Mese: giugno 2024

Sì alla separazione delle carriere, no alla responsabilità dei giudici.-di Enzo Paolini

Sì alla separazione delle carriere, no alla responsabilità dei giudici.-di Enzo Paolini

Il dibattito si incentra su tre questioni: a) responsabilità dei giudici, ovvero chi sbaglia paga, come in qualunque attività; b) separazione delle carriere; c) composizione e metodo elettorale del CSM.

Parto dall’ultima, il CSM, previsto in Costituzione come organo di autogoverno con specifica e peculiare competenza sulle carriere e sulle procedure disciplinari. Sta di fatto che in coincidenza con la progressiva e disastrosa perdita di peso e di autorevolezza dei partiti e della conseguente delegittimazione del Parlamento è emersa sempre più la funzione di supplenza e di pregnanza della Magistratura nella amministrazione dello Stato; così il CSM è diventato una sorta di terza Camera con funzioni consultive o interdittive rispetto ad un Parlamento inane, ed ha acquisito un enorme, straripante potere gestendo le nomine dei Magistrati dirigenti dei distretti giudiziari strategici, i potentissimi “apicali”, quelli che dispongono sopra e oltre, o contro, la politica.

E qui sta il problema: la politica, quella squalificata, delegittimata, arruffona, (nel migliore dei casi) e imbrogliona (nel peggiore) che non governa più nelle aule parlamentari, nel modo regolato dalle procedure istituzionali e con le garanzie dei pesi e contrappesi costituzionali, rientra dalla finestra del CSM composto mediante elezioni appaltate a “correnti” alle quali poi rispondono, in tutto e per tutto, gli eletti.

Un chiaro corto circuito per la democrazia ma anche, a pensarci bene, per la amministrazione della Giustizia, quella quotidiana, quella che incontriamo noi cittadini. Esempio: quale giudicante non sarà condizionato nella sua decisione se il PM del processo che sta affrontando è un capo corrente che può decidere il dove, il quando e il come della vita di quel Giudice?

Problema di non poco conto che si ripresenta – sotto altre vesti – anche in relazione al secondo quesito: la separazione delle carriere.
La commistione non è certezza di parzialità ma non è neanche indice di terzietà.

Qui, in questo ibrido, sta il clima che si vive nei Tribunali del Paese e non è un bene per la serenità dei cittadini che vi entrano e per la certezza del diritto o dei diritti che si invocano.

E così si arriva alla prima questione: la attribuzione della responsabilità a chi, sbagliando nello svolgimento del suo lavoro abbia causato ad altri un danno ingiusto. Concetto semplice e lineare valido per tutte le professioni esercitate secondo regole e protocolli conosciuti e riconosciuti. Il Ministro Nordio ha pensato di istituire una “Alta Corte” che, però, non risolve il problema.

Intanto ricordiamo che la Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile un quesito referendario sul punto. E bene ha fatto perché – a parte la motivazione tecnica (sarebbe un referendum innovativo e non abrogativo) – la disciplina della responsabilità diretta, non può applicarsi ai Magistrati se si guarda al bene ed alla tenuta di uno Stato democratico.

E ciò per due motivi che spesso sono oscurati dal comprensibilissimo risentimento provocato da palesi ingiustizie o da grossolani, imperdonabili errori.
Il primo: non è vero che lo sbaglio del Magistrato non è sanzionato. Lo è attraverso il regime delle impugnazioni che possono correggere gli errori di ogni tipo commessi nel corso del processo penale o della causa civile. Così come è possibile anche ottenere dallo Stato i risarcimenti dovuti per i casi di danno economico o al bene della vita (ad esempio l’ingiusta detenzione). La responsabilità non può che essere indiretta perché il Magistrato amministra la giustizia non in proprio ma in nome del popolo italiano.-

Il secondo: chi è che stabilisce se il Giudice ha sbagliato? Un altro Giudice, ovviamente. Ma anche questo potrebbe sbagliare nel giudicare il primo. E potrebbe essere accusato di aver commesso uno sbaglio. E chi giudicherebbe in questo caso? Un altro Giudice. Ma anche a questo può essere imputato un grave errore, e così via. Insomma si innesterebbe una spirale di giudizi tale da minare definitivamente la credibilità, l’efficienza e l’equità del sistema giudiziario, a scapito della garanzia e nella serena sicurezza che necessita al cittadino nello svolgimento delle quotidiane attività della vita.

