Categoria: Dalla Stampa

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

 

 

 

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno inquietante, impensabile in altri periodi della storia repubblicana. Mentre le condizioni economiche, sociali, civili del Mezzogiorno peggioravano, con la rinascita di fenomeni da dopoguerra, come il caporalato schiavista nelle campagne, con la ripresa dell’emigrazione individuale di massa, soprattutto della gioventù colta, non un moto di recriminazone si è levato da quelle terre.Nessuna manifestazione, movimento di popolo, proteste organizzate. Una coltre di rassegnazione sembra essersi stesa sul cuore delle popolazioni meridionali. Sicché si è arrivati al paradosso che neppure di fronte alla più grande minaccia affacciatasi negli ultimi mesi all’avvenire di questa parte d’Italia, e alla stessa unità del Paese, con la cosiddetta autonomia differenziata, abbiamo assistito ad alcuna reazione popolare. Anzi, la Lega, che oggi ripropone la secessione del Nord sotto mentite spoglie, è stata premiata al Sud con migliaia e migliaia di voti. E’ un paradosso, assurdo, inaudito. La Lega, a partire da Bossi, ha imposto all’immaginario degli italiani l’idea di un Sud sprecone e criminale, sicché dagli anni ’90 ogni intervento pubblico a favore del Sud è stato guardato con sospetto, favorendo così uno squilibrio ingiusto nella redistribuzione delle risorse.Occorre rammentarlo alle popolazioni meridionali: la Lega è storicamente e attualmente, sotto la guida di Salvini, il suo più attivo nemico.

Di fronte a tale scenario, se si esclude la solitaria lotta di pochi e isolatissimi intellettuali, di alcune assemblee dei medici, delle mobilitazioni di gruppi di insegnanti, e della manifestazione unitaria dei sindacati a Reggio Calabria del 22 giugno, l’assenza di iniziativa politica appare drammatica.E anche paradossale, perché le popolazioni del Sud ignorano che cosa sia l’autonomia differenziata e votano Lega, mentre quel partito le sta condannando a una marginalità irreversibile.

Sapiamo che il PD non ha mosso un dito su tale questione, paralizzato dalle sue divisioni interne, le varie TV, pubbliche e private, non ne fanno menzione, una sistema mediatico sempre più asservito porta l’attenzione degli italiani altrove.

Ebbene, io credo che la sinistra, malgrado le poche forze a disposizione, se scatta un po’ di volontà politica, potrebbe tentare un’operazione che è insieme di dialogo e contatto con i cittadini del Sud, di mobilitazione, e al tempo stesso di tessitura tra i gruppi che compongono la sua frastagliata geografia. Non ci potrebbe essere obiettivo più unificante che rivendicare una politica di investimenti innovativi per il Sud e creare allarme, chiarimento, informazione di fronte al progetto di disintegrare l’unità del Paese, instaurando un rissoso regime di competizione regionalistica, che getterebbe l’Italia ai margini dell’Europa. E occorre ricordare qui che Veneto e Lombardia sono le regioni con il più alto tasso di cementificazione d’Italia, mentre il nuovo piano territoriale dell’Emilia Romagna prevede la ripresa di consumo di suolo.( Consumo di luogo.Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna, a cura di I.Agostini,Pendragon 2017) Volere più potere significa per queste regioni continuare la vecchia politica di grandi opere e cementificazione dei territori, una scelta insostenibile mentre incombe il riscaldamento climatico

Qual’è la proposta che avanzo ? Quella di partire, nel mese di ottobre, con un pulman, che giri per i territori, e in cui siano presenti gli esponenti di tutte le forze poitiche disponibili, le varie organizzazioni che hanno insediamenti attivi in alcune città, in primo luogo i sindacati, l’ARCI, Libera, l’ANPI, l’Osservatorio del Sud, ecc, ecc. per organizzare là dove è possibile, un incontro in piazza con i cittadini. Nei vari centri si potrebbero coinvolgere i medici, che conoscono la realtà della sanità meridionale, gli insegnanti con le loro organizzazioni, l’Unione degli Studenti, ma più in generale le scolaresche che in quel momento dell’anno sono più pronte e disponibili alla mobilitazione. L’idea di un viaggio per i territori potrebbe funzionare anche mediaticamente e avrebbe sicuramente una efficacia di gran lunga maggiore se l’inziativa risultasse presa da un soggetto unitario, ma plurale, che coinvolga soprattutto le donne, i soggetti più deboli e discriminati del Sud.

 

 

 

Il Manifesto

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

 << L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre>>, diceva Keynes con geniale gusto del paradosso e acuto senso della storia.E’ accaduto l’inatteso: Salvini si è tolto di mezzo da solo. Il nuovo governo per ora ci ha salvati da una prospettiva inquietante e non mi soffermerò a dar giudizi e fare previsioni.Ma quel che realizzerà questo esecutivo dipenderà anche dalle pressioni che la società civile riuscirà ad esercitare, con le sue espressioni culrurali più avanzate

E’ il caso, ad esempio,di fare una riflessione sulle condizioni attuali della sinistra: sulle sue dimensioni, caretteri e modalità di espressione. Perché se è verò che essa è quasi ridotta all’impotenza sul piano partitico- parlamentare, non così si può dire della sua realtà effettiva nel Paese, che non si misura numericamente con la quantità dei consensi elettorali. Nè così si può dire sul piano della creatività ed elaborazione teorica e culturale, dell’ influenza sul piano ideale   presso settori ampi di opinione pubblica, sul suo radicamento locale in tante realtà del paese, sia pure in forma di gruppi dispersi. Se si guarda poi all’aspetto culturale della sinistra – da non identificare con le posizioni di democrazia liberale, che possono costituire una sua base di partenza, ma non l’esauriscono – non si può non cogliere una ricchezza di voci, organi, manifestazioni, che contraddicono la fragilità della sua corrispondente espressione politica. Esiste infatti quella che io definei una sinistra collaterale, che costitusce il paradosso della situazione italiana e che si esprime in una molteplicità davvero singolare di voci.Senza nessuna pretesa, neppure di abbozzare una rassegna, direi che si va da una realtà storica come il Manifesto – che la legge dei 5S sull’editoria vorrebbe stoltamente punire – a riviste che vantano molti anni di vita come Micromega, Internazionale, che dal ’93 fa entrare i problemi del mondo nel dibattito italiano, lo statunitense Huffington Post, che ha una versione italiana grazie al gruppo editoriale dell’Espresso, così Jacobin , Left attiva dal 2006, in Comune,la recentissima Luoghi comuni (Castelvecchi),sino alla moltitudine di siti, sia specialistici, come Sbilanciamoci per i temi economici, Eddyburg, Carte in regola, Città bene comune, dedicati all’ambiente e all’urbanistica o più generali come Officina dei saperi e Osservatorio del Sud, o di quelli che conducono campagne di varia natura come Change.org.Naturalmente occorrerebbe mettere nel conto, oltre alla loro pubblicazione libraria, la collaborazione di molti intellettuali a organi di stampa che non so quanto amano definirsi strettamente di sinistra, come il Fatto quotidiano, o che sono semplicemente liberal-democratici come Repubblica. Ricordo che a lungo su questo giornale esprimevano posizioni anche radicali collaboratori fissi come Alberto Asor Rosa, Stefano Rodotà, Luciano Gallino, Salvatore Settis e da ultimo Tomaso Montanari. Così come almeno un accenno andrebbe fatto alle mille inziative che singoli e gruppi intraprendono nei vari angoli della Penisola, nelle scuole, nelle università, in luoghi pubblici con convegni sui temi più vari del nostro tempo.Ma l’elenco è ancora incompleto: come dimenticarsi di Libera, dell’ANPI, dei circoli dell’Arci, dei gruppi di Altreconomia, dei diversi centri sociali, delle organizzazioni culturali e ambientaliste? E non includiamo le Camere del Lavoro e le organizzazioni territoriali del sindacato, perché oggi non sono politicamente omogenee.

Perché ricordo sommariamente tali realtà? Non certo per tornare a invocare la nascita di nuova formazione politica.Tale progetto non è alle viste.Finché esso si porrà a ridosso di elezioni, per inziativa dei frantumi dei vecchi gruppi politici, e senza un precedente movimento di lotta popolare, non avrà speranza. E tuttavia non ci si può non porre la domanda:se questa sinistra collaterale che costituisce quasi l’unica fonte innovativa di produzione teorico-politica dell ‘Italia, che non trova ascolto nel Pd e non si traduce in iniziativa politica nei gruppi radicali, deve limitarsi a una esclusiva azione culturale? Non è possibile che attraverso un paziente lavoro di tessitura organizzativa dia vita, di tanto in tanto, a singole forme di mobilitazione che coinvolgano i cittadini, con una capacità di incidenza che superi quella – pur meritoria – dei comitati locali ? Potrebbe nascere così una forza politica che non assomiglia alle forme partitiche tradizionali, carsica e liquida quanto vogliamo, ma capace di imporsi all’opinione nazionale, di volta in volta,con singole campagne. Ricordo che una ragazzina di nome Greta ha sconvolto in poco tempo la geografia dei movimenti di massa.

Ancora una volta sottolineo che davanti a noi abbiamo un obiettivo di prima grandezza, che ancora molti intellettuali di sinistra non hanno afferrato nella sua potenzialità: la secessione dei ricchi, denominata dalla Lega, per truccare le carte, autonomia differenziata. Potrebbe costituire la più grande battaglia unitaria dopo la Resistenza, perché si opporrebbe alla disgregazione dell’Italia e alla dissoluzione del welfare nazionale, difenderebbe le autonomie dei comuni e la Costituzione, metterebbe il Mezzogiorno al centro della lotta contro il declino dell’Italia. Grazie a un impegno su tale terreno il fenomeno Salvini, alle prossime elelezioni, potrebbe ritornare alle sue vecchie dimensioni regionali.

