Categoria: Dalla Stampa

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Non è più come nella primavera dell’anno scorso, quando, dalla Calabria assistevamo, attoniti, a quel che accadeva nelle altre regioni, soprattutto in Lombardia. Ora siamo colpiti anche qui nello stesso straziante modo, vediamo intorno a noi parenti e amici infettati da questo virus che, mutando, diventa sempre più pervasivo e strazia famiglie intere nelle città e nei paesi. Gli ospedali sono al collasso e ci sono molte persone, soprattutto anziani, che muoiono a casa senza che sia stato praticato loro un tampone, senza che siano stati visitati da un medico o, meno che mai, curati a casa.

I numeri ufficiali sono diventati in queste ultime settimane in Calabria sempre più preoccupanti: quasi 11.000 casi attivi attualmente, 500 nuovi contagi al giorno e più di 10 morti quotidiani, di cui più della metà nei nosocomi cosentini (ieri, 5 aprile, 7 morti di cui 6 all’Annunziata di Cosenza, 82 in un mese), con un indice di positività del 13-14%, quasi il doppio di quello nazionale che è del 7,9%. Noi meridionali e calabresi temevamo che questa pandemia potesse espandersi e incrudelirsi anche al Sud ed in Calabria perché sapevamo che le nostre strutture sanitarie sono in condizioni disastrose e che i nostri sanitari sono pochi e impreparati alla bisogna.

Temevamo e sapevamo, ma niente è stato fatto, da più di un anno a questa parte, per rafforzare strutture e personale medico. Niente!

Come ci raccontano Rocco Valenti e Massimo Clausi su questo giornale, la Calabria è la sola regione italiana priva di un piano anti-Covid tanto che le terapie intensive sono rimaste 152 (l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani ne ha censite, addirittura, solo 133) a fronte delle 280 appena sufficienti, previste già un anno fa. A fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha la metà: 1,7; la provincia di Cosenza, secondo il decreto 64 del 2016 emanato dal commissario Scura, avrebbe dovuto avere, per esempio, altri 354 posti per malati acuti che, naturalmente, non sono mai stati realizzati.

Era il 30 luglio del 2010 quando Scopelliti fu nominato, da Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni. Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano la tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni stimano essere di più di 1 miliardo.

Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di centrodestra e di centrosinistra, ponessero, con forza, al centro della loro battaglia politica la Sanità. E’ stata, anzi, solo terreno di sterili o dannose polemiche e di totale immobilismo.

Il governo Conte, dopo le tragicomiche vicende dei Commissari che tutta Italia ha potuto vedere in tv, aveva, almeno, provveduto a far montare un Ospedale militare da campo a Cosenza ed aveva permesso a Gino Strada di impiantare una struttura di ‘Emergency’ a Crotone. Ora ‘Emergency’ se n’è andata e l’Ospedale militare di Cosenza è stato, incredibilmente, trasformato in centro vaccinale, mentre all’Ospedale dell’Annunziata i malati Covid inondano gli altri reparti, sabato 3 aprile ne erano ricoverati 137, e le poche terapie intensive sono tutte occupate. Cosa si aspetta a trasformare di nuovo in terapie intensive le strutture sanitarie dell’Ospedale militare?

Il Commissario Longo, nominato ad ottobre, avrebbe, secondo questo giornale, elaborato un nuovo piano rispetto a quello di Cotticelli, ma non avendo inserito la rendicontazione della spesa dei fondi Covid sarebbe stato sospeso dal tavolo interministeriale. Avremmo, dunque, ancora in vigore il piano Cotticelli che, comunque, prevedeva 280 terapie intensive, per poterci avvicinare alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 7,9 attuali, ma dopo 15 mesi dall’inizio della pandemia ce ne sono ancora 152. Sono saltate tutte le possibilità -tracciamento, tamponi e aree rosse circoscritte- di contenere l’epidemia, l’ultima chance sarebbe una campagna vaccinatoria capillare ed efficace.

Ma come è andata, come sta andando con i vaccini? Nel modo peggiore possibile: la Calabria è all’ultimo posto avendo somministrato solo il 78,8% delle dosi distribuite dallo Stato alle Regioni; non si capisce che fine abbiano fatto -come ha chiesto più volte, senza avere risposta, Massimo Clausi su questo giornale- oltre 74.000 dosi che sono ‘sparite’; la percentuale di vaccinati alla voce “altri”, che però comprende anche i “fragili”, è la più alta d’Italia con oltre il 23%, 79.000 su 293.000, mentre i sanitari vaccinati sono 78.000 e gli ultraottantenni solo 82.000 (i dati sono consultabili su: www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/).

Una situazione così catastrofica non può essere più ignorata dal Governo che, invece, deve dare risposte urgenti ai calabresi: perché, nonostante il commissariamento sia della sanità regionale con il poliziotto Longo sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno le stesse cure mediche che spettano, secondo l’art. 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano? Perché non sono stati aumentati le terapie intensive e i letti ospedalieri per le degenze Covid e non-Covid in questi ultimi 14 mesi? Perché non è stato approntato e realizzato un piano sanitario regionale anti-Covid? Perché il piano vaccinale funziona così a rilento e in maniera così poco trasparente in questa regione? Perché il generale Figliuolo – che in occasione della sua visita in Calabria si è incontrato con il commissario Longo e con il Presidente-chef leghista Spirlì- ha certificato, invece, che il piano di vaccinazione predisposto da Regione e struttura commissariale andava benissimo e che non c’erano aggiustamenti da fare?

Una strage degli innocenti, quella che si sta minacciosamente profilando all’orizzonte dei cittadini calabresi nelle prossime settimane? No, di innocenti, qui in Calabria, ce ne sono ben pochi.

da “il Quotidiano del Sud” del 6 aprile 2021

Immagine: Duccio di Buoninsegna,Strage degli innocenti, Museo del Duomo di Siena, inizi XIV secolo.
Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53194180

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Su tutto domina la spazzatura. Un’affermazione improntata a cupo pessimismo morale? No, parlo della spazzatura fisica, reale, quella che nella mia infanzia passava a raccogliere, con un minuscolo bidoncino munito di ruote, un netturbino credo di origini siciliane perché annunciandosi urlava «A munnizza» e a volte, per risparmiare fiato, anche semplicemente «A mizza».

Chi l’avrebbe detto che da lì a qualche tempo quella sarebbe divenuta una delle principali economie del Mezzogiorno? La spesa per la gestione dei rifiuti è, infatti, tra le più rilevanti all’interno dei disastrati bilanci delle regioni meridionali.

In base agli ultimi dati disponibili, questa voce vale 11 milioni di euro in Puglia, 40 milioni in Sicilia, più di 130 milioni in Calabria, addirittura 260 milioni in Campania. Nello stesso periodo e per le medesime attività il Piemonte ha speso 9 milioni di euro e il Veneto soltanto 760 mila euro, nemmeno lo 0,6% di quanto ha speso la Calabria, con una popolazione che è più che due e volta e mezza quella calabrese e un territorio più ampio del 20%! Contemporaneamente la regione Veneto, che è quella che ha fatto meglio, ha differenziato quasi il 75% della sua raccolta rifiuti e la Calabria non ha toccato neppure il 48% (Ispra Catasto Nazionale Rifiuti).

Due facce della stessa medaglia, più si differenzia meno si spende. Ma fino a un certo punto. È fin troppo evidente che la spesa calabrese è abnorme, persino rispetto a quella della Campania se si tiene conto del rapporto fra le due popolazioni. Dove finiscono tutti quei soldi? A chi va in tasca quel tesoro mentre la regione annaspa tra i suoi rifiuti?

Aprire alla coltivazione una discarica – come si dice con termine che forse vorrebbe fare dimenticare l’inquinamento del suolo e dell’aria che questa modalità di trattamento produce – non è solo il modo più semplice e inquinante per affrontare il problema, è anche quello più costoso per le casse pubbliche e più lucroso per gli imprenditori del ramo.

Non si spiega altrimenti, ad esempio, la costruzione in corso in provincia di Reggio Calabria (dove la raccolta differenziata è ferma al 36%) di una nuova megadiscarica per rifiuti non differenziati (400.000 tonnellate) che mette a rischio un’importantissima sorgente d’acqua potabile e distrugge molti ettari di autentiche coltivazioni agricole di qualità ma avrà, nondimeno, un «merito» niente affatto trascurabile.

A conti fatti, smaltire una tonnellata di rifiuti in quella discarica significherà spendere tre volte quanto servirebbe per conferirla all’inceneritore e persino più di quanto oggi costi inviarla fuori regione. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento del regionalismo italiano.

Le nuove «repubbliche regionali», lontano dai riflettori e fuori da ogni controllo, riproducono un mosaico ancor più frazionato e composito di quello che ereditava nel 1861 il nuovo stato italiano, instaurando un regime di concorrenza fra le stesse che non può che condannare la parte più debole, ancora una volta il Mezzogiorno d’Italia, all’arretratezza e al degrado.

da “il Manifesto” del 2 aprile 2021
Foto di prvideotv da Pixabay

La transizione ecologica non è una riforma ma una rivoluzione.-di Piero Bevilacqua

La transizione ecologica non è una riforma ma una rivoluzione.-di Piero Bevilacqua

Come bene argomentato da P.G. Ardeni e M. Gallegati l’annunciata rivoluzione verde europea e la sua versione italiana, la transizione ecologica, sembrano esaurirsi in un progetto di innovazione tecnologica orientato a ridurre i gas climalteranti, a limitare gli impatti dell’energia fossile, a rendere insomma il mondo un po’ meno sporco e a continuare tuttavia nella «crescita». Come se il problema fosse solo questo.

