Categoria: attività dall’osservatorio

Ripensare il Sud e il Patrimonio pubblico italiano.-di Piero Bevilacqua

Ripensare il Sud e il Patrimonio pubblico italiano.-di Piero Bevilacqua

Sono da poco in libreria due testi che meritano la nostra attenzione e che vanno segnalati per la loro rilevanza scientifica, culturale e politica. Non sottolineerò mai abbastanza l’aggettivo politico, perché esso significa in origine, com’è noto, una delle più nobili e distintive delle azioni umane, il governo degli interessi collettivi.Mentre oggi è un compito drammaticamente eluso da gran parte del ceto politico, che di fatto produce retoriche imbonitorie e pratica un servile vassallaggio a favore di ristretti gruppi dominanti del mondo industriale finanziario.

Il primo libro è quello di Pino Ippolito Armino, Storia dell’Italia meridionale, Laterza 2025,pp.293, € 20.A distanza di oltre 30 anni dal mio Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi , Donzelli 1993, esso si presenta come una nuova più larga sintesi, che mancava nel panorama della pubblicistica sul Sud. Intendiamoci, di storie del Regno di Napoli e anche di Storie del mezzogiorno, perfino in più volumi, ne sono state scritte non poche.

La singolarità del presente volume è che esso costituisce non solo una sintesi che parte da metà ‘700 e arriva ai giorni nostri, ma riesce a dare, in poco meno di 300 pagine, un quadro di grande ricchezza e completezza della storia secolare di questa parte d’Italia. Giova ricordare infatti che il Sud gode di una letteratura sterminata, accumulatasi soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, ma essa è quasi sempre focalizzata nell’esame dello squilibrio con il Nord d’Italia.

Nel libro di Ippolito, all’annosa questione è dedicato, con approcci peraltro originali, lo spazio che merita, ma il Sud è raccontato iuxta propria principia, cioé nel suo svolgimento autonomo oltre che, ovviamente nei suoi nessi con la storia nazionale e generale.Il testo ha il merito di inserire nella vicenda meridionale anche la storia della Sardegna tra la tarda età moderna e quella contemporanea – solitamente espunta dalle ricostruzioni meridionalistiche – ma soprattutto è in grado di tenere insieme, in un racconto organico e con una scrittura di chiarezza esemplare, tutti gli aspetti e i fenomeni che fanno la storia di una società: economia, rapporti sociali, ceto politico, fenomeni culturali, trame criminali ecc.

Il lettore ha così la possibilità di avere una visione dei processi e degli eventi che hanno segnato questa parte d’Italia e la consegnano oggi al nostro presente con le sue luci e le sue ombre, le sue lacerazioni e le sue potenzialità.Un vasto territorio in cui comunque si specchiano, esasperati, i caratteri di un Paese gravemente malgovernato e in declino.Questa Storia costituisce pertanto un invito a ripensare il nostro Sud come parte di un progetto di rinascita politica e culturale dell’Italia tutta.

Il secondo testo che vorrei segnalare è quello di Emanuele Petracca, Lo stato liquido.L’Italia privata del patrimonio pubblico. Introduzione di Paolo Maddalena, Castelvecchi 2025,pp 203,€ 20. Petracca è un giurista, allievo di Maddalena, uno dei più agguerriti difensori del patrimonio pubblico del nostro Paese, che lo presenta con una nitida introduzione.

Ed è a mio avviso significativo delle condizioni culturali dell’Italia di oggi che un simile contributo venga lodevolmente da un giurista e non anche da un economista, come pure sarebbe necessario.Le Facoltà di economia hanno subito un processo di colonizzazione neoliberista da cui non riuscono a riscattarsi.

Petracca ricostruisce con competenza e inappuntabile rigore filologico tutti gli atti di governo, le disposizioni, le leggi con cui nel corso degli anni ’90, i nostri gruppi dirigenti vendettero ai privati il patrimonio industriale che apparteneva agli italiani. La proprietà pubblica, infatti, ricorda l’autore, è da considerare, secondo l’interpretazione costituzionale di un nostro sommo giurista, Massimo Saverio Giannini, <>, cioé proprietà del popolo e pertanto <>.

Ma avanza in quegli anni l’ondata neoliberista avviata nei primi anni ’80 dal capitalismo anglo-americano, con i governi Thatcher e Reagan, da cui si lasciano travolgere con entusiasmo le nostre classi dirigenti, il ceto politico (anche quello di sinistra), il giornalismo, gli intellettuali democratici.E si comprende perché: in tutto il decennio precedente l’industria pubblica è stata investita da una sistematica campagna denigratoria, fondata sulla denuncia delle infiltrazioni partitiche all’interno dei gruppi, che rendevano corrotte e inefficienti le dinamiche industriali.

Denunce in parte ovviamente fondate, ma a cui occorreva rispondere con avvedute correzioni, non certo gettando l’acqua sporca con il bambino. E invece nel corso di un decennio, mentre si realizzava il progetto neoliberista dell’Unione Europea, con il trattato fondativo di Maastricht nel 1992, l’Italia si privò della sua “economia mista” con cui aveva realizzato il miracolo economico e attraversato il “trentennio glorioso”, diventando una potenza manifatturiera mondiale.

E giova qui ricordare l’avvio di questa operazione, più volte raccontato, ma non ancora sufficientemente noto, che l’autore riprende e che anche Maddalena ricapitola nella sua introduzione: vale a dire la presentazione da parte di Mario Draghi – allora direttore generale del Tesoro – del piano di messa in vendita dei nostri gioielli industriali di fronte a cento delegati della City di Londra.

Era il 2 giugno del 1992, a bordo del panfilo Britannia, e Draghi pronunciò allora un discorso che oggi suona, in alcuni passi salienti, come un sinistro manifesto neoliberista, l’atto di resa di un governo sovrano, ai cosiddetti mercati, vale a dire ai poteri selvaggi del capitalismo finanziario:<>.

A distanza di 37 anni la ricompensa che abbiamo ricevuto dai mercati è sotto gli occhi di tutti: un apparato industriale ridimensionato, con interi settori passati in mani estere, disuguaglianze nel corpo del Paese da società medievale, sia economiche che territoriali, e la perdita completa non solo di una autonoma politica economica, ma anche, soprattutto negli ultimi

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Ci sono più ragioni per ritenere che l’elezione di Pasquale Tridico a Presidente della Regione Calabria possa segnare una svolta concreta nella storia della Calabria e del Sud.

Tridico è un docente universitario, un valente economista, con esperienze di ricerca e insegnamento in diversi paesi d’Europa e negli Stati Uniti, con varie esperienze manageriali, che ha diretto con successo, tra il 2019 e il 2022, il più importante istituto del welfare italiano: l’INPS.

Per la prima volta, la Regione Calabria può esser guidata da uno studioso con una così vasta esperienza e un così prestigioso profilo intellettuale. Per la prima volta, a svolgere il ruolo di Presidente può esser chiamato un uomo che non viene dal mondo dei partiti locali, dall’ambiente degradato dei vecchi potentati calabresi, delle clientele fameliche da soddisfare in danno di un progetto generale di riscatto generale.

Tridico è calabrese, figlio della sua terra. Ha lasciato la Calabria per gli studi universitari e per portare avanti una brillante carriera intellettuale e professionale. Ma non ha mai reciso le sue radici, non ha mai abbandonato il suo luogo d’origine. Tant’è che oggi, parlamentare europeo, mentre ricopriva importanti incarichi a Bruxelles, torna in Calabria per misurarsi in questa cruciale sfida politica.

Torna in Calabria, per realizzare un programma che faccia uscire la regione soprattutto dalla sua profonda sfiducia, dalla rassegnazione con cui i calabresi vivono da anni la vita pubblica, dominata da un ceto politico affaristico e senza visione.

Tridico è un profondo conoscitore dei processi che generano e riproducono le disuguaglianze sociali e territoriali, non appartiene alla nefasta famiglia degli economisti neoliberisti che fingono di credere nelle capacità salvifiche del mercato autoregolato. Può quindi essere la persona con il profilo e la credibilità giusti per chiamare a raccolta le migliori capacità e le più promettenti pratiche sociali locali per ideare e mettere in atto una politica di sostegno ai poveri e ai ceti più deboli e vulnerabili, condizione indispensabile per ridare fiducia e speranze a vasti strati di calabresi abbandonati e rassegnati al peggio.

Cambiare è possibile.

Un leader prestigioso come Tridico può contribuire a riattivare la propensione all’impegno e all’azione collettiva, può incoraggiare la voce e la mobilitazione dal basso, può dare rappresentanza ai territori abbandonati e marginalizzati dalle politiche pubbliche, in particolare quelli interni di collina e montagna, può dare visibilità al formicolio sociale che, sebbene in modo puntiforme, è diffusamente presente nell’intera regione.

Tridico può quindi essere il Presidente del riscatto, colui attorno al quale rilanciare la partecipazione democratica dei cittadini, costruire nuove progettualità con le realtà associative seriamente impegnate nel welfare, nell’ambiente, nella tutela dei diritti, nella tutela dei paesaggi e nella salvaguardia del Patrimonio culturale ponendo fine al dissennato consumo di suolo ed alla speculazione edilizia rurale ed urbana.

Un Presidente che capace di formare una squadra di amministratori capaci e cristallini, che realizzi un piano di investimenti pubblici innovativi, credibile e immediatamente attuabile, per lo sviluppo economico e sociale e per l’efficace contrasto alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alle povertà della regione Calabria.

La Calabria non potrebbe avere oggi un candidato Presidente più giusto e più capace, per esperienza e relazioni nazionali e internazionali, di Pasquale Tridico.

Piero Bevilacqua, Maurizio Acerbo, Franco Arminio, Filippo Barbera, Elena Basile, Francesco Benigno, Federico Butera, Luciano Canfora, Carlo Felice Casula, Domenico Cersosimo, Laura Corradi, Giovanna De Sensi, Angelo D’Orsi, Stefano Fassina, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Roberto Finelli, Elena Gagliasso, Pino Ippolito Armino, Carmen Lasorella, Sabina Licursi, Paolo Maddalena, Laura Marchetti, Giacomo Marramao, Tomaso Montanari, Enrica Morlicchio, Rosanna Nisticò, Francesco Pallante, Marco Revelli, Mimmo Rizzuti, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Rocco Sciarrone, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Maria Adele Teti, Gianfranco Viesti.
Hanno aderito:
Vittorio Cappelli, Annarosa Macrì, Tonino Perna, Michele Santoro, Piero Schiavello, Mauro Francesco Minervino, Alfonso Gianni, Irene Berlingò, Monica Dall’Asta, Franco Cambi, Saverio Regasto, Francesco Cirillo, Vincenzo Albanese, Rita De Donato, Dora Ricca, Letterio Licordari, Antonio Macchione, Francesco Galatà, Guido Ortona, Francesco Zurlo, Sandro Meo, Claudio Rombolà, Paolo Napoli, Vanni Clodomiro, Alberto Ziparo, Piero Romeo, Giuseppe Candido, Delio Di Blasi,Lidia Gilberti, Antonio Nicotera, Franc Celano, Rosa Principe, Marta Petrusewicz, Consuelo Nava,Pino Greco,Loredana Nigri, Epifanio Spina, Marisa Fasanella,Giulia Cibrario, Mario Grisolia, Rocco Tassone, Renza Bertuzzi, Giuseppe Rossi, Anna Antonicelli, Michelina Paolini, Franco Trane, Gianluca Monturano,Romeo Salvatore Bufalo, Eugenio Passarelli, Gabriella Iannolo, Mario Maruca, Francesca Rennis, Michela Sassi, Massimo Zucconi,Loredana Barillaro, Alfredo Granata,Luca Cofone, Michele Cosentino, Carmine Bruno,Libero Sesti Osséo, Isabella Nicotera Angela Maida.

Per aderire all’appello: osservatoriodelsud@gmail.com

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI.

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI.

l 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori.

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi:

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione;

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite;

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore;

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”.

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo , indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo

17) Laura Marchetti, Università di Reggio Calabria, antropologa

18) Battista Sangineto, Università della Calabria, archeologo

19) Fulvio Librandi, Università della Calabria, antropologo

20) Vanni Attili, Università La Sapienza Roma, urbanista

21) Lidia Decandia, Università La Sapienza Roma, urbanista

22) Alberto Budoni, Università La Sapienza Roma, vicepres. Società dei Territorialisti/e

23) Elisa Veronesi, Université Côte-d’Azur-Nice, italianista

24) Barbara Pizzo, Università La Sapienza Roma, urbanista

25) Daniele Vannetiello, Università di Bologna, urbanista

26) Alberto Ziparo, Università di Firenze, urbanista

27) Pino Ippolito Armino, saggista

28) Ferruccio Rizzi, membro Terre Nostre, Salviamo il Paesaggio, Attac Italia

29) Roberto Budini Gattai, Università di Firenze, laboratorio politico perUnaltracittà

30) Giovanni Menchetti, agricoltore

31) Loretta Mussi, medico di sanità pubblica, esecutivo Comitati contro l’autonomia differenziata

32) Elisabetta Confaloni, filosofa

33) Jacques Anglade, ingegnere idraulico e carpentiere

34) Federico Butera, Politecnico di Milano, sociologo

35) Carmine Nardone, presidente Futuridea

36) Helen Ampt, traduttrice

37) Michele Rea, ingegnere

38) Leonardo Rombai, Università di Firenze, geografo

39) Giuseppe Saponaro, Pontificia Università Antonianum, filosofo

40) Paolo Favilli, Università di Genova, storico

41) Eugenio Conti, Università La Sapienza Roma, dottorando

42) Ornella De Zordo, Università di Firenze, laboratorio politico perUnaltracittà-Firenze

43) Franco Matteoni, ingegnere, pres. Associazione per lo sviluppo turistico di Torri, Sambuca Pistoiese

