Mese: agosto 2020

Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

La vicenda dei verbali del Comitato tecnico scientifico, prima secretati dal governo e poi (parzialmente) resi pubblici per timore di una clamorosa sconfessione da parte della giustizia amministrativa, lascia davvero interdetti. Nel metodo e nel merito. Nel metodo. Riconoscere che il Covid-19 abbia costituito e costituisca un pericolo reale non significa ammettere che il governo abbia avuto e abbia carta bianca nel decidere le misure di contrasto.

Tanto più, perché la misura-chiave tra quelle adottabili per evitare la (ripresa della) diffusione della pandemia – la decisione di drastiche misure di distanziamento interpersonale – ha comportato e comporta la limitazione di numerosi e delicatissimi diritti costituzionali. Nei momenti di emergenza la controllabilità delle decisioni e dei comportamenti delle pubbliche autorità è più che mai un imperativo costituzionale, perché è proprio nelle situazioni di pericolo che si vede la saldezza di un regime democratico. Che il governo abbia cercato di tener nascosti i presupposti tecnico-scientifici delle proprie decisioni è, in quest’ottica, un fatto gravissimo e difficilmente comprensibile.

Naturalmente, nessuno pretende che la politica si adegui pedissequamente alle valutazioni degli esperti. Di fronte a ogni questione tecnico-scientifica permane un margine, più o meno ampio, di apprezzamento discrezionale che il governo, nell’esercizio delle proprie prerogative, ha tutto il diritto di utilizzare. Ciò comporta, però, l’assunzione di una responsabilità e, in un ordinamento democratico, il dovere di motivare politicamente le ragioni delle decisioni adottate.

Nel merito. Quel che, in particolare, emerge dai verbali desecretati è che il governo ha deciso – ripeto: nell’esercizio delle proprie prerogative – di disattendere due indicazioni rilevantissime del Comitato tecnico-scientifico.

La prima è quella relativa all’opportunità di istituire come «zona rossa» i comuni di Alzano Lombardo e Nembro: quelli da cui il virus è partito per devastare Bergamo e provincia (il fatto che, dato il quadro normativo, avrebbe anche potuto provvedervi autonomamente la Regione Lombardia non fa venir meno l’eventuale responsabilità politica governativa: una responsabilità più un’altra responsabilità fa due, non zero, responsabilità).

La seconda è quella relativa all’opportunità di decidere provvedimenti di lockdown localmente circoscritti alla Lombardia, al Veneto e ad alcuni territori limitrofi, anziché all’Italia intera. Entrambe le scelte del governo – non chiudere i comuni della bergamasca e bloccare l’Italia intera – sono risultate gravide di conseguenze. Zone importanti della Lombardia avrebbero potuto essere preservate? Il Centro e il Sud Italia avrebbero potuto patire conseguenze socio-economiche incomparabilmente minori? Può essere che il governo abbia avuto buone ragioni per decidere diversamente.

Forse la situazione lombarda è apparsa, nel suo complesso, oramai eccessivamente compromessa. Forse si è temuto che se il virus avesse iniziato a scendere lungo la penisola il Sistema sanitario nazionale sarebbe globalmente – e non solo localmente, come pure è successo – collassato. Forse. Di certo, solo il Presidente del Consiglio e il ministro della Salute potrebbero dirci qualcosa in più. E, a questo punto, dovrebbero sentire il dovere di farlo. Anche perché un dubbio inizia a serpeggiare. Che in misura più o meno incisiva, a seconda che la Lega sia al governo o all’opposizione, il Paese intero sia caduto in ostaggio della – impropriamente detta – questione settentrionale.

E, in particolare, delle regioni del Nord-Est. Dal segretario del Pd a cui nemmeno l’istinto di sopravvivenza impedisce di fiondarsi a Milano per l’aperitivo nel pieno precipitare della situazione sanitaria; alla riapertura generalizzata anziché selettiva, per non «lasciare indietro» il Nord; al ministro per gli Affari regionali che, anziché interrogarsi – apertamente, laicamente – sugli eventuali squilibri del regionalismo italiano rilancia la differenziazione ex articolo 116 della Costituzione, come nulla fosse accaduto;

alla gazzarra in atto sul trasporto pubblico locale (un mondo alla rovescia in cui le regioni meno colpite impongono severe misure di distanziamento e quelle più colpite ammassano senza limiti passeggeri seduti e in piedi); all’incapacità di utilizzare i poteri sostitutivi, attribuiti al governo dall’articolo 120 della Costituzione, contro misure regionali adottate in aperta sfida verso lo Stato centrale: il dubbio è che la sorte di tutti noi sia stata e sia legata agli egoismi politici e agli interessi economici di una parte soltanto del Paese.

