Categoria: Dalla Stampa

Contro un governo che disprezza la vita umana

Contro un governo che disprezza la vita umana

 Appello. Ci opponiamo a un governo che mostra un assoluto disprezzo per la vita e la dignità umana, come mai nessun altro nell’intera storia della Repubblica Continua inarrestabile, certifica l’Istat, la diminuzione di popolazione in Italia. Tale continua perdita dovuta in piccola parte all’emigrazione, è soprattutto il frutto della diminuzione costante della natalità: meno 4% l’anno scorso, una delle più alte della nostra storia. Si tratta di un tendenza che dura da anni, dovuta soprattutto alle condizioni di precarietà in cui è stata gettata la nostra gioventù. Una tendenza che significa perdita di classi scolastiche (quest’anno ne abbiamo perso 2000 tra medie ed elementari) e quindi diminuzione di occupazione per gli insegnanti. Ma significa aumento del grave squilibrio generazionale delle composizione della popolazione italiana: sempre più vecchi in pensione, bisognosi di cure e assistenza, e sempre meno giovani che lavorano, in grado di mantenere in equilibrio il sistema previdenziale italiano. Di questo passo il sistema pensionistico crollerà.
MA MENO BAMBINI e meno giovani significa paesi che si spopolano, vaste aree del nostro Paese che rimangono senza presidi umani. Ricordiamo che lItalia è un Paese di antichissima antropizzazione, interamente rifatto dall’uomo e che i suoi equilibri territoriali si reggono sulla presenza umana. Senza popolazione il suolo frana, gli edifici decadono, le strade vanno in rovina, i boschi si inselvatichiscono. Perdiamo le aree interne della Penisola e la popolazione si ammassa nei piani e nelle valli dove le alluvioni non più “filtrate” nelle alture diverranno sempre più distruttive.
RAMMENTIAMO INOLTRE che settori fondamentali della nostra economia, lallevamento del bestiame, il lavoro di semina e di raccolta dei prodotti agricoli, vale a dire la materia prima del cibo italiano, sarebbe impossibile senza il lavoro (spesso servile) degli operai extracomunitari. E lo stesso dicasi per lassistenza domiciliare agli anziani. Noi ci opponiamo da sempre alla politica, non solo migratoria, di Salvini, che viola apertamente, ad ogni passo, la nostra Costituzione e che mostra un assoluto disprezzo per la vita e la dignità umana, come mai nessun altro uomo di governo nella storia della Repubblica. Ma in questo appello intendiamo mostrare come nel repertorio delle menzogne di questo ministro rientri anche quella di maggior successo: «prima gli italiani».
NOI MOSTRIAMO INFATTI come il respingimento dei migranti, in grandissima parte giovani provenienti da varie aree del mondo, da parte del governo italiano e in primo luogo da Salvini, costituisce un danno gravissimo all’economia e alla società italiana. Il divieto di dare prospettive di lavoro (complice anche una legge criminogena come la Bossi Fini) ai tanti giovani di cui lItalia ha drammatico bisogno, si configura come un suicidio programmato del nostro Paese e un inganno alle nostre popolazioni aizzate con la politica della paura.
DI FRONTE A TALI INQUIETANTI prospettive noi denunciamo all’opinione pubblica internazionale e alle autorità dell’Unione Europea, il governo Italiano e in particolare il ministro dell’Interno, quale responsabile dell’accelerazione del processo di declino demografico dell’Italia, dell’arretramento economico complessivo del Paese, di un danno forse irreparabile alle future generazioni che non potranno più godere di un sistema pensionistico sostenibile e di un welfare dignitoso. Danni che si rifletteranno sull’intera economia europea. MA NOI ANNUNCIAMO che ovunque ci sarà possibile, in tutti i luoghi pubblici, nei media dove troveremo ascolto, nella rete, nei social, ricorderemo agli italiani che ogni voto dato alla Lega costituirà la costruzione di un gradino in discesa verso il declino irreversibile dell’Italia. Essi devono sapere che il loro consenso sarà un assenso al suicidio dellItalia e alla cancellazione di ogni speranza per le prossime generazioni.
* Piero Bevilacqua, Tomaso Montanari, Tonino Perna, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Giuseppe Saponaro, Raffaele Tecce, Alfonso Gianni, Officina dei saperi, Osservatorio del Sud, Vito Teti, Enzo Paolini, Giuseppe Aragno, Mario Fiorentini, Laura Marchetti, Velio Abati, Paolo Berdini, Marta Petrusewicz, Graziella Tonon, Giancarlo Consonni, Alessandro Bianchi, Franco Novelli, Cristina Lavinio, Francesco Cioffi, Luigi Vavalà, Luisa Marchini, Piero Di Siena, Francesco Cioffi, Alberto Ziparo, Lucina Speciale, Daniela Poli, Massimo Veltri, Romeo Salvatore Bufalo, Franco Mario Bisaccia Arminio, Luisa Marchini, Rossano Pazzagli, Francesco Trane, Carlo Cellamare, Alfonso Gambardella, Peppino Buondonno, Gianni Speranza, Franco Blandi, Luigi Pandolfi, Francesco Santopolo, Marisa DAlfonso, Guido Viale,Vezio De Lucia, Armando Vitale,Camillo Trapuzzano. Simonetta Garavini.
Le altre adesioni devono essere inviate a: osservatoriodelsud@gmail.com
IL MANIFESTO 7.7.2019
Questa autonomia non si migliora, va fermata di Massimo Villone di Massimo Villone

Questa autonomia non si migliora, va fermata di Massimo Villone di Massimo Villone

Fino al 20 luglio, termine ultimo per un voto dopo l’estate, il regionalismo differenziato procederà col passo del gambero: uno leghista avanti, uno M5S di lato. È quel che serve a palazzo Chigi e in questa linea si colloca anche l’ultimo, affollato, vertice di maggioranza. Di sicuro non serve al paese. Nella confusione, alcuni punti rimangono irrinunciabili.

Il primo, sul metodo. Emendabilità delle intese, sì o no? Pare che Salvini abbia parzialmente aperto alla possibilità che sulle intese intervengano le commissioni di merito. Una soluzione comunque inaccettabile, se esclude una piena emendabilità, in commissione come in aula. L’articolo 116 comma 3, si impernia su una legge cui in tutto si applica il procedimento legislativo disegnato dall’art. 72 della Costituzione, che non può considerarsi bypassato dal richiamo alla previa intesa. Da tale richiamo non può discendere un procedimento legislativo che in Costituzione non esiste. Quindi, piena emendabilità anche in aula. Come corollario, il dettaglio delle intese deve essere scritto nella legge, che non può limitarsi a generici principi da attuare successivamente a trattativa privata, nei comitati paritetici tra ministero delle autonomie e singole regioni.

Il secondo punto, sulle competenze da trasferire. Bisognerà pur dire, prima o poi, che le richieste delle regioni almeno in parte vanno respinte. La richiesta avanzata da una regione non comporta alcuna accettazione automatica. Si delimiterà così il campo della trattativa possibile. Ad esempio, sulla scuola si può ben dire che non si tratta alcunché. Davvero si pensa a sistemi regionali di istruzione? Per insegnare la storia veneta o lombarda? Per giungere a un esame di stato veneto e ad uno pugliese? O a studenti capaci e meritevoli suddivisi per territorio?

Ci sono poi materie geneticamente non trasferibili se non in profili marginali. Tale, ad esempio, è il caso delle infrastrutture: porti, aeroporti, autostrade, ferrovie, produzione e distribuzione nazionale dell’energia devono rimanere strumenti di politiche nazionali, se ha ancora un senso la nozione di paese unito. Regionalizziamo l’Autostrada del sole, o l’alta velocità? Lo stesso vale per i beni culturali: è vero o no che Fontana insiste per mettere le mani della Lombardia sull’Ultima cena di Leonardo e la Pinacoteca di Brera? E come eviteremmo il Colosseo della Regione Lazio?
Innovazioni di tale portata non si fanno solo per una o due regioni. Il processo, una volta avviato, sarebbe inevitabilmente contagioso. Bisogna invece ritrovare nella lettura dell’art. 116 la dimensione regionale dell’interesse, legando il trasferimento di potestà legislative e funzioni amministrative a dimostrate specificità del territorio, e non solo a una maggiore efficienza gestionale, peraltro affermata apoditticamente, ed anzi smentita dalla prospettiva di un disordinato moltiplicarsi di apparati pubblici.

Il terzo punto è sulle risorse. Per molti versi siamo a zero. Rimane valida l’obiezione (di Tria) che il quadro dei costi non può essere determinato prima di sapere cosa si trasferisce. Lo stesso può dirsi per i fabbisogni standard, che però è acquisito non saranno stabiliti prima dell’approvazione delle intese. Quindi, si consolidano intese, potenzialmente non reversibili, senza sapere quanto costano e a chi? Partendo dalla spesa storica, che ormai una ampia documentazione prova in danno al Sud? Con privilegi fiscali e una prescrizione di invarianza di spesa per cui il guadagno di alcuni è fatalmente pagato da altri? Una operazione verità sui conti si impone prima di approvare le intese, non dopo.

La smettano Di Maio e Conte di dichiararsi a parole garanti della coesione nazionale, dell’unità del paese, del Sud. Perché non tirano le carte fuori dai cassetti blindati della ministra Stefani, consentendo una pubblica discussione? Si evince dall’appunto del Dipartimento affari giuridici e legislativi reso a Conte, e da anticipazioni di stampa, che le ultime bozze sono pessime non meno delle precedenti. Le pretese delle regioni non calano, e si conferma il separatismo nordista. E quindi Di Maio non parli di un piano per il Sud come se potesse bilanciare il regionalismo differenziato. Gli ricordiamo che i piani – come i governi – passano. Le riforme strutturali restano.

