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La rigenerazione urbana ai privati.- di Lucia Tozzi

La rigenerazione urbana ai privati.- di Lucia Tozzi

La violenza dell’operazione San Siro condensa in sé tutte le distorsioni che l’ideologia della “rigenerazione urbana”, che da Milano dilaga in tutta Italia, inevitabilmente comporta. Dall’idea che la trasformazione degli spazi urbani sia possibile solo se investono i privati, «perché il pubblico non ha più soldi» discende che pur di attrarre questi investimenti è necessario accettare qualsiasi condizione essi pongano per finanziare i progetti: e quindi, in questo caso, vendere a un prezzo bassissimo un’area di 280mila metri quadri, demolire uno stadio non solo funzionante, ma anche sempre affollato alle partite e ai concerti (e quindi più che redditizio), ricostruirlo con un impatto ambientale devastante su un parco a 14 metri dalle case preesistenti, consentire l’edificazione di 100mila metri quadrati di centri commerciali, bar ristoranti, uffici hotel, cliniche private, attrezzature destinate non agli abitanti, ma ai city users e ai turisti.

Ma non solo: sempre per non contrariare i fondi proprietari delle società delle squadre sono state bypassate tutte le regole democratiche di approvazione, è stato respinto un referendum dei cittadini, aggirato un vincolo della soprintendenza, abortito una farsa di débat publique perché i partecipanti erano troppo contrari al progetto, in ultimo mobilitato anche un commissario stadi del governo per “semplificare” ulteriormente le procedure, cioè per creare una protezione speciale, una sorta di stato d’eccezione ad hoc, come ormai avviene per ogni grande evento o grande opera. Infine, secondo il comitato legalità del comune c’è il rischio di infiltrazioni mafiose.

Se a Milano sono cresciuti moltissimo in questi anni la consapevolezza e il conflitto contro questo modello di sviluppo attraverso esposti, manifestazioni, nuovi movimenti per il diritto all’abitare e varie forme di bloquage, la velocità con cui Ance (costruttori), Anci (comuni), politici e fondi finanziari stanno diffondendo le pratiche autocratiche nel resto d’Italia è preoccupante.

Dopo la «Salva Milano», per ora fallita, il pericolo della legalizzazione dei “grattacieli con la Scia” (Segnalazione certificata d’inizio attività) torna in parlamento attraverso il nuovo Testo Unico per l’edilizia e la legge sulla Rigenerazione. Ma un altro segno dell’espansione del modello è l’invasione nei concorsi e nei bandi di rigenerazione a Roma, Napoli, Torino, Bologna, ovunque, di quegli stessi attori che hanno contribuito al sistema Milano.

Emblematico il concorso di idee «A vision for Rome» promosso da Roma REgeneration Ets, dove tra i sei finalisti si trovano per esempio (disseminati in diversi gruppi) alcuni dei protagonisti del terribile progetto LOC-Loreto, che disegna la trasformazione di una piazza pubblica in un centro commerciale: Davide Agazzi, che con la sua agenzia di city making FROM – Moltiplichiamo valore pubblico ha organizzato il programma di incontri pubblici (la cosiddetta partecipazione), Federico Parolotto che con la società di logistica MIC_HUB ne ha progettato il piano di mobilità, e la società di ingegneria Arcadis.

Tra i partecipanti del progetto «A vision from Within» c’è Nicola Russi, che ha partecipato alla stesura del Piano di governo del territorio milanese firmato da Masseroli nell’epoca Moratti (un manifesto dell’antiurbanistica), autore dei progetti che hanno riconvertito una piscina pubblica nei costosissimi “Bagni misteriosi” a Porta Romana e del bel Garage Maiocchi nell’ennesimo centro commerciale, ma anche Luca Ballarini di Stratosferica (agenzia di branding e citymaking torinese).

