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L’Italia e la Calabria nel grande caos mondiale.-di Tonino Perna

L’Italia e la Calabria nel grande caos mondiale.-di Tonino Perna

La trumpolitics ha creato in un solo anno un tale caos geopolitico, un cambiamento radicale che normalmente la Storia impiega decenni per realizzare. Sicuramente Dollar Trump sta facendo molto male alla sua America che voleva riportare alla grandezza del passato ed invece la sta portando verso il baratro. Purtroppo, la sua politica ha effetti di medio-lungo periodo che non vanno sottovalutati, anzi vanno presi seriamente in considerazione.

Non è difficile prevedere che Trump perderà la poltrona di presidente, ma la sua politica fa parte di una visione del mondo condivisa, a vario titolo, da molti Paesi. Il primo punto di convergenza tra le grandi potenze, al di là delle ideologie politiche, è diventato il contrasto/cancellazione del diritto internazionale: ognuno nella sua sfera di influenza può fare quello che vuole.

Il secondo asse comune sta diventando la critica al green deal e il rilancio dell’energia da fonti fossili e da un ipotetico ritorno al nucleare. Risultato prevedibile nel medio-lungo periodo: accelerazione dell’immissione della CO2 e intensificazione degli eventi climatici estremi.

Infine, la corsa agli armamenti coinvolge un numero crescente di Paesi, dai più ricchi ai più poveri, concorrendo a moltiplicare i conflitti di quella che papa Francesco ha definito “la terza guerra mondiale a pezzi”.
In questo nuovo scenario globale è importante avere una visione di lungo periodo che vada oltre le contingenze ed emergenze.

Al di là di come finirà l’aggressione di Israele-Usa contro l’Iran il prezzo del petrolio è destinato a scalare le montagne russe seguendo un andamento ciclico. Non possiamo continuare ad ignorare che la nostra dipendenza dal petrolio e gas sta diventando sempre più insostenibile.

Importiamo circa 46 miliardi l’anno di petrolio e gas quando il mercato è stabile, mentre durante le crisi, come l’attuale, assistiamo impotenti ad un netto aumento dei prezzi di petrolio e gas che, a loro volta, si trasmettono a tutti i settori dell’economia provocando un’impennata dell’inflazione.

Un altro effetto di lungo periodo degli sconvolgimenti in atto riguarda la produzione di beni alimentari. Tra guerre e mutamento climatico, abbandono delle campagne, riduzione delle aree coltivabili e crescita della cementificazione di aree rurali in tutto il mondo, i beni alimentari, soprattutto quelli salubri, tenderanno ad avere prezzi crescenti.

In Italia, ad esempio, la spesa alimentare incideva sulla spesa media familiare al 16% negli anni ’90 del secolo scorso mentre al 2024 è arrivata al 19,3% , con punte ben più elevate per le fasce di reddito medio-basse: il 31% delle famiglie ha ridotto negli ultimi anni la qualità e quantità di cibo che acquista.

Inoltre, assistiamo ad una crescente divaricazione territoriale: in Calabria la spesa alimentare è arrivata a rappresentare nel 2024 il 28,7 per cento della spesa media familiare!

Produzione agricola e produzione di energia rinnovabile dovrebbero essere i vettori di una strategia economica che abbia il coraggio del respiro lungo che vada al di là delle prossime elezioni. Ed invece nel nostro paese la produzione di energia da fonti rinnovabili è scesa l’anno scorso dal 50 al 48% del totale dell’energia prodotta andando in controtendenza rispetto a molti altri paesi europei, e la produzione agricola continua a reggere ma dovrà affrontare ben presto il fenomeno della riduzione delle superfici agricole.

La Calabria deve perseguire lo sviluppo delle energie rinnovabili, superando le posizioni demagogiche e burocratiche esistenti, ma con un ruolo più attivo degli enti locali che facciano ricadere sulle comunità locali i benefici economici di queste produzioni, a partire dalle famiglie e dalle imprese che oggi guardano al costo energetico con estrema attenzione nelle scelte di localizzazione.

Allo stesso tempo deve continuare sulla strada delle produzioni biologiche e di qualità e porsi seriamente la questione dell’abbandono delle aree agricole collinari e montane, invertendo l’attuale tendenza. L’agro-ecologia è una vera assicurazione per il nostro futuro.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 marzo 2026

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

Pnrr, il disastro della spesa e il richiamo della Corte dei conti.-di Filippo Veltri

La Sezione autonomie della Corte dei conti ha approvato il referto sullo stato di attuazione del PNRR negli enti territoriali aggiornato al 28 agosto 2025, analizzando gli aspetti legati alla gestione finanziaria, all’evoluzione della spesa e alla rendicontazione dei progetti, sulla base dei dati presenti nella piattaforma e dei risultati dei controlli effettuati dalle Sezioni regionali della Corte, che hanno diretta cognizione delle realizzazioni sul territorio.

Se ne sta parlando da giorni in verità, su giornali, in dibattiti ma dai Governi – nazionali e regionali – tutto tace. Sembra che tutto vada per il meglio!

Il comparto dei Comuni conferma il primato sia per numerosità di progetti (63.530 sui 96.082 finanziati, anche solo in parte, con risorse PNRR), sia per volumi finanziari (24,5 miliardi su 47,5 totali). Nel Mezzogiorno viene sempre superata la soglia del 40%, ma nel Nord Ovest si apprezza la maggior concentrazione di risorse.

Ma diventa un vero e proprio caso che rischia di vedere vanificati gli sforzi progettuali di molti enti il giudizio espresso dalla nostra Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria. Bocciatura senza appello per il modo in cui è stato portato avanti il programma di finanziamenti.

«Tra gli aspetti critici relativi allo stato di attuazione dei progetti – è scritto nella verifica – la Sezione regionale di controllo segnala l’inefficiente utilizzo delle risorse Pnrr, il disallineamento tra i dati Regis e le risultanze contabili, ed infine ritardi e mancata alimentazione della piattaforma Regis, con il conseguente inserimento di informazioni inattendibili».

Nell’ambito dei controlli relativi al giudizio di parificazione del rendiconto della Regione Calabria – si legge ancora nel documento – è stato rilevato un potenziale rischio di sovrapposizione tra le diverse fonti di finanziamento del Servizio idrico integrato. Non risultano, tuttavia, strumenti integrati di monitoraggio e tracciabilità delle fonti, né un presidio metodologico volto – questo il giudizio della magistratura contabile – a prevenire e verificare il rischio di doppio finanziamento, come previsto dalla normativa.

Migliaia di progetti sono ancora fermi al palo e la quota dei pagamenti, appena il 17%, è la più bassa d’Italia. I Comuni sono in crisi, avanzano solo i grandi soggetti attuatori. I fondi non spesi dovranno essere restituiti e i numeri di oggi dicono che sono a rischio 7 miliardi di euro. C’è l’obbligo di spesa ed il principio è chiaro: i finanziamenti ottenuti devono essere impiegati secondo i progetti approvati e se gli enti non raggiungono gli obiettivi stabiliti le risorse non utilizzate dovranno essere restituite alla Commissione europea.

Il richiamo della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Pnrr e sui ritardi accumulati in Calabria trova conferma nei dati pubblicati dalla piattaforma OpenPnrr di Openpolis aggiornati al 14 ottobre 2025.

In generale e in termini di avanzamento finanziario globale in Italia, è stato impegnato il 59,2% dei 60,8 miliardi di risorse complessive necessarie a realizzare gli interventi, con pagamenti di poco inferiori al 30% del costo totale, che salgono a quasi il 32% (oltre 15 miliardi) se si considerano le sole risorse PNRR (47,5 miliardi). Emerge che circa un terzo dei progetti finanziati con fondi PNRR (19,3 miliardi su un totale di 58,6) risulta realizzato.

I dati presi in esame confermano un avanzamento meno rapido (30,1%) dei progetti legati all’attuazione di lavori pubblici, che assorbono la quota maggiore di risorse (circa 40 miliardi, pari al 68%). Il livello di utilizzo per la concessione di contributi è del 41%, quello per l’acquisto di beni è pari al 44,9%.

Le realizzazioni, specifica la magistratura contabile, possono aver risentito dell’andamento dei trasferimenti dalle amministrazioni titolari e qualche preoccupazione legata ai tempi di completamento degli interventi emerge, infine, dal controllo effettuato dalle Sezioni regionali, pur in presenza di situazioni eterogenee.

Resta in conclusione di un complessivo panorama a tinte grigie il fosco – assai fosco – dato calabrese a sei mesi dalla scadenza, con Comuni virtuosi che hanno lavorato e bene (Cosenza è uno di questi e ne va dato atto pubblicamente all’Amministrazione guidata da Franz Caruso) ma il resto della truppa indietro.

Resta valida dunque la proposta della sindaca di Siderno, Mariateresa Fragomeni: perché rischiare di perdere fondi e risorse fondamentali per il futuro dei cittadini quando si potrebbero rimodulare e distribuire a chi ha dimostrato, in maniera netta e incontrovertibile, di avere capacità di progettazione e spesa?

È questo infatti l’interrogativo che si è posto Fragomeni, che è anche vicepresidente Anci Calabria, che ha portato nelle scorse ore a scrivere direttamente a Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le politiche di coesione, per richiedere una diversa rimodulazione dei fondi a favore di quei Comuni che hanno rimostrato di sapere spendere, nei tempi e bene, le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 gennaio 2026
foto: pagina fb di Mariateresa Fragomeni

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Nel meraviglioso dibattito che ha contraddistinto tutto l’anno che sta per chiudersi su restanza e ritornanza, i suoi valori, la sua essenza più vera, anche il suo folklore e quant’altro, si è inserita di recente una bella e decisiva domanda: per salvare l’Italia dei borghi bisogna aprirla al turismo? Cioè farla diventare tutta una succursale, ovviamente in scala ridotta, di Roma, Venezia e Firenze?

