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Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

Un Paese in ostaggio della «questione settentrionale». -di Francesco Pallante

La vicenda dei verbali del Comitato tecnico scientifico, prima secretati dal governo e poi (parzialmente) resi pubblici per timore di una clamorosa sconfessione da parte della giustizia amministrativa, lascia davvero interdetti. Nel metodo e nel merito. Nel metodo. Riconoscere che il Covid-19 abbia costituito e costituisca un pericolo reale non significa ammettere che il governo abbia avuto e abbia carta bianca nel decidere le misure di contrasto.

Tanto più, perché la misura-chiave tra quelle adottabili per evitare la (ripresa della) diffusione della pandemia – la decisione di drastiche misure di distanziamento interpersonale – ha comportato e comporta la limitazione di numerosi e delicatissimi diritti costituzionali. Nei momenti di emergenza la controllabilità delle decisioni e dei comportamenti delle pubbliche autorità è più che mai un imperativo costituzionale, perché è proprio nelle situazioni di pericolo che si vede la saldezza di un regime democratico. Che il governo abbia cercato di tener nascosti i presupposti tecnico-scientifici delle proprie decisioni è, in quest’ottica, un fatto gravissimo e difficilmente comprensibile.

Naturalmente, nessuno pretende che la politica si adegui pedissequamente alle valutazioni degli esperti. Di fronte a ogni questione tecnico-scientifica permane un margine, più o meno ampio, di apprezzamento discrezionale che il governo, nell’esercizio delle proprie prerogative, ha tutto il diritto di utilizzare. Ciò comporta, però, l’assunzione di una responsabilità e, in un ordinamento democratico, il dovere di motivare politicamente le ragioni delle decisioni adottate.

Nel merito. Quel che, in particolare, emerge dai verbali desecretati è che il governo ha deciso – ripeto: nell’esercizio delle proprie prerogative – di disattendere due indicazioni rilevantissime del Comitato tecnico-scientifico.

La prima è quella relativa all’opportunità di istituire come «zona rossa» i comuni di Alzano Lombardo e Nembro: quelli da cui il virus è partito per devastare Bergamo e provincia (il fatto che, dato il quadro normativo, avrebbe anche potuto provvedervi autonomamente la Regione Lombardia non fa venir meno l’eventuale responsabilità politica governativa: una responsabilità più un’altra responsabilità fa due, non zero, responsabilità).

La seconda è quella relativa all’opportunità di decidere provvedimenti di lockdown localmente circoscritti alla Lombardia, al Veneto e ad alcuni territori limitrofi, anziché all’Italia intera. Entrambe le scelte del governo – non chiudere i comuni della bergamasca e bloccare l’Italia intera – sono risultate gravide di conseguenze. Zone importanti della Lombardia avrebbero potuto essere preservate? Il Centro e il Sud Italia avrebbero potuto patire conseguenze socio-economiche incomparabilmente minori? Può essere che il governo abbia avuto buone ragioni per decidere diversamente.

Forse la situazione lombarda è apparsa, nel suo complesso, oramai eccessivamente compromessa. Forse si è temuto che se il virus avesse iniziato a scendere lungo la penisola il Sistema sanitario nazionale sarebbe globalmente – e non solo localmente, come pure è successo – collassato. Forse. Di certo, solo il Presidente del Consiglio e il ministro della Salute potrebbero dirci qualcosa in più. E, a questo punto, dovrebbero sentire il dovere di farlo. Anche perché un dubbio inizia a serpeggiare. Che in misura più o meno incisiva, a seconda che la Lega sia al governo o all’opposizione, il Paese intero sia caduto in ostaggio della – impropriamente detta – questione settentrionale.

E, in particolare, delle regioni del Nord-Est. Dal segretario del Pd a cui nemmeno l’istinto di sopravvivenza impedisce di fiondarsi a Milano per l’aperitivo nel pieno precipitare della situazione sanitaria; alla riapertura generalizzata anziché selettiva, per non «lasciare indietro» il Nord; al ministro per gli Affari regionali che, anziché interrogarsi – apertamente, laicamente – sugli eventuali squilibri del regionalismo italiano rilancia la differenziazione ex articolo 116 della Costituzione, come nulla fosse accaduto;

alla gazzarra in atto sul trasporto pubblico locale (un mondo alla rovescia in cui le regioni meno colpite impongono severe misure di distanziamento e quelle più colpite ammassano senza limiti passeggeri seduti e in piedi); all’incapacità di utilizzare i poteri sostitutivi, attribuiti al governo dall’articolo 120 della Costituzione, contro misure regionali adottate in aperta sfida verso lo Stato centrale: il dubbio è che la sorte di tutti noi sia stata e sia legata agli egoismi politici e agli interessi economici di una parte soltanto del Paese.

da “il Manifesto” dell’8 agosto 2020

Foto di Stefano Ferrario da Pixabay

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

«Salvini allontana la Lega dal Nord», titolava la Repubblica di Lunedì 3 Agosto. Il titolo è stato ripreso prontamente da Giorgio Gori che in un tweet, con l’hashtag #ricominciodalNord, ha esortato il Pd a farsi rappresentanza della parte più moderna ed europea del Paese mettendo il lavoro, la produttività e la crescita in cima all’agenda politica. Non interessa qui entrare nel merito della tattica elettorale implicita nel messaggio, peraltro alla sua ennesima riedizione, quanto interrogarsi circa la sua consistenza fattuale: la rappresentanza politica dei ceti produttivi e dei territori più moderni ed europei del Paese.

O, MEGLIO, la reductio della «questione settentrionale» a una narrazione che cela in un cono d’ombra proprio quegli aspetti della realtà più divergenti rispetto alla condizione di molti paesi europei. Lavoro, produttività e crescita non sono problemi specifici delle regioni settentrionali ma riguardano il Paese nel suo insieme. Utilizzarle come parole d’ordine significa solo inseguire la retorica leghista della prima ora sul suo stesso terreno: la locomotiva dell’operoso Nord e la zavorra dell’assistito Sud.
Ciò non significa negare che le regioni settentrionali non abbiano bisogno di una rappresentanza politica da parte delle forze di sinistra e di centro-sinistra; piuttosto, è urgente sottolineare quali debbano essere i temi e le parole d’ordine di questa rappresentanza.

COME NON RICORDARE, anzitutto, che la pandemia ha portato in prima serata i problemi della fertile Pianura padana che, complice un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con conseguenze gravi per la salute dei suoi residenti? Inoltre, varie inchieste giornalistiche e studi accademici – tra questi ultimi Mafie del Nord a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli, 2014) – documentano i «mali del Nord» nella sovrapposizione attiva tra mercati legali e mercati illegali.

Questi lavori fotografano un territorio intessuto di relazioni mafiose, sia con le imprese che con le politica locale; in alcune aree del Nord la criminalità organizzata è diventata un importante vettore dello sviluppo locale. L’inchiesta giudiziaria in corso verificherà se queste ombre si allungano anche sulla caserma Levante di Piacenza. A proposito di Nord.

Dal punto di vista politico e della classe dirigente, poi, in questi anni cruciali le regioni settentrionali non hanno dato alcuna prova di coordinamento strategico, pur in presenza di flussi e interdipendenze funzionali importanti. Le dinamiche del ciclo politico e del consenso a breve hanno dominato e annullato ogni capacità di pensiero «orientato al futuro». Di fronte a una progettualità politica macro-regionale carente, Il Nord si riduce a una entità geografico-amministrativa priva di capacità di azione collettiva.

UNA VISIONE STRATEGICA sulla rappresentanza del Nord dovrebbe dare prova di sé nell’evitare slogan semplificatori. Dal punto di vista territoriale, il Nord non esiste più da tempo, se mai è esistito. Come ci sono tanti Sud, allo stesso modo ci sono vari Nord: città medie in crisi, campagne produttive in spopolamento, periferie metropolitane sotto stress, aree interne, rurali e montane. L’Italia è il paese della diversità territoriale e il Nord non fa eccezione (si veda Il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo e C. Donzelli, Donzelli, 2020).

Un’Italia in contrazione caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute, ci ricordano A. Lanzani e F. Curci (in A. De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia, Donzelli, 2020, seconda edizione). Le differenze economiche, sociali e territoriali che ormai separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Nord dal Sud.

I problemi idro-geologici della Liguria sono paragonabili a quelli di altre Regioni del Mezzogiorno; lo spopolamento delle aree montane del Piemonte ha le stesse conseguenze nell’Appennino calabro; la perdita di valore degli immobili che caratterizza molte città del Nord Italia – dove una casa per una famiglia costa come l’ascensore di un alloggio in centro a Milano – non è dissimile dalle dinamiche dei valori immobiliari delle città del Sud Italia.

IL NORD NON É LA «LOCOMOTIVA» del Paese, come sottolineato nell’appello «Ricostruire l’Italia. Con il Sud» promosso da 29 esperti di Mezzogiorno. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è tatticamente errato, infondato dal punto di vista fattuale e strategicamente miope. I problemi specifici delle regioni settentrionali esistono eccome, ma non sono quelli della retorica che contrappone i «ceti produttivi» del Nord, vicini all’Europa, agli «individui assistiti» del Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 7 agosto 2020

Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Non repubbliche marinare ma repubblichette.- di Massimo Villone. Referendum. Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori

Toti ci informa che: se il paese è ripartito, «è soprattutto merito delle Regioni che si sono prese le responsabilità di scrivere le linee guida»; non c’è nessuna emergenza, e il parere del Comitato tecnico scientifico (Cts) si spiega perché deve «anche ribadire la sua esistenza in vita»; «il governo non ha cercato alcun dialogo alla faccia delle competenze e dell’autonomia.

È già sgradevole per la nostra Costituzione scritta ma anche per quella materiale che si è formata nella gestione del virus»; in materie di potestà concorrente la concertazione è necessaria, e nella specie si sarebbe dovuto avere il parere del Cts, una conferenza Stato-regioni, e infine una decisione collegiale.

Bisogna dire a Toti che il ruolo delle regioni, probabilmente abnorme, nella gestione dell’emergenza è venuto dalle scelte di Conte e del governo, che hanno scelto la via dei Dpcm, dei comitati tecnici, delle cabine di regia e delle conferenze. Avrebbero probabilmente fatto meglio a costruire un percorso meno affollato e più centrato sul parlamento.

Ci sono stati elementi di debolezza di Palazzo Chigi, che non sono certo la nuova costituzione materiale che dice Toti, ma solo una errata politica istituzionale, con momenti di appeasement verso i governatori. Che però non hanno, né possono avere, il ruolo di rappresentanza generale che per Toti dovrebbero assumere. Sono poco rappresentativi persino per il territorio che governano, visto il modello istituzionale e i sistemi elettorali regionali. E comunque una concertazione fra esecutivi non esaurisce la domanda di capacità rappresentativa e di governo che solo istituzioni genuinamente nazionali possono assicurare.

Le conferenze sono luoghi – tra l’altro poco o nulla trasparenti – sensibili alle assonanze / divergenze delle maggioranze tra centro e periferia, in cui storicamente hanno prevalso gli interessi dei territori più forti. Vanno ripensate. Ma qui cogliamo un pericolo che emerge dal confronto sul taglio dei parlamentari e sulla legge elettorale.

Il taglio di per sé indebolisce il parlamento, come abbiamo argomentato su queste pagine. Voci anche insospettabili parlano ora di un pericolo per la democrazia. Parallelamente, è certo che il danno, da grave che è comunque, diventa devastante se non: a) si adotta una legge elettorale proporzionale con recupero nazionale dei resti, e b) si cancella la base regionale per l’elezione del senato. Una strategia di riduzione (parziale) del danno.

