Categoria: Dalla Stampa

Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Perché livelli di malessere, di povertà diffuse e di ingiustizia sociali elevati e di massa non determinano un altrettanto acuto conflitto sociale di massa in Calabria? Domanda da un milione di dollari. Se lo chiedono Mimmo Cersosimo e Rosanna Nisticò in un lunghissimo saggio pubblicato dal Mulino, già citato su queste colonne nei giorni scorsi da Marcello Furriolo, che dovrebbero leggere integralmente tutti, partiti sindacati associazioni, cittadini intellettuali etc. Un saggio illuminante, che spazza via il terreno da inutili illusioni o facili previsioni ottimistiche.

Forse – rispondono a quella domanda iniziale i due studiosi – perché i dati e le indagini tendono a configurare una situazione più grave di quella reale, ovverossia che i dati, per come vengono costruiti, tendono a sovrarappresentare gli aspetti più critici e, di contro, a sotto-rappresentare gli aspetti meno gravi e preoccupanti?

È possibile che in parte sia proprio così ma intanto la Calabria loro la descrivono come ‘’il residuo storico della vecchia questione meridionale, una regione con una fragilità endemica di dotazioni e di forze produttive, del tutto inadeguate a sostenere un suo decollo tendenzialmente autonomo e attivare processi di «modernizzazione attiva» come pure si è verificato in parte e con intensità differente nelle altre regioni meridionali durante il secondo dopoguerra’’.

Ai dati economici e alle tabelle che sono presenti nel saggio (impossibile da riassumere in un articolo) contribuisce in misura rilevante la presenza pervasiva e intensa della ’ndrangheta ‘’sia come soggetto attivo nella sfera delle attività economico-imprenditoriali illegali e legali, sia come soggetto che esercita il controllo del territorio, una doppia presenza che frena lo sviluppo economico locale e l’accumulazione di capitale pubblico e privato nel lungo periodo, oltre a deprimere l’investimento in istruzione e a indurre i giovani più capaci ad emigrare’’.

Ai dati per così dire strutturali Cersosimo e Nisticò aggiungono una notazione di altra natura, che affonda il coltello nella piaga: la nostra è una società suddivisa in due gruppi di cittadini con condizioni sociali ed economiche molto dissimili. Da un lato, il 51% dei calabresi gode di redditi, patrimoni, consumi, stili di vita comparabili a quelli medi nazionali e, comunque, distanti dalle condizioni di vita del 49% dei calabresi a rischio di povertà-esclusione sociale.

I calabresi, inquilini del privilegio, che possono smarcarsi dalle falle del malconcio sistema sanitario regionale ricorrendo, se necessario, alle strutture sanitarie private locali e nazionali; che possono sostenere la formazione scolastica dei loro figli rivolgendosi a insegnanti, scuole e università privati; che possono permettersi consumi opulenti come qualunque altro ricco di qualunque società urbana d’Europa; che possono influenzare le politiche pubbliche a loro favore.

Ma chi sono questi calabresi? I due studiosi dell’Unical rispondono cosi: sono calabresi che si sostengono tra loro attraverso reti relazionali sia di natura interpersonale che di tipo associativa, come, ad esempio, i club Lions o Rotary, gli Ordini professionali, le associazioni di commercianti, industriali, agricoltori, artigiani, i circoli massonici palesi e occulti, le reti informali di comparatico, le aggregazioni politico-elettorali temporanee, trasversali.

E non solo: i circuiti di ’ndranghetisti e di soggetti criminali che costruiscono il loro benessere distruggendo quello di cittadini e imprenditori, consumando futuro all’intera comunità regionale.

Poi c’è la seconda Calabria, più fragile e indifesa, composta da calabresi per lo più isolati gli uni dagli altri, senza legami né rappresentanza né voce, senza sovrastrutture, imprigionata in una spirale di solitudine, disagio abitativo, malnutrizione, lavori intermittenti e povertà educativa, minorile, sanitaria. Calabresi silenziati, privi di mezzi e strumenti, senza occasioni per parlare di sé.

A questa Calabria sembra non pensare nessuno.

Quindi queste due Calabrie non si parlano e non si incontrano mai? No, non è così: tra calabresi benestanti e calabresi a rischio di povertà e di esclusione sociale esistono connessioni, complementarietà, funzionalità, particolarmente evidenti nelle relazioni tra segmenti di popolazione più privilegiati che necessitano di servizi domestici e lavorativi, da un lato, e quelli più svantaggiati, alla ricerca di occasioni di reddito.

Conclusione con risposta alla domanda iniziale: perché non c’è conflitto sociale? Cersosimo e Nisticò dicono: non ci sono oggi le condizioni per attendersi in Calabria una ripresa del conflitto, tanto più sulle grandi emergenze sociali, come la povertà, la giustizia sociale e le disuguaglianze.

È più facile che qui e lì si possano manifestare vampate di lotte e proteste, semmai accese ma di breve durata, ma più forme di dissenso, di lamento ma senza conflitto. È invece molto più probabile che si accrescano l’exit, l’abbandono individuale, il risentimento cronico, il rancore nei confronti delle istituzioni e delle élite.

Questo è il quadro e chi sa e chi può fornisca le vie d’uscita.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 aprile 2026
Foto di succo da Pixabay

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

“Sul fango si scivola”. Con questa ammissione di disarmante rassegnazione, il Direttore del Parco Archeologico di Sibari ha, recentemente, rotto l’incantesimo della rappresentazione pubblica del “tutto va bene”, confermando che il sito ed il museo restano chiusi e che la situazione, dopo l’alluvione di febbraio scorso, è persino peggiorata. Un’onestà intellettuale che apprezziamo, ma che non può bastare a coprire le evidentissime difficoltà logistiche e concettuali di una gestione del patrimonio inadeguata alla bisogna.

A lasciare sbigottiti sono le giustificazioni addotte per il mancato arrivo delle nuove idrovore; i ritardi sarebbero dovuti alla guerra in Ucraina, alla crisi in Medio Oriente e del blocco dello Stretto di Hormuz. Viene da chiedersi se è mai possibile che la sopravvivenza del patrimonio archeologico più importante della Magna Grecia debba dipendere dagli equilibri geopolitici mondiali. Davvero per asciugare il Parco del Cavallo dobbiamo attendere la pace a Gaza?

La realtà è molto meno esotica e decisamente più vicina ai cancelli del Museo. Basta guardare lo scatto satellitare del 30 gennaio 2026 (foto), appena due settimane prima del disastro. L’immagine mostra che l’alveo del fiume Crati, soprattutto in prossimità del sito archeologico di Parco del Cavallo, appare come un imbuto strozzato perché gli agrumeti risultano aver occupato sistematicamente le aree golenali, riducendo la capacità di contenimento delle piene. Si tratta di un tratto fluviale segnato da fragilità strutturali degli argini e da una gestione complessa delle piene, come evidenziato da studi tecnici sul Crati.

Non si tratta di una fatalità. Come ha osservato l’ingegnere idraulico Paolo Veltri (Unical), si tratta anche di “gravi errori di valutazione” nella gestione del sistema fluviale. È una storia che si ripete da tredici anni. Si tratta di criticità già note da anni, formalizzate anche in perizie tecniche per la Procura di Castrovillari, che classificano l’area come a rischio idraulico massimo (R4), dove sarebbero vietate trasformazioni del territorio.

Già nel 2013 la Procura di Castrovillari indagò 40 persone proprio per quegli agrumeti abusivi; nel 2020 i Carabinieri ne sequestrarono 50 ettari. Eppure, nel 2026, siamo ancora qui a parlare di “emergenza imprevedibile”, mentre il fiume resta ostaggio di piantagioni estese nelle aree golenali.

Chi scrive ricorda bene il gennaio 2013, quando lanciò sulle colonne di questo giornale il primo allarme che diede vita alla storica campagna “Mai più fango” di Matteo Cosenza. Allora rispondemmo scendendo negli scavi con le pale insieme agli studenti dell’Unical; oggi, quella stessa Sibari appare tristemente rassegnata a un destino di melma e silenzi.
Il paradosso più evidente emerge non appena si ha la pazienza di consultare i documenti ufficiali.

I famosi, e molto sbandierati, 18 milioni di euro (per l’esattezza 18.693.250 euro, sbloccati con delibera CIPESS dell’agosto 2022) non erano un fondo d’emergenza per comprare semplici idrovore, ma nascevano come “opere compensative ambientali” per la costruzione del 3° Megalotto della nuova Strada Statale 106 Jonica.

All’epoca, quegli oltre 18 milioni vennero salutati come l’alba di un nuovo Rinascimento per Sibari. Lo scintillante “masterplan” prevedeva: il miglioramento degli accessi, la realizzazione di una nuova viabilità stradale e di una rotatoria, l’avvio di nuove ed epocali campagne di scavo, il recupero delle strutture archeologiche e dei reperti e l’immancabile “valorizzazione” del sito.

Oggi, di fronte all’ammissione di resa della direzione, l’elenco di quelle promesse suona come illusorio e inattuabile. A cosa serve, infatti, progettare “nuovi accessi e rotatorie” se, quando si presentano condizioni meteorologiche avverse, i cancelli del Parco restano sbarrati perché, per ammissione dello stesso direttore, “sul fango si scivola”?

Credo, però, che ci sia un aspetto ancora più grave che è quello che riguarda i magazzini del Museo. Subito dopo l’alluvione, la direzione si era affrettata a rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando con fermezza che non c’erano danni ai reperti conservati e che le collezioni erano salve. Oggi, a distanza di mesi, la realtà che emerge è a dir poco drammatica: i locali che ospitano i depositi sono stati sommersi fino a oltre un metro e mezzo di acqua e melma, al punto che si rende necessario il rifacimento totale dei pavimenti. Se le strutture murarie sono ridotte in questo stato, è inevitabile interrogarsi sulle condizioni in cui si trovano, ora, i materiali archeologici contenuti nei suddetti depositi.