Il grande storico dell’arte Antonio Paolucci (che fu anche Ministro e direttore degli Uffizi e dei Musei Vaticani) anni fa disse testualmente che in Italia il museo esce dai suoi confini e ‘’occupa ogni angolo delle città e sta all’ombra di ogni campanile’’. Tutta una corrente culturale e politica pensa dunque che – se non ovviamente nelle dimensioni di quelle città d’arte che stanno peraltro soffocando di turismo di massa – si dovrebbe e si potrebbe spostare quella domanda turistica/residenziale che viene dall’estero anche nei piccoli centri che rischiano di morire di spopolamento soprattutto per mancanza di mezzi economici e di prospettive per il futuro.

In Calabria in piccole e ridotte dimensioni questa offerta a quella domanda di turismo di un certo tipo in parte esiste già, se solo si pensa a Badolato tanto per fare un solo esempio, divenuta negli anni una meta ricercata del turismo mondiale. Parliamo però sempre di piccole cifre in confronto a quelle delle grandi città, ma il punto vero di domanda è un altro: serve o no intercettare flussi di questa ondata del turismo di massa che ha investito l’Italia dal dopo pandemia e dirottarli in questa enorme zona interna per frenare e bloccare lo spopolamento?

E salverebbe tutto ciò questi borghi dalla loro fine e, in ogni caso, dal drammatico vissuto che avviene sotto i nostri occhi anno dopo anno? E ancora: siamo sicuri che il turista che vuole vivere la semplicità, il mangiare sano e naturale e l’ambiente dei vari Badolato sia il futuro?

E infine: il ricambio stagione dopo stagione del turista nelle nostre zone di collina e di montagna (che sono quasi l’80% dell’intera Calabria) salverà il futuro, o non è invece necessario e indispensabile un massiccio intervento economico in termini di socialità, servizi, infrastrutture, sanità, scuole etc. etc.? Chi ci resterà più in questi borghi se non c’è un aiuto stabile, programmato, certo che consideri non il turista ma il residente?

Qualcuno ha scritto che abbiamo più bisogno di residenti che di turisti. Magari di tutti e due, nel senso che i turisti arrivano e restano se i residenti ci sono e non trovano borghi magari suggestivi e belli ma drammaticamente vuoti.

È stato detto che ci vogliono i così detti affetti stabili e pensare anche ad iniziative come quelle in passato fatte in alcuni paesi europei (Portogallo e non solo) per attrarre e fare venire da noi con tassazioni agevolate anziani da altri paesi. Ma anche lì ci si troverà difronte al cuore duro dei problemi: chi ci verrà se non funziona la sanità, se le strade sono quelle che sono, se i trasporti sono questi, se i servizi primari a volte mancano?

Le bellezze nostre sono innegabili ma non bastano certo i meravigliosi servizi televisivi che ci restituiscono panorami mozzafiato, boschi incantati, spiagge da sogno a cancellare tutto il resto. Figuriamoci poi a far tornare in maniera consistente calabresi dall’estero o dall’Italia in Calabria! Certo: gli esempi in questa direzione non mancano, questo giornale ne ha raccolti e illustrati nel 2024 e 2025 decine e decine e il fenomeno va ovviamente al di là dei borghi e dei piccoli centri ma deve essere incentivato e curato con investimenti e programmazione.

I buoni sentimenti e la buona volontà da soli non bastano. Ci vuole la politica seria e non parolaia. Sennò il turismo o altro non salveranno questo patrimonio enorme e bellissimo.

Ha scritto così nel giorno di Natale Vito Teti: ‘’….I paesi in abbandono sono le moderne scenografie degli spettacoli dei mesi estivi, perché d’inverno ognuno si guarda bene di andare nei luoghi del freddo e dell’oscurità, dove non ci sono balli, locali per bere o ascoltare musica. I paesi vengono trasformati in mito, in Eden o in luoghi invivibili, impossibili, senza futuro. Abbiamo inventato i paesi dei balocchi, i paesi market, dove con violenza dei social vengono offerti buoni sentimenti al costo di un ‘euro’’’.

Auguri a tutti per il nuovo anno in arrivo!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 dicembre 2025

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

“Il sud lascia soli sempre, sempre chi decide di raccontarlo, salvo poi mitizzarlo”, ha detto pochi giorni fa Roberto Saviano ospite della prima puntata di ‘Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane’, un podcast targato Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschillà e Patty Torchia, distribuito sulle principali piattaforme streaming.

Rivolgendosi ai conduttori e al direttore della Svimez, Luca Bianchi, Saviano (recentemente visto in Calabria in un paio di iniziative) ha poi citato il nostro Corrado Alvaro. “Cito – ha detto – lo scrittore calabrese Corrado Alvaro che parla di Sud Italia come popolo di ‘mitomani’, cioè di adoranti il mito. Ad Alvaro stesso gli dicevano: ‘Ma perché il tuo sguardo è basso? Hai quel mare guarda l’orizzonte, hai quel cielo, hai quel cibo! Alvaro risponde: il mio compito è guardare a terra in nome di quel mare, in nome di quel cielo, in nome di quella tradizione e proprio in nome di questa bellezza che io ho il dovere e la necessità di poter tematizzare, raccontare, perché nel momento in cui ce ne occupiamo stiamo trasformando”.

Nel ‘Treno nel Sud’ il grande scrittore di San Luca aggiungeva qualcosa in più a proposito di mezzogiorno. «Tutti i paesi – scriveva – hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…)

Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere’’.

Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria – scriveva – è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata’’.

E’ comunque assai significativo che uno degli scrittori più letti al momento come Saviano citi Corrado Alvaro per parlare e descrivere la situazione del nostro Sud. Segno (e per noi in verità non c’era bisogno) del valore universale e grande che viene attribuito in campo nazionale (e non solo) all’opera e alle riflessioni di Alvaro, al centro invece oggi in Calabria di quello che è stato definito un pasticciaccio.

Nel podcast in questione, però, Saviano ha detto anche un’altra cosa di grande impatto non solo mediatico. “So di deludere chi mi ascolta ma forse posso farlo arrivare all’orecchio di qualcuno al quale direi di non farlo mai quello che ho fatto io, non farlo mai! Se stai pensando di esporti, se stai pensando che va bene gestirti diffamazione, merda, tribunali perché vale la pena, perché sei coraggioso, io ti dico proteggiti, non lo fare, sii prudente.

La paura non è codardia, la paura è semplicemente qualcosa che ti sta permettendo di salvarti, cosa che io non ho fatto e ne pago ora le conseguenze psichiche”. Parole durissime che devono fare riflettere e sulle quali pochi, anzi quasi nessuno, hanno ritenuto di discutere.

da “il Quotidiano del Sud” del 13 gennaio 2025

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

C’è un fatto nuovo in relazione al dibattito sulla legge elettorale.
La Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 5 febbraio l’udienza pubblica per la discussione della questione di costituzionalità della vigente legge. Un ottimo risultato per l’avv. Enzo Paolini che ha già ottenuto – insieme all’indimenticato sen. Felice Besostri – le sentenze dichiarative della incostituzionalità del Porcellum (sentenza 1/2014) e dell’Italicum (sentenza 35/2017).

D – Come si inserisce questa udienza sulla accelerazione impressa in questi giorni al dibattito sulla modifica della legge elettorale?
R – Rimangono due percorsi distinti dal momento che è da escludere un accordo sulla legge elettorale in breve tempo. E ciò perché i capifazione (non i partiti che non esistono più e nemmeno i leader politici) non si metteranno d’accordo sulla formula.
Come ormai è spudoratamente chiaro, l’interesse è rivolto alla individuazione dei meccanismi più utili per avere più seggi rispetto agli altri; soglie di sbarramento, premi di maggioranza o di maggiore minoranza, insomma le formule più astruse pur di arrivare a comandare senza voti.
Il fatto è che si guarda più alle prossime elezioni ed alla singola provvisoria convenienza che alla tenuta democratica dello Stato.
Tra l’altro una buona norma non scritta prevederebbe che le leggi elettorali non si cambiano a ridosso delle elezioni. Ed il motivo è ovviamente intuibile da tutti. Ma la classe dirigente che siede in Parlamento è indifferente a queste basilari regole. E’ il senso dello Stato che manca, purtroppo.

D – Qual’è la critica più forte che Lei rivolge alla attuale legge elettorale.
R – Nella legge attuale v’è l’enfatica premessa che il voto è “diretto ed eguale, libero e segreto”, ma poi contraddice clamorosamente questi principi nella successiva specifica normativa destinata a regolare gli effetti del voto.
In realtà, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, giacché, anche se l’elettore si limita a votare il solo candidato uninominale, il suo voto va obbligatoriamente alla collegata lista (o coalizione) plurinominale, con la conseguente automatica attribuzione del suo voto a candidati che magari non ha intenzione di votare e che potrebbero addirittura risultargli non graditi.
Al contrario, se un elettore vota la lista plurinominale e intende votare solo questa, tale scelta gli è impedita perché il suo voto si trasferisce automaticamente al candidato scelto per il collegio uninominale.
Gli effetti perversi di questo meccanismo assumono caratteristiche addirittura paradossali nel caso in cui il candidato uninominale sia collegato con una pluralità di liste.
In questo caso, infatti, il voto dato al solo candidato uninominale si trasferisce pro quota alle liste collegate, in proporzione alla quantità dei voti che ciascuna di tali liste ha di per sé già ottenuto; di conseguenza, la misura in cui il voto uninominale incrementa le liste collegate dipende dal voto di elettori di altre liste.
Tale meccanismo è assolutamente estraneo alla volontà dell’elettore ed il suo voto cessa di essere “diretto e libero”, come retoricamente fissato nell’incipit della normativa.
In siffatta situazione il voto del cittadino diviene non solo “indiretto” ma addirittura “eterodiretto”, e quindi cessa anche di essere “personale” perché la destinazione ulteriore del voto non viene decisa dal votante, ma da altri elettori che decidono verso dove ed in che misura, quel voto verrà effettivamente indirizzato.

D – Quale sarebbe per Lei e, per i motivi anzidetti, la migliore legge elettorale?
R – Oggi dico convintamente il proporzionale con le preferenze. Le elezioni sono fatte per tradurre in “seggi parlamentari” le diverse componenti della società civile che compongono uno Stato. Devono essere la fotografia del Paese e non un mezzo per stabilire chi comanda.
Le alleanze politiche, la costruzione delle maggioranze che sostengono i governi devono comporsi in Parlamento, mediante il confronto e la discussione tra le forze politiche espressione proporzionale delle diverse anime popolari, quelli che si chiamavano partiti.

