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Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Coldiretti e Terranostra Campagna Amica -che hanno presentato a maggio i dati alla fiera ‘Tuttofood’ 2025 di Milano- stimano che nei primi quattro mesi del 2025 il turismo enogastronomico in Italia ha raggiunto i 9 miliardi di valore e la cucina è la prima ragione per la quale i turisti scelgono l’Italia. Non attirano più di tanto, dunque, il Ponte dei Sospiri e l’Ercole Farnese, bensì i cicchetti e la pizza fritta, attrae di più la carbonara (con il guanciale e non la pancetta, mi raccomando!) del Colosseo o la cacio e pepe del Pantheon.

Il ‘food’, non il cibo, è diventato così importante che la candidatura avanzata con il più grande orgoglio e consapevolezza di sé dall’Italia per conquistare l’ambìto titolo di Patrimonio immateriale dell’Umanità, che sarà attribuito dall’Unesco a fine 2025, è proprio quella della “Cucina italiana”.

La ricchezza e la varietà del nostro patrimonio agroalimentare, il valore del cibo come attrattore non si discutono, ma, come ha scritto Annarosa Macrì su questo giornale, le città e i paesi si stanno trasformando in “sconfinati refettori all’aperto e mense en plein air” con relativa occupazione del suolo pubblico, tavolini e dehor, che le amministrazioni comunali elargiscono, insieme alle licenze commerciali, con generosità. Là dove c’era un vecchio negozio di passamaneria si apre una pizzeria al taglio, al posto di un corniciaio c’è un’hostaria che dice di esser tipica, dove c’era un orologiaio ora sorge una ‘gineria’, al posto di un antico negozio di biancheria c’è un’enoteca con degustazione gourmet.

Le vie principali di Firenze e di Palermo, di Roma e di Napoli, di Cosenza e di Rende, di Tropea e di Diamante sono diventate, ormai, mangiatoie e abbeveratoi. A Cosenza, per esempio, i tavolini e i dehor delle attività del “food & beverage” sono talmente tanti che i pedoni hanno meno spazio per passeggiare di quanto ne avessero quando Corso Mazzini era aperto alla circolazione delle automobili.

Riguardo al turismo, al pervasivo modello del turismo contemporaneo, ho da tempo molte perplessità e fondate paure perché ho visto, in Italia e nel mondo occidentale, cosa significhi la ‘turistificazione’, la ‘gentrificazione’ e, come ultimo stadio, la ‘foodification’ delle città, delle campagne, dei paesi, delle spiagge e di tutti i luoghi nei quali viene esercitato questo tipo di attività economica: la sostituzione delle attività commerciali e produttive storiche locali con quelle dedite soprattutto alla ‘commercializzazione’ di cose prodotte altrove per mezzo di catene multinazionali del cibo e dei vestiti (Marco Perucca e Paolo Tex, Foodfication, 2022)
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I turbamenti e le perplessità vengono confermati da studi accademici (per esempio quelli di Filippo Celata e di Lucia Tozzi) che mettono in evidenza come i suddetti processi non producano valore, ma solo ricchezza per pochi, attraverso meccanismi economici eminentemente estrattivi, tipici del neoliberismo. Un modello economico che non produce più nulla, ma estrae ricchezza dal patrimonio materiale (i monumenti e le opere d’arte) e immateriale (la bellezza dei paesaggi urbani e rurali, gli usi, i costumi e la cucina) delle città e dei territori.

Un recente articolo (Hidalgo et alii, 2023), pubblicato su una rivista internazionale di sociologia e di economia del turismo, documenta come in Italia e in Occidente con la ‘touristification’ e la ‘gentrification’ -causate soprattutto dalla speculazione edilizia, dagli affitti brevi, dai B&B e da Airbnb- si generi la ‘ foodfication’ di interi quartieri. Un gran numero di ristoranti, di enoteche, di pizzerie, di pub, di bar e, in generale, di attività commerciali, sempre più spesso appartenenti a grandi catene, nelle quali si consuma cibo pronto o che viene servito al bancone.

Quel che mi colpisce di più, però, è che i centri delle città e i luoghi di villeggiatura calabresi, nonostante non siano presi d’assalto dai turisti, siano stati ‘foodificati’ lo stesso. Invasi, a perdita d’occhio, da distese di tavoli e tavolini di ristoranti, pizzerie, bar e pub che ne hanno preso possesso e che producono, a perdita d’orecchio, pessima musica assordante fino a notte fonda con l’accomodante complicità delle Amministrazioni comunali. Della ‘movida’ ho già scritto e ne scriverò ancora, ma non questa volta.

I protagonisti di questo inquietante fenomeno non sono più gli improvvisati imprenditori che aprono wine-bar servendo perlopiù piatti freddi o presunti ristorantini gourmet, ma i colossi della ristorazione che li rimpiazzano, tanto è vero che i dati raccolti lo scorso anno dalla Fipe -la Federazione italiana pubblici esercizi – attestano che solo la metà dei bar e dei ristoranti riesce a sopravvivere ai cinque anni di vita. A dimostrazione che le città e i territori non possono vivere di turismo e di “food” -come ci inducono a credere i mezzi di comunicazione di massa foraggiati dalla finanza e dai fondi di investimento internazionali- ma devono riprendere a realizzare prodotti materiali (merci, artigianato, cibo etc.) e immateriali (cultura, cucina etc.)

Come rilevano sociologi, economisti, studiosi delle città, geografi e antropologi la ‘foodification’ -oltre ad essere, come dice la Macrì, un fenomeno socio-antropologico- è, più di ogni altra cosa, il frutto fin troppo maturo del neoliberismo che estrae ricchezza dalle città e dai centri storici. Ora la estrae anche dal cibo trasformandolo in “food”, facendone la versione omogeinizzata e addomesticata a tutti i palati della ‘cucina tipica’ del luogo in cui viene elaborata. Il cibo trasfigurato in “food” è diventato uno strumento efficacissimo della “gentrification”, un altro raffinato dispositivo che stravolge il tessuto urbano, sociale ed economico delle nostre città.

Non è un caso che proprio nel periodo storico in cui stiamo vivendo ci vengano propinati -da chiunque e ovunque- racconti sul cibo tradizionale e genuino e, allo stesso tempo, vendute le “vere” ricette della nonna. Un’insopportabile retorica, quella della “food experience”, che è sempre più invasiva e ci spinge, mentre siamo sinceramente interessati alla ricerca del miglior ristorante tipico e del piatto davvero autentico, a consumare cibi sempre più omologati e cucine basate su una falsa memoria.

Viene propagandata dagli uffici stampa del Governo (basti pensare all’invenzione del Ministero della sovranità alimentare), delle Regioni e dei Comuni una sempre più grande quantità di prodotti doc, docg, dop e “identitari” evidenziandone la provenienza e l’autenticità, ma senza tener conto che questi prodotti (quand’anche fossero davvero genuini e ‘autentici’) vengono, ormai, venduti in luoghi anonimi e privi di ogni identità come supermercati, catene di pizzerie napoletane o brand di ristorazione a gestione multipla.

È, forse, possibile che l’Italia diventerà il parco divertimenti dell’Europa e del mondo, come sembrano credere alcuni economisti, ma non voglio rassegnarmi a vivere, come temeva Pier Paolo Pasolini, in un Paese, in una regione e in una città in cui a lavorare siano solo camerieri, chef, animatori, guide turistiche e bartender.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 dicembre 2025