 

Il Manifesto

10.9.2019

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

Si avvia il nuovo governo. E trova sulla sua strada, tra i tanti temi aperti, quello dell’autonomia regionale differenziata. Un dossier scottante per la portata estrema delle richieste. Le richieste delle regioni Lombardia e Veneto, e in larga misura anche Emilia-Romagna: non a caso battezzate “Spacca-Italia” da questo giornale; per le loro profonde implicazioni sui meccanismi di finanziamento delle amministrazioni, e quindi dei servizi ai cittadini; per le ricadute a catena che un’eventuale intesa con una o più di queste regioni può provocare anche nei rapporti con le altre e nel complessivo funzionamento del Paese.

Nel testo dell’Intesa fra Pd e 5Stelle, il tema è estesamente affrontato al punto 20. Sono posti dei chiari paletti di principio a meccanismi di finanziamento che possono provocare vantaggi ad alcuni a danno ad altri; viene auspicata, un po’ vagamente una «ricognizione ponderata delle materie e delle competenze da trasferire»; viene affermata la centralità del Parlamento in tutto il processo.

Una formulazione accettabile nelle sue cautele, ma che rischia di non affrontare il nodo di fondo della questione. La forte iniziativa politica delle tre Regioni fa partire la discussione dal punto sbagliato: la differenziazione delle competenze, per averne specifici vantaggi. Non da quello più corretto: e cioè il completamento dei meccanismi di finanziamento ordinario delle Regioni e una attenta discussione del riparto delle competenze fra Stato e autonomie, per far funzionare meglio l’Italia. Non sarà affatto semplice tenere insieme il «portare avanti il dossier delle tre Regioni» con la considerazione che è «un lavoro che riguarda tutte le Regioni», come si legge nella prima dichiarazione del neo-ministro. Soprattutto considerando le pressioni che eserciterà la giunta emiliana, anche in vista delle prossime elezioni regionali.

Il perché non è difficile da capire. In materia finanziaria Veneto e Lombardia hanno proposto un vestito disegnato sui loro possibili vantaggi, abbandonando la strada maestra dei meccanismi già previsti sin dalla legge 42 sul federalismo fiscale. Ed è da questi meccanismi che occorre invece ripartire, abbandonando le bozze predisposte dal precedente governo: regole chiare, valide per tutti. Sapendo bene che in tempi di risorse scarse non è affatto facile, politicamente e tecnicamente, transitare come auspicabile dal “costo storico” a indicatori più equi e basati sui numeri.

L’esperienza tragica del federalismo fiscale per i Comuni, che ha visto quelli più ricchi contrapporsi vittoriosamente a quelli più poveri, è lì a mostrarlo. In materia di competenze c’era stata già una netta rottura fra i due vecchi partner di governo, con i 5 Stelle contrari ad alcune delle richieste più importanti, ed estreme, di Lombardia e Veneto, come l’istruzione e i beni culturali o la cessione al patrimonio regionale delle infrastrutture.

Il punto è che molte delle altre richieste regionali sono del tutto simili (altro che regionalismo differenziato!), fra le tre e fra le altre: e quindi riguardano non l’attuazione dell’articolo 116 ma una rilettura dell’articolo 117 della Costituzione. Cioè molto più il riparto di competenze, specie amministrative, fra Stato e tutte le Regioni, che casi specifici. Discussione anch’essa molto utile e non semplice: che non sarebbe male condurre, per averne indirizzi, in Parlamento.

Ma partire dall’inizio, e cioè ridiscutere confini fra poteri e meccanismi di finanziamento, porta a nuovi importanti interrogativi. L’equità delle regole per le Regioni a statuto speciale: molto del malessere veneto viene proprio dal confinare con regioni “speciali”. E soprattutto Roma. Questione dirimente per il nostro Paese; non banalmente «una città come le altre» come argomentato improvvidamente da qualche sindaco (argomentazioni probabilmente alla base dei cambiamenti fra prima e seconda versione del programma di cui questo giornale si è estesamente occupato ieri).

Roma è la capitale del Paese; è la parte largamente preponderante della regione Lazio; e, oltre a questo, è in profonda difficoltà. Tutte questioni che richiedono riflessioni attentissime su poteri e risorse; non per un banale campanilismo ripetibile in ogni municipio, ma perché una capitale e un Paese che si rilanciano sono due facce della stessa medaglia. E poi, Milano non diventa certo più forte se Roma si indebolisce, ma solo se è un nodo importante di una rete di città competitive, che innervano tutto il Paese. Non se imita Londra isolandosi, e contrapponendosi economicamente e politicamente al resto del Paese (che poi si vendica con la Brexit), ma se si inserisce, come Monaco di Baviera e Francoforte, in un efficiente sistema-Paese.

E questo ci porta all’ultimo tema. Si è fatta una polemica estiva sulla supposta lontananza del governo dal Nord, che certamente sarà rinfocolata dai governatori leghisti sul tema delle autonomie differenziate. Polemiche che meriteranno una risposta attenta. Da un lato, sul merito delle questioni, spiegando bene ai cittadini di quelle regioni che non si parla genericamente di “autonomia” o “responsabilità” ma di specifiche materie, specifiche disposizioni. O davvero pensiamo che tutti i lombardi abbiano come priorità il fatto che l’Autostrada del Sole diventi regionale, o che gli insegnanti dei loro figli dipendano dall’assessore?

Dall’altro, sul futuro possibile del Paese. Che non può stare in una lotta di campanile di tutti contro tutti per i soldi; nell’egoismo dei ricchi: nel loro stesso interesse. Ma in un disegno condiviso, che premi l’efficienza di chi ben governa e i diritti di tutti i cittadini, a tutte le latitudini, alla salute, all’istruzione, all’assistenza, alla mobilità; e che soprattutto rilanci gli investimenti, pubblici e privati. La sfida che ha davanti questo governo è cominciare a tracciarlo, facendo un serio “tagliando” all’Italia del XXI secolo; cosa nient’affatto semplice, ma indispensabile per cominciare ad uscire dalle secche in cui da troppi anni ci siamo arenati.

 

Il Messaggero

6.9.2019

Ripartiamo dal Sud di Tonino Perna

Ripartiamo dal Sud di Tonino Perna

Se il nuovo governo targato Pd-M5S deve rappresentare una svolta reale rispetto al governo Conte, non basta cambiare i nomi, non è sufficiente, bisogna cambiare radicalmente la visione e le prospettive del nostro paese. Purtroppo, nei cinque punti elencati da Zingaretti, al di là della genericità, manca proprio un rovesciamento dell’approccio al modello di sviluppo del nostro paese : un’Italia che è diventata sempre più diseguale sul piano sociale e territoriale. Come ci ricorda anche l’ultimo Rapporto Svimez la diseguaglianza tra Nord e Sud è diventata una voragine che rischia di travolgere l’intero paese. Per questo è necessario ripartire dal Sud, non come un’appendice al programma generale come si è fatto per tanto, troppo tempo (la scuola, la sanità, i giovani, il Mezzogiorno, e bla bla bla…), ma mettendo la rinascita del Sud al centro di una strategia di politica economica, sociale, ambientale e culturale. Innanzitutto, lo dico brutalmente, per un calcolo politico che non si può eludere: togliere alla Lega il consenso che in pochissimo tempo ha conquistato nel Mezzogiorno, spiegando alle popolazioni meridionali come sarebbero stati depredati dall’autonomia finanziaria fortemente voluta da questo partito che rimane Lega Nord (anche se ha cambiato la maschera). Bisogna fare ogni sforzo affinché la Lega ritorni nei suoi confini storici che l’hanno generata alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Dovrebbero farlo in primo luogo tutti i cittadini meridionali che per decenni hanno subito, in silenzio, i pesanti insulti della Lega. Dovrebbe farlo il M5S che proprio nel territorio meridionale ha la sua base: ricordiamo che il successo del M5S è partito dalla Sicilia e che nelle elezioni politiche del 2018 nel Mezzogiorno ha superato il 40% dei consensi. Dovrebbe farlo anche il Pd se qualcuno ricordasse al segretario che fino a poco tempo fa i presidenti delle Regioni del Sud erano tutti targati Pd (ed ora rischiano di perderle tutte!).

Per questo serve una svolta nel breve e nel medio periodo. Immediatamente, attraverso un programma di assunzioni nella Pubblica Amministrazione in settori vitali dove il blocco del turn over ha causato danni ingenti: sanità, servizi sociali, Università, centri di ricerca, Comuni piccoli e medi, ecc. In secondo luogo attraverso un Piano nazionale che riguarda le “aree interne” che stanno subendo un pesante processo di spopolamento, di abbandono di terre fertili, di rischio idrogeologico crescente, di patrimonio edilizio sprecato. Ormai esistono studi e proposte circonstanziate su cui hanno lavorato da anni team di esperti (come quello presieduto da Fabrizio Barca), ma manca una strategia complessiva che, utilizzando i fondi europei e coordinando le proposte delle diverse regioni, debba includere anche la valorizzazione del lavoro dei migranti, unitamente a quello dei giovani disoccupati. L’agricoltura collinare e la pastorizia sarebbero morte senza i lavoratori immigrati, ma il valore del loro lavoro deve essere riconosciuto unitamente al loro inserimento sociale e alla dignità dell’abitare. Dobbiamo dirlo con franchezza: non basta annullare gli orrendi “decreti sicurezza”, bisogna pensare ad una vera politica dell’accoglienza, che non lasci più gli immigrati a marcire nei C.A.S. o in squallidi alberghi senza prospettive di vita e lavoro. Bisogna pensare a una programmazione dell’accoglienza che faccia i conti con la formazione dei migranti, l’avvio di veri processi di socializzazione e di inserimento lavorativo. In questa direzione ha molto senso pensare ad una politica di investimenti mirati alla rinascita dell’Appennino del Centro-Sud.

