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Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017: una forte riduzione con crescenti disparità territoriali di Gianfranco Viesti

Gli investimenti pubblici nella sanità italiana 2000-2017: una forte riduzione con crescenti disparità territoriali di Gianfranco Viesti

L’emergenza coronavirus sta mettendo in luce le conseguenze del grave sotto-finanziamento del sistema sanitario nazionale (SSN), documentato da molte fonti; da ultimo, con semplicità e chiarezza da Reforming (2020). Sono da tempo disponibili molte analisi economiche del SSN, anche nelle sue articolazioni territoriali: si vedano per tutte quelle, recenti, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB 2019) e della Fondazione Gimbe (2019). Esse si concentrano particolarmente sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima rilevanza sia per il personale sia per gli acquisti di beni (farmaci) e servizi. Convergono nel sottolineare il progressivo definanziamento del SSN; ricordano i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure. In molti casi esse comprendono anche analisi sulle dotazioni strutturali del SSN e delle sue articolazioni regionali, in particolare in termini di posti-letto; anche da questo punto di vista vengono sottolineate crescenti differenze territoriali, soprattutto per gli effetti di riduzione della spesa indotti dai Piani di Rientro (ad esempio Aimone Gigio et al., 2018).
Può essere utile affiancare a questo vasto corpo di analisi una riflessione specifica sulla spesa in conto capitale in sanità, nell’insieme del paese e nelle Regioni. Questa analisi è possibile grazie al sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT), che rende disponibili dati di cassa sulla spesa per investimenti pubblici in sanità, dal 2000 in poi, in valori costanti e consolidati per livello di governo (la spesa finale è effettuata per la quasi totalità dalle Aziende Sanitarie Locali). La figura 1 mostra il totale nazionale degli investimenti pubblici in sanità, a prezzi del 2010, fra il 2000 e il 2017; essi sono ammontati complessivamente a 47 miliardi di euro.

Il profilo della spesa è costante fino al 2007 intorno a 2,8 miliardi; crescente per un breve periodo fino al 2010, anno in cui tocca i 3,4 miliardi. Poi fortemente decrescente, fino al valore minimo di 1,4 miliardi nel 2017, che è del 60% più basso rispetto al 2010. Dal 2012 la spesa è inferiore a quella dell’anno 2000. Un vero e proprio tracollo. Stando al rapporto annuale della Corte dei Conti (2019, p. 244) sulla finanza pubblica, che analizza i
bilanci delle ASL, si tratta di un livello molto inferiore, nel 2016, a quello degli altri paesi europei. “In Italia solo lo 0,3% del Prodotto è destinato ad accumulazione, contro importi più che doppi nelle principali
economie europee: lo 1,1 della Germania, lo 0,6 della Francia. Superiori anche Spagna e Portogallo con rispettivamente lo 0,7 e lo 0,6”.
Ma di che parliamo? Dallo stesso Rapporto si può calcolare (dalla pagina 243, medie quadriennali 2015-18 a prezzi correnti), la composizione tipologica degli investimenti, che appare piuttosto qualificata in senso scientifico-tecnologico, e quindi di grande rilevanza per la qualità delle cure. Infatti, se per il 40% si tratta di terreni e fabbricati e per il 17% di mobili, automezzi e altri beni materiali, quasi un terzo della spesa (32%) è per attrezzature scientifiche e sanitarie, il 7% per impianti e macchinari e il 5% per immobilizzazioni immateriali.
La spesa per investimenti in sanità in questi 18 anni è stata poi molto squilibrata territorialmente.
Dei 47 miliardi totali, oltre 27,4 sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno; in particolare in quest’ultima area, che nella media del periodo pesa per il 35% della popolazione italiana, gli investimenti sono stati pari al 17,9% del totale. In termini pro-capite, a fronte di una spesa nazionale media annua di 44,4 euro, quella nel Nord-Est è pari a 76,7 (cioè di ben tre quarti più alta), mentre quella nelle Isole è pari a 36,3 euro e nel Sud Continentale a 24,7: poco più della metà della media nazionale. Al Centro e al Nord-Ovest si è stati molto vicini alla media. La tabella 1 mostra il dettaglio regionale, interessante anche per le sensibili differenze interne alle macroaree territoriali.

Sono evidenti grandissime differenze. Colpiscono i valori straordinariamente alti del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta, i cui cittadini hanno una disponibilità di strutture e servizi sanitari molto maggiore di quello degli altri italiani. Molto più alti della media nazionale sono anche i valori degli investimenti in Emilia-Romagna, Toscana e Veneto. Diverse regioni hanno valori simili a quelli medi, anche se un po’ inferiori in Umbria, Abruzzo e Sicilia. Vi è invece un gruppo di regioni con livelli di investimento intorno alla metà della media nazionale: sono, come si vede, Puglia, Molise, Campania e Lazio. Impressionante, infine, il dato della Calabria: i suoi meno di 16 euro pro-capite significano una intensità di investimento nella sanità che è stata quasi 12 volte inferiore a quella della Provincia Autonoma di Bolzano e quasi tre volte inferiore alla media nazionale. Per quanto si può vedere dalla media dell’ultimo quadriennio sulla composizione tipologica degli investimenti, non paiono esservi grandi differenze territoriali: elaborando i dati della tabella a pagina 243 di Corte dei Conti (2019), si può calcolare che nel Mezzogiorno (Sud e Isole) è maggiore rispetto al valore nazionale il peso delle attrezzature sanitarie e scientifiche (38%) e un po’ inferiore quello dei macchinari (5%) e delle immobilizzazioni immateriali(4%).
Può essere interessante comparare i flussi degli investimenti con il livello delle dotazioni e dei fabbisogni infrastrutturali delle diverse regioni. Anche questo è un terreno molto complesso, data la difficoltà di stabilire con precisione indici di dotazione infrastrutturale. Ad esempio la Corte dei Conti (2019) segnala che nella comparazione internazionale delle dotazioni di attrezzature sanitarie italiane non vanno considerati solo i livelli ma anche l’obsolescenza; che naturalmente tende ad aumentare in periodi di calo complessivo degli investimenti.
Un confronto di massima può essere compiuto utilizzando l’indicatore sintetico di divario di fabbisogno infrastrutturale delle regioni italiane calcolato per il 2006 dalla Fondazione CERM su dati Health for All, elaborando 19 diverse variabili (Banca Intesa, “Il mondo della salute fra governance federale e fabbisogni
infrastrutturali, Milano, 2010, pag. 74). Il quadro al 2006 mostrava una dotazione maggiore nelle regioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Sud, con le regioni del Centro su livelli simili a quelle del Nord. Tale quadro può essere confrontato con l’intensità degli investimenti pubblici (espressi in pro-capite) per il 2007-17. Da questa comparazione vengono esclusi il Molise, che aveva al 2006 un indicatore di dotazione molto più alto delle altre regioni e Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che, come appena visto hanno potuto realizzare investimenti in misura molto maggiore rispetto al resto del paese. La Figura 2 mostra in istogramma le dotazioni 2006 (posta pari a 100 la regione meglio dotata e cioè l’Umbria) e in linea continua gli investimenti pro-capite 2007-17 (in numero indice, posta pari a 100 la regione con il flusso maggiore e cioè la Toscana).

Appare evidente che, in linea generale, l’intensità di investimento è stata maggiore nelle regioni che avevano già una maggiore dotazione. Vi è tuttavia l’eccezione rappresentata da Umbria e Lazio, con alte dotazioni e bassi investimenti, e quindi con un deterioramento della posizione relativa: una sorta di “scivolamento verso Sud” di due regioni centrali. Colpiscono i dati particolarmente negativi di Calabria e Campania, e l’andamento leggermente migliore, nel quadro meridionale, di Basilicata e Sardegna.
Agli specialisti del settore e agli esperti dei complessi meccanismi di finanziamento della sanità, spetta dire quanto ciò dipenda dai criteri di riparto delle risorse e quanto da scelte delle amministrazioni regionali, o dalla difficoltà di realizzare investimenti pur avendo disponibili le relative risorse. Vale naturalmente ricordare che diverse regioni italiane, prevalentemente nel Mezzogiorno, sono state sottoposte negli ultimi anni ai meccanismi finanziari determinati dai “Piani di rientro”, con conseguenze molto serie sulle capacità complessive di spesa (Aimone Gigio et al., 2018).
L’obsolescenza delle strutture, il sottodimensionamento e l’invecchiamento delle apparecchiature di diagnosi e trattamento ha ricadute sull’attività e sulla spesa corrente: erogare gli stessi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) con una minore dotazione strutturale costa di più a qualità inferiore. Non a caso nella legge 42/2009 sul federalismo fiscale, la perequazione infrastrutturale (poi non attuata, neanche nella misurazione delle dotazioni) era strettamente legata alla capacità di erogare servizi con fabbisogni standard. Appare verosimile poi che queste tendenze, avendo aggravato le disparità di dotazioni fra le regioni, abbiano concorso a ridurre l’efficacia dei sistemi sanitari di alcune grandi regioni del Sud, contribuendo alla mobilità in uscita dei pazienti; mobilità che, rappresentando un costo per le regioni di provenienza, può a sua volta renderne più stringenti i vincoli finanziari.
Vale ricordare che la Corte dei Conti (2019) segnala che “diverse iniziative sono state assunte nell’ultimo biennio per procedere ad un potenziamento delle dotazioni tecnologiche ed infrastrutturali del sistema sanitario”, di cui il Rapporto dà conto. Tuttavia sono emersi con chiarezza notevoli fabbisogni di investimento ancora senza copertura. Una analisi del 2018 del fabbisogno di edilizia sanitaria lo quantifica in 32 miliardi di euro nell’arco temporale 2019-2045; il fabbisogno di investimenti in tecnologie sanitarie per il solo triennio 2018-20 ammontava a 1,5 miliardi, principalmente per sostituzioni di macchinari. Le necessità di investimenti in tecnologie appaiono (Corte dei Conti 2019, pag. 250) non a caso molto maggiori della media nazionale in Basilicata, Calabria e nelle Isole, oltre che in Friuli Venezia Giulia e Umbria.
Appare naturalmente auspicabile, anche – ma non solo – alla luce della drammatica diffusione epidemica che stiamo vivendo in questi giorni, che nei prossimi anni vengano dedicate risorse molto maggiori per gli investimenti nel SSN; e che essi mirino a potenziare le strutture in tutte le regioni ma con una attenzione particolare per quelle meno dotate: che come si è visto, sono state particolarmente penalizzate quantomeno nell’ultima decade.