44) Daniel Bartement, Université Paul-Valéry Montpellier 3, geografo

45) Carlo Carbone, Università di Firenze, urbanista

46) Giacomo Sanavio, progettista strategie aree interne

47) Maria Gemma Urbani, Rete dei comitati per la difesa del territorio

48) Luca Muscarà, Università del Molise, storico della geografia

49) Marco Filippeschi, dir. ALI Autonomie locali italiane e Rete dei Comuni Sostenibili

50) Franco Cambi, Università degli Studi di Siena, archeologo

51) Rita Salvatore, Università di Teramo, sociologa rurale, pres. Slow food Abruzzo

52) Massimo Rovai, Università di Pisa, professore di Estimo e valutazione

53) Mirco Di Sandro, Università La Sapienza Roma, precario della ricerca

54) Marco Marchetti, Università La Sapienza Roma, chair Urban forestry & landscape

55) Elina Gugliuzzo, UniPegaso-Napoli, storica

56) Giuseppe Barbera, Università di Palermo, professore di Colture arboree

57) Marisa Meli, Università di Catania, Borghi più belli d’Italia in Sicilia

58) Vincenzo Carbone, Università Roma Tre, sociologo

59) Dianella Pez, Liceo scient. Cervignano del Friuli (UD), docente

60) Fausto Carmelo Nigrelli, Università di Catania, urbanista

61) Katia Ballacchino, Università degli Studi di Salerno, antropologa culturale

62) Paolo Coppari, Istituto Storico di Macerata, coord. Cantieri Mobili di Storia

63) Carmelo Antonuccio, Università di Catania, dottorando e architetto

64) Marco Bersani, operatore sociale, attivista e scrittore

65) Franco Gianasso, associazione Archivio 68 Sondrio

66) Rossella Rossi, agricoltrice, vicepres. Istituto Oikos, Milano

67) Danilo Cognigni, fotografo e studioso di semiotica visuale

68) Luca Barbarossa, Università di Catania, urbanista

69) Rosario Antonio Zammuto, resp. Risk in Cassa Di Previdenza CNPR

70) Alessandra Corrado, Università della Calabria, sociologa

71) Vito Martelliano, Università degli Studi di Catania, urbanista

72) Paolo Cifolelli, docente, pres. MirorAps (IS)

73) Gennaro Parlato, Università del Molise, informatico

74) Roberto Carluccio, veterinario, pres. ANPI Termoli, Rete della Sinistra-Termoli Bene Comune

75) Gigino D’Angelo, già Sindaco di Montefalcone nel Sannio (CB)

76) Italo Di Sabato, coord. Osservatorio Repressione, Casa del Popolo di Campobasso

78) Franco Novelli, Campobasso

79) Marcella Stumpo, Termoli Bene Comune-Rete della Sinistra

90) Claudio Greppi, Università di Siena, geografo

91) Marilena Natilli, Comune di Gildone (CB)

92) Nicola Valentino, CGIL Molise, INCA CGIL Isernia, Coordinamento NO PIZZONE II

93) Francesco Bottone, giornalista professionista

94) Luigi Famiglietti, Università di Cassino, docente di diritto degli enti locali

95) Umberto Berardo, docente di lettere

96) Manuela Geri, ex dir. Ecomuseo della Montagna Pistoiese

97) Domenico Palazzo, consigliere federale Europa Verde per il Molise

98) Candido Paglione, sindaco di Capracotta, pres. Uncem Molise

99) Alessio Mastromonaco, casaro

100) Giovanna Vecchio di Montepaone, divulgatrice culturale, poetessa

101) Francesco Trane, Roma, pensionato

102) Stefania Emmanuele, ass. cult. Gennaro Placco, Museo etnico Arbëresh, sociologa

103) Franco Belmonte, dir. reg. Calabria di CIA-Agricoltori Italiani

104) Alessandro Sebastiano Citro, docente di scuola secondaria superiore, Cosenza

105) Lucio Brunetti, Università del Molise, fisico

106) Domenico De Simone, pensionato

107) Giovanni Germano, architetto, pres. APS La Terra e coord. “Cammina, Molise!”

108) Ferdinando Trapani, Università di palermo, urbanista

109) Silvano Privitera, coord. Forum Aree interne nell’ ambito Area interna di Troina (Sicilia)

110) Mino Dentizzi, geriatra

111) Pino De Seta, tecnico ambientale, coord. progetti di cooperazione internazionale

112) Paola Orenga

113) Alberta Massenzio, insegnante di scuola primaria

114) Fabio Sforzi, Università di Parma, economista

115) Francesco Martino

116) Erica Balduzzi, reporter freelance, progetto Montanarium

117) Eleonora Greco, Università Telematica Pegaso, dottoranda, pedagogista

118) Maria Teresa Renzo, attivista, pres. Associazione Le case di Igea, Atena Lucana (Sa)

119) Fausta Garavini, Università di Firenze, scrittice e linguista

120) Antonio Di Lalla, rivista La Fonte

121) Lucilla Parisi

122) Francesco Simonelli, cantautore e studente

123) Aldo Camporeale, professore di Economia agraria e dell’assetto territoriale

124) Nicola Giudice, docente, Ivrea

125) Renzo Lecardane, Università di Palermo, professore di Composizione architettonica e urbana

126) Giovanni Antonio Sanna, SIMTUR , vicepres. GAL Logudoro Goceano

127) Franca Peluso

128) Scilla Cuccaro, Università di Firenze, urbanista

129) Carlo Cellamare, Università La Sapienza Roma, urbanista

130) Augusta di Giorgi, avvocato specialista in diritto e gestione dell’ambiente

131) Antonietta Cozza, consigliere comunale e delegata cultura, Comune di Cosenza

132) Maria Angela Presta, funzionario Politiche di coesione

133) Michele Ponzio, docente, già assessore Comune di Favignana

134) Rossella Traversa giornalista e scrittrice

135) Roberta Curiazi, Università di Udine, economista e geografa economico-politica

136) Rossana Di Fazio, enciclopediadelledonne.it

137) Federico Varazi, vicepresidente Slow Food Italia, geologo

138) Roberta Cevasco, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ecologa storica

139) Piero Zizzania, Università di Napoli Federico II, architetto e dottorando

140) Laura Di Tommaso, Università di Napoli Federico II, dottoranda

141) Barbara Catalani, architetto, già assessore Sviluppo politiche culturali, Comune di Follonica

142) Fabrizio Ferreri, Università di Catania, filosofo e sociologo

143) Renza Bertuzzi, resp. rivista ” Professione docente”

144) Francesca Conti, Università La Sapienza Roma, dir. rivista “La Città invisibile”

145) Stefania Cannarsa, docente

146) Alberto Di Cintio, Università di Firenze, Fondazione Italiana Bioarchitettura

147) Rosario Grillo, docente di Filosofia e Storia

148) Ramon La Torre, architetto libero professionista

149) Rossano Di Nicola, RSU Frigor box International

150) Franc Arleo, geosofo, dir. collana di Geosofia per AnimaMundi

151) Leo Bolliger, architetto, Attac Piacenza e Aps Convivio

152) Francesco Galli, Iuav, architetto e dottorando

153) Achille Flora, Università della Campania L. Vanvitelli, economista

154) Germana Facchini, pedagoga

155) Antonella Iammarino, antropologa e giornalista

156) Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia

157) Serena Milano, direttrice Slow Food Italia

158) Paolo Baldeschi, Università di Firenze, urbanista

159) Maria Carla Baroni, resp. naz. Territorio e ambiente, Partito Comunista Italiano

160) Associazione nazionale Slow Food Italia APS

161) Maria Teresa Scarlato, pensionata

162) Angelo Ferrari, architetto urbanista

163) Daniela Mongiardini, insegnante scuola media

164) Estella MIlianti

165) Anna Landi, Università degli Studi di Salerno, fondatrice Italia Minore si Svela

166) Marcello Gentile, ingegnere aerodinamico

167) Michele Conìa, sindaco di Cinquefrondi (RC), consigliere città metropolitana Reggio Calabria

168) Luigi Meconi, Società dei territorialisti/e

169) Maria Alberta Massenzio, insegnante scuola primaria

170) Maria Valente, pensionata

171) Amerigo Cuglietta, già sindaco di Cleto (CS)

172) Pierino Di Tella, assessore Comune di Capracotta (IS)

173) Maria Giovanna Mustillo

174) Domenico Falconieri, pensionato

175) Gemma Reggimenti, docente scuola d’infanzia

176) Giovanni Pollice, ex dirigente nazionale del sindacato

176) Michele Petraroia, Anpi nazionale

177) Dario De Renzis, farmacista

178) Francesco Vespasiano, Università degli studi del Sannio, sociologo

179) Giuseppe Donnarumma, Comune di Montoro, ingegnere

180) Cristina Ghirardini, Università di Trento, etnomusicologa

181) Maria Antonia Schillaci, Università di Catania, Forum Area Interna (Troina)

182) Enrico Bettini, architetto

183) Simona Bertini, ONDA

184) ONDA, Organismo Nazionale Difesa Alberi

185) Giancarlo Schiavone, architetto, pres. Pro Loco Buccino Volcei APS

186) Antonino Prizzi, architetto e pianificatore del paesaggio

187) Sergio Vellante, Seconda Università di Napoli (SUN), Economista Agrario

188) Rina Cervi, orientatrice e formatrice, Reggio Emilia

189) Angelo M. Cirasino, Università di Firenze e Società dei Territorialisti/e

190) Paola Grillo, insegnante

191) Pino Bertelli, fotografo

192) Francesco Bevilacqua, avvocato, scrittore e giornalista

193) Maria Martone, Università Sapienza di Roma, architetta

194) Alessandra Ventura, docente

195) Bruno Pino, giornalista

196) Mario Mele, docente di discipline turistiche

197) Francesco Giovannangelo, musicista, docente

198) Agnese Turchi, Università Napoli Federico II, urbanista e attivista

199) Eugenio Celestino, capogruppo in Consiglio comunale di Longobucco (CS)

200) Monica Bolognesi, Politecnico di Bari, ricercatrice

201) Centro culturale franco-italiano, Muro Lucano

202) Antonio Ciaschi, Università LUMSA, geografo

203) Carlo A. Gemignani, Università di Parma, geografo

204) Antonio Montesanti, ceramista

205) Marina Giglio, medico veterinario ASL

206) Manuel Vaquero Piñeiro, Università degli Studi di Perugia, storico dell’economia

207) Giulia Vincenti, Università degli Studi di Messina, geografa

208) Maria Paola Bordati, impiegata, ass. La Fierucola

209) Erminia Irace, Università degli Studi di Perugia, storica

210) Paolo Piacentini, pres. onorario Federtrek

211) Matteo Felitti, Università di Napoli Federico II, ingegnere

212) Sara Carallo, Università Rome Tre, geografa

213) Vincenzo Landi, libero professionista nel settore ingegneristico

214) Flaviano Lavia, massofisioterapista, perito agrario

215) Ottavio Lalli, medico veterinario specialista

216) Marino Trizio, pres. associazione Città Plurale

217) Maria Teresa Capozza, docente

218) Lucia Giovannetti, insegnante

219) Marco Giovagnoli, Università degli Studi di Camerino, sociologo

220) Alessandro Aceto, resp. Servizio legale Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

221) Lorenzo Coia, già presidente Provincia di Isernia, sindaco di Filignano (IS)

222) Maria Rosaria Gioffrè, docente, francesista

223) Franca Crocetto

224) Sarah Rosa Torregrossa, architetto

225) Francesco Di Rienzo, presidente ETS Amici di Capracotta APS

226) Associazione politico-culturale La Strada, Reggio Calabria

227) Saverio Pazzano, consigliere comunale di Reggio Calabria, insegnante e scrittore

228) Vanessa Gagliardi, docente

229) Antonio Maio, architetto e docente

230) Ester Mura, insegnante di scuola superiore

231) Associazione nazionale Città del vino

232) Luca Giuliani, archivista, ex vice sindaco Comune di Castel Viscardo (TR)

233) ASD Polisportiva di Castel Viscardo (TR)

234) Maria Teresa Cartisano, docente di scuola superiore

235) Pasquale Dragonetti, ingegnere, Associazione Terra Mediterranea

236) Emiliano Biscaro, ingegnere

237) Silvia Giandoriggio, architetta e attivista

238) Stefania Stefanini, La bancarella Editrice, Piombino

239) Stefano d’Atri, Università di Salerno, storico

240) Andrea Vento, docente, GIGA-Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

241) Laura Santoro

242) Danilo Emo, architetto

243) Linda Terenzi, Università di Firenze, ricercatrice

244) Grazia Degl’Innocenti, architetto

245) Antonietta Di Vito, MIM, docente, antropologa, scrittrice

246) Letizia Papi, insegnante e cantante

247) Francesco Cancellieri, pres. AssoCEA Messina APS, Ingegnere

248) Alessandro Camerini

249) Giuseppe Chiarillo, ex sindaco di Galliera (BO)

250) Danilo Gorga, vicepres. Slow Food Campania

251) Anna Kauber, documentarista

252) Tiziano Cardosi, No Tunnel Tav Firenze, ex ferroviere

253) Addolorata Cormano, docente geografia economica scuola secondaria superiore

254) Giuseppe Riccobono, docente, GIGA Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati

255) Donatella Rosati, analista programmatrice

256) Giovanni Spinelli, pubblicista, ASA-Associazione stampa agroalimentare, ref. Campania

257) Angela Greco AnGre, poeta

258) Mario Lusi, giurista ambientale

259) Aurelio Francesco Madeo, ex dirigente scolastico, poeta

260) Stefania Marini, Università Iuav di Venezia, architetto

261) Giuseppe Magarò, avvocato

262) Rodrigo Andrea Rivas, giornalista

263) Angelo Milo

264) Roberta Pizzullo, docente

265) Flavio Pascarosa, avvocato, già consigliere comunale Atripalda (AV)

266) Carmen Silva Castagnoli, geografa

267) Marina Boscaino

268) Marina Castiglione, Università degli Studi di Palermo, dialettologa

269) Daniela Poli, Università di Firenze, urbanista

270) Salvatore Capasso, Riabitare l’Italia

271) Mariachiara Santone, archeologa, Casa del popolo Campobasso

272) Raffaella Lalli, farmacista

273) Maria Angela Astore, insegnante di liceo

274) Katia Fabbricatti, Università di Napoli Federico II, architetto

275) Teresa Maradei, dottore forestale, manager dei sistemi territoriali e aree interne

