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Beni confiscati: opportunità o rovina per l’economia calabrese ? di Tonino Perna

Beni confiscati: opportunità o rovina per l’economia calabrese ? di Tonino Perna

 

Grazie alla legge Rognoni- La Torre ( n.646/1982) che ha permesso il sequestro e la confisca dei beni ai clan mafiosi, e all’impegno di Libera che nel 1996 raccolse oltre un milione di firme perché i beni confiscati avessero una destinazione di utilità sociale, abbiamo in Italia uno strumento di contrasto alle mafie che è stato studiato e, alle volte copiato, in altre aree del mondo. Uno strumento fondamentale di redistribuzione della ricchezza accumulata illegalmente che oggi è un punto di riferimento a livello internazionale per tutti coloro che, a vario titolo, tentano di opporsi alla criminalità organizzata.

Dopo oltre trent’anni dall’approvazione della legge Rognoni-La Torre è necessario fare alcune considerazioni. 27.000 i beni confiscati dal 1982 ad aprile 2017 ( di cui solo 13.000 restituiti alla società civile e alle istituzioni), per un valore complessivo che si aggira secondo le stime più attendibili a più di venti miliardi. In non pochi casi, è stato lungo e complesso l’iter che porta alla assegnazione dei beni immobili e/o delle imprese a fini sociali, ma non di rado è stata fallimentare la gestione di “imprese confiscate” da parte dei consulenti nominati dal Tribunale. Per diverse ragioni. La prima è che spesso questi consulenti, pur essendo validi professionisti (avvocati, commercialisti, ecc.) non sono imprenditori e quindi non hanno le capacità per gestire un’impresa. In secondo luogo l’impresa mafiosa ha una serie di rapporti e legami sociali che le consentono spesso di avere canali privilegiati di sbocco per le sue merci e/o servizi. Risultato: sono pochi i casi in cui le “imprese confiscate” sono sopravvissute a questo passaggio di gestione, e quando è successo è stato grazie ad una rete di economia solidale che ha sostenuto questa “rinascita” legale dell’impresa. Infatti, è molto difficile anche per un bravo imprenditore rimettere in piedi un’impresa confiscata, dopo mesi di chiusura e di perdita di rapporti e relazioni sociali, perché il mercato capitalistico è spietato e non ti sta ad aspettare. Inoltre, nella maggior parte dei casi la piccola impresa ha oggi difficoltà di sopravvivere, specie nell’agroindustria, se non trova un mercato di sbocco che gli consente di ottenere un “prezzo equo” che la grande distribuzione normalmente non le garantisce (anzi!… ti paga male e in ritardo).   I dati non lasciano scampo: secondo l’ANBSC (Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati) su 876 imprese “confiscate” ben 813 sono andate in liquidazione (sic!), 59 sono state vendute e solo 3 date in affitto.

Morale della favola: nella maggior parte dei casi le imprese confiscate vanno in liquidazione e poi falliscono e i lavoratori rimangono fregati. Sono migliaia i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro perché l’impresa mafiosa per cui lavoravano è stata confiscata e poi è fallita. Basti pensare che nel solo 2016 le imprese confiscate contavano 2.973 addetti. Questa conseguenza o “effetto collaterale”- ovviamente non voluta né dal legislatore, né dai magistrati- comporta una perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle forze che lottano contro le organizzazioni mafiose. In tutto il territorio meridionale si sta perdendo quel consenso alla lotta contro la borghesia mafiosa e al suo braccio armato, che aveva coinvolto anche le nuove generazioni. E’ un dato di fatto che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore il futuro di questa terra.

In secondo luogo, da quando la magistratura sta attaccando duramente i beni appartenenti ai clan, i capitali mafiosi non vengono investiti più nel territorio meridionale. Pertanto, dato che in un sistema capitalistico sono gli investimenti che determinano il tasso di crescita economica e di occupazione, molte aree del Mezzogiorno, e particolarmente la Calabria, si sono andate impoverendo in questi ultimi anni, ben al di là degli effetti della recessione a livello nazionale. In sostanza assistiamo a una beffa: prima le mafie hanno desertificato con la violenza il tessuto produttivo del Sud, poi, appena lo Stato e le sue istituzioni hanno cominciato a combatterle seriamente, hanno portato fuori i capitali e dismesso gli investimenti che avevano fatto grazie all’accumulazione proveniente dai mercati illegali.

Che fare? dunque. La risposta non è semplice né univoca, ma uno sforzo bisognerebbe farlo. Anche se va detto che nel marzo di quest’anno il Consiglio dei Ministri ha adottato un provvedimento legislativo in favore dei dipendenti delle imprese confiscate e delle agevolazioni finanziarie per la gestione di queste imprese, la traduzione nella pratica stenta a emergere e, in ogni caso, si tratta di un provvedimento utile ma insufficiente. Innanzitutto, ci vorrebbe una ricerca seria su questi oltre venti anni di imprese “mafiose” confiscate: studiare la loro vita, spesso breve, e far emergere anche i casi di successo che servano da modello per costruire una risposta adeguata. Non si parte da zero perché esiste già qualche ricerca significativa, come quella condotta da Federica Cabras e Ilaria Meli, ma sono poco conosciute e andrebbero ampliate e approfondite. Inoltre, occorre uno sforzo di tutte le forze sociali e culturali che sono impegnate a trovare una alternativa a questo modello di “inviluppo” per far pressione sull’ANBSC perché velocizzi le procedure e migliori la gestione di questi beni, soprattutto, lo ribadisco, delle imprese confiscate. Se un bene immobile confiscato rimane inutilizzato per molti anni rappresenta certamente un danno economico, ma se si tratta di una impresa confiscata il danno è ben maggiore e colpisce direttamente i lavoratori dipendenti che già soffrono nel nostro Sud per le attuali pessime condizioni del mercato del lavoro.

 

Quotidiano del Sud  10.5.2018

Gli effetti dell’austerità sul Sud Europa di Gianfranco Viesti

Gli effetti dell’austerità sul Sud Europa di Gianfranco Viesti

La proposta per il bilancio 2021-2027 dell’Unione Europea appena presentata dalla Commissione, che prevede tra l’altro un taglio di circa il 10% in termini reali delle politiche di coesione regionale, appare miope e pericolosa. Essa non va solo contro gli interessi del nostro paese; ma anche contro quelli, di lungo periodo, dell’intero continente.

L’Unione Europea è stata per decenni uno straordinario successo. Non ha garantito solo la pacifica convivenza; ma anche, attraverso l’integrazione dei suoi stati membri e delle loro regioni, una forte crescita economica, un miglioramento costante del benessere di tutti i suoi cittadini. Non a caso, il consenso degli europei per l’Unione è sempre stato fortissimo; essa ha rappresentato il faro del complesso e radicale processo di trasformazione dell’Europa Orientale dopo il comunismo.

Ma da un decennio non è più così. La crisi del debito sovrano, aggravata dall’estremismo delle norme dell’austeritá definite da Bruxelles, ha colpito duramente il Sud Europa. Lo sappiamo bene in Italia: siamo ancora lontani dal reddito di dieci anni fa; il calo degli investimenti pubblici e delle spese per ricerca e istruzione rende più difficile il recupero di produttività e sviluppo, mentre la debolezza delle politiche di inclusione approfondisce le disparità sociali. Ma tutta l’Europa è attraversata da nuove disuguaglianze di benessere, e di prospettive di benessere futuro: l’ascesa dei paesi emergenti e la riorganizzazione dell’industria nell’Europa centrale, intorno alla Germania, producono una polarizzazione geografica della crescita. Vaste aree ai confini orientali dell’Unione soffrono povertà e emigrazione; antiche regioni industriali in Belgio, nel Nord-Est della Francia, nel Nord della Spagna scivolano indietro; ci sono scricchiolii nello stesso Nord della Germania. La digitalizzazione dell’economia favorisce le aree urbane, concentrando imprese, capitali e giovani talenti nelle città più forti, aggravando cumulativamente le disparità con le aree rurali. Ma nelle stesse aree urbane si creano e si approfondiscono disuguaglianze sociali.

In sostanza, l’Europa non produce più benessere e speranza nel futuro per tutti i suoi cittadini, ma solo per alcuni di essi. Una parte crescente di europei vede, anche in conseguenza di questo, l’Unione più come il problema che come la soluzione. Rinascono pericolosissimi nazionalismi, particolarismi. Gli elettori delle regioni perdenti, “che non contano”, votano per movimenti e partiti antieuropei.

Le politiche di coesione sono il principale strumento che l’Unione ha per contrastare questi fenomeni, per far crescere benessere e inclusione in tutte le sue regioni, per convincere gli scettici degli enormi vantaggi dello stare insieme, e dei rischi gravissimi dell’indebolimento della nostra casa comune. Le politiche di coesione sono il principale strumento comunitario per la crescita di tutte le regioni. Agendo in modo parzialmente decentrato e differenziato, essendo  “piace-based” cioè tarate sulle diverse caratteristiche dei territori, possono intervenire proprio sui fattori alla base dell’insufficiente sviluppo, e dell’incompleta inclusione sociale delle diverse aree. Anche questo sappiamo bene in Italia. Sono molto importanti al Centro-Nord (cui è destinato circa un terzo delle risorse per l’Italia), specie per sostenere ricerca, innovazione, istruzione, formazione. Sono decisive nel Mezzogiorno. Con il tracollo degli investimenti nazionali ordinari, e la quasi scomparsa delle politiche nazionali di sviluppo territoriale (Fondi Sviluppo e Coesione), i fondi regionali europei sono l’unico strumento per potenziare l’ancora assai carente infrastrutturazione materiale e immateriale, rafforzare le sue imprese, dare prospettive e speranze ai suoi cittadini più deboli. Contrastare gli evidenti, gravissimi, rischi di involuzione economico-sociale del Mezzogiorno.

La proposta della Commissione è solo il primo passo della trattativa, sempre lunga e complessa, che porterà al bilancio. Anche se assai indebolito dalle circostanze elettorali, il nostro paese deve essere allora capace di sviluppare in queste settimane una forte azione politica; sulla quale non è fortunatamente impossibile trovare ampie convergenze fra gli schieramenti. Deve giocare un ruolo centrale nella discussione, con la forza e l’orgoglio di un grande paese fondatore. Una possibile agenda potrebbe ruotare intorno a quattro grandi obiettivi: 1) rivedere le poste di bilancio e 2) assicurarsi che i parametri per l’allocazione territoriale dei fondi disponibili (che sono in corso di revisione e saranno resi noti a fine mese) non penalizzino le regioni italiane. Poi, 3) rivedere alcune regole, affinché la Commissione sia più attenta alla concreta efficacia degli interventi che agli aspetti formali, che sia assicurata trasparenza e coinvolgimento dei cittadini. Infine, 4) eliminare le “condizionalitá macroeconomiche” e in genere le norme che vorrebbero legare queste politiche al “Semestre europeo”, e cioè alle “riforme strutturali” uguali per tutti propugnate dai rigoristi a oltranza; al contrario, chiedere a gran voce che finalmente questi investimenti non siano presi in considerazione nel calcolo del deficit pubblico: quella “regola d’oro” indispensabile perchè la stabilità si possa sposare davvero con la crescita. Poi occorrerá ripensare a fondo, dopo l’occasione buttata al vento nel 2014, come utilizzare al meglio queste risorse nel nostro paese, e particolarmente al Sud.

