Categoria: Dalla Stampa

I partigiani calabresi.-di Piero Bevilacqua

I partigiani calabresi.-di Piero Bevilacqua

Un importante contributo alla storia, alla memoria civile e all’immagine pubblica della Calabria – forse la regione più gravata di stereotipi denigratori dell’intera Penisola – è appena uscito presso un editore calabrese, per merito di Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria partigiana, Luigi Pellegrini Editore Cosenza, 2020, pp. 351.

Si tratta di un voluminoso testo di ricerca che corrisponde pienamente all’ambizione del titolo, e che innanzi tutto si fa apprezzare per la luce che getta su un aspetto poco esplorato della nostra storia, oltre che per meriti morali. Vale a dire per l’onore che rende ai tanti ignoti, o dimenticati, che pagarono con la vita la loro generosità e il loro coraggio di combattenti.

Dopo un originale saggio di storia economica comparativa, meritevole di più ampia diffusione, Quando il Sud divenne arretrato, pubblicato nel 2018, Ippolito torna ai suoi temi di storia politica con un lavoro che muove da una dichiarata intenzionalità etico-politica, come diremmo con vecchio linguaggio crociano. La illustriamo con le stesse parole dell’autore, che contengono, in breve, anche una sacrosanta rivendicazione storiografica del carattere non casuale e forzato, ma volontario e progettuale della Resistenza italiana.

Se, ricorda Ippolito, «accertato è il contributo niente affatto marginale, che i meridionali diedero alla lotta di liberazione nei venti mesi in cui l’Italia del Nord si oppose all’occupante tedesco. Se tutto questo può considerarsi ampiamente acquisito, è ancora dura a morire l’opinione che i meridionali vi parteciparono in quanto soldati sbandati, impossibilitati a far ritorno alle proprie case, in un certo senso costretti dalle circostanze a entrare nella Resistenza.

La tesi contiene elementi di verità ma non può essere considerata assorbente ed esplicativa di ogni situazione, per non cadere nella trappola di chi, con analoga semplificazione, ritiene che i partigiani settentrionali fossero in larga parte giovani che sfuggivano alla leva della Repubblica Sociale Italiana(RSI) o alla tradotta in Germania». Tesi importante che Ippolito convalida persuasivamente in 350 pagine di testo con uno sforzo documentario davvero ammirevole, portando un ulteriore contributo alla stessa storia della Resistenza italiana, oltre che al ruolo svolto dai calabresi nelle sue file.

Il libro ha un carattere sistematico e ad ampio raggio, geografico e temporale. Inizia con la Resistenza prima della resistenza, come titola il primo capitolo e ricorda i primi tentativi e i primi programmi insurrezionali nel marzo 1943 a Reggio Calabria, da parte di gruppi di operai, studenti e professionisti, seguiti più tardi da vere forme di mobilitazione armata. È quella che si svolge in seguito allo sbarco degli inglesi fra Roccella e Caulonia, sullo Jonio, e a Palmi, sul Tirreno, che vede già protagonista Pasquale Cavallaro.

Il futuro artefice della Repubblica di Caulonia. In questa area della Calabria si ha la prima vittima della lotta antitedesca. In seguito a un atto di sabotaggio, contro le armate tedesche in ritirata, a Taurianova, viene ucciso Cipriano Scarfò, socialista, fucilato dopo un rito sommario.

Comincia da qui il racconto di stragi e uccisioni in cui i calabresi hanno sempre, a diverso titolo una parte. Ancora in Calabria, i tedeschi, che il 6 settembre cannoneggiano il paese di Rizziconi, lasciando a terra 17 morti, per lo più adolescenti, e 56 feriti, si fanno esecutori della fucilazione, ad Acquappesa, di 5 giovani militari originari della piana di Gioia, che avevano abbandonato il loro reggimento, probabilmente per unirsi agli anglo-canadesi appena sbarcati, e combattere contro i tedeschi.

Dalla Calabria, secondo un ordine temporale e al tempo stesso, come abbiamo detto, geografico, da Nord a Sud, quasi a ridosso della direzione della stessa guerra, Ippolito passa alla resistenza romana. E qui troviamo in posizioni spesso di primo piano, calabresi che vivono nella capitale, da più o meno tempo, come Giuseppe Albano, originario di Gerace, noto come il Gobbo del Quarticciolo, che si batte con altri sottoproletari contro i tedeschi a Porta San Paolo. Accanto a lui una figura presente nell’immaginario di tutti noi, Teresa Talotta Gullace, immortalata da Anna Magnani in Roma città aperta, di Roberto Rossellini.

E ritroviamo anche uno studente marinaio, Ettore Arena, di Catanzaro, militante di Bandiera Rossa, una delle principali formazioni antifasciste di Roma, fucilato a 21 anni a Forte Bravetta. Arena ha ricevuto la medaglia d’oro alla memoria. Ci sono anche quattro calabresi fra i morti nel massacro alle Fosse Ardeatine, tutti esponenti della Resistenza romana, a 3 dei quali sarà conferita la medaglia d’argento al valor militare.

Con grande passione documentaria l’autore segue vicende e destini dei calabresi anche fuori d’Italia, come per quei soldati che alla data dell’8 settembre si trovavano, ad esempio, in Montenegro, Slovenia, Erzegovina, dove si sviluppò la resistenza armata. Naturalmente l’autore non si limita a inseguire i singoli casi personali di eroismo, ma racconta le vicende storiche complessive, sia che si tratti, poniamo, della tragedia di Cefalonia, in Grecia, sia della Resistenza nel Regno del Sud e poi della Resistenza nel suo nucleo armato più consistente, sulle montagne del Nord d’Italia.

In una breve recensione non è possibile dar conto analiticamente di un libro, tanto più, come in questo caso, se si tratta di un testo ricco di vicende e di eventi, alcuni peraltro poco noti, che gettano luce su una pagina drammatica e dolorosa, ancora con tanti punti oscuri, della nostra storia. Ma quel che va detto e ripetuto al lettore, è che Ippolito non si limita a ritagliare, per amore di campanile, la vicenda dei suoi tanti eroi calabresi – in appendice si contano 165 partigiani caduti, molti dei quali con rispettiva città e provincia – dalla massa dei grandi fatti storici.

Rischio che naturalmente corre chi possiede una prospettiva culturale e storiografica provinciale. Accade, in questo libro, il contrario. E cioé che dalla ricostruzione dei grandi fatti collettivi della Resistenza italiana, dall’Appennino Umbro- Marchigiano alla Valle d’Aosta, Dall’Ossola alla Valsusa, finiscono con l’emergere anche i singoli eroismi in cui spesso si consumano le vite dei giovani combattenti calabresi. Quelle vicende singole che insieme fanno la stoffa di una storia complessa, ma unitaria , su cui si fonda la nostra Repubblica.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 maggio 2020

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia.-di Gianfranco Viesti

A metà febbraio il Ministro Giuseppe Provenzano ha presentato il “Piano Sud“. Dopo una sommaria discussione, l’interesse per il tema è immediatamente scemato, travolto, nell’interesse collettivo, dalla diffusione della pandemia Covid e della sue innumerevoli e gravi conseguenze: sanitarie, economiche, sociali.

C’è ben altro di cui occuparsi in questo periodo, si potrebbe pensare. Invece, se il nostro paese vuole aumentare le possibilità di tornare a ritmi di sviluppo più elevati, rendendo sostenibile il suo indebitamento, e contrastando le disuguaglianze che la pandemia purtroppo accrescerà, deve recuperare la sua capacità di “allungare lo sguardo” verso il futuro; e rendersi conto che questo sarà possibile solo mobilitando e mettendo a valore, nell’interesse collettivo, le risorse e le potenzialità di crescita disponibili in tutti i suoi territori, a cominciare da quelli più deboli.

Uno sviluppo migliore e più intenso potrà essere possibile solo se il nostro paese seguirà un cammino profondamente diverso da quello degli ultimi due decenni: un’occasione decisiva per tornare ad affrontare il grande, irrisolto, problema delle disparità territoriali e del modestissimo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma quali sono i possibili punti di forza e di debolezza del Piano Sud? In primo luogo, sembra corretta la sua indicazione politica di fondo: il Piano Sud è un progetto per l’Italia. Per ripartire il paese deve valorizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle umane; rivitalizzare la capacità di produrre beni e servizi; e quindi rilanciare anche la domanda interna, con una stagione di ripresa dei consumi e soprattutto degli investimenti, pubblici e privati.

È assai opportuno il richiamo che il Piano fa alle interdipendenze fra i territori: l’economia non è un gioco a somma zero; la crescita delle regioni più deboli aiuta quella delle aree più forti. Un concetto fondamentale in un’Italia segnata e indebolita da egoismi e sovranismi territoriali; che rischiano di accrescersi, in una rinnovata competizione per le scarse risorse pubbliche a disposizione.

Condivisibili, nelle loro linee generali, appaiono le cinque grandi priorità indicate dal Piano: la preoccupazione per i più giovani, l’inclusione sociale, le compatibilità ecologiche, l’apertura internazionale e al Mediterraneo, l’enfasi sull’innovazione. Opportuna anche l’ottica decennale: per trasformare davvero la situazione del Mezzogiorno, dopo un ventennio di forte rallentamento e la persistente depressione dell’economia nell’ultima decade (e ancor più con i rischi di oggi con la pandemia) non bastano certo pochi mesi o anni.

Sono proprio questi aspetti condivisibili che fanno sorgere interrogativi e qualche preoccupazione. Il primo quesito riguarda certamente la condivisione politica generale di questi obiettivi: quanto il progetto del Ministro era davvero condiviso dall’intero governo, e ancor più dalla maggioranza che lo sostiene? Tanto i 5 Stelle quanto il Partito democratico non si sono particolarmente impegnati in riflessioni e proposte su questi temi negli ultimi anni.

In un mondo normale un piano del genere, così ambizioso, dovrebbe essere il frutto di una stagione di discussioni, politiche e tecniche; di esperienze, proposte, confronti. Invece, nasce prima il Piano della discussione collettiva: il suo obiettivo sembra quello di stimolarla. Non sarà semplice. Un documento come il Piano Sud si traduce in una grande politica pubblica solo se con il tempo diventa un patrimonio condiviso di migliaia e migliaia di uomini politici, amministratori, uomini di cultura. Il rischio è che questo – senza una potente spinta che duri a lungo – possa non avvenire.

Un altro grande interrogativo viene dal necessario raccordo fra questo programma di interventi e le politiche pubbliche ordinarie. Dal Piano traspare quanto questo raccordo sia indispensabile. Ma non è certo garantito. Una politica di particolare rafforzamento dell’istruzione e degli edifici scolastici non può che raccordarsi con le scelte di lungo termine sulla scuola. L’obiettivo di potenziare la dotazione di ricercatori nel Mezzogiorno deve fare i conti con le scelte per l’università e il sistema della ricerca italiani.

L’enfasi sulla realizzazione di nuove reti ferroviarie, e soprattutto l’ammodernamento di quelle esistenti per produrre risultati concreti deve raccordarsi con le politiche regionali e ancor più nazionali di regolazione e finanziamento del servizio ferroviario, locale e interregionale; con la logica aziendalistica che presiede, in mancanza di un forte indirizzo politico, le scelte del gruppo Ferrovie dello Stato.