Italia viva ha invertito la rotta rispetto all’accordo sul proporzionale stipulato con la nascita del governo perché evidentemente Renzi ha smesso di sperare in una crescita dei consensi.

Per una piccola forza politica è ovviamente meglio un maggioritario in cui portare i voti decisivi per la vittoria di una coalizione, piuttosto che un proporzionale commisurato ai consensi effettivi. In soldoni, col maggioritario si vale il 3%, e si contratta per il doppio dei posti. Al momento, la strategia di riduzione del danno si mostra impervia.

Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori. La conferenza Stato-regioni diventerebbe di fatto una terza camera para-legislativa, chiamata a dare il disco verde alle politiche nazionali che fossero nell’agenda di governo.

Vanno in questo senso i rumors secondo cui nell’ambito dei festeggiamenti del cinquantenario del regionalismo sarebbe presentato un documento che chiede un nuovo «patto» tra Stato e Regioni. Patto tra chi, e per cosa? No, grazie. È passato il tempo delle Repubbliche marinare, e speriamo non venga mai quello delle repubblichette.

La costituzione materiale nata col virus che piace a Toti richiede un vaccino urgente. Vogliamo un paese unito e forte, in cui non accada che passando un confine regionale qualcuno si debba alzare e scendere dal treno, perché ogni territorio decide per sé. Capiamo che, come dice Toti del Cts, i governatori devono giustificare la propria esistenza in vita. Ma non esagerino.

da “il Manifesto” del 5 agosto 2020
Foto di Mapswire da Pixabay

Post-lockdown. Più inoccupazione, meno conflitto sociale.- di Tonino Perna C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento

Post-lockdown. Più inoccupazione, meno conflitto sociale.- di Tonino Perna C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento

Dieci anni fa la crisi dei mutui subprime negli Usa provocò una catena di fallimenti nelle istituzioni finanziarie, un crollo delle Borse in tutto il mondo, e quindi anche la decapitalizzazione delle imprese quotate, con un forte impatto sull’economia reale che ne pagò lo scotto senza averne alcuna colpa. Solo in Italia nel periodo 2008-2011 sono fallite più di 1/5 delle imprese manifatturiere.Strozzate dalla mancanza di liquidità e dal crollo della domanda interna. Si salvarono le imprese che avevano una maggiore capacità di penetrazione nei mercati esterni.

La crisi che stiamo vivendo ha avuto un’origine opposta. Per il lockdown hanno chiuso molte attività, nella produzione di beni e servizi, provocando un crollo del Pil di dimensioni inedite. In seconda battuta, anche la finanza ne ha subito le conseguenze con la caduta dei titoli delle imprese che chiudevano per la pandemia. Ma appena si sono riaperte le attività, i titoli di Borsa hanno ripreso a crescere (specie quelli legati alla vendita on line, e ad alcuni settori farmaceutici e tecnologici ) mentre l’economia reale, nel suo complesso, stenta a farlo e ancor più patisce l’occupazione.

Soprattutto si è modificata la relazione capitale/lavoro: i lavoratori non vengono licenziati, grazie ai decreti governativi che hanno bloccato i licenziamenti per tutto l’anno in corso, ma semplicemente non vengono riassunti. Per questo finora non è scoppiato il conflitto sociale che tuttavia è solo rimandato a quando si sbloccheranno i licenziamenti.

Nelle cicliche crisi del capitalismo si è registrata spesso una situazione di sovraproduzione, di conflitto tra imprenditori propensi ridurre il numero di addetti per adeguarsi alla caduta della domanda, e lavoratori che non rinunciavano al posto di lavoro e occupavano le fabbriche. In Italia, il più famoso è stato il caso della Fiat nel 1980 che tutti ricordano come la sconfitta destinata a pesare simbolicamente su tutto il mondo del lavoro.

L’occupazione di aziende o terreni è sempre stata l’espressione di lotta e la forma di resistenza più alta espressa dal movimento operaio e contadino. Oggi, per via del lockdown, i lavoratori- soprattutto quelli con contratto a termine, stagionali e precari, sono rimasti fuori dai luoghi di produzione di beni e servizi.

Non hanno un luogo, uno spazio proprio, una storia da difendere. Sono divisi, sparpagliati, non hanno possibilità di farsi valere, di richiedere i propri diritti. Hanno aspettato che riprendesse la cosiddetta “normalità”, che le aziende riassumessero come prima della pandemia. Ed invece oltre 700.000 sono i nuovi inoccupati che vanno ad aggiungersi ai 3 milioni preesistenti.

Da una indagine, per ora parziale, emerge il fatto che le aziende che hanno subito un calo del fatturato e che prevedono di non riprendersi a livello pre-pandemia hanno riassunto solo una parte di addetti in misura meno che proporzionale al calo del fatturato. Per intenderci: una azienda con 100 addetti in previsione di un calo del fatturato, sull’anno in corso, del 30 per cento, anziché assumerne 70, ne prende 50 che dovranno lavorare molto di più e, non di rado, con un salario orario inferiore. E dovranno anche sorridere e essere grati al datore di lavoro.

Questa è la situazione nel mondo dei servizi (ristoranti, alberghi, villaggi turistici, centri commerciali) ed è chiaro che il mondo del lavoro dipendente, oltre a essere sempre più precario, è sempre più subalterno. Come organizzare chi è rimasto fuori, ovvero quel milione di persone che secondo diversi analisti, ha perso il posto di lavoro e può sperare solo nel reddito di cittadinanza e qualche lavoretto in nero? Il governo Conte dovrebbe avere il coraggio di usare una parte dei finanziamenti europei per assumere in settori vitali della pubblica amministrazione una parte di questi inoccupati.

Assumere medici, infermieri, assistenti sociali, insegnanti di ogni ordine e grado, ricercatori nelle Università e nel Cnr, ed anche operai, idraulici, forestali, ecc. Senza scandalo: la Calabria aveva 36.000 operai forestali nel 1983, quando il Corsera gli dedicò un articolo che fece scalpore, oggi sono 5mila e per lo più anziani, mentre colline e montagne franano, vengono incendiate e abbandonate.

Se la Pubblica Amministrazione ha perso circa 500 mila posti di lavoro negli ultimi dieci anni è il momento di svoltare e superare il mito dello sviluppo che arriverà solo con gli investimenti. C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento. E questo solo il settore pubblico lo può fare immediatamente, con risvolti positivi per tutti, anche per gli investimenti privati.

da “il Manifesto” del 4 agosto 2020
Foto di Servando Reyes da Pixabay

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Davvero allarga il cuore sentire dirigenti politici e giornalisti, usare con generosità l’espressione riconversione ecologica, per alludere al nuovo corso dello sviluppo economico italiano ed europeo. Si capisce che non sanno di cosa parlano, ma il fatto che ormai ne parlino anche loro è un segno della popolarità che, almeno l’espressione verbale, ha finalmente guadagnato presso i produttori di senso comune.

Ricordo che il sintagma riconversione ecologica è stato coniato in Italia da Alexander Langer e che Guido Viale vi dedica da anni studi e ricerche, purtroppo con scarsi esiti, sia culturali che strutturali. Ma che oggi anche l’Ue tenti di progettare i suoi ingenti investimenti entro la filosofia di un Green Deal, di un modello verde di sviluppo, è sicuramente una grande novità e un’opportunità da cogliere.

Esattamente al tal fine occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell’uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco.

Quell’espressione rinvia a una rivoluzione del paradigma produttivo che ha dominato per quasi un secolo, quello, per intenderci, nato negli Usa negli anni ’30 e fondato sulla cosiddetta planned obsolescence, l’obsolescenza programmata dei beni: le merci devono durare poco per alimentare il processo produttivo, senza nessuna considerazione del fatto che le merci consumano natura e che la natura non è infinita. Dunque è necessaria una vera rivoluzione industriale, possibile solo con un profondo rivolgimento culturale.

Mi confermo in tale necessità, soprattutto in Italia, dopo aver appreso gli ultimi dati del rapporto Ispra sull’espansione del cemento nel 2019. Ne ha dato ampio conto Luca Martinelli sul manifesto (23/7), ricordando che l’anno scorso, seguendo un ritmo senza tregua, sono stati cementificati 57 milioni di m2, due metri quadrati al secondo. Perché tanto cemento, edifici, strade, ponti, in aumento di anno in anno, mentre diminuisce la popolazione?

Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale, ma una risorsa facile per i propri affari. Bisogna che il ceto politico e l’intero governo comprendano questo nodo drammatico dello sviluppo italiano. I capitali investiti in cemento sfuggono di fatto al mercato, alla competizione, all’innovazione tecnologica e di prodotto e si rifugiano nel settore più tradizionale e primitivo dell’economia.

Tutte le facilitazioni offerte a questo tipo di attività predatoria l’Italia la paga innanzi tutto con un arretramento progettuale e strategico della sua industria. Il nostro Mezzogiorno ha pagato duramente, in termini di arretratezza del suo apparato produttivo, il fatto che i suoi imprenditori hanno avuto agio di fare affari col territorio anziché misurarsi con nuovi settori merceologici, affrontare mercati e sfide tecnologiche. Naturalmente il suolo, soprattutto in Italia, costituisce il cuore di ciò che chiamiamo natura, ambiente, risorse.

Mostrare preoccupazione per il riscaldamento climatico e continuare a coprire il suolo verde non è più accettabile, perché il cemento innalza la temperatura, così come non è accettabile recriminare per l’allagamento delle città, perché è la copertura totalitaria del verde che trasforma in letti di fiume le strade cittadine appena piove.

Costruire in Italia significa non soltanto sottrarre terra all’agricoltura, ma contribuire al riscaldamento globale, operare per rendere catastrofici gli eventi meteorici. Mentre milioni di edifici vanno in rovina per abbandono, costruire ancora è opera criminale, indirizzata contro l’interesse generale.

Purtroppo non sono solo gli imprenditori che consumano suolo. Anche i comuni fanno la loro parte. Voglio qui segnalare un caso prima che sia troppo tardi e che riguarda la Calabria. A Catanzaro, nella località Giovino, sorge una pineta in riva al mare, connessa a un sistema di dune popolate da una flora selvatica con specie insolite e anche rare. Si tratta di un gioiello naturalistico di quasi 12 ettari presidiato amorevolmente da gruppi ambientalisti locali.

Naturalmente il comune non si azzarda a mettere le mani su un tale patrimonio, ma poiché questo innalza i valori fondiari dell’area adiacente, un piano di lottizzazione per costruzioni varie è sicuramente un buon affare. In questo modo si salvaguarda l’ambiente e si da una mano allo sviluppo. Ricordo che dal 2001 la Calabria ha perso quasi 100 mila abitanti, Catanzaro è passata da 95.512 a 88.313 nel 2020. Mentre il centro storico si spopola e nessuno ristruttura vecchi edifici, anche di pregio, si va in cerca di territori vergini più appetibili. Considero questo caso esemplare di quel che può accadere in Italia, dove circola tanta fame di affari e c’è la possibilità di gabellarli per ecologicamente compatibili.

da il Manifesto, 31.07.2020
https://ilmanifesto.it/tutti-ecologisti-della-domenica-se-non-cambia-il-modello-industriale/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR3ftUd1NfNK-ngiCosQpdj6PsI5RRko_sOQPslsYgyGJpXwitFyNPsBwuc#Echobox=1596193761

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Lo si sente spesso dire. Anche ieri dal premier: avviamo la ripresa non per tornare a come eravamo ma per costruire progressivamente un Paese migliore. Giustissimo. Ma questa affermazione va poi sistematicamente calata nella realtà e precisata. Un ambito nel quale ha un valore molto forte è quello della sanità.

