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Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Cassese sta preparando l’imbroglio dei nuovi Lep.-di Gianfranco Viesti

Cassese sta preparando l’imbroglio dei nuovi Lep.-di Gianfranco Viesti

Molte importanti vicende relative all’autonomia differenziata sono state e continuano a essere caratterizzate dal segreto: per i suoi promotori è opportuno che i cittadini non siano informati (se non a cose fatte), di quel che si viene decidendo. È quel che è successo con la lista delle 500 funzioni trasferibili alle Regioni, prodotta da Calderoli e mai resa pubblica. È quel che continua a succedere riguardo ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni): si tratta dei diritti che devono essere garantiti, con apposite risorse, a tutti gli italiani, ovunque vivano. Quante risorse? Dove? Tema caldo, come si vede anche dalle recenti prese di posizione di Forza Italia. La questione è complicatissima, ma il suo senso profondo dovrebbe essere chiaro.

Il Clep è un importante Comitato guidato da Sabino Cassese, che dopo iniziali posizioni molto preoccupate è divenuto uno dei principali sostenitori del progetto leghista di differenziazione, fatto proprio dall’intero governo. Il Clep ha compiuto una ricognizione legislativa dei Lep. Lo ha fatto, come ha tenuto a scrivere l’ex governatore Visco prima di lasciare la carica, “in termini troppo generici”. E non per quelli relativi alle materie già di competenza regionale, che dovrebbero essere il punto di partenza dei meccanismi finanziari validi per tutti; solo di quelli relativi alle materie che le regioni “secessioniste” pretendono che lo Stato ceda loro. Ora si tratta di associare a questi diritti numeri precisi: il fabbisogno finanziario.

Punto cruciale: più basso è, più resta lo status quo (a danno dei cittadini delle regioni più deboli) e si giustifica la pretesa del governo di non stanziare risorse aggiuntive. Per definire i principi su cui basarsi per i conti è stata nominata da Cassese una Commissione di dodici esperti. Praticamente tutti sostenitori dell’autonomia differenziata. Il presidente, un ex deputato veneto del Pd (Stradiotto) che lavora da tempo sul federalismo fiscale: anche nel periodo in cui fu deciso che laddove non c’erano asili nido, il fabbisogno era conseguentemente pari a zero.

E che le donne si sarebbero dovute arrangiare. Fra gli altri, la potente presidente (D’Orlando) della importantissima Commissione tecnica fabbisogni standard (Ctes, di cui si dirà fra un attimo), fino a poco fa consulente di Zaia; un docente (Giovanardi) che è tuttora contemporaneamente consulente di Zaia e componente della Ctes; un altro (Guzzetta) determinatissimo sostenitore della “secessione dei ricchi” e già consulente della Lombardia. L’elenco potrebbe continuare, includendo alcuni esponenti meridionali assai contigui al governo, fra cui l’onnipresente presidente dell’Anvur, Uricchio.

Cassese ha convocato per il 25 settembre una riunione del Clep per approvare il documento predisposto dai 12: che nonostante l’avversione di alcuni suoi componenti per la discussione pubblica è stato possibile visionare. Un documento snello ma politicamente esplosivo; in esso si sostiene che i fabbisogni standard vanno calcolati “in base alle caratteristiche dei diversi territori, clima, costo della vita e agli aspetti sociodemografici della popolazione residente”.

Dunque, i fabbisogni (e quindi i diritti) vanno differenziati. Innanzitutto, in base allo storico cavallo di battaglia della Lega, e cioè il supposto diverso costo della vita: dato che al Sud la vita costa meno, gli stipendi possono essere più bassi, e quindi il servizio deve costare meno; bastano meno soldi. Magari bastano già quelli che ci sono, e il governo fa tombola. Poi vanno differenziati in base alle dinamiche demografiche. Possibile interpretazione: dato che al Sud nascono meno bambini, perché spendere per gli asili nido? Invertendo la logica socioeconomica e politica, dato che la bassa natalità è anche conseguenza della relativa carenza di servizi. Chissà come verranno interpretate le caratteristiche climatiche. E c’è poi un jolly: le “caratteristiche dei diversi territori”.

In base a questi principi, la Ctes presieduta dall’ex consulente di Zaia, di cui si diceva, farà i calcoli: con metodologie estremamente complesse, sensibili ai criteri di partenza (specie se è chiaro il risultato che si vuole raggiungere). I suoi numeri, i fabbisogni finanziari, saranno impossibili da ricostruire e quindi da discutere. Il Parlamento e l’opinione pubblica dovranno passivamente accettarli, perché prodotti dagli “esperti”.

Un processo pericolosissimo, sul quale sarebbe opportuna una attenzione assai maggiore dei parlamentari di opposizione. È la politica, e non dodici “esperti”, che deve definire alla luce del sole i criteri di calcolo: e questo prima che i dati vengano prodotti. È indispensabile un aperto dibattito pubblico. Non ne va solo della “secessione dei ricchi”, ma delle stesse modalità di funzionamento della democrazia nel nostro Paese.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 settembre 2024