Ezio Micelli, l’ideatore del principio della perequazione generalizzata che governa il Pgt milanese consentendo una densificazione fortissima, partecipa a Roma 2050. In altre visioni competono esponenti della Bocconi e della Bicocca, pionieri dell’innovazione sociale e culturale. Tra i progetti scartati comparivano anche lo studio Lombardini 22 e Alessandro Scandurra, coinvolti nelle indagini della procura.

da “il Manifesto” del 1 ottobre 2025
foto di Marcuscalabresus – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=141644070

Il socialismo umanitario a Rende.-di Battista Sangineto

Il socialismo umanitario a Rende.-di Battista Sangineto

Il risultato del referendum sulla città unica non solo ha statuito che i cittadini di Rende non volevano una prepotente ed ingiustificata annessione a Cosenza, ma ha portato alla luce un sentimento ben più radicato ed importante: l’esistenza di una comunità che possiede un senso d’appartenenza ad un luogo che era un paese antico, prima, e, dopo, quel che sembrava essere solo una ben progettata e costruita periferia della confinante, disordinata e mal disegnata, città capoluogo di provincia.

Un senso di comunità che discende e coincide con il senso politico che ha impedito -in maniera straordinariamente lungimirante sin dagli anni ’60, ma in special modo dagli anni ‘80 in poi del ‘900- che il territorio rendese diventasse un ‘non-luogo’, una delle tante periferie del mondo contemporaneo priva di senso, di bellezza e di socialità cittadina, al pari delle tante che negano la città o che la declinano solo nelle forme di “grands ensembles” costituiti soprattutto da anonimi ed enormi palazzi con, o senza, verde intorno (La Cecla 2015).

Rende, invece, non è diventata un suburbio, ma una città: ha edificato scuole di tutti gli ordini e gradi, compresa l’università, edifici pubblici come il municipio, le case popolari, le case economiche e popolari di nuovissima concezione dello straordinario quartiere CEEP, i tanto celebrati campi da tennis, il palazzetto dello sport, l’area mercatale, i numerosi parchi pubblici ed ha costruito un poliambulatorio per favorire, con grande preveggenza, un sistema di sanità territoriale diffuso, ha piantato moltissimi alberi (che ora andranno ripiantati, dopo l’ultimo decennio di deforestazione urbana) e ha imposto che anche i privati lo facessero, ha costruito chiese.

Ha rimesso a nuovo le strade e gli edifici pubblici del Centro storico dotandolo di Musei e ristrutturando, fra le altre cose, uno storico cinema che ora aspetta solo di essere gestito nella maniera più adeguata.

Una città che è in grado di essere un indispensabile “capitale cognitivo che fornisce coordinate di vita, di comportamento e di memoria, e costruisce l’identità individuale e quella, collettiva, delle comunità” (Settis 2017).

Attorno alla realizzazione di questo disegno urbanistico e sociale di città si sono formate, appunto, una comunità e un senso di identità fra gli abitanti che non vogliono rinunciare alla razionalità, alla bellezza ed all’efficienza che Rende ha posseduto e che, ancora in gran parte, possiede. Quel senso di comunità che ha fatto dire di NO alla città unica dall’81,4% dei votanti rendesi che con questa schiacciante percentuale hanno respinto non solo l’annessione, ma anche un modello di urbanità diverso da quello che vivono quotidianamente.

Ora, a Rende, bisogna solo completare l’opera dell’edificazione di una città, si tratta di realizzare a pieno l’”urbanità” che altro non è che il risultato di un’interazione adattiva fra la ‘urbs’ –che rappresenta i caratteri fisici e architettonici della città- e la ‘civitas’ che contempla i modi d’uso e le relazioni sociali dei cittadini (Consonni 2013).