Proviamo ad abbandonare un clima nel quale si pensa che la questione sia delimitata dai confini regionali, e ci si continua a vantare di vere e presunte superiorità – un altro esempio lo abbiamo avuto ieri – di un sistema territoriale rispetto agli altri; come se questo garantisse dei confini in casi come quello che stiamo vivendo; come se pretese virtù non fossero state messe a durissima prova proprio dal corso degli eventi di questi mesi.

Torniamo a ragionare di Servizio Sanitario Nazionale, per tutti gli italiani; e di come quello di domani può e deve essere diverso da quello di ieri. Lo si può fare su base documentale seria, chiara. Proprio l’altro giorno l’Istat, nel suo Rapporto Annuale 2020, ci ha fornito molti elementi, utili per la loro precisione e per l’autorevolezza della fonte. Un istituto di statistica che, è bene ricordarlo, non si limita a fornirci numeri ma ormai li accompagna da molti anni con analisi molto ben approfondite e articolate.

Quali sono i punti principali di questo confronto fra ieri e domani? Possono emergere con chiarezza proprio ripercorrendo il Rapporto. E dunque, un sistema sanitario troppo poco finanziato; e troppo incentrato sull’assistenza ospedaliera e con un presidio del territorio troppo debole. Nell’insieme spendiamo per la sanità il 6,5% del Pil contro il 9,3% della Germania e il 9,3% della Francia; ma sull’assistenza territoriale spendiamo meno della Germania (1,2% contro 2,9%) e degli altri migliori paesi europei.

Un sistema sanitario in cui la spesa per investimenti è caduta dai 2,4 miliardi del 2013 a 1,4 nel 2018; con una conseguenza grave per la tutela della nostra salute: l’obsolescenza delle apparecchiature, «un parco tecnologico non sempre al passo con l’innovazione».

Ancora, un sistema nel quale le risorse umane, soprattutto infermieristiche, si sono troppo ridotte: abbiamo 350 mila infermieri, circa la metà rispetto a Germania e Francia. E risorse umane, anche fra i medici, che stanno pericolosamente invecchiando e che vanno rimpiazzate con attenzione.

Una sanità, e questo è ben noto, con troppe e crescenti disparità territoriali. Già la spesa pro-capite varia dai 2.085 euro dell’Emilia-Romagna ai 1.705 della Calabria, seguendo la struttura della popolazione per età, ma trascurando gli effetti della povertà e dei minori livelli di istruzione sulla salute. Con 296 posti letto per abitante, sempre in Calabria, contro i quasi 400 del Trentino-Alto Adige. E così le dotazioni e la capacità di fornire proprio quella cruciale assistenza territoriale: i casi trattati di assistenza domiciliare integrata vanno dagli oltre 3 mila (per 100 mila abitanti) in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana a meno della metà in grandi regioni quali Lombardia, Lazio, Campania.

Tendenza all’approfondimento dei divari, che potrebbe proiettarsi nel futuro: nelle regioni del Centro-Sud sottoposte ai piani di rientro, ci dice l’Istat, «gli interventi messi in campo per l’abbattimento del deficit potrebbero ridurre, nel medio-lungo periodo, la capacità di assistere la popolazione in maniera adeguata».

Infine, sistemi molto diversi anche per il rapporto pubblico-privato; i posti letto in strutture private sono oltre un terzo del totale in Lombardia, il 10% in Veneto; e con una spesa privata delle famiglie, che lega troppo strettamente la salute alla situazione economica, che è ormai arrivata al 23% del totale. E che è rilevantissima, e discriminante, in particolare in alcuni casi, come nella farmaceutica o nella spesa destinata ad apparecchiature terapeutiche.

Questo era il Servizio Sanitario Nazionale prima dell’emergenza Covid-19, per usare il titolo del capitolo del Rapporto Istat dal quale si sono presi tutti i dati citati. E’ a vantaggio di tutti gli italiani la possibilità che quello che avremo fra tre o cinque anni possa esserne progressivamente diverso in molti cruciali aspetti: dai divari sociali a quelli territoriali, dall’organizzazione assistenziale alla disponibilità di nuovo personale giovane.

Certo, bisognerà fare i conti con quel che ci potremo permettere: ma non è solo questione di spendere di più ma anche diversamente e meglio. E soprattutto di pensare che stiamo parlando di un grande investimento sul nostro benessere, sulla nostra salute; e, come abbiamo imparato dalla terribile pandemia, anche sulla nostra economia, nell’evitare i danni più atroci di eventi negativi sulle persone e sulle loro attività economiche.

Meno autocelebrazioni, meno liste di viziosi e virtuosi e più riflessioni su come costruire il Servizio Sanitario Nazionale del dopo. Così il futuro può cominciare ad essere diverso dal passato.

da “il Messaggero”, 8 luglio 2020

Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

Tre mosse per aiutare gli studenti più in difficoltà.- di Domenico Cersosimo

Tre mosse per aiutare gli studenti più in difficoltà.- di Domenico Cersosimo

La drammatica recessione economica indotta dall’emergenza sanitaria rischia di provocare un’ulteriore contrazione del sistema universitario nazionale. Le evidenze empiriche di lungo periodo mostrano un nesso causale robusto tra crisi economiche e tassi di accesso all’università, soprattutto per le classi sociali medio-basse e basse.

E’ già successo nella precedente grande recessione del 2008: nel quinquennio successivo, un decremento del passaggio dal diploma all’università di oltre otto punti nel Mezzogiorno, pari ad una riduzione assoluta di oltre 21mila immatricolati (+4.000 nel Centro-nord). Meno immatricolati e in prospettiva meno laureati prefigurano una Italia con minori opportunità per i singoli e minore benessere collettivo.

Per evitare che i diplomati delle famiglie economicamente e scolasticamente più fragili non continuino gli studi, occorre una didattica in presenza, il potenziamento dell’apprendimento e l’azzeramento delle tasse di iscrizione per gli immatricolati: sono tre “mosse” che potrebbero contrastare il declino della formazione terziaria.

Prima mossa: Tutte le aule dotate dei requisiti di sicurezza sanitaria dovrebbero essere destinate in primo luogo alla didattica in presenza per i nuovi iscritti. Lezioni universitarie in remoto per gli immatricolati significherebbe di fatto allungare di un anno la scuola secondaria, continuare ad aggrapparsi, per i fortunati, ai vantaggi di vivere in case e famiglie ricche di mezzi o, continuare a subire, per gli sfortunati, gli svantaggi di case e famiglie poco dotate. Le aule universitarie sono luoghi insostituibili di apprendimento critico, ma anche spazio della prossimità con la diversità, della cittadinanza matura. Il primo anno è predittivo della carriera universitaria, non può dunque che cominciare in presenza, per tutti i corsi, per tutti i giorni di lezione.

Seconda mossa: Nell’insieme i neodiplomati 2019-20 hanno subito danni gravi in termini di apprendimento scolastico, oltre che sotto il profilo della loro crescita sociale, emotiva e civile. Non pochi hanno subito penalizzazioni più forti perché residenti in aree non coperte dalla banda larga, perché appartenenti a famiglie povere senza wi-fi, perché più bisognosi di contatti ravvicinati con altri studenti per apprendere in modo adeguato.

Tutto ciò è più grave nel Mezzogiorno, dove le scuole sono meno attrezzate di spazi e tecnologie, i professori meno giovani, le “comunità educanti” meno diffuse. L’università non può attribuire le colpe al ciclo precedente di studi e disimpegnarsi da qualsiasi azione attiva mirante a colmare i deficit formativi accumulati in questi mesi di lezioni a distanza.

D’altro canto, le lacune in ingresso tendono a riprodursi nel corso degli studi universitari se non ad ampliarsi, e ad alimentare negli anni l’abbandono degli studi. Le università possono fare moltissimo per porre rimedio a questa perdita: corsi di potenziamento delle conoscenze di base (matematica, logica e comprensione del testo) prima e durante l’anno accademico; cicli di lezioni preregistrate propedeutiche all’ingresso in aula; tutoraggio e sostegno individuale; occasioni di formazione interdisciplinare nelle ore o nei giorni “vuoti” di attività didattica convenzionale; attività di sostegno allo studio tra pari, con studenti iscritti ad anni successivi al primo che affiancano le matricole.

Terza mossa: Zero tasse per gli immatricolati in atenei del Sud è in primo luogo una mossa simbolica: la manifestazione che lo stato attribuisce un’importanza assoluta alla formazione terziaria, ma anche la presa d’atto che il nostro paese ha un numero troppo basso di studenti che si iscrivono all’università e un altrettanto modesto numero di laureati. Con pochi laureati il paese non cresce, ristagna nell’equilibrio di bassa produttività, è condannato inesorabilmente a livelli di sviluppo sotto il potenziale.

Peraltro, zero tasse per gli immatricolati meridionali comporterebbe un impegno relativamente modesto in termini di spesa pubblica aggiuntiva, che, al netto della no tax area, ammonterebbe a poche decina di milioni, che potrebbero essere agevolmente attinti dai singoli Piani operativi regionali cofinanziati dall’Ue, e dunque senza perdita di gettito per le università. Tre mosse, attivanti, per incoraggiare,. Per garantire un ritorno ad una “nuova” normalità delle università meridionali, per accrescere le immatricolazioni nel Sud (e dunque in Italia), per lenire e possibilmente colmare le ferite formative dei neo-diplomati in questo terribile anno scolastico Covid-19.

da “il Manifesto”, 7 luglio 2020

Foto di Wokandapix da Pixabay

Per un censimento dei beni pubblici del Sud.- di Piero Bevilacqua

Per un censimento dei beni pubblici del Sud.- di Piero Bevilacqua

Questi brevi suggerimenti nascono dalla necessità di fornire, in tempi il più possibile brevi, delle oppurtunità di lavoro ai tanti giovani, in gran parte laureati, spesso di ritorno nel Sud a causa della pandemia, perché trovino per lo meno ragioni di permanenza temporanea, suscettibile di sviluppi futuri.

Io credo che la grandissima maggioranza dei comuni meridionali ignorino i patrimoni pubblici che pure amministrano (terreni, edifici e vari beni immobili, monumenti artistici, acque interne, risorse naturali, dotazioni ambientali e di biodiversità) per i quali i giovani lauerati in scienze agrarie, in economia, in architettura, in giurisprudenza, in ingegneria, materie umanistiche, ecc potrebbero in breve tempo essere chiamati a compiere una ampia operazione di ricognizione e di censimento di comprensibile utilità.

Pensiamo al lavoro per rendere noti i terreni potenzialmente disponibili ad uso agricolo. Naturalmente non tutti i comuni sono nelle stesse condizioni, ma assai spesso si tratta di fare emergere, soprattutto nelle campagne interne, tanto i fondi e i beni comunali,che quelli demaniali, gli usi civici, ma anche le terre private abbandonate.

Ricordo che tale lavoro risulterebbe utile non solo ai fini propriamente agricoli, ma anche per individuare i siti, poco vocati all’agricoltura, o ad altro l’uso produttivo, in cui installare veri e propri centri di generazione di energia solare.Il territorio improduttivo ma che gode di prolungato irraggiamento può essere utile anche a questo.

