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L’esempio di Riace per un Grande Racconto positivo di Piero Bevilacqua

L’esempio di Riace per un Grande Racconto positivo di Piero Bevilacqua

Riace ha valore se diventa progetto realistico, comprensibile al largo pubblico», scrive a ragione Alfio Mastropaolo sul manifesto di giovedì 30 agosto, anche se definisce ingenerosamente «fatuo» l’articolo di Saviano su quella esperienza. Questo è esattamente il punto.

Perché pur nella sua singolarità, l’esperienza di quel piccolo comune calabrese potrebbe costituire il punto di partenza e il modello di un progetto di vasto respiro, le cui potenzialità economiche, sociali, ambientali sono sovranamente ignorate dall’opinione pubblica nazionale. Quel che è sconosciuto alla maggioranza degli italiani e quel che non sanno comunicare i media – a causa dell’analfabetismo storico del fenomeni naturali e territoriali delle nostri classi dirigenti e delle élite intellettuali – è che l’Italia si è infilata in un processo di squilibrio territoriale da cui uscirà devastata, se non saranno invertite le attuali tendenze demografiche. Gran parte della dorsale appenninica e preappennica, le colline con le cittadine e i borghi che la punteggiano, le campagne e i boschi che la ricoprono, sono in stato di abbandono e vanno spopolandosi, soprattutto al Sud, a velocità crescente.

Se la tendenza continua, gran parte della popolazione, delle attività produttive, delle infrastrutture, del traffico di uomini e merci – che farà esplodere strade e città – si concentrerà lungo le coste. Il processo creerà congestioni insostenibili in pianura ed esporrà gran parte della ricchezza del paese ai disastri dei fenomeni meteorici estremi. Senza il filtro della presenza umana nelle colline, senza la manutenzione dei contadini, l’intera struttura di un paese moderno, ma segnato da grave fragilità dei suoli, é destinato a subire danni ingenti a ogni episodio meteorico violento.

Da millenni l’Appennino “scende” a valle, senza presenza umana precipiterà. Ebbene, come si fa ad affrontare un problema di così vasta portata, ma cosi vitale per il nostro avvenire, senza scorgere nei giovani migranti che arrivano sulle nostre terre forse l’unica leva – visto il trend naturale della demografia nazionale – per progettare un ambizioso piano di valorizzazione delle aree interne? Non è possibile incominciare a mobilitare, sindaci, Ong, volontari, Coldiretti e organizzare chi arriva in cooperative di manovali che restaurano e abitano case, coltivatori delle terre abbandonate, silvicultori dei nostri boschi degradati, allevatori ittici delle acque interne, artigiani del legno, ecc.? Perché un simile progetto non può non solo essere promosso, sul piano operativo, nelle singole realtà locali più favorevoli, ma diventare il Grande Racconto positivo in grado di convincere anche la massaia che non legge il giornale? Scusandomi con le massaie: in Italia a non leggere il giornale ci sono anche tanti docenti universitari.

Questa è la grande prospettiva storica, che mostra la drammatica necessità degli arrivi. Poi c’è il quotidiano. Il razzismo «in senso al popolo», se cosi si può dire, è dilagato per ragioni che gran parte della sinistra e anche il Pd – che io non considero formazione di sinistra – non sanno vedere. La verità nascosta è che i disagi dell’immigrazione – peraltro quanto mai contenuti – hanno una geografia e una ricaduta apertamente classista. La degradazione di alcuni quartieri delle nostre città e dei nostri paesi, per la presenza di immigrati allo sbando, di giovani senza famiglie, che mangiano cibo scadente, non hanno casa, sono privi dei servizi essenziali, non hanno relazioni da mesi o da anni con una donna (e sì, parliamone, gli occidentali istruiti a 20 anni, non fanno sesso?), costituiscono dei piccoli inferni di degrado nelle stesse aree dove vivono i nostri ceti popolari e il nostro ceto medio.

Non certo le aree in cui il Pd e Forza Italia hanno i propri bacini elettorali. Strati sociali che da dieci anni vedono progressivamente eroso il proprio reddito, diminuire drammaticamente le occasioni di lavoro, crescere l’insicurezza generale per il proprio futuro.Una vasta platea per giunta ormai privata della rappresentanza politica dei vecchi partiti di sinistra. Come si può pensare che non sorgano atteggiamenti di ostilità nei confronti dello straniero, soprattutto se qualcuno costruisce sul disagio un racconto politico di odio per lucrarci vantaggi politici? Un nemico diventa necessario quando si continua a star peggio e non se ne comprende la causa. E se le forze democratiche sono incapaci di una politica locale di integrazione e organizzazione di comunità di lavoro, continuano a lisciare il pelo all’Ue, che ha generato il populismo in tutto il continente con le sue politiche dissennate di austerity, strozza le finanze dei nostri comuni, ma non riesce a sanzionare i paesi che respingono i migranti, allora stupirsi del razzismo che dilaga è solo pianto sul latte versato.

 

Il Manifesto

2.9.2018

Raccolta differenziata della carta, il Sud trascina l’Italia di Marta Gatti

Raccolta differenziata della carta, il Sud trascina l’Italia di Marta Gatti

Le buone notizie per la raccolta di carta e cartone arrivano dal Sud. Lo dice il 23° Rapporto Annuale di Comieco. Il consorzio nazionale per il recupero degli imballaggi a base cellulosica ha presentato, a metà luglio, a Palermo i risultati del 2017. La crescita maggiore nella raccolta differenziata è stata registrata nel meridione con un +6,1%. Anche nelle regioni del Centro il dato è positivo, +1,6%, mentre il tasso di recupero di carta e cartone rimane stabile al Nord, dove la raccolta ha già raggiunto livelli molto buoni.
Sono circa 3,3 milioni le tonnellate di carta e cartone conferite lo scorso anno dagli italiani, per una media nazionale di 54 chilogrammi per abitante. Mancano circa 200 mila tonnellate al raggiungimento dei livelli indicati dall’Unione europea, entro il 2020. Un traguardo a portata di mano, se si punta sul meridione. Secondo una stima di Comieco, infatti, sono circa 600 mila le tonnellate di carta e cartone che, nelle regioni del Sud, finiscono ancora nell’indifferenziato. «L’obiettivo è raggiungere il livello dell’Abruzzo, che ha superato i 50 kg per abitante», sottolinea il direttore generale Carlo Montalbetti.

NEL 2017 A TRAINARE LA CRESCITA dell’1,6% a livello nazionale rispetto all’anno precedente sono state proprio le regioni del meridione. In queste aree le percentuali di raccolta sono più basse rispetto alla media nazionale, ma in graduale aumento. Si sta riducendo, dunque, il divario Nord-Sud relativo al conferimento di carta e cartone. Delle 50 mila tonnellate in più del 2017, circa 40 mila arrivano dalle regioni meridionali. Nel Sud ad aver ottenuto i risultati migliori sono Abruzzo, Puglia e Campania. Più in difficoltà Calabria e Sicilia.

«Le scelte e la determinazione degli amministratori pubblici e delle società di servizio», sono queste secondo Carlo Montalbetti le leve che hanno spinto la crescita nel meridione. Esempi virtuosi nel miglioramento della raccolta sono due grandi città del Sud: Bari e Napoli. Il capoluogo pugliese ha puntato sullo sviluppo e sul rafforzamento del sistema di conferimento porta a porta. «La città è vicina ai 70 kg pro capite di carta e cartone, pronta a sfidare Milano», sottolinea il direttore generale di Comieco. Un successo simile è quello di Napoli, che è riuscita ad incrementare del 20% la raccolta di materiale cellulosico, negli ultimi due anni.

IL CONSORZIO HA INVESTITO, nell’arco di 4 anni, oltre 6 milioni di euro aiutando i comuni medio piccoli. Nell’80% dei casi si è trattato di amministrazioni del Sud. Comieco ha permesso ai comuni di dotarsi di attrezzature: dalle campane ai bidoncini. Da tre anni il consorzio investe circa 7 milioni di euro a sostegno delle grandi aree metropolitane, come Napoli, per garantire attrezzature e automezzi. «Abbiamo assunto un ruolo sussidiario a garanzia del riciclo e dello sviluppo dei servizi di raccolta», afferma Montalbetti.

IL MERIDIONE CRESCE, ma non mancano le difficoltà. Le maggiori criticità, secondo il consorzio per il recupero del materiale cellulosico, sono legate all’efficacia e alla puntualità della raccolta da parte delle società di servizio. «In alcuni comuni non è possibile realizzare la raccolta porta a porta, che permetterebbe di arrivare direttamente al cittadino», evidenzia il direttore generale. I problemi sono connessi alla progettazione, alla gestione dei servizi e alla comunicazione diretta ai cittadini. «La capacità di ritiro e di riciclo del consorzio è assicurata», aggiunge. Lungo l’asse Napoli-Salerno esiste un sistema industriale legato alla lavorazione della carta da macero e alla produzione di imballaggi, mentre in Sicilia è stato realizzato un piccolo impianto.

Ai comuni arrivano anche i vantaggi del miglioramento della raccolta differenziata. «Nel 2017 Comieco ha erogato 110 milioni di euro per la gestione della carta e cartone differenziate dai cittadini», spiega il direttore del consorzio. L’intero sistema della raccolta differenziata, attraverso il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha distribuito più di mezzo miliardo. Altrettanto importanti sono i risvolti ambientali: «Per avere un’idea: 30 milioni di tonnellate raccolte e riciclate dal sistema Comieco corrispondono all’intera produzione di rifiuti solidi urbani di un anno. Come se per un anno in Italia non ci fossero rifiuti», spiega. La raccolta differenziata, poi, secondo Carlo Montalbetti ha anche una funzione sociale: «È un termometro del senso civico».

LA SCELTA DI PRESENTARE IL RAPPORTO a Palermo non è stata casuale. Come spiega il direttore generale di Comieco Carlo Montalbetti, «la Sicilia è lo snodo più importante per il cambio di passo nella raccolta dei rifiuti». Ad oggi rappresenta il fanalino di coda del recupero di carta e cartone, con una media di 22 kg procapite. «È dalla Sicilia che bisogna ripartire con un’alleanza vincente tra cittadini, pubbliche amministrazioni e settore industriale», sottolinea Montalbetti. A dare il buon esempio nell’isola sono i comuni medio piccoli come Marsala, Alcamo e Cinisi. Si tratta di città che hanno superato i 40 chili per abitante. «È dalle realtà periferiche che arrivano i segnali positivi, mentre ai comuni capoluogo serve una terapia d’urto per invertire la tendenza», sostiene il direttore di Comieco.

ALLA FINE DI LUGLIO IN SICILIA è nato il Club dei comuni Ecocampioni. Si tratta di 22 amministrazioni che quest’anno sono riuscite a superare i 40 kg pro capite di carta e cartone, derivanti dalla raccolta domestica. «Lo scopo è dimostrare che si può fare bene e in tempi abbastanza rapidi», spiega Carlo Montalbetti. L’idea del club è nata in Campania come reazione all’emergenza rifiuti, per segnalare le buone pratiche e le amministrazioni virtuose esistenti. I comuni che fanno parte del club vengono sostenuti da Comieco anche attraverso finanziamenti per campagne di comunicazione. Le amministrazioni possono scambiarsi informazioni riguardanti: le tempistiche, le tecniche di raccolta porta a porta adottate e le modalità con cui avvengono i controlli.

 

Il Manifesto

Pubblicato 13.8.2018

Siamo uomini o caporali ? di Tonino Perna

Siamo uomini o caporali ? di Tonino Perna

Dopo l’ennesima strage nel foggiano che ha causato la morte di altri braccianti africani, in tutto sedici in sole 48 ore, si è aperta la caccia ai “caporali”, ovvero a quelle figure di intermediari tra proprietari terrieri e braccianti da secoli presenti nell’agricoltura meridionale.    Sia al livello politico che mediatico si è scatenata una gara su chi attacca in maniera più dura i “caporali”, individuati come origine dello sfruttamento e della stessa morte dei lavoratori immigrati. Il cliché è esattamente lo stesso di quanto avviene da ormai troppo tempo rispetto alle stragi di migranti nel mar Mediterraneo: è tutta colpa dei mercati di carne umana. Pertanto, lotta dura e senza paura contro i mercanti di carne umana, sul mare e a terra, che siano i trafficanti che guidano le carrette sul Mediterraneo o i “caporali” dell’agricoltura meridionale. L’attuale governo ha le idee chiare in proposito: eliminiamo “trafficanti e caporali” e il fenomeno immigratorio si spegnerà da solo così come le migliaia di braccianti che raccolgono pomodori nel foggiano o arance nella piana di Rosarno troveranno finalmente un lavoro regolare e pagato a tariffa sindacale. L’immaginario collettivo che si sta costruendo è il seguente: trafficanti di carne umana rapiscono i giovani dell’Africa sub-sahariana e li costringono a lasciare la loro terra per venire in Europa, o nel migliore dei casi li ingannano con promesse di lavoro e ricchezza. Così come i “caporali” sfruttando i braccianti africani li costringono a lavorare per quattro soldi: scompare il ruolo dei proprietari terrieri, delle multinazionali del food, della grande distribuzione.

Chi conosce le dinamiche che hanno investito in questi ultimi decenni le strutture agricole del Mezzogiorno, sa bene che finora quasi nulla si è fatto per affrontare seriamente il fenomeno dei braccianti africani, ridotti in condizioni di semischiavitù, che vagano da un posto all’altro seguendo il ciclo della raccolta in agricoltura. I “caporali”, figura odiosa come un’ampia letteratura ha mostrato, sono solo un anello di una filiera di sfruttamento che si è intensificata in agricoltura da quando son venuti meno, per le piccole e medie aziende agricole, i contributi della Ue. Infatti, fino agli inizi di questo secolo la Comunità Europea erogava, ad esempio per agrumi e pomodori, un contributo rilevante alle aziende di trasformazione in base alle fatture che presentavano. In breve tempo si è creato un cortocircuito illegale: le aziende agricole fatturavano alle imprese di trasformazione che presentavano a Bruxelles il conto per prendersi l’incentivo, indipendentemente da ogni controllo. Ovvero, se c’erano dei controllori venivano facilmente aggirati e/o corrotti. Nel caso delle arance questo sistema, come si dimostra nel volume di Fabio Mostaccio “La guerra delle arance”, è stato spinto all’estremo: nella piana di Gioia Tauro-Rosarno si producevano sulla carta quantità di succo di arancia superiori a quelle prodotte da Brasile e Spagna messe assieme, mentre le arance restavano sugli alberi e poi marcivano a terra nella bella stagione. Quando i contributi della Ue son venuti meno ed è caduto l’incentivo diretto alle aziende di trasformazione, allora i proprietari agricoli hanno dovuto ritornare sul mercato e tentare di vendere questi prodotti che subiscono una concorrenza spietata a livello internazionale, ma ancora di più subiscono i dictat della grande distribuzione che fa i prezzi ed affama chi produce. Quando un chilo di pomodoro viene pagato a meno di dieci centesimi o un chilo delle arance di Rosarno a 12 centesimi, piccole e medie imprese agricole sopravvivono solo grazie allo sfruttamento selvaggio della manodopera africana. Se non ci fossero questi immigrati che lavorano dall’alba al tramonto per venti euro al girono, non avremmo più arance, pomodori e altri beni agricoli made in Italy.  Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti.   C’è una sola alternativa credibile anche se non immediata: la trasformazione della filiera agro-alimentare. Abbiamo decine di casi di aziende agricole che hanno assunto regolarmente dei braccianti italiani e stranieri e li pagano rispettando i contratti nazionali grazie all’inserimento in reti di economia solidale (Gruppi di acquisto solidali, botteghe del Commercio equo, le associazioni e gruppi di “fuori mercato”, ecc.), che acquistano ad un prezzo anche cinque volte maggiore e vendono ai loro acquirenti e soci a prezzi spesso inferiori a quelli dei supermercati. Come è possibile ? Semplice saltano tutte le intermediazioni parassitarie. Più volte le inchieste della rivista “Altreconomia” ne hanno dato conto, mostrando la sostenibilità e l’efficacia di queste relazioni sinergiche, tra produttori e consumatori “consapevoli”, del Nord e del Sud del nostro paese, dove prezzo “giusto” e tutela ambientale (valorizzazione del bio, recupero essenze antiche, ecc.) vanno a braccetto.

 

9 agosto,   Manifesto

Dinamica Mezzogiorno di Gianfranco Viesti

Dinamica Mezzogiorno di Gianfranco Viesti

 

Il rallentamento dell’economia italiana, che purtroppo sembra in vista alla luce di fattori internazionali e interni, rischia di compromettere il modesto recupero dell’economia meridionale registratosi nell’ultimo biennio. Questa l’indicazione principale che viene dal periodico rapporto sul Mezzogiorno realizzato da Confindustria e SRM presentato ieri. La crescita del Sud nel 2018 è prevista all’1,1%, inferiore sia al dato meridionale del 2017 sia alla media nazionale per l’anno in corso, entrambi all’1,4%. L’analisi un po’ preoccupata è corroborata anche da altre fonti, dai puntuali rapporti regionali della Banca d’Italia ad un interessante studio di Prometeia, oltre che dai dati congiunturali sul mercato del lavoro. Peggiori sembrano, in questo quadro, situazioni e dinamiche di Calabria e Sicilia. Certo gli ultimi anni sono stati molto migliori rispetto ai precedenti: ma questo non ha consentito al Mezzogiorno né di recuperare i valore pre-crisi (con un PIL ancora di circa 10 punti inferiore) né di innescare un processo di crescita sostenuto, che consenta di affrontare pericolose tendenze di periodo più lungo: denatalità, invecchiamento e emigrazione dei giovani, anche a maggiore qualifica. Banca d’Italia quantifica in 173.000 i laureati emigrati dalle sei regioni più a Sud nell’ultimo decennio. Con questa realtà deve confrontarsi l’azione del nuovo governo.

