Tag: costituzione

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

La legge Nordio è una modifica alla Costituzione.-di Filippo Veltri

A poco più di un mese dal referendum sulla legge Meloni-Nordio nel mezzo di infinite polemiche e dopo l’intervento autorevolissimo l’altro ieri del presidente Mattarella una cosa si può e si deve dire con certezza, che possa o no piacere: questa legge modifica la Costituzione per dare un colpo all’indipendenza dei magistrati – nella loro attività di giudici e pubblici ministeri – e mette in ombra il Parlamento della nostra Repubblica democratica.

Non tutti hanno chiaro, infatti, quanto è accaduto e che ha visto costretto il Governo a modificare 15 giorni fa il testo della domanda da sottoporre a referendum per come richiesto dalla Cassazione proprio in questa direzione. Il Governo aveva deciso da solo il testo delle modifiche alla Costituzione mettendo alla legge un titolo pressoché incomprensibile: norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare. Titolo del tutto ingannevole, a cui si aggiungeva la definizione politica corrente del Governo e cioè che la legge tratterebbe della separazione delle carriere dei magistrati, questione come è noto largamente risolta senza modificare la Costituzione.

Se la legge entrasse in vigore verrebbero modificati ben 7 articoli della Costituzione ed ora è ben chiaro dopo le modifiche. Molti elettori potrebbero infatti non avere chiaro che si tratta di una legge che vuole cambiare in profondità la Costituzione nella parte relativa alla magistratura. L’obiettivo vero del Governo non è quello dunque della separazione delle carriere (falsissimo problema) ma è colpire pesantemente la capacità di auto rappresentazione e autogoverno dei magistrati, il CSM cioè, diminuendone il peso che hanno attualmente nella società e nella struttura della democrazia italiana.

In sostanza con la legge Meloni- Nordio verrebbe colpita l’autonomia della magistratura che è indispensabile per esercitare un controllo di costituzionalità e di corretta interpretazione delle leggi. I recentissimi video della premier Meloni e i suoi attacchi basterebbero a dimostrare ciò anche ai tanti ciechi della cd sinistra per il sì.

Ma perché è indispensabile l’indipendenza dei magistrati? E’ indispensabile nello svolgimento dei loro compiti, un pilastro dell’equilibrio dei poteri in una democrazia perché segna un punto di differenza tra democrazia e autocrazie. Pur di raggiungere questo obiettivo il governo ha obbligato il Parlamento ad approvare a scatola chiusa la sua proposta di legge. Quindi l’opposizione non ha potuto fare alcuna modifica al testo, neppure una virgola, nelle 4 sedute previste dall’articolo 138 per modificare la Costituzione.

Quelli che oggi affermano che sarebbero orientati ad approvare la proposta dovrebbero riflettere su alcuni punti: sembrano dimenticare che l’opposizione non ha avuto la possibilità di svolgere alcun ruolo; la stessa maggioranza parlamentare non ha toccato palla ed è stata costretta ad approvare il testo del governo senza correzioni. Sarebbe l’ora che l’opposizione inizi a correggere errori fatti in passato – che le destre stanno sfruttando pesantemente – e ritornare al ripristino della sostanza della Costituzione del 1948 che troppe volte è stata sacrificata sull’altare di convenienze politiche contingenti, vere o presunte.
L’acquiescenza del Parlamento ai voleri del governo ribalta infatti pesantemente il ruolo degli organi costituzionali e assegna al governo un ruolo dilatato. Se poi a questo si accompagnasse un ridimensionamento del ruolo autonomo della magistratura, del suo controllo sugli atti del governo che rappresenta una tutela fondamentale per i diritti dei cittadini, saremmo di fronte ad uno stravolgimento ancora più di fondo della democrazia disegnata dalla Costituzione.

I No al referendum costituzionale potrebbero consentire di riprendere un discorso, necessario, sul vero problema che continua a non essere affrontato e che è il non funzionamento della giustizia, nodo che questa legge non affronta. Sia giustizia penale che civile. Non si può dimenticare, ultimo ma non ultimo, che in ballo nella sfida referendaria c’è molto di più, cioè la valutazione sugli schieramenti politici in campo, come conferma l’insistenza di Giorgia Meloni sul fatto che la vittoria del No non inciderebbe sul futuro del governo. Sul sì compatto del centrodestra si sono inseriti invece anche alcuni sì di settori della sinistra e staremo quindi a vedere tra un mesetto chi la spunterà.

da “il Quotidiano del Sud£ del 21 febbraio 2026

Usciamo dal deserto della rassegnazione. Votiamo NO!.-di Piero Bevilacqua

Usciamo dal deserto della rassegnazione. Votiamo NO!.-di Piero Bevilacqua

Siamo in molti a essere finalmente consapevoli della partita che si gioca con il voto al referendum per la riforma della giustizia il 22 e il 23 marzo. E’ messa in discussione l’indipendenza della magistratura dal potere politico, uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia, sempre più svuotata e in pericolo.

