Categoria: Dalla Stampa

L’indignazione non basta di Gianni Festa

L’indignazione non basta di Gianni Festa

No, non ci casco. Non mi accodo agli indignati che reagiscono alle offese ai meridionali, definiti “Terroni e spreconi”.

E’ storia primordiale assegnare il luogo di nascita all’occupazione del potere. Se anche così fosse, bisognerebbe indicare i benefici, che in virtù della località di nascita, ricavano i territori interessati. E non mi pare, riflettendo sulle condizioni attuali del Mezzogiorno, che qualcosa sia cambiato. E allora perchè ogni tanto si tira fuori dal cilindro l’antimeridionalismo inzuppato di rancore? Troppo evidenti, a me sembra, sono i motivi degli insulti dell’ultimora. Uno su tutti.

 

La sporca guerra che Lega e M5s portano avanti nel nome della divisione del Paese. Salvini pretende di dare l’autonomia alle regioni settentrionali (Veneto e Lombardia) e Di Maio rivendica la concessione del reddito di cittadinanza, destinato per gran parte alle regioni meridionali.

Questa, a me pare, è la partita che si gioca sul campo del compromesso al ribasso della compagine governativa. Si tratta di misera tattica, senza una strategica visione unitaria del Paese. Questo dovrebbero capire i soloni del meridionalismo che, accettando le provocazioni, trasformano la realtà in un conflitto di parole. La risposta, a mio avviso, dovrebbe essere non l’indignazione, ma la scoperta nel Sud, dal Sud e per il Sud di una nuova stagione dei doveri.

Solo attraverso una politica dei fatti che veda protagonisti i meridionali si possono annullare i motivi degli insulti.

L’avvento di questa alba nuova ci sembra ancora molto lontana. In questa direzione è emblematica l’affermazione di Di Maio che coglie al balzo l’occasione dei sostenitori della Lega minacciandoli di fare giustizia eliminando i contributi per l’editoria. Caduta di stile. Non solo. Al Sud l’editoria è debole.

Le grandi testate sono tutte nel Centro Nord. Nel Mezzogiorno invece resistono coraggiosi che danno vita a testate locali, che sono sentinelle di democrazia del territorio. Questo Di Maio non lo sa.

 

il Quotidiano del Sud, 13 gennaio 2019

L’Osservatorio del Sud contro la Secessione del Nord

L’Osservatorio del Sud contro la Secessione del Nord

L’Osservatorio del Sud è nato, su ispirazione ed impulso di Piero Bevilacqua, meno di un anno fa. Ha come scopo principale quello di porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica i gravissimi problemi dell’Italia meridionale superando   retoriche e recriminazioni del passato, a volte persino neoborboniche, e privilegiando analisi circostanziate e multidisciplinari per trarre il Sud fuori dalla coltre degli stereotipi che lo deformano.

L’Osservatorio -che ha un Comitato scientifico composto, fra gli altri, da Salvatore Settis, Gianfranco Viesti, Tomaso Montanari, Tonino Perna, Mimmo Cersosimo, Battista Sangineto, Enzo Scandurra e Vito Teti- vuole non solo mettere insieme le intelligenze meridionali disperse nella Penisola ed in Europa, ma ha anche l’ambizione di elaborare idee, progetti e proposte, che aiutino le forze migliori a trovare la strada di un impegno corale di trasformazione sociale ed economica e di emancipazione civile.

L’Osservatorio è, coerentemente ai suddetti scopi e principî, del tutto contrario alla legge sull’autonomia della Regione Veneto che nasce dalla volontà, da parte della Lega, di trattenere una quota molto maggiore del gettito fiscale regionale, sottraendolo allo Stato nazionale e quindi alla redistribuzione in favore di tutti gli altri cittadini italiani. Quella che viene chiamata “autonomia regionale”, è, invece, una vera e propria secessione dei ricchi. Il divario Nord/Sud, già allargatosi durante la recente recessione economica, si trasformerebbe in abisso facendo venir meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani.

L’Osservatorio del Sud, in prossimità della discussione della legge che dovrebbe tenersi il 10 febbraio, promuove, pertanto, una giornata nazionale di discussione sulle sorti del Mezzogiorno e dell’Italia che si terrà l’8 febbraio prossimo in alcune città: a Roma presso l’Università la Sapienza, a Bari, a Cosenza ed a Catanzaro. L’Osservatorio sarà, anche, un punto di riferimento, pubblicando le date ed i luoghi delle iniziative per mezzo del suo sito web e della sua pagina fb, per tutti coloro i quali –Associazioni, Sindacati etc.- hanno a cuore l’unità dell’Italia e vogliono promuovere iniziative e dibattiti pubblici su questo tema, anche prima della giornata dell’8 febbraio.

http://www.osservatoriodelsud.it/; https://www.facebook.com/osservatoriodelsud/ osservatoriodelsud@gmail.com

 

Il Manifesto

12.1.2019

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Una giornata per il Sud (e per il Paese) di Piero Bevilacqua

Dei punti programmatici nell’agenda dell’attuale governo di certo il più gravido di conseguenze, per l’avvenire del Paese, è quello relativo all”autonomia regionale del Veneto.Un forma camuffata di secessione territoriale qual era nelle aspirazioni originarie della Lega di Bossi. Si tratta di un progetto di ristrutturazione istituzionale che trascinerrebbe immediatamente nello stesso percorso le altre regioni del Nord e che porterebbe innanzi tutto a una frantumazione dei servizi, vale a dire il tessuto effettivo di uno stato-nazione. Avremmo una regionalizzazione della sanità, della scuola, delle grandi reti energetiche e infrastrutturali, perfino dell’Istat. Ma tale autonomia inaugurerebbe un regime di fiscalità speciale destinata a rendere le regioni ricche sempre più ricche e quelle deboli sempre più deboli. E’ la stessa ratio che premia il cosiddetto “mercato” e che in realtà lascia la dinamica sociale alla logica delle forze in campo, così che il più forte diventa sempre più forte, generando il meccanismo delle disuguaglianze che lacera le società del nostro tempo. Il Mezzogiorno sarebbe la più grande vittima di un tale stravolgimento.Una larga area del Paese, a cui oggi vengono offerti servizi pubblici che, per risorse rese disponibili dallo stato e per standard qualitatitivi, sono di gran lunga peggiori rispetto a quelli del resto d’Italia.

Voci autorevoli si sono levate contro questo nefasto progetto.Istituzioni come l’Istat e lo SVIMEZ, intellettuali come Gianfranco Viesti, estensore di un appello che ha raccolto migliaia di firme, Massimo Villone, che ne ha illustrato i tratti di incostituzionalità su questo giornale (Il Manifesto       21/12 2018), l’Osservatorio del sud, che ha fatto circolare un appello manifesto sulla rete e in qualche città del Sud.

La legge in agenda del governo è di quelle destinata a creare meccanismi a catena di egoismi territoriali, innescando una dinamica di disgregazione che diventerà irrevresibile. Da essa non si tornerà più indietro, anche perché in un’ epoca in cui gli uomini sono diventati piccoli, non si vede all’orizzonte un padre della patria che possa mettere insieme i cocci. Ma questa è davvero, per chi ha almeno una superficiale memoria della storia d’Italia, un’avventura pernciciosa, che ci trascinerà nel passato e che ci perderà. Già stentiamo ad avere in Europa il ruolo e l’influenza che ci competerebbe. Diventeremmo più forti con un paese frantumato in regioni, ciascuna dietro le proprie logiche economiche e i propri interessi, con un potere pubblico centrale logorato nello sforzo quotidiano di tenere insieme le più eterogenee spinte centrifughe? Ma davvero nell’epoca dei giganti istituzionali, delle grandi aggregazioni sovranazionali, la strada è quella dei puzzle regionalistici?

Ma ci sono un alcuni elementi di riflessione che devono allarmare anche la borghesia del Nord.L’emarginazione ulteriore del Sud indebolirebbe l’intero sistema Paese, quello che ha permesso le fortune delle regioni del Nord.E in tale sistema un ruolo di primo pianno hanno avuto e continuano ad avere le intelligenze formate nelle scuole e nelle Università meridionali. Se l’industria settentrionale oggi ha una grande proiezione nei mercati esteri, non viene certo meno per essa l’importanza strategica di uno stabile mercato interno. Ma la rottura della coesione sociale nel Sud ha ormai effetti nefasti lungamente sperimentati: essa estende l’area di influenza e di riproduzione delle mafie.Le quali, fenomeno ormai conclamato, nel Sud hanno le proprie retrovie e i centri strategici e di insediamento territoriale, ma trovano sempre più nel Nord le economie ricche dove riciclare il danaro sporco dei traffici internazionali.

Di fronte all’ estrema gravità delle prospettive che si preparano per il Mezzogiorno e per il Paese, come Osservatorio del Sud – un’associazione di semplici cittadine e cittadini, insegnanti, intellettuali, sindacalisti – vogliamo lanciare una giornata di riflessione non solo sulle potenzialità eversive di questa legge, ma anche sulle condizioni e le prospettive del nostro Sud. Quest’area del paese può diventare il laboratorio di una grande riconversione ecologica dell’economia italiana. A cominciare dalla riconversione delle sue industrie novecentesche, quelle impiantate, come già Bagnoli, nelle aree paesaggistiche fra le più suggestive della Penisola, da Taranto a Manfredonia, da Brindisi a Siracusa, da Gela a Milazzo. Si tratta di riprogettare economie , che vedano nel territorio, non più il luogo devastabile delle attività produttive, ma il valore più rilevante da mettere al centro di nuove forme di produzione di ricchezza e benessere. Un progetto al quale chiamare la gioventù italiana, con le sue energie e cratività, oggi messa ai margini da una ottusa gerontacrazia. Una giornata, fissata per l’ 8 febbraio durante la quale, chiediamo ai presidenti di Regione, ai sindaci, alle forze politiche, ai sindacati, all’Anpi, alle associazioni culturali, di organizzare iniziative in cui si ponga al centro del dibattito il destino del Sud e del Paese di fronte alla minaccia che incombe. Una giornata-simbolo per preparare la quale verrebbero impegnati ovviamente tutti i giorni che ci separano da essa.

 

Il Manifesto

12.1.2019

 

 

Sud. La natura sociale di un crollo che l’Istat non vede di Tonino Perna

Sud. La natura sociale di un crollo che l’Istat non vede di Tonino Perna

Da quando è iniziata la Lunga Recessione, l’Istat constata il distacco crescente, in termini di reddito pro-capite, tra il Mezzogiorno e il resto del nostro paese.

Ma i dati raccontano solo una parte della realtà. E non sempre ci permettono di capire che cosa sta avvenendo nella vita quotidiana della popolazione meridionale. Alcune cifre dovrebbero essere integrate, altre debbono essere lette correttamente, con tutti i loro limiti.

Per esempio, il reddito pro-capite se non lo esprimiamo in termini di potere d’acquisto non comprendiamo il reale divario in termini di ricchezza e povertà delle famiglie.

Una famiglia operaia monoreddito che vive in un paesino delle aree interne del Sud, che è proprietaria di casa con un pezzetto di terra con orto e animali, ha una serie di legami sociali che consentono di usufruire di servizi alla persona gratuiti, e ha certamente un potere d’acquisto nettamente superiore a una famiglia operaia delle grandi città del Nord.

Quello di cui soffre è la mancanza di un lavoro qualificato per i figli, di scuole e trasporti che funzionino, di servizi socio-sanitari efficienti.