Quale senso ha il ‘masterplan’ che finanzia “nuove campagne di scavo” se le strutture già riportate alla luce da decenni stanno inesorabilmente tornando sott’acqua e i reperti già estratti sono stati riseppelliti nel fango dei magazzini del Museo? A quale “valorizzazione” stiamo brindando, se le pompe idrovore non entrano in funzione per le crisi in Medio Oriente, condannando alla distruzione la memoria stessa della Sibaritide?

Eppure, per brindare, il tempo (e i fondi) si trovano sempre. Non è passato molto tempo da quando abbiamo visto il sito archeologico prestarsi a palcoscenico per eventi promozionali con tanto di banchetti e calici levati tra le vestigia della Magna Grecia.

È il modello spettacolare che trionfa, quando il Parco smette di essere un luogo di studio e conservazione per diventare, invece, una “splendida cornice” per sagre enogastronomiche. Si brinda al “brand” nelle fiere internazionali, mentre la Sibari antica viene lasciata nel fango dell’incuria, in attesa che la geopolitica mondiale si decida a far arrivare il gasolio per le idrovore.

Forse, più che cercare spiegazioni negli equilibri geopolitici globali, sarebbe opportuno tornare a impegnarsi su aspetti più cogenti come la gestione del demanio fluviale, il rispetto dei vincoli nelle aree a rischio idraulico, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio. Perché la valorizzazione non si misura nei brindisi o negli eventi, ma nella capacità di garantire la tutela materiale del patrimonio e la sua fruibilità nel tempo.

E non si tratta, purtroppo, di deviazioni occasionali, ma dell’applicazione sistematica di un modello gestionale fondato sulla centralità dell’intrattenimento, in cui il sito archeologico viene usato come una scenografia per qualsiasi iniziativa capace di garantire visibilità e ritorno mediatico.

Usare il patrimonio culturale alla stregua di un contenitore neutro o di una semplice leva di mercificazione territoriale significa, di fatto, smarrirne la funzione civile, annullando l’essenziale distinzione che esiste tra valorizzazione e sfruttamento.

Continuare a investire in progetti di superficie senza affrontare le criticità strutturali del sistema idraulico significa esporsi, inevitabilmente, al ripetersi degli stessi eventi. Perché, a questo punto, il rischio è che non sia più solo il fango a far scivolare, ma l’intero sistema di salvaguardia e di gestione del patrimonio dei beni della cultura.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 aprile 2026

Immagine da Google Earth del 30.01.2026, due settimane prima dell’alluvione. Si notino, in corrispondenza del sito archeologico di Parco del Cavallo, gli agrumeti piantati nelle aree golenali del Crati.

L’Italia e la Calabria nel grande caos mondiale.-di Tonino Perna

L’Italia e la Calabria nel grande caos mondiale.-di Tonino Perna

La trumpolitics ha creato in un solo anno un tale caos geopolitico, un cambiamento radicale che normalmente la Storia impiega decenni per realizzare. Sicuramente Dollar Trump sta facendo molto male alla sua America che voleva riportare alla grandezza del passato ed invece la sta portando verso il baratro. Purtroppo, la sua politica ha effetti di medio-lungo periodo che non vanno sottovalutati, anzi vanno presi seriamente in considerazione.

Non è difficile prevedere che Trump perderà la poltrona di presidente, ma la sua politica fa parte di una visione del mondo condivisa, a vario titolo, da molti Paesi. Il primo punto di convergenza tra le grandi potenze, al di là delle ideologie politiche, è diventato il contrasto/cancellazione del diritto internazionale: ognuno nella sua sfera di influenza può fare quello che vuole.

Il secondo asse comune sta diventando la critica al green deal e il rilancio dell’energia da fonti fossili e da un ipotetico ritorno al nucleare. Risultato prevedibile nel medio-lungo periodo: accelerazione dell’immissione della CO2 e intensificazione degli eventi climatici estremi.

Infine, la corsa agli armamenti coinvolge un numero crescente di Paesi, dai più ricchi ai più poveri, concorrendo a moltiplicare i conflitti di quella che papa Francesco ha definito “la terza guerra mondiale a pezzi”.
In questo nuovo scenario globale è importante avere una visione di lungo periodo che vada oltre le contingenze ed emergenze.

Al di là di come finirà l’aggressione di Israele-Usa contro l’Iran il prezzo del petrolio è destinato a scalare le montagne russe seguendo un andamento ciclico. Non possiamo continuare ad ignorare che la nostra dipendenza dal petrolio e gas sta diventando sempre più insostenibile.

Importiamo circa 46 miliardi l’anno di petrolio e gas quando il mercato è stabile, mentre durante le crisi, come l’attuale, assistiamo impotenti ad un netto aumento dei prezzi di petrolio e gas che, a loro volta, si trasmettono a tutti i settori dell’economia provocando un’impennata dell’inflazione.

Un altro effetto di lungo periodo degli sconvolgimenti in atto riguarda la produzione di beni alimentari. Tra guerre e mutamento climatico, abbandono delle campagne, riduzione delle aree coltivabili e crescita della cementificazione di aree rurali in tutto il mondo, i beni alimentari, soprattutto quelli salubri, tenderanno ad avere prezzi crescenti.

In Italia, ad esempio, la spesa alimentare incideva sulla spesa media familiare al 16% negli anni ’90 del secolo scorso mentre al 2024 è arrivata al 19,3% , con punte ben più elevate per le fasce di reddito medio-basse: il 31% delle famiglie ha ridotto negli ultimi anni la qualità e quantità di cibo che acquista.

Inoltre, assistiamo ad una crescente divaricazione territoriale: in Calabria la spesa alimentare è arrivata a rappresentare nel 2024 il 28,7 per cento della spesa media familiare!

Produzione agricola e produzione di energia rinnovabile dovrebbero essere i vettori di una strategia economica che abbia il coraggio del respiro lungo che vada al di là delle prossime elezioni. Ed invece nel nostro paese la produzione di energia da fonti rinnovabili è scesa l’anno scorso dal 50 al 48% del totale dell’energia prodotta andando in controtendenza rispetto a molti altri paesi europei, e la produzione agricola continua a reggere ma dovrà affrontare ben presto il fenomeno della riduzione delle superfici agricole.

La Calabria deve perseguire lo sviluppo delle energie rinnovabili, superando le posizioni demagogiche e burocratiche esistenti, ma con un ruolo più attivo degli enti locali che facciano ricadere sulle comunità locali i benefici economici di queste produzioni, a partire dalle famiglie e dalle imprese che oggi guardano al costo energetico con estrema attenzione nelle scelte di localizzazione.

Allo stesso tempo deve continuare sulla strada delle produzioni biologiche e di qualità e porsi seriamente la questione dell’abbandono delle aree agricole collinari e montane, invertendo l’attuale tendenza. L’agro-ecologia è una vera assicurazione per il nostro futuro.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 marzo 2026

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

A poco più di un mese dal referendum sulla legge Meloni-Nordio nel mezzo di infinite polemiche e dopo l’intervento autorevolissimo l’altro ieri del presidente Mattarella una cosa si può e si deve dire con certezza, che possa o no piacere: questa legge modifica la Costituzione per dare un colpo all’indipendenza dei magistrati – nella loro attività di giudici e pubblici ministeri – e mette in ombra il Parlamento della nostra Repubblica democratica.

Non tutti hanno chiaro, infatti, quanto è accaduto e che ha visto costretto il Governo a modificare 15 giorni fa il testo della domanda da sottoporre a referendum per come richiesto dalla Cassazione proprio in questa direzione. Il Governo aveva deciso da solo il testo delle modifiche alla Costituzione mettendo alla legge un titolo pressoché incomprensibile: norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare. Titolo del tutto ingannevole, a cui si aggiungeva la definizione politica corrente del Governo e cioè che la legge tratterebbe della separazione delle carriere dei magistrati, questione come è noto largamente risolta senza modificare la Costituzione.

Se la legge entrasse in vigore verrebbero modificati ben 7 articoli della Costituzione ed ora è ben chiaro dopo le modifiche. Molti elettori potrebbero infatti non avere chiaro che si tratta di una legge che vuole cambiare in profondità la Costituzione nella parte relativa alla magistratura. L’obiettivo vero del Governo non è quello dunque della separazione delle carriere (falsissimo problema) ma è colpire pesantemente la capacità di auto rappresentazione e autogoverno dei magistrati, il CSM cioè, diminuendone il peso che hanno attualmente nella società e nella struttura della democrazia italiana.

In sostanza con la legge Meloni- Nordio verrebbe colpita l’autonomia della magistratura che è indispensabile per esercitare un controllo di costituzionalità e di corretta interpretazione delle leggi. I recentissimi video della premier Meloni e i suoi attacchi basterebbero a dimostrare ciò anche ai tanti ciechi della cd sinistra per il sì.

Ma perché è indispensabile l’indipendenza dei magistrati? E’ indispensabile nello svolgimento dei loro compiti, un pilastro dell’equilibrio dei poteri in una democrazia perché segna un punto di differenza tra democrazia e autocrazie. Pur di raggiungere questo obiettivo il governo ha obbligato il Parlamento ad approvare a scatola chiusa la sua proposta di legge. Quindi l’opposizione non ha potuto fare alcuna modifica al testo, neppure una virgola, nelle 4 sedute previste dall’articolo 138 per modificare la Costituzione.

Quelli che oggi affermano che sarebbero orientati ad approvare la proposta dovrebbero riflettere su alcuni punti: sembrano dimenticare che l’opposizione non ha avuto la possibilità di svolgere alcun ruolo; la stessa maggioranza parlamentare non ha toccato palla ed è stata costretta ad approvare il testo del governo senza correzioni. Sarebbe l’ora che l’opposizione inizi a correggere errori fatti in passato – che le destre stanno sfruttando pesantemente – e ritornare al ripristino della sostanza della Costituzione del 1948 che troppe volte è stata sacrificata sull’altare di convenienze politiche contingenti, vere o presunte.
L’acquiescenza del Parlamento ai voleri del governo ribalta infatti pesantemente il ruolo degli organi costituzionali e assegna al governo un ruolo dilatato. Se poi a questo si accompagnasse un ridimensionamento del ruolo autonomo della magistratura, del suo controllo sugli atti del governo che rappresenta una tutela fondamentale per i diritti dei cittadini, saremmo di fronte ad uno stravolgimento ancora più di fondo della democrazia disegnata dalla Costituzione.

