Categoria: Dalla Stampa

Lo sciopero mondiale di questi ragazzi lascerà il segno di Piero Bevilacqua

Lo sciopero mondiale di questi ragazzi lascerà il segno di Piero Bevilacqua

L’evento, il primo Sciopero mondiale per il futuro è sicuramente destinato a lasciare il segno. Che siano le adolescenti e i ragazzi di 80  paesi del mondo, le studentesse e gli studenti di migliaia di città, a realizzarlo, induce a una duplice riflessione, resa drammatica anche dai dati forniti dal Rapporto ONU sull’ambiente, in occasione del sesto Global Environment Outlook in corso a Nairobi. (Luca Martinelli,Un quarto dei morti al mondo per inquinamento, e l’inserto l’Extraterrestre in Il Manifesto,14/3/2019).

Duplice perché, per la prima volta nella storia dell’umanità, siamo prossimi a processi catastrofici, che determineranno le condizioni di vita sulla terra  delle generazioni venture, e ,pur essendone  certi e consapevoli, non agiamo. Lasciamo che i governi e le forze politiche organizzino faraonici meeting internazionali, destinati a cambiar poco o nulla dei meccanismi alla base dei riscaldamenti climatici, e continuiamo a vivere secondo lo stile consumistico che sta facendo collassare il pianeta. E dunque che i giovani, coloro ai quali lasciamo in eredità habitat impoveriti e inospitali, destinati a una popolazione crescente, entrino in scena con uno movimento mondiale di protesta è un fatto che rincuora e dà speranza. Si tratta di uno “sciopero” cioé della disubbidienza e del rifiuto di un lavoro, in questo caso la frequenza scolastica, che dà un carattere speciale all’evento e al tempo stesso mostra la tragica debolezza della situazione globale. Sono i ragazzi, solo loro a fare sciopero, a colpire di fatto se stessi, perdendo ore di studio, ma non scioperano gli adulti, gli operai di fabbrica, gli impiegati, i dirigenti, le figure che dovrebbero colpire anche con un danno economico di portata mondiale i responsabili della devastazione in atto: gli imprenditori del  capitalismo estrattivo del nostro tempo. Eppure dovremmo essere noi adulti, che abbiamo goduto e godiamo degli agi resi possibili  dalla distruzione della Terra a ribellarci, a organizzare uno sciopero generale, a bloccare l’infernale macchina produttiva che getta nelle discariche 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l’anno, rovescia nelle acque gli escrementi di 24 miliardi di animali di allevamento , riempie l’aria di CO 2 e altri gas serra, immette negli spazi urbani milioni di auto in eccesso, sta creando in giro per il mondo montagne di rifiuti tecnologici (e-waste), creando una nuova orografia dell’obsolescenza programmata.

Ma nelle considerazioni compiaciute per questo evento memorabile di oggi deve trovar posto anche un avvertimento e un allarme.I giovani non possono illudersi di esaurire la loro battaglia una tantum, perché non possono illudersi che chi governa l’ordine economico mondiale abbia  il benché minimo interesse al loro futuro e a quello della Terra. Costoro distruggeranno sino all’ultimo lembo di suolo fertile, disseccherano sino all’ultima sorgente le acque della Terra, finché sarà loro possibile trarre un qualche  privato profitto.  E non c’è altro argomento per farmarli, per indurli a percorrere un’altra strada, che   colpirli nei loro interessi vitali. A tale fine l’azione di protesta deve assumere un carattere sistematico e articolato su più fronti. Deve fare pressione sulle amministrazioni, coinvolgendo le tante forze oggi impegnate in queste lotte, per la riconversione ecologica delle città ( riciclo integrale dei rifiuti, diffusione del solare, limitazione del traffico urbano, riuso delle acque reflue,blocco della cementificazione, ecc). Ma deve anche organizzare campagne sistematiche di boicottaggio delle merci prodotte coi sistemi che stanno distruggendo   gli habitat. Occorre essere consapevoli che non c’è più tempo e che le prediche moralistiche, la bolsa retorica del ceto politico, non spostano di un’oncia i meccanismi in atto. Sono necessari settimane e mesi di “sciopero dei consumi”, di rinuncia alla carne degli allevamenti intensivi, ai prodotti dell’agricoltura  industriale, ai beni programmati per rompersi, all’American  lifestyle imposto dal capitalismo USA a tutto il mondo, se si vuole spostare su un terreno di compatibilità ambientale le potenze produttive che oggi dominano l’economia del pianeta.

I ragazzi hanno imboccato la strada giusta.Come le donne di Non una di meno, hanno capito che la dimensione della lotta deve essere internazionale e deve avvenire sotto forma di sciopero, cioé di lotta, di conflitto contro un avversario che  difende lo status quo in cui prospera il proprio interesse.Per oltre due secoli la classe operaia ha fatto evolvere la società industriale, facendo diminuire la giornata di lavoro e accrescendo i salari, promuovendo l’innovazione con conflitti lunghi e costosi. Oggi non c’è altra strada per salvare il pianeta. Una lotta di classe a livello mondiale.

 

Il Manifesto

15.3.2019

Contro la secessione del patrimonio culturale e paesaggistico Appello/Autonomia differenziata

Contro la secessione del patrimonio culturale e paesaggistico Appello/Autonomia differenziata

La richiesta di “autonomia differenziata”, su ben 23 materie, è partita dalla Regione Veneto, ma ha coinvolto anche la Lombardia e l’Emilia Romagna. Questa strisciante secessione farebbe gestire alle tre Regioni il 90% del gettito fiscale per sostenere il welfare dei propri territori. Le attuali richieste di “autonomia differenziata” avanzate dalle tre regioni sono la conseguenza diretta di quella sciagurata modifica del Titolo V fatta dal Governo Amato. Le tre Regioni hanno chiesto, nelle cosiddette bozze di pre-intesa già discusse con il Governo Gentiloni, una assoluta autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria anche del Patrimonio culturale, dei territori e dei paesaggi.

Le tre Regioni che vogliono la manovrabilità sui tributi regionali e locali, stanno chiedendo, oltre alla regionalizzazione della Sanità e della Scuola, di trasferire ai propri uffici regionali le competenze di tutte le funzioni, amministrative e tecnico-scientifiche, delle Soprintendenze che sarebbero, come in Sicilia, controllate dal potere politico regionale. Le tre regioni secessioniste non solo sono fra quelle che non hanno ottemperato all’obbligo di elaborare i piani paesaggistici regionali, ma, analizzando l’ultimo rapporto dell’Ispra, sono anche quelle che consumano più suolo: Lombardia, 12,99%, seguita dal Veneto, 12,35%, e, poi, l’Emilia-Romagna, 9,99%, ai primi posti. Sono, dunque, proprio le Regioni che più cementificano, quelle che vogliono avere mano libera sul Patrimonio e sul paesaggio, senza più il controllo esercitato dalle Soprintendenze, ora organi periferici del Mibac, dello Stato.

Se dovessero passare queste modifiche anticostituzionali ed antiunitarie, l’intero Patrimonio della cultura perderebbe il carattere di fondamento identitario nazionale acquisito grazie al rapporto plurimillenario fra uomini e paesaggi italiani.

I sottoscritti si oppongono fermamente al tentativo di secessione in atto e ribadiscono l’inviolabilità del principio, statuito dall’art.9 della Costituzione, secondo il quale è la Repubblica, e non le Regioni, a tutelare il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Osservatorio del Sud

Assotecnici

Officina dei Saperi

Associazione R. Bianchi Bandinelli

Emergenza Cultura

Battista Sangineto, archeologo, Università della Calabria

Irene Berlingò, archeologa, già dirigente Mibac

Pier Giovanni Guzzo, archeologo, Accademico dei Lincei

Giuseppe Pucci, archeologo, emerito Università di Siena

Piero Bevilacqua, storico, Università La Sapienza Roma

Tomaso Montanari, storico dell’arte, Università di Siena

Vittorio Emiliani, giornalista e saggista

Fausto Zevi, archeologo, Accademico dei Lincei

Lucia Faedo, archeologo, già Università di Pisa

Licia Vlad, archeologa, già dirigente Mibac

Caterina Bon, già direttore generale Abap

Rita Paris, archeologa, ex dirigente Mibac

Ruggero Martines, architetto, ex direttore generale Mibac

Andrea Camilli, archeologo, presidente Assotecnici

Ilaria Agostini, urbanista, Università di Bologna

Paolo Baldeschi, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Paolo Berdini, urbanista

Roberto Budini Gattai, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Carlo Carbone, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Carlo Cellammare, urbanista, Università di Roma “Sapienza”

Giancarlo Consonni, urbanista, Politecnico di Milano

Flavia Martinelli, urbanista, Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria

Lodovico Meneghetti, urbanista, Politecnico di Milano

Raffaele Paloscia, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Francesco Pancho Pardi, urbanista, Università degli Studi di Firenze

Sandro Roggio, urbanista

Leonardo Rombai, geografo, Università degli Studi di Firenze

Enzo Scandurra, urbanista, Università di Roma “Sapienza”

Graziella Tonon, urbanista, Politecnico di Milano

Daniele Vannetiello, urbanista, Università di Bologna

 

IL MANIFESTO

13.3.2019

Perché le autonomie toccano il ruolo del sindacato di Ignazio Masulli

Perché le autonomie toccano il ruolo del sindacato di Ignazio Masulli

È stato ampiamente dimostrato come l’autonomia differenziata aggraverà il divario tra Nord e Sud. Ciascuna regione potrà trattenere un maggiore ammontare del gettito fiscale del proprio territorio e spenderlo per servizi pubblici destinati ai cittadini residenti in quella regione. È facile comprendere gli effetti di maggiori diseguaglianze in settori dell’organizzazione sociale. Tanto più amplificate in quanto accompagnate da un’ulteriore riduzione dei vincoli posti alle autonomie regionali.

Qui intendiamo sottolineare solo alcuni aspetti delle pesanti ripercussioni che si avrebbero sulle condizioni di lavoro e gli squilibri che già le caratterizzano in quegli stessi settori.

Da quanto previsto nelle bozze d’intesa, è evidente che verrà meno la parità di diritti dei cittadini italiani alla «tutela della salute» prevista dalla Costituzione. Le pur ampie autonomie delle regioni nella gestione della sanità saranno ulteriormente allargate nell’organizzazione della rete ospedaliera, selezione dei dirigenti, assistenza farmaceutica, nonché in materia di tariffe, rimborsi, e perfino retribuzioni.