In generale, richiede di affrontare i tanti fondamentali aspetti del regionalismo italiano, che hanno rischiato di aggravarsi nel 2019 con il progetto dell’autonomia differenziata e nel 2020 con l’accresciuta confusione istituzionale nelle risposte alla pandemia: quali regole e quali criteri per assicurare sia responsabilità ed efficienza delle amministrazioni, sia la definizione e il finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni, cioè di diritti di cittadinanza, uguali per tutti gli italiani? Come sarà la sanità italiana, ad esempio, nei prossimi anni?

Tenderanno ancora a crescere fortemente, come avvenuto nell’ultimo decennio, disparità nelle dotazioni strumentali ed umane, nella capacità di erogazione dei servizi, territoriali ed ospedalieri, e quindi i fenomeni di mobilità ospedaliera? Ovvero si tenderà a correggere gli squilibri, recuperando l’ottica di un Servizio Sanitario Nazionale?

Ancora, uno degli elementi più importanti dello scenario internazionale e una delle chiavi per la ripresa dell’Italia sono le economie urbane. Le città, in questo secolo più che nei decenni finali del Novecento, sono i motori dell’economia, i luoghi dove nascono nuove imprese. Bene che il Piano Sud ne parli, anche se forse l’enfasi avrebbe dovuto essere ancora più forte. Ma questo riporta alla nostra mente la debolezza della riflessione nazionale sulle città.

I Sindaci e gli attori urbani sono fondamentali; ma la politica urbana non può che essere una grande politica nazionale di sviluppo, che destini risorse di investimento e di funzionamento, e disegni regole di funzionamento, adatte all’economia del XXI secolo, ancor più con la pandemia e tutte le incertezze dovute al distanziamento inter-personale.

Il Piano è molto determinato nell’indicare la necessità di riequilibrio della spesa per investimenti in Italia garantendo equità territoriale nella sua allocazione attraverso la cosiddetta clausola del 34%. Lo è altrettanto nell’indicazione di utilizzare le risorse latenti del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC, cioè i fondi nazionali per il riequilibrio territoriale): presenti da anni solo nelle programmazioni d’insieme, ma prive degli stanziamenti di bilancio per poterle effettivamente utilizzare.

Questioni ancora più importanti alla luce del crollo degli investimenti pubblici registrato negli ultimi anni, e dalla necessità di accelerare per recuperare almeno in parte i grandi gap che si sono creati: gli investimenti pubblici in Italia e nel Mezzogiorno sono ai minimi storici.

Ce la può fare l’amministrazione pubblica italiana, nazionale, regionale e locale a trasformare in realtà obiettivi così ambiziosi? Il Piano ha molti temi, e il rischio evidentissimo è che ciò possa dare copertura a processi di programmazione operativa, di dettaglio, che tendano a ripetere ancora una volta gli errori del passato: dato che serve tanto, facciamo un po’ di tutto; e dato che bisogna fare un po’ di tutto frammentiamo le risorse fra mille obiettivi e fra tanti centri di spesa. Così da ritrovarsi con gli stessi problemi di sovraccarico amministrativo, parcellizzazione degli interventi, e modesti avanzamenti sul piano delle realizzazioni che hanno caratterizzato le politiche di coesione territoriale negli ultimi anni.

Se il Piano rappresenta una cornice politica condivisa, il governo deve avere la forza di indirizzare su chiare, limitate priorità e specializzare sia i fondi europei sia quelli nazionali; e conseguentemente dare indicazioni e porre vincoli alla tendenza, già mille volte vista, delle amministrazioni regionali a soddisfare mille esigenze, anche per motivi di consenso politico di breve periodo. La programmazione per il ciclo di spesa 2021-27 sia dei fondi comunitari che del FSC dovrebbe allora segnare una rottura profonda con il recente passato, anche per le nuove, gravi sfide poste dalla pandemia e dalle sue conseguenze. I documenti che abbiamo oggi a disposizione non sembrano andare pienamente in questo senso.

Il grande rischio è che il Piano Sud provochi alzate di spalle; l’idea, esplicita o implicita, che si tratti di un ennesimo libro dei sogni. Soprattutto che oggi ci siano altre priorità; altri interessi, più forti, che debbano prevalere, avere la precedenza. L’opportunità è che faccia partire una grande riflessione in tutto il paese su un percorso più ambizioso del galleggiamento che abbiamo vissuto negli ultimi anni, e delle prospettive così preoccupanti che sono davanti a noi. È una condizione necessaria affinchè si traduca davvero in realizzazioni concrete.

Il Piano Sud: ancora più necessario con la pandemia


Foto di iXimus da Pixabay

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

L’economia italiana dopo la pandemia. -di Gianfranco Viesti

Le prospettive dell’economia italiana a medio termine sono ancora avvolte da un rilevante grado di incertezza, connesso alle dinamiche della diffusione del coronavirus (nel nostro paese e all’estero e nell’estate e poi nell’inverno 2020-21). Permanere dell’incertezza che già di per sé può determinare un rinvio dei piani di investimento delle imprese e comportamenti di consumo più cauti da parte delle famiglie. Su questi ultimi potrà poi pesare, in direzione e in misura difficile da prevedere, l’effetto psicologico dei provvedimenti di divieto di circolazione e delle successive riaperture. E’ opportuna grande cautela nelle previsioni.

Tuttavia, già con i dati e le informazioni disponibili alla metà di maggio 2020 è possibile costruire alcuni scenari con un elevato grado di probabilità di realizzarsi. E in base a questi scenari è possibile sostenere che il nostro paese è già davanti a grandi scelte sul proprio futuro (quantomeno: sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulle disparità sociali, sulla velocità della crescita economica) che potranno essere affrontate solo con una significativa discontinuità rispetto alle politiche economiche seguite nel primo ventennio di questo secolo.

Il più probabile scenario di medio periodo (fino alla fine del 2021) del nostro paese, così come leggibile nel maggio 2020, può essere riassunto nei seguenti punti (rinviando per maggiori dettagli ad un quadro più particolareggiato che ho offerto qui):

1) L’impatto della crisi legata alla pandemia sul Pil italiano 2020 sarà severissimo, molto maggiore di quello della recessione del 2009. Le previsioni di consenso (non solo del Governo, ma anche di FMI, Ocse e Commissione Europea) indicano una possibile contrazione dell’attività economica che sfiorerà i 10 punti nell’anno. Le stesse previsioni indicano (con un livello di incertezza però ancora maggiore) una significativa ma parziale ripresa nel 2021.
Il ritmo di ripresa dell’economia italiana, coerentemente con quanto avviene dalla metà degli anni Novanta, ed in particolare nell’ultimo decennio, potrebbe essere il più lento fra i paesi avanzati. Potrebbe essere tale da determinare un livello del Pil 2021 di 4 punti inferiore a quello del 2019; il che significa di 7-8 punti rispetto ai valori del 2007; cioè su una dimensione comparabile con fine anni Novanta.

2) Questa crisi così ampia potrebbe essere molto selettiva: fra settori, fra territori, fra lavoratori.

3) L’impatto settoriale della crisi sarà fortemente diversificato, a causa delle differenti durate delle chiusure finora disposte, delle diverse possibilità di fronteggiare le esigenze sanitarie di distanziamento inter-personale e dei vincoli alla ripresa di alcune attività economiche. Certamente, rispetto a precedenti episodi recessivi vi è una grande differenza: il terziario è stato e sarà colpito tanto quanto l’industria manifatturiera, e non potrà svolgere un ruolo di “spugna” occupazionale e sociale.
Alcuni dei comparti del terziario (in primo luogo le filiere della cultura-intrattenimento e del turismo-viaggi, si veda ancora qui per indicatori e dati dettagliati) potrebbero essere colpiti in maniera estremamente ampia e duratura, con tutto ciò che ne consegue in termini di impatto sulla sopravvivenza delle imprese e sull’occupazione.

4) L’impatto economico territoriale della crisi non sembra correlato all’intensità dei problemi sanitari, ma alle chiusure e alle diverse strutture produttive. Sarà dunque intenso in tutta Italia. Potrebbe differenziarsi con il tempo, dato che nelle regioni relativamente più forti la ripresa sarà più collegata alle performance della manifattura (e all’export) e in quelle più deboli (incluse Liguria e Lazio) all’andamento del terziario.
Problemi particolari potrebbero porsi per le aree/regioni a maggiore intensità turistica, in tutto il paese (forse maggiori per le città d’arte, e per le aree raggiungibili maggiormente o solo in aereo, come la Sardegna). Nel Mezzogiorno tuttavia, la disoccupazione è già molto più alta: maggiore la quota di occupazioni più deboli (occupati a termine) nei settori più a rischio; minore la diffusione e la possibilità dello smart-working (per i dati si veda ancora qui).

5) L’impatto della crisi sarà probabilmente molto più forte delle precedenti sull’occupazione, anche a causa del ruolo del terziario, e dell’incertezza delle prospettive per alcuni suoi comparti. Le previsioni sono molto diverse: dal Centro Studi Confindustria che prevede per fine 2020 una caduta delle ore lavorate a fronte di una tenuta del numero di occupati; al DEF che prevede mezzo milioni di occupati in meno, sempre per fine 2020; a Banca Intesa e Commissione Europea che presentano stime peggiori sull’incremento dei disoccupati: fino ad un milione. I primissimi dati Anpal confermano tendenze assai negative già in corso sull’occupazione.

6) Questo impatto sarà fortemente selettivo. Tutte le analisi finora disponibili (si vedano ad esempio quelle di McKinsey e del JRC) mostrano che saranno colpiti in misura relativamente più forte i lavoratori più deboli: dipendenti a termine, lavoratori stagionali (specie nel turismo), occupati a più bassa qualifica e con meno possibilità di lavoro da remoto. Le difficoltà occupazionali saranno poi molto più forti per i giovani. Le stime disponibili concordano nel prevedere una risalita lenta, con un tasso di occupazione a fine 2021 che potrebbe essere sensibilmente più basso di quello di inizio 2019. Tenderanno quindi a crescere le disuguaglianze sociali (non solo in Italia, come ricordato anche dal FMI).

A fronte di questa situazione il Governo italiano ha preso provvedimenti di grande dimensione finanziaria. Essi mirano a contenere le ricadute economiche d’insieme; soprattutto, mirano ad evitare fenomeni irreparabili di crisi aziendale e di difficoltà sociale per i nuclei familiari più deboli o più colpiti.

Rinviando ad altra sede per analisi puntuali, essi paiono per molti versi opportuni; allo stesso modo, sono complessivamente molto più orientati alla difesa della società e delle imprese dal primo impatto della crisi (anche con interventi apprezzabili, come il reddito di emergenza o il pur modestissimo provvedimento di regolarizzazione dei lavoratori stranieri), che a costruire condizioni per una ripresa dell’economia italiana più vivace che in passato. Ad esempio, l’ampia strumentazione di sostegno e di incentivazione alle imprese appare priva di condizionalità ed incentivi che possano configurare indirizzi di politica industriale.

Tali provvedimenti produrranno inoltre un aumento del deficit pubblico all’11% del PIL nel 2020 e al 5,6% nel 2021 (Commissione Europea), con un aumento di circa venti punti (in lieve riduzione nel 2021) del rapporto debito/Pil: circostanza assai preoccupante nel quadro delle regole fiscali europee, attualmente sospese ma non modificate. E’ già in corso nel nostro paese una forte offensiva, da parte di settori accademici e di interessi imprenditoriali, affinché si torni a ferree regole di austerità e, per questa via, si riduca ulteriormente, drasticamente, il perimetro dell’intervento pubblico.

