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Il bellicismo suicida degli italiani.- di Piero Bevilacqua

Il bellicismo suicida degli italiani.- di Piero Bevilacqua

Ho dovuto leggere un paio di volte l’articolo di Andrea Carugati (Il manifesto, 17/2) che informava dell’ordine del giorno votato con maggioranza piena alla Camera al fine di “avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2% del Pil”. Si tratta di passare dagli attuali 25 miliardi di spese militari all’anno (68 milioni di € al giorno) a 38 miliardi (104 milioni al giorno). Ho dovuto rileggere il testo anche per persuadermi che era stato votato non solo dal PD, ma anche da LEU, con l’opposizione di Fratoianni, i gruppi di ManifestA, di Alternativa e i Verdi.

E’ davvero difficile non rimanere sbalorditi di fronte all’infantilismo bellicista del ceto politico italiano, gonfiato da una campagna mediatica attiva 24 ore su 24, che non si era mai vista nella storia della Repubblica. Una fanfara propagandistica così totalitaria e faziosa da guastare perfino il dolore per la martoriata popolazione ucraina che sopporta la sciagura per niente mediatica della guerra.

Il servilismo filo-atlantico non aveva mai toccato queste vette e si fa fatica a capire perché. Certo l’Italia ha subito per quasi quattro secoli il dominio dello straniero e si comprende che è nei cromosomi delle sue classi dirigenti l’attitudine alla subordinazione. Ma ora continuare a piegare la testa agli ordini della Nato a guida USA equivale a una cecità suicida di portata strategica così evidente da sbalordire.

Siamo con ogni evidenza di fronte a una incapacità dell’Italia e dell’Europa di far valere i propri interessi, che sono interessi di pace, ma che ora arriva all’autopunizione. I governi europei hanno avuto una grande occasione all’indomani del crollo dell’URSS, potevano essere i protagonisti di un nuovo ordine mondiale multipolare, attirando nella propria orbita la Russia, costringendo gli USA ad accettare la fine della guerra fredda e ridimensionare la Nato, prendendo atto dei nuovi grandi attori che entravano in scena: Cina,India Brasile.

E’ singolare come si dimentica che gli USA per tutti gli anni ’90 e oltre hanno fatto affari con la Cina, che comprava a getto continuo titoli dell’ingente debito pubblico americano e spediva merci a buon mercato alimentando l’perconsumo interno e tenendo a bada l’inflazione. Quindi la Cina non poteva essere un nemico. Il fantasma della guerra fredda bisogna rimetterlo in piedi altrove. L’espansione a Est della Nato che insidiava gli interessi dell’Europa non è stata minimamente contrastata dai governi del Vecchio Continente, anzi hanno sempre accettato la versione americana in ogni conflitto locale, imponendo sanzioni che ci danneggiavano, ignorando per pochezza politica le necessità di sicurezza della Russia, uscita umiliata dalla disfatta del ’91.

E’ evidente che l’Unione Europea, diretta da ragionieri ingobbiti sui calcoli finanziari per realizzare l’austerità economica, non ha mai alzato gli occhi sullo scenario internazionale degi ultimi 30 anni, se non per ubbidire alla Nato e infilarsi in tutte le sue guerre per trarre qualche piccolo vantaggio.Priva di ogni visione strategica, ora che si ritrova la guerra in casa manda strepiti infantili e rispolvera toni bellicistici d’antan. Ascoltare gli impegni di riarmo del cancelliere Scholtz evoca le pagine più buie segnate dalla Germania nel ‘900.

Quanto a noi italiani, che avremmo un potere contrattuale enorme nei confronti degli USA, con la Penisola diventata una partaerei americana nel cuore del Mediterraneo, trascuriamo che la nostra appartenenza all’Allenza ci costringere da decenni a stare su vari fronti di guerra, in violazione della Costituzione, a dilapidare somme ingenti in armamenti: nel 2021 il nostro governo ha programmato 12 miliardi di nuove spese. Risorse che potremmo spendere per vaccinare i poveri lasciati senza cure nei vari angoli del mondo anziché bombardarli.