Segnali positivi sono venuti e continuano a venire dal sistema delle imprese. La produzione industriale del Mezzogiorno si è drammaticamente ridotta con la crisi, ma i dati più recenti segnalano un buon rafforzamento degli investimenti (frutto anche delle incentivazioni messe in campo nell’ultimo biennio), un’espansione dell’occupazione e un miglioramento della produttività delle imprese sopravvissute. Al Sud rimangono poli produttivi molto importanti, dall’auto all’alimentare, che rappresentano basi solide per una ripresa dell’accumulazione. Va molto bene, fortunatamente, il turismo, specie internazionale. Ma questo non compensa a sufficienza la persistente debolezza delle costruzioni e il ridimensionamento “tecnologico” della distribuzione commerciale. Il Sud non potrà ripartire più vivacemente, e contribuire così alla maggior crescita nazionale, senza azioni più strutturali di potenziamento del suo tessuto industriale e del terziario avanzato. Da questo punto di vista un elemento assai importante saranno scopi e modalità d’intervento della “banca per gli investimenti pubblici” prevista dal contratto di governo, e l’azione nei prossimi mesi del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. E’ essenziale che quest’ultima sia chiaramente orientata anche all’obiettivo strategico dello sviluppo territoriale, negli ultimi anni assente.

Il quadro è assai più negativo per gli investimenti pubblici. Siamo ai minimi storici, scesi da circa il 3% a circa il 2% del PIL nell’intera Italia; da valori intorno ai 25 miliardi all’anno di inizio secolo ai 13-14 degli ultimi tempi (a valori costanti) nel Mezzogiorno. Malissimo per l’intera Italia, ma ancora peggio, molto peggio, per il Sud: dove le carenze di quantità e qualità del capitale pubblico sono molto maggiori, e rappresentano un ostacolo proprio per l’espansione del sistema delle imprese di cui si è appena detto. Tra l’altro, stime per il Sud mostrano sia un effetto moltiplicativo sul reddito particolarmente alto, sia un forte effetto di induzione di sviluppo sul Centro-Nord: modernizzare territori e città del Sud fa benissimo a tutta l’Italia. Qui si scontano ritardi operativi (l’ultimo, recentissimo, rapporto Nuvec sui tempi delle opere pubbliche li mostra in aumento); crescenti difficoltà delle amministrazioni, per il loro impoverimento di personale e, a giudizio di molti, per il nuovo Codice degli Appalti. Ma anche le debolezze dell’azione degli ultimi due esecutivi, che poco e tardi hanno affrontato il tema: bassissima, ancora inferiore che in passato, è la spesa dei fondi europei. Condivisibili, dunque, sembrano sia le intenzioni di dare un forte impulso alla spesa al Sud della ministra Lezzi, sia le dichiarazioni del Ministro Tria sulla centralità degli investimenti pubblici.

Infine, note negative per la situazione e assai preoccupate per i possibili sviluppi vengono dal quadro dei servizi pubblici. Con l’austerità, e con alcune precise scelte politiche, i servizi pubblici al Sud sono stati particolarmente colpiti. Fortemente ridotto il sistema universitario, elemento centrale di una politica di sviluppo; crescenti le difficoltà per i sistemi sanitari, esposti ad un processo di risanamento finanziario che si è rivelato drammatico per personale, servizi e investimenti. In entrambi questi casi è forte e crescente la mobilità interregionale, che indebolisce ancor più il Mezzogiorno e crea evidenti circoli viziosi. E’ aperta la discussione su criteri e obiettivi di riparto territoriale della spesa, a cui continua a mancare l’elemento centrale: il livello essenziale delle presentazioni da garantire a tutti gli italiani. Si continua intanto a dipingere un Mezzogiorno che non esiste più, pieno di dipendenti pubblici: spigolando fra i dati Banca d’Italia si scopre che i dipendenti del settore pubblico locale (sanità, regioni e comuni, camere di commercio e università) sono per diecimila abitanti 183 in Lombardia, dalla tanto decantata virtuosità, ma 172 in Campania e 163 in Puglia. E in questi ambiti il Contratto di governo pone come assoluta priorità un’accentuata autonomia per le regioni del Nord che, se disegnata secondo le esplicite volontà leghiste, sarebbe assai dannosa per le altre regioni, forse letale per il Sud.

Non sono questioni locali. L’Italia è da tempo (anche nelle ultime previsioni della Commissione UE) ultima in Europa per crescita economica. Solo un forte sviluppo del Mezzogiorno può far aumentare strutturalmente questa insufficiente velocità

Gianfranco Viesti

 

MESSAGGERO e MATTINO

20.7.2018

Autonomia differenziata di Gianfranco Viesti

Autonomia differenziata di Gianfranco Viesti

Nelle prossime settimane, l’Italia come la conosciamo potrebbe andare in pezzi; e diventare un paese arlecchinesco nella sua organizzazione e dalle crescenti disparità nei diritti fra i suoi cittadini. Non si tratta di un giudizio politico o etico; ma di una valutazione tecnica, collegata al processo di aumento dell’autonomia delle regioni che si è avviato con i referendum lombardo-veneti dell’autunno. In particolare fa riferimento alla bozza di legge nazionale che è stata ufficialmente proposta nei giorni scorsi, per prima, dal Presidente leghista del Veneto come base per la trattativa alla sua controparte nazionale, cioè la Ministra leghista veneta titolare della materia (che “si sta muovendo bene, in maniera seria e attiva”, a giudizio dello stesso Presidente).

Questa proposta si basa su tre elementi fondamentali. Il primo riguarda il processo: si suggerisce che l’intera materia sia delegata dal Parlamento al Governo; che poi, tramite una Commissione paritetica Italia-Veneto dovrebbe predisporre tutti i relativi decreti legislativi (articoli 2 e 3).

Il secondo riguarda il merito. La Regione Veneto vuole una competenza esclusiva su tutto. Un elenco incompleto (art. 6): la programmazione dell’offerta formativa scolastica (regionalizzando gli insegnanti), i contributi alle scuole private, il diritto allo studio universitario, la cassa integrazione guadagni, la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, la contrattazione per il personale sanitario, l’offerta universitaria, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, i fondi per l’edilizia scolastica, le valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, le concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, le autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la protezione civile, i Vigili del Fuoco, le strade e le autostrade, i porti e gli aeroporti (e una zona franca, tanto per gradire), la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’Istat, il Corecom al posto dell’AGCOM, le professioni non ordinistiche. E altro.

Il terzo riguarda i soldi (art. 7). Il Veneto non reclama solo le risorse attualmente spese dal Governo nazionale. Ma propone un nuovo meccanismo di calcolo (sempre stabilito dalla Commissione paritetica Italia-Veneto, e che dovrebbe valere solo per il Veneto) basato su “fabbisogni standard” che tengano conto anche del “gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”; con la garanzia, pure, che le risorse crescano nel tempo con “le stesse dinamiche positive del PIL della Regione”.

Si tratterebbe di una sostanziale secessione. Ma conservando, comodamente, tutti i benefici dell’appartenere all’Italia e all’Europa. Ai giuristi stabilirne la costituzionalità; ma la sostanza è chiarissima. La modalità di decisione taglierebbe completamente fuori il Parlamento, i rappresentanti di tutti i cittadini italiani, dalla valutazione delle funzioni e delle risorse da trasferire e quindi dal ridisegno dell’intera amministrazione del paese; delegando il potere ad una commissione mista, come fra due stati sovrani. Implicherebbe la rottura della programmazione unitaria di tutte le infrastrutture e del funzionamento di tutti i grandi servizi nazionali. Renderebbe vacuo il ruolo strategico, di indirizzo e di coordinamento del governo nazionale; puramente rappresentativo il ruolo della Capitale. Determinerebbe meccanismi di calcolo delle risorse regionali caso per caso; e quindi la formalizzazione di gruppi di italiani di serie A e B (e C e D), con diversi diritti e diversi servizi.

L’aspetto straordinario è che di fronte a questa proposta – tecnicamente eversiva degli attuali assetti – l’intera politica italiana tace. Non solo la Lega, che non ha interesse a rendere evidente il suo ruolo, da sempre, di partito territoriale, attento agli interessi di una parte sola del paese. Tacciono i 5 Stelle alleati di governo, alle prese con i fondamentali vitalizi. Ma tace anche l’opposizione; in particolare quella di centro-sinistra che appare, anche su questa materia, in uno stato comatoso. Anzi sul quel fronte, le giunte “rosse” si sono precipitate anch’esse a richiedere condizioni particolari di autonomia. Il culmine si è raggiunto quando anche alcuni regioni del Sud (a cominciare dalla Puglia) le hanno seguite. Forse per puro protagonismo mediatico dei Presidenti; forse per il desiderio di ottenere qualche potere di interdizione in più per la politica regionale; fingendo di dimenticare che questo processo rischia di essere devastante per tutti i cittadini del Centro-Sud. Tra l’altro, con un governo che mira con la flat tax ad una forte caduta del gettito fiscale nazionale, e con questi processi di autonomia fiscale regionale, è evidente che sarà il ruolo perequativo della finanza pubblica nazionale a vantaggio dei cittadini dei territori più deboli a risentirne nettamente.

Ora la trattativa dovrebbe essere condotta per quasi tutte le attuali regioni a statuto ordinario, definendo competenze (e meccanismi finanziari ad hoc?) caso per caso. Si sta così generando una situazione di grande caos. Ma in cui un aspetto è chiarissimo. Tutti i protagonisti mirano solo ad interessi particolari, personali, territoriali; a nessuno sembra interessare l’Italia; il complessivo interesse nazionale, la sostenibilità dell’organizzazione statuale, il ruolo di governo dell’intero paese, un corretto rapporto fra Roma e le regioni, l’eguaglianza dei diritti dei cittadini. Tutti sembrano condividere la sfiducia in un futuro comune di successo; propugnare solo la logica del “si salvi chi può”.

Gianfranco Viesti

 

pubblicati su Messaggero e Mattino

Se la Lombardia pensa solo agli affari suoi di Gianfranco Viesti

Se la Lombardia pensa solo agli affari suoi di Gianfranco Viesti

Che succederà al funzionamento e al finanziamento dei grandi servizi pubblici nazionali, e quindi ai diritti di cittadinanza di tutti gli italiani con un governo nel quale la Lega ha un ruolo primario? Qualche indicazione ci viene dall’intervista rilasciata ieri a questo giornale dal Presidente della Lombardia Attilio Fontana.

L’intervista prende spunto dalle trattative in corso fra il governo (rappresentato dal ministro Erika Stefani, della Lega) e le regioni Lombardia, Veneto e Emilia (le prime due con Presidenti leghisti) sul trasferimento di ulteriori competenze, e delle relative risorse, in seguito alla richiesta di maggiore autonomia: sostenuta nei primi due casi anche dai referendum dello scorso ottobre. Fontana rivela che la Lombardia sta preparando per metà luglio un documento sulle materie che la regione vuole gestire e sulle procedure da seguire. Come era lecito attendersi, su questo specifico aspetto del Contratto di Governo si procederà a passo di carica.

Si tratta di temi di grande rilevanza: il riferimento è alle 23 materie di “legislazione concorrente” elencate al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione. Fra di esse, l’istruzione, la previdenza complementare, la ricerca scientifica, i porti e gli aeroporti, le grandi reti di trasporto, l’energia, il commercio con l’estero e i rapporti con la UE, la protezione civile e il governo del territorio, i beni e le attività culturali; e altre ancora. In questi casi oggi la legislazione dello Stato determina i principi fondamentali, in base ai quali le Regioni esercitano la propria potestà legislativa. E’ evidente che il venir meno di principi fondamentali nazionali in materie così ampie e delicate in alcune importanti regioni avrebbe conseguenze assai rilevanti sull’organizzazione e il funzionamento di fondamentali beni e servizi pubblici nell’intero paese. Ciascuno può immaginare, a partire dalla scuola, che situazione si potrebbe creare con tre grandi regioni del Nord (e magari altre che le seguissero) che legiferano a propria assoluta discrezione.

L’idea di Fontana e della Lega è che più si spostano competenze verso le regioni, meglio è. Ma questo è dubbio: sia per i cittadini delle regioni coinvolte sia per gli altri. Possono esservi ambiti in cui una maggiore autonomia si giustifica; altri invece in cui è assai discutibile: nell’elenco ce ne sono molte in cui una frammentazione di regole e competenze potrebbe essere assolutamente negativa.

Il discorso va fatto pragmaticamente, caso per caso, e a partire da una concreta evidenza dei vantaggi dell’autonomia per i cittadini coinvolti, e dell’assenza di svantaggi per gli altri. Quel che è certo è che il tema riguarda tutti gli italiani; merita una ampia e tempestiva informazione e un’approfondita discussione pubblica; i tempi necessari a maturare decisioni ben fondate. Appare assai incongruo, per usare un eufemismo, che il Presidente del Consiglio abbia attribuito questa competenza, e quindi la difesa dell’interesse nazionale, ad un Ministro di un partito che da sempre guarda più agli interessi delle regioni coinvolte, cioè della “controparte”, che a quelli di tutti i cittadini. Uno dei grandi obiettivi che si vogliono raggiungere con l’autonomia è il grande aumento del potere, e della capacità di regolazione e di intermediazione della politica a livello regionale. Questo dipende anche dal disporre di risorse molto maggiori. Il Presidente della Lombardia quantifica in 8-9 miliardi per la sola Lombardia il valore dei finanziamenti coinvolti; citando però una stima fatta da un’associazione di categoria (veneta) non particolarmente autorevole su questioni così delicate.

Per cominciare a ragionare ci vorrebbero numeri certi. Fontana, quasi en passant, smentisce mesi di propaganda, e il suo stesso collega veneto: quel che la Lombardia chiede è solo quanto oggi lo Stato centrale spende, su quelle materie, nel territorio della Lombardia: “non stiamo parlando di residuo fiscale” ma di “fondi che comunque ci sono dovuti”. Bene, dunque, che si abbandoni la propaganda sul residuo fiscale. Ma male che il Presidente si rifiuti di considerare i “soldi che ci sono comunque dovuti” nel quadro d’insieme delle risorse disponibili in Italia e dei loro criteri di riparto; di leggere, insieme agli articoli 116 e 117 della Costituzione, anche il 119.

Che dispone che “la legge dello stato dispone di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante” e che “lo Stato destina risorse aggiuntive e effettua interventi speciali in favore di determinati comuni, province, città metropolitane e regioni”: in entrambi i casi il chiaro riferimento è al Mezzogiorno. Sono principi basilari della nostra convivenza nazionale: il gettito fiscale non è delle regioni, ma deve essere usato per garantire diritti di cittadinanza e prospettive di sviluppo a tutti i cittadini italiani. Si tratta di diritti, non di elemosine.

L’autonomia per alcune regioni va definita tenendo prioritariamente in evidenza anche questi diritti; per tutti. E spiace molto che invece Fontana ritenga che il tema dei livelli essenziali di assistenza “non c’entra nulla con l’autonomia” e che la perequazione tra Nord e Sud “non è un problema all’ordine del giorno”. Spiace che il Presidente della più grande regione italiana ritenga che il suo ruolo sia solo quello di occuparsi degli interessi del suo territorio e non di contribuire ad una discussione, complessa ma imprescindibile, sull’intero paese; che interpreti il ruolo di Milano solo come quello di un capoluogo amministrativo di regione, e non come di una delle città guida dell’intero paese. Una “capitale morale” che ha grande potere ma anche grandi responsabilità sulle prospettive dell’intera Italia.

 

Gianfranco Viesti

 

pubblicato su Il Mattino 29.6.2018

Autonomia fiscale delitto per il Sud di Gianfranco Viesti

Autonomia fiscale delitto per il Sud di Gianfranco Viesti

Presto il nuovo governo si troverà ad affrontare alcuni temi molto importanti. Fra di essi, l’accordo fra lo Stato e tre regioni del Nord per la concessione di forme di “autonomia differenziata”.

La vicenda è decisiva per il futuro dell’Italia. Da sempre la Lega ha fra i suoi principi l’”egoismo territoriale”: trattenere al Nord la maggior parte possibile del gettito fiscale. Dato che al Nord i redditi sono maggiori della media nazionale, l’ammontare delle tasse raccolte è maggiore di quanto viene speso per i servizi pubblici, e quindi si genera un “residuo fiscale”.

Ma questo accade in ossequio ai principi fondanti della nostra Costituzione, come di quelle degli paesi europei. I cittadini più ricchi devono contribuire più che proporzionalmente (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, recita la nostra Carta all’art. 53); allo stesso tempo tutti i cittadini godono, almeno in teoria, del diritto all’istruzione o alla salute indipendentemente dal loro reddito. Da ciò discende un’azione redistributiva dello Stato.

L’obiettivo del mettere le mani sulle tasse non è stato mai abbandonato. Nell’ottobre scorso si è votato in Lombardia e in Veneto per un referendum “per l’autonomia”, per ottenere per le due regioni maggiori competenze ai sensi dell’art. 116 della Costituzione. Una consultazione inutile da un punto di vista legale, ma importante politicamente.

La richiesta di spostare le competenze, infatti, era motivata dal fatto che in questo modo si sarebbero potute trattenere più risorse fiscali di quanto accade oggi; sono motivazioni che si leggono in tutti i documenti ufficiali dei Consigli Regionali veneto e lombardo e che sono riecheggiate con forza prima del voto. Dopo il referendum è stata conclusa una prima intesa interlocutoria fra governo e regioni.

Ma ora la materia è nelle mani del nuovo ministro competente, un’esponente veneta della Lega, che ne ha discusso negli scorsi giorni con il Presidente veneto della Lega. Il quale ha rilanciato, in un’intervista molto determinata ad un quotidiano nazionale, tutti i suoi obiettivi. La questione tocca diversi aspetti importanti, ad esempio il funzionamento del sistema scolastico nazionale. Ma il punto chiave sono i soldi.

