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Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Le note che seguono non sono un’analisi del risultato elettorale – per
la quale ci vorranno più dati e più tempo – ma un insieme di
considerazioni che spero utili in un momento di delusione e amarezza.
I dati sono al di sotto delle nostre aspettative e si inscrivono
peraltro in un contesto di grave arretramento del quadro politico
generale.Il successo elettorale di un esponente della destra
ex-fascista, candidata addirittura a diventare presidente del
Consiglio è l’ultimo segnale del grave processo di declino non solo
politico, ma anche culturale e direi di civiltà del nostro Paese.

Ma su questo torneremo. In questo momento l’errore che noi di Unione
Popolare non dobbiamo commettere è di andare a caccia dei nostri
errori. L’unica cosa che possiamo rimproverarci è che avremmo potuto
anticipare di qualche mese la nostra uscita pubblica e forse avremmo
avuto qualche punto in più.Ma per il resto , se siamo intelligenti e
realisti, dobbiamo interpretare la nostra campagna elettorale come un
episodio di eroismo civile, un impegno generoso e senza risparmio di
migliaia di compagne e compagni che hanno lottato contro il tempo, il
caldo, la burocrazia, la mancanza di soldi, la latitanza spudorata dei
media, la malafede di giornalisti e politici che hanno cercato di
cancellarci. La mia campagna elettorale, tra Roma e Catanzaro – ma
posso parlare anche a nome di altri candidati – è stata una delle più
belle esperienze politiche della mia vita , per il calore umano,
l’altruismo, la generosità da cui sono stato circondato in questi due
mesi.

Come spiegare il risultato deludente? Non pretendo di rispondere
esaurientemente, ma svolgo un paio di considerazioni. Siamo onesti.
Noi, Unione Popolare, presentandoci alle elezioni, non abbiamo fatto
altro che ripetere quello che la sinistra radicale non fa che tentare
da 20 anni. Sonnecchia per 4, 5 anni e si desta ogni volta al momento
delle elezioni con un nome sempre nuovo, Arcobaleno, Alba, ecc.
Bisogna averlo chiare in testa: nella situazione che si è determinata
nel nostro Paese non è possibile conseguire un risultato soddisfacente
se ci si fa vivi solo per chiedere il voto.In una parola per domandare
al cittadino elettore di darci la possibilità di entrare in Parlamento
in cambio delle nostre promesse elettorali. Vale a dire senza prima
aver conosciuto quel cittadino negli anni precedenti, aveva ascoltato
i suoi bisogni, averlo incontrato in quartiere o davanti al luogo di
lavoro.

Ai compagni che dicono: “non abbiamo saputo comunicare il nostro
messaggio”, dico che non è così. Questa volta avevamo un comunicatore
eccellente come Luigi De Magistris e non ha funzionato lo stesso. Non
si tratta di capacità comunicativa. L’elettore non si limita a
giudicare la qualità della proposta politica, valuta anche la forza e
la capacità di realizzarla effettivamente. Se chi formula il messaggio
è debole non viene creduto, pure nel caso che l’elettore apprezzi la
qualità intrinseca delle proposte. Bisogna che tutti capiamo una cosa
fondamentale: la sinistra radicale è intrappolata in un circolo
vizioso: si presenta alle elezioni sempre debole, piccola e
minoritaria e non viene creduta nonostante la nobiltà dei suoi
programmi, anche perché in Italia sulle elezioni domina sempre la
logica del voto utile.

Dunque, nessun errore di linea, di proposta, di progetto.Non
autoflagelliamoci, non è qui il punto. La nostra brevissima vita di
soggetto politico ha patito moltissimo la grave faziosità dei media e
soprattutto della TV. Un uomo come Calenda, un senza partito, senza
storia, con quattro idee in testa è stato tutti i giorni nelle nostre
case e ha avuto il risultato di un partito (insieme al suo degno
compare). Quello della TV e dell’informazione è una grave questione
nazionale.