I No al referendum costituzionale potrebbero consentire di riprendere un discorso, necessario, sul vero problema che continua a non essere affrontato e che è il non funzionamento della giustizia, nodo che questa legge non affronta. Sia giustizia penale che civile. Non si può dimenticare, ultimo ma non ultimo, che in ballo nella sfida referendaria c’è molto di più, cioè la valutazione sugli schieramenti politici in campo, come conferma l’insistenza di Giorgia Meloni sul fatto che la vittoria del No non inciderebbe sul futuro del governo. Sul sì compatto del centrodestra si sono inseriti invece anche alcuni sì di settori della sinistra e staremo quindi a vedere tra un mesetto chi la spunterà.

da “il Quotidiano del Sud£ del 21 febbraio 2026

Addio, Marta, addio.-di Battista Sangineto Orazione funebre in morte di Marta Petrusewicz

Addio, Marta, addio.-di Battista Sangineto Orazione funebre in morte di Marta Petrusewicz

Non sono qui solo come amico e collega di Marta.
Sono qui a ricordarla come consigliere d’amministrazione della ‘Fondazione Premio Sila’ perché il presidente, Enzo Paolini, non ha potuto esser presente a causa di un precedente impegno istituzionale.

Quel ‘Premio Sila’ che nel 1989, allora presieduto da Giacomo Mancini, le aveva conferito il premio per il suo libro più, giustamente, famoso: “Latifondo”. Un volume che è, e rimarrà, un riferimento nella storia degli studi sulle forme economiche, spaziali e temporali delle proprietà agrarie del Mezzogiorno e dell’Italia intera del XIX secolo. Un modello interpretativo utilizzabile anche per altre epoche tanto che persino un antichista come me lo ha usato.

È entrata a far parte della giuria del nuovo ‘PremioSila49’, dall’inizio, nel 2011 e sin dalla prima edizione ha immaginato di istituire anche un premio alla saggistica -accanto a quello principale letterario- che si intitolava “Lo sguardo da lontano” incentrato sul Mezzogiorno, studiosi stranieri che guardano da lontano il sud.

Un premio che era, in fondo, uno specchio in cui Marta stessa si rifletteva.
Lettrice appassionata, competente e attrezzata oltre che di saggistica anche di letteratura come chi l’ha conosciuta e ha visto i libri sui suoi scaffali sa. Curiosa e vorace lettrice che discuteva animatamente e profittevolmente con gli altri giurati e studiosa cosmopolìta che ha aperto -al ‘Premio’, ma anche a me personalmente- la sconfinata e ramificata rete di conoscenze che aveva nei più diversi ambiti internazionali del sapere.

Un modello interpretativo così come lo era Marta, sì, Marta la studiosa, la mondana, la cosmopolìta, la curiosa, l’ebrea, la ribelle. Era, lei stessa, un modello interpretativo del ‘900 perché la sua storia personale e quella della sua famiglia rappresentano il paradigma della storia dell’Occidente, così come lo abbiamo perimetrato fino a poco tempo fa.

La famiglia quasi tutta sterminata ad Auschwitz o rifugiata all’estero e Marta che, studentessa ventenne, viene espulsa, insieme a circa 15.000 ebrei ed altri oppositori, dalla Polonia per aver capeggiato la rivolta antiregime contro Gomulka nel 1968, quella Marta che viene in Italia, prima a Bologna e poi a partecipare a quell’esperimento dell’università della Calabria, a Cosenza, a Rende.

Quella che, innamorata, accompagna Franco Piperno dappertutto, in Francia, in Canada, negli Usa dove insegna per alcuni decenni nelle più prestigiose università (Princeton, Harvard, CUNY) e poi, torna, qui, all’università della Calabria. Quella Marta che parlava molte lingue da lei usate per capire il mondo e le persone creando una fittissima maglia di amicizie, conoscenze e rapporti di studio.

Il Premio Sila prende l’impegno di ricordarla nel modo in cui merita una studiosa e una persona che rimarrà per sempre nelle nostre menti e nei nostri cuori arricchiti entrambi dalla sua vivida intelligenza, dalla sua vasta sapienza e dalla sua profonda e leggera umanità.

Già mi consola sapere, per averlo visto insieme a mia moglie Anna la scorsa estate, che la nostra amata amica Marta sia, dal 2013, un vero e proprio pezzo di storia perché la sua vita è (foto) sui muri di un Museo, il ‘Polin’ di Varsavia. Il “Museo degli ebrei polacchi”, aperto il 19 aprile 2013 nel 70º anniversario della Rivolta del ghetto di Varsavia, racconta la storia millenaria degli ebrei in Polonia. Marta è ricordata nell’ultima sezione del ‘Polin’, quella dedicata alla rivolta del 1968.
“C:\Users\User\Pictures\Polonia 2025\IMG_20250728_163101.jpg”

Una delle didascalie di questa sezione recita: “Era un membro del reparto esploratori di Jacek Kuroń nel quartiere Zalibabaars di Varsavia. Era attiva in un circolo di giovani che chiedevano la democratizzazione del regime e la fine della repressione sociale e politica in Polonia, i cosiddetti ‘Commandos’, un gruppo dissidente. A seguito della repressione della rivolta del marzo 1968 fu espulsa dall’università e le fu comminata una pena detentiva con sospensione condizionale. Nel corso di quell’anno emigrò in Italia”.

La parola ebraica ‘polin’ che dà il nome al museo significa o “Polonia” o “riposo qui”. Marta ora riposerai anche tu, qui in Calabria, a Rende, accanto a Franco.

da “il Quotdiano del Sud” dell’8 febbraio 2026

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

«Una visione barbara del processo». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha definito la ratio della riforma della giustizia che il governo intende sottoporre a referendum confermativo. Non si tratta, secondo il giurista, di rafforzare l’indipendenza dei magistrati, bensì di intimidirli: di porre i pubblici ministeri sotto pressione e, potenzialmente, sotto il controllo della politica.

Dietro la riforma — osserva Zagrebelsky — si cela una concezione distorta del processo: non più luogo di ricerca della verità, ma arena di confronto tra due “atleti del diritto”, l’avvocato e il pubblico ministero, come se la finalità fosse la vittoria dell’uno sull’altro. Una visione che riduce la giurisdizione a mera competizione e svuota il processo della sua funzione costituzionale: una visione, appunto, barbarica.

Ogni riforma costituzionale muta, per definizione, l’assetto dei poteri dello Stato. La Costituzione non è un testo neutro: essa organizza, separa e bilancia i poteri fondamentali — legislativo, esecutivo e giudiziario — determinandone le regole di funzionamento. Ogni sua modifica, anche parziale, altera inevitabilmente gli equilibri tra tali poteri, come già dimostrato dalla sciagurata riforma del Titolo V del 2001, che indebolì l’unità dello Stato e aprì la strada all’autonomia differenziata.

La Costituzione italiana, agli articoli 101 e 104, disegna una magistratura unitaria e indipendente, composta da giudici e pubblici ministeri, entrambi sottoposti unicamente alla legge. La separazione delle carriere — non è una novità né un problema perché largamente praticata nei fatti. Il punto è che l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i magistrati giudicanti composti con metodo che assegna alla politica il controllo dei due organi altera quell’assetto originario.

Come ha osservato Enzo Paolini su questo giornale, ciò conduce alla mutazione della forma dello Stato e il modello voluto dai Costituenti, senza che vi sia “una necessità comprovata”. La creazione di due CSM composti con sorteggi con metodi diversi definisce chiaramente l’obiettivo della riforma : il controllo della magistratura da parte della politica.

La riforma prevede infatti che i membri “laici” siano sorteggiati da liste predisposte dalla maggioranza parlamentare, mentre i membri togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Ne deriva che la componente politica dei due CSM avrà un indirizzo ideologico chiaro, mentre quella togata sarà affidata al caso.

La separazione delle carriere non abroga formalmente l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, ma ne prepara il superamento: da obbligo giuridico inderogabile, essa rischia di trasformarsi in regola flessibile, subordinata a scelte organizzative e, in ultima istanza, determinata da indirizzi politici scelti da chi governa. La riforma sconvolge l’equilibrio disegnato dai Costituenti, in cui l’obbligo di agire rappresentava insieme garanzia di legalità e presidio di indipendenza.

Un pubblico ministero isolato in una carriera distinta la cui progressione è assegnata ad un CSM controllato dalla politica tende a essere meno vincolato da un dovere automatico e più esposto a logiche di opportunità dettate dal potere esecutivo. Così, senza abrogarlo formalmente, l’obbligo dell’azione penale rischia di cambiare natura, da comando inderogabile a principio puramente formale.

I Costituenti scelsero deliberatamente di non separare le carriere, per ragioni storiche profonde, legate all’esperienza della dittatura fascista. Sotto il regime, i pubblici ministeri rispondevano direttamente al Ministero della Giustizia e l’azione penale era spesso strumento di repressione politica. Inserire il PM nella magistratura significava sottrarlo al potere esecutivo e garantirne l’indipendenza.

Piero Calamandrei diceva che: «L’indipendenza del pubblico ministero è la prima garanzia della libertà dei cittadini». La visione complessiva dei Costituenti era che la cultura giuridica del magistrato giudicante e di quello requirente dovesse essere la medesima.

Lo scopo principale della riforma voluta dal governo appare allora evidente: controllare la magistratura, e in particolare il pubblico ministero, uno dei principali contrappesi del sistema democratico. Pur senza conferire potere assoluto all’esecutivo, la riforma ne indebolisce significativamente uno dei principali strumenti di controllo sul potere politico, alterando l’equilibrio tra i poteri in modo pericoloso per la democrazia.