 

Il Manifesto

5.7.2019

Gli attacchi al Mibac e l’interesse Lega-Pd di Tomaso Montanari e Salvatore Settis   di Tomaso Montanari e Salvatore Settis 

Gli attacchi al Mibac e l’interesse Lega-Pd di Tomaso Montanari e Salvatore Settis   di Tomaso Montanari e Salvatore Settis 

In un articolo dal titolo particolarmente spiacevole (Beni culturali, è guerra per bande) apparso ieri su Repubblica, Sergio Rizzo ha ritenuto di dare amplissimo spazio alle feroci censure del soprintendente di Roma, Francesco Prosperetti, contro il suo superiore gerarchico diretto, il direttore generale per le Belle Arti, Archeologia e Paesaggio, Gino Famiglietti, e contro il Segretario generale Panebianco e il ministro Bonisoli. L’oggetto del contendere è la riforma del Mibac, appena approvata dal Consiglio dei ministri e che entra ora in fase di attuazione. Prosperetti attacca la norma che riporta nelle competenze del direttore generale l’apposizione dei vincoli: “Neanche il ministro fascista Bottai aveva osato tanto… la posta in gioco della nuova riforma è lo Stato di diritto, niente di più, niente di meno”. E, aggiunge Rizzo in una frase particolarmente misteriosa, “c’è perfino chi si spinge ad argomentare come questo passaggio possa generare un conflitto costituzionale, aprendo una contraddizione tra l’articolo 9, che tutela il paesaggio, e l’articolo 42 che garantisce la proprietà privata”. I cosacchi, insomma, starebbero per far abbeverare i loro cavalli nei ruscelli della Val di Susa o nei, salmastri, canali di Venezia. Ora, questa riforma non è certo esente da difetti, anche seri. Tra questi va annoverata, per esempio, la scelta di togliere l’autonomia alla Galleria dell’Accademia di Firenze non per sostenere (con i suoi introiti, legati alla presenza del David di Michelangelo) il Polo museale della Toscana, ma per accorparla agli Uffizi, in un monstrum elefantiaco di dubbio fondamento storico e di difficile governo. Invece, Prosperetti si scaglia proprio contro il principale punto di forza della riforma: riportare al centro le decisioni cruciali per la tutela di paesaggio e patrimonio. Il soprintendente di Roma e il suo intervistatore hanno un vuoto di memoria: i vincoli sono sempre stati in capo all’amministrazione centrale, fin dal 1909. Più esattamente spettavano al ministro stesso fino al 1993, e poi al direttore generale. Quando è che questa facoltà così delicata passò alle periferie? Il 20 ottobre 1998, e cioè l’ultimo giorno della permanenza di Walter Veltroni alla guida del ministero: quando fu varata una riorganizzazione che la assegnò alle testé create soprintendenze, e poi direzioni, regionali. Era il momento di maggior sudditanza culturale del centrosinistra alle istanze secessioniste della Lega, e infatti tre anni dopo passava l’orribile riforma del titolo V della Costituzione scritta dagli esponenti del futuro Pd. Basta questo per far capire quale è la posta in gioco dell’attuale partita dei Beni culturali. Non sappiamo quali saranno le conseguenze, in questo campo, della scellerata autonomia differenziata che fa leva sul il titolo V di quell’infelice riforma, e che è ora l’oggetto del principale braccio di ferro tra i due contraenti del contratto di governo. Ma quasi ogni giorno Salvini dice che vuole mettere le mani sulle soprintendenze del Nord: ed è evidente che la “raffica regionalistica” che Concetto Marchesi paventava in Costituente fin dal 1946 potrebbe presto diventare realtà. Da siciliano, Marchesi sapeva bene cosa significava: la sua regione aveva avuto un’autonomia specialissima addirittura prima della Costituzione, e infatti lì, dal 1975, le soprintendenze saranno sottoposte al potere politico regionale, con i devastanti risultati ambientali che chiunque oggi può constatare. Salvini dice anche che vorrebbe poter nominare il direttore di Brera: e la riforma Franceschini era arrivata a un passo dal permettere che i musei autonomi si costituissero in fondazioni di diritto privato con dentro gli enti locali, sul modello equivoco dell’Egizio di Torino. Come in molti altri casi, Lega e Pd si trovano dunque perfettamente d’accordo nella politica del consumo del territorio: un partito unico che ha il suo simbolo nel Tav e nel rifiuto di ogni controllo terzo, come quello delle odiate soprintendenze. Purtroppo il Movimento 5 Stelle è stato finora incapace di resistere adeguatamente all’“autonomia” secessionista di marca leghista mettendo in campo una chiara visione alternativa: ma bisogna dare atto al ministro Bonisoli di star provando a difendere il territorio (riportando i vincoli al centro) e i musei (annullando i cda dei musei autonomi) dalla balcanizzazione che rischia di far sparire il concetto stesso di ‘patrimonio della Nazione’, enunciato in un principio fondamentale della Carta. Quanto al ventilato conflitto tra articoli 9 e 42, bisogna ricordare che quest’ultimo prevede che la proprietà privata sia limitata per legge “allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: è esattamente ciò che fanno i vincoli. Certo, il partito del cemento ha nel lavoro di Famiglietti e nello spirito di questo pezzo di riforma due fieri nemici: ma a noi questa sembra un’ottima notizia.

 

il Fatto Quotidiano

29 Giugno 2019

Unire le energie contro la secessione dei ricchi del Nord di Alfiero Grandi di Alfiero Grandi

Unire le energie contro la secessione dei ricchi del Nord di Alfiero Grandi di Alfiero Grandi

Autonomia differenziata. È stato un errore che il governo Gentiloni abbia fatto pre-intese con le regioni interessate per i nuovi poteri. Gli errori ci sono, ma l’unico modo per affrontarli è scegliere la stella polare dell’interesse nazionale, correggendo quello che è necessario e invitando tutta l’opposizione a contrastare con decisione la pressione leghista Il rinvio della decisione sullautonomia differenziata offre la possibilità di continuare la campagna di informazione e di critica sul pericolo che incombe sul futuro dellItalia. Sulla forte spinta di Salvini per farla subito, complice la batosta elettorale del del M5S. E il periodo luglio-agosto è storicamente quello dei colpi di mano parlamentari. La scuola uno dei punti di maggiore resistenza a questa follia istituzionale che rischia di spezzare il nostro paese prima di settembre difficilmente potrà rilanciare unazione di contrasto. Salvini lo sa e tenta di costringere i 5S a subire, sotto il ricatto della crisi di governo. La scuola non è lunico settore in cui lautonomia differenziata a trazione leghista può creare fratture non ricomponibili tra regioni La voce dal sen fuggita di Zaia, dopo la decisione sulle olimpiadi invernali, rende evidente un disegno di allontanamento del Veneto e della Lombardia dal resto dellItalia, prendendo a modello la Baviera. La pressione di due regioni molto importanti del nostro paese per ottenere tutti i poteri possibili, fino allaffermazione che il 90% delle risorse debbono restare in Veneto, indica con chiarezza che il rischio dellItalia è una frattura in cui le regioni economicamente più forti abbandonano sostanzialmente al loro destino le altre. Altrimenti non si spiega perché la trattativa tra Veneto, Lombardia e governo è avvenuta in gran segreto, fino a quando qualcosa è trapelato ed è stato possibile iniziare a contrastare questo disegno. Perché lEmilia Romagna si sia accodata, sia pure con meno pretese, è difficile da comprendere. Questo regionalismo estremizzato, volto a conquistare nuovi ed estesi poteri, mette a rischio lunità del paese, ed è una scelta avvenuta senza alcun coinvolgimento delle altre regioni, del tutto alloscuro della trattativa tra Veneto, Lombardia e governo. Il tentativo della Lega di governo è stato fare accordi diretti con le regioni da portare in parlamento senza la possibilità di emendarli, da approvare o respingere in toto come se si trattasse di confessioni religiose. Per di più bloccando la possibilità di sottoporre queste decisioni a referendum abrogativo, come può avvenire sulle altre leggi. La Lega di Salvini vuole presentarsi come un partito nazionale, per prendere voti ovunque, ma in realtà questa propaganda nasconde la sostanza della separazione di queste regioni, in realtà la Lega di Salvini non è altro che la proiezione politica della Lega Nord. La debolezza di Di Maio e dei 5 Stelle dopo la sconfitta alle europee offre alla Lega loccasione per laffondo sui nuovi poteri per Lombardia e Veneto, a conferma che la Lega è il dominus della coalizione. Anche il Pd deve cambiare orientamento. La riforma costituzionale del 2001 sul titolo V si è rivelata un errore. La correzione tentata da Renzi era inaccettabile e tuttavia a suo modo confermava lesistenza del problema. Tuttavia neppure dal titolo V del 2001 discende lautonomia differenziata nella versione estremista della Lega che rappresenta la forzatura del nuovo dettato costituzionale, al di là dei suoi difetti. È stato un errore che il governo Gentiloni abbia fatto pre-intese con le regioni interessate per i nuovi poteri, tanto più che era in ordinaria amministrazione. Gli errori ci sono, ma lunico modo per affrontarli è scegliere la stella polare dellinteresse nazionale, correggendo quello che è necessario e invitando tutta lopposizione a contrastare con decisione la pressione leghista. Diritti fondamentali come istruzione, salute, lavoro, ambiente, beni culturali e demaniali diventerebbero differenti a seconda della regione di residenza. Siamo di fronte ad un passaggio decisivo da cui può dipendere anche il futuro delle classi sociali, della loro rappresentanza. Da questa forzatura della Costituzione può derivare una seria minaccia per una visione unitaria e nazionale. Anche i contratti di lavoro potrebbero cambiare radicalmente, fino a far tornare dalla finestra le gabbie salariali. Scendere in campo è necessario, con chiarezza e impegno, anche per le imprese che dopo avere alzato la bandiera della semplificazione si troveranno a fare i conti con normative diverse da regione a regione. Un passaggio così decisivo per il futuro del nostro paese va bloccato unendo tutte le energie necessarie all’obiettivo comune. Il Manifesto 27.6.2019