In conseguenza di questo insieme di eventi, poi, lo spread rispetto ai titoli pubblici tedeschi, pur estremamente variabile, è salito di circa 100 punti rispetto al minimo di febbraio, con un maggiore costo unitario del finanziamento del settore pubblico e un maggior carico di interessi prevedibile per il futuro.

L’implicazione di questa assai sommaria analisi sembra chiara. Il rischio di un circolo vizioso per l’Italia è alto: crescita assai modesta; ampia e persistente disoccupazione; accresciuti squilibri sociali; necessità di politiche di austerità per contenere il deficit pubblico, con effetti negativi di ritorno su produzione, occupazione, disuguaglianze.

E’ viva in queste settimane la discussione su “un futuro diverso”, con molti interessanti spunti politici, culturali, sociali, tecnologici. Quel che qui si vuole semplicemente argomentare è che non si tratta di un dibattito solo culturale: un futuro diverso – rispetto al circolo vizioso che ha alta probabilità di delinearsi – è l’unica possibilità per l’Italia di raggiungere risultati accettabili in termini di benessere ed equità.

Ciò significa che affrontare i tre grandi vincoli che in questo secolo hanno condizionato il paese non è una opzione ma una necessità: la gestione del debito pubblico, le regole fiscali europee e le politiche fiscali nazionali; le disuguaglianze sociali e territoriali, le condizioni dei lavoratori e la garanzia dei diritti di cittadinanza (salute, istruzione, welfare); e infine, la capacità di innovazione, il modello di sviluppo e il complessivo ritmo di crescita del nostro paese.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Da almeno vent’anni non si fa che discorrere di “museo come impresa”. Si è diffusa la favola di musei che si auto-sostengono grazie a introiti di biglietteria e bigiotteria, attirano investimenti produttivi, prosperano sul mercato rendendo superfluo ogni finanziamento pubblico.

Si esaltano i musei americani, dimenticando che lì i privati non investono ma fanno donazioni, premiate da cospicue esenzioni fiscali. Sotto l’assalto del virus, questa rozza mitologia all’italiana va in briciole e la fragilità dei bilanci museali viene allo scoperto. È dunque il momento di ricordarci che il museo pubblico come istituzione è un’invenzione assai recente (il primo caso al mondo sono i Musei Capitolini, fondati nel 1734 da Clemente XII). E che tutto ciò che ha una data di nascita ha anche una data di scadenza. Anche l’istituzione-museo può morire.

Per ora i nostri musei potranno aprire solo con precauzioni eccezionali e per un pubblico ridotto e guardingo. Un rapporto della Rete delle istituzioni museali europee (NEMO, Network of European Museum Organisations) consente uno sguardo d’insieme sugli effetti del CoViD-19. Dei 650 musei considerati, distribuiti in 41 Paesi, il 92% sono chiusi, ma nei pochi rimasti aperti il numero dei visitatori è cresciuto. I musei delle zone più turistizzate registrano un drammatico crollo degli introiti. Hanno chiuso tutte le mostre temporanee in corso, e si è sospesa la programmazione di quelle previste fino a un bel pezzo del 2021.

Sono fermi molti progetti a lungo termine sulle collezioni permanenti, la manutenzione e aggiornamento delle architetture, le nuove infrastrutture. Il personale temporaneo è a rischio, i programmi gestiti da volontari sono sospesi. L’80% dello staff stabile svolge da casa una parte del lavoro, ma il limitato accesso alle collezioni incide negativamente sulla qualità della ricerca. In metà dei Paesi considerati è previsto un contributo pubblico straordinario per arginare l’emergenza, negli altri nulla. Il 70% dei musei si sono concentrati sulla presenza online e nei social, ma impegnandovi solo risorse esistenti, senza nuovi investimenti né staff dedicato; forte comunque la risposta del pubblico online, che in alcuni musei è cresciuto fino al 500%.

Per dirla in due parole: l’assenza, anche per pochi mesi, degli introiti di biglietteria genera una crisi fortissima anche nei musei più grandi e importanti. Da ogni parte si levano grida di disperazione: questo è a tutti gli effetti, ha detto il direttore di un grande museo, “un bagno di sangue”. Come lo si affronterà, secondo strategie diverse di Paese in Paese, vedremo. Ma è il caso di richiamare alcuni valori e problemi di fondo, che non sono polverose pignolerie d’archivio, anzi dovrebbero orientare l’analisi politica oggi e le azioni di rimedio domani.

Se oggi la caduta degli introiti mette in ginocchio un museo non ne siamo né sorpresi né scandalizzati. Lo consideriamo anzi normale, tanto è radicato il mito del museo-impresa che di introiti vive, puntando su caterve di turisti ed effimeri eventi blockbuster. Abbiamo dunque dimenticato un dato indubitabile di storia istituzionale: le collezioni museali non sono nate per vivere dei propri introiti. Altre crisi (pestilenze, guerre, disastri naturali) non ne hanno mai messo in dubbio, come oggi, la stessa esistenza.

La più gran parte dei nostri musei nascono da collezioni sovrane (i papi, i re di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, i duchi di Modena e di Parma…), create e alimentate come poderosi status symbol in una competizione di orizzonte europeo che proprio in Italia ebbe la sua origine. O da collezioni private di ecclesiastici, eruditi, nobili, ricchi borghesi…., trasmesse di generazione in generazione e di famiglia in famiglia. Per secoli, a nessuno venne in mente che quelle raccolte dovessero essere (come si dice oggi, ma non si diceva allora) “aperte al pubblico”. Vi accedevano pochi privilegiati di alto rango, o anche artisti ed eruditi con le debite entrature. Quando nacquero i Musei Capitolini nel 1734 non c’era a Parigi nessun museo pubblico, e il British Museum sorse a Londra nel 1759 con raccolte insignificanti.

Il passaggio dalle collezioni sovrane o private al museo pubblico fu l’effetto di un doppio processo: da un lato l’idea che la frequentazione delle opere d’arte avesse effetti benefici sulle manifatture e più in generale sulla cultura, dall’altro – dopo la Rivoluzione francese – il trasferimento della sovranità dal Re al popolo, che diventava l’erede del sovrano spodestato o affiancato dai Parlamenti. Nella stessa Roma il primo museo fu legato al Campidoglio, luogo di governo della città, e le enormi collezioni sovrane dei Papi al Vaticano cominciarono ad aprirsi al pubblico solo nel 1771. Comuni e Province, dopo l’Unità d’Italia, divennero i principali luoghi di aggregazione, accogliendo opere d’arte da enti ecclesiastici soppressi o famiglie locali di buon censo.

Nei governi e nei Parlamenti sempre si discusse e si combatté sul se, e come, e quanto lo Stato dovesse spendere per i musei, ma a nessuno venne mai in mente di subordinarne la stessa esistenza alla capacità di autofinanziarsi con un frenetico mostrismo e un numero sempre più alto di visitatori. Quando armate di invasori (i francesi a fine Settecento, i tedeschi nella Seconda guerra mondiale) depredarono i nostri musei, chi combatté per le restituzioni (per dire, Canova dopo il 1815) non lo fece in nome del museo-impresa, ma di un generale beneficio dei cittadini. Per questo, e non per amor di cassa, eroici Soprintendenti nascosero migliaia di opere d’arte durante la guerra sottraendole a bombe e razzie. Per questo, e non perché pensassero a sbigliettare, i Costituenti scolpirono tra i principi fondamentali dello Stato l’art. 9 (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fronteggiamo oggi un’eccezionale emergenza, e ogni idea per uscirne è benvenuta (anche usare i musei come aule scolastiche, come ha proposto in queste pagine Tomaso Montanari). Ma nulla salverà l’istituzione-museo da un fatale declino, che proprio come il virus ucciderà per primi i più deboli (i musei piccoli), se non sapremo gettare sul tavolo una domanda più radicale: a che cosa “serve” il museo del futuro? Dobbiamo investirvi in vista di un ritorno economico, o di un più vasto e vario beneficio della nostra comunità?

Il “modello Italia” della tutela ha messo a punto nel corso dei secoli tre caratteristiche essenziali: la concezione del patrimonio culturale come un insieme organico legato al territorio e ai paesaggi; l’idea che il patrimonio nel suo complesso alimenta la coscienza civile, la solidarietà sociale e il concreto impegno produttivo dei cittadini; infine, la centralità del patrimonio artistico (non meno dell’istruzione, della sanità e della ricerca) nelle strategie di gestione dello Stato. Principi e temi, questi, che oggi più che mai dovrebbero ispirare non solo il governo, ma noi tutti. Tutti saremo infatti corresponsabili del disastro, se non riusciremo a provocare una riflessione istituzionale, un’inversione di tendenza.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 12 maggio 2020

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Per chi segue la letteratura sul riscaldamento climatico è difficile trarre interesse da qualche nuovo testo che non riveli clamorose novità. Tuttavia, pur essendo privo di notizie eclatanti, il saggio di Angelo Tartaglia, Il riscaldamento climatico. Lettera di un fisico alla politica, (Edizioni Gruppo Abele. pp. 97, euro 7,99) si legge d’un fiato. E per più ragioni.

A cominciare dalla tonalità media, cordiale, del ragionare – il saggio ha la forma di una missiva al presidente del Consiglio – per continuare con la nitidezza della scrittura, che non indulge nel tecnicismo o nell’ostentazione di oscure formule matematiche, per finire con la sua finalità politica di fondo: mostrare, smontando una a una tutte le retoriche correnti, che oggi nulla si sta facendo in Italia e nel mondo per contrastare l’avanzare del riscaldamento globale.

Tartaglia, non disdegna di spiegare al lettore anche le cose all’apparenza ovvie, ma che tali non sono, e che vanno chiarite, altrimenti non si comprende la gravità dei fenomeni. Il «problema – ricorda – non è il cambiamento in sé, ma la rapidità con cui avviene e di conseguenza la frequenza dei fenomeni “anomali” che lo accompagnano».

E infatti l’opinione corrente si ferma all’innalzamento della temperatura media – che peraltro si svolge in modo disuguale nelle varie aree del pianeta – mentre minacciosi sono gli effetti collaterali: scioglimento dei ghiacciai, incremento imprevedibile della temperatura dei mari, loro innalzamento e sommersione delle aree costiere, alternanza caotica di siccità e inondazioni, shock imprevedibili ad animali e piante.

L’AUTORE CHIARISCE SUBITO, in modo lapidario quale sia la causa di tutto: «Tutti noi siamo parte di un sistema socioeconomico globale che per funzionare ha un grande bisogno di energia. Oggi, l’81% di quell’energia (aggiungendo le biomasse arriviamo al 91%) è ottenuto mediante processi di combustione». Dunque non è questo o quell’eccesso di sfruttamento o di economia estrattiva a generare il mutamento in atto, ma l’intero assetto mondiale della produzione e del consumo. E questo è necessario stabilirlo, perché l’opinione pubblica non venga ingannata dal ceto politico con i soliti pannicelli caldi di qualche pannello solare in più.

