Tag: speculazione edilizia

La rigenerazione urbana ai privati.- di Lucia Tozzi

La rigenerazione urbana ai privati.- di Lucia Tozzi

La violenza dell’operazione San Siro condensa in sé tutte le distorsioni che l’ideologia della “rigenerazione urbana”, che da Milano dilaga in tutta Italia, inevitabilmente comporta. Dall’idea che la trasformazione degli spazi urbani sia possibile solo se investono i privati, «perché il pubblico non ha più soldi» discende che pur di attrarre questi investimenti è necessario accettare qualsiasi condizione essi pongano per finanziare i progetti: e quindi, in questo caso, vendere a un prezzo bassissimo un’area di 280mila metri quadri, demolire uno stadio non solo funzionante, ma anche sempre affollato alle partite e ai concerti (e quindi più che redditizio), ricostruirlo con un impatto ambientale devastante su un parco a 14 metri dalle case preesistenti, consentire l’edificazione di 100mila metri quadrati di centri commerciali, bar ristoranti, uffici hotel, cliniche private, attrezzature destinate non agli abitanti, ma ai city users e ai turisti.

Ma non solo: sempre per non contrariare i fondi proprietari delle società delle squadre sono state bypassate tutte le regole democratiche di approvazione, è stato respinto un referendum dei cittadini, aggirato un vincolo della soprintendenza, abortito una farsa di débat publique perché i partecipanti erano troppo contrari al progetto, in ultimo mobilitato anche un commissario stadi del governo per “semplificare” ulteriormente le procedure, cioè per creare una protezione speciale, una sorta di stato d’eccezione ad hoc, come ormai avviene per ogni grande evento o grande opera. Infine, secondo il comitato legalità del comune c’è il rischio di infiltrazioni mafiose.

Se a Milano sono cresciuti moltissimo in questi anni la consapevolezza e il conflitto contro questo modello di sviluppo attraverso esposti, manifestazioni, nuovi movimenti per il diritto all’abitare e varie forme di bloquage, la velocità con cui Ance (costruttori), Anci (comuni), politici e fondi finanziari stanno diffondendo le pratiche autocratiche nel resto d’Italia è preoccupante.

Dopo la «Salva Milano», per ora fallita, il pericolo della legalizzazione dei “grattacieli con la Scia” (Segnalazione certificata d’inizio attività) torna in parlamento attraverso il nuovo Testo Unico per l’edilizia e la legge sulla Rigenerazione. Ma un altro segno dell’espansione del modello è l’invasione nei concorsi e nei bandi di rigenerazione a Roma, Napoli, Torino, Bologna, ovunque, di quegli stessi attori che hanno contribuito al sistema Milano.

Emblematico il concorso di idee «A vision for Rome» promosso da Roma REgeneration Ets, dove tra i sei finalisti si trovano per esempio (disseminati in diversi gruppi) alcuni dei protagonisti del terribile progetto LOC-Loreto, che disegna la trasformazione di una piazza pubblica in un centro commerciale: Davide Agazzi, che con la sua agenzia di city making FROM – Moltiplichiamo valore pubblico ha organizzato il programma di incontri pubblici (la cosiddetta partecipazione), Federico Parolotto che con la società di logistica MIC_HUB ne ha progettato il piano di mobilità, e la società di ingegneria Arcadis.

Tra i partecipanti del progetto «A vision from Within» c’è Nicola Russi, che ha partecipato alla stesura del Piano di governo del territorio milanese firmato da Masseroli nell’epoca Moratti (un manifesto dell’antiurbanistica), autore dei progetti che hanno riconvertito una piscina pubblica nei costosissimi “Bagni misteriosi” a Porta Romana e del bel Garage Maiocchi nell’ennesimo centro commerciale, ma anche Luca Ballarini di Stratosferica (agenzia di branding e citymaking torinese).

Ezio Micelli, l’ideatore del principio della perequazione generalizzata che governa il Pgt milanese consentendo una densificazione fortissima, partecipa a Roma 2050. In altre visioni competono esponenti della Bocconi e della Bicocca, pionieri dell’innovazione sociale e culturale. Tra i progetti scartati comparivano anche lo studio Lombardini 22 e Alessandro Scandurra, coinvolti nelle indagini della procura.

da “il Manifesto” del 1 ottobre 2025
foto di Marcuscalabresus – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=141644070