C’è un treno che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti. La grande questione è il capitalismo nella fase storica presente e nella configurazione dei suoi poteri a livello mondiale.

Sino a poco meno di un secolo fa il capitalismo, nonostante le alterazioni prodotte nel corso del 1800, era un sistema compatibile con le risorse disponibili e con gli equilibri del pianeta. A partire dagli anni 30 del ‘900, durante la Grande Depressione, alcuni manager americani si accorgono di ciò che Marx aveva già colto a suo tempo: l’industria capitalistica produce molte più merci di quante i salariati e il mercato riescano ad assorbirne. Una contraddizione da cui si poteva uscire in due modi: rendendo più rapidamente deperibili le merci, programmandone l’obsolescenza, e mettendo in piedi una gigantesca macchina pubblicitaria, in grado di inventare sempre nuovi desideri, così da trasformare gli individui in consumatori ansiosi di comprare cose di cui non hanno alcun bisogno.

Questo mutamento storico avviato negli Usa è diventato il modello di tutti i paesi capitalistici e oggi appare configurato in un sistema internazionale il cui tracollo catastrofico è l’esito più probabile. Come ha scritto Luigi Ferrajoli in uno splendido capitolo del suo La costruzione della democrazia (Laterza,2021): è «inverosimile che 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro a catastrofi umanitarie, nucleari, economiche ed ecologiche».

Dunque il problema, gigantesco, è duplice: rendere circolare la corsa del treno, vale a dire rendere riparabili e riciclabili le merci, i materiali ecc, mutare la scala dei bisogni e soprattutto puntare a un nuovo ordine mondiale, a un «costituzionalismo sovranazionale» come dice Ferrajoli, che insieme a Raniero La Valle ha costituito il movimento Costituente Terra. Si tratta di una strada obbligata per la salvezza del pianeta eppure non utopica. Nel dopoguerra, lo ricorda sempre Ferrajoli, la nascita dell’Onu aveva per qualche tempo orientato gli Stati verso una condotta cooperante ormai perduta.

Ma ci sono prove storiche poco note di come si può fare per intervenire con potere politico, sulle produzioni, sui mercati, sui singoli Stati. Il 1988 non evocherà nessun passaggio epocale nella mente dei lettori. Ebbene, in quell’anno vengono avviati in Europa, all’interno della Politica Agraria Comunitaria, i programmi di set-aside (messa da parte) per limitare gli eccessi di produzione agricola e alimentare.

Ai contadini viene richiesto di smettere di coltivare in cambio di un rimborso economico da parte della Comunità Europea. È un piccolo episodio legislativo, ma una svolta di portata simbolica universale. Mai era accaduto nella storia delle società umane che gli stati (i re, gli imperatori) esortassero a non coltivare la terra, ricevendone addirittura un compenso. Per millenni è accaduto il contrario. Questa politica di contenimento degli eccessi di produzione è proseguita con gli allevamenti, le note Quote latte, continua oggi anche con la viticultura.

Nessun imprenditore europeo è oggi libero di coltivare viti sul suo terreno se non possiede quote disponibili che lo autorizzino. Non ha qui senso entrare nel merito di questi provvedimenti, ma voglio sottolineare il loro carattere dirompente e carico di indicazioni per il futuro prossimo. Per la prima volta nella storia un potere sovranazionale interviene sulla libertà d’impresa dei diversi Stati, limita la produzione, regola il mercato.

Dunque, se è stato possibile in Europa deve essere possibile anche a livello globale: è solo questione di volontà politica. Ma questa volontà politica bisogna costruirla subito, puntare a un ordine internazionale di cooperazione non più rinviabile. Per questo restiamo sgomenti di fronte all’ottuso atlantismo del nostro ceto politico e del giornalismo che gli dà voce, incapace di vedere dove corre la storia del mondo.

Come si fa a seguire gli Usa che credono di essere ancora nel ‘900 e di poter continuare la guerra fredda per conservare una centralità ormai perduta? Come si può restare dentro un’alleanza che ha fatto esplodere guerre dappertutto, sta facendo lievitare la produzione e la vendita di armi in ogni angolo del mondo? Un macabro festival degli armamenti, in cui il nostro paese è protagonista, di ordigni di morte, mentre nel mondo già muoiono milioni di persone per un virus. E a quale fasulla mascherata si è ridotta la nostra democrazia, se di fronte a scelte tanto gravi dei governi la voce dell’opinione pubblica conta men che nulla.

da il Manifesto del 31 marzo 2021
Foto di Alexander Vollmer da Pixabay

Gli appuntamenti con la storia che la sinistra rischia di perdere.-di Piero Bevilacqua

Gli appuntamenti con la storia che la sinistra rischia di perdere.-di Piero Bevilacqua

Ha scritto Norma Rangeri a proposito delle possibilità che si aprono alla sinistra in Italia: “Perchè in teoria si tratterebbe di coltivare una vasta prateria, grande quanto l’arcipelago sociale che in questi anni ha conosciuto il protagonismo di movimenti giovanili, ambientalisti,femministi insieme a nuove soggettività cresciute nel lavoro intermittente, manuale e intellettuale” (il manifesto,16.3.2021.

Aggiungerei una considerazione d’insieme. Siamo in presenza della chiusura di un ciclo storico. Una fase che potremmo definire di rivoluzione conservatrice, di globalizzazione sregolata, di dominio capitalistico senza antagonisti. Iniziata 40 anni fa con la riscossa dei partiti conservatori nel Regno Unito e negli Usa, che offrono ai gruppi imprenditoriali vistose riduzioni fiscali, la lotta aperta contro i sindacati, la riduzione del welfare conquistato nel dopoguerra.

Questa rimonta conservatrice si accompagna all’evento straordinario della rivoluzione informatica. Non solo si aprono nuove praterie di profitto per il capitale nella fase storica in cui declinano le fortune dell’industria automobilistica (vero motore del capitalismo novecentesco), ma si offrono alle imprese vantaggi insperati nei rapporti di forza con la classe operaia.

La delocalizzazione delle aziende, la mobilità mondiale dell’impresa di fronte alla fissità locale della forza lavoro, spezza drammaticamente il motore rivoluzionario del modo di produzione capitalistico: il conflitto di classe. E qui trascuriamo tutti gli aspetti di riorganizzazione del lavoro che frantumano il fronte operaio. Non è tutto: l’antagonista storico, pure imbalsamato in burocrazie autoritarie, ma in piedi su un fronte internazionale, il comunismo, tracolla.

E poiché la fortuna dei fortunati non ha confine, il capitalismo internazionale riceve bello e pronto un corpus di dottrine economiche, il neoliberismo – peraltro pluripremiato dai Nobel per l’economia – con cui dare dignità teorica e culturale al suo dominio assoluto sul mondo.

Ora dopo 40 anni guardiamo ai risultati. Le più vertiginose disuguaglianze sociali lacerano le società, la classe media è drammaticamente regredita, per ampi strati sociali il lavoro non è più sufficiente per emancipare gli individui dalla povertà, mentre avanzano disoccupazione e impieghi precari e le protezioni si riducono di anno in anno. In quelle che erano state le società del benessere i legami sociali vanno in frantumi, la vita pubblica viene mercificata, il nichilismo preconizzato da Nietzsche è ormai la stoffa del vivere quotidiano. Si crede che tutto questo non abbia effetti sulla vita politica?

Dismessi i grandi ideali, nei partiti d’un tempo si persegue la carriera personale, il cinico tran tran quotidiano che ha fatto rinascere i relitti del sovranismo e della xenofibia. Nel frattempo le crisi cicliche si sono sempre più ravvicinate nel tempo e con caratteri dirompenti, i conflitti locali, frutto di un assetto mondiale fondato sulla competizione intercapitalistica, costituiscono ormai una guerra mondiale permanente a bassa intensità. A causa delle guerre e per i mutamenti climatici, moltitudini di migranti vagano per il globo varcando mari, muri e fili spinati.

Dopo una serie ravvicinata di pandemie, ne è giunta una che da un anno semina morte e devastazione. Mentre si altera il clima e le risorse collassano, il pianeta Terra è sempre più minacciato. Mai era capitato nella storia che l’umanità potesse intravedere come suo possibile prossimo avvenire la fine della propria specie.

Ebbene, c’è qualcuno che può qualificare questa breve rassegna di trofei con un termine diverso da disfatta, fallimento, tracollo, sconfitta? Non ci interessa la risposta. Non abbiamo in mente il vaste programme di redimere gli imbecilli. La storia ha sempre proceduto a loro insaputa. La domanda è rivolta agli amici, alle donne e agli uomini che hanno davanti questa prateria.
Ebbene, nessuno si illuda che qualche risposta possa venire dal Pd. Giustamente lo hanno ricordato qui anche Alfonso Gianni e Paolo Favilli. Solo perché ora è arrivato Enrico Letta?

Con tutto il rispetto, mi avessero detto Vladimir Ilic Lenin redivivo avrei nutrito qualche speranza. Il Pd è stato un errore strategico, così lo definii alla sua nascita e non ho qui lo spazio per ripetere analiticamente tutte le ragioni di quel giudizio. Ma la storia reale dei sui 13 anni è più eloquente di me.