Ovvio che non è in discussione l’ipotesi del dolo o della corruzione, già ampiamente sottoposta alle norme del codice e delle leggi penali applicabili a tutti ed al rispetto delle quali i Magistrati non sono affatto sottratti.

La conclusione di questo ragionamento è che occorre ritornare, in fretta, allo spirito ed alla lettera della Costituzione. Il Magistrato può sbagliare, e se così non fosse, se cioè dovessimo pretendere un giudice infallibile, esente da errori non dovremmo tenere in piedi un sistema che prevede gli annullamenti, le riforme, le revisioni e le cassazioni delle sentenze.

Sbagliano, certo. Ma non possono essere mai, in nessun caso – salvo per fatti costituenti reato – esposti alla sindacabilità del loro operato da altri che non sia il Giudice della impugnazione.
Perché essi sono sottoposti più degli altri a giudizi sul loro operato.
Per questi motivi – però – occorre che il CSM sia impermeabile da influenze politiche e che le carriere di Giudice e PM siano separate.
Si può fare?

In questo senso va la forte, pressante richiesta di una seria riforma della Giustizia. Che però – ed è qui la considerazione finale – non può che passare per una nuova legge elettorale in senso proporzionale puro, come richiesto dal comitato che ha avviato la raccolta delle firme per un referendum sul punto e che è ispirato alla figura del grande costituzionalista Felice Besostri.

Solo un parlamento autorevole e di veri “eletti” può mettere mano a questa materia incandescente senza bruciarsi o ritrarre la mano.
Il Parlamento attuale è fatto da nominati che la possono solo alzare, la mano. A comando.

da “il Quotidiano del Sud” del 6 giugno 2024

E adesso cambiamo rotta: serve anche una politica di ‘accoglianza’.-di Tonino Perna

E adesso cambiamo rotta: serve anche una politica di ‘accoglianza’.-di Tonino Perna

La categoria della ‘restanza’; è ormai entrata nel linguaggio comune, un evento raro per una parola coniata in ambito scientifico, nella fattispecie dal noto e valente antropologo Vito Teti. In generale, quello che è il dibattito nelle scienze sociali rimane all’interno dell’accademia, mentre in questo caso la categoria della ‘restanza’; è stata rilanciata da più parti e, in particolare, dalla traduzione “sul campo” condotta da Giuseppe Smorto su questo giornale.

Attraverso una serie di storie, ben documentate, sono stati resi visibili e comprensibili gli sforzi, la passione, la costanza, l’amore per questa terra che sono racchiuse in questa categoria. Una operazione di grande valore culturale e politico, quella di Smorto, che cuce tante singole realtà in un vestito invisibile alla maggior parte della popolazione a cui vengono raccontate normalmente storie di cronaca nera, di corruzione, di invivibilità. Non che questa realtà triste della Calabria e del Mezzogiorno non esista, ma è corretto, oltre che giusto, andare a scoprire quello che il grande Karl Polanyi chiamava il “Contromovimento”.

Da una parte abbiamo una fuga di giovani come mai si era vista, dall’altra c’è chi resiste, chi ritorna, chi scommette coraggiosamente, chi lotta in condizioni proibitive, e tutti accumunati da questo sentimento che viene chiamato <>. Storie esemplari, importanti, generatrici di altre storie, per imitazione, gemmazione, testimonianza.

