Categoria: Dalla Stampa

La legge-quadro è un ponte assai fragile di Massimo Villone

La legge-quadro è un ponte assai fragile di Massimo Villone

Due i fatti nuovi sull’autonomia differenziata, dopo lo stop al tentativo del ministro Boccia di forzare la mano traducendo la sua proposta di legge quadro in emendamenti alla legge di bilancio. È stata presentata la proposta di legge quadro – di cui peraltro già circolava un testo.

E la maggioranza si riunisce sul tema. Un passaggio certamente non privo di ostacoli, che si aggiunge alle tante turbolenze endo-governative, dal Mes alla prescrizione.

La proposta di legge quadro è – come ho già scritto su queste pagine – debole. Il cardine si trova nel l’art. 1, che impegna lo stato a rispettare alcuni parametri nella sottoscrizione dell’intesa. Si vuole cioè vincolare la delegazione trattante statale nel confronto con la delegazione regionale, precludendo la stipula di intese non conformi alle prescrizioni della legge-quadro. In tal modo si vorrebbe assicurare stabilità e uniformità di trattamento per tutte le regioni.

Dov’è il punto debole? Anzitutto, nel fatto che le intese sono approvate a loro volta con una diversa e successiva legge, specificamente prevista dall’art. 116 della Costituzione. Se venisse stipulata un’intesa non conforme ai dettati della legge quadro, tale difformità verrebbe coperta e sanata con la legge successiva che approva l’intesa. Un governo, magari espressione di una diversa maggioranza, che volesse favorire questa o quella regione, non incontrerebbe alcun insuperabile ostacolo.

Ad esempio, l’art. 1, co. 1, lett. d), sembra stabilire che le funzioni siano trasferite solo dopo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (lep) e dei fabbisogni standard. Mancando i lep, trascorsi dodici mesi le funzioni sono trasferite in base alla spesa storica. Ma una legge recante le intese che stabilisse l’immediato trasferimento delle funzioni prevarrebbe sul rinvio di dodici mesi. D’altronde, le regioni favorite dalla spesa storica avrebbero interesse a impedire o ritardare la determinazione di lep e fabbisogni standard.

È questa essenzialmente la ragione per cui i lep sono rimasti nel cassetto per quasi vent’anni. Ed è ormai provato oltre ogni ragionevole dubbio, e contro la vulgata generale, che la spesa storica ha favorito e favorisce le regioni del Nord.

Inoltre, i parametri utilizzati nella legge sono tanto generici da poter rimanere di fatto ininfluenti, o da recare danno. Ad esempio, quali competenze legislative, non correlate al trasferimento di risorse, l’intesa può attribuire con decorrenza immediata (art. 1, co. 1, lett. e)? Per di più, nelle materie di competenza concorrente si tratta di quote della potestà legislativa statale di principio. La legge-quadro consente che lo stato in futuro abbia il potere di dettare leggi di principio per alcune regioni, ma non per altre. Con quali effetti sul sistema paese?

Il punto debole è che la proposta nulla dice sulla trasferibilità di potestà legislative. Ci sono limiti assoluti? Si garantisce l’attinenza alla specificità dei territori?

Come? O se ne prescinde? Come più volte detto, scuola, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti oggi nazionali si possono regionalizzare o no? E la tutela ambientale? E i beni culturali di primario rilievo? Sulla perequazione strutturale in specie l’art. 3 è poi vistosamente insufficiente, e quasi incomprensibile nella formulazione.

L’Italia degli staterelli è un rischio reale. L’unità della Repubblica oggi passa attraverso il recupero dell’obiettivo – fatto esplicitamente proprio dalla Costituzione nel testo del 1948 – di ridurre il divario tra Nord e Sud, e di rendere l’Italia una piattaforma logistica essenziale nello scacchiere euro-mediterraneo. Questa scommessa è vincente, è nell’interesse del Nord e del Sud, può dare forza a una rinnovata solidarietà.

Può darsi che Boccia abbia l’intento di fare il pontiere in un paese diviso, e non solo di dare un assist a Bonaccini nel voto emiliano. Ma non bastano le buone intenzioni. I contrasti di interessi sono reali e vanno assunti e mediati, non occultati o dissimulati. La questione delle autonomie va affrontata perseguendo obiettivi politici chiari ed espliciti, da porre a fondamento delle mediazioni certamente necessarie. La legge quadro è un ponte assai fragile, perché vistosamente carente nel progetto politico. Anche i ponti devono avere un’anima.

L’Emilia nel vicolo cieco del sistema di voto regionale di Felice Besostri

L’Emilia nel vicolo cieco del sistema di voto regionale di Felice Besostri

Facciamo finta che a favore della presentazione di liste autonome alle prossime regionali di Emilia Romagna e Calabria abbiano votato in 20.000. Facciamo anche finta che il quesito fosse chiaro: chi voleva presentarsi doveva votare No. Una scelta bipolare per un quesito a risposte multiple. Si può essere contrari alla riorganizzazione (necessaria a mio avviso) e alla presentazione, favorevoli alla riorganizzazione e contrari alla presentazione in Emilia Romagna e favorevoli a presentarsi in Calabria o viceversa, favorevoli o contrari alla riorganizzazione e assolutamente indifferenti alla Calabria e all’Emilia Romagna o a una sola delle due. In teoria si poteva essere favorevoli alla presentazione con liste proprie, in coalizione con la Lega o con il Pd o con liste civiche ed ambientaliste. Resta il fatto che 20.000 sono lo 0,19% dei 10.500.000 elettori delle politiche 20018 e lo 0,44% dei 4.500.000 delle europee 2019, per rappresentare almeno l’1% degli elettori, questi ultimi dovrebbero scendere a 2.000.000 (esito sperato o temuto) ovvero la maggioranza dei votanti sulla Piattaforma Rousseau salire a 45.000. Se come impone la legge, fosse impossibile tracciare i profili dei votanti per classi di età, reddito, grado di istruzione, nemmeno potremmo sapere quanto la maggioranza sia rappresentativa dell’elettore medio pentastellato. Per pura curiosità i 20.000 (arrotondati per eccesso) sono, a scala nazionale, il 12,54% dei 159.456 voti emilian-romagnoli del M5S alle elezioni regionali del novembre 2014: quelle del record negativo di partecipazione con il 37,71% degli aventi diritto.

 

Il Manfesto

26.11.2019

La macchina cieca dello sfasciume territoriale di Tonino Perna

La macchina cieca dello sfasciume territoriale di Tonino Perna

 Più di un secolo fa, ed esattamente nel 1904, Giustino Fortunato, uno dei più prestigiosi meridionalisti, definì la Calabria come “sfasciume pendulo sul mare” per la fragilità idrogeologica del suo territorio e per l’incuria della classe dirigente. Oggi questa immagine si potrebbe tranquillamente estendere all’intero stivale, dal Piemonte alla Sicilia, attraversando il nostro paese e incontrando, senza soluzione di continuità, territori devastati da terremoti, alluvioni, frane, abbandono e degrado ambientale.

Tutto questo è noto da decenni, è stato più volte denunciato da urbanisti, geologi, ingegneri, agronomi, paesaggisti, senza che ci fosse una risposta minimamente adeguata da parte dei governi che hanno retto questo paese negli ultimi decenni. Ed oggi la questione dello sfasciume territoriale è ulteriormente aggravata dal mutamento climatico che produce “eventi estremi” con sempre maggiore frequenza e intensità (tema su cui siamo intervenuti più volte su questo giornale). Bombe d’acqua, neologismo coniato da pochi anni, sempre più devastanti, trombe d’aria che colpiscono ripetutamente regioni come la Sicilia dove erano una rarità, venti sempre più violenti e insostenibili, come quello che ha colpito il bellunese l’anno scorso, con una strage di alberi che non si era mai vista in Italia. E potremmo continuare, ma ci sembra di parlare a chi non vuole sentire, prendere coscienza, agire. Si continua invece a investire miliardi di euro in opere inutili come il Mose, o in studi fantascientifici come quelli che sono stati buttati su un’opera insostenibile: il Ponte sullo Stretto di Messina. Si continua a cementificare il territorio. Come è noto, ogni minuto si cementifica un terreno grande quanto quattro campi di calcio, malgrado esperti di chiara fama hanno indicato ben altri interventi di cui il nostro stivale abbisogna, cominciando dalla salvaguardia del nostro patrimonio.