Per non lasciare alcuno scampo ai minimalisti, Tartaglia ricorda anche quello che avviene in settori in cui all’apparenza sono meno rilevanti i processi di combustione, ad esempio in un ambito vitale dell’economia planetaria, l’agricoltura: «la nostra agricoltura impostata su un sistematico uso di fertilizzanti chimici porta a una progressiva riduzione del contenuto organico nel suolo e il carbonio che non resta nel terreno si ritrova nell’atmosfera.

Nelle grandi pianure americane lo spessore dello strato organico nel terreno si misurava, nell’800, in metri, oggi in centimetri. E qualcosa di simile avviene anche nella pianura padana». L’economia capitalistica brucia il patrimonio di biomasse accumulato in milioni di anni nel sottosuolo, altera il clima, ma libera anche CO2 dal suolo isterilendo lo strato da cui inizia la vita.

UN PREGIO DI QUESTO SAGGIO è l’intelligenza politica che sorregge ogni sua pagina e che lo rende particolarmente efficace. Non è solito trovare negli scritti degli scienziati (se è per questo anche degli storici, soprattutto italiani) il garbo, l’ironia, la costante attenzione alla comunicabilità del messaggio. Il tutto indirizzato a demolire uno dopo l’altro i pregiudizi e le menzogne con cui i poteri dominanti continuano a condurre l’economia globale. Tartaglia fa giustizia, con argomentazioni scientifiche, della superstizione secondo cui l’innovazione ci salverà.

I limiti invalicabili della natura non consentono facili scorciatoie. Allo stesso tempo chiede al presidente del Consiglio, per esempio, di fronte alla imponente campagna mondiale di trivellazioni da parte dell’ Eni, industria di stato, che contributo si dia al contenimento dei gas serra. Quando secondo gli scienziati occorrerebbe che l’80% dei carburanti fossili rimanesse nel sottosuolo per conseguire gli obiettivi.

Ma dalla critica di Tartaglia esce a pezzi uno dei miti della nostra classe dirigente, priva di ogni visione e creatività: le grandi opere, che appaiono, dati alla mano, grandi divoratori di energia. Senza dire che il consumo di suolo continua in Italia al ritmo di 2metri quadrati al secondo (51 km2 nel 2108)

IN VERITÀ, tutto continua come prima. Eppure molte cose potrebbero essere realizzate per invertire la tendenza. Tartaglia non è avaro di consigli. Ma la logica dominante è riparare, quel che si rompe, non prevenire. Così, se non li fermiamo, la festa continuerà, salvo parentesi pandemiche, fino alla catastrofe.

da “il Manifesto”, 12 maggio 2020

Foto di Kessa da Pixabay

Se le regioni corrono, lo Stato frena.-di Massimo Villone

Se le regioni corrono, lo Stato frena.-di Massimo Villone

Dalla cacofonia istituzionale si passa alle carte bollate. Il ministro Boccia impugna un’ordinanza della presidente della Calabria Santelli, che pare tiri dritto per la sua strada. Sindaci calabresi – in prevalenza di centrosinistra – disapplicano con propria ordinanza quella della presidente Santelli. La fase 2 preannuncia turbolenze. Si delineano tifoserie istituzionali di opposto schieramento.

Un preannuncio potrebbe venire dalla lettera dei governatori di centrodestra a Mattarella che hanno censurato l’azione di governo per incostituzionalità. Così come la destra – con l’ottima compagnia di Renzi – ha contestato Conte in parlamento.

Il conflitto ribolle sotto traccia, e per un verso era scritto. Viene ora in primo piano la crisi economica, con situazioni e interessi diversificati. Pesano i ritardi nel sostegno a imprese e famiglie. Per governatori e sindaci essere protagonisti è una carta preziosa nella politica locale, specie in uno scenario pre-elettorale. Non si può lasciare il boccino a palazzo Chigi.

Fibrillazioni e turbolenze sono e saranno in agenda. Ci sono alternative alla via giudiziaria? Sì. L’articolo 120 Costituzione prevede che il governo possa sostituirsi a organi di regioni ed enti locali. Tra i casi previsti rientra certo il coronavirus. La legge 131/2003 disciplina l’esercizio di tale potere. In particolare, per l’art. 8, co. 1, «… il Consiglio dei ministri, sentito l’organo interessato … adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario». L’articolo 8 al comma 4 dispone inoltre: «Nei casi di assoluta urgenza … il Consiglio dei ministri … adotta i provvedimenti necessari …». È diffusa l’opinione che uno dei punti deboli del Titolo V riformato sia la mancanza di una supremacy clause a favore dello Stato. Potrebbe essere opportuno introdurla in termini generali, ma almeno per l’emergenza possiamo ritenere che la clausola già esista,

Il governo potrebbe sostituirsi anche nell’esercizio dell’autotutela. Nella specie, potrebbe in via di sostituzione revocare l’ordinanza Santelli su bar e ristoranti. Perché non lo fa, agitando invece le carte bollate? Forse per una ragione politica. Cosa accadrebbe se dovesse essere sostituito un governatore vicino alla maggioranza? Può non essere un caso che Toti difenda la linea ligure anche affermando che i suoi provvedimenti sono uguali a quelli di Bonaccini in Emilia-Romagna. E avrebbe poi il governo abbastanza coraggio da sostituire Fontana, Zaia o Cirio, piuttosto che la presidente della Calabria?

Il governo ha invece scelto di non avere – o di non esercitare – una supremazia nel caso di dissenso, puntando al consenso nelle cabine di regia e le conferenze stato-regioni-enti locali. Ma ha così reso evanescente il proprio indirizzo anti-crisi. Il paese arlecchino e il fai da te in ultima analisi nascono qui. E le carte bollate potrebbero essere una pistola in buona parte scarica. È improbabile nel contesto dato la concessione di sospensive a raffica. Tra una diffida e il termine per adempiere, la risposta dell’amministrazione, e la fase giudiziale potrebbero passare settimane. Per i tempi imposti dalla pandemia, troppo.

Emerge poi l’inventiva meridionale. Il governatore De Luca adotta l’ordinanza 41, parzialmente difforme dai dpcm governativi in specie sul punto di blindare i confini regionali avverso i rientranti da altre regioni. Poi la invia a palazzo Chigi come proposta per un nuovo dpcm. Mossa che si spiega forse con la consapevolezza che l’iniziativa sarebbe preclusa, come ho scritto, dall’articolo 120 Costituzione con un esplicito divieto. Ma nessuno avrebbe notato una mera proposta al governo per un nuovo dpcm. Invece, De Luca ha adottato un’ordinanza formale. Certo, se il governo non lo seguisse, potrebbero nascere problemi, e si vedrà. Intanto, prende la bandiera di aver difeso i campani senza se e senza ma. Elettoralmente, questo conta.

In questo contesto confuso spiccano le scuse del presidente Conte agli italiani per i ritardi. Un gesto cortese, forse, ma politicamente discutibile. Se ci sono ritardi, il governo provveda. Ha tutti gli strumenti necessari, mettendo pressione dove serve, o scrivendo nuove regole. Tra l’altro, ogni ritardo nella risposta alla crisi economica indebolisce anzitutto Conte, nella maggioranza e nell’opinione pubblica. Dunque presidente, anche nel suo interesse, non fiori ma opere di bene.

da 2il Manifesto”, 5 maggio 2020

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

L’emergenza creata dal rapido diffondersi del Covid-19 non sarebbe così minacciosa se non si innestasse su un tessuto planetario ormai determinato dall’indiscriminata espansione delle città: perché è in città – specialmente nelle più grandi – che il contagio è più facile e veloce, la mortalità più alta, le strategie di contenimento più ardue.

A metà Ottocento solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città, oggi questo valore ha raggiunto il 56% e si avvia a superare il 70% entro i prossimi vent’anni. La città si allarga in estensione (urban sprawl) e in altezza (vertical sprawl) e lo fa con più velocità e intensità in Asia e in Africa, specialmente dove manca un “centro storico”, o dove (come in Cina) si è spesso deciso di distruggerlo, magari lasciandone qualche residuo fossile, più simile a un theme park che a una città.

Spesso l’urbanizzazione contribuisce all’impoverimento di chi, trasferendosi in città, si aspetterebbe una vita migliore: già oggi un miliardo di esseri umani vivono in bidonville che di città non meritano nemmeno il nome. Fra la megalopoli e la baraccopoli si è venuta a creare una perversa contiguità.

L’emergenza virus ci costringe a riconsiderare questi sviluppi, a cominciare dal rapporto fra città e campagna. Intanto il più intelligente e visionario cantore della forma urbana contemporanea, Rem Koolhaas (autore nel 1978 del mirabile Delirious New York), è diventato un fervente apostolo della campagna. Ma anche la sua grande mostra (Countryside. A Report), aperta il 20 febbraio 2020 al Guggenheim Museum di New York, ha dovuto presto chiudere (come tutto il museo) a seguito delle misure antivirus.

“Oggi la campagna sfugge in gran parte al (nostro) radar, è un regno sconosciuto” scrive Koolhaas nella pagina di apertura del catalogo. E continua: “Per molto tempo, dall’Urss agli Usa del New Deal, ai Paesi europei, alla Cina di Mao la dialettica fra città e campagna fu essenziale per definire il significato dell’una e dell’altra, mentre oggi non abbiamo più né una dialettica né una vera definizione.

[…] Tutto il periodo dal 1991 in poi, è stato invece caratterizzato dalla compiaciuta convinzione che una sola versione della civiltà – metropolitana, capitalistica, agnostica, occidentale – sarebbe rimasta, forse per sempre, il solo modello per lo sviluppo del mondo. Ma questo modello ignorava trasformazioni radicali nel Medio Oriente, in Africa, Asia, e trascurava totalmente il cambiamento climatico e l’ambiente.

[…] Viviamo entro una prigione che abbiamo imposto a noi stessi, quella dello spazio urbano, cercando di nasconderci che dalla vita urbana non c’è da aspettarsi più nulla. […] Ma davvero ci stiamo indirizzando verso un risultato assurdo, in cui la vasta maggioranza dell’umanità debba vivere sul 2% della superficie terrestre, superpopolata dagli spazi propriamente urbani, mentre il restante 98 sarebbe riservato a un quinto dell’umanità, al servizio di chi vive in città?

[…] In questo 2020, due sfide emergono in modo lampante: dobbiamo mettere in discussione l’inevitabilità dell’Urbanizzazione Totale, e la campagna dev’essere riscoperta come un luogo dove potersi trasferire per restare vivi: una nuova, gioiosa presenza umana deve rianimarla con nuova immaginazione. […] Può essere il punto di partenza per vivere in un mondo migliore”.

La ricomposizione dell’originaria unità città-campagna (configurata dalla nostra Costituzione nell’endiadi paesaggio-patrimonio storico e artistico) richiede la piena coscienza della loro necessaria complementarietà e il ripristino, fra l’una e l’altra, di confini chiari alla mente, ma anche fisicamente percepibili. Questa è dunque una possibile strategia per immaginare il nostro futuro.

Intanto, sotto la pressione del contagio anche le nostre città, svuotate dalle misure di contenimento del Covid-19, sono diventate “un regno sconosciuto”. E in questo regno dove ci aggiriamo guardinghi non è solo la nostra salute o la nostra vita a esser messa in forse, lo sono anche i nostri diritti costituzionali. Senza dimenticare che l’emergenza che stiamo affrontando sarebbe assai meno drammatica se solo non si fossero fatti sui fondi destinati alla sanità tagli drastici e sconsiderati.