Ci chiediamo: di fronte a queste scelte che senso ha aver varato il PNRR-Next Generation UE? Siamo mobilitati per cambiare il nostro modello di sviluppo, approntare risposte al ricaldamento climatico, affrontare quella che si presenta come la più imprevedibilie delle sfide che l’umanità abbia mai avuto di fronte, e noi dobbiamo inseguire le ambizioni geopolitiche degli USA?

Sappiamo, tuttavia, che appena si troverà una soluzione alla guerra e la polvere propagandistica si depositerà al suolo, anche noi che scriviamo e discutiamo vedremo quel che già vedono milioni di Italiani: un paese sempre più povero, devastato dalla pandemia, dai fallimenti a catena di piccole imprese ed esercizi commerciali, e ora dall’inflazione crescente e da tutti gli effetti di ritorno delle sanzioni alla Russia, con un Mezzogiorno flagellato dalla disoccupazione, un debito pubblico ingigantito che i ragionieri dell’UE ben presto ci rammenteranno. E tutti i partiti della Repubblica sono concordi nel portare al 2% del Pil le spese militari?

ll bando borghi manca di strategia: che senso ha dare 20 milioni a un Comune solo?di Rossano Pazzagli

ll bando borghi manca di strategia: che senso ha dare 20 milioni a un Comune solo?di Rossano Pazzagli

Il 18 settembre 2021 il Fatto Quotidiano pubblicò “Non chiamateli borghi, sono paesi”, un mio intervento in cui si richiamava la centralità del paese, inteso come comunità locale, per scongiurare la retorica del piccoloborghismo e curare le disuguaglianze del Paese con la P maiuscola.

L’attuazione del PNRR è andato in direzione opposta, destinando oltre 1 miliardo di euro al cosiddetto piano Attrattività dei Borghi sul quale stanno piovendo critiche da tutte le parti, specialmente dagli stessi enti locali che dovrebbero beneficiarne, come ha riportato ancora il Fatto il 13 febbraio scorso. Tutto è centrato sul borgo.

Ma il borgo esprime una visione parziale: è solo una parte, una definizione retorica di chi guarda dall’esterno. Il paese è tutto, è comunità, territorio, casa; il posto dove tornare o dove restare, non solo il luogo da cui andare via. La questione non è solo terminologica e sottende una visione che ragiona a sistema invariato, cioè tende a riproporre per le zone interne lo stesso modello che le ha marginalizzate, cioè quello della competizione, della crescita economica e dei consumi, seppure ammantato dalle parole magiche che percorrono il Pnrr: sostenibilità, transizione ecologica, digitalizzazione.

Nella sua attuazione pare che si sia presi innanzitutto dalla necessità di spendere e di spendere presto, più che dalla elaborazione di una vera e propria strategia di intervento, da un programma calato dall’alto piuttosto che da una pianificazione partecipata dal basso, di fatto smentendo e rendendo così meno credibile l’impegno profuso con la Snai (Strategia Nazionale Aree Interne) negli ultimi anni in decine di aree italiane. Ne abbiamo una prova nel bando per la presentazione di Proposte di intervento volte alla rigenerazione culturale e sociale dei piccoli borghi storici da finanziare nell’ambito del Pnrr (misura “Attrattività dei borghi storici”, Missione 1). Un avviso pubblico che chiama i Comuni sotto i 5.000 abitanti a presentare progetti economicamente consistenti, alla svelta (entro il 15 marzo), quindi difficilmente agganciati a strategie coerenti di rinascita territoriale e a metodologie partecipative delle comunità locali.

Il miliardo di euro è ripartito in due linee.
Una linea A riservata a 21 progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica di un borgo individuato da ciascuna regione o provincia autonoma (progetti da 20 milioni di euro ciascuno); una linea B per progetti locali di rigenerazione culturale e sociale di piccoli borghi storici (progetti fino a 1,6 milioni). Appare ovvio che la maggior parte delle risorse (linea A) sarà attribuita a pochi luoghi, scelti dalle rispettive regioni, secondo la logica di creare “eccellenze” e lasciare tutto il resto nelle condizioni in cui si trova. Non è creando punti di eccellenza, ammesso che ci si riesca) che si attenuano le disuguaglianze territoriali e sociali. Ha ragione il presidente Uncem Marco Bussone che proprio su questo giornale ha parlato di una “lotteria da azzerare”.