D – Ma così non è a rischio la governabilità?
R – Assolutamente no. Anzi al contrario, la storia recente lo dimostra, maggioranze artificiose e forzate costruite sul concetto di governabilità si scompongono e ricompongono senza alcun rispetto della volontà dell’elettore.
D’altra parte la parola “governabilità” nella Costituzione non c’è. Ed il motivo è semplice: i cittadini vogliono essere governati non “governabili”. Ed il governo è un duro lavoro di discussione, di dialogo, di confronto e di alleanze composte, dopo le elezioni, tra diversi nell’interesse della comunità. Si chiama politica.

D – Ma allora perché i padri costituenti non hanno indicato già in Costituzione una legge elettorale in senso proporzionale?
R – Semplicemente perché si dava per scontato che era – ed è – l’unico sistema rispettoso del diritto di tutti ad essere rappresentati nelle Istituzioni in modo libero, diretto ed uguale. Dobbiamo considerare che la assemblea costituente aveva ancora il ricordo della legge Acerbo che, nel 1924, consentì a Mussolini di controllare il Parlamento e che nel dopoguerra una legge proposta addirittura da De Gasperi fu definita “legge truffa” perché prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi, a chi avesse conseguito più del 50% dei voti. Insomma il ricorso a maggioranze virtuali era percepito – così come è – un imbroglio a danno dei cittadini ed a vantaggio solo di chi ricerca il potere e non il consenso. Giustissimo.

D – Il cosiddetto “campo largo” sembra essere rilanciato dalle elezioni regionali. Questo la fa ben sperare?
R – No. Per due motivi. Il primo è che la sinistra liberale non esiste più. E’ nascosta, forse annegata nel 60% che non va più a votare ed in questo contesto in cui viene cancellata sia la rappresentatività che la partecipazione vincono le nomenclature, di destra e di sinistra, non i cittadini. La questione che ci dobbiamo porre ce l’ha cantata Gaber quaranta anni fa: libertà è partecipazione. Noi non siamo liberi.
E poi, come è stato detto anche da altri autorevoli osservatori ai vertici del centrosinistra, o campo largo per usare termini suggestivi che ormai non dicono niente a nessuno, si deve rimproverare il mancato mantenimento della promessa di un vero processo di riforma dei partiti, soggetti questi si, previsti nella Costituzione. Il punto è che – come percepiamo tutti, e come dimostra l’astensionismo – la nomenclatura del centrosinistra è molto spesso, specie negli ambiti locali, letteralmente repulsiva, cioè respinge chi si propone di dare una mano, di impegnarsi.

D – Dunque ritornando alla Cassazione lei pensa che questa giudiziaria sia l’unica strada per riformare il sistema?
R – Anche qui devo rispondere di no. Ho imparato da Felice Besostri a non arrendermi dinanzi alla palese iniquità di leggi elettorali fatte solo per falsare la rappresentanza istituzionale. Ma questa irrinunciabilità ad accettare il tirare a campare, non significa altro che la consapevolezza che l’unica riforma necessaria è quella di ritornare a far vivere nella nostra comunità il primato della politica, quella contagiosa che partendo da un pensiero riesce a cambiare le cose ed il corso degli eventi. Ma questo non dipende dalle Corti o dai Ministri più o meno legittimati. Dipende da noi.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 dicembre 2025
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

È chiaro che in politica non vale il valore positivo della sconfitta celebrato da Pier Paolo Pasolini. Qui o si vince o si perde davvero, senza evocare quello che il grande intellettuale prefigurava come un senso di simbolo non negativo per la vita, per lo sport e per il modo di essere in generale se si perde.

Ci sarà quindi tempo e luogo per analizzare il significato di questa pesantissima sconfitta per il centrosinistra calabrese e nazionale. Per la verità non inattesa, al di là delle grandi, ovvie, naturali e normali parole enfatiche spese in campagna elettorale.
Siamo stati facili profeti nell’evocare le urne vuote rispetto alle piazze piene!

C’è, però, un punto che farebbero male a sottovalutare i leader dello schieramento sconfitto nelle elezioni di domenica e lunedì e che è stato richiamato, proprio qui in Calabria, da Pierluigi Bersani nel corso del suo breve viaggio elettorale a sostegno di Tridico: basta con lo sconfittismo! Bersani faceva riferimento a quanto era avvenuto 15 giorni prima nelle Marche con la sconfitta, altrettanto pesante, di Ricci alle regionali.

E il concetto può valere ovviamente, anzi di più, per quanto avvenuto ora in Calabria. Nel senso che da questo dato negativo in dimensioni così grandi, occorrerà pur ripartire, e da quanto avvenuto in campagna elettorale, per riprendere le fila di un discorso, al netto ovviamente di inevitabili correzioni e quant’altro.

Farebbero un errore colossale a sinistra se venisse buttato tutto a mare quanto si è creato in questi scarsi 2 mesi di incontri, dibattiti, comizi in lungo e in largo nella regione. Poco? Probabile, ma farebbero egualmente un errore madornale se non cogliessero il senso di una alleanza ma soprattutto di una comunità che non c’era e che si è ritrovata e che ha avuto passione e coraggio, spesso buttando il cuore oltre l’ostacolo, anzi gli ostacoli. Non era affatto scontato visto che alle spalle c’erano (e ci sono) anni di mancato collegamento e di rapporto vero con la società e il corpo vivo della Calabria. Qui sta il punto.

Che la battaglia fosse impari era infatti chiaro fin dal primo momento, i tempi sono stati ristrettissimi e quindi anche tutta l’impostazione a iniziare dalla composizione delle liste ne ha risentito. Ma – sempre Bersani dixit – non si trattava e non si tratta di una gara dei 100 metri, scatti, fuggi e vinci ma di una maratona, di una corsa lunga dove valgono gli step, di arrivo e di partenza. Da quanto è accaduto bisogna dunque ripartire, mettere gli errori in testa, ma mettere anche i mattoni, i mattoncini, di un agire politico che non può essere costruito sul disfattismo e, appunto, sullo sconfittismo.

Ovviamente l’analisi del voto dovrà essere fatta in maniera seria e approfondita luogo per luogo, città per città, zona per zona e valutare le cose fatte bene e quelle fatte male. A iniziare – ci permettiamo di suggerire – dalla narrazione vera della Calabria, forse troppo semplicisticamente piegata sul pauperismo e sul negativo.

Lo dovranno fare i partiti che hanno sostenuto Tridico, il PD prima di tutto, ovviamente lo stesso candidato ma per ripartire da dove si è arrivati e non in un ‘cupio dissolvi’ o ‘tabula rasa’ (chiamatela come volete), tra l’altro tipico della sinistra, non solo calabrese in verità, senza avviare quella ricerca del colpevole, o dei colpevoli, in salsa lacerante e distruttiva che alla fine lascia solo macerie sul terreno e nulla su cui ripartire.

A Tridico va dato atto di avere condotto quasi dalla fine di agosto fino a tre giorni fa una generosissima campagna elettorale, di avere anche riannodato un filo di passione e di speranza, di avere agitato cuori e sentimenti da quella sera di Ferragosto in cui lo incontrammo felice e sereno a Camigliatello Silano su un risciò con moglie e figli. Il tutto in un quadro che ancora risentiva di sconfitte brucianti e di lacerazioni profonde nelle ultime tre elezioni. E che il dato di ieri fa percepire in maniera deflagrante.

Adesso sarebbe arrivato il tempo di riflettere e di agire finalmente in senso positivo, cercando di mantenere soprattutto l’unità di una coalizione che sembrava smarrita dopo le regionali del 2021. Non era un dato scontato ma mantenerla ora è tutt’altro che semplice, così come non è semplice creare una sintonia vera e duratura con la società. Che non c’era e le elezioni lo hanno palesato in maniera così plastica. Ma questo è materiale per la discussione dei prossimi mesi.

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Intervengo nel dibattito sul rapporto tra sanità pubblica e privata suscitato dagli scritti del prof. Carrieri (Quotidiano dell’11 settembre e del 15 settembre) e di Marcello Furriolo (13 settembre).

Convengo sulla questione di fondo evocata da ambedue gli autorevoli osservatori ma non posso non segnalare come la tesi del prof. Carrieri sia influenzata da un certo diffuso pregiudizio e di incompleta conoscenza del comparto sul territorio calabrese in particolare.
Per sostenere con serietà questa mia critica devo ricorrere alla pratica, insuperabile, del “fact checking”, ossia della confutazione oggettiva delle affermazioni riportate.

Questa la domanda che il prof. Carrieri ripropone in tutte e due gli articoli “cosa trova il cittadino se non ciò che gli viene offerto?”. Nel senso che nel privato sarebbe ricorrente e diffusa “la pratica del cream skimming cioè selezionare i pazienti (ma forse voleva dire “i casi” o “le prestazioni”) meno complessi e più redditizi”.

Bene, proviamo a dare una risposta non semplicemente assertiva ma suffragata dai dati ufficiali. Sarà sufficiente compulsare il rapporto sulla qualità degli outcomes clinici della Regione Calabria, redatto sulla base del Programma Nazionale Esiti: “per i 52 indicatori di volume presi in considerazione dallo studio, i ricoveri presso le strutture private in Calabria costituiscono il 20,3% del totale regionale.

Nella sintesi sulla attività ospedaliera 2024 pubblicata dal Ministero della Salute emerge, per quanto riguarda la Calabria che:
“L’indice di case-mix (indice di complessità) nel settore privato in Calabria è pari a 1.2, mentre quello del settore pubblico è medio-basso, con un indice per i ricoveri ordinari di 0.980 e una durata media di degenza più elevata per i DRG (a prestazioni erogate) più rappresentativi.

Significa che il comparto privato non pratica alcuna selezione di casi meno complessi e più redditizi, ma in molti casi presenta eccellenze e prestazioni più complesse di quelle erogate nelle strutture pubbliche. La certificazione di ciò sta nel rapporto sul servizio sanitario in Italia redatto da Ermeneia su dati del Ministero della salute.