Un programma ambizioso. Ma forse un tema adatto per provare a spingere, giá da oggi, la politica italiana ad non occuparsi solo di se stessa ma anche del futuro dei cittadini.

 

Gianfranco Viesti

 

IL MESSAGGERO – IL MATTINO

 

4 MAGGIO 2018

 

Dal sud, per il sud, per il paese di Massimo Veltri

Dal sud, per il sud, per il paese di Massimo Veltri

L’uscita del saggio di Francescomaria Tedesco, Mediterraneismo, è un’ occasione, fra le tante, per tornare a parlare di Sud e della Calabria, in giorni in cui il paese a due mesi dal voto che ha visto la netta affermazione del centrodestra e dei Cinquestelle, il tonfo del centrosinistra nonché la marginalità della sinistra di LeU è ancora senza governo. E’ un’occasione anche, in previsione, come commenta Gianfranco Viesti, degli effetti dell’austerità sul sud dell’Europa che deriverebbero dal “taglio del dieci per cento in termini reali delle politiche di coesione regionale”. Anche se, come si legge a ranghi sciolti da parte di osservatori di diversa estrazione, le risorse finanziarie di provenienza comunitaria non dovrebbero costituire elemento di per sé salvifico non c’è dubbio alcuno che i capitali di Bruxelles sono interventi che se spesi e ben spesi possono fare la differenza. E nell’ultimo numero della rivista Italianieuropei Onofrio Romano, implacabile, chiosa: È finita un’epoca, come s’usa dire. Si è chiusa per il Sud la stagione della speranza nella possibilità di trovare un posto tutto suo nel grande gioco dell’economia europea e globale, grazie a quel rimbocchiamoci le maniche che ha funzionato da motto-architrave per l’immaginario di sviluppo degli ultimi trent’anni – ormai quasi quaranta, per la verità – e che ha avuto il centrosinistra come principale interprete. Il lamento sulla scomparsa del Sud dall’agenda politica nazionale, in questa medesima stagione, scivola via come una lacrima di coccodrillo: se l’idea cardine coincide con l’auto-attivazione, ogni politica per il Sud decade in automatico o si trasforma in puro lubrificante delle traiettorie intraprese dai singoli attori e dai singoli territori. Il leghismo non ne è la causa, ne è solo un altro effetto. Il grottesco è che i primi a lamentarsene oggi (della scomparsa) sono proprio coloro che negli anni passati non hanno predicato altro che la buona novella dell’auto-attivazione. E i meridionali ci hanno creduto. Hanno applicato la ricetta con diligenza ed entusiasmo senza pari. Le ritornanti litanie sull’inadeguatezza antropologica dei cittadini del Sud alla modernità sono l’alibi con cui i profeti (più o meno consapevoli) dell’ordoliberismo coprono il fallimento dei loro modelli.”
Serve attardarsi in analisi del voto per capire le ragioni del divorzio del sud verso l’ortodossia governativa, in specie considerando che tutte le Regioni del mezzogiorno, nessuna esclusa, erano al momento del voto, e lo sono tutt’ora, governate da maggioranze di centrosinistra a guida Pd: qualcosa di specifico, più di un qualcosa, non ha funzionato, è sotto gli occhi di tutti. A cominciare dal non essersi ‘federate’, le regioni meridionali e fatto sì che si parlasse una sola lingua verso il governo e, congiuntamente, si procedesse a ipotesi e progetti di stampo unitario. Ma, oltre alle analisi, contemporaneamente, serve pure e certamente di più ragionare sul che fare, tanto per quanto riguarda la sfera più squisitamente politica che con riferimento alla cultura che deve sottostare alla fase pragmatica.
Il pensiero meridiano di Cassano, a voler rappresentare, e augurarsi, un sud diverso, nei tanti mezzogiorni di Cersosimo e Donzelli, i localismi eletti a valore aggiunto, il deficit di coesione sociale, gli stereotipi innervati nell’indolenza da una parte, nella nostalgia delle Duesicilie dall’altra, le tentazioni lombrosiane-da rimandare al mittente-così come le autoesaltazioni del passato glorioso-da rimettere nel cassetto-possono costituire, molto sommariamente, i vertici di un poligono dentro il quale si è articolata nel corso degli ultimi anni una discussione sul sud, sui sud. Grazie a Giuseppe Galasso, allo stesso Viesti, a Piero Bevilacqua, a storici ed economisti napoletani e siciliani quali Isaia Sales, Salvatore Lupo, Francesco Barbagallo, Emanuele Felice, fino all’Osservatorio del Sud che di recente abbiamo fatto nascere con l’intento di far funzionare in maniera permanente una lente sui processi in corso, catalizzandone le dinamiche verso esiti virtuosi, e senza trascurare le numerosissime e diffuse su tutto il territorio esperienze di cittadinanza attiva, contraddistinte sovente di iniziative di spessore e valore oltre che contingente e localistico. Emanuele Felice, in particolare, rende giustizia analiticamente e scientificamente a coloro i quali-nel primo periodo, quello d’oro, del meridionalismo-argomentavano sulla centralità delle classi dirigenti e della loro inadeguatezza, allora come oggi. E rilancia con forza, Felice, insieme alla scuola di pensiero che si attesta intorno a lui, come qualsiasi dinamica volta al rivendicazionismo così come, parimenti, indirizzata alla non progettualità sia destinata al fallimento. E d’altronde le grida di dolore originate in attenti studiosi fra i quali Vito Teti e Tonino Perna dai dati statistici che proiettano nell’immediato futuro una desertificazione vera e propria non solo giovanile delle regioni meridionali di per sé dovrebbe costituire elemento non soltanto di riflessione ma di azione politica, d’emergenza, di vero e proprio new deal. Non si avverte, invece, non si percepisce affatto né allarme né consapevolezza, tant’è che si prosegue lungo lo stanco e stucchevole tran tran di riproposizione di autocandidature e gestione (men che) ordinaria dell’amministrazione delle cose correnti, senza slancio, senza prospettive.
Non è dato sapere, al momento, se la mistura ossimorica del governo Salvini-Di Maio si sostanzierà sotto forma di governo: se così sarà, e grazie anche, in misura considerevole, agli elettori del sud, assisteremo, è esercizio di facile profezia annunciarlo, al riaffermarsi e alla prevalenza schiacciante della questione settentrionale. Così che, come accadde agli inizi degli anni novanta con l’avanzare del pensiero di Miglio e delle azioni di Bossi, il mezzogiorno cadrà sotto un cono d’ombra dal quale uscire grazie alle politiche nazionali sarà sempre più difficile, a cominciare da quelle più urgenti: permanenza, lavoro, crescita strutturale.
E’ forse il momento perché le intelligenze vive delle regioni del sud, le passioni civili che in tante si agitano da noi, le agenzie a vario titolo operanti sul territorio, i corpi intermedi dell’articolazione istituzionale si pongano a fianco di chi detiene poteri e leve costituzionalmente proprie e avviino un ragionamento che affermi dignità e coscienza riconosciute a una parte del paese che non può essere messo fra parentesi.

La natura violata disvela beni comuni* Piero Bevilacqua

La natura violata disvela beni comuni* Piero Bevilacqua

La proprietà che esclude

La prospettiva fornita dall’analisi storica assume sempre di più una potenza dirompente nei confronti delle strutture del presente. Se il termine non fosse usurato , direi che essa è indispensabile per dare fondamento a una visione rivoluzionaria. Dove il termine rivoluzionario non ha il significato commerciale e di pronto uso della pubblicità o di qualche slogan effimero del ceto politico. Né coincide col vecchio e ristretto sinonimo di insurrezionale. Indica, piuttosto, lo sguardo   radicale, capace di mostrare il carattere di formazione storica delle strutture del dominio. Il presente che accettiamo come una realtà data e indiscutibile, quasi un dato di natura, è frutto di un processo storico, uno svolgimento nel tempo che ha solidificato rapporti di potere fra uomini e gruppi sociali rendendoli permanenti, trasformandoli in dati di partenza fondativi della vita sociale. E perciò accettati da tutti come   e imprescindibili e immodificabili. Una prospettiva storica, ad esempio, consente alla riflessione in corso sui beni comuni di mostrare la genealogia della proprietà privata, il processo violento della sua formazione,   le pratiche di sopraffazione attraverso cui si è affermata. Se sappiamo riandare con l’analisi alle origini di tale istituto fondamentale delle società capitalistiche , se comprendiamo il processo della sua formazione, constatiamo che esso perde l’aura di legittimità, quasi naturale e indiscutibile, con cui domina   e regola l’intero universo delle relazioni umane.

Il noto pamphlet di Ugo Mattei, pubblicato nella benemerita collana Idola di Laterza, Senza proprietà non c’è libertà”: falso,[1] ci ha offerto di recente questa opportunità, e merita di essere ripreso proprio perchè   ritorna sul tema della proprietà con una prospettiva storica di lungo periodo. Consente di guardare a tale istituto non come dato di fatto, ma come processo. Anche se il saggio di Mattei rafforza in chi lo legge la constatazione recriminatoria che del grande tema della proprietà privata, non solo in Italia, si occupano quasi solo i giuristi: pochi, eterodossi, coraggiosi studiosi del diritto[2].

Certo, è stato storicamente il diritto a fondare la proprietà privata, a trasformare un rapporto di forza e una appropriazione di ricchezza in una legge protetta dal potere dello stato. Sono stati i giuristi a dare forma normativa a un processo sociale che si è andato organizzando secondo gerarchie dettate dai rapporti di forza. E appare perciò naturale che al diritto spetti in primo luogo ritornare teoricamente   e storicamente sui propri passi. Ma non possiamo non osservare come la ricerca storica si tenga ben lontana da questo campo, cosi come la sociologia e le altre scienze sociali.

In tali ambiti la proprietà privata appare indiscutibile come il cielo azzurro o le neve bianca. Del pensiero economico, ovviamente, non è il caso di parlare. Diventata, nelle sue forme dominanti, una “tecnologia della crescita”, l’economia al potere ha cessato di pensare e si limita ad applicare dispositivi automatici finalizzati all’aumento del Prodotto Interno Lordo.[3] Deprimente prova della superficialità subalterna dei saperi sociali del nostro tempo, che non solo accettano un processo storico di appropriazione come un dato naturale e indiscutibile, ma operano per la sua perpetuazione ed espansione in più estesi domini della realtà.