da “il Manifesto” dell’8 agosto 2020

Foto di Stefano Ferrario da Pixabay

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

«Salvini allontana la Lega dal Nord», titolava la Repubblica di Lunedì 3 Agosto. Il titolo è stato ripreso prontamente da Giorgio Gori che in un tweet, con l’hashtag #ricominciodalNord, ha esortato il Pd a farsi rappresentanza della parte più moderna ed europea del Paese mettendo il lavoro, la produttività e la crescita in cima all’agenda politica. Non interessa qui entrare nel merito della tattica elettorale implicita nel messaggio, peraltro alla sua ennesima riedizione, quanto interrogarsi circa la sua consistenza fattuale: la rappresentanza politica dei ceti produttivi e dei territori più moderni ed europei del Paese.

O, MEGLIO, la reductio della «questione settentrionale» a una narrazione che cela in un cono d’ombra proprio quegli aspetti della realtà più divergenti rispetto alla condizione di molti paesi europei. Lavoro, produttività e crescita non sono problemi specifici delle regioni settentrionali ma riguardano il Paese nel suo insieme. Utilizzarle come parole d’ordine significa solo inseguire la retorica leghista della prima ora sul suo stesso terreno: la locomotiva dell’operoso Nord e la zavorra dell’assistito Sud.
Ciò non significa negare che le regioni settentrionali non abbiano bisogno di una rappresentanza politica da parte delle forze di sinistra e di centro-sinistra; piuttosto, è urgente sottolineare quali debbano essere i temi e le parole d’ordine di questa rappresentanza.

COME NON RICORDARE, anzitutto, che la pandemia ha portato in prima serata i problemi della fertile Pianura padana che, complice un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con conseguenze gravi per la salute dei suoi residenti? Inoltre, varie inchieste giornalistiche e studi accademici – tra questi ultimi Mafie del Nord a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli, 2014) – documentano i «mali del Nord» nella sovrapposizione attiva tra mercati legali e mercati illegali.

Questi lavori fotografano un territorio intessuto di relazioni mafiose, sia con le imprese che con le politica locale; in alcune aree del Nord la criminalità organizzata è diventata un importante vettore dello sviluppo locale. L’inchiesta giudiziaria in corso verificherà se queste ombre si allungano anche sulla caserma Levante di Piacenza. A proposito di Nord.

Dal punto di vista politico e della classe dirigente, poi, in questi anni cruciali le regioni settentrionali non hanno dato alcuna prova di coordinamento strategico, pur in presenza di flussi e interdipendenze funzionali importanti. Le dinamiche del ciclo politico e del consenso a breve hanno dominato e annullato ogni capacità di pensiero «orientato al futuro». Di fronte a una progettualità politica macro-regionale carente, Il Nord si riduce a una entità geografico-amministrativa priva di capacità di azione collettiva.

UNA VISIONE STRATEGICA sulla rappresentanza del Nord dovrebbe dare prova di sé nell’evitare slogan semplificatori. Dal punto di vista territoriale, il Nord non esiste più da tempo, se mai è esistito. Come ci sono tanti Sud, allo stesso modo ci sono vari Nord: città medie in crisi, campagne produttive in spopolamento, periferie metropolitane sotto stress, aree interne, rurali e montane. L’Italia è il paese della diversità territoriale e il Nord non fa eccezione (si veda Il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo e C. Donzelli, Donzelli, 2020).

Un’Italia in contrazione caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute, ci ricordano A. Lanzani e F. Curci (in A. De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia, Donzelli, 2020, seconda edizione). Le differenze economiche, sociali e territoriali che ormai separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Nord dal Sud.

I problemi idro-geologici della Liguria sono paragonabili a quelli di altre Regioni del Mezzogiorno; lo spopolamento delle aree montane del Piemonte ha le stesse conseguenze nell’Appennino calabro; la perdita di valore degli immobili che caratterizza molte città del Nord Italia – dove una casa per una famiglia costa come l’ascensore di un alloggio in centro a Milano – non è dissimile dalle dinamiche dei valori immobiliari delle città del Sud Italia.