Intanto ogni regione si è affrettata a individuare il borgo miracolato. L’avviso è uscito alla vigilia delle vacanze di Natale, i sindaci lo hanno visto in gennaio, la scadenza ministeriale è al 15 marzo, ma le regioni l’hanno generalmente anticipata al 15 febbraio per fare la loro scelta: il piccolo Molise, ad esempio, ha già destinato 40.000 euro alla istituzione di una commissione di valutazione per scegliere tra i 27 che si sono fatti avanti quello che potrà ricevere i 20 milioni (Det. Dir. 23 del 16.2.22).

Il Pnrr dovrebbe assicurare futuro e benessere al Paese, ma in questa modalità di attuazione manca in sostanza una visione strategica, sociale e ambientale, manca una effettiva partecipazione senza la quale pochi e frettolosi progetti si riveleranno interventi episodici, o addirittura cattedrali nel deserto, non in grado di durare e di alimentare una vera strategia di rinascita, guidati solo dalla logica di portare a casa qualcosa e di creare qualche rara ‘eccellenza’ per poi poter dire “l’abbiamo fatto”.

La generalità dei comuni delle aree interne avrebbe bisogno di qualche decina di migliaia di euro per vivere, per i servizi fondamentali – sanità, scuola, mobilità – per mantenere una strada, una linea di trasporto locale, per incentivare l’agricoltura, la cultura, il paesaggio. Invece si è deciso di dare 20 milioni a un comune solo, magari per creare una eccellenza che nasconda il persistente degrado generale.

da “il Fatto Quotidiano” del 13 marzo 2022
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Cari Sala e Fontana, il Pnrr ci offre un’alternativa.-di Tonino Perna

Cari Sala e Fontana, il Pnrr ci offre un’alternativa.-di Tonino Perna

La recente polemica, nata dalle esternazioni del sindaco Sala e del presidente della Lombardia Attilio Fontana nei riguardi del Sud, non va presa sottogamba, come un incidente di percorso. Invece va considerata come un segnale, preoccupante, per il futuro del nostro paese. Quello che Sala e Fontana sostengono lo pensano in tanti amministratori: visto che il Sud non è in grado di utilizzare il 40% delle risorse del Pnrr, tanto vale farle gestire alle regioni del Centro-Nord piuttosto che restituire queste risorse a Bruxelles. C’è una parte di verità in queste affermazioni e tanta parte di mistificazione e strumentalizzazione. Innanzitutto, dovremmo chiarire una questione di fondo. L’Italia ha ricevuto, in percentuale della popolazione e del reddito pro-capite, una quantità di risorse comunitarie come nessun altro paese della Ue proprio perché esiste un enorme divario interno tra Nord e Sud.

Per questa ragione, tra gli obiettivi prioritari del Pnrr c’è la riduzione del divario territoriale, e nessun altro paese Ue ne ha uno così marcato che coinvolge un terzo della sua popolazione, ovvero 20 milioni di abitanti con un reddito pro-capite del 40% inferiore a quello dei 40 milioni di abitanti del Centro-Nord. E se prendiamo gli estremi ci rendiamo meglio conto di che cosa parliamo: Il reddito pro-capite della Calabria è di 12.700 euro a fronte degli oltre 36.000 euro pro-capite della Lombardia, regione che ha un tenore medio di vita superiore alla media della Francia e del Regno Unito. E non è solo una questione di reddito o di consumi, ma della quantità e qualità dei servizi, dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), della qualità dell’istruzione, dei trasporti, ecc.