Per quel che riguarda l’’urbs’, l’aspetto fisico della città, non si può e non si deve a consumare suolo e colare cemento, dato che Rende -secondo i dati ISTAT del 2023- ha nel suo comune 20.881 case per 36.571 abitanti (una ogni 1,7 abitanti) ed ha il 17% di case vuote, ben 4.931. E se, in tutta l’area urbana, le abitazioni vuote sono addirittura 14.262, a cosa, e a chi, servono tutte queste case se la popolazione in Calabria – Censimento ISTAT al 31 dicembre 2021- è in calo dello 0,3% rispetto al 2020 (-5.147 individui) e del 5,3% rispetto al 2011 e se la Svimez stima un calo del 20% della popolazione meridionale fino al 2050? (Sangineto 2025).

In questo quadro è la proposta di Sandro Principe a convincere: ha detto che nel territorio comunale si costruiranno ‘ex novo’ solo case per i giovani e per i meno abbienti. Non verrà usato il “metodo Milano” che consisteva nell’abbattere un vecchio edificio e sostituirlo con un enorme palazzo – come è già più volte avvenuto in questi ultimi anni anche a Rende, oltre che nel centro vincolato di Cosenza- con la stessa procedura con cui si autorizza il rifacimento di un appartamento, una semplice ‘Scia’. E, infine, si eviterà l’uso indiscriminato delle ormai famigerate ‘perequazioni urbanistiche’ che vanno a vantaggio solo di chi vuole consumare ancora suolo per profitto.

La ‘civitas’, l’uso della città e le relazioni sociali dei cittadini, è un altro imprescindibile elemento dell’”urbanità” di una città che non ha nulla a che fare con le dimensioni di un centro abitato perché l’urbanità è avere piazze e viali alberati, è avere un passeggio mattutino e serale che i cittadini frequentano per lavoro o ‘pour loisir’ guardando le vetrine dei negozi e incontrando amici e conoscenti, ‘urbanità’ è avere bar e gelaterie con tavolini dove si possano consumare caffè e granite senza l’intralcio di ingombranti ‘dehors’.

Una misura dell’”urbanità” è, sicuramente, la vitalità dei luoghi cittadini che non può e non deve essere raggiunta solo, come sembrano credere alcuni amministratori, attraverso la movida notturna, perché se è vero, ed è comprensibile, che la varietà delle presenze e la compresenza di motivi e di modi della frequentazione è uno dei connotati distintivi dell’urbanità è altrettanto vero che l’urbanità si misura anche dall’offerta culturale complessiva che una città mette a disposizione e Rende ha già una buona rete di biblioteche pubbliche, un cinema nel centro storico, uno storico appuntamento settembrino di spettacoli che potrà essere completato con un cartellone teatrale di livello.

Ho sentito evocare da Principe il “socialismo umanitario”, che è la declinazione del socialismo di Proudhon e Fourier adeguata ai nostri tempi di recessione e di guerra. Bene, vorrà dire che sarà il momento in cui i molti ‘beni comuni’ comunali, per prima l’acqua, torneranno ad essere di proprietà dei cittadini. Debbono tornare compiutamente ad essere di nuovo ‘beni comuni’ anche lo stadio ‘Lorenzon’, i campi da tennis, i parchi fluviali, l’area mercatale, il parco acquatico, il palazzetto dello sport et cetera.

Alcuni di questi ‘beni comuni’, oggetto di grandi speculazioni private, devono tornare ad essere valorizzati ed usati nel modo più equo, perché sono fra le più belle ed importanti strutture ed infrastrutture costruite dall’Amministrazione comunale e pagate da tutti i cittadini rendesi.

Il modello al quale sono sicuro che il socialista umanitario continuerà ad ispirarsi è quello della piccola e media città storica italiana la cui principale caratteristica di città bella e buona consiste nella sua “capacità di distribuire al proprio interno beni e servizi che possano garantire la vita civile del più gran numero possibile dei suoi cittadini” (La Cecla 2024). Un luogo nel quale, insomma, la vita quotidiana sia una buona vita, più gradevole e più equa per tutti coloro che vi abitano.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 maggio 2025