Questo indebolimento si inserisce in un contesto più ampio che è costituito dai cosiddetti “pacchetti sicurezza” che mettono a rischio libertà civili e diritti costituzionali, segnando una svolta autoritaria in nome di un presunto ordine pubblico. Dalle nuove norme criminalizzano forme di protesta pacifica — blocchi stradali e ferroviari — colpendo la libertà di manifestazione garantita dall’articolo 17 della Costituzione.

Un contesto nel quale sono state inasprite le pene per reati legati a occupazioni e resistenza a pubblico ufficiale, ampliata la tutela penale delle forze dell’ordine, limitate drasticamente le intercettazioni e abolito il reato di abuso d’ufficio. Ancora più grave è l’introduzione dell’articolo 31 del decreto dell’11 aprile 2025 n. 48, poi convertito in legge, che estende i casi di non punibilità per agenti dei servizi segreti, includendo reati di estrema gravità come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati (dal presidente del Consiglio) nell’ambito di operazioni di intelligence.

Contemporaneamente, il governo delegittima la magistratura, attacca la Corte dei conti, attribuisce ai giudici responsabilità politiche, abusa della decretazione d’urgenza, comprime il dibattito parlamentare e ricorre sistematicamente al voto di fiducia. Blocca la trascrizione dei figli di coppie omogenitoriali, attua politiche migratorie disumane, adotta un linguaggio ostile verso minoranze, ONG e attivisti, mostra tolleranza verso simbologie fasciste e svuota l’antifascismo come valore fondante della Repubblica.

In questo quadro si inserisce il disegno di introdurre il premierato che, pur senza eliminare del tutto la democrazia, si configura come una torsione autoritaria in quanto -come dice Tomaso Montanari- sposta strutturalmente l’equilibrio del sistema a favore dell’esecutivo e concentra il potere nelle mani di una sola persona.

La Costituzione italiana ha costruito una democrazia deliberatamente “non concentrata”, perché il nostro Paese proviene dall’esperienza della ventennale e tragica dittatura fascista. La Carta del 1948 fu concepita per impedire che un singolo potere o individuo accumulasse eccessiva autorità, proteggendo le libertà dei cittadini e preservando l’equilibrio dei poteri.

Non è lecito permettere che Meloni e i suoi, eredi politici del fascismo, modifichino la Costituzione pezzo per pezzo. Non ci si deve lasciare mitridatizzare al veleno dell’autocrazia, alla concentrazione dei pieni poteri nelle mani di una sola persona: è già accaduto una volta e il Paese è precipitato in una dittatura che lo ha condotto ad una guerra distruttiva e rovinosa. Per questo, il voto deve essere NO.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 gennaio 2026
foto:https://istorecofc.it/giustizia-fascista

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

La Sezione autonomie della Corte dei conti ha approvato il referto sullo stato di attuazione del PNRR negli enti territoriali aggiornato al 28 agosto 2025, analizzando gli aspetti legati alla gestione finanziaria, all’evoluzione della spesa e alla rendicontazione dei progetti, sulla base dei dati presenti nella piattaforma e dei risultati dei controlli effettuati dalle Sezioni regionali della Corte, che hanno diretta cognizione delle realizzazioni sul territorio.

Se ne sta parlando da giorni in verità, su giornali, in dibattiti ma dai Governi – nazionali e regionali – tutto tace. Sembra che tutto vada per il meglio!

Il comparto dei Comuni conferma il primato sia per numerosità di progetti (63.530 sui 96.082 finanziati, anche solo in parte, con risorse PNRR), sia per volumi finanziari (24,5 miliardi su 47,5 totali). Nel Mezzogiorno viene sempre superata la soglia del 40%, ma nel Nord Ovest si apprezza la maggior concentrazione di risorse.

Ma diventa un vero e proprio caso che rischia di vedere vanificati gli sforzi progettuali di molti enti il giudizio espresso dalla nostra Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria. Bocciatura senza appello per il modo in cui è stato portato avanti il programma di finanziamenti.

«Tra gli aspetti critici relativi allo stato di attuazione dei progetti – è scritto nella verifica – la Sezione regionale di controllo segnala l’inefficiente utilizzo delle risorse Pnrr, il disallineamento tra i dati Regis e le risultanze contabili, ed infine ritardi e mancata alimentazione della piattaforma Regis, con il conseguente inserimento di informazioni inattendibili».

Nell’ambito dei controlli relativi al giudizio di parificazione del rendiconto della Regione Calabria – si legge ancora nel documento – è stato rilevato un potenziale rischio di sovrapposizione tra le diverse fonti di finanziamento del Servizio idrico integrato. Non risultano, tuttavia, strumenti integrati di monitoraggio e tracciabilità delle fonti, né un presidio metodologico volto – questo il giudizio della magistratura contabile – a prevenire e verificare il rischio di doppio finanziamento, come previsto dalla normativa.

Migliaia di progetti sono ancora fermi al palo e la quota dei pagamenti, appena il 17%, è la più bassa d’Italia. I Comuni sono in crisi, avanzano solo i grandi soggetti attuatori. I fondi non spesi dovranno essere restituiti e i numeri di oggi dicono che sono a rischio 7 miliardi di euro. C’è l’obbligo di spesa ed il principio è chiaro: i finanziamenti ottenuti devono essere impiegati secondo i progetti approvati e se gli enti non raggiungono gli obiettivi stabiliti le risorse non utilizzate dovranno essere restituite alla Commissione europea.

Il richiamo della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Pnrr e sui ritardi accumulati in Calabria trova conferma nei dati pubblicati dalla piattaforma OpenPnrr di Openpolis aggiornati al 14 ottobre 2025.

In generale e in termini di avanzamento finanziario globale in Italia, è stato impegnato il 59,2% dei 60,8 miliardi di risorse complessive necessarie a realizzare gli interventi, con pagamenti di poco inferiori al 30% del costo totale, che salgono a quasi il 32% (oltre 15 miliardi) se si considerano le sole risorse PNRR (47,5 miliardi). Emerge che circa un terzo dei progetti finanziati con fondi PNRR (19,3 miliardi su un totale di 58,6) risulta realizzato.

I dati presi in esame confermano un avanzamento meno rapido (30,1%) dei progetti legati all’attuazione di lavori pubblici, che assorbono la quota maggiore di risorse (circa 40 miliardi, pari al 68%). Il livello di utilizzo per la concessione di contributi è del 41%, quello per l’acquisto di beni è pari al 44,9%.

Le realizzazioni, specifica la magistratura contabile, possono aver risentito dell’andamento dei trasferimenti dalle amministrazioni titolari e qualche preoccupazione legata ai tempi di completamento degli interventi emerge, infine, dal controllo effettuato dalle Sezioni regionali, pur in presenza di situazioni eterogenee.

Resta in conclusione di un complessivo panorama a tinte grigie il fosco – assai fosco – dato calabrese a sei mesi dalla scadenza, con Comuni virtuosi che hanno lavorato e bene (Cosenza è uno di questi e ne va dato atto pubblicamente all’Amministrazione guidata da Franz Caruso) ma il resto della truppa indietro.

Resta valida dunque la proposta della sindaca di Siderno, Mariateresa Fragomeni: perché rischiare di perdere fondi e risorse fondamentali per il futuro dei cittadini quando si potrebbero rimodulare e distribuire a chi ha dimostrato, in maniera netta e incontrovertibile, di avere capacità di progettazione e spesa?

È questo infatti l’interrogativo che si è posto Fragomeni, che è anche vicepresidente Anci Calabria, che ha portato nelle scorse ore a scrivere direttamente a Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le politiche di coesione, per richiedere una diversa rimodulazione dei fondi a favore di quei Comuni che hanno rimostrato di sapere spendere, nei tempi e bene, le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 gennaio 2026
foto: pagina fb di Mariateresa Fragomeni

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

“Con la riforma mai più invasioni di campo dei P.M. Quando governerà il PD servirà anche a loro”.
Se fosse vero che il Ministro Nordio ha pronunciato queste parole, sarebbe la piena confessione del fatto che la cosiddetta riforma della Giustizia sottoposta a referendum altro non è che un mezzo per sottoporre la Magistratura, soprattutto la Pubblica Accusa, al controllo del potere politico. Oggi in mano al centrodestra, domani, chissà, ad altro schieramento. Donde la strizzatina d’occhio del Ministro all’attuale opposizione.

Un lapsus, (linguae) certo, una gaffe, o piuttosto una “voce dal sen fuggita” ad un politico inesperto per dire cosa effettivamente si pensa ma si nasconde a parole.

Non è sufficiente, ovvio, per determinare o influenzare il voto, ma poiché in un intenso convegno organizzato dagli avvocati per il Si ho espresso perplessità rispetto alle posizioni pro-governo registrando reazioni perentorie (talune argomentate, altre no) che mi hanno fatto riflettere chiedo ospitalità al Quotidiano per proporle in maniera più chiara e magari suscitare un dibattito fondato su visioni di sistema più che su pregiudizi ideologici o, peggio, avversioni corporative reciproche tra avvocati e magistrati.

Sgombriamo il campo dal primo equivoco: il referendum non riguarda la separazione delle carriere, perché in sostanza già esiste. Si chiama separazione delle funzioni perché è stabilito che il magistrato può scegliere quale percorso di carriera vuol fare – se requirente o giudicante – e non può cambiare se non una sola volta accettando anche di essere trasferito in distretto diverso. Pochissimi lo fanno, per cui è un fenomeno ininfluente.

Per azzerarlo del tutto, sarebbe sufficiente cancellare – con legge ordinaria, o con semplice disposizione regolamentare – anche tale residua possibilità.
Dunque, è evidente, il problema non è questo.

Allora ci sta una premessa. La Costituzione italiana, all’art. 104 comma 1 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario perché il PM, pur svolgendo funzione diversa dal Giudice è parte integrante del sistema dal momento che esercita l’azione penale non in nome del Governo ma in nome della legge.

I costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare (il ritorno a) forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come avveniva durante il fascismo, quando il PM dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unitarietà delle carriere non è dunque un accidente storico ma un presidio di libertà.