Abbiamo deturpato o messo a rischio il nostro grande patrimonio agro-forestale, basti pensare al ripetersi di incendi devastanti ogni estate, all’abbandono delle terre nelle zone collinari e montane, alla dismissione dei terrazzamenti che impedivano le alluvioni. Abbiamo violentato paesaggi tra i più belli al mondo con tanta speculazione edilizia in un paese con un crescendo di appartamenti inutilizzati. Abbiamo lasciato per troppo tempo che le mafie gestissero a loro piacere il nostro grande patrimonio archeologico, per accorgerci solo in tempi recenti che persino sui famosi Bronzi di Riace c’è stato l’intervento della criminalità organizzata (vedi Dan Faton, Il cammino degli eroi, Ed. Dante Alighieri, Roma, 2018). Siamo tormentati ogni giorno da queste ridicole percentuali sulla crescita economica, con lo 0 virgola qualcosa in base al buon cuore degli esperti, mentre non abbiamo una contabilità del Patrimonio nazionale, con relativi parametri quantitativi e qualitativi. Ed invece avremmo bisogno di giudicare un governo anche e soprattutto su questa base. Su come ha operato rispetto al patrimonio fluviale, in base alla quantità e qualità delle bonifiche e messa in sicurezza dei nostri corsi d’acqua. Sul patrimonio storico-architettonico, in base a quanti edifici storici sono stati recuperati e quanti edifici pubblici messi in sicurezza, a partire dalle scuole! Sul grande patrimonio archeologico, soprattutto nella Magna Grecia, dove fino a pochi anni fa pascolavano capre e pecore, ancora oggi in gran parte sottovalutato e malgestito. Insomma, ci stiamo comportando come quella nobiltà palermitana, così ben descritta da Tomasi Lampedusa e oggi da Stefania Auci nel suo prezioso Leoni di Sicilia, che ha lasciato andare in malora prestigiosi palazzi antichi e terre fertilissime, occupandosi di gioco d’azzardo, beni di lusso e ville da mostrare, mentre la popolazione soffriva e le terre si inaridiva.

 

Il Manifesto

26.11.2019

Sardine di tutto il mondo unitevi di Piero Bevilacqua

Sardine di tutto il mondo unitevi di Piero Bevilacqua

Per la verità alcuni di noi avevano da tempo avvistato, navigando per i mari interni d’Italia, banchi di sardine vagare a fior d’onda e in ordine sparso.Ma nessuno sapeva in tutta onestà se e quando sarebbero emersi in superficie e con quale luminosità di squame si sarebbero offerte allo sguardo dei terrestri.Chi da anni infatti, frequenta scuole, Università, festival e convegni, circoli e associazioni culturali, sa molto bene che esiste una vasta Italia, senza voce e senza rappresentanza, che legge, lavora o cerca lavoro, mite, assetata di giustizia, disgustata dalla società dello spettacolo che ha inghiottito la politica, preoccupata, in varia misura, per le sorti della Terra, e potenzialmente proiettata verso un futuro di possibilità uguali per tutti. Un vasta massa di cittadini italiani– voglio dirlo ai produttori industriali di menzogne e di confusione – di sinistra, perché trova naturalmente giusto che in una società opulenta come la nostra ci sia posto e mani tese anche per gli ultimi e per gli sconfitti. Sono emersi ora questi pesci dispersi, onesti e attivi , ma scoraggiati, delusi, perché a un certo punto, per accumulazione di nefandezze a cui hanno dovuto assistere, la misura è apparsa colma. La pretesa di una destra feroce e barbarica, che ostenta come stemma di nobiltà il proprio disprezzo e odio per il diverso, di rappresentare la totalità degli italiani è diventata ormai intollerabile. Ed ecco che qualche intraprendente si è mosso e ha mostrato la via a tutti gli altri. Io credo che questa originale esperienza – ma simile, come sappiamo, a tante precedenti, trascorse rapide come comete – dovrebbe rimanere fedele a se stessa, non cercare di diventare un partito, ma restare, rafforzandosi, movimento organizzato. Un movimento che abbia una strutturazione snella, di rete, poco costosa e poco impegnativa, che vive normalmente di routine informativa, in latenza, ma che scatta in massa nelle occasioni necessarie: allorché c’è da combattere battaglie per opporsi a scelte di governi o di imprese o proporre progetti, soluzioni, rivendicazioni. Occorre essere consapevoli dei meccanismi propri dell’energia umana. Le mobilitazioni permanenti non durano.Anche le grandi rivoluzioni, che in passato hanno sconvolto la vita quoditiana per mesi e per anni di una massa innumerevole di individui, trascinati in un turbine di eventi giganteschi e indomabili, alla fine si sono spente, trovando un assetto di normalità anche per effetto di esarurimento di umana energia.L’ energia supplementare necessaria per animare quella euforica eccezione che è l’uscita degli individui dal guscio della loro vita privata e il vivere in massa per strada. Quella delle sardine potrebbe essere la prefigurazione stabilie di una nuova modalità della politica, che si aggiunge, sostituisce in parte, integra, quella dei partiti. Una apparizione miracolosa in una fase storica in cui i dirigenti dei partiti politici interpretano ed esaltano le malattie della democrazia in età neoliberistica. Diventate agenzie di marketing elettorale, i partiti non operano più per la trasformzaione della società secondo un progetto, inseguono rivendicazioni , umori, tendenze, paure, interessi, di settori elettorali da cui attendono consensi. Le Sardine potrebbero riportare nella politica la visione d’insieme,e anche la prefigurazione delle catastrofi imminenti possibili, creare l’allarme sui pericoli che i singoli dirigenti, impegnati a gestire il particulare, non riescono a vedere. Le Sardine sono nate a Bologna.Ebbene, quel che devono sapere è che l’Emilia Romagna- dove si voterà a gennaio – per in inziativa del candidato alla presidenza della Regione, Stefano Bonaccini, dopo Il Veneto e la Lombardia, è capofila della lotta per la cosiddetta autonomia differenziata. Di che cosa si tratta? Sono milioni e milioni gli italiani che non lo sanno e saranno tante anche le sardine. E’ il progetto delle regioni più ricche d’Italia di ritagliarsi un’autonomia privilegiata (differenziata significa diversa da quella di tutte le altre) in 23 materie le prime due regioni, “solo” in 15 l’Emilia. Queste regioni vorrebbero gestire autonomamente la scuola, la sanità, l’ambiente, le reti stradali e ferroviarie, i beni culturali e aristici, ecc, godendo di somme supplementari da parte dello stato centrale. Si tratta dell’antica rivendicazione secessionista di Bossi, che scava come una vecchia talpa, attraversa varie metamorfosi e si ripresenta in forme camuffute e truffaldine, per staccare il destino delle regioni ricche d’Italia dal resto del Paese e soprattutto del Sud. Quindi le scintillanti sardine devono sapere che hanno davanti a sé il più grave rischio che abbia mai corso l’Italia republicana: una frantumazione in statarelli regionali in reciproca competizione e in continua rivendicazione nei confronti del potere centrale. Al noto caos politico nazionale se ne aggiungerebbe uno istituzionale, e il dialogo con l’Europa sarebbe affidato a una moltitudine di capi e assessori regionali con gli esiti che si possono immaginare. Care sardine, se non capite subito quel che sta per accadere, rischiate fra 10 anni, di ritrovarvi in un paese senza capo né coda, per dirla in un linguaggio che voi capite bene. E dunque la prima rivendicazione, se volete usare la vostra forza in Emilia, per scongiurare la vittoria della Lega, è convincere Bonaccini, che non si può rincorrere la destra per ragioni elettorali. L’Emilia Romagna non ha bisogno di ulteriori autonomie.Una onesta politica progressista può farla ridiventare un modello di democrazia per tutta l’Italia. Il Manifesto 26.11.2019

“Gioia Tauro, la siderurgia mancata parla di Taranto e Bagnoli” di Tonino Perna e Giuliano Santoro

“Gioia Tauro, la siderurgia mancata parla di Taranto e Bagnoli” di Tonino Perna e Giuliano Santoro