Lo spostamento di competenze dovrebbe semplicemente comportare che quanto oggi spende lo Stato in quei territori venga domani speso dalle Regioni (che ritengono di saperlo fare con maggiore efficienza).

Invece, insieme alle nuove competenze le regioni richiedono di trattenere quote predeterminate dei gettiti erariali riferiti ai propri territori, cioè più risorse, più residui fiscali, rispetto a prima. In questo modo con la maggiore autonomia si raggiungono gli obiettivi leghisti, a danno di tutti gli altri cittadini italiani.

E’ evidente che non si può trattare di una questione locale, di una trattativa tra veneti; ma di un grande tema per tutti. Della questione si è occupata ieri su queste colonne la neo-Ministra per il Sud, che ha ricordato che nel contratto di governo “non c’è scritto che il surplus fiscale debba essere trattenuto al Nord”.

Così è, infatti (punto 20); ma il testo è ambiguo: non c’è nemmeno scritto che si tratti delle attuali risorse.

Si dice: “Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. Ma quanto debbano essere queste risorse, e chi e come lo stabilisce è proprio la materia del contendere. Questo avverrà presto, nelle prossime settimane: nel contratto c’è scritto che questo è un tema “prioritario” per l’azione di governo.

Il nostro paese viene da una lunga e infelice storia, specie negli ultimi anni, di decisioni fondamentali sul riparto territoriale di servizi e finanziamenti pubblici prese nell’oscuro di commissioni tecniche, sulla base di criteri discutibili, nascosti in documenti impenetrabili alla comprensione; tant’è che il Parlamento, alla fine dell’ultima legislatura, ha chiesto una relazione su quanto avvenuto nell’applicazione del federalismo fiscale.

La Ministra ricorda che ogni intesa deve essere approvata dalle Camere, e quindi che i 5 Stelle possono bloccarla; ma chissà quale sarà la loro posizione: nei Consigli Regionali di Veneto e Lombardia i pentastellati avevano votato insieme al centro-destra per richiedere il referendum.

E la Ministra sa benissimo che quel che conta è il lavoro tecnico-istruttorio che avviene prima del voto: potrebbe ad esempio richiedere di avere tecnici di propria fiducia presenti in via ufficiale in tutte le sedi tecniche. I diritti di tutti i cittadini italiani vanno difesi oggi ancor più di prima.

Tutti i contenuti del contratto di governo lasciano prevedere un forte calo delle risorse fiscali statali (con la flat tax) contemporaneamente a nuovi assai impegnativi capitoli di spesa (revisione pensioni, reddito di cittadinanza). In questo quadro, una autonomia regionale ben disegnata garantirebbe ai cittadini delle regioni più ricche risorse comunque sufficienti, e scaricherebbe solo sugli altri italiani tutti i problemi delle minori disponibilità per la scuola o i servizi sociali. Un delitto perfetto.

 

Gianfranco Viesti

 

Articolo pubblicato su Il Messaggero, Il Mattino, Quotidiano di Lecce 18.6.2018 

L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

Si dice che la mancanza di università determini l’emigrazione dei cervelli e che l’istituzione dell’università incida sulla formazione delle classi dirigenti locali. Quanto alle classi dirigenti, in una situazione come quella calabrese, credo che … ci si debba assicurare che l’università serva come mezzo di ricambio sociale. Il problema di fondo è il problema del trapasso dalla cultura puramente elementare a quella secondaria, in modo tale che l’accesso all’università sia consentito a tutti[1]. Queste parole, tratte dal resoconto della seduta del 5 aprile 1962 della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, sono quelle con le quali Tristano Codignola perorava, appassionatamente, la causa dell’istituzione di una università in Calabria, una delle poche regioni italiane che ancora non l’avevano. Il motivo che spingeva i socialisti, con l’appoggio non sempre entusiastico del PCI, a volere una università in Calabria era, innanzitutto, la creazione di una classe dirigente che non appartenesse a quella sempiterna, ridottissima porzione della società che poteva permettersi di mandare i figli a studiare altrove e che, come emergeva dalle statistiche del tempo, nella stragrande parte dei casi preferiva frequentare quelle facoltà che perpetuavano le differenze socio-economiche (giurisprudenza e medicina) o quel sapere umanistico (lettere e economia) che offriva l’accesso ad una comoda sistemazione statale. I socialisti ritenevano, su suggerimenti per esempio anche del grande genetista Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino Buzzati), che il mancato sviluppo socio-economico della Calabria a quel tempo fosse addebitabile all’inesistente sviluppo tecnologico e scientifico ad alto livello del sud e che solo una organizzazione universitaria di tipo prevalentemente tecnologico potesse aprire la porta dell’industrializzazione e del progresso nel Mezzogiorno. Dai dibattiti parlamentari e culturali, negli anni che trascorsero fino all’istituzione, si evince con chiarezza che i socialisti insistettero per dare “all’università calabrese il carattere di sperimento di rottura dell’attuale organizzazione universitaria … determinando una effettiva rottura della società calabrese in senso moderno[2]. Un solo centro universitario fuori delle città che fosse a carattere residenziale sia per gli studenti che per i docenti, come il campus di San Diego che fu adottato da Codignola come il miglior modello possibile perché era appena stato impiantato ex novo in una delle aree più desertiche e meno sviluppate della California[3]. I democristiani avrebbero preferito, invece, salomonicamente spalmare tre università tradizionali, una su ognuna delle tre città capoluogo della Calabria.

Tristano Codignola

Il dibattito si sviluppa intorno alla natura e alla localizzazione dell’istituendo ateneo ed è sempre Codignola che, nella seduta della Camera del 11 novembre 1967, illustra una proposta di legge del PSI nella quale viene precisato che quella università debba “fabbricare sul luogo intelligenze tecniche, capaci d’inserirsi in un processo autoctono di sviluppo indotto proprio dalla formazione di nuove classi dirigenti locali …[4]. Una università, insomma, capace di formare una classe dirigente nuova, dal sapere eminentemente tecnico-scientifico, e che sia in grado di scardinare i meccanismi che avevano determinato una società immobile nel quadro secolare di rapporti di classe predeterminati. I promotori di quella legge volevano, infatti, che la preparazione di tali uomini non si limitasse “ad essere puramente tecnologica, ma la preparazione tecnica vada inserita in un più ampio contesto di preparazione socio-economica che consenta al personale superiore e dirigente del Mezzogiorno di orientare ed adattare le acquisizioni tecniche conseguite negli studi in una società concreta, la società meridionale[5].

L’università della Calabria, dunque, come “strumento di impegno meridionalista” per l’istituzione della quale, negli anni, si battono, innanzi tutti, Giacomo Mancini, prima da ministro e poi da segretario del PSI, i deputati e senatori socialisti calabresi insieme a studiosi come Giorgio Spini, Luigi Firpo, Paolo Sylos Labini, Lucio Gambi e Adriano Buzzati-Traverso [6]. A far pendere la bilancia a favore della soluzione di un’unica sede, come auspicavano i socialisti, furono, fra i democristiani, Riccardo Misasi e, sopratutti, Antonio Guarasci.

Secondo i presentatori della proposta di legge del 1967 bisognava che l’università calabrese fosse “sganciata da centri urbani che, in questo caso, non possono offrire tradizioni culturali efficienti e d’altronde, con le proprie esigenze di vita economica, politica e amministrativa, costituiscono una distrazione e possono turbare la tranquillità necessaria alla indagine e allo studio[7]. A seguito di queste considerazioni si decise di progettare l’edificazione di un campus che fosse non troppo vicino alle città per la preoccupazione, che traspare evidente dalle frasi sopra riportate, che i politici e la politica locale potessero “turbare” la vita dell’università. Le richieste di quasi tutti i sindaci di Cosenza, anche di Mancini che pure aveva partecipato all’idea del campus, di trasferire una o più facoltà nel centro antico della città, sono, alla luce delle considerazioni sopra ricordate, fuori dalla storia di questa università e, quindi, destinate a rimanere inevase fino a che rimarrà intatto quello spirito fondativo.

La scelta dell’ubicazione cadde nell’area di Cosenza perché, nella spartizione del “pacchetto Colombo” del ’70, Catanzaro sarebbe diventata il capoluogo di regione, mentre a Reggio si sarebbe impiantata un’area industriale di grandi dimensioni. Le aree proposte per l’insediamento, che secondo l’impostazione primigenia dovevano esser lontane dai centri urbani e dai loro ceti dirigenti, erano due: quella di Piano Lago, caldeggiata da Mancini, e quella di Arcavacata, appoggiata da Principe[8]. La spuntò Cecchino Principe che fece vincolare ben 700 ettari del territorio della sua Rende a finalità di edilizia scolastica.

Nel 1971 venne, finalmente, approvata la legge istitutrice e lo statuto dell’Università[9] e nello stesso tempo l’allora ministro della Pubblica Istruzione, Riccardo Misasi, nomina il comitato ordinatore dell’università e il suo presidente nella persona di Beniamino Andreatta. Quest’ultimo, reduce dalla ribollente università di Trento, introdusse la creazione dei Dipartimenti che dovevano servire a sganciare la ricerca e i ricercatori dalla logica degli Istituti, sulla quale era stata regolata fino a quel momento la strutturazione dell’attività scientifica universitaria.
Una scelta innovativa che, insieme alla preconizzata residenzialità, fu il punto di partenza per la costruzione di un “contenitore fisico” che fosse funzionale alla caratterizzazione culturale e politica impressa all’università tanto che essa venne “concepita come un complesso armonico di edifici, di laboratori e di servizi, in modo da provvedere ad ogni esigenza dell’insegnamento, dello studio e della ricerca, nonché al soddisfacimento delle esigenze di vita dei docenti e degli studenti in una comunità profondamente integrata …[10]. L’obiettivo di edificare un grande e unitario campus fu, coerentemente, perseguito per mezzo di un concorso internazionale di idee per la sede che, nel 1973, fu vinto, con un progetto dal segno architettonico ardito, da un gruppo di architetti capeggiati da Vittorio Gregotti[11].

Una creatura concepita da genitori socialisti, dunque, ma che ebbe come levatrice e nutrice, accadeva spesso a quei tempi, la Democrazia Cristiana. Una scaturigine malcerta, si dirà, ma in ogni caso fortemente voluta dalle migliori intelligenze calabresi della seconda metà del ‘900.

Con queste premesse l’Università della Calabria non poteva non essere che una strana creatura dalle multiple sembianze: estranea, per volontà dei fondatori, al tessuto sociale, culturale e politico della regione, ma nello stesso tempo frutto della terra in cui ha sede e corpo. È, per certi versi, affondata nella melma vischiosa e ammorbante della società incivile, corrotta e clientelare della Calabria e, per altri, svetta per la qualità della ricerca, per le capacità di molti dei suoi studiosi e allievi impegnati nei laboratori scientifici sparsi ai quattro angoli della terra.

L’Unical è, a quaranta anni dalla sua fondazione, una realtà viva, palpitante, persino imponente con i suoi circa 200 ettari di superficie del campus su cui insistono 6 Facoltà, 44 corsi di studio, 23 dipartimenti, 2 scuole di specializzazione, 13 centri interdipartimentali, 3 centri di servizi comuni. Conta 845 docenti e 705 amministrativi, quasi 35.000 studenti, 1300 posti mensa e più di 3000 alloggi residenziali di sua proprietà, il più grande sistema bibliotecario del Mezzogiorno (oltre 400.000 volumi), l’Orto Botanico, due teatri, un Centro sportivo, un Centro radiotelevisivo, un museo di Storia Naturale della Calabria. È, ormai, una media università normale che negli ultimi anni è stata in cima alle classifiche stilate dai maggiori quotidiani nazionali per attrattività didattica e scientifica, oltre che, secondo il MIUR, università “virtuosa”. In questo ultimo decennio chi ha guidato l’Università è riuscito a portare a termine il progetto architettonico e a tener fuori i politici, e non è stata un’operazione di poco momento, dalla gestione dell’Ateneo, in continuità con le prescrizioni dei promotori.

Bisogna ricordare che i figli della borghesia e del ceto dirigente calabrese hanno continuato studiare nelle altre università prevalentemente del centro-nord, mentre all’Unical – alla quale, per assecondare lo spirito dei fondatori, si accedeva per merito e per reddito- si iscrivevano soprattutto studenti di classe socio-economica medio-bassa. Negli anni ’90 furono rimosse le limitazioni sopradette determinando un’esplosione delle iscrizioni che passarono, nel lasso di pochi anni, da 12.000 a 34.000. Molti dei figli della classe dirigente si iscrissero a Cosenza sia perché l’università si era, ormai, “normalizzata”, sia perché i ragazzi ebbero sempre più paura di avventurarsi nel vasto mondo, sia perché i genitori preferirono tenerseli vicini, al riparo dagli eventuali pericoli che potevano correre.

Quanto alla formazione della classe dirigente si può affermare invece che, purtroppo, non è stato sufficiente impiantare un’università, per gestazione e nascita, diversa dalle altre. Le classi dirigenti autoctone hanno continuato a riprodursi negli stessi modi soprattutto perché non c’è stato alcuno sviluppo economico, né tanto meno crescita economica industriale di alto livello tecnologico, come auspicavano i padri fondatori. I detentori del sapere tecnico-scientifico appreso in loco hanno dovuto, in grandissima parte, emigrare, partecipare alla diaspora delle intelligenze e nella regione poche, o nessuna, industrie tecnologicamente avanzate, “spin off” dell’università, sono nate.

La società calabrese e la sua classe dirigente hanno, per parte loro, meticolosamente ingerito, assimilato e metabolizzato la carica “eversiva” contenuta in una siffatta università, cooptando e sottoponendo agli stessi procedimenti clientelari e tribali i suoi laureati-apostoli. Li hanno trasfusi, anch’essi, in quella melma sociale imperitura che è impermeabile a qualsivoglia ricambio sociale ed economico e che regola, da sempre, la vita della regione. Venuto meno il presupposto dell’inserimento in un tessuto economico-sociale che si sperava fosse più avanzato, quella classe dirigente tecnico-scientifica che nelle intenzioni doveva esser preparata ad adattare e orientare la società meridionale, in Calabria non ha trovato sbocchi occupazionali oppure è rimasta impigliata in quella vischiosità pre-moderna dei rapporti, peculiare di una società mai industrializzata.

A dispetto della presenza di ben tre università -nel frattempo si sono aggiunte quelle di Catanzaro e Reggio Calabria- negli ultimi decenni si è venuto, invece, a formare un ceto dirigente che si è radicato in particolar modo ai vertici dell’Amministrazione Regionale. Un ceto plasmatosi ad immagine e somiglianza di quello politico che, per mezzo di concorsi non trasparenti o chiamate dirette, l’ha creato e promosso. Un alter ego dalle dimensioni elefantiache che è lo specchio di una politica di corto respiro, fatta quasi sempre da personale inadeguato alla bisogna o, peggio, colluso con gli interessi ‘ndranghetisti. Le classi dirigenti regionali nel loro complesso, ad esclusione di lodevoli eccezioni, sono composte da incapaci, corrotti, privi di qualunque tipo di motivazione se non quella di favorire se stessi, i propri parenti ed amici e, naturalmente, i politici di riferimento. Una classe dirigente riprodottasi, come una metastasi, con questo metodo familistico, arcaico e reciprocamente ricattatorio negli Ospedali, nelle Scuole, nei Tribunali, nelle Camere di Commercio, nelle imprese private e in tutta la Pubblica Amministrazione della Calabria.

Sarebbe spettato alla classe dirigente far uscire la Calabria da questa situazione di corruttela e di arretratezza, proponendo ed attuando un progetto complessivo di sviluppo economico, sociale e culturale. Questa classe dirigente, è evidente ormai a chicchessia, sembra non esser capace di farlo, ma bisogna che i calabresi comprendano, anche, che la terribile responsabilità di far parte di una società profondamente malata non può essere solo della politica e della classe dirigente di questa regione, ma è della cosiddetta “società civile” che nulla, o troppo poco, ha fatto per scrollarsi di dosso questo giogo. È stato eletto nel corso di questi ultimi decenni un ceto dirigente che è stato, prevalentemente, impegnato a creare alleanze trasversali, un ceto che si è rivelato essere del tutto privo di pensieri forti, privo di un’idea di come possa essere il futuro di una regione, privo di un’idea di Calabria. Una società, quella calabrese, nella quale prevale l’egoismo individuale, l’individualismo disinteressato al bene comune che è reso palese dall’incapacità al vivere associato. Una società nella quale è diffusa una violenza che origina, forse, da quell’impasto di arcaicità e post-modernità di cui sono composti i rapporti sociali, familiari, economici e politici. La vita quotidiana dei calabresi, di tutti i calabresi, è intessuta di comportamenti intrinsecamente ‘ndranghetisti alimentati dal prevalere, anche fra le persone più civili, dell’egoismo, dell’individualismo disinteressato al bene comune, del quieto vivere e della paura con la quale conviviamo sin da piccoli. La ‘ndrangheta è il nostro doppio, un’ombra che ogni calabrese, più o meno consapevolmente, porta con sé. Siamo rassegnati a questo stato di cose, non siamo capaci di reagire come è accaduto, per esempio, in Sicilia; non siamo nemmeno più capaci di indignarci, ammesso che lo si sia mai stati. Ci si deve chiedere perchè il problema irrisolvibile di questa regione sembra che sia l’inesistenza della cosiddetta società civile, più che l’ormai dimostrata inettitudine della classe dirigente politica che non è altro che lo specchio di questa società, è lo specchio dei calabresi che in più di sessanta anni di governo democratico non sono stati capaci, se non forse all’inizio, di scegliersene una migliore .