I sostenitori della riforma Nordio osservano che nella nuova formulazione non v’è alcuna esplicita sottoposizione dell’ufficio del PM alla diretta ingerenza o direttiva del Ministro o in generale del potere politico. Ed è vero.
Ma qui le perplessità aumentano, perché come insegna la storia, le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
L’insidia – a mio avviso – sta nella modifica del CSM, l’organo di autogoverno della Magistratura pensato per sottrarre le nomine, le carriere e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.

Anche qui si dice una cosa vera e cioè che oggi il CSM viene composto secondo aree di influenza politica. Donde i rischi di condizionamento dei Giudici, la cui vita professionale (con tutti i risvolti personali) sarebbe determinata dalla politica.

Il rimedio, cioè la creazione di due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudicanti, peggiora però le cose, dal momento che la riforma prevede che per ognuno di essi i membri cosiddetti laici siano sorteggiati all’interno di una lista stabilita dalla maggioranza parlamentare mentre i togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio.
Il che vuol dire – di tutta evidenza – che la parte politica dei CSM sarà strutturata e provvista di un ben definito indirizzo (anche ideologico) mentre quella togata rimane affidata al caso.

Dunque la presenza di membri laici indicati dalla politica nei due distinti CSM moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti, mentre dall’altra parte il sorteggio per i togati non garantisce né competenza, né autorevolezza, né attitudine.

Un organo di autogoverno dev’essere composto da magistrati con esperienza riconosciuta, capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso appare molto pericoloso perché l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità ma opacità e irresponsabilità.

Sgombriamo il campo anche dal secondo equivoco, quello della banalità del caffè o delle stanze vicini, dei rapporti di amicizia o del calcetto. Questi sono argomenti da bar sport.

E anche delle grida contro i casi di malagiustizia che dimostrerebbero il malfunzionamento del sistema.
Casi che – evidentemente – non sono pertinenti al tema del referendum ma che, a tutto concedere dimostrano il contrario. Lo scempio di grandi processi ad esempio quello di Giacomo Mancini dimostra – come ebbe a dire lo stesso leader socialista dopo le due assoluzioni pronunciate dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria e dal Tribunale di Catanzaro a fronte di pesantissime richieste delle Procure – che il sistema funziona.

Esso appare talvolta diretto ed interpretato da persone che sbagliano o che, peggio, sono in malafede ma i pesi ed i contrappesi, pensati dal Costituente, dimostrano che proprio nel contesto generale di sistema risiede la garanzia del cittadino.

D’altra parte la recentissima vicenda di Salvini, assolto dopo una asperrima e determinata contrapposizione con la Procura procedente sta a certificare come non vi sia alcun precostituito e costante appiattimento dei Giudici sulle tesi dei P.M.
Allora la domanda: perché un Governo che ha avuto tale evidentissima dimostrazione di indipendenza insiste nella affermazione contraria? Il sospetto che induce è che non gli sia sufficiente il giudizio indipendente del Giudice. Non basta, serve il controllo, la dipendenza dell’accusa, occorre essere esenti pregiudizialmente dal dissenso. E qui per me si alzano (si dovrebbero alzare per tutti) le antenne del pericolo.

Il punto è che di esempi di questo tipo, così come di segno opposto, tali cioè da far pensare ad una commistione tra accusatori e giudicanti, ve ne sono a iosa ma proprio questo non può che condurre ad una conclusione: non è il sistema che va cambiato ma è la qualità degli interpreti che lo rende più o meno accettabile nelle curve della storia.

All’affermazione – condivisibile – secondo la quale attualmente vi è una palpabile sensazione che talune scelte nell’ambito delle competenze del CSM siano condizionate da convenienze ed interessi, si può rispondere con una domanda: “vogliamo un sistema come quello pensato dai costituenti che è coerente con i principi di democrazia e dell’indipendenza della Magistratura, garanzia delle libertà dei cittadini, che però talvolta è diretto e interpretato da una classe dirigente non all’altezza, oppure vogliamo un altro sistema che, con questo pretesto, avvia il processo di istituzionalizzazione della dipendenza della Magistratura dal potere politico, come candidamente ammesso dal Ministro Nordio?”.

Parlo per me: nonostante tutto io scelgo il primo e per evitare le attuali storture, evidenti, continuerò a battermi perché la classe dirigente a tutti i livelli, dalle istituzioni, alle ASP, alla Magistratura, sia selezionata diversamente, cioè al rialzo qualitativo e non al ribasso, come avviene oggi.

E ciò seguendo la lungimirante lezione di Cossiga il quale, all’alba della cosiddetta seconda Repubblica quando un Giudice calabrese in un famoso processo gli chiese di deporre sul voto di scambio tra politica e malaffare rispose: “vede Presidente, la politica è il frutto di uno scambio, di un patto tra cittadino e colui che viene scelto per rappresentarlo. Tu mi voti ed io ti prometto di agire in un certo modo. La garanzia sta nel controllo del popolo. Il sistema elettorale con preferenze e calcolo proporzionale dei seggi, comportava la ricerca del consenso e quindi una connessione diretta e sempre viva della cittadinanza con i suoi rappresentanti, come da Costituzione. La sua sostituzione con un sistema maggioritario a liste preconfezionate e senza preferenze sostituisce la ricerca del consenso con la ricerca del potere, sistema nel quale l’eletto non risponde a nessuno perché nessuno lo ha eletto”.

Analisi lucidissima, eppure è andata così: presi dalla suggestione del malaffare nella politica, invece di cambiare le persone che ne inquinavano l’azione abbiamo ritenuto di cambiare il sistema. I risultati in termini di qualità della classe dirigente si vedono.

Mutatis mutandis, con questa riforma rischiamo di fare lo stesso errore: invece di agire per porre in essere le condizioni per migliorarne gli interpreti, si pensa di cambiare il sistema pensato e voluto da Calamandrei, Moro, Nenni, De Gasperi, Leone, Pertini, Mortati e Terracini e altri giganti del pensiero costituzionale.
Con tutti i problemi io continuo a condividere la loro visione.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 gennaio 2026
Foto: Roberto Monaldo / LaPresse

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

La raccolta delle firme per il referendum sulla legge Nordio sta fornendo risultati positivi, ben oltre le previsioni. Prosegue infatti fino al 31 gennaio ma ormai sono state raggiunte le 500.000 firme necessarie (con dati di ieri siamo infatti al 100%) per diventare un soggetto promotore con tutte le garanzie previste dalla legge. L’iniziativa sta ottenendo una risposta oltre il previsto perché ha incontrato un sentimento diffuso nell’opinione pubblica che vuole contrastare soprattutto l’arroganza delle destre nell’uso del potere e della maggioranza parlamentare.

Il Comitato per il No – presieduto da Giovanni Bachelet – che unifica le organizzazioni della società civile ha deciso di sostenere la raccolta delle firme, considerandola la prima iniziativa che il Comitato per il No sostiene proprio per entrare più rapidamente nella campagna elettorale, che ha il compito di spiegare le ragioni della richiesta ad elettrici ed elettori anzitutto di recarsi a votare per decidere e votare NO nel referendum per bocciare la legge Nordio

Dall’assemblea nazionale del 10 gennaio scorso è partita così una forte indicazione per iniziative in tutto il paese, accompagnando la raccolta delle firme con la costruzione dei comitati locali per il No. A Catanzaro è stato già costituito e a Cosenza sarà fatto martedì 20 nel salone della CGIL.

Per vincere il referendum – è stato il cuore della manifestazione di sabato scorso- non basterà la mobilitazione necessari per raccogliere almeno 500.000 firme, per quanto sia importante, ma occorre immaginare una campagna ben più ampia, diffusa, chiara, in grado di arrivare ovunque con argomenti convincenti.

La legge Nordio che pretende di cambiare la Costituzione è stata proposta dal Governo, mentre le modifiche alla nostra Carta Costituzionale dovrebbe essere materia del Parlamento, il quale invece ha solo assistito passivamente alla discussione. La legge Nordio è stata infatti approvata nelle 4 letture (previste dall’articolo 138 della Costituzione) senza dare la possibilità di alcuna modifica da parte dei parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione. A questo punto l’unica possibilità che resta a disposizione di elettrici ed elettori per fermare l’attacco all’indipendenza dei magistrati è la vittoria del No nel referendum che il Governo ha fissato per il 22 e 23 marzo prossimi (a meno di interventi della Suprema Corte).

Il governo ha voluta ad ogni costo questa legge perché non sopporta i controlli dei magistrati (vale la pena rileggere a tal proposito le parole della premier Meloni nella conferenza stampa della scorsa settimana) e in questa allergia ai controlli istituzionali somma tutto e il suo contrario: dalle sentenze sui diritti degli immigrati che continuano a lasciare vuoti i centri in Albania fino alla Corte dei Conti che ha costretto a rivedere l’attuazione del ponte sullo stretto alla luce delle norme italiane ed europee. La Corte dei Conti ha già subito le conseguenze delle sue decisioni con l’approvazione a tambur battente di una legge che taglia pesantemente le sue possibilità di intervenire e in sostanza è stato un antipasto di quello che accadrebbe se la legge Nordio venisse approvata.

La separazione delle carriere è in verità un obiettivo che serve solo a nascondere quello vero e cioè indebolire il ruolo del Consiglio superiore della Magistratura – cioè la rappresentanza dell’autogoverno della magistratura – che verrebbe diviso in 3: due Csm, uno per i Giudici, uno per i PM, più una Commissione disciplinare esterna ai Csm, cancellando il diritto dei magistrati di eleggere i loro rappresentanti (come è attualmente) per fare sorteggiare la loro rappresentanza, parificando la scelta della componente magistrati alla tombola di fine anno.

E’ evidente che l’obiettivo del governo è avere una magistratura addomesticata che interpreti la linea repressiva e securitaria del governo. Solo bocciando la legge Nordio si otterranno poi ripensamenti del governo sul premierato, altro stravolgimento della Costituzione, e sul tentativo di anticiparlo con una nuova legge elettorale, mentre sullo sfondo continuano le manovre di Calderoli, in combutta con alcune regioni del Nord, per aggirare le sentenze della Corte costituzionale sull’autonomia regionale differenziata.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 gennaio 2026

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Nel meraviglioso dibattito che ha contraddistinto tutto l’anno che sta per chiudersi su restanza e ritornanza, i suoi valori, la sua essenza più vera, anche il suo folklore e quant’altro, si è inserita di recente una bella e decisiva domanda: per salvare l’Italia dei borghi bisogna aprirla al turismo? Cioè farla diventare tutta una succursale, ovviamente in scala ridotta, di Roma, Venezia e Firenze?