La Milano dei finti sinistri patria dei ricchi magnati.-di Daniela Ranieri

La Milano dei finti sinistri patria dei ricchi magnati.-di Daniela Ranieri

L’avevamo intuito anche noi coi nostri miseri mezzi, ma adesso che una dettagliata inchiesta del Financial Times spiattella con numeri e dati la notizia che Milano attrae i super-ricchi del mondo mentre espelle il ceto medio e tanto più – scusate le volgarità eventuali – i residenti poveri, non possiamo che prenderne atto: la già “capitale morale” d’Italia, Mecca del business, della moda e della pubblicità è diventata la residenza di campagna dei magnati della finanza e dell’impresa, che a Milano scialano in divertimenti e beni di lusso, quindi la capitale, semmai, della sciabolata alla bottiglia di champagne nelle feste private, che si tengono preferibilmente in luoghi pubblici noleggiati, se non proprio acquistati, dai ricchi in ragione del più persuasivo degli strumenti, ossia il denaro. Ma va’? E chi se lo sarebbe mai aspettato.

Purtroppo il quotidiano economico britannico rivela anche il motivo di questa speciale attrattività meneghina: bello il Duomo, bella Piazza Affari, bella la rinomata cucina milanese, bello bello bello tutto; ma tira più la flat tax che un carro di buoi. La flat tax è quella cosa che piace tanto ai liberisti di destra e di asserita sinistra, quindi a Salvini, alla Meloni e naturalmente a Renzi, che fu il primo a introdurre il sistema fiscale, perfezionato dall’attuale governo di finta destra sociale, grazie al quale i ricconi pagano solo 200 mila euro fissi di tasse anche con patrimoni siderali, quando le tasse di un operaio o un dipendente pubblico superano un terzo del salario tra trattenute e imposte varie.

Una misura che negli ultimi anni è andata di pari passo coi vari condoni, rientri di capitali sociali (un’idea di Renzi per cui dovevamo ringraziare gli agiati evasori che ci facevano la cortesia di riportare il malloppo dentro i nostri confini pagando una bazzecola di multa), rottamazioni delle cartelle (“Cucù, Equitalia non c’è più”: sempre Renzi), concordati fiscali (ossia fregature per chi paga le tasse), concordati preventivi (quello targato Meloni è fichissimo: siccome si dà per scontato che la metà degli italiani evade le tasse, si offre ai non-contribuenti, autonomi e imprese, la possibilità di pagare un forfait, a scommessa su quanto guadagneranno il prossimo anno; fa nulla se aderiscono solo quelli che già sanno di dover pagare di più del forfait; e comunque è stato un flop e non hanno aderito manco quelli).

Ora, Milano, con le sue Lamborghini, i suoi “giardini segreti”, i suoi “boschi verticali”, i suoi bei costruttori che pagano consulenze ai commissari chiamati dal sindaco a decidere sulla fattibilità delle opere, è il prototipo di ciò in cui si mira a trasformare gli altri capoluoghi d’Italia: club esclusivi per individui baciati dalla fortuna, circondati da periferie prive di servizi e abitate da straccioni che costituiscono la forza lavoro necessaria alle aziende che li sottopagano affinché i benestanti possano continuare a benestare. È il “modello Milano”, appunto, amato e scientemente perseguito da destra e finta sinistra.

Se non ricordiamo male, infatti, negli ultimi 15 anni è stata proprio la cosiddetta sinistra, nelle persone di Giuliano Pisapia (2011-2016) e Beppe Sala (dal 2016 a oggi), ad amministrare e forgiare Milano sulla base dei valori di competitività ed esclusività, di charme da venderci all’estero a dispetto di un’idea di città europea accessibile a cittadini di tutte le fasce di reddito; una Montecarlo di ringhiera, piena di grattacieli e di banche, disponibile al sacco dei lanzichenecchi del quattrino. Per i giornali padronali, naturalmente, questi due sindaci sarebbero stati i “federatori” ideali del centrosinistra nazionale: accidenti, siamo ancora in tempo?

Ad accomunare gli ex (?) fascisti e i neoliberisti asseriti di sinistra è la sistematica e crassa violazione (con tentato scasso) della Costituzione, laddove stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Col piffero: andatelo a dire ai neo-milanesi Richard Gnodde (vicepresidente di Goldman Sachs), Nassef Sawiris (magnate egiziano), Rolly van Rappard (cofondatore del fondo Cvc Capital), attirati a Milano dai prezzi stellari a cui è schizzato il capitale immobiliare, ormai per i ricchi più redditizio, secondo il FT, di quello di Londra, storicamente non proprio alla portata di tutte le tasche.