Rathenau e Keynes, due grandi voci sull’economia di guerra Economia di guerra . di Tonino Perna

Rathenau e Keynes, due grandi voci sull’economia di guerra Economia di guerra . di Tonino Perna

Le analisi dei due studiosi sui cambiamenti prodotti dalle guerre mondiali, che in pochi anni facevano maturare ciò che avrebbe dovuto accadere in qualche secolo di storia.

Sentiamo dire che «siamo in guerra» contro un nemico invisibile e terribile. Anche la Confindustria parla esplicitamente di «economia di guerra» e prevede una perdita di 100 miliardi di euro al mese. Ma, possiamo definire «economia di guerra» questa stretta alle attività produttive?

Si tratta, in effetti, di una strana guerra che non vede esseri umani schierati gli uni contro gli altri, ma tutti i paesi del mondo lottare, spesso da soli, contro un nemico comune. E il patrimonio nazionale non viene distrutto dalle bombe, ma può essere distrutto dalla chiusura dei mercati, a causa della la pandemia.

La letteratura sull’economia di guerra è piuttosto avara e per addetti ai lavori. Spiccano due nomi prestigiosi che se ne occuparono, analizzandone le conseguenze e le opportunità nel periodo post-bellico: Walter Rathenau e John Maynard Keynes.

Walter Rathenau, grande intellettuale tedesco, fu il primo economista nel ‘900 ad occuparsene. Prestigioso manager della grande industria tedesca e ministro della ricostruzione e poi degli esteri nella Germania di Joseph Wirth nel 1921-22, Rathenau ci ha lasciato alcune importanti analisi sulla sua esperienza diretta durante la prima guerra mondiale. Due gli insegnamenti fondamentali, e le indicazioni che ne derivano («L’economia nuova», Einaudi, 1976).

Il primo è il crollo della globalizzazione dei mercati: «…le esperienze di guerra ci hanno insegnato a produrre dentro il nostro paese un gran numero di prodotti importanti; ma d’altra parte noi, che eravamo abituati a distribuire il lavoro degli operai salariati in vista del mercato mondiale, avremo bisogno nuovamente di un grandioso rivolgimento».

Oggi assistiamo ad uno scenario simile e dovremmo dedurne che lo spazio del mercato comune europeo diventa ormai essenziale e strategico, e che l’Unione europea deve fare un salto di qualità nella sua integrazione istituzionale, economica e sociale. Altrimenti non scomparirà solo la Ue, ma imploderanno i singoli paesi.

Il secondo contributo riguarda il ruolo dello Stato: « …la nostra economia di guerra… offre appunto la dimostrazione, se la si osserva rettamente, che i sistemi apparentemente più immutabili possono essere trasformati non in una sola, ma in molte maniere, e che lo Stato, in quanto esso sia opportunamente diretto, può coi suoi organi e le sue istituzioni adattarsi e muoversi efficacemente in ogni campo del lavoro». (pag. 61). In breve, quello che coglie Rathenau nell’analisi dell’economia di guerra è che essa fa emergere l’opportunità di costruire una «Economia Nuova», fondata su un allargamento del mercato locale, una minore dipendenza dall’export, e un ruolo di pianificazione e di regista da parte dello Stato. Concludendo che «la guerra ha fatto maturare in pochi anni ciò che avrebbe dovuto maturare in qualche secolo» (pag. 68).

Nella famosa Teoria Generale di John Maynard Keynes troviamo, nella parte finale, un saggio dal titolo “How to Pay for the war” (1940), in cui il grande economista si pone il problema cruciale di chi e come finanziare l’enorme sforzo bellico. Anzi, il Capitolo IV ha un titolo provocatorio «Si può fare pagare la guerra ai ricchi?». La risposta di Keynes è chiara: non è sufficiente far pagare solo le classi medie e alte, occorre uno sforzo anche da parte dei redditi inferiori ai 250 sterline l’anno, che era il reddito percepito allora dal 88% della popolazione.

Solo che per non colpire la classe lavoratrice, già con un basso livello di consumi, Keynes suggerisce che venga introdotto il salario differito, ovvero che una parte di salario sottratto dalle nuove imposte venga restituito dopo la guerra.

Partendo dal problema di fondo «come finanziare lo sforzo bellico», Keynes, nell’anno in cui la Gran Bretagna entrava nella seconda guerra mondiale, cerca di trovare una soluzione che concili la ripartenza dell’economia post-bellica con la giustizia sociale concludendo sulla stessa scia di Rathenau: «Riusciremo così a cogliere l’occasione della guerra per realizzare un progresso sociale positivo» (pag.563).

Ed è questo il messaggio che oggi sta arrivando da varie parti, e che su questo giornale hanno espresso, tra gli altri, Guido Viale e Piero Bevilacqua, sul piano soprattutto della grande occasione per una conversione ecologica della nostra economia. Ma senza una redistribuzione dei redditi, senza giustizia sociale, la guerra contro il Corona-virus la vinceranno ancora una volta gli speculatori di Borsa, i rentier, i privilegiati da questo modo di produzione.

Il Manifesto
(Immagine riportata da Il Manifesto)

Ambiente e pandemia il drammatico connubio della pianura padana Covid-19. di Piero Bevilacqua

Ambiente e pandemia il drammatico connubio della pianura padana Covid-19. di Piero Bevilacqua

Sono numerosi e attendibili gli studi che dimostrano il dramma dell’avvelenamento del territorio oggi più colpito dal contagio virale che attacca i polmoni.

Ma perché presocché nessuno, né i medici, né il ministro della Sanità, né i soliti commentatori televisivi, esperti su tutti i temi emergenti, né i giornalisti, tentano di abbozzare una risposta alla domanda, che ormai tutti si pongono: perché tanta mortalità in Lombardia?

Un interrogativo al quale per la verità qualcuno, nei siti in rete, comincia a dare risposte nell’unico senso plausibile: le condizioni ambientali della Pianura padana.

E’ solo per il cronico analfabetismo ecologico degli intellettuali italiani, per la cultura tutta politica o politico-economica dei giornalisti, per la ghettizzazione storica degli specialismi medici, che dai tempi di Cartesio hanno separato, per tutti i secoli della modernità (salvo parentesi italiane degli studiosi della malaria), il corpo dell’uomo e le sue malattie dagli habitat in cui vivono? O è per non mettere in discussione l’assetto economico su cui è stato edificato il benessere sociale di quelle regioni?

Eppure un po’ di attenzione ai problemi del nostro ambiente avrebbe dovuto subito indirizzare le osservazioni nel verso giusto.

Chi segue anche da dilettante questi fenomeni sa che da anni una nube tossica sosta sul cielo della pianura padana. Oggi le cose sono migliorate, grazie alla riduzione dei grandi inquinanti negli scarichi delle auto. E tuttavia non abbastanza, al punto che oggi la grande nuvola di smog staziona ancora su quell’area.

Come informa Jacopo Giliberto, su un sito in rete, col report Inquinamento, foto shock (pianura padana con smog) vista dal satellite. La foto riportata è stata scattata dai satelliti europei della missione Copernicus Sentinel, impegnati a misurare, nel periodo tra gennaio e aprile di quest’anno gli ossidi di azoto nell’atmosfera.

L’articolo ricorda correttamente che la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi della fabbriche, alle emissioni dei motori diesel.

Mancano per la verità, in questo sintetico quadro, gli inquinanti atmosferici che non sono affatto scomparsi nelle città con la riduzione dello smog e che sono in aumento: l’ozono e il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.(A.Ballarin Denti,

L’aria che respiriamo, una questione politica, «Vita e pensiero» 2008, n.1) E allora, cosa ci dicono queste informazioni sull’alta mortalità della Lombardia? Un contributo prezioso lo da il sito InfoData Il Sole24ore, nel quale si osservano i grafici relativi alle malattie influenzali dello scorso anno, sui Casi gravi e decessi per regioni.

Ebbene, emerge con nettezza che in cima ai casi con decessi sta l’Emilia-Romagna, seguita dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto. Agli ultimi posti in ordine decrescente, (a parte Trento e Bolzano, con pochi casi, e l’Umbria e l’Abruzzo senza morti) stanno la Calabria, la Puglia, la Sicilia e la Sardegna. Il commento ai grafici riporta una indicazione che convalida la nostra tesi: “La Lombardia è stata la regione in assoluto più colpita, con 138 casi gravi, anche se la porzione dei decessi è fra le più basse d’Italia”.