Il grande storico dell’arte Antonio Paolucci (che fu anche Ministro e direttore degli Uffizi e dei Musei Vaticani) anni fa disse testualmente che in Italia il museo esce dai suoi confini e ‘’occupa ogni angolo delle città e sta all’ombra di ogni campanile’’. Tutta una corrente culturale e politica pensa dunque che – se non ovviamente nelle dimensioni di quelle città d’arte che stanno peraltro soffocando di turismo di massa – si dovrebbe e si potrebbe spostare quella domanda turistica/residenziale che viene dall’estero anche nei piccoli centri che rischiano di morire di spopolamento soprattutto per mancanza di mezzi economici e di prospettive per il futuro.

In Calabria in piccole e ridotte dimensioni questa offerta a quella domanda di turismo di un certo tipo in parte esiste già, se solo si pensa a Badolato tanto per fare un solo esempio, divenuta negli anni una meta ricercata del turismo mondiale. Parliamo però sempre di piccole cifre in confronto a quelle delle grandi città, ma il punto vero di domanda è un altro: serve o no intercettare flussi di questa ondata del turismo di massa che ha investito l’Italia dal dopo pandemia e dirottarli in questa enorme zona interna per frenare e bloccare lo spopolamento?

E salverebbe tutto ciò questi borghi dalla loro fine e, in ogni caso, dal drammatico vissuto che avviene sotto i nostri occhi anno dopo anno? E ancora: siamo sicuri che il turista che vuole vivere la semplicità, il mangiare sano e naturale e l’ambiente dei vari Badolato sia il futuro?

E infine: il ricambio stagione dopo stagione del turista nelle nostre zone di collina e di montagna (che sono quasi l’80% dell’intera Calabria) salverà il futuro, o non è invece necessario e indispensabile un massiccio intervento economico in termini di socialità, servizi, infrastrutture, sanità, scuole etc. etc.? Chi ci resterà più in questi borghi se non c’è un aiuto stabile, programmato, certo che consideri non il turista ma il residente?

Qualcuno ha scritto che abbiamo più bisogno di residenti che di turisti. Magari di tutti e due, nel senso che i turisti arrivano e restano se i residenti ci sono e non trovano borghi magari suggestivi e belli ma drammaticamente vuoti.

È stato detto che ci vogliono i così detti affetti stabili e pensare anche ad iniziative come quelle in passato fatte in alcuni paesi europei (Portogallo e non solo) per attrarre e fare venire da noi con tassazioni agevolate anziani da altri paesi. Ma anche lì ci si troverà difronte al cuore duro dei problemi: chi ci verrà se non funziona la sanità, se le strade sono quelle che sono, se i trasporti sono questi, se i servizi primari a volte mancano?

Le bellezze nostre sono innegabili ma non bastano certo i meravigliosi servizi televisivi che ci restituiscono panorami mozzafiato, boschi incantati, spiagge da sogno a cancellare tutto il resto. Figuriamoci poi a far tornare in maniera consistente calabresi dall’estero o dall’Italia in Calabria! Certo: gli esempi in questa direzione non mancano, questo giornale ne ha raccolti e illustrati nel 2024 e 2025 decine e decine e il fenomeno va ovviamente al di là dei borghi e dei piccoli centri ma deve essere incentivato e curato con investimenti e programmazione.

I buoni sentimenti e la buona volontà da soli non bastano. Ci vuole la politica seria e non parolaia. Sennò il turismo o altro non salveranno questo patrimonio enorme e bellissimo.

Ha scritto così nel giorno di Natale Vito Teti: ‘’….I paesi in abbandono sono le moderne scenografie degli spettacoli dei mesi estivi, perché d’inverno ognuno si guarda bene di andare nei luoghi del freddo e dell’oscurità, dove non ci sono balli, locali per bere o ascoltare musica. I paesi vengono trasformati in mito, in Eden o in luoghi invivibili, impossibili, senza futuro. Abbiamo inventato i paesi dei balocchi, i paesi market, dove con violenza dei social vengono offerti buoni sentimenti al costo di un ‘euro’’’.

Auguri a tutti per il nuovo anno in arrivo!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 dicembre 2025

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

“Il sud lascia soli sempre, sempre chi decide di raccontarlo, salvo poi mitizzarlo”, ha detto pochi giorni fa Roberto Saviano ospite della prima puntata di ‘Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane’, un podcast targato Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschillà e Patty Torchia, distribuito sulle principali piattaforme streaming.

Rivolgendosi ai conduttori e al direttore della Svimez, Luca Bianchi, Saviano (recentemente visto in Calabria in un paio di iniziative) ha poi citato il nostro Corrado Alvaro. “Cito – ha detto – lo scrittore calabrese Corrado Alvaro che parla di Sud Italia come popolo di ‘mitomani’, cioè di adoranti il mito. Ad Alvaro stesso gli dicevano: ‘Ma perché il tuo sguardo è basso? Hai quel mare guarda l’orizzonte, hai quel cielo, hai quel cibo! Alvaro risponde: il mio compito è guardare a terra in nome di quel mare, in nome di quel cielo, in nome di quella tradizione e proprio in nome di questa bellezza che io ho il dovere e la necessità di poter tematizzare, raccontare, perché nel momento in cui ce ne occupiamo stiamo trasformando”.

Nel ‘Treno nel Sud’ il grande scrittore di San Luca aggiungeva qualcosa in più a proposito di mezzogiorno. «Tutti i paesi – scriveva – hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…)

Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere’’.

Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria – scriveva – è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata’’.

E’ comunque assai significativo che uno degli scrittori più letti al momento come Saviano citi Corrado Alvaro per parlare e descrivere la situazione del nostro Sud. Segno (e per noi in verità non c’era bisogno) del valore universale e grande che viene attribuito in campo nazionale (e non solo) all’opera e alle riflessioni di Alvaro, al centro invece oggi in Calabria di quello che è stato definito un pasticciaccio.

Nel podcast in questione, però, Saviano ha detto anche un’altra cosa di grande impatto non solo mediatico. “So di deludere chi mi ascolta ma forse posso farlo arrivare all’orecchio di qualcuno al quale direi di non farlo mai quello che ho fatto io, non farlo mai! Se stai pensando di esporti, se stai pensando che va bene gestirti diffamazione, merda, tribunali perché vale la pena, perché sei coraggioso, io ti dico proteggiti, non lo fare, sii prudente.

La paura non è codardia, la paura è semplicemente qualcosa che ti sta permettendo di salvarti, cosa che io non ho fatto e ne pago ora le conseguenze psichiche”. Parole durissime che devono fare riflettere e sulle quali pochi, anzi quasi nessuno, hanno ritenuto di discutere.

da “il Quotidiano del Sud” del 13 gennaio 2025

Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Coldiretti e Terranostra Campagna Amica -che hanno presentato a maggio i dati alla fiera ‘Tuttofood’ 2025 di Milano- stimano che nei primi quattro mesi del 2025 il turismo enogastronomico in Italia ha raggiunto i 9 miliardi di valore e la cucina è la prima ragione per la quale i turisti scelgono l’Italia. Non attirano più di tanto, dunque, il Ponte dei Sospiri e l’Ercole Farnese, bensì i cicchetti e la pizza fritta, attrae di più la carbonara (con il guanciale e non la pancetta, mi raccomando!) del Colosseo o la cacio e pepe del Pantheon.

Il ‘food’, non il cibo, è diventato così importante che la candidatura avanzata con il più grande orgoglio e consapevolezza di sé dall’Italia per conquistare l’ambìto titolo di Patrimonio immateriale dell’Umanità, che sarà attribuito dall’Unesco a fine 2025, è proprio quella della “Cucina italiana”.

La ricchezza e la varietà del nostro patrimonio agroalimentare, il valore del cibo come attrattore non si discutono, ma, come ha scritto Annarosa Macrì su questo giornale, le città e i paesi si stanno trasformando in “sconfinati refettori all’aperto e mense en plein air” con relativa occupazione del suolo pubblico, tavolini e dehor, che le amministrazioni comunali elargiscono, insieme alle licenze commerciali, con generosità. Là dove c’era un vecchio negozio di passamaneria si apre una pizzeria al taglio, al posto di un corniciaio c’è un’hostaria che dice di esser tipica, dove c’era un orologiaio ora sorge una ‘gineria’, al posto di un antico negozio di biancheria c’è un’enoteca con degustazione gourmet.

Le vie principali di Firenze e di Palermo, di Roma e di Napoli, di Cosenza e di Rende, di Tropea e di Diamante sono diventate, ormai, mangiatoie e abbeveratoi. A Cosenza, per esempio, i tavolini e i dehor delle attività del “food & beverage” sono talmente tanti che i pedoni hanno meno spazio per passeggiare di quanto ne avessero quando Corso Mazzini era aperto alla circolazione delle automobili.

Riguardo al turismo, al pervasivo modello del turismo contemporaneo, ho da tempo molte perplessità e fondate paure perché ho visto, in Italia e nel mondo occidentale, cosa significhi la ‘turistificazione’, la ‘gentrificazione’ e, come ultimo stadio, la ‘foodification’ delle città, delle campagne, dei paesi, delle spiagge e di tutti i luoghi nei quali viene esercitato questo tipo di attività economica: la sostituzione delle attività commerciali e produttive storiche locali con quelle dedite soprattutto alla ‘commercializzazione’ di cose prodotte altrove per mezzo di catene multinazionali del cibo e dei vestiti (Marco Perucca e Paolo Tex, Foodfication, 2022)
.

