaia di contagiati, centinaia di scomparsi, altre centinaia di infermi in rianimazione». Per lei è impossibile concentrarsi e vorrebbe tanto, nel caos della sua libreria, riuscire a scovare dei fumetti, perché è certa che potrebbero garantirle quella dimenticanza di cui ha bisogno. Trova invece una lettera che non sapeva di aver ricevuto, ancora sigillata, che le aveva scritto sua nonna Beatrice, morta ormai da due anni, con cui Francesca aveva sempre avuto un rapporto di affetto e complicità.

RIESCE con molta fortuna, visti i divieti, a soddisfare la richiesta dell’anziana donna: andare a Napoli per recuperare, prima che la casa venga venduta, una scatola con le lettere d’amore e il diario. Rientra quindi a Roma e si immerge nella vita di sua nonna, a Napoli, nel 1939. Sono proprio le lettere che Beatrice e Nino si scambiano per qualche anno e il diario di lei che costituiscono il corpo del romanzo.

In particolare, il racconto epistolare dell’innamoramento di sua nonna per quest’uomo di cui Francesca ignorava l’esistenza e la partenza di lui, disertore, per la Francia, quando l’Italia entra in guerra. In seguito, le pagine di diario di Beatrice che racconta del conflitto a Napoli. Leggiamo dei bombardamenti che in un primo momento risparmiano gli obbiettivi civili e poi di un crescendo di violenza cieca e di orrori, fino alle quattro giornate di Napoli, il primo episodio della Resistenza italiana contro gli invasori tedeschi.

Accanto ai racconti dettagliati degli avvenimenti – Bevilacqua insegna Storia contemporanea – troviamo la distruzione che la guerra generò nelle vita dei due innamorati e della famiglia di Francesca.Questa digressione storica che è poi la materia principale del romanzo ben si inserisce all’interno del presente della narrazione del confinamento e della pandemia di Covid-19, per varie ragioni. Prima di tutto, Francesca ha ereditato da sua nonna la vis polemica, la rabbia contro le ingiustizie dei potenti, come risulta dalle conversazioni telefoniche col compagno Gianni, economista che lavora in un’azienda in Lombardia. In queste occasioni, puntualmente Francesca si scaglia contro gli orrori della società neoliberista.

POI, durante il confinamento è stato molto dibattuto il paragone, spesso abusato, tra la pandemia e la guerra: dalle pagine di diario di Beatrice l’orrore del conflitto mondiale esplode con chiarezza.
Ciò non toglie che la narrazione parallela dei due momenti storici induca a una riflessione aperta sul presente, specie a partire dalla lettura delle pagine finali del diario di Beatrice.

Infine, la lingua merita attenzione, soprattutto il lessico. Bevilacqua fa uso di parole precise, quelle che molto spesso non vengono più utilizzate: «sferragliando»; «smanducando»; «sgrumulando», dando alla scrittura un’impronta inconfondibile.

da il “Manifesto” del 28.8.20

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Pandemia e animali, i focolai degli allevamenti industriali.- di Piero Bevilacqua

Come per la Sars, esplosa in Cina a inizio millennio, il contatto con gli animali selvatici sembra sia all’origine della malattia che attacca i polmoni. Dovremo perciò evitare in avvenire le pratiche e le occasioni che portano ad avere rapporti con tali creature.

Raccomandazioni ormai ovvie. Ma basta questo? Noi dimentichiamo che proprio in casa nostra, non nella giungla amazzonica o nelle campagne della Cina, coltiviamo focolai di malattie potenzialmente epidemiche. Chi si ricorda delle epidemie legate agli allevamenti intensivi europei, come l’ Encefalopatia Spongiforme Bovina (Bse), quella prodotta dalla Salmonella DT104, dall’Escheria coli 0157, ecc.?