Nel medesimo documento è detto: “la spesa ospedaliera sostenuta per il comparto privato accreditato è calcolata al 10,83% del totale della spesa ospedaliera regionale; il che conferma la capacità delle strutture ospedaliere private di sostenere alti livelli di produzione con ottimizzazione dei costi, contribuendo al miglioramento della performance complessiva del Sistema Sanitario Regionale”.

Significa che per le stesse prestazioni e per la stessa qualità / complessità le strutture private costano di meno delle strutture pubbliche, in quanto è certificato che il comparto privato eroga in Calabria il 22,5% delle prestazioni totali e viene remunerato con il 10,8% della spesa ospedaliera.

Cioè senza costi impropri o, se si vuole essere più crudi, senza sprechi.
Questa è la realtà dei fatti.

Primo check.
Il prof. Carrieri afferma, che “nessuna casa di cura accreditata gestisce pronto soccorso”.
Qui il prof. Carrieri – forse chiuso nelle stanze accademiche – dimostra di non conoscere il territorio calabrese dal momento che tutti sanno che presso la Tirrenia Hospital di Belvedere Marittimo esiste un pronto soccorso cui fa riferimento tutta la popolazione dell’alto tirreno cosentino.

Secondo check.
Ancora il prof. Carrieri “non esiste, nel privato l’oncologia medica se non in due strutture che offrono radioterapia e diagnostica per immagini”. Disinformato poiché tali prestazioni si erogano in varie strutture accreditate oltre quella individuata dal prof. Carrieri. Solo per citarne alcune: Cascini, Villa del Sole (Cosenza) Villa dei Gerani (Vibo) e altre.

Terzo check.
Infine il prof. Carrieri si induce ad affermare che sarebbero “interamente pubblici reparti e attività come dialisi e grandi chirurgie”. Sulle “grandi chirurgie” non saprei cosa dire perché non so quali siano e non mi sono mai imbattuto in tale definizione, ma sulla dialisi segnalo che è resa da diverse strutture accreditate. Ad esempio in provincia di Cosenza NephroCare – Euro 2000.

Quarto check.
Chiarite le inesattezze. Vediamo come funziona – o dovrebbe funzionare – il sistema e cosa si è fatto.
Il servizio sanitario calabrese è interamente – e solamente – pubblico. Le prestazioni sono erogate da strutture di mano pubblica e da privati accreditati. La parola “accreditati” sta a significare che sono strutture che rispondono ai requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi fissati dalla legge e applicabili a tutti, pubblico e privato, e che possono/devono erogare prestazioni allo stesso livello di qualità ed appropriatezza verificato dalle ASP.

La cosa fondamentale, per affrontare la discussione con serietà è che il cittadino non paga niente, esattamente come negli ospedali pubblici. L’unica differenza è che mentre le strutture private sono pagate dallo Stato a tariffa (fissata e verificata dallo Stato) cioè solo per le prestazioni effettivamente rese, le strutture pubbliche sono finanziate, sempre dallo Stato, ma a consuntivo ed a prescindere da quanto e cosa erogano.
Come si dice “a piè di lista”, compresi i costi impropri e gli sprechi.

Quindi in conclusione le strutture private erogano prestazioni con i medesimi standard di qualità e di alta specialità ma costano di meno per le tasche dei cittadini.

Dunque, si può sgombrare il campo da una serie di luoghi comuni.
a) Il privato accreditato non sceglie niente. Men che meno le prestazioni più semplici dal momento che, come visto statisticamente, produce lo stesso livello di prestazioni delle strutture pubbliche. In taluni casi superiore. Semplicemente viene scelto dai cittadini.
b) L’emigrazione sanitaria è un fenomeno indotto dalla stupida, ottusa politica dei tetti di spesa rigidi ed insuperabili. Questo sistema impedisce l’erogazione di qualsiasi tipo di prestazioni una volta esaurito il tetto finanziario imposto, per cui in tale situazione il cittadino richiedente o si rivolge alle strutture pubbliche andando ad incrementare la lista d’attesa, o emigra fuori regione o sceglie di curarsi a pagamento (la cosiddetta cura out of pocket).

Tre fenomeni che tutti – ma proprio tutti – dicono di voler combattere. A chiacchiere. Ma nessuno indica la soluzione. Che è semplice: occorre eliminare il sistema dei tetti di spesa o, meglio, occorre applicare la legge, il d. lvo 502/92 che prevede la remunerazione ridotta una volta superati i tetti. Una previsione saggia e lungimirante (frutto di una politica seria) che rispettava i diritti dei cittadini e le esigenze dello Stato (ed anche il dictum della Corte Costituzionale).

Negli ultimi tre anni in Calabria si è fatto di meglio. Si sono utilizzate le risorse assegnate al fondo privato per incentivare la produzione di prestazioni di alta specialità ed ad alto impatto migratorio.

Ciò ha consentito di ridurre lista d’attesa ed emigrazione sanitaria, di produrre prestazioni di estrema eccellenza senza spendere un solo centesimo in più. Con gratificazione professionale dei medici e imprenditoriale di strutture che hanno investito in tecnologia e personale.

Anche questi sono fatti anzi è politica sanitaria quella che dalla conoscenza dei fatti ne trae un progetto. Al netto dei gargarismi che riempiono la bocca di chi pratica facili populismi e blatera sui soldi dati ai privati e tolti al pubblico, con questi fatti e con questi dati deve misurarsi chiunque voglia discutere seriamente senza pregiudizi o ideologismi di sanità e servizio pubblico.

da “il Quotidiano del Sud” del 21 settembre 2025

Polsi, il cuore sacro dell’Aspromonte tradito dalle etichette e dai pregiudizi.-di Tonino Perna

Polsi, il cuore sacro dell’Aspromonte tradito dalle etichette e dai pregiudizi.-di Tonino Perna

Il 2 settembre di ogni anno, per diversi secoli, si è celebrata la festa della Madonna della Montagna, detta anche la festa di Polsi dove sorge il santuario nel cuore dell’Aspromonte. Amava dire il vescovo Bregantini: <>.

Un posto magico, a circa novecento metri di altezza, in una conca che ha di fronte, quasi fosse un gigante minaccioso, la montagna più alta che arriva a Montalto a superare i 2000 metri. Non a caso i greci pensarono che questo luogo fosse simile all’Olimpo, la montagna più alta delle Grecia dove risiedevano gli dei che governavano il Cosmo.
Come sull’Olimpo così a Montalto molto spesso la cima estrema è avvolta in una nuvola che ne aumenta il fascino e il mistero.
Così, secondo un’ipotesi accreditata, ogni anno i coloni greci, partendo dal Persephoneion, il santuario di Persefone sito a Locri Epizefiri, risalivano la montagna dal lato di Potamia, l’antica San Luca che fu abbandonata nel 1592 dopo un evento franoso che la seppellì in parte.

Arrivavano a Polsi, come la chiamiamo oggi, dove probabilmente sorgeva l’altro santuario dedicato a Persefone, la dea della rinascita, dell’eterno ciclo tra la vita e la morte. Secondo un’altra ipotesi guardando l’Olimpo , cioè Montalto, si invocavano gli dei e un aruspice dava il suo responso sul futuro. In ogni caso, come hanno fatto tutti i coloni anche i greci hanno cercato le loro radici, la loro identità, attraverso un luogo che gli ricordasse la sacralità e il possibile contatto con gli dei.

Accanto a Potamia sorgeva l’omonimo fiume di acqua salmastra, navigabile, che arrivava quasi all’altezza dell’attuale località denominata Polsi. Va ricordato che la gran parte di quelli che oggi chiamiamo torrenti nella costa jonica calabrese erano un tempo navigabili per via del mare che entrava in profondità nel massiccio aspromontano, formando dei veri e propri fiordi, paragonabili a quelli norvegesi. Con la cosiddetta Piccola Era Glaciale , dal XIV al XIX secolo, il mare si ritirò e restò solo l’acqua della montagna che arrivava fino a valle nel periodo autunno-inverno.

Ma, per secoli fu possibile raggiungere Polsi agevolmente: si arrivava via mare sul grande arenile dove sorge oggi Bovalino e si proseguiva con la barca o a piedi verso questo luogo sacro. Un luogo unico che per tanto tempo ha visto confluire i coloni greci della Calabria Ultra e della Sicilia orientale, durante le feste in onore di Persefone. Unico luogo sacro che dall’antichità fino al secolo scorso ha unito una parte rilevante di calabresi e siciliani.

Intorno al XIII secolo si stima che sia stato trasformato il culto antico di Persefone in un santuario cristiano di devozione alla Madonna. La tradizione vuole che sia stato un toro che scavando nel terreno abbia trovato una croce in ferro e su questo sito è sorto il Santuario di Polsi. Prima bizantino, come è testimoniato dalla porta principale del santuario che sorgeva ad Est, murata alcuni secoli dopo quando divenne di culto cattolico e sostituita con l’attuale entrata che è rivolta ad Occidente.

Per tanti secoli il pellegrinaggio a Polsi ha coinvolto decine di migliaia di fedeli provenienti da tanti paesi, grandi e piccoli, calabresi e siciliani che avevano qui la loro “casa”. Ancora oggi è possibile trovare i nomi di alcune di queste “case”, di fatto stanze, che ospitavano i pellegrini. Anche questo è un caso unico, niente di tutto questo esiste nelle due regioni.

Così fino alla metà del secolo scorso erano sopravvissute le tradizioni pagane che si erano ibridate con quelle cristiane, un fenomeno di sincretismo religioso ben conosciuto dagli studiosi. Le vacche venivano portate all’altare della chiesa facendole strisciare con la lingua per terra, le capre venivano sgozzate lungo il torrente che assumeva un inquietante colore rossastro, e infine la tarantella portava suonatori e danzatori, accompagnati da dosi di vino gagliardo, a raggiungere uno stato di trance, simile a quello che ci è stato raccontato rispetto ai riti dionisiaci.

E ancora ai nostri giorni quando la Madonna della Montagna nel giorno della festa viene portata fuori dalla chiesa subisce una improvvisa virata per proteggersi dallo sguardo della Sibilla che vive nella grotta di fronte.