C’è un pezzo di Sud che costituisce una specie di ucronia, una catena di eventi alternativa rispetto a quella di Taranto, con un Meridione che si sottrae agli altiforni. La storia di Gioia Tauro e della piana che doveva ospitare un’industria siderurgica come Taranto e Bagnoli non è priva di conflitti e contraddizioni. Quella che qui raccontiamo non è una vicenda a lieto fine, ma contiene e rimescola molti degli elementi che compongono la storia dell’Ilva prima e di Arcelor Mittal poi tra i due mari di Taranto: le politiche industriali e i fondi per lo sviluppo del Mezzogiorno, la crisi petrolifera e l’ingresso nella competizione globale del nuovo millennio, lo sviluppo insostenibile e l’arretratezza da cui emanciparsi, l’avvicendarsi tra investitori pubblici e profittatori privati di ogni risma. Tutto comincia all’indomani della rivolta di Reggio Calabria, nell’estate del 1970. Il governo di centrosinistra presieduto da Emilio Colombo vara un pacchetto di misure per il sostegno all’industria in Calabria e Sicilia: in tutto si tratta di 1300 miliardi di lire. Reggio Calabria, la città alla quale è stato sottratto il titolo di capoluogo di regione, è destinata ad essere ricompensata con la nascita di un polo industriale. Per capire la temperie, bisogna ricordare che il primo a prendere soldi pubblici è l’ingegnere Angelo Rovelli detto Nino, presidente del gruppo chimico Sir. Rovelli acquista dai giapponesi un brevetto per ricavare bio-proteine dal petrolio. Avrebbe dovuto consentire all’economia nazionale di sopperire al deficit di soia, bene che allora importavamo dagli Usa. Solo che il processo basato sulla biosintesi, è insicuro, considerato cancerogeno. Eppure, Rovelli costruisce la sua fabbrica a Saline, sulla punta ionica dello stivale. L’altissima ciminiera in mattoni giace ancora lì, mai utilizzata. Nel 1974 la Liquichimica inaugura e chiude i battenti nel giro di due mesi e i settecento lavoratori che avrebbe dovuto impiegare finiscono in cassa integrazione perpetua: una forma degenerata di reddito di cittadinanza ante litteram. Nel mezzo del sogno industriale sopraggiunge lo shock petrolifero e il prezzo del combustibile nero si moltiplica del 400%. Nel 1975 il ministro del bilancio con delega agli interventi straordinari nel Mezzogiorno è Giulio Andreotti, lo affianca come sottosegretario un certo Salvo Lima. Andreotti arriva nella piana di Gioia Tauro e sceglie la data simbolica del 25 aprile per posare la prima pietra del nuovo stabilimento siderurgico, per il quale si bandisce una prima gara d’appalto di cento miliardi di lire, cifra spropositata per l’epoca. «Comprendo la sfiducia dei calabresi perché alle prime pietre spesso non sono seguite le seconde», dice Andreotti. Nel suo discorso, il ministro non menziona affatto la criminalità organizzata e al rinfresco che segue la cerimonia vengono avvistati anche esponenti della famiglia ‘ndranghetista dei Piromalli. Quattro anni prima, nel pieno dei moti di Reggio, proprio a Gioia Tauro la dinamite aveva fatto deragliare il Treno del Sole, il direttissimo che da Palermo arrivava fino a Torino. Erano morte 6 persone ed altre 66 erano rimaste ferite. Molte inchieste hanno ipotizzato che quell’attentato fosse parte della «strategia della tensione» che intrecciava ‘ndrangheta, servizi segreti e terrorismo neofascista. A dispetto della battuta di Andreotti, la seconda pietra dell’acciaieria di Gioia Tauro non verrà mai deposta. In compenso proseguiranno i lavori per la costruzione del porto propedeutico alla grande fabbrica. Per fargli spazio si devono scavare per 12 chilometri nell’entroterra, sbancare trecento ettari di ulivi e agrumeti per costruire 140 ettari di strade. L’effetto della crisi petrolifera si ripercuote anche sull’industria dell’auto, generando la prima crisi del settore del dopoguerra, con effetto domino nella domanda di acciaio. È il periodo in cui già l’Italsider di Bagnoli opera in perdita, nonostante manchino più di venti anni alla sua chiusura. Nel 1979 Enel propone che Gioia Tauro nasca il più grande impianto a carbone d’Europa, composto da quattro centrali per una produzione complessiva di 2640 megawatt per un investimento totale di 5625 miliardi di lire. Questa volta il consenso non è unanime. Per la prima volta al Sud non si cede al ricatto, sorge un movimento che rifiuta lo sviluppo in cambio della distruzione dell’ambiente e del benessere delle popolazioni locali. Legambiente, Comitato ambiente e territorio e 30 sindaci della piana trainati da quello di Polistena, l’ex bracciante comunista Girolamo ‘Mommo’ Tripodi culmina con la convocazione in dodici comuni di un «referendum autogestito». L’Enel demorde. Rimane solo il porto che per un breve periodo diventa il più importante del Mediterraneo, poi inseguito dalla competizione degli approdi della sponda sud, comincia un lento declino. Si ritorna alle origini. Mentre Taranto passa dallo stato ai Riva e Bagnoli viene smontata pezzo a pezzo per essere venduta ai cinesi, sulla piana rimangono le arance, vendute alla grande distribuzione a 12 centesimi di euro al chilo, e i kiwi (la quotazione si aggira sui 20 centesimi), la cui coltivazione costituisce la metà del totale italiano. La ricchezza, basata sullo sfruttamento selvaggio, la violenza dei caporali e le condizioni di vita infauste delle baraccopoli, sono i migranti, soprattutto africani, che lavorano nei campi. Attorno a loro si muovono esperimenti di reti di commercio alternativo, mentre la ‘ndrangheta ha spostato il suo obiettivo dall’intermediazione tra piccoli produttori al grande business della merce globale più redditizia della storia del capitalismo: la cocaina. Il miraggio dell’acciaio di Gioia Tauro è sfociato in questo mix di locale e globale, schiavitù pre-moderna e mobilità post-moderna che il teorizzatore dell’economia-mondo Giovanni Arrighi, che in Calabria visse, studiò e insegnò proprio negli anni in cui l’industrializzazione pareva dietro l’angolo, aveva riconosciuto in diversi scritti. Un contesto dal quale nessuna forma di riconversione potrà sfuggire.

 

Il Manifesto

Ladri di memoria di Battista Sangineto

Ladri di memoria di Battista Sangineto

La Calabria non è una terra ricca di materie prime, non ha grandi pianure vocate alla coltivazione intensiva, non ha un tessuto urbano ricco e di grande rilievo storico-artistico ed architettonico, non vi ha attecchito, com’è noto, l’industria, i suoi paesaggi sono ampiamente deturpati dalla cementificazione, ma continua, nonostante tutto, a possedere una grande quantità di siti archeologici di enorme rilievo: Sibari, Locri, Crotone, Vibo Valentia, Scolacium, Medma et cetera et cetera. Se avessimo governi nazionali e locali attenti alle esigenze della regione ci si potrebbe aspettare da loro un particolare impegno nella tutela e nella conservazione del Patrimonio archeologico calabrese, ma come dimostra l’operazione “Achei” del mai troppo lodato Nucleo Tutela Patrimonio dei Carabinieri, anche i beni che la Storia ha avuto il torto di lasciarci in eredità non sono affatto al sicuro, non sono stati, quasi per nulla, tutelati. Esisteva una associazione a delinquere che, come ha detto il tenente colonnello Valerio Marra, comandante del Nucleo TPC di Roma, “violentava la ricchezza culturale e storica del territorio” in maniera sistematica e continuativa da alcuni anni.

Dalle notizie fornite dagli inquirenti, che hanno condotto una indagine molto complessa ed approfondita, emerge un quadro davvero sconfortante riguardo agli scavi archeologici clandestini e distruttivi effettuati in questi ultimi anni. Colpisce non solo la piena conoscenza, da parte dei tombaroli, dei siti archeologici più ricchi, ma anche la competenza acquisita nel riconoscimento dei reperti archeologici e della precisa padronanza topografica, la “cartolina” che ricorre nelle intercettazioni, che hanno dei giacimenti archeologici calabresi. Questi tombaroli, questi ladri di memoria, si sono portati via un altro pezzo della nostra (anche della loro) storia, questa volta per sempre, questa volta senza alcuna possibilità di potervi porre rimedio.

Se le ricerche clandestine sono sempre distruttive dei contesti storici ed archeologici, i metodi usati da questa organizzazione di tombaroli suscitano, da una parte, la consueta e profonda indignazione, ma, dall’altra, sollevano più di un dubbio. Come è stato possibile che siano stati eseguite escavazioni con mezzi meccanici su siti archeologici vincolati o, perlomeno, notissimi alle autorità preposte alla tutela ed alla salvaguardia? Come è stato possibile che si siano fatti scavi e ricerche con sofisticatissimi metal detector e, addirittura, con droni dotati di sensori a raggi infrarossi, senza che se ne accorgesse nessuno, per anni? Come è stato possibile che abbiano potuto scorrazzare anche su siti che sappiamo esser dotati di videosorveglianza a distanza?

Le risposte si possono trovare nello stato comatoso in cui versano le Soprintendenze in tutto il territorio nazionale, ma, come si evince da questa vicenda, soprattutto in Calabria. Al netto dei problemi causati dalla Riforma Franceschini che ha separato la Tutela dalla Valorizzazione con la conseguente, iniqua, spartizione di mezzi e personale, si è verificata, negli ultimi anni, una drastica diminuzione dei finanziamenti al Mibac che pone l’Italia, anche se ci si continua a vantare di possedere il maggior numero di Beni culturali del mondo, agli ultimi posti in Europa per la spesa nel settore.

