Categoria: Dalla Stampa

Ladri di memoria di Battista Sangineto

Ladri di memoria di Battista Sangineto

La Calabria non è una terra ricca di materie prime, non ha grandi pianure vocate alla coltivazione intensiva, non ha un tessuto urbano ricco e di grande rilievo storico-artistico ed architettonico, non vi ha attecchito, com’è noto, l’industria, i suoi paesaggi sono ampiamente deturpati dalla cementificazione, ma continua, nonostante tutto, a possedere una grande quantità di siti archeologici di enorme rilievo: Sibari, Locri, Crotone, Vibo Valentia, Scolacium, Medma et cetera et cetera. Se avessimo governi nazionali e locali attenti alle esigenze della regione ci si potrebbe aspettare da loro un particolare impegno nella tutela e nella conservazione del Patrimonio archeologico calabrese, ma come dimostra l’operazione “Achei” del mai troppo lodato Nucleo Tutela Patrimonio dei Carabinieri, anche i beni che la Storia ha avuto il torto di lasciarci in eredità non sono affatto al sicuro, non sono stati, quasi per nulla, tutelati. Esisteva una associazione a delinquere che, come ha detto il tenente colonnello Valerio Marra, comandante del Nucleo TPC di Roma, “violentava la ricchezza culturale e storica del territorio” in maniera sistematica e continuativa da alcuni anni.

Dalle notizie fornite dagli inquirenti, che hanno condotto una indagine molto complessa ed approfondita, emerge un quadro davvero sconfortante riguardo agli scavi archeologici clandestini e distruttivi effettuati in questi ultimi anni. Colpisce non solo la piena conoscenza, da parte dei tombaroli, dei siti archeologici più ricchi, ma anche la competenza acquisita nel riconoscimento dei reperti archeologici e della precisa padronanza topografica, la “cartolina” che ricorre nelle intercettazioni, che hanno dei giacimenti archeologici calabresi. Questi tombaroli, questi ladri di memoria, si sono portati via un altro pezzo della nostra (anche della loro) storia, questa volta per sempre, questa volta senza alcuna possibilità di potervi porre rimedio.

Se le ricerche clandestine sono sempre distruttive dei contesti storici ed archeologici, i metodi usati da questa organizzazione di tombaroli suscitano, da una parte, la consueta e profonda indignazione, ma, dall’altra, sollevano più di un dubbio. Come è stato possibile che siano stati eseguite escavazioni con mezzi meccanici su siti archeologici vincolati o, perlomeno, notissimi alle autorità preposte alla tutela ed alla salvaguardia? Come è stato possibile che si siano fatti scavi e ricerche con sofisticatissimi metal detector e, addirittura, con droni dotati di sensori a raggi infrarossi, senza che se ne accorgesse nessuno, per anni? Come è stato possibile che abbiano potuto scorrazzare anche su siti che sappiamo esser dotati di videosorveglianza a distanza?

Le risposte si possono trovare nello stato comatoso in cui versano le Soprintendenze in tutto il territorio nazionale, ma, come si evince da questa vicenda, soprattutto in Calabria. Al netto dei problemi causati dalla Riforma Franceschini che ha separato la Tutela dalla Valorizzazione con la conseguente, iniqua, spartizione di mezzi e personale, si è verificata, negli ultimi anni, una drastica diminuzione dei finanziamenti al Mibac che pone l’Italia, anche se ci si continua a vantare di possedere il maggior numero di Beni culturali del mondo, agli ultimi posti in Europa per la spesa nel settore.

In Calabria la situazione è ancora più disastrosa perché, per esempio, le due Soprintendenze, quella di Cosenza e quella di Reggio Calabria, non hanno da molto tempo un Soprintendente, ma solo funzionari delegati dal Soprintendente ad interim che è, da mesi o da anni, il Direttore generale del Ministero. I funzionari archeologi destinati alla tutela e alla salvaguardia del territorio sono, in tutta la regione, meno di dieci e molti degli Uffici territoriali, come per esempio proprio quelli di Crotone e di Cirò, sono chiusi per mancanza di personale. L’assenza di “turn over” ha più che dimezzato i custodi in servizio che, peraltro, non sono più destinati, come accadeva un tempo, anche alla guardiania dei Parchi archeologici e dei siti vincolati nel territorio, ma sono, quasi tutti, esclusivamente adibiti alla custodia nei Musei e, peraltro, senza turni notturni. I pochi siti videosorvegliati potrebbero essere tenuti direttamente sotto controllo, dunque, solo di giorno, ma solo teoricamente perché, in realtà, nessun Museo o Ufficio territoriale dispone di un custode da destinare alla telesorveglianza dei siti.

La delinquenza organizzata, soprattutto nella regione che ha l’organizzazione mafiosa più pericolosa e ramificata del mondo, ha trovato grandi e facili opportunità di arricchirsi anche con il traffico internazionale dei reperti archeologici calabresi. Non sarebbe stato e non è, forse, necessario ed urgente cercare di prevenire questi reati con una adeguata tutela del nostro immenso ed inestimabile Patrimonio della cultura? Non sarebbe giusto, per esempio, nominare, subito, i due Soprintendenti di Cosenza e di Reggio? Non sarebbe conveniente assumere, al più presto, una quantità sufficiente di funzionari archeologi che preservino i nostri territori da questi veri e propri furti della memoria di un’intera popolazione? Non sarebbe utile assumere decine di altri custodi, restauratori e assistenti tecnici per conservare, al meglio, i nostri innumerevoli siti archeologici che potrebbero restituirci, una volta indagati e tutelati, la Storia plurimillenaria della nostra Regione? Non sarebbe stato opportuno investire grandi risorse economiche e sociali nella tutela e nella valorizzazione dei Beni culturali della Calabria, invece che dissiparli in inutili, costosissime e orrende Grandi Opere, come per esempio il cosiddetto “Megalotto” della Statale 106 che passerà, per l’appunto, anche sopra il sito di Sibari? Non sarebbe stato meglio impiegare tutti quei soldi nel raddoppio del tracciato ferroviario che avrebbe comportato, al contrario di una strada a quattro corsie, un danno minimo all’antico insediamento sibarita e, nello stesso tempo, non avrebbe avuto, forse, un minor consumo di suolo ed un minore impatto ambientale complessivo? Non sarebbe stato più giusto e più urgente, invece di investire 170 milioni di euro per una inutile metro di superficie, restaurare il Centro storico di Cosenza?

Potrei continuare ancora a lungo con questo tristo elenco, ma concludo affermando che sarebbe meglio meritarsele, le eredità storiche. Perché, queste eredità, non sono acquisite una volta per sempre, bisogna saperle tutelare, curare, nutrirle e noi italiani, in particolare noi calabresi, con tutta evidenza non ne siamo degni.

Quotidiano del Sud

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

 Promuovere una vasta azione di mobilitazione popolare. “Un viaggio dal Sud al Nord” che incontri tramite un percorso itinerante, in vari centri delle regioni meridionali, le popolazioni locali. Lo stanno preparando associazioni e gruppi veri raccogliendo un’idea di Piero Bevilacqua ed il Quotidiano del Sud sara’ uno degli elementi centrali dell’operazione verita’.

Questo percorso dovrebbe partire da Roma e percorrere le varie regioni del Sud. In successione si dovrebbe organizzare una risalita verso Nord, per toccare alcuni centri settentrionali. Si potrebbe pensare di concludere il viaggio a Milano, nel cuore dell’Italia che si vorrebbe secessionista e in uno dei comuni più antichi d’Italia, con una manifestazione rappresentativa.

Le modalità degli incontri con le popolazioni prevedono la partecipazione dei rappresentanti di tutte le organizzazioni che sottoscrivono il documento. Ma naturalmente un ruolo importante dovranno avere anche i cittadini, le associazioni locali.

Gli incontri dovrebbero avere al centro il tema dell’autonomia differenziata, ma costituire anche occasione per una riflessione politica più larga. E potrebbero muoversi secondo due assi fondamentali, uno di critica e un altro di proposta e di prospettiva. Occorrerebbe innanzitutto ricordare che le stesse richieste per l’autonomia differenziata, a prescindere dai contenuti apertamente secessionisti delle due regioni promotrici, aprono un contenzioso potenzialmente senza fine sulle potestà da assegnare a ciascuna singola regione – che avanzerebbero, a gara, sempre nuove pretese – logorando lo stato centrale e indebolendo le sue capacità contrattuali con l’UE.

Occorrerà invece denunciare che la redistribuzione delle risorse pubbliche sulla base della cosiddetta “spesa storica” ha danneggiato gravemente, negli ultimi anni, sia le regioni del Sud e sia le zone più deboli del Nord. In virtù di tale criterio è avvenuto, ad esempio, che i centri dotati di zero asili nido, per ritardi o inadempienze, hanno ricevuto dallo stato, ogni anno, zero contributi. Chi ne aveva 100, ne ha incassato invece per cento. Le diseguaglianze storiche sono state cristallizzate, anziché rimosse con un intervento perequativo da parte del potere pubblico.