Una operazione simile andrebbe condotta inoltre, per conto dei comuni e in collaborazione con gli istituti competenti, nei tanti paesi, borghi, cittadine in vie di spopolamento per avere un quadro del patrimonio abitativo in abbandono, dei beni artistici e monumentali spesso dimenticati, del loro stato di conservazione, dei tanti lasciti spesso preziosi di conventi,palazzi padronali, fontane, cisterne, canali, ponti, briglie idrauliche, ecc.

Moltissimi comuni del Sud avrebbero bisogno di conoscere lo stato dei loro suoli e corsi d’acqua di cui ci si ricorda quando esondano per qualche alluvione.Un tempo i grandi geografi italiani facevano il censimento delle frane dell’Appennino, oggi, con i tecnici comunali e provinciali che teoricamente dovrebbero sovraintendere alla loro sorveglianza, i giovani potrebbero offrire un di più di conoscenza diretta , per potere intervenire con piani preventivi di contenimento. E’ con le piccole opere diffuse e capillari che si evitano i grandi disastri.

Si parla sempre e con asfissiante monotonia di ambiente, ma pochi sanno di che cosa realmente parlano. Eppure l’ambiente meridional e presenta grandi problemi e straordinarie potenzialità. Qualche esempio per atterrare dalla nuvola “ambiente” alla realtà. I nostri boschi sono spesso in condizioni di grave degrado.

In tanti casi la macchia selvatica li rende impraticabili e talora arriva ad ucciderli. Io ho visto personalmente sul Monte Reventino, in Sila, migliaia di alberi soffocati dalla vitalba, un’elegante parassita infestante, che si estende in alte liane per via area e con radici sotterranee.

In Aspromonte si possono scorgere vaste pinete con le chiome degli alberi letteralmente coperte da nidi di processionarie che li stanno uccidendo o li hanno già uccisi. Solo alcuni esempi per indicare un immenso patrimonio naturalistico in pericolo che potrebbe peraltro conoscere forme di valorizzazione economiche incredibilmente trascurate.

Noi importiamo legname pregiato da opera, (castagni, noci e ciliegi) e non riusciamo a coltivarne le essenze neanche in habitat vantaggiosi. Senza dire che in queste terre d’altura non si fanno allevamenti di volatili e di piccoli animali, realizzabili con poca spesa. Mentre le acque interne (torrenti, piccoli laghi, stagni) raramente danno luogo ad attività di acquacoltura.

Si parla spesso di biodiversità da tutelare. Sarebbe molto utile conoscerla e tanti giovani agronomi e laureati in scienze naturali potrebbero, ad esempio, essere impiegati, in cooperazione con gli esperti dei luoghi, a censire nei vari siti le erbe officinali di cui è ricca la flora meridionale.Erbe, oggi anche coltivate, che trovano impiego nella produzione di articoli di largo commercio, nell’alimentazione macrobiotica e nella cosmetica.

Analogo censimento meriterebbe tanto il patrimonio della biodiversità che della varietà agricola, (alberi e piante da orto), ignorato, possiamo dire, dall’intera popolazione meridionale, mai educata a conoscere la propria straordinaria eredità, storica e naturale. Esistono in alcune regioni, come la Calabria, dei tesori di varietà delle piante da frutto, e anche di vitigni antichi, sopravvissuti alla fillossera, che sono custoditi nel vivai o dispersi nei fondi privati, e che non conoscono da oltre mezzo secolo alcuna valorizzazione agricola.

Naturalmente ci sarebbe anche altro da censire, nel loro stato attuale e nei loro bisogni di riparazione: dalle chiese rupestri, ai siti archelogici in abbandono, ai lidi marittimi colpiti da fenomeni di erosione, o gravemente inquinati da corsi d’acqua di cui si ignora l’origine.Ma di straordinario rilievo sarebbe anche indagare sui luoghi e presso le famiglie l’evasione scolastica dei ragazzi, talora il lavoro minorile dei nuovi poveri del Sud. Per il potenziamento della cultura al Sud, attraverso la costituzione di biblioteche popolari, e altri centri di formazione che cooperino con le scuole, occorrerebbe ovviamente una riflessione a parte.

Qui si son voluti fare solo degli esempi e spetterebbe ai comuni, ai sindacati, agli stessi giovani, elaborare con impegno e creatività progetti capaci di soddisfare queste esigenze. Stimolare una nuova intelligenza pubblica dei beni comuni, naturali e storici, può aiutare molto, non solo a fornire nuova vitalità economica e sociale alle nostre aree interne, ma offrirebbe occupazione qualificata alle nuove generazioni. Tenendo sempre presente che di queste fanno parte, a pieno titolo, i migranti che fuggono da guerre, miseria e catastrofi climatiche.

da “il Quotidiano del Sud”, 5 luglio 2020

Quando l’economia diventerà equonomia? -di Piero Bevilacqua Recensione a “Pandeconomia. Le alternative possibili” di Tonino Perna.

Quando l’economia diventerà equonomia? -di Piero Bevilacqua Recensione a “Pandeconomia. Le alternative possibili” di Tonino Perna.

TUTTI gli eventi catastrofici hanno un effetto dirompente, più o meno durevole e grave, a seconda della loro portata e durata, su quella complessa macchina sociale che chiamiamo economia. Terremoti, guerre, epidemie incidono in genere sulla struttura demografica, sull’apparato produttivo, sui livelli dei consumi, sulle risorse naturali e sulle infrastrutture.

Tuttavia, nonostante la loro frequenza e rilevanza sulla vita delle società, solo per le guerre esiste una una vasta memoria e pubblicistica storica, ricerche e studi che non si hanno, se non in forme sporadiche, né nel caso dei terremoti (così frequenti nella nostra storia e in quella delle regioni mediterranee), né nel caso di epidemie e pandemie.

Eppure, come ricorda Tonino Perna nel suo recente e tempestivo lavoro, “Pandeconomia. Le alternative possibili” (Castelvecchi Editore, 2020) nei paesi del «Sud-Europa, ci sono Madonne e Santi che sono venerati come Protettori di città e borghi antichi perché almeno una volta li hanno salvati dalla peste, dal colera e altre pandemie. Nel tempo, nella memoria collettiva si è persa l’origine di questi riti religiosi, che ormai vengono vissuti come giorno di festa».

Sugli effetti della guerra l’autore ricorda un accenno di Adam Smith e le riflessione, in età contemporanea, di Walter Ratnenau e John Maynard Keynes. Il grande intellettuale tedesco, manager industriale e ministro della Ricostruzione e poi degli Esteri, in Germania, fu il primo economista nel ’900 ad occuparsi delle dinamiche dell’“economia di guerra” e a trarne conseguenze rilevanti.

Dalla sua diretta esperienza di manager e di ministro osservò – sottolinea Perna – alcune trasformazioni “fondamentali che riscontriamo oggi nell’economia della emergenza, o meglio nella “pandeconomia” che stiamo vivendo. La prima è la messa in discussione, o comunque la riduzione dei processi di globalizzazione. La seconda è una conseguenza di questi processi di de-globalizzazione con una ripresa di ruolo e valore del mercato interno. La terza riguarda il potere dello Stato che si rafforza e delle istituzioni che sono obbligate a trasformarsi”.

Paradossalmente, per citare le parole con cui Keynes riprende Rathenau, “riusciremo così a cogliere l’occasione della guerra per realizzare un progresso sociale positivo”. È quanto ci aspetteremmo, con vacillanti speranze, dal presente governo.

Perna getta un sguardo sintetico ed essenziale sulle epidemie anche dell’età moderna, sottolineando l’ampiezza e la ricorrenza delle devastazioni che interessarono le più ricche e popolose città italiane, quelle più legate al mercato internazionale: “Ma, quello che più colpisce” – aggiunge – “e che è stato in parte ignorato, è che molte città sono state colpite dall’epidemia più volte: Venezia 21 volte dal 1348 al 1630, Parigi 23 volte dal 1379 al 1596, Firenze 25 volte dal 1348 al 1630-31, e Besançon addirittura 40 volte.”

Tali funeste ricorrenze hanno avuto una incidenza molto grave sulle strutture demografiche degli stati, con un impatto economico depressivo che si protraeva per decenni. Nello stesso tempo, tuttavia, esse alimentavano una crescente concentrazione dei poteri dello Stato, che inaugurava nuovi strumenti di controllo sanitario. E qui Perna ricorda le note tesi di Michel Foucault sul ruolo che la medicina e la clinica hanno giocato nell’accrescere il potere dello Stato sul corpo dei sudditi e dei cittadini.

Naturalmente la parte centrale del libro si concentra su quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. E l’autore avvia la sua rapida ricognizione ponendosi la domanda fondamentale: “È legittimo domandarsi: questa pandemia tende a incrinare o rafforzare il finanzcapitalismo? Ovvero: le trasformazioni economiche causate da questa epidemia quali ripercussioni, di medio-lungo periodo, avranno sul modo di produzione capitalistico, nell’era dell’egemonia finanziaria?”.

La risposta al quesito, ovviamente problematica, prende in considerazione fenomeni in atto, ma anche previsioni di medio periodo, come la caduta del PIL delle varie economie nazionali, il crollo dell’occupazione, la paralisi di alcune componenti fondamentali dell’economia globale, come il turismo, ma nello stesso tempo l’incremento sempre più dispiegato del capitalismo delle piattaforme. Una estensione del processo di accumulazione e al tempo stesso “il modo con cui si sta trasformando il capitalismo finanziario, sempre meno visibile e controllabile. Piattaforme digitali che diventano i custodi e padroni dei nostri dati sensibili, delle nostre scelte di consumo, della nostra vita”.

L’opera non si limita ad analizzare l’esistente, uno dei suoi pregi è lo sguardo che getta sia sugli effetti economici, sociali e ambientali della pandemia in corso, sia sui possibili scenari futuri. Con alcune sorprese. La paralisi dell’attività economica, ad esempio, ricorda Perna, “tra riduzione dell’inquinamento, delle vittime sul lavoro e sulla strada, ha salvato qualcosa come 420 mila persone, di tutte le età e di tutti paesi del mondo che hanno adottato misure di contenimento della mobilità delle persone e della produzione di merci.

” Uno degli “effetti desiderati” si potrebbe dire, di un evento contagioso che sta ancora provocando centinaia di migliaia di vittime. Quanto agli scenari auspicabili, Perna sottolinea la ripresa, in tempo di crisi, delle economie di prossimità, quelle fondate sulla piccola agricoltura, sull’accorciamento della filiera agro-alimentare, il piccolo commercio, la vita di quartiere e la rivitalizzazione del territorio.

In tale direzione si muove la necessaria rivalutazione delle aree interne e una nuova politica per le città, oggi svuotate della loro vita pubblica e selvaggiamente mercificate. Infine, la rivalutazione dei sentimenti di solidarietà promossa dal drammatico imperversare delle morti, dovrebbe animare i comportamenti anche in tempi normali e ispirare la condotta economica dei cittadini, tanto sul piano produttivo che su quello dei consumi.

da “il Quotidiano del Sud”, 21 giugno 2020

L’uso del salva-Stati.- di Gianfranco Viesti L’occasione per colmare il gap sanitario tra le Regioni.

L’uso del salva-Stati.- di Gianfranco Viesti L’occasione per colmare il gap sanitario tra le Regioni.

Siamo stati colpiti duramente dal coronavirus sul piano sanitario, e siamo stati e saremo colpiti sul piano economico dalle sue conseguenze: non possiamo permetterci il lusso di ignorarne gli insegnamenti per cambiare strada rispetto al passato. Uno dei più importanti è che la salute è, come recita la Costituzione, tanto un nostro fondamentale diritto individuale quanto un “interesse della collettività”.