Infatti, in un vero programma di rinascita delle aree interne avrebbero possibilità di lavoro, giovani meridionali e immigrati, in tanti settori: restauro/recupero del patrimonio architettonico, sistemazione idrogeologica delle colline a rischio frane, bonifica e ripascimento dei corsi d’acqua dolce, sentieristica per il turismo escursionistico, arredo e abbellimento artistico dei borghi, ecc.   Senza ovviamente dimenticare un settore di punta come quello dell’agricoltura biologica (biodinamica e permacoltura) che vede il Mezzogiorno, a partire dalla Sicilia, al primo posto in Itaolia per quantità e qualità delle produzioni.

In questa nuova prospettiva, il Mezzogiorno può essere anche l’occasione per far fare un salto di qualità del nostro paese in campo ambientale. Pensiamo solo alle energie rinnovabili che hanno una potenzialità nel territorio meridionale solo in parte utilizzata, o alle aree protette nel Mezzogiorno (parchi nazionali, regionali, aree di riserva integrale) che rappresentano più della metà della superficie delle aree protette a livello nazionale, il cui contributo alla riduzione della CO2 andrebbe quantificato e fatto pesare sul piatto del Pil, e della sua falsa rappresentazione della ricchezza reale.

Pertanto, richiamando il titolo di un noto film del grande Troisi, potremmo dire: Ricominciamo da 3. Ovvero: Sud, Migranti, Ambiente.

Il Manifesto

23.8.2019

Perché l’emigrazione meridionale galoppa e non si fermerà di Tonino Perna di Tonino Perna

Perché l’emigrazione meridionale galoppa e non si fermerà di Tonino Perna di Tonino Perna

A differenza degli ultimi anni, il Rapporto Svimez 2019 presenta tre novità meritevoli di approfondimento. Si tratta del calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil. Ma soprattutto della galoppante emigrazione.

Non sorprendono tanto le variazioni percentuali di Pil del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord a cui, purtroppo, siamo abituati, il divario che aumenta: se il Pil nazionale è a zero, quello del Sud è già in recessione, una tendenza al ribasso che è ormai un dato di fatto dal 2008.

Le novità sono nelle le cause che determinano questo gap crescente.

Per la prima volta, in maniera diretta, la Svimez spiega la recessione meridionale con il divario di spesa pubblica: dal 2008 al 2018 si è registrata una caduta dell’8,6% nel Mezzogiorno contro un aumento dell’1,4% nel Centro Nord.

Come sappiamo il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese.

Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.

Un secondo dato che merita un commento è quello relativo ai prestiti bancari alle imprese nei primi quattro mesi di quest’anno: -8 per cento nel Centro-Nord e -12 per cento nel Sud.

Questo significa che malgrado il Quantitative easing , il fiume di liquidità immesso nelle nostre banche dalla Bce non basta da solo a rianimare l’economia perché le imprese, come ci ha insegnato Keynes, quando vedono nero il futuro non investono, anche se hanno mille incentivi o gli regali il denaro. E questo riguarda l’intero paese che oggi vive un momento di grande incertezza e mancanza di visione.

Un terzo dato, forse il più importante di questo Report, è quello che riguarda l’emigrazione meridionale definita vera emergenza nazionale.

Dal 2002 al 2017 sono emigrati oltre 2 milioni di meridionali, ed il dato è sottostimato dato che la Svimez registra solo i cambi di residenza mentre molti giovani meridionali mantengono per molti anni la residenza nel Mezzogiorno pur studiando o lavorando nel Centro-Nord.

Secondo una stima prudenziale dovrebbero essere almeno 2,5 milioni di meridionali emigrati a fronte in un flusso immigratorio decisamente più ridotto. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro_Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

Nel solo triennio 2015-17 sono emigrati dal Mezzogiorno 387.871 unità contro l’arrivo di nuovi migranti dall’estero pari a 204.348 unità.

Se continua questo trend la popolazione meridionale al 2030 non arriverà a 16 milioni di abitanti contro i 20 milioni degli inizi di questo secolo.

Infine, una nota critica. L’approccio economicistico della Svimez non cambia malgrado nel dibattito politico e scientifico ci siano da anni altre priorità, a partire dall’emergenza ambientale e la qualità della vita che non può essere ridotta agli zero virgola di variazione del Pil.

Non è il divario economico tra Nord e Sud che è diventato insostenibile, ma la quantità e qualità dei servizi socio-sanitari, scolastici, universitari. Questo è un obiettivo politico irrinunciabile e riguarda il modo con cui lo Stato interviene nel Sud.

Se si riduce l’ospedale, la scuola, l’Università ad aziende che per sopravvivere devono farsi pagare dai cittadini di un determinato territorio, anche se povero e marginale, allora veramente l’Unità d’Italia diventerà carta straccia.

Il Manifesto 2.08.2019

 

Guzzo e i cantoni dei Brettii: la Calabria tra Magna Grecia, Annibale e Roma di Battista Sangineto di Battista Sangineto

Guzzo e i cantoni dei Brettii: la Calabria tra Magna Grecia, Annibale e Roma di Battista Sangineto di Battista Sangineto

I Brettii, gli italici che hanno occupato la Calabria fra la metà del IV ed il II secolo a.C., non hanno mai goduto di una buona stampa. Già nel 1502, Ambrogio Calepino, nel suo Dictionum interpretamentafissava questa precocissima communis opinio sui Bruzi: “brutii dicti, quasi bruti et obscoeni sint…”. Un perfido equivoco, Bruzi/bruti, sul quale hanno giuocato per secoli i detrattori, tanti, dei calabresi e della Calabria. Si è così consolidato uno stereotipo che, passando dagli spagnoli (addirittura Cervantes e Lope de Vega) e dai viaggiatori stranieri di tutte le epoche, arriva fino al positivismo lombrosiano ed all’incapacità di cogliere, archeologicamente, le tracce materiali dei Brettii fino agli anni ’60 del secolo scorso quando ancora, nelle pubblicazioni scientifiche, erano solo popolazioni anelleniche. Ci sono voluti gli anni ‘80 per far attribuire esplicitamente, in un rapporto di scavo pubblicato da Pier Giovanni Guzzo e Silvana Luppino, alcune tombe ai Brettii.

Guzzo pubblica, ora, un libro importante –Storia e cultura dei Brettii edito da Rubbettino-destinato a lasciare una impronta durevole nella storia degli studi dei popoli italici, dei Brettii e, più in generale, della Magna Grecia.  Un libro nel quale sono raccolte ed interpretate le ricerche archeologiche sui Brettiidegli ultimi tre decenni e si avanzano nuove e affascinanti ipotesi riguardo all’origine, all’organizzazione statuale, militare, economica e sociale di questo popolo.

Le ipotesi più affascinanti e innovative avanzate dall’autore riguardano l’etnogenesi dei Brettii e l’estensione del loro territorio. L’autore ipotizza che la maggior parte di essi discenda dalle popolazioni indigene di tradizione protostorica delle quali abbiamo iscrizioni in alfabeto acheo ed in lingua paleo-italica, che occupavano quasi tutto il territorio dell’attuale Calabria. I Brettii, dunque, non sono schiavi o discendenti dei Lucani che avevano occupato solo la porzione settentrionale della regione, come gli antichisti avevano concordemente ritenuto finora, ma italici che avevano innervato, a partire almeno dal V a.C., il sostrato etnico autoctono degli Enotri. I Brettii avevano rivendicato la loro autonomia, alla metà del IV a.C., occupando tutta la Sila, denominazione che gli antichi estendevano a tutta la complessa articolazione montuosa della Calabria, fino all’Aspromonte. Diodoro Siculo ci dice che i Brettiiproclamano l’autonomia nel 356 a.C. che sembrerebbe, però, solo l’anno più importante e conclusivo di un più che secolare processo. I Brettii formano un insieme del quale non si riesce, ancora, a riconoscere l’istituzione di una vera e propria federazione, anche se ci è tramandata dalle fonti storiografiche. Sulla scorta delle fonti archeologiche Guzzo ipotizza che essi si siano organizzati per “cantoni” indipendenti il cui insediamento è stato favorito dalla complessa e variegata articolazione geomorfologica della Calabria che ha fornito “utili vocazioni o disposizioni o inclinazioni o inviti che dir si voglia” (Gambi 1960) nelle epoche precedenti e successive.

  Uno dei motivi che rendono questo libro appassionante è il modo sciolto e felice con il quale l’autore, sulla base dell’accuratissima lettura ed interpretazione delle fonti letterarie, dipana il complicato racconto dei due secoli della traiettoria storica dei Brettii. Ci racconta come i Brettii cerchino, da subito, di allargare il loro territorio attaccando le città di tradizione magnogreca e conquistandone il territorio. Lo fanno, prima, combattendo contro Alessandro il Molosso, poi, alleandosi ad Agatocle e, ancora dopo, combattendo quasi fino alla fine contro Pirro, ma dovendo, infine, cedere ai romani gran parte della Sila. L’autore ci guida, con piglio autorevole ma lieve, attraverso le vicende non sempre chiare che portano iBrettii -dopo la sconfitta di Pirro nel 272 a.C., tornante storico fondamentale per la Magna Grecia- ad allearsi, a volte, con Roma, ma, a volte, con i suoi nemici. Secondo Tito Livio, alla notizia della battaglia di Canne, combattutasi nel 216 a.C., tutti i Brettii, esclusi i petelini ed i cosentini, dall’alleanza forzata con Roma, passarono con Annibale. Le vicende della seconda guerra punica, svoltasi in gran parte nei territori calabresi, sono ingarbugliate perché segnate da frequenti e repentini capovolgimenti delle alleanze, soprattutto da parte dei Brettii. Questo comportamento altalenante è, infatti, uno degli elementi che fanno ipotizzare all’autore che essi non avevano una struttura politica federativa e che, di conseguenza, i rapporti fra romani e Brettii, anzi sarebbe meglio dire singoli cantoni brettii, sono stati differenziati e mutevoli. Con la definitiva sconfitta di Annibale nel 202 a.C., a Naraggara, i Brettii, che erano venuti alla luce della storia con azioni militari, cessano la loro esistenza come popolo proprio con la violenza. I romani, agli inizi del II a.C., deducono, nella regione che Augusto chiamerà Bruttii, quattro colonie, centuriano territori, costruiscono strade, ampliano i porti romanizzando pienamente la regione i cui abitanti di condizione libera, a seguito della lex Iulia de civitate del 90 a.C., diventano tutti cittadini romani.