Allora? Approfitto dell’ospitalità del manifesto per un gesto improprio, un invito a Elly Schlein. perché senza cambiare la sua attuale collocazione politica, non prova a promuovere quel che lei stessa ha auspicato? Perché non prova a mettere insieme gli esponenti più rappresentativi dei vari gruppi e formazioni per una campagna che duri qualche tempo su temi che accomunano tutti? Sulla riforma elettorale mi sono già espresso. Ma anche su obiettivi più limitati, come l’abrogazione della Bossi Fini e lo Ius soli, il reddito per meriti ambientali per tutti i coltivatori che stanno sulla terra, ecc.

Ma importante sarebbe sperimentare in queste occasioni forme di aggregazione che si stabilizzano, che danno vita a organismi più durevoli, per sfidare la frontiera di una nuova forma di politica di sinistra organizzata. Schlein, è una leader, ma di tipo nuovo, non solo perché è donna, ma perché è persuasiva, netta nei contenuti e misurata nei toni. Deve farsi coraggio.
da “il Manifesto” del 18 marzo 2021

Nella riforma fiscale la chiave per riunire l’agorà della sinistra.- di Piero Bevilacqua

Nella riforma fiscale la chiave per riunire l’agorà della sinistra.- di Piero Bevilacqua

Su questo giornale Gaetano Lamanna (3.3.2021) ha sottolineato il rilievo strategico che può assumere la riforma fiscale e l’impegno politico della sinistra a suo sostegno. Il tema merita di essere ripreso su entrambi i versanti. Intanto occorre ricordare che l’odierno sistema costituisce il pilastro portante del dominio del capitale sulla classe operaia degli ultimi 40 anni. Testimonia ancora oggi la controffensiva vittoriosa dell’imprenditoria industriale sulla classe operaia dopo i conflitti e le conquiste degli ani ’70. Fu avviata nel 1981 da Reagan con L’Economic Recovery Tax Act regalando una gigantesca esenzione fiscale ai ceti ricchi, e definita “il più grande taglio di tasse nella storia americana” (M.Prasad, The politics of free market, Chicago University Press, 2006).

La fine della fiscalità progressiva, messa in atto da quasi tutti gli stati, ha significato la riduzione di risorse per scuole, sanità, servizi pubblici, insomma la semi demolizione del welfare che aveva reso prospere e stabili le società avanzate del dopoguerra. La teoria economica del cosiddetto trickle down, di lasciare più soldi ai ricchi perché li avrebbero accresciuti reinvestendoli, con vantaggio di tutti, si è rivelato un grave errore di fatto e un inganno politico.

La ricchezza è aumentata per pochi e la povertà per molti e perfino la solida middle class degli Usa (quella del “sogno americano”) è stata investita da una ondata senza precedenti di immiserimento e di regressione sociale. Il nuovo sistema fiscale dell’età neoliberista è dunque all’origine delle gravi disuguaglianze attuali, dell’aumento del debito pubblico e privato e – nel declino generale dei sindacati e dei partiti popolari – dell’esplosione del populismo che minaccia le democrazie in tante regioni del mondo.

Ora che l’esecutivo Draghi, riprendendo il proposito del governo Conte, promette di mettere mano a una riforma del fisco credo che la sinistra debba, in anticipo, battere un colpo. Nicola Fratoianni, pur se segretario di una piccola formazione politica, Sinistra Italiana, può prendere qualche iniziativa nel Paese. Senza attendere che la riforma venga discussa in Parlamento, sarebbe invece utile e necessario da subito prendere contatti con Maurizio Acerbo, anche lui segretario di un’altra piccola formazione politica, il Partito della Rifondazione Comunista, e concordare con il suo gruppo dirigente un’azione comune di discussione, mobilitazione e confronto.

Così come occorre coinvolgere Fabrizio Barca e i dirigenti del Forum Disuguaglianze, ricco di intelligenze e competenze che costituiscono parte dell’élite della sinistra reale italiana, oggi resa invisibile dall’inerzia dei micro partiti e dai media, che parlano eternamente con le stesse facce e gli stessi stanchi linguaggi.

Il raggio deve essere più ampio. Non solo devono essere coinvolte, con varie modalità, vecchie istituzioni come Il Centro per la Riforma dello Stato, ma anche i movimenti delle donne, i gruppi organizzati come il Gruppo Abele di Don Ciotti o la Costituente Terra di Raniero La Valle e di Luigi Ferrajoli, e tante altre formazioni. Senza dimenticare il più grande movimento di resistenza del nostro Paese, che per ampiezza e durata non ha confronti in Europa, la comunità dei No Tav, in lotta da 30 anni contro lo sperpero di denaro pubblico per un’opera insensata.

Aprire nel paese, prima che in Parlamento, un ampio approfondimento sulle strutture del bilancio pubblico, mostrare con settimane di incontri, in presenza e da remoto, con comunicati, volantini, messaggi via social, interventi in televisione, giornali amici, come vengono spesi dai governi i soldi di tutti gli italiani costituirebbe un grande evento di democrazia, una vasta agorà che ricomporrebbe almeno temporaneamente il vasto e disperso popolo della sinistra reale.

Gli italiani saprebbero quanti miliardi mancano per le scuole, la ricerca scientifica, le borse di studio, la manutenzione delle strade comunali, i mezzi pubblici, e quanti sono spesi per armi destinate a distruggere paesi, a uccidere la popolazione civile in questa o in quella regione dell’Africa e del Medioriente, o per rifornire gli eserciti di paesi che torturano e uccidono i nostri ragazzi, come accade in Egitto.

Le donne del Sud che non possono lavorare perché mancano gli asili nido, verrebbero così informate che ciò accade anche perché i soldi vengono spesi in raccordi autostradali inutili, in stipendi favolosi ai manager pubblici, in sostegno privilegiato a questo o a quell’ente importante per i consensi elettorali che può fornire. Potrebbero finalmente cogliere il nesso tra il comportamento del deputato che hanno eletto e i disagi e la marginalità della propria vita.

L’iniziativa potrebbe costituire anche un contributo propositivo importante: l’ideazione di un sistema fiscale reso più semplice e comprensibile: colpire le grandi fortune, soprattutto immobiliari, e premiare gli investimenti, soprattutto in ricerca e formazione, scoraggiando e punendo le attività inquinanti, incentivando la formazione di giovani ispettori contro gli evasori in ogni angolo del paese e del mondo, prefigurando una fiscalità europea omogenea, che non dia scampo ai colossi multinazionali, nuovi padroni del pianeta.

da “il Manifesto” del 9 marzo 2021
Foto di 👀 Mabel Amber 👀, Messianic Mystery Guest da Pixabay

Cari grillini, una risata vi seppellirà.- di Tonino Perna

Cari grillini, una risata vi seppellirà.- di Tonino Perna

Lettera aperta ai grillini

Cari grillini
Siete cresciuti velocemente. In pochi anni avete conquistato prima le città, poi le regioni, e infine siete arrivati a essere il primo partito in Italia. Il vostro strepitoso successo ha stupito il mondo ed ha riempito di speranze le nuove generazioni. Con le piazze del “Vaffa…” avete mandato a quel paese la classe politica, incapace e corrotta, avete sognato e sperimentato i primi tentativi di democrazia diretta grazie ad internet, avete immaginato un mondo in cui tutti i cittadini, come nell’antica Atene, a turno potevano esercitare il potere politico e amministrativo.

Per questo avete introdotto paletti al numero dei mandati, per questo avete imposto che i rappresenti politici del M5S si dimezzassero gli emolumenti, investendoli in un fondo per le start up delle nuove generazioni. Avete portato un’aria fresca pensando che come piove sui buoni e sui cattivi, così potessero sostenere questo progetto tanto persone di destra che di sinistra.

Giovani, sognatori, con la faccia pulita, avete raccolto i voti della rabbia sociale, di una parte della sinistra radicale quanto della destra xenofoba, avete entusiasmato e portato a votare milioni di italiani stanchi e insoddisfatti. Avete sfiorato il potere nell’elezioni politiche del 2013, ma non avete ceduto alle lusinghe del mite Bersani, perché voi rifiutavate le alleanze, gli inciuci, i compromessi.

Qualcuno vi ha accusato di non volervi prendere le responsabilità che il voto di massa vi aveva affidato. E nel marzo del 2018 avete risposto a queste critiche con un grande senso di responsabilità: andando al governo con la Lega di Salvini. Un matrimonio che è durato un anno e mezzo per colpa del leader leghista che pensava di far fuori Conte e, sull’onda dei consensi che si gonfiavano a dismisura, conquistare i pieni poteri.

Avete tremato un attimo, ma poi vi siete subito ripresi e fidanzati con il maledetto, nel senso del partito di cui avete più parlato male, il famigerato PD. Tutto sembrava filare liscio finché il toscanaccio non vi ha rotto le uova sotto il sedere. E allora, di fronte al fatto di tornare a casa avete abbracciato tutti i partiti possibili e impossibili, compreso il Berlusca che avete sbeffeggiato per un decennio.

Allo stesso tempo, avete mandato in soffitta i limiti al mandato parlamentare, i vostri capi si sono tenuti stretti alle poltrone come nemmeno i più beceri dei vecchi democristiani. Ma, il massimo è stato quando il presidente Mattarella ha indicato Draghi, il banchiere, l’uomo della Troika che ha spezzato le gambe alla Grecia. Ho scommesso, con uno dei pochi giornalisti che vi ha seguito fin dall’inizio, che sareste andati all’opposizione. Ho perso ovviamente. Ma, quello che supera ogni fantasia, che mi ha letteralmente piegato in due dalle risate, che è stato un colpo di genio degno di un grande comico è stata la frase di Grillo su Draghi: è uno di noi, un grillino!