Ciò a dimostrazione di quello che scriviamo da tempo, cioè che le politiche di destra escludenti e classiste non sono un rigurgito fascista, ma lo stadio terminale del neoliberismo attuato per benino dalla cosiddetta sinistra. (Ieri sul Corriere, giornale della borghesia italiana, Graziano Delrio indicava la causa dell’incapacità del centrosinistra di percepire i bisogni del popolo: “Il Pd guarda fisso solo a sinistra”. Eh sì, dev’essere questo il problema).

da “il Fatto Quotidiano” del 31 agosto 2025

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Proviamo a mettere insieme le immagini riguardanti la polemica che è scoppiata a proposito della variante della SS106 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico. In allegato la foto (dall’alto) pubblicata dal Quotidiano del Sud del 20 agosto 2025 a corredo di uno scritto di Fabio Pugliese, direttore dell’associazione “Basta vittime sulla 106”.

Ancora in allegato la foto (da nord verso sud) scattata da Giovanni Manoccio il 13 luglio 2025 e, per ultima, la foto (da sud verso nord) apparsa su “il Fatto Quotidiano” insieme all’articolo di Marco Lillo (del 6 agosto 2025) che ha dato il via ad una polemica alimentata da un editoriale di Tomaso Montanari, sempre su “il Fatto” del 18 agosto 2025.

Lillo e Montanari ritengono che non sia stato per niente opportuno far passare la nuova variante della SS106 -con le relative gallerie, i raddoppi e gli allargamenti- così vicina al Castello da scompaginare il paesaggio nel quale il monumento fridericiano era incardinato da alcune centinaia di anni.

Come è evidente dalla foto di Manoccio, ma anche da quella de “il Fatto”, è davvero incredibile che si possa scrivere, come ha fatto Pugliese, che l’opera è “unanimemente considerata esemplare sotto il profilo ambientale e paesaggistico”. L’opera, che sta per essere portata a termine dalla stessa ditta che costruirà lo scempio del ponte sullo Stretto, è, invece, un altro sfregio irreparabile al paesaggio calabrese, un’ennesima ferita che, nonostante i pareri contrari dei ministeri dell’ambiente e della cultura (a proposito: siamo sicuri che non vi fossero resti archeologici in quel tratto?), si è ritenuto di poter infliggere ad una regione che è considerata ormai perduta, deturpata dal cemento armato, dal consumo del suolo e dalla speculazione edilizia.

Un milione e 375.504 abitazioni certificate dall’ultimo censimento dell’ISTAT (2023), un’enorme quantità di case per solo un milione e 855.454 abitanti molti dei quali, lo sappiamo, non sono davvero residenti in Calabria. Una regione che ha il 42,2% di abitazioni vuote: 580.819 a fronte di 794.685 case occupate in maniera più o meno permanente.

Secondo i dati ISTAT, nel 1982 la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) ammontava a 721.775 ettari mentre nel 2023 era diminuita del 24,7% perché, solo in un quarantennio, sono stati consumati ben 178.522 ettari di suolo agricolo. In pochi decenni, dunque, è stato impermeabilizzato, cementificato ben l’11,7% dell’intera superficie di una regione che contiene -per una larghissima percentuale del suo territorio- valli impervie, alte colline e monti inedificabili.

Le classi dirigenti calabresi degli ultimi decenni sono state in grado di produrre, in modo disorganico, desultorio e inefficace solo una parvenza di sviluppo basato, quasi esclusivamente, sul cemento armato, sul consumo del suolo dalla battigia fino alla montagna a vantaggio di una speculazione priva di controlli, indirizzata alla rendita immobiliare e, in secondo luogo, volta a favorire un turismo rapace, veloce, superficiale e numericamente sovradimensionato, sia al mare sia in montagna. Classi dirigenti capaci di produrre solo un malfermo e stentato sviluppo senza alcun vero progresso.

Una regione di poveri, ha ragione Montanari, che elegge una classe dirigente inetta che non conta nulla a Roma e che non riesce a far rispettare i propri territori tanto che le grandi imprese se ne approfittano per costruire strade, autostrade, aeroporti, superstrade, sterminati impianti eolici o fotovoltaici, torri di estrazione di gas a poche decine di metri da siti archeologici straordinari, porti e ponti nelle forme, nelle dimensioni e nelle aree che vogliono senza avere una vera opposizione politica. Rimane solo una ferma contrarietà da parte di associazioni e di comitati di cittadini che si sono battuti e continuano a battersi in tutte le occasioni, compresa quella di cui stiamo scrivendo, e che qualche volta, come nel caso del vincolo paesaggistico di Cosenza, riescono persino a vincere.