In Calabria la situazione è ancora più disastrosa perché, per esempio, le due Soprintendenze, quella di Cosenza e quella di Reggio Calabria, non hanno da molto tempo un Soprintendente, ma solo funzionari delegati dal Soprintendente ad interim che è, da mesi o da anni, il Direttore generale del Ministero. I funzionari archeologi destinati alla tutela e alla salvaguardia del territorio sono, in tutta la regione, meno di dieci e molti degli Uffici territoriali, come per esempio proprio quelli di Crotone e di Cirò, sono chiusi per mancanza di personale. L’assenza di “turn over” ha più che dimezzato i custodi in servizio che, peraltro, non sono più destinati, come accadeva un tempo, anche alla guardiania dei Parchi archeologici e dei siti vincolati nel territorio, ma sono, quasi tutti, esclusivamente adibiti alla custodia nei Musei e, peraltro, senza turni notturni. I pochi siti videosorvegliati potrebbero essere tenuti direttamente sotto controllo, dunque, solo di giorno, ma solo teoricamente perché, in realtà, nessun Museo o Ufficio territoriale dispone di un custode da destinare alla telesorveglianza dei siti.

La delinquenza organizzata, soprattutto nella regione che ha l’organizzazione mafiosa più pericolosa e ramificata del mondo, ha trovato grandi e facili opportunità di arricchirsi anche con il traffico internazionale dei reperti archeologici calabresi. Non sarebbe stato e non è, forse, necessario ed urgente cercare di prevenire questi reati con una adeguata tutela del nostro immenso ed inestimabile Patrimonio della cultura? Non sarebbe giusto, per esempio, nominare, subito, i due Soprintendenti di Cosenza e di Reggio? Non sarebbe conveniente assumere, al più presto, una quantità sufficiente di funzionari archeologi che preservino i nostri territori da questi veri e propri furti della memoria di un’intera popolazione? Non sarebbe utile assumere decine di altri custodi, restauratori e assistenti tecnici per conservare, al meglio, i nostri innumerevoli siti archeologici che potrebbero restituirci, una volta indagati e tutelati, la Storia plurimillenaria della nostra Regione? Non sarebbe stato opportuno investire grandi risorse economiche e sociali nella tutela e nella valorizzazione dei Beni culturali della Calabria, invece che dissiparli in inutili, costosissime e orrende Grandi Opere, come per esempio il cosiddetto “Megalotto” della Statale 106 che passerà, per l’appunto, anche sopra il sito di Sibari? Non sarebbe stato meglio impiegare tutti quei soldi nel raddoppio del tracciato ferroviario che avrebbe comportato, al contrario di una strada a quattro corsie, un danno minimo all’antico insediamento sibarita e, nello stesso tempo, non avrebbe avuto, forse, un minor consumo di suolo ed un minore impatto ambientale complessivo? Non sarebbe stato più giusto e più urgente, invece di investire 170 milioni di euro per una inutile metro di superficie, restaurare il Centro storico di Cosenza?

Potrei continuare ancora a lungo con questo tristo elenco, ma concludo affermando che sarebbe meglio meritarsele, le eredità storiche. Perché, queste eredità, non sono acquisite una volta per sempre, bisogna saperle tutelare, curare, nutrirle e noi italiani, in particolare noi calabresi, con tutta evidenza non ne siamo degni.

Quotidiano del Sud

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

Un viaggio dal Sud al Nord Filippo Veltri

 Promuovere una vasta azione di mobilitazione popolare. “Un viaggio dal Sud al Nord” che incontri tramite un percorso itinerante, in vari centri delle regioni meridionali, le popolazioni locali. Lo stanno preparando associazioni e gruppi veri raccogliendo un’idea di Piero Bevilacqua ed il Quotidiano del Sud sara’ uno degli elementi centrali dell’operazione verita’.

Questo percorso dovrebbe partire da Roma e percorrere le varie regioni del Sud. In successione si dovrebbe organizzare una risalita verso Nord, per toccare alcuni centri settentrionali. Si potrebbe pensare di concludere il viaggio a Milano, nel cuore dell’Italia che si vorrebbe secessionista e in uno dei comuni più antichi d’Italia, con una manifestazione rappresentativa.

Le modalità degli incontri con le popolazioni prevedono la partecipazione dei rappresentanti di tutte le organizzazioni che sottoscrivono il documento. Ma naturalmente un ruolo importante dovranno avere anche i cittadini, le associazioni locali.

Gli incontri dovrebbero avere al centro il tema dell’autonomia differenziata, ma costituire anche occasione per una riflessione politica più larga. E potrebbero muoversi secondo due assi fondamentali, uno di critica e un altro di proposta e di prospettiva. Occorrerebbe innanzitutto ricordare che le stesse richieste per l’autonomia differenziata, a prescindere dai contenuti apertamente secessionisti delle due regioni promotrici, aprono un contenzioso potenzialmente senza fine sulle potestà da assegnare a ciascuna singola regione – che avanzerebbero, a gara, sempre nuove pretese – logorando lo stato centrale e indebolendo le sue capacità contrattuali con l’UE.

Occorrerà invece denunciare che la redistribuzione delle risorse pubbliche sulla base della cosiddetta “spesa storica” ha danneggiato gravemente, negli ultimi anni, sia le regioni del Sud e sia le zone più deboli del Nord. In virtù di tale criterio è avvenuto, ad esempio, che i centri dotati di zero asili nido, per ritardi o inadempienze, hanno ricevuto dallo stato, ogni anno, zero contributi. Chi ne aveva 100, ne ha incassato invece per cento. Le diseguaglianze storiche sono state cristallizzate, anziché rimosse con un intervento perequativo da parte del potere pubblico.

E’ il “mondo alla rovescia” dei neoliberisti, commenta sempre Bevilacqua. Chi è più indietro deve essere punito e chi è più avanti premiato. Un cascame della dogmatica competitiva applicata ai territori con conseguenze devastanti. Occorre invece che lo Stato redistribuisca le risorse secondo i bisogni reali delle popolazioni, e non sulla base di presunti meriti o demeriti, con criteri oggettivi e soprattutto perequativi, che sanino disuguaglianze e ingiustizie storiche e garantiscano la piena esigibilità dei diritti civili e sociali fondamentali a tutti i cittadini in ogni territorio.

Il secondo asse riguarda la necessità di rivendicare con forza, dopo anni di teorizzazione neoliberista e di restrizioni da austerità, il ruolo del potere pubblico come agente investitore. Senza un rinnovato e forte impegno finanziario dello Stato in istruzione, ricerca, sanità, pubblica amministrazione, infrastrutturazione territoriale e ambiente, gli squilibri e le disuguaglianze che lacerano il Paese, e soprattutto il Sud, non saranno superate.

‘’Dunque ci assumiamo – conclude il prof calabrese- un compito di informazione e di chiarimento presso le popolazioni e al tempo stesso tentiamo di renderle protagoniste di una azione politica, in cui tornino ad avere voce,   escano dalla rassegnazione, e possano rivendicare con più energia i propri diritti’’.

Mi pare proprio una buona idea quella di Bevilacqua.

Quotidiano del Sud

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Le tre scimmiette del separatismo nordista Massimo Villone

Il ministro Boccia ha presentato alle regioni la proposta di legge-quadro sulle autonomie differenziate, e va domani in conferenza stato-regioni. Hanno subito alzato un muro i governatori nordisti. Zaia l’ha definita irricevibile. Fontana paventa ritardi.

Lo stesso lamenta Bonaccini. Li segue da ultimo Cirio per il Piemonte. Ma non si capisce di cosa si preoccupino. L’art. 1 della proposta definisce una disciplina di cornice per le intese, nel merito e nel metodo. L’art. 2 attiene ai livelli essenziali delle prestazioni (lep). Pongono argini a egoismi territoriali e pulsioni separatiste? No.

Come ho già scritto su queste pagine, la legge-quadro, in quanto legge ordinaria, rimane pienamente modificabile da parte di una legge sopravvenuta adottata sulla base di intesa con una regione ex art. 116, co. 3, della Costituzione. Anche configurando la legge-quadro come generale, rimane in principio modificabile da una legge speciale successiva recante intesa con una regione ex art. 116. Quindi, la legge-quadro non è idonea a vincolare successivamente alcunché, nel metodo o nel merito. Per contro, se la legge-quadro sopravvenisse rispetto a una legge precedente recante l’intesa ex art. 116, questa come legge cd rinforzata resisterebbe alla modifica. Sarebbe per essa anche inammissibile un quesito referendario abrogativo, cui rimane invece esposta la legge-quadro.