La salute è un bene pubblico nazionale. Anzi, dovrebbe diventarlo a scala europea: bene ha fatto la Commissione UE ad inserire nella sua proposta per il Piano di Rilancio un nuovo intervento (EU4Health) che, seppur con un finanziamento appena iniziale, mira a rafforzare la capacità di risposta comune degli stati membri: vaccini, dispositivi, prevenzione.

L’Italia ha in questi mesi l’occasione storica per tornare a dotarsi di una strategia nazionale di lungo termine e per ripensare alla struttura e al funzionamento di un Sistema Sanitario che negli ultimi venti anni è stato progressivamente definanziato e abbandonato alle gestioni regionali.
E’ balzato agli occhi di tutti come la sanità sia divenuta troppo differenziata in Italia: sia perché sono state fatte scelte di fondo molto diverse da regione a regione, che hanno poi determinato una capacità di risposta alla pandemia completamente diversa.

Sia perché i cittadini possono fruire di dotazioni e servizi sanitari in quantità e qualità molto dispari a seconda del luogo in cui vivono. Ma la salute, ecco la grande riscoperta, non è questione locale: in un paese in cui il diritto alla libera circolazione è e deve essere indefettibile, è questione di tutti gli Italiani.

Questo ha due grandi implicazioni. La prima è che Parlamento e Governo devono tornare ad esercitare il proprio ruolo di coordinamento ed indirizzo, e non limitarsi ad erogare risorse della fiscalità generale alle regioni. Ciò significa indicare le linee di fondo di una strategia per la salute, ad esempio, fortemente centrata sui servizi socio-sanitari terririali di prevenzione e cura (di cui qualche traccia si vede in alcune scelte contenute negli ultimi decreti): decisione fondamentale in un paese destinato ad un forte invecchiamento della popolazione. Ma anche definire reti nazionali di strutture per la gestione delle emergenze, come le – purtroppo ben note – terapie intensive.

La seconda è che si deve mirare a garantire simili diritti alla salute per tutti gli Italiani, indipendentemente da dove vivono. Le disparità, specie fra Nord e Sud, oggi sono elevatissime; dipendono da un complesso intreccio di cause, dai criteri di finanziamento stabiliti all’inizio del secolo alla gestione di diverse regioni: cattiva, in alcuni casi pessima.

Queste disparità si sono fortemente accentuate negli ultimi anni, in cui la sanità è stata sempre e solo vista come un costo da tagliare, e non come un investimento collettivo. Nelle risorse umane: nelle regioni più deboli del paese le dotazioni di personale medico ed infermieristico sono inferiori alla media nazionale. E nelle risorse strumentali: come documentato in una Nota recentemente pubblicata sul Menabò di Etica ed Economia, non solo nell’ultimo decennio gli investimenti pubblici in strutture e apparecchiature in Italia si sono ridotti ai minimi storici (cosa che ci ha penalizzato nella gestione della pandemia), ma sono stati ancor più scarsi nelle regioni che già avevano dotazioni inferiori.

Negli ultimi venti anni sono stati investiti in nuove dotazioni sanitarie 16 euro all’anno per ogni calabrese e 84 per ogni emiliano (per non parlare dei 183 euro a Bolzano). Regioni con meno strutture, apparecchiature più obsolete e un personale meno numeroso e più anziano non potranno mai garantire livelli di servizio accettabili; genereranno sempre i tristi fenomeni di “migrazione sanitaria”. Ma quello che dovremmo aver imparato dalla crisi del coronavirus è che questo non è un problema calabrese: è un problema italiano.

Il grande investimento che dovremo fare nei prossimi dieci anni sulla nostra salute, anche per prevenire meglio malaugurate nuove epidemie, passa attraverso queste due grandi scelte. Che portano con sé un corollario altrettanto importante.

Quali che saranno le decisioni che il Parlamento vorrà prendere in materia di competenze e di organizzazione sanitaria fra Stato e Regioni (che ragionevolmente non potranno che intrecciarsi) un principio dovrebbe tornare centrale: i beneficiari delle risorse economiche che noi forniamo con le nostre tasse per la tutela della salute non sono gli amministratori regionali: siamo noi stessi in quanto cittadini. Non possiamo più permetterci di distribuire fondi e considerare che ormai sono “cosa loro”, delle Amministrazioni Regionali; limitandoci a sperare che facciano del loro meglio.

Constatando poi impotenti che i livelli essenziali di assistenza non sono garantiti, o che i medici di base sono stati mandati allo sbaraglio. Il rilancio della politica per la nostra salute deve passare attraverso indicatori di risultato precisi e tempestivi, e poteri sostitutivi incisivi.

Se vogliamo davvero imparare la lezione, dobbiamo provare a lasciarci alle spalle l’Italia degli ospedali incompiuti da decenni e delle assunzioni in sanità come bacini di voti; e puntare a costruire un paese nel quale fra cinque anni ci siano già ovunque reti di servizi socio-sanitari territoriali capillari ed efficienti, e si stia completando la rete ospedaliera, con le dotazioni necessarie.

Per invecchiare con più tranquillità e fiducia. E per documentare con fierezza ai nordici che disprezzano il nostro paese i risultati ottenuti con le risorse che l’Europa ci avrà messo a disposizione.

da “il Messaggero”, 30 giugno 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Cara direttrice,

ho letto con interesse la lettera di Tonino Perna, Piero Bevilacqua e altri che ringrazio per le loro riflessioni. Pochi giorni prima del lockdown, abbiamo presentato il Piano Sud 2030, con una premessa e una conclusione: i giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere l’opportunità di tornare; di più, il nostro compito è garantire un «diritto a restare».

Durante la pandemia abbiamo assistito a un certo ritorno al Sud, ma non quello a cui ambivamo. Tuttavia, anche il ritorno «forzato», frutto di contingenze tragiche, ci ricorda che la fuga non è un destino irreversibile.

E ora, che fare? Come offrire un’opportunità a questo straordinario patrimonio di energie e competenze che si temeva perduto alla causa del Sud? Come impedire che questo ritorno resti soltanto l’attesa di una nuova ripartenza?

La pandemia ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni, a partire da quelli che inquinano da decenni il dibattito tra Nord e Sud, la rappresentazione per cui da una parte c’è la virtù e dall’altra il vizio, e il vizio coincide sempre con la povertà.

I cittadini italiani, tutti hanno mostrato grande senso di responsabilità, accettando sacrifici che hanno consentito di arginare il contagio.
Tra questi, anche i giovani rientrati, in larga maggioranza, hanno seguito scrupolosamente le prescrizioni delle autorità sanitarie.

Eppure qualcuno, che in loro avrebbe potuto vedere la potenzialità del domani o il riflesso delle proprie mancanze di ieri, li descriveva a mezzo stampa o sui social come «untori».

Nulla sarà più come prima, si dice, ma nessuno può sapere come sarà il dopo. Sappiamo solo che non dobbiamo tornare al mondo di ieri. Sarebbe uno spreco.

IN QUESTI MESI abbiamo mobilitato risorse senza precedenti e nuove vie di sviluppo discenderanno dalle scelte europee dei prossimi giorni. Dobbiamo essere pronti e vigili, si sta aprendo una partita che vorrebbe contrapporre sviluppo ed equità: un approccio ideologico di cui abbiamo misurato i fallimenti ma dietro cui ancora oggi si nascondono interessi potenti.

Senza giustizia sociale non può esserci ricostruzione. Senza un riequilibrio territoriale, non solo del Sud ma anche delle aree interne, non ci sarà uno sviluppo durevole, sostenibile.

LA PANDEMIA ha rivelato nuove disuguaglianze. L’innovazione, senza scelte politiche chiare, può essere anche un potentissimo fattore di esclusione sociale. Sull’infrastruttura e i servizi digitali registriamo ritardi inaccettabili. Io stesso ho richiamato più volte gli operatori della banda ultra larga alle loro responsabilità. Anche perché rischiamo di perdere fondi europei, che invece abbiamo riprogrammato con Ministeri e Regioni proprio per sostenere la digitalizzazione delle comunità, delle famiglie e delle imprese al Sud.

Lo dico perché anche così si possono creare occasioni di lavoro buono per i giovani che prima andavano a cercarlo altrove, trasformando aree marginalizzate in ecosistemi dell’innovazione: è accaduto a San Giovanni a Teduccio, può accadere altrove, ne stiamo discutendo con il Ministro Manfredi.

Lo stesso smart working, se accompagnato a nuovi diritti, compreso quello alla «disconnessione», a una più moderna e democratica organizzazione del lavoro, potrebbe diventare una forma strutturale di lavoro dei giovani meridionali, che possono restare al Sud, senza essere costretti a un difficile pendolarismo o a nuove vie di emigrazione.

O riconquistare le aree interne che, a dispetto della retorica sul «secolo delle città», non sono »piccolo mondo antico» ma luoghi in cui maturano modelli di sviluppo e di organizzazione più sostenibili, prossimi ai bisogni delle comunità. E lo abbiamo visto durante la pandemia.

Tra Legge di Bilancio e Dl Rilancio abbiamo destinato alle aree interne oltre 500 milioni, le abbiamo messe al centro della nuova programmazione dei fondi europei. Per garantire servizi ma anche per sostenere le attività economiche e commerciali.

OPPORTUNITÀ CONCRETE per i giovani, che si affiancano a strumenti specificamente rivolti ai giovani meridionali, come il potenziamento di «resto al Sud» o il «credito di imposta per ricerca e sviluppo».

Ma la verità è che, senza un’amministrazione più giovane, non potremo vincere la sfida dello sviluppo sostenibile e del digitale, al centro e nei territori.

Per anni è stato denigrato lo Stato, salvo poi riscoprirne il ruolo nell’emergenza. Ora dobbiamo tornare a dare opportunità di lavoro anche nel settore pubblico, dirlo senza timidezze: riportare nello Stato la generazione esclusa è un grande investimento.

È un impegno messo nero su bianco nel Piano Sud, servono da subito migliaia di giovani qualificati per garantire servizi e realizzare gli investimenti. E potremmo anche partire, grazie a un emendamento parlamentare, con una piccola ma significativa sperimentazione: i dottorati comunali.

LE ISTITUZIONI DA SOLE non possono farcela, devono costruire alleanze sociali. «Alleanza» è una parola chiave del Piano Sud, con cui abbiamo avviato due iniziative: una «Rete» per mettere in relazione chi è emigrato e chi sta nei territori, per far circolare progetti e buone pratiche e un «Osservatorio Sud 2030», per mobilitare la cittadinanza attiva sugli obiettivi di sviluppo del Sud e delle aree interne.

Questo è il succo della lettera-appello che voglio raccogliere: è qui la chiave per rendere i giovani meridionali protagonisti di uno sviluppo nuovo, che li renda liberi di tornare e restare nella loro terra.

Abbiamo vissuto una «lunga notte» del Sud, un’ombra lunga su tutta l’Italia, che via via ha ristretto anche altrove le opportunità per i giovani meridionali.

Ma è tempo di dire, con Rocco Scotellaro: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi».

* L’autore è ministro per il Sud e la coesione territoriale

da “il Manifesto” del 20 giugno 2020

Caro ministro Provenzano, che si fa con i giovani tornati al Sud? Lettera aperta di Tonino Perna, Piero Bevilacqua, Laura Marchetti, Domenico Cersosimo, Battista Sangineto, Pino Ippolito

Caro ministro Provenzano, che si fa con i giovani tornati al Sud? Lettera aperta di Tonino Perna, Piero Bevilacqua, Laura Marchetti, Domenico Cersosimo, Battista Sangineto, Pino Ippolito

Per decenni leader sindacali, politici, giornalisti si sono strappati le vesti denunciando la fuga dal nostro Sud dei giovani: quasi due/terzi della generazione nata negli anni ’90 è emigrata dal Mezzogiorno!