IL NORD NON É LA «LOCOMOTIVA» del Paese, come sottolineato nell’appello «Ricostruire l’Italia. Con il Sud» promosso da 29 esperti di Mezzogiorno. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è tatticamente errato, infondato dal punto di vista fattuale e strategicamente miope. I problemi specifici delle regioni settentrionali esistono eccome, ma non sono quelli della retorica che contrappone i «ceti produttivi» del Nord, vicini all’Europa, agli «individui assistiti» del Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 7 agosto 2020

Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Toti ci informa che: se il paese è ripartito, «è soprattutto merito delle Regioni che si sono prese le responsabilità di scrivere le linee guida»; non c’è nessuna emergenza, e il parere del Comitato tecnico scientifico (Cts) si spiega perché deve «anche ribadire la sua esistenza in vita»; «il governo non ha cercato alcun dialogo alla faccia delle competenze e dell’autonomia.

È già sgradevole per la nostra Costituzione scritta ma anche per quella materiale che si è formata nella gestione del virus»; in materie di potestà concorrente la concertazione è necessaria, e nella specie si sarebbe dovuto avere il parere del Cts, una conferenza Stato-regioni, e infine una decisione collegiale.

Bisogna dire a Toti che il ruolo delle regioni, probabilmente abnorme, nella gestione dell’emergenza è venuto dalle scelte di Conte e del governo, che hanno scelto la via dei Dpcm, dei comitati tecnici, delle cabine di regia e delle conferenze. Avrebbero probabilmente fatto meglio a costruire un percorso meno affollato e più centrato sul parlamento.

Ci sono stati elementi di debolezza di Palazzo Chigi, che non sono certo la nuova costituzione materiale che dice Toti, ma solo una errata politica istituzionale, con momenti di appeasement verso i governatori. Che però non hanno, né possono avere, il ruolo di rappresentanza generale che per Toti dovrebbero assumere. Sono poco rappresentativi persino per il territorio che governano, visto il modello istituzionale e i sistemi elettorali regionali. E comunque una concertazione fra esecutivi non esaurisce la domanda di capacità rappresentativa e di governo che solo istituzioni genuinamente nazionali possono assicurare.

Le conferenze sono luoghi – tra l’altro poco o nulla trasparenti – sensibili alle assonanze / divergenze delle maggioranze tra centro e periferia, in cui storicamente hanno prevalso gli interessi dei territori più forti. Vanno ripensate. Ma qui cogliamo un pericolo che emerge dal confronto sul taglio dei parlamentari e sulla legge elettorale.

Il taglio di per sé indebolisce il parlamento, come abbiamo argomentato su queste pagine. Voci anche insospettabili parlano ora di un pericolo per la democrazia. Parallelamente, è certo che il danno, da grave che è comunque, diventa devastante se non: a) si adotta una legge elettorale proporzionale con recupero nazionale dei resti, e b) si cancella la base regionale per l’elezione del senato. Una strategia di riduzione (parziale) del danno.

Italia viva ha invertito la rotta rispetto all’accordo sul proporzionale stipulato con la nascita del governo perché evidentemente Renzi ha smesso di sperare in una crescita dei consensi.

Per una piccola forza politica è ovviamente meglio un maggioritario in cui portare i voti decisivi per la vittoria di una coalizione, piuttosto che un proporzionale commisurato ai consensi effettivi. In soldoni, col maggioritario si vale il 3%, e si contratta per il doppio dei posti. Al momento, la strategia di riduzione del danno si mostra impervia.

Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori. La conferenza Stato-regioni diventerebbe di fatto una terza camera para-legislativa, chiamata a dare il disco verde alle politiche nazionali che fossero nell’agenda di governo.

Vanno in questo senso i rumors secondo cui nell’ambito dei festeggiamenti del cinquantenario del regionalismo sarebbe presentato un documento che chiede un nuovo «patto» tra Stato e Regioni. Patto tra chi, e per cosa? No, grazie. È passato il tempo delle Repubbliche marinare, e speriamo non venga mai quello delle repubblichette.

La costituzione materiale nata col virus che piace a Toti richiede un vaccino urgente. Vogliamo un paese unito e forte, in cui non accada che passando un confine regionale qualcuno si debba alzare e scendere dal treno, perché ogni territorio decide per sé. Capiamo che, come dice Toti del Cts, i governatori devono giustificare la propria esistenza in vita. Ma non esagerino.

da “il Manifesto” del 5 agosto 2020
Foto di Mapswire da Pixabay

Post-lockdown. Più inoccupazione, meno conflitto sociale.- di Tonino Perna C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento

Post-lockdown. Più inoccupazione, meno conflitto sociale.- di Tonino Perna C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento

Dieci anni fa la crisi dei mutui subprime negli Usa provocò una catena di fallimenti nelle istituzioni finanziarie, un crollo delle Borse in tutto il mondo, e quindi anche la decapitalizzazione delle imprese quotate, con un forte impatto sull’economia reale che ne pagò lo scotto senza averne alcuna colpa. Solo in Italia nel periodo 2008-2011 sono fallite più di 1/5 delle imprese manifatturiere.Strozzate dalla mancanza di liquidità e dal crollo della domanda interna. Si salvarono le imprese che avevano una maggiore capacità di penetrazione nei mercati esterni.