Purtroppo, se andiamo a dare un’occhiata ai dati sul gap demografico della Calabria, sulla perdita secca ogni anno di decine di migliaia di persone, tra emigrazioni e morti che superano le nuove nascite, dobbiamo prendere atto che non bastano queste scelte coraggiose di chi decide di rimanere o tornare in questa terra, ma servirebbe un flusso rilevante di immigrati ogni anno. E il fenomeno non riguarda solo noi: secondo l’Istat tra quindici anni in Italia il numero di persone in età lavorative diminuirà di 5,4 milioni di persone, con un impatto sul Pil, secondo il governatore della Banca d’Italia, di un – 13%.

E su questa nuova visione e prospettiva insiste il rettore della Bocconi, Francesco Billari, che ha pubblicato recentemente un saggio ( Domani è oggi. Costruire il futuro con le lenti della demografia . Egea, Milano , 2024) in cui sostiene con determinazione che se ci vogliamo salvare “ dovremmo gestire le sfide e le opportunità dell’immigrazione e dell’integrazione delle prime e seconde generazioni”. Il che non significa che non dobbiamo sforzarci di fermare la fuga dei nostri giovani laureati all’estero.

Si tratta di agire su un corpo che ha subito una profonda ferita: allo stesso tempo dobbiamo fermare l’emorragia (di giovani) e irrobustire il fisico con una cura ricostituente (immigrazione).

Lo sappiamo: non basta dire accogliamo, ma dobbiamo farlo con intelligenza e umanità. In primis, con strutture di formazione per i giovani immigrati che risponda alla domanda di lavoratori da parte di tanti settori della nostra economia, dall’industria, all’agricoltura, ai servizi, partendo da un serio e adeguato insegnamento della lingua italiana.
Tutto quello che non si fa nei centri di accoglienza, o lo si fa senza professionalità, con le dovute eccezioni. Su questo obiettivo convergono oggi in tanti, compreso Salvini che dichiara al Sole 24 ore: “Ci vogliono più immigrati, ma regolari”. Ma, come si creano flussi regolari se non si fanno dei piani seri di immigrazione e non si dà alle popolazioni che ambiscono di venire in Europa una prospettiva credibile.

Da una esperienza che ho fatto negli ultimi sette anni attraverso i corridoi umanitari dal Libano promossi dalla Federazione delle Chiese Evangeliche e gestiti dall’Associazione Interculturale International House, ho capito una cosa che ritengo importante. Tante di queste persone che arrivano con i corridoi umanitari hanno aspettato mesi ed anni prima di poter partire, ma non hanno mai pensato di salire su un barcone perché avevano una chance, sia pure indefinita nel tempo. È solo quando non hai nessuna speranza di salvarti dall’inferno che rischi la vita.

Se vogliamo che il Mediterraneo finisca di essere quel cimitero liquido che è diventato da troppi anni, dobbiamo cambiare rotta e progettare seriamente una politica di accoglienza che si sposi con una speranza di vita migliore: una politica di accoglianza.

da “il Quotidiano del Sud” del 4 giugno 2024
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Basta movida chiassosa e maleducata.-di Battista Sangineto

Basta movida chiassosa e maleducata.-di Battista Sangineto

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia Covid-19, è dilagata in Italia, e solo in alcune città italiane, una moda pervasiva e particolarmente nociva: una movida maleducata e rumorosissima i cui protagonisti sono ‘giovani’ di tutte le età.

L’incontenibile proliferazione di bar, pub, ristoranti e locali notturni con relativi innumerevoli tavolini e dehors ha assecondato e favorito questa assoluta mancanza di rispetto del decoro e della quiete pubblica. Un’estensione a tutti i giorni dell’anno degli sfrenati Saturnali che nella Roma antica si svolgevano, però, solo dal 17 al 23 dicembre.

Basti pensare a Corso Mazzini, a Cosenza, che si presenta come un’unica assolata distesa di tavolini e dehors al centro dell’intero miglio di lunghezza lasciando, ai due lati, uno spazio meno ampio di quello che era percorribile dai pedoni prima della sua chiusura al traffico automobilistico.