Secondo i conti pubblici territoriali messi a punto dall’Agenzia per la Coesione territoriale che opera presso la Presidenza del Consiglio, gli investimenti pubblici in sanità, pari a 3,4 miliardi di euro nel 2010, da allora non hanno fatto che calare, fino a 1,4 miliardi nel 2017, una cifra del 60% più bassa. Il disinvestimento, poi, è ancor più preoccupante, perché comporta gravissimi squilibri fra le varie regioni d’Italia, con una concentrazione degli investimenti nelle regioni del Centro-nord.

È necessaria, dunque, una domanda ancor più radicale: la segmentazione regionale del SSN (Servizio sanitario nazionale) non va forse in senso opposto all’articolo 32 della Costituzione, nel quale si prescrive che il diritto alla salute abbia un identico livello in tutta Italia? E quando lo stesso articolo 32 parla di “interesse della collettività”, parla forse delle separate collettività di ciascuna regione o non intende riferirsi a una sola collettività, quella di chi abita l’Italia intera? Ma assai più importante è pensare al futuro: ripristinare un adeguato livello di investimenti in sanità, puntare sulla prevenzione, ridare piena dignità alla salute di tutti in quanto parte essenziale della dignità della persona umana consacrata dalla Costituzione.

Anche perché la morsa del contagio rende più che mai evidente che nessun essere umano è un’isola non solo dal punto di vista affettivo, ma anche per la propria fisicità e corporeità, a cui solo la morte pone fine. Nessuno al mondo è oggi in condizione di prevedere il decorso della pandemia. Dato e non concesso che in Italia la curva del contagio cominci a scendere in modo significativo e che sia possibile tornare alle nostre attività lavorative, che cosa ci assicura che non vi saranno altre esplosioni del contagio nei prossimi sei, dodici o diciotto mesi?

Il sollievo che proveremo alla fine delle “zone rosse” ci farà dimenticare tutto, tornando alla condizione di beata (o stolta) incoscienza che ci ha fatto subire senza fiatare la riduzione dei finanziamenti di settore? Ma se vogliamo davvero adottare uno sguardo lungimirante (dal quale troppo spesso rifugge una politique politicienne prigioniera di orizzonti temporali assai corti) la decisiva misura contro le pandemie del futuro è ripensare la forma della città, il suo rapporto con la campagna.

Arrestare la cementificazione dei suoli agricoli, governare la crescita urbana anche mediante misurate azioni di riciclo (o anche abbattimento) di edifici abbandonati, contrastare il diffondersi dei ghetti urbani mediante accorte politiche dell’abitare, scoraggiare il moltiplicarsi di quartieri o edifici superaffollati, privilegiare la diversità urbana e le caratteristiche uniche dei centri storici, tutelare l’ambiente e il paesaggio storico come pegno vivente di una vita urbana che non intenda divorziare dalla natura.

È su temi come questi che dovremmo, fuori dall’emergenza e pensando al futuro, concentrare la nostra mente e la nostra discussione. Come gli ateniesi a cui parlava Pericle, se dall’esperienza della pandemia ci verrà una qualche saggezza, dovremo saper “giudicare delle cose di generale interesse ponderandole nel nostro animo e discutendone collegialmente; infatti, il dibattito è necessario per meglio formarsi un’opinione prima di decidere il da farsi”.

da “il Fatto Quotidiano”, 7 maggio 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Città come solidarietà.-di Giancarlo Consonni Non possiamo rischiare che tutto torni come prima

Città come solidarietà.-di Giancarlo Consonni Non possiamo rischiare che tutto torni come prima

“I piani regolatori sono problemi di solidarietà umana, di coerente valutazione delle possibilità e degli ostacoli. Essi devono rappresentare la condanna delle ambizioni egoistiche, il ritorno nell’ora critica alla solidarietà e alla comprensione, la manifestazione di una volontà tesa verso scopi coerenti, costruttivi, creativi”1. Dopo tre quarti di secolo siamo a un’altra ora critica per l’umanità intera e ciò che Luigi Cosenza affermava nel 1944 dalle pagine de «La Rinascita» può essere riproposto pari pari in questi giorni tragici.

Per le coscienze vigili di questo nostro bellissimo e martoriato Paese, quelle affermazioni non hanno mai cessato di essere attuali. Non lo sono mai state, invece, per la stragrande parte degli amministratori della Cosa Pubblica. Il ruolo che essi si sono scelti (con il supporto compiacente dei “tecnici”) è stato quello di “facilitatori”: di creatori di opportunità per chi, disponendo di capitali, ha potuto fare delle operazioni immobiliari un affare redditizio come pochi altri. E questo in una impressionante continuità dal 1945 ad oggi, che fa impallidire le differenze di schieramento partitico; una continuità che a Milano si estende fino alle stesse politiche aggressive del ventennio fascista: lo spirito della Ricostruzione è stato ben presto tradito e negli anni ‘50 e ‘60 si è portato a termine ciò che il regime aveva iniziato.

Unica mitigazione: una politica della casa popolare che ha retto fino agli anni ’70. Ma questa apprezzabile opera di difesa dei lavoratori e dei meno abbienti è franata miseramente a partire dagli anni ‘80 quando si apriva il quindicennio di smobilitazione dei complessi industriali cresciuti nelle periferie urbane. Con la dissoluzione dell’industria urbana consumatasi nell’indifferenza di governo e opposizione veniva soffocato anche il lungo respiro delle politiche riformistiche sulla casa.

La questione non è tanto, e solo, l’impennarsi della rendita immobiliare (che avrebbe potuto e potrebbe essere arginata da adeguate politiche fiscali), ma il vuoto di idee, di visione strategica e di capacità di guidare i processi dimostrato da chi ha avuto e ha responsabilità di governo a tutti i livelli.

La politica non è stata in grado di elaborare un pensiero sulla convivenza civile e sulle interdipendenze fra questa e gli assetti insediativi. Ha lasciato che rendita e operatori immobiliari disegnassero a piacimento le configurazioni fisiche e funzionali degli insediamenti. Le bastava il “fare tanto per fare” (quand le bâtiment va…), con una irresponsabile soddisfazione per le entrate da oneri di urbanizzazione viste come il modo per rimpinguare i conti pubblici (irresponsabile perché, in assenza di bilanci credibili sul medio-lungo periodo, ha reso possibile un ingente travaso di denaro dal pubblico al privato). Così la questione del fare città, ovvero di come organizzare e attrezzare al meglio la convivenza civile, è stata totalmente disertata dalle politiche urbanistiche, come anche, in larga parte, dalle discipline che dovrebbero nutrirle in consapevolezza e strumenti.

Su quale sia la posta in gioco il cardinale Carlo Maria Martini ha detto l’essenziale nel 2002, nel suo discorso di congedo dalla città di Milano. Da laico voglio riportare alcuni passaggi: “[…] in forza della sua complessità localizzata, la città permette tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo, e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all’uomo di affinare tutte le sue capacità”2.

Martini aveva ben compreso l’uso strumentale della questione della sicurezza da parte degli imprenditori della paura e la causa prima di questa involuzione: “le nostre città […] non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore, e scambiano questa loro insicurezza di fondo con una insicurezza di importazione”. E indicava una possibile via: “La paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione”.

Nella visione di Martini era ben presente quale ruolo fosse chiamata a svolgere l’urbanistica: “Per funzionare, la città abbisogna di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza”. Il suo sguardo era tanto acuto da restituire in sintesi quanto, nel contesto milanese e non solo, si era verificato nei vent’anni precedenti, ma anche da intravedere quanto si sarebbe verificato in seguito: “E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l’eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante. È allora la città destinata a disperdersi in un nuovo feudalesimo, compensato magari dalle impersonali relazioni mediatiche? È destinata a diventare un accostamento posticcio tra una city, identificata dal censo e dagli affari, e molte diversità a cui si concede di accamparsi in luoghi privilegiati o degradati, a seconda dei casi? E però se l’antidoto alla città difficile diventa una piccola città monolitica assediata dalle mille città diverse, la città perde il suo ruolo di identità-apertura e si originerà una faglia di insicurezza che metterà a repentaglio gli insiemi”.

In queste parole c’è, credo, un ritratto della Milano attuale, anche nella sua dimensione metropolitana. Ci dobbiamo arrendere? No. La città ambrosiana si troverà ad affrontare nei prossimi anni passaggi decisivi – il recupero degli ex scali ferroviari in primis – da cui dipenderà il suo futuro. Siamo a un bivio, e l’alternativa tra le due strade è quanto mai limpida: Milano è chiamata a decidere se incamminarsi verso una esasperazione della frantumazione o operare una svolta decisiva verso l’integrazione e la coesione sociale.

“La rinascita è un problema di uomini” scriveva Luigi Cosenza nell’articolo citato all’inizio. La rinascita, sarà possibile solo a partire da “un tessuto comune di valori” sembra fargli eco Carlo Maria Martini. Due affermazioni quanto mai veritiere dopo la tragedia del Coronavirus. Occorre “trovare le modalità di una traduzione civile partecipata e corretta delle emergenze umane del nostro tempo”, nella consapevolezza – sono sempre parole di Martini – che “la città evidenzia le differenze e stimola la politica al suo ruolo principe di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano raggiungere una uguaglianza sostanziale”.

1 Luigi Cosenza, Premesse per una rinascita dei centri urbani, in «La Rinascita», a. I, n. 2, luglio 1944, pp. 25-27
2 Carlo Maria Martini, Paure e speranze di una città, in «Città dell’uomo», a. XXV, marzo-aprile 2002, Appunti 2_2002, passim.

fonte:https://www.arcipelagomilano.org/archives/55723

Foto di Mirko Bozzato da Pixabay

Ma i rientri possono essere ‘sicuri’.- di Battista Sangineto

Ma i rientri possono essere ‘sicuri’.- di Battista Sangineto

Il governo nazionale, Presidente Santelli, ha opportunamente previsto che possano tornare a casa tutte le persone bloccate, lì dove si trovavano per lavoro o per studio, a causa delle restrizioni delle libertà personali determinate dall’emergenza sanitaria. Spero che non abbia in animo di opporre a questa decisione governativa, di nuovo, una chiusura dei ‘confini’ della Calabria che, ora più di ieri, avrebbe il sapore di una misura medioevale.

L’autorizzazione a tornare nella propria terra, giustamente concessa nel DPCM ai cittadini che vi risiedono, attenua, anche se solo in parte, la privazione del diritto di libera circolazione su tutto il territorio nazionale statuito dalla Costituzione, come hanno rilevato i costituzionalisti Cassese, Baldassarre e Zagrebelsky.

Sono sicuro, Presidente, che non si opporrà, da donna delle Istituzioni e di Legge, all’esercizio di questo diritto fondamentale da parte dei cittadini calabresi che, altrimenti, rimarrebbero lontani dalla Calabria per chissà quanti altri mesi, a giudicare dalle ultime -forse troppo caute, soprattutto per il Mezzogiorno- disposizioni governative. Potrebbe accadere, e sarebbe peggio, che, grazie al DPCM, ritornerebbero comunque, ma senza alcun controllo, come è già avvenuto.