In questa regione, dove esiste il più avanzato sistema sanitario del Paese – e personale medico e paramedico di primissimo ordine, come possiamo ammirare con gratitudine in questi giorni – sono stati salvati più pazienti, ma su una popolazione che tende ad ammalarsi in misura incomparabilmente più estesa degli altri italiani.

Oggi il Covd19 colpisce cittadini dai polmoni compromessi da decenni di smog. Drammaticamente significativo il caso opposto della Calabria, dove a prendere l’influenza virale sono in pochi, ma i morti sono addirittura la metà degli ammalati.

Documento doloroso di una disparità intollerabile, che accusa le classi dirigenti nazionali e regionali.
Ebbene, questi dati non ci consolano e oggi servono a poco. Ma sono indispensabili per l’immediato futuro, per ripensare con radicale severità lo sviluppo capitalistico dominante.

E cade qui a proposito un po’ di cronaca. Il 17 sera, dopo aver assistito al vano tentativo di Giovanni Flores, nella trasmissione Tv Di martedì, di avere dai suoi ospiti qualche risposta sulle ragioni dell’alta mortalità lombarda, sono passato al dibattito che si svolgeva con Bianca Berlinguer, alla trasmissione Carta Bianca. Pochi minuti per raccogliere una vera perla del mio vecchio amico Massimo Cacciari

Un intellettuale, al netto delle cantonate politiche, sempre al di sopra di una spanna dalla media, per ampiezza di visione. Ebbene, nel lasciarsi andare a un programma di massima per il futuro dell’Italia, tra tante cose sagge, si è lasciato scappare il punto programmatico di una organizzazione della società secondo stretti “criteri aziendali”. Ma se è proprio questo criterio che sta conducendo non l’Italia, ma il mondo intero, nel cul de sac di una crisi ambientale forse irreversibile, che ci renderà sempre più esposti alla serie di pandemie prossime venture?

Il Manifesto
(Immagine riportata da Il Manifesto)

Titolo V e pareggio di bilancio, bestie nere del welfare di Enzo Paolini

Titolo V e pareggio di bilancio, bestie nere del welfare di Enzo Paolini

Abbiamo già detto dei guasti enormi provocati dalla sgangherata riforma del titolo V della costituzione con la regionalizzazione – tra l’altro – del servizio sanitario.
Noi lo dicemmo già in quel tempo : l’esigenza sbandierata come “politica” di avvicinare il modo di prestare cure ed assistenze alle concrete e peculiari necessità dei territori e dei cittadini che li abitano era uno sbaglio prima che una bugia (da tempo smascherata e tollerata ) che oggi però presenta il suo conto in termini di inadeguatezza ed insufficienza.
In realtà rispondeva alla volontà predatoria di creare nuovi e più penetranti centri di potere e di formazione/ imposizione di consenso elettorale e di formazione di enormi ed incontrollati flussi finanziari senza alcun riguardo agli interessi dei cittadini che avrebbero meritato ( avendolo pagato con le tasse) un sistema sanitario – e connessi circuiti di ricerca e produzione- in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza. Ma la politica era più attenta alla nomina di direttori generali ed agli appalti truffa più che alla implementazione di un vero servizio universale e solidaristico per tutto il paese e per cittadini uguali indipendentemente dalla regione in cui si trovano.
La realtà si è incaricata di dimostrare questa solare verità .
La riflessione ci porta ancora più indietro a considerare che la tragica inadeguatezza strutturale che oggi constatiamo e’ figlia della subcultura politica della classe dirigente degli ultimi venti anni . Quella dei “ nominati” ,non più legati ai cittadini elettori ma alle agenzie di rating ed alla globalizzazione . E siccome tutte le matasse hanno un bandolo e’ quello che occorre cercare per poter capire . Il bandolo e’ la sciagurata revisione dell’art 81 della costituzione che nella nuova stesura impone il pareggio di bilancio .
Spacciata nel 2012 – non importa chi era al governo, l’hanno votata quasi tutti- per una norma virtuosa era ,in realtà , il mezzo per dichiarare recessivi rispetto ai mercati ,alla logica iperliberista e “aziendalista”, i diritti fondamentali , quelli che i costituenti avevano previsti in costituzione e dichiarati dovuti e pretendibili dai cittadini senza “ corrispettivo” – scuola ,ambiente e sanità per intenderci- perché assicurati a tutti ,indistintamente , mediante il prelievo fiscale proporzionale e progressivo ( chi ha di più paga questi servizi anche per chi ha di meno) .
Diritti “costosi”, ed infatti previsti a carico dello Stato , perché i “ricavi” da essi prodotti non sono inscrivibili in un bilancio aziendale quanto piuttosto ,essendo fatti di cultura senso della comunità , conoscenze,benessere, in un ideale ma ben percepibile ,bilancio istituzionale e politico.
Ma la storia e’ che il parlamento del 2012 totalmente impregnato degli interessi della grande finanza mondiale ed incapace di opporre ad essa la visione di un equo stato sociale, voto’ la modifica con una maggioranza tale da rendere impraticabile anche l’eventuale referendum confermativo.
Il cote’ politico e’ quello del tentativo renziano di completamento dell’opera sventato da venti milioni di italiani con il referendum del 2016 .
Da quella revisione costituzionale discendono i tagli al fondo sanitario, i blocchi delle assunzioni , la politica dei budget e degli “ acquisti “ di prestazioni ( terminologia orrenda che sta a significare che un burocrate nominato dal sottobosco politico stabilisce cosa serve ad una popolazione e cosa no e di cosa possono ammalarsi i cittadini per poter usufruire della assistenza dello stato , cioè di un loro diritto . La salute come azienda,appunto.)
Da qui (e’purtroppo drammaticamente evidente ora)vengono i commissariamenti delle regioni in particolare al sud , oberate da debiti derivanti in parte dal fisiologico costo del servizio sanitario ( ovvio,crescono le conoscenze e la tecnologia ,aumenta la vita media,si implementano nuove cure,e dunque si incrementano i costi ; solo un cretino non lo capisce e solo un politico corrotto o da quattro soldi se ne frega) ed in altra parte ,la maggiore ,dagli sprechi .
Ma i commissari ( ma anche gli assessori in altre regioni )non hanno fatto la lotta agli sprechi , neanche un centesimo e’ stato risparmiato in questo campo , sono stati invece imposti nuovi tagli ,nuove riduzioni di servizi e di diritti così da presentare( senza neanche riuscirci,) bilanci migliori e indirizzati verso il pareggio.
Nessuno, a meno di voler essere smentito dalla esperienza diretta di ciascuno di noi ,può dire che si sia pensato ad un progetto di sistema sanitario complessivo. Si sono chiusi ospedali a casaccio ,si sono bloccate le assunzioni , non un centesimo per la prevenzione, per la medicina del territorio ,per la rete emergenza/urgenza. Non ne parliamo della ricerca rimasta affidata a nicchie di volenterosi .
Noi lo scriviamo ,lo diciamo ,lo urliamo da anni , inascoltati, ma ora il re e’ nudo : il servizio sanitario non può essere regionalizzato perché la tutela della salute e’ un diritto fondamentale cui ha diritto ogni cittadino in maniera uguale a tutti gli altri. Neppur può soggiacere ai vincoli di spesa quella giusta necessaria -,e per fortuna, sempre maggiore -se si vuole , come si deve ,assicurare sempre maggiore benessere e dunque efficienza ,efficacia ai cittadini che così possono produrre merci, cultura ,idee formazione e quindi,in ultima analisi sostenere la crescita ,giusta ed equilibrata, del sistema paese. La vera grande opera pubblica che ci serve e’ questa: sostenere la scuola ,tutelare l’ambiente ed il patrimonio culturale ,assicurare un servizio sanitario efficace e moderno a tutti e nello stesso modo.
Gli sprechi, le truffe devono essere perseguiti con i dovuti mezzi specifici e non con i tagli lineari che falcidiano nella stessa misura spese improprie ( che vanno cancellate del tutto) ed eccellenze ( che invece vanno sostenute con maggiori risorse) .
Ecco,ciò che bisogna fare quando saremo fuori dal tunnel. Ripristinare semplicemente la Costituzione italiana garantendo i diritti fondamentali a tutti ed in maniera piena .
Roba per la Politica con la P maiuscola . Quindi non per il parlamento in carica o per un altro eletto ( autonominatosi) nello stesso modo. Occorre una nuova assemblea costituente eletta con metodo proporzionale puro.

Il Manifesto

La legge-quadro è un ponte assai fragile di Massimo Villone

La legge-quadro è un ponte assai fragile di Massimo Villone

Due i fatti nuovi sull’autonomia differenziata, dopo lo stop al tentativo del ministro Boccia di forzare la mano traducendo la sua proposta di legge quadro in emendamenti alla legge di bilancio. È stata presentata la proposta di legge quadro – di cui peraltro già circolava un testo.

E la maggioranza si riunisce sul tema. Un passaggio certamente non privo di ostacoli, che si aggiunge alle tante turbolenze endo-governative, dal Mes alla prescrizione.

La proposta di legge quadro è – come ho già scritto su queste pagine – debole. Il cardine si trova nel l’art. 1, che impegna lo stato a rispettare alcuni parametri nella sottoscrizione dell’intesa. Si vuole cioè vincolare la delegazione trattante statale nel confronto con la delegazione regionale, precludendo la stipula di intese non conformi alle prescrizioni della legge-quadro. In tal modo si vorrebbe assicurare stabilità e uniformità di trattamento per tutte le regioni.