Sarà la fine anche del sistema nazionale dell’istruzione, giacché la regionalizzazione investirà scuole, dirigenti scolastici e insegnanti. Una recinzione simile si verificherà pure nella cura e valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

È prevista, inoltre, una specifica attribuzione di poteri sulla ricerca scientifica e tecnologica. Nuovi poteri saranno attribuiti alle regioni in materia urbanistica e di governo del territorio. Anche per quanto concerne il sistema dei trasporti, strade, autostrade, ferrovie, porti e aeroporti saranno gestiti, in varia misura, dalle regioni.

Non bastasse, assisteremo alla regionalizzazione di buona parte del pubblico impiego, della tutela e sicurezza del lavoro, della previdenza integrativa, degli incentivi alle imprese. È chiaro che tutto questo non potrà non ripercuotersi sulle prerogative e funzioni delle organizzazioni sindacali e sulla loro capacità contrattuale nella difesa dei diritti dei lavoratori.

Un colpo pesantissimo il sindacato lo riceverà, comunque, per il fatto che, a fronte di un’autonomia differenziata, in tutti i settori sopra indicati la definizione dei rapporti di lavoro, sia in termini normativi che retributivi, difficilmente potrà essere regolamentata dai contratti nazionali. E si tratta di una conseguenza tutt’altro che casuale. Sappiamo bene che in tutto il quarantennio neoliberista i contratti nazionali sono stati il bersaglio principale di quanti, gruppi imprenditoriali e governi, hanno cercato di ridurre il potere contrattuale dei sindacati. Tutte le spinte verso la contrattazione aziendale hanno mirato costantemente a questo scopo.

Si può partire dall’offensiva di Margareth Thatcher e degli altri governi conservatori in Europa, purtroppo passando anche per i vari Blair, Schröder e gli altri becchini della socialdemocrazia, fino ai loro emuli recenti, comprese le politiche del lavoro dei penultimi governi italiani.

Oggi una delle maggiori sfide del sindacato italiano e, in prima fila, della Cgil, è quella di opporsi con grande determinazione a questo ulteriore aggravamento degli squilibri e diseguaglianze del mondo del lavoro e della società italiana più in generale.

Questo fronte di lotta può risultare decisivo anche nel contrasto alla logica della società chiusa in cui ci stiamo ingabbiando: «prima gli italiani», «prima i lombardo-veneti» o altri, «prima la mia città, prima il mio quartiere» …e poi? Poi quali prospettive per un’organizzazione sociale ad imbuto?

 

il Manifesto

06.03.2019

Autonomia, Di Maio tra segreti e bugie di Massimo Villone

Autonomia, Di Maio tra segreti e bugie di Massimo Villone

Di Maio ci informa dalle pagine di Repubblica che con l’autonomia non intende spaccare l’Italia. In Consiglio dei ministri andrà una pre-intesa dopo un vaglio politico suo, di Salvini e di Conte, per poi fare una trattativa con i presidenti delle regioni e andare in parlamento, dove i presidenti decideranno sulla emendabilità. Siamo sollevati. Ma poi leggiamo che Salvini ha incontrato Erika Stefani e i governatori leghisti, e ha battuto i pugni sul tavolo in una cena a Palazzo Chigi. E i dubbi tornano.

Dove sono finite le critiche ai famigerati patti della crostata? Soprattutto quando il governo per bocca di Stefani non reca chiarezza né assume precisi impegni in una sede appropriata, come certo era l’audizione del 27 febbraio nella Commissione parlamentare per le questioni regionali. Tutto rimane avvolto nel mistero e nell’ambiguità. Qualcosa è andato in Consiglio dei ministri il 14 febbraio. Ma cosa? Non era già una pre-intesa, che per Di Maio sarebbe invece ancora da scrivere? Circolano bozze di “parte generale” che si definisce “concordata”. Tra chi, dove e quando? Il Consiglio le ha approvate o anche solo viste? Esiste una “parte speciale”, o è da scrivere?

Si vuole forse portare in consiglio dei ministri e in parlamento un ddl del tutto generico, un guscio vuoto recante una sostanziale e probabilmente incostituzionale delega in bianco alle commissioni paritetiche, politicamente irresponsabili, nominate da regioni e governo? Come e quando sapremo chi guadagna e chi perde, e in che modo? Pare che anche l’agenzia Fitch certifichi che l’autonomia differenziata aggraverebbe i divari territoriali, e dubiti persino che recherebbe al Nord reali benefici. Che ne pensa Tria, qui e ora? Su tutto questo Di Maio non offre chiarezza. Dice che si potrà consentire alle regioni di gestire qualche servizio. Potrebbe venirne l’impressione che oggetto del contendere siano marginali funzioni amministrative. Magari con l’apertura di qualche sportello per i cittadini, per una amministrazione di prossimità, efficiente e amica. Ma non è così. Intanto, non si parla solo di funzioni amministrative.

Abbiamo visto nelle scorse settimane bozze, mai ufficialmente avallate, sulle quali Stefani ha glissato anche nella citata audizione. Eppure sono esistite, come c’è stato un lavoro di mesi dei tecnici del ministero e delle regioni (chi, dove, quando? esistono verbali?). Quelle bozze prevedevano il trasferimento alle regioni richiedenti di potestà legislative. Si ritagliava quindi – riducendola – la potestà legislativa statale di dettare norme di principio, e conseguentemente di formulare politiche nazionali. Si passavano nelle mani delle regioni pezzi importanti del demanio statale e infrastrutture di valenza nazionale. Altro che sportelli al pubblico. D’altra parte, cos’è un “servizio”? Tale è, ad esempio, l’istruzione, o la sanità.

Quindi, le parole di Di Maio non escludono la integrale regionalizzazione della scuola, dirigenti, docenti e amministrativi compresi, con programmi, retribuzioni e percorsi di accesso differenziati. È quello che le regioni chiedono, e che tanti nel paese vedono come l’abbattimento del primo pilastro, ieri come oggi, dell’unità d’Italia. Vogliamo sapere di cosa parliamo. Di Maio si impegni a sollevare il velo di segreti e bugie, garantisca la partecipazione paritaria di tutti i territori, assuma la piena emendabilità come obiettivo del Movimento. Passi necessari, considerando che M5S ha generato diffidenza prima scrivendo l’autonomia come priorità nel contratto di governo, e poi mettendola in mani lombardo-venete con la formazione dell’esecutivo: ministra Stefani, leghista del Veneto, e sottosegretario Buffagni, M5S lombardo. Erano già chiari – sapendo dove e come guardare – i rischi delle pre-intese stipulate dal moribondo governo Gentiloni. Mentre il Sud può oggi essere l’unica vera scommessa, più di artifici puramente organizzatori, per fermare un declino M5S in atto. Nessuno che minimamente conosca la Lega e la sua storia può pensare che abbia davvero a cuore – anche nella versione Salvini – l’unità della Repubblica e l’eguaglianza dei cittadini. Ma M5S deve una risposta al paese ed al Sud. Quindi, niente scambio una Tav a me, un’autonomia a te, nemmeno in formato mini. E ci preoccupa molto nella cena richiamata la centralità – a quanto si legge in rete – delle chiacchiere. Il federalismo fiscale non trainerà nessuna crescita.

 

il Manifesto

1 marzo 2019

Il sindacato contro la secessione di Piero Bevilacqua

Il sindacato contro la secessione di Piero Bevilacqua

Non credo che il successo della Lega sia ascrivibile a una improvvisa trasformazione antropologica degli italiani, tutti diventati razzisti. Questo è un vecchio alibi di chi sostiene che «non c’è niente da fare» per poter continuare a badare ai fatti propri. Questo sì, un antico tratto guicciardiniano del carattere italiano.

Ma il nostro è il paese più cosmopolita d’Europa, per storia millenaria e recente. Non c’è, nel Vecchio Continente, un territorio come il nostro, che già in età preromana era formato da un mosaico di etnie, arricchitie dal cosmpolitismo dell’Impero, attraversato da popoli stranieri dal medioevo fino all’età moderna. Senza dimenticare il ruolo universalistico giocato dalla Chiesa di Roma. Un popolo continuamente migrante, che tra ‘800 e 900 ha colonizzato non pochi angoli del pianeta. E che spesso è ritornato in patria. E l’Italia non ha il passato coloniale della Spagna, della Gran Bretagna, della Francia, della Germania…

CERTO NON mancano da noi sacche di abiezione civile, ma sono bassifondi marginali. Dunque il successo del razzismo leghista è un fenomeno recente e politico, legato alle condizioni di disagio create dagli immigrati nelle nostre periferie, all’arretramento sociale di vaste fascie di popolazione, al risentimento contro la «casta», alla politica dell’Ue, la prima sorgente del dilagare di quello che chiamiamo populismo o sovranismo.
Oggi si presenta tuttavia una grande occasione di fermare l’avanzare della Lega: sottrarre il Sud alla sua influenza, mostrare il suo immutato carattere regionalista e secessionista.

La legge per la cosiddetta autonomia differenziata, che minaccia l’unità del paese, come abbiamo più volte ripetuto su queste pagine, costituisce anche una opportunità politica. Essa infatti non tende solo a emarginare il Sud, ma è una strada percorribile solo tramite la disarticolazione del welfare nazionale, la rottura degli ordinamenti, l’emarginazione dello stato unitario. Questa prospettiva, esaminata da tanti studiosi e istituti con analisi inoppugnabili, spaventa non solo le popolazioni del Sud, ma anche tanti cittadini del resto del Paese.

E L’ITALIA ha mostrato non poche volte la capacità di unirsi di fronte alle manipolazioni della Costituzione che mettevano in pericolo la conquista storica della nostra unità. Oggi, nel momento in cui il disegno segreto della Lega è diventato noto, sta montando la mobilitazione. A sinistra Rifondazione comunista e Sinistra Italiana, ma anche alcuni esponenti del Pd, solitariamente, si stanno attivando. Ma sono soprattutto alcune categorie sociali a mobilitarsi, come gli insegnanti e i medici, il cui Ordine nazionale ha assunto posizioni coraggiose di denuncia. E tuttavia si tratta di iniziative sparse e disperse. Ancora non è stata colta la potenzialità decisiva di questa lotta. Mostrare almeno ai meridionali che cosa la Lega di Salvini, Zaia, Maroni sta preparando al Mezzogiorno dovrebbe servire come ammonimento a non dare più un solo voto a chi li sta pugnalando alle spalle.

È IN QUESTA situazione che a mio avviso la Cgil guidata da Landini potrebbe assumere un ruolo importante, di mobilitazione e di unificazione delle lotte. Sul sindacato occorrerebbe per la verità una profonda riflessione. Questo fondamentale presidio di democrazia è ancora attardato a una visione novecentesca dello sviluppo economico, subisce passivamente la dimensione locale del suo insediamento, di fronte alla mobilità mondiale del capitale.