276) Giovanni Scarfò, pres. Centro studi, ricerche e formazione “Francesco Misiano”

277) Romina Deriu, Università di Sassari, sociologa

278) Anna Albano, insegnante

279) Franco Repeti, cooperativa sociale Croce del Sud

280) Antonio Piangiolino, già assessore Comune di Acquaviva delle Fonti (BA), ASSI-RECOVERY SUD

281) Angela Vitullo, docente, ref. Borghi della Lettura per Montagano (CB)

282) Federico Massimo Ceschin, pres. SIMTUR, ambasciatore del patto europeo per il clima

283) Riccardo Pasqualin, saggista

284) Dario Donatini, docente di geografia economica

285) Laura D’Angelo, Università del Molise, critico letterario, scrittrice

286) Dina Caligiuri, architetto, docente alle scuole superiori

287) Raffaella Vono, docente

288) Rita Campioni, docente, Comitati No Autonomia Differenziata

289) Mosè Antonio Troiano, sindaco di San Paolo Albanese (PZ)

290) Franco Festa, docente e scrittore

291) Laura Manganaro, pres. sezione Italia Nostra-Firenze

292) Antonio Troisi, Università del Sannio, fisico

293) Italia D’Acierno, segretaria CdLT CGIL Avellino

294) Eloisa Gizzi, architetto

295) Associazione Give Back Giovani Aree Interne APS

296) Antonella Russo, operatore culturale

297) Maria Pecoraro, scenografa e operatrice sociale

298) Rosalia Rizzo, funzionario Comune di Palermo

299) Salvatore Settecasi, architetto

300) Roberto Sullo, pres. Give Back Giovani Aree Interne APS

301) Associazione La Fierucola, Fiesole (FI)

302) Maria Romana Picuti, Università La Sapienza Roma, archeologa

303) Visenta Iannicelli, già dirigente Roma Capitale

304) Anna Cocchi, ANPI, già sindaco di Anzola Emilia (BO)

305) Mariano Genovese, architetto

306) Slow Food Toscana aps

307) ActionAid Italia

308) Alessandro Di Loreto

309) L’Eco dell’Alto Molise e Vastese, testata giornalistica

310) Laboratorio politico perUnaltracittà, Firenze

311) Costantino Leuci, docente, ref. Slow Food Matese, consigliere comunale Piedimonte Matese

312) Federico Di Cosmo, Politecnico Milano, docente di Architettura del Paesaggio

313) Margherita Ciervo, Università di Foggia, geografa economico-politica

314) Marco Gargano, psicologo

315) Laura Bonomi Ponzi, archeologa

316) Giovanni Moriello, docente

317) Giuliana Tocco, già Soprintendente Beni Archeologici, pres. ass. Antica Volcei, Buccino (SA)

318) Paolo Ferloni, Università di Pavia, chimico

319) Cristiano Lucchi, dir. rivista Fuori Binario

320) Corradino Guacci, pres. Società italiana per la storia della fauna, Giuseppe Altobello

321) Società italiana per la storia della fauna, Giuseppe Altobello

322) Leandro Janni, presidente Italia Nostra Sicilia

323) Nicholas Tomeo, Università del Molise, ricercatore e docente

324) Celeste Mantegna, Università del Molise, ricercatrice

325) Francesco Violante, Università di Bari, storico

326) Luigi Scognamiglio, Università di Napoli Federico II, ingegnere

327) Vincenzo Fundone, fotografo, pres. Archeoclub Melfi

328) Antonio Giuseppe Ottaviano, geometra

329) Roberto De Marco, geologo, già dir. Servizio sismico nazionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri

330) Oliviero Resta, Aps Il cammino di Dante

331) Andrea Ferrannini, ARCO , Fondazione PIN, ricercatore

332) Francesco Maria Massetti

333) Pino Fabiano, giornalista, Cotroneinforma OdV

334) Roberto Guido, giornalista e scrittore

335) Massimiliano Guerrieri, docente di geografia scuola secondaria

336) Valeria Monno, Politecnico di Bari, DICATECh

337) Marco Mannino, Politecnico di Bari, architetto

338) Sebastiano Sarti, architetto libero professionista

339) Federica Cotecchia, Politecnico di Bari, ingegnere

338) Daniela Frisullo, Politecnico di Bari (dottoranda), funzionaria Regione Puglia

339) Francesca Santaloia, CNR-IRPI

340) Maria Francesca Sabbà, Politecnico di Bari, ricercatrice

341) Giacomo Pisani, Euricse, ricercatore

342) Maria Cristina Leardini, co-founder SharryLand

343) Luigi Alberton, founder SharryLand

344) Maria Anna Ilardi

345) Emanuele Gizzi, Accademia di belle Arti di Palermo, docente

346)Enza Maria Macaluso, filosofa di campo

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

È difficile con poche parole raccontare e ritrarre un uomo, uno studioso, un amico, un maestro d’altri tempi che ci ha lasciati ieri 26 giugno, Roberto Spadea.

Con la sua “missione” di funzionario archeologo, profondamente legato al senso del dovere e dello Stato, per educazione, formazione e cultura familiare, ha segnato alcuni decenni della ricerca, della tutela e della divulgazione archeologica in Calabria, la sua Calabria, vissuta e frequentata intensamente.

Dalla natìa Catanzaro (qui era nato il 17 marzo 1947) alle altre città grandi e piccole che lo hanno accolto e visto operare dal 1978 con tenacia, caparbietà e acribia, Reggio di Calabria (sede dell’allora Soprintendenza alle Antichità poi Archeologica e Archeologia della Calabria, prima delle varie riforme e ridefinizioni che hanno visto nascere le attuali tre Soprintendenze con competenze su Reggio Calabria e Vibo Valentia, su Catanzaro e Crotone, su Cosenza), Crotone (sede dell’Ufficio Scavi per le province di Catanzaro e Crotone), Cirò e Cirò Marina, Santa Severina, Lamezia Terme, Nocera Terinese, Tiriolo, Borgia, Simeri Crichi.

Tutte tappe importanti del suo percorso professionale e umano nelle quali saputo lasciare la sua impronta e il frutto del suo amore dirigendo il laboratorio della Soprintendenza tra il 1982 e il 2005, ideando e realizzando o rinnovando Musei e Antiquaria e Parchi archeologici nazionali (Crotone, Capo Colonna, Roccelletta-Scolacium) e di enti locali (Museo archeologico provinciale di Catanzaro, Lamezia Terme-Museo Lametino e parchi di Terina e Abbazia di Sant’Eufemia, Cirò, Santa Severina, Tiriolo, Falerna-Pian delle Vigne, Antiquarium di Simeri Crichi).

Il suo percorso, segnato da una sfaccettata personalità a volte schiva e a volte burbera, a tratti spigolosa e severa ma pur sempre sensibile e appassionata, mai incline ai compromessi, era legato poi ad alcuni ambienti culturali altamente stimolanti sul piano intellettuale ed interiore. In primo luogo Roma, dove si svolgeva, quando non era in Calabria, parte della sua vita familiare accanto alla carissima moglie Maria Letizia Lazzarini, studiosa di chiara fama di epigrafia greca e docente prima a Napoli e poi a Roma.

E poi Napoli e gli ambiti salernitano, pugliese (Bari e Lecce), siciliano e infine Milano Tutti ambienti cui si sentiva profondamente legato e con cui ha continuato a mantenere contatti, intrattenendo relazioni professionali ed amicali con una miriade di colleghi e studiosi, non solo archeologi e storici, invogliando giovani personalità a spostarsi per lavorare in Calabria, per esempio a Kroton, Terina, Agro Teurano e Scolacium e accendendo collaborazioni con prestigiose Università come Lille (Juliette de la Genière) e Texas (Joseph C. Carter e Cesare D’Annibale).

La sua capacità organizzativa ha invogliato, guidato, appassionato e insegnato a tanti come me che hanno intrapreso la professione di archeologo, facendoci capire sempre più che pur con le difficoltà, gli ostacoli e le immancabili delusioni, non bisogna perdere di vista gli obiettivi da raggiungere nel campo professionale, applicandosi con dedizione e costanza, con ferrea disciplina (appassionato come era di Paolo Orsi), per divulgare, valorizzare, conservare e tutelare il nostro patrimonio culturale.

Mi piace ricordarlo ancora in un giorno assolato a Vigna Nuova di Crotone o a Scolacium, mentre con i suoi immancabili occhiali da sole e la bandana al collo discutevano dei ritrovamenti e di strategie di scavo o a notte fonda, ormai a poche ore dall’inaugurazione, mentre ancora con le vetrine aperte di uno dei tanti musei creati, mettevamo l’ultimo reperto o spostavamo una didascalia.

O ancora, sempre con le tante colleghe e colleghi con cui facevamo squadra con lui, preparare testi e presentazioni per convegni che aveva organizzato o a cui ci aveva spinto a partecipare. O infine seduti fianco a fianco presso un editore a correggere bozze o ad impaginare i nostri testi e far migliorare le immagini a corredo di essi.

Lettera aperta al ministro Giuli sul Museo Alarico

Lettera aperta al ministro Giuli sul Museo Alarico

I sottoscritti ritengono che l’attuale Amministrazione comunale di Cosenza commetta un grave errore nel continuare l’opera dell’ex Sindaco Occhiuto dicendo di voler “imprimere un’accelerazione”, come affermato dall’attuale Sindaco Franz Caruso, alla ripresa dei lavori di costruzione del Museo Alarico già fermata nel novembre 2018 da un provvedimento dell’allora Direzione generale del Mibac che revocava, in autotutela, il permesso paesaggistico concesso, all’epoca, dal Soprintendente ABAP di Cosenza, Mario Pagano.

I sottoscritti chiedono che il MiC per mezzo dei suoi organi centrali, Direzione generale, e periferici, Soprintendenza Abap di Cosenza, impedisca la costruzione di un qualsivoglia manufatto- che, del resto, sarebbe del tutto privo di reperti attribuibili ad Alarico o ai Goti- ai piedi del Centro storico della città di Cosenza che ha già un vincolo diretto e un vincolo paesaggistico sin dal 1969.

Un qualunque edificio costruito in quel luogo con forme, tecniche e materiali moderni sarebbe del tutto fuori contesto rispetto al tessuto architettonico e urbanistico della città antica. Auspichiamo che al posto dell’ormai abbattuto ex Hotel Jolly venga allestito, invece, un giardino pubblico alberato, un luogo destinato alla visione paesaggistica della confluenza dei due fiumi, come è stato già dagli anni ’20 del XX secolo (in foto).

I sottoscritti si chiedono, ancora una volta, cosa spinga anche questa Amministrazione comunale, a voler costruire un Museo -in totale assenza della più piccola testimonianza materiale alariciana e per un costo fra i 7 e i 10 milioni di euro- intitolato ad un violento aggressore che – dopo aver saccheggiato Roma e tutta la penisola nel 410 d.C., secondo un racconto poco attendibile del solo Iordanes, l’apologeta dei Goti vissuto 150 anni dopo i fatti- muore, per caso, nei pressi di Cosenza.

Dal racconto di Iordanes, se pure fosse verificato, si deduce che, a causa dell’accidentale morte del re nei pressi di “Consentia”, centinaia di antichi cosentini furono costretti dai Goti prima a deviare il fiume e, poi, a seppellire Alarico con il bottino frutto del saccheggio di Roma e di tutta l’Italia meridionale. Per evitare di lasciare testimoni ed eventuali, futuri cercatori di tesori, i Goti assassinarono tutti i prigionieri cosentini che avevano partecipato alla sepoltura. Perché, dunque, celebrare Alarico e i Goti che avrebbero trucidato, milleseicento anni or sono, centinaia di progenitori dei cosentini?

I sottoscritti ritengono che l’intitolazione di un museo ad un personaggio storiograficamente controverso e il seduttivo vagheggiamento del ritrovamento di una sepoltura leggendaria, della quale non è stato rinvenuto neanche il più piccolo frammento, siano elementi che concorrono attivamente all’offuscamento della coscienza collettiva e della conoscenza della Storia che conduce all’estrema e perversa conseguenza di una pericolosa ed infondata invenzione identitaria.

I sottoscritti ritengono che la costruzione di un Museo Alarico, che non potrebbe contenere nulla che sia materialmente riconducibile ad Alarico o ai Goti, sia non solo storicamente sbagliata e socio-antropologicamente manipolatoria, ma anche umiliante per una città -dal IV sec. a.C. capitale dei Brettii e, poi, importante municipium romano- ed una popolazione che, nel corso dei secoli, hanno saputo esprimere ben altre, e più alte, personalità: Aulo Giano Parrasio, Bernardino Telesio, Sertorio Quattromani, Valentino Gentile, Francesco Saverio Salfi, Giovan Battista Amico, Alfonso Rendano, Pasquale Rossi et cetera.

I sottoscritti sono convinti che solo il restauro complessivo e capillare -che deve necessariamente comprendere gli edifici privati e non, come l’attuale Amministrazione comunale sta facendo, solo gli edifici di proprietà pubblica- della Cosenza storica potrebbe mettere in moto un meccanismo virtuoso nel quale la “redditività” del patrimonio culturale cosentino e calabrese non risiederebbe solo nella sua commercializzazione e nel turismo che esso potrebbe produrre, ma in quel profondo ed indispensabile senso di appartenenza e di cittadinanza ispirato dalla propria Storia e dai valori simbolici ad essa collegati.

I sottoscritti chiedono, dunque, al competente Ministro, Alessandro Giuli, di usare gli strumenti a sua disposizione -amministrativi, di governo e anche di impulso legislativo- per impedire la costruzione del Museo di Alarico e auspicano, invece, il restauro degli edifici pubblici e privati del cadente Centro storico di Cosenza che permetterebbe di restituirlo ai cosentini, prima che un acquazzone un po’ più forte lo porti via.