Senza la presenza di un divario così grande l’Italia non avrebbe ottenuto i 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 a fondo perduto, pari a circa il 27% di tutto il plafond messo a disposizione da Bruxelles per tutti i 27 paesi della Ue. Allo stesso tempo, non si può negare che esista un serio problema di progettazione e gestione di queste risorse da parte degli enti locali meridionali. Non che nel resto del paese la situazione sia brillante, ma è indubbio che negli ultimi dieci anni le regioni meridionali abbiano speso mediamente solo tra il 25 e il 30 % delle risorse comunitarie disponibili. Questo non significa che si debbano trasferire questi flussi finanziari nel Centro –Nord creando una ulteriore divisione, potenzialmente irreversibile e insostenibile. Fra l’altro, il contributo comunitario va a compensare la riduzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno che, tra il 2008 e il 2018, sono passati da 21 miliardi a poco più di 10.

Se non ci arrendiamo allo status quo possiamo immaginare una alternativa.

Gli enti locali meridionali, a partire dall’Anci, stanno chiedendo insistentemente al governo di dotare le amministrazioni locali di tecnici ed esperti in grado di utilizzare queste risorse del Pnrr. Richiesta sacrosanta che dovrebbe compensare il danno che hanno subito le amministrazioni locali, in tutta Italia, con il blocco del turn over e il taglio di oltre 12 miliardi di contributi statali. Ma non basta. Bisognerebbe mettere insieme i Comuni del Nord, Centro e Sud per una cooperazione fattiva sul piano della transizione ecologica, della digitalizzazione, dell’Istruzione e Ricerca, della Salute.

I Comuni delle aree più ricche avrebbero il vantaggio di trovare ulteriori occasioni di lavoro per le imprese del loro territorio, mentre i Comuni delle aree più povere avrebbero il vantaggio di vedere implementati le idee progettuali a cui hanno pensato, ma difficilmente riuscirebbero a realizzare. Sarebbero auspicabili dei gemellaggi tra territori con caratteristiche e problematiche simili. Per esempio, i Comuni collinari e montani dell’Etna con quelli del Trentino, oppure i Comuni della costa jonica calabrese con quelli liguri.

Ancora meglio, come ha suggerito Pino Ippolito in un recente convegno on line, servirebbe una piattaforma a livello nazionale dove ogni Comune immette i propri bisogni, necessità, e anche disponibilità di white list di tecnici e di imprese nel proprio territorio con esperienze virtuose. Il Pnrr potrebbe diventare la grande occasione, storica, per un incontro tra Nord e Sud, nel nome della trasparenza e della cooperazione, che rilancerebbe, al di là della retorica, l’Unità reale del nostro paese.

da “il Manifesto” del 16 febbraio 2022

Mezzogiorno. Il grande bluff del Pnrr sugli investimenti- di Luigi Pandolfi

Mezzogiorno. Il grande bluff del Pnrr sugli investimenti- di Luigi Pandolfi

Quanti sono i soldi che il Pnrr destina al Mezzogiorno? È uno dei tormentoni di questa caldissima estate. Ufficialmente dovrebbero essere il 40% del totale (82 miliardi), ma c’è chi sostiene che non arriveranno nemmeno al 10%. Eppure parliamo di numeri, dovrebbero essere certi. Ma, a quanto pare, non è proprio così. Gianfranco Viesti, ad esempio, spulciando tra gli interventi previsti dal Piano è giunto alla conclusione che i miliardi spesi al sud non saranno più di 22. Esagerazione? Beh, le risorse del Dispositivo di Ripresa e Resilienza non si tradurranno direttamente in investimenti pubblici (la quota dispersa in bonus, incentivi, mance alle imprese, è notevole).

E poi, c’è tutta la partita dei bandi. Anche per l’assegnazione dei fondi per investimenti varrà il criterio della concorrenza e della competizione. Tra nord e sud, tra le varie regioni. Il governo su questo punto ha provato a tranquillizzare, dicendo che anche per i bandi varrà la clausola del 40%. Nondimeno, anche se così fosse, l’incertezza legata ad una selezione pubblica non sarebbe eliminata. Insomma, chi pensa che il governo abbia deciso di fare investimenti pubblici al sud per un valore di oltre 80 miliardi è fuori strada. E c’è un paradosso. Per ogni miliardo speso al sud, poco meno della metà, comunque, rimbalzerà al nord, per l’acquisto di semilavorati, attrezzature, dispositivi vari.