Primo no di massa alla divisione del Paese di Piero Bevilacqua

Primo no di massa alla divisione del Paese di Piero Bevilacqua

La manifestazione sindacale unitaria di Reggio Calabria – un’iniziativa politica di primissimo ordine, dopo mesi ed anni di assordanti ciarle – si segnala per almeno tre ragioni. La prima è che il Sud trova finalmente voce e capacità mobilitativa di massa. E in un luogo di drammatica simbolicità, come già hanno ricordato Tonino Perna e Marco Revelli su questo giornale. La seconda è che un tema centrale dell’iniziativa, che ha visto unite le tre grandi confederazioni è stato l’opposizione all’autonomia differenziata. Un problema cruciale per il mantenimento non solo di un welfare unitario per tutta la popolazione italiana, ma per la conservazione degli assetti istituzionali su cui si regge l’unità d’Italia. Una questione ingannevolmente prospettata come misura di allargamento della democrazia territoriale e invece grimaldello secessionista per assegnare più risorse alle regioni più ricche, staccandole dal resto del Mezzogiorno e delle altre regioni. Una questione sottovalutata e ignorata dai media, dalle grandi firme del giornalismo, da gran parte degli intellettuali, segno di un’incapacità drammatica delle nostre classi dirigenti di prevedere quel che può accadere tra un mese. Ora finalmente il tema, il pericolo, la sciagurata minaccia che incombe sul paese, agitata finora da un pugno isolato di studiosi, diventa un argomento politico di massa, assunto in proprio dalla più grande istituzione popolare d’Italia. La cosiddetta autonomia differenziata, vale a dire la disarticolazione di fatto dell’Italia, ridotta ad un puzzle di statarelli regionali, renderebbe l’Italia non solo territorialmente più disuguale ed ingiusta ma ingovernabile, drammaticamente indebolita in Europa, priva di coerenza e forza contrattuale con l’Unione. La terza ragione è che in questa fase storica, come ha osservato Revelli, il sindacato viene a svolgere una rilevante azione di supplenza politica. Una fase in cui i 5 stelle al governo, che dal Sud hanno ricevuto un vastissimo consenso di massa, stanno tradendo il loro impegno condannandosi al suicidio finale. Il discorso a Reggio di Maurizio Landini ha indicato in sintesi la piattaforma strategica di governo dell’economia italiana dell’unico statista oggi attivo sulla scena politica nazionale. Non c’è protagonista comparabile per visione realismo e capacità mobilitativa. La sinistra dispersa non dovrebbe solo trovare coraggio da tale iniziativa, ma la lezione dell’unità che si raggiunge con un’opera lenta e tenace, di cuciture e anche di compromessi, di sforzo di organizzazione degli emarginati, senza correre dietro le sirene elettorali che promettono, talora illusoriamente, qualche poltrona parlamentare e lasciano alla fine una scia di delusioni, rampogne e abbandoni.

 

 

 

Il Manifesto

23.06.2019

A Reggio Calabria contro la secessione del Nord di Tonino Perna di Tonino Perna

A Reggio Calabria contro la secessione del Nord di Tonino Perna di Tonino Perna

Quando, a febbraio, insieme a Bevilacqua, De Lucia, Montanari, Revelli e tanti altri mandammo a questo giornale una lettera aperta a Landini non ci aspettavamo si facesse promotore di una grande iniziativa sindacale.

Nella lettera aperta a Maurizio Landini, da poco eletto segretario della Cgil, chiedevamo un suo impegno contro «la secessione del Nord».

Dopo pochi mesi quell’appello è diventato un fatto concreto, una grande iniziativa dei sindacati confederali per opporsi all’autonomia finanziaria differenziata. Una scelta coraggiosa se si tiene conto che la base sindacale del Nord esprime un rilevante voto per la Lega, sostenitrice a spada tratta dell’autonomia finanziaria, con il trasferimento da Sud a Nord di qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno, cancellando di fatto il welfare nel Mezzogiorno, riducendo drasticamente i salari dei dipendenti pubblici, e creando un abisso tra le due parti del nostro paese.

Quindi il 22 giugno i sindacati Confederali hanno indetto una manifestazione nazionale a Reggio Calabria non per un generico richiamo al Mezzogiorno, per la solita litania dello sviluppo mancato e della disoccupazione che avanza, ma con un obiettivo chiaro e ambizioso: «Ripartiamo dal Sud per unire il paese». Vale a dire: contrastiamo con ogni mezzo questa sciagurata proposta di legge sull’autonomia finanziaria che darebbe un colpo mortale alle popolazioni meridionali e sancirebbe di fatto la fine dell’unità nazionale.

Intendiamoci, formalmente l’Unità d’Italia non verrebbe (almeno per ora) messa in discussione ma con questi poteri forti dati alle Regioni si andrebbe dritti verso la creazione di qualcosa che assomiglia a dei mini-Stati. Paradossalmente, anziché batterci per la creazione, necessaria e urgente, degli Stati uniti d’Europa andiamo a costituire gli Stati uniti d’Italia, ovvero un modello istituzionale simile a quello degli Usa che però hanno ben altra storia, territorio, popolazione.

Con il risultato facilmente prevedibile di abolire i contratti nazionali delle diverse categorie di lavoratori, scatenare una concorrenza sul salario e diritti tra i lavoratori delle diverse regioni/statarelli, fare esplodere una ancora più grande ondata migratoria dal Sud al Nord Italia, con uno scontro durissimo tra chi ha diritto ad accedere ai posti della pubblica amministrazione in base agli anni di residenza nelle singole regioni.

La scelta di Reggio Calabria ha anche una valenza simbolica, ci ricorda un’altra grande manifestazione che si svolse in questa città in un momento altrettanto drammatico del nostro paese: la marcia dei 50mila metalmeccanici il 22 ottobre del 1972. Decine di migliaia di lavoratori rischiarono la vita pur di arrivare a Reggio Calabria in nome dell’unità dei lavoratori e la lotta al neofascismo.

Decine di bombe sui binari ritardarono di molte ore l’arrivo di questi operai metalmeccanici, e se non ci fossero stati i servizi d’ordine lungo la linea ferrata avremmo contato i morti a centinaia, come ci ricorda la famosa e coinvolgente canzone di Giovanna Marini «I treni per Reggio Calabria». Grazie a quella imponente manifestazione le forze democratiche rialzarono la testa nella città dei “boia chi molla” che era stata consegnata ai fascisti da giochi di potere all’interno del centro-sinistra.

È passato quasi mezzo secolo e i problemi socio-economici del Mezzogiorno si sono ulteriormente aggravati, soprattutto perché è morta la speranza che ci possa essere un riscatto del Sud, quel sogno per cui si è battuta la generazione degli anni 70 del secolo scorso.

Eppure, in questa fase storica ritorna di grande attualità lo slogan «Nord e Sud uniti nella lotta», perché l’uscita dell’Italia dalla sua profonda crisi economica, sociale e culturale, dalla possibile implosione può essere superata solo con il rifiuto degli egoismi territoriali e di classe sociale e il rilancio della solidarietà e l’unità, dentro e fuori i confini nazionali.

Il Manifesto

21.6.2019

Anas, contro ambiente e lavoro in nome della sicurezza di Tonino Perna

Anas, contro ambiente e lavoro in nome della sicurezza di Tonino Perna

C’era una volta, in primavera inoltrata, una parte dell’autostrada del sole vestita dei colori degli oleandri. A decine di migliaia vivevano negli spartitraffico, tra i guardrail. Amici in viaggio nel Sud d’Italia mi hanno sempre raccontato di essere quella bellezza della nostra autostrada.

Da quasi un anno, registriamo un abbattimento crescente di queste piante in diversi tratti della Salerno-Reggio Calabria, il mitico tratto finale quasi completato dopo trent’anni di lavori di ammodernamento. I dirigenti Anas a cui è affidata la manutenzione di questa parte dell’autostrada del sole, rispondono che si tratta di lavori necessari per la sicurezza.

Non essendo un tecnico non riesco a capire perché lastre di cemento armato siano più sicure dei guardrail che vengono eliminati insieme agli oleandri. Qualcuno sostiene che la sicurezza è legata al fatto che di notte le luci delle auto filtrano tra gli oleandri, mentre con le lastre di cemento ciò non avverrà più.

Vorrei che i responsabili Anas ce lo spiegassero meglio, e magari rendessero noto il costo di tutta l’operazione che sta durando da diversi mesi. Resta un fatto: in nome della sicurezza, categoria onnivora e a senso unico, si abbattono decine di migliaia di oleandri e si eliminano migliaia di ore di lavoro destinate alla manutenzione.

Inoltre, va considerato il fatto che gli oleandri sono tra gli arbusti quelli che, insieme alla lavanda, assorbono maggiormente l’anidride carbonica. Quindi, l’Anas con un solo colpo, in nome di una presunta sicurezza, riesce ad attaccare l’ambiente e il lavoro, riducendo l’occupazione e aumentando la CO2. Per non parlare del valore immateriale, della bellezza, oltretutto si tratta di fiori e piante resistenti a tutti i climi, alla siccità come al vento. Bisognerebbe fermare questo scempio.

