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Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

La vicenda dei verbali del Comitato tecnico scientifico, prima secretati dal governo e poi (parzialmente) resi pubblici per timore di una clamorosa sconfessione da parte della giustizia amministrativa, lascia davvero interdetti. Nel metodo e nel merito. Nel metodo. Riconoscere che il Covid-19 abbia costituito e costituisca un pericolo reale non significa ammettere che il governo abbia avuto e abbia carta bianca nel decidere le misure di contrasto.

Tanto più, perché la misura-chiave tra quelle adottabili per evitare la (ripresa della) diffusione della pandemia – la decisione di drastiche misure di distanziamento interpersonale – ha comportato e comporta la limitazione di numerosi e delicatissimi diritti costituzionali. Nei momenti di emergenza la controllabilità delle decisioni e dei comportamenti delle pubbliche autorità è più che mai un imperativo costituzionale, perché è proprio nelle situazioni di pericolo che si vede la saldezza di un regime democratico. Che il governo abbia cercato di tener nascosti i presupposti tecnico-scientifici delle proprie decisioni è, in quest’ottica, un fatto gravissimo e difficilmente comprensibile.

Naturalmente, nessuno pretende che la politica si adegui pedissequamente alle valutazioni degli esperti. Di fronte a ogni questione tecnico-scientifica permane un margine, più o meno ampio, di apprezzamento discrezionale che il governo, nell’esercizio delle proprie prerogative, ha tutto il diritto di utilizzare. Ciò comporta, però, l’assunzione di una responsabilità e, in un ordinamento democratico, il dovere di motivare politicamente le ragioni delle decisioni adottate.

Nel merito. Quel che, in particolare, emerge dai verbali desecretati è che il governo ha deciso – ripeto: nell’esercizio delle proprie prerogative – di disattendere due indicazioni rilevantissime del Comitato tecnico-scientifico.

La prima è quella relativa all’opportunità di istituire come «zona rossa» i comuni di Alzano Lombardo e Nembro: quelli da cui il virus è partito per devastare Bergamo e provincia (il fatto che, dato il quadro normativo, avrebbe anche potuto provvedervi autonomamente la Regione Lombardia non fa venir meno l’eventuale responsabilità politica governativa: una responsabilità più un’altra responsabilità fa due, non zero, responsabilità).

La seconda è quella relativa all’opportunità di decidere provvedimenti di lockdown localmente circoscritti alla Lombardia, al Veneto e ad alcuni territori limitrofi, anziché all’Italia intera. Entrambe le scelte del governo – non chiudere i comuni della bergamasca e bloccare l’Italia intera – sono risultate gravide di conseguenze. Zone importanti della Lombardia avrebbero potuto essere preservate? Il Centro e il Sud Italia avrebbero potuto patire conseguenze socio-economiche incomparabilmente minori? Può essere che il governo abbia avuto buone ragioni per decidere diversamente.

Forse la situazione lombarda è apparsa, nel suo complesso, oramai eccessivamente compromessa. Forse si è temuto che se il virus avesse iniziato a scendere lungo la penisola il Sistema sanitario nazionale sarebbe globalmente – e non solo localmente, come pure è successo – collassato. Forse. Di certo, solo il Presidente del Consiglio e il ministro della Salute potrebbero dirci qualcosa in più. E, a questo punto, dovrebbero sentire il dovere di farlo. Anche perché un dubbio inizia a serpeggiare. Che in misura più o meno incisiva, a seconda che la Lega sia al governo o all’opposizione, il Paese intero sia caduto in ostaggio della – impropriamente detta – questione settentrionale.

E, in particolare, delle regioni del Nord-Est. Dal segretario del Pd a cui nemmeno l’istinto di sopravvivenza impedisce di fiondarsi a Milano per l’aperitivo nel pieno precipitare della situazione sanitaria; alla riapertura generalizzata anziché selettiva, per non «lasciare indietro» il Nord; al ministro per gli Affari regionali che, anziché interrogarsi – apertamente, laicamente – sugli eventuali squilibri del regionalismo italiano rilancia la differenziazione ex articolo 116 della Costituzione, come nulla fosse accaduto;

alla gazzarra in atto sul trasporto pubblico locale (un mondo alla rovescia in cui le regioni meno colpite impongono severe misure di distanziamento e quelle più colpite ammassano senza limiti passeggeri seduti e in piedi); all’incapacità di utilizzare i poteri sostitutivi, attribuiti al governo dall’articolo 120 della Costituzione, contro misure regionali adottate in aperta sfida verso lo Stato centrale: il dubbio è che la sorte di tutti noi sia stata e sia legata agli egoismi politici e agli interessi economici di una parte soltanto del Paese.