Un budello vociante, maleodorante e maleducato, sul quale si affacciano ormai solo corrivi negozi di catene e spropositati monomarca globali che nulla ha a che vedere con la ‘piccola Broadway’, bordata di eleganti negozi che vendevano Dior e Fath, raccontata da Guido Piovene, fra il 1957 e il 1967, nel suo “Viaggio in Italia”. Una città che non ha più una stagione lirica, un cartellone di prosa degno di questo nome e un cinema d’essai, una città che, nell’ultimo quindicennio si è irrimediabilmente imbarbarita.

Ha prevalso una ‘movida’ selvaggia che ha metastatizzato anche le vie adiacenti e alcune altre aree della città al punto che può esser descritta, senza tema di smentita, per mezzo di un paradosso: una città ‘gentrificata’ senza progresso economico, sociale e culturale e, persino, senza sviluppo e senza turismo.

La metastasi si è estesa anche ad un intero quadrilatero residenziale della città di Rende, quello che va dall’Emoli al Surdo, che è stato trasformato nel quartiere degli ‘eventi’ e della movida perenne. L’ultima Amministrazione comunale ha concesso a privati l’area mercatale, a ridosso dell’area residenziale della Cep, per la Festa della Birra, ma anche il Parco del Surdo per farne il luogo di un Dj-set in occasione del 1° maggio e della discoteca all’aperto di un pub per quasi tutto il mese di giugno, fra i palazzi e le case residenziali di via Rossini e via Mosca.

Tutto questo senza farsi mancare rumorosi Circhi due o tre volte all’anno (con e senza poveri animali esotici), un tonitruante Luna Park, bar, ristoranti, pizzerie e locali che vomitano musica, da mane a sera inoltrata, ad altissimo volume praticamente per tutto l’anno. C’è da rilevare che ad un anno dall’insediamento dei commissari prefettizi a Rende non è cambiato nulla, a questo riguardo.

L’unificazione dell’area urbana è già stata realizzata grazie alla diffusione della musica a tutto volume, degli olezzi di cibo a tutte le ore e dell’ubriachezza molesta fra i palazzi dei residenti che magari non amano quella musica e che vorrebbero avere, invece, la possibilità di riposare, guardare in pace la tv, leggere un libro o fare due chiacchiere con amici e parenti fra le mura domestiche.

La responsabilità è, naturalmente, delle Amministrazioni locali che hanno elargito, con troppa facilità e lassismo, spazi pubblici in concessione e che hanno permesso che i privati facessero i loro interessi agevolandone i profitti che sono fondati sull’utilizzo a basso, o nessun, costo degli spazi pubblici e sulla complice indulgenza che le Amministrazioni hanno avuto e hanno nei riguardi dei suddetti imprenditori colpevoli, direttamente o indirettamente, di reati contro la quiete pubblica e il decoro.

Una politica che, per un labile consenso elettorale, ha voluto favorire un tornaconto economico per poche persone che sfruttano un centinaio di lavoratori mal pagati e a tempo determinato senza creare alcuna ricchezza per le città e nessun vero posto di lavoro qualificato e duraturo, come del resto dimostrano l’alta mortalità dei suddetti locali e le più recenti indagini socio-economiche (G. Bei-F. Celata 2023).

Voglio ricordare che a Parigi, e in tutta la Francia, le brasserie, i ristoranti e i locali non possono fare musica all’esterno, ma anche che in Germania la musica all’esterno dei locali e quella dei concerti deve finire alle 22.30 e, infine, che, nella scaturigine della ‘movida’, in Spagna ed in particolare a Madrid e a Barcellona, la musica all’aperto è ormai vietata e che le multe per gli schiamazzi notturni ammontano a 600 euro a persona.

Se proprio non si vuole stroncare questa incivile deriva assordante e maleodorante che non è permessa in nessun altro paese occidentale, occorrerebbe che le Amministrazioni allestissero, alla bisogna, aree lontane dalle residenze dei cittadini che hanno il costituzionale diritto alla salute che comprende il diritto di svolgere la propria vita secondo i propri ritmi di veglia-riposo.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 giugno 2024