Se poi si volesse argomentare che la legge-quadro vincola non leggi successive ma l’intesa (art. 1) e quindi il governo nella trattativa con le regioni, si potrebbe rispondere che comunque non pone argini insuperabili. Ad esempio, l’art. 1, co. 1, lett. c), dispone che i futuri riparti delle risorse per le infrastrutture debbano tener conto della necessità di assicurare i lep su tutto il territorio nazionale. Giustissimo. Ma la parola chiave è «futuri». Come, quando, quanto? Non c’è fretta, visto che per la lett. e) se dopo 12 mesi mancano ancora i lep – che si fanno dopo la legge di approvazione dell’intesa – si passa alla spesa storica. Come appunto vogliono gli aspiranti secessionisti. Infine, nulla si dice su eventuali limiti insuperabili alle intese. Dopo la legge-quadro, si potrebbe ancora regionalizzare la scuola, le strade, le autostrade, i porti, gli aeroporti, le ferrovie, il demanio statale, i beni culturali, la tutela ambientale, la cassa integrazione? La risposta è: certamente sì. Ecco l’Italia degli staterelli.

Quanto al metodo, sul ruolo del parlamento l’art. 1, co. 2 dispone che l’accordo sottoscritto venga sottoposto al parere, non vincolante, delle commissioni parlamentari. Successivamente, il governo presenta in parlamento il ddl che approva l’intesa. Ma oltre ad alzare le mani per un sì o un no, i rappresentanti della nazione potranno modificare nel merito questa o quella disposizione dell’intesa? In breve, si rispetta l’art. 72 Cost., o no? Nulla si dice al riguardo.

L’art. 2 affida i lep a un commissario. L’esito ultimo è scippare al parlamento la definizione dei livelli essenziali e le conseguenti decisioni. Inoltre, come ho già scritto, i lep non garantiscono l’eguaglianza. Al più, pongono un limite all’eccesso di diseguaglianze. Né chiudono il varco all’Italia degli staterelli. Che servano a poco ce lo dice candidamente Cirio (Sole 24 ore, 13 novembre). Lamenta che i lep ritarderanno il processo autonomistico. Al tempo stesso, ci dice che ci sono già per la sanità. Che appunto è il settore in cui sono cresciute le diseguaglianze, fino a differenziare gli italiani per territorio persino nella aspettativa di vita. Per molti, è già morto anche il servizio sanitario nazionale.

Basta con le finzioni e i luoghi comuni. Mercoledì 13, nella trasmissione Rai del mattino, abbiamo sentito Bonaccini ripetere ancora una volta che non chiede un euro in più. Da tempo è ampiamente dimostrata la sperequata distribuzione delle risorse pubbliche a danno del Sud, che sarebbe confermata dalla spesa storica. Abbiamo sentito di residui fiscali, laddove sarebbe serio accettare che è un concetto inusabile nel contesto delle autonomie, come ha detto la stessa Corte costituzionale. Abbiamo sentito rivolgere per l’ennesima volta ai critici l’accusa di non aver letto le carte.
No davvero, le abbiamo lette, anzi studiate a fondo. Abbiamo avanzato censure documentate rimaste sempre senza una seria risposta. I fan del separatismo nordista sono un remake aggiornato delle tre scimmiette. Non vedono, non sentono, ma parlano laddove farebbero meglio a tacere.

 

IL MANIFESTO

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Progressisti senza leader spiazzati contro i populisti Michele Salvati

Lo schieramento non può promettere obiettivi popolari ma poco credibili come fanno gli avversari o che richiedono tempi lunghi

Con il beneplacito finale di Berlusconi la destra italiana ha un leader: Matteo Salvini. La sinistra non ce l’ha. Avere un leader, incontrastato e popolare, è un grande vantaggio negli scontri elettorali del giorno d’oggi. Il giudizio sulla capacità di governo di una forza politica dovrebbe essere la base di un consenso elettorale informato e ragionevole. Non lo è quando il successo è solo il frutto del disagio sociale, della rabbia dei cittadini e della capacità di aizzarla e quando dei veri problemi che il governo dovrà affrontare non c’è traccia nel messaggio che i partiti rivolgono agli elettori. Insomma, quando tra le ragioni del successo elettorale e la capacità di governo si è creata la divaricazione che prevale in questa fase populistica.

Questo è il mondo di oggi e in esso la sinistra italiana parte svantaggiata. Non solo perché non ha un leader che la rappresenti e troppi aspiranti a questo ruolo. Non solo perché è al governo e i contrasti interni suscitati dalle misure che si propone di adottare sono sotto gli occhi di tutti. (Un inciso: si è detto che una delle ragioni di Salvini per rompere l’alleanza con i 5 Stelle era proprio quella di evitare i conflitti che si sarebbero manifestati se avessero dovuto scrivere insieme una legge di bilancio. Ora il leader della Lega ha buon gioco a mostrare che conflitti analoghi si manifestano in campo avverso: il mestiere dell’opposizione è facile di fronte a scontri tra partiti che pure avrebbero un interesse vitale a restare uniti). Ma una sinistra di governo parte con serio handicap soprattutto perché si trova spiazzata dalla fase populistica che stiamo attraversando. E questo per due motivi.

Il primo l’accomuna a un centrodestra moderato: anche se è attenta alle proteste dei cittadini e cerca seriamente di eliminarne le cause, una sinistra di governo non può promettere soluzioni altrettanto miracolose di quelle di un partito populista. Le regole dello Stato di diritto, i vincoli internazionali ed europei, le condizioni di inefficienza dell’economia e delle istituzioni italiane inevitabilmente la conducono a descrivere con maggior sobrietà le alternative che il governo ha di fronte. Gli obiettivi che potrebbe proporre sarebbero a lunga scadenza, perché comportano conflitti con interessi economici e forze sociali che non potrebbero (né dovrebbero) essere risolti invocando «pieni poteri», in modo autoritario. Se l’Italia cresce così poco, se genera tanta sofferenza e disagi, ciò avviene perché è afflitta da situazioni di inefficienza così diffuse e incancrenite da richiedere tempo e pazienza per essere smantellate. Ma cittadini arrabbiati di pazienza ne hanno poca, e un partito che proponesse loro anche il migliore e più equo programma di riforme effettivamente attuabili non avrebbe grandi speranze di successo in questo clima politico.

Il secondo motivo di spiazzamento colpisce in particolare la sinistra. La sua egemonia culturale e politica, ancora forte nelle favorevoli condizioni del dopoguerra e fino agli anni 80 del secolo scorso, si è molto indebolita. Obiettivi immensamente popolari come quelli della piena occupazione e dello stato di benessere, una crescita economica così intensa da consentire sia un grande sviluppo di consumi privati, sia uno analogo di consumi pubblici, sono meno credibili con la globalizzazione dell’economia e la rivoluzione tecnologica che si sono affermate dopo di allora. E per i Paesi più avanzati non è stato sinora possibile trovarne altri, ma altrettanto popolari: crescita modesta (anche se non così bassa come in Italia), disoccupazione, lavoro precario, mobilità sociale ridotta, aumento delle diseguaglianze hanno provocato la domanda di protezione e chiusura nazionalistica cavalcata dalle destre, minato l’influenza della sinistra e prodotto durevoli differenze strategiche al suo interno. Anche se l’obiettivo finale è il ritorno alle condizioni che prevalevano ai tempi dell’egemonia socialdemocratica — quelle che riuscivano a conciliare uno Stato di diritto, un’economia capitalistica e condizioni di vita accettabili per la grande maggioranza dei cittadini — i modi per raggiungere quell’obiettivo difficile e lontano inevitabilmente si divaricano. Ambizioni personali ed eredità culturali proprie a ciascun Paese non fanno poi che alimentare ulteriori ragioni di divergenza,

Se infine si aggiunge, per il caso italiano, la necessità di allearsi con un partito populista che non ha (ancora?) ridefinito la propria identità, lo sforzo di Conte, Zingaretti e Gualtieri di produrre una legge di bilancio accettabile dalle forze che sostengono il governo credo debba essere valutato con una certa indulgenza. Certamente è una legge che àncora l’Italia all’Europa; certamente è meno dannosa della precedente, quella che ha lasciato in eredità misure costose, inefficaci o inique come quota cento e reddito di cittadinanza; e poi non è così brutta come l’opposizione la dipinge (per una difesa ragionevole, date le circostanze, si veda Marco Leonardi, www.libertaeguale.it, 4/11/2019). Altrettanto certamente, però, non è una legge di svolta, che inizi ad affrontare i veri problemi che affliggono l’Italia e ne causano il declino. Ma questi richiederebbero un partito o una coalizione non populisti, un programma ben meditato e condiviso, un leader forte a capo di uno schieramento largamente maggioritario nel Paese: tre condizioni che purtroppo non sono presenti, insieme, né a destra né a sinistra.