Il più grande danno al Sud durante questi dieci anni di crisi l’ha fatto lo Stato bloccando il turn over nella pubblica amministrazione, con una perdita di oltre 250mila posti di lavoro, e il taglio netto agli investimenti pubblici nelle infrastrutture che servono (altro che Ponte sullo Stretto per la cui progettazione/promozione sono stati spesi centinaia di milioni).

Rispetto al 2007 il Mezzogiorno odierno ha subìto un netto arretramento nell’offerta dei servizi socio-sanitari, nei trasporti locali, nelle scuole che sono a rischio e fatiscenti, nelle università che hanno perso mediamente il 30 per cento degli iscritti.

L’emigrazione, soprattutto giovanile, è ripresa a ritmi che non si erano mai visti, nemmeno nei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale. L’Istat parla di un milione di meridionali che negli ultimi venti anni sono emigrati nel Centro-Nord. Ma, si tratta di una cifra che sottovaluta decisamente il fenomeno: l’Istat guarda ai cambi di residenza, ma centinaia di migliaia di giovani meridionali hanno abbandonato il Sud senza cambiare la residenza.

In diverse ricerche sul campo emerge un fenomeno migratorio ben più ampio e sconvolgente: possiamo stimare che due giovani su tre negli ultimi dieci anni hanno abbandonato il Mezzogiorno almeno una volta, e oltre la metà definitivamente. Alcuni, dopo il fallimento nell’esperienza migratoria sono rientrati a testa bassa e sono andati a rimpolpare l’esercito dei neet (not employement, education, training), altri vanno e vengono non solo verso il Nord I’Italia, ma verso il Nord Europa e persino l’Australia (l’emigrazione verso il quinto continente è la vera novità di questi ultimi anni).

Quello che, soprattutto, l’Istat non ci racconta è come è cambiato il rapporto tra i migranti e le famiglie di provenienza. Mentre negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso erano i migranti meridionali che mantenevano le famiglie di origine con le rimesse (oltre a concorrere a salvare la nostra bilancia dei pagamenti), oggi sono molte volte le famiglie meridionali che mantengono i figli nel Nord Italia o all’estero, non solo per studiare o specializzarsi, ma anche perché con i lavoretti non si sopravvive in questi territori.

E sono le stesse famiglie, soprattutto a livello di ceto medio, che spingono i figli, fin dalle scuole medie superiori, a pensare di lasciare le terre del Sud perché, come si dice da queste parte«qui non c’è niente da prendere». Ed è questa la nota più triste che nessuna statistica potrà mai quantificare: la cifra che diventa un necrologio, la morte della speranza di una terra dove una volta i giovani gridavano «lottare per restare, restare per lottare».

Il Manifesto del 14.12.2018

“Mezzogiorno amnesia pericolosa” di Gianfranco Viesti

“Mezzogiorno amnesia pericolosa” di Gianfranco Viesti

Parlando ieri in provincia di Treviso, Luigi di Maio ha affermato che “l’autonomia del Veneto si deve dare il prima possibile”, “non ci sono dubbi da nessuna delle due forze politiche che sostengono questo governo”. “Nei vari Consigli dei Ministri di dicembre occorre affrontare questi temi”.

Il Vicepresidente del Consiglio sa certamente di cosa parla. Che non si tratta di una piccola questione amministrativa che riguarda i Veneti, ma di una grandissima questione politica che riguarda tutti gli italiani; della regionalizzazione e differenziazione di molti grandi servizi pubblici nazionali, a cominciare dalla scuola; dell’introduzione di un principio per il quale i cittadini delle regioni più ricche avranno più diritti di cittadinanza di quelli delle regioni più povere; di una redistribuzione di risorse assai più ampia di qualsiasi reddito di cittadinanza. Il Vicepresidente del Consiglio sa che sta dando il suo pieno sostegno ad un progetto politico che porterà, presto, gli studenti della Campania ad avere meno diritti degli studenti del Veneto.

Ricordiamo di che cosa si tratta. La Regione Veneto chiede di avere maggiori competenze su tutte le 23 materie su cui è teoricamente possibile in base alla Costituzione. Una lunga serie di temi: dal diritto allo studio universitario all’organizzazione della previdenza complementare; dai beni culturali a tutte le politiche di sostegno alle imprese (punto che giustamente ha destato forte preoccupazione all’Unione Industriali di Napoli). Dalle competenze sulle grandi reti energetiche e infrastrutturali, all’organizzazione dei vigili del fuoco e della protezione civile; dalla regionalizzazione dell’ISTAT (nascerà la statistica veneta!) fino all’istituzione di una zona franca. Eliminando del tutto il Sistema Sanitario Nazionale. Regionalizzando la scuola: gli insegnanti diventeranno dipendenti della Regione Veneto, avranno un contratto e retribuzioni diverse da quelle degli altri insegnanti italiani. Tutti questi servizi pubblici saranno quindi frammentati su base regionale.

Perché la Regione Veneto vuole tutte queste, grandi e disparate, competenze? Perché al passaggio di competenze lega la richiesta di risorse finanziarie molto maggiori di quelle che oggi sono spese, in Veneto, dallo Stato. Come il Vicepresidente del Consiglio sa perfettamente, la richiesta di autonomia nasce dalla volontà di trattenere una quota molto maggiore del gettito fiscale regionale, sottraendolo allo Stato nazionale e quindi alla redistribuzione in favore di tutti gli altri cittadini italiani. Si chiede che dopo un anno transitorio, l’ammontare delle risorse necessarie per svolgere tutti questi compiti sia ricalcolato, tenendo conto anche del gettito fiscale. Introducendo dunque il principio che i cittadini veneti, dato che pagano più tasse degli altri italiani (cosa del tutto ovvia e scolpita nella nostra Costituzione, dato che hanno redditi maggiori) hanno diritto a più servizi. Questo, senza definire regole che consentano di avere criteri uguali di calcolo, e i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per tutti: definizione prevista dalla Costituzione ma opportunamente accantonata. Facendo sì che, appunto, gli studenti veneti avranno per principio diritto ad un maggiore spesa pubblica per le loro scuole rispetto agli studenti campani. Date le risorse pubbliche complessive disponibili, più ai primi significherà automaticamente, meno ai secondi.

Il testo che arriverà in Consiglio dei Ministri è stato predisposto dal Presidente leghista del Veneto Zaia, e dalla sua “controparte nazionale”, cioè la ministra leghista veneta Stefani. Che si è sempre fatta pubblicamente vanto di sostenere in toto le richieste regionali. L’approvazione in Consiglio dei Ministri porterebbe la questione in Parlamento, chiamato ad esprimersi però solo con un “sì” o con un “no”. Se il Parlamento approva, il processo non si ferma più, dato che tutti i suoi importantissimi aspetti applicativi e di dettaglio finiscono nelle mani di una Commissione Veneto-Italia, cioè composta di leghisti e di leghisti. Ma non finisce qui: perché, aperta la strada dal Veneto c’è già la Lombardia con le stesse richieste. E poi l’Emilia-Romagna.

Il quadro politico-culturale nel quale tutto ciò sta maturando è davvero sconfortante. I cittadini italiani non ne sanno niente. Nessuna autorevole voce si leva per discuterne; anzi la grande stampa fa pressione per una maggiore attenzione “al Nord”. Questo fa magnificamente il gioco della Lega, impegnata nella conquista del consenso nel Centro-Sud; che sarebbe disturbata se si cominciasse ad informare i cittadini, specie del Centro-Sud, che quel partito (come sempre ha fatto e farà) continua a sostenere prioritariamente le ragioni del Nord, ed in particolare del Lombardo-Veneto, a danno di quelle degli altri italiani. Altro che prima gli italiani: prima i Veneti! E a danno degli altri italiani. La posizione del Movimento 5 Stelle appare, come sovente accade, poco comprensibile: se il ministro Lezzi in Parlamento solo venerdì scorso ha dichiarato che “il completamento dell’iter non comporterà un surplus fiscale trattenuto al Nord”, ieri Di Maio dà il via libera alle richiesta venete. Il Partito Democratico, forse troppo impegnato nella fondamentale scelta del suo leader, non sembra occuparsi di questioni politiche come questa; neanche il candidato Zingaretti, che da Presidente della Regione Lazio dovrebbe saperne qualcosa. Ma in Veneto, Lombardia, Emilia, la gran parte dei Democratici sostiene pienamente la secessione dei ricchi, arrivando ad accusare il Governo di andare troppo piano. Da Forza Italia e Fratelli d’Italia (che pure, non fosse per il nome che portano, dovrebbero avere un qualche interesse), nulla. Qualche protesta solo all’estrema sinistra e a titolo individuale di alcuni politici. Gravissime, infine, le responsabilità dei Presidenti di Campania e Puglia, le due maggiori regioni a statuto ordinario del Sud che più pagheranno le conseguenze di questo processo: invece di porre le grandi questioni dell’equità, dell’uguaglianza, dello sviluppo, nell’interesse dei loro cittadini e dei principi fondanti della nostra Repubblica, si sono accodati anch’essi alle richiesta di maggiori poteri per le loro Amministrazioni, ignorando le conseguenze sul finanziamento.

Quella che viene chiamata “autonomia regionale”, dunque, è una vera e propria secessione dei ricchi. Dopo la lunga grande crisi le regioni più ricche del paese non vogliono più investire nel futuro del paese, della sua scuola, dei suoi grandi servizi; preferiscono organizzarsi per conto proprio tenendosi i propri soldi. Così, i principi costituzionali di uguaglianza possono essere, a breve, stravolti. E i cittadini del Sud ancora una volta nella loro storia restare senza la minima rappresentanza politica che difenda i loro diritti in quanto italiani.

Gianfranco Viesti

2 dicembre “Il Mattino”

Sadismo per piegare e sottomettere la vita di Lucano di Tonino Perna

Sadismo per piegare e sottomettere la vita di Lucano di Tonino Perna

C’è una strana atmosfera a Riace il giorno in cui il suo sindaco lascia il paese come fosse un criminale. Esiliato, umiliato, sradicato, trattato peggio di un cane randagio. «Era meglio se fosse rimasto agli arresti domiciliari» – dicono i suoi amici.

Va detto, per chi non lo sapesse, che da queste parti il divieto di residenza si è sempre comminato solo ai boss della ‘ndrangheta.

Il cielo è carico di nuvole, l’aria pesante e nella piazza principale prospicente l’anfiteatro con i colori dell’ arcobaleno (dove una volta c’era una discarica), fino a pochi giorni fa attraversata da turisti solidali, manifestanti, e tanti immigrati, solo operatori tv e giornalisti di tante testate nazionali, fermi ai lati della piazza, in attesa. Aspettano notizie di Domenico Lucano, intervistano per l’ennesima volta il padre e il fratello, cercano di saperne di più da qualche anziano seduto al bar, ma del sindaco più perseguitato d’Italia non c’è traccia. Il fratello dice che è andato a Monasterace per parlare con un avvocato, altri lo danno a Caulonia. Gli abitanti di Riace attendono increduli e preoccupati. Rischiano di saltare decine di posti lavoro per i giovani “italiani” puro sangue che lavorano nella prima e seconda accoglienza, e allo stesso tempo rischiano di chiudere i bar, le botteghe: tutto il paese teme di ritornare al passato, all’abbandono, alla morte civile.