Una risposta potrebbe risiedere nell’incapacità, che di sicuro affligge i calabresi, di riuscire a fidarsi dell’“altro”, un’innata diffidenza che, più o meno inconsciamente, si ha nei confronti degli “altri”. Insieme all’assenza di “senso civico”, la diffidenza mi sembra che sia una delle componenti costitutive del carattere collettivo dei calabresi. Un carattere che è – per gente vissuta per secoli al riparo dal mondo, in mezzo a montagne lontane dal mare- il lascito di una storia intessuta di dominazioni e di sopraffazioni. Una comprensibile eredità che diventa, però, un usurato pretesto quando, troppo spesso, trascolora in inadeguatezza a stare insieme, a sentirsi dalla stessa parte. Un legato storico che rende incapaci, in assenza di una identità collettiva positiva, di confrontarsi davvero con l’”altro[12]. L’esito che ne consegue è che governanti e governati di questa regione continuano, in larghissima misura, ad avere l’atteggiamento rivendicazionistico di chi si aspetta che un torto venga risarcito, da un “centro”, ad un popolo di ingiustamente perdenti in “periferia”. I calabresi sono collettivamente, invece, giustamente perdenti e non è che un illusorio auto-risarcimento di danni all’”anima” attribuire della responsabilità del sottosviluppo al Governo, ai “forestieri”, insomma agli “altri”.

No, purtroppo, l’università della Calabria non è riuscita ad innescare -non poteva farlo da sola, forse- un meccanismo virtuoso e auto-propulsivo di progresso e di sviluppo che scardinasse, ammodernandolo e riequilibrandolo, l’atavico quadro socio-economico calabrese.

 

[1] Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1593-1594.

[2]Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1597-1598,

[3]Il campus di San Diego è, ora, tra le migliori otto università pubbliche statunitensi secondo lo U.S. News & World Report. La classifica accademica delle università mondiali, redatta nel 2007 dalla Shanghai Jiao Tong University, ha inserito San Diego al dodicesimo posto negli Stati Uniti e al quattordicesimo nel mondo, considerando fattori come la qualità della ricerca scientifica e la provenienza di premi Nobel (l’università ne vanta dodici tra i suoi ex-studenti).

[4] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967. pp. 2-3

[5] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 5

[6] Per una sintesi delle iniziative cfr. “L’Avanti!” del 10 marzo del 1967.

[7] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 7

[8] Cfr. la nota della Redazione della rivista mensile, fondata da F. Compagna, “Nord e Sud” del dicembre 1967.

[9] La G.U, del 26 febbraio 1972 pubblica il Decreto del Presidente della Repubblica del 1 dicembre 1971.

[10] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 8.

[11] Di recente Gregotti su “Il Corriere della Sera” del 17 giugno.2010 ha aperto una polemica sulla cattiva, a parer suo, realizzazione del progetto.

[12] Sul legato storico e sulla assenza di una identità positiva dei calabresi cfr. A. B. Sangineto, L’anima allo specchio. Ovvero della percezione e dell’uso delle antichità calabresi”, Monteleone editore, Vibo Valentia 2006.

 

Pubblicato su

                       “Nuove Lettere Meridionali”, 2013, n. 1

                       Rivista meridionalista diretta da Cesare Marini

Beni confiscati: opportunità o rovina per l’economia calabrese ? di Tonino Perna

Beni confiscati: opportunità o rovina per l’economia calabrese ? di Tonino Perna

 

Grazie alla legge Rognoni- La Torre ( n.646/1982) che ha permesso il sequestro e la confisca dei beni ai clan mafiosi, e all’impegno di Libera che nel 1996 raccolse oltre un milione di firme perché i beni confiscati avessero una destinazione di utilità sociale, abbiamo in Italia uno strumento di contrasto alle mafie che è stato studiato e, alle volte copiato, in altre aree del mondo. Uno strumento fondamentale di redistribuzione della ricchezza accumulata illegalmente che oggi è un punto di riferimento a livello internazionale per tutti coloro che, a vario titolo, tentano di opporsi alla criminalità organizzata.

Dopo oltre trent’anni dall’approvazione della legge Rognoni-La Torre è necessario fare alcune considerazioni. 27.000 i beni confiscati dal 1982 ad aprile 2017 ( di cui solo 13.000 restituiti alla società civile e alle istituzioni), per un valore complessivo che si aggira secondo le stime più attendibili a più di venti miliardi. In non pochi casi, è stato lungo e complesso l’iter che porta alla assegnazione dei beni immobili e/o delle imprese a fini sociali, ma non di rado è stata fallimentare la gestione di “imprese confiscate” da parte dei consulenti nominati dal Tribunale. Per diverse ragioni. La prima è che spesso questi consulenti, pur essendo validi professionisti (avvocati, commercialisti, ecc.) non sono imprenditori e quindi non hanno le capacità per gestire un’impresa. In secondo luogo l’impresa mafiosa ha una serie di rapporti e legami sociali che le consentono spesso di avere canali privilegiati di sbocco per le sue merci e/o servizi. Risultato: sono pochi i casi in cui le “imprese confiscate” sono sopravvissute a questo passaggio di gestione, e quando è successo è stato grazie ad una rete di economia solidale che ha sostenuto questa “rinascita” legale dell’impresa. Infatti, è molto difficile anche per un bravo imprenditore rimettere in piedi un’impresa confiscata, dopo mesi di chiusura e di perdita di rapporti e relazioni sociali, perché il mercato capitalistico è spietato e non ti sta ad aspettare. Inoltre, nella maggior parte dei casi la piccola impresa ha oggi difficoltà di sopravvivere, specie nell’agroindustria, se non trova un mercato di sbocco che gli consente di ottenere un “prezzo equo” che la grande distribuzione normalmente non le garantisce (anzi!… ti paga male e in ritardo).   I dati non lasciano scampo: secondo l’ANBSC (Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati) su 876 imprese “confiscate” ben 813 sono andate in liquidazione (sic!), 59 sono state vendute e solo 3 date in affitto.

Morale della favola: nella maggior parte dei casi le imprese confiscate vanno in liquidazione e poi falliscono e i lavoratori rimangono fregati. Sono migliaia i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro perché l’impresa mafiosa per cui lavoravano è stata confiscata e poi è fallita. Basti pensare che nel solo 2016 le imprese confiscate contavano 2.973 addetti. Questa conseguenza o “effetto collaterale”- ovviamente non voluta né dal legislatore, né dai magistrati- comporta una perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle forze che lottano contro le organizzazioni mafiose. In tutto il territorio meridionale si sta perdendo quel consenso alla lotta contro la borghesia mafiosa e al suo braccio armato, che aveva coinvolto anche le nuove generazioni. E’ un dato di fatto che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore il futuro di questa terra.

In secondo luogo, da quando la magistratura sta attaccando duramente i beni appartenenti ai clan, i capitali mafiosi non vengono investiti più nel territorio meridionale. Pertanto, dato che in un sistema capitalistico sono gli investimenti che determinano il tasso di crescita economica e di occupazione, molte aree del Mezzogiorno, e particolarmente la Calabria, si sono andate impoverendo in questi ultimi anni, ben al di là degli effetti della recessione a livello nazionale. In sostanza assistiamo a una beffa: prima le mafie hanno desertificato con la violenza il tessuto produttivo del Sud, poi, appena lo Stato e le sue istituzioni hanno cominciato a combatterle seriamente, hanno portato fuori i capitali e dismesso gli investimenti che avevano fatto grazie all’accumulazione proveniente dai mercati illegali.

Che fare? dunque. La risposta non è semplice né univoca, ma uno sforzo bisognerebbe farlo. Anche se va detto che nel marzo di quest’anno il Consiglio dei Ministri ha adottato un provvedimento legislativo in favore dei dipendenti delle imprese confiscate e delle agevolazioni finanziarie per la gestione di queste imprese, la traduzione nella pratica stenta a emergere e, in ogni caso, si tratta di un provvedimento utile ma insufficiente. Innanzitutto, ci vorrebbe una ricerca seria su questi oltre venti anni di imprese “mafiose” confiscate: studiare la loro vita, spesso breve, e far emergere anche i casi di successo che servano da modello per costruire una risposta adeguata. Non si parte da zero perché esiste già qualche ricerca significativa, come quella condotta da Federica Cabras e Ilaria Meli, ma sono poco conosciute e andrebbero ampliate e approfondite. Inoltre, occorre uno sforzo di tutte le forze sociali e culturali che sono impegnate a trovare una alternativa a questo modello di “inviluppo” per far pressione sull’ANBSC perché velocizzi le procedure e migliori la gestione di questi beni, soprattutto, lo ribadisco, delle imprese confiscate. Se un bene immobile confiscato rimane inutilizzato per molti anni rappresenta certamente un danno economico, ma se si tratta di una impresa confiscata il danno è ben maggiore e colpisce direttamente i lavoratori dipendenti che già soffrono nel nostro Sud per le attuali pessime condizioni del mercato del lavoro.

 

Quotidiano del Sud  10.5.2018

Gli effetti dell’austerità sul Sud Europa di Gianfranco Viesti

Gli effetti dell’austerità sul Sud Europa di Gianfranco Viesti

La proposta per il bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea appena presentata dalla Commissione, che prevede tra l’altro un taglio di circa il 10% in termini reali delle politiche di coesione regionale, appare miope e pericolosa. Essa non va solo contro gli interessi del nostro paese; ma anche contro quelli, di lungo periodo, dell’intero continente.

L’Unione Europea è stata per decenni uno straordinario successo. Non ha garantito solo la pacifica convivenza; ma anche, attraverso l’integrazione dei suoi stati membri e delle loro regioni, una forte crescita economica, un miglioramento costante del benessere di tutti i suoi cittadini. Non a caso, il consenso degli europei per l’Unione è sempre stato fortissimo; essa ha rappresentato il faro del complesso e radicale processo di trasformazione dell’Europa Orientale dopo il comunismo.

Ma da un decennio non è più così. La crisi del debito sovrano, aggravata dall’estremismo delle norme dell’austeritá definite da Bruxelles, ha colpito duramente il Sud Europa. Lo sappiamo bene in Italia: siamo ancora lontani dal reddito di dieci anni fa; il calo degli investimenti pubblici e delle spese per ricerca e istruzione rende più difficile il recupero di produttività e sviluppo, mentre la debolezza delle politiche di inclusione approfondisce le disparità sociali. Ma tutta l’Europa è attraversata da nuove disuguaglianze di benessere, e di prospettive di benessere futuro: l’ascesa dei paesi emergenti e la riorganizzazione dell’industria nell’Europa centrale, intorno alla Germania, producono una polarizzazione geografica della crescita. Vaste aree ai confini orientali dell’Unione soffrono povertà e emigrazione; antiche regioni industriali in Belgio, nel Nord-Est della Francia, nel Nord della Spagna scivolano indietro; ci sono scricchiolii nello stesso Nord della Germania. La digitalizzazione dell’economia favorisce le aree urbane, concentrando imprese, capitali e giovani talenti nelle città più forti, aggravando cumulativamente le disparità con le aree rurali. Ma nelle stesse aree urbane si creano e si approfondiscono disuguaglianze sociali.

In sostanza, l’Europa non produce più benessere e speranza nel futuro per tutti i suoi cittadini, ma solo per alcuni di essi. Una parte crescente di europei vede, anche in conseguenza di questo, l’Unione più come il problema che come la soluzione. Rinascono pericolosissimi nazionalismi, particolarismi. Gli elettori delle regioni perdenti, “che non contano”, votano per movimenti e partiti antieuropei.

Le politiche di coesione sono il principale strumento che l’Unione ha per contrastare questi fenomeni, per far crescere benessere e inclusione in tutte le sue regioni, per convincere gli scettici degli enormi vantaggi dello stare insieme, e dei rischi gravissimi dell’indebolimento della nostra casa comune. Le politiche di coesione sono il principale strumento comunitario per la crescita di tutte le regioni. Agendo in modo parzialmente decentrato e differenziato, essendo  “piace-based” cioè tarate sulle diverse caratteristiche dei territori, possono intervenire proprio sui fattori alla base dell’insufficiente sviluppo, e dell’incompleta inclusione sociale delle diverse aree. Anche questo sappiamo bene in Italia. Sono molto importanti al Centro-Nord (cui è destinato circa un terzo delle risorse per l’Italia), specie per sostenere ricerca, innovazione, istruzione, formazione. Sono decisive nel Mezzogiorno. Con il tracollo degli investimenti nazionali ordinari, e la quasi scomparsa delle politiche nazionali di sviluppo territoriale (Fondi Sviluppo e Coesione), i fondi regionali europei sono l’unico strumento per potenziare l’ancora assai carente infrastrutturazione materiale e immateriale, rafforzare le sue imprese, dare prospettive e speranze ai suoi cittadini più deboli. Contrastare gli evidenti, gravissimi, rischi di involuzione economico-sociale del Mezzogiorno.

La proposta della Commissione è solo il primo passo della trattativa, sempre lunga e complessa, che porterà al bilancio. Anche se assai indebolito dalle circostanze elettorali, il nostro paese deve essere allora capace di sviluppare in queste settimane una forte azione politica; sulla quale non è fortunatamente impossibile trovare ampie convergenze fra gli schieramenti. Deve giocare un ruolo centrale nella discussione, con la forza e l’orgoglio di un grande paese fondatore. Una possibile agenda potrebbe ruotare intorno a quattro grandi obiettivi: 1) rivedere le poste di bilancio e 2) assicurarsi che i parametri per l’allocazione territoriale dei fondi disponibili (che sono in corso di revisione e saranno resi noti a fine mese) non penalizzino le regioni italiane. Poi, 3) rivedere alcune regole, affinché la Commissione sia più attenta alla concreta efficacia degli interventi che agli aspetti formali, che sia assicurata trasparenza e coinvolgimento dei cittadini. Infine, 4) eliminare le “condizionalitá macroeconomiche” e in genere le norme che vorrebbero legare queste politiche al “Semestre europeo”, e cioè alle “riforme strutturali” uguali per tutti propugnate dai rigoristi a oltranza; al contrario, chiedere a gran voce che finalmente questi investimenti non siano presi in considerazione nel calcolo del deficit pubblico: quella “regola d’oro” indispensabile perchè la stabilità si possa sposare davvero con la crescita. Poi occorrerá ripensare a fondo, dopo l’occasione buttata al vento nel 2014, come utilizzare al meglio queste risorse nel nostro paese, e particolarmente al Sud.

Un programma ambizioso. Ma forse un tema adatto per provare a spingere, giá da oggi, la politica italiana ad non occuparsi solo di se stessa ma anche del futuro dei cittadini.

 

Gianfranco Viesti

 

IL MESSAGGERO – IL MATTINO

 

4 MAGGIO 2018

 

Dal sud, per il sud, per il paese di Massimo Veltri

Dal sud, per il sud, per il paese di Massimo Veltri

L’uscita del saggio di Francescomaria Tedesco, Mediterraneismo, è un’ occasione, fra le tante, per tornare a parlare di Sud e della Calabria, in giorni in cui il paese a due mesi dal voto che ha visto la netta affermazione del centrodestra e dei Cinquestelle, il tonfo del centrosinistra nonché la marginalità della sinistra di LeU è ancora senza governo. E’ un’occasione anche, in previsione, come commenta Gianfranco Viesti, degli effetti dell’austerità sul sud dell’Europa che deriverebbero dal “taglio del dieci per cento in termini reali delle politiche di coesione regionale”. Anche se, come si legge a ranghi sciolti da parte di osservatori di diversa estrazione, le risorse finanziarie di provenienza comunitaria non dovrebbero costituire elemento di per sé salvifico non c’è dubbio alcuno che i capitali di Bruxelles sono interventi che se spesi e ben spesi possono fare la differenza. E nell’ultimo numero della rivista Italianieuropei Onofrio Romano, implacabile, chiosa: È finita un’epoca, come s’usa dire. Si è chiusa per il Sud la stagione della speranza nella possibilità di trovare un posto tutto suo nel grande gioco dell’economia europea e globale, grazie a quel rimbocchiamoci le maniche che ha funzionato da motto-architrave per l’immaginario di sviluppo degli ultimi trent’anni – ormai quasi quaranta, per la verità – e che ha avuto il centrosinistra come principale interprete. Il lamento sulla scomparsa del Sud dall’agenda politica nazionale, in questa medesima stagione, scivola via come una lacrima di coccodrillo: se l’idea cardine coincide con l’auto-attivazione, ogni politica per il Sud decade in automatico o si trasforma in puro lubrificante delle traiettorie intraprese dai singoli attori e dai singoli territori. Il leghismo non ne è la causa, ne è solo un altro effetto. Il grottesco è che i primi a lamentarsene oggi (della scomparsa) sono proprio coloro che negli anni passati non hanno predicato altro che la buona novella dell’auto-attivazione. E i meridionali ci hanno creduto. Hanno applicato la ricetta con diligenza ed entusiasmo senza pari. Le ritornanti litanie sull’inadeguatezza antropologica dei cittadini del Sud alla modernità sono l’alibi con cui i profeti (più o meno consapevoli) dell’ordoliberismo coprono il fallimento dei loro modelli.”
Serve attardarsi in analisi del voto per capire le ragioni del divorzio del sud verso l’ortodossia governativa, in specie considerando che tutte le Regioni del mezzogiorno, nessuna esclusa, erano al momento del voto, e lo sono tutt’ora, governate da maggioranze di centrosinistra a guida Pd: qualcosa di specifico, più di un qualcosa, non ha funzionato, è sotto gli occhi di tutti. A cominciare dal non essersi ‘federate’, le regioni meridionali e fatto sì che si parlasse una sola lingua verso il governo e, congiuntamente, si procedesse a ipotesi e progetti di stampo unitario. Ma, oltre alle analisi, contemporaneamente, serve pure e certamente di più ragionare sul che fare, tanto per quanto riguarda la sfera più squisitamente politica che con riferimento alla cultura che deve sottostare alla fase pragmatica.
Il pensiero meridiano di Cassano, a voler rappresentare, e augurarsi, un sud diverso, nei tanti mezzogiorni di Cersosimo e Donzelli, i localismi eletti a valore aggiunto, il deficit di coesione sociale, gli stereotipi innervati nell’indolenza da una parte, nella nostalgia delle Duesicilie dall’altra, le tentazioni lombrosiane-da rimandare al mittente-così come le autoesaltazioni del passato glorioso-da rimettere nel cassetto-possono costituire, molto sommariamente, i vertici di un poligono dentro il quale si è articolata nel corso degli ultimi anni una discussione sul sud, sui sud. Grazie a Giuseppe Galasso, allo stesso Viesti, a Piero Bevilacqua, a storici ed economisti napoletani e siciliani quali Isaia Sales, Salvatore Lupo, Francesco Barbagallo, Emanuele Felice, fino all’Osservatorio del Sud che di recente abbiamo fatto nascere con l’intento di far funzionare in maniera permanente una lente sui processi in corso, catalizzandone le dinamiche verso esiti virtuosi, e senza trascurare le numerosissime e diffuse su tutto il territorio esperienze di cittadinanza attiva, contraddistinte sovente di iniziative di spessore e valore oltre che contingente e localistico. Emanuele Felice, in particolare, rende giustizia analiticamente e scientificamente a coloro i quali-nel primo periodo, quello d’oro, del meridionalismo-argomentavano sulla centralità delle classi dirigenti e della loro inadeguatezza, allora come oggi. E rilancia con forza, Felice, insieme alla scuola di pensiero che si attesta intorno a lui, come qualsiasi dinamica volta al rivendicazionismo così come, parimenti, indirizzata alla non progettualità sia destinata al fallimento. E d’altronde le grida di dolore originate in attenti studiosi fra i quali Vito Teti e Tonino Perna dai dati statistici che proiettano nell’immediato futuro una desertificazione vera e propria non solo giovanile delle regioni meridionali di per sé dovrebbe costituire elemento non soltanto di riflessione ma di azione politica, d’emergenza, di vero e proprio new deal. Non si avverte, invece, non si percepisce affatto né allarme né consapevolezza, tant’è che si prosegue lungo lo stanco e stucchevole tran tran di riproposizione di autocandidature e gestione (men che) ordinaria dell’amministrazione delle cose correnti, senza slancio, senza prospettive.
Non è dato sapere, al momento, se la mistura ossimorica del governo Salvini-Di Maio si sostanzierà sotto forma di governo: se così sarà, e grazie anche, in misura considerevole, agli elettori del sud, assisteremo, è esercizio di facile profezia annunciarlo, al riaffermarsi e alla prevalenza schiacciante della questione settentrionale. Così che, come accadde agli inizi degli anni novanta con l’avanzare del pensiero di Miglio e delle azioni di Bossi, il mezzogiorno cadrà sotto un cono d’ombra dal quale uscire grazie alle politiche nazionali sarà sempre più difficile, a cominciare da quelle più urgenti: permanenza, lavoro, crescita strutturale.
E’ forse il momento perché le intelligenze vive delle regioni del sud, le passioni civili che in tante si agitano da noi, le agenzie a vario titolo operanti sul territorio, i corpi intermedi dell’articolazione istituzionale si pongano a fianco di chi detiene poteri e leve costituzionalmente proprie e avviino un ragionamento che affermi dignità e coscienza riconosciute a una parte del paese che non può essere messo fra parentesi.