Noi abbiamo assistito per giorni e giorni alle pompose
cerimonie dei funerali della regina Elisabetta, senza che si levasse
una sola voce che gridasse al carattere culturalmente e politicamente
oltraggioso di quella ossessionante esibizione. Chi era Elisabetta?
Era,forse, Einstein, Picasso, Fleming, Touring, Marcel Proust? Quale contributo
ha dato all’umanità? Era stata solo il simbolo sopravvissuto al
medioevo di un ex impero coloniale, che aveva sfruttato per quasi
quattro secoli gran parte del globo terraqueo. Quelle parate
televisive sono state un indegno inno al potere più assoluto, quello
ereditato, un relitto del passato che suona come un’onta alla
democrazia del ‘900.

E’ riflettendo sul ruolo della TV e dei grandi giornali che si
comprende anche il successo della Meloni. Questi media per anni hanno
accreditato il PD come La Sinistra e hanno finito così con lo
screditare perfino la parola, dal momento che quel partito e i suoi
satelliti hanno di fatto condotto una politica antipopolare, che ha
creato marginalità e povertà in tanti strati, finendo così col
mostrare nella destra estrema l’alternativa illusoria di un possibile
cambiamento.

Non so cosa possiamo fare contro questa TV. Ne parleremo. Ma è certo
che dovremo al più presto dotarci di uno strumento alternativo di
comunicazione. Dobbiamo screditare la TV come luogo di menzogne
pubblicitarie, creare un canale di informazione e di circolazione
delle nostre elaborazioni che giunga a centinaia di migliaia di
persone.

Care campagne e compagni, non scherzavamo quando dichiaravamo che le
elezioni erano solo un inizio. Plaudo all’incoraggiamento di Maurizio
Acerbo a nome di Rifondazione Comunista che ci esorta a continuare. Ci
aspetta un lavoro di lunga lena. Io personalmente sono pronto con
tanti altri studiosi ad avviare una Scuola di cultura politica e
ambientale on line per parlare alle migliaia di giovani che cercano
una parola di orientamento in una fase di gravissima quanto
sottovalutata crisi ambientale.Attendo che qualcuno realizzi una
piattaforma unitaria per tutta l’Unione.

Ma termino dicendo che tutti e tutte sentono l’esigenza di
confrontarsi, di scambiarsi le esperienze di questi due mesi, le
critiche, le proposte sul da farsi. Perciò inviterei Luigi de Magistris a prendere
al più presto l’iniziativa di una “Assemblea costituente”, come lui
l’immaginava prima che la situazione precipitasse con la caduta del
governo.

I fallimenti di una sinistra che affida alle urne la sua identità.-di Tonino Perna

I fallimenti di una sinistra che affida alle urne la sua identità.-di Tonino Perna

Il lungo titolo annuncia: «Un milione di voti di cui si parla dal ’68. Una storia di camere sciolte, di un grande movimento e di piccoli partiti. Scritta, naturalmente, col senno di poi». Facendo un po’ d’ordine tra vecchie carte, documenti e articoli di giornali ritagliati, mi sono imbattuto in un articolo di Ritanna Armeni e Rina Gagliardi pubblicato il 20 aprile del 1979.

Vengono percorse, partendo dal 1968, le tappe cruciali delle elezioni politiche e amministrative, passando per il 1972 (elezioni politiche), 1975 (regionali), 1976 (politiche), 1979 (politiche).

In questi appuntamenti elettorali scenderanno nell’agone politico via via il Manifesto-Pdup, Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria, Lotta Continua, e tanti gruppuscoli marxisti-leninisti che sono presenti in alcune realtà territoriali.

Come viene ricordato dalle due autrici, nel ’68 finisce la delega dei movimenti rispetto al Pci e si comincia, in una parte del movimento anticapitalista, a riflettere sulla necessità di formare un partito e candidarsi alle elezioni.