Ma non è finita qui. Il Piano non finanzierà solo nuovi progetti. Per ogni missione, è previsto che con queste nuove risorse si andranno a finanziare anche «progetti già in essere», per i quali già esiste la copertura finanziaria. Parliamo di 53,1 miliardi su 191,5. Quanti sono i «progetti già in essere» nelle regioni del sud? Quali di questi erano già finanziati con risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione già spettanti al Mezzogiorno, in quanto «area sottoutilizzata»? Per non parlare del fatto che alcuni di questi elaborati, giacenti da anni in cassetti polverosi di regioni e ministeri, ormai non hanno nessuna aderenza con la realtà socio-economica dei territori cui afferiscono e rischiano di rivelarsi irrealizzabili.

La verità è che alla base del Pnrr c’è una filosofia ben precisa riguardo alla ripartenza del Paese dopo la pandemia, per quanto sbagliata: il differenziale di crescita con le economie più forti dell’Unione europea potrà essere colmato soltanto dando ossigeno e sciogliendo le briglie all’economia del nord.

Non è il momento di pensare (o ripensare) alla «questione meridionale». Quindi, da un lato soldi pubblici alle imprese e investimenti diretti in infrastrutture materiali e immateriali prevalentemente al nord, dall’altra riforme che «promuovano la concorrenza nel mercato dei servizi e dei prodotti» e «iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro». Ora le chiamano «riforme di contesto».

Lo Stato che apparecchia la tavola alle imprese, investendo quasi tutte le fiches sulle virtù taumaturgiche del mercato, che, lasciato libero di operare, creerà le condizioni per il benessere di tutti. «Gli effetti della concorrenza sono idonei a favorire una più consistente eguaglianza sostanziale e una più solida coesione sociale», si legge nel Piano. Vecchio cavallo di battaglia dei liberisti. E a nulla vale la lezione della storia. L’importante è che l’equilibrio economico si realizzi sugli assi cartesiani. Coerenza liberista delle «riforme» e incoerenza degli interventi, insomma.

Un doppio problema: il sud abbandonato a se stesso e un modello di sviluppo neoliberista calibrato per il motore economico del Paese. Ma non ci guadagna né il sud né il nord. O meglio: non ci guadagnano i nuovi proletari italiani, da nord a sud. È un modello che accentua le disuguaglianze territoriali e non interviene sull’esplosione e sulla frantumazione delle disuguaglianze sociali prodotta dalla crisi e dal disfacimento del compromesso fordista.

Cosa servirebbe? Un’altra filosofia, un altro Piano. O, che sarebbe meglio, una nuova stagione di programmazione economica. Una strategia per coniugare crescita economica e riequilibrio territoriale, accumulazione del capitale e produttività da un lato e benessere diffuso e coesione sociale dall’altro. Si potrebbe fare, ma è una questione di rapporti di forza. Intanto, le piazze si riempiono solo per dire no al green pass.

da “il Manifesto” del 30 luglio 2021

La politica non parla più di Napoli e del Sud.-di Massimo Villone

La politica non parla più di Napoli e del Sud.-di Massimo Villone

Sappiamo da sempre che il voto amministrativo nelle grandi città ha un rilievo politico. Così sarà anche questa volta, e forse persino in misura del tutto particolare. Lo apprendiamo da Letta, che nella direzione Pd di venerdì scorso ha delineato un cambio di strategia nazionale che trova diretta origine in quel che accade sul fronte locale.

Nell’assemblea della sua investitura aveva sostanzialmente annunciato la stagione di un nuovo Ulivo, con alleanze strategiche pre-elettorali supportate da un sistema elettorale maggioritario. Era un disegno ambizioso di ritorno al bipolarismo. Si è infranto, al momento, sulla difficoltà di allearsi nel voto amministrativo. Se si va in battaglia frontale oggi, è davvero difficile pensare domani in vista del voto politico a una alleanza strategica e strutturata. Si ritorna allora a un modello multipolare, in cui con un sistema elettorale proporzionale ognuno corre per sé. Le alleanze per il governo si costruiscono dopo il voto, in parlamento.