La natura violata disvela beni comuni* Piero Bevilacqua

La natura violata disvela beni comuni* Piero Bevilacqua

La proprietà che esclude

La prospettiva fornita dall’analisi storica assume sempre di più una potenza dirompente nei confronti delle strutture del presente. Se il termine non fosse usurato , direi che essa è indispensabile per dare fondamento a una visione rivoluzionaria. Dove il termine rivoluzionario non ha il significato commerciale e di pronto uso della pubblicità o di qualche slogan effimero del ceto politico. Né coincide col vecchio e ristretto sinonimo di insurrezionale. Indica, piuttosto, lo sguardo   radicale, capace di mostrare il carattere di formazione storica delle strutture del dominio. Il presente che accettiamo come una realtà data e indiscutibile, quasi un dato di natura, è frutto di un processo storico, uno svolgimento nel tempo che ha solidificato rapporti di potere fra uomini e gruppi sociali rendendoli permanenti, trasformandoli in dati di partenza fondativi della vita sociale. E perciò accettati da tutti come   e imprescindibili e immodificabili. Una prospettiva storica, ad esempio, consente alla riflessione in corso sui beni comuni di mostrare la genealogia della proprietà privata, il processo violento della sua formazione,   le pratiche di sopraffazione attraverso cui si è affermata. Se sappiamo riandare con l’analisi alle origini di tale istituto fondamentale delle società capitalistiche , se comprendiamo il processo della sua formazione, constatiamo che esso perde l’aura di legittimità, quasi naturale e indiscutibile, con cui domina   e regola l’intero universo delle relazioni umane.

Il noto pamphlet di Ugo Mattei, pubblicato nella benemerita collana Idola di Laterza, Senza proprietà non c’è libertà”: falso,[1] ci ha offerto di recente questa opportunità, e merita di essere ripreso proprio perchè   ritorna sul tema della proprietà con una prospettiva storica di lungo periodo. Consente di guardare a tale istituto non come dato di fatto, ma come processo. Anche se il saggio di Mattei rafforza in chi lo legge la constatazione recriminatoria che del grande tema della proprietà privata, non solo in Italia, si occupano quasi solo i giuristi: pochi, eterodossi, coraggiosi studiosi del diritto[2].

Certo, è stato storicamente il diritto a fondare la proprietà privata, a trasformare un rapporto di forza e una appropriazione di ricchezza in una legge protetta dal potere dello stato. Sono stati i giuristi a dare forma normativa a un processo sociale che si è andato organizzando secondo gerarchie dettate dai rapporti di forza. E appare perciò naturale che al diritto spetti in primo luogo ritornare teoricamente   e storicamente sui propri passi. Ma non possiamo non osservare come la ricerca storica si tenga ben lontana da questo campo, cosi come la sociologia e le altre scienze sociali.

In tali ambiti la proprietà privata appare indiscutibile come il cielo azzurro o le neve bianca. Del pensiero economico, ovviamente, non è il caso di parlare. Diventata, nelle sue forme dominanti, una “tecnologia della crescita”, l’economia al potere ha cessato di pensare e si limita ad applicare dispositivi automatici finalizzati all’aumento del Prodotto Interno Lordo.[3] Deprimente prova della superficialità subalterna dei saperi sociali del nostro tempo, che non solo accettano un processo storico di appropriazione come un dato naturale e indiscutibile, ma operano per la sua perpetuazione ed espansione in più estesi domini della realtà.

Mattei rovescia la convinzione dominante secondo cui la proprietà privata fonda la libertà dei moderni, mostrando che essa nasce dalla privazione della libertà di molti ad opera di una èlite di pochi dominatori: << all’origine della proprietà sta il potere e a ogni potere corrisponde una soggezione, ossia qualcuno più debole che, non avendolo, lo subisce.Tanto più libero è il proprietario tanto meno lo è il non proprietario, sicché- anche sul piano logico – l’asservimento può essere affiancato alla proprietà esattamente quanto la libertà.>>[4] Ed egli conia un geniale sintagma, un’espressione da far diventare di uso comune, la <<proprietà privante>>, come termine che esprime l’altra faccia e la natura escludente della proprietà privata.

Com’è noto, il monumento storico-teorico cui si rifanno i critici della proprietà privata e tanti teorici dei beni comuni è il capitolo 24 del Primo libro del Capitale di Marx dedicato alla Cosiddetta accumulazione originaria.[5]Mattei lo riprende anche in questo testo, dopo averne trattato nel suo Manifesto sui beni comuni. [6]In effetti Marx, tramite una superba sintesi storica, disvela in una cinquantina di pagine finali del suo libro, l’insieme dei processi da cui nasce il moderno capitalismo nel paese in cui questo si afferma nel modo più completo. Dopo aver mostrato , tramite numerosi capitoli di analisi , che cosa esso effettivamente è, nella fabbrica e nella società britannica del suo tempo, come opera questo modo di produzione e come esso ristrutturi radicalmente la vecchia società preindustriale, Marx sente il bisogno di spiegare in che modo si è storicamente formato e affermato. Lo deve fare anche per sbaragliare le mitologie costruite sulle sue origini dagli economisti volgari del suo tempo, che anche allora, come oggi, abbondavano sulla scena pubblica.Il capitalismo, ricorda Marx, finisce col trionfare essenzialmente, grazie alla privazione dei mezzi di produzione della grande massa dei contadini inglesi(yeomen) da parte della piccola nobiltà. Ad essi viene sottratta, tramite forme varie di esproprio, il possesso della terra e la casa (cottage) venendo quindi posti in una condizione di totale illibertà, nell’impossibilità di decidere sulla propria vita. Privati dei mezzi con cui sino ad allora avevano vissuto, ad essi restavano due strade: il vagabondaggio nelle città del Regno o il lavoro nelle manifatture. Nel frattempo i vecchi e nuovi proprietari chiudevano le terre con recinti, anche quelle che erano state comuni (commons), e fondavano le aziende a salariati, cominciando con l’allevamento delle pecore merinos. I processi di espropriazione messi in atto dalla nobiltà cadetta con il movimento delle recinzioni (enclosures), a partire dal XVI secolo, non sono altro che la fondazione della proprietà privata dei pochi e l’esclusione e la perdita della libertà sostanziale dei molti. Si trattò di un processo sociale di aperta violenza, di una violenza sanguinaria descritta da Marx con impressionante ricchezza documentaria, benché distribuito in un processo secolare. Marx non a caso cita l’Utopia di Tommaso Moro, un testimone del XVI secolo, che mostra le scene miserevoli di carovane di famiglie espropriate, costrette ad abbandonare i loro villaggi e racconta, con surreale sarcasmo, dello strano << paese in cui le pecore mangiano gli uomini>>.[7] Com’è ormai noto a chi si occupa di tali questioni, questo vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine, su cui si fonda la moderna azienda capitalistica, ha ricevuto una rilevante legittimazione teorica da uno dei fondatori del pensiero politico moderno, John Locke.

Nel Secondo trattato sul governo ( 1690) Locke afferma che << qualunque cosa l’uomo rimuova dallo stato in cui la natura l’ha lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli è proprio, e con ciò la rende sua proprietà . Rimuovendola dallo stato comune in cui la natura l’ha posta, vi ha connesso con il suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini>>. [8] Immaginare nell’Inghilterra del XVII secolo un originario stato di natura, dove un solitario individuo, del tutto libero, si appropri di terre selvagge col proprio lavoro, costituisce una evidente costruzione ideologica, un racconto mitico, che serviva a legittimare il vasto movimento di espropriazione allora in corso nelle campagne. E naturalmente aveva un valore più generale soprattutto per dare dignità legale al saccheggio nelle colonie americane. Ma Locke segna una svolta rilevante nella formazione del pensiero moderno anche per un altro aspetto. Come ha osservato uno studioso tedesco, Hans Immler, in una vasta ricerca che meriterebbe una traduzione italiana, Natur in der ökonomischen Theorie, [9],Locke non solo fonda, con la sua teoria del valore-lavoro le basi giuridiche della <<proprietà privata pre-borghese>>, ma svaluta la natura << come selvaggia e sterile se è bene comune >> mentre stabilisce che è l’ << appropriazione privata che le dà valore>>[10]. La natura in sé è un bene inutile, solo il lavoro che se ne appropria, la trasforma in ricchezza. Una costruzione culturale che oggi, dopo diversi secoli di sfruttamento capitalistico, si corre il rischio di accettare come vera. Ma basta uno sguardo storico di lungo periodo per capire la sua sostanza di costrutto ideologico. In realtà, assi prima del XVII secolo, per i lunghi millenni precedenti, gli uomini sono sopravvissuti sulla terra e si sono moltiplicati in virtù della produzione spontanea della natura, delle sue abbondanti risorse, non prodotte da alcun lavoro: acqua, bacche, radici, frutta, animali.Per millenni il lavoro, così come già lo intendeva Locke – cioé come un processo di valorizzazione del “capitale” terra – non è mai esistito. Al suo posto, prima che nascesse l’agricoltura, c’era una pura e semplice attività umana di raccolta e di predazione delle risorse esistenti[11]

Come oggi ci appare evidente il saccheggio del mondo vivente, e i problemi ambientali che ne seguiranno, hanno qui la loro prima, sistematica legittimazione. Si potrebbe dire che Locke elabori i principi costituivi, la normazione teorica della predazione delle risorse naturali come processo di valorizzazione tramite un astratto e mitico lavoro umano.

Per la verità Marx – che ha uno sguardo meno eurocentrico di quanto normalmente gli si attribuisce – sa che il processo di formazione del capitalismo si svolge su scala globale, anche se ha il suo centro in Inghilterra. La proprietà privata non si fonda solo attraverso il movimento delle recinzioni e l’espulsione sistematica dei contadini dalle loro terre e da quelle comuni. L’esercito di proletari privi di risorse per vivere – e perciò necessitati a sopportare il pesante lavoro di fabbrica nell’Inghilterra del XVIII secolo – era nato anche in altro modo, per lo meno nelle colonie inglesi. Egli ricorda, ad esempio, nel capitolo di cui trattiamo, un processo oggi obliato di appropriazione privata non di terre e beni, ma addirittura di uomini, alla base della formazione del capitalismo. Grazie al trattato di pace di Utrecht con la Spagna, nel 1713, L’Inghilterra estese   lucrosamente il suo già avviato mercato di schiavi, prima praticato con l’Africa e i paesi delle Indie Occidentali. Da allora essa <<. ottenne il diritto di provvedere l’America spagnuola di 4.800 negri all’ anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria >> [12]. Uno dei grandi centri urbani della rivoluzione industriale, orgoglio del capitalismo trionfante, era figlio anche di quel cristianissimo commercio con le Americhe che era la vendita di forza-lavoro in schiavitù. Giovani africani strappati ai loro villaggi e condannati a una breve vita di fatiche disumane. Il capitalismo di allora non disdegnava la “proprietà privata” degli uomini, venduti come prodotti coloniali nelle aziende schiavistiche del Sudamerica.

Ma Marx ci ha fornito anche altri strumenti analitici, non meno rilevanti di quelli affidati al celebre capitolo del Capitale. Anzi, sotto il profilo teorico essi appaiono oggi fondamentali per comprendere i meccanismi nascosti di autoriproduzione della ricchezza e delle forme asimmetriche della sua appropriazione. In alcuni passi dei Grundrisse egli ricorda non i processi storici del passato, ma i meccanismi profondi di formazione e di perpetuazione della proprietà sotto la forma moderna della produzione della ricchezza industriale.:<< la proprietà – il lavoro altrui, passato o oggettivato – si presenta come l’unica condizione per un ulteriore appropriazione di lavoro altrui>>.Vale a dire, per uscire dal linguaggio astratto ed “hegeliano” di Marx, le macchine, la fabbrica stessa, costruite da altri operai (lavoro altrui) non appartengono ai lavoratori, ma sono proprietà dell ‘imprenditore e si presentano agli operai stessi come la condizione obiettiva, naturale, che dà loro da vivere, tramite un ulteriore sfruttamento del loro lavoro. Il capitalismo non crea solo merci, ma riproduce e allarga i rapporti di produzione, ingigantisce cumulativamente le gerarchie di potere, rende la proprietà privata un dato di natura che si autoalimenta. << Il diritto di proprietà – continua Marx – si rovescia da una parte (quella del capitalista) nel diritto di appropriarsi del lavoro altrui, dall’altra (quella dell’operaio ) << nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro stesso come valori che appartengono ad altri >>, cioé come proprietà privata del capitalista.[13] E’ questa asimmetria originaria di potere, su cui si fonda il rapporto capitalistico di produzione, a diffondere la proprietà privata come architettura generale della società. Essa, trasformandosi in denaro, fabbriche, palazzi, terre, centri commerciali, e dunque “cose” di un paesaggio “naturale” occulta costantemente il lavoro che li ha generati.Tale metamorfosi del lavoro trascorso trova poi la legittimazione del diritto e la difesa armata dello stato, presentandosi come una solidificazione geologica indiscutibile.

Ma occorre a questo punto una considerazione storica preliminare importante, decisiva per comprendere il successo storico del capitale. Occore infatti riconoscere che l’accettazione sociale del dominio proprietario – reso prima di tutto possibile dai rapporti asimmetric ie cumulativi tra detentori dei capitali e proletari, tra ricchi e poveri, dai nudi rapporti di forza tra queste due classi – è   risultata storicamente vittoriosa anche e forse soprattutto grazie al successo economico che essa ha conseguito rispetto ai modi di produzione precedenti. Benché una analisi storica sistematica non dovrebbe trascurare la forza di principio d’ordine sociale che la proprietà privata ha finito col rappresentare nelle società dell’Occidente, elemento di regolamentazione tra individui e classi e al tempo stesso presidio di stabilità. Una stabilità che l’elaborazione ideologica della cultura dominante ha saputo fare universalmente introiettare come esaltazione dell’interesse dei singoli individui.

Oggi dovrebbe apparire evidente che la vittoria del modello proprietario nella formazione delle società contemporanee è inscindibile dal successo produttivo del capitale. L’azienda capitalistica a salariati a un certo punto è risultata più efficiente delle singola piccola coltivazione contadina o della bottega artigiana. La piena disponibilità per il singolo capitalista di una massa di lavoratori formalmente liberi, messi al servizio di macchine sempre più efficienti, costretti per l’intera giornata a uno sforzo psicofisico sistematico, ha avuto come risultato una crescente produzione di ricchezza. La massa senza precedenti di beni che usciva dalla fabbrica capitalistica è diventata storicamente la giustificazione universale della legittimità di quella forma di appropriazione privata del lavoro altrui. Il successo generale sul piano strettamente produttivo conquistava ai capitalisti il plauso generale della società. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’assoggettamento al lavoro   della grande massa della popolazione , venivano nascosti dall’efficienza della macchina. Tanto più che la crescita della ricchezza generava altri ceti sociali esterni alla fabbrica, destinati a elaborare un nuovo immaginario , quello del progresso generale della società, che finiva coll’occultare il segreto motore dello sfruttamento operaio che ne costituiva il fondamento.