Oggi occorrerebe immettere nel grande corpo della Cgil un bel po’ di giovani che hanno lauree, dottorati, master, conoscono più lingue, a trent’anni hanno girato mezzo mondo e che potrebbero portare nuove culture, nuove visioni e proiezioni internazionali. Oggi questi giovani sono chiamati e incentivati a creare le cosiddette sturtup, se li prende il capitale per accrescere profitti. Mentre il sindacato potrebbe offrir loro l’ opportunità di diventare nuovi gruppi dirigenti al centro e nei territori.

È UNA LINEA che può essere ricercata subito se il sindacato rimette il Mezzogiorno al centro della sua lotta come leva per l’unità e la ripresa generale dell’intero paese. Occorrerebbe selezionare pochi obiettivi realizzabili: i servizi della sanità e della scuola, le infratrtture ferroviarie e viarie,(Matera, città europea della cultura, non ha una stazione ferroviaria), la rigenerazione urbana, la valorizzazione delle aree interne più suscettibili di ripresa economica, mobilitando soprattuto i sindaci. In Puglia la vicepresidente della Regione, Angela Barbanente, ha realizzato alcuni anni fa un modello esemplare di rigenerazione, con i fondi Ue, cambiando il volto di interi quartieri, paesi, scuole, servizi.

Ma bisogna indirizzare la rabbia meridionale nella giusta direzione. Il Sud è stato messo ai margini anche perché alcune regioni del Nord – come insegna il caso Formigoni – hanno praticato una secessione finanziaria di fatto, a cui oggi vogliono fornire il marchio definitivo di una legge.

 

Il Manifesto

1.3.2019

La portata devastante dell’autonomia differenziata di Stefano Fassina

La portata devastante dell’autonomia differenziata di Stefano Fassina

Le ragioni per contrastare la cosiddetta “autonomia differenziata” sono state ben descritte, con un impegno inizialmente solitario, dal prof Viesti, dal prof Villone e pochissimi altri: determinerebbe la fine della scuola pubblica come fattore di integrazione nazionale, l’aggravamento delle condizioni del Servizio Sanitario Nazionale, l’indebolimento ulteriore della tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale.

Grazie a Laterza, è scaricabile gratuitamente un pamphlet, scritto proprio da Gianfranco Viesti, dove viene illustrata in modo semplice un’analisi chiara e documentata della “secessione dei ricchi“. Alla propaganda dei presidenti leghisti e della ineffabile ministra Stefani, sarebbe sufficiente contrapporre l’art. 4 delle pre-Intese sciaguratamente sottoscritte in limine mortis dal governo Gentiloni con Zaia, Maroni e Bonaccini: la “riforma” del Titolo V, per stupide ragioni tattiche, ha aperto varchi pericolosi, ma la responsabilità di legare i fabbisogni standard al gettito fiscale raccolto in ciascun Regione è “merito” dell’ultimo esecutivo dei buoni, dei competenti, dei responsabili.

L’autonomia differenziata, oltre che per il merito, è inaccettabile anche per la procedura parlamentare prevista per la sua approvazione: prendere o lasciare, senza possibilità di emendare i Disegni di Legge di portata costituzionale per attuare le “intese” tra governo e presidenti di Veneto, Lombardia e Emilia. Anche su tale pericolo, Piero Bevilacqua, attraverso Il Manifesto, ha inviatoun’accorata lettera aperta al presidente Mattarella garante dell’unità nazionale.

Non vi è altro da aggiungere per spiegare la portata devastante sul piano dei principi costituzionali dei provvedimenti in segreta elaborazione. Le ragioni per fare le barricate sono divenute chiare. Ma su quale terreno combattiamo? È possibile fare la resistenza all’offensiva della Lega, Nord nonostante la riverniciatura salviniana, soltanto sulla base di astratte e fredde norme costituzionali? E come affrontiamo le cause strutturali dell’offensiva secessionista? Vi sono? Oppure, siamo di fronte soltanto a egoismo da contrastare con lezioni di giustizia sociale, riteniamo che il “vincolo interno” alla solidarietà sia indipendente dal “vincolo esterno” all’europeismo liberista?

La controffensiva deve partire, innanzitutto, sul terreno “sentimentale”: per denunciare e fermare la fine dell’unità nazionale va richiamato il nostro essere Nazione, come definito nella nostra Costituzione, ossia comunità non di sangue, ma di condivisione di Storia e storie, cultura, lingua e programma politico fondamentale, ossia la nostra Costituzione.

Ha colto molto efficacemente il punto Tomaso Montanari che, su Il Fatto, in un commento sulla prevista attribuzione alle Regioni in via di differenziazione della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, scrive: “Se c’è qualcosa che ci fa italiani differenziandoci da tutte le altre nazioni e unendoci tra noi al di là delle infinite diversità della penisola, ebbene quel qualcosa è il legame tra pietre e popolo…”.

Senza “sentire” il legame condiviso di Nazione (la maiuscola è nella Costituzione), senza un sentimento di comune appartenenza alla Patria (Art. 52 della Costituzione), come possiamo considerare obbligo morale dei cittadini a maggior reddito e ricchezza redistribuire a chi ha meno?

In altri termini, perché non chiediamo solidarietà fiscale ai ricchi della Baviera, della Catalogna o della provincia di Amsterdam e, invece, la pretendiamo dai ricchi del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna? La risposta è semplice: perché non esiste un legame transnazionale che “fa” popolo. Non esiste, ahimè, il demos europeo (da qui, l’inconsistenza storico-politica della prospettiva di ‘riforma dei Trattati Europei’ o degli ‘Stati Uniti d’Europa’ enunciata dalle sinistre riformiste e radicali, da Calenda a Varoufakis). Il legame comunitario di Nazione, impasto di Storia, cultura, lingua e pietre è fondativo, condizione necessaria, del programma costituzionale.

Veniamo alle cause strutturali dell’offensiva secessionista. Perché avviene ora? Perché ora che la Lega si auto-rappresenta e viene nel voto riconosciuta come Lega Nazionale? Anche qui la risposta è semplice: perché vincolo interno (alla redistribuzione fiscale prevista dalla Costituzione) e vincolo esterno (i Trattati europei, il mercato e la moneta unica, in primis) sono interdipendenti.

Perché anche i territori più forti sono in sempre più acuta difficoltà in un mercato unico europeo e con una moneta unica al servizio dell’estremismo mercantilista made in Germany, ora giustamente e inevitabilmente osteggiato dal protezionismo del presidente Trump. Sarebbe sufficiente guardare la sempre più ampia divaricazione, nell’ultimo quarto di secolo, del costo del lavoro per unità di prodotto di Italia e Germania per comprendere la domanda rabbiosa di alleggerimento fiscale e contributivo delle imprese del Lombardo-Veneto. Per le quali, va aggiunto, a differenza di quanto avveniva fino a un paio di decenni fa, il mercato interno offerto dal Mezzogiorno è sempre meno rilevante, data la drammatica caduta di potere d’acquisto lì avvenuta.

Nonostante le sinistre riformiste e cosiddette antagoniste si siano auto-confinate in un impotente, ma gratificante, suprematismo morale e culturale, le scelte politiche risentono anche di interessi materiali. Per sconfiggere il disegno secessionista, è quindi decisivo un movimento tra struttura e sovrastruttura: in primo luogo, rianimare il sentimento di Patria e di comunità nazionale; in secondo luogo, ricordare alle classi dirigenti padane l’utilità di essere Italia unita piuttosto che, sempre più, colonia tedesca; infine, allentare la tensione tra vincolo interno e vincolo esterno, sia attraverso un piano per lo sviluppo del Mezzogiorno, sia mediante le forzature necessarie alla regolazione mercantilista dell’Unione europea e dell’eurozona.

Soltanto così, possiamo “chiamare” il bluff della Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Soltanto così, possiamo sfidare nelle loro responsabilità “territoriali” i “portavoce” del M5S. Soltanto così possiamo ritrovare una distintiva funzione storica.

 

fonte: huffingtonpost.it 

No alla frammentazione del Paese. Sì a un nuovo Mezzogiorno di Massimo Veltri

No alla frammentazione del Paese. Sì a un nuovo Mezzogiorno di Massimo Veltri

Dopo un inizio in sordina si è affacciato con insopprimibile impatto mediatico e politico la questione del regionalismo differenziato. Fino ad arrivare alla lettera con cui Piero Bevilacqua si è rivolto negli ultimi giorni al presidente Mattarella sottolineandone, con sobrietà di modi e impeccabile rispetto istituzionale, il ruolo di garante dell’unità del Paese. Iniziative si sono svolte dappertutto, nel Mezzogiorno: tanto in Calabria quanto in Campania e in Puglia a sottolineare l’urgenza del problema e la partecipazione popolare.

Pare, dopo la soluzione del no-impeachment di Salvini, che sia subentrata una tregua per cui non si avverte quella concitazione trafelata e incontrollata con la quale quasi in sordina e alle spalle del Parlamento si voleva correre verso la disgregazione dell’Italia. Perché di questo si tratta: qualcosa di ancora più grave della secessione, visti anche i disegni che prevedono, nei decreti giacenti presso il ministero dell’Interno, il ruolo residuale assegnato a Roma, capitale del Paese. Una tregua, appunto, dovuta certamente al clima di do-ut-des che regna fra i due partner di governo, soprattutto dopo il salvataggio dei 5Stelle nei confronti di Salvini, ma anche e in misura significativa alla forte pressione esercitata da coloro i quali, nelle università, sui giornali, in alcune Regioni, nelle sedi più disparate hanno opposto, spesso con toni argomentati e convincenti (malgrado posizioni sguaiate e infondate affermate o ribadite da esponenti governativi del Veneto) la loro forte opposizione. Non per ultimo è da segnalare l’atteggiamento forte e responsabile di ambienti ministeriali – centri studi e uffici – che hanno prodotto veri e propri rapporti nei quali è evidenziata la insostenibilità, la non praticabilità del progetto frantumatore del Paese.

Non è peregrino però ritenere che l’argomento riprenderà vigore e richiesta di prima pagina, con tempi e modalità al momento non facilmente prevedibili, e pertanto non guasta qualche riflessione e proposta supplementare. A partire da due tipi di atteggiamenti differenti fra loro emersi nelle ultime settimane. Il primo fa capo a Piero Bassetti – politico e imprenditore di chiara matrice democratica- e Valerio Onida – presidente emerito della Corte Costituzionale -, e insieme a loro a esponenti del nord dello schieramento democratico. Il secondo si riferisce ad alcune iniziative soprattutto di matrice campana volte ad accettare la sfida dell’autonomia e addirittura rilanciare.