Mattei rovescia la convinzione dominante secondo cui la proprietà privata fonda la libertà dei moderni, mostrando che essa nasce dalla privazione della libertà di molti ad opera di una èlite di pochi dominatori: << all’origine della proprietà sta il potere e a ogni potere corrisponde una soggezione, ossia qualcuno più debole che, non avendolo, lo subisce.Tanto più libero è il proprietario tanto meno lo è il non proprietario, sicché- anche sul piano logico – l’asservimento può essere affiancato alla proprietà esattamente quanto la libertà.>>[4] Ed egli conia un geniale sintagma, un’espressione da far diventare di uso comune, la <<proprietà privante>>, come termine che esprime l’altra faccia e la natura escludente della proprietà privata.

Com’è noto, il monumento storico-teorico cui si rifanno i critici della proprietà privata e tanti teorici dei beni comuni è il capitolo 24 del Primo libro del Capitale di Marx dedicato alla Cosiddetta accumulazione originaria.[5]Mattei lo riprende anche in questo testo, dopo averne trattato nel suo Manifesto sui beni comuni. [6]In effetti Marx, tramite una superba sintesi storica, disvela in una cinquantina di pagine finali del suo libro, l’insieme dei processi da cui nasce il moderno capitalismo nel paese in cui questo si afferma nel modo più completo. Dopo aver mostrato , tramite numerosi capitoli di analisi , che cosa esso effettivamente è, nella fabbrica e nella società britannica del suo tempo, come opera questo modo di produzione e come esso ristrutturi radicalmente la vecchia società preindustriale, Marx sente il bisogno di spiegare in che modo si è storicamente formato e affermato. Lo deve fare anche per sbaragliare le mitologie costruite sulle sue origini dagli economisti volgari del suo tempo, che anche allora, come oggi, abbondavano sulla scena pubblica.Il capitalismo, ricorda Marx, finisce col trionfare essenzialmente, grazie alla privazione dei mezzi di produzione della grande massa dei contadini inglesi(yeomen) da parte della piccola nobiltà. Ad essi viene sottratta, tramite forme varie di esproprio, il possesso della terra e la casa (cottage) venendo quindi posti in una condizione di totale illibertà, nell’impossibilità di decidere sulla propria vita. Privati dei mezzi con cui sino ad allora avevano vissuto, ad essi restavano due strade: il vagabondaggio nelle città del Regno o il lavoro nelle manifatture. Nel frattempo i vecchi e nuovi proprietari chiudevano le terre con recinti, anche quelle che erano state comuni (commons), e fondavano le aziende a salariati, cominciando con l’allevamento delle pecore merinos. I processi di espropriazione messi in atto dalla nobiltà cadetta con il movimento delle recinzioni (enclosures), a partire dal XVI secolo, non sono altro che la fondazione della proprietà privata dei pochi e l’esclusione e la perdita della libertà sostanziale dei molti. Si trattò di un processo sociale di aperta violenza, di una violenza sanguinaria descritta da Marx con impressionante ricchezza documentaria, benché distribuito in un processo secolare. Marx non a caso cita l’Utopia di Tommaso Moro, un testimone del XVI secolo, che mostra le scene miserevoli di carovane di famiglie espropriate, costrette ad abbandonare i loro villaggi e racconta, con surreale sarcasmo, dello strano << paese in cui le pecore mangiano gli uomini>>.[7] Com’è ormai noto a chi si occupa di tali questioni, questo vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine, su cui si fonda la moderna azienda capitalistica, ha ricevuto una rilevante legittimazione teorica da uno dei fondatori del pensiero politico moderno, John Locke.

Nel Secondo trattato sul governo ( 1690) Locke afferma che << qualunque cosa l’uomo rimuova dallo stato in cui la natura l’ha lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli è proprio, e con ciò la rende sua proprietà . Rimuovendola dallo stato comune in cui la natura l’ha posta, vi ha connesso con il suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini>>. [8] Immaginare nell’Inghilterra del XVII secolo un originario stato di natura, dove un solitario individuo, del tutto libero, si appropri di terre selvagge col proprio lavoro, costituisce una evidente costruzione ideologica, un racconto mitico, che serviva a legittimare il vasto movimento di espropriazione allora in corso nelle campagne. E naturalmente aveva un valore più generale soprattutto per dare dignità legale al saccheggio nelle colonie americane. Ma Locke segna una svolta rilevante nella formazione del pensiero moderno anche per un altro aspetto. Come ha osservato uno studioso tedesco, Hans Immler, in una vasta ricerca che meriterebbe una traduzione italiana, Natur in der ökonomischen Theorie, [9],Locke non solo fonda, con la sua teoria del valore-lavoro le basi giuridiche della <<proprietà privata pre-borghese>>, ma svaluta la natura << come selvaggia e sterile se è bene comune >> mentre stabilisce che è l’ << appropriazione privata che le dà valore>>[10]. La natura in sé è un bene inutile, solo il lavoro che se ne appropria, la trasforma in ricchezza. Una costruzione culturale che oggi, dopo diversi secoli di sfruttamento capitalistico, si corre il rischio di accettare come vera. Ma basta uno sguardo storico di lungo periodo per capire la sua sostanza di costrutto ideologico. In realtà, assi prima del XVII secolo, per i lunghi millenni precedenti, gli uomini sono sopravvissuti sulla terra e si sono moltiplicati in virtù della produzione spontanea della natura, delle sue abbondanti risorse, non prodotte da alcun lavoro: acqua, bacche, radici, frutta, animali.Per millenni il lavoro, così come già lo intendeva Locke – cioé come un processo di valorizzazione del “capitale” terra – non è mai esistito. Al suo posto, prima che nascesse l’agricoltura, c’era una pura e semplice attività umana di raccolta e di predazione delle risorse esistenti[11]

Come oggi ci appare evidente il saccheggio del mondo vivente, e i problemi ambientali che ne seguiranno, hanno qui la loro prima, sistematica legittimazione. Si potrebbe dire che Locke elabori i principi costituivi, la normazione teorica della predazione delle risorse naturali come processo di valorizzazione tramite un astratto e mitico lavoro umano.

Per la verità Marx – che ha uno sguardo meno eurocentrico di quanto normalmente gli si attribuisce – sa che il processo di formazione del capitalismo si svolge su scala globale, anche se ha il suo centro in Inghilterra. La proprietà privata non si fonda solo attraverso il movimento delle recinzioni e l’espulsione sistematica dei contadini dalle loro terre e da quelle comuni. L’esercito di proletari privi di risorse per vivere – e perciò necessitati a sopportare il pesante lavoro di fabbrica nell’Inghilterra del XVIII secolo – era nato anche in altro modo, per lo meno nelle colonie inglesi. Egli ricorda, ad esempio, nel capitolo di cui trattiamo, un processo oggi obliato di appropriazione privata non di terre e beni, ma addirittura di uomini, alla base della formazione del capitalismo. Grazie al trattato di pace di Utrecht con la Spagna, nel 1713, L’Inghilterra estese   lucrosamente il suo già avviato mercato di schiavi, prima praticato con l’Africa e i paesi delle Indie Occidentali. Da allora essa <<. ottenne il diritto di provvedere l’America spagnuola di 4.800 negri all’ anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria >> [12]. Uno dei grandi centri urbani della rivoluzione industriale, orgoglio del capitalismo trionfante, era figlio anche di quel cristianissimo commercio con le Americhe che era la vendita di forza-lavoro in schiavitù. Giovani africani strappati ai loro villaggi e condannati a una breve vita di fatiche disumane. Il capitalismo di allora non disdegnava la “proprietà privata” degli uomini, venduti come prodotti coloniali nelle aziende schiavistiche del Sudamerica.

Ma Marx ci ha fornito anche altri strumenti analitici, non meno rilevanti di quelli affidati al celebre capitolo del Capitale. Anzi, sotto il profilo teorico essi appaiono oggi fondamentali per comprendere i meccanismi nascosti di autoriproduzione della ricchezza e delle forme asimmetriche della sua appropriazione. In alcuni passi dei Grundrisse egli ricorda non i processi storici del passato, ma i meccanismi profondi di formazione e di perpetuazione della proprietà sotto la forma moderna della produzione della ricchezza industriale.:<< la proprietà – il lavoro altrui, passato o oggettivato – si presenta come l’unica condizione per un ulteriore appropriazione di lavoro altrui>>.Vale a dire, per uscire dal linguaggio astratto ed “hegeliano” di Marx, le macchine, la fabbrica stessa, costruite da altri operai (lavoro altrui) non appartengono ai lavoratori, ma sono proprietà dell ‘imprenditore e si presentano agli operai stessi come la condizione obiettiva, naturale, che dà loro da vivere, tramite un ulteriore sfruttamento del loro lavoro. Il capitalismo non crea solo merci, ma riproduce e allarga i rapporti di produzione, ingigantisce cumulativamente le gerarchie di potere, rende la proprietà privata un dato di natura che si autoalimenta. << Il diritto di proprietà – continua Marx – si rovescia da una parte (quella del capitalista) nel diritto di appropriarsi del lavoro altrui, dall’altra (quella dell’operaio ) << nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro stesso come valori che appartengono ad altri >>, cioé come proprietà privata del capitalista.[13] E’ questa asimmetria originaria di potere, su cui si fonda il rapporto capitalistico di produzione, a diffondere la proprietà privata come architettura generale della società. Essa, trasformandosi in denaro, fabbriche, palazzi, terre, centri commerciali, e dunque “cose” di un paesaggio “naturale” occulta costantemente il lavoro che li ha generati.Tale metamorfosi del lavoro trascorso trova poi la legittimazione del diritto e la difesa armata dello stato, presentandosi come una solidificazione geologica indiscutibile.

Ma occorre a questo punto una considerazione storica preliminare importante, decisiva per comprendere il successo storico del capitale. Occore infatti riconoscere che l’accettazione sociale del dominio proprietario – reso prima di tutto possibile dai rapporti asimmetric ie cumulativi tra detentori dei capitali e proletari, tra ricchi e poveri, dai nudi rapporti di forza tra queste due classi – è   risultata storicamente vittoriosa anche e forse soprattutto grazie al successo economico che essa ha conseguito rispetto ai modi di produzione precedenti. Benché una analisi storica sistematica non dovrebbe trascurare la forza di principio d’ordine sociale che la proprietà privata ha finito col rappresentare nelle società dell’Occidente, elemento di regolamentazione tra individui e classi e al tempo stesso presidio di stabilità. Una stabilità che l’elaborazione ideologica della cultura dominante ha saputo fare universalmente introiettare come esaltazione dell’interesse dei singoli individui.