Se un caro amico non mi fermava avrei continuato a ridere con le lacrime, come un fiume in piena. Non ridevo così da tanto tempo. Un grande Grillo. Lui vi ha creato e lui vi ha seppellito… con una risata.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 febbraio 2021

Foto di Gianni Crestani da Pixabay

Franco Cassano e l’attualità del pensiero meridiano.- di Tonino Perna

Franco Cassano e l’attualità del pensiero meridiano.- di Tonino Perna

Ho conosciuto Franco Cassano negli anni ’90 quando era uscito da poco il saggio che l’ha reso famoso nel mondo: Il pensiero meridiano. Il testo che poi è diventato oggetto di culto per più generazioni, non solo meridionali, un approccio con cui il Sud del mondo può guardare al suo futuro senza restare succube del modello capitalistico dell’Occidente industrializzato.

Una svolta nel pensiero meridionalista che faceva i conti con la modernità senza nostalgie retoriche, ma evitando i luoghi comuni sul Mezzogiorno che doveva inseguire, secondo la vulgata, la stella polare del Nord.

“Pensiero meridiano” significa andare oltre, è una filosofia del vivere (non a caso molti hanno detto che Franco Cassano sia stato più un filosofo che un sociologo) che parte dal sentire dei popoli che si affacciano su questo grande lago che chiamiamo Mediterraneo.

Un modo per scoprire il limite che il mare ci pone, ma anche la forza della sua massa liquida che ci connette e ci interroga. Un modo per dire che il Sud d’Italia come i Sud del mondo devono pensare a costruire il proprio futuro senza farsi colonizzare da modelli esterni, senza inseguire mete che li snaturerebbero, come purtroppo è in gran parte avvenuto.

Un modo per scavalcare il muro decrepito del meridionalismo piagnone, quanto per rigettare l’inseguimento dei vincitori, senza cadere nella trappola del Sud contro il Nord, della secessione meridionale, come quella auspicata da Pino Aprile e dai suoi seguaci neoborbonici.

Il “pensiero meridiano” ha ispirato decine e decine di iniziative, di gruppi culturali, artistici, che sono stati conquistati da questo modo di guardare al mondo, persino in campo enogastronomico con importanti chef e esperti che si sono fatti guidare da questo magnete.

Ma, quello che è mancato finora è chi, a livello politico raccogliesse la forza di questa elaborazione intellettuale per tradurla in una serie di proposte politiche concrete.

Franco ci ha provato, anche con il suo impegno politico in prima persona, ma è stato fagocitato da un partito, il Pd, che ha perso la bussola e non la cerca più.

Il fatto che il “pensiero meridiano” sia ancora attuale e entusiasmi le nuove generazioni mi fa ben sperare che il seme gettato da Franco Cassano farà germogliare altre piante ricche di frutti.

Grazie Franco per la tua umanità, la forza delle tue idee, e per la fortuna che ho avuto di godere della tua amicizia.

da “il Manifesto” del 25 febbraio 2021

Rifiutare i voti della ‘ndrangheta. – di Gaetano Lamanna

Rifiutare i voti della ‘ndrangheta. – di Gaetano Lamanna

Enzo Ciconte chiede a tutti i candidati del prossimo Consiglio regionale della Calabria «la disponibilità a sottoscrivere un impegno formale a non chiedere i voti ai mafiosi e a rifiutarli se venissero offerti» (Quotidiano del Sud del 14 febbraio).

Non è poco e con impazienza aspettiamo di conoscere quanti degli aspiranti consiglieri e, aggiungerei, degli aspiranti presidenti risponderanno all’appello di Enzo Ciconte. Con Enzo mi lega una lunga amicizia, ormai cinquantennale. Eravamo studenti universitari fuori sede, iscritti alla federazione giovanile comunista, lui a Torino, io a Roma.

A quei tempi in Calabria non esistevano Università. Terminatigli studi, Ugo Pecchioli, responsabile di organizzazione del Pci e stretto collaboratore di Enrico Berlinguer, ci propose di tornare in Calabria, Enzo a Catanzaro, io a Crotone.

Dovevamo fare esperienza, farci le ossa, misurarci con i problemi e le difficoltà, rinnovare il partito nella “continuità”, cioè imparando anche da chi ci aveva preceduto, senza spocchia e arroganza. Non si diventava dirigenti per caso. Erano le regole del nostro partito, della nostra «formazione politica». «Formazioni politiche», così, anche se sembra strano, venivano definiti i partiti ancora negli anni settanta del secolo scorso.

Un termine niente affatto peregrino, che calzava a pennello ai partiti di una volta: strutture complesse, organizzate, dove cultura, società e politica si intrecciavano; partiti come centri di educazione alla democrazia, punti di riferimento del dibattito delle ideee dell’iniziativa politica e di massa. Se oggi Enzo sente l’esigenza di fare un appello accorato ai candidati perché sottoscrivano un impegno antimafia significa che la politica regionale ha preso una china sempre più degradante.

I partiti si sono liquefatti, non garantiscono sulla moralità e sui comportamenti dei candidati (e degli eletti). Leggendo l’articolo di Enzo sono riaffiorati alcuni ricordi personali, uno dei quali mi permette di spiegare perché sono d’accordo con l’iniziativa di Ciconte, ma con qualche dubbio. Nel 1990 fui candidato al Consiglio regionale senza essere eletto. C’erano allora le preferenze e ce ne volevano tante. Nel mio giro elettorale nel vibonese, in un piccolo paese mi avvicinò un signore, presentandosi come vigile urbano, chiedendomi se fossi interessato a cento preferenze. Avrei dovuto però incontrare un “amico” che mi stava aspettando. Ho subito capito l’antifona e, senza esitare, ho declinato l’invito.
Quella volta ho capito dal vivo che cos’è il voto di scambio, come nasce e come si materializza, come può irretire chi non ha un’adeguata coscienza politica e morale o chi è mosso dall’ambizione e dall’interesse personale. Risultai il secondo dei non eletti, subito dopo Simona della Chiesa.

Oggi, come dice Nicola Gratteri, non sono più i mafiosi ad offrire il loro aiuto ai candidati, ma sono i candidati che fanno la fila per rabbonire i boss locali con promesse, stringendo legami d’affari e patti scellerati. Enzo, nel suo articolo, usa l’argomento dell’utilità: «è conveniente chiedere voti ai mafiosi?». Ne vale la pena? Quanti voti controllano effettivamente?

Fa anche un richiamo ai sentimenti, all’«amor proprio» e alla dignità personale. Mi permetto di osservare che non siamo davanti a ragazzi cui fare un predicozzo, ma a persone adulte (e vaccinate), politici scaltri e furbi, magari ignoranti e poco intelligenti. Questo offre oggi il mercato. La responsabilità individuale e collettiva è diventata un bene scarso. Siamo abituati ormai allo spettacolo desolante di esponenti politici che tendono a liquidare con sufficienza le inchieste della magistratura, che si incensano da soli, che tendono a minimizzare qualsiasi forma di illegalità e a giustificare tutto e tutti.

In questo clima si dà tempo e modo ai mafiosi di evolversi, magari diventare venerabili, passando dalla lupara al compasso e al grembiule, come raccontano le cronache. Il problema è estremamente serio. Richiede che si ritorni alla militanza. O di qua o di là. Le zone grigie favoriscono la mafia e mettono a rischio la tenuta democratica. Serve che l’azione della magistratura sia accompagnata da una battaglia politica e ideale, come si sarebbe detto una volta .Serve creare le condizioni per impedire che gli amici degli ‘ndranghetisti o gli ’ndranghetisti in prima persona entrino nella stanza dei bottoni e continuino a procurare danni alla nostra regione. Mi piacerebbe comprare il giornale e leggere, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, che molti dei candidati o aspiranti alla presidenza regionale hanno accettato di sottoscrivere la dichiarazione antimafia proposta da Enzo Ciconte. Aspettiamo.

La mia convinzione è che spetti ai partiti, pur ridotti male, la responsabilità primaria delle scelte. Sono le forze politiche ad avere consentito a mafiosi e massoni di “pesare” laddove si prendono decisioni sui ncarichi, su appalti, su come spendere i soldi dei calabresi. Spetta alle forze politiche, in vista del prossimo appuntamento elettorale, la responsabilità di fare pulizia e cacciare i “nuovi mercanti”dal tempio.
Al partito democratico, alle forze di sinistra e alla miriade di associazioni che pullulano in Calabria, consiglierei di aprirsi alla società civile, composta in maggioranza da persone oneste e serie, evitando la trappola dei circoli chiusi e dei conciliabili, luoghi ideali per calcoli sbagliati e perdenti. C’è ancora tempo per avviare una discussione a tutto campo sul destino della nostra terra, per trovare un terreno comune d’intesa e per selezionare donne e uomini che non chiedano voti ai mafiosi e li rifiutino qualora venisse l’offerta. Se non vogliamo regalare alla destra una vittoria facile, ognuno faccia la sua parte.

da “il Quotidiano del Sud”
Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

Non ce ne siamo accorti. L’aver atteso che la cosiddetta piattaforma Rousseau pronunciasse il suo sì alla proposta di governo Draghi ha reso icasticamente evidente che una forza politica rappresentata in Parlamento, la cui delegazione è stata consultata dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio incaricato, esprime il suo parere in ordine al sostegno (parlamentare) ad una ipotesi ed ad un programma di governo, non sulla base della valutazione dei suoi rappresentanti eletti (nominati) nelle Istituzioni esattamente per questo, ma sulla scorta di un…webinar.