Una complessa parabola storica consumatasi in pochi secoli, quella dei Brettii, ma che ora, grazie a Piero Guzzo, è stata riportata alla luce, pur conservando angoli problematici, ma, anche, meno adoperabile per inaccettabili rivendicazioni identitarie mitopoietiche o recriminazioni metastoriche antiromane.

 

Alias – Il Manifesto

28 luglio 2019

Mi hanno rubato il paesaggio e so chi è stato di Battista Sangineto

Mi hanno rubato il paesaggio e so chi è stato di Battista Sangineto

          Una domenica sera sono tornato dalla mia casa di famiglia, affacciata sulla costa tirrenica calabrese, con la sensazione che mi avessero portato via una cosa alla quale tenevo, ma che non ero in grado di ricordare e di descrivere con esattezza. Doveva essere una di quelle cose che non si usano quasi mai, ma che sai che esistono e che stanno, da sempre, in quello stesso posto dove le hai lasciate l’ultima volta che ne hai avuto bisogno.  La sensazione s’è tramutata, man mano che passavano le ore e i giorni, in una convinzione profonda che mi procurava un sottile, tagliente senso di angoscia che nessuna delle normali occupazioni riusciva non solo a rimuovere, ma neanche a lenire.  Oggi ho, finalmente, capito cos’era: era scomparso il paesaggio, il paesaggio dei miei ricordi infantili e adolescenziali; erano scomparse le montagne ed i promontori coperti da orrendo e inutile cemento armato; era scomparso il mare che, bambino, vedevo dal terzo o quarto tornante della vecchia strada che, negli anni ’60, si doveva percorrere, dalla città, per arrivare sulla costa. Quel mare che prometteva lunghe, assolate, libere giornate di vacanza e di gioia pura trascorse a giocare su spiagge enormi fatte prima di sabbia finissima e poi, via via che ci si avvicinava alla battigia, di sassolini sempre più grandi a testimonianza, geologica, dell’infrangersi e del ritrarsi delle onde nel corso dei millenni. L’acqua era d’un blu venato del verde scuro dei monti dell’Appennino che, incombenti, si specchiavano nel mare e dalla spiaggia si vedevano solo il paese adagiato su un basso promontorio e, lontane, le poche case costruite sulla costa.

Quell’angoscia che sentivo era, dunque, di quel particolare tipo che Ernesto De Martino chiamava “angoscia territoriale” che altro non è che il disagio, la vertigine, l’angoscia, appunto, di chi è sottratto ai propri punti di riferimento nativi o, peggio, di intimo rifiuto estetico di questi ultimi. È esattamente quel che mi accade e che credo accada a molti di quanti stanno leggendo: la scomparsa dei paesaggi e del mare ha scardinato i nessi fisici ed emotivi che ognuno di noi aveva con quei luoghi. Era questa, dunque, la sensazione che ho provato in questi ultimi giorni: mi avevano sottratto quei luoghi, quelle montagne precipiti sul mare, quella spiaggia. Sono stati cancellati, cementificati, dalla mano dell’uomo negli ultimi decenni compromettendo la stabilità degli spazi geografici e dei paesaggi che garantisce alle società un senso di perpetuità in grado di conservare la memoria individuale e quella collettiva, l’identità. Una percezione di perennità data dallo spazio geografico che, secondo Halbwacks, è la sola dimensione capace di permanere, perché i luoghi, di solito, cambiano più lentamente degli uomini che li abitano. In Calabria, nel tempo brevissimo di trenta o quaranta anni, i territori sono stati, invece, letteralmente stravolti, annientati, cementificati, inquinati e, persino, contaminati. Una ricerca, commissionata alcuni anni fa dalla Regione all’Università di Reggio Calabria, ha certificato che c’è un abuso edilizio ogni 135 metri dei circa 800 km di costa calabrese, ora, ormai, uno ogni 100 metri. Una recente indagine della magistratura ha appurato che tutti i depuratori delle città o dei paesi calabresi non funzionano o sono insufficienti alla bisogna.  Il mare non solo è, come è evidente a chiunque non sia il sindaco di un paese marittimo, indicibilmente sporco e inquinato, ma, temo, anche contaminato, forse radioattivo. Se così non fosse perché non affidare ad un Ente di ricerca indipendente, che non abbia nulla a che vedere con la Calabria, un’indagine conoscitiva a tappeto delle acque di tutte le coste calabresi? Perché ci si è fidati, o si è fatto finta di fidarsi, di frettolose esplorazioni ministeriali che soddisfacevano sia il Governo centrale, non troppo interessato alla vicenda, sia le amministrazioni locali che, invece, hanno il terrore di compromettere le stagioni turistiche? Perché non dare seguito alle ricerche e alle indagini sul mare calabrese con tutto il carico di dubbi e di perplessità coraggiosamente manifestate, da alcuni anni, da questo giornale?

Ho scritto tante volte che la responsabilità non è solo, però, delle Amministrazioni e della classe dirigente politica, ma anche dei calabresi che hanno devastato e devastano queste terre disseminandole di orribili edifici non-finiti con una totale assenza di civismo e con la consapevolezza di rimanere impuniti, perché c’è sempre un condono alle viste. Stupisce leggere che, addirittura, c’è qualcuno che non solo assolve questi comportamenti illeciti con la trita, e non più sopportabile, giustificazione dell’edilizia di necessità, ma, addirittura, attribuisce ai responsabili una consapevole e diffusa volontà di resistenza alla cultura dominante, che imporrebbe il rispetto dei luoghi e dei paesaggi, alla quale essi, indomiti abitanti di questa terra, si sono orgogliosamente opposti colando fiero cemento calabro.

Mi sia consentito di dire, tuttavia, che la responsabilità maggiore della scomparsa del paesaggio ricade sulle spalle di tutti gli Amministratori comunali, provinciali e regionali che hanno governato e che erano tenuti a far rispettare le leggi, anche per mezzo della persuasione culturale, ma che, ora, debbono intervenire con durezza prima che avvenga l’irreparabile. Finché siete ancora in tempo -ammesso che ve ne sia, di tempo-  non lasciate che scompaia tutto, non permettete più che il mare, le colline, i boschi, le montagne, i centri storici vengano inghiottiti dal nulla, non tollerate più che le nostre campagne e le nostre coste assomiglino ad una sconfinata periferia anonima e spaesante di una inesistente città. Gli Amministratori della cosa pubblica -il Presidente Oliverio per primo, dato che non ha approntato il Piano paesaggistico regionale come da D.L. del 22.01.2004, n. 42 ai sensi dell’art. 10 della legge 6.07.2002, n. 137- abbiano un sussulto di orgoglio e di amore per la natura e la cultura di questa regione, perché, finora, non l’hanno avuto.

 