I centocinquanta immigrati restano a Riace, non sono andati via come avrebbe voluto il ministro degli internati, ma sono molto preoccupati per il loro futuro. Dalla scorsa settimana gli esercizi commerciali non accettano più i bonus, o voucher, con cui da sette anni gli immigrati facevano tranquillamente la spesa alimentare, andavano al bar, si compravano vestiti, sigarette o altro. A differenza di altri centri di accoglienza, il sindaco Lucano ha voluto che gli immigrati accolti a Riace, indipendentemente dal loro status giuridico, potessero liberamente fare i loro acquisti come qualunque altro cittadino. A sua volta i commercianti del paese e delle aree limitrofe erano ben contenti di ricevere i bonus che potevano successivamente, quando il Comune riceveva dallo Stato il dovuto, scambiarli in euro. Il sistema funzionava così bene che è stato imitato a Caulonia, Camini, e diversi altri Comuni limitrofi. Ma, come sappiamo, improvvisamente al Ministero hanno cambiato occhiali: la rendicontazione che era stata accettata per sette anni adesso non era più ricevibile. Come si legge dalla relazione del direttrice del servizio centrale dello Sprar, Daniela di Capua, il primo e più grave capo di imputazione riguarda proprio questi bonus. Scrive testualmente Di Capua: «Per esempio Lucano si è inventato la moneta locale. Abbiamo spiegato che secondo la legge dello Stato non si poteva fare, che in caso si poteva utilizzare la moneta come buoni pasto ma il sistema andava aggiustato. Non siamo stati ascoltati». Incredibile: non c’è nessuna differenza nel modo con cui sono stati utilizzati i bonus a Riace e un buono pasto comunale!

Quello che più colpisce è il sadismo con cui si cerca di piegare, sottomettere, distruggere l’immagine e la vita stessa di Domenico Lucano. L’aver estromesso lui da Riace e obbligare la sua compagna eritrea a firmare ogni mattina nello stesso paese, ci sembra un atto degno di un tribunale della Santa Inquisizione. Ma, Lucano non si arrende e dice chiaramente: «Ritorniamo alle origini, quando per anni l’accoglienza a Riace si è fatta senza un soldo dello Stato». E ripetono in tanti nel paese: non ci arrendiamo. Riace riparte con l’appoggio di tanti soggetti sociali, associazioni, cooperative sociali, rete del commercio equo e solidale, che da tutta Italia, e anche dall’estero (a partire da Longo Mai), hanno manifestato con forza e determinazione la volontà di sostenere l’esperienza di Riace e del suo sindaco che della solidarietà ne ha fatto una ragione di vita.

il Manifesto 18.10.18

Sussidi senza stimoli.Ma il “reddito” è una risposta sbagliata al nostro Sud di Gianfranco Viesti

Sussidi senza stimoli.Ma il “reddito” è una risposta sbagliata al nostro Sud di Gianfranco Viesti

Una politica contro la povertà non può certamente essere un tabù, nell’Italia di oggi. Ma a patto che sia accompagnata da misure per lo sviluppo e per il lavoro; e che sia tecnicamente organizzata in modo tale da superare i molti problemi che essa, ovunque, comporta. Entrambe le condizioni, allo stato delle cose, sembrano mancare; e ciò desta una certa preoccupazione.

Il cosiddetto “reddito di cittadinanza” è la principale misura prevista per la manovra economica di fine anno. Ha una indubbia, e positiva, valenza redistributiva, dato che, a differenza degli “80 euro” del governo Renzi, ha come obiettivo le fasce più povere della popolazione. Può tradursi in nuovi consumi. Ma certamente non dà una forte spinta all’economia. E’ accompagnata da misure che tendono a favorire altri gruppo di cittadini: in particolare gli occupati prossimi alla pensione con molti anni di anzianità (nuove regole pensionistiche) e le partite iva (riduzione delle aliquote d’imposta). Questo mix non sembra proprio avere quella capacità espansiva dell’economia prevista dal Governo; i cui numeri sulla crescita, non a caso, non sono stati “validati” dall’autorevolissimo Ufficio Parlamentare di Bilancio. Appare principalmente indirizzato a soddisfare le differenti promesse elettorali fatte dai due partner (anche in vista delle elezioni europee) a quelle che sono ritenute le proprie basi di consenso. Un assemblaggio di linee politiche non del tutto chiare, ma comunque assai diverse; senza una visione di futuro per l’Italia: concentrate sull’oggi. Ciò crea un sensibile pericolo: che in mancanza di una forte fase di crescita – di cui non appaiono purtroppo al momento esserci i presupposti – il “reddito” possa tradursi in un mero sussidio compensativo, senza che i suoi beneficiari possano concretamente sperare, più di prima, di trovare lavoro.

Questo pericolo ha a che fare anche con la loro localizzazione. Sappiamo che il reddito di inclusione, varato con riluttanza e all’ultimora dal governo Gentiloni, va per il 70% nel Mezzogiorno, coerentemente con la distribuzione della povertà in Italia; e così dovrebbe essere per il “reddito di cittadinanza”. Nessuno scandalo. La ripartizione territoriale delle politiche pubbliche è assai diversa: i benefici degli incentivi del piano Impresa 4.0 vanno per oltre il 90% al Centro-Nord, ed in particolare al Nord, laddove ci sono le imprese. I consumi dei meridionali attivano poi produzione in tutto il paese: quindi ne diffondono i benefici anche al Centro-Nord. Invece, proprio il fatto che molti beneficiari saranno meridionali mette in risalto l’assenza, nelle linee generali della manovra di governo, di significative politiche di sviluppo per il Sud: capaci di trasformarli, almeno in parte ma progressivamente, in lavoratori in grado di uscire dalle trappole della povertà. E allo stesso tempo non si riescono proprio ad interpretare le recentissime dichiarazioni di Presidente e Vicepresidente del Consiglio, secondo i quali il reddito “sarà su base geografica” e beneficerà “per il 47% famiglie del Centro-Nord”. Una baruffa geo-politica fra i partner di governo?

Queste ultime frasi sono però indicative del secondo grande problema cui si diceva in apertura: una certa confusione. Politiche contro la povertà non sono semplici da attuare; sono ricche di insidie. Ciò consiglierebbe in primo luogo un’attenta analisi di ciò che sinora è stato fatto e di continuare, ad esempio nel solco del reddito di inclusione, potenziandone il (modesto) finanziamento e accrescendo i (sinora pochi) beneficiari. Buone politiche pubbliche sono sempre basate su un’onesta valutazione di ciò che è stato fatto. Ma, evidentemente, la comunicazione politica impone di fare diversamente: il “mio” reddito di cittadinanza deve essere diverso dal “tuo” reddito d’inclusione. Sembrano tornare le “carte di debito”, con l’indicazione dei consumi ammissibili e, pare, con l’obbligo di spendere interamente l’importo mensile: un atteggiamento che – come recentemente sottolineato da Chiara Saraceno, una delle maggiori esperte europee del tema – appare paternalistico; e, nel divieto di risparmio, illogico. C’è il grande quesito su che cosa accade a chi dovesse trovare prime occasioni di lavoro. La compatibilità del “reddito” con i compensi. E soprattutto il grande timore che ciò possa ulteriormente stimolare aree di lavoro nero e sommerso, già enormemente diffuse in Italia, in particolare nel Mezzogiorno. E c’è la grandissima debolezza dei centri per l’impiego, specie nelle aree dove la disoccupazione è maggiore: e quindi della disponibilità e della verifica delle possibili offerte di lavoro.

Una politica contro la povertà non può essere un tabù. Ma bisogna studiarla e sperimentarla molto bene, perché non crei problemi maggiori di quelli che vuol affrontare; e certamente accompagnarla con una forte spinta alla creazione di nuove opportunità di lavoro. Destinare tante risorse al “reddito” non risolve nessuna delle due criticità. Ma fa tanta notizia.

Gianfranco Viesti

 

IL MESSAGGERO e IL MATTINO

16 OTTOBRE 2018

 

Come nasce il miracolo sociale nel profondo Sud di Tonino Perna

Come nasce il miracolo sociale nel profondo Sud di Tonino Perna

 Per chi ha conosciuto Domenico Lucano fin dal 1998, ha visto gli sforzi fatti da lui e dai giovani volontari dell’associazione “Città futura”, ha toccato con mano la sua grande umanità, la sua totale dedizione alla causa, la sua trasparenza e onestà.
Non si può accettare che nella Locride dove impera la borghesia criminale una persona come il sindaco di Riace possa finire agli arresti domiciliari per aver promosso matrimoni tra italiani e stranieri o per aver affidato a una cooperativa sociale la raccolta differenziata con il mulo!
Per chi ha visto un paese abitato da pochi anziani, senza una scuola, un bar, un luogo dove riunirsi, un paese triste e moribondo, rinascere passo dopo passo anche grazie alla solidarietà di tante associazioni, singoli cittadini, gruppi di volontariato, non può accettare la fine di questo sogno divenuto realtà. Perché Riace è ormai un simbolo vivente di come si possa rovesciare l’approccio al fenomeno migratorio, di come sia possibile non solo la convivenza pacifica (in vent’anni non c’è stato un reato rilevante o un conflitto tra la popolazione locale e i rifugiati), ma la resurrezione di un paese moribondo grazie al lavoro, all’energia e la volontà dei giovani migranti.
Al di là del valore umano di Domenico Lucano, della sua opera instancabile, del suo carisma, Riace rappresenta un miracolo sociale: dalla iniziale sinergia tra una Ong (il Cric) , Banca Etica, la comunità anarchica di Longo Mai, al commercio equo, all’associazione per la pace, al turismo solidale praticato da tanti, italiani e stranieri, all’opera determinante di collante nazionale svolta da ReCoSol (la Rete dei Comuni Solidali), ad artisti e giornalisti, in tanti hanno dato un contributo convinto perché hanno visto che “un altro mondo è concretamente possibile”. L’ha visto un grande regista come Wim Wenders che nel ventennale della caduta del muro di Berlino ha dichiarato di fronte a dieci Nobel per la pace che “la civiltà e il futuro dell’umanità passano da luoghi come Riace, in Calabria”.
L’hanno imitato in tanti il modello Riace: da Sant’Alessio in Aspromonte a Acquaformosa, da Calanna a Gioiosa Jonica, ci sono decine di sindaci e amministrazioni locali, non solo in Calabria, che in questi anni hanno seguito l’esempio di Riace e hanno visto progressivamente rinascere i loro Comuni abbandonati.
Ed è questa la strada che bisogna seguire per la rinascita del nostro paese. Quasi tutto l’Appennino è ormai in via di desertificazione, di abbandono di terre e un grande patrimonio abitativo che va in malora, un abbandono che si traduce in frane, incendi, alluvioni, proprio nel tempo in cui c’è bisogno sempre più di terre coltivabili, non inquinate, per una produzione alimentare di qualità. Per questo abbiamo assoluto bisogno dei migranti, e dovremmo ringraziarli se ancora abbiamo una pastorizia, o produciamo il famoso parmigiano reggiano o il prosciutto di Parma. Ma, dobbiamo lottare e impegnarci per toglierli dalla condizione di semischiavitù in cui versano nella piana di Rosarno come a Foggia, per restituirgli quella dignità di essere umani che non ci faccia vergognare di essere italiani.
Per tutto questo l’attuale governo, senza se e senza ma (ma i 5S…) che punta a chiudere gli Sprar, a mandare a casa 40.000 giovani italiani che lavoravano a fianco dei migranti nei centri di seconda accoglienza, che mira a trasformare in clandestini e marginali la maggioranza di coloro che sono arrivati in Italia negli ultimi anni, deve essere combattuto senza paura. La reazione, forte e convinta, di una moltitudine all’arresto del sindaco di Riace ci dice che c’è ancora una parte del nostro paese che non si è arresa alla disumanità, che non è caduta nella globalizzazione dell’indifferenza, come l’ha definita il “compagno” Francesco.