La vittoria del si,un altro colpo alla Costituzione, segnerebbe e un passo ulteriore verso uno stato autoritario.Che questa sia la direzione di marcia dei gruppi dirigenti non solo italiani ma anche europei, lo dimostra il ventaglio di iniziative dispotiche che dilagano nel Continente:la repressione dei movimenti pro-Palestina, la violenza contro i manifestanti, la censura introdotta nelle scuole e nelle università, le varie leggi che proibiscono il dissenso, le sanzioni che puniscono singoli individui senza processo, come accaduto al colonnello svizzero e grande analista geopolitico Jacques Baud e a tanti altri.

E’ una tendenza avviata da tempo ed è conseguente alla progressiva perdita di consenso popolare da parte dei governanti dell’UE. Ma tutto lascia prevedere che tale china si accentuerà nei prossimi mesi e anni. Le élite dirigenti che escono emarginate e sconfitte dalla guerra in Ucraina, che devono constatare il fallimento dell’Unione, cercano di uscire dalla disfatta promettendo ai cittadini sfiduciati e confusi un avvenire di guerra e un rilancio dell’economia attraverso il riarmo.Per costoro la repressione della libertà diventa necessaria.

Devono proibire il dissenso, silenziare le voci critiche se vogliono consentire ai giornalisti del Corriere della Sera, della Repubblica, dei telegiornali di persuadere le masse popolari della necessità di una guerra.Ma la politica di rilancio dell’economia UE attraverso il riarmo, aumenterà lo sfruttamento del lavoro,creerà nuove povertà e il disagio sociale inasprirà i conflitti.

Per questo tenderanno a costruire uno “Stato di vigilanza” che utilizzi il malessere dilagante, gli scontri di piazza, ecc per creare un bisogno di sicurezza nei cittadini a cui rispondere con l’ordine poliziesco.

Vincere questo referendum può significare l’inizio della fine del governo di centro-destra in Italia.Ma ognuno di noi deve compiere uno sforzo speciale di mobilitazione.Non può limitarsi a lanciare messaggi dal computer. Occorre immaginare una molteplicità di forme di propaganda.Si può cominciare a telefonare ad amici e parenti lontani, riprendere i contatti con vecchi colleghi o compagni e metterli in allarme già a partire dell’irritualità della telefonata.

Ma soprattutto occorre uscire fuori dalla campana di vetro del mondo virtuale e uscire per le strade. Le grandi manifestazioni sono importanti.Ma non arrivano ai cittadini che non vanno a votare,che ascoltano solo la TV mentre consumano la cena storditi dopo una giornata di lavoro. Bisogna incontrarli davanti ai cantieri, agli uffici, alle scuole.Gli insegnanti intimoriti da Valditara potrebbero leggere in classe ogni giorno un articolo della Costituzione.

Vediamo chi li sanzionerà. Ma noi dobbiamo girare nei quartieri con un volantino in mano, spiegando le tante, drammatiche ragioni del no, come parte di una resistenza generale a un dispotismo già in atto in tutto Europa, che rischia di consegnarci a una società totalitaria senza precedenti. Già il fatto che i cittadini vedano tanti uomini e donne con un volantino in mano in tutte le città comincia a mettere in allarme, può scuotere l’indifferenza, il deserto della rassegnazione.

Ma bisogna uscire dal guscio domestico dove produciamo chiacchiere. Altrimenti, prima o poi, verranno a prenderci a casa.

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

«Una visione barbara del processo». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha definito la ratio della riforma della giustizia che il governo intende sottoporre a referendum confermativo. Non si tratta, secondo il giurista, di rafforzare l’indipendenza dei magistrati, bensì di intimidirli: di porre i pubblici ministeri sotto pressione e, potenzialmente, sotto il controllo della politica.