E’ qui da ricercare indubbiamente una delle basi dell’egemonia del capitale nell’epoca della sua affermazione e del suo trionfo sulla vecchia società, nel XIX secolo. L’elaborazione di un grande racconto di progresso dell’umanità, accompagnata dalle condizioni di libertà formale del lavoro, ha coperto la gigantesca privatizzazione del lavoro umano verificatesi nel corso dell’ età contemporanea.   E occorre aggiungere che i maggiori autori che hanno elaborato il racconto del progresso sono stati gli storici. Tutta, si può dire, la produzione storiografica sull’età contemporanea, anche quella di ispirazione marxista, è orientata dal teleologismo progressista. Nella narrazione della nostra epoca la freccia del tempo corre in maniera più o meno trionfante in una sola direzione: dall’arretratezza della società preindustriale ai fasti dell’odierna modernità.

Non a caso, la pagina di Marx sull’accumulazione originaria, in cui si racconta di un secolare processo di espropriazione, è stata trattata dagli storici come una premessa della cosiddetta   “rivoluzione agricola inglese”. E questo in ragione del fatto che, mentre i contadini venivano trasformati in salariati, la produzione agricola conosceva incrementi di produzione senza precedenti. Quegli storici, infatti, hanno esaltato i processi di liquidazione delle strutture feudali e hanno guardato come a un progresso generale l’avanzare del capitalismo nelle campagne.[14] Perfino un grande storico come Marc Bloch deplorava lo <<scandalo del compascuo>>, vale dire la disponibilità dei contadini di portare le proprie pecore nel fondo del barone dopo i raccolti.[15] La piena disponibilità della terra da parte del proprietario veniva infatti considerata come condizione per un suo più efficiente uso e i vecchi rapporti comunitari visti come un impaccio al pieno sviluppo delle forze produttive. Ma questo atteggiamento apologetico nei confronti dei vincitori – che sorregge tutta la storiografia   contemporanea – è figlia anche dell’ambivalenza di Marx, che deplora l’espropriazione dei contadini, ma ammira la borghesia rivoluzionaria impegnata a distruggere il vecchio mondo.Una ammirazione, tuttavia, legata alla visione teleologica delle creazione delle basi sociali di una rivoluzione prossima ventura, capace di liberare finalmente e per sempre il lavoro salariato. Marx esaltava la borghesia capitalistica perché il suo successo costituiva la base per un superiore assetto di uguaglianza e di libertà umana. Il fatto che questo non si sia realizzato ci rende oggi liberi da quel provvidenzialismo E’ ci dovrebbe consentire una visione storica nella quale il processo della modernizzazione   appaia sotto una luce diversa da quella sinora tracciata. Un nuovo racconto sia per quanto riguarda la sorte del lavoro, sia per ciò che concerne la natura, le risorse, gli equilibri degli ecosistemi, beni comuni dell’umanità, il cui saccheggio privato è stato tenuto nascosto dalla rappresentazione storica e dalla sua nascosta teleleogia.

 

La natura comune

 

Oggi, naturalmente, appare sommamente difficile, se non impossibile, scorgere nel paesaggio delle città contemporanee le tracce del lavoro che ne hanno edificato le strutture.I grattacieli, le fabbriche, i ponti e le strade, le banche, le abitazioni , le aziende agricole, i centri commerciali appaiono tutti frammenti di un paesaggio di cose, e dunque un principio di realtà indiscutibile in cui si svolge naturalmente la nostra vita. Non appare più possibile scorgere la privatizzazione del lavoro umano che le ha fatto sorgere. E mettere oggi in discussione la titolarità di questa ricchezza solidificata in forme di cose, trasformata in eredità storica, comporterebbe un tasso di violenza sociale inimmaginabile, e dunque politicamente non praticabile. D’altra parte, occorre riconoscere che la ricchezza generale prodotta dal capitalismo riscatta in parte le inique modalità storiche in cui essa è stata generata. Anche se tante, troppe generazioni di lavoratori non ne hanno goduto, le lotte operaie del XX secolo hanno reso possibile una sua ampia redistribuzione, che ha toccato i ceti popolari e vaste fasce di popolazione.

Ma oggi siamo entrati in una fase storica in cui il problema della proprietà e dei beni comuni acquista una nuova attualità, a causa di una duplice dinamica, sempre più dispiegata. Da una parte infatti, il capitalismo cerca sempre più di impossessarsi privatamente, a fini di profitto, di ambiti di realtà sinora inesplorate. Si pensi alle appropriazioni e brevettazione di piante e semi da parte delle aziende biotecnologiche negli ultimi anni.[16] Il mondo vivente è oggi un terreno di caccia in cui scovare nuove fonti di profitto. Ma è anche il caso di risorse vitali per la vita umana trasformate in merci preziose nel giro di qualche decennio. Si pensi all’acqua, oggi definito l’oro blu del nostro tempo.[17] Eppure allorché è sorto il pensiero politico moderno, quando è stata sistemata in un quadro coerente la società capitalistica al suo sorgere, l’acqua appariva priva di valore. Nella sua   Inquiry sulla Ricchezza delle nazioni, Adam Smith, poteva legittimamente affermare che <<Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni>>.[18] Oggi la situazione appare quasi capovolta e una risorsa come l’acqua, inseparabile dal diritto degli individui alla sopravvivenza, appare carica di valore economico come mai in tutta la storia precedente. E diventa evidente che proprio il suo ingresso nel processo di valorizzazione del capitale, il suo divenire merce, mentre la strappa definitivamente dalla condizione di res nullius, cosa di nessuno, la   disvela agli occhi delle popolazioni come un bene comune drammaticamente scarso e perciò conteso. Siamo entrati, per dirla con le parole di uno storico americano dell’ambiente, James Moore, in una fase di << fine della natura a buon mercato>>.[19] Le risorse naturali, sempre più scarse per effetto della crescita della popolazione mondiale e dello sfruttamento sempre più vasto e sistematico, tendono ad   apparire sempre meno quali “fattori di produzione”, appartenenti a questo o a quel paese, a questa o a quella corporation privata, e sempre più quali fonti indispensabili per la sopravvivenza di tutti. La loro sempre più stringente necessità generale le restituisce all’ambito originario dei beni comuni.

L’altra dinamica, a questa indissolubilmente connessa, che fa emergere intorno a noi un paesaggio di beni comuni prima nascosto è il processo ormai dispiegato di squilibri   ambientali che colpisce non solo isolate realtà, ma l’intero pianeta. Di giorno in giorno appare sempre più evidente che la natura non sopporta un utilizzo   privato e distruttivo delle sue risorse, non regge più il saccheggio a cui il capitalismo la sottopone in forme crescenti da almeno tre secoli. Ma la specifica novità del nostro tempo è che la natura tende ad apparire sotto gli effetti squilibranti dell’azione umana, sempre meno divisibile in singole risorse sfruttabili: l’acqua, la terra, l’aria, le piante, ecc. Essa sempre più appare come una totalità indivisibile e intimamente connessa, e sempre di più, dunque, come un common globale.

Guardiamo quel che ormai da tempo avviene intorno a noi, nelle nostre città. Noi oggi scopriamo   quello che sino a qualche decennio fa non eravamo quasi capaci di scorgere: il legame sistemico tra il cielo e la città. Siamo costretti a misurare   la qualità dell’aria che in essa si respira, e a prendere atto della   sua manipolazione, insieme privata e collettiva, a scopi produttivi e di varia altra natura. Il sorgere di un rischio per la salute umana, esploso in maniera allarmante negli ultimi decenni, ha fatto emergere quale bene comune una risorsa vitale irrinunciabile, un elemento naturale   da tutti ignorato per millenni in quanto illimitato e relativamente integro. L’aria oggi è diventato un common. Noi tutti respiriamo l’aria che ci circonda senza pensare ai nostri polmoni, ma anche senza badare al fatto che essa è natura, che da essa dipende la nostra vita, e certamente senza chiederci a chi giuridicamente appartiene. Ma l’apparire della scarsità di questa risorsa, la sua violazione e alterazione (che corrisponde a una appropriazione privata dei singoli) la fa emergere quale elemento naturale che rende possibile l’esistenza di tutti , illumina il suo carattere di bene collettivo e indivisibile.

Sono non pochi gli ambiti in cui le alterazioni ambientali disvelano il   carattere nascosto di bene comune delle risorse naturali, per via della loro indispensabilità alla vita di tutti. Si pensi alla terra fertile, alla stabilità del territorio, alla biodiversità naturale, ecc.[20] Oggi noi scopriamo, in maniera specificamente significativa in Italia, che il territorio delle nostre città e delle loro periferie non può più essere edificato e manomesso secondo gli interessi privati dei singoli. La sua integrità non può più essere subordinata alla piena disponibilità di chi vanta la proprietà privata di un suo singolo frammento. Oggi sappiamo, con maggiore pienezza e con più ricca esperienza di qualche anno fa, che costruire, cementificare, sottrarre aree di verde all’ecosistema territorio finisce col produrre danni generali che investono l’intera comunità. Ogni frammento di verde sottratto al territorio di una qualche zona corrisponde alla perdita di una “spugna” capace di assorbire l’acqua piovana durante le grandi piogge, rappresenta una diminuzione dell’effetto di contenimento delle polveri sottili prodotte dalle attività urbane, accresce l’instabilità del suolo e degli abitati, altera il microclima del luogo perché sostituisce natura vivente (erbe, alberi) con materia inerte che assorbe e genera calore. Ma in generale, costruire un edificio in un qualunque luogo di un paese intensamente antropizzato comporta l’alterazione evidente di interessi generali, a fronte dei quali la proprietà privata di un singolo pezzo di territorio appare sempre più priva di diritti individuali da rivendicare.

Infine, il clima, altro common finora nascosto. Lo scenario climatico che le conoscenze scientifiche del nostro tempo hanno squadernato davanti a noi ci mostrano oggi un altro aspetto di legame sistemico tra la città, i suoi attori naturali, e il più vasto spazio planetario. Le città ci fanno sperimentare la nuova mondialità del locale. Mai come oggi esse erano apparse così nitidamente quali punti interconnessi di una rete a scala globale. Com’è largamente noto, è lo smog cittadino, sono gli scarichi urbani e i fumi industriali per produzioni destinate alle città a determinare una percentuale rilevante di immissione di gas serra nell’atmosfera.Tutte le città del mondo, centri energivori di varie dimensioni e potenza, consumano in maniera crescente petrolio e carbone, alterando il clima atmosferico, surriscaldando il nostro comune tetto di abitanti della Terra. Il riscaldamento globale, potremmo dire, senza forzare molto le cose, è figlio del metabolismo urbano.[21] E dunque se le attività produttive e il movimento dei singoli oggi arrivano ad intaccare gli equilibri di ciò che appariva, sino a pochi decenni fa, così incommensurabilmente lontano – l’atmosfera – un nuovo e più vasto common appare davanti a noi , destinato a condizionare la proprietà privata di tutti e il suo libero uso. Essa non più essere considerata ciò che finora è stata, la discarica res nullius dove ognuno poteva gettare i propri fumi e veleni.Il suo diventare il tetto comune dell’umanità è destinato a cambiare molte cose nella storia a venire delle nostre società.

 

*Pubblicato su << Glocale>> Rivista molisana di storia e studi sociali, Gennaio 2015

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[1]Laterza, Roma-Bari

[2] Si vedano alcuni esempi in P. Grossi, Un altro modo di possedere.L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè Milano, 1977;S. Rodotà, Il terribile diritto.Studi sulla proprietà privata, il Mulino Bologna, 1981( e varie edizioni successive); P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli Roma 2014,

[3]P.Bevilacqua, Saperi umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in P.Bevilacqua ( a cura di) A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011,p.10 e ss.

[4]Mattei, Senza proprietà non c’è libertà,cit.

[5]K.Marx, Il Capitale , Libro primo.Traduzione di D.Cntimori.Introduzzione di M. Dobb , Editori Riuniti, Roma 1967,     pp.777-836

[6]U.Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Leterza, Roma-Bari 2011. Ma si veda anche, con più attenzione agli aspetti ambientali dell’appropriazione G.Ricoveri, Beni comuni vs. merci, Jaca Book, Milano 2010. E, per un approccio pluridisciplinare, P. Cacciari (a cura di), La societàdei beni comuni, Carta, 2010.

[7]Marx, Il capitale, I, cit.p.783

[8]J.Locke, Il secondo trattato sul governo,introduzione di T.Magri,traduzione di A.Gialluca, BUR Milano, 1998,p. 97

[9]H.Immler, Natur in der ökonomischen Theorie, vol. I,Vorklassik-Klassik-Marx, vol. II, Phisiocratic-Herrschaft der Natur,Westedeutscher Verlag, Opladen ,1985, pp. 79-87

[10]Ibidem, p.87

[11]La tendenza ad applicare le categorie dell’economia politica anche alle più remote fasi dell’umanità, a valutare il valore della natura secondo i criteri dell’economia di mercato, è stata a lungo molto diffusa. Cfr. P. Bevilacqua, Demetra e Clio.Uomini e ambiente nella storia,Donzelli ,Roma 2001, pp. 4-6 e p, 85 e ss.

 

[12] Marx, Il Capitale, cit. p.822

[13]K.Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica,presentazione, traduzione e note di E.Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970,vol.II, p. 78

[14]Ma è stato provato che la “rivoluzione agronomica” in Inghilterra, vale a dire l’associazione di cereali e leguminose con conseguente aumento delle rese produttive, era stata già praticata dai contadini sin dal XV secolo ( R.C.Allen, Le due rivoluzioni agrarie, 1450-!850, << Rivista di storia economica>>, 1989,n. 3

[15]M.Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi Torino 1873

[16]   Si veda, per il processo di globalizzazione come appropriazione privata – entro una letteratura sempre più estesa- V. Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli Milano,2006. Sull’appropriazione scientifica del vivente,

C.fr. M.Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza;G.Tamino, Il riduzionismo biologico tra tecnica e ideologia; E.Gagliasso Luoni, Riduzionismi:il metodo e i valori, in C.Modonesi, S.Masini,I.Verga. Il gene invadente:Riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, introduzione di M.Capanna, Baldini Castoldi Dalai ., Milano 2006; Sulle imprese biotech , M. De Carolis,La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004

[17]M.Barlow e T.Clarke, La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua:come non esserne complici, Arianna Editrice, Bologna, 2009

[18]A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano 1997, I, p. 17

[19]J.Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato. Introduzione e cura di Gennaro Avallone, Ombre corte, Verona 2015.Sul rapporto tra capitalismo e risorse della terra, sotto il profilo teorico, J.Bellamy Foster,B.Clark,R. York, The ecological rift.Capitalism war on the earth.Monthly Review Press, New York, 2010.

[20]Su quest’ultimo aspetto cfr. C.Modenesi e G. Tamino( a cura di ) Bio diversità e beni comuni,introduzione di M. Capanna, Jaca Book, Milano 2010.

[21]Sul riscaldamento globale che gode ormai di una bibliografia sconfinata, cfr essenzialmente V.Ferrara e A.Farruggia, Clima istruzioni per l’uso.I fenomeni, gli effetti,le strategie, Edizioni ambiente , Milano 2007; N.H.Stern, The economics of climate change: the Stern review, Cambridge University Press, Cambridge 2007. Per dati più aggiornati si possono consultare in rete i rapporti periodici dell’Intergovernamental Panel on Climate Change ( IPCC)

L’immigrazione da minaccia a progetto sociale di Piero Bevilacqua

L’immigrazione da minaccia a progetto sociale di Piero Bevilacqua

Dal mercato al progetto

Il flusso di immigrati provenienti da vari Paesi del Sud e dell’Est del mondo si iscrive in un vasto processo di destrutturazione demografica, ma anche di mobilità sociale, che ha dimensioni grandiose  e di lunga data. Solo di recente è esploso  in forme caotiche e drammatiche a causa delle guerre recenti in Oriente e in Africa. L’Human Development Report 2009, dedicato dalle Nazioni Unite a Human mobility and development, ricordava che << Ogni anno, più di 5 milioni di persone attraversano i confini internazionali per andare a vivere in un paese sviluppato.>> E i maggiori centri di attrazione erano e sono gli USA, l’Europa e l’Australia. Una migrazione immane che dalla metà del secolo scorso ha spostato circa  1 miliardo di persone fuori dai luoghi in cui erano nate. 1 Com’è noto, i flussi disordinati e continui di popolazione in fuga da scenari di guerra, dall’ Afganistan, dalla Libia e soprattutto oggi dalla Siria, hanno mostrato la drammatica inettitudine, impreparazione, divisione politica degli stati Europei e delle autorità di Bruxelles.  Un coacervo di risposte contraddittorie e improvvisate, che ovviamente non sorprende. In tutti gli stati del mondo la politica vive alla giornata, senza alcuno sforzo di progettazione strategica che non sia quella della conquista di eventuali mercati, e che bada a incassare consensi immediati e immediatamente spendibili. Comprensibilmente, il ceto politico europeo, di fronte ai problemi organizzativi, ai disagi, ai costi economici che l’arrivo di migliaia di rifugiati e migranti comporta nell’immediato, non riesce a valutare i vantaggi di lungo periodo che esso può invece determinare. Vantaggi demografici, economici, culturali, non dissimili a quelli sperimentati dagli Stati Uniti negli anni Novanta in virtù dell’arrivo di milioni di latinos negli Stati americani.