Intendiamoci, non è affatto in discussione il coinvolgimento dei militanti e l’ascolto della base ma il fatto che al tempo dei partiti queste attività si realizzavano intensamente e ciascuno si sentiva veramente partecipe mentre oggi si svolgono con la modalità volubile del clic che suscita dubbi e perplessità. Un modo che non appare coerente non tanto con l’esercizio del coinvolgimento democratico della propria comunità, quanto con le modalità di formazione di un governo o con altre scelte istituzionali. Non contestiamo – ed è apprezzabile l’intenzione di “sentire” il popolo anche a costo di esiti laceranti – ma una riflessione sulla mutazione della democrazia rappresentativa.

Purtroppo, in questi ultimi 15 anni tra leggi elettorali incostituzionali e improvvide revisioni costituzionali, di cui solo due respinte dal popolo, siamo stati costretti a difendere la Costituzione dalle aggressioni, invece che fare della sua attuazione l’asse centrale della politica della sinistra. Sarebbe paradossale, ma un governo che nasce dal fallimento di partiti e gruppi parlamentari, potrebbe essere il primo che rispetta, nella forma e di fatto l’art. 92 Cost., dell’esclusiva responsabilità del Presidente del Consiglio incaricato di presentare una lista di ministri al Presidente della Repubblica non preceduta da una trattativa con i singoli partiti.

Nessuno si è sentito a disagio per questo, nessuno lo trova deprimente per la democrazia rappresentativa. Dobbiamo dedurne che la scatoletta è stata aperta, ed il tonno è stato mangiato. L’unica salvezza per la nostra democrazia, oggi mortificata e soverchiata via wi-fi, sarebbe una seria e responsabile legge elettorale. Se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale. Pandemia e crisi politica non mettono la Costituzione tra parentesi.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, principalmente, in una democrazia rappresentativa come corpo elettorale partecipando collettivamente alle elezioni e ai referendum e individualmente esercitando il diritto di voto personale ed eguale, libero e segreto, come prescrive l’articolo 48 della Costituzione.

Per rispettare il popolo non bisogna dargli la parola, in una democrazia ce l’ha per conto suo, ma piuttosto ridargli il diritto di voto, che gli è stato rubato nell’anno 2005, con la legge Porcellum di Calderoli, e mai più restituito con l’Italicum incostituzionale come la legge precedente e nemmeno con il Rosatellum, attualmente in vigore, persino peggiorato durante il governo giallo-verdebruno, oggi ancora meno compatibile con i principi della rappresentanza (come sono stati definiti dalle sentenze numero 1 del 2014 e numero 35 del 2017 della Corte costituzionale), una volta approvato e confermato con il referendum il taglio del Parlamento.

La legge elettorale è costituzionalmente necessaria e pertanto necessariamente costituzionale, perché con essa si elegge un Parlamento, in cui ogni membro non rappresenta il partito che l’ha candidato né gli elettori che l’hanno votato e nemmeno il collegio, ma la nazione senza vincolo di mandato. La nazione, cioè il popolo, non sue frazioni, beneficate da norme incostituzionali.

Per questo se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale, com’è successo nel 2006, 2008 e 2013. Non si può votare con il Rosatellum senza verificarne prima la costituzionalità, sarebbe la quinta volta consecutiva in 16 anni. Se non venisse cambiata ci dovranno pensare i cittadini elettori a mandarla in Corte costituzionale, con decine di ricorsi ai Tribunali civili competenti. È quello che noi cercheremo di fare se il nuovo governo non dovesse mettere – come auspichiamo e speriamo – la questione della legge elettorale tra le priorità di un nuovo corso.

da “il Manifesto” del 17 febbraio 2021
Foto di Kevin Phillips da Pixabay

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Molte testate giornalistiche hanno commentato la nascita di questo governo mettendo in evidenza la matrice settentrionale, in base alla provenienza anagrafica dei ministri.

È una visione parziale e qualche volta distorta. Ci sono stati nella storia italiana dei ministri e addirittura dei premier che erano di origine meridionale ma che hanno fatto gli interessi del Nord. Valga fra tutti il caso di Francesco Crispi, palermitano, che usò i dazi doganali per proteggere l’industria nascente nel triangolo industriale, provocando una reazione, soprattutto della Francia, che colpì l’export meridionale di materie prime e beni alimentari.

La questione, dunque, non è tanto quella delle radici anagrafiche del governo quanto della sua strategia di politica economica, di visione del paese, di come deve collocarsi all’interno della divisione internazionale del lavoro.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia doveva risorgere dalle macerie, fisiche e politiche (uscita dal fascismo), doveva essere ricostruita e ripensata. Quello spirito, più volte richiamato in questi giorni, portò ad una unità d’intenti di tutte (o quasi) le forze politiche e a scrivere una delle più belle Costituzioni del mondo.

Ma, dopo le elezioni politiche del 1948, si arrivò alla inevitabile divisione tra destra e sinistra e vinse, come sappiamo, la Democrazia cristiana che governò per quarant’anni il nostro paese. Anche allora fu varato un piano per la ricostruzione che favorì la ripresa dell’industria al Nord e penalizzò il Mezzogiorno.

Ci fu, come ricordava l’indimenticabile Augusto Graziani nel suo saggio su Lo sviluppo dell’economia italiana dalla ricostruzione alla moneta unica, un grande dibattito su dove dovessero essere concentrati gli investimenti.

Le grandi città del Nord erano state duramente bombardate e molte fabbriche distrutte, mentre al Sud (con qualche eccezione), i bombardamenti degli angloamericani furono limitati perché i nazisti fuggirono prima a Cassino per poi attestarsi con tutte le loro forze sulla linea gotica.

Quindi, per logica, sarebbe stato più economico ripartire dal Sud, almeno per alcune industrie di base in cui lo Stato aveva un peso rilevante. Ed invece, come sappiamo, prevalse la linea di concentrarsi sullo sviluppo industriale del Nord-ovest e il Mezzogiorno fu compensato con la Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Questa formula comunque portò negli anni ’50 e fino alla prima congiuntura del 1963, al famoso «miracolo economico italiano». Che non si fermò al triangolo industriale, ma negli anni ’60 e ’70 si estese alla cosiddetta «Terza Italia», il Centro-Nord est, dove si affermò un interessante modello di sviluppo fondato sui distretti industriali, la piccola e media impresa, e un ruolo promozionale degli enti locali.

E il Mezzogiorno? Non solo rimase fuori, ma subì un pesante processo di deindustrializzazione.

Malgrado la crescita dell’occupazione nei famosi «poli di sviluppo», inquinanti e funzionali alle industrie del Nord, complessivamente nel periodo 1951-71 si registra un saldo negativo di oltre 17.000 Pmi, mentre nel Centro-Nord-est si ha un saldo positivo di circa 110mila imprese, quasi tutte nei settori dell’industria leggera (alimentari, abbigliamento, legno e mobilio, ecc.).

Le Pmi meridionali non avevano retto all’impatto del mercato nazionale e mondiale, determinato dai nuovi mezzi di comunicazione e abbattimento delle tradizionali barriere naturali.

Dagli anni ’70, il Mezzogiorno assunse il ruolo principale di serbatoio di voti per il partito di maggioranza relativa. La Cassa del Mezzogiorno, che pure aveva svolto un ruolo positivo negli anni ’50, travolta dagli scandali venne sciolta e nient’altro la sostituì.

Con la caduta del muro di Berlino, e la relativa globalizzazione del mercato capitalistico, le imprese del Centro-Nord non ebbero più bisogno della domanda interna e puntarono all’export verso i nuovi mercati dell’est unitamente ad una massiccia delocalizzazione verso questi paesi a bassissimo costo della forza-lavoro.

Restava al Mezzogiorno solo il ruolo di serbatoio di voti legati alle clientele e all’assistenza pelosa, con il passaggio dalla Dc a Forza Italia.

Col nuovo secolo scomparve totalmente la «questione meridionale» dall’agenda politica del nostro paese. Crebbero emigrazione, emarginazione e rabbia tra le popolazioni meridionali. Questo «ri-sentimento» fu colto da Grillo, che non a caso partì dalla Sicilia, per il suo travolgente tour che portò la sua creatura a raggiungere nel 2018 il 32 per cento dei voti alle elezioni politiche, con una base nettamente più larga nel Mezzogiorno (oltre il 40 per cento).

Il resto è la cronaca di questi anni e l’arrivo del Salvatore della patria. Nella sua alchimia della composizione del nuovo governo emerge, da una parte, la scelta di un uomo che riporta la Lega alle sue origini padane, e dall’altra, l’abbandono del Sud nelle mani di Forza Italia, cioè di una forza politica in via di estinzione.

Il destino delle popolazioni meridionali è segnato. Solo una grande mobilitazione potrebbe cambiare questo scenario. Ma dove sono le forze politiche o sindacali capaci ancora di compiere questo miracolo?

da “il Manifesto” del 16 febbraio 2021
foto di Battista Sangineto: Rovine industriali di Saline Joniche (RC)

I media, i partiti, il paese reale.-di Piero Bevilacqua

I media, i partiti, il paese reale.-di Piero Bevilacqua

Più che sulla composizione del governo Draghi, la quale merita certamente una riflessione a sé, vorrei appuntare l’attenzione sulla funzione disvelatrice dell’intera operazione che ha avuto protagonista l’ex presidente della Bce. Non senza tuttavia mostrare stupore di fronte alla nomina di Mara Carfagna a titolare del ministero per il Mezzogiorno.