Dietro la riforma — osserva Zagrebelsky — si cela una concezione distorta del processo: non più luogo di ricerca della verità, ma arena di confronto tra due “atleti del diritto”, l’avvocato e il pubblico ministero, come se la finalità fosse la vittoria dell’uno sull’altro. Una visione che riduce la giurisdizione a mera competizione e svuota il processo della sua funzione costituzionale: una visione, appunto, barbarica.

Ogni riforma costituzionale muta, per definizione, l’assetto dei poteri dello Stato. La Costituzione non è un testo neutro: essa organizza, separa e bilancia i poteri fondamentali — legislativo, esecutivo e giudiziario — determinandone le regole di funzionamento. Ogni sua modifica, anche parziale, altera inevitabilmente gli equilibri tra tali poteri, come già dimostrato dalla sciagurata riforma del Titolo V del 2001, che indebolì l’unità dello Stato e aprì la strada all’autonomia differenziata.

La Costituzione italiana, agli articoli 101 e 104, disegna una magistratura unitaria e indipendente, composta da giudici e pubblici ministeri, entrambi sottoposti unicamente alla legge. La separazione delle carriere — non è una novità né un problema perché largamente praticata nei fatti. Il punto è che l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i magistrati giudicanti composti con metodo che assegna alla politica il controllo dei due organi altera quell’assetto originario.

Come ha osservato Enzo Paolini su questo giornale, ciò conduce alla mutazione della forma dello Stato e il modello voluto dai Costituenti, senza che vi sia “una necessità comprovata”. La creazione di due CSM composti con sorteggi con metodi diversi definisce chiaramente l’obiettivo della riforma : il controllo della magistratura da parte della politica.

La riforma prevede infatti che i membri “laici” siano sorteggiati da liste predisposte dalla maggioranza parlamentare, mentre i membri togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Ne deriva che la componente politica dei due CSM avrà un indirizzo ideologico chiaro, mentre quella togata sarà affidata al caso.

La separazione delle carriere non abroga formalmente l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, ma ne prepara il superamento: da obbligo giuridico inderogabile, essa rischia di trasformarsi in regola flessibile, subordinata a scelte organizzative e, in ultima istanza, determinata da indirizzi politici scelti da chi governa. La riforma sconvolge l’equilibrio disegnato dai Costituenti, in cui l’obbligo di agire rappresentava insieme garanzia di legalità e presidio di indipendenza.

Un pubblico ministero isolato in una carriera distinta la cui progressione è assegnata ad un CSM controllato dalla politica tende a essere meno vincolato da un dovere automatico e più esposto a logiche di opportunità dettate dal potere esecutivo. Così, senza abrogarlo formalmente, l’obbligo dell’azione penale rischia di cambiare natura, da comando inderogabile a principio puramente formale.

I Costituenti scelsero deliberatamente di non separare le carriere, per ragioni storiche profonde, legate all’esperienza della dittatura fascista. Sotto il regime, i pubblici ministeri rispondevano direttamente al Ministero della Giustizia e l’azione penale era spesso strumento di repressione politica. Inserire il PM nella magistratura significava sottrarlo al potere esecutivo e garantirne l’indipendenza.

Piero Calamandrei diceva che: «L’indipendenza del pubblico ministero è la prima garanzia della libertà dei cittadini». La visione complessiva dei Costituenti era che la cultura giuridica del magistrato giudicante e di quello requirente dovesse essere la medesima.

Lo scopo principale della riforma voluta dal governo appare allora evidente: controllare la magistratura, e in particolare il pubblico ministero, uno dei principali contrappesi del sistema democratico. Pur senza conferire potere assoluto all’esecutivo, la riforma ne indebolisce significativamente uno dei principali strumenti di controllo sul potere politico, alterando l’equilibrio tra i poteri in modo pericoloso per la democrazia.

Questo indebolimento si inserisce in un contesto più ampio che è costituito dai cosiddetti “pacchetti sicurezza” che mettono a rischio libertà civili e diritti costituzionali, segnando una svolta autoritaria in nome di un presunto ordine pubblico. Dalle nuove norme criminalizzano forme di protesta pacifica — blocchi stradali e ferroviari — colpendo la libertà di manifestazione garantita dall’articolo 17 della Costituzione.

Un contesto nel quale sono state inasprite le pene per reati legati a occupazioni e resistenza a pubblico ufficiale, ampliata la tutela penale delle forze dell’ordine, limitate drasticamente le intercettazioni e abolito il reato di abuso d’ufficio. Ancora più grave è l’introduzione dell’articolo 31 del decreto dell’11 aprile 2025 n. 48, poi convertito in legge, che estende i casi di non punibilità per agenti dei servizi segreti, includendo reati di estrema gravità come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati (dal presidente del Consiglio) nell’ambito di operazioni di intelligence.