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

Che fare della (non più ex) Ilva Guido Viale

 La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e «sviluppo». È l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale.

Pretendere che un gruppo industriale «si prenda cura» di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per «toglierlo di mezzo» e acquisirne il mercato non è buona politica.

QUEL GRUPPO TROVERÀ nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. È peggio che lasciare tutto in mano ai Riva. Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?
Tenerne in vita solo una parte e cercare nel risanamento del sito una soluzione per le maestranze «superflue»? Si perderebbe l’unico vantaggio competitivo, il gigantismo. Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non la «panacea» del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; presto in crisi quando aereo e navi da crociera verranno contingentati come maggiori emettitori di CO2.

E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. Soprattutto su soluzioni di scarse prospettive. A incentivi che ne smuovano gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, nazionalizzando (tutto o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di «fiduciari» che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone.

CHI È IN GRADO DI ASSUMERSI un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata scuola e vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria «cultura aziendale». Oggi a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.

MA L’ITALIA, SI DICE, non può fare a meno del «suo» acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non potrà durare a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che PSA ridimensionerà, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica prospera – va messa in crisi lottando per la pace.

ALLA DISCUSSIONE SUL FUTURO dell’Ilva e di Taranto mancano due cose: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del «prendersi cura» delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza.

L’altra è una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana. La gestione attuale è incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi.

QUELLE COMPETENZE ci sono, ma sono disperse e senza voce; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente.

È quello che si poteva e doveva fare sei anni fa, quando i «cittadini e lavoratori liberi e pensanti» avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze, che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.

Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che perderanno il loro posto potrebbero rivelarsi i migliori fautori della transizione.

IL MANIFESTO

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Gli interessi mercantili dietro l’emergenza Guido Moltedo

Una domenica di luglio, una serata tempestosa, una grande nave da crociera sbanda paurosamente ed è spinta dalle raffiche di vento verso la riva dei Sette Martiri, che solo per un pelo riesce a evitare. Accade non lontano da San Marco.

Le immagini fanno il giro del mondo. Un mese prima, un’altra domenica, un’altra grande nave da crociera vagava senza controllo nel canale della Giudecca, per finire la sua pazza navigazione schiantandosi su un natante per crociere fluviali. Anche allora tutto il mondo s’indigna. S’allarma. Ci si accorge della vulnerabilità della città più bella del mondo.

Che succede? Le navi da crociera proseguono indisturbate lungo i loro tragitti in pieno centro storico, con relative evoluzioni a pochi metri da piazza San Marco, muovendo immense masse d’acqua, inquinando l’aria, offendendo la vista e sfiorando i monumenti. E scaricando tutt’insieme tre-quattromila turisti che diventano ventimila quando arrivano in porto nello stesso giorno sei grandi navi. Nel frattempo si studiano soluzioni alternative. Quali? Dirottare il traffico crocieristico verso Marghera. Così i mostri non si vedono più. Il problema è risolto nascondendolo.

 

Il Manifesto

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto Gian Antonio Stella

«Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere l’acqua alta di ieri sera a Venezia pareva davvero di rileggere i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.

Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22:50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 KM orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23:30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno dell’«aqua granda» disastrosa del 1966.

Anche i più previdenti, come Giampietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’Aqua Alta a Venezia», un libro che traboccava di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza delle acque. Al portone di casa aveva montato una robusta paratia che arriva a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

Le foto pubblicate da Corriere.it dicono tuttoGondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. Vaporetti sollevati da una forza possente e abbandonati di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come gli Gritti completamente allagati coi divani e i tavolini del settecento galleggianti tra le stanze mentre il ritratto di un doge guarda severo appeso alla parete. Decine di vetrine sfondate. Negozi di moda e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con le borse che affogano in un’acqua sporca. Piazza San Marco totalmente sotto, con rari turisti che si muovono prudentemente con gli stivaloni sono così scossi da essere indecisi se fare o non fare la foto ricordo, un po’ offensiva per quelli che stanno cercando di contenere i danni. Negozianti con le mani nei capelli.

Solo la piena del ‘66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene».

Ci pensarono per vent’anni: vent’anni. Il quadruplo del tempo impiegato anni dopo dai cinesi per costruire il Ponte della Baia di Hangzhou. Poi decisero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno».

Due anni dopo, a cavallo fra ottobre e novembre del 1988, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie che sarebbero state immerse nel mare alle bocche di porto per sollevarsi ogni volta che fosse stato necessario nei casi di acqua alta. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: era «il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Ma i tempi? De Michelis era ottimista: l’obiettivo «resta quella del 1995». Certo, precisava con qualche cautela: «Potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Da allora, mentre il Mosé perdeva l’accento afflosciandosi nel Mose, sono trascorsi trentuno anni. Quasi quanti quelli passati dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. Dice il Deuteronomio: «La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento…».

E qual è la situazione? Prendiamo dall’Ansa l’ultima promessa, «elargita» il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. La produzione complessiva svolta nel 2018 dal Consorzio ammonta a 74 milioni di euro. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

Rileggiamo: «fase sperimentale». Quarantadue anni di sperimentazioni. Di polemiche. Di sprechi. Di mazzette. Di inchieste giudiziarie. Di rinvii. Di manette. Di dimissioni. Di commissari. Di buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: pari allo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il Deus ex machina del consorzio che se l’era filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

Otto miliardi di euro, contando anche i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: «Il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. E come siamo messi? Notizia Ansa prima del disastro di questa notte, datata 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose di Venezia, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. Dopo l’allungamento dei tempi per la costruzione, lo scandalo legato alle tangenti, ora un nuovo stop alla fase di test delle paratoie (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco. La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema». E intanto Venezia è andato di nuovo sotto. Col terrore che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»…

 

Il MANIFESTO

Il falso mito del tocco magico del sistema elettorale maggioritario di Enzo Paolini

Il falso mito del tocco magico del sistema elettorale maggioritario di Enzo Paolini

I fondatori del Pd sostengono il sistema maggioritario perché «le elezioni non sono fatte per fare la fotografia del Paese ma per assicurare la governabilità» (Prodi) e perché il proporzionale assicurerebbe la «pretesa di contare, a formazioni sotto il 4%» (Veltroni ).

Dispiace dover constatare che due aspiranti Presidenti della Repubblica, invece di stagliarsi rispetto al dibattito di piccolo cabotaggio teso ad assicurare una stabile occupazione delle istituzioni da parte di un ceto politico autoreferenziale, ne assecondino l’ingordigia senza accorgersi (se in buona fede) del vulnus al principio costituzionale di rappresentanza, oltre che al senso delle istituzioni, ed al buon senso politico.-

E’ dura contraddire chi ha fatto due volte il presidente del Consiglio, ma le elezioni sono fatte proprio per rappresentare la fotografia del Paese. In nessuna parte della Costituzione è scritto che esse debbano garantire la “governabilità” o che la sera dello scrutinio si debba sapere chi ha vinto e chi ha perso. Questo succede allaDomenica sportiva.

La governabilità non è la causa delle elezioni, ma il necessario, auspicato effetto, determinabile dalla convergenza delle forze politiche rappresentate in Parlamento sui programmi proposti agli elettori e sulle mediazioni imposte dalle alleanze atte a costituire le maggioranze utili per governare. Questa è la governabilità.

E infatti, la sera del 4 marzo 2018 tutti sapevamo chi aveva vinto, cioè il M5S, ma nessuno si è scandalizzato se l’incontro politico per la governabilità sia avvenuto dopo oltre un mese e sulla base di un compromesso addirittura definito “contratto” tra chi aveva “vinto” (appunto i 5 Stelle) ed un aspro avversario arrivato terzo (la Lega). Né ci si è posto il problema se dopo un anno e mezzo il governo (ed il contratto o la governabilità) sia saltato e sia stato ricostituito sulla base di un altro compromesso tra i due ex nemici 5 Stelle e Pd.

Dunque il maggioritario (cioè con un sistema che assegna alla formazione che non ha raggiunto la maggioranza ma è prima in classifica, un premio in seggi che, in barba alla volontà popolare, la fa diventare ancor più maggioranza), non è assicurata ipso facto la stabilità, a meno di un risultato elettorale con una maggioranza assoluta (…i “pieni poteri”).

La differenza tra i due sistemi (oggi con le nomine dei capipartito, ieri con il proporzionale e le preferenze degli elettori) è una sola: la qualità della classe dirigente. La storia di questo ultimo anno e mezzo e dell’annesso cambio al governo (ma possiamo dire la storia del Paese da quando c’è il maggioritario per nomina, sia esso Porcellum, Italicum o Rosatellum con i suoi ribaltoni, cambi di casacche, compravendita di parlamentari) lo dimostra.