Bassetti e Onida, da due versanti diversi denunciano, in buona misura, la insostenibilità della situazione attuale, minimizzando per di più l’intendimento frantumatorio della Lega di Salvini, ma soprattutto suggerendo che il rapporto Regioni-Stato centrale deve essere rivisto e riscritto. In ciò trovando immediati alleati non rappresentanti del centrosinistra che a vario titolo e senza troppe circonlocuzioni pongono più d’uno accento sul sud che però “…non può continuare con la sua inefficienza”; che “… gli sprechi sono insostenibili”; che “… c’è un’Italia, perlomeno, a due velocità”. Sentirlo dire da Onida e Bassetti è in buona misura una novità, dagli altri un pò di meno, viste le posizioni del Presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini, da Vinicio Peluffo, segretario regionale lombardo del Pd, tempo fa da Pietro Folena. Per non ritornare sulle sciagurate modifiche costituzionali e altrettanto sbagliati accordi fatti nel passato. Siamo in presenza, così, di una spia rossa che si è accesa, o riaccesa, e la cui intensità acquista sempre più maggior vigore: non solo in ambienti governativi ma pure nel centrosinistra l’unità del paese non è più un valore condiviso.

La questione meridionale, una sorta di feticcio più evocato che frequentato, proprio per vacuità di contenuti e condivisione di proposte e prospettive, si riaffaccia prepotentemente sotto altre spoglie neanche tanto mascherate ma appesantite oltre misura dal pericolo più che reale della dissoluzione dello Stato unitario. Perciò le iniziative di cui si diceva volte ad accettare la sfida e rilanciare non convincono ma sconcertano. Perché gli imprenditori, intellettuali e politici napoletani, nello stilare il loro decalogo di buoni propositi per dialogare con Roma e definire l’autonomia al di sotto del Volturno, le intrepide proposte di chi vuol far nascere la macroregione meridionale, devono fare i conti con una realtà che rischia di far soccombere miseramente non solo il bluff di cui trattasi ma pure lo spirito di responsabilizzazione e di carico di buone intenzioni che pure potrebbe essere sotteso. Com’è pensabile, infatti, avviarsi verso un autogoverno dopo decenni, o secoli, di assistenza e in presenza di classi dirigenti, e non solo politiche, che finora hanno mostrato d’essere la vera palla al piede del Sud? D’emblée nasceremmo come territorio autocentrato e autosufficiente? Il quadro dentro il quale ci muoveremmo quale sarebbe?

Perciò sopra si parlava di bluff, mentre e invece oltre al no fermo e forte alla frantumazione quello che serve è un’idea di Stato diverso, di Mezzogiorno nuovo. Un’idea che deve partorire dai tanti incontri di questi giorni, dalle moltissime prese di posizione pubblicate, dalle riflessioni articolate che si susseguono, e che devono sfociare com’è storicamente prassi comprovata dall’urlo di un no alla condivisione di un sì. Un sì nuovo e diverso che non può nascere dai tanti occhiolini strizzanti al Movimento 5Stelle, per alcuni individuato come unico salvatore della patria contro i trinariciuti salviniani, bypassando il movimento democratico e i suoi rappresentanti-partiti e sindacati- dati invece, frettolosamente?, per defunti o inservibili. Una partita, in qualche misura (solo) apparentemente minore, dentro quella che si sta giocando ormai alla luce del sole, e per la quale vale la pena per davvero impegnarsi. Le Regioni, e quali Regioni, sono utili e funzionali alla crescita del Paese e ad accrescere il suo tasso di condivisione? La cornice istituzionale nazionale contempla prerogative e funzioni diverse: quali mantenere dentro una matrice centrale e quali devolvere? Il Sud è possibile situarlo all’interno di un quadro unitario fatto di solidarietà certamente ma pure, e non in un secondo momento, di virtuosità per quanto riguarda progettualità, capacità di gestione, spesa virtuosa?

A chi compete una riflessione siffatta se non alla politica, e quanto è utile, necessaria, piuttosto di un semplice no che è facile da pronunciare quanto inefficace nei risultati?

 

 

Quotidiano del Sud

26.2.2019

Masochismo meridionale di Tonino Perna di Tonino Perna

Masochismo meridionale di Tonino Perna di Tonino Perna

 La vittoria del centro-destra in Sardegna non è una novità, lo è invece il fatto che a diventare governatore sia un senatore della Lega. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro solo qualche anno fa.

Non riesco a capacitarmi del fatto che, secondo tutti i sondaggi, la popolazione meridionale voterà in massa per la Lega alle prossime scadenze elettorali. Se il trend in atto continuerà il PdS (Partito di Salvini) sarà con buone probabilità il primo partito nel Sud a dispetto del fatto che proprio lui sta sostenendo con determinazione la cosiddetta “autonomia finanziaria differenziata” che comporterà per il territorio meridionale il crollo della sanità, delle Università, scuola e servizi essenziali.   E’ difficile accettare che i cittadini meridionali possano votare in gran numero per chi li ha insultati fino a pochi anni fa, per chi ha detto che i giovani meridionali sono parassiti, nullafacenti e delinquenti, per chi persegue con determinazione e costanza la secessione del Nord. Eppure è così, e varrebbe la pena tentare di capire che cosa è successo in questi anni, perché il leader verde-nero non è un fungo velenoso nato per caso, ma è il frutto di un terreno di coltura, di un humus culturale che abbiamo ignorato.

Pertanto, la domanda è: perché i meridionali si vogliono fare del male con le proprie mani?   Sono diventati masochisti o lo sono sempre stati? Oppure, dobbiamo indagare in maniera più approfondita, capire cosa è successo in quest’ultimo ventennio.

Ci sono delle ragioni strutturali e delle matrici culturali nell’improvviso, incredibile, successo del PdS che si è determinato in soli tre anni. Di certo è stata una mossa elettoralmente geniale cancellare con un colpo di spugna la parola “Nord” e sostituire i “terroni” con gli immigrati. Chapeau! Non c’è che dire. Condizione necessaria, ma non sufficiente per prendere i voti nel resto del paese. Anche la crisi economica ha giocato la sua parte nel diffondere tra i lavoratori precari, tra gli operai dell’industria e dell’edilizia, l’idea che gli immigrati concorrevano sul mercato del lavoro peggiorando le loro condizioni. In assenza di un sindacato capace di unire le diverse fasce del mercato del lavoro, il Nord col Sud, i lavoratori più esposti alla concorrenza sul mercato del lavoro, sia interno che internazionale (leggi: decentramento delle unità di produzione), hanno cominciato a vedere nella “globalizzazione” dei mercati e nei flussi migratori la ragione del loro impoverimento e marginalizzazione. Sono le stesse ragioni che hanno portato la classe operaia statunitense a votare per Trump.

C’è ancora un altro fattore che spiega il successo del PdS: l’alleanza con la borghesia mafiosa.   E’ una alleanza ovviamente non scritta, né dichiarata, ma che fa parte integrante del programma della Lega e si basa su una proposta concreta: la messa all’asta dei beni confiscati alle mafie. Si tratta di decine di miliardi di euro di beni immobili che verrebbero facilmente riacquistati. Indovinate da chi? Soprattutto, si tratta di un recupero di prestigio e potere territoriale che la legge La Torre, con la confisca del patrimonio mafioso, ha colpito nel cuore.

Se queste sono le ragioni “strutturali” non bisogna sottovalutare la matrice culturale che sta portando al successo del PdS nel Mezzogiorno. Sicuramente c’è una colpa nostra, di non sapere spiegare bene, in maniera semplice, che cosa comporti questa proposta di autonomia finanziaria. Se facessimo capire che con l’autonomia regionale differenziata, la scuola e la sanità passerebbero dallo Stato alle Regioni, costringendole ad adeguare gli stipendi al reddito pro-capite, forse la Lega perderebbe una parte del consenso. Infatti, dato che il reddito pro-capite del Mezzogiorno è di circa 19.000 euro e quello della Lombardia di 37.000 gli stipendi dei dipendenti pubblici regionali dovranno adeguarsi di conseguenza. Dato che la Grecia ha lo stesso reddito pro-capite della Calabria (17.500 euro) e poco più basso della media meridionale, non andremo molto lontano dalla realtà pensando che nei prossimi anni un insegnante al Sud guadagnerà più o meno intorno a 900 euro al mese, e un medico ospedaliero intorno ai 1.200. Mentre in Lombardia, Veneto ed Emilia gli stipendi dei dipendenti pubblici si avvicinerebbero a quelli della Germania. Ugualmente, anche nel settore privato si andrebbe a questa netta divaricazione portando quello che è l’attuale differenziale salariale del 20 per cento a quasi il 100 per cento! Altro che gabbie salariali degli anni ’50 del secolo scorso!

Non ci sarebbe bisogno di referendum, come voleva il padre della Lega Nord, per arrivare alla Secessione. L’obiettivo era e resta economico e verrebbe per questa via raggiunto. Va detto che quello che ci impedisce di bloccare questo cammino nefasto è anche una profonda ignoranza sulle conseguenze della “autonomia finanziaria” e una mitologia del Sud che è stata creata in questi ultimi vent’anni.

<< L’autonomia finanziaria di Napoli>> proposta da De Magistris ( che ha stupito molti a sinistra) non è tanto una “sparata elettorale”, ma è in linea con un sentimento molto diffuso nel Mezzogiorno : la nostalgia. Il rimpianto di un fantomatico passato glorioso che è stato distrutto dall’avvento dell’Unità d’Italia. Circola da una decina d’anni sui social, ma anche in tutte le occasioni di incontro dove assistiamo a fugaci battute su Garibaldi che si è venduto il Mezzogiorno ai Savoia, sullo sfruttamento del Sud da parte del Nord cinico e violento. L’incredibile successo dei libri di Pino Aprile (Terroni ha superato il mezzo milioni di copie) e di altri autori minori, è passato inosservato, mentre andava visto come un segnale preciso del sentiment prevalente tra le popolazioni meridionali.    Non che non ci siano delle verità in questa narrazione: il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Sud dopo l’Unità d’Italia è ampiamente documentato, la subalternità del Mezzogiorno all’interno del modello di accumulazione capitalistica del nostro paese è stato denunciato da decine di intellettuali di alto profilo, da Dorso a Salvemini a Gramsci. Ma altra cosa è inventarsi un paradiso terrestre sotto i Borboni, un eden che il Mezzogiorno non ha mai vissuto, e sottovalutare la fase di decadenza progressiva del Regno delle Due Sicilie a partire dagli anni ’20 del XIX secolo (come ben documenta il saggio di Pino Ippolito, Quando il Sud divenne arretrato, Guida, 2019).

E’ chiaro che il maggiore alleato del PdS è chi punta a fare la Lega del Sud, chi non vuole fare i conti con la realtà e “vende” una immagine del Mezzogiorno che non esiste. L’unica via d’uscita da questa catastrofe economica, sociale e politica è quella di ritornare a pensare in termini di alleanze Nord-Sud, rilanciando la Carta di Teano dove sindaci e movimenti sociali, provenienti da tutta l’Italia, avevano tentato di rifondare il nostro paese su una base di valori e obiettivi condivisi.