Battista Sangineto, archeologo, Unical
Armando Taliano Grasso, archeologo, Unical
Salvatore Settis, archeologo, Accademia dei Lincei
Pier Giovanni Guzzo, archeologo, Accademia dei Lincei
Tomaso Montanari, storico dell’arte, Rettore Univ. Stranieri Siena
Vito Teti, antropologo e scrittore, Unical
Paolo Liverani, archeologo, Università di Firenze
Lucia Faedo, archeologa, Univ. di Pisa
Franco Cambi, archeologo, Univ. di Siena
Alessandra Anselmi, storica dell’arte, Univ. di Bologna
Alberto Ziparo, urbanista, Univ. di Firenze
Roberto Budini Gattai, urbanista, Univ. di Firenze
Tonino Perna, economista, Univ. di Messina
Francesco Raniolo, politologo, Unical
Mariafrancesca D’Agostino, sociologa, Unical
John Trumper, linguista, Unical
Marta Maddalon, linguista, Unical
Enzo Scandurra, urbanista, Univ. La Sapienza Roma
Donatella Loprieno, costituzionalista, Unical
Maria Teresa Iannelli, archeologa, già funzionario Mibac
Maurizio Pistolesi, archeologo, Cosenza
Pino Ippolito Armino, storico
Annarosa Macrì, giornalista, Cosenza
Paolo Veltri, ingegnere idraulico, Unical
Alessandra Carelli, storica dell’arte, Cosenza
Mauro Minervino, antropologo, Accademia Belle Arti CZ
Teresa Liguori, Consigliere nazionale Italia Nostra
Maria Cristina Lattanzi, Consigliere nazionale Italia Nostra
Liliana Gissara, Consigliere nazionale Italia Nostra
Laura Comi, Consigliere nazionale Italia Nostra
Federazione provinciale Rifondazione Comunista Cosenza
USB, Federazione di Cosenza
Associazione La Base, Cosenza
Forum Ambientalista Calabria
Antonio Trimboli, ingegnere, Cosenza
Massimo Ciglio, dirigente scolastico, Cosenza
Ida Selene Broccolo Tommasi, operatrice culturale, Cosenza
Sergio Nucci, medico, Cosenza
Stefano Catanzariti, attivista civico, Cosenza
Sergio Aquino, imprenditore, Cosenza
Ercole Barile, imprenditore, Cosenza
Argia Morcavallo, architetto, Cosenza
Francesco Saccomanno, attivista politico, Cosenza
G. Pino Scaglione, architetto, Univ. di Trento
Monica Nardi, chimica, Università Magna Grecia
Francesco Gaudio, docente, Fermi-Brutium” Cosenza
Angelo Broccolo, medico, Corigliano
Vincenzo Reda, vicepreside Fermi Brutium Cosenza
Emilio Nigro, poeta, Cosenza
Luigi Gallo, docente, Cosenza
Valerio Formisani, medico, Cosenza
Antonio Curcio, bibliotecario, Cosenza
Maria Pia Funaro ingegnere ambientale, Cosenza
Rosanna Tedesco, docente, Liceo Classico Telesio
Giuseppe Bornino docente, Liceo Amantea
Antonio Romeo, docente, Liceo Classico Telesio
Simona Serra, docente, Liceo Fermi
Lisa Sorrentino, cittadina, Cosenza
Franca Garreffa, sociologa, Unical
Pino Scarpelli, cittadino, Cosenza
Maurizio Nuccio, avvocato Cosenza
Giusy Branda, docente ” Scorza” Cosenza
Francesco Cirillo, giornalista e scrittore
Andrea Bevacqua docente, IstC Cosenza
Pierluigi Grottola, docente Convitto Nazionale Telesio
Giorgio Marcello, sociologo, Unical
Eliodoro Loffreda, docente, Liceo Telesio
Giulia Fragale attivista, Cosenza
Francesco Morelli, cittadino, Cosenza
Maria Grazia Francesca Cavaliere, cittadina, Cosenza
Giuseppina Calvelli, cittadina, Cosenza
Patrizia Gallo, dottore commercialista, Cosenza
Sergio Crocco, Associazione Terra di Piero
Giuseppe Cirò, cittadino, Cosenza
Giovanni Sole, storico e antropologo, Unical
Ida Rende, sociologa, Cosenza
Loredana Bruselles, cittadina Cosenza
Massimo Sisca commerciante, Cosenza
Alessandro Iantorno cittadino, Cosenza
Paola Pietramala, matematico, Cosenza
Francesca Canino, giornalista, Cosenza
Eduardo Zumpano, storico, pres. Anppia Cosenza

Eolico. Siamo Sindaci o burattini? Si leva la voce dei primi cittadini italiani per una transizione energetica ecologica e democratica

Eolico. Siamo Sindaci o burattini? Si leva la voce dei primi cittadini italiani per una transizione energetica ecologica e democratica

Nel contesto autoritario nazionale e internazionale che si è creato i movimenti finanziari globali ( la cosiddetta “ volontà dei mercati “) determinano le decisioni dei governi e le leggi dei parlamenti. La transizione energetica si è avviata in Italia impedendo alle comunità locali da noi rappresentate di incidere sull’ubicazione degli impianti per la produzione di energia rinnovabile e su altri aspetti connessi, in grado di pregiudicare i già fragili equilibri dell’ambiente di insediamento delle nostre popolazioni.

La nostra osservazione comune è che ci troviamo nello stesso tempo di fronte a un sintomo e a una causa di aggravamento della crisi del sistema democratico. Per scongiurare la sindrome nimby, da tanti commentatori evocata e demonizzata quando danno conto delle diffuse proteste territoriali, la transizione energetica deve essere giusta, incardinata dentro percorsi politici e democratici e non può essere attuata in palese violazione del dettato costituzionale.

Grazie al rinnovato articolo 9 della Carta fondamentale, del patto fondativo che dal 1948 unisce gli italiani, la Repubblica tutela il paesaggio, gli ecosistemi e la biodiversità anche nell’interesse delle future generazioni. Nessun principio costituzionale può essere sacrificato per realizzarne un altro o, men che meno, per perseguire un contingente” prioritario interesse nazionale”: i singoli valori espressi e tutelati dalle disposizioni della Costituzione sono tutti assoluti e dello stesso rango, all’interno di un impianto complessivo orientato a promuovere la dignità della persona umana nel suo contesto ecologico e sociale.

Le leggi vigenti in materia energetica invece puntano a massimizzare i guadagni di un settore economico privato a scapito tra l’altro dei soldi versati al fisco dai cittadini. Noi sindaci chiediamo, interpretando la volontà del tessuto sociale dei luoghi da noi amministrati, che la produzione e la distribuzione dell’energia ridiventino un servizio pubblico essenziale: solo così la produzione energetica da fonti rinnovabili non sarà più insostenibile e non aggredirà il patrio suolo (con la sua funzione di fondamentale regolatore climatico), gli ecosistemi , la biodiversità e il paesaggio.

Solo enti pubblici collettivi, rappresentando l’interesse generale, potranno dedicarsi all’indispensabile passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili con interventi finalizzati alla riduzione degli sprechi energetici e all’utilizzazione in via primaria di suoli già consumati in tutta la nazione per l’ubicazione degli impianti (9000 chilometri quadrati secondo l’ ISPRA, una superficie grande quanto l’Umbria occupata da infrastrutture dismesse, capannoni agricoli e industriali, cave e miniere in disuso etc. , grazie alla quale si potrebbero abbondantemente superare gli 80 GigaWatt da raggiungere entro il 2030 ) .

I territori sono prima di tutto gli ambienti vitali di chi li abita, e non possono trasformarsi in zone di sacrificio assegnate alla monocultura energetica: devono essere vissuti dagli allevatori, dagli agricoltori, dagli apicoltori, da chi costruisce giorno per giorno un rapporto spirituale ed emotivo con il paesaggio, dagli operatori turistici, dai pescatori, insomma da tutte le categorie che noi rappresentiamo.

La crisi ecologica deve essere un’occasione per passare a una fase più avanzata della civiltà umana, per uscire tutti insieme da un dramma con un cambiamento di rotta, non un’ulteriore opportunità di guadagno per pochi nel solco già tracciato da un’economia anti ecologica, votata alla distruzione della vita e della bellezza del mondo.

Giulio Santopolo, sindaco di Petrizzi ( Catanzaro) ;
Michele Conía, sindaco di Cinquefrondi ( Reggio Calabria) e consigliere della Città
Metropolitana di Reggio Calabria ;
Giuseppe Cusato, sindaco di Agnana Calabra ( Reggio Calabria) ;
Luca Alessandro, sindaco di Polìa ( Vibo Valentia) ;
Domenico Stranieri, sindaco di Sant’Agata del Bianco (Reggio Calabria) ;
Angelo D’Angelis, sindaco di Serrata (Reggio Calabria) ;
Maurizio Onnis , sindaco di Villanovaforru (Sud Sardegna) ;
Mario Gentile, sindaco di Stalettì (Catanzaro) ;
DoNicolaenico Penna, sindaco di Roccaforte del Greco (Reggio Calabria) ;
Michele Tripodi, sindaco di Polistena (Reggio Calabria) ;
Giacomo Lombardo, sindaco di Ostana (Cuneo ) ;
Giuseppe Alfarano, sindaco di Camini (Reggio Calabria) ;
Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano ( Milano ) e consigliere
Metropolitano della città di Milano ;
Daniela Arfuso , sindaco di Cardeto (Reggio Calabria)
Luca Lepore, sindaco di Aiello ( Cosenza )
Nicola Fiorita, sindaco di Catanzaro
Antonio Lampasi, sindaco di Monterosso Calabro (Vibo Valentia)
Rossana Tassone. Sindaco di Brognaturo ( Vibo Valentia)
Danilo Staglianó , sindaco di Cardinale ( Catanzaro )
Alfredo Barillari, sindaco di Serra San Bruno ( Vibo Valentia)
Mimmo Donato, sindaco di Chiaravalle centrale ( Catanzaro )
Raffaella Perri, sindaco di Decollatura ( Catanzaro)

Assemblea di “Diritto alla città” a Cosenza.

Assemblea di “Diritto alla città” a Cosenza.

Sabato 18 novembre si è tenuta, nell’Aula magna dell’Istituto Nitti di Piazza Cappello a Cosenza, l’Assemblea pubblica organizzata dal Coordinamento “Diritto alla città” avente per tema la richiesta di “Vincolo paesaggistico” per la città otto-novecentesca avanzata dal suddetto Coordinamento al Ministero della Cultura. Il Coordinamento ha chiesto, per mezzo del “Vincolo paesaggistico”, di porre un argine all’ondata edilizia speculativa che si è abbattuta sulla città negli ultimi anni e mesi e che si manifesta non solo nella demolizione di edifici storici e di ricostruzioni con abnormi aumenti di volumetria, ma anche con l’edificazione ex novo di palazzoni nelle aree non ancora edificate soprattutto sulle rive del Crati.

Gli organizzatori dell’incontro hanno sottolineato che queste nuove colate di cemento non solo deturpano gli armonici quartieri storici del Centro cittadino e consumano il suolo nelle aree libere, ma sono del tutto ingiustificate, anche economicamente, visto che è documentato, dati Istat e Ispra, un continuo e deciso calo demografico nella città (a fronte di 6.402 edifici esistenti, 500 sono vuoti) e della Regione (1.243.643 alloggi di cui 482.736 vuoti).

Nel corso dell’Assemblea -molto affollata, attenta e partecipativa- è stata data lettura della risposta che il Direttore generale del MiC, dott. Luigi La Rocca, ha inviato, per conoscenza al Coordinamento e al Sindaco Franz Caruso, ma indirizzata al Segretario regionale calabrese e alla Soprintendenza Abap di Cosenza alla quale “…si chiede di voler fornire, con ogni consentita urgenza, elementi utili a verificare la portata delle trasformazioni in atto nell’area segnalata …. valutando la possibilità di estendere ulteriormente il dispositivo di tutela all’area segnalata, per la cui precisa individuazione si rimanda alla documentazione allegata dall’istante (il Coordinamento), anche in considerazione della sua vicinanza al corso del fiume Crati”.

Al Segretario regionale, invece, scrive che “si ritiene opportuno richiamare – più in generale oltre al caso de quo – l’intensa attività di interlocuzione condotta da questo Ministero nei confronti della Regione Calabria che ha condotto ad una serie di confronti tecnici, tesi a risolvere le pesanti criticità puntualmente individuate nella legge regionale 7 luglio 2022, n. 25 (Norme per la rigenerazione urbana e territoriale, la riqualificazione e il riuso), attraverso una revisione sostanziale del disegno normativo, condivisa tra Regione e Ministero, infine convogliata nella proposta di legge regionale n. 127/2022, depositata in Consiglio Regionale per l’esame di merito, ormai un anno fa, in data 17/11/2022.

Per tutto quanto sopra, ribadendo la necessità e l’urgenza che la corrente attività edilizia sia ricondotta, nella città di Cosenza come in tutta la Regione Calabria, entro un sistema di regole idonee a garantire l’equilibrato sviluppo del territorio ed il sostanziale rispetto dei valori storici-paesaggistici, si rinnova a codesto Segretariato regionale del MiC l’invito a fornire eventuali aggiornamenti sull’iter di approvazione della suddetta proposta di legge, intraprendendo, se necessario, formali contatti con i preposti uffici dell’ente regionale”.

Sulla base della risposta del MiC e, soprattutto, sulla base della spinta calorosa data al Coordinamento dai cittadini nel corso dell’Assemblea, si è proposto di organizzare una seconda Assemblea da tenersi nelle prossime settimane in preparazione di un confronto pubblico che si chiederà di avere con il Sindaco di Cosenza per discutere non solo del Vincolo –che, si auspica, vorrà apporre a brevissimo la Soprintendenza Abap di Cosenza-, ma anche, prima che sia approvato in via definitiva dal Consiglio Comunale, del Piano Strutturale Comunale (PSC), per suscitare una vera, democratica e franca discussione con gli unici portatori di interessi e di diritti: i cosentini.