La spiegazione è semplice: il sistema pensato dai costituenti, cioè il proporzionale puro con le preferenze, non fu scelto solo per impedire nuove temute derive autoritarie. La paura o meglio il rifiuto della tirannide era il presupposto. Ma il sistema recava in sé un fine tessuto di ingegneria costituzionale.-

Fotografava il sentire del popolo italiano, fino a quello dell’ultimo cittadino, con un voto “diretto, libero ed uguale” per cui la sera dello scrutinio si sapeva chi eravamo, cosa pensavamo, quali erano gli orientamenti condivisi ed in quale misura, appunto proporzionale, si traducevano in seggi parlamentari.

Così che i rappresentanti istituzionali sin da subito potevano/dovevano avviare i confronti per giungere alle alleanze, alle maggioranze necessarie. Un lavoro duro e affascinante che si chiama politica. Il quadro poteva mutare sulla base di questioni politiche non di migrazioni di senatori e deputati fondate su posizionamenti e convenienze personali. Essendo i parlamentari eletti con le preferenze, rispondevano del loro comportamento agli elettori che tali preferenze avevano espresso e non , come oggi avviene al capo del partito che li nomina o che gli promette la rinomina (l’esodo renziano di questi ultimi giorni è, in questo senso, significativo per tutti quelli che non vogliono bere la bubbola del “lo facciamo per i giovani”).

In questo sciagurato mo(n)do il Parlamento viene nominato dai cosiddetti leader, non viene assicurata alcuna governabilità politica, (ma solo quella delle convenienze del momento) le maggioranze sono drogate dai premi, la vera volontà popolare non conta niente, e le elezioni sono solo esercizi di posizionamento personale. Ciò è peraltro affermato dalle ripetute sentenze della Corte Costituzionale sui Parlamenti che ormai da un decennio sono eletti sulla base di leggi dichiarate incostituzionali. Verrebbe quasi voglia di ricordare all’on. Veltroni che i partitini del 4% hanno espresso gente come La Malfa, Pannella, Saragat, Vecchietti, Malagodi, Bozzi, Foa, Valiani e tanti altri che nelle istituzioni hanno dato senso ai voti ricevuti.

IL MANIFESTO

8.10.2019

Il destino del movimento e del pianeta di Piero Bevilacqua

Il destino del movimento e del pianeta di Piero Bevilacqua

 Abbiamo troppa esperienza politica per sapere che il movimento mondiale avviato da Greta Thumberg, prima o poi, si spegnerà. Tutti i movimenti – che rappresentano l’”eccezione” di fronte alla normalità della vita quotidiana – a un certo punto esauriscono la loro carica vitale ed escono di scena. Ma non passano mai invano. A seconda della loro durata e incisività lasciano in eredità istituzioni o quanto meno mutamenti culturali più o meno di grande rilievo. In Italia, ad esempio, il movimento partigiano ha lasciato in eredità la Repubblica e la Costituzione, il ’68-69 ha prodotto la demolizione di vecchi rapporti autoritari, l’affermarsi di una nuova soggettività e altro ancora. Il movimento globale degli adolescenti – forse geograficamente il più vasto che si sia visto sinora – sta già avviando una trasformazione culturale che durerà oltre il suo passaggio.Qui ha ragione Guido Viale.L’aver mostrato al mondo, con tanta forza, la minaccia mortale che incombe sulla nostra vita comune, ha un effetto dirompente sul pensiero unico capitalistico: mostra che la cultura dominante, quella che si fonda sulla retorica del nuovo continuo, del futuro che inizia ogni giorno, non è che un vecchio e cadente edificio. E non c’è accusa più devastante per i ceti dominanti e dirigenti che mostrare la loro “vecchiezza” rispetto alla realtà effettuale. Imprenditori,manager, capi di governo, uomini politici, i cantori delle magnifiche sorti, il cui unico repertorio argomentativo è fatto delle parole crescita, sviluppo, grandi opere, Pil, oggi spruzzate con un po’ di green orecchiato dai movimenti, vengono ammutoliti. D’ora in poi sentiranno il vuoto e l’inconsistemza delle parole   con cui hanno sinora giustificato il loro dominio.

Ma deve apparire chiaro che questo non basta. Il movimento dovrebbe darsi una struttura organizzativa in rete, pronta a scattare ad ogni campagna di massa, avviare inziative di breve periodo che diano obiettivi concreti ai militanti, e infine avere una visione politica di prospettiva, capace di prevedere scenari realistici di dominio e di conflitto futuri.

Un obiettivo mobilitante nell’immediato è inserirsi in una iniziativa già avviata in vari paesi:E’ quella di piantare alberi ovunque sia possibile. In Italia, ad es., un movimento di piantumazione di alberi, orti, siepi ecc. per produrre ossigeneo e trattenere carbonio, potrebbe coincidere con una vasta opposizione popolare al processo di consumo di suolo. I ragazzi devono saper dire che ogni nuovo edificio che sottrae verde, danneggia il clima e quindi costituisce un danno a tutta la collettività. Così che il movimento possa imporre ai sindaci delle città un nuovo governo ambientale dei nostri centri urbani.

Ma il movimento deve compiere un duplice salto di consapevolezza: comprendere il meccanismo che regola il capitalismo mondiale oggi e avere una prospettiva realista del futuro nel medio periodo. Occorre avere chiaro che la distruzione crescente e dissennata delle risorse e dunque il riscaldameno globale, sono il frutto di una macchina mondiale semovente che non riesce a fermarsi.Questa macchina è costituita dalla divisione del pianeta in singoli stati in competizione tra loro e che dunque devono continuamente crescere.Una vecchia eredità storica, gli stati-nazione, pesano sul nostro presente e minacciano il futuro. Se noi osserviamo il pianeta da un satellite, non scorgiamo confini, divisioni, configurazioni statuali, ma un corpo cosmico unitario. Se la Terra venisse considerata così, vista l’enorme ricchezza materiale di cui dispone la maggioranza degli stati, non sarebbe più necessario che ciascuno competesse con l’altro, come avviene oggi, per produrre di più, conquistare nuovi mercati, saccheggiare le risorse, condurre guerre distruttive, ecc. Un accordo mondiale tra gli stati potrebbe abolire la corsa alla crescita – che è la ragione segreta grazie a cui ogni ceto dirigente nazionale impone ai propri cittadini le “necessità” dello sviluppo capitalistico – e dar vita a un accordo mondiale in cui la salvezza della Terra dovrebbe costiruire il principio ispiratore fondativo.

Si tratta di un obiettivo gigantesco. Ma è l’unica prospettiva di salvezza e spiegherò a breve perché.

Noi siamo di fronte a politiche di potenza da parte dei vari stati che sarà difficile smontare. Questa poltica significa oltre mille miliardi di dollari all’anno in armamenti, cioè in mezzi di distruzione di uomini e territori e di deterioramento del clima. Immense risorse che potrebbero essere utilizzate per scopi opposti. Assistiamo al paradosso di un ‘Europa allineata la Patto atlantico, un’organzzazione che produce e distribuisce armamenti, genera e alimenta conflitti, ed è piegata agli interessi degli USA.Un paese che con il 5% della popolazione consuma oltre il 30% delle risorse mondiali e contribuisce più o meno nella stessa proporzione al riscaldamento globale. Un paese governato da un presidente che nega il riscaldamento climatico in atto e continua nella sua politica dissennata, appoggiando il saccheggio dell’Amazzonia perseguita dal presidente del Brasile.

Occorre perciò azzardare qualche linea di prospettiva. Il mondo non finirà né domani né dopodomani.L’Apocalisse ambientale non ci sarà. Quel che è tuttavia realistico immaginare è una crescente e alla fine drammatica riduzione delle risorse disponibili: terre fertili, acqua, materie prime, territori abitabili, ecc. Se questo è la scenario fisico più probabile del nostro prossimo futuro è evidente che, restando in piedi l’attuale architettura di divisione competitiva del mondo in stati, l’esito inevitabile sarà la guerra. La terza, ultima, definitiva guerra mondiale. << E’ probabile – ha scritto con amarezza George Steiner – che tutto finisca in un massacro.>> Contro questa prospettiva l’obiettivo necessario che il movimento dei giovani deve perseguire è la sostituizione a livello mondiale di una intera generazione di dirigenti. In Europa già nei prossimi anni essi potrebbero mandare a casa governanti e politici sopravvissuti a un’epoca ormai tramontata, e avviare lo smontaggio della Nato. Il centro politico-militare che contribuisce più di altri poteri all’attuale divisione del mondo.