La sconfitta dei cittadini di Roseto e della costa jonica settentrionale che, negli ultimi decenni, si erano opposti al tracciato di quest’opera, suggerendone al contempo un altro che non è stato preso in considerazione, non può e non deve essere la fine della battaglia.
Possiamo, e dobbiamo, continuare ad opporci non solo agli scempi della nuova SS106, ma anche a tutti gli altri sfregi che si vogliono infliggere al corpo martoriato, ma ancora vivo, dei paesaggi della nostra sciagurata regione, se vogliamo avere un futuro vero, un futuro che non sia fatto di cemento armato. Contro la costruzione dell’inutile e orribile ponte sullo Stretto, in primis, e contro la cementificazione delle coste, delle montagne, dei paesi, delle città e delle campagne calabresi.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 agosto 2025
Foto di Giovanni Manoccio

Con la legge ‘Salva-Milano’ città sempre più cementificate e diseguali.-di Battista Sangineto

Con la legge ‘Salva-Milano’ città sempre più cementificate e diseguali.-di Battista Sangineto

La proposta di legge numero 1309 -votata il 21 novembre scorso alla Camera da Pd, Iv, Azione, +Europa e destra- è in discussione, in questi giorni, alla commissione ambiente del Senato e dovrebbe essere votata in aula nelle prossime settimane. Si tratterebbe di un’”interpretazione autentica” delle principali leggi urbanistiche e, sostanzialmente, estende il modo di costruire usato a Milano negli ultimi dieci anni a tutto il Paese.

È stata chiamata “Salva-Milano” ed è la risposta politica alle indagini giudiziarie sull’urbanistica milanese. Nata come un condono per sanare le irregolarità del passato, il “Decreto del Fare” n. 69/2013 del governo Letta, è stata ora trasformata in provvedimento “di interpretazione autentica” che, se approvato definitivamente, imporrà come legge -in tutta Italia e per sempre- la pratica urbanistica seguita a Milano, annullando, in sostanza, le disposizioni che impongono la pianificazione attuativa delle città, a garanzia dei servizi dovuti a tutti i cittadini.

Una pratica, quella milanese, che, del resto, è già stata messa in atto in tutta la Calabria e, in particolare, a Cosenza dove si stanno demolendo piccoli e medi caseggiati per ricostruirvi, al loro posto, enormi e altissimi palazzi in aree già densamente urbanizzate e, spesso, di pregio storico e architettonico.

Questa proposta di legge cambierà radicalmente in peggio il futuro delle nostre città, rendendole sempre più cementificate e più diseguali. Toglierà ai Consigli comunali il potere di controllare che i costruttori e i fondi immobiliari facciano l’interesse pubblico e cioè realizzino, insieme ai nuovi palazzi, anche i necessari servizi per la città: edilizia sociale, parcheggi, marciapiedi, giardini, piste ciclabili, parchi, scuole, biblioteche et cetera.

Grazie a questa proposta di legge -come scrivono i 140 studiosi che hanno firmato una lettera-appello per fermarla- lo spazio urbano sarà occupato da edifici senza un disegno unitario, senza un piano, senza una visione di città, se non quella dei costruttori, degli speculatori edilizi e dei fondi immobiliari. Verrà ampliata a dismisura la categoria della ristrutturazione edilizia, nella quale rientreranno, a maggior ragione, le ri-costruzioni senza alcun rapporto formale e volumetrico con quanto demolito.

In tal modo le demolizioni/ricostruzioni avranno, rispetto alle costruzioni ex novo, oneri concessori molto ridotti perché eseguite in aree già urbanizzate e, di conseguenza, l’enorme risparmio dei costruttori si tradurrà in una drastica riduzione delle entrate e, quindi, delle disponibilità finanziarie dei Comuni per la realizzazione della parte pubblica delle città.

Se dovesse passare questa legge, l’ormai desemantizzata “rigenerazione urbana” si potrà praticare liberamente senza un piano e con oneri ridotti nelle aree già infrastrutturate mentre tutti i cittadini sanno quanto verde, quanti parcheggi, quanta edilizia sociale e quanti servizi come acqua e raccolta dei rifiuti scarseggino, proprio lì dove la città già esiste, soprattutto al Sud ed in Calabria.
La densificazione urbanistica, del resto, fa inevitabilmente salire la domanda di servizi per la cittadinanza e molte città, in particolare quelle meridionali, non se lo possono materialmente permettere già ora.

Questa legge, insomma, impedirà definitivamente, soprattutto nel Mezzogiorno, di promuovere politiche di vera rigenerazione e riqualificazione delle nostre città e delle periferie, ridurrà il verde e i servizi, innescherà dinamiche finanziarie che aumenteranno i prezzi dell’abitare e accresceranno le disuguaglianze nelle nostre città.