Gentile Presidente, non aspetti il Governo, prenda l’iniziativa di stringere un accordo con il Ministero dei Trasporti e con le Ferrovie dello Stato per organizzare, come mi ero già permesso di suggerirle, treni dedicati solo a quei poveri calabresi emigrati che sono stati licenziati dalle aziende del nord, a coloro i quali hanno perso un lavoro precario o in nero, agli studenti che, civilmente, sono rimasti nei luoghi in cui studiavano e, ormai, a tutti quei calabresi che vogliano tornare nella Regione in cui risiedono.

Predisponga, inoltre, almeno tre squadre di sanitari che -a Paola, Lametia e Reggio Calabria, per esempio- conducano, su tutti i passeggeri, gli esami necessari e faccia sistemare gli eventuali positivi, per una quarantena in sicurezza, in alcuni dei tantissimi alberghi vuoti della nostra Regione.

Con uno sforzo organizzativo ed economico non smisurato -facendo gli stessi controlli anche per l’autostrada e per gli aeroporti- si possono far tornare, Presidente, in totale sicurezza questi poveri disoccupati, studenti, precari e lavoratori in nero ponendo fine alla loro sofferenza economica, psicologica e sentimentale.

Sarebbe un’azione di rilievo non solo politico ed amministrativo, ma anche di rilevanza umana e morale, non in contraddizione con la nostra naturale e costitutiva disposizione, della quale meniamo gran vanto, all’accoglienza degli altri che, in questo caso, sarebbero nostri conterranei.

da “il Quotidiano del Sud”, 28 aprile 2020

Foto di OyeHaHa da Pixabay

Covid, dopo tanti errori Firenze diventi una casa.-di Tomaso Montanari

Covid, dopo tanti errori Firenze diventi una casa.-di Tomaso Montanari

Durante la celebrazione di un matrimonio fiorentino del 1976, il sacerdote (che era David Maria Turoldo) disse agli sposi (che erano il figlio del presidente del Tribunale dei Minori Giampaolo Meucci, amicissimo di don Milani, e la figlia di Raffaello Torricelli, allievo di Calamandrei e membro delle giunte di Giorgio La Pira): «fate una casa, non un appartamento». Cioè: non appartatevi, non pensate di salvarvi da soli. Costruite una casa: aperta, accogliente, condivisa. Ecco, se Firenze oggi vuole davvero voltare pagina e ricominciare, deve tornare a pensare se stessa come una casa comune, non come un appartamento da noleggiare. Non sarebbe una svolta da poco: si tratta di invertire un’involuzione che dura da oltre un secolo, e che negli ultimi tre decenni ha accelerato fino a diventare, negli anni del renzismo, una precipitosa corsa verso l’abisso.

Fino a due mesi fa, una simile prospettiva apparteneva solo a una piccola minoranza di associazioni, comitati, cittadini, consapevoli, intellettuali. I poteri (investitori stranieri, bottegai, albergatori, massoneria, Curia…) che hanno interesse a conservare lo status quo professavano il più spinto negazionismo: ogni documentata denuncia dello spopolamento della città storica veniva respinta come il vezzo di radical chic fuori dal mondo. Ora, invece, lo svuotamento immediato dei oltre 10.000 appartamenti votati agli affitti brevi, i quasi 50 milioni spariti dalle casse comunali a causa del crollo della tassa di soggiorno (ed è solo l’inizio) e la prospettiva di un lunghissimo blocco del turismo torrenziale pre-Covid hanno aperto improvvisamente gli occhi ai padroni di Firenze.

Preso dalla infelicissima metafora del ‘siamo in guerra’, Nardella (che ancora non ha peraltro aggiunto un euro comunale agli aiuti del Governo) si è detto pronto ad imbracciare un «bazooka urbanistico»: poiché «non possiamo scommettere più sul solo turismo – ha detto –: voglio un pool di esperti anche internazionali che ci aiuti a ripensare un nuovo Rinascimento della città su altre basi». È la stessa ‘sindrome Colao’ che ha colpito il presidente del Consiglio: la commissione di esperti come salvezza di una politica che non sa più cosa pensare della polis.

Invece, Nardella potrebbe ascoltare tutti coloro che da anni dicono la verità: cominciando da un prete di quella periferia che è tutto il contrario della cartolina della Firenze del lusso: Alessandro Santoro, guida e servitore della Comunità delle Piagge. Per ridare a Firenze un’anima ci vuole qualcuno che tenga insieme una visione diversa della città (e la Comunità delle Piagge ha, per esempio, appena ripubblicato Gli zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi: manifesto di un’altra Firenze) e la pratica quotidiana di quell’anima. E in queste settimane in cui i poveri sono ancora più poveri, don Santoro è il coordinatore, l’ispiratore, il simbolo dell’impegno per chi non ce la fa: le famiglie che non hanno nulla, le donne del carcere di Sollicciano, i rom senza acqua né luce.

Per dimostrare che questa volontà di conversione non è solo lo strumentale frutto della necessità, e dunque che non evaporerà come lacrime di coccodrillo quando milioni di turisti torneranno ad essere vomitati da pullman e aerei, bisogna tenere insieme questione urbanistica e questione sociale.

Cominciando subito, perché la Firenze del futuro prende forma nelle scelte fatte per fronteggiare l’emergenza: saremo dopo quel che scegliamo di essere ora.

E siccome tutti i problemi di Firenze ruotano intorno alla casa e all’abitare, il Comune dovrebbe usare le norme del Cura Italia che consentono di requisire immobili per far restare a casa chi casa non ha, e per ospitare i contagiati. Tutto lascia purtroppo immaginare altre ondate di epidemia: bisogna attrezzarsi subito, per esempio requisendo gli Student Hotel e una parte degli appartamenti di Airbnb, cominciando da quelli che appartengono a multinazionali travestite da singoli cittadini. Una misura estrema? Per dare un tetto agli sfrattati lo fece nel 1953 Giorgio La Pira: non esattamente un comunista.

E poi ancora lo spazio, quello pubblico stavolta. Rinunciare all’ampliamento dell’aeroporto, pura chimera dell’overtourism: salvando ambiente e qualità della vita dei residenti. Smettere di alienare immobili pubblici (e nemmeno impegnarli per far cassa, come Nardella annuncia ora, contraddittoriamente): e convincere i grandi ricchi privati (come i Lowenstein che hanno preso il complesso di San Giorgio alla Costa, quello da raggiungere con la teleferica che passerebbe da Boboli…) a destinare a residenza popolare, e non al turismo, gli spazi già pubblici di straordinario pregio che hanno comprato. Invece del bazooka, basterebbe fare una radicale revisione del regolamento urbanistico (il cui aggiornamento è stato invece appena rinviato sine die) che fissi regole, e orienti i servizi a favore delle fasce più deboli dei residenti, e un’altrettanto radicale inversione della narrazione di Firenze: non più città del lusso, ma della solidarietà. E poi un segno: subito la moschea in centro, per una nuova stagione di felice meticciato culturale.

C’è, insomma, un modo immediato e concreto per dimostrare che si è capito davvero, che si vuol cambiare davvero: smettere di pensare Firenze come un appartamento, e cominciare a costruirla come una casa. Subito: ora.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 27 aprile 2020

Foto di djedj da Pixabay

Primo bilancio in chiaroscuro sull’effetto del virus.-di Tonino Perna Se si prende per buona la proiezione del Fmi, si può stimare per il 2020 un calo del Pil al Nord del 12 per cento, al Centro del 9 per cento, e nel Mezzogiorno del 7 per cento.

Primo bilancio in chiaroscuro sull’effetto del virus.-di Tonino Perna Se si prende per buona la proiezione del Fmi, si può stimare per il 2020 un calo del Pil al Nord del 12 per cento, al Centro del 9 per cento, e nel Mezzogiorno del 7 per cento.

Nel tracciare un primo bilancio, sul piano della diffusione del virus si registra un netto vantaggio del Mezzogiorno come di tutte le aree periferiche del mondo. Le più colpite sono le zone al centro della globalizzazione, dei processi di modernizzazione più avanzati.

Così anche sul piano economico ne uscirà meglio il Mezzogiorno perché qui la Pubblica Amministrazione ha un peso doppio, sia come contributo al Pil che all’occupazione. Anche il crollo del turismo investirà di più il Centro-Nord: su 100 stranieri che mediamente visitavano l’Italia solo l’11 per cento si recava al Sud.

Complessivamente, se si prende per buona la proiezione del Fmi, si può stimare per il 2020 un calo del Pil al Nord del 12 per cento, al Centro del 9 per cento, e nel Mezzogiorno del 7 per cento. Ovviamente, la crisi sanitaria e economica peserà diversamente per fasce sociali, territoriali e anagrafiche.

Anziani, case di cura e badanti. Nel Sud, a parte alcuni tragici esempi di diffusione della pandemia nelle case per anziani (in Sicilia in modo particolare), il fenomeno è stato circoscritto. Gli anziani rimangono spesso in casa, e con una badante nelle famiglie di ceto medio (andare in una Rsa un anziano è considerato quasi un disonore). Queste lavoratrici non possono più uscire nei giorni liberi, per incontrare altre donne, spesso della stessa nazionalità. Murate senza la possibilità di tornare nei loro paesi, vittime invisibili di questa pandemia (circa 1,2 milioni in tutta Italia).

Giovani, emigrazione, precariato. Sul piano economico i più penalizzati dal Covid-19 sono i giovani, soprattutto i precari, senza coperture assistenziali. Particolarmente in difficoltà le migliaia di stagionali presso le strutture ricettive delle località turistiche invernali del Nord (alberghi chiusi, come i B&B, e hanno il problema di un posto dove dormire, a casa non possono tornare). Anche nella stagione estiva dovranno rinunciare ai contratti stagionali perché nelle città d’arte e i luoghi di vacanza del Centro-Nord è crollato il turismo straniero. Ugualmente colpiti, al Nord come al Sud, i giovani studenti all’estero, compresi gli Erasmus.

Operai dell’industria e della grande distribuzione. E’ ormai nota, dopo le proteste operaie che hanno indotto i vertici sindacali a pressare il governo, la condizione dei lavoratori esposti ad un alto rischio anche in produzioni non essenziali. Al Sud sono rimasti in attività i petrolchimici, centrali termoelettriche e raffinerie del petrolio (in particolare in Sicilia) anche se la domanda di benzina e gasolio è crollata. E poi c’è sul tappeto la grande questione di Taranto, di cui al momento non si parla…

Essendo l’industria manifatturiera poco presente, sono soprattutto gli operai dell’edilizia ad affrontare la disoccupazione. In particolare i lavoratori in nero, stimati intorno al 30-35 per cento del totale degli addetti. Sono rimasti al lavoro i commessi e operai della Gdo (grande distribuzione organizzata), spesso senza offrire ai dipendenti una protezione sanitaria adeguata.

Immigrati. Scomparsi dalla scena politica come “grande emergenza “ , gli immigrati non sono fuggiti dall’Italia perché debbono lavorare a tutti i costi. Grazie ai Decreti (In) Sicurezza sono state trasformate in clandestini più di 400 mila persone che possono lavorare solo in nero e nemmeno muoversi dalle zone del Sud dove per la raccolta di agrumi, kiwi, ecc. Così le moderne aziende agricole del Nord rimangono senza manodopera proprio nel momento clou della raccolta della frutta e della mietitura. Gli immigrati che perdono il lavoro hanno un problema in più rispetto agli italiani.