Dov’è il punto debole? Anzitutto, nel fatto che le intese sono approvate a loro volta con una diversa e successiva legge, specificamente prevista dall’art. 116 della Costituzione. Se venisse stipulata un’intesa non conforme ai dettati della legge quadro, tale difformità verrebbe coperta e sanata con la legge successiva che approva l’intesa. Un governo, magari espressione di una diversa maggioranza, che volesse favorire questa o quella regione, non incontrerebbe alcun insuperabile ostacolo.

Ad esempio, l’art. 1, co. 1, lett. d), sembra stabilire che le funzioni siano trasferite solo dopo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (lep) e dei fabbisogni standard. Mancando i lep, trascorsi dodici mesi le funzioni sono trasferite in base alla spesa storica. Ma una legge recante le intese che stabilisse l’immediato trasferimento delle funzioni prevarrebbe sul rinvio di dodici mesi. D’altronde, le regioni favorite dalla spesa storica avrebbero interesse a impedire o ritardare la determinazione di lep e fabbisogni standard.

È questa essenzialmente la ragione per cui i lep sono rimasti nel cassetto per quasi vent’anni. Ed è ormai provato oltre ogni ragionevole dubbio, e contro la vulgata generale, che la spesa storica ha favorito e favorisce le regioni del Nord.

Inoltre, i parametri utilizzati nella legge sono tanto generici da poter rimanere di fatto ininfluenti, o da recare danno. Ad esempio, quali competenze legislative, non correlate al trasferimento di risorse, l’intesa può attribuire con decorrenza immediata (art. 1, co. 1, lett. e)? Per di più, nelle materie di competenza concorrente si tratta di quote della potestà legislativa statale di principio. La legge-quadro consente che lo stato in futuro abbia il potere di dettare leggi di principio per alcune regioni, ma non per altre. Con quali effetti sul sistema paese?

Il punto debole è che la proposta nulla dice sulla trasferibilità di potestà legislative. Ci sono limiti assoluti? Si garantisce l’attinenza alla specificità dei territori?

Come? O se ne prescinde? Come più volte detto, scuola, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti oggi nazionali si possono regionalizzare o no? E la tutela ambientale? E i beni culturali di primario rilievo? Sulla perequazione strutturale in specie l’art. 3 è poi vistosamente insufficiente, e quasi incomprensibile nella formulazione.

L’Italia degli staterelli è un rischio reale. L’unità della Repubblica oggi passa attraverso il recupero dell’obiettivo – fatto esplicitamente proprio dalla Costituzione nel testo del 1948 – di ridurre il divario tra Nord e Sud, e di rendere l’Italia una piattaforma logistica essenziale nello scacchiere euro-mediterraneo. Questa scommessa è vincente, è nell’interesse del Nord e del Sud, può dare forza a una rinnovata solidarietà.

Può darsi che Boccia abbia l’intento di fare il pontiere in un paese diviso, e non solo di dare un assist a Bonaccini nel voto emiliano. Ma non bastano le buone intenzioni. I contrasti di interessi sono reali e vanno assunti e mediati, non occultati o dissimulati. La questione delle autonomie va affrontata perseguendo obiettivi politici chiari ed espliciti, da porre a fondamento delle mediazioni certamente necessarie. La legge quadro è un ponte assai fragile, perché vistosamente carente nel progetto politico. Anche i ponti devono avere un’anima.

L’Emilia nel vicolo cieco del sistema di voto regionale di Felice Besostri

L’Emilia nel vicolo cieco del sistema di voto regionale di Felice Besostri

Facciamo finta che a favore della presentazione di liste autonome alle prossime regionali di Emilia Romagna e Calabria abbiano votato in 20.000. Facciamo anche finta che il quesito fosse chiaro: chi voleva presentarsi doveva votare No. Una scelta bipolare per un quesito a risposte multiple. Si può essere contrari alla riorganizzazione (necessaria a mio avviso) e alla presentazione, favorevoli alla riorganizzazione e contrari alla presentazione in Emilia Romagna e favorevoli a presentarsi in Calabria o viceversa, favorevoli o contrari alla riorganizzazione e assolutamente indifferenti alla Calabria e all’Emilia Romagna o a una sola delle due. In teoria si poteva essere favorevoli alla presentazione con liste proprie, in coalizione con la Lega o con il Pd o con liste civiche ed ambientaliste. Resta il fatto che 20.000 sono lo 0,19% dei 10.500.000 elettori delle politiche 20018 e lo 0,44% dei 4.500.000 delle europee 2019, per rappresentare almeno l’1% degli elettori, questi ultimi dovrebbero scendere a 2.000.000 (esito sperato o temuto) ovvero la maggioranza dei votanti sulla Piattaforma Rousseau salire a 45.000. Se come impone la legge, fosse impossibile tracciare i profili dei votanti per classi di età, reddito, grado di istruzione, nemmeno potremmo sapere quanto la maggioranza sia rappresentativa dell’elettore medio pentastellato. Per pura curiosità i 20.000 (arrotondati per eccesso) sono, a scala nazionale, il 12,54% dei 159.456 voti emilian-romagnoli del M5S alle elezioni regionali del novembre 2014: quelle del record negativo di partecipazione con il 37,71% degli aventi diritto.

 

Il Manfesto

26.11.2019

La macchina cieca dello sfasciume territoriale di Tonino Perna

La macchina cieca dello sfasciume territoriale di Tonino Perna

 Più di un secolo fa, ed esattamente nel 1904, Giustino Fortunato, uno dei più prestigiosi meridionalisti, definì la Calabria come “sfasciume pendulo sul mare” per la fragilità idrogeologica del suo territorio e per l’incuria della classe dirigente. Oggi questa immagine si potrebbe tranquillamente estendere all’intero stivale, dal Piemonte alla Sicilia, attraversando il nostro paese e incontrando, senza soluzione di continuità, territori devastati da terremoti, alluvioni, frane, abbandono e degrado ambientale.

Tutto questo è noto da decenni, è stato più volte denunciato da urbanisti, geologi, ingegneri, agronomi, paesaggisti, senza che ci fosse una risposta minimamente adeguata da parte dei governi che hanno retto questo paese negli ultimi decenni. Ed oggi la questione dello sfasciume territoriale è ulteriormente aggravata dal mutamento climatico che produce “eventi estremi” con sempre maggiore frequenza e intensità (tema su cui siamo intervenuti più volte su questo giornale). Bombe d’acqua, neologismo coniato da pochi anni, sempre più devastanti, trombe d’aria che colpiscono ripetutamente regioni come la Sicilia dove erano una rarità, venti sempre più violenti e insostenibili, come quello che ha colpito il bellunese l’anno scorso, con una strage di alberi che non si era mai vista in Italia. E potremmo continuare, ma ci sembra di parlare a chi non vuole sentire, prendere coscienza, agire. Si continua invece a investire miliardi di euro in opere inutili come il Mose, o in studi fantascientifici come quelli che sono stati buttati su un’opera insostenibile: il Ponte sullo Stretto di Messina. Si continua a cementificare il territorio. Come è noto, ogni minuto si cementifica un terreno grande quanto quattro campi di calcio, malgrado esperti di chiara fama hanno indicato ben altri interventi di cui il nostro stivale abbisogna, cominciando dalla salvaguardia del nostro patrimonio.

Abbiamo deturpato o messo a rischio il nostro grande patrimonio agro-forestale, basti pensare al ripetersi di incendi devastanti ogni estate, all’abbandono delle terre nelle zone collinari e montane, alla dismissione dei terrazzamenti che impedivano le alluvioni. Abbiamo violentato paesaggi tra i più belli al mondo con tanta speculazione edilizia in un paese con un crescendo di appartamenti inutilizzati. Abbiamo lasciato per troppo tempo che le mafie gestissero a loro piacere il nostro grande patrimonio archeologico, per accorgerci solo in tempi recenti che persino sui famosi Bronzi di Riace c’è stato l’intervento della criminalità organizzata (vedi Dan Faton, Il cammino degli eroi, Ed. Dante Alighieri, Roma, 2018). Siamo tormentati ogni giorno da queste ridicole percentuali sulla crescita economica, con lo 0 virgola qualcosa in base al buon cuore degli esperti, mentre non abbiamo una contabilità del Patrimonio nazionale, con relativi parametri quantitativi e qualitativi. Ed invece avremmo bisogno di giudicare un governo anche e soprattutto su questa base. Su come ha operato rispetto al patrimonio fluviale, in base alla quantità e qualità delle bonifiche e messa in sicurezza dei nostri corsi d’acqua. Sul patrimonio storico-architettonico, in base a quanti edifici storici sono stati recuperati e quanti edifici pubblici messi in sicurezza, a partire dalle scuole! Sul grande patrimonio archeologico, soprattutto nella Magna Grecia, dove fino a pochi anni fa pascolavano capre e pecore, ancora oggi in gran parte sottovalutato e malgestito. Insomma, ci stiamo comportando come quella nobiltà palermitana, così ben descritta da Tomasi Lampedusa e oggi da Stefania Auci nel suo prezioso Leoni di Sicilia, che ha lasciato andare in malora prestigiosi palazzi antichi e terre fertilissime, occupandosi di gioco d’azzardo, beni di lusso e ville da mostrare, mentre la popolazione soffriva e le terre si inaridiva.