In questo quadro  europeo confuso e generatore di sentimenti xenofobi,  la sinistra ha, in Italia, la possibilità di indicare una soluzione non contingente e transitoria al problema. Una via difficile, ma  affatto utopica, che  potrebbe addirittura fare da modello anche per altri paesi del continente.  Noi possiamo indicare agli italiani e agli europei, contro la politica della paura e dell’odio, una prospettiva che non è solo di solidarietà e di umano  e temporaneo soccorso a chi fugge da guerre e miseria. Con le donne, gli uomini e i bambini che arrivano sulle nostre terre noi abbiamo l’opportunità di costruire  un inserimento stabile e cooperativo, relazioni umane durevoli, fondate su nuove economie che gioverebbero all’intero Paese. Naturalmente, la soluzione non consiste in una trovata, affidabile a qualche slogan  pubblicitario in cui oggi sembra esaurirsi tutta la creatività di leader e uomini di governo. Si tratta, nientemeno che di realizzare un progetto, un grande piano di  riconversione demografica, economica e ambientale. Un progetto, un disegno realistico, non una bella favola utopica,  un percorso realizzabile in una prospettiva di medio lungo periodo, ma da avviare subito. Per avviarlo occorre rovesciare l’ottica che negli ultimi 30 anni ha annichilito la progettualità politica: la convinzione esplicita, o accettata passivamente, che i fenomeni economici e sociali si realizzano soltanto se mossi dall’energia del mercato. Quasi che gli uomini fossero d’improvviso incapaci di costruire alcunché senza affidarsi alla  regole della domanda e dell’offerta. Per questo, la risposta alla gigantesca questione dell’immigrazione richiede preliminarmente una bonifica mentale: la cancellazione del paradigma neoliberista.

Un grave squilibrio territoriale.

Occorre partire da una considerazione d’insieme relativa alle condizioni dell’Italia dei nostri giorni.

Il nostro paese  soffre di un grave squilibrio nella distribuzione territoriale della sua popolazione. Poco meno del 70% di essa vive insediata lungo  le fasce costiere e le colline litoranee della Penisola, mentre le aree interne e l’osso dell’Appennino, soprattutto al Sud, sono in abbandono.  Secondo indagini del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione  dell’omonimo Ministero, le aree interne rappresentano circa i 3/5 del territorio nazionale e accolgono poco meno di ¼ della popolazione.2 Com’è noto, da tempo le popolazioni contadine, hanno lasciato le loro terre e solo in poche aree sono subentrate nuove economie. Sempre meno popolazione, in queste zone, fa manutenzione del territorio, controlla i fenomeni erosivi, sicché nessun filtro e protezione – come è accaduto per secoli – si oppone alle alluvioni che di tanto in tanto precipitano con violenza nelle valli e nelle pianure. Oggi nessuno ricorda più ciò che era noto ai tecnici e anche, in parte, agli uomini politici, ancora agli inizi del secolo passato: vale a dire la speciale dinamica che in Italia collega montagna e pianura e dunque il ruolo di regolatore di tutti gli equilibri peninsulari che gioca l’Appennino.  Scriveva nel 1919 Meuccio Ruini – esperto di lavori pubblici, che sarà ministro e presidente del Senato nell’Italia repubblicana  – << contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni, relazioni storiche, ogni cosa insomma della Italia peninsulare è signoreggiata dall’Appennino e ne riceve l’ impronta.>>3

Dunque, mancano oggi  nelle aree tra la dorsale appenninica e le coste, quelle figure  sociali che per secoli hanno mantenuto il territorio nazionale in un difficile e quotidiano equilibrio. Sicché, nella fase storica in cui i fenomeni atmosferici appaiono sempre più estremi4 – tra questi, i i casi di piovosità intense e distruttive –  e mentre la cementificazione senza sosta impermeabilizza i  suoli5 le aree litoranee e le valli appaiono sempre più indifese. E occorre a questo punto rammentare l’ovvio: non è solo la gran parte della popolazione, ma la ricchezza nazionale (città e abitati, aziende, infrastrutture viarie e ferroviarie, edifici pubblici, ecc) che sono sempre più prive,  a monte, di difese e presidi. Ma non  dobbiamo soltanto fronteggiare tale minaccia. Lo spopolamento, l’invecchiamento di popolazione, la denatalità delle aree interne costituisce, in sé, una perdita incalcolabile di ricchezza. Vengono abbandonate terre fertili che erano  state sedi di agricolture, i boschi si inselvatichiscono e non vengono più sfruttati, gli allevamenti di un tempo scompaiono. Al tempo stesso borghi e paesi decadono, perdono i presidi sanitari, le scuole, i trasporti. E in tale progressivo abbandono degradano  case, palazzi edifici di pregio, monumenti, piazze: in una parola un immenso patrimonio di edificato rischia di andare in rovina insieme ai territori rurali.

Ebbene, queste aree non  hanno bisogno che di popolazione, di nuove energie, di voglia di vivere, di lavoro umano.Queste terre possono rinascere, ricreare le economie scomparse o in declino con nuove forme di agricoltura che valorizzino l’incomparabile ricchezza di biodiversità dell’agricoltura italiana.

Un’agricoltura della ricchezza bioagricola

A che cosa ci riferiamo allorché parliamo di agricoltura per  ridare vita e  nuovi presidi territoriali alle aree interne? Si tratta di uno dei tanti slogan di propaganda politica “movimentista” ? Oppure di un’utopia che non ha alcun fondamento economico, né dunque alcuna possibilità di riuscita? All’obiezione si deve innanzi tutto rispondere  con una considerazione storica. Non  si tratta, infatti, di una progettazione o addirittura di una aspirazione a vuoto di volenterosi militanti. Per secoli l’agricoltura italiana è stata una pratica economica delle “aree interne”, vale a dire dei territori collinari e montuosi, gli ambiti orografici dominanti nella Penisola. Certo, c’era anche – e talora fiorente – l’agricoltura delle pianure, concentrata nella Pianura padana e nelle valli subappenniniche. Ma gran parte di queste aree sono state conquistate con secolari e talora imponenti lavori di bonifica che arrivano fin dentro il XX secolo. L’imperversare  millenario della malaria – questa avversità ambientale caratteristica del nostro paese – ha tenuto a lungo lontano le popolazioni agricole dalle terre potenzialmente più fertili ed economicamente vantaggiose delle pianure. Dunque, dal punto di vista storico, fare agricoltura nelle aree interne non è una novità. Tanto è vero che essa continua a sopravvivere in tante zone collinari e montane in forme più o meno degradate e marginali.

La seconda obiezione, relativa all’economicità di una agricoltura in queste aree  è che occorre intendersi su che cosa si intende per economicità. Per far questo occorre liberarsi di una idea riduzionistica di agricoltura che ha dominato per tutto il secolo passato. In queste aree non si può pensare alla pratica agricola come una impresa industriale che deve strappare margini crescenti di profitto, generare accumulazione di capitale, con sovrana indifferenza per ciò che accade alla fertilità del suolo, alla distruzione della biodiversità, all’inquinamento delle acque, alla salute degli animali, dei lavoratori e più in generale dei cittadini. L’agricoltura non è qui – e non dovrebbe esserlo mai – quello che è stata per tutta la seconda metà del Novecento: un’industria come un’altra. D’altra parte, rappresenta una conquista della cultura europea degli ultimi decenni la visione e la pratica di una agricoltura come attività multifunzionale. Una brutta parola per indicare che essa non è più una semplice pratica economica, ma costituisce il centro di erogazione di una molteplicità di servizi. E al tempo stesso incarna una esperienza sociale che intrattiene un rapporto complesso e avanzato con la natura,  ispira nuovi stili e condotte di vita.  Infatti, l’agricoltura non è chiamata semplicemente a produrre merci  da piazzare sul mercato, quanto anche a proteggere il suolo dai processi di erosione, ad attivare la biodiversità sia agricola che quella naturale circostante, a conservare il paesaggio agrario, tenere vivi i saperi locali legati ai mestieri e alle manipolazione delle piante e del cibo, a custodire la salubrità dell’aria e delle acque, a organizzare un turismo ecocompatibile, a organizzare forme nuove di socialità, ecc.

Ma che tipo di agricoltura si può oggi praticare su terre lontane ( ma non lontanissime, l’Appennino dista sempre relativamente poco dal mare) dai grandi snodi viari e commerciali ? La dove non è possibile, né utile, né consigliabile organizzare produzioni di larga scala? Qui si può praticare soprattutto frutticultura e orticoltura di qualità. E sottolineo questo aspetto di novità storica della agricoltura di collina rispetto al passato. Si tratta di una agricoltura di qualità perché essa utilizza con nuova consapevolezza culturale un’attività produttiva fondata sulla valorizzazione di un dato storico eminente della nostra millenaria tradizione produttiva: l’incomparabile ricchezza della nostra biodiversità agricola. L’uso del termine millenario non svolge qui un compito di mera retorica. Serve innanzi tutto a marcare l’irriducibile diversità dell’agricoltura rispetto a tutte le altre forme di economia. Questa pratica finalizzata all’alimentazione umana, infatti, continua a esercitarsi su materie naturali che provengono da un lontanissimo passato, originano dalle selezioni genetiche massali delle popolazioni pre-italiche, si sono arricchite con la grande “globalizzazione agricola” dell’Impero romano ( documentata da Columella) e ha ricevuto gli apporti di biodiversità e di saperi dal mondo arabo nel medioevo  e dalle piante provenienti dalle Americhe dopo il 1492. Questa gigantesca accumulazione di varietà e di culture  ha trovato nella  Penisola le condizioni ambientali per insediarsi in maniera stabile e diversificata sin quasi ai giorni nostri6.

Tale straordinaria biodiversità agricola –   frutto dell’originalità della nostra storia e della varietà dei climi e degli habitat che, dalle Alpi alla Sicilia, si ritrovano nella Penisola, –  ha espresso la sua vitalità nell’agricoltura promiscua preindustriale.  Campi nei quali coesistevano alberi da frutto di diverse varietà, ulivi, viti insieme spesso ai cereali, agli orti. Oggi questa agricoltura ritrova ragioni economiche per rifiorire, innanzi tutto perché è in grado di offrire prodotti che hanno qualità intrinseche superiori, sia di carattere organolettico che nutrizionale, rispetto a quelli industriali di massa. In tanti vivai, Istituti di ricerca – e nelle coltivazioni degli amatori – si conservano ancora in Italia centinaia di varietà di meli, peri, susini, mandorli, peschi, viti a doppia attitudine, insieme a un vasto patrimonio di germoplasma,ecc.7 Si tratta di sapori scomparsi dall’esperienza sensoriale della maggioranza degli italiani e  dal mercato corrente. Quest’ultimo  offre oggi  al consumatore poche varietà, quelle industrialmente più confacenti, per aspetto, conservazione e trasportabilità, alla distribuzione di massa. Ormai guida e domina il consumo, non la qualità intrinseca del bene (freschezza, sapore, sanità), ma le sue caratteristiche esteriori di merce, la sua durabilità, la sua novità stagionale, il suo basso prezzo.

E invece l’organizzazione di una distribuzione alternativa (tramite i gas, i gruppi del commercio eco-solidale, a km 0, ecc) può cambiare la natura stessa del prodotto finale. La diversità e varietà dei sapori, la salubrità e ricchezza vitaminica e minerale del frutto, la sua freschezza e assenza di conservanti e residui chimici, ne fanno un bene che acquista anche sotto il profilo culturale un nuovo valore. E naturalmente il rapporto diretto fra produttore e consumatore tende a rendere bassi e accessibili i prezzi. Dunque, non si propone il ripristino dell’ ”agricoltura della nonna”, ma una nuova economia rispondente a una elaborazione culturale più avanzata e ricca del nostro rapporto col cibo, che incorpora anche una superiore visione della pratica agricola come parte di un ecosistema da conservare.

Questa agricoltura può far ricorso a molti elementi di economicità e di riduzione dei costi, di norma esclusi nelle pratiche industriali. Intanto la varietà delle colture – anche nelle coltivazioni  orticole, grazie alla sapienza consolidata della pratica degli avvicendamenti e delle alternanze , ma anche alle nove tecniche come l’agricoltura sinergica– costituisce un antidoto importante contro l’infestazione dei parassiti. E’ nelle monoculture, infatti, che questi possono produrre grandi danni, e debbono essere controllati – anche se con decrescente efficacia – tramite costosi  e ripetuti trattamenti chimici. La conservazione di un habitat ricco di biodiversità naturale – grazie alle siepi, all’inerbimento del campo, ecc e al bando  dei pesticidi chimici –  costituisce essa stessa un sistema di protezione contro i parassiti, perché ospita gli insetti utili, predatori degli infestanti. Un esempio di come la salubrità  e varietà biologica dei siti non è solo utile alla salute umana, ma anche  economicamente vantaggiosa. A questo proposito, un aspetto da ricordare sono le  microeconomie che si possono ottenere dalle siepi o dalla macchia selvatica. Un tempo avevano una larga circolazione stagionale, nei mercati contadini, i prodotti selvatici del bosco e della macchia mediterranea: sorbe, corbezzoli, giuggiole, cornioli, melograne, nespoli germanici, azzeruoli, ecc. Oggi sono rari e costosi prodotti di nicchia destinati al consumo di pochi intenditori. E invece potrebbero rientrare a pieno titolo nei circuiti economici della nuova agricoltura. Tanto più che alcuni di queste bacche, come la melagrana – ma la riflessione dovrebbe coinvolgere sia i cosiddetti “piccoli frutti”(lamponi, mirtilli, ribes, uva spina, ecc) che le cosiddette piante officinali – conoscono oggi un crescente utilizzo sia nella “cosmesi senza chimica”, che nella ricerca e nella produzione farmaceutica. Tali considerazioni dovrebbero anche investire un problema oggi rilevante in alcune aree- come ad es. la Toscana – dove la macchia selvatica rappresenta una forma di rinaturalizzazione spontanea e disordinata, che consuma sia il bosco di pregio, sia le aree agricole e pastorali, fornendo ai cinghiali, sempre più numerosi, la possibilità di danneggiare gravemente le colture delle aree collinari. E’ evidente che qui occorre un intervento pianificato, che punti a una selvicoltura di qualità sia per il legno che per i prodotti del bosco e del sottobosco. E’ attraverso il ripristino rinnovato di economie antiche ( fra queste spicca il castagneto), che si può avviare anche una  difesa territoriale delle aree agricole secondo meccanismi di coordinamento e cooperazione fra diverse aree ed ambiti produttivi che in queste aree sono stati in funzione per secoli.

Altre economie

Nei frutteti si può molto utilmente praticare l’allevamento dei volatili ( polli, oche, faraone,ecc).Tale pratica già nota ai primi del ‘900 in alcuni paesi europei ( ad esempio nei meleti della Normandia)8 e oggi sperimentata da alcune aziende ad agricoltura biologica, combina un insieme sorprendente di vantaggi. I volatili, infatti, ripuliscono il terreno dalle erbe infestanti e lo concimano costantemente con i loro escrementi, facendo risparmiare all’azienda il lavoro e i costi del taglio delle erbe e quello della fertilizzazione del suolo.  Ma aggiungono all’economia aziendale uno straordinario apporto produttivo: le uova, i pulcini e la carne di pregio commerciabili tutto l’anno.

Sempre sul piano del contenimento dei costi è utile rammentare che qualunque azienda agricola produce una quantità significativa di biomassa. Sia sotto forma di rifiuti organici domestici, che quale residuo dei tagli, potature, controllo delle siepi, ecc. Ebbene, questo materiale – tramite il metodo del cumulo – si può trasformare in utilissimo compost  per fertilizzare il suolo, senza ricorrere ai fertilizzanti chimici, e risparmiando su tale voce di spesa che grava invece in maniera crescente sull’agricoltura industriale. Il costo dei concimi, è noto, dipende dal prezzo del petrolio. Un grande agronomo biodinamico,  Eherfried Pfeiffer, sosteneva che un buon terriccio di cumulo può avere una capacità fertilizzante due volte superiore a quella del letame bovino: il più completo fra i fertilizzanti organici. 9 Di questo terriccio si potrebbe fare commercio, come si fa commercio del fertilizzante ottenuto dalla decomposizione di sostanza organica da parte dei lombrichi. Nel Lazio, ad es., esiste qualche azienda che vende humus, un terriccio ricavato dalla “digestione” di letame bovino ad opera dei lombrichi.

Sempre sul piano del risparmio dei costi –  senza qui considerare la buona pratica di impiantare pannelli solari sugli edifici, case, stalle, uffici, ecc, per rendere l’azienda autonoma sotto il profilo energetico –  una riflessione a parte meriterebbe l’uso dell’acqua. La presenza di questo elemento è ovviamente preziosa e spesso indispensabile nelle agricolture  delle aree interne. Ad essa si attinge normalmente con i pozzi azionati da motori elettrici. Se l’elettricità è generata da pannelli fotovoltaici  il costo è ovviamente contenuto. Ma spesso non è così. E ad ogni modo, in tante aree interne, l’acqua potrebbe essere attinta in estate senza costi  se durante l’inverno venissero utilizzati sistemi di raccolta delle acque piovane. Si tratta, ovviamente, di riprendere un sistema antico – in molte aree, come nella Sicilia agrumicola, ancora attivo – che utilizzi cisterne, vasche di raccolta, ecc. Questa cura dell’acqua comporterebbe una nuova visione del territorio e delle risorse circostanti alle singole aziende. E’ evidente che una nuova agricoltura nelle aree interne, dovrebbe far parte di un progetto collettivo di rimodellamento dell ‘habitat  locale, che comporta il controllo delle acque alte, il loro incanalamento ottimale, ma anche il loro utilizzo in punti di raccolta ( tramite acquacoltura, pesca, ecc), capace di combinare conservazione dell’assetto idrogeologico del suolo e pratica economica produttiva. L’agricoltura e le economie connesse che progettiamo, dunque,  comportano un dialogo nuovo e più organico con la ricchezza delle risorse naturali, col mondo delle piante e degli animali,  e  insieme un presidio umano culturalmente più avanzato e complesso sul nostro territorio.