da “il Manifesto” dell’8 agosto 2020

Foto di Stefano Ferrario da Pixabay

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

«Salvini allontana la Lega dal Nord», titolava la Repubblica di Lunedì 3 Agosto. Il titolo è stato ripreso prontamente da Giorgio Gori che in un tweet, con l’hashtag #ricominciodalNord, ha esortato il Pd a farsi rappresentanza della parte più moderna ed europea del Paese mettendo il lavoro, la produttività e la crescita in cima all’agenda politica. Non interessa qui entrare nel merito della tattica elettorale implicita nel messaggio, peraltro alla sua ennesima riedizione, quanto interrogarsi circa la sua consistenza fattuale: la rappresentanza politica dei ceti produttivi e dei territori più moderni ed europei del Paese.

O, MEGLIO, la reductio della «questione settentrionale» a una narrazione che cela in un cono d’ombra proprio quegli aspetti della realtà più divergenti rispetto alla condizione di molti paesi europei. Lavoro, produttività e crescita non sono problemi specifici delle regioni settentrionali ma riguardano il Paese nel suo insieme. Utilizzarle come parole d’ordine significa solo inseguire la retorica leghista della prima ora sul suo stesso terreno: la locomotiva dell’operoso Nord e la zavorra dell’assistito Sud.
Ciò non significa negare che le regioni settentrionali non abbiano bisogno di una rappresentanza politica da parte delle forze di sinistra e di centro-sinistra; piuttosto, è urgente sottolineare quali debbano essere i temi e le parole d’ordine di questa rappresentanza.

COME NON RICORDARE, anzitutto, che la pandemia ha portato in prima serata i problemi della fertile Pianura padana che, complice un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con conseguenze gravi per la salute dei suoi residenti? Inoltre, varie inchieste giornalistiche e studi accademici – tra questi ultimi Mafie del Nord a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli, 2014) – documentano i «mali del Nord» nella sovrapposizione attiva tra mercati legali e mercati illegali.

Questi lavori fotografano un territorio intessuto di relazioni mafiose, sia con le imprese che con le politica locale; in alcune aree del Nord la criminalità organizzata è diventata un importante vettore dello sviluppo locale. L’inchiesta giudiziaria in corso verificherà se queste ombre si allungano anche sulla caserma Levante di Piacenza. A proposito di Nord.

Dal punto di vista politico e della classe dirigente, poi, in questi anni cruciali le regioni settentrionali non hanno dato alcuna prova di coordinamento strategico, pur in presenza di flussi e interdipendenze funzionali importanti. Le dinamiche del ciclo politico e del consenso a breve hanno dominato e annullato ogni capacità di pensiero «orientato al futuro». Di fronte a una progettualità politica macro-regionale carente, Il Nord si riduce a una entità geografico-amministrativa priva di capacità di azione collettiva.

UNA VISIONE STRATEGICA sulla rappresentanza del Nord dovrebbe dare prova di sé nell’evitare slogan semplificatori. Dal punto di vista territoriale, il Nord non esiste più da tempo, se mai è esistito. Come ci sono tanti Sud, allo stesso modo ci sono vari Nord: città medie in crisi, campagne produttive in spopolamento, periferie metropolitane sotto stress, aree interne, rurali e montane. L’Italia è il paese della diversità territoriale e il Nord non fa eccezione (si veda Il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo e C. Donzelli, Donzelli, 2020).

Un’Italia in contrazione caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute, ci ricordano A. Lanzani e F. Curci (in A. De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia, Donzelli, 2020, seconda edizione). Le differenze economiche, sociali e territoriali che ormai separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Nord dal Sud.

I problemi idro-geologici della Liguria sono paragonabili a quelli di altre Regioni del Mezzogiorno; lo spopolamento delle aree montane del Piemonte ha le stesse conseguenze nell’Appennino calabro; la perdita di valore degli immobili che caratterizza molte città del Nord Italia – dove una casa per una famiglia costa come l’ascensore di un alloggio in centro a Milano – non è dissimile dalle dinamiche dei valori immobiliari delle città del Sud Italia.

IL NORD NON É LA «LOCOMOTIVA» del Paese, come sottolineato nell’appello «Ricostruire l’Italia. Con il Sud» promosso da 29 esperti di Mezzogiorno. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è tatticamente errato, infondato dal punto di vista fattuale e strategicamente miope. I problemi specifici delle regioni settentrionali esistono eccome, ma non sono quelli della retorica che contrappone i «ceti produttivi» del Nord, vicini all’Europa, agli «individui assistiti» del Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 7 agosto 2020

Foto di Gordon Johnson da Pixabay