E’ il “mondo alla rovescia” dei neoliberisti, commenta sempre Bevilacqua. Chi è più indietro deve essere punito e chi è più avanti premiato. Un cascame della dogmatica competitiva applicata ai territori con conseguenze devastanti. Occorre invece che lo Stato redistribuisca le risorse secondo i bisogni reali delle popolazioni, e non sulla base di presunti meriti o demeriti, con criteri oggettivi e soprattutto perequativi, che sanino disuguaglianze e ingiustizie storiche e garantiscano la piena esigibilità dei diritti civili e sociali fondamentali a tutti i cittadini in ogni territorio.

Il secondo asse riguarda la necessità di rivendicare con forza, dopo anni di teorizzazione neoliberista e di restrizioni da austerità, il ruolo del potere pubblico come agente investitore. Senza un rinnovato e forte impegno finanziario dello Stato in istruzione, ricerca, sanità, pubblica amministrazione, infrastrutturazione territoriale e ambiente, gli squilibri e le disuguaglianze che lacerano il Paese, e soprattutto il Sud, non saranno superate.

‘’Dunque ci assumiamo – conclude il prof calabrese- un compito di informazione e di chiarimento presso le popolazioni e al tempo stesso tentiamo di renderle protagoniste di una azione politica, in cui tornino ad avere voce,   escano dalla rassegnazione, e possano rivendicare con più energia i propri diritti’’.

Mi pare proprio una buona idea quella di Bevilacqua.

Quotidiano del Sud

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Il ministro Boccia ha presentato alle regioni la proposta di legge-quadro sulle autonomie differenziate, e va domani in conferenza stato-regioni. Hanno subito alzato un muro i governatori nordisti. Zaia l’ha definita irricevibile. Fontana paventa ritardi.

Lo stesso lamenta Bonaccini. Li segue da ultimo Cirio per il Piemonte. Ma non si capisce di cosa si preoccupino. L’art. 1 della proposta definisce una disciplina di cornice per le intese, nel merito e nel metodo. L’art. 2 attiene ai livelli essenziali delle prestazioni (lep). Pongono argini a egoismi territoriali e pulsioni separatiste? No.

Come ho già scritto su queste pagine, la legge-quadro, in quanto legge ordinaria, rimane pienamente modificabile da parte di una legge sopravvenuta adottata sulla base di intesa con una regione ex art. 116, co. 3, della Costituzione. Anche configurando la legge-quadro come generale, rimane in principio modificabile da una legge speciale successiva recante intesa con una regione ex art. 116. Quindi, la legge-quadro non è idonea a vincolare successivamente alcunché, nel metodo o nel merito. Per contro, se la legge-quadro sopravvenisse rispetto a una legge precedente recante l’intesa ex art. 116, questa come legge cd rinforzata resisterebbe alla modifica. Sarebbe per essa anche inammissibile un quesito referendario abrogativo, cui rimane invece esposta la legge-quadro.

Se poi si volesse argomentare che la legge-quadro vincola non leggi successive ma l’intesa (art. 1) e quindi il governo nella trattativa con le regioni, si potrebbe rispondere che comunque non pone argini insuperabili. Ad esempio, l’art. 1, co. 1, lett. c), dispone che i futuri riparti delle risorse per le infrastrutture debbano tener conto della necessità di assicurare i lep su tutto il territorio nazionale. Giustissimo. Ma la parola chiave è «futuri». Come, quando, quanto? Non c’è fretta, visto che per la lett. e) se dopo 12 mesi mancano ancora i lep – che si fanno dopo la legge di approvazione dell’intesa – si passa alla spesa storica. Come appunto vogliono gli aspiranti secessionisti. Infine, nulla si dice su eventuali limiti insuperabili alle intese. Dopo la legge-quadro, si potrebbe ancora regionalizzare la scuola, le strade, le autostrade, i porti, gli aeroporti, le ferrovie, il demanio statale, i beni culturali, la tutela ambientale, la cassa integrazione? La risposta è: certamente sì. Ecco l’Italia degli staterelli.

Quanto al metodo, sul ruolo del parlamento l’art. 1, co. 2 dispone che l’accordo sottoscritto venga sottoposto al parere, non vincolante, delle commissioni parlamentari. Successivamente, il governo presenta in parlamento il ddl che approva l’intesa. Ma oltre ad alzare le mani per un sì o un no, i rappresentanti della nazione potranno modificare nel merito questa o quella disposizione dell’intesa? In breve, si rispetta l’art. 72 Cost., o no? Nulla si dice al riguardo.

L’art. 2 affida i lep a un commissario. L’esito ultimo è scippare al parlamento la definizione dei livelli essenziali e le conseguenti decisioni. Inoltre, come ho già scritto, i lep non garantiscono l’eguaglianza. Al più, pongono un limite all’eccesso di diseguaglianze. Né chiudono il varco all’Italia degli staterelli. Che servano a poco ce lo dice candidamente Cirio (Sole 24 ore, 13 novembre). Lamenta che i lep ritarderanno il processo autonomistico. Al tempo stesso, ci dice che ci sono già per la sanità. Che appunto è il settore in cui sono cresciute le diseguaglianze, fino a differenziare gli italiani per territorio persino nella aspettativa di vita. Per molti, è già morto anche il servizio sanitario nazionale.

Basta con le finzioni e i luoghi comuni. Mercoledì 13, nella trasmissione Rai del mattino, abbiamo sentito Bonaccini ripetere ancora una volta che non chiede un euro in più. Da tempo è ampiamente dimostrata la sperequata distribuzione delle risorse pubbliche a danno del Sud, che sarebbe confermata dalla spesa storica. Abbiamo sentito di residui fiscali, laddove sarebbe serio accettare che è un concetto inusabile nel contesto delle autonomie, come ha detto la stessa Corte costituzionale. Abbiamo sentito rivolgere per l’ennesima volta ai critici l’accusa di non aver letto le carte.
No davvero, le abbiamo lette, anzi studiate a fondo. Abbiamo avanzato censure documentate rimaste sempre senza una seria risposta. I fan del separatismo nordista sono un remake aggiornato delle tre scimmiette. Non vedono, non sentono, ma parlano laddove farebbero meglio a tacere.

 

IL MANIFESTO

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Lo schieramento non può promettere obiettivi popolari ma poco credibili come fanno gli avversari o che richiedono tempi lunghi

Con il beneplacito finale di Berlusconi la destra italiana ha un leader: Matteo Salvini. La sinistra non ce l’ha. Avere un leader, incontrastato e popolare, è un grande vantaggio negli scontri elettorali del giorno d’oggi. Il giudizio sulla capacità di governo di una forza politica dovrebbe essere la base di un consenso elettorale informato e ragionevole. Non lo è quando il successo è solo il frutto del disagio sociale, della rabbia dei cittadini e della capacità di aizzarla e quando dei veri problemi che il governo dovrà affrontare non c’è traccia nel messaggio che i partiti rivolgono agli elettori. Insomma, quando tra le ragioni del successo elettorale e la capacità di governo si è creata la divaricazione che prevale in questa fase populistica.

Questo è il mondo di oggi e in esso la sinistra italiana parte svantaggiata. Non solo perché non ha un leader che la rappresenti e troppi aspiranti a questo ruolo. Non solo perché è al governo e i contrasti interni suscitati dalle misure che si propone di adottare sono sotto gli occhi di tutti. (Un inciso: si è detto che una delle ragioni di Salvini per rompere l’alleanza con i 5 Stelle era proprio quella di evitare i conflitti che si sarebbero manifestati se avessero dovuto scrivere insieme una legge di bilancio. Ora il leader della Lega ha buon gioco a mostrare che conflitti analoghi si manifestano in campo avverso: il mestiere dell’opposizione è facile di fronte a scontri tra partiti che pure avrebbero un interesse vitale a restare uniti). Ma una sinistra di governo parte con serio handicap soprattutto perché si trova spiazzata dalla fase populistica che stiamo attraversando. E questo per due motivi.

Il primo l’accomuna a un centrodestra moderato: anche se è attenta alle proteste dei cittadini e cerca seriamente di eliminarne le cause, una sinistra di governo non può promettere soluzioni altrettanto miracolose di quelle di un partito populista. Le regole dello Stato di diritto, i vincoli internazionali ed europei, le condizioni di inefficienza dell’economia e delle istituzioni italiane inevitabilmente la conducono a descrivere con maggior sobrietà le alternative che il governo ha di fronte. Gli obiettivi che potrebbe proporre sarebbero a lunga scadenza, perché comportano conflitti con interessi economici e forze sociali che non potrebbero (né dovrebbero) essere risolti invocando «pieni poteri», in modo autoritario. Se l’Italia cresce così poco, se genera tanta sofferenza e disagi, ciò avviene perché è afflitta da situazioni di inefficienza così diffuse e incancrenite da richiedere tempo e pazienza per essere smantellate. Ma cittadini arrabbiati di pazienza ne hanno poca, e un partito che proponesse loro anche il migliore e più equo programma di riforme effettivamente attuabili non avrebbe grandi speranze di successo in questo clima politico.