Questo non è un fatto eccezionale, ma un caso emblematico di come questo governo, come tanti altri per la verità, mentre firma trattati internazionali per la tutela ambientale e prende impegni solenni per ridurre la CO2, di fatto nelle azioni quotidiane va in direzione opposta. Ai rappresentanti del M5S che, almeno a parole, si è sempre battuto per la tutela ambientale come scelta prioritaria rispetto all’approccio economicistico, vorrei chiedere se non è arrivato il momento di occuparsi seriamente di questa attività dannosa e insensata. Salvo prova contraria, siamo di fronte ad un esempio da manuale in cui per minimizzare i costi, si colpisce insieme l’ecosistema e i lavoratori.

Manifesto

13.06.19

Il grande rogo della cultura di Salvatore Settis

Il grande rogo della cultura di Salvatore Settis

Si sta diffondendo l’idea che nell’epoca di Google Books e Amazon le biblioteche e i musei siano superflui: un alibi per ridurre spese di manutenzione: come dimostra Notre Dame, basta
un incidente a causare danni giganteschi

In tutto il mondo, la conservazione e alimentazione della memoria culturale è sempre meno importante nelle priorità politiche e negli investimenti pubblici. Musei, monumenti, archivi e biblioteche vengono contrapposti al vibrare sempre mutevole delle nuove tecnologie; e si diffonde la convinzione che la progettazione del futuro debba farsi a prezzo di una progressiva marginalizzazione del passato, inteso come un peso passivo e non come una forza attiva, una riserva di energia culturale e morale a cui attingere.

Ne è sintomo recente un articolo uscito pochi mesi fa su Forbes, secondo cui le biblioteche pubbliche sono inutili nell’era di Amazon e Google Books. L’autore, l’economista Panos Mourdoukoutas di Long Island University, invita a chiudere le biblioteche per risparmiare i soldi dei contribuenti. Un’ondata di proteste ha costretto Forbes a cancellare dal proprio sito questo articolo a 72 ore dalla pubblicazione, ma il sintomo resta. E questa tesi non è poi così diversa da quella di chi sostiene (anche in Italia) che a tenere in piedi musei e monumenti debbano essere i privati, e che biblioteche e archivi vadano definanziati perché non producono reddito.

La crisi del patrimonio culturale, o meglio della sua funzione, non nasce ieri. Nel 1968, anno di rivolte contro ogni passatismo, un esponente della pop art, Ed Ruscha, la espresse dipingendo il Los Angeles County Museum deserto e in preda alle fiamme. Un disastro metaforico e simbolico, che fu però quasi la profezia di un fatto reale, il terribile incendio della Los Angeles Public Library (29 aprile 1986) che distrusse mezzo milione di volumi.

Un libro recente (Susan Orlean, The Library Book, 2019) offre le coordinate di quest’evento: primo, non si è mai capito chi ne fosse responsabile; secondo, la scarsa prevenzione era stata denunciata da tempo (dal Los Angeles Times); terzo, il calo di finanziamenti pubblici era legato a conflitti di competenza fra le istituzioni. Le stesse identiche coordinate ricorrono, mutatis mutandis, in altre e più vicine catastrofi, che traducono l’incendio-metafora in desolanti fatti di cronaca. Per esempio, il fuoco che distrusse il Museo Nazionale di Rio de Janeiro (3 settembre 2018), partito da un singolo condizionatore d’aria, si diffuse rapidamente perché gli impianti di sicurezza erano disattivati o inesistenti per mancanza di fondi (il museo spendeva in prevenzione poco più di 1.000 euro l’anno). La carenza di finanziamenti nasceva dallo spostamento della Capitale da Rio a Brasilia e dalla conseguente devoluzione di competenze dallo Stato federale alle amministrazioni locali e all’università, con incerta suddivisione delle responsabilità, calo del bilancio e allentamento di ogni sorveglianza e prevenzione.

L’incendio di Notre Dame a Parigi è a prima vista un caso diversissimo, dato che la Francia investe nel patrimonio culturale molto più non solo del Brasile ma dell’Italia. Eppure qualcosa in comune c’è: la difficoltà di accertare responsabilità precise, l’insufficiente prevenzione, i conflitti di competenza. L’abile risposta mediatica di Macron, che ha chiamato a raccolta i capitali privati per ricostruire Notre Dame in quattro e quattr’otto, “più bella di prima”, evidenzia il mito della velocità che sovrasta la necessaria lentezza di un restauro serio; ma anche la tendenziale abdicazione al ruolo delle istituzioni pubbliche nella custodia del patrimonio culturale. Era un privilegio, è diventato un peso.

Il potere distruttivo del fuoco si presta all’uso metaforico degli eventi di Rio e di Parigi come condensazione simbolica di uno strisciante ripudio della memoria storica. In Italia tale processo è favorito dalla doppia perdita di potere del governo nazionale: verso “l’alto” (l’Unione europea) e verso “il basso” (le autonomie regionali). La devoluzione di essenziali funzioni culturali (dalla scuola alla tutela del paesaggio) alle Regioni è tema attualissimo come cavallo di battaglia della Lega: ma non va dimenticato che, se è oggi possibile rivendicare l’autonomia regionale in questi ambiti, è in conseguenza della riforma costituzionale promossa nel 2001 dal centrosinistra. Forme di autonomia furono chieste dalla Toscana già nel 2003, dalla Lombardia e dal Veneto nel 2007, cioè da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Il precedente è, oggi come ieri, l’autonomia della Sicilia nell’ambito dei beni culturali e del paesaggio, concessa nel 1975, con irresponsabile incoerenza, pochi mesi dopo l’istituzione del ministero dei Beni culturali. E le devoluzioni che sono dietro l’angolo non hanno nulla a che vedere con i diritti dei cittadini e la funzionalità delle istituzioni, ma puntano solo alla spartizione del potere.

Si sfarina e si disperde per tal via il patrimonio civile della Costituzione (art. 9), secondo cui “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Della Nazione: inteso dunque come inscindibile unità, e non terra di conquista per “governatori” di qualsivoglia partito e relative clientele. La memoria culturale, viva sostanza della storia e dell’identità del Paese, anima della cultura e dell’idea stessa di cittadinanza, rischia così di diventare – contro l’evidente segno unitario dell’art. 9 – materia frammentata di micro-conflittualità localistiche. Eppure l’articolo 9 della Costituzione fu proposto in Costituente da Concetto Marchesi e Aldo Moro precisamente come un argine alla temuta “raffica regionalistica” (così negli atti della Costituente, 30 aprile 1947). Le prospettate devoluzioni non sono che il cavallo di Troia di una brutale lottizzazione che, all’insegna della deregulation, minaccia la stessa unità nazionale. Una sorta di secessione strisciante di marca leghista. Possiamo solo sperare che questo progetto anti-costituzionale trovi nelle istituzioni, dal Quirinale al Parlamento alla Consulta, i necessari controveleni.

 

Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2019

Una conferenza nazionale per il ritiro dell’autonomia differenziata di Filippo Veltri di Filippo Veltri

Una conferenza nazionale per il ritiro dell’autonomia differenziata di Filippo Veltri di Filippo Veltri

 Finalmente qualcosa si muove nel mondo extra partiti sul fronte della secessione dei ricchi: l’Osservatorio del Sud si e’ infatti rivolto a tutte le associazioni di difesa dei diritti democratici, della scuola pubblica, della sanità, dei servizi pubblici per costruire insieme una Conferenza Nazionale per il ritiro dell’Autonomia differenziata in qualunque settore.

Il 26 maggio, appena conosciuti gli esiti delle elezioni europee, Salvini, senza perdere un solo momento, ha annunciato che il governo procederà ora velocemente con i suoi programmi, a partire dalla realizzazione dell’Autonomia differenziata. E’ necessario essere chiari, si legge nell’appello: dietro il nome “autonoma differenziata” si nasconde né più né meno la divisione del Paese. Le bozze di intese Stato-Regioni circolate e pubblicate nei mesi scorsi prevedono infatti che tutta una serie di materie che vanno dall’istruzione alla sanità, dall’ambiente alle infrastrutture, dal lavoro ai contratti, dalla ricerca scientifica ai beni culturali, dai servizi fino a giungere addirittura ai rapporti internazionali e con l’UE passino alle Regioni.

Il pericolo è dunque imminente, anche perché nelle settimane scorse l’autonomia differenziata è già stata inserita nel DPEF.  ‘’Noi che nei mesi scorsi ci siamo mobilitati a partire dalla scuola, considerando che essa costituisca un elemento essenziale per la difesa dell’unità della Repubblica, rilanciamo oggi l’appello – dicono all’Osservatorio – ai lavoratori di tutte le categorie, ai cittadini, alle associazioni, ai comitati, ai coordinamenti territoriali le cui battaglie verrebbero definitivamente vanificate dal provvedimento: non c’è un minuto da perdere, è necessario unirsi per smascherare l’operazione, trovarci, confrontarci, prendere iniziative concrete per mobilitare la popolazione e fermare il pericolo. L’autonomia differenziata liquida definitivamente – attraverso le 23 materie che saranno devolute alle regioni, materie nevralgiche per la nostra vita quotidiana – tutto ciò che è “pubblico”, cioè finalizzato all’interesse generale, destinato a diminuire le differenze tra ricchi e poveri: istruzione, sanità, ambiente, infrastrutture. Principi e diritti sociali previsti nella I^ parte della Costituzione di fatto vengono annullati. Ogni Regione farebbe da sé, con i propri fondi, trattenendo la maggior parte del proprio gettito fiscale. Ma se questo porterà subito a far sprofondare le Regioni del sud (alienate dalla perequazione e colpite dalla clausola che l’operazione dovrà essere portata avanti “senza oneri aggiuntivi” per lo Stato: a costo 0 si abbatteranno uguaglianza, solidarietà, democrazia e l’unità stessa della Repubblica), nondimeno colpirà i cittadini del nord’’.