 

Il Manifesto

26.11.2019

Sardine di tutto il mondo unitevi di Piero Bevilacqua

Sardine di tutto il mondo unitevi di Piero Bevilacqua

Per la verità alcuni di noi avevano da tempo avvistato, navigando per i mari interni d’Italia, banchi di sardine vagare a fior d’onda e in ordine sparso.Ma nessuno sapeva in tutta onestà se e quando sarebbero emersi in superficie e con quale luminosità di squame si sarebbero offerte allo sguardo dei terrestri.Chi da anni infatti, frequenta scuole, Università, festival e convegni, circoli e associazioni culturali, sa molto bene che esiste una vasta Italia, senza voce e senza rappresentanza, che legge, lavora o cerca lavoro, mite, assetata di giustizia, disgustata dalla società dello spettacolo che ha inghiottito la politica, preoccupata, in varia misura, per le sorti della Terra, e potenzialmente proiettata verso un futuro di possibilità uguali per tutti. Un vasta massa di cittadini italiani– voglio dirlo ai produttori industriali di menzogne e di confusione – di sinistra, perché trova naturalmente giusto che in una società opulenta come la nostra ci sia posto e mani tese anche per gli ultimi e per gli sconfitti. Sono emersi ora questi pesci dispersi, onesti e attivi , ma scoraggiati, delusi, perché a un certo punto, per accumulazione di nefandezze a cui hanno dovuto assistere, la misura è apparsa colma. La pretesa di una destra feroce e barbarica, che ostenta come stemma di nobiltà il proprio disprezzo e odio per il diverso, di rappresentare la totalità degli italiani è diventata ormai intollerabile. Ed ecco che qualche intraprendente si è mosso e ha mostrato la via a tutti gli altri. Io credo che questa originale esperienza – ma simile, come sappiamo, a tante precedenti, trascorse rapide come comete – dovrebbe rimanere fedele a se stessa, non cercare di diventare un partito, ma restare, rafforzandosi, movimento organizzato. Un movimento che abbia una strutturazione snella, di rete, poco costosa e poco impegnativa, che vive normalmente di routine informativa, in latenza, ma che scatta in massa nelle occasioni necessarie: allorché c’è da combattere battaglie per opporsi a scelte di governi o di imprese o proporre progetti, soluzioni, rivendicazioni. Occorre essere consapevoli dei meccanismi propri dell’energia umana. Le mobilitazioni permanenti non durano.Anche le grandi rivoluzioni, che in passato hanno sconvolto la vita quoditiana per mesi e per anni di una massa innumerevole di individui, trascinati in un turbine di eventi giganteschi e indomabili, alla fine si sono spente, trovando un assetto di normalità anche per effetto di esarurimento di umana energia.L’ energia supplementare necessaria per animare quella euforica eccezione che è l’uscita degli individui dal guscio della loro vita privata e il vivere in massa per strada. Quella delle sardine potrebbe essere la prefigurazione stabilie di una nuova modalità della politica, che si aggiunge, sostituisce in parte, integra, quella dei partiti. Una apparizione miracolosa in una fase storica in cui i dirigenti dei partiti politici interpretano ed esaltano le malattie della democrazia in età neoliberistica. Diventate agenzie di marketing elettorale, i partiti non operano più per la trasformzaione della società secondo un progetto, inseguono rivendicazioni , umori, tendenze, paure, interessi, di settori elettorali da cui attendono consensi. Le Sardine potrebbero riportare nella politica la visione d’insieme,e anche la prefigurazione delle catastrofi imminenti possibili, creare l’allarme sui pericoli che i singoli dirigenti, impegnati a gestire il particulare, non riescono a vedere. Le Sardine sono nate a Bologna.Ebbene, quel che devono sapere è che l’Emilia Romagna- dove si voterà a gennaio – per in inziativa del candidato alla presidenza della Regione, Stefano Bonaccini, dopo Il Veneto e la Lombardia, è capofila della lotta per la cosiddetta autonomia differenziata. Di che cosa si tratta? Sono milioni e milioni gli italiani che non lo sanno e saranno tante anche le sardine. E’ il progetto delle regioni più ricche d’Italia di ritagliarsi un’autonomia privilegiata (differenziata significa diversa da quella di tutte le altre) in 23 materie le prime due regioni, “solo” in 15 l’Emilia. Queste regioni vorrebbero gestire autonomamente la scuola, la sanità, l’ambiente, le reti stradali e ferroviarie, i beni culturali e aristici, ecc, godendo di somme supplementari da parte dello stato centrale. Si tratta dell’antica rivendicazione secessionista di Bossi, che scava come una vecchia talpa, attraversa varie metamorfosi e si ripresenta in forme camuffute e truffaldine, per staccare il destino delle regioni ricche d’Italia dal resto del Paese e soprattutto del Sud. Quindi le scintillanti sardine devono sapere che hanno davanti a sé il più grave rischio che abbia mai corso l’Italia republicana: una frantumazione in statarelli regionali in reciproca competizione e in continua rivendicazione nei confronti del potere centrale. Al noto caos politico nazionale se ne aggiungerebbe uno istituzionale, e il dialogo con l’Europa sarebbe affidato a una moltitudine di capi e assessori regionali con gli esiti che si possono immaginare. Care sardine, se non capite subito quel che sta per accadere, rischiate fra 10 anni, di ritrovarvi in un paese senza capo né coda, per dirla in un linguaggio che voi capite bene. E dunque la prima rivendicazione, se volete usare la vostra forza in Emilia, per scongiurare la vittoria della Lega, è convincere Bonaccini, che non si può rincorrere la destra per ragioni elettorali. L’Emilia Romagna non ha bisogno di ulteriori autonomie.Una onesta politica progressista può farla ridiventare un modello di democrazia per tutta l’Italia. Il Manifesto 26.11.2019

“Gioia Tauro, la siderurgia mancata parla di Taranto e Bagnoli” di Tonino Perna e Giuliano Santoro

“Gioia Tauro, la siderurgia mancata parla di Taranto e Bagnoli” di Tonino Perna e Giuliano Santoro

C’è un pezzo di Sud che costituisce una specie di ucronia, una catena di eventi alternativa rispetto a quella di Taranto, con un Meridione che si sottrae agli altiforni. La storia di Gioia Tauro e della piana che doveva ospitare un’industria siderurgica come Taranto e Bagnoli non è priva di conflitti e contraddizioni. Quella che qui raccontiamo non è una vicenda a lieto fine, ma contiene e rimescola molti degli elementi che compongono la storia dell’Ilva prima e di Arcelor Mittal poi tra i due mari di Taranto: le politiche industriali e i fondi per lo sviluppo del Mezzogiorno, la crisi petrolifera e l’ingresso nella competizione globale del nuovo millennio, lo sviluppo insostenibile e l’arretratezza da cui emanciparsi, l’avvicendarsi tra investitori pubblici e profittatori privati di ogni risma. Tutto comincia all’indomani della rivolta di Reggio Calabria, nell’estate del 1970. Il governo di centrosinistra presieduto da Emilio Colombo vara un pacchetto di misure per il sostegno all’industria in Calabria e Sicilia: in tutto si tratta di 1300 miliardi di lire. Reggio Calabria, la città alla quale è stato sottratto il titolo di capoluogo di regione, è destinata ad essere ricompensata con la nascita di un polo industriale. Per capire la temperie, bisogna ricordare che il primo a prendere soldi pubblici è l’ingegnere Angelo Rovelli detto Nino, presidente del gruppo chimico Sir. Rovelli acquista dai giapponesi un brevetto per ricavare bio-proteine dal petrolio. Avrebbe dovuto consentire all’economia nazionale di sopperire al deficit di soia, bene che allora importavamo dagli Usa. Solo che il processo basato sulla biosintesi, è insicuro, considerato cancerogeno. Eppure, Rovelli costruisce la sua fabbrica a Saline, sulla punta ionica dello stivale. L’altissima ciminiera in mattoni giace ancora lì, mai utilizzata. Nel 1974 la Liquichimica inaugura e chiude i battenti nel giro di due mesi e i settecento lavoratori che avrebbe dovuto impiegare finiscono in cassa integrazione perpetua: una forma degenerata di reddito di cittadinanza ante litteram. Nel mezzo del sogno industriale sopraggiunge lo shock petrolifero e il prezzo del combustibile nero si moltiplica del 400%. Nel 1975 il ministro del bilancio con delega agli interventi straordinari nel Mezzogiorno è Giulio Andreotti, lo affianca come sottosegretario un certo Salvo Lima. Andreotti arriva nella piana di Gioia Tauro e sceglie la data simbolica del 25 aprile per posare la prima pietra del nuovo stabilimento siderurgico, per il quale si bandisce una prima gara d’appalto di cento miliardi di lire, cifra spropositata per l’epoca. «Comprendo la sfiducia dei calabresi perché alle prime pietre spesso non sono seguite le seconde», dice Andreotti. Nel suo discorso, il ministro non menziona affatto la criminalità organizzata e al rinfresco che segue la cerimonia vengono avvistati anche esponenti della famiglia ‘ndranghetista dei Piromalli. Quattro anni prima, nel pieno dei moti di Reggio, proprio a Gioia Tauro la dinamite aveva fatto deragliare il Treno del Sole, il direttissimo che da Palermo arrivava fino a Torino. Erano morte 6 persone ed altre 66 erano rimaste ferite. Molte inchieste hanno ipotizzato che quell’attentato fosse parte della «strategia della tensione» che intrecciava ‘ndrangheta, servizi segreti e terrorismo neofascista. A dispetto della battuta di Andreotti, la seconda pietra dell’acciaieria di Gioia Tauro non verrà mai deposta. In compenso proseguiranno i lavori per la costruzione del porto propedeutico alla grande fabbrica. Per fargli spazio si devono scavare per 12 chilometri nell’entroterra, sbancare trecento ettari di ulivi e agrumeti per costruire 140 ettari di strade. L’effetto della crisi petrolifera si ripercuote anche sull’industria dell’auto, generando la prima crisi del settore del dopoguerra, con effetto domino nella domanda di acciaio. È il periodo in cui già l’Italsider di Bagnoli opera in perdita, nonostante manchino più di venti anni alla sua chiusura. Nel 1979 Enel propone che Gioia Tauro nasca il più grande impianto a carbone d’Europa, composto da quattro centrali per una produzione complessiva di 2640 megawatt per un investimento totale di 5625 miliardi di lire. Questa volta il consenso non è unanime. Per la prima volta al Sud non si cede al ricatto, sorge un movimento che rifiuta lo sviluppo in cambio della distruzione dell’ambiente e del benessere delle popolazioni locali. Legambiente, Comitato ambiente e territorio e 30 sindaci della piana trainati da quello di Polistena, l’ex bracciante comunista Girolamo ‘Mommo’ Tripodi culmina con la convocazione in dodici comuni di un «referendum autogestito». L’Enel demorde. Rimane solo il porto che per un breve periodo diventa il più importante del Mediterraneo, poi inseguito dalla competizione degli approdi della sponda sud, comincia un lento declino. Si ritorna alle origini. Mentre Taranto passa dallo stato ai Riva e Bagnoli viene smontata pezzo a pezzo per essere venduta ai cinesi, sulla piana rimangono le arance, vendute alla grande distribuzione a 12 centesimi di euro al chilo, e i kiwi (la quotazione si aggira sui 20 centesimi), la cui coltivazione costituisce la metà del totale italiano. La ricchezza, basata sullo sfruttamento selvaggio, la violenza dei caporali e le condizioni di vita infauste delle baraccopoli, sono i migranti, soprattutto africani, che lavorano nei campi. Attorno a loro si muovono esperimenti di reti di commercio alternativo, mentre la ‘ndrangheta ha spostato il suo obiettivo dall’intermediazione tra piccoli produttori al grande business della merce globale più redditizia della storia del capitalismo: la cocaina. Il miraggio dell’acciaio di Gioia Tauro è sfociato in questo mix di locale e globale, schiavitù pre-moderna e mobilità post-moderna che il teorizzatore dell’economia-mondo Giovanni Arrighi, che in Calabria visse, studiò e insegnò proprio negli anni in cui l’industrializzazione pareva dietro l’angolo, aveva riconosciuto in diversi scritti. Un contesto dal quale nessuna forma di riconversione potrà sfuggire.

