Tag: principio territoriale

Adesso è ora di dire basta con l’emergenza.-di Tonino Perna

Adesso è ora di dire basta con l’emergenza.-di Tonino Perna

Dopo un lungo periodo di siccità che ha colpito questo inverno il Nord Italia ecco arrivare bombe d’acqua, piogge intense che hanno provocato l’alluvione di una parte importante del territorio romagnolo con vittime e danni materiali ingenti. Ancora una volta, come da copione, la Regione Emilia Romagna chiederà lo stato di emergenza e inizierà la trattativa col governo per ottenere più risorse finanziarie possibili. Dopo aver seppellito le vittime di questa alluvione, aver sentito i soliti discorsi dai ministri di turno, tutto riprenderà come prima.

Ci domandiamo: si poteva prevedere questo ciclone che ha colpito così durante il territorio emiliano-romagnolo? No, con un sufficiente anticipo. Gli eventi estremi, come cicloni, tifoni, trombe d’aria, bombe d’acqua, tormente di neve o di vento, sono prevedibili, rispetto all’impatto di un determinato territorio, solo 24-48 ore prima che il fenomeno si verifichi. E mai con esattezza assoluta. Ecco perché alcune volte, come tutti abbiamo riscontrato, viene dichiarato, in una determinata città, l’allarme meteo arancione o rosso, chiuse le scuole, e poi l’evento si verifica magari a venti-trenta chilometri di distanza, o all’ultimo momento non si verifica proprio per un improvviso cambiamento della direzione dei venti.

Ma se non è prevedibile esattamente il giorno e l’ora in cui un determinato territorio verrà colpito da questi fenomeni è ormai noto che gli «eventi estremi» sono sempre più intensi e sempre più frequenti. E non abbiamo visto ancora niente. Saremo sempre più esposti di fronte a questi fenomeni traumatici che abbiamo provocato immettendo, in poco tempo, una quantità enorme di anidride carbonica che ha fatto saltare l’equilibrio atmosferico, secondo quanto sostenne il Nobel Prigogine per i gas in un sistema chiuso, quando solo un elemento cresce in maniera esponenziale, generando le cosiddette «fluttuazioni giganti». In altri termini siamo entrati in una fase caotica del meteo di cui dovremmo prendere coscienza e pensare ai rimedi possibili.

Ci sono per altro dei dati che parlano chiaro. Come per i territori a rischio sismico, così per le alluvioni abbiamo dei territori più esposti ed altri meno. I dati dell’Ispra sono eloquenti: l’Emilia Romagna è la regione con la percentuale più alta di territorio a rischio alluvioni, con la più alta percentuale di abitanti e di immobili ad alto rischio di essere travolti dalle alluvioni. Non si può dire che la Regione Emilia-Romagna non abbia fatto niente per curare questo territorio e prevenire le esondazioni, ma la normale amministrazione non basta più nell’era degli eventi estremi.

Occorre ripensare le città, i trasporti, la messa in sicurezza dei fiumi, la canalizzazione delle acque, approfittare dei periodi di siccità per allargare gli alvei e rafforzare gli argini, così come occorre munirsi di riserve d’acqua per i lunghi periodi di siccità. Insomma, si tratta di uscire dalla gestione ordinaria per sottoporre i territori ai cosiddetti “stress test”, ovvero a simulare l’impatto di eventi estremi per verificare la resilienza di una determinata zona, città o campagna. E questo vale per tutti, nessuno si può chiamare fuori.

Se invece continuiamo ad invocare, di volta in volta, l’emergenza, a non prendere atto che dobbiamo fare i conti con un cambiamento strutturale, ne usciremo con un territorio devastato. Tutto è diventato Emergenza. Un incremento dei flussi migratori è un’emergenza, la siccità prolungata è un’emergenza, la pioggia intensa è sempre un’emergenza, come la mancanza di case per gli studenti o la disoccupazione giovanile. Tra poco arriverà la stagione degli incendi e riempiranno le prime pagine dei giornali e saremo ancora una volta impreparati. Basta con queste emergenze inventate di fronte a fenomeni strutturali. La vera emergenza è questo governo che dovrebbe preoccuparci ed allarmarci seriamente.

da “il Manifesto” del 19 maggio 2023
Foto di Rafael Urdaneta Rojas da Pixabay

I delicati metabolismi che definiscono lo spazio in cui viviamo.-di Piero Bevilacqua

I delicati metabolismi che definiscono lo spazio in cui viviamo.-di Piero Bevilacqua

Prendendo a prestito due sintagmi del pensiero filosofico (Il principio speranza di Ernest Bloch e Il principio responsabilità di Hans Jonas) Alberto Magnaghi ha appena pubblicato un ponderoso volume, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, pp. 336, euro 30) che si presenta come il suo opus magnum, la summa delle ricerche e riflessioni di una vita.