Negli incontri e nelle assemblee di questi mesi un dato è infatti emerso in modo chiaro: tutti sarebbero colpiti attraverso la rimessa in causa dei contratti nazionali, dei servizi, dell’accesso agli stessi diritti. L’esempio di ciò che è avvenuto con la scuola in Trentino è emblematico: privatizzazioni, aumento dei carichi di lavoro, diminuzione dei posti, standardizzazione delle procedure, ingerenza nella didattica, a fronte di compensi aggiuntivi irrisori per i lavoratori. Per questo dalla scuola, attaccata potenzialmente dal provvedimento in ogni sua articolazione e prerogativa (dall’uguaglianza delle opportunità educative alla libertà d’insegnamento, dall’orario di lavoro al contratto nazionale) arriva questo appello: solo la mobilitazione unita potrà fermare i progetti del governo e delle Regioni che hanno presentato la richiesta di autonomia.

‘’Siamo certi – conclude l’appello – che la coscienza dell’importanza dell’unità della Repubblica sia viva in tutta la popolazione, in tutte le città e i comuni, fino ai più piccoli paesi o villaggi. Per questo oggi lanciamo a tutti una proposta precisa: mettiamoci in contatto per organizzare insieme, i tempi necessariamente rapidi, una Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione nella scuola e in tutti gli altri settori, per il ritiro delle Intese già presentate dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, per il ritiro dell’autonomia differenziata dal DPEF’’.

Sulla stessa linea si muove la CGIL nazionale: l’autonomia differenziata rischia di dividere l’Italia e di mettere in ginocchio il Mezzogiorno, che invece deve essere considerato una risorsa per il paese”. Cosi’ i segretari generali della Cgil delle regioni del Sud, che si sono incontrati in un’iniziativa organizzata a Lamezia Terme (Catanzaro) alla quale ha partecipato anche il segretario confederale della Cgil nazionale, Rossana Dettori .“Chiediamo che il governo non divida il Nord dal Sud perché – ha affermato la Dettori – solo l’unità del Paese ci può fare davvero uscire dalla crisi. Chiediamo maggiori investimenti sul Sud, chiediamo infrastrutture sociali ed economiche, materiali e immateriali, chiediamo il pieno diritto alla salute, all’istruzione e alla casa e all’occupazione stabile, chiediamo al ministro Salvini di tornare indietro sulla sospensione per due anni della norma degli appalti perché si rischia di alimentare infiltrazioni criminali e lavoro nero. Il 22 giugno a Reggio Calabria la nostra mobilitazione unitaria è tesa a dire con molta energia e a far capire al governo nazionale che il Sud è il motore del Paese: considerarlo una palla al piede è un gravissimo errore”.

 

Quotidiano del Sud

La battaglia più nobile: non toccate l’unità del Paese di Agazio Loiero

La battaglia più nobile: non toccate l’unità del Paese di Agazio Loiero

La politica possiede talvolta un tipo di fascino di cui in genere non si tiene conto se non a posteriori: l’imprevedibilità. Chi, solo qualche giorno fa, avrebbe potuto immaginare che di qui a poco si scatenerà un’ultima battaglia fra Salvini e Di Maio. Non tra chi dei due riuscirà a tenere in vita il governo, ma tra chi dei due lo farà cadere. Altro che cerino da lasciare in mano all’avversario, di cui si scrive da un anno. Salvini, non può più rinviare il tema dell’Autonomia differenziata, che Zaia gli pone con forza. In una recente intervista ad “affariItaliani.it” ha infatti affermato che “massimo il 21 giugno tale tema dovrà essere affrontato e approvato dal Consiglio dei ministri”. La data non è scelta caso. Ha una sua simbologia non banale. E’ quella in cui il Sole si trova alla massima altezza nell’emisfero nord e alla minima nell’emisfero sud. Il capo della Lega nelle manifestazioni pubbliche esibisce spesso il rosario, mandando su tutte le furie coloro che credono per davvero, ma, all’occorrenza in privato, non disdegna alternative astrali, paganeggianti. Negli ultimi mesi ha evitato di affrontare questo complesso nodo politico, un po’ per non confliggere con il M5S, un po’ perché consapevole che il successo di questa battaglia politica dovrebbe dividerlo con il presidente del Veneto, Zaia appunto, e con il poco amato ex presidente della Lombardia, Maroni, che hanno avuto l’idea di indire sul tema un costoso referendum consultivo. E lui, con il Sole in testa e il vento in poppa, il successo, non intende dividerlo ormai con nessuno. Il tema in questione rappresenta un problema enorme per il Paese, su cui il capitano svolazza senza posa, senza fermarsi mai. Il capo della Lega è l’uomo di governo che in quest’anno ha lambito il maggior numero di temi, non offrendo soluzioni, ma accendendo solo speranze, utili, come si è visto, al momento del voto. Tornando al filo conduttore, se le regioni ricche mettono le mani sul proprio gettito fiscale in una misura così ampia – si parla di una percentuale altissima – resterà poco o niente per i territori a minore capacità fiscale. Salterà quel fondo perequativo su cui a stento sopravvive oggi il Mezzogiorno. Come è noto, quella che pretende il Veneto è un’autonomia su 23 materie. Essa prelude di per sé al distacco della regione dalla madrepatria, come definivano l’Italia i nostri emigranti di un secolo fa. Ed è paradossale che a certificare l’addio dovrebbe essere una regione di indubitabili meriti imprenditoriali, ma che gode di un’occupazione di 7 punti superiore alla media italiana, di un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Italia, di una straordinaria vocazione all’export (460 mila imprese) e di un reddito medio annuo per famiglia di 39.000 euro. So bene che “la Repubblica una e indivisibile” dell’articolo 5 della nostra Costituzione – il lascito più alto del Risorgimento, più alto, per i patrioti dell’Ottocento, della stessa libertà – non interessa quasi più a nessuno nel nostro Paese. Neanche ai meridionali, che all’unità dovrebbero restare abbarbicati, come il naufrago alla zattera. Complici i social e il drammatico abbassamento del livello culturale del nostro Paese, anche loro hanno votato con generosità il capitano senza chiedere alcuna contropartita. Siamo certi però che su un tema tanto divisivo per gli italiani vigila il Presidente della Repubblica. E’ questa l’impressione diffusa tra molti nostri connazionali.

Veniamo adesso a Di Maio. Come si sa, il vicepremier del M5S è il vero perdente di queste elezioni. Se uno è capo del maggiore raggruppamento parlamentare e perde metà dei voti a favore dell’unico alleato di governo, la sua sconfitta è bruciante. Ma qui ritorna ad affacciarsi il fascino dell’imprevedibilità della politica. Di Maio ha arginato i sei milioni di voti persi nelle urne con i 44.849 voti ottenuti on line dalla macchina infernale di Davide Casaleggio. La sproporzione tra le due cifre dà la vertigine. Intanto però la magica piattaforma ha restituito a Di Maio, per via interna, il ruolo di capo. Da capo un po’ pesto il vicepremier del Movimento deve trovare un’impennata per conservare sul campo quello che purtroppo il campo in queste ultime elezioni gli ha impietosamente sottratto. Con il Salvini di questi giorni che comincia a dare ordini con piglio padronale all’intero governo, comportandosi non come uno che, avendo vinto e intendendo governare, attenua le asprezze del linguaggio, ma come uno che provocatoriamente le accentua, presto la tela di governo potrebbe lacerarsi. Per Di Maio sarebbe un disastro. Deve dunque trovare una causa nobile per giustificare uno strappo, prima che lo faccia lo stesso Salvini, evidentemente atterrito dalla manovra economica autunnale e da un’Europa giocoforza ostile. Il tempo è poco. Il solstizio d’estate è vicino. L’Autonomia, come ci siamo permessi di segnalare tempo fa su questo stesso giornale, è la più nobile della cause politiche su cui battersi fino a strappare il contratto. Si salverebbe l’unità del Paese e si costringerebbe il capitano a condurre su tale tema una battaglia aperta contro il Sud. Un atto di coraggio dunque di cui nei passaggi cruciali si avvalgono i leader, ma certe volte anche i capi, destinato a restaurare la biografia politica del vicepremier del M5S, oggi un po’ malconcia e a salvare l’Italia unita.

Il Quotidiano del Sud

Perché a Riace, esiliato Lucano, ha vinto la Lega di Tonino Perna

Perché a Riace, esiliato Lucano, ha vinto la Lega di Tonino Perna

Anche se speravo in un miracolo, non avevo dubbi che la Lega avrebbe vinto le elezioni comunali a Riace. L’avevo detto ad amici e compagni che in questi anni si sono prodigati per salvare questa straordinaria esperienza. L’avevo detto anche a Domenico Lucano, “ se fai una lista devi essere sicuro di vincere, altrimenti è un autogoal bestiale! Forse è meglio se non partecipi a queste elezioni farsa perché non c’è agibilità democratica: non puoi parlare con la tua gente da cui ti hanno separato da otto mesi… Puoi fare una grande battaglia in questo senso e molti ti ascolteranno…”. Purtroppo, Domenico si è convinto che poteva farcela ed è andata a finire come sappiamo. O meglio: come pochi sanno veramente.

La Lega ha vinto perché già da questo inverno aveva preparato, tramite il suo delegato nella Locride, una strategia formidabile. I leghisti avevano fatto promesse, in caso di vittoria sarebbero arrivati i soldi. Basta una parola del ministro e la Prefettura paga gli arretrati e la gente potrà finalmente respirare. Per capire meglio bisogna sapere, infatti, che da quasi due anni ottanta giovani di Riace e dintorni, decine di esercizi commerciali, i pochi migranti rimasti sul posto, aspettavano di essere pagati. Per sette anni si erano abituati essere pagati subito in moneta locale (con l’effige di Nelson Mandela, Peppino Impastato, Che Guevara, ecc.), poi, quando il Comune riceveva i soldi dalla Prefettura, la moneta locale veniva convertita in euro. Il sistema funzionava bene, aveva dato un grande impulso all’economia locale, ed è crollato quando lo Stato ha bloccato i pagamenti dovuti.