 

Il Manifesto

6.10.2019

In allegato al Def, la nota che spinge sull’autonomia di Massimo Villone

In allegato al Def, la nota che spinge sull’autonomia di Massimo Villone

Il governatore Cirio a Torino nel convegno celebrativo della Corte dei conti ha rilanciato sull’autonomia differenziata. Forse per la presenza di Mattarella ha aggiunto una mozione degli affetti richiamando la bandiera italiana (Stampa Torino, 02.10). Ma le carte cantano. E le pretese del Piemonte per quel che si sa sono ricopiate da quelle del Veneto, mentre è firmato l’asse con la Liguria (Repubblica Genova, 24.09). Il separatismo nordista attacca. Il 15 ottobre si terrà in una scuola di Padova un incontro sull’autonomia differenziata, organizzato dall’ufficio scolastico regionale, ambito territoriale di Padova e Rovigo. Sarà relatore Bertolissi, ordinario di costituzionale a Padova, e membro della delegazione trattante con il ministero. Lo stesso Bertolissi sul Corriere della sera del 23 settembre ci informa che al Nord tira una brutta aria. È autore di un libro sull’autonomia di cui la giunta veneta ha deliberato di acquistare mille copie, al prezzo scontato di 6 euro ciascuna. Nelle parole di Zaia «… fornisce un prestigioso contributo scientifico alla tematica dell’autonomia differenziata … l’Amministrazione Regionale intende acquistarne un congruo numero di esemplari per la loro diffusione …» (Gr Veneto, 30.07.2019, in Bur n. 27.08.2019, n. 97). Una campagna pubblicitaria. Sulla iniziativa del 15 ottobre bene hanno fatto le segreterie regionali scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda a sottolineare che la discussione andrebbe «allargata anche ad altre presenze di pensiero divergente. In caso contrario sarebbe utile annullare l’iniziativa». Ci chiediamo cosa pensi il ministro Fioramonti – quello che l’autonomia nella scuola non si fa – della sua organizzazione periferica. Un anticipo di co-dipendenza funzionale? Sulla scuola gli aspiranti secessionisti mantengono alta la pressione. Le ragioni sono ovvie. Anzitutto, è l’occasione di mettere le mani su una massa di manovra elettoralmente preziosa di decine di migliaia di docenti e personale scolastico. Inoltre, alla bassa cucina si affianca una motivazione strategica: avere gli strumenti per costruire una cultura separatista che nobiliti lo strappo. Un obiettivo che in specie Zaia da tempo persegue. Ricordiamo il protocollo d’intesa trionfalmente firmato con l’allora ministro Bussetti (leghista) per l’insegnamento della storia e della cultura veneta nelle scuole (Il Gazzettino.it, 16.10.2018). Si onora l’accordo con i sindacati scuola siglato il 24 aprile dal precedente governo? Non fa argine – e speriamo sia solo apparenza – la posizione di Boccia. Le sue aperture sulla scuola sono in diretto contrasto con Fioramonti. Anche Provenzano è su una linea diversa. Dunque, sull’autonomia un indirizzo di governo non c’è. Non si capisce quale sia l’orientamento della maggioranza. Una posizione condivisa sarebbe quanto mai opportuna, prima di parlare. Perché intanto Boccia non rende pubblici i 36 rilievi che – leggiamo – ha presentato ai governatori? O riprende la trattativa segreta in stile Stefani? Si aggiunge ora la nota di aggiornamento del Def a firma Conte e Gualtieri. Tra i ddl che il governo dichiara collegati alla decisione di bilancio uno reca «interventi per favorire l’autonomia differenziata ai sensi dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione attraverso l’eliminazione delle diseguaglianze economiche e sociali nonché l’implementazione delle forme di raccordo tra Amministrazioni centrali e regioni, anche al fine della riduzione del contenzioso costituzionale». L’ambiguità continua. Favorire? E come? Il richiamo alle diseguaglianze sembra legarsi ai livelli essenziali delle prestazioni. Si intende che debbano essere stabiliti in via prioritaria, al fine appunto di «favorire»? E che sono le «forme di raccordo»? Strumenti di concertazione permanente da sostituire in tutto o in parte alle intese? O invece da affiancare ad esse per contenere i danni? Ridurre il contenzioso, come? Fontana e Zaia potrebbero dire che è appunto quel che vogliono, ritagliando competenze e funzioni. Sull’autonomia differenziata il governo rischia la babele. Qui le differenze sono anzitutto a Palazzo Chigi, mentre il fronte separatista è compatto. Ma la pubblicità ingannevole lasciamola a Fontana e Zaia. Perché stiano sereni non diciamo che gli antichi giuristi di Roma avevano in tempi assai risalenti già inventato la categoria giusta per loro: il dolus malus. Manifesto 3 ottobre 2019

Agire prima che si sciolgano i ghiacciai di Piero Bevilacqua

Agire prima che si sciolgano i ghiacciai di Piero Bevilacqua

Le immagini più drammaticamente evidenti con cui ormai quasi ogni giorno i media ci mostrano le conseguenze del riscaldamento globale, sono quelle dei ghiacciai: clamorosamente assottigliati o addirittura scomparsi, ridotti a sterili petraie. Poco o nulla tuttavia si dice sulle conseguenze prossime venture di questo fenomeno, che oggi appare molto più accelerato di quanto fosse stato previsto dai climatologi. Vorrei perciò almeno accennare alle possibili conseguenze prossime che la sparizione dei grandi ghiacciai alpini provocherà, in tempi ancora imprevedibili, in alcuni territori della Penisola. La loro estinzione più o meno totale avrà affetti giganteschi sulla Pianura padana. Nel XIX secolo Carlo Cattaneo aveva descritto in maniera mirabile le caratteristiche fisiche di quell’immenso catino ai piedi delle Alpi in cui precipita il più complesso sistema idrografico d’Europa e uno dei più ricchi e intricati del mondo. I ghiacciai alpini, che hanno dato vita e ancora alimentano fiumi, canali, rogge, risorgive, ecc hanno costituito la risorsa idrica su cui è nata, soprattutto in Lombardia e nella Bassa padana, l’agricoltura irrigua. Per almeno un secolo la più prospera economia agricola del mondo. Grazie alla ricchezza delle acque, non solo sono state rese possibili colture tropicali: il riso arriva in Lombardia nel ‘400 e ancora ci rende primi produttori di questo cereale in Europa. Ma le acque hanno permesso navigazione interna, trasporti, energia motrice, con un abbondanza che non si ritrova in nessun altra geografia d’Italia. Gran parte del dinamismo economico e della ricchezza di tanta parte dell’Italia settentrionale si deve all’abbondanza delle acque, dunque ai ghiacciai alpini, che la versano in pianura con corsi perenni e soprattutto d’estate, quando è più necessaria. La più grande e ricca città di quest’area, Milano, non sarebbe stata possibile senza questi vantaggi idrici. Scriveva nel 1288 Bonvesin De La Riva nel suo De Magnalibus Mediolani: «Non si ha notizia di alcuna altra città al mondo che sia altrettanto ricca di sorgenti di così elevata qualità» (1288) Ebbene la sparizione dei ghiacciai prefigura la scomparsa di questi immensi vantaggi naturali di cui questa parte d’Italia ha goduto per millenni. Naturalmente non è saggio avventurarsi in previsioni più o meno catastrofiche. Quel che invece si può utilmente fare, di fronte a un orizzonte così minaccioso e imprevedibile, è cominciare a pensare strategicamente a una eventualità che ormai possiamo considerare inevitabile, anche se con tempistiche e caratteristiche difficili da calcolare. E dunque si può cominciare a pensare a un’agricoltura necessitata a produrre con sempre meno acqua. Ecco allora emergere alcuni interrogativi su cui imprenditori e poteri pubblici devono cominciare a interrogarsi. Difficilmente credo le colture del riso resisteranno allo stravolgimento idrografico e climatico in corso. E sarà ancora possibile, ed economicamente conveniente, coltivare in Pianura padana colture idrofile come il mais? Quel mais che la senatrice Cattaneo vorrebbe addirittura Ogm? Come fanno in genere gli scienziati riduzionisti, che esaltano il successo strumentale del singolo manufatto tecnico-scientifico – in questo caso il mais modificato – separandolo dal contesto generale della natura vivente, che comprende anche la variazione del clima e del regime idrico. In un contesto di siccità, in assenza di grandi apporti d’acqua, quella cultura sarà fallimentare e, Ogm o meno, porterà gli agricoltori alla rovina. Occorre dunque incominciare a pensare a colture alternative, a piante capaci di adattarsi a un nuovo contesto climatico. L’espansione delle colture tropicali in Sicilia e in Sardegna, che dalla scoperta dell’America in poi non erano mai attecchite nelle nostre campagne, è un segnale importante di questa inversione. È questo un semplice esempio del modo di pensare prospettico con cui occorrerà accompagnare la protesta contro gli stati inquinanti e l’obiettivo di una riconversione ecologica generale. Il Manifesto 29.9.2019