Oggi dovrebbe apparire evidente che la vittoria del modello proprietario nella formazione delle società contemporanee è inscindibile dal successo produttivo del capitale. L’azienda capitalistica a salariati a un certo punto è risultata più efficiente delle singola piccola coltivazione contadina o della bottega artigiana. La piena disponibilità per il singolo capitalista di una massa di lavoratori formalmente liberi, messi al servizio di macchine sempre più efficienti, costretti per l’intera giornata a uno sforzo psicofisico sistematico, ha avuto come risultato una crescente produzione di ricchezza. La massa senza precedenti di beni che usciva dalla fabbrica capitalistica è diventata storicamente la giustificazione universale della legittimità di quella forma di appropriazione privata del lavoro altrui. Il successo generale sul piano strettamente produttivo conquistava ai capitalisti il plauso generale della società. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’assoggettamento al lavoro   della grande massa della popolazione , venivano nascosti dall’efficienza della macchina. Tanto più che la crescita della ricchezza generava altri ceti sociali esterni alla fabbrica, destinati a elaborare un nuovo immaginario , quello del progresso generale della società, che finiva coll’occultare il segreto motore dello sfruttamento operaio che ne costituiva il fondamento.

E’ qui da ricercare indubbiamente una delle basi dell’egemonia del capitale nell’epoca della sua affermazione e del suo trionfo sulla vecchia società, nel XIX secolo. L’elaborazione di un grande racconto di progresso dell’umanità, accompagnata dalle condizioni di libertà formale del lavoro, ha coperto la gigantesca privatizzazione del lavoro umano verificatesi nel corso dell’ età contemporanea.   E occorre aggiungere che i maggiori autori che hanno elaborato il racconto del progresso sono stati gli storici. Tutta, si può dire, la produzione storiografica sull’età contemporanea, anche quella di ispirazione marxista, è orientata dal teleologismo progressista. Nella narrazione della nostra epoca la freccia del tempo corre in maniera più o meno trionfante in una sola direzione: dall’arretratezza della società preindustriale ai fasti dell’odierna modernità.

Non a caso, la pagina di Marx sull’accumulazione originaria, in cui si racconta di un secolare processo di espropriazione, è stata trattata dagli storici come una premessa della cosiddetta   “rivoluzione agricola inglese”. E questo in ragione del fatto che, mentre i contadini venivano trasformati in salariati, la produzione agricola conosceva incrementi di produzione senza precedenti. Quegli storici, infatti, hanno esaltato i processi di liquidazione delle strutture feudali e hanno guardato come a un progresso generale l’avanzare del capitalismo nelle campagne.[14] Perfino un grande storico come Marc Bloch deplorava lo <<scandalo del compascuo>>, vale dire la disponibilità dei contadini di portare le proprie pecore nel fondo del barone dopo i raccolti.[15] La piena disponibilità della terra da parte del proprietario veniva infatti considerata come condizione per un suo più efficiente uso e i vecchi rapporti comunitari visti come un impaccio al pieno sviluppo delle forze produttive. Ma questo atteggiamento apologetico nei confronti dei vincitori – che sorregge tutta la storiografia   contemporanea – è figlia anche dell’ambivalenza di Marx, che deplora l’espropriazione dei contadini, ma ammira la borghesia rivoluzionaria impegnata a distruggere il vecchio mondo.Una ammirazione, tuttavia, legata alla visione teleologica delle creazione delle basi sociali di una rivoluzione prossima ventura, capace di liberare finalmente e per sempre il lavoro salariato. Marx esaltava la borghesia capitalistica perché il suo successo costituiva la base per un superiore assetto di uguaglianza e di libertà umana. Il fatto che questo non si sia realizzato ci rende oggi liberi da quel provvidenzialismo E’ ci dovrebbe consentire una visione storica nella quale il processo della modernizzazione   appaia sotto una luce diversa da quella sinora tracciata. Un nuovo racconto sia per quanto riguarda la sorte del lavoro, sia per ciò che concerne la natura, le risorse, gli equilibri degli ecosistemi, beni comuni dell’umanità, il cui saccheggio privato è stato tenuto nascosto dalla rappresentazione storica e dalla sua nascosta teleleogia.

 

La natura comune

 

Oggi, naturalmente, appare sommamente difficile, se non impossibile, scorgere nel paesaggio delle città contemporanee le tracce del lavoro che ne hanno edificato le strutture.I grattacieli, le fabbriche, i ponti e le strade, le banche, le abitazioni , le aziende agricole, i centri commerciali appaiono tutti frammenti di un paesaggio di cose, e dunque un principio di realtà indiscutibile in cui si svolge naturalmente la nostra vita. Non appare più possibile scorgere la privatizzazione del lavoro umano che le ha fatto sorgere. E mettere oggi in discussione la titolarità di questa ricchezza solidificata in forme di cose, trasformata in eredità storica, comporterebbe un tasso di violenza sociale inimmaginabile, e dunque politicamente non praticabile. D’altra parte, occorre riconoscere che la ricchezza generale prodotta dal capitalismo riscatta in parte le inique modalità storiche in cui essa è stata generata. Anche se tante, troppe generazioni di lavoratori non ne hanno goduto, le lotte operaie del XX secolo hanno reso possibile una sua ampia redistribuzione, che ha toccato i ceti popolari e vaste fasce di popolazione.

Ma oggi siamo entrati in una fase storica in cui il problema della proprietà e dei beni comuni acquista una nuova attualità, a causa di una duplice dinamica, sempre più dispiegata. Da una parte infatti, il capitalismo cerca sempre più di impossessarsi privatamente, a fini di profitto, di ambiti di realtà sinora inesplorate. Si pensi alle appropriazioni e brevettazione di piante e semi da parte delle aziende biotecnologiche negli ultimi anni.[16] Il mondo vivente è oggi un terreno di caccia in cui scovare nuove fonti di profitto. Ma è anche il caso di risorse vitali per la vita umana trasformate in merci preziose nel giro di qualche decennio. Si pensi all’acqua, oggi definito l’oro blu del nostro tempo.[17] Eppure allorché è sorto il pensiero politico moderno, quando è stata sistemata in un quadro coerente la società capitalistica al suo sorgere, l’acqua appariva priva di valore. Nella sua   Inquiry sulla Ricchezza delle nazioni, Adam Smith, poteva legittimamente affermare che <<Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni>>.[18] Oggi la situazione appare quasi capovolta e una risorsa come l’acqua, inseparabile dal diritto degli individui alla sopravvivenza, appare carica di valore economico come mai in tutta la storia precedente. E diventa evidente che proprio il suo ingresso nel processo di valorizzazione del capitale, il suo divenire merce, mentre la strappa definitivamente dalla condizione di res nullius, cosa di nessuno, la   disvela agli occhi delle popolazioni come un bene comune drammaticamente scarso e perciò conteso. Siamo entrati, per dirla con le parole di uno storico americano dell’ambiente, James Moore, in una fase di << fine della natura a buon mercato>>.[19] Le risorse naturali, sempre più scarse per effetto della crescita della popolazione mondiale e dello sfruttamento sempre più vasto e sistematico, tendono ad   apparire sempre meno quali “fattori di produzione”, appartenenti a questo o a quel paese, a questa o a quella corporation privata, e sempre più quali fonti indispensabili per la sopravvivenza di tutti. La loro sempre più stringente necessità generale le restituisce all’ambito originario dei beni comuni.

L’altra dinamica, a questa indissolubilmente connessa, che fa emergere intorno a noi un paesaggio di beni comuni prima nascosto è il processo ormai dispiegato di squilibri   ambientali che colpisce non solo isolate realtà, ma l’intero pianeta. Di giorno in giorno appare sempre più evidente che la natura non sopporta un utilizzo   privato e distruttivo delle sue risorse, non regge più il saccheggio a cui il capitalismo la sottopone in forme crescenti da almeno tre secoli. Ma la specifica novità del nostro tempo è che la natura tende ad apparire sotto gli effetti squilibranti dell’azione umana, sempre meno divisibile in singole risorse sfruttabili: l’acqua, la terra, l’aria, le piante, ecc. Essa sempre più appare come una totalità indivisibile e intimamente connessa, e sempre di più, dunque, come un common globale.

Guardiamo quel che ormai da tempo avviene intorno a noi, nelle nostre città. Noi oggi scopriamo   quello che sino a qualche decennio fa non eravamo quasi capaci di scorgere: il legame sistemico tra il cielo e la città. Siamo costretti a misurare   la qualità dell’aria che in essa si respira, e a prendere atto della   sua manipolazione, insieme privata e collettiva, a scopi produttivi e di varia altra natura. Il sorgere di un rischio per la salute umana, esploso in maniera allarmante negli ultimi decenni, ha fatto emergere quale bene comune una risorsa vitale irrinunciabile, un elemento naturale   da tutti ignorato per millenni in quanto illimitato e relativamente integro. L’aria oggi è diventato un common. Noi tutti respiriamo l’aria che ci circonda senza pensare ai nostri polmoni, ma anche senza badare al fatto che essa è natura, che da essa dipende la nostra vita, e certamente senza chiederci a chi giuridicamente appartiene. Ma l’apparire della scarsità di questa risorsa, la sua violazione e alterazione (che corrisponde a una appropriazione privata dei singoli) la fa emergere quale elemento naturale che rende possibile l’esistenza di tutti , illumina il suo carattere di bene collettivo e indivisibile.

Sono non pochi gli ambiti in cui le alterazioni ambientali disvelano il   carattere nascosto di bene comune delle risorse naturali, per via della loro indispensabilità alla vita di tutti. Si pensi alla terra fertile, alla stabilità del territorio, alla biodiversità naturale, ecc.[20] Oggi noi scopriamo, in maniera specificamente significativa in Italia, che il territorio delle nostre città e delle loro periferie non può più essere edificato e manomesso secondo gli interessi privati dei singoli. La sua integrità non può più essere subordinata alla piena disponibilità di chi vanta la proprietà privata di un suo singolo frammento. Oggi sappiamo, con maggiore pienezza e con più ricca esperienza di qualche anno fa, che costruire, cementificare, sottrarre aree di verde all’ecosistema territorio finisce col produrre danni generali che investono l’intera comunità. Ogni frammento di verde sottratto al territorio di una qualche zona corrisponde alla perdita di una “spugna” capace di assorbire l’acqua piovana durante le grandi piogge, rappresenta una diminuzione dell’effetto di contenimento delle polveri sottili prodotte dalle attività urbane, accresce l’instabilità del suolo e degli abitati, altera il microclima del luogo perché sostituisce natura vivente (erbe, alberi) con materia inerte che assorbe e genera calore. Ma in generale, costruire un edificio in un qualunque luogo di un paese intensamente antropizzato comporta l’alterazione evidente di interessi generali, a fronte dei quali la proprietà privata di un singolo pezzo di territorio appare sempre più priva di diritti individuali da rivendicare.