E’ evidente che quel nome e quella collocazione rispondono al dosaggio spartitorio che ha ispirato la composizione del governo. Ma è questo il rilievo che il nuovo governo assegna a questa vasta parte del paese?

Un Sud devastato da una disoccupazione cronica che la pandemia ha reso disperata, soprattutto per le donne e per i giovani; dalla povertà di centinaia di migliaia di famiglie, alle prese con una sanità inadeguata, con un sistema scolastico e universitario fra i più penalizzati d’Italia, con un territorio che va in rovina ad ogni evento climatico avverso.

Ma vorrei qui sottolineare la portata rivelatrice dello stato di salute delle istituzioni e del mondo politico e mediatico nazionale in queste settimane di crisi e di trattative. Non abbiamo solo assistito a una umiliazione del Parlamento e di conseguenza della volontà politica degli italiani. Forse la manifestazione più clamorosa, che ha esasperato sino al ridicolo, un connotato di antica data del sistema Italia, è stato il vertice di infantilismo giubilante nell’esaltazione della figura di Mario Draghi.

Questa avvilente manifestazione folklorica, che può far sorridere, rivela quanto i media non facciano informazione ma politica, surrogando i partiti, creando un romanzo quotidiano, con le sue trame, personaggi, colpi di scena.

Essi assumono l’aspetto più degradato del comportamento del ceto politico, le sue mosse, personali o di gruppo, dicerie e compongono la narrazione fantasiosa da vendere agli spettatori. I quali vedono così restringersi ed involgarirsi più del reale la loro immagine del mondo politico.

Scompaiono dall’orizzonte i grandi problemi che almeno una parte del ceto politico pone e rimane la vicenda da rotocalco. E’ così che i media, con la loro degradata autoreferenzialità (esclusa la grande stampa, che a qualcuno riferisce) costituiscono un grave problema di immiserimento culturale del paese.

Si rivela l’aspetto forse più grave sullo stato di salute della nostra democrazia.

I partiti e il Parlamento non forniscono più da tempo, ma ora in una forma drammaticamente stridente, alcuna rappresentanza a milioni di italiani. Commentatori ed esponenti politici che teorizzano l’equivalenza fra destra e sinistra, o la conclamata sparizione dalla scena di quest’ultima, magari con un contorno di derisione, sbagliano per superficialità.

In Italia si è assottigliata la sinistra partitica, ma nel paese esiste una “sinistra reale”, milioni di cittadini che in gran parte non votano, non possono esercitare il loro diritto per assenza di rappresentati corrispondenti alle loro aspirazioni. La sinistra reale italiana è composta da lavoratori, stabili o precari, esponenti del sindacato, da una parte del popolo delle periferie, da uomini e donne impegnate nel volontariato, da tanti insegnanti e operatori della scuola, da un ampio e variegato campo di intellettuali, docenti universitari, scrittori, figure dell’editoria, del teatro e dei settori dello spettacolo, giovani ricercatori, spesso pendolari fra l’Italia e vari paesi del mondo.

Questo vastissimo e culturalmente avanzatissimo fronte è spesso raggruppato in associazioni, circoli, blog, comitati locali in difesa dell’ambiente, movimenti, come quelli delle donne, altri capaci di aggregazioni tematiche, come quello coordinato da Fabrizio Barca sulle disuguaglianze, tantissimi raggruppamenti in rete che si occupano di Sud, di ambiente, ravvivati di recente dalle manifestazioni dei Fridays for future. Ebbene, chi rappresenta in Parlamento questa parte rilevante del Paese? Si pone oggi drammaticamente alla responsabilità di questa parte del mondo politico un salto di qualità nella sua condotta.

Può l’attuale gruppo dirigente del Pd liberarsi delle scorie renziane e riorganizzarsi come una formazione di centro sinistra? Può quel che resta della sinistra partitica aggregare per singole battaglie – per una riforma fiscale progressiva, per un sistema elettorale proporzionale, contro lo spreco di danaro del Tav, per la scuola e gli ospedali del sud, per lo jus soli, per il teatro e la piccola editoria – le tante forze disperse nel territorio nazionale?

E’ credibile che un tale sforzo di coordinamento su obiettivi condivisi non farebbe esplodere le convulsioni narcisistiche cui hanno dato luogo i passati tentativi di creare un soggetto politico in vista delle elezioni. Forse si trarrebbero fuori dallo sconforto milioni di italiani, si gioverebbe a tante buone cause, si potrebbe creare col tempo una formazione politica non partorita da tre o quattro leader seduti attorno a un tavolo.

da il “Manifesto” del 14 febbraio 2021

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Tutto si può dire del governo Draghi, se si farà, tranne che si tratti di un governo tecnico. I precedenti, nati sotto quella definizione, Ciampi, Dini, Monti sono tra i governi che hanno più inciso nella vita materiale del paese – vedi per esempio le pensioni – e quindi hanno fatto politica, nel senso più pregnante del termine. Nello stesso tempo troppo diverse sono le condizioni oggettive e soggettive per poter fare paragoni stringenti con quelle situazioni. Con Draghi abbiamo una compenetrazione tra governance europea e governo nazionale.

È persino riduttivo dire che per l’ignavia delle classi dirigenti politiche ed economiche del nostro paese ci tocca il «pilota automatico», un commissario tecnocrate. Qui abbiamo l’ingegnere costruttore, non solo il suo robot. Mario Draghi ha interpretato diverse fasi della costruzione dell’Europa, qualunque fosse il suo ruolo pubblico o privato. Almeno quattro e tutte decisive, di cui è possibile seguire una successione cronologica, salvo parziali sovrapposizioni temporali.

L’epoca delle grandi privatizzazioni, quelle decise a bordo del Britannia, per cui il nostro paese divenne il secondo dopo l’Inghilterra thatcheriana per volume nel valore delle dismissioni dei beni dello Stato, accompagnate dal fanatismo rigorista che finirà per partorire l’assurdo Fiscal compact e l’accanimento brutale nei confronti della Grecia. La famigerata lettera assieme a Trichet al governo italiano del 5 agosto del 2011 che tracciò un percorso di lacrime e sangue puntualmente eseguito dai governi che seguirono. Il lancio, seppure tardivo rispetto ad altre parti del mondo, della politica monetaria espansiva, con il Quantitative Easing.

Per arrivare all’intervento sul Financial Times del 25 marzo dello scorso anno, nel quale il debito (quello «buono», non per fini assistenzialistici o per tenere in vita imprese zombie, preciserà altrove) smetteva di essere un tabù e allo stesso tempo si denunciavano i limiti di una politica monetaria espansiva non accompagnata da modifiche strutturali.

Svolgendo la pellicola si ha la visione precisa del costruirsi di una politica, quella del tempo della lotta di classe dopo la lotta di classe – avrebbe detto Luciano Gallino – agìta dal punto di vista dei vincitori. Con Draghi quindi non assistiamo alla morte di tutte le politiche. Ma al funerale di quella di cui sopravviveva solo un ingannevole crisalide, una volta che la rappresentanza politica di una delle parti del conflitto sociale era stata – e si era – cancellata.

Le modalità di formazione del nuovo governo presentano non poche anomalie, anche sotto il profilo costituzionale. Lo si può anche definire un governo del Presidente nei limiti in cui questa definizione ha senso in un sistema che ancora mantiene la forma del governo parlamentare.

Senza indulgere a disutili dietrologie, l’insolito attivismo del Capo dello Stato ne ha certamente determinato l’atto di nascita, nel vuoto umiliante di iniziativa delle forze politico-parlamentari, in una situazione che tutti a parole hanno dipinto tanto drammatica da assimilarla a quelle postbelliche. Se si guarda dal buco della serratura dell’oscillazione dello spread non si sono verificati crolli drammatici come nel passato.

Ma questo dimostra solo la compenetrazione della nostra economia nel quadro internazionale e le attese legate all’innovativo intervento europeo. Ma non risolve il problema della diminuzione dell’occupazione, con giovani e donne le prime vittime, o lo sprofondare del nostro mezzogiorno. I ritardi del Recovery Plan non sono temporali, quanto culturali.

Una classe dirigente cresciuta nel mito dell’austerità e del rigore, naturalmente applicati non a sé (si pensi all’isterica reazione a fronte di una timida proposta di patrimoniale) ma ai più deboli, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione, con difficoltà può essere rieducata alla capacità di spesa. Chi ha negato in ragione di principio la possibilità dell’intervento pubblico diretto a impostare un nuovo tipo di sviluppo economico, trova incompatibile l’idea stessa di programmazione. Le questioni che ha davanti Draghi sono queste, assai più gravi del nome dei ministri, della loro estrazione, se dal mondo delle competenze o da quello di una esangue nomenclatura partitica.

Il tentativo della destra nostrana di riaccreditarsi, anche a livello europeo, dimostrandosi disponibile e vogliosa di partecipare in prima persona nel nuovo governo va respinta non inFoto di Harri Vick da Pixabay nome del perimetro «Ursula», ma sulla base di scelte di programma e di senso del bene pubblico. Su questo fronte era lecito attendersi un atteggiamento più prudente da parte dei vertici sindacali, i quali hanno subito espresso un inusitato endorsement per Draghi, prima ancora dell’incontro promesso.