Contemporaneamente, il governo delegittima la magistratura, attacca la Corte dei conti, attribuisce ai giudici responsabilità politiche, abusa della decretazione d’urgenza, comprime il dibattito parlamentare e ricorre sistematicamente al voto di fiducia. Blocca la trascrizione dei figli di coppie omogenitoriali, attua politiche migratorie disumane, adotta un linguaggio ostile verso minoranze, ONG e attivisti, mostra tolleranza verso simbologie fasciste e svuota l’antifascismo come valore fondante della Repubblica.

In questo quadro si inserisce il disegno di introdurre il premierato che, pur senza eliminare del tutto la democrazia, si configura come una torsione autoritaria in quanto -come dice Tomaso Montanari- sposta strutturalmente l’equilibrio del sistema a favore dell’esecutivo e concentra il potere nelle mani di una sola persona.

La Costituzione italiana ha costruito una democrazia deliberatamente “non concentrata”, perché il nostro Paese proviene dall’esperienza della ventennale e tragica dittatura fascista. La Carta del 1948 fu concepita per impedire che un singolo potere o individuo accumulasse eccessiva autorità, proteggendo le libertà dei cittadini e preservando l’equilibrio dei poteri.

Non è lecito permettere che Meloni e i suoi, eredi politici del fascismo, modifichino la Costituzione pezzo per pezzo. Non ci si deve lasciare mitridatizzare al veleno dell’autocrazia, alla concentrazione dei pieni poteri nelle mani di una sola persona: è già accaduto una volta e il Paese è precipitato in una dittatura che lo ha condotto ad una guerra distruttiva e rovinosa. Per questo, il voto deve essere NO.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 gennaio 2026
foto:https://istorecofc.it/giustizia-fascista

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

Referendum giustizia, al governo non basta l’indipendenza dei magistrati.-di Enzo Paolini

“Con la riforma mai più invasioni di campo dei P.M. Quando governerà il PD servirà anche a loro”.
Se fosse vero che il Ministro Nordio ha pronunciato queste parole, sarebbe la piena confessione del fatto che la cosiddetta riforma della Giustizia sottoposta a referendum altro non è che un mezzo per sottoporre la Magistratura, soprattutto la Pubblica Accusa, al controllo del potere politico. Oggi in mano al centrodestra, domani, chissà, ad altro schieramento. Donde la strizzatina d’occhio del Ministro all’attuale opposizione.

Un lapsus, (linguae) certo, una gaffe, o piuttosto una “voce dal sen fuggita” ad un politico inesperto per dire cosa effettivamente si pensa ma si nasconde a parole.

Non è sufficiente, ovvio, per determinare o influenzare il voto, ma poiché in un intenso convegno organizzato dagli avvocati per il Si ho espresso perplessità rispetto alle posizioni pro-governo registrando reazioni perentorie (talune argomentate, altre no) che mi hanno fatto riflettere chiedo ospitalità al Quotidiano per proporle in maniera più chiara e magari suscitare un dibattito fondato su visioni di sistema più che su pregiudizi ideologici o, peggio, avversioni corporative reciproche tra avvocati e magistrati.

Sgombriamo il campo dal primo equivoco: il referendum non riguarda la separazione delle carriere, perché in sostanza già esiste. Si chiama separazione delle funzioni perché è stabilito che il magistrato può scegliere quale percorso di carriera vuol fare – se requirente o giudicante – e non può cambiare se non una sola volta accettando anche di essere trasferito in distretto diverso. Pochissimi lo fanno, per cui è un fenomeno ininfluente.

Per azzerarlo del tutto, sarebbe sufficiente cancellare – con legge ordinaria, o con semplice disposizione regolamentare – anche tale residua possibilità.
Dunque, è evidente, il problema non è questo.

Allora ci sta una premessa. La Costituzione italiana, all’art. 104 comma 1 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Tale affermazione non distingue tra giudici e pubblici ministeri, che sono entrambi ricompresi nell’ordine giudiziario perché il PM, pur svolgendo funzione diversa dal Giudice è parte integrante del sistema dal momento che esercita l’azione penale non in nome del Governo ma in nome della legge.

I costituenti scelsero consapevolmente questo modello per evitare (il ritorno a) forme di giustizia asservita al potere esecutivo, come avveniva durante il fascismo, quando il PM dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. L’unitarietà delle carriere non è dunque un accidente storico ma un presidio di libertà.