Infine, il clima, altro common finora nascosto. Lo scenario climatico che le conoscenze scientifiche del nostro tempo hanno squadernato davanti a noi ci mostrano oggi un altro aspetto di legame sistemico tra la città, i suoi attori naturali, e il più vasto spazio planetario. Le città ci fanno sperimentare la nuova mondialità del locale. Mai come oggi esse erano apparse così nitidamente quali punti interconnessi di una rete a scala globale. Com’è largamente noto, è lo smog cittadino, sono gli scarichi urbani e i fumi industriali per produzioni destinate alle città a determinare una percentuale rilevante di immissione di gas serra nell’atmosfera.Tutte le città del mondo, centri energivori di varie dimensioni e potenza, consumano in maniera crescente petrolio e carbone, alterando il clima atmosferico, surriscaldando il nostro comune tetto di abitanti della Terra. Il riscaldamento globale, potremmo dire, senza forzare molto le cose, è figlio del metabolismo urbano.[21] E dunque se le attività produttive e il movimento dei singoli oggi arrivano ad intaccare gli equilibri di ciò che appariva, sino a pochi decenni fa, così incommensurabilmente lontano – l’atmosfera – un nuovo e più vasto common appare davanti a noi , destinato a condizionare la proprietà privata di tutti e il suo libero uso. Essa non più essere considerata ciò che finora è stata, la discarica res nullius dove ognuno poteva gettare i propri fumi e veleni.Il suo diventare il tetto comune dell’umanità è destinato a cambiare molte cose nella storia a venire delle nostre società.

 

*Pubblicato su << Glocale>> Rivista molisana di storia e studi sociali, Gennaio 2015

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[1]Laterza, Roma-Bari

[2] Si vedano alcuni esempi in P. Grossi, Un altro modo di possedere.L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè Milano, 1977;S. Rodotà, Il terribile diritto.Studi sulla proprietà privata, il Mulino Bologna, 1981( e varie edizioni successive); P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli Roma 2014,

[3]P.Bevilacqua, Saperi umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in P.Bevilacqua ( a cura di) A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma 2011,p.10 e ss.

[4]Mattei, Senza proprietà non c’è libertà,cit.

[5]K.Marx, Il Capitale , Libro primo.Traduzione di D.Cntimori.Introduzzione di M. Dobb , Editori Riuniti, Roma 1967,     pp.777-836

[6]U.Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Leterza, Roma-Bari 2011. Ma si veda anche, con più attenzione agli aspetti ambientali dell’appropriazione G.Ricoveri, Beni comuni vs. merci, Jaca Book, Milano 2010. E, per un approccio pluridisciplinare, P. Cacciari (a cura di), La societàdei beni comuni, Carta, 2010.

[7]Marx, Il capitale, I, cit.p.783

[8]J.Locke, Il secondo trattato sul governo,introduzione di T.Magri,traduzione di A.Gialluca, BUR Milano, 1998,p. 97

[9]H.Immler, Natur in der ökonomischen Theorie, vol. I,Vorklassik-Klassik-Marx, vol. II, Phisiocratic-Herrschaft der Natur,Westedeutscher Verlag, Opladen ,1985, pp. 79-87

[10]Ibidem, p.87

[11]La tendenza ad applicare le categorie dell’economia politica anche alle più remote fasi dell’umanità, a valutare il valore della natura secondo i criteri dell’economia di mercato, è stata a lungo molto diffusa. Cfr. P. Bevilacqua, Demetra e Clio.Uomini e ambiente nella storia,Donzelli ,Roma 2001, pp. 4-6 e p, 85 e ss.

 

[12] Marx, Il Capitale, cit. p.822

[13]K.Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica,presentazione, traduzione e note di E.Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970,vol.II, p. 78

[14]Ma è stato provato che la “rivoluzione agronomica” in Inghilterra, vale a dire l’associazione di cereali e leguminose con conseguente aumento delle rese produttive, era stata già praticata dai contadini sin dal XV secolo ( R.C.Allen, Le due rivoluzioni agrarie, 1450-!850, << Rivista di storia economica>>, 1989,n. 3

[15]M.Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi Torino 1873

[16]   Si veda, per il processo di globalizzazione come appropriazione privata – entro una letteratura sempre più estesa- V. Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli Milano,2006. Sull’appropriazione scientifica del vivente,

C.fr. M.Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza;G.Tamino, Il riduzionismo biologico tra tecnica e ideologia; E.Gagliasso Luoni, Riduzionismi:il metodo e i valori, in C.Modonesi, S.Masini,I.Verga. Il gene invadente:Riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, introduzione di M.Capanna, Baldini Castoldi Dalai ., Milano 2006; Sulle imprese biotech , M. De Carolis,La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004

[17]M.Barlow e T.Clarke, La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua:come non esserne complici, Arianna Editrice, Bologna, 2009

[18]A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano 1997, I, p. 17

[19]J.Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato. Introduzione e cura di Gennaro Avallone, Ombre corte, Verona 2015.Sul rapporto tra capitalismo e risorse della terra, sotto il profilo teorico, J.Bellamy Foster,B.Clark,R. York, The ecological rift.Capitalism war on the earth.Monthly Review Press, New York, 2010.

[20]Su quest’ultimo aspetto cfr. C.Modenesi e G. Tamino( a cura di ) Bio diversità e beni comuni,introduzione di M. Capanna, Jaca Book, Milano 2010.

[21]Sul riscaldamento globale che gode ormai di una bibliografia sconfinata, cfr essenzialmente V.Ferrara e A.Farruggia, Clima istruzioni per l’uso.I fenomeni, gli effetti,le strategie, Edizioni ambiente , Milano 2007; N.H.Stern, The economics of climate change: the Stern review, Cambridge University Press, Cambridge 2007. Per dati più aggiornati si possono consultare in rete i rapporti periodici dell’Intergovernamental Panel on Climate Change ( IPCC)

L’immigrazione da minaccia a progetto sociale di Piero Bevilacqua

L’immigrazione da minaccia a progetto sociale di Piero Bevilacqua

Dal mercato al progetto

Il flusso di immigrati provenienti da vari Paesi del Sud e dell’Est del mondo si iscrive in un vasto processo di destrutturazione demografica, ma anche di mobilità sociale, che ha dimensioni grandiose  e di lunga data. Solo di recente è esploso  in forme caotiche e drammatiche a causa delle guerre recenti in Oriente e in Africa. L’Human Development Report 2009, dedicato dalle Nazioni Unite a Human mobility and development, ricordava che << Ogni anno, più di 5 milioni di persone attraversano i confini internazionali per andare a vivere in un paese sviluppato.>> E i maggiori centri di attrazione erano e sono gli USA, l’Europa e l’Australia. Una migrazione immane che dalla metà del secolo scorso ha spostato circa  1 miliardo di persone fuori dai luoghi in cui erano nate. 1 Com’è noto, i flussi disordinati e continui di popolazione in fuga da scenari di guerra, dall’ Afganistan, dalla Libia e soprattutto oggi dalla Siria, hanno mostrato la drammatica inettitudine, impreparazione, divisione politica degli stati Europei e delle autorità di Bruxelles.  Un coacervo di risposte contraddittorie e improvvisate, che ovviamente non sorprende. In tutti gli stati del mondo la politica vive alla giornata, senza alcuno sforzo di progettazione strategica che non sia quella della conquista di eventuali mercati, e che bada a incassare consensi immediati e immediatamente spendibili. Comprensibilmente, il ceto politico europeo, di fronte ai problemi organizzativi, ai disagi, ai costi economici che l’arrivo di migliaia di rifugiati e migranti comporta nell’immediato, non riesce a valutare i vantaggi di lungo periodo che esso può invece determinare. Vantaggi demografici, economici, culturali, non dissimili a quelli sperimentati dagli Stati Uniti negli anni Novanta in virtù dell’arrivo di milioni di latinos negli Stati americani.

In questo quadro  europeo confuso e generatore di sentimenti xenofobi,  la sinistra ha, in Italia, la possibilità di indicare una soluzione non contingente e transitoria al problema. Una via difficile, ma  affatto utopica, che  potrebbe addirittura fare da modello anche per altri paesi del continente.  Noi possiamo indicare agli italiani e agli europei, contro la politica della paura e dell’odio, una prospettiva che non è solo di solidarietà e di umano  e temporaneo soccorso a chi fugge da guerre e miseria. Con le donne, gli uomini e i bambini che arrivano sulle nostre terre noi abbiamo l’opportunità di costruire  un inserimento stabile e cooperativo, relazioni umane durevoli, fondate su nuove economie che gioverebbero all’intero Paese. Naturalmente, la soluzione non consiste in una trovata, affidabile a qualche slogan  pubblicitario in cui oggi sembra esaurirsi tutta la creatività di leader e uomini di governo. Si tratta, nientemeno che di realizzare un progetto, un grande piano di  riconversione demografica, economica e ambientale. Un progetto, un disegno realistico, non una bella favola utopica,  un percorso realizzabile in una prospettiva di medio lungo periodo, ma da avviare subito. Per avviarlo occorre rovesciare l’ottica che negli ultimi 30 anni ha annichilito la progettualità politica: la convinzione esplicita, o accettata passivamente, che i fenomeni economici e sociali si realizzano soltanto se mossi dall’energia del mercato. Quasi che gli uomini fossero d’improvviso incapaci di costruire alcunché senza affidarsi alla  regole della domanda e dell’offerta. Per questo, la risposta alla gigantesca questione dell’immigrazione richiede preliminarmente una bonifica mentale: la cancellazione del paradigma neoliberista.

Un grave squilibrio territoriale.

Occorre partire da una considerazione d’insieme relativa alle condizioni dell’Italia dei nostri giorni.

Il nostro paese  soffre di un grave squilibrio nella distribuzione territoriale della sua popolazione. Poco meno del 70% di essa vive insediata lungo  le fasce costiere e le colline litoranee della Penisola, mentre le aree interne e l’osso dell’Appennino, soprattutto al Sud, sono in abbandono.  Secondo indagini del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione  dell’omonimo Ministero, le aree interne rappresentano circa i 3/5 del territorio nazionale e accolgono poco meno di ¼ della popolazione.2 Com’è noto, da tempo le popolazioni contadine, hanno lasciato le loro terre e solo in poche aree sono subentrate nuove economie. Sempre meno popolazione, in queste zone, fa manutenzione del territorio, controlla i fenomeni erosivi, sicché nessun filtro e protezione – come è accaduto per secoli – si oppone alle alluvioni che di tanto in tanto precipitano con violenza nelle valli e nelle pianure. Oggi nessuno ricorda più ciò che era noto ai tecnici e anche, in parte, agli uomini politici, ancora agli inizi del secolo passato: vale a dire la speciale dinamica che in Italia collega montagna e pianura e dunque il ruolo di regolatore di tutti gli equilibri peninsulari che gioca l’Appennino.  Scriveva nel 1919 Meuccio Ruini – esperto di lavori pubblici, che sarà ministro e presidente del Senato nell’Italia repubblicana  – << contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni, relazioni storiche, ogni cosa insomma della Italia peninsulare è signoreggiata dall’Appennino e ne riceve l’ impronta.>>3

Dunque, mancano oggi  nelle aree tra la dorsale appenninica e le coste, quelle figure  sociali che per secoli hanno mantenuto il territorio nazionale in un difficile e quotidiano equilibrio. Sicché, nella fase storica in cui i fenomeni atmosferici appaiono sempre più estremi4 – tra questi, i i casi di piovosità intense e distruttive –  e mentre la cementificazione senza sosta impermeabilizza i  suoli5 le aree litoranee e le valli appaiono sempre più indifese. E occorre a questo punto rammentare l’ovvio: non è solo la gran parte della popolazione, ma la ricchezza nazionale (città e abitati, aziende, infrastrutture viarie e ferroviarie, edifici pubblici, ecc) che sono sempre più prive,  a monte, di difese e presidi. Ma non  dobbiamo soltanto fronteggiare tale minaccia. Lo spopolamento, l’invecchiamento di popolazione, la denatalità delle aree interne costituisce, in sé, una perdita incalcolabile di ricchezza. Vengono abbandonate terre fertili che erano  state sedi di agricolture, i boschi si inselvatichiscono e non vengono più sfruttati, gli allevamenti di un tempo scompaiono. Al tempo stesso borghi e paesi decadono, perdono i presidi sanitari, le scuole, i trasporti. E in tale progressivo abbandono degradano  case, palazzi edifici di pregio, monumenti, piazze: in una parola un immenso patrimonio di edificato rischia di andare in rovina insieme ai territori rurali.