E’ incredibile come una storia come questa sia ancora in gran parte misconosciuta dagli abitanti di queste terre. Neanche la Sovraintendenza, il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, le Università hanno mai dimostrato un vero interesse ad approfondire, scavare, ricercare in questo luogo così carico di secoli.

Ma, ancora più incredibile, per usare un eufemismo, è che Polsi sia diventato dagli anni ’70 del secolo scorso il luogo principe per le riunioni della ‘ndrangheta. L’identificazione di Polsi con la ‘ndrangheta è non solo un’operazione riduttiva, ma offensiva. Ancora una volta è la storia che bisogna consultare. Per secoli, ne abbiamo testimonianze dal XVIII secolo, durante la festa della Madonna della Montagna del 2 settembre, si riunivano a Polsi i notabili della provincia reggina.

Nobili, prelati, ricchi commercianti, partecipavano alla festa perché gli dava prestigio e, allo stesso tempo, era un’occasione per stringere alleanze o dirimere controversie. Questo Santuario ha avuto storicamente anche questa valenza: una sorta di piccolo parlamento locale. Quando nella seconda metà del XIX secolo, cominciò a crescere e radicarsi la ‘ndrangheta partecipava anch’essa a questa festa insieme alle autorità del tempo.

Il fatto che ancora oggi partecipi qualche ‘ndranghetista alla festa di Polsi non significa che questo sia diventato il luogo di riunione dei boss locali. Per altro se si tratta di latitanti vista la presenza massiccia di forze dell’ordine rischiano di essere catturati, se si tratta di capimafia a piede libero sono dei cittadini come gli altri che hanno diritto a partecipare alla festa.

Avere interrotto una tradizione ultrasecolare che coinvolge una parte importante della popolazione calabrese e siciliana, non ha giustificazioni plausibili. Prima si è detto perché la strada da San Luca è stata interrotta da una frana. Ma, questo non era un problema, ma un’occasione, una opportunità.

Fino agli anni ’70 del secolo scorso la gran parte dei fedeli arrivava a piedi a Polsi. In fondo il pellegrinaggio è questo: il più famoso al mondo, il Cammino di Santiago di Compostela, richiede diversi giorni a piedi prima di raggiungere la meta.

Poteva essere finalmente vietato l’uso delle auto, camion e fuoristrada, almeno per gli ultimi chilometri, ripristinando il vero valore del pellegrinaggio così magistralmente descritto da Corrado Alvaro nel suo “ Polsi nell’arte, nella leggenda e nella storia” 1912: un affresco ricco di emozionanti sguardi sui pellegrini che appesantivano il loro passo portando con sé le pietre più belle che raccoglievano per l’edificazione del Santuario di Polsi.

Così, con questa straordinaria partecipazione popolare una chiesetta è diventata un santuario.

Quando, alcuni giorni fa, la strada è stata riaperta sembra che la Prefettura abbia proibito l’accesso a Polsi per ragioni di sicurezza, dato che ci sono lavori in corso al Santuario. Anche in questo caso non mancavano soluzioni alternative. Per esempio, i fedeli potevano restare fuori dalla chiesa ma la statua della Madonna poteva essere portata all’esterno, anche per un breve saluto e una preghiera. Se si vuole trovare una soluzione la si trova.

La verità è, tristemente, un’altra. Con questo provvedimento si è voluto dare un duro colpo alla riunione della ‘ndrangheta. Che se la ride negli hotel a dieci stelle delle metropoli di mezzo mondo.

Stupisce infine il silenzio dell’Episcopato di fronte ad un’imposizione di un rappresentante dello Stato con trova giustificazioni plausibili.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 agosto 2025

Che bufera sull’errato Butera!

Che bufera sull’errato Butera!

Alcune testate giornalistiche e, quel che è più paradossale, anche il vicecapogruppo di FDI al Senato, Antonella Zedda, hanno sostenuto, sdegnati e irridenti, che fra i firmatari dell’appello a favore della candidatura di Pasquale Tridico alla carica di presidente della Regione Calabria, compare quella del compianto sociologo Federico Butera, deceduto pochi mesi fa.

Scandalo! Ecco, i soliti e stramaledetti intellettuali che arrivano a falsificare le firme per manipolare l’opinione pubblica “pur di sperare [di] ottenere qualche consenso in più” (Zedda).

E che diamine, non si fa così!

Tridico vuole prendere “in giro i cittadini con questi appelli farlocchi ed usando in modo improprio il nome di un defunto. Davvero di cattivo gusto” (Zedda).

E, poi, lo sanno tutti, suvvia, che: “La storia insegna: gli endorsement accademici spesso portano più sfortuna che voti. Tra i firmatari anche il sociologo Butera che però è morto lo scorso febbraio […] Gli appelli firmati dagli intellettuali, si sa, portano una sfortuna proverbiale. Sono la versione colta del malocchio: se ti sostengono, politicamente sei già spacciato“ (Calabria 7).

Ma non sono tutti così severi i fustigatori degli intellettuali. C’è qualcuno che ci scherza su scrivendo che: “In rete le ironie si sprecano, con chi osserva sarcasticamente che se la campagna elettorale entra nel vivo, è inevitabile che ci scappi il morto. Inteso come firmatario” (il Secolo d’Italia).

È, forse, vero che “la Calabria non è un’aula universitaria [perché] qui non bastano bibliografie e note a piè di pagina …”, ma, forse, dare una ripassata alle regole fondamentali del buon gusto e della grammatica civile non guasterebbe.

È sicuramente vero, invece, che noi abbiamo scritto e firmato quell’appello all’insaputa del candidato Pasquale Tridico, che non lo ha sollecitato in alcun modo, e che il firmatario Federico Butera, emerito di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano, è il cugino, vivo e vegeto, dello scomparso sociologo Federico Butera.

A tutte le novelle e a tutti i novelli necrofori ricordiamo sommessamente che l’intellettuale non è uno specialista “che difende affari di clan o di partito, e neanche un tuttologo che si improvvisa esperto in ogni campo, ma è un eterno apprendista” (Jean-Paul Sartre).

E se gli intellettuali, italiani e calabresi, si occupano pubblicamente dei destini del Sud e della Calabria, in particolare delle loro classi dirigenti politiche, dovrebbe sembrare a tutte e tutti, di destra e di sinistra, un’ottima notizia.

da “il Quotidiano del Sud” del 2 settembre 2025

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

La si veda come si vuole dal punto di vista strettamente elettorale e partitico ma un dato dovrebbe accomunare i due schieramenti in competizione per le elezioni regionali del prossimo ottobre: la Calabria ha bisogno di un cambiamento. Netto, chiaro, senza indugi.

Sono troppe le cose che non vanno, da tempo, da troppo tempo, e poche quelle che vanno, che non riescono tra l’altro a brillare nel grigio scuro generale e a fare rete. Non si tratta nemmeno di fare l’elenco della spesa di ciò che non va che è, tra l’altro, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere e non starsene inerti. Il punto è più di fondo e magari un’elezione per quanto importante nemmeno riesce a stanare e a risolvere.

Il problema riguarda la definizione del progetto regione, di cosa cioè siamo innanzitutto e cosa vorremmo e dovremmo essere. Essere una terra attrattiva di turismo? Valorizzare la nostra agricoltura nelle tre piane di Sibari, Lamezia e Gioia Tauro? Puntare sull’eccellenza del polo scientifico e culturale dell’Università della Calabria? O su tutte e tre le cose assieme e magari metterci altro nel minestrone, tanto per insaporirlo?

Il cambiamento è invece necessario proprio per indicare una rotta, una direzione di marcia che aiuti a risolvere i problemi drammatici del vivere quotidiano delle popolazioni, dal Pollino allo Stretto, che conoscono tutti e che vivono tutti.

E’ inutile una narrazione che tende tutta al positivo realizzato perché cozza contro il muro contrario della dura realtà con la quale i cittadini sono costretti a fare i conti ogni ora del giorno. E’ fuori contesto direbbero gli scienziati. Ma è inutile anche puntare tutto sul negativo e sul tanto negativo che c’è e si vede per rovesciare quella impostazione di chi ora è al Governo, perché il punto è che domani ci si ritroverà a fare i conti con la dura realtà delle scelte: che fare di questa terra?

Come restituire certezza, dignità, coraggio, stima, autostima, vie da tracciare e da percorrere perché – ad esempio – chi va via lo faccia solo per scelta e non per obbligo o necessità; chi deve curarsi lo possa fare negli ospedali di casa nostra; chi ha bisogno dei servizi essenziali non li debba sempre piatire o rincorrere etc etc. Per non parlare del lavoro, del reddito, del livello di vita, etc etc.

E qui non vogliamo nemmeno programmi in cui, come al solito, c’è tutto e il contrario di tutto, belle parole messe lì senza alcun costrutto o libri dei sogni ai quali siamo abituati da troppo, troppo tempo. Abbiamo – faccio un unico esempio eclatante – due grandi realtà positive in campo e sono forse le uniche accanto ad alcuni esempi di grande agricoltura: sono il porto di Gioia Tauro e quella Università della Calabria di cui si è già accennato. Puntare per davvero su di loro, farne il fulcro anche immaginifico e persino di slogan della Calabria fuori dalla Calabria sarebbe utile e significativo.

Mutare cioè all’interno e anche all’esterno dei nostri confini quella che si definisce la narrazione è infatti il primo compito ma lo si fa non con chiacchiere ma con esempi che tutti possono vedere e toccare di mano. Non con parole declamate ogni tanto per ingannare il tempo!

Poi c’è il resto ovviamente, tutto il resto. Il turismo – altro esempio – lo si rilancia davvero se mare e monti decidono cosa devono essere e mettono fine al dilettantismo insopportabile di questi decenni: non saremo mai come la Sardegna o la Puglia o il Trentino Alto Adige. Va bene. Ma, vivaddio, scegliamo una volta tanto che fare, come farlo e a chi rivolgerci!