Non possono mandare i soldi a casa, essenziali per la sopravvivenza delle loro famiglie.
Lavoro nero. Ambulanti, piccoli artigiani, manovali, muratori, millemestieri, sono ancora fortemente presenti nel Mezzogiorno e sono quelli più toccati dalla crisi perché non possono accedere ai benefici previsti dal governo. Bisognerebbe istituire un reddito di cittadinanza, senza condizionalità, aumentando l’assegno mensile e estendendolo fino alla fine dell’anno in corso. E dovrebbe essere sufficiente un’autodenuncia senza conseguenze giuridiche.

Commercio al dettaglio e zone rurali e interne. Il commercio al dettaglio, già in crisi profonda per via della concorrenza della Grande distribuzione e di Amazon, rischia adesso di fallire definitivamente. Il post-Covid-19 potrebbe farci ritornare nelle strade delle nostre città con saracinesche abbassate, luci spente, una perdita di identità che farà assomigliare i nostri centri urbani a quelli nordamericani, con un downtown, come centro commerciale e degli uffici, e il resto quartieri dormitorio.

Fanno eccezione le botteghe di generi alimentari con un boom di vendite dovuto alla preferenza dei consumatori per i piccoli esercizi alimentari di prossimità. Le zone rurali e quelle interne hanno in generale goduto di una migliore qualità della vita potendo usufruire di spazi, qualità dell’aria e dell’acqua, di beni essenziali spesso misconosciuti da questo modello di mercificazione.

Il Covid ha rappresentato una sorta di nemesi storica tra centro e periferia della globalizzazione. Ma popoli ed aree marginali pagheranno dopo, alla ripresa che si concentrerà ancora di più nelle aree più forti del mondo. Così i programmi di ricostruzione penalizzeranno il nostro Sud, come era già successo all’indomani della seconda guerra mondiale quando si decise di ripartire dal Nord. Spero di sbagliarmi, ma non vedo all’orizzonte un programma che colga l’occasione storica per un riequilibrio tra Nord e Sud che converrebbe a tutti. O quasi.

da “il Manifesto”, 26 aprile 2020

Il virus sulla piaga del disastro della Lombardia.- di Piero Bevilacqua

Il virus sulla piaga del disastro della Lombardia.- di Piero Bevilacqua

Cominciamo dal nome. Perché dirigenti politici, parlamentari, intellettuali, giornalisti, perfino di alto rango, come Eugenio Scalfari, si ostinano a chiamare governatori i presidenti di regione? Per attribuirgli maggiore solennità, per far sentire il Paese Italia, che essi governano in parte, più importante e stimato nel mondo?

Tale analfabetismo istituzionale in realtà è erroneo e infondato nel primo caso, e reca danni nel secondo. In grandissima maggioranza i presidenti di Giunta regionale – come vanno chiamati, ricorda Sabino Cassese – mostrano da anni. A essere benevoli, una sperimentatitssima inadeguatezza al loro compito.

Perché innalzarli di rango? Governatori sono quelli degli Usa, a capo di veri e propri stati di una repubblica federale. Noi siamo uno stato unitario con autonomie regionali solo da 70 anni. Forzare l’immaginario istituzionale degli italiani, fa male all’Italia come dovrebbe apparire ormai evidente.

Paradossalmente, la pandemia che ancora ci sovrasta ha avuto la funzione di una sorta di sperimentazione storica vissuta in anticipo. La gestione dell’emergenza sanitaria è stata, e continua ad essere, una drammatica simulazione in vivo di cosa accadrebbe all’Italia se venisse riconosciuta l’autonomia differenziata pretesa da alcune regioni del Nord.

Se lo spettacolo di caos istituzionale a cui assistiamo, da Nord a Sud, avviene in condizioni di estremo pericolo e necessità – quelle di oggi – è lecito immaginare che in tempi normali avremmo le guerre per bande regionali. E l’Italia, dilaniata dalle contese territoriali, sarebbe finita.

Per verità storica andrebbe ricordato che la condotta erronea ( e forse anche criminale) di chi ha affrontato l’emergenza sanitaria in Lombardia è responsabile della diffusione del virus in tutta Italia e del disastro in cui versa l’intero paese.

Lo diciamo non per ingenerosa rampogna e neppure solo per consigliare a chi dirige quella regione maggiore umiltà di comportamento e spirito unitario. Ma perché la diffusione del virus dalla Lombardia all’Italia raffigura tutto il portato di scelte politiche e di modello di sviluppo che hanno fatto di quel territorio il focolaio epidemico più catastrofico d’Europa.

Non ci sono solo le scelte del presidente Fontana e dei suoi assessori, ma anche quelle di chi ha privatizzato la sanità, smantellato i presidi territoriali, concentrato le risorse in pochi centri eccellenti, accelerato il processo che trasforma la cura in industria sanitaria.

Sullo sfondo c’è lo sviluppo della Lombardia negli ultimi 20 anni: la più elevata cementificazione d’Italia, la crescita degli allevamenti intensivi e quindi del particolato nell’atmosfera, l’intensificazione chimica dell’agricoltura industriale, l’inquinamento generato dalle industrie e degli inceneritori.

Eppure sulle ragioni ambientali che fanno dell’epidemia lombarda un caso forse unico al mondo, non una parola di interrogazione e di dubbio è venuta da parte degli attuali dirigenti regionali. Una reticenza cui ha fatto eco la scandalosa, stupefacente rimozione del problema da parte degli scienziati e dei dirigenti sanitari ascoltati ogni sera in tv.

Infine una parola sulla condotta del governo. Non c’è dubbio che il blocco totale della mobilità individuale fosse una scelta senza alternative, ma oggi dovrebbe contemplare una ragionevole casistica di eccezioni. Anche se l’esecutivo ha continuato a mentire sulla totalità del blocco produttivo, continuando a produrre armi da guerra, e di recente ha acquistato 15 elicotteri da combattimento AW169M, marca Leonardo, per 337 milioni di €.

Quanto fosse necessario fabbricare nuovi ordigni per uccidere persone, per il virus già muoiono nel mondo a centinaia di migliaia, ognuno può capirlo da sé. Un saggio di come gran parte delle forze politiche intenda il ritorno alla normalità : un mero ripristino delle condizioni precedenti alla pandemia. Non sanno battere altro sentiero che quello da cui son venuti.

Tale condotta suona come un avviso alle forze democratiche che vedono nella catastrofe presente un’occasione imperdibile per cambiare radicalmente il nostro modello economico, il nostro iniquo assetto sociale. Non si può sperare che questo accada spontaneamente.

Abbiamo visto quanto poco l’ emergenza climatica turbi i sonni dei nostri governanti. Occorre che si crei, ad opera delle organizzazioni culturali più autorevoli presenti in Italia, un comitato unitario che vigili, elabori proposte, mobiliti i cittadini perché alla tragedia odierna non ne seguano altre per noi e per le prossime generazioni.

da “il Manifesto”, 24 aprile 2020

La ripartenza e le tutele dei lavoratori che mancano.- di Massimo Covello*

La ripartenza e le tutele dei lavoratori che mancano.- di Massimo Covello*

Il tempo che abbiamo alle spalle, in Calabria, per le morti sul lavoro, cosi come per l’esplosione esponenziale delle malattie professionali, è stato un “tempo horribilis” soprattutto nell’industria e nell’edilizia. Questo è quanto sancisce il rapporto Inail, presentato a fine 2019, sui dati relativi al 2018. Diverse le cause correlate: scarsa attenzione alla tutela ed alla prevenzione, vetustà de macchinari, precarietà e dequalificazione dei lavoratori coinvolti.

Su questo allarmante dato per lo più sottovalutato e mai organicamente affrontato, dal sistema imprenditoriale, dalle forze politiche, dalle Istituzioni ed anche dalle forze sociali, visto che da sempre la prevenzione e la tutela vengono considerati un costo e non una delle responsabilità sociali a cui prestare attenzione, si è abbattuta la pandemia covid-19. In un batter d’occhio il mondo si è trovato difronte a scenari apocalittici con un nemico la cui forza letale, dopo più di un mese di Lockdown, ancora si stenta ad arginare.

Esso ha messo a nudo tutte le scelte sbagliate compiute negli anni, nella nostra regione e nel nostro Paese per intanto, sul piano sanitario, ambientale, dell’organizzazione della produzione e dei servizi, dei settori ritenuti strategici. Sul piano del lavoro, cosi come su quello sociale, per tentare di arginarne l’espansione, la strategia più efficace messa in campo è stata, ed è, la chiusura temporanea delle attività considerate non essenziali. A riferimento, sia pur a maglie molto larghe come appena ieri hanno dimostrati i dati presentati dall’Istat, è stato adottato il protocollo sicurezza che il Governo ha sottoscritto con le parti sociali il 14 Marzo scorso nonché il decreto “cura Italia”.

La regione Calabria a seguito di ciò ha promosso e sottoscritto con le parti sociali un accordo istituzionale propedeutico all’attivazione degli ammortizzatori sociali con ricorso alla cassa integrazione in deroga. Tutti questi eccezionali provvedimenti stanno consentendo, con la causale covid-19, l’attivazione di 9 settimane di chiusura delle attività fino al 31 Agosto. Per dare un dato di riferimento solo nel settore metalmeccanico in Calabria, ad ora, sono intorno ai 400 gli accordi sottoscritti come Fiom-Cgil con una platea di circa 4.500 lavoratori interessati. Sono dati drammatici sotto tutti i punti di vista. In attesa che il Governo presenti l’annunciato “programma nazionale per la fase 2” da alcuni giorni, si parla di condizioni favorevoli alla ripresa delle attività e di insostenibilità del fermo.

Io penso ci sia da stare molto attenti e da valutare bene come si potrà riprendere. La realtà per come la stiamo osservando e per come ci viene segnalata dai lavoratori e dalle lavoratrici, ci dice che, nella nostra regione, manca, a tutt’oggi non si è strutturata una azione coordinata e condivisa ad ogni livello, tra le Istituzioni, le parti sociali, per l’approvvigionamento, la distribuzione e l’utilizzazione dei Dpi. Perfino chi ha dovuto continuare a lavorare, spesso l’ha fatto e lo fa senza tutte le idonee protezioni ad ogni livello, mettendo a rischio sé stesso ed i propri vicini ogni momento.

Non c’è un piano operativo e coerente di sanificazione costante degli ambienti di lavoro; non è stato per nulla predisposto né definito un piano di mobilità pubblica e privata efficace alla prevenzione dei contagi; non esiste un piano per lo smaltimento dei rifiuti speciali covid-19. Mentre nelle pochissime grandi fabbriche presenti nella nostra regione si è proceduto ad accordi, nazionali ed aziendali, sulla ripresa con precise scelte riorganizzative, purtroppo non ci risulta che nelle migliaia di piccole aziende, parliamo del 90% di quelle calabresi, con pochi dipendenti già spesso ubicate in locali con problemi di areazione, adeguatezza degli spazi, qualità dei servizi igienici ed uso dei normali indumenti di salvaguardia, si sia provveduto a rivedere il tutto. Se per davvero si intende superare la situazione, non si tratta di ritornare al prima. Il covid-19 ha cambiato tutto.