Infine due questioni rilevanti: il reperimento dei suoli dove esercitare le nuove economie e i protagonisti primi del progetto, vale a dire gli imprenditori, gli uomini e le donne che accettano la sfida. Per quanto riguarda la terra, la sua disponibilità e i suoi prezzi  variano molto nelle stesse aree interne. In Toscana il valore fondiario può essere proibitivo, ma in tante aree appenniniche esso ha scarso valore. Senza dire che esiste un po’ in tutte le regioni d’Italia una superficie non trascurabile di terreni demaniali, soggetti a usi civici, o appartenenti ai comuni. Ma sia per questi ultimi che per quelli di proprietà privata   si rendono oggi necessarie forme di regolazione e di facilitazione – laddove non esistono già – di accesso alla terra a costi contenuti.

Altro rilevante problema è quello quello degli imprenditori. E’ evidente che non si può lasciare l’iniziativa imprenditiva alla spontaneità e alla capacità attrattiva di un progetto. Sarà necessaria un’azione concordata con le varie forze territoriali in campo (amministrazioni, Coldiretti, sindacati, comitati locali,associazioni, cooperative, ecc.) che devono svolgere una funzione iniziale di promozione e coordinamento, oltre che di conoscenza e informazione: disponibilità della terra, presenza di boschi e macchie,ecc. Ma è evidente che la ricostruzione di un nuovo ceto di agricoltori per le aree interne passa oggi attraverso una nuova politica dell’immigrazione. Ebbene in che modo, con che mezzi, con quali forze si può perseguire un così ambizioso progetto ?

Risulta necessario, in via preliminare,  cancellare la legge Bossi-Fini e cambiare atteggiamento di legalità di fronte a chi arriva. Occorre  dare agli immigrati  che vogliono  restare la possibilità di trovare un lavoro in agricoltura, nell’edilizia, nella selvicoltura, nei servizi connessi a tali settori, nel piccolo artigianato.Non si capisce perché i giovani del Senegal o dell’Eritrea debbano finire schiavi come raccoglitori stagionali di arance o di pomodori e non possano diventare coltivatori o allevatori in cooperative, costruttori e restauratori delle case che abiteranno, dei laboratori artigiani in cui si insedieranno altri loro compagni. Ricordiamo che Gli indiani hanno salvato di fatto l’allevamento bovino nel Nord d’Italia.  Ricordo che tra gli immigrati sono presenti attitudini e  saperi agricoli che potrebbero avere ben altra destinazione. Quanti giovani africani o dell’Est europeo potrebbero essere attratti  dalla possibilità di condurre una piccola azienda agricola, insieme a connazionali o a giovani italiani?  E’ facile immaginare che non si può chiedere al singolo immigrato di recarsi sulla terra  per tornare a zappare.  Perché è’ molto probabile che egli sia fuggito da un condizione nella quale l’agricoltura del suo villaggio coincideva con una realtà di miseria. Per questo occorre affidare la forza di attrazione di questi giovani, ma anche degli italiani, alla ricchezza e complessità del progetto. L’ampiezza della visione che lo ispira  è fondamentale per motivare tutti.Non si chiama il singolo a diventare contadino o boscaiolo ma gli si chiede di far parte di una organizzazione cooperativa  non limitata a produrre beni agricoli o boschivi, ma  impegnata in un vasto disegno di riequilibrio demografico e territoriale, di salvaguardia, ambientale e naturale, dell’intero paese.E’ una rete di attività e al tempo stesso un mondo di relazioni umane.

Certo, il motore politico-istituzionale per avviare l’operazione dovrebbe essere  un vasto movimento di sindaci. Su tale fronte, la strada è  già  stata aperta alcuni anni fa non senza risultati.  Mimmo Lucano e Ilario Ammendola,  sindaci di Riace e Caulonia, in Calabria, hanno mostrato come possano rinascere i paesi con il concorso degli immigrati, se ben organizzati e aiutati con un minimo di soccorso pubblico.I sindaci dovrebbero fare una rapida ricognizione dei terreni disponibili nel territorio comunale: patrimoniali, demaniali, privati in abbandono e fittabili, ecc. E analoga operazione dovrebbero condurre per  il patrimonio edilizio e abitativo. A queste stesse figure spetterebbe il compito di istituire dei tavoli di progettazione insieme alle forze sindacali, alla Coldiretti, alle associazioni e ai volontari presenti sul luogo. Se i dirigenti delle Cooperative si ricordassero delle loro origini solidaristiche potrebbero dare un contributo rilevantissimo a tutto il progetto. Sappiamo che a questo punto si leva subito la domanda: con quali soldi? E’ la risposta più facile da dare.Soldi ce ne vogliono pochi, soprattutto rispetto alle grandi opere o alle altre attività in cui tanti imprenditori italiani e gruppi politici sono campioni di spreco. I fondi strutturali europei 2016-2020 costituiscono un patrimonio finanziario rilevante a cui attingere. E per le Regioni del Sud costituirebbero un’ occasione per mettere a frutto tante risorse spesso inutilizzate.

E qui le forze della sinistra dovrebbero fare le prove di un modo antico e nuovo di fare politica, mettendo a disposizione del movimento  i loro saperi e sforzi organizzativi, le relazioni nazionali di cui dispongono, il contatto coi media. Esse possono smontare pezzo a pezzo l’edificio fasullo della paura su cui una destra inetta e senza idee cerca di lucrare  le poprie fortune elettorali. L’immigrazione può essere trasformata da minaccia in speranza, da disagio temporaneo in progetto per il futuro.Così cessa la propaganda e rinasce la politica in tutta la sua ricchezza progettuale. In questo disegno la sinistra  potrebbe gettare le fondamenta di un consenso ideale ampio e duraturo.

 

da “Alternative per il socialismo”

Il Mezzogiorno in gabbia: come uscirne? di Tonino Perna

Il Mezzogiorno in gabbia: come uscirne? di Tonino Perna

Avevo poco più di vent’anni quando arrivarono  50.000 operai  delle fabbriche grandi e medie del nord Italia. Venivano a Reggio Calabria per solidarizzare con chi si sentiva accerchiato dai boiachimolla, con chi lottava contro il neofascismo montante , con chi , malgrado la sinistra (Pci e Psi) avesse sbagliato tutto in questo territorio,  restava ancora di sinistra.  Il corteo iniziò la mattina alle 11 e si  concluse la sera: molti treni erano stati bloccati dalle bombe e alcuni compagni arrivarono dopo una intera giornata di viaggio quando ormai la manifestazione era finita.  Era il 22 ottobre del 1972.   Un altro secolo, un altro mondo.

La solidarietà tra nord e sud era una cosa concreta, era fatta di ideali comuni e di sacrifici condivisi, ed aveva una valenza biderezionale.  Oggi sarebbe assolutamente impossibile organizzare una manifestazione di quel tipo, con quella passione e a rischio della vita .  Ma, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, eravamo in pieno clima post-’68 che aveva di fatto unificato il nostro paese , forse come non mai nella sua storia. Era ormai superata la storica alleanza auspicata da Gramsci , tra contadini del sud ed operai del nord, in quanto nel ventennio 1951-71 si erano svuotate le campagne meridionali e chi era rimasto era spesso entrato, per sopravvivere, nella rete tentacolare dei sussidi e sovvenzioni della Comunità Europea.  Ma, il  ’68 aveva coinvolto una intera generazione, attraversando le classi sociali e seminando una visione del mondo aperta, solidale , internazionalista e pacifista, in cui non c’era più spazio per la contrapposizione tra “terroni” e “polentoni”, anche grazie al fatto che gli neo-nordisti (immigrati meridionali al nord) avevano costituito una avanguardia nelle lotte di fabbrica  di quegli anni e si erano guadagnati il rispetto di tutto il movimento operaio e della sinistra, parlamentare ed extra.

Come sappiamo, dagli anni ’80 inizia quel processo di normalizzazione politica e di frantumazione sociale che ha portato alla disintegrazione delle grandi organizzazioni politiche e sindacali che avevano giocato un ruolo di primo piano nel mantenere una visione unitaria dei problemi del nostro paese.  Ancor più, sul piano economico, il Mezzogiorno perdeva progressivamente di ruolo nel modello di sviluppo italiano.  Se negli anni ’50 aveva funzionato da <<serbatoio>> di manodopera a basso costo per le industrie del nord, se negli anni ’60 e ’70 aveva giocato un ruolo importante come mercato di sbocco per la nascente piccola e media impresa della Terza Italia (centro-nord-est), alla fine degli anni ’80 era diventato superfluo, un peso, una escrescenza di cui liberarsi.   La globalizzazione, infatti, aveva reso marginale, per il sistema industriale del centro-nord il mercato meridionale. Basti pensare che, come è stato dimostrato in uno studio dell’inizio anni ’90, un incremento di un punto percentuale nella domanda dei consumatori tedeschi era più importante, per il sistema industriale italiano, che dieci punti di aumento del Pil nel Mezzogiorno!

Senza cadere in un approccio deterministico, non è un caso che proprio in quella fase storica sia nata la Lega Nord di Bossi.  Non un fenomeno folcloristico, come qualcuno aveva pensato e scritto, bensì la traduzione politica sul territorio italiano di un fenomeno mondiale : il delinking, lo sganciamento delle aree ricche del pianeta.   La <<secessione dei ricchi>> come è stata definita  ha prodotto tragedie, come quella della ex-Yugoslavia, o si è conclusa pacificamente, come nel caso della ex- Cecoslovacchia.   In ogni caso è un fenomeno con cui fare i conti.

Finché il Mezzogiorno ha funzionato da serbatoio di voti per le maggioranze di governo, la secessione è stata scongiurata.  Quando la Sicilia ha dato l’ein plein dei voti a Forza Italia, involontariamente ha condizionato il premier a fare i conti con le esigenze dell’isola e della sua classe politica.  Oggi, anche questo ruolo del Mezzogiorno si sta esaurendo.  La crisi economica , da un parte, il federalismo fiscale, dall’altra, hanno messo in ginocchio il territorio meridionale. Nel periodo 2008-2013 l’impatto della crisi sul Mezzogiorno è stato doppio rispetto al Centro Nord, con una perdita del  Pil  di ben 8 punti percentuali ed un tasso di disoccupazione che è schizzato al 22%! Ed ancora una famiglia su due è oggi a rischio di povertà nel Mezzogiorno, contro una su quattro nel Centro-Nord, e potremmo continuare con questi numeri per dimostrare una cosa che aveva già intuito negli anni ’80 Paolo Sylos Labini: la spesa pubblica è il motore del Mezzogiorno.  Un taglio “lineare” della spesa pubblica produce nel territorio meridionale un effetto doppio che al Nord per via del moltiplicatore keynesiano che opera, ricordiamolo sia verso l’alto che verso il basso.

 

Nei prossimi anni, quando i decreti attuativi del federalismo fiscale diventeranno realtà, le regioni meridionali dovranno trovare qualcosa come 20 miliardi di euro per coprire i costi del Welfare e fare funzionare al minino la pubblica amministrazione. Anche i famosi POR , fondi europei per le regioni arretrate ,  finiranno nel prossimo quinquennio, e non ci saranno altre risorse aggiuntive. Ed i giovani del Mezzogiorno che in quest’ultimo decennio sono emigrati “definitivamente” (cioè con il cambio di residenza) nel centro-nord (oltre settecentomila ) avranno sempre più difficoltà a farlo: per la prima volta le regioni ricche avranno un serio problema di disoccupazione che tenteranno di risolvere in parte con un assorbimento nella pubblica amministrazione.

La Crisi Globale che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale : il milione di operai ed impiegati nel settore privato che sono usciti dalla produzione difficilmente ci ritorneranno.  I giovani laureati meridionali non saranno più chiamati a colmare i vuoti , non avranno più spazio nel settore pubblico, che ha funzionato da spugna occupazionale.  Risultato: il Mezzogiorno si sta trasformando in una gabbia da cui è difficile uscirne, ma da cui chi può scappa. Se prendiamo in  considerazione il flusso emigratorio “reale”, vale a dire quello di chi parte ma mantiene nel Sud la residenza per un lungo periodo, scopriamo che 2 giovani su 3 tra i 18 e i 32 anni hanno lasciato il Mezzogiorno!  Se questo trend dovesse continuare nel 2030  la popolazione meridionale over 65 raggiungerebbe la metà della popolazione presente, vale a dire che un meridionale su 2 sarebbe un anziano, pensionato, bisognoso spesso di cure e badanti, dato che i figli sono andati via.  Una situazione penosa che  sembra inevitabile se non cambierà la politica economica nazionale.

 

S’impone, pertanto, un nuovo ruolo dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza. Se pensiamo che il solo blocco del turnover ho causato la perdita di 600mila posti di lavoro in Italia, di cui quasi 400mila nel Mezzogiorno si capisce come serve una netta inversione di tendenza. Lo Stato deve riprendere una politica per l’occupazione nella sanità, scuola, alta formazione, ricerca scientifica, Università.  Serve, inoltre, una ripresa di investimenti pubblici in settori strategici quali la difesa del suolo, la messa in sicurezza di scuole e edifici pubblici, un riassetto idrogeologico. Ancora: servirebbe urgentemente un piano di rinascita per aree interne, una Seconda Riforma Agraria che riguarda tutto l’Appennino meridionale e che mettere a frutto qualcosa come il 30% delle terre incolte ed abbandonate.

Per questi obiettivi occorrerebbe una nuova solidarietà nord-sud, una visione nazionale della questione meridionale, una prospettiva diversa del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.  Un sogno ? Probabilmente sì, ma ci serve per vivere e guardare avanti.

 

 

pubblicato su “il Manifesto” nel marzo 2017

Un Sud stellare di Piero Bevilacqua

Un Sud stellare di Piero Bevilacqua

E’ difficile mostrare sorpresa di fronte ai dati generali più o meno definitivi di queste elezioni di tardo inverno 2018. Non sono sorprendenti – sia detto senza alcuna iattanza – per chi segue la vita politica dalle strade della città e non dall’aria condizionata dei palazzi. Per chi ha seguito il rovesciamento strategico del PD di Renzi, da pallido partito socialdemocratico a formazione di destra conclamata.Un partito di governo che ha gettato allo sbando del precariato due generazioni di giovani, ha sottomesso la scuola alle ragioni di Confindustria, affidandola a una sindacalista, ha “risolto” il problema degli immigrati rinchiudendoli nei lager della Libia.E non vale, per quest’ultima notazione, osservare che Salvini ha vinto per le ragioni opposte. E’ il popolo che votava a sinistra che fa mancare il suo consenso per queste scelte. Esistono fedeltà antiche, tra gli elettori, che sopravvivono agli scenari mutevoli della politica politicata. Liberi e uguali, tardiva iniziativa politica, costellata di errori, e apparsa subito come cartello elettorale ( dunque tutta interna alle logiche e ai rituali che spingono gli elettori a disertare le urne, o a votare per le formazioni populiste) è andata peggio del previsto. Ma per questo versante di problemi ci sarà tempo per ragionare.

Quel che era invece imprevedibile, è non tanto la vittoria generale dei 5 Stelle, quanto la sua affermazione totalitaria in tutto il Sud continentale e nelle Isole. Che cosa è accaduto? Perché un tale successo, che si spalma con impressionante regolarità su tutto il territorio meridionale? Le analisi circostanziate dei prossimi giorni ci faranno capire meglio i particolari di questo evento di vasta portata. Ma chi ha una qualche informazione generale sul Sud di oggi può avanzare qualche considerazione non priva di fondamento. I 5 Stelle vincono innanzi tutto perché al Sud gli effetti dello svuotamento della democrazia rappresentativa sono più gravi che altrove. Non è solo perché

da quando esiste il Porcellum, cioé a partire dal 2005, gli elettori non possono più scegliere i propri candidati. O perché, qualunque sia l’esito delle elezioni a cui partecipano da oltre 10 anni, amministrative o politiche, la condizione sociale di un massa crescente di loro non muta, anzi peggiora. Ma il fatto che il ceto politico , soprattutto quello dei governi locali e nazionali, mostra una sovrana inettitudine a cambiare alcunché della loro vita e soprattutto si presenta come una élite che vive immersa in privilegi ed affari, qualunque sia la colorazione politica di appartenenza. Infine, particolare ignoto a chi non segue da vicino i fenomeni politici di questa parte del paese, in malte aree del Sud il voto non è più libero. La disoccupazione perdurante degli ultimi anni ha creato una dipendenza grave e sempre più stretta di una platea estesa di cittadini dai favori e dalle influenza dei detentori di potere grandi e piccoli. Una società civile resa fragile dalle scarse fonti di reddito e occasioni di lavoro, è oggi sempre più assoggettata ai comandi della politica affaristica, quando non della criminalità organizzata.

Se tale quadro ha un minimo di verosimiglianza, è naturale che il movimento 5 Stelle sia apparso con tutte le caratteristiche di un movimento antisistema. E perciò ha finito con l’avere questa forza dirompente. Se ci si riflette bene, la vittoria elettorale di tale formazione appare paradossalmente come un segnale positivo. Esprime la volontà di ribellione e di libertà del nostro Mezzogiorno. Una parte del Paese che non si vuole arrendere a una visione della politica non solo svuotata di ideali (che pretesa!), ma priva di dignità, di una qualche sfumatura morale, piegata in maniera sempre più sordida a logiche di clan. I 5 Stelle non promettevano posti di lavoro, non sono legati a clientele locali, hanno mostrato di praticare una politica anticasta con i rimborsi ( ah, gli idioti che li rimproveravano perché alcuni di loro erano inadempienti!), si battono da sempre per un reddito minimo ( con una formulazione ultimamente discutibile), si presentano soprattutto – ahimé – come angeli senza passato. E questo appare il più grande merito.Perché di fronte alla montagna di fallimenti che è stata la politica nazionale degli ultimi anni, agli occhi di tanti italiani e soprattutto meridionali, la vergine inesperienza dei 5 Stelle è di gran lunga preferibile alla competenza delle vecchie volpi, sempre le stesse, impegnate a conservare presidi di potere di piccolo cabotaggio e a non cambiare alcunché.

Pubblicato sul Manifesto del 6 marzo 2018