Questo provvedimento imporrebbe in tutta Italia un modello neoliberista che vede il pubblico cedere la pianificazione urbana al privato in un momento nel quale le città hanno un estremo bisogno di una strategia pubblica di governo per far riacquistare ai cittadini un indispensabile diritto alla città.

Altro che fusioni di città, bisognerebbe iniziare a fare piani urbanistici davvero a ‘cemento zero’, senza alcuna ‘perequazione urbanistica’, senza nessuna demolizione/ricostruzione con variazione di forme e aumenti di volumetrie, ma con la, vera, ristrutturazione degli antichi edifici dei Centri storici e degli edifici moderni in rovina o fuori norma. Il Consiglio comunale di Cosenza, per esempio, potrebbe fermare l’approvazione del Psc adottato dalla precedente amministrazione e provare a modificarne l’impianto adeguandosi, alla lettera, alle prescrizioni europee del ‘consumo di suolo zero’ e, magari, potrebbe provare ad armonizzarlo con quello, già esistente, di Castrolibero e, soprattutto, con un nuovo Psc che il prossimo Consiglio comunale di Rende appronterà e approverà, da qui a qualche mese.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 dicembre 2024

Lettera-appello contro la legge Salva-Milano.

Lettera-appello contro la legge Salva-Milano.

Il Senato sta discutendo, dopo l’approvazione alla Camera dello scorso 21 novembre, la proposta di legge numero 1987, ora 1309. È stata chiamata “Salva-Milano” ed è la risposta politica alle indagini giudiziarie sull’urbanistica milanese.

Nata come un condono per sanare le irregolarità del passato, è stata trasformata in provvedimento “di interpretazione autentica” che, se approvato definitivamente, imporrà come legge in tutta Italia e per sempre la pratica dell’urbanistica seguita a Milano, abrogando le disposizioni che impongono la pianificazione attuativa delle città, a garanzia dei servizi dovuti a tutti i cittadini.

Questa proposta di legge cambierà radicalmente il futuro delle nostre città, rendendole sempre più congestionate ed elitarie. Toglierà ai Consigli comunali il potere di controllare che i costruttori e i fondi immobiliari facciano l’interesse pubblico, e cioè realizzino, insieme ai nuovi palazzi, anche i servizi per la città, edilizia sociale, parcheggi, marciapiedi, piste ciclabili, parchi, scuole, biblioteche eccetera.

Lo spazio urbano potrà essere occupato da edifici senza un disegno unitario, senza un piano, senza una visione di città, se non quella degli operatori e dei fondi immobiliari. Verrà inoltre ampliata a dismisura la categoria della ristrutturazione edilizia, nella quale rientreranno anche le nuove costruzioni senza alcun rapporto con quanto demolito, riducendo così di molto le disponibilità finanziarie dei Comuni per la realizzazione della parte pubblica delle città.

Non è vero che la “rigenerazione urbana” si possa fare senza piano e con oneri ridotti nelle aree già urbanizzate, perché queste sono già infrastrutturate e ricche di servizi: tutti i cittadini sanno quanto verde, quanti parcheggi, quanta edilizia sociale e quanti servizi manchino proprio lì dove la città già esiste, eppure si intende densificarla, aumentando i carichi urbanistici.

Se approvata, questa legge impedirà di promuovere politiche di vera “rigenerazione” e riqualificazione delle nostre città e delle periferie, ridurrà verde e servizi, innescherà dinamiche finanziarie che aumenteranno i prezzi dell’abitare e accresceranno le disuguaglianze nelle città.

Rileviamo in questa legge forti profili di incostituzionalità. Non è infatti una misura “di interpretazione autentica”, perché questa è possibile soltanto quando la legislazione su cui interviene sia davvero contraddittoria e di difficile interpretazione, mentre sono chiarissimi i principi fondamentali della legislazione statale, più volte confermati da pronunce della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato, della Corte costituzionale. Questa è invece una riscrittura delle norme urbanistiche, con una evidente intromissione del potere legislativo volta a vanificare le inchieste giudiziarie in corso.

Per questi motivi, noi professori appartenenti alla Accademia italiana, urbanisti, giuristi, economisti, storici, sociologi, ecologi, territorialisti e geografici appelliamo ai Senatori della Repubblica affinché non approvino la proposta di legge numero 1309.