 

da il Manifesto,3 ottobre 2018
L’esempio di Riace per un Grande Racconto positivo di Piero Bevilacqua

L’esempio di Riace per un Grande Racconto positivo di Piero Bevilacqua

Riace ha valore se diventa progetto realistico, comprensibile al largo pubblico», scrive a ragione Alfio Mastropaolo sul manifesto di giovedì 30 agosto, anche se definisce ingenerosamente «fatuo» l’articolo di Saviano su quella esperienza. Questo è esattamente il punto.

Perché pur nella sua singolarità, l’esperienza di quel piccolo comune calabrese potrebbe costituire il punto di partenza e il modello di un progetto di vasto respiro, le cui potenzialità economiche, sociali, ambientali sono sovranamente ignorate dall’opinione pubblica nazionale. Quel che è sconosciuto alla maggioranza degli italiani e quel che non sanno comunicare i media – a causa dell’analfabetismo storico del fenomeni naturali e territoriali delle nostri classi dirigenti e delle élite intellettuali – è che l’Italia si è infilata in un processo di squilibrio territoriale da cui uscirà devastata, se non saranno invertite le attuali tendenze demografiche. Gran parte della dorsale appenninica e preappennica, le colline con le cittadine e i borghi che la punteggiano, le campagne e i boschi che la ricoprono, sono in stato di abbandono e vanno spopolandosi, soprattutto al Sud, a velocità crescente.

Se la tendenza continua, gran parte della popolazione, delle attività produttive, delle infrastrutture, del traffico di uomini e merci – che farà esplodere strade e città – si concentrerà lungo le coste. Il processo creerà congestioni insostenibili in pianura ed esporrà gran parte della ricchezza del paese ai disastri dei fenomeni meteorici estremi. Senza il filtro della presenza umana nelle colline, senza la manutenzione dei contadini, l’intera struttura di un paese moderno, ma segnato da grave fragilità dei suoli, é destinato a subire danni ingenti a ogni episodio meteorico violento.

Da millenni l’Appennino “scende” a valle, senza presenza umana precipiterà. Ebbene, come si fa ad affrontare un problema di così vasta portata, ma cosi vitale per il nostro avvenire, senza scorgere nei giovani migranti che arrivano sulle nostre terre forse l’unica leva – visto il trend naturale della demografia nazionale – per progettare un ambizioso piano di valorizzazione delle aree interne? Non è possibile incominciare a mobilitare, sindaci, Ong, volontari, Coldiretti e organizzare chi arriva in cooperative di manovali che restaurano e abitano case, coltivatori delle terre abbandonate, silvicultori dei nostri boschi degradati, allevatori ittici delle acque interne, artigiani del legno, ecc.? Perché un simile progetto non può non solo essere promosso, sul piano operativo, nelle singole realtà locali più favorevoli, ma diventare il Grande Racconto positivo in grado di convincere anche la massaia che non legge il giornale? Scusandomi con le massaie: in Italia a non leggere il giornale ci sono anche tanti docenti universitari.

Questa è la grande prospettiva storica, che mostra la drammatica necessità degli arrivi. Poi c’è il quotidiano. Il razzismo «in senso al popolo», se cosi si può dire, è dilagato per ragioni che gran parte della sinistra e anche il Pd – che io non considero formazione di sinistra – non sanno vedere. La verità nascosta è che i disagi dell’immigrazione – peraltro quanto mai contenuti – hanno una geografia e una ricaduta apertamente classista. La degradazione di alcuni quartieri delle nostre città e dei nostri paesi, per la presenza di immigrati allo sbando, di giovani senza famiglie, che mangiano cibo scadente, non hanno casa, sono privi dei servizi essenziali, non hanno relazioni da mesi o da anni con una donna (e sì, parliamone, gli occidentali istruiti a 20 anni, non fanno sesso?), costituiscono dei piccoli inferni di degrado nelle stesse aree dove vivono i nostri ceti popolari e il nostro ceto medio.

Non certo le aree in cui il Pd e Forza Italia hanno i propri bacini elettorali. Strati sociali che da dieci anni vedono progressivamente eroso il proprio reddito, diminuire drammaticamente le occasioni di lavoro, crescere l’insicurezza generale per il proprio futuro.Una vasta platea per giunta ormai privata della rappresentanza politica dei vecchi partiti di sinistra. Come si può pensare che non sorgano atteggiamenti di ostilità nei confronti dello straniero, soprattutto se qualcuno costruisce sul disagio un racconto politico di odio per lucrarci vantaggi politici? Un nemico diventa necessario quando si continua a star peggio e non se ne comprende la causa. E se le forze democratiche sono incapaci di una politica locale di integrazione e organizzazione di comunità di lavoro, continuano a lisciare il pelo all’Ue, che ha generato il populismo in tutto il continente con le sue politiche dissennate di austerity, strozza le finanze dei nostri comuni, ma non riesce a sanzionare i paesi che respingono i migranti, allora stupirsi del razzismo che dilaga è solo pianto sul latte versato.

 

Il Manifesto

2.9.2018

Raccolta differenziata della carta, il Sud trascina l’Italia di Marta Gatti

Raccolta differenziata della carta, il Sud trascina l’Italia di Marta Gatti

Le buone notizie per la raccolta di carta e cartone arrivano dal Sud. Lo dice il 23° Rapporto Annuale di Comieco. Il consorzio nazionale per il recupero degli imballaggi a base cellulosica ha presentato, a metà luglio, a Palermo i risultati del 2017. La crescita maggiore nella raccolta differenziata è stata registrata nel meridione con un +6,1%. Anche nelle regioni del Centro il dato è positivo, +1,6%, mentre il tasso di recupero di carta e cartone rimane stabile al Nord, dove la raccolta ha già raggiunto livelli molto buoni.
Sono circa 3,3 milioni le tonnellate di carta e cartone conferite lo scorso anno dagli italiani, per una media nazionale di 54 chilogrammi per abitante. Mancano circa 200 mila tonnellate al raggiungimento dei livelli indicati dall’Unione europea, entro il 2020. Un traguardo a portata di mano, se si punta sul meridione. Secondo una stima di Comieco, infatti, sono circa 600 mila le tonnellate di carta e cartone che, nelle regioni del Sud, finiscono ancora nell’indifferenziato. «L’obiettivo è raggiungere il livello dell’Abruzzo, che ha superato i 50 kg per abitante», sottolinea il direttore generale Carlo Montalbetti.

NEL 2017 A TRAINARE LA CRESCITA dell’1,6% a livello nazionale rispetto all’anno precedente sono state proprio le regioni del meridione. In queste aree le percentuali di raccolta sono più basse rispetto alla media nazionale, ma in graduale aumento. Si sta riducendo, dunque, il divario Nord-Sud relativo al conferimento di carta e cartone. Delle 50 mila tonnellate in più del 2017, circa 40 mila arrivano dalle regioni meridionali. Nel Sud ad aver ottenuto i risultati migliori sono Abruzzo, Puglia e Campania. Più in difficoltà Calabria e Sicilia.

«Le scelte e la determinazione degli amministratori pubblici e delle società di servizio», sono queste secondo Carlo Montalbetti le leve che hanno spinto la crescita nel meridione. Esempi virtuosi nel miglioramento della raccolta sono due grandi città del Sud: Bari e Napoli. Il capoluogo pugliese ha puntato sullo sviluppo e sul rafforzamento del sistema di conferimento porta a porta. «La città è vicina ai 70 kg pro capite di carta e cartone, pronta a sfidare Milano», sottolinea il direttore generale di Comieco. Un successo simile è quello di Napoli, che è riuscita ad incrementare del 20% la raccolta di materiale cellulosico, negli ultimi due anni.

IL CONSORZIO HA INVESTITO, nell’arco di 4 anni, oltre 6 milioni di euro aiutando i comuni medio piccoli. Nell’80% dei casi si è trattato di amministrazioni del Sud. Comieco ha permesso ai comuni di dotarsi di attrezzature: dalle campane ai bidoncini. Da tre anni il consorzio investe circa 7 milioni di euro a sostegno delle grandi aree metropolitane, come Napoli, per garantire attrezzature e automezzi. «Abbiamo assunto un ruolo sussidiario a garanzia del riciclo e dello sviluppo dei servizi di raccolta», afferma Montalbetti.

IL MERIDIONE CRESCE, ma non mancano le difficoltà. Le maggiori criticità, secondo il consorzio per il recupero del materiale cellulosico, sono legate all’efficacia e alla puntualità della raccolta da parte delle società di servizio. «In alcuni comuni non è possibile realizzare la raccolta porta a porta, che permetterebbe di arrivare direttamente al cittadino», evidenzia il direttore generale. I problemi sono connessi alla progettazione, alla gestione dei servizi e alla comunicazione diretta ai cittadini. «La capacità di ritiro e di riciclo del consorzio è assicurata», aggiunge. Lungo l’asse Napoli-Salerno esiste un sistema industriale legato alla lavorazione della carta da macero e alla produzione di imballaggi, mentre in Sicilia è stato realizzato un piccolo impianto.

Ai comuni arrivano anche i vantaggi del miglioramento della raccolta differenziata. «Nel 2017 Comieco ha erogato 110 milioni di euro per la gestione della carta e cartone differenziate dai cittadini», spiega il direttore del consorzio. L’intero sistema della raccolta differenziata, attraverso il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha distribuito più di mezzo miliardo. Altrettanto importanti sono i risvolti ambientali: «Per avere un’idea: 30 milioni di tonnellate raccolte e riciclate dal sistema Comieco corrispondono all’intera produzione di rifiuti solidi urbani di un anno. Come se per un anno in Italia non ci fossero rifiuti», spiega. La raccolta differenziata, poi, secondo Carlo Montalbetti ha anche una funzione sociale: «È un termometro del senso civico».

LA SCELTA DI PRESENTARE IL RAPPORTO a Palermo non è stata casuale. Come spiega il direttore generale di Comieco Carlo Montalbetti, «la Sicilia è lo snodo più importante per il cambio di passo nella raccolta dei rifiuti». Ad oggi rappresenta il fanalino di coda del recupero di carta e cartone, con una media di 22 kg procapite. «È dalla Sicilia che bisogna ripartire con un’alleanza vincente tra cittadini, pubbliche amministrazioni e settore industriale», sottolinea Montalbetti. A dare il buon esempio nell’isola sono i comuni medio piccoli come Marsala, Alcamo e Cinisi. Si tratta di città che hanno superato i 40 chili per abitante. «È dalle realtà periferiche che arrivano i segnali positivi, mentre ai comuni capoluogo serve una terapia d’urto per invertire la tendenza», sostiene il direttore di Comieco.

ALLA FINE DI LUGLIO IN SICILIA è nato il Club dei comuni Ecocampioni. Si tratta di 22 amministrazioni che quest’anno sono riuscite a superare i 40 kg pro capite di carta e cartone, derivanti dalla raccolta domestica. «Lo scopo è dimostrare che si può fare bene e in tempi abbastanza rapidi», spiega Carlo Montalbetti. L’idea del club è nata in Campania come reazione all’emergenza rifiuti, per segnalare le buone pratiche e le amministrazioni virtuose esistenti. I comuni che fanno parte del club vengono sostenuti da Comieco anche attraverso finanziamenti per campagne di comunicazione. Le amministrazioni possono scambiarsi informazioni riguardanti: le tempistiche, le tecniche di raccolta porta a porta adottate e le modalità con cui avvengono i controlli.