Magnaghi dedica da decenni la sua acribia di studioso a questi temi, accompagnando la ricerca con l’impegno di organizzatore culturale, fondando e promuovendo un originale consesso di saperi multidisciplinari, La società dei territorialisti, con un proprio organo, Scienze del territorio, alimentato da annuali convegni tematici. Al tempo stesso ha affiancato a tali impegni la redazione di progetti pubblici importanti, come il Piano paesaggistico e territoriale della Toscana e quello della Puglia, insieme ad Angela Barbanente.

MAGNAGHI ha le idee teoricamente ineccepibili su ciò che significa territorio. Esso non è la natura sia pure violata dalla civiltà industriale, da riportare alle sue condizioni primigenie, ma «un neo ecosistema vivente», il frutto di una lunga storia delle popolazioni che hanno plasmato il loro habitat secondo bisogni e culture locali. «Città, colline terrazzate, campagne lavorate, infrastrutture, boschi coltivati hanno metabolismi che si trasformano nelle successive civilizzazioni, ma pur sempre metabolismi che connotano le strutture viventi». Solo afferrando tale realtà, evitando illusioni ingegneristiche di riparazione dei guasti, o sogni di palingenesi ecologiche, si imbocca la strada giusta per un opera di cura del territorio devastato dallo sviluppo.

LA STRADA, secondo Magnaghi «è quella di attivare prioritariamente, soprattutto a livello locale processi di crescita della coscienza di luogo, ripartendo dalla necessità di riappropriarsi dei saperi e delle capacità riproduttive dei propri ambienti di vita e di lavoro». Facendo leva sulla coscienza identitaria delle popolazioni, occorre avviare «una nuova civilizzazione antropica che riattivi i processi coevolutivi interrotti dalla civiltà delle macchine industriale e digitale». Nel progetto di Magnaghi non solo si ambisce a contrastare dal basso «i processi di eterodirezione della globalizzazione economica», ma si vuole perfino evitare il concorso dello stato nello sforzo di ricostruzione di un rapporto autoriproduttivo tra comunità e habitat.

Egli rifiuta il modello inaugurato nel 1933 dal governo Roosevelt con la Tennessee Valley Authority, che risanò una vasta area degradata, ma propone «un autoinvestimento sociale da parte di sistemi socioeconomici locali e delle loro grandi e inesplorate energie latenti». Per attuare una tale strategia l’autore propone una movimento di contro esodo da attuarsi attraverso il «ritorno alla terra», il «ritorno all’urbanità», cioè a una vita urbana vivibile, il «riabitare la montagna» e infine «il ritorno a sistemi socio-economici locali».

IL TESTO SI COMPONE di vari altri temi, contiene un capitolo di voci per «un dizionario territorialista», il disegno teorico di una «bioregione urbana», il progetto di un governo del territorio bioregionale attraverso una rete di città solidali, e altri motivi affini. Ma il cuore del suo argomentare e direi della sua cultura territorialista, nei fondamenti concettuali e nelle proiezioni operative, è in sintesi quello che abbiamo appena riassunto.

In tutta onestà si deve confessare che si resta abbagliati dalla coerenza e dall’equilibrio di tutti gli elementi architettonici di questo castello di cristallo. È un edificio elegante messo su con materiali creati dallo stesso autore, una sorta di neolingua in cui incasella la realtà teorizzata dentro i cassetti di una grande piramide classificatoria.

MA L’EDIFICO è ancora completamente vuoto. Magnaghi l’ha costruito con generosa creatività in attesa che esso venga riempito di vita reale e che questa si svolga secondo le prescrizioni da lui elaborate. Si fa infatti fatica a trovare in questo libro, dietro le parole, ad esempio dietro il termine territorio, una realtà geografica determinata, luoghi storicamente riconoscibili, realtà sociali, comunità viventi nelle loro reali condizioni.

Allorché, ad esempio, Magnagni tratta di ritorno alla terra, di questa c’è solo la parola. Non si intravedono ambiti materiali, superfici agricole, colture, forme dei campi, organizzazione del lavoro, tipi di abitati, popolazioni. In effetti Magnaghi preferisce, coerentemente, il regno dell’astrazione. Ma questo lo porta a omissioni gravi.

MANCA NEL LIBRO un minimo cenno alla Pac europea (la Politica agricola comune), una possibile grande leva per cambiare la sorte dei contadini e dunque delle economie locali e che oggi sta riconfermando la sua vecchia ratio industrialista. Ma non è omissione, è coerenza. L’autore rifiuta ogni intervento dello stato, figuriamoci quello delle istituzioni europee. Occorre agire dal basso, far leva solo sui luoghi, sulle loro «grandi e inesplorate energie latenti».

da “il Manifesto” del 2 dicembre 2020