La crisi che stiamo vivendo ha avuto un’origine opposta. Per il lockdown hanno chiuso molte attività, nella produzione di beni e servizi, provocando un crollo del Pil di dimensioni inedite. In seconda battuta, anche la finanza ne ha subito le conseguenze con la caduta dei titoli delle imprese che chiudevano per la pandemia. Ma appena si sono riaperte le attività, i titoli di Borsa hanno ripreso a crescere (specie quelli legati alla vendita on line, e ad alcuni settori farmaceutici e tecnologici ) mentre l’economia reale, nel suo complesso, stenta a farlo e ancor più patisce l’occupazione.

Soprattutto si è modificata la relazione capitale/lavoro: i lavoratori non vengono licenziati, grazie ai decreti governativi che hanno bloccato i licenziamenti per tutto l’anno in corso, ma semplicemente non vengono riassunti. Per questo finora non è scoppiato il conflitto sociale che tuttavia è solo rimandato a quando si sbloccheranno i licenziamenti.

Nelle cicliche crisi del capitalismo si è registrata spesso una situazione di sovraproduzione, di conflitto tra imprenditori propensi ridurre il numero di addetti per adeguarsi alla caduta della domanda, e lavoratori che non rinunciavano al posto di lavoro e occupavano le fabbriche. In Italia, il più famoso è stato il caso della Fiat nel 1980 che tutti ricordano come la sconfitta destinata a pesare simbolicamente su tutto il mondo del lavoro.

L’occupazione di aziende o terreni è sempre stata l’espressione di lotta e la forma di resistenza più alta espressa dal movimento operaio e contadino. Oggi, per via del lockdown, i lavoratori- soprattutto quelli con contratto a termine, stagionali e precari, sono rimasti fuori dai luoghi di produzione di beni e servizi.

Non hanno un luogo, uno spazio proprio, una storia da difendere. Sono divisi, sparpagliati, non hanno possibilità di farsi valere, di richiedere i propri diritti. Hanno aspettato che riprendesse la cosiddetta “normalità”, che le aziende riassumessero come prima della pandemia. Ed invece oltre 700.000 sono i nuovi inoccupati che vanno ad aggiungersi ai 3 milioni preesistenti.

Da una indagine, per ora parziale, emerge il fatto che le aziende che hanno subito un calo del fatturato e che prevedono di non riprendersi a livello pre-pandemia hanno riassunto solo una parte di addetti in misura meno che proporzionale al calo del fatturato. Per intenderci: una azienda con 100 addetti in previsione di un calo del fatturato, sull’anno in corso, del 30 per cento, anziché assumerne 70, ne prende 50 che dovranno lavorare molto di più e, non di rado, con un salario orario inferiore. E dovranno anche sorridere e essere grati al datore di lavoro.

Questa è la situazione nel mondo dei servizi (ristoranti, alberghi, villaggi turistici, centri commerciali) ed è chiaro che il mondo del lavoro dipendente, oltre a essere sempre più precario, è sempre più subalterno. Come organizzare chi è rimasto fuori, ovvero quel milione di persone che secondo diversi analisti, ha perso il posto di lavoro e può sperare solo nel reddito di cittadinanza e qualche lavoretto in nero? Il governo Conte dovrebbe avere il coraggio di usare una parte dei finanziamenti europei per assumere in settori vitali della pubblica amministrazione una parte di questi inoccupati.

Assumere medici, infermieri, assistenti sociali, insegnanti di ogni ordine e grado, ricercatori nelle Università e nel Cnr, ed anche operai, idraulici, forestali, ecc. Senza scandalo: la Calabria aveva 36.000 operai forestali nel 1983, quando il Corsera gli dedicò un articolo che fece scalpore, oggi sono 5mila e per lo più anziani, mentre colline e montagne franano, vengono incendiate e abbandonate.

Se la Pubblica Amministrazione ha perso circa 500 mila posti di lavoro negli ultimi dieci anni è il momento di svoltare e superare il mito dello sviluppo che arriverà solo con gli investimenti. C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento. E questo solo il settore pubblico lo può fare immediatamente, con risvolti positivi per tutti, anche per gli investimenti privati.

da “il Manifesto” del 4 agosto 2020
Foto di Servando Reyes da Pixabay

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Davvero allarga il cuore sentire dirigenti politici e giornalisti, usare con generosità l’espressione riconversione ecologica, per alludere al nuovo corso dello sviluppo economico italiano ed europeo. Si capisce che non sanno di cosa parlano, ma il fatto che ormai ne parlino anche loro è un segno della popolarità che, almeno l’espressione verbale, ha finalmente guadagnato presso i produttori di senso comune.