 

Il Manifesto

Pubblicato 13.8.2018

Siamo uomini o caporali ? di Tonino Perna

Siamo uomini o caporali ? di Tonino Perna

Dopo l’ennesima strage nel foggiano che ha causato la morte di altri braccianti africani, in tutto sedici in sole 48 ore, si è aperta la caccia ai “caporali”, ovvero a quelle figure di intermediari tra proprietari terrieri e braccianti da secoli presenti nell’agricoltura meridionale.    Sia al livello politico che mediatico si è scatenata una gara su chi attacca in maniera più dura i “caporali”, individuati come origine dello sfruttamento e della stessa morte dei lavoratori immigrati. Il cliché è esattamente lo stesso di quanto avviene da ormai troppo tempo rispetto alle stragi di migranti nel mar Mediterraneo: è tutta colpa dei mercati di carne umana. Pertanto, lotta dura e senza paura contro i mercanti di carne umana, sul mare e a terra, che siano i trafficanti che guidano le carrette sul Mediterraneo o i “caporali” dell’agricoltura meridionale. L’attuale governo ha le idee chiare in proposito: eliminiamo “trafficanti e caporali” e il fenomeno immigratorio si spegnerà da solo così come le migliaia di braccianti che raccolgono pomodori nel foggiano o arance nella piana di Rosarno troveranno finalmente un lavoro regolare e pagato a tariffa sindacale. L’immaginario collettivo che si sta costruendo è il seguente: trafficanti di carne umana rapiscono i giovani dell’Africa sub-sahariana e li costringono a lasciare la loro terra per venire in Europa, o nel migliore dei casi li ingannano con promesse di lavoro e ricchezza. Così come i “caporali” sfruttando i braccianti africani li costringono a lavorare per quattro soldi: scompare il ruolo dei proprietari terrieri, delle multinazionali del food, della grande distribuzione.

Chi conosce le dinamiche che hanno investito in questi ultimi decenni le strutture agricole del Mezzogiorno, sa bene che finora quasi nulla si è fatto per affrontare seriamente il fenomeno dei braccianti africani, ridotti in condizioni di semischiavitù, che vagano da un posto all’altro seguendo il ciclo della raccolta in agricoltura. I “caporali”, figura odiosa come un’ampia letteratura ha mostrato, sono solo un anello di una filiera di sfruttamento che si è intensificata in agricoltura da quando son venuti meno, per le piccole e medie aziende agricole, i contributi della Ue. Infatti, fino agli inizi di questo secolo la Comunità Europea erogava, ad esempio per agrumi e pomodori, un contributo rilevante alle aziende di trasformazione in base alle fatture che presentavano. In breve tempo si è creato un cortocircuito illegale: le aziende agricole fatturavano alle imprese di trasformazione che presentavano a Bruxelles il conto per prendersi l’incentivo, indipendentemente da ogni controllo. Ovvero, se c’erano dei controllori venivano facilmente aggirati e/o corrotti. Nel caso delle arance questo sistema, come si dimostra nel volume di Fabio Mostaccio “La guerra delle arance”, è stato spinto all’estremo: nella piana di Gioia Tauro-Rosarno si producevano sulla carta quantità di succo di arancia superiori a quelle prodotte da Brasile e Spagna messe assieme, mentre le arance restavano sugli alberi e poi marcivano a terra nella bella stagione. Quando i contributi della Ue son venuti meno ed è caduto l’incentivo diretto alle aziende di trasformazione, allora i proprietari agricoli hanno dovuto ritornare sul mercato e tentare di vendere questi prodotti che subiscono una concorrenza spietata a livello internazionale, ma ancora di più subiscono i dictat della grande distribuzione che fa i prezzi ed affama chi produce. Quando un chilo di pomodoro viene pagato a meno di dieci centesimi o un chilo delle arance di Rosarno a 12 centesimi, piccole e medie imprese agricole sopravvivono solo grazie allo sfruttamento selvaggio della manodopera africana. Se non ci fossero questi immigrati che lavorano dall’alba al tramonto per venti euro al girono, non avremmo più arance, pomodori e altri beni agricoli made in Italy.  Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti.   C’è una sola alternativa credibile anche se non immediata: la trasformazione della filiera agro-alimentare. Abbiamo decine di casi di aziende agricole che hanno assunto regolarmente dei braccianti italiani e stranieri e li pagano rispettando i contratti nazionali grazie all’inserimento in reti di economia solidale (Gruppi di acquisto solidali, botteghe del Commercio equo, le associazioni e gruppi di “fuori mercato”, ecc.), che acquistano ad un prezzo anche cinque volte maggiore e vendono ai loro acquirenti e soci a prezzi spesso inferiori a quelli dei supermercati. Come è possibile ? Semplice saltano tutte le intermediazioni parassitarie. Più volte le inchieste della rivista “Altreconomia” ne hanno dato conto, mostrando la sostenibilità e l’efficacia di queste relazioni sinergiche, tra produttori e consumatori “consapevoli”, del Nord e del Sud del nostro paese, dove prezzo “giusto” e tutela ambientale (valorizzazione del bio, recupero essenze antiche, ecc.) vanno a braccetto.

 

9 agosto,   Manifesto

Dinamica Mezzogiorno di Gianfranco Viesti

Dinamica Mezzogiorno di Gianfranco Viesti

 

Il rallentamento dell’economia italiana, che purtroppo sembra in vista alla luce di fattori internazionali e interni, rischia di compromettere il modesto recupero dell’economia meridionale registratosi nell’ultimo biennio. Questa l’indicazione principale che viene dal periodico rapporto sul Mezzogiorno realizzato da Confindustria e SRM presentato ieri. La crescita del Sud nel 2018 è prevista all’1,1%, inferiore sia al dato meridionale del 2017 sia alla media nazionale per l’anno in corso, entrambi all’1,4%. L’analisi un po’ preoccupata è corroborata anche da altre fonti, dai puntuali rapporti regionali della Banca d’Italia ad un interessante studio di Prometeia, oltre che dai dati congiunturali sul mercato del lavoro. Peggiori sembrano, in questo quadro, situazioni e dinamiche di Calabria e Sicilia. Certo gli ultimi anni sono stati molto migliori rispetto ai precedenti: ma questo non ha consentito al Mezzogiorno né di recuperare i valore pre-crisi (con un PIL ancora di circa 10 punti inferiore) né di innescare un processo di crescita sostenuto, che consenta di affrontare pericolose tendenze di periodo più lungo: denatalità, invecchiamento e emigrazione dei giovani, anche a maggiore qualifica. Banca d’Italia quantifica in 173.000 i laureati emigrati dalle sei regioni più a Sud nell’ultimo decennio. Con questa realtà deve confrontarsi l’azione del nuovo governo.

Segnali positivi sono venuti e continuano a venire dal sistema delle imprese. La produzione industriale del Mezzogiorno si è drammaticamente ridotta con la crisi, ma i dati più recenti segnalano un buon rafforzamento degli investimenti (frutto anche delle incentivazioni messe in campo nell’ultimo biennio), un’espansione dell’occupazione e un miglioramento della produttività delle imprese sopravvissute. Al Sud rimangono poli produttivi molto importanti, dall’auto all’alimentare, che rappresentano basi solide per una ripresa dell’accumulazione. Va molto bene, fortunatamente, il turismo, specie internazionale. Ma questo non compensa a sufficienza la persistente debolezza delle costruzioni e il ridimensionamento “tecnologico” della distribuzione commerciale. Il Sud non potrà ripartire più vivacemente, e contribuire così alla maggior crescita nazionale, senza azioni più strutturali di potenziamento del suo tessuto industriale e del terziario avanzato. Da questo punto di vista un elemento assai importante saranno scopi e modalità d’intervento della “banca per gli investimenti pubblici” prevista dal contratto di governo, e l’azione nei prossimi mesi del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. E’ essenziale che quest’ultima sia chiaramente orientata anche all’obiettivo strategico dello sviluppo territoriale, negli ultimi anni assente.

Il quadro è assai più negativo per gli investimenti pubblici. Siamo ai minimi storici, scesi da circa il 3% a circa il 2% del PIL nell’intera Italia; da valori intorno ai 25 miliardi all’anno di inizio secolo ai 13-14 degli ultimi tempi (a valori costanti) nel Mezzogiorno. Malissimo per l’intera Italia, ma ancora peggio, molto peggio, per il Sud: dove le carenze di quantità e qualità del capitale pubblico sono molto maggiori, e rappresentano un ostacolo proprio per l’espansione del sistema delle imprese di cui si è appena detto. Tra l’altro, stime per il Sud mostrano sia un effetto moltiplicativo sul reddito particolarmente alto, sia un forte effetto di induzione di sviluppo sul Centro-Nord: modernizzare territori e città del Sud fa benissimo a tutta l’Italia. Qui si scontano ritardi operativi (l’ultimo, recentissimo, rapporto Nuvec sui tempi delle opere pubbliche li mostra in aumento); crescenti difficoltà delle amministrazioni, per il loro impoverimento di personale e, a giudizio di molti, per il nuovo Codice degli Appalti. Ma anche le debolezze dell’azione degli ultimi due esecutivi, che poco e tardi hanno affrontato il tema: bassissima, ancora inferiore che in passato, è la spesa dei fondi europei. Condivisibili, dunque, sembrano sia le intenzioni di dare un forte impulso alla spesa al Sud della ministra Lezzi, sia le dichiarazioni del Ministro Tria sulla centralità degli investimenti pubblici.

Infine, note negative per la situazione e assai preoccupate per i possibili sviluppi vengono dal quadro dei servizi pubblici. Con l’austerità, e con alcune precise scelte politiche, i servizi pubblici al Sud sono stati particolarmente colpiti. Fortemente ridotto il sistema universitario, elemento centrale di una politica di sviluppo; crescenti le difficoltà per i sistemi sanitari, esposti ad un processo di risanamento finanziario che si è rivelato drammatico per personale, servizi e investimenti. In entrambi questi casi è forte e crescente la mobilità interregionale, che indebolisce ancor più il Mezzogiorno e crea evidenti circoli viziosi. E’ aperta la discussione su criteri e obiettivi di riparto territoriale della spesa, a cui continua a mancare l’elemento centrale: il livello essenziale delle presentazioni da garantire a tutti gli italiani. Si continua intanto a dipingere un Mezzogiorno che non esiste più, pieno di dipendenti pubblici: spigolando fra i dati Banca d’Italia si scopre che i dipendenti del settore pubblico locale (sanità, regioni e comuni, camere di commercio e università) sono per diecimila abitanti 183 in Lombardia, dalla tanto decantata virtuosità, ma 172 in Campania e 163 in Puglia. E in questi ambiti il Contratto di governo pone come assoluta priorità un’accentuata autonomia per le regioni del Nord che, se disegnata secondo le esplicite volontà leghiste, sarebbe assai dannosa per le altre regioni, forse letale per il Sud.