Richiesta di vincolo paesaggistico per la città di Cosenza. Le adesioni all'iniziativa del 18 novembre 2023.

Richiesta di vincolo paesaggistico per la città di Cosenza. Le adesioni all'iniziativa del 18 novembre 2023.

I sottoscritti aderiscono all’iniziativa, di sabato 18 novembre 2023 a Cosenza, promossa dal Coordinamento delle Associazioni civiche “Diritto alla città” che chiede di apporre un vincolo paesaggistico alla porzione otto-novecentesca della città che ha, ormai, più di 100 anni e che riveste un notevole interesse pubblico di carattere urbanistico e architettonico -il quartiere fine ‘800-inizi ‘900 della Riforma, Corso Umberto, Viale Trieste e tutto l’armonioso quartiere degli anni ’30 del ‘900 che si sviluppa intorno a Piazza Cappello e Piazza XXV luglio- e anche alle rive destra e sinistra del Crati per ragioni ambientali e archeologiche perché nell’area del probabile tracciato dell’antica via consolare romana, ‘ab Regio ad Capuam’, detta Annia-Popilia.

I sottoscritti sostengono le azioni del Coordinamento che vuole ripensare la città e rinvigorire e rafforzare la consapevolezza che sono i cittadini gli unici titolari del diritto alla città. Cittadini che, insieme, devono avere il potere di dar forma ai processi di urbanizzazione, ai modi in cui le nostre città vengono costruite e ricostruite. Bisogna farlo perché, come scrive David Harvey (2016), il diritto alla città “… non può essere ridotto a un diritto individuale di accesso alle risorse concentrate nella città stessa … perché è un diritto collettivo più che soggettivo, in quanto, per cambiare la città, è necessario esercitare un potere collettivo sul processo di urbanizzazione”.

I sottoscritti, consapevoli della rapidità e della consistenza della speculazione edilizia che si è abbattuta sulla città di Cosenza negli ultimi anni, sostengono con forza la lotta intrapresa dal Coordinamento “Diritto alla città” che -come primo passo concreto per porre un argine alla cementificazione ed alla disarticolazione del tessuto urbano, sociale ed economico cosentino- chiede al Ministero della Cultura ed alla Soprintendenza Abap di Cosenza una “Dichiarazione di notevole interesse pubblico ai sensi dell’art. 136, Comma 1 Lett. C, D.L. n. 42/2004 e S.M.I.” per l’ambito territoriale descritto e delimitato dal suddetto Coordinamento e da noi sinteticamente sopra riportato.

Irene Berlingò, archeologa; Piero Bevilacqua, storico; Roberto Budini Gattai, urbanista; Pierluigi Caputo, archeologo; Ottavio Cavalcanti, antropologo; Domenico Cersosimo, economista; Mariafrancesca D’Agostino, sociologa; Amedeo di Maio, economista; Piero Guzzo, archeologo; Ferdinando Laghi, medico, ambientalista e consigliere regionale; Sergio Nucci, medico; Enzo Paolini, avvocato costituzionalista; Rita Paris, archeologa; Tonino Perna, economista; Battista Sangineto, archeologo; Salvatore Settis, archeologo; Enzo Scandurra, urbanista; Lucinia Speciale, storica dell’arte; Armando Taliano Grasso, archeologo; Vito Teti, antropologo; Alberto Ziparo, urbanista; Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma; Osservatorio del Sud, Cosenza.

Lettera aperta al Ministro Sangiuliano sul Museo di Alarico e sulla statua ‘Brettia’ a Cosenza.

Lettera aperta al Ministro Sangiuliano sul Museo di Alarico e sulla statua ‘Brettia’ a Cosenza.

LETTERA APERTA AL MINISTRO SANGIULIANO SUL MUSEO DI ALARICO E SULLA STATUA ‘DONNA BRETTIA’ A COSENZA.

I sottoscritti ritengono che l’attuale Amministrazione comunale di Cosenza commetta un grave errore nel continuare l’opera dell’ex Sindaco Occhiuto non opponendosi alla costruzione del Museo di Alarico già fermata nel novembre 2018 da un provvedimento dell’allora direttore generale del Mibac, Gino Famiglietti, che revocava, in autotutela, il permesso paesaggistico concesso, all’epoca, dal Soprintendente ABAP di Cosenza Mario Pagano.

I sottoscritti chiedono che l’Avvocatura dello Stato -su impulso del Ministro e della competente Soprintendenza- si appelli presso il Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar Calabria che, nel dicembre 2022, ha annullato il suddetto provvedimento del Mibac dando sostanzialmente il via libera alla costruzione del sunnominato Museo di Alarico.

I sottoscritti si chiedono cosa spinga a voler costruire un Museo -in totale assenza della più piccola testimonianza materiale alariciana e per un costo fra i 7 e i 10 milioni di euro- dedicato ad un invasore che, dopo aver saccheggiato Roma e tutta la penisola nel 410 d.C. -secondo un racconto del solo Iordanes, uno scrittore vissuto 150 anni dopo i fatti- muore, per caso, nei pressi di Cosenza.

I sottoscritti segnalano, inoltre, che all’inutile e costosissima erezione di un Museo alariciano si è, di recente, aggiunto un altro tentativo di falsificazione della Storia costituito dal posizionamento nei pressi del Centro storico cosentino, da parte dell’Amministrazione comunale, di una discutibile opera bronzea, alta circa 2 metri, che raffigurerebbe, nelle intenzioni della scultrice e dei committenti privati, un mitico personaggio femminile la cui esistenza non è mai stata provata. ‘Brettia’ è una figura leggendaria dalla quale alcune mitopoietiche ricostruzioni vorrebbero far discendere non solo l’etnonimo degli abitanti di gran parte della Calabria di età ellenistica, ma persino l’ancor più fantasiosa fondazione di Cosenza.

I sottoscritti ritengono che questi due elementi facciano parte di uno stesso offuscamento della coscienza collettiva e della conoscenza della Storia e che esso conduca all’estrema e perversa conseguenza di una pericolosa e manipolatoria invenzione identitaria che, peraltro, poggia su basi palesemente false.

I sottoscritti sono convinti che solo il restauro complessivo e capillare -che deve necessariamente comprendere gli edifici privati e non, come l’attuale Amministrazione comunale sta facendo, solo gli edifici di proprietà pubblica- della Cosenza storica potrebbe mettere in moto un meccanismo virtuoso nel quale la “redditività” del patrimonio culturale cosentino e calabrese non risiederebbe solo nella sua commercializzazione e nel turismo che esso potrebbe produrre, ma in quel profondo ed indispensabile senso di appartenenza e di cittadinanza ispirato dalla propria Storia e dai valori simbolici ad essa collegati.

I sottoscritti chiedono, dunque, al competente Ministro, Gennaro Sangiuliano, di usare gli strumenti a sua disposizione -amministrativi, di governo e anche di impulso legislativo- per impedire la costruzione del Museo di Alarico ed il posizionamento su suoli e locali pubblici della statua della cosiddetta “Donna Brettia” e auspicano, invece, il restauro degli edifici pubblici e privati del Centro storico di Cosenza che permetterebbe di restituirlo ai cosentini, prima che un acquazzone un po’ più forte lo porti via.

Carla Maria Amici archeologa, Università del Salento
Alessandra Anselmi storica dell’arte, Università di Bologna
Pier Giorgio Ardeni storico, economista, Università di Bologna
Pino Ippolito Armino ingegnere nucleare, Politecnico di Torino
Paul Arthur archeologo, Università del Salento, presidente S.A.M.I.
Domenico Belcastro già Soprintendenza della Calabria
Piero Bevilacqua storico, Università La Sapienza Roma
Vittorio Cappelli storico, Università della Calabria
Club Telesio associazione, Cosenza
Comitato Piazza Piccola associazione, Cosenza
Massimo Covello sindacalista, dirigente CGIL Calabria
Mariafrancesca D’Agostino sociologa, Università della Calabria
Giovanna de Sensi Sestito storica, Università della Calabria
Massimo di Salvatore storico, Como
Lucia Faedo archeologa, Università di Pisa
Amedeo di Maio economista, Università l’Orientale Napoli
Mario Fiorentini giurista, Università di Trieste
Pier Giovanni Guzzo archeologo, Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte
Donatella Loprieno costituzionalista, Università della Calabria
Maria Teresa Iannelli archeologa, Soprintendenza della Calabria
Marta Maddalon linguista, Università della Calabria
Mauro Francesco Minervino antropologo, ABACatanzaro
Tomaso Montanari storico dell’arte, Università per stranieri Siena
Enzo Paolini avvocato costituzionalista
Tonino Perna economista, Università di Messina
Maurizio Pistolesi archeologo, Cosenza
Edina Regoli archeologa, Rosignano Marittimo (LI)
Mimmo Rizzuti sindacalista, Osservatorio del Sud
Battista Sangineto archeologo, Università della Calabria
Francesco Santopolo agronomo, Università La Sapienza Roma
SeminAria cultura associazione, Cosenza
Enzo Scandurra urbanista, Università La Sapienza Roma
Salvatore Settis archeologo, Scuola Normale Superiore Pisa
Nicola Siciliani de Cumis pedagogista, Università La Sapienza Roma
Roberto Spadea archeologo, Soprintendenza della Calabria
Lucinia Speciale storica dell’arte, Università del Salento
Mara Sternini archeologa, Università di Siena
Armando Taliano Grasso archeologo, Università della Calabria
Vito Teti antropologo, Università della Calabria
Giovanni Turone
John Trumper linguista, Università della Calabria
Alberto Ziparo urbanista, Università di Firenze

foto di Ercole Scorza
per adesioni all’appello: osservatoriodelsud@gmail.com

O l’Europa o la Nato, o la pace o la guerra.- di Piero Bevilacqua

O l’Europa o la Nato, o la pace o la guerra.- di Piero Bevilacqua

Come comincia esser noto, la questione ambientale è inseparabile dall’attuale assetto dell’ordine mondiale, dai rapporti e dai conflitti tra gli stati, dalla libertà eslege delle potenze finanziarie private, dallo scatenamento competivo e bellico che oggi domina i rapporti internazionali.I nostri sforzi di contenere il riscaldamento climatico saranno vani se non accompagnati da un progetto di equilibrio multilaterale che metta fine allo sfruttamento selvaggio della della Terra e alle guerre.

Come ha ricordato Luigi Ferrajoli, in Per una Costituzione della Terra (Feltrinelli 2022), è “del tutto inverosimile che 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità”.

Senza dire che proprio il progredire della distruzione delle risorse naturali, l’abbattimento della foreste, il disseccamento dei fiumi, l’inquinamento dei mari, la perdita di terre fertili tenderà a esacerbare la logica dell’accaparramento selvaggio di ciò che resta da parte dì tutti contro tutti. Per tale ragione il perseguimento della pace, al di là delle sue nobili ragioni ideali, della necessità odierna di porre fine alle sofferenze del popolo ucraino,( e di tanti altri popoli), ai danni inflitti all’economia mondiale, si presenta come una necessità ineludibile per il futuro del pianeta. E non solo per i suoi possibili esiti apocalittici.

Da tempo si conoscono non solo i danni all’ambiente che le battaglie sul campo producono in termini di inquinamento chimico dei suoli e delle acque, incendi di boschi, uccisione di animali selvatici, distruzione di ecosistemi, devastazione dei paesaggi. Ma è la stessa macchina militare che in tempo di pace costituisce una fonte gigantesca di distruzione ecosistemica e di alterazione del clima. In una vasta ricerca a più mani di 12 anni fa (Militarization and the Environment: A Panel Study of Carbon Dioxide Emissions and the Ecological Footprints of Nations, 1970–2000 in Global Environmental Politics 2010) i ricercatori ricordano che per realizzare i test sulle armi i militari usano un’ampia gamma di diluenti, solventi, lubrificanti, sgrassanti, carburanti, pesticidi e propellenti come parte del funzionamento quotidiano e della manutenzione delle attrezzature militari. Di conseguenza, concludono gli autori, “producono la maggior quantità di rifiuti pericolosi al mondo”.

Non è difficile crederlo, visto che gli americani mantengono circa 800 basi militari sparse in 60 paesi nei vari angoli del pianeta. Ma rammentiamo che tali dati non tengono conto del crescente impegno militare USA dell’ultimo dodicennio. Secondo i rapporti del Congressional Reaserch Service, aggiornati al 2021, le operazioni militari effettuate da questo paese tra il 1945 e il 1999, cioè in 54 anni, sono stati 100. Ma tra il 1999 e il 2021, in soli 22 anni, ne sono stati condotti ben 184. Cifre che denunciano il crescente impatto ambientale degli impegni militari statunitensi, ma al tempo stesso una linea di strategia geopolitica che oggi appare in tutto il suo colossale conflitto con le sorti del pianeta. Perché il Paese più ricco della terra che, con il 4% circa della popolazione mondiale, divora il 30% delle risorse ed è il principale agente di alterazione del clima planetario, continua una politica di potenza come a perpetuare l’egemonia del ‘900, in spregio degli interessi universali?

Bisogna porsi tale domanda per rovesciare la narrazione dominante che si è imposta per rappresentare la guerra in Ucraina, e per capire il futuro a cui tendono i gruppi che oggi detengono il potere negli USA. Ormai appare evidente da una consistente letteratura internazionale: la guerra iniziata il 24 febbraio con l’invasione russa è stata lungamente perseguita dagli americani con una mirata strategia . Oggi persino Angela Merkel ammette che gli accordi di Minsk tra l’Ucraina e la Russia erano solo un pretesto per prendere tempo e consentire a Kiev di completare il suo armamento sostenuto dagli USA (intervista a Die Zeit del 7 dicembre).