Quotidiano del Sud

26.2.2018

Così la “secessione” leghista distruggerà il patrimonio di Tomaso Montanari

Così la “secessione” leghista distruggerà il patrimonio di Tomaso Montanari

Se c’è qualcosa che ci fa italiani, differenziandoci da tutte le altre nazioni e unendoci tra noi al di là delle infinite diversità della Penisola, ebbene, quel

“qualcosa” è il legame tra pietre e popolo che dà il nome a questa rubrica. Una identità affermata nell’unico tra i principi fondamentali della Costituzione – l’articolo 9 – a pronunciare la parola “nazione”, rendendola inseparabile dalla “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico”. Non il sangue, non il colore della pelle, non la lingua, non la fede: è invece l’appartenenza reciproca tra umani e territorio (un’appartenenza che non si acquista per nascita, ma per cultura) a farci italiani.

Ma oggi, mentre grida “prima gli italiani”, la Lega di Matteo Salvini è impegnata a scardinare proprio questo: cioè l’Italia. Presto, forse anche prima delle Europee, il Parlamento sarà chiamato a ratificare l’intesa tra lo Stato e le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per la loro “autonomia differenziata”: si voterà, ma il testo non sarà modificabile. “Come avviene per i trattati tra stati stranieri”, ha detto Salvini intervenendo ad una puntata di Agorà.

Stati stranieri: ecco il ritorno, esplicito, della secessione. La secessione dei ricchi, per riprendere il titolo dell’utile libro (scaricabile gratuitamente dal sito di Laterza) in cui l’economista Gianfranco Viesti spiega quali saranno le conseguenze dell’autonomia differenziata delle tre regioni che producono il 40% del Pil italiano, e che mirano a tenersi i soldi delle loro tasse: la fine di ogni solidarietà nazionale e l’abbandono delle regioni più povere, quelle del Sud.

“Un’operazione – ha scritto lo storico Piero Bevilacqua in una lettera aperta al presidente Mattarella – di aperta eversione dello Stato repubblicano, tenuta sotto silenzio per mesi dalle forze politiche promotrici, nella disinformazione generale dell’opinione pubblica”.

Moltissime sono le competenze oggi statali che le tre regioni rivendicano (ben 23 Lombardia e Veneto, 15 l’Emilia). Tra di esse, la tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale. Le regioni con il consumo di suolo più alto del Paese chiedono ora le mani definitivamente libere sul loro territorio. Evidentemente per finire il lavoro. E che l’ispirazione di questa indipendenza di fatto sia sviluppista, e non certo ecologista, lo testimonia il fatto che la Lega, contemporaneamente, impedisce l’autodeterminazione del popolo della Val di Susa sul Tav: l’autonomia va bene solo se porta più cemento.

Il paradosso è che esiste già una regione in cui l’ambiente dipende in toto dalla Regione: la Sicilia. L’autonomia concessale addirittura prima della Costituzione ha creato nell’isola uno stato parallelo, in cui le sorti delle coste, delle foreste e del patrimonio culturale dipendono da soprintendenze nominate e controllate dal potere politico regionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le mani della politica (e non solo) sul territorio; e dunque lo sfascio pluridecennale di un ambiente e di un patrimonio culturale tra i più importanti del mondo. Ma, dice la Lega, le regioni del Nord hanno una classe dirigente diversa da quella della Sicilia: tesi difficile da sostenere nei giorni in cui entra in galera il celeste Formigoni, per 18 anni alla guida della Lombardia. O anche solo rammentando che l’onnipotente doge veneto Galan è egualmente agli arresti.

Sempre ad Agorà, Salvini ha detto esplicitamente: “Che male c’è se il direttore di Brera o il soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece che dal ministero per i Beni culturali?” Accanto ai mali evidenti in Sicilia – quelli che verrebbero dal corto circuito tra un potere locale vicinissimo e chi dovrebbe tutelare valori (culturali e ambientali) non negoziabili sul piano del consenso immediato – ce ne sono anche altri. È chiaro che con Brera ai lombardi e l’Accademia di Venezia ai veneti si inizierebbe a costruire una cultura etno-nazionale, cioè proprio quella che la nostra Costituzione (e prima la nostra storia comune) hanno escluso. Fondamento visibile e riconosciuto della Nazione, e dunque della sua unità, il patrimonio storico e artistico non può essere diviso in base a sotto-appartenenze locali. La Repubblica tutela non solo il patrimonio in sé, ma la sua appartenenza alla nazione: ogni cittadino, membro della nazione e sovrano, è così proprietario dell’intero patrimonio nazionale, senza altre limitazioni. È per questo che un napoletano possiede il Palazzo Ducale di Venezia, o le Dolomiti, non meno di un veneto.

Quel che stiamo ora preparando è invece un tribalismo escludente: che è lo stesso rischio della scuola regionale, in prospettiva dialettale, prevista dalla stessa “riforma”. Un’idea contro cui gli studenti sono già scesi in sciopero venerdì scorso, dimostrando più senno dei loro padri.

Il paradosso è che ora Salvini e i suoi “sparano” all’unità nazionale con una “pistola” forgiata dalla riforma del Titolo V della Costituzione imposta dall’Ulivo (2001), e “caricata” dalle pre-intese firmate dal governo Gentiloni. Come in quasi tutto il resto, dunque, anche in questo caso nessun cambiamento: perfetta continuità con il peggio della nostra storia recente. Ma c’è una novità: le conseguenze di questo “sparo” rischiano di essere letali.

 

Fatto Quotidiano
 25 Febbraio 2019
L’’impossibile tregua/Spacca-Italia, il pericolo non è ancora superato di Gianfranco Viesti

L’’impossibile tregua/Spacca-Italia, il pericolo non è ancora superato di Gianfranco Viesti

 

Questa settimana ha segnato una tappa importante nelle vicende del provvedimento che a buona ragione è stato definito “spaccaitalia”. E cioè la concessione di larghissime forme di autonomia differenziata, con tutte le relative conseguenze finanziarie, a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Nelle dichiarazioni degli esponenti del Governo, il 15 febbraio avrebbe dovuto essere un giorno cruciale: con la definizione da parte dell’esecutivo dei testi delle Intese con le tre regioni, la loro firma da parte del Presidente del Consiglio e l’invio alle Camere della legge di ratifica. Che il Parlamento avrebbe potuto solo votare a maggioranza qualificata, senza la possibilità di emendarle, secondo una l’interpretazione della prassi applicativa della Costituzione. Voto che, è bene ricordare anche questo, avrebbe comportato decisioni irreversibili, dato che i testi si sarebbero potuti eventualmente cambiare in futuro solo con l’assenso delle Regioni interessate. Una strategia ben studiata, con una forte accelerazione del processo in vista di una sua rapida conclusione.

Le comunicazioni alle Camere di giovedì scorso da parte del Premier Conte e della Ministra Stefani disegnano un quadro diverso. Secondo Conte, “ci vorranno ancora mesi”, perché quella svolta finora è solo un’istruttoria; Stefani spiega di non avere il dono divino per arrivare subito ad una soluzione. Per Conte, il Governo è disponibile ad aprire un confronto con il Parlamento sul contenuto delle Intese, nel rispetto delle sue prerogative. Ed egli si fa garante che verrà pienamente realizzata e rispettata la solidarietà nazionale, e che non è previsto in alcun modo il riferimento ad indicatori collegati all’introito fiscale. Nelle stesse ore riappaiono sul sito del Dipartimento per gli Affari Regionali le bozze ufficiali dei primi articoli delle Intese, in cui non figura quella correlazione fra il livello di finanziamento dei servizi e il gettito fiscale regionale, richiesta a gran voce dal Veneto e già concordata nella Pre-Intesa siglata nel febbraio 2018 – da tutte le tre regioni – con il governo Gentiloni.

Perché questo mutamento tattico? Forse perché nei due partiti di governo è cresciuta la percezione del possibile costo politico-elettorale del percorso che avevano immaginato, poche settimane prima delle Europee. La Lega sta provando – con successo, a guardare i risultati in Abruzzo – a sfondare nel Mezzogiorno: e una discussione che mettesse in chiaro la sua volontà di premiare le regioni del Nord-Est a danno di quelle del Centro-Sud avrebbe ostacolato questo disegno. Gli elettori si sarebbero potuti rendere conto, carte e fatti alla mano, che il tanto decantato “Prima gli Italiani” è sempre stato e sarà “Prima gli Italiani del Nord”. Nel Movimento 5 Stelle, in declino elettorale, può darsi sia divenuto evidente il pericolo di perdere ulteriormente consenso fra un elettorato già perplesso da tante recenti decisioni. Forse perché le resistenze di alcuni Ministeri guidati da esponenti pentastellati hanno impedito di chiudere i testi integrali delle Intese nei tempi previsti. Forse anche perché la campagna di informazione realizzata da alcuni organi di stampa, avviata quando la politica tutta sul tema taceva, ha accresciuto di molto la conoscenza e la sensibilità dei cittadini su questi argomenti. E’ forte l’attenzione nella scuola, e tutti i sindacati si stanno unitariamente mobilitando; nel mondo della sanità, con tutte le organizzazioni delle professioni sul piede di guerra; in quello degli esperti di ambiente e di beni culturali, in cui si moltiplicano le prese di posizione.

Apparentemente il progetto della “secessione dei ricchi” è davanti ad ostacoli rilevanti. Sembrerebbe impossibile conciliare le richieste regionali di maggiori risorse con il mantra di questi giorni, ossessivamente ripetuto, che non ci saranno spostamenti all’interno del paese; che, magicamente, tutti staranno meglio. Sembrerebbe impossibile che l’enorme mole di competenze e di risorse umane e finanziarie richieste dalle regioni possa passare indenne l’esame parlamentare.

Ma non è così: se il mutamento tattico è certamente un’ottima notizia, non deve lasciar pensare che i pericoli dello “spaccaitalia” siano stati superati. Ce lo dice chiaramente Stefani sul suo profilo social (coronato dalla bandiera di San Marco): “il percorso ormai è tracciato e non si può tornare indietro. Il giusto confronto con il Parlamento va assicurato, ma non ci sarà spazio per strumentalizzazioni, per discussioni fondate su dati falsi, su allarmi inesistenti”. Non dice come il Presidente della Lombardia Fontana che quanti si oppongono sono dei “cialtroni”, ma i toni sono ugualmente decisi.