Da quel momento è iniziato un lento e progressivo distacco della gente di Riace dal suo sindaco. Prima con dei dubbi sul suo operato, poi con una rabbia che montava man mano che passavano i mesi, che non si vedeva una soluzione, che Domenico Lucano diventava sempre più famoso e presente in tutti i massa media. Sentivano che il loro ex-sindaco aveva ricevuto grandi onori dal comune di Milano, Parigi, e da tanti altri meno noti, mentre loro erano sempre più disperati. Poi l’esilio ha fatto il resto, tagliando ogni rapporto tra la gran parte della popolazione riacese e Lucano.

Era inutile spiegare che questa situazione era stata creata ad arte, prima dal ministro Minniti e poi dal suo successore, con la collaborazione di una parte delle istituzioni che hanno perseguitato l’ex sindaco di Riace, al di là di ogni immaginazione, come fosse stato un pericoloso mafioso.

Certo, per essere onesti e avendo vissuto la vicenda dall’interno, debbo dire che anche Domenico Lucano ha commesso degli errori di ingenuità. Il più grave quello di pensare che sarebbe tornato presto al suo posto, che non avendo commesso reati penali avrebbe avuto presto ragione. La conseguenza di questa ingenua aspettativa è stata di bloccare tutte le proposte fatte da tante organizzazioni, associazioni, nazionali e europee, disposte a far riaprire le botteghe artigianali, a riportare i turisti, insomma a rimettere in moto l’economia locale. Ma, Domenico ha detto a tutti “aspettate che torni, debbo rivedere tante cose, abbiate ancora pazienza…”. Senza rendersi conto che la disperazione avrebbe portato tra le braccia della Lega una parte rilevante della popolazione di Riace.

Ma, non è finita qui. Hanno colpito un simbolo, ma non una prassi e una idea: ci sono tanti comuni nelle zone interne della Calabria che sono rinati grazie agli immigrati – da Acquaformosa a Gioiosa Jonica ai paesini pedemontani dell’Aspromonte- esperienze che andrebbero raccontate perché l’esperienza di Riace ha fatto scuola e non la fermerà nemmeno il ministro dell’Inferno.

 

Il Manifesto

29.5.2019

Per Piero Bevilacqua candidato al Sud per La Sinistra

Per Piero Bevilacqua candidato al Sud per La Sinistra

Per l’impegno meridionalista che con costanza e grande professionalità porta avanti da diversi decenni, per l’impegno ambientalista che l’ha visto sempre più impegnato dagli inizi del nuovo secolo, per essere uno dei più prestigiosi e stimati storici italiani, per aver mantenuta viva una visione di sinistra anche nei momenti di estrema confusione che abbiamo vissuto, per essere un amico leale e generoso.
Chiediamo a tutti quelli che vogliono avere una voce che rappresenti il Mezzogiorno in Europa di votare Piero Bevilacqua nella lista europea de La Sinistra, per la Circoscrizione Sud.

Osservatorio del Sud,Alberto Ziparo, Tonino Perna,  Battista Sangineto, Alessandro Bianchi, Velio Abati, Laura Marchetti, Francesco Trane, Ignazio Masulli, Anna Marson, Tomaso Montanari, Enzo Paolini, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Alfonso Gambardella, Maria  Adele Teti, Marta Petrusewicz, Vito Teti, Mimmo Cersosimo, Pier Giovanni Guzzo, Riccardo Barberi, Piero Caprari, Enzo Scandurra, Paolo Favilli, Gianni Speranza, Vittorio Boarini, Giuseppe Saponaro, Roberto
Budini Gattai, Pancho Pardi, Cristina Lavinio, Lucinia Speciale, Fabrizia Biagi, Alberto Magnaghi, Gabriele Emilio, Chiodo, Maria Pia Guermandi, Anna Angelucci, Massimo Veltri, Gaetano Lamanna, Sandro Abbruzzese, Rossella Latempa, Francesco Santopolo, Massimo Ammendola, Miki Campanaro, Maria Teresa Iannelli, Hannah Nassisi, Anna Fioriti, Sonia Marzetti, Alfonso Gambardella, Rossano Pazzagli, Franco Toscani,Ugo M. Olivieri,Lilia  Decandia, Nicola Siciliani de Cumis, Franco Blandi,Fortunato Nocera, Martino Melchionda, Patrizia Ferri,Peppe Pierino, Tommaso Tedesco, Maria Paola Morittu, Mimmo Rizzuti, Pino Ippolito Armino, Giorgio Sganga, Angela Barbanente.

 

Il Manifesto

24.5.2019

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

Un romanzo borghese, finalmente un romanzo borghese ambientato in una città calabrese. “Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna è il racconto di una vita simile alla mia, per esperienze, per vissuto familiare, per scelte politiche operate alla stessa età e nello stesso contesto storico, politico e geografico: una città di provincia del remoto e profondo sud, Reggio Calabria, fra la fine dei ’60 e gli inizi dei ‘70.

Il romanzo è strutturato in maniera multiforme, nel corso del suo svolgimento cambia linguaggio e passo: una lunga poesia come incipit, poi una prosa sciolta, leggera, l’inventario del titolo costruito alla George Perec, il copione di una pièce di gusto anni ’70, di nuovo la prosa, ancora l’inventario e, infine, ancora la prosa. Il libro è molto leggero grazie ad una scrittura intessuta, anche nei passi che raccontano i momenti più dolorosi, di una leggerezza che è quella propria dell’animo lieve dell’autore.

L’inventario che Tonino Perna dovrebbe fare, a seguito della morte del padre titolare di una rinomata fabbrica reggina, è quello degli oggetti di una vita, di più vite, la sua e quella dei suoi familiari. Le cose, gli oggetti da inventariare sono importantissimi, perché sono tracce, spie indiziarie, sono frammenti che, come in archeologia, ci permettono, collegandoli gli uni agli altri, di ricostruire le storie e la Storia. L’autore, attraverso gli oggetti, racconta la sua storia individuale e quella collettiva, della sua famiglia, della sua città e della sua, della nostra, generazione. E quanto siano importanti gli oggetti e le suppellettili nella letteratura lo si può capire, per esempio, dalla lettura di un passo di “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg: “Io credo che nella Storia, nelle storie, le erosioni, i vuoti, le lacune, gli anelli mancanti mi siano parsi attraenti perché misteriosi e dolorosi perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio.  Una terra dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma ancora caldi‚ della vita degli esseri umani che li toccarono“. E l’autore si inoltra in questa sconvolta, ma attraente terra del passato, toccando gli oggetti “caldi” della sua vita e della sua famiglia, facendo raccontare ai bottoni di madreperla, alle molte foto, alle lettere, ai maglioni, alle agendine, ai biglietti del cinema, alle palle da biliardo, al pastore “u meravigghiatu da rutta”, alle medicine, alle penne, alle cravatte le loro storie che, per sinestesia, si rivelano essere la sua e la nostra storia.

Una tappa fondamentale della vita dell’autore è la vicenda collettiva della rivolta di Reggio Calabria del 1970, ma è segnata anche da una vicenda personale molto dolorosa che non è mai divenuta una tragedia collettiva perché, come fondatamente sostiene Perna, siamo in Calabria e i protagonisti, le vittime, sono giovani calabresi che non sono mai stati mediaticamente attraenti. Suo cugino, e compagno, Gianni era uno dei cinque giovani anarchici che morirono, nel settembre di quell’anno, in un finto incidente stradale. Una Mini gialla, avrebbe dovuto esserci anche Perna, che finì, incomprensibilmente, sotto un camion guidato da due fascisti. I ragazzi portavano – all’avvocato anarchico di Roma, Rossi- un faldone di documenti scottanti che, con ogni probabilità, causò la loro morte. Erano furtivamente entrati, qualche settimana prima, nella sede del MSI di Reggio Calabria e vi avevano trovato un serie di documenti, di lettere e di messaggi che, inequivocabilmente, collegavano i fascisti reggini con i Colonnelli greci e che mettevano alla luce i rapporti fra fascisti italiani, Colonnelli greci e Servizi segreti italiani dell’epoca. Per avvalorare l’ipotesi che la morte dei cinque giovani anarchici fosse collegata a quello che avevano scoperto sui legami fra fascisti e Servizi, basti ricordare che, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre di quello stesso anno, fu tentato un golpe da parte di Junio Valerio Borghese con l’aiuto di formazioni paramilitari fasciste, alti comandi delle Forze armate e funzionari dei Servizi italiani.

Nel libro c’è una bellissima definizione dei moti reggini: la prima rivolta di popolo su base identitaria del ‘900, la prima perché ne seguirono altre, la più vicina e terribile in Yugoslavia, quella complicata e meravigliosa terra che, come Tonino, attraversai anche io negli anni ‘70. Perna scrive che i reggini in quella circostanza furono capaci, per la prima volta, di autocoscienza e di autoliberazione; si riconobbero come concittadini che, fianco a fianco sulle barricate, si battevano contro il complotto politico ordito da Mancini e da Misasi che non volevano che Reggio Calabria fosse considerato il capoluogo della Regione. I fascisti e Ciccio Franco, arrivarono dopo, solo dopo egemonizzarono e incattivirono quella rivolta di popolo, di un popolo che, principalmente, si sentiva ignorato dallo Stato.