Insomma la lista è lunga e il tempo a disposizione poco. Non solo per la campagna elettorale ma per motivare i calabresi disillusi e che ne hanno tante di giustificazioni. Ma – e chiudiamola qui per il momento – anche i calabresi stessi, cioè noi, ne abbiamo di colpe e responsabilità. Forse (e senza forse) è arrivato il momento di darsi una svegliata. Di capire, vedere, scegliere, non starsene muti e passivi. Il domani appartiene infatti innanzitutto a noi e starsene a casa è il peggiore dei mali.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 agosto 2025

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Ci sono più ragioni per ritenere che l’elezione di Pasquale Tridico a Presidente della Regione Calabria possa segnare una svolta concreta nella storia della Calabria e del Sud.

Tridico è un docente universitario, un valente economista, con esperienze di ricerca e insegnamento in diversi paesi d’Europa e negli Stati Uniti, con varie esperienze manageriali, che ha diretto con successo, tra il 2019 e il 2022, il più importante istituto del welfare italiano: l’INPS.

Per la prima volta, la Regione Calabria può esser guidata da uno studioso con una così vasta esperienza e un così prestigioso profilo intellettuale. Per la prima volta, a svolgere il ruolo di Presidente può esser chiamato un uomo che non viene dal mondo dei partiti locali, dall’ambiente degradato dei vecchi potentati calabresi, delle clientele fameliche da soddisfare in danno di un progetto generale di riscatto generale.

Tridico è calabrese, figlio della sua terra. Ha lasciato la Calabria per gli studi universitari e per portare avanti una brillante carriera intellettuale e professionale. Ma non ha mai reciso le sue radici, non ha mai abbandonato il suo luogo d’origine. Tant’è che oggi, parlamentare europeo, mentre ricopriva importanti incarichi a Bruxelles, torna in Calabria per misurarsi in questa cruciale sfida politica.

Torna in Calabria, per realizzare un programma che faccia uscire la regione soprattutto dalla sua profonda sfiducia, dalla rassegnazione con cui i calabresi vivono da anni la vita pubblica, dominata da un ceto politico affaristico e senza visione.

Tridico è un profondo conoscitore dei processi che generano e riproducono le disuguaglianze sociali e territoriali, non appartiene alla nefasta famiglia degli economisti neoliberisti che fingono di credere nelle capacità salvifiche del mercato autoregolato. Può quindi essere la persona con il profilo e la credibilità giusti per chiamare a raccolta le migliori capacità e le più promettenti pratiche sociali locali per ideare e mettere in atto una politica di sostegno ai poveri e ai ceti più deboli e vulnerabili, condizione indispensabile per ridare fiducia e speranze a vasti strati di calabresi abbandonati e rassegnati al peggio.

Cambiare è possibile.

Un leader prestigioso come Tridico può contribuire a riattivare la propensione all’impegno e all’azione collettiva, può incoraggiare la voce e la mobilitazione dal basso, può dare rappresentanza ai territori abbandonati e marginalizzati dalle politiche pubbliche, in particolare quelli interni di collina e montagna, può dare visibilità al formicolio sociale che, sebbene in modo puntiforme, è diffusamente presente nell’intera regione.

Tridico può quindi essere il Presidente del riscatto, colui attorno al quale rilanciare la partecipazione democratica dei cittadini, costruire nuove progettualità con le realtà associative seriamente impegnate nel welfare, nell’ambiente, nella tutela dei diritti, nella tutela dei paesaggi e nella salvaguardia del Patrimonio culturale ponendo fine al dissennato consumo di suolo ed alla speculazione edilizia rurale ed urbana.

Un Presidente che capace di formare una squadra di amministratori capaci e cristallini, che realizzi un piano di investimenti pubblici innovativi, credibile e immediatamente attuabile, per lo sviluppo economico e sociale e per l’efficace contrasto alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alle povertà della regione Calabria.

La Calabria non potrebbe avere oggi un candidato Presidente più giusto e più capace, per esperienza e relazioni nazionali e internazionali, di Pasquale Tridico.

Piero Bevilacqua, Maurizio Acerbo, Franco Arminio, Filippo Barbera, Elena Basile, Francesco Benigno, Federico Butera, Luciano Canfora, Carlo Felice Casula, Domenico Cersosimo, Laura Corradi, Giovanna De Sensi, Angelo D’Orsi, Stefano Fassina, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Roberto Finelli, Elena Gagliasso, Pino Ippolito Armino, Carmen Lasorella, Sabina Licursi, Paolo Maddalena, Laura Marchetti, Giacomo Marramao, Tomaso Montanari, Enrica Morlicchio, Rosanna Nisticò, Francesco Pallante, Marco Revelli, Mimmo Rizzuti, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Rocco Sciarrone, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Maria Adele Teti, Gianfranco Viesti.
Hanno aderito:
Vittorio Cappelli, Annarosa Macrì, Tonino Perna, Michele Santoro, Piero Schiavello, Mauro Francesco Minervino, Alfonso Gianni, Irene Berlingò, Monica Dall’Asta, Franco Cambi, Saverio Regasto, Francesco Cirillo, Vincenzo Albanese, Rita De Donato, Dora Ricca, Letterio Licordari, Antonio Macchione, Francesco Galatà, Guido Ortona, Francesco Zurlo, Sandro Meo, Claudio Rombolà, Paolo Napoli, Vanni Clodomiro, Alberto Ziparo, Piero Romeo, Giuseppe Candido, Delio Di Blasi,Lidia Gilberti, Antonio Nicotera, Franc Celano, Rosa Principe, Marta Petrusewicz, Consuelo Nava,Pino Greco,Loredana Nigri, Epifanio Spina, Marisa Fasanella,Giulia Cibrario, Mario Grisolia, Rocco Tassone, Renza Bertuzzi, Giuseppe Rossi, Anna Antonicelli, Michelina Paolini, Franco Trane, Gianluca Monturano,Romeo Salvatore Bufalo, Eugenio Passarelli, Gabriella Iannolo, Mario Maruca, Francesca Rennis, Michela Sassi, Massimo Zucconi,Loredana Barillaro, Alfredo Granata,Luca Cofone, Michele Cosentino, Carmine Bruno,Libero Sesti Osséo, Isabella Nicotera Angela Maida.

Per aderire all’appello: osservatoriodelsud@gmail.com

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Proviamo a mettere insieme le immagini riguardanti la polemica che è scoppiata a proposito della variante della SS106 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico. In allegato la foto (dall’alto) pubblicata dal Quotidiano del Sud del 20 agosto 2025 a corredo di uno scritto di Fabio Pugliese, direttore dell’associazione “Basta vittime sulla 106”.

Ancora in allegato la foto (da nord verso sud) scattata da Giovanni Manoccio il 13 luglio 2025 e, per ultima, la foto (da sud verso nord) apparsa su “il Fatto Quotidiano” insieme all’articolo di Marco Lillo (del 6 agosto 2025) che ha dato il via ad una polemica alimentata da un editoriale di Tomaso Montanari, sempre su “il Fatto” del 18 agosto 2025.

Lillo e Montanari ritengono che non sia stato per niente opportuno far passare la nuova variante della SS106 -con le relative gallerie, i raddoppi e gli allargamenti- così vicina al Castello da scompaginare il paesaggio nel quale il monumento fridericiano era incardinato da alcune centinaia di anni.

Come è evidente dalla foto di Manoccio, ma anche da quella de “il Fatto”, è davvero incredibile che si possa scrivere, come ha fatto Pugliese, che l’opera è “unanimemente considerata esemplare sotto il profilo ambientale e paesaggistico”. L’opera, che sta per essere portata a termine dalla stessa ditta che costruirà lo scempio del ponte sullo Stretto, è, invece, un altro sfregio irreparabile al paesaggio calabrese, un’ennesima ferita che, nonostante i pareri contrari dei ministeri dell’ambiente e della cultura (a proposito: siamo sicuri che non vi fossero resti archeologici in quel tratto?), si è ritenuto di poter infliggere ad una regione che è considerata ormai perduta, deturpata dal cemento armato, dal consumo del suolo e dalla speculazione edilizia.

Un milione e 375.504 abitazioni certificate dall’ultimo censimento dell’ISTAT (2023), un’enorme quantità di case per solo un milione e 855.454 abitanti molti dei quali, lo sappiamo, non sono davvero residenti in Calabria. Una regione che ha il 42,2% di abitazioni vuote: 580.819 a fronte di 794.685 case occupate in maniera più o meno permanente.

Secondo i dati ISTAT, nel 1982 la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) ammontava a 721.775 ettari mentre nel 2023 era diminuita del 24,7% perché, solo in un quarantennio, sono stati consumati ben 178.522 ettari di suolo agricolo. In pochi decenni, dunque, è stato impermeabilizzato, cementificato ben l’11,7% dell’intera superficie di una regione che contiene -per una larghissima percentuale del suo territorio- valli impervie, alte colline e monti inedificabili.

Le classi dirigenti calabresi degli ultimi decenni sono state in grado di produrre, in modo disorganico, desultorio e inefficace solo una parvenza di sviluppo basato, quasi esclusivamente, sul cemento armato, sul consumo del suolo dalla battigia fino alla montagna a vantaggio di una speculazione priva di controlli, indirizzata alla rendita immobiliare e, in secondo luogo, volta a favorire un turismo rapace, veloce, superficiale e numericamente sovradimensionato, sia al mare sia in montagna. Classi dirigenti capaci di produrre solo un malfermo e stentato sviluppo senza alcun vero progresso.

Una regione di poveri, ha ragione Montanari, che elegge una classe dirigente inetta che non conta nulla a Roma e che non riesce a far rispettare i propri territori tanto che le grandi imprese se ne approfittano per costruire strade, autostrade, aeroporti, superstrade, sterminati impianti eolici o fotovoltaici, torri di estrazione di gas a poche decine di metri da siti archeologici straordinari, porti e ponti nelle forme, nelle dimensioni e nelle aree che vogliono senza avere una vera opposizione politica. Rimane solo una ferma contrarietà da parte di associazioni e di comitati di cittadini che si sono battuti e continuano a battersi in tutte le occasioni, compresa quella di cui stiamo scrivendo, e che qualche volta, come nel caso del vincolo paesaggistico di Cosenza, riescono persino a vincere.