Il Quotidiano del Sud

27 luglio 2019

Contro un governo che disprezza la vita umana

Contro un governo che disprezza la vita umana

 Appello. Ci opponiamo a un governo che mostra un assoluto disprezzo per la vita e la dignità umana, come mai nessun altro nell’intera storia della Repubblica Continua inarrestabile, certifica l’Istat, la diminuzione di popolazione in Italia. Tale continua perdita dovuta in piccola parte all’emigrazione, è soprattutto il frutto della diminuzione costante della natalità: meno 4% l’anno scorso, una delle più alte della nostra storia. Si tratta di un tendenza che dura da anni, dovuta soprattutto alle condizioni di precarietà in cui è stata gettata la nostra gioventù. Una tendenza che significa perdita di classi scolastiche (quest’anno ne abbiamo perso 2000 tra medie ed elementari) e quindi diminuzione di occupazione per gli insegnanti. Ma significa aumento del grave squilibrio generazionale delle composizione della popolazione italiana: sempre più vecchi in pensione, bisognosi di cure e assistenza, e sempre meno giovani che lavorano, in grado di mantenere in equilibrio il sistema previdenziale italiano. Di questo passo il sistema pensionistico crollerà.
MA MENO BAMBINI e meno giovani significa paesi che si spopolano, vaste aree del nostro Paese che rimangono senza presidi umani. Ricordiamo che lItalia è un Paese di antichissima antropizzazione, interamente rifatto dall’uomo e che i suoi equilibri territoriali si reggono sulla presenza umana. Senza popolazione il suolo frana, gli edifici decadono, le strade vanno in rovina, i boschi si inselvatichiscono. Perdiamo le aree interne della Penisola e la popolazione si ammassa nei piani e nelle valli dove le alluvioni non più “filtrate” nelle alture diverranno sempre più distruttive.
RAMMENTIAMO INOLTRE che settori fondamentali della nostra economia, lallevamento del bestiame, il lavoro di semina e di raccolta dei prodotti agricoli, vale a dire la materia prima del cibo italiano, sarebbe impossibile senza il lavoro (spesso servile) degli operai extracomunitari. E lo stesso dicasi per lassistenza domiciliare agli anziani. Noi ci opponiamo da sempre alla politica, non solo migratoria, di Salvini, che viola apertamente, ad ogni passo, la nostra Costituzione e che mostra un assoluto disprezzo per la vita e la dignità umana, come mai nessun altro uomo di governo nella storia della Repubblica. Ma in questo appello intendiamo mostrare come nel repertorio delle menzogne di questo ministro rientri anche quella di maggior successo: «prima gli italiani».
NOI MOSTRIAMO INFATTI come il respingimento dei migranti, in grandissima parte giovani provenienti da varie aree del mondo, da parte del governo italiano e in primo luogo da Salvini, costituisce un danno gravissimo all’economia e alla società italiana. Il divieto di dare prospettive di lavoro (complice anche una legge criminogena come la Bossi Fini) ai tanti giovani di cui lItalia ha drammatico bisogno, si configura come un suicidio programmato del nostro Paese e un inganno alle nostre popolazioni aizzate con la politica della paura.
DI FRONTE A TALI INQUIETANTI prospettive noi denunciamo all’opinione pubblica internazionale e alle autorità dell’Unione Europea, il governo Italiano e in particolare il ministro dell’Interno, quale responsabile dell’accelerazione del processo di declino demografico dell’Italia, dell’arretramento economico complessivo del Paese, di un danno forse irreparabile alle future generazioni che non potranno più godere di un sistema pensionistico sostenibile e di un welfare dignitoso. Danni che si rifletteranno sull’intera economia europea. MA NOI ANNUNCIAMO che ovunque ci sarà possibile, in tutti i luoghi pubblici, nei media dove troveremo ascolto, nella rete, nei social, ricorderemo agli italiani che ogni voto dato alla Lega costituirà la costruzione di un gradino in discesa verso il declino irreversibile dell’Italia. Essi devono sapere che il loro consenso sarà un assenso al suicidio dellItalia e alla cancellazione di ogni speranza per le prossime generazioni.
* Piero Bevilacqua, Tomaso Montanari, Tonino Perna, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Giuseppe Saponaro, Raffaele Tecce, Alfonso Gianni, Officina dei saperi, Osservatorio del Sud, Vito Teti, Enzo Paolini, Giuseppe Aragno, Mario Fiorentini, Laura Marchetti, Velio Abati, Paolo Berdini, Marta Petrusewicz, Graziella Tonon, Giancarlo Consonni, Alessandro Bianchi, Franco Novelli, Cristina Lavinio, Francesco Cioffi, Luigi Vavalà, Luisa Marchini, Piero Di Siena, Francesco Cioffi, Alberto Ziparo, Lucina Speciale, Daniela Poli, Massimo Veltri, Romeo Salvatore Bufalo, Franco Mario Bisaccia Arminio, Luisa Marchini, Rossano Pazzagli, Francesco Trane, Carlo Cellamare, Alfonso Gambardella, Peppino Buondonno, Gianni Speranza, Franco Blandi, Luigi Pandolfi, Francesco Santopolo, Marisa DAlfonso, Guido Viale,Vezio De Lucia, Armando Vitale,Camillo Trapuzzano. Simonetta Garavini.
Le altre adesioni devono essere inviate a: osservatoriodelsud@gmail.com
IL MANIFESTO 7.7.2019
Questa autonomia non si migliora, va fermata di Massimo Villone di Massimo Villone

Questa autonomia non si migliora, va fermata di Massimo Villone di Massimo Villone

Fino al 20 luglio, termine ultimo per un voto dopo l’estate, il regionalismo differenziato procederà col passo del gambero: uno leghista avanti, uno M5S di lato. È quel che serve a palazzo Chigi e in questa linea si colloca anche l’ultimo, affollato, vertice di maggioranza. Di sicuro non serve al paese. Nella confusione, alcuni punti rimangono irrinunciabili.

Il primo, sul metodo. Emendabilità delle intese, sì o no? Pare che Salvini abbia parzialmente aperto alla possibilità che sulle intese intervengano le commissioni di merito. Una soluzione comunque inaccettabile, se esclude una piena emendabilità, in commissione come in aula. L’articolo 116 comma 3, si impernia su una legge cui in tutto si applica il procedimento legislativo disegnato dall’art. 72 della Costituzione, che non può considerarsi bypassato dal richiamo alla previa intesa. Da tale richiamo non può discendere un procedimento legislativo che in Costituzione non esiste. Quindi, piena emendabilità anche in aula. Come corollario, il dettaglio delle intese deve essere scritto nella legge, che non può limitarsi a generici principi da attuare successivamente a trattativa privata, nei comitati paritetici tra ministero delle autonomie e singole regioni.

Il secondo punto, sulle competenze da trasferire. Bisognerà pur dire, prima o poi, che le richieste delle regioni almeno in parte vanno respinte. La richiesta avanzata da una regione non comporta alcuna accettazione automatica. Si delimiterà così il campo della trattativa possibile. Ad esempio, sulla scuola si può ben dire che non si tratta alcunché. Davvero si pensa a sistemi regionali di istruzione? Per insegnare la storia veneta o lombarda? Per giungere a un esame di stato veneto e ad uno pugliese? O a studenti capaci e meritevoli suddivisi per territorio?

Ci sono poi materie geneticamente non trasferibili se non in profili marginali. Tale, ad esempio, è il caso delle infrastrutture: porti, aeroporti, autostrade, ferrovie, produzione e distribuzione nazionale dell’energia devono rimanere strumenti di politiche nazionali, se ha ancora un senso la nozione di paese unito. Regionalizziamo l’Autostrada del sole, o l’alta velocità? Lo stesso vale per i beni culturali: è vero o no che Fontana insiste per mettere le mani della Lombardia sull’Ultima cena di Leonardo e la Pinacoteca di Brera? E come eviteremmo il Colosseo della Regione Lazio?
Innovazioni di tale portata non si fanno solo per una o due regioni. Il processo, una volta avviato, sarebbe inevitabilmente contagioso. Bisogna invece ritrovare nella lettura dell’art. 116 la dimensione regionale dell’interesse, legando il trasferimento di potestà legislative e funzioni amministrative a dimostrate specificità del territorio, e non solo a una maggiore efficienza gestionale, peraltro affermata apoditticamente, ed anzi smentita dalla prospettiva di un disordinato moltiplicarsi di apparati pubblici.

Il terzo punto è sulle risorse. Per molti versi siamo a zero. Rimane valida l’obiezione (di Tria) che il quadro dei costi non può essere determinato prima di sapere cosa si trasferisce. Lo stesso può dirsi per i fabbisogni standard, che però è acquisito non saranno stabiliti prima dell’approvazione delle intese. Quindi, si consolidano intese, potenzialmente non reversibili, senza sapere quanto costano e a chi? Partendo dalla spesa storica, che ormai una ampia documentazione prova in danno al Sud? Con privilegi fiscali e una prescrizione di invarianza di spesa per cui il guadagno di alcuni è fatalmente pagato da altri? Una operazione verità sui conti si impone prima di approvare le intese, non dopo.

La smettano Di Maio e Conte di dichiararsi a parole garanti della coesione nazionale, dell’unità del paese, del Sud. Perché non tirano le carte fuori dai cassetti blindati della ministra Stefani, consentendo una pubblica discussione? Si evince dall’appunto del Dipartimento affari giuridici e legislativi reso a Conte, e da anticipazioni di stampa, che le ultime bozze sono pessime non meno delle precedenti. Le pretese delle regioni non calano, e si conferma il separatismo nordista. E quindi Di Maio non parli di un piano per il Sud come se potesse bilanciare il regionalismo differenziato. Gli ricordiamo che i piani – come i governi – passano. Le riforme strutturali restano.

 

Il Manifesto

5.7.2019

Gli attacchi al Mibac e l’interesse Lega-Pd di Tomaso Montanari e Salvatore Settis   di Tomaso Montanari e Salvatore Settis 

Gli attacchi al Mibac e l’interesse Lega-Pd di Tomaso Montanari e Salvatore Settis   di Tomaso Montanari e Salvatore Settis 