Il secondo motivo di spiazzamento colpisce in particolare la sinistra. La sua egemonia culturale e politica, ancora forte nelle favorevoli condizioni del dopoguerra e fino agli anni 80 del secolo scorso, si è molto indebolita. Obiettivi immensamente popolari come quelli della piena occupazione e dello stato di benessere, una crescita economica così intensa da consentire sia un grande sviluppo di consumi privati, sia uno analogo di consumi pubblici, sono meno credibili con la globalizzazione dell’economia e la rivoluzione tecnologica che si sono affermate dopo di allora. E per i Paesi più avanzati non è stato sinora possibile trovarne altri, ma altrettanto popolari: crescita modesta (anche se non così bassa come in Italia), disoccupazione, lavoro precario, mobilità sociale ridotta, aumento delle diseguaglianze hanno provocato la domanda di protezione e chiusura nazionalistica cavalcata dalle destre, minato l’influenza della sinistra e prodotto durevoli differenze strategiche al suo interno. Anche se l’obiettivo finale è il ritorno alle condizioni che prevalevano ai tempi dell’egemonia socialdemocratica — quelle che riuscivano a conciliare uno Stato di diritto, un’economia capitalistica e condizioni di vita accettabili per la grande maggioranza dei cittadini — i modi per raggiungere quell’obiettivo difficile e lontano inevitabilmente si divaricano. Ambizioni personali ed eredità culturali proprie a ciascun Paese non fanno poi che alimentare ulteriori ragioni di divergenza,

Se infine si aggiunge, per il caso italiano, la necessità di allearsi con un partito populista che non ha (ancora?) ridefinito la propria identità, lo sforzo di Conte, Zingaretti e Gualtieri di produrre una legge di bilancio accettabile dalle forze che sostengono il governo credo debba essere valutato con una certa indulgenza. Certamente è una legge che àncora l’Italia all’Europa; certamente è meno dannosa della precedente, quella che ha lasciato in eredità misure costose, inefficaci o inique come quota cento e reddito di cittadinanza; e poi non è così brutta come l’opposizione la dipinge (per una difesa ragionevole, date le circostanze, si veda Marco Leonardi, www.libertaeguale.it, 4/11/2019). Altrettanto certamente, però, non è una legge di svolta, che inizi ad affrontare i veri problemi che affliggono l’Italia e ne causano il declino. Ma questi richiederebbero un partito o una coalizione non populisti, un programma ben meditato e condiviso, un leader forte a capo di uno schieramento largamente maggioritario nel Paese: tre condizioni che purtroppo non sono presenti, insieme, né a destra né a sinistra.

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

 La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e «sviluppo». È l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale.

Pretendere che un gruppo industriale «si prenda cura» di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per «toglierlo di mezzo» e acquisirne il mercato non è buona politica.

QUEL GRUPPO TROVERÀ nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. È peggio che lasciare tutto in mano ai Riva. Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?
Tenerne in vita solo una parte e cercare nel risanamento del sito una soluzione per le maestranze «superflue»? Si perderebbe l’unico vantaggio competitivo, il gigantismo. Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non la «panacea» del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; presto in crisi quando aereo e navi da crociera verranno contingentati come maggiori emettitori di CO2.

E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. Soprattutto su soluzioni di scarse prospettive. A incentivi che ne smuovano gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, nazionalizzando (tutto o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di «fiduciari» che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone.

CHI È IN GRADO DI ASSUMERSI un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata scuola e vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria «cultura aziendale». Oggi a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.

MA L’ITALIA, SI DICE, non può fare a meno del «suo» acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non potrà durare a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che PSA ridimensionerà, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica prospera – va messa in crisi lottando per la pace.

ALLA DISCUSSIONE SUL FUTURO dell’Ilva e di Taranto mancano due cose: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del «prendersi cura» delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza.

L’altra è una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana. La gestione attuale è incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi.

QUELLE COMPETENZE ci sono, ma sono disperse e senza voce; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente.

È quello che si poteva e doveva fare sei anni fa, quando i «cittadini e lavoratori liberi e pensanti» avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze, che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.

Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che perderanno il loro posto potrebbero rivelarsi i migliori fautori della transizione.

IL MANIFESTO

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Una domenica di luglio, una serata tempestosa, una grande nave da crociera sbanda paurosamente ed è spinta dalle raffiche di vento verso la riva dei Sette Martiri, che solo per un pelo riesce a evitare. Accade non lontano da San Marco.

Le immagini fanno il giro del mondo. Un mese prima, un’altra domenica, un’altra grande nave da crociera vagava senza controllo nel canale della Giudecca, per finire la sua pazza navigazione schiantandosi su un natante per crociere fluviali. Anche allora tutto il mondo s’indigna. S’allarma. Ci si accorge della vulnerabilità della città più bella del mondo.

Che succede? Le navi da crociera proseguono indisturbate lungo i loro tragitti in pieno centro storico, con relative evoluzioni a pochi metri da piazza San Marco, muovendo immense masse d’acqua, inquinando l’aria, offendendo la vista e sfiorando i monumenti. E scaricando tutt’insieme tre-quattromila turisti che diventano ventimila quando arrivano in porto nello stesso giorno sei grandi navi. Nel frattempo si studiano soluzioni alternative. Quali? Dirottare il traffico crocieristico verso Marghera. Così i mostri non si vedono più. Il problema è risolto nascondendolo.

 

Il Manifesto

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

«Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere l’acqua alta di ieri sera a Venezia pareva davvero di rileggere i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.

Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22:50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 KM orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23:30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno dell’«aqua granda» disastrosa del 1966.

Anche i più previdenti, come Giampietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’Aqua Alta a Venezia», un libro che traboccava di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza delle acque. Al portone di casa aveva montato una robusta paratia che arriva a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

Le foto pubblicate da Corriere.it dicono tuttoGondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. Vaporetti sollevati da una forza possente e abbandonati di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come gli Gritti completamente allagati coi divani e i tavolini del settecento galleggianti tra le stanze mentre il ritratto di un doge guarda severo appeso alla parete. Decine di vetrine sfondate. Negozi di moda e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con le borse che affogano in un’acqua sporca. Piazza San Marco totalmente sotto, con rari turisti che si muovono prudentemente con gli stivaloni sono così scossi da essere indecisi se fare o non fare la foto ricordo, un po’ offensiva per quelli che stanno cercando di contenere i danni. Negozianti con le mani nei capelli.

Solo la piena del ‘66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene».

Ci pensarono per vent’anni: vent’anni. Il quadruplo del tempo impiegato anni dopo dai cinesi per costruire il Ponte della Baia di Hangzhou. Poi decisero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno».

Due anni dopo, a cavallo fra ottobre e novembre del 1988, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie che sarebbero state immerse nel mare alle bocche di porto per sollevarsi ogni volta che fosse stato necessario nei casi di acqua alta. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: era «il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Ma i tempi? De Michelis era ottimista: l’obiettivo «resta quella del 1995». Certo, precisava con qualche cautela: «Potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Da allora, mentre il Mosé perdeva l’accento afflosciandosi nel Mose, sono trascorsi trentuno anni. Quasi quanti quelli passati dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. Dice il Deuteronomio: «La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento…».

E qual è la situazione? Prendiamo dall’Ansa l’ultima promessa, «elargita» il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. La produzione complessiva svolta nel 2018 dal Consorzio ammonta a 74 milioni di euro. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

Rileggiamo: «fase sperimentale». Quarantadue anni di sperimentazioni. Di polemiche. Di sprechi. Di mazzette. Di inchieste giudiziarie. Di rinvii. Di manette. Di dimissioni. Di commissari. Di buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: pari allo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il Deus ex machina del consorzio che se l’era filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

Otto miliardi di euro, contando anche i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: «Il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. E come siamo messi? Notizia Ansa prima del disastro di questa notte, datata 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose di Venezia, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. Dopo l’allungamento dei tempi per la costruzione, lo scandalo legato alle tangenti, ora un nuovo stop alla fase di test delle paratoie (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco. La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema». E intanto Venezia è andato di nuovo sotto. Col terrore che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»…

 

Il MANIFESTO

Il falso mito del tocco magico del sistema elettorale maggioritario di Enzo Paolini

Il falso mito del tocco magico del sistema elettorale maggioritario di Enzo Paolini

I fondatori del Pd sostengono il sistema maggioritario perché «le elezioni non sono fatte per fare la fotografia del Paese ma per assicurare la governabilità» (Prodi) e perché il proporzionale assicurerebbe la «pretesa di contare, a formazioni sotto il 4%» (Veltroni ).

Dispiace dover constatare che due aspiranti Presidenti della Repubblica, invece di stagliarsi rispetto al dibattito di piccolo cabotaggio teso ad assicurare una stabile occupazione delle istituzioni da parte di un ceto politico autoreferenziale, ne assecondino l’ingordigia senza accorgersi (se in buona fede) del vulnus al principio costituzionale di rappresentanza, oltre che al senso delle istituzioni, ed al buon senso politico.-

E’ dura contraddire chi ha fatto due volte il presidente del Consiglio, ma le elezioni sono fatte proprio per rappresentare la fotografia del Paese. In nessuna parte della Costituzione è scritto che esse debbano garantire la “governabilità” o che la sera dello scrutinio si debba sapere chi ha vinto e chi ha perso. Questo succede allaDomenica sportiva.