Ebbene, queste aree non  hanno bisogno che di popolazione, di nuove energie, di voglia di vivere, di lavoro umano.Queste terre possono rinascere, ricreare le economie scomparse o in declino con nuove forme di agricoltura che valorizzino l’incomparabile ricchezza di biodiversità dell’agricoltura italiana.

Un’agricoltura della ricchezza bioagricola

A che cosa ci riferiamo allorché parliamo di agricoltura per  ridare vita e  nuovi presidi territoriali alle aree interne? Si tratta di uno dei tanti slogan di propaganda politica “movimentista” ? Oppure di un’utopia che non ha alcun fondamento economico, né dunque alcuna possibilità di riuscita? All’obiezione si deve innanzi tutto rispondere  con una considerazione storica. Non  si tratta, infatti, di una progettazione o addirittura di una aspirazione a vuoto di volenterosi militanti. Per secoli l’agricoltura italiana è stata una pratica economica delle “aree interne”, vale a dire dei territori collinari e montuosi, gli ambiti orografici dominanti nella Penisola. Certo, c’era anche – e talora fiorente – l’agricoltura delle pianure, concentrata nella Pianura padana e nelle valli subappenniniche. Ma gran parte di queste aree sono state conquistate con secolari e talora imponenti lavori di bonifica che arrivano fin dentro il XX secolo. L’imperversare  millenario della malaria – questa avversità ambientale caratteristica del nostro paese – ha tenuto a lungo lontano le popolazioni agricole dalle terre potenzialmente più fertili ed economicamente vantaggiose delle pianure. Dunque, dal punto di vista storico, fare agricoltura nelle aree interne non è una novità. Tanto è vero che essa continua a sopravvivere in tante zone collinari e montane in forme più o meno degradate e marginali.

La seconda obiezione, relativa all’economicità di una agricoltura in queste aree  è che occorre intendersi su che cosa si intende per economicità. Per far questo occorre liberarsi di una idea riduzionistica di agricoltura che ha dominato per tutto il secolo passato. In queste aree non si può pensare alla pratica agricola come una impresa industriale che deve strappare margini crescenti di profitto, generare accumulazione di capitale, con sovrana indifferenza per ciò che accade alla fertilità del suolo, alla distruzione della biodiversità, all’inquinamento delle acque, alla salute degli animali, dei lavoratori e più in generale dei cittadini. L’agricoltura non è qui – e non dovrebbe esserlo mai – quello che è stata per tutta la seconda metà del Novecento: un’industria come un’altra. D’altra parte, rappresenta una conquista della cultura europea degli ultimi decenni la visione e la pratica di una agricoltura come attività multifunzionale. Una brutta parola per indicare che essa non è più una semplice pratica economica, ma costituisce il centro di erogazione di una molteplicità di servizi. E al tempo stesso incarna una esperienza sociale che intrattiene un rapporto complesso e avanzato con la natura,  ispira nuovi stili e condotte di vita.  Infatti, l’agricoltura non è chiamata semplicemente a produrre merci  da piazzare sul mercato, quanto anche a proteggere il suolo dai processi di erosione, ad attivare la biodiversità sia agricola che quella naturale circostante, a conservare il paesaggio agrario, tenere vivi i saperi locali legati ai mestieri e alle manipolazione delle piante e del cibo, a custodire la salubrità dell’aria e delle acque, a organizzare un turismo ecocompatibile, a organizzare forme nuove di socialità, ecc.

Ma che tipo di agricoltura si può oggi praticare su terre lontane ( ma non lontanissime, l’Appennino dista sempre relativamente poco dal mare) dai grandi snodi viari e commerciali ? La dove non è possibile, né utile, né consigliabile organizzare produzioni di larga scala? Qui si può praticare soprattutto frutticultura e orticoltura di qualità. E sottolineo questo aspetto di novità storica della agricoltura di collina rispetto al passato. Si tratta di una agricoltura di qualità perché essa utilizza con nuova consapevolezza culturale un’attività produttiva fondata sulla valorizzazione di un dato storico eminente della nostra millenaria tradizione produttiva: l’incomparabile ricchezza della nostra biodiversità agricola. L’uso del termine millenario non svolge qui un compito di mera retorica. Serve innanzi tutto a marcare l’irriducibile diversità dell’agricoltura rispetto a tutte le altre forme di economia. Questa pratica finalizzata all’alimentazione umana, infatti, continua a esercitarsi su materie naturali che provengono da un lontanissimo passato, originano dalle selezioni genetiche massali delle popolazioni pre-italiche, si sono arricchite con la grande “globalizzazione agricola” dell’Impero romano ( documentata da Columella) e ha ricevuto gli apporti di biodiversità e di saperi dal mondo arabo nel medioevo  e dalle piante provenienti dalle Americhe dopo il 1492. Questa gigantesca accumulazione di varietà e di culture  ha trovato nella  Penisola le condizioni ambientali per insediarsi in maniera stabile e diversificata sin quasi ai giorni nostri6.

Tale straordinaria biodiversità agricola –   frutto dell’originalità della nostra storia e della varietà dei climi e degli habitat che, dalle Alpi alla Sicilia, si ritrovano nella Penisola, –  ha espresso la sua vitalità nell’agricoltura promiscua preindustriale.  Campi nei quali coesistevano alberi da frutto di diverse varietà, ulivi, viti insieme spesso ai cereali, agli orti. Oggi questa agricoltura ritrova ragioni economiche per rifiorire, innanzi tutto perché è in grado di offrire prodotti che hanno qualità intrinseche superiori, sia di carattere organolettico che nutrizionale, rispetto a quelli industriali di massa. In tanti vivai, Istituti di ricerca – e nelle coltivazioni degli amatori – si conservano ancora in Italia centinaia di varietà di meli, peri, susini, mandorli, peschi, viti a doppia attitudine, insieme a un vasto patrimonio di germoplasma,ecc.7 Si tratta di sapori scomparsi dall’esperienza sensoriale della maggioranza degli italiani e  dal mercato corrente. Quest’ultimo  offre oggi  al consumatore poche varietà, quelle industrialmente più confacenti, per aspetto, conservazione e trasportabilità, alla distribuzione di massa. Ormai guida e domina il consumo, non la qualità intrinseca del bene (freschezza, sapore, sanità), ma le sue caratteristiche esteriori di merce, la sua durabilità, la sua novità stagionale, il suo basso prezzo.

E invece l’organizzazione di una distribuzione alternativa (tramite i gas, i gruppi del commercio eco-solidale, a km 0, ecc) può cambiare la natura stessa del prodotto finale. La diversità e varietà dei sapori, la salubrità e ricchezza vitaminica e minerale del frutto, la sua freschezza e assenza di conservanti e residui chimici, ne fanno un bene che acquista anche sotto il profilo culturale un nuovo valore. E naturalmente il rapporto diretto fra produttore e consumatore tende a rendere bassi e accessibili i prezzi. Dunque, non si propone il ripristino dell’ ”agricoltura della nonna”, ma una nuova economia rispondente a una elaborazione culturale più avanzata e ricca del nostro rapporto col cibo, che incorpora anche una superiore visione della pratica agricola come parte di un ecosistema da conservare.

Questa agricoltura può far ricorso a molti elementi di economicità e di riduzione dei costi, di norma esclusi nelle pratiche industriali. Intanto la varietà delle colture – anche nelle coltivazioni  orticole, grazie alla sapienza consolidata della pratica degli avvicendamenti e delle alternanze , ma anche alle nove tecniche come l’agricoltura sinergica– costituisce un antidoto importante contro l’infestazione dei parassiti. E’ nelle monoculture, infatti, che questi possono produrre grandi danni, e debbono essere controllati – anche se con decrescente efficacia – tramite costosi  e ripetuti trattamenti chimici. La conservazione di un habitat ricco di biodiversità naturale – grazie alle siepi, all’inerbimento del campo, ecc e al bando  dei pesticidi chimici –  costituisce essa stessa un sistema di protezione contro i parassiti, perché ospita gli insetti utili, predatori degli infestanti. Un esempio di come la salubrità  e varietà biologica dei siti non è solo utile alla salute umana, ma anche  economicamente vantaggiosa. A questo proposito, un aspetto da ricordare sono le  microeconomie che si possono ottenere dalle siepi o dalla macchia selvatica. Un tempo avevano una larga circolazione stagionale, nei mercati contadini, i prodotti selvatici del bosco e della macchia mediterranea: sorbe, corbezzoli, giuggiole, cornioli, melograne, nespoli germanici, azzeruoli, ecc. Oggi sono rari e costosi prodotti di nicchia destinati al consumo di pochi intenditori. E invece potrebbero rientrare a pieno titolo nei circuiti economici della nuova agricoltura. Tanto più che alcuni di queste bacche, come la melagrana – ma la riflessione dovrebbe coinvolgere sia i cosiddetti “piccoli frutti”(lamponi, mirtilli, ribes, uva spina, ecc) che le cosiddette piante officinali – conoscono oggi un crescente utilizzo sia nella “cosmesi senza chimica”, che nella ricerca e nella produzione farmaceutica. Tali considerazioni dovrebbero anche investire un problema oggi rilevante in alcune aree- come ad es. la Toscana – dove la macchia selvatica rappresenta una forma di rinaturalizzazione spontanea e disordinata, che consuma sia il bosco di pregio, sia le aree agricole e pastorali, fornendo ai cinghiali, sempre più numerosi, la possibilità di danneggiare gravemente le colture delle aree collinari. E’ evidente che qui occorre un intervento pianificato, che punti a una selvicoltura di qualità sia per il legno che per i prodotti del bosco e del sottobosco. E’ attraverso il ripristino rinnovato di economie antiche ( fra queste spicca il castagneto), che si può avviare anche una  difesa territoriale delle aree agricole secondo meccanismi di coordinamento e cooperazione fra diverse aree ed ambiti produttivi che in queste aree sono stati in funzione per secoli.