In un articolo dal titolo particolarmente spiacevole (Beni culturali, è guerra per bande) apparso ieri su Repubblica, Sergio Rizzo ha ritenuto di dare amplissimo spazio alle feroci censure del soprintendente di Roma, Francesco Prosperetti, contro il suo superiore gerarchico diretto, il direttore generale per le Belle Arti, Archeologia e Paesaggio, Gino Famiglietti, e contro il Segretario generale Panebianco e il ministro Bonisoli. L’oggetto del contendere è la riforma del Mibac, appena approvata dal Consiglio dei ministri e che entra ora in fase di attuazione. Prosperetti attacca la norma che riporta nelle competenze del direttore generale l’apposizione dei vincoli: “Neanche il ministro fascista Bottai aveva osato tanto… la posta in gioco della nuova riforma è lo Stato di diritto, niente di più, niente di meno”. E, aggiunge Rizzo in una frase particolarmente misteriosa, “c’è perfino chi si spinge ad argomentare come questo passaggio possa generare un conflitto costituzionale, aprendo una contraddizione tra l’articolo 9, che tutela il paesaggio, e l’articolo 42 che garantisce la proprietà privata”. I cosacchi, insomma, starebbero per far abbeverare i loro cavalli nei ruscelli della Val di Susa o nei, salmastri, canali di Venezia. Ora, questa riforma non è certo esente da difetti, anche seri. Tra questi va annoverata, per esempio, la scelta di togliere l’autonomia alla Galleria dell’Accademia di Firenze non per sostenere (con i suoi introiti, legati alla presenza del David di Michelangelo) il Polo museale della Toscana, ma per accorparla agli Uffizi, in un monstrum elefantiaco di dubbio fondamento storico e di difficile governo. Invece, Prosperetti si scaglia proprio contro il principale punto di forza della riforma: riportare al centro le decisioni cruciali per la tutela di paesaggio e patrimonio. Il soprintendente di Roma e il suo intervistatore hanno un vuoto di memoria: i vincoli sono sempre stati in capo all’amministrazione centrale, fin dal 1909. Più esattamente spettavano al ministro stesso fino al 1993, e poi al direttore generale. Quando è che questa facoltà così delicata passò alle periferie? Il 20 ottobre 1998, e cioè l’ultimo giorno della permanenza di Walter Veltroni alla guida del ministero: quando fu varata una riorganizzazione che la assegnò alle testé create soprintendenze, e poi direzioni, regionali. Era il momento di maggior sudditanza culturale del centrosinistra alle istanze secessioniste della Lega, e infatti tre anni dopo passava l’orribile riforma del titolo V della Costituzione scritta dagli esponenti del futuro Pd. Basta questo per far capire quale è la posta in gioco dell’attuale partita dei Beni culturali. Non sappiamo quali saranno le conseguenze, in questo campo, della scellerata autonomia differenziata che fa leva sul il titolo V di quell’infelice riforma, e che è ora l’oggetto del principale braccio di ferro tra i due contraenti del contratto di governo. Ma quasi ogni giorno Salvini dice che vuole mettere le mani sulle soprintendenze del Nord: ed è evidente che la “raffica regionalistica” che Concetto Marchesi paventava in Costituente fin dal 1946 potrebbe presto diventare realtà. Da siciliano, Marchesi sapeva bene cosa significava: la sua regione aveva avuto un’autonomia specialissima addirittura prima della Costituzione, e infatti lì, dal 1975, le soprintendenze saranno sottoposte al potere politico regionale, con i devastanti risultati ambientali che chiunque oggi può constatare. Salvini dice anche che vorrebbe poter nominare il direttore di Brera: e la riforma Franceschini era arrivata a un passo dal permettere che i musei autonomi si costituissero in fondazioni di diritto privato con dentro gli enti locali, sul modello equivoco dell’Egizio di Torino. Come in molti altri casi, Lega e Pd si trovano dunque perfettamente d’accordo nella politica del consumo del territorio: un partito unico che ha il suo simbolo nel Tav e nel rifiuto di ogni controllo terzo, come quello delle odiate soprintendenze. Purtroppo il Movimento 5 Stelle è stato finora incapace di resistere adeguatamente all’“autonomia” secessionista di marca leghista mettendo in campo una chiara visione alternativa: ma bisogna dare atto al ministro Bonisoli di star provando a difendere il territorio (riportando i vincoli al centro) e i musei (annullando i cda dei musei autonomi) dalla balcanizzazione che rischia di far sparire il concetto stesso di ‘patrimonio della Nazione’, enunciato in un principio fondamentale della Carta. Quanto al ventilato conflitto tra articoli 9 e 42, bisogna ricordare che quest’ultimo prevede che la proprietà privata sia limitata per legge “allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: è esattamente ciò che fanno i vincoli. Certo, il partito del cemento ha nel lavoro di Famiglietti e nello spirito di questo pezzo di riforma due fieri nemici: ma a noi questa sembra un’ottima notizia.

 

il Fatto Quotidiano

29 Giugno 2019

Unire le energie contro la secessione dei ricchi del Nord di Alfiero Grandi di Alfiero Grandi

Unire le energie contro la secessione dei ricchi del Nord di Alfiero Grandi di Alfiero Grandi

Autonomia differenziata. È stato un errore che il governo Gentiloni abbia fatto pre-intese con le regioni interessate per i nuovi poteri. Gli errori ci sono, ma l’unico modo per affrontarli è scegliere la stella polare dell’interesse nazionale, correggendo quello che è necessario e invitando tutta l’opposizione a contrastare con decisione la pressione leghista Il rinvio della decisione sullautonomia differenziata offre la possibilità di continuare la campagna di informazione e di critica sul pericolo che incombe sul futuro dellItalia. Sulla forte spinta di Salvini per farla subito, complice la batosta elettorale del del M5S. E il periodo luglio-agosto è storicamente quello dei colpi di mano parlamentari. La scuola uno dei punti di maggiore resistenza a questa follia istituzionale che rischia di spezzare il nostro paese prima di settembre difficilmente potrà rilanciare unazione di contrasto. Salvini lo sa e tenta di costringere i 5S a subire, sotto il ricatto della crisi di governo. La scuola non è lunico settore in cui lautonomia differenziata a trazione leghista può creare fratture non ricomponibili tra regioni La voce dal sen fuggita di Zaia, dopo la decisione sulle olimpiadi invernali, rende evidente un disegno di allontanamento del Veneto e della Lombardia dal resto dellItalia, prendendo a modello la Baviera. La pressione di due regioni molto importanti del nostro paese per ottenere tutti i poteri possibili, fino allaffermazione che il 90% delle risorse debbono restare in Veneto, indica con chiarezza che il rischio dellItalia è una frattura in cui le regioni economicamente più forti abbandonano sostanzialmente al loro destino le altre. Altrimenti non si spiega perché la trattativa tra Veneto, Lombardia e governo è avvenuta in gran segreto, fino a quando qualcosa è trapelato ed è stato possibile iniziare a contrastare questo disegno. Perché lEmilia Romagna si sia accodata, sia pure con meno pretese, è difficile da comprendere. Questo regionalismo estremizzato, volto a conquistare nuovi ed estesi poteri, mette a rischio lunità del paese, ed è una scelta avvenuta senza alcun coinvolgimento delle altre regioni, del tutto alloscuro della trattativa tra Veneto, Lombardia e governo. Il tentativo della Lega di governo è stato fare accordi diretti con le regioni da portare in parlamento senza la possibilità di emendarli, da approvare o respingere in toto come se si trattasse di confessioni religiose. Per di più bloccando la possibilità di sottoporre queste decisioni a referendum abrogativo, come può avvenire sulle altre leggi. La Lega di Salvini vuole presentarsi come un partito nazionale, per prendere voti ovunque, ma in realtà questa propaganda nasconde la sostanza della separazione di queste regioni, in realtà la Lega di Salvini non è altro che la proiezione politica della Lega Nord. La debolezza di Di Maio e dei 5 Stelle dopo la sconfitta alle europee offre alla Lega loccasione per laffondo sui nuovi poteri per Lombardia e Veneto, a conferma che la Lega è il dominus della coalizione. Anche il Pd deve cambiare orientamento. La riforma costituzionale del 2001 sul titolo V si è rivelata un errore. La correzione tentata da Renzi era inaccettabile e tuttavia a suo modo confermava lesistenza del problema. Tuttavia neppure dal titolo V del 2001 discende lautonomia differenziata nella versione estremista della Lega che rappresenta la forzatura del nuovo dettato costituzionale, al di là dei suoi difetti. È stato un errore che il governo Gentiloni abbia fatto pre-intese con le regioni interessate per i nuovi poteri, tanto più che era in ordinaria amministrazione. Gli errori ci sono, ma lunico modo per affrontarli è scegliere la stella polare dellinteresse nazionale, correggendo quello che è necessario e invitando tutta lopposizione a contrastare con decisione la pressione leghista. Diritti fondamentali come istruzione, salute, lavoro, ambiente, beni culturali e demaniali diventerebbero differenti a seconda della regione di residenza. Siamo di fronte ad un passaggio decisivo da cui può dipendere anche il futuro delle classi sociali, della loro rappresentanza. Da questa forzatura della Costituzione può derivare una seria minaccia per una visione unitaria e nazionale. Anche i contratti di lavoro potrebbero cambiare radicalmente, fino a far tornare dalla finestra le gabbie salariali. Scendere in campo è necessario, con chiarezza e impegno, anche per le imprese che dopo avere alzato la bandiera della semplificazione si troveranno a fare i conti con normative diverse da regione a regione. Un passaggio così decisivo per il futuro del nostro paese va bloccato unendo tutte le energie necessarie all’obiettivo comune. Il Manifesto 27.6.2019

Primo no di massa alla divisione del Paese di Piero Bevilacqua

Primo no di massa alla divisione del Paese di Piero Bevilacqua

La manifestazione sindacale unitaria di Reggio Calabria – un’iniziativa politica di primissimo ordine, dopo mesi ed anni di assordanti ciarle – si segnala per almeno tre ragioni. La prima è che il Sud trova finalmente voce e capacità mobilitativa di massa. E in un luogo di drammatica simbolicità, come già hanno ricordato Tonino Perna e Marco Revelli su questo giornale. La seconda è che un tema centrale dell’iniziativa, che ha visto unite le tre grandi confederazioni è stato l’opposizione all’autonomia differenziata. Un problema cruciale per il mantenimento non solo di un welfare unitario per tutta la popolazione italiana, ma per la conservazione degli assetti istituzionali su cui si regge l’unità d’Italia. Una questione ingannevolmente prospettata come misura di allargamento della democrazia territoriale e invece grimaldello secessionista per assegnare più risorse alle regioni più ricche, staccandole dal resto del Mezzogiorno e delle altre regioni. Una questione sottovalutata e ignorata dai media, dalle grandi firme del giornalismo, da gran parte degli intellettuali, segno di un’incapacità drammatica delle nostre classi dirigenti di prevedere quel che può accadere tra un mese. Ora finalmente il tema, il pericolo, la sciagurata minaccia che incombe sul paese, agitata finora da un pugno isolato di studiosi, diventa un argomento politico di massa, assunto in proprio dalla più grande istituzione popolare d’Italia. La cosiddetta autonomia differenziata, vale a dire la disarticolazione di fatto dell’Italia, ridotta ad un puzzle di statarelli regionali, renderebbe l’Italia non solo territorialmente più disuguale ed ingiusta ma ingovernabile, drammaticamente indebolita in Europa, priva di coerenza e forza contrattuale con l’Unione. La terza ragione è che in questa fase storica, come ha osservato Revelli, il sindacato viene a svolgere una rilevante azione di supplenza politica. Una fase in cui i 5 stelle al governo, che dal Sud hanno ricevuto un vastissimo consenso di massa, stanno tradendo il loro impegno condannandosi al suicidio finale. Il discorso a Reggio di Maurizio Landini ha indicato in sintesi la piattaforma strategica di governo dell’economia italiana dell’unico statista oggi attivo sulla scena politica nazionale. Non c’è protagonista comparabile per visione realismo e capacità mobilitativa. La sinistra dispersa non dovrebbe solo trovare coraggio da tale iniziativa, ma la lezione dell’unità che si raggiunge con un’opera lenta e tenace, di cuciture e anche di compromessi, di sforzo di organizzazione degli emarginati, senza correre dietro le sirene elettorali che promettono, talora illusoriamente, qualche poltrona parlamentare e lasciano alla fine una scia di delusioni, rampogne e abbandoni.