La governabilità non è la causa delle elezioni, ma il necessario, auspicato effetto, determinabile dalla convergenza delle forze politiche rappresentate in Parlamento sui programmi proposti agli elettori e sulle mediazioni imposte dalle alleanze atte a costituire le maggioranze utili per governare. Questa è la governabilità.

E infatti, la sera del 4 marzo 2018 tutti sapevamo chi aveva vinto, cioè il M5S, ma nessuno si è scandalizzato se l’incontro politico per la governabilità sia avvenuto dopo oltre un mese e sulla base di un compromesso addirittura definito “contratto” tra chi aveva “vinto” (appunto i 5 Stelle) ed un aspro avversario arrivato terzo (la Lega). Né ci si è posto il problema se dopo un anno e mezzo il governo (ed il contratto o la governabilità) sia saltato e sia stato ricostituito sulla base di un altro compromesso tra i due ex nemici 5 Stelle e Pd.

Dunque il maggioritario (cioè con un sistema che assegna alla formazione che non ha raggiunto la maggioranza ma è prima in classifica, un premio in seggi che, in barba alla volontà popolare, la fa diventare ancor più maggioranza), non è assicurata ipso facto la stabilità, a meno di un risultato elettorale con una maggioranza assoluta (…i “pieni poteri”).

La differenza tra i due sistemi (oggi con le nomine dei capipartito, ieri con il proporzionale e le preferenze degli elettori) è una sola: la qualità della classe dirigente. La storia di questo ultimo anno e mezzo e dell’annesso cambio al governo (ma possiamo dire la storia del Paese da quando c’è il maggioritario per nomina, sia esso Porcellum, Italicum o Rosatellum con i suoi ribaltoni, cambi di casacche, compravendita di parlamentari) lo dimostra.

La spiegazione è semplice: il sistema pensato dai costituenti, cioè il proporzionale puro con le preferenze, non fu scelto solo per impedire nuove temute derive autoritarie. La paura o meglio il rifiuto della tirannide era il presupposto. Ma il sistema recava in sé un fine tessuto di ingegneria costituzionale.-

Fotografava il sentire del popolo italiano, fino a quello dell’ultimo cittadino, con un voto “diretto, libero ed uguale” per cui la sera dello scrutinio si sapeva chi eravamo, cosa pensavamo, quali erano gli orientamenti condivisi ed in quale misura, appunto proporzionale, si traducevano in seggi parlamentari.

Così che i rappresentanti istituzionali sin da subito potevano/dovevano avviare i confronti per giungere alle alleanze, alle maggioranze necessarie. Un lavoro duro e affascinante che si chiama politica. Il quadro poteva mutare sulla base di questioni politiche non di migrazioni di senatori e deputati fondate su posizionamenti e convenienze personali. Essendo i parlamentari eletti con le preferenze, rispondevano del loro comportamento agli elettori che tali preferenze avevano espresso e non , come oggi avviene al capo del partito che li nomina o che gli promette la rinomina (l’esodo renziano di questi ultimi giorni è, in questo senso, significativo per tutti quelli che non vogliono bere la bubbola del “lo facciamo per i giovani”).

In questo sciagurato mo(n)do il Parlamento viene nominato dai cosiddetti leader, non viene assicurata alcuna governabilità politica, (ma solo quella delle convenienze del momento) le maggioranze sono drogate dai premi, la vera volontà popolare non conta niente, e le elezioni sono solo esercizi di posizionamento personale. Ciò è peraltro affermato dalle ripetute sentenze della Corte Costituzionale sui Parlamenti che ormai da un decennio sono eletti sulla base di leggi dichiarate incostituzionali. Verrebbe quasi voglia di ricordare all’on. Veltroni che i partitini del 4% hanno espresso gente come La Malfa, Pannella, Saragat, Vecchietti, Malagodi, Bozzi, Foa, Valiani e tanti altri che nelle istituzioni hanno dato senso ai voti ricevuti.

IL MANIFESTO

8.10.2019

Il destino del movimento e del pianeta di Piero Bevilacqua

Il destino del movimento e del pianeta di Piero Bevilacqua

 Abbiamo troppa esperienza politica per sapere che il movimento mondiale avviato da Greta Thumberg, prima o poi, si spegnerà. Tutti i movimenti – che rappresentano l’”eccezione” di fronte alla normalità della vita quotidiana – a un certo punto esauriscono la loro carica vitale ed escono di scena. Ma non passano mai invano. A seconda della loro durata e incisività lasciano in eredità istituzioni o quanto meno mutamenti culturali più o meno di grande rilievo. In Italia, ad esempio, il movimento partigiano ha lasciato in eredità la Repubblica e la Costituzione, il ’68-69 ha prodotto la demolizione di vecchi rapporti autoritari, l’affermarsi di una nuova soggettività e altro ancora. Il movimento globale degli adolescenti – forse geograficamente il più vasto che si sia visto sinora – sta già avviando una trasformazione culturale che durerà oltre il suo passaggio.Qui ha ragione Guido Viale.L’aver mostrato al mondo, con tanta forza, la minaccia mortale che incombe sulla nostra vita comune, ha un effetto dirompente sul pensiero unico capitalistico: mostra che la cultura dominante, quella che si fonda sulla retorica del nuovo continuo, del futuro che inizia ogni giorno, non è che un vecchio e cadente edificio. E non c’è accusa più devastante per i ceti dominanti e dirigenti che mostrare la loro “vecchiezza” rispetto alla realtà effettuale. Imprenditori,manager, capi di governo, uomini politici, i cantori delle magnifiche sorti, il cui unico repertorio argomentativo è fatto delle parole crescita, sviluppo, grandi opere, Pil, oggi spruzzate con un po’ di green orecchiato dai movimenti, vengono ammutoliti. D’ora in poi sentiranno il vuoto e l’inconsistemza delle parole   con cui hanno sinora giustificato il loro dominio.

Ma deve apparire chiaro che questo non basta. Il movimento dovrebbe darsi una struttura organizzativa in rete, pronta a scattare ad ogni campagna di massa, avviare inziative di breve periodo che diano obiettivi concreti ai militanti, e infine avere una visione politica di prospettiva, capace di prevedere scenari realistici di dominio e di conflitto futuri.

Un obiettivo mobilitante nell’immediato è inserirsi in una iniziativa già avviata in vari paesi:E’ quella di piantare alberi ovunque sia possibile. In Italia, ad es., un movimento di piantumazione di alberi, orti, siepi ecc. per produrre ossigeneo e trattenere carbonio, potrebbe coincidere con una vasta opposizione popolare al processo di consumo di suolo. I ragazzi devono saper dire che ogni nuovo edificio che sottrae verde, danneggia il clima e quindi costituisce un danno a tutta la collettività. Così che il movimento possa imporre ai sindaci delle città un nuovo governo ambientale dei nostri centri urbani.

Ma il movimento deve compiere un duplice salto di consapevolezza: comprendere il meccanismo che regola il capitalismo mondiale oggi e avere una prospettiva realista del futuro nel medio periodo. Occorre avere chiaro che la distruzione crescente e dissennata delle risorse e dunque il riscaldameno globale, sono il frutto di una macchina mondiale semovente che non riesce a fermarsi.Questa macchina è costituita dalla divisione del pianeta in singoli stati in competizione tra loro e che dunque devono continuamente crescere.Una vecchia eredità storica, gli stati-nazione, pesano sul nostro presente e minacciano il futuro. Se noi osserviamo il pianeta da un satellite, non scorgiamo confini, divisioni, configurazioni statuali, ma un corpo cosmico unitario. Se la Terra venisse considerata così, vista l’enorme ricchezza materiale di cui dispone la maggioranza degli stati, non sarebbe più necessario che ciascuno competesse con l’altro, come avviene oggi, per produrre di più, conquistare nuovi mercati, saccheggiare le risorse, condurre guerre distruttive, ecc. Un accordo mondiale tra gli stati potrebbe abolire la corsa alla crescita – che è la ragione segreta grazie a cui ogni ceto dirigente nazionale impone ai propri cittadini le “necessità” dello sviluppo capitalistico – e dar vita a un accordo mondiale in cui la salvezza della Terra dovrebbe costiruire il principio ispiratore fondativo.

Si tratta di un obiettivo gigantesco. Ma è l’unica prospettiva di salvezza e spiegherò a breve perché.

Noi siamo di fronte a politiche di potenza da parte dei vari stati che sarà difficile smontare. Questa poltica significa oltre mille miliardi di dollari all’anno in armamenti, cioè in mezzi di distruzione di uomini e territori e di deterioramento del clima. Immense risorse che potrebbero essere utilizzate per scopi opposti. Assistiamo al paradosso di un ‘Europa allineata la Patto atlantico, un’organzzazione che produce e distribuisce armamenti, genera e alimenta conflitti, ed è piegata agli interessi degli USA.Un paese che con il 5% della popolazione consuma oltre il 30% delle risorse mondiali e contribuisce più o meno nella stessa proporzione al riscaldamento globale. Un paese governato da un presidente che nega il riscaldamento climatico in atto e continua nella sua politica dissennata, appoggiando il saccheggio dell’Amazzonia perseguita dal presidente del Brasile.