Non sono questioni locali. L’Italia è da tempo (anche nelle ultime previsioni della Commissione UE) ultima in Europa per crescita economica. Solo un forte sviluppo del Mezzogiorno può far aumentare strutturalmente questa insufficiente velocità

Gianfranco Viesti

 

MESSAGGERO e MATTINO

20.7.2018

Autonomia differenziata di Gianfranco Viesti

Autonomia differenziata di Gianfranco Viesti

Nelle prossime settimane, l’Italia come la conosciamo potrebbe andare in pezzi; e diventare un paese arlecchinesco nella sua organizzazione e dalle crescenti disparità nei diritti fra i suoi cittadini. Non si tratta di un giudizio politico o etico; ma di una valutazione tecnica, collegata al processo di aumento dell’autonomia delle regioni che si è avviato con i referendum lombardo-veneti dell’autunno. In particolare fa riferimento alla bozza di legge nazionale che è stata ufficialmente proposta nei giorni scorsi, per prima, dal Presidente leghista del Veneto come base per la trattativa alla sua controparte nazionale, cioè la Ministra leghista veneta titolare della materia (che “si sta muovendo bene, in maniera seria e attiva”, a giudizio dello stesso Presidente).

Questa proposta si basa su tre elementi fondamentali. Il primo riguarda il processo: si suggerisce che l’intera materia sia delegata dal Parlamento al Governo; che poi, tramite una Commissione paritetica Italia-Veneto dovrebbe predisporre tutti i relativi decreti legislativi (articoli 2 e 3).

Il secondo riguarda il merito. La Regione Veneto vuole una competenza esclusiva su tutto. Un elenco incompleto (art. 6): la programmazione dell’offerta formativa scolastica (regionalizzando gli insegnanti), i contributi alle scuole private, il diritto allo studio universitario, la cassa integrazione guadagni, la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, la contrattazione per il personale sanitario, l’offerta universitaria, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, i fondi per l’edilizia scolastica, le valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, le concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, le autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la protezione civile, i Vigili del Fuoco, le strade e le autostrade, i porti e gli aeroporti (e una zona franca, tanto per gradire), la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’Istat, il Corecom al posto dell’AGCOM, le professioni non ordinistiche. E altro.

Il terzo riguarda i soldi (art. 7). Il Veneto non reclama solo le risorse attualmente spese dal Governo nazionale. Ma propone un nuovo meccanismo di calcolo (sempre stabilito dalla Commissione paritetica Italia-Veneto, e che dovrebbe valere solo per il Veneto) basato su “fabbisogni standard” che tengano conto anche del “gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”; con la garanzia, pure, che le risorse crescano nel tempo con “le stesse dinamiche positive del PIL della Regione”.

Si tratterebbe di una sostanziale secessione. Ma conservando, comodamente, tutti i benefici dell’appartenere all’Italia e all’Europa. Ai giuristi stabilirne la costituzionalità; ma la sostanza è chiarissima. La modalità di decisione taglierebbe completamente fuori il Parlamento, i rappresentanti di tutti i cittadini italiani, dalla valutazione delle funzioni e delle risorse da trasferire e quindi dal ridisegno dell’intera amministrazione del paese; delegando il potere ad una commissione mista, come fra due stati sovrani. Implicherebbe la rottura della programmazione unitaria di tutte le infrastrutture e del funzionamento di tutti i grandi servizi nazionali. Renderebbe vacuo il ruolo strategico, di indirizzo e di coordinamento del governo nazionale; puramente rappresentativo il ruolo della Capitale. Determinerebbe meccanismi di calcolo delle risorse regionali caso per caso; e quindi la formalizzazione di gruppi di italiani di serie A e B (e C e D), con diversi diritti e diversi servizi.

L’aspetto straordinario è che di fronte a questa proposta – tecnicamente eversiva degli attuali assetti – l’intera politica italiana tace. Non solo la Lega, che non ha interesse a rendere evidente il suo ruolo, da sempre, di partito territoriale, attento agli interessi di una parte sola del paese. Tacciono i 5 Stelle alleati di governo, alle prese con i fondamentali vitalizi. Ma tace anche l’opposizione; in particolare quella di centro-sinistra che appare, anche su questa materia, in uno stato comatoso. Anzi sul quel fronte, le giunte “rosse” si sono precipitate anch’esse a richiedere condizioni particolari di autonomia. Il culmine si è raggiunto quando anche alcuni regioni del Sud (a cominciare dalla Puglia) le hanno seguite. Forse per puro protagonismo mediatico dei Presidenti; forse per il desiderio di ottenere qualche potere di interdizione in più per la politica regionale; fingendo di dimenticare che questo processo rischia di essere devastante per tutti i cittadini del Centro-Sud. Tra l’altro, con un governo che mira con la flat tax ad una forte caduta del gettito fiscale nazionale, e con questi processi di autonomia fiscale regionale, è evidente che sarà il ruolo perequativo della finanza pubblica nazionale a vantaggio dei cittadini dei territori più deboli a risentirne nettamente.

Ora la trattativa dovrebbe essere condotta per quasi tutte le attuali regioni a statuto ordinario, definendo competenze (e meccanismi finanziari ad hoc?) caso per caso. Si sta così generando una situazione di grande caos. Ma in cui un aspetto è chiarissimo. Tutti i protagonisti mirano solo ad interessi particolari, personali, territoriali; a nessuno sembra interessare l’Italia; il complessivo interesse nazionale, la sostenibilità dell’organizzazione statuale, il ruolo di governo dell’intero paese, un corretto rapporto fra Roma e le regioni, l’eguaglianza dei diritti dei cittadini. Tutti sembrano condividere la sfiducia in un futuro comune di successo; propugnare solo la logica del “si salvi chi può”.

Gianfranco Viesti

 

pubblicati su Messaggero e Mattino

Se la Lombardia pensa solo agli affari suoi di Gianfranco Viesti

Se la Lombardia pensa solo agli affari suoi di Gianfranco Viesti

Che succederà al funzionamento e al finanziamento dei grandi servizi pubblici nazionali, e quindi ai diritti di cittadinanza di tutti gli italiani con un governo nel quale la Lega ha un ruolo primario? Qualche indicazione ci viene dall’intervista rilasciata ieri a questo giornale dal Presidente della Lombardia Attilio Fontana.

L’intervista prende spunto dalle trattative in corso fra il governo (rappresentato dal ministro Erika Stefani, della Lega) e le regioni Lombardia, Veneto e Emilia (le prime due con Presidenti leghisti) sul trasferimento di ulteriori competenze, e delle relative risorse, in seguito alla richiesta di maggiore autonomia: sostenuta nei primi due casi anche dai referendum dello scorso ottobre. Fontana rivela che la Lombardia sta preparando per metà luglio un documento sulle materie che la regione vuole gestire e sulle procedure da seguire. Come era lecito attendersi, su questo specifico aspetto del Contratto di Governo si procederà a passo di carica.

Si tratta di temi di grande rilevanza: il riferimento è alle 23 materie di “legislazione concorrente” elencate al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione. Fra di esse, l’istruzione, la previdenza complementare, la ricerca scientifica, i porti e gli aeroporti, le grandi reti di trasporto, l’energia, il commercio con l’estero e i rapporti con la UE, la protezione civile e il governo del territorio, i beni e le attività culturali; e altre ancora. In questi casi oggi la legislazione dello Stato determina i principi fondamentali, in base ai quali le Regioni esercitano la propria potestà legislativa. E’ evidente che il venir meno di principi fondamentali nazionali in materie così ampie e delicate in alcune importanti regioni avrebbe conseguenze assai rilevanti sull’organizzazione e il funzionamento di fondamentali beni e servizi pubblici nell’intero paese. Ciascuno può immaginare, a partire dalla scuola, che situazione si potrebbe creare con tre grandi regioni del Nord (e magari altre che le seguissero) che legiferano a propria assoluta discrezione.

L’idea di Fontana e della Lega è che più si spostano competenze verso le regioni, meglio è. Ma questo è dubbio: sia per i cittadini delle regioni coinvolte sia per gli altri. Possono esservi ambiti in cui una maggiore autonomia si giustifica; altri invece in cui è assai discutibile: nell’elenco ce ne sono molte in cui una frammentazione di regole e competenze potrebbe essere assolutamente negativa.

Il discorso va fatto pragmaticamente, caso per caso, e a partire da una concreta evidenza dei vantaggi dell’autonomia per i cittadini coinvolti, e dell’assenza di svantaggi per gli altri. Quel che è certo è che il tema riguarda tutti gli italiani; merita una ampia e tempestiva informazione e un’approfondita discussione pubblica; i tempi necessari a maturare decisioni ben fondate. Appare assai incongruo, per usare un eufemismo, che il Presidente del Consiglio abbia attribuito questa competenza, e quindi la difesa dell’interesse nazionale, ad un Ministro di un partito che da sempre guarda più agli interessi delle regioni coinvolte, cioè della “controparte”, che a quelli di tutti i cittadini. Uno dei grandi obiettivi che si vogliono raggiungere con l’autonomia è il grande aumento del potere, e della capacità di regolazione e di intermediazione della politica a livello regionale. Questo dipende anche dal disporre di risorse molto maggiori. Il Presidente della Lombardia quantifica in 8-9 miliardi per la sola Lombardia il valore dei finanziamenti coinvolti; citando però una stima fatta da un’associazione di categoria (veneta) non particolarmente autorevole su questioni così delicate.

Per cominciare a ragionare ci vorrebbero numeri certi. Fontana, quasi en passant, smentisce mesi di propaganda, e il suo stesso collega veneto: quel che la Lombardia chiede è solo quanto oggi lo Stato centrale spende, su quelle materie, nel territorio della Lombardia: “non stiamo parlando di residuo fiscale” ma di “fondi che comunque ci sono dovuti”. Bene, dunque, che si abbandoni la propaganda sul residuo fiscale. Ma male che il Presidente si rifiuti di considerare i “soldi che ci sono comunque dovuti” nel quadro d’insieme delle risorse disponibili in Italia e dei loro criteri di riparto; di leggere, insieme agli articoli 116 e 117 della Costituzione, anche il 119.

Che dispone che “la legge dello stato dispone di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante” e che “lo Stato destina risorse aggiuntive e effettua interventi speciali in favore di determinati comuni, province, città metropolitane e regioni”: in entrambi i casi il chiaro riferimento è al Mezzogiorno. Sono principi basilari della nostra convivenza nazionale: il gettito fiscale non è delle regioni, ma deve essere usato per garantire diritti di cittadinanza e prospettive di sviluppo a tutti i cittadini italiani. Si tratta di diritti, non di elemosine.

L’autonomia per alcune regioni va definita tenendo prioritariamente in evidenza anche questi diritti; per tutti. E spiace molto che invece Fontana ritenga che il tema dei livelli essenziali di assistenza “non c’entra nulla con l’autonomia” e che la perequazione tra Nord e Sud “non è un problema all’ordine del giorno”. Spiace che il Presidente della più grande regione italiana ritenga che il suo ruolo sia solo quello di occuparsi degli interessi del suo territorio e non di contribuire ad una discussione, complessa ma imprescindibile, sull’intero paese; che interpreti il ruolo di Milano solo come quello di un capoluogo amministrativo di regione, e non come di una delle città guida dell’intero paese. Una “capitale morale” che ha grande potere ma anche grandi responsabilità sulle prospettive dell’intera Italia.

 

Gianfranco Viesti

 

pubblicato su Il Mattino 29.6.2018

Autonomia fiscale delitto per il Sud di Gianfranco Viesti

Autonomia fiscale delitto per il Sud di Gianfranco Viesti

Presto il nuovo governo si troverà ad affrontare alcuni temi molto importanti. Fra di essi, l’accordo fra lo Stato e tre regioni del Nord per la concessione di forme di “autonomia differenziata”.