Voglio ricordare anche quanto siano belle le pagine sul tempo, sul sentirsi eterni da giovani come è accaduto anche a me e, forse, a molti della nostra generazione. “C’è stato un tempo in cui eravamo eterni. Essere eterni è una sensazione che si prova poche volte nella vita, ma non lo si dimentica più. Essere eterni significa essere fuori dalle catene del tempo, pensare che ogni azione, ogni parola abbiano un senso, per sempre. Essere eterni vuol dire questo: avere un tempo infinito davanti a sé”. E ancora “Odio la nostalgia e al contempo non riesco a non pensare che quegli anni sono davvero speciali e irripetibili. Non perché eravamo giovani, ma perché eravamo dei grandi sognatori che viaggiavano nello spazio e fuori da ogni vincolo temporale, senza paura.” Sì, anche io ho nostalgia di quell’epoca non perché ero, perché eravamo giovani, ma perché, forse, eravamo davvero speciali.   Appartengo anche io a quella prima generazione, di cui scrive l’autore, che ha avuto libero accesso, da subito, ai motorini, alle automobili, alle uscite spensierate con gli amici e le prime fidanzatine, ai viaggi in Italia ed all’estero, ai lunghi mesi estivi trascorsi, privi di pensieri, nelle case al mare. Voglio citare, di solito non lo faccio, una canzone sia perché è di un Nobel per la letteratura, sia perché l’autore è il cantore della nostra generazione: Bob Dylan. Lo faccio, soprattutto, perché penso che i suoi versi esprimano abbastanza fedelmente come credo che noi ci si senta o ci si voglia ancora sentire: “Forever Young”. “Possa tu crescere per essere giusto/possa tu crescere per essere sincero,/possa tu sapere sempre la verità/e vedere le luci che ti circondano./Possa tu essere sempre coraggioso,/rimanere in piedi ed essere forte,/Possa tu rimanere per sempre giovane,/per sempre giovane, per sempre giovane,/Possa tu rimanere per sempre giovane”.

“Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna, pubblicato da Castelvecchi, racconta anche delle prime auto, dei primi televisori, delle lavatrici, delle prime gite fuori porta, delle case al mare e di quelle in montagna, delle cinepresa super8 con relativi e macchinosi proiettori, dei giradischi con le canzoni di Mina, Edoardo Vianello, Rita Pavone e, poi, Patty Pravo. Come quella di Tonino, anche la mia famiglia andava a Fiuggi, dove passavo le ore a giocare su quegli stessi piccoli tavoli di panno verde sui quali bisognava centrare con le mani le buche (9 mi pare) con palle da biliardo. Ai miei tempi, c’era anche il minigolf al quale era una gioia costringere, in verità si divertiva moltissimo, il mio seriosissimo e trinariciuto padre Isolo, a giocare. Anche io ho giocato, insieme ai miei amici e compagni di scuola, per pomeriggi interi a flipper e a biliardo in locali simili gestiti, persino, da personaggi molto simili a quello descritto da Perna come, per esempio, l’indimenticabile, per i cosentini della mia generazione, Pasquale Grandinetti. Siamo andati, io e Tonino Perna, a vedere gli stessi film, abbiamo avuto, più o meno, gli stessi motorini e le stesse utilitarie, gli stessi jeans e le stesse scarpe scamosciate. Abbiamo avuto, insomma, la vita, le aspettative ed i sogni, anche rivoluzionari, dei giovani borghesi di tutta Italia e di tutto il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70. Non sapevo nulla di montagne inospitali e magnifiche, di riti religiosi arcaici, di caciocavalli appesi alle travi di casa, di mamme vestite solo di nero, di scannamenti di maiali e di uomini, di processioni di Madonne ingioiellate che si inchinano, della ferocia immotivata di uomini fuorilegge, di soppressate con o senza lacrima, di bracieri ardenti attorno ai quali si siedono vecchi che raccontano struggenti storie di miseria.

L’autorappresentazione letteraria dei calabresi è costituita, nella quasi totalità dei casi, da una cosiddetta “narrazione” rurale, arcaica, primitiva, violenta, pre-urbana di sé stessi e del proprio orizzonte culturale e territoriale. Una autorappresentazione che alimenta, a piacimento altrui, lo stereotipo negativo del calabrese rude e selvaggio nell’immaginario mediatico e collettivo nazionale. Credo, invece, che una “narrazione” (provo avversione per l’uso corrivo di questo sostantivo) che comprenda anche una temperie storica e culturale così, per fortuna, diffusa nella nostra regione e nelle nostre città, possa restituire, a noi stessi ed ai “forestieri”, un’immagine più veritiera e meno deformata di quella che ci turba vedere riflessa sulle pagine dei giornali nazionali o dei reportage televisivi sulla Calabria.

Nel libro di Tonino Perna ho riconosciuto, finalmente, me stesso e la mia generazione, quella nata attorno negli ’50, costituita, in larga misura, da giovani cittadini, liberi, sognatori, avidi di novità e di modernità che assomigliavano, come ho scoperto più tardi, a tutti i ragazzi dell’Occidente che si ribellavano al potere, alle ingiustizie, alla cultura e alle tradizioni dei loro padri e dei loro nonni.

 

Il Quotidiano del Sud

  7 maggio 2019

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

 La mostra, Rinascimento visto da Sud. Matera, l’Italia meridionale e il Mediterraneo tra ‘400 e ‘500, da poco inaugurata nella città “capitale delle cultura europea”, vale da sola il viaggio. Da qualunque punto d’Europa si parta. E non solo per la presenza di dipinti mai esposti, di capolavori di maestri sconosciuti al grande pubblico (e a chi scrive), di tele o sculture di artisti sommi, da Antonello da Messina, a Raffaello a Donatello. O per la presenza di rare pergamene raffiguranti la Cosmogonia di Tolomeo, codici miniati preziosi, rari astrolabi e portolani. Dunque non solo per il valore estetico dei singoli “pezzi” e quello documentario dei reperti, che mostrano un rinascimento meridionale largamente ignoto. Ma anche per un’altra ragione che riporta all’oggi.

Grazie anche ai preziosi pannelli didascalici, la mostra ci offre una realtà storica straordinaria: la formazione dell’Europa mediterranea. Il Mediterraneo, tra ‘400 e ‘500, non è più solo il Mare nostrum dei romani: è qualcosa di più, pur restando il grande spazio di rapporti e traffici tra Oriente e Occidente. Adesso la «grande pianura liquida», per usare una espressione di Braudel, mette in contatto mondi e culture in cui non è solo Roma a primeggiare e dominare, ma fa incrociare economie, culture, saperi di una “economia mondo” cosmopolita che configura il futuro spazio dell’Europa.

Si pensi al rapporto con i popoli del Nord. I tedeschi non sono più i rozzi Germani descritti da Tacito. Un grande tedesco, Federico di Svevia, che insedia nell’Italia meridionale il cuore del suo regno, già nel XIII secolo anticipa con la sua persona, il suo culto dell’arte e della poesia, il cosmopolitismo del rinascimento. Per alcuni secoli la cultura araba con cui Federico dialogava, porta nel Mediterraneo e nei paesi dell’Occidente, che sempre più vi si affacciano – la Francia, la Spagna, le Fiandre, l’Olanda oltre alla Germania – la propria filosofia, i saperi dell’idraulica, dell’agronomia, della matematica. Oriente e Occidente, Nord e Sud attraversavano il Mediterraneo non solo con tessuti, grano, animali, piante, ma anche con opere d’arte, libri, tecnologie, realizzando per almeno due secoli, un culmine irripetuto della civilizzazione umana. Qui si fonda la prima vera Europa, con i suoi popoli, culture e lingue “nazionali” formando un nuovo continente.

Com’è noto, la scoperta dell’America e la nuova centralità dell’Atlantico, a partire dal XVII secolo, cambiano la storia dell’Europa. È la più grande svolta della storia dell’Occidente, ma con in implicazioni mondiali normalmente ignorate. Di essa e del suo seguito conosciamo la parte positiva e progressiva, quella che porta alla modernità capitalistica dell’oggi. Ma ignoriamo il lato oscuro e violento che l’accompagna e la rende possibile. La “conquista del nuovo mondo” come recita la storiografia ufficiale, il soggiogamento delle Americhe, avvenne atraverso lo sterminio delle popolazioni indigene. «Il più grande genocidio dell’umanità», lo definisce Tzvetan Todorov. E noi sappiamo che alcuni paesi, come il Messico e il Perù, subirono tracolli demografici da cui si ripresero solo dopo alcuni secoli.

Ma la svolta atlantica ebbe ripercussioni sanguinose e parimenti durature, anche a Sud. L’avvio della tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, per sostituire i nativi sterminati, trasforma il Mediterraneo cosmopolita a succursale dell’Atlantico, mare di transito del più infame commercio della storia umana: la tratta degli schiavi. I giovani africani strappati ai loro villaggi e venduti come forza lavoro ai mercanti inglesi, spagnoli, francesi, ecc.

Un intero continente viene saccheggiato per oltre tre secoli della sua gioventù e dunque delle sue energie vitali, essendone segnato per sempre.

È da qui che viene il profilo dell’Europa atlantica, perfezionato nel corso dell‘800 e del ‘900 con il colonialismo moderno, che fa della Gran Bretagna il centro imperiale del mondo sino, poi sostituita dagli Usa: in maniera sempre più determinante, dopo la prima guerra mondiale.