Fiumi d’inchiostro si sono spesi per denunciare un viaggio che fino all’arrivo della pandemia sembrava irreversibile.

Una delle conseguenze del Covid-19 è stata quella di aver fatto rientrare nel Mezzogiorno decine di migliaia di giovani provenienti dal Nord Italia e dall’estero.

Una svolta storica, un’occasione unica, un’opportunità imperdibile. Purtroppo, il ritorno «forzato» dei nostri giovani emigranti è stato visto finora solo come un pericolo.

Alcuni presidenti di regioni meridionali (Calabria e Sicilia in primis) hanno visto nel ritorno solo l’invasione dei lanzichenecchi, la marcia degli untori.

Si è parlato di una strage che avrebbe colpito il popolo meridionale per via di questi figli irresponsabili ed egoisti: per fortuna non è avvenuta, la gran parte di questi ragazzi ha seguito le regole, fatto la quarantena e ora sta aspettando.

Queste figure vivono oggi in un limbo, senza prospettive per il futuro, incerti se restare o ritentare la fortuna nel Nord Italia o all’estero, dove però la crisi economica ha tolto loro molte occasioni di lavoro, sia pure precario.

Caro ministro,
ci appelliamo a lei perché prenda atto che siamo di fronte ad una opportunità storica per il nostro Sud che non si ripeterà.

Bisogna prendere immediatamente dei provvedimenti a favore dei giovani “rientrati” che si sono fatti registrare.

Decine di migliaia di giovani meridionali, rientrando a casa, si sono dichiarati e sono andati in quarantena (solo in Calabria più di 20.000).

Un atto di lealtà e responsabilità a cui le istituzioni dovrebbero rispondere in maniera adeguata. Innanzitutto, chiedendo a questi giovani “rientrati” di fare delle proposte, di cominciare a immaginare che cosa potrebbero fare hic et nunc, quale lavoro e attività intraprendere in questa terra da cui sono dovuti fuggire.

Noi ci permettiamo di suggerire l’idea di un piano, partecipato, che tenga conto dei bisogni economici, demografici e ambientali del nostro territorio e insieme delle forze disponibili, delle risorse di energia, talento e creatività di questa generazione.

Occorre rammentarsi che Sud significa in gran parte Appennino. Non si può pensare di lasciare in abbandono questo immenso patrimonio territoriale dell’Italia intera.

Occorre perciò immaginare una vasta opera di infrastrutturazione di ferrovie leggere, che valorizzi le vecchie linee abbandonate e ne crei di nuove, in modo da formare un nuovo sistema circolatorio delle aree interne e togliere dall’isolamento paesi, colline, cittadine, aree agricole e forestali oggi emarginate.

L’agricoltura, che non è più pensabile come semplice produttrice di derrate agricole, va aiutata con risorse della PAC a diventare centro di servizi avanzati: alimentando la filiera alimentare, facendo ristorazione, turismo, accoglienza sociale, conservazione del suolo e difesa del paesaggio.

I paesi che escono dall’isolamento, anche grazie alla cablazione e alla rete, che custodiscono un patrimonio abitativo immenso, offrono la possibilità di trasformare gli edifici di pregio in centri di ricerca, abitazioni per giovani coppie, alberghi, centri di accoglienza, di svago, di recupero sociale.

E infine risorse a Università e ricerca finalizzate alla conversione ecologica oggi più che mai necessaria. Molti di questi giovani sono intelligenze che cercano altrove la possibilità di applicare la loro creatività.

Caro ministro,
le stiamo indicando solo delle potenzialità, che lei peraltro ben conosce, ma per alludere alle enormi potenzialità che oggi abbiamo davanti.

Le risorse finanziarie non mancano, sia quelle dei fondi strutturali europei, sia quelle che arriveranno dai vari stanziamenti dell’Unione.

Quel che a questo punto manca è un atto coraggioso di volontà politica. Si potrebbe cominciare consultando i presidenti delle Regioni, ma è evidente che le forze su cui far leva saranno i comuni.

Siamo certi che una vasta campagna di valorizzazione delle nostre giovani intelligenze e delle risorse meridionali aprirebbe una nuova stagione di slancio politico e di speranze. Servirebbe d’esempio all’Italia intera, incontrerebbe di sicuro il favore e l’appoggio dell’opinione pubblica nazionale.

* Tonino Perna, Piero Bevilacqua, Laura Marchetti, Domenico Cersosimo, Battista Sangineto, Pino Ippolito

da “il Manifesto”, 9 giugno 2020

Rilanciare l’industria, occasione Centro-Sud.- di Gianfranco Viesti

Rilanciare l’industria, occasione Centro-Sud.- di Gianfranco Viesti

Impossibile non essere molto preoccupati per l’economia italiana. Ancor più dopo le previsioni della Commissione Europea di ieri: che confermano una possibile caduta del Pil 2020 superiore al 9%, e che indicano una possibile contrazione degli occupati del 7,5% (oltre un milione e mezzo), ben più alta di quella prevista nel Def. E impossibile non essere preoccupati per le loro possibili conseguenze: una corsa di interessi, associazioni di rappresentanza, territori ad ottenere il massimo per se stessi; a provare a salvarsi da soli.

Quello che ci serve, al contrario, è un ragionamento d’insieme sul sistema-paese; su come tutti insieme ci possiamo salvare, senza lasciare dietro macerie imprenditoriali, sacche di disoccupazione, territori ancora più indebolite. Perché solo con un progetto unitario l’Italia si può riprendere: ricordando che restiamo una grande economia avanzata; e mettendo a valore tutte le nostre risorse, a cominciare dalle persone e dalle interdipendenze fra imprese, settori e regioni che fanno sì che della crescita degli uni traggano vantaggio anche gli altri.

Un ragionamento che ha diverse facce. Una di esse, come ricordava domenica su queste colonne Romano Prodi, deve essere quella di una intelligente politica industriale. Quale? Nessuno ha la ricetta in tasca, anche perché viviamo tempi largamente ignoti. Quel che serve è una grande mobilitazione cognitiva: una discussione pubblica aperta, critica, senza preconcetti, su quel che qui e ora, con le conoscenze e le risorse di cui disponiamo, si può provare a fare. Con umiltà, ma anche con un pizzico di coraggio.

In questo spirito, si può provare a riprendere per cominciare uno dei temi sollevati dallo stesso Prodi: il reshoring. Di che parliamo? Nei due decenni a cavallo del nuovo secolo una parte significativa della capacità produttiva italiana ed europea è stata trasferita all’estero, alla ricerca di minori costi del lavoro.

Nel periodo più recente questo processo si è arrestato, ma non si è invertito. Ma oggi ci sono due dati di fatto: i rischi connessi a catene produttive troppo estese geograficamente sono molto cresciuti nella percezione delle imprese; la totale mancanza di capacità produttiva in alcuni ambiti (si pensi alle mascherine) viene avvertita dalla nostra società, e dai decisori politici, come un rilevante problema.

Dunque il tema è discutere se e quanto sia possibile far rinascere o nascere in patria, in Europa, questa capacità produttiva (reshoring). Ne hanno parlato nei giorni scorsi il Presidente francese Macron e il ministro tedesco della Salute Spahn; il Giappone ha avviato alcune iniziative concrete di supporto alle imprese. Parliamo certamente di produzioni alimentari, della filiera della salute, ma anche, molto, di componentistica meccanica e per i settori leggeri, di prodotti finiti.

Ha ragione Prodi: È evidente la necessità di fare in modo che questo processo coinvolga l’Italia con la massima possibile intensità. Come? Non si tratta di riportare, d’imperio o d’incanto, quelle produzioni così come sono realizzate ora, a costi del lavoro impossibili per l’Italia. Ma di provare a ridisegnare i processi produttivi (con parziali automazioni) e logistici (per accrescere flessibilità e puntualità dei flussi) per renderli compatibili con le nostre condizioni produttive. Per fortuna, non esistono solo gli impianti ipertecnologici automatizzati e i capannoni del Bangladesh in cui si cuce.

Nell’economia contemporanea esiste una gamma di possibilità intermedie, con un mix di innovazione tecnologica ed organizzativa, e formazione del personale. Quel che può fare la politica industriale è favorire questi processi: riducendo gli ostacoli burocratici, rendendo disponibili servizi per una logistica efficiente; promuovendoli esplicitamente con opportuni incentivi: tanto all’innovazione nei processi, quanto al costo del lavoro. Non destino scandalo: come ha argomentato recentemente l’economista di Harvard Dani Rodrik, il cambiamento tecnologico può, deve, essere incentivato a fornire soluzioni compatibili con una maggiore occupazione; e con la prospettiva di un altro milione e mezzo di disoccupati, in aggiunta ai 2,5 milioni che abbiamo, investire risorse pubbliche sul lavoro è una assoluta priorità.

La politica industriale può fare un ulteriore, importante, passo. Può favorire esplicitamente la localizzazione di queste attività nel Centro-Sud, ovvero l’area fortunatamente meno investita dal contagio. Attrezzando con regole e servizi aree specifiche, ad esempio le Zone Economiche Speciali che già esistono, con collegamenti già buoni sia con l’interno sia via mare (la rilocalizzazione può essere anche parziale e integrare semilavorati che arrivano dall’estero).

Incrociando questi obiettivi con la costruzione dei programmi per i fondi strutturali dell’immediato futuro, con provviste finanziarie dedicate.

Far ricrescere imprese e lavoro al Sud fa benissimo all’intero Paese: stimola forniture di macchinari e attrezzature dal Nord, può far crescere la competitività d’insieme delle filiere, mette all’opera saperi e competenze, riduce le necessità di interventi di emergenza. Accresce quella domanda interna che rischia di deprimersi: e su cui (sempre in una logica di apertura, non protezionista) l’Italia dovrà fare maggiormente conto nei prossimi anni.

Come dopo le devastazioni del dopoguerra, si riparte solo con un grande cambiamento politico-culturale: ricreando uno spirito pubblico nazionale coeso, e indirizzando quante più risorse possibile agli investimenti. In questa ottica, il Sud si trasfigura, rispetto alle bolse rappresentazioni correnti: non una palla al piede, ma una risorsa da valorizzare per accrescere il benessere di tutti gli Italiani. Non è retorica. È politica economica.

da “il Messaggero”, 7 maggio 2020

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

I partigiani calabresi.-di Piero Bevilacqua

I partigiani calabresi.-di Piero Bevilacqua

Un importante contributo alla storia, alla memoria civile e all’immagine pubblica della Calabria – forse la regione più gravata di stereotipi denigratori dell’intera Penisola – è appena uscito presso un editore calabrese, per merito di Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria partigiana, Luigi Pellegrini Editore Cosenza, 2020, pp. 351.

Si tratta di un voluminoso testo di ricerca che corrisponde pienamente all’ambizione del titolo, e che innanzi tutto si fa apprezzare per la luce che getta su un aspetto poco esplorato della nostra storia, oltre che per meriti morali. Vale a dire per l’onore che rende ai tanti ignoti, o dimenticati, che pagarono con la vita la loro generosità e il loro coraggio di combattenti.

Dopo un originale saggio di storia economica comparativa, meritevole di più ampia diffusione, Quando il Sud divenne arretrato, pubblicato nel 2018, Ippolito torna ai suoi temi di storia politica con un lavoro che muove da una dichiarata intenzionalità etico-politica, come diremmo con vecchio linguaggio crociano. La illustriamo con le stesse parole dell’autore, che contengono, in breve, anche una sacrosanta rivendicazione storiografica del carattere non casuale e forzato, ma volontario e progettuale della Resistenza italiana.