I turbamenti e le perplessità vengono confermati da studi accademici (per esempio quelli di Filippo Celata e di Lucia Tozzi) che mettono in evidenza come i suddetti processi non producano valore, ma solo ricchezza per pochi, attraverso meccanismi economici eminentemente estrattivi, tipici del neoliberismo. Un modello economico che non produce più nulla, ma estrae ricchezza dal patrimonio materiale (i monumenti e le opere d’arte) e immateriale (la bellezza dei paesaggi urbani e rurali, gli usi, i costumi e la cucina) delle città e dei territori.

Un recente articolo (Hidalgo et alii, 2023), pubblicato su una rivista internazionale di sociologia e di economia del turismo, documenta come in Italia e in Occidente con la ‘touristification’ e la ‘gentrification’ -causate soprattutto dalla speculazione edilizia, dagli affitti brevi, dai B&B e da Airbnb- si generi la ‘ foodfication’ di interi quartieri. Un gran numero di ristoranti, di enoteche, di pizzerie, di pub, di bar e, in generale, di attività commerciali, sempre più spesso appartenenti a grandi catene, nelle quali si consuma cibo pronto o che viene servito al bancone.

Quel che mi colpisce di più, però, è che i centri delle città e i luoghi di villeggiatura calabresi, nonostante non siano presi d’assalto dai turisti, siano stati ‘foodificati’ lo stesso. Invasi, a perdita d’occhio, da distese di tavoli e tavolini di ristoranti, pizzerie, bar e pub che ne hanno preso possesso e che producono, a perdita d’orecchio, pessima musica assordante fino a notte fonda con l’accomodante complicità delle Amministrazioni comunali. Della ‘movida’ ho già scritto e ne scriverò ancora, ma non questa volta.

I protagonisti di questo inquietante fenomeno non sono più gli improvvisati imprenditori che aprono wine-bar servendo perlopiù piatti freddi o presunti ristorantini gourmet, ma i colossi della ristorazione che li rimpiazzano, tanto è vero che i dati raccolti lo scorso anno dalla Fipe -la Federazione italiana pubblici esercizi – attestano che solo la metà dei bar e dei ristoranti riesce a sopravvivere ai cinque anni di vita. A dimostrazione che le città e i territori non possono vivere di turismo e di “food” -come ci inducono a credere i mezzi di comunicazione di massa foraggiati dalla finanza e dai fondi di investimento internazionali- ma devono riprendere a realizzare prodotti materiali (merci, artigianato, cibo etc.) e immateriali (cultura, cucina etc.)

Come rilevano sociologi, economisti, studiosi delle città, geografi e antropologi la ‘foodification’ -oltre ad essere, come dice la Macrì, un fenomeno socio-antropologico- è, più di ogni altra cosa, il frutto fin troppo maturo del neoliberismo che estrae ricchezza dalle città e dai centri storici. Ora la estrae anche dal cibo trasformandolo in “food”, facendone la versione omogeinizzata e addomesticata a tutti i palati della ‘cucina tipica’ del luogo in cui viene elaborata. Il cibo trasfigurato in “food” è diventato uno strumento efficacissimo della “gentrification”, un altro raffinato dispositivo che stravolge il tessuto urbano, sociale ed economico delle nostre città.

Non è un caso che proprio nel periodo storico in cui stiamo vivendo ci vengano propinati -da chiunque e ovunque- racconti sul cibo tradizionale e genuino e, allo stesso tempo, vendute le “vere” ricette della nonna. Un’insopportabile retorica, quella della “food experience”, che è sempre più invasiva e ci spinge, mentre siamo sinceramente interessati alla ricerca del miglior ristorante tipico e del piatto davvero autentico, a consumare cibi sempre più omologati e cucine basate su una falsa memoria.

Viene propagandata dagli uffici stampa del Governo (basti pensare all’invenzione del Ministero della sovranità alimentare), delle Regioni e dei Comuni una sempre più grande quantità di prodotti doc, docg, dop e “identitari” evidenziandone la provenienza e l’autenticità, ma senza tener conto che questi prodotti (quand’anche fossero davvero genuini e ‘autentici’) vengono, ormai, venduti in luoghi anonimi e privi di ogni identità come supermercati, catene di pizzerie napoletane o brand di ristorazione a gestione multipla.

È, forse, possibile che l’Italia diventerà il parco divertimenti dell’Europa e del mondo, come sembrano credere alcuni economisti, ma non voglio rassegnarmi a vivere, come temeva Pier Paolo Pasolini, in un Paese, in una regione e in una città in cui a lavorare siano solo camerieri, chef, animatori, guide turistiche e bartender.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 dicembre 2025

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Accingendomi a studiare il contenuto delle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria ho commesso un errore d’ingenuità.

Stampati i documenti, li ho collocati l’uno a fianco all’altro sulla scrivania, in modo da cogliere somiglianze e differenze tramite una lettura trasversale. All’inizio ho proceduto attentamente, svoltando le pagine in parallelo e avendo cura di ricollocarle nel corrispondente plico regionale. Dopodiché, ho ricevuto una telefonata e mi sono distratto. Risultato: alcune pagine relative al Veneto sono finite nel plico ligure, altre nel plico lombardo, altre ancora in quello piemontese; e così per le altre regioni.

Sulle prime, la cosa mi ha provocato un’infastidita agitazione, cui ho cercato di porre rimedio riordinando i plichi. Finché mi sono reso conto dell’errore d’ingenuità: a dispetto della giurisprudenza costituzionale, che pretende la riconducibilità di ciascun accordo alle specificità delle regioni richiedenti l’incremento delle competenze (sentenza 192/2024), le quattro pre-intese sono tra di loro in tutto e per tutto identiche. Inutile agitarsi. Inutile ricomporre i plichi. Inutile persino studiare i quattro documenti: è sufficiente leggerne uno e sostituire, all’occorrenza, il nome di una regione all’altra.

Eppure, sul punto, la Corte costituzionale è stata chiarissima, sancendo che ogni richiesta «va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario, geopolitico ed altro) in cui avviene la devoluzione, in modo da evidenziare i vantaggi della soluzione prescelta».

Ulteriormente precisando che, a tal fine, l’intesa deve «essere precedute da un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico».

Ed ecco l’istruttoria approfondita e scientificamente validata dalla combriccola di astuti firmatari le pre-intese: «Il governo e la regione convengono che l’attribuzione [delle ulteriori competenze] corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo». Se lo dicono da soli, in una riga, e pazienza se le specificità sono così poco specifiche da risultare identiche: uno sberleffo bello e buono all’indirizzo della Corte costituzionale.

Ulteriori criticità emergono dalla lettura delle nuove competenze regionali in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità. In proposito, la già ricordata pronuncia della Corte costituzionale ha stabilito che «la devoluzione non può riferirsi a materie o ad ambiti di materie, ma a specifiche funzioni»: mentre le pre-intese dichiaratamente investono l’intera materia sia nel caso delle professioni non ordinistiche («sono attribuite alla regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare professioni di rilievo regionale»), sia nel caso della previdenza complementare e integrativa («la regione disciplina il funzionamento delle forme di previdenza complementare e integrativa ad ambito regionale»).

Ne segue, nel primo caso, il potere di stabilire i requisiti di abilitazione all’esercizio della professione, di verificarne il possesso (anche attraverso prove di lingua italiana), di istituire corsi di formazione, di riconoscere qualifiche professionali pregresse, di organizzare tirocini; nel secondo caso, di differenziare le pensioni del personale non solo regionale, ma anche degli enti locali e del Sistema (sic) sanitario regionale.

Quanto alla protezione civile, lo scopo, in caso di calamità, è che il presidente regionale, nominato commissario straordinario, possa agire in deroga alla normativa statale. In preparazione, la regione procede al reclutamento del personale (anche a tempo determinato con procedure d’urgenza) e alla sua formazione (individuando enti erogatori, docenti e percorsi formativi), con possibilità di prevedere integrazioni contrattuali e di occuparsi dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle patenti di guida. Inevitabilmente, il coordinamento inter-regionale si farà più complicato.

E poi c’è la sanità, oggetto di una pre-intesa separata. Qui le richieste delle regioni sono dirompenti al punto da scardinare il Servizio sanitario nazionale. Alle regioni interessa acquisire la facoltà di ridefinire l’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari, di gestire in autonomia le risorse loro attribuite, di prevedere fondi sanitari integrativi in deroga alla normativa vigente, di stabilire il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, di programmare gli investimenti in edilizia e strumentazione sanitarie. Proprio là dove più forte è l’esigenza di uguaglianza, il governo spinge, insomma, a fondo il pedale della disuguaglianza.

Forse, il vero errore d’ingenuità è rifiutare di vedere l’emergenza democratica derivante da una destra che opera oramai apertamente contro l’ordinamento costituzionale.

da “il Manifesto” del 4 dicembre 2025

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

C’è un fatto nuovo in relazione al dibattito sulla legge elettorale.
La Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 5 febbraio l’udienza pubblica per la discussione della questione di costituzionalità della vigente legge. Un ottimo risultato per l’avv. Enzo Paolini che ha già ottenuto – insieme all’indimenticato sen. Felice Besostri – le sentenze dichiarative della incostituzionalità del Porcellum (sentenza 1/2014) e dell’Italicum (sentenza 35/2017).

D – Come si inserisce questa udienza sulla accelerazione impressa in questi giorni al dibattito sulla modifica della legge elettorale?
R – Rimangono due percorsi distinti dal momento che è da escludere un accordo sulla legge elettorale in breve tempo. E ciò perché i capifazione (non i partiti che non esistono più e nemmeno i leader politici) non si metteranno d’accordo sulla formula.
Come ormai è spudoratamente chiaro, l’interesse è rivolto alla individuazione dei meccanismi più utili per avere più seggi rispetto agli altri; soglie di sbarramento, premi di maggioranza o di maggiore minoranza, insomma le formule più astruse pur di arrivare a comandare senza voti.
Il fatto è che si guarda più alle prossime elezioni ed alla singola provvisoria convenienza che alla tenuta democratica dello Stato.
Tra l’altro una buona norma non scritta prevederebbe che le leggi elettorali non si cambiano a ridosso delle elezioni. Ed il motivo è ovviamente intuibile da tutti. Ma la classe dirigente che siede in Parlamento è indifferente a queste basilari regole. E’ il senso dello Stato che manca, purtroppo.