E un’attenta analisi delle bozze dei primi articoli delle Intese lo conferma pienamente: si mira alle risorse, anche se indirettamente; si vuole scardinare l’attuale organizzazione dei grandi servizi pubblici. L’articolo 5 ci conferma che la tanto decantata invarianza delle risorse vale solo per il primo anno. Dal secondo dovranno scattare i nuovi indicatori, i “fabbisogni standard”. Vista anche l’esperienza di quelli definiti negli anni scorsi per i Comuni, non c’è nulla di cui stare tranquilli; essi implicano scelte politiche, e possono determinare grandi cambiamenti: non vi è alcuna garanzia che la Commissione che dovrebbe definirli in tempi da record sia esente da pressioni politiche e di forti interessi territoriali. Si noti anche che questi indicatori sono solo dei coefficienti di riparto dell’insieme delle risorse nazionali fra le regioni: l’affermazione ripetuta, che essi produrrebbero efficienza e risparmi è pura retorica. Ma c’è di più: le stesse bozze prevedono che per le regioni firmatarie vi sia una clausola di garanzia per cui – se non si arrivasse ai nuovi indicatori – sarebbe comunque disponibile una somma “non inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale”. Se è la spesa pro-capite è superiore nessun problema; se è inferiore deve aumentare. Per Lombardia e Veneto un guadagno netto garantito; naturalmente a spese delle altre regioni, dato che la spesa pubblica totale non può aumentare. Allo stesso modo, se il gettito fiscale regionale cresce, va alla regione; se diminuisce, se la devono vedere ancora una volta gli altri italiani. La tanto decantata invarianza impallidisce ancor più davanti all’articolo 6, che promette alle regioni firmatarie la determinazione di un ammontare delle risorse fiscali in riferimento al fabbisogno per investimenti pubblici, da “attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese”: cioè, per alcuni ci sono risorse garantite per le infrastrutture, per gli altri si vede quel che resta. Altrimenti perché inserirla?

Forti restano le conseguenze per gli assetti dell’intero paese. Si dice che “detto schema sarà quello adottato per ogni regione che chiederà l’autonomia”. Ma se tutti trattengono una parte garantita del proprio gettito fiscale, con quali e quante risorse il governo può manovrare la finanza pubblica e far fronte al nostro enorme debito nazionale? E poi, sempre nelle bozze ufficiali restano enormi i poteri per la Commissione Paritetica (nove esperti nominati dal Ministro per gli affari regionali e nove dalla Regione), che opererebbe senza controllo parlamentare. Essa nei suoi primi quattro mesi di vita “determina le risorse finanziarie, umane e strumentali” necessarie, e le modalità per la loro attribuzione; monitora e verifica l’attuazione del tutto. Così come per i Consigli Regionali, che individuano “le disposizioni statali delle quali cessa l’efficacia nella regione”. E entro i primi quattro mesi si provvede al “riordino delle amministrazioni statali”: esse sono ridimensionate in proporzione alle funzioni e alle risorse trasferite.

E tutto questo non è che l’antipasto. La sostanza del provvedimento è nei circa 50 articoli delle Intese di cui sono disponibili solo bozze ufficiose. Lì c’è la regionalizzazione della scuola, dei dirigenti scolastici e degli insegnanti, la scomparsa del servizio sanitario nazionale, la fine delle normative e degli standard nazionali in materia di ambiente, la parcellizzazione delle norme di tutela e sicurezza del lavoro, l’attribuzione di poteri sulla ricerca scientifica e tecnologica così come sull’urbanistica e sul territorio, la regionalizzazione della previdenza complementare, il potere di veto delle regioni sulle nuove infrastrutture e il passaggio gratuito al loro demanio di strade e ferrovie esistenti (pagate, nel tempo, da tutti gli italiani); e molto altro.

La Lega si è spinta troppo oltre nelle promesse ai suoi sostenitori del Nord-Est. Una parte delle classi dirigenti di quelle regioni ha puntato con decisione su una sostanziale secessione dal resto dell’Italia. Non demorderanno così facilmente, e, appena le condizioni politiche lo consentiranno, torneranno con maggior forza all’attacco.

 

MESSAGGERO e IL MATTINO

23.2.2019

Il Bel paese in frantumi Il patrimonio ed i paesaggi smembrati dalla secessione del Nord di Battista Sangineto

Il Bel paese in frantumi Il patrimonio ed i paesaggi smembrati dalla secessione del Nord di Battista Sangineto

L’Italia è il paese che vanta la più antica e rigorosa tradizione giuridica nel campo della tutela e della valorizzazione del Patrimonio culturale, una tradizione che risale ai primi editti dello Stato Pontificio, nel ‘400 ed arriva al D.L 42 del 2004. La valorizzazione ha, però, assunto un valore particolare a partire dalla modifica del Titolo V della Costituzione, voluta e fatta approvare dal centrosinistra con un solo voto di scarto, nel 2001. La modifica ha attribuito, fra le tante altre cose, potere legislativo concorrente tra Stato e Regioni in materia di valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione di attività culturali. Le attuali richieste di “autonomia differenziata” avanzate da tre regioni -Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna- sono conseguenza diretta di quella sciagurata modifica fatta dal Governo Amato. Le tre Regioni, soprattutto Lombardia e Veneto, hanno proposto, nelle cosiddette bozze di pre-intesa già con il Governo Gentiloni, una assoluta autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria del Patrimonio culturale, dei territori e dei paesaggi.

Quale artista non ha provato in Italia quella virtù armonica tra tutti gli oggetti delle arti e il cielo che li illumina; e il paese che serve loro quasi da sfondo […] Il vero museo di Roma, quello di cui parlo, si compone, è vero, di statue, di colossi, di templi, di obelischi, di colonne trionfali, di terme, di circhi, di anfiteatri, di archi di trionfo, di tombe, di stucchi, di affreschi, di bassorilievi, d’iscrizioni, di frammenti d’ornamenti, di materiali da costruzione, di mobili, d’utensili, etc. etc. ma nondimeno è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dalle rispettive posizioni della città in rovina, dai rapporti geografici, dalle relazioni fra tutti gli oggetti, dai ricordi, dalle tradizioni locali, dagli usi ancora esistenti, dai paragoni e dai confronti che non si possono fare se non nel paese stesso” scriveva Quatremère de Quincy nelle sue lettere (II e IV) a Francisco de Miranda, nel 1796. Il filosofo e archeologo francese, già alla fine del ‘700, aveva elaborato il concetto di contesto storico-culturale di cui l’Italia, tutta, era l’esempio più evidente e fulgido.

Nella Bozza di pre-intesa già stipulata fra Veneto e Governo si legge, nel testo già approvato dai diversi Ministeri, tranne quello dell’Economia, all’art.46 si legge “Nel rispetto dei principi fondamentali fissati dal D.L. 2004/42 […] alla Regione sono attribuite la potestà legislativa e le funzioni amministrative in materia di valorizzazione dei seguenti istituti e luoghi della cultura appartenenti allo Stato e dei beni culturali ivi presenti […]” (manca una lista a noi ancora ignota). E se al comma 4 dell’art. 46 si legge la rassicurante affermazione che “La tutela dei beni culturali e delle collezioni museali presenti negli istituti e luoghi della cultura appartenenti allo Stato e dei beni culturali ivi presenti e le determinazioni afferenti al prestito delle opere d’arte e la concessione in uso, continuano ad essere esercitate dal Mibac”, al comma 6 dell’art. 46 si trova lo spaventevole “[…]al fine di assicurare l’esercizio delle funzioni di cui ai commi precedenti sono trasferite alla Regione Veneto le funzioni esercitate dalle Soprintendenze ABAP e della Soprintendenza archivistica e bibliografica, presenti sul territorio regionale, con le attribuzioni delle relative risorse umane, finanziarie e strumentali”.

Sul paesaggio e sulla sua tutela, invece, non c’è alcuna bozza di pre-intesa, ma, al momento, solo le richieste del Veneto che vuole attribuirsi, all’art. 47 comma 1, la potestà legislativa e amministrativa sui piani paesaggistici, sui veicoli vecchi e nuovi e al rilascio dei vincoli sono agghiaccianti. Al comma 2, art. 47 la pietra tombale sia sul Patrimonio culturale sia sui paesaggi: “In attuazione delle disposizioni di cui al presente articolo, sono trasferite alla Regione Veneto le correlate funzioni delle Soprintendenze in materie di paesaggio presenti sul territorio regionale, con l’attribuzione delle relative risorse umane, finanziarie e strumentali”.

Non deve sfuggire, però, che proprio le tre regioni secessioniste -la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna- sono fra quelle che non hanno ottemperato all’obbligo, come da D.L. 2004/42, di elaborare i piani paesaggistici regionali. Analizzando l’ultimo rapporto dell’Ispra, si scopre che se il consumo di suolo medio in Italia è del 7,63, la percentuale più alta è in Lombardia, 12,99%, seguita dal Veneto, 12,35%, e, poi, l’Emilia-Romagna, 9,99%, ai primi posti. Se ne può dedurre che sono proprio le Regioni che più cementificano i paesaggi, quelle che vogliono mano libera sul Patrimonio e sul paesaggio e non gli organi periferici dello Stato, le Soprintendenze. Vogliono avere, quantitativamente e qualitativamente, la libertà di cementificare a casa loro.

La Lombardia, invece di perdersi in troppe chiacchiere sui beni culturali e sui paesaggi, ha chiesto, ed ottenuto all’articolo 33 della pre-intesa con Conte, tutta l’autonomia che potesse desiderare: “Alla regione Lombardia sono attribuite ulteriori competenze legislative e amministrative volte a consolidare il proprio sistema di governo del territorio; a tal fine la regione può disapplicare le disposizioni di principio delle leggi dello stato, successive alla data di approvazione della presente intesa, aventi incidenza sulla disciplina regionale relativa al contenimento del consumo del suolo […] d) la disciplina del permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici di cui all’art. del dP.P 380/2001, nel rispetto delle norme igienico, sanitarie e di sicurezza stabilite in base alla normativa statale e regionale”.

Le richieste dell’Emilia-Romagna sono meno radicali, ma ricalcano, in buona sostanza, quelle delle altre due Regioni sopracitate.

In sintesi le tre Regioni vogliono la manovrabilità sui tributi regionali e locali chiedendo – ed il larga parte ottenuto dall’attuale Governo- il trasferimento delle funzioni delle Soprintendenze ABAP, violando in questo modo persino l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica (non le Regioni) promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, che è nella prima parte, quella teoricamente intangibile.

Se dovessero passare queste modifiche anticostituzionali ed antiunitarie, -non solo politiche, ma anche storico-culturali- la tutela e la valorizzazione del Patrimonio italiano, su cui si fonda il nostro comune sentire, verrebbero sminuzzate. Il Bel Paese ne risulterebbe frantumato, e perderebbe definitivamente “…quella virtù armonica tra tutti gli oggetti delle arti e il cielo che li illumina…” cantata da Quatremère de Quincy, alla fine del ‘700.