Altre economie

Nei frutteti si può molto utilmente praticare l’allevamento dei volatili ( polli, oche, faraone,ecc).Tale pratica già nota ai primi del ‘900 in alcuni paesi europei ( ad esempio nei meleti della Normandia)8 e oggi sperimentata da alcune aziende ad agricoltura biologica, combina un insieme sorprendente di vantaggi. I volatili, infatti, ripuliscono il terreno dalle erbe infestanti e lo concimano costantemente con i loro escrementi, facendo risparmiare all’azienda il lavoro e i costi del taglio delle erbe e quello della fertilizzazione del suolo.  Ma aggiungono all’economia aziendale uno straordinario apporto produttivo: le uova, i pulcini e la carne di pregio commerciabili tutto l’anno.

Sempre sul piano del contenimento dei costi è utile rammentare che qualunque azienda agricola produce una quantità significativa di biomassa. Sia sotto forma di rifiuti organici domestici, che quale residuo dei tagli, potature, controllo delle siepi, ecc. Ebbene, questo materiale – tramite il metodo del cumulo – si può trasformare in utilissimo compost  per fertilizzare il suolo, senza ricorrere ai fertilizzanti chimici, e risparmiando su tale voce di spesa che grava invece in maniera crescente sull’agricoltura industriale. Il costo dei concimi, è noto, dipende dal prezzo del petrolio. Un grande agronomo biodinamico,  Eherfried Pfeiffer, sosteneva che un buon terriccio di cumulo può avere una capacità fertilizzante due volte superiore a quella del letame bovino: il più completo fra i fertilizzanti organici. 9 Di questo terriccio si potrebbe fare commercio, come si fa commercio del fertilizzante ottenuto dalla decomposizione di sostanza organica da parte dei lombrichi. Nel Lazio, ad es., esiste qualche azienda che vende humus, un terriccio ricavato dalla “digestione” di letame bovino ad opera dei lombrichi.

Sempre sul piano del risparmio dei costi –  senza qui considerare la buona pratica di impiantare pannelli solari sugli edifici, case, stalle, uffici, ecc, per rendere l’azienda autonoma sotto il profilo energetico –  una riflessione a parte meriterebbe l’uso dell’acqua. La presenza di questo elemento è ovviamente preziosa e spesso indispensabile nelle agricolture  delle aree interne. Ad essa si attinge normalmente con i pozzi azionati da motori elettrici. Se l’elettricità è generata da pannelli fotovoltaici  il costo è ovviamente contenuto. Ma spesso non è così. E ad ogni modo, in tante aree interne, l’acqua potrebbe essere attinta in estate senza costi  se durante l’inverno venissero utilizzati sistemi di raccolta delle acque piovane. Si tratta, ovviamente, di riprendere un sistema antico – in molte aree, come nella Sicilia agrumicola, ancora attivo – che utilizzi cisterne, vasche di raccolta, ecc. Questa cura dell’acqua comporterebbe una nuova visione del territorio e delle risorse circostanti alle singole aziende. E’ evidente che una nuova agricoltura nelle aree interne, dovrebbe far parte di un progetto collettivo di rimodellamento dell ‘habitat  locale, che comporta il controllo delle acque alte, il loro incanalamento ottimale, ma anche il loro utilizzo in punti di raccolta ( tramite acquacoltura, pesca, ecc), capace di combinare conservazione dell’assetto idrogeologico del suolo e pratica economica produttiva. L’agricoltura e le economie connesse che progettiamo, dunque,  comportano un dialogo nuovo e più organico con la ricchezza delle risorse naturali, col mondo delle piante e degli animali,  e  insieme un presidio umano culturalmente più avanzato e complesso sul nostro territorio.

Infine due questioni rilevanti: il reperimento dei suoli dove esercitare le nuove economie e i protagonisti primi del progetto, vale a dire gli imprenditori, gli uomini e le donne che accettano la sfida. Per quanto riguarda la terra, la sua disponibilità e i suoi prezzi  variano molto nelle stesse aree interne. In Toscana il valore fondiario può essere proibitivo, ma in tante aree appenniniche esso ha scarso valore. Senza dire che esiste un po’ in tutte le regioni d’Italia una superficie non trascurabile di terreni demaniali, soggetti a usi civici, o appartenenti ai comuni. Ma sia per questi ultimi che per quelli di proprietà privata   si rendono oggi necessarie forme di regolazione e di facilitazione – laddove non esistono già – di accesso alla terra a costi contenuti.

Altro rilevante problema è quello quello degli imprenditori. E’ evidente che non si può lasciare l’iniziativa imprenditiva alla spontaneità e alla capacità attrattiva di un progetto. Sarà necessaria un’azione concordata con le varie forze territoriali in campo (amministrazioni, Coldiretti, sindacati, comitati locali,associazioni, cooperative, ecc.) che devono svolgere una funzione iniziale di promozione e coordinamento, oltre che di conoscenza e informazione: disponibilità della terra, presenza di boschi e macchie,ecc. Ma è evidente che la ricostruzione di un nuovo ceto di agricoltori per le aree interne passa oggi attraverso una nuova politica dell’immigrazione. Ebbene in che modo, con che mezzi, con quali forze si può perseguire un così ambizioso progetto ?

Risulta necessario, in via preliminare,  cancellare la legge Bossi-Fini e cambiare atteggiamento di legalità di fronte a chi arriva. Occorre  dare agli immigrati  che vogliono  restare la possibilità di trovare un lavoro in agricoltura, nell’edilizia, nella selvicoltura, nei servizi connessi a tali settori, nel piccolo artigianato.Non si capisce perché i giovani del Senegal o dell’Eritrea debbano finire schiavi come raccoglitori stagionali di arance o di pomodori e non possano diventare coltivatori o allevatori in cooperative, costruttori e restauratori delle case che abiteranno, dei laboratori artigiani in cui si insedieranno altri loro compagni. Ricordiamo che Gli indiani hanno salvato di fatto l’allevamento bovino nel Nord d’Italia.  Ricordo che tra gli immigrati sono presenti attitudini e  saperi agricoli che potrebbero avere ben altra destinazione. Quanti giovani africani o dell’Est europeo potrebbero essere attratti  dalla possibilità di condurre una piccola azienda agricola, insieme a connazionali o a giovani italiani?  E’ facile immaginare che non si può chiedere al singolo immigrato di recarsi sulla terra  per tornare a zappare.  Perché è’ molto probabile che egli sia fuggito da un condizione nella quale l’agricoltura del suo villaggio coincideva con una realtà di miseria. Per questo occorre affidare la forza di attrazione di questi giovani, ma anche degli italiani, alla ricchezza e complessità del progetto. L’ampiezza della visione che lo ispira  è fondamentale per motivare tutti.Non si chiama il singolo a diventare contadino o boscaiolo ma gli si chiede di far parte di una organizzazione cooperativa  non limitata a produrre beni agricoli o boschivi, ma  impegnata in un vasto disegno di riequilibrio demografico e territoriale, di salvaguardia, ambientale e naturale, dell’intero paese.E’ una rete di attività e al tempo stesso un mondo di relazioni umane.

Certo, il motore politico-istituzionale per avviare l’operazione dovrebbe essere  un vasto movimento di sindaci. Su tale fronte, la strada è  già  stata aperta alcuni anni fa non senza risultati.  Mimmo Lucano e Ilario Ammendola,  sindaci di Riace e Caulonia, in Calabria, hanno mostrato come possano rinascere i paesi con il concorso degli immigrati, se ben organizzati e aiutati con un minimo di soccorso pubblico.I sindaci dovrebbero fare una rapida ricognizione dei terreni disponibili nel territorio comunale: patrimoniali, demaniali, privati in abbandono e fittabili, ecc. E analoga operazione dovrebbero condurre per  il patrimonio edilizio e abitativo. A queste stesse figure spetterebbe il compito di istituire dei tavoli di progettazione insieme alle forze sindacali, alla Coldiretti, alle associazioni e ai volontari presenti sul luogo. Se i dirigenti delle Cooperative si ricordassero delle loro origini solidaristiche potrebbero dare un contributo rilevantissimo a tutto il progetto. Sappiamo che a questo punto si leva subito la domanda: con quali soldi? E’ la risposta più facile da dare.Soldi ce ne vogliono pochi, soprattutto rispetto alle grandi opere o alle altre attività in cui tanti imprenditori italiani e gruppi politici sono campioni di spreco. I fondi strutturali europei 2016-2020 costituiscono un patrimonio finanziario rilevante a cui attingere. E per le Regioni del Sud costituirebbero un’ occasione per mettere a frutto tante risorse spesso inutilizzate.

E qui le forze della sinistra dovrebbero fare le prove di un modo antico e nuovo di fare politica, mettendo a disposizione del movimento  i loro saperi e sforzi organizzativi, le relazioni nazionali di cui dispongono, il contatto coi media. Esse possono smontare pezzo a pezzo l’edificio fasullo della paura su cui una destra inetta e senza idee cerca di lucrare  le poprie fortune elettorali. L’immigrazione può essere trasformata da minaccia in speranza, da disagio temporaneo in progetto per il futuro.Così cessa la propaganda e rinasce la politica in tutta la sua ricchezza progettuale. In questo disegno la sinistra  potrebbe gettare le fondamenta di un consenso ideale ampio e duraturo.

 

da “Alternative per il socialismo”

Il Mezzogiorno in gabbia: come uscirne? di Tonino Perna

Il Mezzogiorno in gabbia: come uscirne? di Tonino Perna

Avevo poco più di vent’anni quando arrivarono  50.000 operai  delle fabbriche grandi e medie del nord Italia. Venivano a Reggio Calabria per solidarizzare con chi si sentiva accerchiato dai boiachimolla, con chi lottava contro il neofascismo montante , con chi , malgrado la sinistra (Pci e Psi) avesse sbagliato tutto in questo territorio,  restava ancora di sinistra.  Il corteo iniziò la mattina alle 11 e si  concluse la sera: molti treni erano stati bloccati dalle bombe e alcuni compagni arrivarono dopo una intera giornata di viaggio quando ormai la manifestazione era finita.  Era il 22 ottobre del 1972.   Un altro secolo, un altro mondo.

La solidarietà tra nord e sud era una cosa concreta, era fatta di ideali comuni e di sacrifici condivisi, ed aveva una valenza biderezionale.  Oggi sarebbe assolutamente impossibile organizzare una manifestazione di quel tipo, con quella passione e a rischio della vita .  Ma, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, eravamo in pieno clima post-’68 che aveva di fatto unificato il nostro paese , forse come non mai nella sua storia. Era ormai superata la storica alleanza auspicata da Gramsci , tra contadini del sud ed operai del nord, in quanto nel ventennio 1951-71 si erano svuotate le campagne meridionali e chi era rimasto era spesso entrato, per sopravvivere, nella rete tentacolare dei sussidi e sovvenzioni della Comunità Europea.  Ma, il  ’68 aveva coinvolto una intera generazione, attraversando le classi sociali e seminando una visione del mondo aperta, solidale , internazionalista e pacifista, in cui non c’era più spazio per la contrapposizione tra “terroni” e “polentoni”, anche grazie al fatto che gli neo-nordisti (immigrati meridionali al nord) avevano costituito una avanguardia nelle lotte di fabbrica  di quegli anni e si erano guadagnati il rispetto di tutto il movimento operaio e della sinistra, parlamentare ed extra.