Antonella Abbà, Politecnico di Milano
Ilaria Agostini, Università di Bologna
Vittorio Angiolini, Università degli studi di Milano
Mariella Annese, Politecnico di Bari
Arianna Azzellino, Politecnico di Milano
Valeria Bacchelli, Politecnico di Milano
Angela Barbanente, Politecnico di Bari
Filippo Barbera, Università di Torino
Marco Belan, Politecnico di Milano
Gianluca Bellomo, Università di Chieti
Luca Beltrami Gadola, direttore Arcipelago Milano
Auretta Benedetti, Università di Milano Bicocca
Paolo Berdini, Università di Roma Tor Vergata
Roberto Bin, Università di Ferrara
Ivan Blecic, Università di Cagliari
Nando Boero, Università di Napoli
Marco Bombardelli, Università di Trento
Paola Bonora, Università di Bologna
Sergio Brenna, Politecnico di Milano
Paola Briata, Politecnico di Milano
Grazia Brunetta, Politecnico di Torino
Luigino Bruni, Università Lumsa di Roma
Alberto Budoni, Università La Sapienza di Roma
Emma Buondonno, Università Federico II di Napoli
Maria Agostina Cabiddu, Politecnico di Milano
Debora Caldirola, Università cattolica di Milano
Francesca Cangelli, Università di Foggia
Roberto Canziani, Politecnico di Milano
Marina Caporale, Università di Bologna
Enrico Carloni, Università di Perugia
Claudia Cassatella, Politecnico di Torino
Andrea Castoldi, Politecnico di Milano
Alessandra Casu, Università degli studi di Sassari
Arianna Catenacci, Politecnico di Milano
Piero Cavalcoli, Università di Bologna
Arnaldo Bibo Cecchini, Università di Sassari
Filippo Celata, Università La Sapienza di Roma
Carlo Cellamare, Università La Sapienza di Roma
Floriana Cerniglia, Università cattolica di Milano
Claudio Cerreti, presidente della Società Geografica Italiana
Vincenzo Cerulli Irelli, Università La Sapienza di Roma
Pier Luigi Cervellati, Università Iuav di Venezia
Lorenzo Chieffi, Università della Campania
Paola Chirulli, Università La Sapienza di Roma
Giuseppe Cinà, Politecnico di Milano
Stefano Civitarese Matteucci, Università di Chieti
Guido Clemente di San Luca, Università della Campania
Giovanna Colombini, Università di Pisa
Grazia Concilio, Politecnico di Milano
Giancarlo Consonni, Politecnico di Milano
Pierre-Alain Croset, Politecnico di Milano
Alessandro Dama, Politecnico di Milano
Giovanni D’Angelo, Università cattolica di Milano
Melania D’Angelosante, Università di Pescara
Luciano De Bonis, Università del Molise
Marcello De Carli, Politecnico di Milano
Marzia De Donno, Università di Ferrara
Claudio De Fiores, Università della Campania
Gabriella De Giorgi, Università del Salento
Michele Della Morte, Università del Molise
Vezio De Lucia, Università La Sapienza di Roma
Ambrogio De Siano, Università della Campania
Valentina Dessì, Politecnico di Milano
Daniele Donati, Università di Bologna
Marco Dugato, Università di Bologna
Leonardo Ferrara, Università di Firenze
Daniel A. Finch-Race, Università di Bologna
Antonio Finizio, Università di Milano Bicocca
Carlotta Fontana, Politecnico di Milano
Edoardo Fragale, Università di Trieste
Gianfranco Franz, Università di Ferrara
Adriana Galderisi, Università della Campania
Piero Garau, Università La Sapienza di Roma
Gianluca Gardini, Università di Ferrara
Maria Cristina Gibelli, Politecnico di Milano
Fabio Giglioni, Università La Sapienza di Roma
Carla Giovannini, Università di Bologna
Francesca Governa, Politecnico di Torino
Elena Granata, Politecnico di Milano
Nicola Grasso, Università del Salento
Federico Gualandi, Università Iuav di Venezia
Giovanna Iacovone, Università della Basilicata
Maria Immordino, Università di Palermo
Arturo Lanzani, Politecnico di Milano
Francesca Leder, Università di Ferrara
Stefano Levi della Torre, Politecnico di Milano
Antonio Longo, Politecnico di Milano
Alberto Lucarelli, Università di Napoli
Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale
Stefano Mambretti, Politecnico di Milano
Vanessa Manzetti, Università di Pisa
Anna Marson, Università Iuav di Venezia
Federico Martelloni, Università di Bologna
Scira Menoni, Politecnico di Milano
Livia Mercati, Università di Perugia
Francesco Merloni, Università di Perugia
Annalisa Metta, Università degli studi Roma Tre
Stefano Micheletti, Politecnico di Milano
Tomaso Montanari, Università per stranieri di Siena
Mario Angelo Neve, Università di Bologna
Lucia Nucci, Università degli studi Roma Tre
Francesca Nugnes, Università di Pisa
Francesco Pallante, Università di Torino
Rita Paris, direttore Parco Archeologico dell’Appia Antica
Marco Peverini, Politecnico di Milano
Paolo Pileri, Politecnico di Milano
Alessandra Pioggia, Università di Perugia
Pierluigi Portaluri, Università del Salento
Matteo Proto, Università di Bologna
Lucia Rigamonti, Politecnico di Milano
Leonardo Rignanese, Politecnico di Bari
Luisa Rossi, Università degli studi di Parma
Ugo Rossi, Gran Sasso Science Institute de L’Aquila
Renzo Rosso, Politecnico di Milano
Antonio Ruggeri, Università di Messina
Maria Alessandra Sandulli, Università degli studi Roma Tre
Enzo Scandurra, Università La Sapienza di Roma
Renata Semenza, Università degli Studi di Milano
Salvatore Settis, Accademico dei Lincei
Alberto Tagliaferri, Politecnico di Milano
Giulio Tamburini, Università de L’Aquila
Alberto Tarozzi, Università del Molise
Graziella Tonon, Politecnico di Milano
Gabriele Torelli, Università Iuav di Venezia
Lucia Tozzi, ricercatrice
Aldo Travi, Università cattolica di Milano
Paolo Carlo Maria Tremolada, Università degli studi di Milano
Cristina Treu, Politecnico di Milano
Pasquale Tridico, Università degli studi Roma Tre
Paolo Urbani, Università La Sapienza di Roma
Riccardo Ursi, Università di Palermo
Alberto Vanolo, Università di Torino
Massimo Venturi Feriolo, Politecnico di Milano
Gianfranco Viesti, Università di Bari
Stefano Villamena, Università di Macerata
Massimo Villone, Università Federico II di Napoli
Ignazio Vinci, Università di Palermo
Carmen Vitale, Università di Macerata
Daniele Vitale, Politecnico di Milano
Federico Zanfi, Politecnico di Milano
Iacopo Zetti, Università degli studi di Firenze
Alberto Ziparo, Università degli studi di Firenz