D – Qual’è la critica più forte che Lei rivolge alla attuale legge elettorale.
R – Nella legge attuale v’è l’enfatica premessa che il voto è “diretto ed eguale, libero e segreto”, ma poi contraddice clamorosamente questi principi nella successiva specifica normativa destinata a regolare gli effetti del voto.
In realtà, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, giacché, anche se l’elettore si limita a votare il solo candidato uninominale, il suo voto va obbligatoriamente alla collegata lista (o coalizione) plurinominale, con la conseguente automatica attribuzione del suo voto a candidati che magari non ha intenzione di votare e che potrebbero addirittura risultargli non graditi.
Al contrario, se un elettore vota la lista plurinominale e intende votare solo questa, tale scelta gli è impedita perché il suo voto si trasferisce automaticamente al candidato scelto per il collegio uninominale.
Gli effetti perversi di questo meccanismo assumono caratteristiche addirittura paradossali nel caso in cui il candidato uninominale sia collegato con una pluralità di liste.
In questo caso, infatti, il voto dato al solo candidato uninominale si trasferisce pro quota alle liste collegate, in proporzione alla quantità dei voti che ciascuna di tali liste ha di per sé già ottenuto; di conseguenza, la misura in cui il voto uninominale incrementa le liste collegate dipende dal voto di elettori di altre liste.
Tale meccanismo è assolutamente estraneo alla volontà dell’elettore ed il suo voto cessa di essere “diretto e libero”, come retoricamente fissato nell’incipit della normativa.
In siffatta situazione il voto del cittadino diviene non solo “indiretto” ma addirittura “eterodiretto”, e quindi cessa anche di essere “personale” perché la destinazione ulteriore del voto non viene decisa dal votante, ma da altri elettori che decidono verso dove ed in che misura, quel voto verrà effettivamente indirizzato.

D – Quale sarebbe per Lei e, per i motivi anzidetti, la migliore legge elettorale?
R – Oggi dico convintamente il proporzionale con le preferenze. Le elezioni sono fatte per tradurre in “seggi parlamentari” le diverse componenti della società civile che compongono uno Stato. Devono essere la fotografia del Paese e non un mezzo per stabilire chi comanda.
Le alleanze politiche, la costruzione delle maggioranze che sostengono i governi devono comporsi in Parlamento, mediante il confronto e la discussione tra le forze politiche espressione proporzionale delle diverse anime popolari, quelli che si chiamavano partiti.

D – Ma così non è a rischio la governabilità?
R – Assolutamente no. Anzi al contrario, la storia recente lo dimostra, maggioranze artificiose e forzate costruite sul concetto di governabilità si scompongono e ricompongono senza alcun rispetto della volontà dell’elettore.
D’altra parte la parola “governabilità” nella Costituzione non c’è. Ed il motivo è semplice: i cittadini vogliono essere governati non “governabili”. Ed il governo è un duro lavoro di discussione, di dialogo, di confronto e di alleanze composte, dopo le elezioni, tra diversi nell’interesse della comunità. Si chiama politica.

D – Ma allora perché i padri costituenti non hanno indicato già in Costituzione una legge elettorale in senso proporzionale?
R – Semplicemente perché si dava per scontato che era – ed è – l’unico sistema rispettoso del diritto di tutti ad essere rappresentati nelle Istituzioni in modo libero, diretto ed uguale. Dobbiamo considerare che la assemblea costituente aveva ancora il ricordo della legge Acerbo che, nel 1924, consentì a Mussolini di controllare il Parlamento e che nel dopoguerra una legge proposta addirittura da De Gasperi fu definita “legge truffa” perché prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi, a chi avesse conseguito più del 50% dei voti. Insomma il ricorso a maggioranze virtuali era percepito – così come è – un imbroglio a danno dei cittadini ed a vantaggio solo di chi ricerca il potere e non il consenso. Giustissimo.

D – Il cosiddetto “campo largo” sembra essere rilanciato dalle elezioni regionali. Questo la fa ben sperare?
R – No. Per due motivi. Il primo è che la sinistra liberale non esiste più. E’ nascosta, forse annegata nel 60% che non va più a votare ed in questo contesto in cui viene cancellata sia la rappresentatività che la partecipazione vincono le nomenclature, di destra e di sinistra, non i cittadini. La questione che ci dobbiamo porre ce l’ha cantata Gaber quaranta anni fa: libertà è partecipazione. Noi non siamo liberi.
E poi, come è stato detto anche da altri autorevoli osservatori ai vertici del centrosinistra, o campo largo per usare termini suggestivi che ormai non dicono niente a nessuno, si deve rimproverare il mancato mantenimento della promessa di un vero processo di riforma dei partiti, soggetti questi si, previsti nella Costituzione. Il punto è che – come percepiamo tutti, e come dimostra l’astensionismo – la nomenclatura del centrosinistra è molto spesso, specie negli ambiti locali, letteralmente repulsiva, cioè respinge chi si propone di dare una mano, di impegnarsi.

D – Dunque ritornando alla Cassazione lei pensa che questa giudiziaria sia l’unica strada per riformare il sistema?
R – Anche qui devo rispondere di no. Ho imparato da Felice Besostri a non arrendermi dinanzi alla palese iniquità di leggi elettorali fatte solo per falsare la rappresentanza istituzionale. Ma questa irrinunciabilità ad accettare il tirare a campare, non significa altro che la consapevolezza che l’unica riforma necessaria è quella di ritornare a far vivere nella nostra comunità il primato della politica, quella contagiosa che partendo da un pensiero riesce a cambiare le cose ed il corso degli eventi. Ma questo non dipende dalle Corti o dai Ministri più o meno legittimati. Dipende da noi.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 dicembre 2025
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il crollo della Lega offre una nuova chance al Mezzogiorno.-di Tonino Perna

Il crollo della Lega offre una nuova chance al Mezzogiorno.-di Tonino Perna

La vera novità in queste elezioni regionali è il crollo di consensi per la Lega di Salvini. Il progetto di uscire dalle regioni del Nord per proiettarsi a livello nazionale, sostituendo Lega Nord con Salvini, dopo un rapido successo è fallito. La Lega di Salvini ritorna alle sue radici che nel frattempo si stanno consumando a vantaggio di Fratelli d’Italia. C’è il rischio concreto di perdere la leadership della Lombardia e lo stesso segretario della Lega rischia di essere sostituito.

Certo, a livello parlamentare la Lega è ancora fondamentale per la tenuta del governo Meloni, ma la sua netta perdita di consensi la indebolisce. Il che significa che i due cavalli di battaglia, il Ponte sullo Stretto e l’autonomia differenziata, perdono di slancio. Per l’autonomia differenziata si rafforza la resistenza di Forza Italia che proprio nel Mezzogiorno ha i maggiori consensi elettorali.

Per il Ponte sullo Stretto, obiettivo condiviso da tutta la maggioranza, si apre una fase di incertezza in quanto il suo maggiore sostenitore, che di fatto si è intestato questo fantomatico progetto, si è indebolito e gli alleati di governo potrebbero far valere le ragioni di bilancio, ritardando i finanziamenti per questa mega opera con impatto ambientale devastante.

Per il Mezzogiorno si apre una nuova prospettiva, se ci saranno le forze politiche in grado di cogliere questa occasione. Se viene messo in discussione il Ponte sullo Stretto, con cui il governo di destra-centro pensava di esaurire l’intervento nel Mezzogiorno, si può pensare di spalmare i 16 miliardi previsti su progetti infrastrutturali necessari: dalla famigerata SS 106 alla elettrificazione del tratto ferroviario Reggio-Taranto, ai tanti collegamenti ferroviari che sono ultra necessari in Sicilia e Sardegna, senza dimenticare le strutture sanitarie e scolastiche che sono carenti o degradate in tutto il Mezzogiorno, ed i servizi pubblici essenziali nelle aree interne.

C’è poi un fatto che è stato finora ignorato. La Trumpeconomics apre dei nuovi scenari. Le aree più produttive del nostro Paese stanno andando in crisi, con una riduzione dell’export ed un aumento dell’import, soprattutto dalla Cina che sta puntando per sostituire in parte il mercato Usa per via dei dazi sempre più pesanti. L’export dal Mezzogiorno nel 2024, pur essendo in crescita, rappresenta appena il 13 per cento del totale nazionale, a fronte di una popolazione residente pari al 32 per cento.

Anche i flussi turistici dall’estero, dove l’Italia si colloca al quinto posto nel mondo, nel Mezzogiorno si arriva al 19 per cento del totale nazionale, con una crescita notevole in questi ultimi anni: era del 12 per cento nel 2018. Solo nel 2024 c’è stato un aumento del turismo straniero del 15 per cento, contro poco più del 4 per cento nel Centro-Nord.

In sintesi, il Nord ed una parte importante del Centro-Italia sono arrivati al capolinea, sia rispetto ai flussi turistici che alla crescita industriale, con danni e problemi territoriali crescenti (overturismo, inquinamento, cementificazione, ecc.). Si aprono pertanto due opportunità: far crescere l’export del Mezzogiorno e puntare su un aumento della domanda interna.

Il che significa anche aumento dei salari e stipendi, almeno per recuperare la grave perdita del potere d’acquisto per la gran parte dei lavoratori che si è determinata in questo secolo.

Rispetto a questo scenario ci vorrebbe un nuovo progetto e una nuova visione dell’Italia che metta al centro le potenzialità del Mezzogiorno senza ripetere gli errori del passato, rispettando la storia e la qualità dei territori.

Le forze politiche di opposizione al governo Meloni invece di inseguire il primo ministro, dovrebbero pensare ad elaborare, con l’ausilio di tanti soggetti pubblici e privati, un piano per il futuro del Mezzogiorno all’interno di una visione del nostro Paese adeguata ai tempi che cambiano.

da “il Quotidiano del Sud”