La sconfitta dei cittadini di Roseto e della costa jonica settentrionale che, negli ultimi decenni, si erano opposti al tracciato di quest’opera, suggerendone al contempo un altro che non è stato preso in considerazione, non può e non deve essere la fine della battaglia.
Possiamo, e dobbiamo, continuare ad opporci non solo agli scempi della nuova SS106, ma anche a tutti gli altri sfregi che si vogliono infliggere al corpo martoriato, ma ancora vivo, dei paesaggi della nostra sciagurata regione, se vogliamo avere un futuro vero, un futuro che non sia fatto di cemento armato. Contro la costruzione dell’inutile e orribile ponte sullo Stretto, in primis, e contro la cementificazione delle coste, delle montagne, dei paesi, delle città e delle campagne calabresi.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 agosto 2025
Foto di Giovanni Manoccio

Un Belpaese immerso nel dualismo.-di Michele Fumagallo

Un Belpaese immerso nel dualismo.-di Michele Fumagallo

l volume che Pino Ippolito Armino ha dato alle stampe per Laterza, Storia dell’Italia meridionale (pp. 326, euro 20), è un ulteriore tassello sull’antica Questione che ha accompagnato per decenni il nostro paese, ma è anche un compendio utile a capire e porsi domande sul futuro del Mezzogiorno. Magari, per tornare a porsi la domanda decisiva: quella Questione esiste ancora in Italia nei termini in cui è stata affrontata nei decenni passati?

Intanto, attraversiamo questa storia che, oltre a sintetizzare bene ciò che è avvenuto prima e dopo il Risorgimento, sottolinea senza equivoci la miseria della reazione borbonica al movimento risorgimentale ma anche le incongruenze di chi si assunse con la definitiva unità del territorio italiano la responsabilità di organizzare il futuro.

L’AUTORE, già nell’introduzione mette le cose in chiaro: «L’Italia è un paese fortemente duale. Oltre 160 anni fa il Risorgimento ha fatto dell’Italia una nazione sola. Perché allora questo contrasto? Il professore Richard Lynn nel 2010 ha trovato una risposta nei quozienti intellettivi diversi per gli abitanti delle due Italie. Questo libro è dedicato a chi non è soddisfatto di questa risposta e ritiene che la spiegazione del dualismo italiano, come di qualsiasi altro fenomeno sociale, vada cercata nella storia». E per esempio nella reazione antipopolare dell’universo borbonico che dominava il Regno delle Due Sicilie, con le sue repressioni feroci dei moti libertari nel tentativo di bloccare l’orologio della storia che aveva ripreso a battere con la Rivoluzione napoletana del 1799.

Sicuramente, le cose sarebbero andate in modo diverso se il Regno delle Due Sicilie avesse cavalcato insieme agli altri l’ideale dell’unificazione, un vento che spingeva da tantissimi anni in quella direzione: il che toglie ogni argomento a qualsiasi dissertazione neoborbonica su di una presunta colonizzazione «piemontese». Ma anche, per stare dalla parte giusta della storia (quella risorgimentale), le incongruenze di un movimento che ebbe varie linee al suo interno, a volte contrapposte, e che commise errori clamorosi, tra l’altro quello di umiliare l’esercito garibaldino volontario, costruito con grande idealismo ma a cui venne dato il benservito nel modo più cinico (mai tradire il volontariato…).

IL LIBRO, SEMPRE per rimanere ancorati al dominio della storia, accenna a spinte fortemente comuni delle due parti d’Italia avvenute dopo l’unificazione, sia in senso positivo (il ruolo, spesso dimenticato dagli studiosi, avuto da tantissimi meridionali nella Resistenza nel Centro-Nord) sia in senso negativo (la mafia che non trova significative opposizioni quando si espande oltre il Sud, dimostrando di essere un fenomeno storico e non antropologico).

In conclusione, dice l’autore, «il Mezzogiorno indebolito e privo di una strategia per il futuro, appare oggi più che mai incapace di reagire a tante sfide». E, in effetti, solo un rinnovato interesse verso i territori (quello meridionale in primis) potrebbe capovolgere la situazione.

da “il Manifesto” del 15 agosto 2025

Le dimissioni di Occhiuto una sciagura per la Calabria.-di Agazio Loiero

Le dimissioni di Occhiuto una sciagura per la Calabria.-di Agazio Loiero

Al presidente ho scritto solo, appena dopo il suo insediamento, una lettera aperta per fargli notare che era un grande errore assumere la carica di commissario alla sanità. Sul piano pratico e sul piano simbolico. Sul piano pratico perché su un settore così delicato, che ha bisogno disperato di un organizzatore sanitario di valore che abbia dimestichezza con i bilanci e i suoi interstizi, non si può improvvisare. Gli ho nell’occasione ricordato che la figura stessa del commissario impone al nostro territorio aliquote fiscali troppo alte per la fragile economia della regione. Un salasso che i calabresi pagano senza un fremito di ribellismo.

E’ questo il motivo per cui nel 2009 minacciai nel Consiglio dei ministri, all’epoca presieduto da Silvio Berlusconi, di dimettermi seduta stante, se fossi stato nominato, contro la mia volontà, commissario, come il governo compatto minacciava di fare. Confesso che è uno dei gesti politici del mio quinquennio che ricordo con maggiore piacere.

Simbolicamente ho sempre amato poco la figura stessa dei commissari destinati alla Calabria, perché conferiscono sempre agli abitanti di questo territorio un inaccettabile marchio di alterità che non meritano. Occhiuto al momento della sua vittoria elettorale, avendo svolto in Parlamento il ruolo, sia pure per un breve periodo, di capogruppo del suo partito, aveva avuto la possibilità di conoscere il presidente del Consiglio del tempo, Mario Draghi, un economista con il quale avrebbe potuto trattare la fine del commissariamento, diluendo al meglio negli anni il debito accumulato.

Ovviamente non fui ascoltato perché il potere di decidere in autonomia, specie nei territori marginali, esercita un fascino irresistibile. Si dimentica in questi casi che l’articolo 122 della nostra Costituzione così recita “Il presidente eletto nomina e revoca…”. Un potere regionale molto forte di cui non dispone neanche il Presidente del Consiglio dei ministri.

Veniamo agli ultimi gesti di Roberto Occhiuto e soprattutto a queste dichiarazioni talvolta vittimistiche “non mi faccio rosolare”. Di grazia da chi? Dai magistrati? Talvolta fortemente reattive contro un avversario politico immaginario “oppositori, sciacalli che hanno tifato per il fallimento della Calabria”. Ma di chi parla? Talvolta così trionfalistiche da sfociare in una deriva di comicità involontaria. La più penalizzante delle comicità. “E’ vero o no” – ha chiesto il Presidente a Soverato – “che in quattro anni si è fatto più che nei quaranta precedenti?” Un concetto di sé così ottimistico che un politico non può esprimere neanche se rispondesse alla realtà. Figuriamoci se dalla realtà è sideralmente lontano.

Tutte queste dichiarazioni il Presidente le affida puntualmente al teatrino dei social o ai comizi senza contraddittorio. Tutte corredate da una congrua scenografia da campagna elettorale permanente. Il Presidente che conserva il culto del particolare, in questa occasione si è posizionato accanto ad una costruenda stazione della futura metropolitana di Catanzaro e successivamente accanto al cantiere di uno dei nuovi, futuri ospedali calabresi. Un’immagine seducente offerta ai suoi corregionali senza mai fare, come solitamente si usa, il più piccolo riferimento a coloro che, quelle opere, a suo tempo le hanno ideate.

In questo nostro tempo distratto dalle luci del consumismo, riporto alla memoria, l’origine dei due eventi. La metropolitana di Catanzaro fu immaginata -il sindaco della città era Rosario Olivo- dalla Giunta da me presieduta e finanziato al ritmo forsennato imposto dall’Europa, insieme ad un progetto per l’area urbana Cosenza- Rende e un terzo per l’area urbana di Reggio Calabria nella legislatura 2005-2010. La linea d’intervento gravava sul Por Calabria FESR 2007-2013. A capo del settore avevamo scelto un dirigente di qualità, Salvatore Orlando. Gli ospedali furono un impegno che il Presidente del Consiglio del tempo Romano Prodi, notoriamente amico della nostra regione, assunse con la Giunta da me presieduta – assessore alla sanità era Doris Lo Moro – dopo i dolorosi incidenti avvenuti in alcuni ospedali calabresi che registrarono la morte di tre giovani.

La lunga parentesi mi ha fatto perdere il filo. Torniamo all’attualità e alle dimissioni di Occhiuto. Esse rappresentano una sciagura perché una regione, già ferma di suo, subirà un arresto in forma ufficiale per quattro lunghi mesi. Tutto a cominciare dal Pnrr, dai bandi europei, dalla stessa pubblica amministrazione, proprio tutto si fermerà. Questo avverrà in una regione, che “ha la disoccupazione più alta d’Italia”. Lo ha ricordato un giornalista di qualità, in vacanza in Calabria, Enrico Franceschini sul supplemento di Repubblica di venerdì primo agosto. Ha poi aggiunto – riporto testualmente – “ la disoccupazione più alta d’Italia. E non solo d’Italia. Secondo le ultime tabelle Eurostat, la Calabria ha il più basso tasso di occupazione (appena il 44 per cento) di tutta l’Unione Europea: solamente nella Guyana, territorio d’oltremare francese, ci sono meno adulti che lavorano”.

Su questo tema mi fermo qui. Vogliamo parlare di quella che l’antropologo calabrese Vito Teti chiama la restanza? Il professore afferma con la riconosciuta credibilità che nei prossimi cinque anni, (non venti o trenta, solo cinque anni) oltre mille paesi delle aree interne del Sud morranno. Non ci saranno più”. La nostra Calabria che presenta un territorio caratterizzato al novanta per cento da collina e montagna, svolgerà, anche in questo caso, un ruolo negativo di protagonista. Una perdita di memoria collettiva che solo a pensarci procura un senso di vertigine. La regione, questi dati terrificanti, li conosce?

D’altraparte un fenomeno di spopolamento sotterraneo sta avvenendo anche nelle città calabresi. Molte le famiglie non poverissime, appena benestanti di Catanzaro, di Cosenza si trasferiscono a Roma o al Nord. Un fenomeno carsico segnalatomi da Franco Ambrogio ma che io stesso ho poi registrato nella mia città. Partono in certi casi per raggiungere i figli, ma partono soprattutto per stabilirsi in un posto più sicuro, dove poter fruire di servizi decenti, dove soprattutto poter essere curati.