 

 

 

Il Manifesto

23.06.2019

A Reggio Calabria contro la secessione del Nord di Tonino Perna di Tonino Perna

A Reggio Calabria contro la secessione del Nord di Tonino Perna di Tonino Perna

Quando, a febbraio, insieme a Bevilacqua, De Lucia, Montanari, Revelli e tanti altri mandammo a questo giornale una lettera aperta a Landini non ci aspettavamo si facesse promotore di una grande iniziativa sindacale.

Nella lettera aperta a Maurizio Landini, da poco eletto segretario della Cgil, chiedevamo un suo impegno contro «la secessione del Nord».

Dopo pochi mesi quell’appello è diventato un fatto concreto, una grande iniziativa dei sindacati confederali per opporsi all’autonomia finanziaria differenziata. Una scelta coraggiosa se si tiene conto che la base sindacale del Nord esprime un rilevante voto per la Lega, sostenitrice a spada tratta dell’autonomia finanziaria, con il trasferimento da Sud a Nord di qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno, cancellando di fatto il welfare nel Mezzogiorno, riducendo drasticamente i salari dei dipendenti pubblici, e creando un abisso tra le due parti del nostro paese.

Quindi il 22 giugno i sindacati Confederali hanno indetto una manifestazione nazionale a Reggio Calabria non per un generico richiamo al Mezzogiorno, per la solita litania dello sviluppo mancato e della disoccupazione che avanza, ma con un obiettivo chiaro e ambizioso: «Ripartiamo dal Sud per unire il paese». Vale a dire: contrastiamo con ogni mezzo questa sciagurata proposta di legge sull’autonomia finanziaria che darebbe un colpo mortale alle popolazioni meridionali e sancirebbe di fatto la fine dell’unità nazionale.

Intendiamoci, formalmente l’Unità d’Italia non verrebbe (almeno per ora) messa in discussione ma con questi poteri forti dati alle Regioni si andrebbe dritti verso la creazione di qualcosa che assomiglia a dei mini-Stati. Paradossalmente, anziché batterci per la creazione, necessaria e urgente, degli Stati uniti d’Europa andiamo a costituire gli Stati uniti d’Italia, ovvero un modello istituzionale simile a quello degli Usa che però hanno ben altra storia, territorio, popolazione.

Con il risultato facilmente prevedibile di abolire i contratti nazionali delle diverse categorie di lavoratori, scatenare una concorrenza sul salario e diritti tra i lavoratori delle diverse regioni/statarelli, fare esplodere una ancora più grande ondata migratoria dal Sud al Nord Italia, con uno scontro durissimo tra chi ha diritto ad accedere ai posti della pubblica amministrazione in base agli anni di residenza nelle singole regioni.

La scelta di Reggio Calabria ha anche una valenza simbolica, ci ricorda un’altra grande manifestazione che si svolse in questa città in un momento altrettanto drammatico del nostro paese: la marcia dei 50mila metalmeccanici il 22 ottobre del 1972. Decine di migliaia di lavoratori rischiarono la vita pur di arrivare a Reggio Calabria in nome dell’unità dei lavoratori e la lotta al neofascismo.

Decine di bombe sui binari ritardarono di molte ore l’arrivo di questi operai metalmeccanici, e se non ci fossero stati i servizi d’ordine lungo la linea ferrata avremmo contato i morti a centinaia, come ci ricorda la famosa e coinvolgente canzone di Giovanna Marini «I treni per Reggio Calabria». Grazie a quella imponente manifestazione le forze democratiche rialzarono la testa nella città dei “boia chi molla” che era stata consegnata ai fascisti da giochi di potere all’interno del centro-sinistra.

È passato quasi mezzo secolo e i problemi socio-economici del Mezzogiorno si sono ulteriormente aggravati, soprattutto perché è morta la speranza che ci possa essere un riscatto del Sud, quel sogno per cui si è battuta la generazione degli anni 70 del secolo scorso.

Eppure, in questa fase storica ritorna di grande attualità lo slogan «Nord e Sud uniti nella lotta», perché l’uscita dell’Italia dalla sua profonda crisi economica, sociale e culturale, dalla possibile implosione può essere superata solo con il rifiuto degli egoismi territoriali e di classe sociale e il rilancio della solidarietà e l’unità, dentro e fuori i confini nazionali.

Il Manifesto

21.6.2019

Anas, contro ambiente e lavoro in nome della sicurezza di Tonino Perna

Anas, contro ambiente e lavoro in nome della sicurezza di Tonino Perna

C’era una volta, in primavera inoltrata, una parte dell’autostrada del sole vestita dei colori degli oleandri. A decine di migliaia vivevano negli spartitraffico, tra i guardrail. Amici in viaggio nel Sud d’Italia mi hanno sempre raccontato di essere quella bellezza della nostra autostrada.

Da quasi un anno, registriamo un abbattimento crescente di queste piante in diversi tratti della Salerno-Reggio Calabria, il mitico tratto finale quasi completato dopo trent’anni di lavori di ammodernamento. I dirigenti Anas a cui è affidata la manutenzione di questa parte dell’autostrada del sole, rispondono che si tratta di lavori necessari per la sicurezza.

Non essendo un tecnico non riesco a capire perché lastre di cemento armato siano più sicure dei guardrail che vengono eliminati insieme agli oleandri. Qualcuno sostiene che la sicurezza è legata al fatto che di notte le luci delle auto filtrano tra gli oleandri, mentre con le lastre di cemento ciò non avverrà più.

Vorrei che i responsabili Anas ce lo spiegassero meglio, e magari rendessero noto il costo di tutta l’operazione che sta durando da diversi mesi. Resta un fatto: in nome della sicurezza, categoria onnivora e a senso unico, si abbattono decine di migliaia di oleandri e si eliminano migliaia di ore di lavoro destinate alla manutenzione.

Inoltre, va considerato il fatto che gli oleandri sono tra gli arbusti quelli che, insieme alla lavanda, assorbono maggiormente l’anidride carbonica. Quindi, l’Anas con un solo colpo, in nome di una presunta sicurezza, riesce ad attaccare l’ambiente e il lavoro, riducendo l’occupazione e aumentando la CO2. Per non parlare del valore immateriale, della bellezza, oltretutto si tratta di fiori e piante resistenti a tutti i climi, alla siccità come al vento. Bisognerebbe fermare questo scempio.

Questo non è un fatto eccezionale, ma un caso emblematico di come questo governo, come tanti altri per la verità, mentre firma trattati internazionali per la tutela ambientale e prende impegni solenni per ridurre la CO2, di fatto nelle azioni quotidiane va in direzione opposta. Ai rappresentanti del M5S che, almeno a parole, si è sempre battuto per la tutela ambientale come scelta prioritaria rispetto all’approccio economicistico, vorrei chiedere se non è arrivato il momento di occuparsi seriamente di questa attività dannosa e insensata. Salvo prova contraria, siamo di fronte ad un esempio da manuale in cui per minimizzare i costi, si colpisce insieme l’ecosistema e i lavoratori.

Manifesto

13.06.19

Il grande rogo della cultura di Salvatore Settis

Il grande rogo della cultura di Salvatore Settis

Si sta diffondendo l’idea che nell’epoca di Google Books e Amazon le biblioteche e i musei siano superflui: un alibi per ridurre spese di manutenzione: come dimostra Notre Dame, basta
un incidente a causare danni giganteschi

In tutto il mondo, la conservazione e alimentazione della memoria culturale è sempre meno importante nelle priorità politiche e negli investimenti pubblici. Musei, monumenti, archivi e biblioteche vengono contrapposti al vibrare sempre mutevole delle nuove tecnologie; e si diffonde la convinzione che la progettazione del futuro debba farsi a prezzo di una progressiva marginalizzazione del passato, inteso come un peso passivo e non come una forza attiva, una riserva di energia culturale e morale a cui attingere.

Ne è sintomo recente un articolo uscito pochi mesi fa su Forbes, secondo cui le biblioteche pubbliche sono inutili nell’era di Amazon e Google Books. L’autore, l’economista Panos Mourdoukoutas di Long Island University, invita a chiudere le biblioteche per risparmiare i soldi dei contribuenti. Un’ondata di proteste ha costretto Forbes a cancellare dal proprio sito questo articolo a 72 ore dalla pubblicazione, ma il sintomo resta. E questa tesi non è poi così diversa da quella di chi sostiene (anche in Italia) che a tenere in piedi musei e monumenti debbano essere i privati, e che biblioteche e archivi vadano definanziati perché non producono reddito.

La crisi del patrimonio culturale, o meglio della sua funzione, non nasce ieri. Nel 1968, anno di rivolte contro ogni passatismo, un esponente della pop art, Ed Ruscha, la espresse dipingendo il Los Angeles County Museum deserto e in preda alle fiamme. Un disastro metaforico e simbolico, che fu però quasi la profezia di un fatto reale, il terribile incendio della Los Angeles Public Library (29 aprile 1986) che distrusse mezzo milione di volumi.