Ricordo che il sintagma riconversione ecologica è stato coniato in Italia da Alexander Langer e che Guido Viale vi dedica da anni studi e ricerche, purtroppo con scarsi esiti, sia culturali che strutturali. Ma che oggi anche l’Ue tenti di progettare i suoi ingenti investimenti entro la filosofia di un Green Deal, di un modello verde di sviluppo, è sicuramente una grande novità e un’opportunità da cogliere.

Esattamente al tal fine occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell’uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco.

Quell’espressione rinvia a una rivoluzione del paradigma produttivo che ha dominato per quasi un secolo, quello, per intenderci, nato negli Usa negli anni ’30 e fondato sulla cosiddetta planned obsolescence, l’obsolescenza programmata dei beni: le merci devono durare poco per alimentare il processo produttivo, senza nessuna considerazione del fatto che le merci consumano natura e che la natura non è infinita. Dunque è necessaria una vera rivoluzione industriale, possibile solo con un profondo rivolgimento culturale.

Mi confermo in tale necessità, soprattutto in Italia, dopo aver appreso gli ultimi dati del rapporto Ispra sull’espansione del cemento nel 2019. Ne ha dato ampio conto Luca Martinelli sul manifesto (23/7), ricordando che l’anno scorso, seguendo un ritmo senza tregua, sono stati cementificati 57 milioni di m2, due metri quadrati al secondo. Perché tanto cemento, edifici, strade, ponti, in aumento di anno in anno, mentre diminuisce la popolazione?

Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale, ma una risorsa facile per i propri affari. Bisogna che il ceto politico e l’intero governo comprendano questo nodo drammatico dello sviluppo italiano. I capitali investiti in cemento sfuggono di fatto al mercato, alla competizione, all’innovazione tecnologica e di prodotto e si rifugiano nel settore più tradizionale e primitivo dell’economia.

Tutte le facilitazioni offerte a questo tipo di attività predatoria l’Italia la paga innanzi tutto con un arretramento progettuale e strategico della sua industria. Il nostro Mezzogiorno ha pagato duramente, in termini di arretratezza del suo apparato produttivo, il fatto che i suoi imprenditori hanno avuto agio di fare affari col territorio anziché misurarsi con nuovi settori merceologici, affrontare mercati e sfide tecnologiche. Naturalmente il suolo, soprattutto in Italia, costituisce il cuore di ciò che chiamiamo natura, ambiente, risorse.

Mostrare preoccupazione per il riscaldamento climatico e continuare a coprire il suolo verde non è più accettabile, perché il cemento innalza la temperatura, così come non è accettabile recriminare per l’allagamento delle città, perché è la copertura totalitaria del verde che trasforma in letti di fiume le strade cittadine appena piove.

Costruire in Italia significa non soltanto sottrarre terra all’agricoltura, ma contribuire al riscaldamento globale, operare per rendere catastrofici gli eventi meteorici. Mentre milioni di edifici vanno in rovina per abbandono, costruire ancora è opera criminale, indirizzata contro l’interesse generale.

Purtroppo non sono solo gli imprenditori che consumano suolo. Anche i comuni fanno la loro parte. Voglio qui segnalare un caso prima che sia troppo tardi e che riguarda la Calabria. A Catanzaro, nella località Giovino, sorge una pineta in riva al mare, connessa a un sistema di dune popolate da una flora selvatica con specie insolite e anche rare. Si tratta di un gioiello naturalistico di quasi 12 ettari presidiato amorevolmente da gruppi ambientalisti locali.

Naturalmente il comune non si azzarda a mettere le mani su un tale patrimonio, ma poiché questo innalza i valori fondiari dell’area adiacente, un piano di lottizzazione per costruzioni varie è sicuramente un buon affare. In questo modo si salvaguarda l’ambiente e si da una mano allo sviluppo. Ricordo che dal 2001 la Calabria ha perso quasi 100 mila abitanti, Catanzaro è passata da 95.512 a 88.313 nel 2020. Mentre il centro storico si spopola e nessuno ristruttura vecchi edifici, anche di pregio, si va in cerca di territori vergini più appetibili. Considero questo caso esemplare di quel che può accadere in Italia, dove circola tanta fame di affari e c’è la possibilità di gabellarli per ecologicamente compatibili.

da il Manifesto, 31.07.2020
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