Come sappiamo, dagli anni ’80 inizia quel processo di normalizzazione politica e di frantumazione sociale che ha portato alla disintegrazione delle grandi organizzazioni politiche e sindacali che avevano giocato un ruolo di primo piano nel mantenere una visione unitaria dei problemi del nostro paese.  Ancor più, sul piano economico, il Mezzogiorno perdeva progressivamente di ruolo nel modello di sviluppo italiano.  Se negli anni ’50 aveva funzionato da <<serbatoio>> di manodopera a basso costo per le industrie del nord, se negli anni ’60 e ’70 aveva giocato un ruolo importante come mercato di sbocco per la nascente piccola e media impresa della Terza Italia (centro-nord-est), alla fine degli anni ’80 era diventato superfluo, un peso, una escrescenza di cui liberarsi.   La globalizzazione, infatti, aveva reso marginale, per il sistema industriale del centro-nord il mercato meridionale. Basti pensare che, come è stato dimostrato in uno studio dell’inizio anni ’90, un incremento di un punto percentuale nella domanda dei consumatori tedeschi era più importante, per il sistema industriale italiano, che dieci punti di aumento del Pil nel Mezzogiorno!

Senza cadere in un approccio deterministico, non è un caso che proprio in quella fase storica sia nata la Lega Nord di Bossi.  Non un fenomeno folcloristico, come qualcuno aveva pensato e scritto, bensì la traduzione politica sul territorio italiano di un fenomeno mondiale : il delinking, lo sganciamento delle aree ricche del pianeta.   La <<secessione dei ricchi>> come è stata definita  ha prodotto tragedie, come quella della ex-Yugoslavia, o si è conclusa pacificamente, come nel caso della ex- Cecoslovacchia.   In ogni caso è un fenomeno con cui fare i conti.

Finché il Mezzogiorno ha funzionato da serbatoio di voti per le maggioranze di governo, la secessione è stata scongiurata.  Quando la Sicilia ha dato l’ein plein dei voti a Forza Italia, involontariamente ha condizionato il premier a fare i conti con le esigenze dell’isola e della sua classe politica.  Oggi, anche questo ruolo del Mezzogiorno si sta esaurendo.  La crisi economica , da un parte, il federalismo fiscale, dall’altra, hanno messo in ginocchio il territorio meridionale. Nel periodo 2008-2013 l’impatto della crisi sul Mezzogiorno è stato doppio rispetto al Centro Nord, con una perdita del  Pil  di ben 8 punti percentuali ed un tasso di disoccupazione che è schizzato al 22%! Ed ancora una famiglia su due è oggi a rischio di povertà nel Mezzogiorno, contro una su quattro nel Centro-Nord, e potremmo continuare con questi numeri per dimostrare una cosa che aveva già intuito negli anni ’80 Paolo Sylos Labini: la spesa pubblica è il motore del Mezzogiorno.  Un taglio “lineare” della spesa pubblica produce nel territorio meridionale un effetto doppio che al Nord per via del moltiplicatore keynesiano che opera, ricordiamolo sia verso l’alto che verso il basso.

 

Nei prossimi anni, quando i decreti attuativi del federalismo fiscale diventeranno realtà, le regioni meridionali dovranno trovare qualcosa come 20 miliardi di euro per coprire i costi del Welfare e fare funzionare al minino la pubblica amministrazione. Anche i famosi POR , fondi europei per le regioni arretrate ,  finiranno nel prossimo quinquennio, e non ci saranno altre risorse aggiuntive. Ed i giovani del Mezzogiorno che in quest’ultimo decennio sono emigrati “definitivamente” (cioè con il cambio di residenza) nel centro-nord (oltre settecentomila ) avranno sempre più difficoltà a farlo: per la prima volta le regioni ricche avranno un serio problema di disoccupazione che tenteranno di risolvere in parte con un assorbimento nella pubblica amministrazione.

La Crisi Globale che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale : il milione di operai ed impiegati nel settore privato che sono usciti dalla produzione difficilmente ci ritorneranno.  I giovani laureati meridionali non saranno più chiamati a colmare i vuoti , non avranno più spazio nel settore pubblico, che ha funzionato da spugna occupazionale.  Risultato: il Mezzogiorno si sta trasformando in una gabbia da cui è difficile uscirne, ma da cui chi può scappa. Se prendiamo in  considerazione il flusso emigratorio “reale”, vale a dire quello di chi parte ma mantiene nel Sud la residenza per un lungo periodo, scopriamo che 2 giovani su 3 tra i 18 e i 32 anni hanno lasciato il Mezzogiorno!  Se questo trend dovesse continuare nel 2030  la popolazione meridionale over 65 raggiungerebbe la metà della popolazione presente, vale a dire che un meridionale su 2 sarebbe un anziano, pensionato, bisognoso spesso di cure e badanti, dato che i figli sono andati via.  Una situazione penosa che  sembra inevitabile se non cambierà la politica economica nazionale.

 

S’impone, pertanto, un nuovo ruolo dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza. Se pensiamo che il solo blocco del turnover ho causato la perdita di 600mila posti di lavoro in Italia, di cui quasi 400mila nel Mezzogiorno si capisce come serve una netta inversione di tendenza. Lo Stato deve riprendere una politica per l’occupazione nella sanità, scuola, alta formazione, ricerca scientifica, Università.  Serve, inoltre, una ripresa di investimenti pubblici in settori strategici quali la difesa del suolo, la messa in sicurezza di scuole e edifici pubblici, un riassetto idrogeologico. Ancora: servirebbe urgentemente un piano di rinascita per aree interne, una Seconda Riforma Agraria che riguarda tutto l’Appennino meridionale e che mettere a frutto qualcosa come il 30% delle terre incolte ed abbandonate.

Per questi obiettivi occorrerebbe una nuova solidarietà nord-sud, una visione nazionale della questione meridionale, una prospettiva diversa del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.  Un sogno ? Probabilmente sì, ma ci serve per vivere e guardare avanti.

 

 

pubblicato su “il Manifesto” nel marzo 2017

Un Sud stellare di Piero Bevilacqua

Un Sud stellare di Piero Bevilacqua

E’ difficile mostrare sorpresa di fronte ai dati generali più o meno definitivi di queste elezioni di tardo inverno 2018. Non sono sorprendenti – sia detto senza alcuna iattanza – per chi segue la vita politica dalle strade della città e non dall’aria condizionata dei palazzi. Per chi ha seguito il rovesciamento strategico del PD di Renzi, da pallido partito socialdemocratico a formazione di destra conclamata.Un partito di governo che ha gettato allo sbando del precariato due generazioni di giovani, ha sottomesso la scuola alle ragioni di Confindustria, affidandola a una sindacalista, ha “risolto” il problema degli immigrati rinchiudendoli nei lager della Libia.E non vale, per quest’ultima notazione, osservare che Salvini ha vinto per le ragioni opposte. E’ il popolo che votava a sinistra che fa mancare il suo consenso per queste scelte. Esistono fedeltà antiche, tra gli elettori, che sopravvivono agli scenari mutevoli della politica politicata. Liberi e uguali, tardiva iniziativa politica, costellata di errori, e apparsa subito come cartello elettorale ( dunque tutta interna alle logiche e ai rituali che spingono gli elettori a disertare le urne, o a votare per le formazioni populiste) è andata peggio del previsto. Ma per questo versante di problemi ci sarà tempo per ragionare.

Quel che era invece imprevedibile, è non tanto la vittoria generale dei 5 Stelle, quanto la sua affermazione totalitaria in tutto il Sud continentale e nelle Isole. Che cosa è accaduto? Perché un tale successo, che si spalma con impressionante regolarità su tutto il territorio meridionale? Le analisi circostanziate dei prossimi giorni ci faranno capire meglio i particolari di questo evento di vasta portata. Ma chi ha una qualche informazione generale sul Sud di oggi può avanzare qualche considerazione non priva di fondamento. I 5 Stelle vincono innanzi tutto perché al Sud gli effetti dello svuotamento della democrazia rappresentativa sono più gravi che altrove. Non è solo perché

da quando esiste il Porcellum, cioé a partire dal 2005, gli elettori non possono più scegliere i propri candidati. O perché, qualunque sia l’esito delle elezioni a cui partecipano da oltre 10 anni, amministrative o politiche, la condizione sociale di un massa crescente di loro non muta, anzi peggiora. Ma il fatto che il ceto politico , soprattutto quello dei governi locali e nazionali, mostra una sovrana inettitudine a cambiare alcunché della loro vita e soprattutto si presenta come una élite che vive immersa in privilegi ed affari, qualunque sia la colorazione politica di appartenenza. Infine, particolare ignoto a chi non segue da vicino i fenomeni politici di questa parte del paese, in malte aree del Sud il voto non è più libero. La disoccupazione perdurante degli ultimi anni ha creato una dipendenza grave e sempre più stretta di una platea estesa di cittadini dai favori e dalle influenza dei detentori di potere grandi e piccoli. Una società civile resa fragile dalle scarse fonti di reddito e occasioni di lavoro, è oggi sempre più assoggettata ai comandi della politica affaristica, quando non della criminalità organizzata.

Se tale quadro ha un minimo di verosimiglianza, è naturale che il movimento 5 Stelle sia apparso con tutte le caratteristiche di un movimento antisistema. E perciò ha finito con l’avere questa forza dirompente. Se ci si riflette bene, la vittoria elettorale di tale formazione appare paradossalmente come un segnale positivo. Esprime la volontà di ribellione e di libertà del nostro Mezzogiorno. Una parte del Paese che non si vuole arrendere a una visione della politica non solo svuotata di ideali (che pretesa!), ma priva di dignità, di una qualche sfumatura morale, piegata in maniera sempre più sordida a logiche di clan. I 5 Stelle non promettevano posti di lavoro, non sono legati a clientele locali, hanno mostrato di praticare una politica anticasta con i rimborsi ( ah, gli idioti che li rimproveravano perché alcuni di loro erano inadempienti!), si battono da sempre per un reddito minimo ( con una formulazione ultimamente discutibile), si presentano soprattutto – ahimé – come angeli senza passato. E questo appare il più grande merito.Perché di fronte alla montagna di fallimenti che è stata la politica nazionale degli ultimi anni, agli occhi di tanti italiani e soprattutto meridionali, la vergine inesperienza dei 5 Stelle è di gran lunga preferibile alla competenza delle vecchie volpi, sempre le stesse, impegnate a conservare presidi di potere di piccolo cabotaggio e a non cambiare alcunché.

Pubblicato sul Manifesto del 6 marzo 2018