No all’ondata edilizia speculativa a Cosenza.-di ‘Diritto alla città’

No all’ondata edilizia speculativa a Cosenza.-di ‘Diritto alla città’

Il coordinamento “Diritto alla Città” (un insieme di associazioni cosentine, di cittadini, di soggetti formali ed informali) rivendica da tempo il diritto di contribuire alle decisioni riguardanti la città e il quartiere in cui vivono per salvaguardare il patrimonio territoriale inteso come bene comune, e più volte hanno espresso una domanda di nuove forme di democrazia partecipativa.

Soprattutto ha denunciato con forza i rischi connessi all’ondata edilizia speculativa che si è abbattuta su Cosenza negli ultimi anni e anche più recentemente: demolizione di edifici storici come quello primo-novecentesco di piazza Santa Teresa, ricostruzioni con enormi aumenti di volumetria, nuovi palazzoni sulle rive del Crati ecc., inutili per la collettività. L’edificazione sulle rive del Crati sarà, a termine di legge, oggetto delle nostre osservazioni al vincolo paesaggistico della Soprintendenza che riteniamo, come avevamo già proposto, debba essere esteso ad entrambe le rive del fiume suddetto.

Decisioni di politiche urbanistiche di piccolo cabotaggio, meramente distruttive, avvolte da una inestricabile ragnatela di omissioni, sparizioni di atti, rimandi a presunte altre responsabilità, sempre eterodirette, comunque prese dalle varie amministrazioni comunali che si sono succedute, costituenti in ogni caso il prodotto di logiche di sviluppo cittadino fondate sulla produzione di profitto, sul calcolo utilitaristico, di interessi privatissimi e inconfessabili, sulla mancanza di qualsiasi idea di comunità locale.

Prendiamo il caso del nuovo PSC – Piano Strutturale Comunale, peraltro parzialmente pubblicato solo dopo nostre formali richieste, che, nonostante alcuni buoni propositi, appare in realtà il contenitore della precedente Amministrazione contenente i vecchi progetti che erano molto diversi tra loro (aumenti di volumetria e consumo di suolo, ristrutturazione di edifici e piazze, arredi urbani, i soliti e ormai irrispettosi murales sulle case popolari) e elaborati secondo una concezione che vede la nostra città solo come fonte di rendita e profitto dimenticandosi che Cosenza è un luogo abitato da uomini e donne, espressione di bisogni e relazioni.