Letta aveva sottovalutato le convulsioni che attanagliano M5S, in parte originate proprio nella politica regionale e locale. Accade anche a Napoli. Colpisce, però, che nessuno parli di questioni di merito, di progetto, di futuro della città. Invece, è colluttazione permanente su alleanze e persone. Sappiamo di Catello Maresca, candidato tuttora non-candidato che però è già di fatto in campagna elettorale, e ha dato luogo a perplessità per la funzione ricoperta. Sappiamo dei tormenti di Fico che M5S – ma non tutto – vorrebbe candidato. Sappiamo di Manfredi, della sua attesa per alcune telefonate cruciali, e di condizioni da lui poste. Sappiamo che Amendola è in ribasso.

Sappiamo delle 24 liste che il segretario Pd Sarracino mette intorno a un tavolo, e speriamo che almeno lo faccia da remoto. Sappiamo di Bassolino, candidato e da tempo in campo. Sappiamo di una fine che potremmo definire ingloriosa della sindacatura de Magistris, e della debole candidatura della Clemente. Sappiamo di un consiglio comunale ormai moribondo, che non ha nemmeno la forza di esalare l’ultimo respiro. E potremmo continuare.

Al di fuori delle candidature, l’attenzione della politica sembra concentrarsi sui vaccini, sui ricoverati, sui defunti, da un lato, e sulle riaperture più o meno progressive e auspicate dall’altro. Eppure, qui e ora ci giochiamo una parte importante del futuro. Consegnato a Bruxelles il testo definitivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), avremmo ritenuto indispensabile e urgente che i soggetti politici e le assemblee elettive avviassero un approfondimento dei contenuti e delle conseguenti iniziative.

Per quel che sappiamo, almeno per il momento non accade. Eppure, da discutere c’è, e molto. Per una parte, il Piano dipenderà da come verrà concretamente attuato, e su questo si potrà cercare di incidere. In qualche caso già le cifre sono significative. Ad esempio, se si guarda agli stanziamenti per l’Alta velocità sbandierati come cruciali per il Mezzogiorno, si nota che la gran parte delle risorse nei primi anni è destinata al Nord. Per il Sud – sull’asse Salerno-Reggio Calabria – vanno fondi in prevalenza dopo la chiusura del 2026.

Questo significa che i fondi al Nord sono garantiti dalle strette condizionalità poste dall’Europa. Quelli al Sud rimangono affidati alla volatilità della politica nazionale del dopo Piano. Tutto dipenderà da quale paese avremo nel 2026. Quale destino si prefigura per Napoli? La risposta non è certo un carcere a Bagnoli. Né basta colluttare sul debito pregresso. Ad esempio, cosa fare di Napoli Est? Su queste pagine il presidente dell’Unione industriali vede l’area come centrale nella transizione energetica, in cui la Campania ha un ruolo primario per eolico, idrogeno e mare.

È una prospettiva non banale. Cosa ne pensa la politica? E cosa pensa di quel che il Piano dice sui porti e retroporti nel Mezzogiorno? Basta a configurare un sistema Sud proiettato come piattaforma logistica nel Mediterraneo per tutto il paese? In caso contrario, si può recuperare tale vocazione? E come?

Il rilancio del Mezzogiorno come sistema produttivo alla pari con il resto del paese è un obiettivo da non perdere mai di vista. Il Sud non può vivere solo di turismo e cultura. E ancor meno sopravvivere solo con il reddito di cittadinanza. Vediamo in campo molte meritorie iniziative di approfondimento da parte di associazioni, studiosi, esperti. Ma non bastano. Sono indispensabili le voci della politica e delle istituzioni. Sempre che abbiano voglia di ritrovare il ruolo che ogni giorno di più sembrano dimenticare.

da “la Repubblica Napoli” 16 maggio 2021
Foto di pixel1 da Pixabay