Se, ricorda Ippolito, «accertato è il contributo niente affatto marginale, che i meridionali diedero alla lotta di liberazione nei venti mesi in cui l’Italia del Nord si oppose all’occupante tedesco. Se tutto questo può considerarsi ampiamente acquisito, è ancora dura a morire l’opinione che i meridionali vi parteciparono in quanto soldati sbandati, impossibilitati a far ritorno alle proprie case, in un certo senso costretti dalle circostanze a entrare nella Resistenza.

La tesi contiene elementi di verità ma non può essere considerata assorbente ed esplicativa di ogni situazione, per non cadere nella trappola di chi, con analoga semplificazione, ritiene che i partigiani settentrionali fossero in larga parte giovani che sfuggivano alla leva della Repubblica Sociale Italiana(RSI) o alla tradotta in Germania». Tesi importante che Ippolito convalida persuasivamente in 350 pagine di testo con uno sforzo documentario davvero ammirevole, portando un ulteriore contributo alla stessa storia della Resistenza italiana, oltre che al ruolo svolto dai calabresi nelle sue file.

Il libro ha un carattere sistematico e ad ampio raggio, geografico e temporale. Inizia con la Resistenza prima della resistenza, come titola il primo capitolo e ricorda i primi tentativi e i primi programmi insurrezionali nel marzo 1943 a Reggio Calabria, da parte di gruppi di operai, studenti e professionisti, seguiti più tardi da vere forme di mobilitazione armata. È quella che si svolge in seguito allo sbarco degli inglesi fra Roccella e Caulonia, sullo Jonio, e a Palmi, sul Tirreno, che vede già protagonista Pasquale Cavallaro.

Il futuro artefice della Repubblica di Caulonia. In questa area della Calabria si ha la prima vittima della lotta antitedesca. In seguito a un atto di sabotaggio, contro le armate tedesche in ritirata, a Taurianova, viene ucciso Cipriano Scarfò, socialista, fucilato dopo un rito sommario.

Comincia da qui il racconto di stragi e uccisioni in cui i calabresi hanno sempre, a diverso titolo una parte. Ancora in Calabria, i tedeschi, che il 6 settembre cannoneggiano il paese di Rizziconi, lasciando a terra 17 morti, per lo più adolescenti, e 56 feriti, si fanno esecutori della fucilazione, ad Acquappesa, di 5 giovani militari originari della piana di Gioia, che avevano abbandonato il loro reggimento, probabilmente per unirsi agli anglo-canadesi appena sbarcati, e combattere contro i tedeschi.

Dalla Calabria, secondo un ordine temporale e al tempo stesso, come abbiamo detto, geografico, da Nord a Sud, quasi a ridosso della direzione della stessa guerra, Ippolito passa alla resistenza romana. E qui troviamo in posizioni spesso di primo piano, calabresi che vivono nella capitale, da più o meno tempo, come Giuseppe Albano, originario di Gerace, noto come il Gobbo del Quarticciolo, che si batte con altri sottoproletari contro i tedeschi a Porta San Paolo. Accanto a lui una figura presente nell’immaginario di tutti noi, Teresa Talotta Gullace, immortalata da Anna Magnani in Roma città aperta, di Roberto Rossellini.

E ritroviamo anche uno studente marinaio, Ettore Arena, di Catanzaro, militante di Bandiera Rossa, una delle principali formazioni antifasciste di Roma, fucilato a 21 anni a Forte Bravetta. Arena ha ricevuto la medaglia d’oro alla memoria. Ci sono anche quattro calabresi fra i morti nel massacro alle Fosse Ardeatine, tutti esponenti della Resistenza romana, a 3 dei quali sarà conferita la medaglia d’argento al valor militare.

Con grande passione documentaria l’autore segue vicende e destini dei calabresi anche fuori d’Italia, come per quei soldati che alla data dell’8 settembre si trovavano, ad esempio, in Montenegro, Slovenia, Erzegovina, dove si sviluppò la resistenza armata. Naturalmente l’autore non si limita a inseguire i singoli casi personali di eroismo, ma racconta le vicende storiche complessive, sia che si tratti, poniamo, della tragedia di Cefalonia, in Grecia, sia della Resistenza nel Regno del Sud e poi della Resistenza nel suo nucleo armato più consistente, sulle montagne del Nord d’Italia.

In una breve recensione non è possibile dar conto analiticamente di un libro, tanto più, come in questo caso, se si tratta di un testo ricco di vicende e di eventi, alcuni peraltro poco noti, che gettano luce su una pagina drammatica e dolorosa, ancora con tanti punti oscuri, della nostra storia. Ma quel che va detto e ripetuto al lettore, è che Ippolito non si limita a ritagliare, per amore di campanile, la vicenda dei suoi tanti eroi calabresi – in appendice si contano 165 partigiani caduti, molti dei quali con rispettiva città e provincia – dalla massa dei grandi fatti storici.

Rischio che naturalmente corre chi possiede una prospettiva culturale e storiografica provinciale. Accade, in questo libro, il contrario. E cioé che dalla ricostruzione dei grandi fatti collettivi della Resistenza italiana, dall’Appennino Umbro- Marchigiano alla Valle d’Aosta, Dall’Ossola alla Valsusa, finiscono con l’emergere anche i singoli eroismi in cui spesso si consumano le vite dei giovani combattenti calabresi. Quelle vicende singole che insieme fanno la stoffa di una storia complessa, ma unitaria , su cui si fonda la nostra Repubblica.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 maggio 2020

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

A metà febbraio il Ministro Giuseppe Provenzano ha presentato il “Piano Sud“. Dopo una sommaria discussione, l’interesse per il tema è immediatamente scemato, travolto, nell’interesse collettivo, dalla diffusione della pandemia Covid e della sue innumerevoli e gravi conseguenze: sanitarie, economiche, sociali.

C’è ben altro di cui occuparsi in questo periodo, si potrebbe pensare. Invece, se il nostro paese vuole aumentare le possibilità di tornare a ritmi di sviluppo più elevati, rendendo sostenibile il suo indebitamento, e contrastando le disuguaglianze che la pandemia purtroppo accrescerà, deve recuperare la sua capacità di “allungare lo sguardo” verso il futuro; e rendersi conto che questo sarà possibile solo mobilitando e mettendo a valore, nell’interesse collettivo, le risorse e le potenzialità di crescita disponibili in tutti i suoi territori, a cominciare da quelli più deboli.

Uno sviluppo migliore e più intenso potrà essere possibile solo se il nostro paese seguirà un cammino profondamente diverso da quello degli ultimi due decenni: un’occasione decisiva per tornare ad affrontare il grande, irrisolto, problema delle disparità territoriali e del modestissimo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma quali sono i possibili punti di forza e di debolezza del Piano Sud? In primo luogo, sembra corretta la sua indicazione politica di fondo: il Piano Sud è un progetto per l’Italia. Per ripartire il paese deve valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane; rivitalizzare la capacità di produrre beni e servizi; e quindi rilanciare anche la domanda interna, con una stagione di ripresa dei consumi e soprattutto degli investimenti, pubblici e privati.

È assai opportuno il richiamo che il Piano fa alle interdipendenze fra i territori: l’economia non è un gioco a somma zero; la crescita delle regioni più deboli aiuta quella delle aree più forti. Un concetto fondamentale in un’Italia segnata e indebolita da egoismi e sovranismi territoriali; che rischiano di accrescersi, in una rinnovata competizione per le scarse risorse pubbliche a disposizione.

Condivisibili, nelle loro linee generali, appaiono le cinque grandi priorità indicate dal Piano: la preoccupazione per i più giovani, l’inclusione sociale, le compatibilità ecologiche, l’apertura internazionale e al Mediterraneo, l’enfasi sull’innovazione. Opportuna anche l’ottica decennale: per trasformare davvero la situazione del Mezzogiorno, dopo un ventennio di forte rallentamento e la persistente depressione dell’economia nell’ultima decade (e ancor più con i rischi di oggi con la pandemia) non bastano certo pochi mesi o anni.

Sono proprio questi aspetti condivisibili che fanno sorgere interrogativi e qualche preoccupazione. Il primo quesito riguarda certamente la condivisione politica generale di questi obiettivi: quanto il progetto del Ministro era davvero condiviso dall’intero governo, e ancor più dalla maggioranza che lo sostiene? Tanto i 5 Stelle quanto il Partito democratico non si sono particolarmente impegnati in riflessioni e proposte su questi temi negli ultimi anni.

In un mondo normale un piano del genere, così ambizioso, dovrebbe essere il frutto di una stagione di discussioni, politiche e tecniche; di esperienze, proposte, confronti. Invece, nasce prima il Piano della discussione collettiva: il suo obiettivo sembra quello di stimolarla. Non sarà semplice. Un documento come il Piano Sud si traduce in una grande politica pubblica solo se con il tempo diventa un patrimonio condiviso di migliaia e migliaia di uomini politici, amministratori, uomini di cultura. Il rischio è che questo – senza una potente spinta che duri a lungo – possa non avvenire.

Un altro grande interrogativo viene dal necessario raccordo fra questo programma di interventi e le politiche pubbliche ordinarie. Dal Piano traspare quanto questo raccordo sia indispensabile. Ma non è certo garantito. Una politica di particolare rafforzamento dell’istruzione e degli edifici scolastici non può che raccordarsi con le scelte di lungo termine sulla scuola. L’obiettivo di potenziare la dotazione di ricercatori nel Mezzogiorno deve fare i conti con le scelte per l’università e il sistema della ricerca italiani.

L’enfasi sulla realizzazione di nuove reti ferroviarie, e soprattutto l’ammodernamento di quelle esistenti per produrre risultati concreti deve raccordarsi con le politiche regionali e ancor più nazionali di regolazione e finanziamento del servizio ferroviario, locale e interregionale; con la logica aziendalistica che presiede, in mancanza di un forte indirizzo politico, le scelte del gruppo Ferrovie dello Stato.

In generale, richiede di affrontare i tanti fondamentali aspetti del regionalismo italiano, che hanno rischiato di aggravarsi nel 2019 con il progetto dell’autonomia differenziata e nel 2020 con l’accresciuta confusione istituzionale nelle risposte alla pandemia: quali regole e quali criteri per assicurare sia responsabilità ed efficienza delle amministrazioni, sia la definizione e il finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni, cioè di diritti di cittadinanza, uguali per tutti gli italiani? Come sarà la sanità italiana, ad esempio, nei prossimi anni?

Tenderanno ancora a crescere fortemente, come avvenuto nell’ultimo decennio, disparità nelle dotazioni strumentali ed umane, nella capacità di erogazione dei servizi, territoriali ed ospedalieri, e quindi i fenomeni di mobilità ospedaliera? Ovvero si tenderà a correggere gli squilibri, recuperando l’ottica di un Servizio Sanitario Nazionale?

Ancora, uno degli elementi più importanti dello scenario internazionale e una delle chiavi per la ripresa dell’Italia sono le economie urbane. Le città, in questo secolo più che nei decenni finali del Novecento, sono i motori dell’economia, i luoghi dove nascono nuove imprese. Bene che il Piano Sud ne parli, anche se forse l’enfasi avrebbe dovuto essere ancora più forte. Ma questo riporta alla nostra mente la debolezza della riflessione nazionale sulle città.