 

Il Manifesto

Ladri di memoria di Battista Sangineto

Ladri di memoria di Battista Sangineto

La Calabria non è una terra ricca di materie prime, non ha grandi pianure vocate alla coltivazione intensiva, non ha un tessuto urbano ricco e di grande rilievo storico-artistico ed architettonico, non vi ha attecchito, com’è noto, l’industria, i suoi paesaggi sono ampiamente deturpati dalla cementificazione, ma continua, nonostante tutto, a possedere una grande quantità di siti archeologici di enorme rilievo: Sibari, Locri, Crotone, Vibo Valentia, Scolacium, Medma et cetera et cetera. Se avessimo governi nazionali e locali attenti alle esigenze della regione ci si potrebbe aspettare da loro un particolare impegno nella tutela e nella conservazione del Patrimonio archeologico calabrese, ma come dimostra l’operazione “Achei” del mai troppo lodato Nucleo Tutela Patrimonio dei Carabinieri, anche i beni che la Storia ha avuto il torto di lasciarci in eredità non sono affatto al sicuro, non sono stati, quasi per nulla, tutelati. Esisteva una associazione a delinquere che, come ha detto il tenente colonnello Valerio Marra, comandante del Nucleo TPC di Roma, “violentava la ricchezza culturale e storica del territorio” in maniera sistematica e continuativa da alcuni anni.

Dalle notizie fornite dagli inquirenti, che hanno condotto una indagine molto complessa ed approfondita, emerge un quadro davvero sconfortante riguardo agli scavi archeologici clandestini e distruttivi effettuati in questi ultimi anni. Colpisce non solo la piena conoscenza, da parte dei tombaroli, dei siti archeologici più ricchi, ma anche la competenza acquisita nel riconoscimento dei reperti archeologici e della precisa padronanza topografica, la “cartolina” che ricorre nelle intercettazioni, che hanno dei giacimenti archeologici calabresi. Questi tombaroli, questi ladri di memoria, si sono portati via un altro pezzo della nostra (anche della loro) storia, questa volta per sempre, questa volta senza alcuna possibilità di potervi porre rimedio.

Se le ricerche clandestine sono sempre distruttive dei contesti storici ed archeologici, i metodi usati da questa organizzazione di tombaroli suscitano, da una parte, la consueta e profonda indignazione, ma, dall’altra, sollevano più di un dubbio. Come è stato possibile che siano stati eseguite escavazioni con mezzi meccanici su siti archeologici vincolati o, perlomeno, notissimi alle autorità preposte alla tutela ed alla salvaguardia? Come è stato possibile che si siano fatti scavi e ricerche con sofisticatissimi metal detector e, addirittura, con droni dotati di sensori a raggi infrarossi, senza che se ne accorgesse nessuno, per anni? Come è stato possibile che abbiano potuto scorrazzare anche su siti che sappiamo esser dotati di videosorveglianza a distanza?

Le risposte si possono trovare nello stato comatoso in cui versano le Soprintendenze in tutto il territorio nazionale, ma, come si evince da questa vicenda, soprattutto in Calabria. Al netto dei problemi causati dalla Riforma Franceschini che ha separato la Tutela dalla Valorizzazione con la conseguente, iniqua, spartizione di mezzi e personale, si è verificata, negli ultimi anni, una drastica diminuzione dei finanziamenti al Mibac che pone l’Italia, anche se ci si continua a vantare di possedere il maggior numero di Beni culturali del mondo, agli ultimi posti in Europa per la spesa nel settore.

In Calabria la situazione è ancora più disastrosa perché, per esempio, le due Soprintendenze, quella di Cosenza e quella di Reggio Calabria, non hanno da molto tempo un Soprintendente, ma solo funzionari delegati dal Soprintendente ad interim che è, da mesi o da anni, il Direttore generale del Ministero. I funzionari archeologi destinati alla tutela e alla salvaguardia del territorio sono, in tutta la regione, meno di dieci e molti degli Uffici territoriali, come per esempio proprio quelli di Crotone e di Cirò, sono chiusi per mancanza di personale. L’assenza di “turn over” ha più che dimezzato i custodi in servizio che, peraltro, non sono più destinati, come accadeva un tempo, anche alla guardiania dei Parchi archeologici e dei siti vincolati nel territorio, ma sono, quasi tutti, esclusivamente adibiti alla custodia nei Musei e, peraltro, senza turni notturni. I pochi siti videosorvegliati potrebbero essere tenuti direttamente sotto controllo, dunque, solo di giorno, ma solo teoricamente perché, in realtà, nessun Museo o Ufficio territoriale dispone di un custode da destinare alla telesorveglianza dei siti.

La delinquenza organizzata, soprattutto nella regione che ha l’organizzazione mafiosa più pericolosa e ramificata del mondo, ha trovato grandi e facili opportunità di arricchirsi anche con il traffico internazionale dei reperti archeologici calabresi. Non sarebbe stato e non è, forse, necessario ed urgente cercare di prevenire questi reati con una adeguata tutela del nostro immenso ed inestimabile Patrimonio della cultura? Non sarebbe giusto, per esempio, nominare, subito, i due Soprintendenti di Cosenza e di Reggio? Non sarebbe conveniente assumere, al più presto, una quantità sufficiente di funzionari archeologi che preservino i nostri territori da questi veri e propri furti della memoria di un’intera popolazione? Non sarebbe utile assumere decine di altri custodi, restauratori e assistenti tecnici per conservare, al meglio, i nostri innumerevoli siti archeologici che potrebbero restituirci, una volta indagati e tutelati, la Storia plurimillenaria della nostra Regione? Non sarebbe stato opportuno investire grandi risorse economiche e sociali nella tutela e nella valorizzazione dei Beni culturali della Calabria, invece che dissiparli in inutili, costosissime e orrende Grandi Opere, come per esempio il cosiddetto “Megalotto” della Statale 106 che passerà, per l’appunto, anche sopra il sito di Sibari? Non sarebbe stato meglio impiegare tutti quei soldi nel raddoppio del tracciato ferroviario che avrebbe comportato, al contrario di una strada a quattro corsie, un danno minimo all’antico insediamento sibarita e, nello stesso tempo, non avrebbe avuto, forse, un minor consumo di suolo ed un minore impatto ambientale complessivo? Non sarebbe stato più giusto e più urgente, invece di investire 170 milioni di euro per una inutile metro di superficie, restaurare il Centro storico di Cosenza?

Potrei continuare ancora a lungo con questo tristo elenco, ma concludo affermando che sarebbe meglio meritarsele, le eredità storiche. Perché, queste eredità, non sono acquisite una volta per sempre, bisogna saperle tutelare, curare, nutrirle e noi italiani, in particolare noi calabresi, con tutta evidenza non ne siamo degni.

Quotidiano del Sud

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

 Promuovere una vasta azione di mobilitazione popolare. “Un viaggio dal Sud al Nord” che incontri tramite un percorso itinerante, in vari centri delle regioni meridionali, le popolazioni locali. Lo stanno preparando associazioni e gruppi veri raccogliendo un’idea di Piero Bevilacqua ed il Quotidiano del Sud sara’ uno degli elementi centrali dell’operazione verita’.