Nel 1960 Ranuccio Bianchi Bandinelli, forse il più importante antichista italiano del ‘900, scriveva: “L’Italia si sta distruggendo giorno per giorno, e tale distruzione […] è conseguenza del prevalere degli interessi della speculazione privata e della grossolanità culturale della attuale classe dirigente italiana […] perché è l’autorità ministeriale la massima tutelatrice e interprete della legge nell’interesse comune”. L’autorità in questa materia è prerogativa della Repubblica, del Ministero, dello Stato, dunque, e non delle Regioni, tre delle quali chiedono, ora, il trasferimento delle funzioni delle Soprintendenze, organi periferici del Ministero per i Beni culturali, violando in questo modo persino l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, che è nella prima parte, quella teoricamente intangibile della Carta.

A distanza di quasi 50 anni dalla istituzione delle Regioni possiamo affermare che esse non hanno funzionato perché non sono legate alla storia della nostra Penisola e perché sono diventate solo carrozzoni clientelari, inefficienti ed autocentrate. Dobbiamo, invece, dare maggiore autonomia, soprattutto economica, alle nostre antiche città, ai Comuni. I cittadini devono riacquisire il loro plurimillenario e democratico diritto alle città.

Il Manifesto

23.2.2019

Caro Presidente, il suo silenzio, la nostra solitudine di Piero Bevilacqua

Caro Presidente, il suo silenzio, la nostra solitudine di Piero Bevilacqua

Caro Presidente Mattarella, spero non le appaia troppo irriverente e irrituale inviarle una lettera pubblica. Avrei potuto chiamare a supporto di quanto sto per scrivere autorevoli firme. Per togliere il carattere apparentemente personale alle mie parole. Non l’ho fatto, non perché non creda alla funzione degli appelli – la democrazia vive anche di routine, specie quando funziona – ma perché anche simbolicamente voglio qui interpretare la figura del singolo cittadino e prendermi l’esclusiva responsabilità di quanto scrivo.

Seguo da mezzo secolo le vicende del mio Paese, sia come partecipe osservatore delle dinamiche politiche quotidiane , sia come storico dell’età contemporanea.

E dunque credo di poter affermare con drammatica sicurezza che mai si era verificata in Italia, fino ad oggi, un’operazione di aperta eversione dello Stato repubblicano, tenuta sotto silenzio per mesi dalle forze politiche promotrici, nella disinformazione generale dell’opinione pubblica, nel silenzio dei partiti, nella sordina di quasi tutta la grande stampa, nella totale disattenzione della televisione pubblica.

Il progetto di legge sulla cosiddetta “’autonomia differenziata”, riguardante le regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia, arrivato alla discussione ufficiale nel Consiglio del ministri del 14 febbraio scorso, è infatti questo: un progetto di disarticolazione dell’unità nazionale, affidato alla diseguale redistribuzione delle risorse fiscali e alla attribuzione di speciali potestà, alle regioni suddette, in ben 23 materie.

Non entro nel merito analitico del costrutto giuridico e del suo carattere eversivo, benché abilmente camuffato come un normale percorso di rafforzamento delle autonomie amministrative. Studiosi della materia con ben maggiori competenze delle mie, l’hanno ampiamente fatto su questo giornale e su altri organi di stampa. E del resto, in prossimità del Consiglio del ministri, anche i media nazionali si sono profusi in informazione quotidiana, quando l’argomento si prestava al corrivo gossip giornalistico sulle difficoltà e i contrasti che la legge apriva all’interno del governo e nei partiti.

Si tratta di una informazione drammaticamente tardiva, anche se oggi appare preziosa, ma che sarebbe stata vana se l’iter legislativo non si fosse momentaneamente inceppato.

E infatti questo è l’altro aspetto inquietante dell’operazione semiclandestina di secessione padana camuffata da routine amministativa. Il fatto cioè che essa è realizzabile – grazie a una disposizione prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione – senza dibattito parlamentare, vale a dire tramite la completa marginalizzazione dell’organo legislativo, destinato a rappresentare la volontà del popolo italiano.

Tre regioni possono stravolgere la Costituzione e disfare l’ordito unitario dello stato nella completa disinformazione, ma anche nell’ impotenza dei cittadini.

E allora, caro Presidente, com’è stata possibile questa allarmante falla? Debbo ricordare che il disegno eversivo è stato solitariamente denunciato, contribuendo non poco al suo momentaneo arresto, soltanto da pochi, sparuti studiosi che da mesi sono impegnati allo stremo nella più scoraggiante solitudine.

Si tratta di quegli intellettuali, in gran parte docenti universitari, che Matteo Renzi e il suo governo hanno cominciato a dileggiare come “professoroni,” facendo ormai scuola e senso comune. Il sapere e le competenze specialistiche derisi come vecchiume libresco, da sostituire con la fresca improntitudine “popolare” del politico che sa adattarsi alle circostanze.

Ma come è stato possibile tutto questo? E’ cosi fragile oggi il nostro organismo costituzionale, l’architettura dei nostri ordinamenti civili, da dovere essere puntellata, in un momento così grave della vita nazionale, da un pugno disperso di cittadini?

E allora, caro Presidente, siamo in un frangente delicato della nostra storia che può decidere dell’unità o della frantumazione avvenire della comunità nazionale, della sua riduzione a un mosaico di statarelli regionali in rissa e competizione perpetua. E non posso non chiederle che posto conserveremo in Europa se una gran parte del Paese, il Mezzogiorno, verrà messo ai margini della vita economica e sociale.

Lei incarna l’unità dell’Italia. Sono rispettoso e consapevole dei suoi limiti operativi e dei suoi obblighi istituzionali. Ma può la sua azione, in tale circostanza, limitarsi a una eventuale diniego di apporre la sua firma alla legge?

Può ancora rimanere in silenzio, caro Presidente, mentre l’Italia corre un rischio così grave, destinato a pesare in maniera tanto rilevante sulla nostra vita e su quella dei nostri figli?”

 

Il Manifesto
 22.02.2019

La secessione leghista (e sudista) ci avvicina al caso cecoslovacco di Massimo Villone

La secessione leghista (e sudista) ci avvicina al caso cecoslovacco di Massimo Villone

Apprendiamo dal sindaco de Magistris che entro l’anno ci sarà a Napoli un referendum per la «totale autonomia» della città, con l’obiettivo di avere «più risorse economiche, meno vincoli finanziari, più ricchezza, più sviluppo, meno disuguaglianze». Quindi, «è finita la pacchia per voi politici antimeridionali… al Sud dopo anni di ingiustizie, discriminazioni, depredazioni e saccheggi delle nostre risorse – umane, naturali e materiali – ci stiamo riscattando raggiungendo risultati incredibili ed abbiamo tutto da guadagnare con l’autonomia totale».

Successivamente «proveremo a realizzare, se lo vorranno anche le altre popolazioni del Sud, un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero Mezzogiorno d’Italia».

Certo, De Magistris è già in campagna elettorale, e una tara va fatta. Ma cosa è una «totale» autonomia, da chi e per cosa? Come può dare più ricchezza e sviluppo? Colpiscono le assonanze con l’iniziativa del centrodestra, lanciata dall’ex governatore della Campania Caldoro, per un referendum su una macroregione del sud. A che fine, dopo il regionalismo differenziato in sala leghista? Con quali poteri e risorse? In quale rapporto con il resto del paese? Quanto al governatore De Luca, prima censura senza appello il progetto di autonomia per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, poi presenta una richiesta della Campania per 13 materie. Se avesse voluto emblematicamente far scoppiare le contraddizioni avrebbe dovuto se mai presentare una richiesta per 23, copia conforme di quella del Veneto. Così, segnala una disponibilità alla trattativa. Ma su cosa? Sulle briciole lasciate da chi giunge al traguardo prima di lui? Tutto perché la prospettiva del regionalismo differenziato già prima dell’approvazione ha destabilizzato il quadro politico e istituzionale. Sono due i punti dirompenti: da un lato la iniqua ripartizione delle risorse e la crescita delle diseguaglianze bene sintetizzata nella formula di Viesti della “secessione dei ricchi”.

Dall’altro, il radicale indebolimento dello Stato centrale che viene anche dalle richieste relativamente più soft. L’unità del paese diventa un valore recessivo e aggredibile. Non è più una scommessa pagante. Il ceto politico scommette invece che comunque ci si muoverà verso una frammentazione, e si posiziona per il day after. Così si spiega la corsa alla autonomia differenziata anche di regioni che in astratto avrebbero l’interesse opposto. Negli anni ’90 la spinta secessionista della Lega fu contrastata da soggetti politici ancora effettivamente nazionali nel radicamento e nel progetto politico. Ma ora l’unico vero partito sopravvissuto è proprio la Lega. Il Pd è largamente dissolto, e persino nelle sue roccaforti di un tempo si sgretola. In Emilia-Romagna si teme il sorpasso leghista nelle prossime regionali. La sinistra che fu non ha più la massa critica necessaria.

Nel centrodestra la Lega è ormai egemone, e i vagoni di scorta non hanno la forza di portare una linea alternativa. M5S è un non-partito, e la carenza non è sanata dalla piattaforma Rousseau. Per dirne una: se si sottoponesse al voto online l’autonomia differenziata, come verrebbe assicurata una equilibrata distribuzione territoriale dei votanti in rete? Potrebbero essere tutti lombardi o veneti e per di più lo saprebbe – forse – solo Casaleggio. Comunque, basterebbe mai il voto dei 52.000 che hanno coperto Salvini a legittimare una scelta che spezza l’Italia la sua storia? Potremmo trovarci, tra qualche tempo, a studiare il caso cecoslovacco. Il velvet divorce venne con un voto parlamentare del novembre 1992, e il paese fu diviso senza alcuna partecipazione della volontà popolare. In sostanza, la separazione – su un crinale ricchezza-povertà – fu voluta e decisa dal ceto politico, e in particolare dai leader dell’epoca. Avvertiamo i primi refoli di un leghismo sudista, e il regionalismo differenziato messo in campo può avvicinarci alla ex Cecoslovacchia. Per evitare impazzimenti e difendere la Repubblica, la Costituzione, la nostra storia bisogna bloccarlo o correggerlo radicalmente qui e ora, nel paese, in parlamento, in corte costituzionale. Può un paese dare di matto? Sì, e nessuno può imporre un trattamento sanitario obbligatorio. Per noi, l’unico protocollo terapeutico è la Costituzione, e il solo medico abilitato a somministrare il trattamento risolutivo è il popolo sovrano.