La vicenda è decisiva per il futuro dell’Italia. Da sempre la Lega ha fra i suoi principi l’”egoismo territoriale”: trattenere al Nord la maggior parte possibile del gettito fiscale. Dato che al Nord i redditi sono maggiori della media nazionale, l’ammontare delle tasse raccolte è maggiore di quanto viene speso per i servizi pubblici, e quindi si genera un “residuo fiscale”.

Ma questo accade in ossequio ai principi fondanti della nostra Costituzione, come di quelle degli paesi europei. I cittadini più ricchi devono contribuire più che proporzionalmente (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, recita la nostra Carta all’art. 53); allo stesso tempo tutti i cittadini godono, almeno in teoria, del diritto all’istruzione o alla salute indipendentemente dal loro reddito. Da ciò discende un’azione redistributiva dello Stato.

L’obiettivo del mettere le mani sulle tasse non è stato mai abbandonato. Nell’ottobre scorso si è votato in Lombardia e in Veneto per un referendum “per l’autonomia”, per ottenere per le due regioni maggiori competenze ai sensi dell’art. 116 della Costituzione. Una consultazione inutile da un punto di vista legale, ma importante politicamente.

La richiesta di spostare le competenze, infatti, era motivata dal fatto che in questo modo si sarebbero potute trattenere più risorse fiscali di quanto accade oggi; sono motivazioni che si leggono in tutti i documenti ufficiali dei Consigli Regionali veneto e lombardo e che sono riecheggiate con forza prima del voto. Dopo il referendum è stata conclusa una prima intesa interlocutoria fra governo e regioni.

Ma ora la materia è nelle mani del nuovo ministro competente, un’esponente veneta della Lega, che ne ha discusso negli scorsi giorni con il Presidente veneto della Lega. Il quale ha rilanciato, in un’intervista molto determinata ad un quotidiano nazionale, tutti i suoi obiettivi. La questione tocca diversi aspetti importanti, ad esempio il funzionamento del sistema scolastico nazionale. Ma il punto chiave sono i soldi.

Lo spostamento di competenze dovrebbe semplicemente comportare che quanto oggi spende lo Stato in quei territori venga domani speso dalle Regioni (che ritengono di saperlo fare con maggiore efficienza).

Invece, insieme alle nuove competenze le regioni richiedono di trattenere quote predeterminate dei gettiti erariali riferiti ai propri territori, cioè più risorse, più residui fiscali, rispetto a prima. In questo modo con la maggiore autonomia si raggiungono gli obiettivi leghisti, a danno di tutti gli altri cittadini italiani.

E’ evidente che non si può trattare di una questione locale, di una trattativa tra veneti; ma di un grande tema per tutti. Della questione si è occupata ieri su queste colonne la neo-Ministra per il Sud, che ha ricordato che nel contratto di governo “non c’è scritto che il surplus fiscale debba essere trattenuto al Nord”.

Così è, infatti (punto 20); ma il testo è ambiguo: non c’è nemmeno scritto che si tratti delle attuali risorse.

Si dice: “Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. Ma quanto debbano essere queste risorse, e chi e come lo stabilisce è proprio la materia del contendere. Questo avverrà presto, nelle prossime settimane: nel contratto c’è scritto che questo è un tema “prioritario” per l’azione di governo.

Il nostro paese viene da una lunga e infelice storia, specie negli ultimi anni, di decisioni fondamentali sul riparto territoriale di servizi e finanziamenti pubblici prese nell’oscuro di commissioni tecniche, sulla base di criteri discutibili, nascosti in documenti impenetrabili alla comprensione; tant’è che il Parlamento, alla fine dell’ultima legislatura, ha chiesto una relazione su quanto avvenuto nell’applicazione del federalismo fiscale.

La Ministra ricorda che ogni intesa deve essere approvata dalle Camere, e quindi che i 5 Stelle possono bloccarla; ma chissà quale sarà la loro posizione: nei Consigli Regionali di Veneto e Lombardia i pentastellati avevano votato insieme al centro-destra per richiedere il referendum.

E la Ministra sa benissimo che quel che conta è il lavoro tecnico-istruttorio che avviene prima del voto: potrebbe ad esempio richiedere di avere tecnici di propria fiducia presenti in via ufficiale in tutte le sedi tecniche. I diritti di tutti i cittadini italiani vanno difesi oggi ancor più di prima.

Tutti i contenuti del contratto di governo lasciano prevedere un forte calo delle risorse fiscali statali (con la flat tax) contemporaneamente a nuovi assai impegnativi capitoli di spesa (revisione pensioni, reddito di cittadinanza). In questo quadro, una autonomia regionale ben disegnata garantirebbe ai cittadini delle regioni più ricche risorse comunque sufficienti, e scaricherebbe solo sugli altri italiani tutti i problemi delle minori disponibilità per la scuola o i servizi sociali. Un delitto perfetto.

 

Gianfranco Viesti

 

Articolo pubblicato su Il Messaggero, Il Mattino, Quotidiano di Lecce 18.6.2018 

L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

Si dice che la mancanza di università determini l’emigrazione dei cervelli e che l’istituzione dell’università incida sulla formazione delle classi dirigenti locali. Quanto alle classi dirigenti, in una situazione come quella calabrese, credo che … ci si debba assicurare che l’università serva come mezzo di ricambio sociale. Il problema di fondo è il problema del trapasso dalla cultura puramente elementare a quella secondaria, in modo tale che l’accesso all’università sia consentito a tutti[1]. Queste parole, tratte dal resoconto della seduta del 5 aprile 1962 della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, sono quelle con le quali Tristano Codignola perorava, appassionatamente, la causa dell’istituzione di una università in Calabria, una delle poche regioni italiane che ancora non l’avevano. Il motivo che spingeva i socialisti, con l’appoggio non sempre entusiastico del PCI, a volere una università in Calabria era, innanzitutto, la creazione di una classe dirigente che non appartenesse a quella sempiterna, ridottissima porzione della società che poteva permettersi di mandare i figli a studiare altrove e che, come emergeva dalle statistiche del tempo, nella stragrande parte dei casi preferiva frequentare quelle facoltà che perpetuavano le differenze socio-economiche (giurisprudenza e medicina) o quel sapere umanistico (lettere e economia) che offriva l’accesso ad una comoda sistemazione statale. I socialisti ritenevano, su suggerimenti per esempio anche del grande genetista Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino Buzzati), che il mancato sviluppo socio-economico della Calabria a quel tempo fosse addebitabile all’inesistente sviluppo tecnologico e scientifico ad alto livello del sud e che solo una organizzazione universitaria di tipo prevalentemente tecnologico potesse aprire la porta dell’industrializzazione e del progresso nel Mezzogiorno. Dai dibattiti parlamentari e culturali, negli anni che trascorsero fino all’istituzione, si evince con chiarezza che i socialisti insistettero per dare “all’università calabrese il carattere di sperimento di rottura dell’attuale organizzazione universitaria … determinando una effettiva rottura della società calabrese in senso moderno[2]. Un solo centro universitario fuori delle città che fosse a carattere residenziale sia per gli studenti che per i docenti, come il campus di San Diego che fu adottato da Codignola come il miglior modello possibile perché era appena stato impiantato ex novo in una delle aree più desertiche e meno sviluppate della California[3]. I democristiani avrebbero preferito, invece, salomonicamente spalmare tre università tradizionali, una su ognuna delle tre città capoluogo della Calabria.

Tristano Codignola

Il dibattito si sviluppa intorno alla natura e alla localizzazione dell’istituendo ateneo ed è sempre Codignola che, nella seduta della Camera del 11 novembre 1967, illustra una proposta di legge del PSI nella quale viene precisato che quella università debba “fabbricare sul luogo intelligenze tecniche, capaci d’inserirsi in un processo autoctono di sviluppo indotto proprio dalla formazione di nuove classi dirigenti locali …[4]. Una università, insomma, capace di formare una classe dirigente nuova, dal sapere eminentemente tecnico-scientifico, e che sia in grado di scardinare i meccanismi che avevano determinato una società immobile nel quadro secolare di rapporti di classe predeterminati. I promotori di quella legge volevano, infatti, che la preparazione di tali uomini non si limitasse “ad essere puramente tecnologica, ma la preparazione tecnica vada inserita in un più ampio contesto di preparazione socio-economica che consenta al personale superiore e dirigente del Mezzogiorno di orientare ed adattare le acquisizioni tecniche conseguite negli studi in una società concreta, la società meridionale[5].

L’università della Calabria, dunque, come “strumento di impegno meridionalista” per l’istituzione della quale, negli anni, si battono, innanzi tutti, Giacomo Mancini, prima da ministro e poi da segretario del PSI, i deputati e senatori socialisti calabresi insieme a studiosi come Giorgio Spini, Luigi Firpo, Paolo Sylos Labini, Lucio Gambi e Adriano Buzzati-Traverso [6]. A far pendere la bilancia a favore della soluzione di un’unica sede, come auspicavano i socialisti, furono, fra i democristiani, Riccardo Misasi e, sopratutti, Antonio Guarasci.

Secondo i presentatori della proposta di legge del 1967 bisognava che l’università calabrese fosse “sganciata da centri urbani che, in questo caso, non possono offrire tradizioni culturali efficienti e d’altronde, con le proprie esigenze di vita economica, politica e amministrativa, costituiscono una distrazione e possono turbare la tranquillità necessaria alla indagine e allo studio[7]. A seguito di queste considerazioni si decise di progettare l’edificazione di un campus che fosse non troppo vicino alle città per la preoccupazione, che traspare evidente dalle frasi sopra riportate, che i politici e la politica locale potessero “turbare” la vita dell’università. Le richieste di quasi tutti i sindaci di Cosenza, anche di Mancini che pure aveva partecipato all’idea del campus, di trasferire una o più facoltà nel centro antico della città, sono, alla luce delle considerazioni sopra ricordate, fuori dalla storia di questa università e, quindi, destinate a rimanere inevase fino a che rimarrà intatto quello spirito fondativo.

La scelta dell’ubicazione cadde nell’area di Cosenza perché, nella spartizione del “pacchetto Colombo” del ’70, Catanzaro sarebbe diventata il capoluogo di regione, mentre a Reggio si sarebbe impiantata un’area industriale di grandi dimensioni. Le aree proposte per l’insediamento, che secondo l’impostazione primigenia dovevano esser lontane dai centri urbani e dai loro ceti dirigenti, erano due: quella di Piano Lago, caldeggiata da Mancini, e quella di Arcavacata, appoggiata da Principe[8]. La spuntò Cecchino Principe che fece vincolare ben 700 ettari del territorio della sua Rende a finalità di edilizia scolastica.

Nel 1971 venne, finalmente, approvata la legge istitutrice e lo statuto dell’Università[9] e nello stesso tempo l’allora ministro della Pubblica Istruzione, Riccardo Misasi, nomina il comitato ordinatore dell’università e il suo presidente nella persona di Beniamino Andreatta. Quest’ultimo, reduce dalla ribollente università di Trento, introdusse la creazione dei Dipartimenti che dovevano servire a sganciare la ricerca e i ricercatori dalla logica degli Istituti, sulla quale era stata regolata fino a quel momento la strutturazione dell’attività scientifica universitaria.
Una scelta innovativa che, insieme alla preconizzata residenzialità, fu il punto di partenza per la costruzione di un “contenitore fisico” che fosse funzionale alla caratterizzazione culturale e politica impressa all’università tanto che essa venne “concepita come un complesso armonico di edifici, di laboratori e di servizi, in modo da provvedere ad ogni esigenza dell’insegnamento, dello studio e della ricerca, nonché al soddisfacimento delle esigenze di vita dei docenti e degli studenti in una comunità profondamente integrata …[10]. L’obiettivo di edificare un grande e unitario campus fu, coerentemente, perseguito per mezzo di un concorso internazionale di idee per la sede che, nel 1973, fu vinto, con un progetto dal segno architettonico ardito, da un gruppo di architetti capeggiati da Vittorio Gregotti[11].