Questo percorso dovrebbe partire da Roma e percorrere le varie regioni del Sud. In successione si dovrebbe organizzare una risalita verso Nord, per toccare alcuni centri settentrionali. Si potrebbe pensare di concludere il viaggio a Milano, nel cuore dell’Italia che si vorrebbe secessionista e in uno dei comuni più antichi d’Italia, con una manifestazione rappresentativa.

Le modalità degli incontri con le popolazioni prevedono la partecipazione dei rappresentanti di tutte le organizzazioni che sottoscrivono il documento. Ma naturalmente un ruolo importante dovranno avere anche i cittadini, le associazioni locali.

Gli incontri dovrebbero avere al centro il tema dell’autonomia differenziata, ma costituire anche occasione per una riflessione politica più larga. E potrebbero muoversi secondo due assi fondamentali, uno di critica e un altro di proposta e di prospettiva. Occorrerebbe innanzitutto ricordare che le stesse richieste per l’autonomia differenziata, a prescindere dai contenuti apertamente secessionisti delle due regioni promotrici, aprono un contenzioso potenzialmente senza fine sulle potestà da assegnare a ciascuna singola regione – che avanzerebbero, a gara, sempre nuove pretese – logorando lo stato centrale e indebolendo le sue capacità contrattuali con l’UE.

Occorrerà invece denunciare che la redistribuzione delle risorse pubbliche sulla base della cosiddetta “spesa storica” ha danneggiato gravemente, negli ultimi anni, sia le regioni del Sud e sia le zone più deboli del Nord. In virtù di tale criterio è avvenuto, ad esempio, che i centri dotati di zero asili nido, per ritardi o inadempienze, hanno ricevuto dallo stato, ogni anno, zero contributi. Chi ne aveva 100, ne ha incassato invece per cento. Le diseguaglianze storiche sono state cristallizzate, anziché rimosse con un intervento perequativo da parte del potere pubblico.

E’ il “mondo alla rovescia” dei neoliberisti, commenta sempre Bevilacqua. Chi è più indietro deve essere punito e chi è più avanti premiato. Un cascame della dogmatica competitiva applicata ai territori con conseguenze devastanti. Occorre invece che lo Stato redistribuisca le risorse secondo i bisogni reali delle popolazioni, e non sulla base di presunti meriti o demeriti, con criteri oggettivi e soprattutto perequativi, che sanino disuguaglianze e ingiustizie storiche e garantiscano la piena esigibilità dei diritti civili e sociali fondamentali a tutti i cittadini in ogni territorio.

Il secondo asse riguarda la necessità di rivendicare con forza, dopo anni di teorizzazione neoliberista e di restrizioni da austerità, il ruolo del potere pubblico come agente investitore. Senza un rinnovato e forte impegno finanziario dello Stato in istruzione, ricerca, sanità, pubblica amministrazione, infrastrutturazione territoriale e ambiente, gli squilibri e le disuguaglianze che lacerano il Paese, e soprattutto il Sud, non saranno superate.

‘’Dunque ci assumiamo – conclude il prof calabrese- un compito di informazione e di chiarimento presso le popolazioni e al tempo stesso tentiamo di renderle protagoniste di una azione politica, in cui tornino ad avere voce,   escano dalla rassegnazione, e possano rivendicare con più energia i propri diritti’’.

Mi pare proprio una buona idea quella di Bevilacqua.

Quotidiano del Sud

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Il ministro Boccia ha presentato alle regioni la proposta di legge-quadro sulle autonomie differenziate, e va domani in conferenza stato-regioni. Hanno subito alzato un muro i governatori nordisti. Zaia l’ha definita irricevibile. Fontana paventa ritardi.

Lo stesso lamenta Bonaccini. Li segue da ultimo Cirio per il Piemonte. Ma non si capisce di cosa si preoccupino. L’art. 1 della proposta definisce una disciplina di cornice per le intese, nel merito e nel metodo. L’art. 2 attiene ai livelli essenziali delle prestazioni (lep). Pongono argini a egoismi territoriali e pulsioni separatiste? No.

Come ho già scritto su queste pagine, la legge-quadro, in quanto legge ordinaria, rimane pienamente modificabile da parte di una legge sopravvenuta adottata sulla base di intesa con una regione ex art. 116, co. 3, della Costituzione. Anche configurando la legge-quadro come generale, rimane in principio modificabile da una legge speciale successiva recante intesa con una regione ex art. 116. Quindi, la legge-quadro non è idonea a vincolare successivamente alcunché, nel metodo o nel merito. Per contro, se la legge-quadro sopravvenisse rispetto a una legge precedente recante l’intesa ex art. 116, questa come legge cd rinforzata resisterebbe alla modifica. Sarebbe per essa anche inammissibile un quesito referendario abrogativo, cui rimane invece esposta la legge-quadro.

Se poi si volesse argomentare che la legge-quadro vincola non leggi successive ma l’intesa (art. 1) e quindi il governo nella trattativa con le regioni, si potrebbe rispondere che comunque non pone argini insuperabili. Ad esempio, l’art. 1, co. 1, lett. c), dispone che i futuri riparti delle risorse per le infrastrutture debbano tener conto della necessità di assicurare i lep su tutto il territorio nazionale. Giustissimo. Ma la parola chiave è «futuri». Come, quando, quanto? Non c’è fretta, visto che per la lett. e) se dopo 12 mesi mancano ancora i lep – che si fanno dopo la legge di approvazione dell’intesa – si passa alla spesa storica. Come appunto vogliono gli aspiranti secessionisti. Infine, nulla si dice su eventuali limiti insuperabili alle intese. Dopo la legge-quadro, si potrebbe ancora regionalizzare la scuola, le strade, le autostrade, i porti, gli aeroporti, le ferrovie, il demanio statale, i beni culturali, la tutela ambientale, la cassa integrazione? La risposta è: certamente sì. Ecco l’Italia degli staterelli.

Quanto al metodo, sul ruolo del parlamento l’art. 1, co. 2 dispone che l’accordo sottoscritto venga sottoposto al parere, non vincolante, delle commissioni parlamentari. Successivamente, il governo presenta in parlamento il ddl che approva l’intesa. Ma oltre ad alzare le mani per un sì o un no, i rappresentanti della nazione potranno modificare nel merito questa o quella disposizione dell’intesa? In breve, si rispetta l’art. 72 Cost., o no? Nulla si dice al riguardo.

L’art. 2 affida i lep a un commissario. L’esito ultimo è scippare al parlamento la definizione dei livelli essenziali e le conseguenti decisioni. Inoltre, come ho già scritto, i lep non garantiscono l’eguaglianza. Al più, pongono un limite all’eccesso di diseguaglianze. Né chiudono il varco all’Italia degli staterelli. Che servano a poco ce lo dice candidamente Cirio (Sole 24 ore, 13 novembre). Lamenta che i lep ritarderanno il processo autonomistico. Al tempo stesso, ci dice che ci sono già per la sanità. Che appunto è il settore in cui sono cresciute le diseguaglianze, fino a differenziare gli italiani per territorio persino nella aspettativa di vita. Per molti, è già morto anche il servizio sanitario nazionale.

Basta con le finzioni e i luoghi comuni. Mercoledì 13, nella trasmissione Rai del mattino, abbiamo sentito Bonaccini ripetere ancora una volta che non chiede un euro in più. Da tempo è ampiamente dimostrata la sperequata distribuzione delle risorse pubbliche a danno del Sud, che sarebbe confermata dalla spesa storica. Abbiamo sentito di residui fiscali, laddove sarebbe serio accettare che è un concetto inusabile nel contesto delle autonomie, come ha detto la stessa Corte costituzionale. Abbiamo sentito rivolgere per l’ennesima volta ai critici l’accusa di non aver letto le carte.
No davvero, le abbiamo lette, anzi studiate a fondo. Abbiamo avanzato censure documentate rimaste sempre senza una seria risposta. I fan del separatismo nordista sono un remake aggiornato delle tre scimmiette. Non vedono, non sentono, ma parlano laddove farebbero meglio a tacere.

 

IL MANIFESTO

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Lo schieramento non può promettere obiettivi popolari ma poco credibili come fanno gli avversari o che richiedono tempi lunghi

Con il beneplacito finale di Berlusconi la destra italiana ha un leader: Matteo Salvini. La sinistra non ce l’ha. Avere un leader, incontrastato e popolare, è un grande vantaggio negli scontri elettorali del giorno d’oggi. Il giudizio sulla capacità di governo di una forza politica dovrebbe essere la base di un consenso elettorale informato e ragionevole. Non lo è quando il successo è solo il frutto del disagio sociale, della rabbia dei cittadini e della capacità di aizzarla e quando dei veri problemi che il governo dovrà affrontare non c’è traccia nel messaggio che i partiti rivolgono agli elettori. Insomma, quando tra le ragioni del successo elettorale e la capacità di governo si è creata la divaricazione che prevale in questa fase populistica.

Questo è il mondo di oggi e in esso la sinistra italiana parte svantaggiata. Non solo perché non ha un leader che la rappresenti e troppi aspiranti a questo ruolo. Non solo perché è al governo e i contrasti interni suscitati dalle misure che si propone di adottare sono sotto gli occhi di tutti. (Un inciso: si è detto che una delle ragioni di Salvini per rompere l’alleanza con i 5 Stelle era proprio quella di evitare i conflitti che si sarebbero manifestati se avessero dovuto scrivere insieme una legge di bilancio. Ora il leader della Lega ha buon gioco a mostrare che conflitti analoghi si manifestano in campo avverso: il mestiere dell’opposizione è facile di fronte a scontri tra partiti che pure avrebbero un interesse vitale a restare uniti). Ma una sinistra di governo parte con serio handicap soprattutto perché si trova spiazzata dalla fase populistica che stiamo attraversando. E questo per due motivi.