Ci sarebbero oggi tutti gli elementi- politici, culturali, di innovazione economica, di composizione sociale (la città negli ultimi 10 anni è totalmente cambiata) per dare il via ad un’ampia e pubblica discussione tra cittadini, associazioni e istituzioni su come vivere tutti meglio a Cosenza. Avviare i laboratori di quartiere (come formalmente da noi chiesto e come obbligatorio per legge) sarebbe un guadagno per tutti: incontro tra le forme autonome di autorganizzazione dei cittadini e le esigenze dell’amministrazione, spostamenti in basso dei poteri e dei processi decisionali (è o non è una giunta di centrosinistra?), favorire l’affermarsi di un’idea di una città che abbia in mente la cura e la crescita di tutta la comunità locale e non solo dei soggetti economici privati.

Il Sindaco, invece, ha scelto la strada del rifiuto del dialogo: è chiaro che il modello Caruso, nonostante il suo programma elettorale, è quello secondo cui i politici decidono e i cittadini tacciono. Ne è riprova il fatto che pur essendo scaduto il termine previsto dalla legge, nessuna risposta ci è pervenuta alla nostra richiesta di accesso agli atti relativa all’abbattimento di un edificio su Corso Umberto (ma poi, se questa ennesima per noi scriteriata edificazione in atto ha le carte in regola perché, allora, non concedere l’accesso agli atti, peraltro non negabile per legge. Forse perché non segue, davvero, nemmeno i criteri di legge oltre che quelli del buon senso e del rispetto della collettività?).

Eppure eravamo stati lieti delle dichiarazioni dell’assessore Incarnato di impedire la costruzione di nuovi ecomostri anche alla luce dell’apposizione del vincolo paesaggistico e alla dichiarazione di “notevole interesse pubblico” dell’area 8/900esca cosentina fortemente perseguito nei mesi scorsi dal Coordinamento, e di avviare un percorso di confronto e di interlocuzione con le Soprintendenze e gli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri. Ma evidentemente vale il detto “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno”. D’altra parte una piccola e civile richiesta di accesso civico, che in qualsiasi altra città del mondo occidentale sarebbe stata prontamente evasa, alle nostre latitudini diventa l’ennesimo episodio di scostumatezza civica, di arroganza e mal governo.

È quasi certo che il PSC alla fine sarà ratificato secondo quanto pattuito fra poteri forti e che su Corso Umberto sorgerà l’ennesimo ecomostro. Ciononostante chiediamo ancora e con più forza l’istituzione dei laboratori di quartiere e chiediamo all’assessore Incarnato e al Sindaco di includere nel costituendo tavolo tecnico-istituzionale anche la parte sociale (nello specifico il Coordinamento): riqualificare fisicamente il quartiere senza mettere in campo azioni interdisciplinari e senza coinvolgere gli abitanti sarebbe, con tutta evidenza, un’ipocrisia.

Questo modello, deliberare senza ascoltare, consultare e, tantomeno, conoscere, sopprimere le legittime istanze delle associazioni culturali dei cittadini, non ci piace perché non è democratico.

Per ultimo: non sempre chi vince ha ragione e soprattutto non sarà la mancata risposta ad una più che legittima richiesta di accesso agli atti a far cambiare le nostre idee e fermare le nostre azioni. Siamo più che convinti che un’altra città, un altro modo di stare insieme è possibile, e sappiamo che bisogna costruirlo giorno dopo giorno, nelle strade, nelle piazze, nei teatri, nelle case delle culture, nelle ludoteche, nelle città dei ragazzi, dal basso. Offriamo collaborazione: fare e agire insieme e tramite ciò realizzare una città migliore per sé e per gli altri, un modo per affermare il sacrosanto diritto dei cosentini alla partecipazione attiva alla vita cittadina, al rispetto delle regole, alla bellezza e alla felicità.

Chiudiamo intanto con qualche domanda diretta al Sindaco Caruso e all’assessore Incarnato:
– come mai non avete istituito i laboratori di quartiere malgrado sia obbligatorio per legge e malgrado ve lo abbiamo chiesto formalmente già da circa 4 mesi?
– come mai non consentite l’accesso agli atti per un semplice titolo edilizio di una palazzina realizzata da un privato che utilizza fondi pubblici?
– come mai vi preoccupate di assegnare incarichi retribuiti per studiare come riqualificare il centro storico e ignorate la presenza delle associazioni di quartiere che offrono collaborazione senza aggravio di costi per il Comune?

Cosenza, 25 luglio 2024 Coordinamento ‘Diritto alla città’