Se si dovrà convivere con esso, non sapendo per quanto tempo e non si ritiene cinicamente la morte delle persone al lavoro un danno collaterale, nulla potrà essere come prima. Servono investimenti, tecnologia, formazione, assunzioni nei servizi di controllo, orientamento, tutela e soprattutto una nuova cultura sociale del lavoro. Serve consapevolezza e condivisione. In primo luogo delle parti sociali e delle Istituzioni. Si deve capire che le piccolissime imprese, individuali, artigiane devono essere accompagnate orientate, ed assistite non solo finanziarimente ma con servizi, aiuti di filiera, progetti di innovazione, perché non pensino che solo con la riduzione dei costi, con la precarizzazione, la flessibilità e spesso con l’evasione possano competere e salvarsi.

Servono, insomma, quelle politiche industriali diventate chimera nel Paese ed in Calabria per preservare la buona impresa ed evitare la perdita di migliaia di posti di lavoro. Le persone prima di tutto ed un nuovo modello produttivo che non consideri il lavoro e le persone delle semplici merci, anche perché non ci sono scorciatoie quando il nemico ha le caratteristiche del covid-19 .

*Segretario regionale della Fiom Cgil Calabria
da “il Quotidiano del Sud”, 23 aprile 2020

Foto da buongiornonovara.com

Lo Stato unico antidoto ai sovranismi regionali.- di Gianfranco Viesti

Lo Stato unico antidoto ai sovranismi regionali.- di Gianfranco Viesti

In grande evidenza, nell’agenda politica dei prossimi mesi, dovrebbe esserci una profonda riflessione sul regionalismo. Cioè su come funziona oggi l’Italia. Per quel che sta accadendo sotto i nostri occhi in piena emergenza Coronavirus: i particolarismi che rendono più difficile una strategia unitaria, sanitaria ed economica; gli snervanti ping pong sulla libera circolazione fra regioni. Eccessi di protagonismo, continue polemiche, crescenti contrapposizioni territoriali.

Non sono problemi che nascono con l’epidemia: sono spie di squilibri e distorsioni presenti da tempo. E non sono solo il frutto degli assetti giuridico-amministrativi: sono spie delle difficoltà di fondo nel funzionamento del nostro paese. Perché ripensare profondamente al regionalismo? Per più motivi.

1) La capacità del “centro” di esercitare le proprie funzioni di indirizzo, di raccordo, di garanzia dei diritti dei cittadini è molto debole.
Le Amministrazioni Regionali strabordano anche perché le capacità politiche del Parlamento, in rappresentanza di tutti gli Italiani, quella dell’esecutivo, quella tecnica ed amministrativa delle istituzioni centrali, vengono esercitate poco e male. Molto sui dettagli, poco sui principi e sulle scelte di fondo. Un ampio regionalismo ha bisogno di un centro forte e intelligente: se questo manca diviene frammentazione e confusione. E’ opportuno ri-centralizzare alcune competenze? Probabilmente sì; ma prima di farlo, bisognerebbe essere certi che poi vengano esercitate.

2) Il profondo indebolimento dei partiti, ricordato ieri su queste colonne da Alessandro Campi, e l’assenza di visioni politiche sulle grandi scelte che l’Italia deve compiere fa sì che il raccordo fra le concrete scelte, nazionali e regionali, sia sempre più debole. Nelle regioni tante politiche pubbliche – anche da parte di governi dello stesso colore di quello centrale – non sono l’adattamento e la utile differenziazione per i diversi contesti delle scelte generali; che spesso mancano. Con alcune eccezioni, sono troppe volte un fai-da-te. Soggetto, come si è visto chiaramente in questa crisi, a fenomeni di cattura e di condizionamento da parte di interessi locali. Mirato a garantire il successo di breve termine al personale politico regionale; soprattutto ai Presidenti, questi moderni “shogun” (come li definisce Sabino Cassese), che giocano sempre più in proprio.

3) In questo contesto, il regionalismo si è distorto: più che garantire le autonomie è divenuto lo strumento principale per la lotta per le risorse pubbliche fra i diversi territori. Già dall’inizio del secolo, ma ancor più nell’ultimo decennio, scopo delle Amministrazioni Regionali è stato quello di assicurare a sé stesse la quota più ampia possibile delle decrescenti risorse pubbliche. Di dar corpo al leghismo, inteso nella sua accezione più ampia: più a me, meno a te; un obiettivo per molti versi raggiunto.

Nell’incapacità di Parlamenti e Governi di affrontare il grande tema dei “livelli essenziali delle prestazioni”, cioè dei diritti che devono essere garantiti a tutti gli Italiani, e dei principi che devono concretizzarli, il concreto potere decisionale si è spostato nelle stanze, spesso oscure, delle Conferenze delle Regioni. Dove quelle più forti e ricche hanno sbaragliato quelle più deboli. Più capaci tecnicamente e più determinate politicamente, le regioni del Nord (tanto quelle governate dalla Lega quanto quelle di centrosinistra) hanno volto a proprio favore ogni scelta: nell’insipienza di quelle del Sud, spesso assenti nelle discussioni sulle grandi politiche, attente solo a vedersi garantite risorse da impiegare discrezionalmente. Proprio la sanità lo dimostra: con l’accentuarsi di un divario enorme, che non c’è in nessun altro paese europeo, di dotazioni, finanziamenti, personale. Non è mai diventato un problema politico nazionale; né è stato più di tanto sollevato dai “perdenti”, attenti soprattutto alla gestione. Ci si è assuefatti all’assurda idea che chi vive in alcune regioni debba andare in altre a curarsi.

4) L’incredibile vicenda del “regionalismo differenziato” è stata specchio di tutto questo. Con il tentativo delle Amministrazioni Regionali di accaparrarsi quanti più poteri e competenze possibile, indipendentemente dalla materia e della logica d’insieme. Con l’esplicita campagna lombardo-veneta per farne il veicolo per assicurarsi ancora più fondi, sottraendoli agli altri territori. E con l’assordante silenzio della politica e dei residui partiti nazionali, distratti rispetto ai rischi di frammentazione del paese, di ulteriori disparità nei diritti dei cittadini; attenti a non contrariare i propri referenti politici, i propri portatori di voti, locali.

5) Si è così rafforzato il sovranismo regionale. L’idea che i cittadini siano tutelati non dal Parlamento, da leggi giuste, da principi comuni, ma dai propri rappresentanti territoriali. In lotta con gli altri per i soldi, potenti in casa propria; a cui rivolgersi per ogni problema. Un sovranismo che combatte verso l’alto, con le amministrazioni centrali; e che schiaccia – con il potere delle norme e delle risorse – i Sindaci e le città: molto più vicine alle effettive esigenze dei cittadini. L’idea, banale, che per fare il bene dei lombardi, basti dare forza, soldi, potere agli amministratori del Pirellone; la convinzione, come si è visto smentita drammaticamente dai fatti, che per tutelare la loro salute non si dovesse rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, ma accrescere il potere decisionale locale.
Insomma, c’è certamente un problema di assetti giuridici ed amministrativi. Ma, prima e ancor più, c’è un tema di fondo: l’eccesso di frammentazione e protagonismo delle Regioni è frutto dell’indebolimento complessivo del paese, delle sue capacità politiche, del suo senso di comunità nazionale.

da “il Messaggero”, 21 aprile 2020

Foto di ElisaRiva da Pixabay

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

L’isolamento è un’arma scarica. -di Battista Sangineto

Il presidente della Regione Santelli ha deciso di impedire alle Asp di fornire le notizie riguardanti l’epidemia in corso, in ordine sparso, ma di raccoglierle e darle per mezzo di un unico bollettino emanato dalla Regione Calabria. La decisione, per quanto dal tenore un po’ troppo autoritario, non mi ha irritato più di tanto perché l’ho attribuita ad una necessità di coordinamento e di validazione delle notizie. Non accetto, però, la totale assenza di informazioni riguardanti lo stato, già poco rassicurante in tempi normali, della Sanità calabrese alle prese con la pandemia.

Al netto della sempre più incomprensibile ed inquietante vicenda della RSA di Torano, potrei, potremmo tutti noi calabresi, sapere quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale? Quanti guariti ci sono per ricoverati? Corrisponde al vero che, come ha scritto “la Repubblica”, il contagiato numero 1, il sessantenne di Cetraro, è morto dopo 40 giorni di degenza solo perché non è arrivato in tempo un pacemaker? Quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio? Quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria?

Sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio e, se sì, in quali territori? Sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione? Sono state attivate, come in Emilia-Romagna, sinergie con il privato per il prelievo e le analisi dei tamponi e, in seguito, del sangue, atteso che, purtroppo, lo Stato non ha strutture sufficienti per farlo? Sono state realizzate residenze per tutti quei sanitari in prima linea che non vogliono contagiare la propria famiglia tornando a casa, per convalescenti ancora infetti e per contagiati asintomatici? Quanti tamponi sono stati eseguiti e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita?

La Regione Calabria ha preparato un programma di prelievo sierologico, quando ce ne sarà uno definitivamente approvato? Sono state create residenze per la quarantena dei poveri calabresi emigrati che sono stati licenziati dalle aziende del nord o che hanno perso un lavoro precario o in nero e che non possono nemmeno tornare a casa, come hanno testimoniato le molte disperate lettere meritoriamente raccolte da Annarosa Macrì nella sua rubrica, su questo giornale?

Se si fosse voluto esser coerenti con l’autocertificazione di calabresi accoglienti che ricevono “l’altro” sempre con un mitopoietico “trasite, favorite…”, non si sarebbe dovuta levare, dai social, quella canea contro gli sconsiderati untori che tornavano dal nord a infettare la Calabria, ma si sarebbero studiate delle strategie per far trascorrere loro una quarantena in sicurezza nei tantissimi alberghi vuoti della nostra Regione. Possiamo ancora farli tornare, questi poveri disoccupati, studenti, precari e lavoratori in nero che non reggono più, economicamente e sentimentalmente, questa lontananza.

Non sembrerebbe esistere, dunque, alcun “modello Calabria” perché le uniche misure adottate contro la pandemia sono quelle dell’isolamento fisico che sembrerebbero, qui, più efficaci che altrove a causa della bassa e lasca densità abitativa e della consapevolezza, terrorizzante, di risiedere in una regione particolarmente arretrata da un punto di vista sanitario.

Il presidente Santelli, la sua giunta, il suo Comitato tecnico-scientifico, il direttore della Protezione civile hanno una strategia o, almeno, un programma per la cosiddetta Fase 2, quella nella quale, a partire dal 4 maggio, si dovrebbe iniziare a “riaprire” le attività? Se la risposta alle domande che ho fatto sopra sarà negativa o dubitativa, credo che saremo davvero nei guai perché quando il Governo disporrà una riapertura, anche parziale, non si potrà più opporre una ordinanza di “chiusura” della sola Calabria, intanto perché, come ha già scritto Sabino Cassese a proposito delle molte ordinanze regionali e nazionali di queste ultime settimane, potrebbe essere anticostituzionale e poi perché non può durare per sempre. Presidente Santelli, per favore, non si faccia trovare con in mano solo l’arma dell’isolamento, potrebbe essere scarica.

da “il Quotidiano del Sud”. 20 aprile 2020

Foto di Jeff Balbalosa da Pixabay