Occorre perciò azzardare qualche linea di prospettiva. Il mondo non finirà né domani né dopodomani.L’Apocalisse ambientale non ci sarà. Quel che è tuttavia realistico immaginare è una crescente e alla fine drammatica riduzione delle risorse disponibili: terre fertili, acqua, materie prime, territori abitabili, ecc. Se questo è la scenario fisico più probabile del nostro prossimo futuro è evidente che, restando in piedi l’attuale architettura di divisione competitiva del mondo in stati, l’esito inevitabile sarà la guerra. La terza, ultima, definitiva guerra mondiale. << E’ probabile – ha scritto con amarezza George Steiner – che tutto finisca in un massacro.>> Contro questa prospettiva l’obiettivo necessario che il movimento dei giovani deve perseguire è la sostituizione a livello mondiale di una intera generazione di dirigenti. In Europa già nei prossimi anni essi potrebbero mandare a casa governanti e politici sopravvissuti a un’epoca ormai tramontata, e avviare lo smontaggio della Nato. Il centro politico-militare che contribuisce più di altri poteri all’attuale divisione del mondo.

 

Il Manifesto

6.10.2019

In allegato al Def, la nota che spinge sull’autonomia di Massimo Villone

In allegato al Def, la nota che spinge sull’autonomia di Massimo Villone

Il governatore Cirio a Torino nel convegno celebrativo della Corte dei conti ha rilanciato sull’autonomia differenziata. Forse per la presenza di Mattarella ha aggiunto una mozione degli affetti richiamando la bandiera italiana (Stampa Torino, 02.10). Ma le carte cantano. E le pretese del Piemonte per quel che si sa sono ricopiate da quelle del Veneto, mentre è firmato l’asse con la Liguria (Repubblica Genova, 24.09). Il separatismo nordista attacca. Il 15 ottobre si terrà in una scuola di Padova un incontro sull’autonomia differenziata, organizzato dall’ufficio scolastico regionale, ambito territoriale di Padova e Rovigo. Sarà relatore Bertolissi, ordinario di costituzionale a Padova, e membro della delegazione trattante con il ministero. Lo stesso Bertolissi sul Corriere della sera del 23 settembre ci informa che al Nord tira una brutta aria. È autore di un libro sull’autonomia di cui la giunta veneta ha deliberato di acquistare mille copie, al prezzo scontato di 6 euro ciascuna. Nelle parole di Zaia «… fornisce un prestigioso contributo scientifico alla tematica dell’autonomia differenziata … l’Amministrazione Regionale intende acquistarne un congruo numero di esemplari per la loro diffusione …» (Gr Veneto, 30.07.2019, in Bur n. 27.08.2019, n. 97). Una campagna pubblicitaria. Sulla iniziativa del 15 ottobre bene hanno fatto le segreterie regionali scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda a sottolineare che la discussione andrebbe «allargata anche ad altre presenze di pensiero divergente. In caso contrario sarebbe utile annullare l’iniziativa». Ci chiediamo cosa pensi il ministro Fioramonti – quello che l’autonomia nella scuola non si fa – della sua organizzazione periferica. Un anticipo di co-dipendenza funzionale? Sulla scuola gli aspiranti secessionisti mantengono alta la pressione. Le ragioni sono ovvie. Anzitutto, è l’occasione di mettere le mani su una massa di manovra elettoralmente preziosa di decine di migliaia di docenti e personale scolastico. Inoltre, alla bassa cucina si affianca una motivazione strategica: avere gli strumenti per costruire una cultura separatista che nobiliti lo strappo. Un obiettivo che in specie Zaia da tempo persegue. Ricordiamo il protocollo d’intesa trionfalmente firmato con l’allora ministro Bussetti (leghista) per l’insegnamento della storia e della cultura veneta nelle scuole (Il Gazzettino.it, 16.10.2018). Si onora l’accordo con i sindacati scuola siglato il 24 aprile dal precedente governo? Non fa argine – e speriamo sia solo apparenza – la posizione di Boccia. Le sue aperture sulla scuola sono in diretto contrasto con Fioramonti. Anche Provenzano è su una linea diversa. Dunque, sull’autonomia un indirizzo di governo non c’è. Non si capisce quale sia l’orientamento della maggioranza. Una posizione condivisa sarebbe quanto mai opportuna, prima di parlare. Perché intanto Boccia non rende pubblici i 36 rilievi che – leggiamo – ha presentato ai governatori? O riprende la trattativa segreta in stile Stefani? Si aggiunge ora la nota di aggiornamento del Def a firma Conte e Gualtieri. Tra i ddl che il governo dichiara collegati alla decisione di bilancio uno reca «interventi per favorire l’autonomia differenziata ai sensi dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione attraverso l’eliminazione delle diseguaglianze economiche e sociali nonché l’implementazione delle forme di raccordo tra Amministrazioni centrali e regioni, anche al fine della riduzione del contenzioso costituzionale». L’ambiguità continua. Favorire? E come? Il richiamo alle diseguaglianze sembra legarsi ai livelli essenziali delle prestazioni. Si intende che debbano essere stabiliti in via prioritaria, al fine appunto di «favorire»? E che sono le «forme di raccordo»? Strumenti di concertazione permanente da sostituire in tutto o in parte alle intese? O invece da affiancare ad esse per contenere i danni? Ridurre il contenzioso, come? Fontana e Zaia potrebbero dire che è appunto quel che vogliono, ritagliando competenze e funzioni. Sull’autonomia differenziata il governo rischia la babele. Qui le differenze sono anzitutto a Palazzo Chigi, mentre il fronte separatista è compatto. Ma la pubblicità ingannevole lasciamola a Fontana e Zaia. Perché stiano sereni non diciamo che gli antichi giuristi di Roma avevano in tempi assai risalenti già inventato la categoria giusta per loro: il dolus malus. Manifesto 3 ottobre 2019

Agire prima che si sciolgano i ghiacciai di Piero Bevilacqua

Agire prima che si sciolgano i ghiacciai di Piero Bevilacqua

Le immagini più drammaticamente evidenti con cui ormai quasi ogni giorno i media ci mostrano le conseguenze del riscaldamento globale, sono quelle dei ghiacciai: clamorosamente assottigliati o addirittura scomparsi, ridotti a sterili petraie. Poco o nulla tuttavia si dice sulle conseguenze prossime venture di questo fenomeno, che oggi appare molto più accelerato di quanto fosse stato previsto dai climatologi. Vorrei perciò almeno accennare alle possibili conseguenze prossime che la sparizione dei grandi ghiacciai alpini provocherà, in tempi ancora imprevedibili, in alcuni territori della Penisola. La loro estinzione più o meno totale avrà affetti giganteschi sulla Pianura padana. Nel XIX secolo Carlo Cattaneo aveva descritto in maniera mirabile le caratteristiche fisiche di quell’immenso catino ai piedi delle Alpi in cui precipita il più complesso sistema idrografico d’Europa e uno dei più ricchi e intricati del mondo. I ghiacciai alpini, che hanno dato vita e ancora alimentano fiumi, canali, rogge, risorgive, ecc hanno costituito la risorsa idrica su cui è nata, soprattutto in Lombardia e nella Bassa padana, l’agricoltura irrigua. Per almeno un secolo la più prospera economia agricola del mondo. Grazie alla ricchezza delle acque, non solo sono state rese possibili colture tropicali: il riso arriva in Lombardia nel ‘400 e ancora ci rende primi produttori di questo cereale in Europa. Ma le acque hanno permesso navigazione interna, trasporti, energia motrice, con un abbondanza che non si ritrova in nessun altra geografia d’Italia. Gran parte del dinamismo economico e della ricchezza di tanta parte dell’Italia settentrionale si deve all’abbondanza delle acque, dunque ai ghiacciai alpini, che la versano in pianura con corsi perenni e soprattutto d’estate, quando è più necessaria. La più grande e ricca città di quest’area, Milano, non sarebbe stata possibile senza questi vantaggi idrici. Scriveva nel 1288 Bonvesin De La Riva nel suo De Magnalibus Mediolani: «Non si ha notizia di alcuna altra città al mondo che sia altrettanto ricca di sorgenti di così elevata qualità» (1288) Ebbene la sparizione dei ghiacciai prefigura la scomparsa di questi immensi vantaggi naturali di cui questa parte d’Italia ha goduto per millenni. Naturalmente non è saggio avventurarsi in previsioni più o meno catastrofiche. Quel che invece si può utilmente fare, di fronte a un orizzonte così minaccioso e imprevedibile, è cominciare a pensare strategicamente a una eventualità che ormai possiamo considerare inevitabile, anche se con tempistiche e caratteristiche difficili da calcolare. E dunque si può cominciare a pensare a un’agricoltura necessitata a produrre con sempre meno acqua. Ecco allora emergere alcuni interrogativi su cui imprenditori e poteri pubblici devono cominciare a interrogarsi. Difficilmente credo le colture del riso resisteranno allo stravolgimento idrografico e climatico in corso. E sarà ancora possibile, ed economicamente conveniente, coltivare in Pianura padana colture idrofile come il mais? Quel mais che la senatrice Cattaneo vorrebbe addirittura Ogm? Come fanno in genere gli scienziati riduzionisti, che esaltano il successo strumentale del singolo manufatto tecnico-scientifico – in questo caso il mais modificato – separandolo dal contesto generale della natura vivente, che comprende anche la variazione del clima e del regime idrico. In un contesto di siccità, in assenza di grandi apporti d’acqua, quella cultura sarà fallimentare e, Ogm o meno, porterà gli agricoltori alla rovina. Occorre dunque incominciare a pensare a colture alternative, a piante capaci di adattarsi a un nuovo contesto climatico. L’espansione delle colture tropicali in Sicilia e in Sardegna, che dalla scoperta dell’America in poi non erano mai attecchite nelle nostre campagne, è un segnale importante di questa inversione. È questo un semplice esempio del modo di pensare prospettico con cui occorrerà accompagnare la protesta contro gli stati inquinanti e l’obiettivo di una riconversione ecologica generale. Il Manifesto 29.9.2019