Un libro recente (Susan Orlean, The Library Book, 2019) offre le coordinate di quest’evento: primo, non si è mai capito chi ne fosse responsabile; secondo, la scarsa prevenzione era stata denunciata da tempo (dal Los Angeles Times); terzo, il calo di finanziamenti pubblici era legato a conflitti di competenza fra le istituzioni. Le stesse identiche coordinate ricorrono, mutatis mutandis, in altre e più vicine catastrofi, che traducono l’incendio-metafora in desolanti fatti di cronaca. Per esempio, il fuoco che distrusse il Museo Nazionale di Rio de Janeiro (3 settembre 2018), partito da un singolo condizionatore d’aria, si diffuse rapidamente perché gli impianti di sicurezza erano disattivati o inesistenti per mancanza di fondi (il museo spendeva in prevenzione poco più di 1.000 euro l’anno). La carenza di finanziamenti nasceva dallo spostamento della Capitale da Rio a Brasilia e dalla conseguente devoluzione di competenze dallo Stato federale alle amministrazioni locali e all’università, con incerta suddivisione delle responsabilità, calo del bilancio e allentamento di ogni sorveglianza e prevenzione.

L’incendio di Notre Dame a Parigi è a prima vista un caso diversissimo, dato che la Francia investe nel patrimonio culturale molto più non solo del Brasile ma dell’Italia. Eppure qualcosa in comune c’è: la difficoltà di accertare responsabilità precise, l’insufficiente prevenzione, i conflitti di competenza. L’abile risposta mediatica di Macron, che ha chiamato a raccolta i capitali privati per ricostruire Notre Dame in quattro e quattr’otto, “più bella di prima”, evidenzia il mito della velocità che sovrasta la necessaria lentezza di un restauro serio; ma anche la tendenziale abdicazione al ruolo delle istituzioni pubbliche nella custodia del patrimonio culturale. Era un privilegio, è diventato un peso.

Il potere distruttivo del fuoco si presta all’uso metaforico degli eventi di Rio e di Parigi come condensazione simbolica di uno strisciante ripudio della memoria storica. In Italia tale processo è favorito dalla doppia perdita di potere del governo nazionale: verso “l’alto” (l’Unione europea) e verso “il basso” (le autonomie regionali). La devoluzione di essenziali funzioni culturali (dalla scuola alla tutela del paesaggio) alle Regioni è tema attualissimo come cavallo di battaglia della Lega: ma non va dimenticato che, se è oggi possibile rivendicare l’autonomia regionale in questi ambiti, è in conseguenza della riforma costituzionale promossa nel 2001 dal centrosinistra. Forme di autonomia furono chieste dalla Toscana già nel 2003, dalla Lombardia e dal Veneto nel 2007, cioè da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Il precedente è, oggi come ieri, l’autonomia della Sicilia nell’ambito dei beni culturali e del paesaggio, concessa nel 1975, con irresponsabile incoerenza, pochi mesi dopo l’istituzione del ministero dei Beni culturali. E le devoluzioni che sono dietro l’angolo non hanno nulla a che vedere con i diritti dei cittadini e la funzionalità delle istituzioni, ma puntano solo alla spartizione del potere.

Si sfarina e si disperde per tal via il patrimonio civile della Costituzione (art. 9), secondo cui “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Della Nazione: inteso dunque come inscindibile unità, e non terra di conquista per “governatori” di qualsivoglia partito e relative clientele. La memoria culturale, viva sostanza della storia e dell’identità del Paese, anima della cultura e dell’idea stessa di cittadinanza, rischia così di diventare – contro l’evidente segno unitario dell’art. 9 – materia frammentata di micro-conflittualità localistiche. Eppure l’articolo 9 della Costituzione fu proposto in Costituente da Concetto Marchesi e Aldo Moro precisamente come un argine alla temuta “raffica regionalistica” (così negli atti della Costituente, 30 aprile 1947). Le prospettate devoluzioni non sono che il cavallo di Troia di una brutale lottizzazione che, all’insegna della deregulation, minaccia la stessa unità nazionale. Una sorta di secessione strisciante di marca leghista. Possiamo solo sperare che questo progetto anti-costituzionale trovi nelle istituzioni, dal Quirinale al Parlamento alla Consulta, i necessari controveleni.

 

Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2019

Una conferenza nazionale per il ritiro dell’autonomia differenziata di Filippo Veltri di Filippo Veltri

Una conferenza nazionale per il ritiro dell’autonomia differenziata di Filippo Veltri di Filippo Veltri

 Finalmente qualcosa si muove nel mondo extra partiti sul fronte della secessione dei ricchi: l’Osservatorio del Sud si e’ infatti rivolto a tutte le associazioni di difesa dei diritti democratici, della scuola pubblica, della sanità, dei servizi pubblici per costruire insieme una Conferenza Nazionale per il ritiro dell’Autonomia differenziata in qualunque settore.

Il 26 maggio, appena conosciuti gli esiti delle elezioni europee, Salvini, senza perdere un solo momento, ha annunciato che il governo procederà ora velocemente con i suoi programmi, a partire dalla realizzazione dell’Autonomia differenziata. E’ necessario essere chiari, si legge nell’appello: dietro il nome “autonoma differenziata” si nasconde né più né meno la divisione del Paese. Le bozze di intese Stato-Regioni circolate e pubblicate nei mesi scorsi prevedono infatti che tutta una serie di materie che vanno dall’istruzione alla sanità, dall’ambiente alle infrastrutture, dal lavoro ai contratti, dalla ricerca scientifica ai beni culturali, dai servizi fino a giungere addirittura ai rapporti internazionali e con l’UE passino alle Regioni.

Il pericolo è dunque imminente, anche perché nelle settimane scorse l’autonomia differenziata è già stata inserita nel DPEF.  ‘’Noi che nei mesi scorsi ci siamo mobilitati a partire dalla scuola, considerando che essa costituisca un elemento essenziale per la difesa dell’unità della Repubblica, rilanciamo oggi l’appello – dicono all’Osservatorio – ai lavoratori di tutte le categorie, ai cittadini, alle associazioni, ai comitati, ai coordinamenti territoriali le cui battaglie verrebbero definitivamente vanificate dal provvedimento: non c’è un minuto da perdere, è necessario unirsi per smascherare l’operazione, trovarci, confrontarci, prendere iniziative concrete per mobilitare la popolazione e fermare il pericolo. L’autonomia differenziata liquida definitivamente – attraverso le 23 materie che saranno devolute alle regioni, materie nevralgiche per la nostra vita quotidiana – tutto ciò che è “pubblico”, cioè finalizzato all’interesse generale, destinato a diminuire le differenze tra ricchi e poveri: istruzione, sanità, ambiente, infrastrutture. Principi e diritti sociali previsti nella I^ parte della Costituzione di fatto vengono annullati. Ogni Regione farebbe da sé, con i propri fondi, trattenendo la maggior parte del proprio gettito fiscale. Ma se questo porterà subito a far sprofondare le Regioni del sud (alienate dalla perequazione e colpite dalla clausola che l’operazione dovrà essere portata avanti “senza oneri aggiuntivi” per lo Stato: a costo 0 si abbatteranno uguaglianza, solidarietà, democrazia e l’unità stessa della Repubblica), nondimeno colpirà i cittadini del nord’’.

Negli incontri e nelle assemblee di questi mesi un dato è infatti emerso in modo chiaro: tutti sarebbero colpiti attraverso la rimessa in causa dei contratti nazionali, dei servizi, dell’accesso agli stessi diritti. L’esempio di ciò che è avvenuto con la scuola in Trentino è emblematico: privatizzazioni, aumento dei carichi di lavoro, diminuzione dei posti, standardizzazione delle procedure, ingerenza nella didattica, a fronte di compensi aggiuntivi irrisori per i lavoratori. Per questo dalla scuola, attaccata potenzialmente dal provvedimento in ogni sua articolazione e prerogativa (dall’uguaglianza delle opportunità educative alla libertà d’insegnamento, dall’orario di lavoro al contratto nazionale) arriva questo appello: solo la mobilitazione unita potrà fermare i progetti del governo e delle Regioni che hanno presentato la richiesta di autonomia.

‘’Siamo certi – conclude l’appello – che la coscienza dell’importanza dell’unità della Repubblica sia viva in tutta la popolazione, in tutte le città e i comuni, fino ai più piccoli paesi o villaggi. Per questo oggi lanciamo a tutti una proposta precisa: mettiamoci in contatto per organizzare insieme, i tempi necessariamente rapidi, una Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione nella scuola e in tutti gli altri settori, per il ritiro delle Intese già presentate dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, per il ritiro dell’autonomia differenziata dal DPEF’’.

Sulla stessa linea si muove la CGIL nazionale: l’autonomia differenziata rischia di dividere l’Italia e di mettere in ginocchio il Mezzogiorno, che invece deve essere considerato una risorsa per il paese”. Cosi’ i segretari generali della Cgil delle regioni del Sud, che si sono incontrati in un’iniziativa organizzata a Lamezia Terme (Catanzaro) alla quale ha partecipato anche il segretario confederale della Cgil nazionale, Rossana Dettori .“Chiediamo che il governo non divida il Nord dal Sud perché – ha affermato la Dettori – solo l’unità del Paese ci può fare davvero uscire dalla crisi. Chiediamo maggiori investimenti sul Sud, chiediamo infrastrutture sociali ed economiche, materiali e immateriali, chiediamo il pieno diritto alla salute, all’istruzione e alla casa e all’occupazione stabile, chiediamo al ministro Salvini di tornare indietro sulla sospensione per due anni della norma degli appalti perché si rischia di alimentare infiltrazioni criminali e lavoro nero. Il 22 giugno a Reggio Calabria la nostra mobilitazione unitaria è tesa a dire con molta energia e a far capire al governo nazionale che il Sud è il motore del Paese: considerarlo una palla al piede è un gravissimo errore”.

 

Quotidiano del Sud