Del resto tutta la storia successiva al 1989 non è che una conferma di questo disegno: l’allargamento a est della Nato, l’aver circondato l’ex nemico di basi missilistiche collocate nei paesi confinanti, non rispondeva solo al fine di un’ ovvia espansione della potenza americana, ma era la premessa per un risultato futuro più sostanzioso: muovere guerra alla Russia, senza rischiare troppo e per conto terzi, col sangue altrui. Grazie alle rivalità interetniche e territoriali tra due nazionalismi contrapposti, l’Ucraina offriva l’occasione più propizia. Ricordiamo che quella strategia ha conseguito vari risultati già prima della guerra. Intanto ha impedito una evoluzione in senso democratico della Russia dopo il crollo dell’URSS. Non c’è modo migliore di favorire il consolidamento al potere di un autocrate che minacciare la sicurezza del suo popolo. Putin è in fondo il risultato della politica americana, che aveva bisogno di un nemico, per giunta odiabile come un tiranno, e della incommensurabile pochezza delle élites dirigenti europee, che avevano un interesse enorme ad attrarre la Russia nella propria orbita, non solo economica.

Per capire l’insostenibile politica imperiale degli USA in un mondo di fatto multipolare, occorre tener presente la sua storia. America first non è una novità. Gli Usa hanno messo sempre i propri interessi davanti a qualunque altro valore, a cominciare dalla democrazia di cui si fanno paladini ingannando l’intero Occidente. Basta chiedere alle madri argentine, ai socialisti cileni, a tutti i democratici dell’America Latina. Ma anche il liberalismo è stato subordinato alle convenienze della propria economia. Un grande storico, Paul Bairoch, definiva gli USA “il paese più protezionista della storia”.

Lo mostra ancora Biden con la Inflation Reduction Act in barba a ogni regola di concorrenza. Ma c’è una vicenda recente meno nota che spiega, (ma non giustifica come necessaria), la politica espansionistica americana. Lo illustra una acuta analisi, condotta da un punto di vista cinese, ma su scala mondiale, quella di Qiaio Liang, L’arco dell’impero (Leg edizioni, 2021) curato e con una densa e informatissima prefazione di Fabio Mini. Negli ultimi decenni gli USA hanno perduto le loro manifatture, fonte di ricchezza reale e di occupazione, puntando sull’alta tecnologia, civile e militare e sulla finanza. Il dollaro staccato dall’oro dopo la fine della sua convertibilità, nel 1971, ha portato i gruppi dirigenti americani a fare della stampa di carta verde, insieme alle armi, uno strumento di sfruttamento delle economie altrui.

Sempre più il deficit commerciale è utilizzato per scambiare ricchezza reale da tutti i paesi del mondo in cambio di carta colorata. E la guerra è uno strumento di espansione del potente settore militare-industriale, ma al tempo stesso di dominio politico che legittima il dollaro e di rastrellamento dei capitali. Laddove arriva la guerra, o anche solo tensioni politiche, i soldi volano via, molti capitali americani tornano a casa e altri vengono attratti. E’ quello che stanno facendo gli USA incoraggiando i movimenti separatisti a Taiwan, a Hong Kong, e in varie altre provincie, con le continue esercitazioni militari nel Mar della Cina, con le promesse di Biden di difendere con le armi l’autonomia dell’ l’isola di Taiwan,ecc.

Queste mosse americane verso la Cina continuano dunque il vecchio copione. Lo sfiancamento economico e l’isolamento della Russia (comunque si concluderà la guerra in Ucraina), prelude a una nuova partita di aggressione per mettere nell’angolo il loro più potente concorrente.

Dunque che cosa è accaduto e accadrà all’Europa? Quando sarà terminato lo slancio di solidarietà ( ma anche di stolido bellicismo) nei confronti dell’Ucraina, riusciranno le élites europee a comprendere la trappola in cui sono stati trascinati insieme alla Russia ? L’Europa impoverita, che perde un grande partner economico come la Russia, obbligata ad accrescere le spese militari, con l’Ucraina distrutta, migliaia di militari e di civili uccisi ( e di soldati russi), e una prospettiva prossima di tensioni internazionali e di nuove guerre?

Un futuro di espansione militare che spinge paesi amici e nemici a incrementare gli armamenti e che, come abbiamo visto, infliggono al pianeta danni di prima grandezza anche in tempo di pace. Allora nessuna politica ambientale dell’UE sarà più credibile, nessun Next Generation UE, nessuna Cop avrà più legittimità, se resta in piedi la Nato, strumento di dominio americano e di conflitti perpetui. La sua permanenza non è compatibile con gli interessi dell’Europa e con il futuro stesso dell’umanità.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Creare occupazione intellettuale, rinnovare lo Stato.-di Piero Bevilacqua Un milione di posti di lavoro

Creare occupazione intellettuale, rinnovare lo Stato.-di Piero Bevilacqua Un milione di posti di lavoro

Si può creare un milione di posti di lavoro con una iniziativa governativa e non è una barzelletta di Berlusconi. E senza generare nuovo debito. Lo documenta un progetto elaborato da un gruppo di studiosi dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale: Guido Ortona, Filippo Barbera, Francesco Pallante e altri. Il meccanismo è semplice: si tratta di imporre un prelievo dell’1%, una tassa di solidarietà, sulla ricchezza finanziaria con quota esente di 300 mila € e per un periodo limitato di circa 4-5 anni.

Un prelievo, si badi, da attuarsi sui 5.000 miliardi di euro che è l’attuale ammontare della ricchezza finanziaria degli italiani. Su quest’ultimo aspetto la nostra stampa sorvola sempre e comprensibilmente, visto il ruolo che gioca in difesa dei ceti abbienti. Il nostro è un paese composto da famiglie ricche che vivono in una società sempre più povera. Una ricchezza immobile, che blocca l’Italia intera.

Da questo immenso patrimonio, col prelievo proposto, si ricaverebbero oltre 27 miliardi di euro che diventerebbero stipendi per un milione di persone assunte nella Pubblica Amministrazione. Stipendi equivalenti a quello di un professore di scuola media intorno a 1.400 € al mese. Questa trasformazione del risparmio finanziario in stipendi avrebbe uno straordinario effetto moltiplicatore sull’economia: aumentando i redditi accrescerebbe i consumi e migliorerebbe al tempo stesso il rapporto tra debito pubblico e PIL.

Ma l’aumento degli stipendiati accrescerebbe il gettito fiscale allo stato, con vantaggio per le sue capacità di investimento pubblico, innalzerebbe l’efficienza della macchina amministrativa, con beneficio per l’economia, la qualità dei servizi. Nel giro di 5 anni, è stato calcolato, i 27 miliardi prelevati ne genererebbero ben 40. E Il lieve prelievo sugli alti redditi potrebbe essere anche annullato dopo 5 anni. Questo, dunque, costituirebbe uno dei più vantaggiosi investimenti pubblici oggi realizzabili.

Ricordiamo che negli ultimi 20 anni in tanti settori, nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nell’Università, un elevato numero di personale è andato in pensione e non è stato sostituito. E noi siamo infatti i più sguarniti nei ranghi della Pubblica Amministrazione. rispetto ai grandi paesi europei. Significativamente l’Italia crea in Europa meno laureati, ma tra questi ha il numero più elevato di disoccupati rispetto agli altri grandi partner continentali.

Il nostro Mezzogiorno conosce da anni questo fenomeno devastante: ragazzi con la laurea in tasca, spesso anche un dottorato o un master, scappano in qualche città del Nord e soprattutto all’estero in cerca di fortuna. Una parte grande del dramma dei giovani laureati meridionali e non solo meridionali ha qui la sua origine: la PA non li recluta, come accade in Francia, in Germania o nel Regno Unito e loro emigrano in Francia, in Germania e nel Regno Unito. Le nostre famiglie investono una parte rilevante del loro reddito per formare i propri figli e questi, alla fine del ciclo scolastico-universitario, mettono la propria cultura e competenza a servizio di altri Paesi.

Dunque siamo di fronte a un progetto ragionevole, assolutamente sostenibile sotto tutti i profili, anche quello organizzativo: si potrebbe svolgere ogni anno un concorso pubblico per 200 mila candidati e nel giro di 5 anni 1 milione di giovani sarebbe in organico. Meno disoccupati, meno giovani frustrati e in fuga, maggiore coesione sociale, incremento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione, crescita complessiva della ricchezza nazionale. Una possibilità che dipende esclusivamente dalla volontà politica.

Un nuovo partito. Come e perché.-di Piero Bevilacqua

Un nuovo partito. Come e perché.-di Piero Bevilacqua

L’aspetto più incoraggiante di questi ultimi giorni, nei quali
riflettiamo con delusione e frustrazione sui risultati elettorali di
Unione Popolare, è la volontà, espressa da tutti coloro che
intervengono coi loro commenti, di continuare la nostra avventura. Si
legge la stessa determinazione con cui abbiamo affrontato, nelle
condizioni più avverse, la sfida quasi impossibile di raccogliere, nel
cuore di una delle estati più torride del millennio, le decine di
migliaia di firme richieste per la partecipazione alla campagna
elettorale. E bisogna aggiungere che pari ostinazione hanno mostrato
migliaia di cittadini, i quali hanno affrontato in paziente fila, il
sole ustorio di agosto per potere apporre la loro firma.

Dunque volontà di continuare il nostro progetto come del resto avevamo
promesso. Ma come? In che forma, con che modalità organizzativa?
Dobbiamo fare il salto da una lista elettorale imbastita
precipitosamente – ma, bisogna riconoscere, ammirevolmente ben fatta –
a una struttura più stabile, pensata accuratamente nei suoi organismi
rappresentativi, in grado di garantire democrazia ed efficienza
operativa. Non è un obiettivo che si raggiunge in un giorno, ma
bisogna, con il concorso di tutti, gettare da subito le prime
fondamenta su cui costruire l’edificio.

A mio avviso sarebbe molto utile organizzare intorno a metà ottobre
quella Assemblea costituente di due, tre giorni che De Magistris aveva
proposto prima che dovessimo affrontare le elezioni anticipate.
Sarebbe innanzitutto um modo di reincontrarci o di conoscerci per la
prima volta. I compagni e le compagne sentono anche un gran bisogno di
raccontarsi, di narrare le loro esperienze, esprimere le loro
critiche, suggerimenti, proposte. La volontà militante – che
purtroppo, di questi tempi, non è una virtù civile diffusa – si
rafforza se tutti si sentono protagonisti di un progetto, se hanno
diritto di parola, alla pari con gli altri.

Naturalmente occorre arrivare all’appuntamento con qualche idea
organizzativa. L’appuntamento deve essere in parte una festa ma deve
concludersi con indicazioni operative ben chiare, perchè tutte e tutti
tornino a casa sapendo come proseguire. Provo perciò a buttare giù
delle idee da prendere come contributo sperimentale alla discussione
che seguirà. E la prima cosa che mi sento di dire è che – con tutte le
variazioni, declinazioni originali che possiamo immaginare –io non
vedo organizzazione più efficiente, capace di tenere insieme
pluralismo delle idee e capacità di azione, del partito.

Il partito, non dimentichiamolo, è “l’organizzazione della volontà collettiva”
(Gramsci) è una grande conquista della modernità, ha sottratto gli
individui al loro isolamento molecolare e ne ha fatto una comunità di
lotta, un protagonista di prima grandezza dell’età contemporanea in
tutto il mondo. Anche se adesso i partiti non sono, almeno in Italia,
che agenzie di marketing elettorale, noi dobbiamo tentare questo
modello, sapendo che abbiamo intorno altre forze di sinistra con cui
dobbiamo dialogare e un arcipelago vastissimo di associazioni,
circoli, gruppi che non faranno mai parte di un partito, ma che
saranno i nostri compagni esterni nelle varie battaglie e mobilitazioni
che condurremo.

Un partito necessita di un portavoce e noi l’abbiamo.Chi ha seguito De
Magistris anche nelle poche apparizioni televisive ha potuto
constatare la sua capacità di rappresentarci e di dare calore
comunicativo ai punti del nostro programma. Questo al netto della sua
esperienza politico-amministrativa che nessuno di noi possiede.
Naturalmente, come ho sempre sostenuto, se il suo ruolo e la sua
figura nel nostro collettivo, sono naturaliter preminenti, dobbiamo
evitare di imboccare la strada del partito del leader.

Questa tendenza, ormai dominante dappertutto, va contrastata come effetto
dello svuotamento di democrazia che i partiti hanno subito negli
ultimi decenni, soprattutto in Italia. In concomitanza, del resto, con
la torsione autoritaria che ha investito l’intera società, a
cominciare dai sistemi elettorali. Il neoliberismo non ha liberato
nessuno, ha creato nuovi vincoli e nuove servitù. Mentre la società
dello spettacolo tende a rappresentare la politica come un gioco di
società tra leader facendo scomparire tutti gli altri.

Quindi il portavoce deve avere attorno un gruppo
dirigenterappresentativo delle varie anime di UP, che al momento sono
i dirigenti delle forze politiche che la compongono. Potremmo
chiamarla Segreteriao Direttivo, si vedrà. Naturalmente in seguito
bisognerà inventare procedure elettive che garantiscano un
funzionamento pienamente democratico. E va da sé che occorrerà
elaborare uno statuto. Potrebbe essere il caso di convolgere un gruppo
di saggi – personaggi di prestigio esterni a UP – che ci aiutino in
questo compito di selezione e fondazione delle regole di democrazia
interna.

Un altro organismo che al momento io vedo necessario, per un primo
assetto organizzativo, è un Comitato territoriale, vale a dire un
organo in cui siano presenti i rappresentanti di tutti i territori,
che si riunisce con una periodicità da stabilire. Si dovrà poi capire
se una rappresentanza di dimensione regionale sia la misura più giusta
e meglio gestibile.

Scendendo al livello organizzativo di base, cioé alla necessità di
creare delle unità organizzative che possiamo chiamare
circoli,sezioni, presidi , case del popolo o in altro modo, si pongono
dei problemi politici rilevanti, anzi, il problema politico principale
per la costruzione di un partito. Vale a dire il passaggio di
Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Dema e tutte le formazioni
minori alla nuova creatura chiamata Unione Popolare.

Voglio premettere che io sono uno storico e per giunta un vecchio militante e posso
capire forse più di altri l’attaccamento quasi carnale di tanti
compagni alle proprie bandiere. So che in quel legame c’è un pezzo di
storia della propria vita, battaglie, sacrifici personali, marce e
nottate. Per questo ho il massimo rispetto per tali sentimenti di
fedeltà, che davvero splendono di nobiltà di fronte alle giravolte dei
voltagabbana della nostra scena parlamentare e partitica.