Una creatura concepita da genitori socialisti, dunque, ma che ebbe come levatrice e nutrice, accadeva spesso a quei tempi, la Democrazia Cristiana. Una scaturigine malcerta, si dirà, ma in ogni caso fortemente voluta dalle migliori intelligenze calabresi della seconda metà del ‘900.

Con queste premesse l’Università della Calabria non poteva non essere che una strana creatura dalle multiple sembianze: estranea, per volontà dei fondatori, al tessuto sociale, culturale e politico della regione, ma nello stesso tempo frutto della terra in cui ha sede e corpo. È, per certi versi, affondata nella melma vischiosa e ammorbante della società incivile, corrotta e clientelare della Calabria e, per altri, svetta per la qualità della ricerca, per le capacità di molti dei suoi studiosi e allievi impegnati nei laboratori scientifici sparsi ai quattro angoli della terra.

L’Unical è, a quaranta anni dalla sua fondazione, una realtà viva, palpitante, persino imponente con i suoi circa 200 ettari di superficie del campus su cui insistono 6 Facoltà, 44 corsi di studio, 23 dipartimenti, 2 scuole di specializzazione, 13 centri interdipartimentali, 3 centri di servizi comuni. Conta 845 docenti e 705 amministrativi, quasi 35.000 studenti, 1300 posti mensa e più di 3000 alloggi residenziali di sua proprietà, il più grande sistema bibliotecario del Mezzogiorno (oltre 400.000 volumi), l’Orto Botanico, due teatri, un Centro sportivo, un Centro radiotelevisivo, un museo di Storia Naturale della Calabria. È, ormai, una media università normale che negli ultimi anni è stata in cima alle classifiche stilate dai maggiori quotidiani nazionali per attrattività didattica e scientifica, oltre che, secondo il MIUR, università “virtuosa”. In questo ultimo decennio chi ha guidato l’Università è riuscito a portare a termine il progetto architettonico e a tener fuori i politici, e non è stata un’operazione di poco momento, dalla gestione dell’Ateneo, in continuità con le prescrizioni dei promotori.

Bisogna ricordare che i figli della borghesia e del ceto dirigente calabrese hanno continuato studiare nelle altre università prevalentemente del centro-nord, mentre all’Unical – alla quale, per assecondare lo spirito dei fondatori, si accedeva per merito e per reddito- si iscrivevano soprattutto studenti di classe socio-economica medio-bassa. Negli anni ’90 furono rimosse le limitazioni sopradette determinando un’esplosione delle iscrizioni che passarono, nel lasso di pochi anni, da 12.000 a 34.000. Molti dei figli della classe dirigente si iscrissero a Cosenza sia perché l’università si era, ormai, “normalizzata”, sia perché i ragazzi ebbero sempre più paura di avventurarsi nel vasto mondo, sia perché i genitori preferirono tenerseli vicini, al riparo dagli eventuali pericoli che potevano correre.

Quanto alla formazione della classe dirigente si può affermare invece che, purtroppo, non è stato sufficiente impiantare un’università, per gestazione e nascita, diversa dalle altre. Le classi dirigenti autoctone hanno continuato a riprodursi negli stessi modi soprattutto perché non c’è stato alcuno sviluppo economico, né tanto meno crescita economica industriale di alto livello tecnologico, come auspicavano i padri fondatori. I detentori del sapere tecnico-scientifico appreso in loco hanno dovuto, in grandissima parte, emigrare, partecipare alla diaspora delle intelligenze e nella regione poche, o nessuna, industrie tecnologicamente avanzate, “spin off” dell’università, sono nate.

La società calabrese e la sua classe dirigente hanno, per parte loro, meticolosamente ingerito, assimilato e metabolizzato la carica “eversiva” contenuta in una siffatta università, cooptando e sottoponendo agli stessi procedimenti clientelari e tribali i suoi laureati-apostoli. Li hanno trasfusi, anch’essi, in quella melma sociale imperitura che è impermeabile a qualsivoglia ricambio sociale ed economico e che regola, da sempre, la vita della regione. Venuto meno il presupposto dell’inserimento in un tessuto economico-sociale che si sperava fosse più avanzato, quella classe dirigente tecnico-scientifica che nelle intenzioni doveva esser preparata ad adattare e orientare la società meridionale, in Calabria non ha trovato sbocchi occupazionali oppure è rimasta impigliata in quella vischiosità pre-moderna dei rapporti, peculiare di una società mai industrializzata.

A dispetto della presenza di ben tre università -nel frattempo si sono aggiunte quelle di Catanzaro e Reggio Calabria- negli ultimi decenni si è venuto, invece, a formare un ceto dirigente che si è radicato in particolar modo ai vertici dell’Amministrazione Regionale. Un ceto plasmatosi ad immagine e somiglianza di quello politico che, per mezzo di concorsi non trasparenti o chiamate dirette, l’ha creato e promosso. Un alter ego dalle dimensioni elefantiache che è lo specchio di una politica di corto respiro, fatta quasi sempre da personale inadeguato alla bisogna o, peggio, colluso con gli interessi ‘ndranghetisti. Le classi dirigenti regionali nel loro complesso, ad esclusione di lodevoli eccezioni, sono composte da incapaci, corrotti, privi di qualunque tipo di motivazione se non quella di favorire se stessi, i propri parenti ed amici e, naturalmente, i politici di riferimento. Una classe dirigente riprodottasi, come una metastasi, con questo metodo familistico, arcaico e reciprocamente ricattatorio negli Ospedali, nelle Scuole, nei Tribunali, nelle Camere di Commercio, nelle imprese private e in tutta la Pubblica Amministrazione della Calabria.

Sarebbe spettato alla classe dirigente far uscire la Calabria da questa situazione di corruttela e di arretratezza, proponendo ed attuando un progetto complessivo di sviluppo economico, sociale e culturale. Questa classe dirigente, è evidente ormai a chicchessia, sembra non esser capace di farlo, ma bisogna che i calabresi comprendano, anche, che la terribile responsabilità di far parte di una società profondamente malata non può essere solo della politica e della classe dirigente di questa regione, ma è della cosiddetta “società civile” che nulla, o troppo poco, ha fatto per scrollarsi di dosso questo giogo. È stato eletto nel corso di questi ultimi decenni un ceto dirigente che è stato, prevalentemente, impegnato a creare alleanze trasversali, un ceto che si è rivelato essere del tutto privo di pensieri forti, privo di un’idea di come possa essere il futuro di una regione, privo di un’idea di Calabria. Una società, quella calabrese, nella quale prevale l’egoismo individuale, l’individualismo disinteressato al bene comune che è reso palese dall’incapacità al vivere associato. Una società nella quale è diffusa una violenza che origina, forse, da quell’impasto di arcaicità e post-modernità di cui sono composti i rapporti sociali, familiari, economici e politici. La vita quotidiana dei calabresi, di tutti i calabresi, è intessuta di comportamenti intrinsecamente ‘ndranghetisti alimentati dal prevalere, anche fra le persone più civili, dell’egoismo, dell’individualismo disinteressato al bene comune, del quieto vivere e della paura con la quale conviviamo sin da piccoli. La ‘ndrangheta è il nostro doppio, un’ombra che ogni calabrese, più o meno consapevolmente, porta con sé. Siamo rassegnati a questo stato di cose, non siamo capaci di reagire come è accaduto, per esempio, in Sicilia; non siamo nemmeno più capaci di indignarci, ammesso che lo si sia mai stati. Ci si deve chiedere perchè il problema irrisolvibile di questa regione sembra che sia l’inesistenza della cosiddetta società civile, più che l’ormai dimostrata inettitudine della classe dirigente politica che non è altro che lo specchio di questa società, è lo specchio dei calabresi che in più di sessanta anni di governo democratico non sono stati capaci, se non forse all’inizio, di scegliersene una migliore .

Una risposta potrebbe risiedere nell’incapacità, che di sicuro affligge i calabresi, di riuscire a fidarsi dell’“altro”, un’innata diffidenza che, più o meno inconsciamente, si ha nei confronti degli “altri”. Insieme all’assenza di “senso civico”, la diffidenza mi sembra che sia una delle componenti costitutive del carattere collettivo dei calabresi. Un carattere che è – per gente vissuta per secoli al riparo dal mondo, in mezzo a montagne lontane dal mare- il lascito di una storia intessuta di dominazioni e di sopraffazioni. Una comprensibile eredità che diventa, però, un usurato pretesto quando, troppo spesso, trascolora in inadeguatezza a stare insieme, a sentirsi dalla stessa parte. Un legato storico che rende incapaci, in assenza di una identità collettiva positiva, di confrontarsi davvero con l’”altro[12]. L’esito che ne consegue è che governanti e governati di questa regione continuano, in larghissima misura, ad avere l’atteggiamento rivendicazionistico di chi si aspetta che un torto venga risarcito, da un “centro”, ad un popolo di ingiustamente perdenti in “periferia”. I calabresi sono collettivamente, invece, giustamente perdenti e non è che un illusorio auto-risarcimento di danni all’”anima” attribuire della responsabilità del sottosviluppo al Governo, ai “forestieri”, insomma agli “altri”.

No, purtroppo, l’università della Calabria non è riuscita ad innescare -non poteva farlo da sola, forse- un meccanismo virtuoso e auto-propulsivo di progresso e di sviluppo che scardinasse, ammodernandolo e riequilibrandolo, l’atavico quadro socio-economico calabrese.

 

[1] Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1593-1594.

[2]Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1597-1598,

[3]Il campus di San Diego è, ora, tra le migliori otto università pubbliche statunitensi secondo lo U.S. News & World Report. La classifica accademica delle università mondiali, redatta nel 2007 dalla Shanghai Jiao Tong University, ha inserito San Diego al dodicesimo posto negli Stati Uniti e al quattordicesimo nel mondo, considerando fattori come la qualità della ricerca scientifica e la provenienza di premi Nobel (l’università ne vanta dodici tra i suoi ex-studenti).

[4] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967. pp. 2-3

[5] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 5

[6] Per una sintesi delle iniziative cfr. “L’Avanti!” del 10 marzo del 1967.

[7] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 7

[8] Cfr. la nota della Redazione della rivista mensile, fondata da F. Compagna, “Nord e Sud” del dicembre 1967.

[9] La G.U, del 26 febbraio 1972 pubblica il Decreto del Presidente della Repubblica del 1 dicembre 1971.

[10] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 8.

[11] Di recente Gregotti su “Il Corriere della Sera” del 17 giugno.2010 ha aperto una polemica sulla cattiva, a parer suo, realizzazione del progetto.

[12] Sul legato storico e sulla assenza di una identità positiva dei calabresi cfr. A. B. Sangineto, L’anima allo specchio. Ovvero della percezione e dell’uso delle antichità calabresi”, Monteleone editore, Vibo Valentia 2006.

 

Pubblicato su

                       “Nuove Lettere Meridionali”, 2013, n. 1

                       Rivista meridionalista diretta da Cesare Marini