Tanto più che l’intesa raggiunta sul contratto dei metalmeccanici, che dovrà essere validata dai lavoratori, dimostra che si poteva produrre una breccia nel muro confindustriale, riaprendo uno spazio sociale e democratico che è l’unico modo per influire anche sulle scelte del governo che verrà.

da “il Manifesto” del 7 febbraio 2021
Foto di Harri Vick da Pixabay

Dalla politica all’economia come scienza esatta.-di Tonino Perna

Dalla politica all’economia come scienza esatta.-di Tonino Perna

Non ci è bastato il governo Monti. In ogni fase difficile sembra che in questo paese si possa venirne fuori solo con tecnici prestigiosi, perché i politici sono parolai incapaci. L’idea che passa è che la buona politica coincida con una buona tecnica. La politica non è più l’arte del possibile, secondo una antica definizione, ma un mestiere come quello dell’ingegnere informatico o del dentista. Dietro questo pensiero, sempre più diffuso, c’è l’ideologia della scienza economica come scienza esatta, come la scienza che trova la soluzione migliore per collocare risorse scarse. Per questo sono gli economisti i tecnici più idonei a guidare un paese durante una crisi economica pesante come quella che stiamo attraversando (e non abbiamo visto ancora niente), così come sono i generali a guidare un paese in guerra. Questa è l’ideologia prevalente e, finora, vincente.

E cosa farà il premier Draghi, sempre che riesca a formare un governo stabile, quando si troverà di fronte a scelte difficili? Per esempio: continuerà a bloccare i licenziamenti, come ha fatto finora Conte, o li permetterà indiscriminatamente come vorrebbe Confindustria? E il reddito di cittadinanza, così odiato dalla gran parte delle forze politiche, ma sostenuto strenuamente dal M5S, che fine farà? E rispetto alle diseguaglianze sociali crescenti, rispetto ad un debito pubblico che è arrivato al 160% del Pil quale formula di politica economica potrà adottare per non farlo pagare ai ceti popolari e medi? E la famosa svolta green sarà ancora una volta una riverniciata o una vera conversione ecologica che mette in discussione questo modello di accumulazione capitalistica?

Molte di queste domande contengono le risposte che conosciamo. Purtroppo, quella che si preannuncia è una svolta di segno autoritario per spegnere il fuoco sotto la cenere: la rabbia sociale non avendo più una mediazione partitica esploderà e verrà repressa duramente in nome della salvezza dell’Italia dal caos. In nome della stabilità e della governance dopo aver perso l’articolo 18 i lavoratori dovranno rinunciare ad altri diritti, sempre in nome della salvezza della nazione.

Certo Draghi è molto stimato a Bruxelles e negli ambienti della finanza. Gli va riconosciuto il merito di aver salvato l’Euro e sicuramente il nostro paese dalla speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato. Ci potete scommettere che il giorno che lui dovesse diventare premier la Borsa di Milano, e non solo, avrà un sussulto di gioia, come già i primi segnali dicono. Ci potete anche scommettere che le istanze dei sindacati saranno ascoltate e poi probabilmente bypassate.

Da Bruxelles arriverà il mitico flusso di denaro che momentaneamente potrà dare una boccata di ossigeno. Ma tutte le contraddizioni sociali, territoriali, e istituzionali (rapporto Stato-Regioni) che la pandemia ha fatto esplodere non si risolvono con un semplice aumento del Pil, sia pure rilevante. Dovranno essere prese delle decisioni «politiche», che avvantaggeranno territori e classi sociali diverse, che rafforzeranno il settore pubblico o continueranno a perseguire quei processi di privatizzazione che ci hanno portato tanti danni.

È quasi un anno che serpeggiava il nome del Prof. Draghi, corteggiato dai poteri della finanza e dell’industria, e alla fine è arrivato sulla scena della politica italiana ridotta a tecnica della gestione dell’esistente. Una politica «dragata» potrà avere inizialmente una fase euforica per poi farci cadere nella depressione come fanno tutte le droghe. Con tutti i rischi che conosciamo forse andare a votare sarebbe stato democraticamente più giusto che affidarci all’ennesimo Uomo della Provvidenza.

Vogliamo concludere con una nota di ottimismo: l’essere stato allievo dell’indimenticabile Federico Caffè e avere fatto la specializzazione al Mit con Modigliani, vale a dire con due prestigiosi keynesiani, può aver lasciato una traccia nell’approccio di Mario Draghi alla politica economica. Lo vedremo dal programma e dai fatti.

PS. Ritorna di grande attualità «Per la critica dell’economia politica».

da “il Manifesto” del 5 febbraio 2021

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Ha centrato il cuore del problema Maurizio Landini, intervenendo al Congresso di Sinistra Italiana. Sbarazzando il campo dalle fantasticherie giornalistiche sulla diversità dei caratteri fra Conte e Renzi, e da altre amenità di pari consistenza, che sarebbero alla base dello scontro in atto, ha sottolineato che il conflitto nasce da due progetti contrapposti di gestione della crisi pandemica e delle risorse del Recovery Fund. Punto. Landini non si è poi soffermato molto sul tema, anche se ha ricordato che in Europa siamo il paese che ha più a lungo protetto i lavoratori dai licenziamenti.

Un provvedimento che fa tanto innervosire Matteo Renzi, il quale, com’è noto, e come bisognerebbe ricordare a politici e giornalisti senza memoria, brucia di così tanto amore per le condizioni della classe operaia da aver abolito l’articolo 18 e imposto la precarietà e il caporalato di Stato attraverso il Jobs Act.

E oggi il nostro stratega – lo racconta bene Roberta Covelli in La scelta di Renzi: cacciare Conte e portare avanti il programma di Confindustria in Fanpage.it – presso la corte di uno sceicco assassino, dove va a raccattare danaro, si dichiara «molto invidioso» dei salari di fame che gli imprenditori sauditi possono permettersi a Riad. Sulla cui condotta criminale il manifesto ha più volte richiamato l’attenzione (si veda da ultimo, Francesco Strazzari, Il primo, tardivo, segnale di politica pacifista).

Ma che Renzi sia uno dei più temibili uomini di destra della scena italiana è il segreto di pulcinella per i gonzi, e per la vasta fauna di scrittori e cianciatori nulla sapienti, che affollano la scena pubblica italiana. È tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni, di fare patti sotterranei col nemico.

Basterebbe l’elenco delle sue scelte di governo: dal Jobs act, alla Buona scuola, all’esenzione dall’Imu sulla prima casa, alla lotta contro il reddito di cittadinanza, alla critica contro le iniziative di sostegno sociale dell’attuale governo, ecc. Ma basta questo per spiegare la sua caparbia avversione al governo Conte? È solo una prima ragione.

Perché questo governo, lo si voglia o no, per quanto era nelle sue possibilità, ha puntato a proteggere la vita dei cittadini, contro la volontà di Confindustria (e di Renzi) di continuare le attività produttive nonostante il virus (qualcuno ricorda quanto accadeva nelle fabbriche lombarde, nella scorsa primavera?). E ha cercato di attenuare il peso della paralisi economica sulla condizione dei ceti più deboli, con un minimo di distribuzione monetaria.

Ma io credo che Renzi sia animato da un doppio progetto politico, uno immediato e un altro di prospettiva. L’uomo, in realtà non ha alcuna fede, se non in sé stesso, e appoggia i gruppi dominanti per ambizione, per averne in cambio sostegno di potere e danaro. Danaro non per avidità personale, ma per costruire le proprie fortune politiche. Perché primeggiare nel comando è il rovello che non lo fa dormire la notte.

Ebbene, agli occhi di Renzi Giuseppe Conte ha non solo il torto di non avviare subito la vecchia politica di opere pubbliche – oggi in contrasto con lo spirito del piano Next generation – di riaprire i cantieri, vale a dire riprendere il progetto del Tav in Val di Susa, il Ponte sullo stretto, tornare a saccheggiare il nostro territorio, facendo ripartire le grandi opere, magari senza appalti e senza tanti vincoli. Non è solo questo.

Conte ha il torto di tenere insieme due forze diversissime, per anni in reciproco conflitto, facendole cooperare all’interno di uno degli esecutivi di maggior successo in Europa. Chi sostiene il contrario, ricordando il numero dei morti da Covid in Italia, dimentica che la pandemia in Europa è iniziata in casa nostra, quando l’ignoranza sul virus era universalmente totale, e le nostre strutture sanitarie smantellate e impoverite da decenni di tagli.

Ma Conte non solo riesce a far cooperare due forze diverse, con una politica di europeismo critico, che gli è valso un riscontro senza precedenti nella storia dei nostri rapporti con l’Ue. Egli tiene uniti i singoli partiti, i quali non sono partiti, ma coacervi di correnti, gruppi, club, aggregati da collanti labili. Se salta Conte anche questi corpi rischiano di esplodere e nel rimescolamento generale Renzi conta non solo di dar vita a un esecutivo amico, ma di pescare forze fra i fuoriusciti dalla diaspora che seguirebbe.