Ma la politica, specie quella che ha l’ambizione di cambiare il mondo, è
consapevolezza del proprio tempo e coscienza della propria storia. E
la nostra, non dimentichiamolo, negli ultimi decenni è stata una
storia di divisioni e lacerazioni. Dobbiamo essere consapevoli che se
non vogliamo limitarci a fare opera di testimonianza, ma abbiamo
l’ambizione di ottenere largo consenso dagli italiani, diventare forti
per aiutare chi è stato emarginato, noi non possiamo presentarci come
i resti di un esercito sconfitto.Diciamo la verità: Rifondazione,
Potere al Popolo, Dema appaiono agli osservatori esterni come la
testimonianza della sempiterna divisione della sinistra. Aggiungo qui
un’altra considerazione: è il nostro vasto e disperso popolo di
militanti e semplici elettori, deluso e scoraggiato, che vive come un
dramma le nostre divisioni. Ne ho avuto ulteriori, molteplici prove
durante la campagna elettorale. E il fatto di non accorgercene è la
nostra maggiore colpa e una delle causa della nostra perdurante
marginalità.

Dunque l’Unione Popolare è un passo in avanti, una conquista a cui
occorre guardare con fiducia e generosità, puntando a rendere
tendenzialmente ancora più vasto il campo dell’ unità con le altre
forze anticapitalistiche che esistono in Italia. Ricordo che
Melanchon, Iglesias, Corbin, Ken Loach, non avrebbero espresso il loro
autorevole appoggio alle singole forze se esse non si fossero
presentate sotto il simbolo unitario dell’Unione.

Passando perciò ai più terrestri problemi organizzativi io credo
necessario,con tempi di maturazione che varieranno da situazione a
situazione, che occorre creare dovunque sia possibile circoli,
sezioni, case del popolo, ecc , con l’insegna di Unione Popolare,
magari unificando le poche forze che abbiamo anche in uno stesso
locale. Bisogna imparare a vivere insieme: anche questa è intelligenza
politica, lavoro di costruzione del partito. Quanto più realizziamo ed
esprimiamo spirito unitario tanto più diventiamo e appariamo forti e
credibili.

E qui vorrei concludere con tre osservazioni e proposte. Dobbiamo
trasmettere ai cittadini il senso della nostra utilità sociale. Oggi,
fondatamente, la maggioranza degli italiani – come testimonia anche il
crescente astensionismo – considera gli esponenti dei partiti come un
ceto sociale parassitario. Vendono propaganda elettorale e in cambio
ricevono i nostri voti: cioé soldi, potere, privilegi, visibilità
mediatica in cambio di nulla. Quando non compiono scelte
antipopolari…

Noi siamo diversi, abbiamo programmi alternativi, ma
non abbiamo ancora fatto niente, come Unione Popolare,per convincere i
cittadini che siamo diversi e che potremmo realizzarli.Molto
opportunamente, De Magistris ha cercato di smarcarsi da questa
immagine, di rendersi credibile nel grande frastuono pubblicitario
della campagna elettorale, ricordardo la propria esperienza di
sindaco.Ma noi siamo agli inizi e dunque dico che i nostri presidi nel
territorio devono assomigliare a sedi di volontariato.

I cittadini del quartiere devono vedere in esse non soltanto il luogo dove si discute
di politica, ma dove si insegna un po’ di italiano agli immigrati, si
organizzano i GAS per portare le cassette di cibo a casa degli
anziani, si aiutano le persone inesperte a risolvere al computer i
loro problemi amministrativi. Attenzione a quest’ultimo aspetto:
l’anafabetsimo informatico di tanti cittadini costituisce oggi una
limitazione dei loro diritti. E’ come l’analfabetismo totale degli anni
’50. Ma questi nostri centri dovrebbero essere in grado, con altre
forze, di organizzare campagne ambientaliste con i giovani, i quali
oggi sembrano interessati solo a questa forma di militanza. Quindi
giornate dedicate alla pulizia dei giardini pubblici, delle spiagge,
per la piantumazioni di alberi in città, ecc.

Ma c’è un altro aspetto su cui voglio richiamare la vostra
attenzione:noi dobbiamo distinguerci nel linguaggio, parlare davvero
ai sentimenti delle persone, scambiare esperienze umane anche senza
volontà di coinvolgimento politico.L’ideologia neoliberistica ha
ridotto la società a una giungla competitiva e noi dobbiamo
combatterla a partire dal nostro comportamento, dalle nostre parole.

I cittadini non hanno solo bisogno di vedere abbassate le bollette e
aumentati i salari, vorrebbero sentire risuonare di nuovo le parole
dell’amicizia, della solidarietà, della fratellanza e della
sorellanza. Prendiamone atto: un Grande Inverno ha inaridito i
sentimenti che avevano tenuto insieme milioni di persone, unite dalle
stesse speranze e dagli stessi sogni.Le nostre città sono aggregati di
solitudini frettolose: perciò occorre creare momenti di pausa, di
fermo, di incontri senza fini utili, di festa, di bighellonaggio, di
sberleffi alla società agonistica, spietata e stupida della corsa al
danaro.

Organizziamo giornate di rivolta civile spese per strada e
nelle piazze a chiacchierare con gli amici, giocare con nostri figli e
nipoti, coi nostri animali.Rendiamo consapevoli le persone di essere
incalzate dal potere in ogni momento della loro vita, insegniamo loro
a liberarsi. Al tempo stesso dobbiamo esprimere un atteggiamento di
cura verso l’altro perché oggi lo dobbiamo avere anche per la natura,
ferita dal nostro saccheggio. Noi saremo davvero il nuovo mondo
possibile se riusciremo a legare insieme la fratellanza fra di noi con
quella per tutte le altre creture viventi oggi in pericolo.Il rapporto
con il mondo cattolico sensibile al messaggio di papa Francesco, ma
anche con le compagne e i compagni che si raccolgono nella Società
della cura, con tanti movimenti ambientalisti, i ragazzi di Fridays
for Future, ecc. diventa in questo modo possibile.

Infine una proposta che ho già avanzato e che ripeto.Io ho i rapporti
personali necessari per poter organizzare una Scuola di cultura
politica e ambientale online, capace di diventare, con una lezione da
remoto ogni settimana, un nostro marchio culturale e al tempo stesso
uno strumento di formazione, di allargamento della nostra influenza,
di arricchimento e unificazione della soggettività politica di tanti
italiani, di dialogo con le altre forze di sinistra.Ogni settimana uno
studioso terrà una lezione su un tema di sua competenza, che gli verrà
richiesto secondo un calendario da costruirsi, così che centinaia di
migliaia di persone possano ascoltarla in ogni angolo d’Italia.

Ma per fare questo occorre una grande piattaforma informatica.Lo strumento,
tra l’altro, che ci può consentire l’informazione alternativa alla
manipolazione sistematica della TV capitalistica. Questione non solo
tecnica, ma anche politica. Occorre che le mailing list di Dema,
Rifondazione, Potere al Popolo e delle altre formazioni si fondano.
Ancora una volta dunque occorre un altro salto verso l’unificazione di
Unione Popolare.

Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Le note che seguono non sono un’analisi del risultato elettorale – per
la quale ci vorranno più dati e più tempo – ma un insieme di
considerazioni che spero utili in un momento di delusione e amarezza.
I dati sono al di sotto delle nostre aspettative e si inscrivono
peraltro in un contesto di grave arretramento del quadro politico
generale.Il successo elettorale di un esponente della destra
ex-fascista, candidata addirittura a diventare presidente del
Consiglio è l’ultimo segnale del grave processo di declino non solo
politico, ma anche culturale e direi di civiltà del nostro Paese.

Ma su questo torneremo. In questo momento l’errore che noi di Unione
Popolare non dobbiamo commettere è di andare a caccia dei nostri
errori. L’unica cosa che possiamo rimproverarci è che avremmo potuto
anticipare di qualche mese la nostra uscita pubblica e forse avremmo
avuto qualche punto in più.Ma per il resto , se siamo intelligenti e
realisti, dobbiamo interpretare la nostra campagna elettorale come un
episodio di eroismo civile, un impegno generoso e senza risparmio di
migliaia di compagne e compagni che hanno lottato contro il tempo, il
caldo, la burocrazia, la mancanza di soldi, la latitanza spudorata dei
media, la malafede di giornalisti e politici che hanno cercato di
cancellarci. La mia campagna elettorale, tra Roma e Catanzaro – ma
posso parlare anche a nome di altri candidati – è stata una delle più
belle esperienze politiche della mia vita , per il calore umano,
l’altruismo, la generosità da cui sono stato circondato in questi due
mesi.

Come spiegare il risultato deludente? Non pretendo di rispondere
esaurientemente, ma svolgo un paio di considerazioni. Siamo onesti.
Noi, Unione Popolare, presentandoci alle elezioni, non abbiamo fatto
altro che ripetere quello che la sinistra radicale non fa che tentare
da 20 anni. Sonnecchia per 4, 5 anni e si desta ogni volta al momento
delle elezioni con un nome sempre nuovo, Arcobaleno, Alba, ecc.
Bisogna averlo chiare in testa: nella situazione che si è determinata
nel nostro Paese non è possibile conseguire un risultato soddisfacente
se ci si fa vivi solo per chiedere il voto.In una parola per domandare
al cittadino elettore di darci la possibilità di entrare in Parlamento
in cambio delle nostre promesse elettorali. Vale a dire senza prima
aver conosciuto quel cittadino negli anni precedenti, aveva ascoltato
i suoi bisogni, averlo incontrato in quartiere o davanti al luogo di
lavoro.

Ai compagni che dicono: “non abbiamo saputo comunicare il nostro
messaggio”, dico che non è così. Questa volta avevamo un comunicatore
eccellente come Luigi De Magistris e non ha funzionato lo stesso. Non
si tratta di capacità comunicativa. L’elettore non si limita a
giudicare la qualità della proposta politica, valuta anche la forza e
la capacità di realizzarla effettivamente. Se chi formula il messaggio
è debole non viene creduto, pure nel caso che l’elettore apprezzi la
qualità intrinseca delle proposte. Bisogna che tutti capiamo una cosa
fondamentale: la sinistra radicale è intrappolata in un circolo
vizioso: si presenta alle elezioni sempre debole, piccola e
minoritaria e non viene creduta nonostante la nobiltà dei suoi
programmi, anche perché in Italia sulle elezioni domina sempre la
logica del voto utile.

Dunque, nessun errore di linea, di proposta, di progetto.Non
autoflagelliamoci, non è qui il punto. La nostra brevissima vita di
soggetto politico ha patito moltissimo la grave faziosità dei media e
soprattutto della TV. Un uomo come Calenda, un senza partito, senza
storia, con quattro idee in testa è stato tutti i giorni nelle nostre
case e ha avuto il risultato di un partito (insieme al suo degno
compare). Quello della TV e dell’informazione è una grave questione
nazionale.

Noi abbiamo assistito per giorni e giorni alle pompose
cerimonie dei funerali della regina Elisabetta, senza che si levasse
una sola voce che gridasse al carattere culturalmente e politicamente
oltraggioso di quella ossessionante esibizione. Chi era Elisabetta?
Era,forse, Einstein, Picasso, Fleming, Touring, Marcel Proust? Quale contributo
ha dato all’umanità? Era stata solo il simbolo sopravvissuto al
medioevo di un ex impero coloniale, che aveva sfruttato per quasi
quattro secoli gran parte del globo terraqueo. Quelle parate
televisive sono state un indegno inno al potere più assoluto, quello
ereditato, un relitto del passato che suona come un’onta alla
democrazia del ‘900.

E’ riflettendo sul ruolo della TV e dei grandi giornali che si
comprende anche il successo della Meloni. Questi media per anni hanno
accreditato il PD come La Sinistra e hanno finito così con lo
screditare perfino la parola, dal momento che quel partito e i suoi
satelliti hanno di fatto condotto una politica antipopolare, che ha
creato marginalità e povertà in tanti strati, finendo così col
mostrare nella destra estrema l’alternativa illusoria di un possibile
cambiamento.

Non so cosa possiamo fare contro questa TV. Ne parleremo. Ma è certo
che dovremo al più presto dotarci di uno strumento alternativo di
comunicazione. Dobbiamo screditare la TV come luogo di menzogne
pubblicitarie, creare un canale di informazione e di circolazione
delle nostre elaborazioni che giunga a centinaia di migliaia di
persone.

Care campagne e compagni, non scherzavamo quando dichiaravamo che le
elezioni erano solo un inizio. Plaudo all’incoraggiamento di Maurizio
Acerbo a nome di Rifondazione Comunista che ci esorta a continuare. Ci
aspetta un lavoro di lunga lena. Io personalmente sono pronto con
tanti altri studiosi ad avviare una Scuola di cultura politica e
ambientale on line per parlare alle migliaia di giovani che cercano
una parola di orientamento in una fase di gravissima quanto
sottovalutata crisi ambientale.Attendo che qualcuno realizzi una
piattaforma unitaria per tutta l’Unione.

Ma termino dicendo che tutti e tutte sentono l’esigenza di
confrontarsi, di scambiarsi le esperienze di questi due mesi, le
critiche, le proposte sul da farsi. Perciò inviterei Luigi de Magistris a prendere
al più presto l’iniziativa di una “Assemblea costituente”, come lui
l’immaginava prima che la situazione precipitasse con la caduta del
governo.

Il piccolo commercio contro i centri commerciali.-di Piero Bevilacqua

Il piccolo commercio contro i centri commerciali.-di Piero Bevilacqua

I centri commerciali e i grandi supermercati cementificano suolo e fanno danno all’ambiente. Ma procurano altro danno perché, per andarci, si deve prendere l’auto, accrescendo il traffico, lo smog e i disagi negli spostamenti.Producono danni alle città, perché fanno fallire il piccolo commercio, le botteghe di quartiere, i negozi dei centri storici, creando il deserto. Fanno danno alle persone anziane, che spesso perdono i negozi sotto casa e devono usare i mezzi per andare a fare la spesa.