In questo giro di boa entra anche il manifesto con posizioni diverse al suo interno, in particolare tra Luigi Pintor e Rossana Rossanda (come ha ricordato Norma Rangeri, nell’articolo del 14 ottobre scorso, all’indomani delle elezioni amministrative).

Scriveva Pintor: «Giudico la battaglia elettorale un’occasione positiva e feconda per noi e per tutta la sinistra, una prova da affrontare con serietà e slancio, un terreno come un altro su cui misurarci con lo stesso spirito che ha sempre animato la nostra impresa politica…». A cui ribatteva Rossanda: «So bene che nei compagni che si battono per le liste c’è il bisogno di esistere, contarsi, contare. Ma credo per fermo che questo modo di esistere, contarsi e contare sia ambiguo e pericoloso…». Parole profetiche, inascoltate per quarant’anni!

Con l’eccezione del periodo di Rifondazione Comunista con segretario Bertinotti, a sinistra del Pci–Pds-Pd si sono, di volta in volta, formati dei raggruppamenti che, quando è andata bene, hanno preso il minimo di voti per superare la soglia di sbarramento.Ogni volta un simbolo diverso, un nome diverso, che non sono sopravvissuti al di là del ciclo elettorale, non hanno sedimentato un pensiero politico, una visione capace di attrarre e coinvolgere al di là del proprio giardino.

Quante energie sprecate, quante amare delusioni che hanno prodotto conflitti all’interno di queste embrionali forze politiche, spesso più intente a litigare fra loro che a trovare convergenze e strategie comuni.

Anche il Prc, che pure aveva avuto un grande seguito giovanile forgiatosi durante e dopo i fatti di Genova del 2001, si è nel tempo arenato perché non è riuscito a “rifondare” un pensiero politico che facesse i conti con la disfatta dell’Urss e la trasformazione del maoismo in capitalismo di Stato, a tracciare una credibile alternativa di sinistra che facesse tesoro con ciò che ci ha insegnato il ‘900.

«E tuttavia il dubbio maggiore che ci attraversa- scrivevano la Armeni e Gagliardi nell’introdurre questa cronostoria politica- proprio a proposito di elezioni, investe la validità della concezione politica generale che ha ispirato questi undici anni di peripezie: l’idea di partito e organizzazione, la pratica della politica come sfera specialistica e separata, la difficioltà profonda di uscire, in avanti, dagli schemi della II e III Internazionale».

Esistere, contarsi, contare può essere ambiguo e pericoloso, scriveva Rossana Rossanda, perché la qualità del lavoro sociale, culturale, politico, non lo si può pesare unicamente con il voto, non si può dare alle competizioni elettorali la funzione del Giudice Supremo, di colui che decide della tua esistenza.

Non significa che sia inutile partecipare alle competizioni elettorali, come una parte dei movimenti della sinistra radicale ha sempre sostenuto, ma avere un atteggiamento lucido e distaccato, non sopravalutando i risultati delle urne, non pensando che ci giochiamo tutto nell’ultima tornata elettorale.

E poi, dovremmo saperlo, i cambiamenti sociali e culturali non passano necessariamente attraverso la formazione di una forza politica vincente sul piano elettorale.

Se riflettiamo a come è cambiato positivamente il ruolo della donna nella nostra società o ai diritti delle persone diversamente abili, ci rendiamo conto che è stata una lotta quotidiana, trasversale, che ha pagato molto di più che se si fosse fondato un partito delle donne o dei disabili.

Sarebbe come dire che il valore di un quotidiano come il manifesto, con la sua storia e le sue battaglie, lo si misura solo dal numero delle copie vendute e non, al contrario, dalla sua funzione informativa, politica e culturale.

Se chi ci lavora la pensasse così avrebbe fatto chiudere questo giornale da tempo. Se continua ad esistere, dopo cinquant’anni, è perché rappresenta per chi lo legge e per chi ci scrive molto di più di quello che i numeri del mercato editoriale possono raccontare.

da “il Manifesto” del 18 novembre 2021