L’immigrazione è necessaria di Piero Bevilacqua

L’immigrazione è necessaria di Piero Bevilacqua

Esiste un indicatore certo e indiscutibile che segnala il declino di un paese: la diminuzione della popolazione. A demografia stagnante o in calo corrisponde una economia stagnante o in regresso. L’Italia è oggi un caso da manuale.Se vivessimo in uno “stato stazionario”, regolato da flussi di input e output in equilibrio, potremmo essere anche soddisfatti. Ma poiché siamo ancora immersi in una economia-mondo capitalistica, dobbiamo preoccuparci.Anche perché non diminuisce solo e semplicemente la popolazione, quanto soprattutto e drammaticamente quella giovane. E’ un declino di lungo periodo, che si è accentuato negli ultimi anni. All’inizio del ‘900 oltre la metà dei cittadini italiani aveva meno di 25 anni, oggi sono meno del 24%. Nel 1996 i giovani fra i 20 e i 39 anni erano 17,3 milioni, nel 2015 erano crollati a 13,3 milioni: oltre 4 milioni in meno, come se in vent’anni fosse scomparsa l’intera popolazione del Piemente, con tutta la sua potenzialità di ricchezza. E’ una tendenza destinata ad accentuarsi nel prossimo futuro, come riconoscono gli esperti dell’ONU. Un fenomeno del resto comprensibile, meno giovani signica senpre meno nascite, così che si innesta una “sindrome malthusiana” a rovescio, tanto più che in Italia le coppie fanno meno di un figlio e mezzo (1,32) contro, ad esempio, i due della Francia.

Ma non è tutto.Se i giovani diminuiscono i vecchi invece aumentano.L’indice di vecchiaia, vale a dire il rapporto tra la fascia di popolazione da 0 a 14 e da 65 in avanti, tra il 2009 e il 2019 è passato da 144,1 a 172,9.(Traggo questi dati da due saggi di Luigi Campiglio e Alessandro Rosina, apparsi su << Vita e Pensiero>> 2019 n. 3 e n. 4)

Quest’ ultimo dato dovrebbe creare un deciso allarme. Mentre diminuisce il numero di chi produce ricchezza, aumenta quello di chi la consuma. Oggi la popolazione anziana in aumento è sempre meno autonoma e bisognosa di un concerto crescente di servizi (badanti, ricoveri ospedaleri, assistenza periodica, dialisi, trasfusioni, interventi chirurgici, innesto di protesi, ecc) e di medicinali sempre pià costosi. La sua sopravvivenza assorbe, di anno in anno, costi crescenti del bilancio pubblico, anche in virtù dell’incessante progresso della tecnologia medica. Un tempo per ogni anziano da assitere lavoravano decine di giovani, oggi il rapporto si è ridotto a due-.tre per ogni pensionato.

Ora noi conosciamo le cause di tale squilibrio. Disoccupazione giovanile protratta, scarsi investimenti, anche in ricerca e istruzione, assenza di servizi (asili nidi, scuole materne, presidi sanitari), mancanza di agevolezioni e incentivi alle coppie giovani, marginalità delle donne,ecc. A cui occorre aggiungere, specie per il Mezzogiorno, l’emigrazione all’estero dei giovani, ripresa in grande stile negli ultimi anni.Dunque, è auspicabile che il governo si applichi con serietà per promuovere un nuova politica verso la nostra gioventù.

Ma può bastare? In termini di costituzione di forza-lavoro ci vorranno almeno vent’anni perché queste politiche possano in qualche modo aggiustare il presente squilibrio. Eppure noi abbiamo di fronte l’unica, grande, rapida soluzione a questo grandioso problema e non solo non vogliamo vederla, ma la condanniamo come l’introduzione di una epidemia di peste.La soluzione è l’immigrazione, l’ingresso di centinaia di migliaia di giovani che scappano da situazioni disperate, guerre, distruzioni, schiavitù e fame, che solo con gli anni ( e con una prolungata politica di pace, che non è alle viste) può essere normalizzata nel luoghi d’origine. Ma questi giovani africani o mediorientali non vanno solo salvati e accolti, vanno anche ospitati. Quando arrivano sulle nostre terre essi vanno conosciuti intanto come essere umani, e non come stranieri clandestini,occorre apprendere dalla loro voce da dove vengono, che studi hanno fatto, che mestiere posseggono, per poter progettare un loro inserimento dignitoso nella nostra società.Ma naturalmente per fare questo ci vogliono specifici investimenti e sforzo organizzativo.Non si può operare come è accaduto sinora, lasciando questo esercito di sbandati a bivaccare nelle nostre periferiferie, ad accrescere il loro degrado in danno dei cittadini più poveri, generando la sensazione di disagio e insicurezza su cui è prosperata la politica della paura. Occorre credere nella loro capacità di lavoro, nella loro intelligenza, nella loro cultura e umanità.

Dunque bisogna rovesciare radicalmente la narrazione xenofoba su cui la Lega ha fondato le sue fortune. I dirigenti sindacali della Cgil, i cui iscritti votano per il partito di Salvini, possono raccontare loro, con serenità, che se vince la sua politica i loro figli non avranno più la pensione e loro stessi avranno sempre più difficolta ad accedere alla sanità pubblica. E’ necessario dunque raccontare al paese intero un’altra storia, la verità storica. La politica del “prima gli italiani” ha operato in danno degli italiani stessi, ha lavorato per accrescere il grave squilibrio demografico che trascina l’Italia verso il declino, eroderndo drammaticamente le basi economiche su cui si regge il nostro welfare e quello delle prossime generazioni.

 

Il Manifesto

25.9.2019

Le infrastrutture utili non sono le grandi opere care a Confindustria di Piero Bevilacqua

Le infrastrutture utili non sono le grandi opere care a Confindustria di Piero Bevilacqua

Si tratta in genere di operazioni che a fronte di cospicui guadagni delle imprese, mobilitano alcuni settori economici come quelli del cemento e di materiali di costruzione, creano un certo stock di posti di lavoro temporaneo, soprattutto di bassa qualità, e sconvolgono per sempre pezzi di habitat della penisola. Se non rientra nella logica di questo business, l’opera in Italia, non si fa.

Non a caso il raccordo ferroviario che avrebbe connesso il porto di Gioia Tauro al resto della Penisola non è stato realizzato. Ora, poiché su questo terreno il Pd rischia di entrare in conflitto con l’alleato di governo, proviamo a indicare che cosa possono essere le infrastrutture in Italia nella fase attuale.

UNA FASE, LO RICORDIAMO agli uomini di Confindustria, ai dirigenti dei partiti, agli economisti e ai giornalisti, nella quale non si può fare più economia come un tempo, quando si consumava territorio, bene comune sempre più raro e prezioso, come se fosse infinito, come se il suo consumo non avesse influenza sul clima che deciderà della nostra vita a venire su questo pianeta.

E dunque devo ritornare su un vecchio tema, reso sempre più attuale e drammatico col passare degli anni e dei mesi. Nella più completa indifferenza generale, la penisola italiana sta precipitando in uno del più gravi squilibri demografico- territoriali della sua storia. Mentre la maggiornza della popolazione si addensa, con le sue economie, i servizi, i traffici, lungo i versanti costieri, creando un caotico inurbamento, l’Italia interna si va spopolando.

L’ITALIA TUTTA, non solo quella del Sud. (Si veda il vasto affresco a più mani, con luci e ombre, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di A.De Rossi, Donzelli).

Si tratta di un paradosso grandioso per più versi. Dal punto di vista storico, perché per millenni la nostra economia preminente, quella agricolo- pastorale, si è svolta in queste aree, dal momento che le pianure erano impaludate e malariche. Dal punto di vista presente, perché lasciamo milioni di ettari di terra all’abbandono, agli incendi, alle frane, alla desertificazione mentre potrebbero costituire aree di nuova agricoltura, di economie forestali avanzate.

Senza dire che non si abbandonano solo terre, ma anche paesi interi, cittadine, patrimoni abitativi anche di pregio, con manufatti storici e archeologici talora importanti Una vastissima area del Paese in crescente abbandono mentre noi cacciamo via come criminali, abbandoniamo nelle nuove bidonville ignifughe delle periferie urbane, i giovani migranti che potrebbero riabitarle.