Il suo l’obiettivo di fondo è di guadagnare nel prossimo futuro una consistenza parlamentare sufficiente a farlo diventare, in modo stabile, l’ago della bilancia di ogni possibile governo. Qualcosa di simile al ruolo di arbitro supremo che si ritagliò a suo tempo Bettino Craxi. È il caso di ricordare, dunque, alla sinistra, ma anche a tutti i democratici, a chi ha a cuore le sorti del paese, che bandire dalla scena politica Matteo Renzi costituisce una delle condizioni inaggirabili per la liberazione e il progresso della vita civile italiana nei prossimi anni.

da”il Manifesto” del 2 febbraio 2021

Polifonia di voci per immaginare e costruire una città di fratelli. -di Ilaria Agostini

Polifonia di voci per immaginare e costruire una città di fratelli. -di Ilaria Agostini

In vista delle elezioni comunali, un intellettuale collettivo, chiamato a raccolta da Piero Bevilacqua ed Enzo Scandurra, delinea in un «libricino» un nuovo «paradigma urbano». Roma: un progetto per la capitale (da oggi in libreria per Castelvecchi, pp. 96, euro 15) è il palinsesto di un programma politico a sinistra: «è un libro di parte», asseriscono i due curatori introducendo il lavoro, ascrivibile alla categoria della «cultura della proposta».

IL LIBRO GUARDA al passato e, tramite «impietosa» indagine critica, procede verso il futuro in una prospettiva convincente e non priva di creatività. Come nella proposta di Bevilacqua per una Casa delle Scienze Umane, dove, liberati dalle pastoie della «immediata e spendibile utilità economica», i saperi umanistici sono messi al lavoro e divengono occasione di impiego nella conoscenza, per modellare una nuova «cultura di ecologia urbana».

UN INNEGABILE MERITO di questo libro polifonico è rinvenibile nella sua indole «didattica», rivolta a una classe politica carente (quando non ne sia priva) di immaginativa progettuale sulla città e di consapevolezza della materia urbanistica (molto tecnica invero, ma nondimeno politica). L’urbanistica diviene così, nel libro, la cornice narrativa entro la quale riprende forma una «città sciolta nell’acido del mercato», che ha perso la sua dimensione pubblica a seguito dell’assalto privatistico alla ricchezza sociale, della managerializzazione dei servizi, della estrazione – pervasiva e feroce – di rendita fondiaria e immobiliare.

Citando un articolo di Luigi Cosenza (Rinascita, 1944) – «i piani regolatori sono problemi di solidarietà umana» – Scandurra propone al lettore un paradigma profondamente umano – «paradigma urbano» lo definisce, mutuando l’espressione da Bergoglio – nel quale Roma possa affrontare il «passaggio da una città di soci ad una di fratelli». È urgente far pendere la bilancia verso gli esclusi – continua l’urbanista – riducendone «il dolore quotidiano», costruendo un nuovo welfare e sottraendo gli spazi comuni alle «bande organizzate» che li privatizzano.

LE LINEE LUNGO LE QUALI si muove il «Progetto» per Roma si dipanano nelle pagine che seguono, dove si fa irruzione: nelle pratiche solidali dell’accoglienza messe in atto ai margini della metropoli (Roberto De Angelis); nell’agricoltura urbana e periurbana, attuabile da «cooperative di comunità» sui 10mila ettari di terre pubbliche ricadenti nel comune capitolino (Matteo Amati); nella proposta di un parco letterario dedicato a Carlo Levi, che Filippo La Porta innerva di preziose citazioni. La falsa narrazione del social housing e l’urgenza di avviare un piano di edilizia residenziale pubblica, anche tramite il riuso di edifici dismessi, rientrano nel capitolo di Gaetano Lamanna che fornisce inoltre suggerimenti per mettere in atto esperienze di residenzialità alternative alle Rsa, quali i condomìni solidali o i portierati sociali.

DIECI IN TUTTO gli autori, ma un solo pezzo – troppo poco – è a firma femminile, quello peraltro dedicato al più erculeo dei problemi delle città: la trasportistica. Le due urbaniste, Maria Rosa Vittadini e Alessandra Valentinelli, si cimentano in un esercizio di alfabetizzazione sulle possibili vie d’uscita praticate in tema nelle capitali mondiali, che promettono buoni risultati nel segno della messa in comune dei mezzi di trasporto.

L’APPORTO ESEMPLARE, tuttavia, non ha solo natura esogena. Roma è stata capace di formulare progetti memorabili, che Vezio De Lucia tratteggia con autorevole sintesi, ripercorrendo le vicende del governo urbano, da Argan a Petroselli, fino ad approdare al Progetto Fori che, nell’epigrafe che lo condensa, dischiude tutt’oggi il suo fascino: «accorciare le distanze fra centro e periferia, accorciare le distanze fra i tempi della storia». Com’è noto, il progetto viene travolto da una città in piena espansione (Paolo Gelsomini), dove l’urbanistica privatistica – e le invenzioni del Prg: dalle «compensazioni» alle mal congegnate «centralità», dal «pianificar facendo» ai «diritti edificatori» – ha vanificato i «sogni» per una «nuova Roma».

da “il Manifesto” del 27 gennaio 2021
Foto di djedj da Pixabay

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Nel discorso di Conte alle Camere per la fiducia il Mezzogiorno c’è o no? È una domanda ineludibile, perché Conte ha disegnato un percorso e un programma con la dichiarata ambizione di arrivare a fine legislatura. In realtà, è esattamente questa la scommessa politica che ha messo in campo, con l’obiettivo di ampliare la maggioranza. Se il tentativo avrà successo, da qui al 2023 si faranno scelte cruciali per tutto il paese, ed in specie per il Mezzogiorno.

Nella Camera dei deputati Conte ha rivendicato i risultati conseguiti dall’esecutivo. Ma al Sud ha dedicato solo poche parole, sulla fiscalità di vantaggio. A seguito di qualche contestazione venuta nel dibattito, ha poi ripreso il tema nella replica. Ha affermato che il Sud «è in cima alle priorità dell’agenda di Governo», e non per ragioni ideologiche. Solo facendo correre il Sud «potrà correre il Nord e tutta l’Italia».

Sembrerebbe una piena accettazione della tesi per cui far partire il Sud come secondo motore del paese è l’unica vera possibilità di rilanciare l’Italia nel suo complesso. Sulla sponda opposta chi invece vorrebbe rilanciare la sola “locomotiva del Nord”. Fin qui siamo alle parole. Molti un Mezzogiorno in cima alle priorità dell’esecutivo proprio non lo vedono. Ma Conte va oltre. Ci informa che con il Recovery Plan «si concentreranno gli investimenti, secondo alcune stime, le risorse per circa il 50 per cento nel Sud, se consideriamo tutti i progetti che si dispiegano anche in modo trasversale». Richiama anche 15 miliardi per infrastrutture ferroviarie, e 2.3 miliardi specificamente per le infrastrutture in Calabria. Cita il piano Sud 2030 e altre misure, segnalando in particolare che le iscrizioni negli atenei del sud sono aumentate del 7,5%.
Il discorso in Senato è stato un remake di quello della Camera.

Nessuna sostanziale novità. Il punto è che in entrambe le Camere oltre alle generiche affermazioni di principio il premier non è andato. Nessuna indicazione precisa sul come giungere a ridurre o azzerare il divario strutturale che spacca il paese.
Nemmeno sul terreno di diritti fondamentalissimi come la sanità e l’istruzione, in cui la pandemia ha drammaticamente evidenziato diseguaglianze crescenti.
Il punto allora è se sia credibile o no lo scenario delineato da Conte di un Sud in cima alle priorità del governo, e addirittura destinatario di un 50% delle risorse disponibili per il Recovery.

Dalle analisi svolte sulle bozze di piano via via disponibili vengono considerazioni di altro segno. Ricordiamo tutti la lettera dei presidenti delle regioni meridionali a Conte, anche se non è dato sapere se ci sia stato un seguito, o sia rimasta una mossa puramente di teatro per i fan. Come non sappiamo in quale modo Conte giunga alla valutazione di un 50% del Recovery destinato al Sud. Sembra però di poter trarre dal richiamo alla “trasversalità” che si tratti di progetti non specificamente volti al Mezzogiorno, ma all’intero paese. In tal caso, quanti e quali benefici ne verranno alle regioni meridionali rimane da vedere.

Sono già emerse polemiche, ad esempio, sulla effettiva ricaduta di risorse destinate ad agevolazioni per il lavoro nel Sud, e sulla strategia che il Recovery Plan delinea per i porti italiani. Si ritaglia per quelli del Sud un ruolo – ovviamente minore servente alla vocazione turistica del territorio. Conte non ci ha convinto. Bisognerà mantenere alto il livello di attenzione e cercare di incidere qui e ora, nel passaggio parlamentare promesso dal premier. Una volta concluso l’iter con un voto e con l’approvazione Ue, i giochi saranno fatti, e non si potrà correggere in corso d’opera l’errore di oggi. Che dalla parte più forte del paese venisse una pressione per avvantaggiarsi nella destinazione delle risorse Ue era prevedibile.

Ora, la vicepresidente e assessore lombarda Moratti vuole un vantaggio addirittura sui vaccini. Più Pil, più vaccini. E gli altri muoiano in pace. C’è un leghismo genetico che infetta il Dna di una parte del paese. L’abbiamo visto già all’origine dell’autonomia differenziata, quando i famigerati preaccordi del 28 febbraio 2018 tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e il governo Gentiloni avrebbero inteso commisurare il diritto all’assegnazione di risorse pubbliche alla capacità fiscale dei territori. Più ricchezza, più risorse. Il mantra del leghismo. Sarà difficile sconfiggere egoismi territoriali.

da “la Repubblica Napoli” del 20 gennaio 2021
Foto di Ulf-Angela da Pixabay