 il Manifesto, 20 febbraio 2019

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna.
Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione nel progetto di coniugazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna. La necessità di superare quella «mancanza di società», per dirla con Giacomo Leopardi, ostacolo principale ad un rinnovamento dei «costumi» impossibile, senza la volontà, il faticoso sforzo di risorgere, di «rigenerarsi», secondo una parola largamente circolante nella letteratura del primo Risorgimento.
Lo sforzo di risorgere e rigenerarsi unisce strettamente l’obiettivo dell’unità nazionale a quello della costruzione di una società profondamente riformata tramite la costruzione di rapporti giuridici e sociali «democratici», cioè tendenti all’«uguaglianza», tra tutte le sue componenti. L’uno e l’altro aspetto sono coessenziali.
Nelle condizioni dell’Italia «espressione geografica» questa concezione del Risorgimento si presenta come una vera e propria «rivoluzione». Ed infatti l’espressione «rivoluzione italiana» ebbe largo corso nel Risorgimento, usata tanto da coloro che furono i protagonisti più conseguenti di quel processo che da coloro lo temevano e, in vari modi, vi si opponevano.
E partecipi di una «rivoluzione» si sentivano i democratici mazziniani, i democratici garibaldini, i democratici-socialisti alla Pisacane. Anche se non furono le loro prospettive, le loro speranze, quelle vincenti nel 1861, diventarono carne e sangue di culture, movimenti sociali, partiti politici per i quali l’Italia unita era l’essenziale precondizione per lo svolgimento della tensione egalitaria insita nella democrazia.
La storiografia di ispirazione gramsciana, sulla base di rigorosissimi studi tutti calati nelle cose, è stata critica degli esiti del Risorgimento, non certo del movimento risorgimentale in sé. Ha messo in luce le vischiosità degli svolgimenti storici, anche di quelli che si vogliono più radicali, ed ha proiettato altre tappe della «rigenerazione» risorgimentale nel corso della storia post unitaria. Ed in questo senso non ha niente di retorico e di storicamente improprio l’espressione di «secondo Risorgimento» utilizzata per definire la lunga continuità di alcune delle «figure profonde» nel contesto della Resistenza.
Fu un reale Risorgimento dalla necrosi progressiva che aveva portato la patria a morire l’8 settembre 1943. Fu la rigenerazione in una patria diversa che si voleva erede della «rivoluzione italiana» dell’Ottocento. «Redenzione», altra parola che, nel dopo 8 settembre, prospettava «semplicemente riattivazione di una storia d’Italia sottostante al fascismo. Niente tutti a casa! e niente morte della patria» (M. Isnenghi, 1999), ma Resistenza.
La Costituzione italiana rappresenta l’esito coerente della tensione verso una rinascita radicale dello stato/nazione italiano in grado di coniugare veramente processi di liberazione e giustizia sociale nel complesso della sua dimensione unitaria.
Sebbene in maniera non lineare ma attraverso durissimi conflitti, anzi in virtù di quei durissimi conflitti, cominciano ad innervarsi nel corpo della legislazione italiana, tramite vere «riforme di struttura», aspetti fondamentali della tensione egalitaria della Costituzione. Servizio sanitario nazionale, istruzione pubblica, impronta complessivamente progressiva del sistema fiscale, sono pensati ed attuati come funzioni di una più profonda unità dello stato/nazione nei primi trentacinque anni della storia repubblicana.
Dopo cominciano i prodromi del «grande balzo all’indietro», relativamente lento nella fase iniziale e poi progressivamente rovinoso verso la disgregazione del livello di coesione sociale raggiunto tra tutte le parti del paese. Livello, peraltro, non ancora soddisfacente.
La regressione che, dagli anni Ottanta del Novecento, ha trasformato in profondità lo stato della democrazia in Italia, è aspetto della più generale regressione globale neoliberista. Tratto distintivo della ragione neoliberista e delle sue costruzioni istituzionali è la messa in concorrenza di tutti i fattori che direttamente o indirettamente producono plusvalore: aree geopolitiche ben comprese. L’Europa di Maastricht, dove uno spazio formalmente unito è in realtà concepito e praticato come luogo di Stati messi in concorrenza, dove le vittorie di alcuni sono sconfitte per altri, ne è un esempio perfetto.
Se l’intesa sulle Autonomie differenziate percorrerà indenne l’iter parlamentare, cosa che nell’attuale congiuntura politica sembra probabile, l’Italia che ne uscirà avrà incorporato Maastricht al suo interno. La storia del Risorgimento, del primo e del secondo, sarà davvero finita, ed i lombardo-veneti, gli emiliani saranno definitivamente aggregati, in un sistema integrato di fornitura subalterne, all’area economica tedesca; in inevitabile concorrenza con altre sistemi-regione per l’ottimizzazione delle proprie risorse. Il tutto nell’ambito di un ordinamento fiscale sempre meno capace di fare fronte ad esigenze che in tempi diversi erano considerate universalistiche.
La combinazione tra la concezione della finanza pubblica alla base della flat-tax ed i contenuti della intesa sulle Autonomie differenziate, non possono avere che effetti dirompenti su una società la cui coesione è già stata abbondantemente logorata e sullo Stato nazionale che di tale coesione dovrebbe essere il garante. La flat-tax, infatti, altro non è che la riproposizione della ottocentesca tassazione proporzionale, contro la quale si sono battuti, in nome della «finanza democratica», i protagonisti del Risorgimento come rivoluzione italiana. Un altro gigantesco passo verso l’Italia come «espressione geografica».
Ma il piccolo filisteo governatore del Veneto, nelle vesti di un redivivo austriacante, potrà prendersi una rivincita storica sui grandi veneti: Ugo Foscolo e Ippolito Nievo.

Il Manifesto

16.2.2019

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

Il regionalismo differenziato sarà una riforma che coinvolgerà diversi settori della via pubblica, fra cui la sanità. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Enzo Paolini.  

Lei è intervenuto – anche in virtù della sua lunga esperienza al vertice nazionale del comparto ospedaliero privato – sul dibattito in corso sulla autonomia differenziata, sul disegno di legge del governo dicendo che in realtà è una riforma costituzionale mascherata. Parole forti, una provocazione?

  “Mica tanto. A me sembra un dato di fatto. Uno dei principi fondamentali sui quali poggia la nostra legge suprema, cioè la Costituzione è l’unità nazionale. Che non è solo un fatto territoriale o amministrativo, non può esaurirsi nella assenza di barriere fisiche tra regioni o nel cantare insieme l’inno quando gioca la nazionale. Unità nazionale vuol dire soprattutto identità di diritti tra cittadini indipendentemente dalle loro origini, dalla residenza o dal censo”.

  E ciò viene messo a rischio dalla richiesta di alcune ragioni di gestire in proprio determinati settori?

“Sì, perché gestire autonomamente comporterebbe – secondo il disegno di legge all’esame del Parlamento – disporre senza condizioni del gettito fiscale alimentato dai propri cittadini. Principio giusto e logico in superficie ma iniquo se si ha ben presente il principio, appunto costituzionale dell’unità nazionale che, sul tema fiscale è declinato mediante tassazione proporzionale. Chi è più ricco paga di più e contribuisce ad assicurare assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza, servizi a chi ha di meno”.

  E cosa succederebbe – secondo lei – nel campo del servizio sanitario?

“Sempre secondo il disegno di legge della maggioranza di governo, le Regioni ad autonomia differenziata avrebbero la possibilità di stabilire in proprio i LEA (livelli essenziali di assistenza) di fissare proprie tariffe, di pagare e assumere i medici come vogliono, di gestire e organizzare la rete ospedaliera con le propri risorse ed anche in difformità dai vincoli di bilancio che devono osservare le altre regioni. E tutto ciò per assicurare assistenza solo ai propri residenti.

Ciò vuol dire che un calabrese potrà contare su una assistenza sanitaria sostenuta solo dalle risorse fiscali prodotte dai calabresi, così che la forbice della diseguaglianza, già ampia nei fatti, si allargherà ancora di più per legge.

E se un calabrese vorrà curarsi a Milano dovrà pagare.

Verrà, così, cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese e cioè il Servizio sanitario nazionale basato su principi solidaristici e universali, cioè cure uguali per tutti, e con oneri a carico dello Stato.

Se passa l’altra concezione – quella contenuta nel disegno di legge – non ci sarà più alcuna unità nazionale sul piano del diritto all’assistenza sanitaria uguale per tutti.

E sarà disarticolata la Costituzione in un modo obliquo e subdolo”.

Però c’è di dice che alimentare la sanità nel sud, con i suoi disservizi e le sue ruberie è come gettare soldi in un buco nero.

“Ma è proprio questo il punto. Un governo molto superficiale privo del senso profondo della comunità agisce sull’effetto e non sulla causa. Invece di impiegare tutte le risorse per contrastare il malaffare, ad esempio la grande evasione fiscale, alza uno steccato senza considerare che le ruberie – e tante – ci sono anche a Torino o a Modena e che la nostra classe medica è eccellente.

La verità è che governare è un’arte affascinante e difficile e non si può fare se non si hanno competenze, se non si studia. Il resto sono slogan malamente applicati, garganismi demagogici ed autoreferenziali da una parte e dall’altra”.

Come se ne esce?

“Con la buona politica. Ma il silenzio della sinistra, l’indifferenza di una classe dirigente intenta solo a regolamenti di conti interni è imbarazzante ed allontana le giovani generazioni.

I partiti e le istituzioni – senza più il fascino delle idee, se non delle ideologie – attrarranno solo coloro che vedono nella politica una fonte di guadagno. Ed in questo modo si imbarbarisce la società civile”.

Allora il problema – nel Paese ed in Calabria – è tutto a sinistra?

“No, ho fatto l’esempio perché mi piacerebbe una rinascita degli ideali in cui ho creduto e credo e per i quali continuo a battermi. D’altra parte non penso che sia un segreto che non sia entusiasta di una città perennemente appaltata per opere in parte inutili e distratta, ubriacata, da un perenne movida e dalla costruzione artificiale di brand poco credibili.

Ieri sono passato su Viale Mancini, l’opera simbolo di una stagione di vero e proprio rinascimento della nostra città, e l’ho visto divelto, letteralmente stuprato e con amarezza ho riflettuto sul fatto che l’idea di chi aveva realizzato, per via urbanistica, una grande opera pubblica sul piano sociale, è stata soppiantata dalla violenza di un braccio meccanico che dice, con prepotenza, che li si fa un’altra cosa e non ha importanza se è inutile, costosissima e non piace a tanti cittadini. Un po’ come il TAV. Un’idea verticistica di quello che si autodefinisce, a Roma come a Cosenza, il governo del fare.

Ma la storia insegna che, in questo modo, prima si ha un consenso acritico e poi si asfaltano anche i diritti. E mi lasci dire, anche così un po’ muore la Costituzione”.

Quotidiano del Sud

12.2.2019

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

 Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcroristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.
Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.
È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.
In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.
Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.
Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

 

L’Internazionale

14.2.2019