DAL PUNTO DI VISTA DEL FUTURO perché con l’avanzare del riscaldamento climatico i territori di altura dell’Appennino e del preappennino diventeranno preziosi per le nostre economie agricole e non solo. Ebbene, una delle ragioni alla base dello spopolamento e dell’abbandono è visibile da tempo: l’isolamento.

La distanza dai luoghi dove sono insediati i servizi, le scuole, i presidi sanitari, ecc. Le persone che vivono nell’Italia interna non lascerebbero per nulla al mondo i centri dove sono nati, ma devono farlo se manca il lavoro, l’ospedale, la scuola, i legami sociali.

Ebbene, è qui che le infrastrutture finalizzate non al mondo degli affari, alla «crescita» e al consumo di suolo, possono svolgere un ruolo strategico di riequilibrio demografico, economico e sociale dell’intera Penisola.

LA COSTRUZIONE DI UNA RETE di linee ferroviarie leggere, vere metropolitane extraurbane, capace di collegare almeno i centri più importanti, potrebbe costituire l’intelaiatura per rivitalizzare in poco tempo l’intero territorio dell’Italia interna. Essa – insieme alla diffusione della rete e al telelavoro, strumento di accorciamento degli spazi, risparmio di tempo, spostamenti, Co2- costituirebbe la base strutturale per avviare il ripopolamento e soprattutto la fioritura di economie «nuove», vale a dire di agricolture non inquinanti, artigianato e piccola industria di trasformazione, produzioni forestali, turismo, ecc.

Ma tanti nuclei urbani possono diventare sede di ricerca scientifica avanzata, valorizzando edifici storici. Tutte economie che producono nuova ricchezza e soprattutto risultano compatibili con l’imperativo inderogabile che abbiamo davanti: il riscaldamento climatico che avanza a ritmi imprevisti dagli stessi esperti.

Non possiamo applaudire Greta Thunberg, riempirci il petto di slanci ambientalisti e poi ritornare alle vecchie politiche come se nulla fosse.

Oggi la propaganda non funziona più. Non si può far finta che le scelte economiche non abbiano un effetto ambientale. All’ignoranza abissale di tutto ciò che riguarda il territorio, connotato storico dei ceti dominanti italiani, non può più essere consentito di imporre il proprio punto di vista, prigioniero di un paradigma economicistico ormai esaurito.

Di fronte all’allarme globale, che cresce di giorno in giorno, non si può più giocare alcuna partita con le vecchie carte.

 

Il Manifesto

Edizione del 20.09.2019

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

 

 

 

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno inquietante, impensabile in altri periodi della storia repubblicana. Mentre le condizioni economiche, sociali, civili del Mezzogiorno peggioravano, con la rinascita di fenomeni da dopoguerra, come il caporalato schiavista nelle campagne, con la ripresa dell’emigrazione individuale di massa, soprattutto della gioventù colta, non un moto di recriminazone si è levato da quelle terre.Nessuna manifestazione, movimento di popolo, proteste organizzate. Una coltre di rassegnazione sembra essersi stesa sul cuore delle popolazioni meridionali. Sicché si è arrivati al paradosso che neppure di fronte alla più grande minaccia affacciatasi negli ultimi mesi all’avvenire di questa parte d’Italia, e alla stessa unità del Paese, con la cosiddetta autonomia differenziata, abbiamo assistito ad alcuna reazione popolare. Anzi, la Lega, che oggi ripropone la secessione del Nord sotto mentite spoglie, è stata premiata al Sud con migliaia e migliaia di voti. E’ un paradosso, assurdo, inaudito. La Lega, a partire da Bossi, ha imposto all’immaginario degli italiani l’idea di un Sud sprecone e criminale, sicché dagli anni ’90 ogni intervento pubblico a favore del Sud è stato guardato con sospetto, favorendo così uno squilibrio ingiusto nella redistribuzione delle risorse.Occorre rammentarlo alle popolazioni meridionali: la Lega è storicamente e attualmente, sotto la guida di Salvini, il suo più attivo nemico.

Di fronte a tale scenario, se si esclude la solitaria lotta di pochi e isolatissimi intellettuali, di alcune assemblee dei medici, delle mobilitazioni di gruppi di insegnanti, e della manifestazione unitaria dei sindacati a Reggio Calabria del 22 giugno, l’assenza di iniziativa politica appare drammatica.E anche paradossale, perché le popolazioni del Sud ignorano che cosa sia l’autonomia differenziata e votano Lega, mentre quel partito le sta condannando a una marginalità irreversibile.

Sapiamo che il PD non ha mosso un dito su tale questione, paralizzato dalle sue divisioni interne, le varie TV, pubbliche e private, non ne fanno menzione, una sistema mediatico sempre più asservito porta l’attenzione degli italiani altrove.

Ebbene, io credo che la sinistra, malgrado le poche forze a disposizione, se scatta un po’ di volontà politica, potrebbe tentare un’operazione che è insieme di dialogo e contatto con i cittadini del Sud, di mobilitazione, e al tempo stesso di tessitura tra i gruppi che compongono la sua frastagliata geografia. Non ci potrebbe essere obiettivo più unificante che rivendicare una politica di investimenti innovativi per il Sud e creare allarme, chiarimento, informazione di fronte al progetto di disintegrare l’unità del Paese, instaurando un rissoso regime di competizione regionalistica, che getterebbe l’Italia ai margini dell’Europa. E occorre ricordare qui che Veneto e Lombardia sono le regioni con il più alto tasso di cementificazione d’Italia, mentre il nuovo piano territoriale dell’Emilia Romagna prevede la ripresa di consumo di suolo.( Consumo di luogo.Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna, a cura di I.Agostini,Pendragon 2017) Volere più potere significa per queste regioni continuare la vecchia politica di grandi opere e cementificazione dei territori, una scelta insostenibile mentre incombe il riscaldamento climatico

Qual’è la proposta che avanzo ? Quella di partire, nel mese di ottobre, con un pulman, che giri per i territori, e in cui siano presenti gli esponenti di tutte le forze poitiche disponibili, le varie organizzazioni che hanno insediamenti attivi in alcune città, in primo luogo i sindacati, l’ARCI, Libera, l’ANPI, l’Osservatorio del Sud, ecc, ecc. per organizzare là dove è possibile, un incontro in piazza con i cittadini. Nei vari centri si potrebbero coinvolgere i medici, che conoscono la realtà della sanità meridionale, gli insegnanti con le loro organizzazioni, l’Unione degli Studenti, ma più in generale le scolaresche che in quel momento dell’anno sono più pronte e disponibili alla mobilitazione. L’idea di un viaggio per i territori potrebbe funzionare anche mediaticamente e avrebbe sicuramente una efficacia di gran lunga maggiore se l’inziativa risultasse presa da un soggetto unitario, ma plurale, che coinvolga soprattutto le donne, i soggetti più deboli e discriminati del Sud.

 

 

 

Il Manifesto

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

 << L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre>>, diceva Keynes con geniale gusto del paradosso e acuto senso della storia.E’ accaduto l’inatteso: Salvini si è tolto di mezzo da solo. Il nuovo governo per ora ci ha salvati da una prospettiva inquietante e non mi soffermerò a dar giudizi e fare previsioni.Ma quel che realizzerà questo esecutivo dipenderà anche dalle pressioni che la società civile riuscirà ad esercitare, con le sue espressioni culrurali più avanzate

E’ il caso, ad esempio,di fare una riflessione sulle condizioni attuali della sinistra: sulle sue dimensioni, caretteri e modalità di espressione. Perché se è verò che essa è quasi ridotta all’impotenza sul piano partitico- parlamentare, non così si può dire della sua realtà effettiva nel Paese, che non si misura numericamente con la quantità dei consensi elettorali. Nè così si può dire sul piano della creatività ed elaborazione teorica e culturale, dell’ influenza sul piano ideale   presso settori ampi di opinione pubblica, sul suo radicamento locale in tante realtà del paese, sia pure in forma di gruppi dispersi. Se si guarda poi all’aspetto culturale della sinistra – da non identificare con le posizioni di democrazia liberale, che possono costituire una sua base di partenza, ma non l’esauriscono – non si può non cogliere una ricchezza di voci, organi, manifestazioni, che contraddicono la fragilità della sua corrispondente espressione politica. Esiste infatti quella che io definei una sinistra collaterale, che costitusce il paradosso della situazione italiana e che si esprime in una molteplicità davvero singolare di voci.Senza nessuna pretesa, neppure di abbozzare una rassegna, direi che si va da una realtà storica come il Manifesto – che la legge dei 5S sull’editoria vorrebbe stoltamente punire – a riviste che vantano molti anni di vita come Micromega, Internazionale, che dal ’93 fa entrare i problemi del mondo nel dibattito italiano, lo statunitense Huffington Post, che ha una versione italiana grazie al gruppo editoriale dell’Espresso, così Jacobin , Left attiva dal 2006, in Comune,la recentissima Luoghi comuni (Castelvecchi),sino alla moltitudine di siti, sia specialistici, come Sbilanciamoci per i temi economici, Eddyburg, Carte in regola, Città bene comune, dedicati all’ambiente e all’urbanistica o più generali come Officina dei saperi e Osservatorio del Sud, o di quelli che conducono campagne di varia natura come Change.org.Naturalmente occorrerebbe mettere nel conto, oltre alla loro pubblicazione libraria, la collaborazione di molti intellettuali a organi di stampa che non so quanto amano definirsi strettamente di sinistra, come il Fatto quotidiano, o che sono semplicemente liberal-democratici come Repubblica. Ricordo che a lungo su questo giornale esprimevano posizioni anche radicali collaboratori fissi come Alberto Asor Rosa, Stefano Rodotà, Luciano Gallino, Salvatore Settis e da ultimo Tomaso Montanari. Così come almeno un accenno andrebbe fatto alle mille inziative che singoli e gruppi intraprendono nei vari angoli della Penisola, nelle scuole, nelle università, in luoghi pubblici con convegni sui temi più vari del nostro tempo.Ma l’elenco è ancora incompleto: come dimenticarsi di Libera, dell’ANPI, dei circoli dell’Arci, dei gruppi di Altreconomia, dei diversi centri sociali, delle organizzazioni culturali e ambientaliste? E non includiamo le Camere del Lavoro e le organizzazioni territoriali del sindacato, perché oggi non sono politicamente omogenee.