I centri commerciali, grandi supermercati anonimi, creano frustrazione al cittadino consumatore. Il piccolo commercio rende vivi e personali i rapporti umani, consente il dialogo tra venditore e acquirente, mentre i negozi diventano luoghi quotidiani di incontro con gli abitanti del quartiere.Occorre favorire dunque negozi e botteghe con agevolazioni fiscali, potenziando le economie locali contro le multinazionali del commercio,che portano altrove i nostri soldi, per far rivivere le nostre città, accrescere il benessere collettivo. Unione popolare, mette le persone al centro.

Riportiamo la vita nei quartieri

Torniamo a riempire di vita i quartieri. Nessun rione deve essere privo di un parco giochi, di un dopolavoro, di un cinema, di un ambulatorio medico, di un centro di volontariato che aiuti le persone in difficoltà, di un asilo nido e una scuola materna, di un orto comune, di una palestra, di una piazza attrezzata.Occorre creare un centro di assistenza digitale per i cittadini che son privati sempre più dei diritti civili comportanti il possesso di un computer e un minimo di competenza informatica.

Rendiamo gli spazi esterni luoghi di vita in comune, togliamo gli anziani dalla solitudine dei condomini, sottraiamo bambini e ragazzi alla dipendenza degli smartphone, restituiamoli alla gioia dei giochi e delle corse in strada.

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Cambiare la scuola.-di Piero Bevilacqua

Cambiare la scuola.-di Piero Bevilacqua

(Parte Prima )

La scuola non ha il compito di preparare al lavoro, che costituisce solo una delle dimensioni in cui si realizza la vita umana. Tra l’altro il lavoro è destinato a una rilevante riduzione nelle nostre società, sempre più dominate dall’informatica e dai processi di automatizzazione. Tecnologie che richiederanno sempre più intelligenza e immaginazione per il loro impiego creativo, che non mera capacità di strumentazione tecnica. La scuola non deve fornire “competenze” per un futuro mestiere, che configuri precocemente l’individuo lavoratore, ma deve formare la personalità dei ragazzi, arricchire la loro cultura, il pensiero critico, l’attitudine alla ricerca e alla soluzione dei problemi.

Cambiare la scuola
(Parte Seconda )

La scuola deve anche cercare di fare emergere negli allievi che ne sono dotati, anche il loro talento manuale, la loro inclinazione al pragmatismo dei mestieri. Pensiamo che in tante abilità della nostra tradizione artigianale si trasmettano saperi che non devono andare perduti. Al tempo stesso la scuola non deve deprimere lo sviluppo della libera creatività, dei sentimenti, della sfera complessa degli affetti. I nostri ragazzi, le nostre adolescenti non sono scatole da riempire di nozioni, sono esistenze, spesso emotivamente fragili, che l’utilitarismo sempre più spinto del pensiero unico può stritolare. Non è meno importante formare delle personalità positive e stabili che allievi colti e preparati. La scuola deve contribuire alla formazione di uomini e donne, non di soldatini di un esercito del lavoro.

Cambiare la scuola
(Parte Terza )

I ragazzi e le ragazze si possono avvicinare al mondo delle imprese, non per essere addestrati, ma per arricchire la loro conoscenza della vita reale, per scorgere da vicino le mirabilia della tecnologia produttiva del nostro tempo, e al tempo stesso la fatica degli uomini e delle donne che producono la ricchezza nazionale. Possono accostarsi al vasto mondo dell’artigianato per conoscere la genialità del lavoro manuale e dei mestieri e per scoprire anche proprie attitudini e vocazioni. Possono e debbono entrare nelle aziende agricole per comprendere come funziona la chimica del suolo, come il fiore degli alberi si trasforma in frutto, come il sole e l’acqua agiscono sulle piante, così da vedere ricomposti nell’unità vivente della natura i fenomeni che le discipline scolastiche dividono in chimica, botanica, fisica, ecc. E’ in questo modo che si può fare apprendimento multidisciplare fuori dalle aule scolastiche. Il paesaggio, le campagne, la natura, dunque, letti come libro vivente in cui saggiare una modalità diversa di accostarsi alle scienze, impadronendosi di un’etica nuova della conoscenza.

Cambiare la scuola
(Parte Quarta )

La scuola non deve diventare “adeguata alla società”, intendendo per società il mercato del lavoro e l’universo dei valori consumistici. La scuola deve diventare adeguata ai problemi del mondo complesso in cui viviamo, che non si esaurisce nella sfera della produzione, ma comprende i conflitti che lo agitano, i dilemmi di una natura gravemente vulnerata nei suoi equilibri, le disuguaglianze che lacerano le società umane. La scuola deve diventare adeguata ai saperi umanistici e scientifici che la ricerca più avanzata mette continuamente a disposizione delle istituzioni formative. Essa deve appropriarsi della visione olistica con cui i saperi scientifici, superando le tradizionali divisioni disciplinari, guardano oggi al nostro pianeta: come un tutto unificato da relazioni complesse e spesso invisibili. Occorre ridare unità al sapere e incoraggiamento all’insegnamento di tale sapere.

Cambiare la scuola
(Parte Quinta )

La scuola, come vuole la nostra Costituzione, costituisce un fondamento imprescindibile della mobilità sociale. Essa deve essere dunque pensata come strumento per fornire pari opportunità a tutti i ragazzi e ragazze, indipendentemente dalle loro provenienze familiari. Per questa ragione essa ha bisogno di risorse supplementari per intervenire sul proprio territorio, ridurre la dispersione scolastica, combattere la tendenza che la marginalità sociale ha di trasformarsi in marginalità culturale.
La scuola non può essere pensata fuori dal territorio in cui vive, anche perché dentro di essa precipitano i problemi sociali del nostro tempo. Le grandi migrazioni in atto sconvolgono tutto il nostro quadro sociale. Sempre più nuove culture e saperi e tradizioni di altri popoli si incontrano con la cultura occidentale.La scuola deve dunque essere messa in condizione di accettare le sfide inedite che le si presentano, aprendosi al dialogo interculturale, creando le basi di un nuovo cosmopolitismo, senza il quale il mondo diventerà una Babele ingovernabile, lacerata da guerre e conflitti.

Cambiare la scuola
(Parte Sesta)

Le riforme degli ultimi 20 anni, ispirate al compito di piegare gli istituti della formazione alle necessità immediate delle imprese, ha creato dentro la scuola, così come dentro l’università, un’ossessione normativa, un’ansia di controllo dei risultati, che sta soffocando la libertà dell’insegnamento, sta piegando il pensiero umano sotto il calco unidimensionale della prestazione efficiente. Occorre un’opera radicale di smantellamento e di delegificazione, che liberi la figura dell’insegnante dagli infiniti obblighi di rendicontazione che oggi l’opprimono, che gli restituiscano il tempo per lo studio, per l’insegnamento, per il dialogo con i ragazzi. Una scuola assillata dagli obblighi dei risultati si trasforma in una macchina burocratica che uccide ogni creatività. Creatività: la più rara materia prima per costruire un degno avvenire.Occorre infine comprendere che i dispositivi elettronici e gli apparati digitali che gli attuali legislatori spacciano quale frontiera dell’innovazione culturale e didattica, sono in realtà pura strumentazione tecnologica, che rimane vuota senza i contenuti, gli interrogativi fecondanti del sapere. Essa è un mezzo, per quanto utile e importante, non il fine e non può surrogare lo studio, la riflessione, il dialogo.

Cambiare la scuola
(Parte Settima)

Occorre una decisa politica d’investimento, indispensabile per mettere davvero al centro la scuola e la ricerca, per invertire la rotta di marginalizzazione del Paese e di esclusione di strati sociali e aree geografiche drammaticamente sempre più estese. Occorre liberare gli istituti scolastici da compiti impropri e gli studenti dall’attuale saturazione dei tempi, mettendoli nella condizione di sperimentare che il tempo dell’apprendere, del creare e dell’immaginare, della meditazione interiore, della consapevolezza di sé, è un tempo disteso, non quello soffocato delle mille cose mordi e fuggi, dei mille addestramenti, dei cento attestati. Tale restituzione alla scuola dei suoi compiti più propri deve ridare all’insegnante una dignità ormai compromessa: dignità nella costruzione di un sapere che docenti e studenti realizzano insieme, in una relazione umana reale, dialogica, con un impegnativo lavoro quotidiano. Perché lo studio è lavoro. La dignità dell’insegnante si realizza anche potenziando la sua cultura e la sua formazione, fornendo a questa figura l’opportunità di un aggiornamento continuo, grazie a un rapporto costante con le nostre università, alla possibilità di usufruire di periodi sabbatici di studio e di frequentazione di corsi, tirocini, lezioni.

Cambiare la scuola
(Parte Ottava)

Occorre bandire l’ideologia meritocratica, (che non significa disconoscere il merito), pensata per fabbricare l’individuo competitivo. La nostra società è già divorata da un agonismo economico sempre più spinto, oltre il quale c’è il conflitto armato. Noi dobbiamo realizzare nella scuola la cooperazione educativa, insegnare ai ragazzi la capacità di lavorare insieme, di riconoscere la cultura e la dignità dell’altro, di costruire già nella scuola la società solidale di cui l’umanità ha una drammatica esigenza. Noi non abbiamo bisogno di sempre più merci e sempre più a buon mercato, di beni che ormai saturano gli spazi quotidiani, non dobbiamo soddisfare bisogni sempre più indotti e superflui. La nostra necessità, oggi e per il prossimo futuro, è una società cooperativa e concorde, che si prenda cura delle risorse naturali minacciate da una predazione insensata e da una popolazione planetaria crescente. Senza un profondo mutamento dei paradigmi educativi, che guardino alla Natura come un bene comune da preservare, all’umanità come una sola famiglia con pari diritti, l’avvenire probabile sarà una guerra distruttiva di tutti contro tutti. “Può darsi – ha ammonito George Steiner – che tuttto finisca in un massacro”.

Cambiare la scuola
(Parte Nona)

La scuola va cambiata nei suoi contenuti, ma anche nelle sue strutture e nella sua organizzazione interna. E’ necessario un piano straordinario e immediato di messa in sicurezza e adeguamento degli edifici scolastici spesso vecchi, pericolanti, dotati di servizi inadeguati. E’ opportuna la stabilizzazione del personale precario della scuola con almeno 36 mesi di servizio con procedura speciale. Occorre eliminare le classi pollaio (non oltre 20 alunni per classe) con conseguente aumento del personale docente e tecnico-amministrativo, che preveda anche la presenza del medico e psicologo scolastico. Rivendichiamo una Scuola dell’infanzia comunale o statale garantita a tutti a partire da 3 anni, e la costruzione di asili nido pubblici in tutto il paese.Fine dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria.Abolizione della riforma della “Buona scuola”, cancellazione della riforma Bianchi per ill reclutamento del personale docente.Libri gratis alle medie e alle superiori. Mezzi pubblici gratis fino a 18 anni. Cinema e teatro gratis fino a 18 anni.

Foto di Wokandapix da Pixabay

Come difendersi dai disastri climatici?.-di Piero Bevilacqua

Come difendersi dai disastri climatici?.-di Piero Bevilacqua

I tecnici dei vari partiti politici immaginano che le frane e le
alluvioni che sconvolgono il nostro Paese si contrastano con opere di
ingegneria, creando qua e là cantieri, arginando qualche torrente,
contenendo qualche frana, affidando appalti qua e là ecc.Certo, anche
queste singole opere sono necessarie.

Ma si tratta di interventi
isolati di riparazione, che peraltro, come mostra l’alluvione delle
Marche, non si riescono neppure a realizzare. Per una strategia più
ampia occorre avere presente quella che è la più grave questione
territoriale dell’Italia: la dorsale appenninica, che attraversa
l’intera Penisola, è sempre più spopolata e abbandonata, mentre la
popolazione, le aziende, le infrastrutture si concentrano nelle
pianure e valli litoranee, con un intasamento crescente e in avvenire
pericoloso.

Sulle alture, che in Italia occupano poco meno dell’ 80%
del territorio, il suolo, per secoli coltivato e presidiato dalle
famiglie contadine, rimane sempre più alla mercé degli eventi
atmosferici. Nessuno inalvea più le acque correnti, crea invasi, cura
il bosco, ripara i muretti di contenimento. Cosi tutti i processi di
dilavamento e di erosione precipitano a valle senza più controllo
nella zona più ricca del Paese, creando le distruzioni a tutti note.
Dunque per affrontare i disastri occorrono interventi immediati, dove
esistono i pericoli, ma soprattutto una strategia di più lunga lena.

E’ necessaria una politica adeguata per limitare gli incendi dei boschi
(come quella adottata da Tonino Perna nel Parco d’Aspromonte).Occorre
abbandonare gli edifici che negli ultimi anni sono stati costruiti
nelle golene dei fiumi, quando non direttamente negli alvei.La natura
va rispettata e non irresponsabilmente sfidata. Bisogna ridurre a zero
la cementificazione dei suoli. Prendiamo ormai atto che le terre
d’altura saranno sempre più preziose in futuro perché meno soggette ad
allagamenti. E’ perciò necessario riportare la popolazione in queste
aree, offrendo ad essa vantaggi economici. E non pensiamo solo ai
nostri ragazzi e ragazze.

Noi facciamo morire nel Mediterraneo
migliaia di giovani che potrebbero far rinascere tante terre interne,
con un minimo di aiuto pubblico. E’ infatti solo la presenza costante
di uomini e donne nelle zone di altura, con le loro economie,
agricolture, pascolo, selvicoltura, può consentire la cura quotidiana
dei territori, può impedire che il suolo e le acque precipitino
rovinosamente a valle colpendo il cuore ricco del Paese.

Unione Popolare Difende l’agricoltura contadina e biologica, la selvicoltura,
il piccolo allevamento, l’acquacoltura , rivendica un reddito di
presidio ambientale per tutti i piccoli produttori che operano in
collina e in montagna.

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