È da questa pagina nascosta della storia del mondo che non si può prescindere se si vuole rispondere al quesito che nessuno si pone: per quale ragione la cultura arabo-mussulmana, che aveva al suo interno tutti gli elementi di vitalità e di scienza per evolvere verso una sua modernità, è regredito nel conservatorismo dogmatico e alla fine nel terrorismo suicida? Per quale ragione, se non per la politica di dominio e violenza, soprattutto degli Usa, negli ultimi decenni, una grande civiltà si è trasformata in un aggregato di fanatismi reazionari e retrivi? Il Mediterraneo quale retrovia per i rifornimenti coloniali dell’Occidente ha distrutto l’Europa cosmopolita rinascimentale e imposto al mondo i nazionalismi sanguinari del Novecento.

Oggi a questo mare, sorgente della nostra civiltà, si chiede di nuovo di negare la sua storia di libertà e accoglienza e di farsi barriera e cimitero di popoli messi in fuga dalle guerre atlantiche dei vecchi dominatori, ormai privi di astrolabi e bussole. Una cecità minacciosa. Se i mutamenti climatici cacceranno milioni di africani dalle loro terre, non sarà l’inettitudine tecnocratica dei dirigenti europei a fermarli. L’Europa sarà travolta e nessuno sa quale forma prenderà. Eppure nella sinistra italiana non mancano le culture e le visioni per ridare al Mediterraneo il suo antico compito cosmopolita, rimettendo l’Italia e il Mezzogiorno al centro di una politica di accoglienza e di pace, in grado di riprendere il filo spezzato di una grande storia.

Il Manifesto

10.5.2019

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

 Molto opportunamente Guido Viale è intervenuto ( Il Manifesto del 23/4) sul movimento generato da Greta Thunberg per orientarlo verso una visione più ampia e connessa dei problemi(conversione ecologica) ed entro un percorso politico concreto. Su quest’ultimo punto vorrei aggiungere delle ulteriori indicazioni, per evitare che il generoso sforzo di questa ragazza e di tanti giovani entrati sulla scena mondiale, si esaurisca in un movimentismo senza esiti. E’ ncessario che il Friday for future trovi immediatamente obiettivi determinati, su cui incanalare pressioni rivendicative incalzanti, e sappia anche mostrare concrete iniziative, a scala locale, in grado di invertire la tendenza al riscaldamento climatico, e al tempo stesso alimentando la volontà di lotta quotidiana dei militanti e dei cittadini.

Forse una prima cosa da sapere è che in Europa – terza per produzione di Co2 dopo Cina e USA – a dispetto degli accordi di Parigi e dell’ultima conferenza di Katowice, continua a sostenere con agevolozioni l’uso del carbone quale fonte di energia in gran parte dei paesi dell’Est: Romania, Repubblica Ceca, Estonia, Polonia, che addirittura ne dipende per l’80%. Ma persino la Germania, pur virtuosa su altri piani, trae energia da questo fossile per un buon 40% del suo fabbisogno. (Luca Manes, Inquinamento: la sfida più urgente, <<Micromega>>, 2019/2) Ebbene, qui il movimento deve innescare fronti nazionali di lotta su un terreno rilevante per la diminuzione dell’effetto serra, oltre a chiedere a Bruxelles di cambiare le sue politiche.

Ma c’è un ambito di produzione di gas serra, meno noto, su cui le politiche dell’Unione svolgono un ruolo di prim’ordine: è la politica agricola comunitaria (PAC). E’ vero che negli ultimi anni anche l’agricoltura biologica e integrata hanno cominciato a godere di aiuti cominitari, ma la PAC tiene ancora in piedi il modello agricolo della rivoluzione verde, quello esportato dagli USA nel mondo e che contribuisce con cifre oscillanti tra il 20 e il 30% al riscaldamento climatico. Il successo produttivo di questo modello, che ben presto ha generato in Europa fenomeni di sovraproduzione , solo oggi mostra tutta la sua insonstenibilità, non solo ambientale, ma anche energetica. Come ha mostrato, D.A.Pfeiffer nel saggio del 2006, Eating fossil fuels (mangiare carburante fossile), tra il 1950 e il 1985 la produzione agricola mondiale, calcolata in cereali, è cresciuta del 250%. Un risultato indubbiamente rilevante, che ha permesso una più ampia distribuzione di cibo su scala mondiale, anche se con gli squilibri che conosciamo. Ma l’energia impiegata per ottenere tale risultato   è nel frattempo creciuta del 5000%. Per produrre tanto e in eccesso – oggi nel mondo, quello ricco, finiscono nei rifiuti 1,3 miliardi di tonnellate di cibo – si è sfruttato, in maniera distruttiva, non solo il suolo, ma anche il sottosuolo.

In tale ambito la lotta dei giovani del Friday acquisterebbe un rilievo politico del tutto particolare. L’agricoltura industriale che riscalda il pianeta si regge alla fin fine su uno sfruttamento bestiale del lavoro umano. Alla base della redditività agricola attuale non c’è solo il petrolio, ma anche la schiavitù del lavoro. Com’ è stato messo in luce da una ricerca recente, gran parte delle operazioni di raccolta nelle agricolture dei paesi ricchi si regge sul lavoro semischiavile dei migranti.E’ quanto accade in USA coi latinos, ma anche nel Regno Unito, in Spagna, nella Francia Meridionale, in Grecia, persino in Israele e nella Nuova Zelanda. E naturalmente in Italia.(G.Avallone, Sfruttamento e resistenza.Migrazioni e agricoltura in Europa, Ombre corte, 2017) E’ grazie ai salari di fame che la grande distribuzione commerciale fa profitti vendendoci frutta, verdura e prodotti trasformati, confezionati in plastica e altri materiali e destinati a creare rifiuti e ulteriore inquinamento.

Il movimento può dunque rivendicare il sostegno esclusivo dell’Unione alle agricolture biologiche, e di prossimità, al piccolo allevamento, al lavoro contadino, che rigenera il suolo, protegge il paesaggio, limita l’effetto serra. All’interno di questa visione, che critica alla radice anche il modello alimentare dominante, fondato sul consumo di carne e sul cibo industriale, c’è spazio per una politica attiva, in grado di rendere i giovani protagonisti di una rivoluzione culturale in parte già in atto. Si dovrebbe pensare ai centri urbani come ecosistemi energivori che possono essere tuttavia modificati con una vasta campagna di rigenerazione urbana, in cui in tutti gli spazi liberi, nei luoghi degradati, nelle periferie, si piantano alberi, si impiantano orti, si raccoglie acqua, si fa della città un luogo in cui la natura ritrova nuova vita e funzioni di mitigazione del clima. Al tempo stesso finalmente nascerebbe un movimento di massa contro la cementificazione: un altro fenomeno del capitalismo attuale generatore di riscaldamento climatico.

Il Manifesto

27 aprile 2019

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

 Il Mezzogiorno non aveva mai incontrato davanti a sé una minaccia più grave per il proprio avvenire di quella rappresentata dalla cosiddetta “autonomia differenziata”: vale a dire la richiesta della Regione veneta e di quella lombarda ( con il seguito più moderato dell’Emilia, cui seguirebbero altre regioni del Nord d’Italia e del Centro) di una potestà su ben 23 materie amministrative e un uso privilegiato delle risorse fiscali.Minaccia grave perché questo mutamento della struttura istituzionale del nostro Stato condannerebbe il Sud ad avere sempre meno risorse pubbliche, fornendo, alle regioni ricche, vantaggi strutturali che le renderebbero sempre più ricche, mandando di fatto in frantumi, dopo poco più di un secolo e mezzo, l’unità d’Italia. Grave anche perché essa si presenta come un puro “aggiustamento amministrativo”, camuffando quella che è di fatto una secessione. Anzi, nella propaganda di tanti esponenti della Lega, con in testa il presidente del Veneto, Zaia, essa viene presentata come una iniziativa   riformatrice .,volta a rafforzare la democrazia dei territori. E questo inganno impedisce la reazione necessaria da parte dei meridionali, insieme per la verità, al silenzio dei grandi media, e dei partiti tradizionali, che non informano i cittadini come la gravità del momento richiederebbe.

In realtà l’accordo tra il governo Gentiloni e la regione Veneto, su cui si basa la proposta di legge dell’autonomia differenziata, mostra, già nei suoi articoli, tutta la propria potenzialità eversiva. E come poteva essere diversamente? Da quando è nata, la Lega , che è figlia del Veneto, si è fondata su propositi separatisti e antimeridionali. Quasi trent anni di politica secessionista e antimeridionale hanno plasmato un “popolo eversivo” su cui quella formazione ha fondato il proprio consenso, che non ha caso si è manifestato anche con un pubblico referendum, seguito da quello della Lombardia. E’vero che Salvini ha cambiato la figura del nemico da odiare, sostituendo i meridionali e i romani con i migranti, e ha coperto il disegno eversivo del governo di cui fa parte, finché ha potuto, come un aggiustaggio dei rapporti tra regioni e Stato.Ma l’inganno non è passato, grazie alla battaglia di smascheramento di pochi intellettuali e di qualche coraggioso giornalista. E ora si tenta di realizzare la secessione con trucchi contabili come la determinazione di una “spesa storica”, in base alla quale stabilire i fabbisogni finanziari delle regioni per sostenere i loro servizi e il loro welfare.

Si tratta di una manovra truffaldina. Basti pensare a come viene alterato il rendiconto fiscale delle regioni del Sud, dove le industrie petrolchime pubbliche, che sfruttano il nostro territorio, pagano le loro tasse a Roma. E invece la strada maestra è stabilire in maniera egalitaria i fabbisogni di tutti i territori e di tutti i cittadini, rispettando la Costituzione e selezionando il personale tecnico che dovrà definire gli standard col massimo di trasparenza e partecipazione democratica. Potrebbe essere l’occasione anche per fare giustizia delle risorse che in tutti questi anni sono state sottratte al Sud e utilizzate nelle regioni ricche del Nord d’Italia.

 

Quotidiano del Sud

Aprile 2019