Perché ricordo sommariamente tali realtà? Non certo per tornare a invocare la nascita di nuova formazione politica.Tale progetto non è alle viste.Finché esso si porrà a ridosso di elezioni, per inziativa dei frantumi dei vecchi gruppi politici, e senza un precedente movimento di lotta popolare, non avrà speranza. E tuttavia non ci si può non porre la domanda:se questa sinistra collaterale che costituisce quasi l’unica fonte innovativa di produzione teorico-politica dell ‘Italia, che non trova ascolto nel Pd e non si traduce in iniziativa politica nei gruppi radicali, deve limitarsi a una esclusiva azione culturale? Non è possibile che attraverso un paziente lavoro di tessitura organizzativa dia vita, di tanto in tanto, a singole forme di mobilitazione che coinvolgano i cittadini, con una capacità di incidenza che superi quella – pur meritoria – dei comitati locali ? Potrebbe nascere così una forza politica che non assomiglia alle forme partitiche tradizionali, carsica e liquida quanto vogliamo, ma capace di imporsi all’opinione nazionale, di volta in volta,con singole campagne. Ricordo che una ragazzina di nome Greta ha sconvolto in poco tempo la geografia dei movimenti di massa.

Ancora una volta sottolineo che davanti a noi abbiamo un obiettivo di prima grandezza, che ancora molti intellettuali di sinistra non hanno afferrato nella sua potenzialità: la secessione dei ricchi, denominata dalla Lega, per truccare le carte, autonomia differenziata. Potrebbe costituire la più grande battaglia unitaria dopo la Resistenza, perché si opporrebbe alla disgregazione dell’Italia e alla dissoluzione del welfare nazionale, difenderebbe le autonomie dei comuni e la Costituzione, metterebbe il Mezzogiorno al centro della lotta contro il declino dell’Italia. Grazie a un impegno su tale terreno il fenomeno Salvini, alle prossime elelezioni, potrebbe ritornare alle sue vecchie dimensioni regionali.

 

Il Manifesto

10.9.2019

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

Si avvia il nuovo governo. E trova sulla sua strada, tra i tanti temi aperti, quello dell’autonomia regionale differenziata. Un dossier scottante per la portata estrema delle richieste. Le richieste delle regioni Lombardia e Veneto, e in larga misura anche Emilia-Romagna: non a caso battezzate “Spacca-Italia” da questo giornale; per le loro profonde implicazioni sui meccanismi di finanziamento delle amministrazioni, e quindi dei servizi ai cittadini; per le ricadute a catena che un’eventuale intesa con una o più di queste regioni può provocare anche nei rapporti con le altre e nel complessivo funzionamento del Paese.

Nel testo dell’Intesa fra Pd e 5Stelle, il tema è estesamente affrontato al punto 20. Sono posti dei chiari paletti di principio a meccanismi di finanziamento che possono provocare vantaggi ad alcuni a danno ad altri; viene auspicata, un po’ vagamente una «ricognizione ponderata delle materie e delle competenze da trasferire»; viene affermata la centralità del Parlamento in tutto il processo.

Una formulazione accettabile nelle sue cautele, ma che rischia di non affrontare il nodo di fondo della questione. La forte iniziativa politica delle tre Regioni fa partire la discussione dal punto sbagliato: la differenziazione delle competenze, per averne specifici vantaggi. Non da quello più corretto: e cioè il completamento dei meccanismi di finanziamento ordinario delle Regioni e una attenta discussione del riparto delle competenze fra Stato e autonomie, per far funzionare meglio l’Italia. Non sarà affatto semplice tenere insieme il «portare avanti il dossier delle tre Regioni» con la considerazione che è «un lavoro che riguarda tutte le Regioni», come si legge nella prima dichiarazione del neo-ministro. Soprattutto considerando le pressioni che eserciterà la giunta emiliana, anche in vista delle prossime elezioni regionali.

Il perché non è difficile da capire. In materia finanziaria Veneto e Lombardia hanno proposto un vestito disegnato sui loro possibili vantaggi, abbandonando la strada maestra dei meccanismi già previsti sin dalla legge 42 sul federalismo fiscale. Ed è da questi meccanismi che occorre invece ripartire, abbandonando le bozze predisposte dal precedente governo: regole chiare, valide per tutti. Sapendo bene che in tempi di risorse scarse non è affatto facile, politicamente e tecnicamente, transitare come auspicabile dal “costo storico” a indicatori più equi e basati sui numeri.

L’esperienza tragica del federalismo fiscale per i Comuni, che ha visto quelli più ricchi contrapporsi vittoriosamente a quelli più poveri, è lì a mostrarlo. In materia di competenze c’era stata già una netta rottura fra i due vecchi partner di governo, con i 5 Stelle contrari ad alcune delle richieste più importanti, ed estreme, di Lombardia e Veneto, come l’istruzione e i beni culturali o la cessione al patrimonio regionale delle infrastrutture.

Il punto è che molte delle altre richieste regionali sono del tutto simili (altro che regionalismo differenziato!), fra le tre e fra le altre: e quindi riguardano non l’attuazione dell’articolo 116 ma una rilettura dell’articolo 117 della Costituzione. Cioè molto più il riparto di competenze, specie amministrative, fra Stato e tutte le Regioni, che casi specifici. Discussione anch’essa molto utile e non semplice: che non sarebbe male condurre, per averne indirizzi, in Parlamento.

Ma partire dall’inizio, e cioè ridiscutere confini fra poteri e meccanismi di finanziamento, porta a nuovi importanti interrogativi. L’equità delle regole per le Regioni a statuto speciale: molto del malessere veneto viene proprio dal confinare con regioni “speciali”. E soprattutto Roma. Questione dirimente per il nostro Paese; non banalmente «una città come le altre» come argomentato improvvidamente da qualche sindaco (argomentazioni probabilmente alla base dei cambiamenti fra prima e seconda versione del programma di cui questo giornale si è estesamente occupato ieri).

Roma è la capitale del Paese; è la parte largamente preponderante della regione Lazio; e, oltre a questo, è in profonda difficoltà. Tutte questioni che richiedono riflessioni attentissime su poteri e risorse; non per un banale campanilismo ripetibile in ogni municipio, ma perché una capitale e un Paese che si rilanciano sono due facce della stessa medaglia. E poi, Milano non diventa certo più forte se Roma si indebolisce, ma solo se è un nodo importante di una rete di città competitive, che innervano tutto il Paese. Non se imita Londra isolandosi, e contrapponendosi economicamente e politicamente al resto del Paese (che poi si vendica con la Brexit), ma se si inserisce, come Monaco di Baviera e Francoforte, in un efficiente sistema-Paese.

E questo ci porta all’ultimo tema. Si è fatta una polemica estiva sulla supposta lontananza del governo dal Nord, che certamente sarà rinfocolata dai governatori leghisti sul tema delle autonomie differenziate. Polemiche che meriteranno una risposta attenta. Da un lato, sul merito delle questioni, spiegando bene ai cittadini di quelle regioni che non si parla genericamente di “autonomia” o “responsabilità” ma di specifiche materie, specifiche disposizioni. O davvero pensiamo che tutti i lombardi abbiano come priorità il fatto che l’Autostrada del Sole diventi regionale, o che gli insegnanti dei loro figli dipendano dall’assessore?

Dall’altro, sul futuro possibile del Paese. Che non può stare in una lotta di campanile di tutti contro tutti per i soldi; nell’egoismo dei ricchi: nel loro stesso interesse. Ma in un disegno condiviso, che premi l’efficienza di chi ben governa e i diritti di tutti i cittadini, a tutte le latitudini, alla salute, all’istruzione, all’assistenza, alla mobilità; e che soprattutto rilanci gli investimenti, pubblici e privati. La sfida che ha davanti questo governo è cominciare a tracciarlo, facendo un serio “tagliando” all’Italia del XXI secolo; cosa nient’affatto semplice, ma indispensabile per cominciare ad uscire dalle secche in cui da troppi anni ci siamo arenati.

 

Il Messaggero

6.9.2019