I Sindaci e gli attori urbani sono fondamentali; ma la politica urbana non può che essere una grande politica nazionale di sviluppo, che destini risorse di investimento e di funzionamento, e disegni regole di funzionamento, adatte all’economia del XXI secolo, ancor più con la pandemia e tutte le incertezze dovute al distanziamento inter-personale.

Il Piano è molto determinato nell’indicare la necessità di riequilibrio della spesa per investimenti in Italia garantendo equità territoriale nella sua allocazione attraverso la cosiddetta clausola del 34%. Lo è altrettanto nell’indicazione di utilizzare le risorse latenti del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC, cioè i fondi nazionali per il riequilibrio territoriale): presenti da anni solo nelle programmazioni d’insieme, ma prive degli stanziamenti di bilancio per poterle effettivamente utilizzare.

Questioni ancora più importanti alla luce del crollo degli investimenti pubblici registrato negli ultimi anni, e dalla necessità di accelerare per recuperare almeno in parte i grandi gap che si sono creati: gli investimenti pubblici in Italia e nel Mezzogiorno sono ai minimi storici.

Ce la può fare l’amministrazione pubblica italiana, nazionale, regionale e locale a trasformare in realtà obiettivi così ambiziosi? Il Piano ha molti temi, e il rischio evidentissimo è che ciò possa dare copertura a processi di programmazione operativa, di dettaglio, che tendano a ripetere ancora una volta gli errori del passato: dato che serve tanto, facciamo un po’ di tutto; e dato che bisogna fare un po’ di tutto frammentiamo le risorse fra mille obiettivi e fra tanti centri di spesa. Così da ritrovarsi con gli stessi problemi di sovraccarico amministrativo, parcellizzazione degli interventi, e modesti avanzamenti sul piano delle realizzazioni che hanno caratterizzato le politiche di coesione territoriale negli ultimi anni.

Se il Piano rappresenta una cornice politica condivisa, il governo deve avere la forza di indirizzare su chiare, limitate priorità e specializzare sia i fondi europei sia quelli nazionali; e conseguentemente dare indicazioni e porre vincoli alla tendenza, già mille volte vista, delle amministrazioni regionali a soddisfare mille esigenze, anche per motivi di consenso politico di breve periodo. La programmazione per il ciclo di spesa 2021-27 sia dei fondi comunitari che del FSC dovrebbe allora segnare una rottura profonda con il recente passato, anche per le nuove, gravi sfide poste dalla pandemia e dalle sue conseguenze. I documenti che abbiamo oggi a disposizione non sembrano andare pienamente in questo senso.

Il grande rischio è che il Piano Sud provochi alzate di spalle; l’idea, esplicita o implicita, che si tratti di un ennesimo libro dei sogni. Soprattutto che oggi ci siano altre priorità; altri interessi, più forti, che debbano prevalere, avere la precedenza. L’opportunità è che faccia partire una grande riflessione in tutto il paese su un percorso più ambizioso del galleggiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni, e delle prospettive così preoccupanti che sono davanti a noi. È una condizione necessaria affinchè si traduca davvero in realizzazioni concrete.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia


Foto di iXimus da Pixabay

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

Le prospettive dell’economia italiana a medio termine sono ancora avvolte da un rilevante grado di incertezza, connesso alle dinamiche della diffusione del coronavirus (nel nostro paese e all’estero e nell’estate e poi nell’inverno 2020-21). Permanere dell’incertezza che già di per sé può determinare un rinvio dei piani di investimento delle imprese e comportamenti di consumo più cauti da parte delle famiglie. Su questi ultimi potrà poi pesare, in direzione e in misura difficile da prevedere, l’effetto psicologico dei provvedimenti di divieto di circolazione e delle successive riaperture. E’ opportuna grande cautela nelle previsioni.

Tuttavia, già con i dati e le informazioni disponibili alla metà di maggio 2020 è possibile costruire alcuni scenari con un elevato grado di probabilità di realizzarsi. E in base a questi scenari è possibile sostenere che il nostro paese è già davanti a grandi scelte sul proprio futuro (quantomeno: sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulle disparità sociali, sulla velocità della crescita economica) che potranno essere affrontate solo con una significativa discontinuità rispetto alle politiche economiche seguite nel primo ventennio di questo secolo.

Il più probabile scenario di medio periodo (fino alla fine del 2021) del nostro paese, così come leggibile nel maggio 2020, può essere riassunto nei seguenti punti (rinviando per maggiori dettagli ad un quadro più particolareggiato che ho offerto qui):

1) L’impatto della crisi legata alla pandemia sul Pil italiano 2020 sarà severissimo, molto maggiore di quello della recessione del 2009. Le previsioni di consenso (non solo del Governo, ma anche di FMI, Ocse e Commissione Europea) indicano una possibile contrazione dell’attività economica che sfiorerà i 10 punti nell’anno. Le stesse previsioni indicano (con un livello di incertezza però ancora maggiore) una significativa ma parziale ripresa nel 2021.
Il ritmo di ripresa dell’economia italiana, coerentemente con quanto avviene dalla metà degli anni Novanta, ed in particolare nell’ultimo decennio, potrebbe essere il più lento fra i paesi avanzati. Potrebbe essere tale da determinare un livello del Pil 2021 di 4 punti inferiore a quello del 2019; il che significa di 7-8 punti rispetto ai valori del 2007; cioè su una dimensione comparabile con fine anni Novanta.

2) Questa crisi così ampia potrebbe essere molto selettiva: fra settori, fra territori, fra lavoratori.

3) L’impatto settoriale della crisi sarà fortemente diversificato, a causa delle differenti durate delle chiusure finora disposte, delle diverse possibilità di fronteggiare le esigenze sanitarie di distanziamento inter-personale e dei vincoli alla ripresa di alcune attività economiche. Certamente, rispetto a precedenti episodi recessivi vi è una grande differenza: il terziario è stato e sarà colpito tanto quanto l’industria manifatturiera, e non potrà svolgere un ruolo di “spugna” occupazionale e sociale.
Alcuni dei comparti del terziario (in primo luogo le filiere della cultura-intrattenimento e del turismo-viaggi, si veda ancora qui per indicatori e dati dettagliati) potrebbero essere colpiti in maniera estremamente ampia e duratura, con tutto ciò che ne consegue in termini di impatto sulla sopravvivenza delle imprese e sull’occupazione.

4) L’impatto economico territoriale della crisi non sembra correlato all’intensità dei problemi sanitari, ma alle chiusure e alle diverse strutture produttive. Sarà dunque intenso in tutta Italia. Potrebbe differenziarsi con il tempo, dato che nelle regioni relativamente più forti la ripresa sarà più collegata alle performance della manifattura (e all’export) e in quelle più deboli (incluse Liguria e Lazio) all’andamento del terziario.
Problemi particolari potrebbero porsi per le aree/regioni a maggiore intensità turistica, in tutto il paese (forse maggiori per le città d’arte, e per le aree raggiungibili maggiormente o solo in aereo, come la Sardegna). Nel Mezzogiorno tuttavia, la disoccupazione è già molto più alta: maggiore la quota di occupazioni più deboli (occupati a termine) nei settori più a rischio; minore la diffusione e la possibilità dello smart-working (per i dati si veda ancora qui).

5) L’impatto della crisi sarà probabilmente molto più forte delle precedenti sull’occupazione, anche a causa del ruolo del terziario, e dell’incertezza delle prospettive per alcuni suoi comparti. Le previsioni sono molto diverse: dal Centro Studi Confindustria che prevede per fine 2020 una caduta delle ore lavorate a fronte di una tenuta del numero di occupati; al DEF che prevede mezzo milioni di occupati in meno, sempre per fine 2020; a Banca Intesa e Commissione Europea che presentano stime peggiori sull’incremento dei disoccupati: fino ad un milione. I primissimi dati Anpal confermano tendenze assai negative già in corso sull’occupazione.

6) Questo impatto sarà fortemente selettivo. Tutte le analisi finora disponibili (si vedano ad esempio quelle di McKinsey e del JRC) mostrano che saranno colpiti in misura relativamente più forte i lavoratori più deboli: dipendenti a termine, lavoratori stagionali (specie nel turismo), occupati a più bassa qualifica e con meno possibilità di lavoro da remoto. Le difficoltà occupazionali saranno poi molto più forti per i giovani. Le stime disponibili concordano nel prevedere una risalita lenta, con un tasso di occupazione a fine 2021 che potrebbe essere sensibilmente più basso di quello di inizio 2019. Tenderanno quindi a crescere le disuguaglianze sociali (non solo in Italia, come ricordato anche dal FMI).

A fronte di questa situazione il Governo italiano ha preso provvedimenti di grande dimensione finanziaria. Essi mirano a contenere le ricadute economiche d’insieme; soprattutto, mirano ad evitare fenomeni irreparabili di crisi aziendale e di difficoltà sociale per i nuclei familiari più deboli o più colpiti.

Rinviando ad altra sede per analisi puntuali, essi paiono per molti versi opportuni; allo stesso modo, sono complessivamente molto più orientati alla difesa della società e delle imprese dal primo impatto della crisi (anche con interventi apprezzabili, come il reddito di emergenza o il pur modestissimo provvedimento di regolarizzazione dei lavoratori stranieri), che a costruire condizioni per una ripresa dell’economia italiana più vivace che in passato. Ad esempio, l’ampia strumentazione di sostegno e di incentivazione alle imprese appare priva di condizionalità ed incentivi che possano configurare indirizzi di politica industriale.

Tali provvedimenti produrranno inoltre un aumento del deficit pubblico all’11% del PIL nel 2020 e al 5,6% nel 2021 (Commissione Europea), con un aumento di circa venti punti (in lieve riduzione nel 2021) del rapporto debito/Pil: circostanza assai preoccupante nel quadro delle regole fiscali europee, attualmente sospese ma non modificate. E’ già in corso nel nostro paese una forte offensiva, da parte di settori accademici e di interessi imprenditoriali, affinché si torni a ferree regole di austerità e, per questa via, si riduca ulteriormente, drasticamente, il perimetro dell’intervento pubblico.

In conseguenza di questo insieme di eventi, poi, lo spread rispetto ai titoli pubblici tedeschi, pur estremamente variabile, è salito di circa 100 punti rispetto al minimo di febbraio, con un maggiore costo unitario del finanziamento del settore pubblico e un maggior carico di interessi prevedibile per il futuro.

L’implicazione di questa assai sommaria analisi sembra chiara. Il rischio di un circolo vizioso per l’Italia è alto: crescita assai modesta; ampia e persistente disoccupazione; accresciuti squilibri sociali; necessità di politiche di austerità per contenere il deficit pubblico, con effetti negativi di ritorno su produzione, occupazione, disuguaglianze.

E’ viva in queste settimane la discussione su “un futuro diverso”, con molti interessanti spunti politici, culturali, sociali, tecnologici. Quel che qui si vuole semplicemente argomentare è che non si tratta di un dibattito solo culturale: un futuro diverso – rispetto al circolo vizioso che ha alta probabilità di delinearsi – è l’unica possibilità per l’Italia di raggiungere risultati accettabili in termini di benessere ed equità.

Ciò significa che affrontare i tre grandi vincoli che in questo secolo hanno condizionato il paese non è una opzione ma una necessità: la gestione del debito pubblico, le regole fiscali europee e le politiche fiscali nazionali; le disuguaglianze sociali e territoriali, le condizioni dei lavoratori e la garanzia dei diritti di cittadinanza (salute, istruzione, welfare); e infine, la capacità di innovazione, il modello di sviluppo e il complessivo ritmo di crescita del nostro paese.

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