Andrebbe ricordato che l’industrializzazione degli allevamenti, che ha consentito la produzione e il consumo di massa di carne nelle società affluenti, è stata pagata con una vera e propria esplosione delle malattie tra gli stessi animali. Esemplare la testimonianza di un autorevole veterinario, Giovanni Ballarini: “Le malattie dei polli, che superficialmente mi erano state insegnate all ‘Università, si potevano contare sulle dita di una mano: dopo solo dieci anni erano diventate quasi una disciplina e si andavano”frantumando” in una complessa varietà di patologie, ognuna tipica di una determinata tecnologia di allevamento, tipo di alimentazione, razza e varietà di animale” (L’animale tecnologico 1986).

Malattie degli animali che si manifestavano e restavano nelle aziende, ma che potevano anche dilagare all’esterno in forme impreviste. Lo stesso Ballarini, in un testo del 1979, Animali e pascoli perduti, metteva in guardia dal pericolo dell’allevamento intensivo dei bovini, che definiva una vera e propria bomba biologica. Nelle nuove stalle il continuo ricambio dei vitelli per le necessità della produzione industriale di carne, comporta l’immissione continua di nuovi capi, provenienti da ogni angolo del mondo. Una novità rispetto a tutta la precedente storia degli allevamenti, che porta dentro le stalle, con le bestie, nuovi batteri, insetti, virus.

E’ vero, che ieri e ancor più oggi, gli animali sono sottoposti ad accurata disinfezione, ambienti sono sterilizzati. Ma è proprio l’intervento di queste molecole chimiche di contrasto, ricordava sempre Ballarini, che può indurre qualche batterio o virus, capace di resistere ai trattamenti attraverso una mutazione genetica, a diffondersi nell’ambiente umano. Il fatto che non accada di frequente, che, ad esempio, tante malattie, come il temibile Circovirus suino, rimanga confinato ai maiali, si deve al caso e comunque a ragioni che la scienza – onnipotente solo nell’immaginazione degli ingenui – non conosce sino in fondo.

Del resto, si deve solo al caso se i cittadini europei sono scampati a un vero e proprio sterminio di massa. E’ il rischio che abbiamo corso, e per un momento temuto da alcuni scienziati: la possibilità che il prione, dell’encefalite bovina, potesse insediarsi nel sistema ghiandolare delle mucche, e quindi trasmettersi con il latte all’uomo. Che cosa, se non il caso, ha voluto che quel batterio killer restasse confinato nel cervello dei bovini?

Tuttavia la causalità con cui il Covid 19 dai pipistrelli è passato all’uomo non è della stessa natura di quella dipendente dal contesto degli allevamenti intensivi. Questi ultimi costituiscono una strategia economica delle imprese dell’agrobusiness per fare della produzione di cibo una lucrosa fonte di profitti. E occorre rammentare che questo sistema di produzione oggi appare per più versi insostenibile. Gli animali allevati nel mondo, passati da poco più di 7 miliardi del 1970 a oltre 24 miliardi del 2011(dati FAO), oggi sono forse raddoppiati.

Un numero comunque enorme, che già nel 2006 occupava per il “pascolo” il 26% della superficie terrestre, richiedendo l’occupazione di un altro 33% dei terreni agricoli per la produzione di mangimi. Cosi mentre nei luoghi in cui gli animali risiedono vengono inquinati con i liquami vasti tratti di territorio, le acque profonde e di superficie, liberando nell’aria metano e altri gas serra, nelle vaste pianure del Brasile, dell’Argentina, degli Usa, la superficie agricola è occupata da monoculture industriali di mais e soia ogm, che sottrae terre ai contadini e inquina il suolo. (A.Y.Hoekstra, The water footprint of modern consumer society, 2013).

In questo momento siamo allarmati dalla pandemia del Covid 19. Ma quanto accade oggi non ci deve far dimenticare che la nostra società poggia su un sistema di produzione del cibo gravido di rischi futuri.

A questo sistema è poi legata, una malattia non contagiosa, ma che negli anni, con gradualità, si è diffusa come una pandemia mortale: il cancro. Se si pensa con disincanto a questo aspetto, si comprende quanto i cittadini europei possono fare per cambiare le cose: sia mutando il proprio stile alimentare, sia lottando contro la politica agricola dell’Ue, che finanzia l’agricoltura inquinante e lascia le briciole ai contadini e agli agricoltori biologici.

il Manifesto, 7 aprile 2020
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