Il primo l’accomuna a un centrodestra moderato: anche se è attenta alle proteste dei cittadini e cerca seriamente di eliminarne le cause, una sinistra di governo non può promettere soluzioni altrettanto miracolose di quelle di un partito populista. Le regole dello Stato di diritto, i vincoli internazionali ed europei, le condizioni di inefficienza dell’economia e delle istituzioni italiane inevitabilmente la conducono a descrivere con maggior sobrietà le alternative che il governo ha di fronte. Gli obiettivi che potrebbe proporre sarebbero a lunga scadenza, perché comportano conflitti con interessi economici e forze sociali che non potrebbero (né dovrebbero) essere risolti invocando «pieni poteri», in modo autoritario. Se l’Italia cresce così poco, se genera tanta sofferenza e disagi, ciò avviene perché è afflitta da situazioni di inefficienza così diffuse e incancrenite da richiedere tempo e pazienza per essere smantellate. Ma cittadini arrabbiati di pazienza ne hanno poca, e un partito che proponesse loro anche il migliore e più equo programma di riforme effettivamente attuabili non avrebbe grandi speranze di successo in questo clima politico.

Il secondo motivo di spiazzamento colpisce in particolare la sinistra. La sua egemonia culturale e politica, ancora forte nelle favorevoli condizioni del dopoguerra e fino agli anni 80 del secolo scorso, si è molto indebolita. Obiettivi immensamente popolari come quelli della piena occupazione e dello stato di benessere, una crescita economica così intensa da consentire sia un grande sviluppo di consumi privati, sia uno analogo di consumi pubblici, sono meno credibili con la globalizzazione dell’economia e la rivoluzione tecnologica che si sono affermate dopo di allora. E per i Paesi più avanzati non è stato sinora possibile trovarne altri, ma altrettanto popolari: crescita modesta (anche se non così bassa come in Italia), disoccupazione, lavoro precario, mobilità sociale ridotta, aumento delle diseguaglianze hanno provocato la domanda di protezione e chiusura nazionalistica cavalcata dalle destre, minato l’influenza della sinistra e prodotto durevoli differenze strategiche al suo interno. Anche se l’obiettivo finale è il ritorno alle condizioni che prevalevano ai tempi dell’egemonia socialdemocratica — quelle che riuscivano a conciliare uno Stato di diritto, un’economia capitalistica e condizioni di vita accettabili per la grande maggioranza dei cittadini — i modi per raggiungere quell’obiettivo difficile e lontano inevitabilmente si divaricano. Ambizioni personali ed eredità culturali proprie a ciascun Paese non fanno poi che alimentare ulteriori ragioni di divergenza,

Se infine si aggiunge, per il caso italiano, la necessità di allearsi con un partito populista che non ha (ancora?) ridefinito la propria identità, lo sforzo di Conte, Zingaretti e Gualtieri di produrre una legge di bilancio accettabile dalle forze che sostengono il governo credo debba essere valutato con una certa indulgenza. Certamente è una legge che àncora l’Italia all’Europa; certamente è meno dannosa della precedente, quella che ha lasciato in eredità misure costose, inefficaci o inique come quota cento e reddito di cittadinanza; e poi non è così brutta come l’opposizione la dipinge (per una difesa ragionevole, date le circostanze, si veda Marco Leonardi, www.libertaeguale.it, 4/11/2019). Altrettanto certamente, però, non è una legge di svolta, che inizi ad affrontare i veri problemi che affliggono l’Italia e ne causano il declino. Ma questi richiederebbero un partito o una coalizione non populisti, un programma ben meditato e condiviso, un leader forte a capo di uno schieramento largamente maggioritario nel Paese: tre condizioni che purtroppo non sono presenti, insieme, né a destra né a sinistra.

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

 La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e «sviluppo». È l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale.

Pretendere che un gruppo industriale «si prenda cura» di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per «toglierlo di mezzo» e acquisirne il mercato non è buona politica.

QUEL GRUPPO TROVERÀ nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. È peggio che lasciare tutto in mano ai Riva. Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?
Tenerne in vita solo una parte e cercare nel risanamento del sito una soluzione per le maestranze «superflue»? Si perderebbe l’unico vantaggio competitivo, il gigantismo. Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non la «panacea» del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; presto in crisi quando aereo e navi da crociera verranno contingentati come maggiori emettitori di CO2.

E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. Soprattutto su soluzioni di scarse prospettive. A incentivi che ne smuovano gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, nazionalizzando (tutto o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di «fiduciari» che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone.

CHI È IN GRADO DI ASSUMERSI un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata scuola e vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria «cultura aziendale». Oggi a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.

MA L’ITALIA, SI DICE, non può fare a meno del «suo» acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non potrà durare a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che PSA ridimensionerà, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica prospera – va messa in crisi lottando per la pace.

ALLA DISCUSSIONE SUL FUTURO dell’Ilva e di Taranto mancano due cose: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del «prendersi cura» delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza.

L’altra è una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana. La gestione attuale è incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi.

QUELLE COMPETENZE ci sono, ma sono disperse e senza voce; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente.

È quello che si poteva e doveva fare sei anni fa, quando i «cittadini e lavoratori liberi e pensanti» avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze, che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.

Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che perderanno il loro posto potrebbero rivelarsi i migliori fautori della transizione.

IL MANIFESTO

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Una domenica di luglio, una serata tempestosa, una grande nave da crociera sbanda paurosamente ed è spinta dalle raffiche di vento verso la riva dei Sette Martiri, che solo per un pelo riesce a evitare. Accade non lontano da San Marco.

Le immagini fanno il giro del mondo. Un mese prima, un’altra domenica, un’altra grande nave da crociera vagava senza controllo nel canale della Giudecca, per finire la sua pazza navigazione schiantandosi su un natante per crociere fluviali. Anche allora tutto il mondo s’indigna. S’allarma. Ci si accorge della vulnerabilità della città più bella del mondo.

Che succede? Le navi da crociera proseguono indisturbate lungo i loro tragitti in pieno centro storico, con relative evoluzioni a pochi metri da piazza San Marco, muovendo immense masse d’acqua, inquinando l’aria, offendendo la vista e sfiorando i monumenti. E scaricando tutt’insieme tre-quattromila turisti che diventano ventimila quando arrivano in porto nello stesso giorno sei grandi navi. Nel frattempo si studiano soluzioni alternative. Quali? Dirottare il traffico crocieristico verso Marghera. Così i mostri non si vedono più. Il problema è risolto nascondendolo.

 

Il Manifesto

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

«Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere l’acqua alta di ieri sera a Venezia pareva davvero di rileggere i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.

Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22:50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 KM orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23:30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno dell’«aqua granda» disastrosa del 1966.

Anche i più previdenti, come Giampietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’Aqua Alta a Venezia», un libro che traboccava di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza delle acque. Al portone di casa aveva montato una robusta paratia che arriva a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

Le foto pubblicate da Corriere.it dicono tuttoGondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. Vaporetti sollevati da una forza possente e abbandonati di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come gli Gritti completamente allagati coi divani e i tavolini del settecento galleggianti tra le stanze mentre il ritratto di un doge guarda severo appeso alla parete. Decine di vetrine sfondate. Negozi di moda e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con le borse che affogano in un’acqua sporca. Piazza San Marco totalmente sotto, con rari turisti che si muovono prudentemente con gli stivaloni sono così scossi da essere indecisi se fare o non fare la foto ricordo, un po’ offensiva per quelli che stanno cercando di contenere i danni. Negozianti con le mani nei capelli.

Solo la piena del ‘66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene».

Ci pensarono per vent’anni: vent’anni. Il quadruplo del tempo impiegato anni dopo dai cinesi per costruire il Ponte della Baia di Hangzhou. Poi decisero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno».

Due anni dopo, a cavallo fra ottobre e novembre del 1988, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie che sarebbero state immerse nel mare alle bocche di porto per sollevarsi ogni volta che fosse stato necessario nei casi di acqua alta. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: era «il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Ma i tempi? De Michelis era ottimista: l’obiettivo «resta quella del 1995». Certo, precisava con qualche cautela: «Potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Da allora, mentre il Mosé perdeva l’accento afflosciandosi nel Mose, sono trascorsi trentuno anni. Quasi quanti quelli passati dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. Dice il Deuteronomio: «La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento…».

E qual è la situazione? Prendiamo dall’Ansa l’ultima promessa, «elargita» il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. La produzione complessiva svolta nel 2018 dal Consorzio ammonta a 74 milioni di euro. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

Rileggiamo: «fase sperimentale». Quarantadue anni di sperimentazioni. Di polemiche. Di sprechi. Di mazzette. Di inchieste giudiziarie. Di rinvii. Di manette. Di dimissioni. Di commissari. Di buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: pari allo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il Deus ex machina del consorzio che se l’era filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

Otto miliardi di euro, contando anche i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: «Il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. E come siamo messi? Notizia Ansa prima del disastro di questa notte, datata 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose di Venezia, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. Dopo l’allungamento dei tempi per la costruzione, lo scandalo legato alle tangenti, ora un nuovo stop alla fase di test delle paratoie (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco. La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema». E intanto Venezia è andato di nuovo sotto. Col terrore che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»…

 

Il MANIFESTO