E qui tocchiamo uno dei tasti più dolenti della stagione d’Occhiuto: la sanità. Questo è il settore a cui il Presidente della regione si è, come dire, dedicato di più. Non nego che si sia impegnato ma lo ha fatto su temi teorici di alta scuola, trascurando la carne viva della cura, gli ospedali nella vita di ogni giorno, lo scadimento della loro qualità professionale, le ambulanze, i pronto soccorso dove le persone muoiono in attesa di essere curati.

Due settimane fa è morto un mio amico di Stalettì per le otto ore trascorse in un pronto soccorso. Tempi d’attesa insopportabili per visite specialistiche ed esami diagnostici. Siamo ultimi in Italia per quanto riguarda gli screening oncologici che anni fa non apparivano scadenti. La realtà giornaliera è costituita da medici e infermieri che fuggono via dal pubblico per rifugiarsi nel privato. A proposito che ne è dei medici cubani che fino a qualche tempo fa il Presidente citava ad ogni intervista? Sono fuggiti anche loro?

Intendiamoci. Non sarei onesto se non ammettessi che alcuni di questi problemi Occhiuto li ha ereditati. Purtroppo però questi circa quindici anni di commissariamento con le relative ristrettezze di bilancio hanno drammaticamente complicato la vita della sanità, ma è soprattutto per questa ragione che non bisognava protrarre all’infinito un’esperienza nefasta. Questa è la sua più grande colpa. Un commissariamento così lungo poteva mai verificarsi non dico in Veneto o in Lombardia ma anche in Basilicata?

Mi accorgo di non avere scritto dell’avviso di garanzia. Pur essendo uno dei pochissimi ex presidenti a non avere oggi alcuna pendenza giudiziaria, per molti motivi faccio fatica ad occuparmene. Non riesco solo a capire perché un Presidente, di fronte a un fascicolo aperto dalla magistratura, non trovi di meglio che dimettersi per poi ricandidarsi. L’avviso di garanzia è un problema suo, non dei calabresi.

Chiudo questo lungo articolo nel quale ho avvertito la necessità di denunciare i problemi e le bugie, che in questi giorni circolano in grande quantità sui media. Lo faccio ricordando una frase lapidaria di Albert Camus, stabilmente archiviata nella mia memoria: “Nei tempi bui resistere è non consentire menzogne”.

da “il Quotidiano del Sud” del 7 agosto 2025

La posta in gioco dei referendum, in Calabria è più alta.-di Filippo Veltri

La posta in gioco dei referendum, in Calabria è più alta.-di Filippo Veltri

La posta in gioco è molto alta, direi altissima e in Calabria lo è ancora di più per tanti motivi. Il non raggiungimento del quorum renderebbe inutilizzato l’unico strumento ancora integro rimasto a sorregge la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. La nostra democrazia poggia su tre capisaldi strategici diversi, ma fra loro strettamente legati: la rappresentanza, la partecipazione popolare e la democrazia diretta.

Un Parlamento che rappresenta gli interessi parziali di una parte del popolo esprime la sua fiducia a un Governo che si lega agli stessi interessi parziali. Così lo stesso Parlamento finirebbe per soccombere alla prevalenza del Governo riducendosi al rango di mero ratificatore. Così come sta avvenendo in Italia e le armi usate per tale disfatta sono due: il sistema elettorale e la riduzione del numero dei parlamentari.

Soprattutto quest’ultima sciagura, molto funzionale a questo progetto antidemocratico, è contro la rappresentanza e ha portato a completamento la trasformazione del Parlamento in uno strumento dell’esecutivo a guida postfascista che oggi decide per tutti, nonostante che sia espressione di una compagine di forze politiche che rappresenta una minoranza della popolazione.

In questo quadro così preoccupante, la posta in gioco è dunque altissima perché una sconfitta (consistente nel non raggiungimento del quorum minimo per la validità dei referendum dell’8 e 9 giugno) rappresenterebbe purtroppo la perdita di questa grande opportunità di utilizzo del terzo pilastro della democrazia costituzionale. Quello che gli elettori possono esercitare direttamente senza la presenza intermedia di partiti e altre forme associative.

La vittoria del SI abrogativo farebbe sparire una legge o parti di essa dall’ordinamento giuridico e nessun giudice potrebbe riesumarla; e il Parlamento non potrebbe nemmeno riproporla se non dopo almeno un quinquennio e dopo un mutamento sostanziale della situazione politica del Paese. Il mancato raggiungimento del quorum nei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno porterebbe, purtroppo, a una situazione completamente nuova: questo Paese si mostrerebbe ormai privo di capisaldi democratici e si aprirebbero scenari autoritari.

In Calabria i 5 quesiti referendari pongono ancora maggiore urgenza nella partecipazione al voto, sia nel merito dei migranti che del lavoro. La precarietà è la costante dei rapporti di lavoro e di pseudo lavoro dalle nostre parti e non è più tollerabile, rendendo la vita di giovani e meno giovani più complicata e al limite dell’impossibile. Il jobs act non solo ha inoltre reso tutto più difficile nei pochi luoghi di lavoro dove si applicano contratti e leggi.

Il voto è dunque un diritto e un dovere civile dovunque ma non farlo qui in Calabria sarebbe oltre modo grave, nonostante la crisi di fiducia e credibilità di cui (non) godono le istituzioni e la scarsa partecipazione popolare al voto. Ma il popolo nella sua accezione più nobile e grande ha già dimostrato che è soprattutto uno strumento di lotta per cambiare e la politica come ci insegna il grande Nicolò Machiavelli (1519) è praticamente tutto: ‘’non esiste zona dalla vita umana sottratta alla necessità della politica. Senza la politica né gli individui né gli aggregati collettivi resisterebbero al turbine di accadimenti’’.

La manifestazione di Catanzaro del 10 maggio sul diritto alla salute ne è la dimostrazione più vicina a noi e più lampante. Sono fiducioso che il popolo calabrese lo dimostrerà ancora.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 maggio 2025

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sulla sanità in Calabria si potrebbero scrivere enciclopedie, Treccani intere; fare dibattiti 2 o 3 volte al giorno; discutere e litigare per anni interi. E si è fatto e si fa anche tutto questo. Da quando? Non ne ho memoria, ve lo confesso. Ho perso il conto.

Grandi esperti, competenti emeriti, studiosi di diritto sanitario, di diritto pubblico, di sociologia, giuristi, docenti, medici e non, si dannano l’anima per cercare di spiegare alla fine una cosa che è talmente semplice da sembrare banale ma che è all’origine dell’incredibile successo che sta riscuotendo l’iniziativa che si terrà domani pomeriggio in piazza a Catanzaro.

E’ nata dalla testa del direttore di questo giornale, Massimo Razzi, che calabrese non è (e si vede dalla semplicità con cui l’ha pensata e messa in campo), il quale mesi fa dinanzi al diluvio di proteste, accuse, reclami etc., ha pensato alla cosa più semplice del mondo: organizzatevi, organizziamoci, prendiamo la parola, prendete la parola e scendiamo in piazza per il diritto alla salute.

DIRITTO ALLA SALUTE, lo scriviamo in grande così si capisce meglio di che parliamo. Finiamola, cioè, con le ardite e dotte discussioni sui piani di rientro che ci sono e forse vanno via come i commissariamenti (chissà chi lo sa), con i bilanci delle Asp che non tornano, con i fondi e le parcelle pagate 2, 3 e 10 volte, con i buchi neri amministrativi e contabili, etc etc. Cose – dio me ne guardi dal sottovalutarle – molto importanti ma alla fine della fiera il cittadino vorrebbe sapere altro.

Vorrebbe, cioè, sapere perché si può morire in ambulanze senza medici, o in ospedale a nemmeno 40 anni incinta alla prima gravidanza. O perché bisogna andarsene lontani da casa per farsi curare. O perché non si trova più un medico di famiglia. E altre amenità del genere, che pullulano sulle pagine ogni giorno dei quotidiani, dei social, dei siti e rendono tutta la vita dei calabresi più pericolosa di quanto non lo sia già. Perché il punto di fondo è centrato, infatti, sul diritto alla salute negato nonostante l’impegno, l’abnegazione, il sacrificio di medici, infermieri, paramedici che si dannano l’anima per tamponare situazioni difficilissime, a volte al limite dell’impossibile, in reparti affollati, emergenze intasate fino al collasso, tempi biblici nelle prenotazioni (quando funzionano), liste d’attesa di cui è meglio non parlare.

Tutte situazioni che si trascinano da tempo e che hanno incancrenito il settore, dove pure esistono eccellenze sparse qua e là nel territorio, stelle in un infinito mare di nebulose dove il povero calabrese paziente (sostantivo e aggettivo, in tutti i sensi) fatica a raccapezzarsi e a trovare risposte all’unica domanda che agita: il diritto appunto alla salute.

Molto si è discusso e si discute anche sull’utilizzo dei medici venuti da Cuba nelle corsie degli ospedali calabresi. I soliti leoni da tastiera non hanno perso tempo fin dall’inizio a gridare allo scandalo, a chiedere che vengano utilizzati medici italiani (domanda: chissà come e dove prenderli), a sollevare questioni di lana caprina sulla provenienza, la lingua, le metodologie utilizzate. Se c’è invece qualcosa da salvare nei tempi agri che viviamo è proprio l’aiuto fornito e che stanno fornendo questi bravi medici venuti da un altro mondo. Senza di loro sarebbe già forse definitivamente collassato il sistema.

Ecco: servono risposte immediate a quelle domande che ogni giorno, ogni ora del giorno, si manifestano dentro e fuori gli ospedali. Organizzarsi e manifestare è un segno che la coscienza civile non è morta e chiede risposte serie e concrete. A chi? Alla politica e alle istituzioni. È la regola base della democrazia. A ciascuno il suo. Domani pomeriggio questo molto semplicemente si fa.

da “il Quotidiano del Sud” del 9 maggio 2025