I sostenitori della riforma Nordio osservano che nella nuova formulazione non v’è alcuna esplicita sottoposizione dell’ufficio del PM alla diretta ingerenza o direttiva del Ministro o in generale del potere politico. Ed è vero.
Ma qui le perplessità aumentano, perché come insegna la storia, le garanzie democratiche non vengono demolite all’improvviso, ma erose gradualmente, attraverso riforme che alterano gli equilibri senza dichiararlo apertamente.
L’insidia – a mio avviso – sta nella modifica del CSM, l’organo di autogoverno della Magistratura pensato per sottrarre le nomine, le carriere e i procedimenti disciplinari all’influenza del potere politico.

Anche qui si dice una cosa vera e cioè che oggi il CSM viene composto secondo aree di influenza politica. Donde i rischi di condizionamento dei Giudici, la cui vita professionale (con tutti i risvolti personali) sarebbe determinata dalla politica.

Il rimedio, cioè la creazione di due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudicanti, peggiora però le cose, dal momento che la riforma prevede che per ognuno di essi i membri cosiddetti laici siano sorteggiati all’interno di una lista stabilita dalla maggioranza parlamentare mentre i togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio.
Il che vuol dire – di tutta evidenza – che la parte politica dei CSM sarà strutturata e provvista di un ben definito indirizzo (anche ideologico) mentre quella togata rimane affidata al caso.

Dunque la presenza di membri laici indicati dalla politica nei due distinti CSM moltiplica i punti di contatto tra politica e magistratura aumentando il rischio di interferenze e condizionamenti, mentre dall’altra parte il sorteggio per i togati non garantisce né competenza, né autorevolezza, né attitudine.

Un organo di autogoverno dev’essere composto da magistrati con esperienza riconosciuta, capacità e senso delle istituzioni. Affidare tale funzione al caso appare molto pericoloso perché l’assenza di meccanismi di rappresentanza e responsabilità non produce neutralità ma opacità e irresponsabilità.

Sgombriamo il campo anche dal secondo equivoco, quello della banalità del caffè o delle stanze vicini, dei rapporti di amicizia o del calcetto. Questi sono argomenti da bar sport.

E anche delle grida contro i casi di malagiustizia che dimostrerebbero il malfunzionamento del sistema.
Casi che – evidentemente – non sono pertinenti al tema del referendum ma che, a tutto concedere dimostrano il contrario. Lo scempio di grandi processi ad esempio quello di Giacomo Mancini dimostra – come ebbe a dire lo stesso leader socialista dopo le due assoluzioni pronunciate dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria e dal Tribunale di Catanzaro a fronte di pesantissime richieste delle Procure – che il sistema funziona.

Esso appare talvolta diretto ed interpretato da persone che sbagliano o che, peggio, sono in malafede ma i pesi ed i contrappesi, pensati dal Costituente, dimostrano che proprio nel contesto generale di sistema risiede la garanzia del cittadino.

D’altra parte la recentissima vicenda di Salvini, assolto dopo una asperrima e determinata contrapposizione con la Procura procedente sta a certificare come non vi sia alcun precostituito e costante appiattimento dei Giudici sulle tesi dei P.M.
Allora la domanda: perché un Governo che ha avuto tale evidentissima dimostrazione di indipendenza insiste nella affermazione contraria? Il sospetto che induce è che non gli sia sufficiente il giudizio indipendente del Giudice. Non basta, serve il controllo, la dipendenza dell’accusa, occorre essere esenti pregiudizialmente dal dissenso. E qui per me si alzano (si dovrebbero alzare per tutti) le antenne del pericolo.

Il punto è che di esempi di questo tipo, così come di segno opposto, tali cioè da far pensare ad una commistione tra accusatori e giudicanti, ve ne sono a iosa ma proprio questo non può che condurre ad una conclusione: non è il sistema che va cambiato ma è la qualità degli interpreti che lo rende più o meno accettabile nelle curve della storia.

All’affermazione – condivisibile – secondo la quale attualmente vi è una palpabile sensazione che talune scelte nell’ambito delle competenze del CSM siano condizionate da convenienze ed interessi, si può rispondere con una domanda: “vogliamo un sistema come quello pensato dai costituenti che è coerente con i principi di democrazia e dell’indipendenza della Magistratura, garanzia delle libertà dei cittadini, che però talvolta è diretto e interpretato da una classe dirigente non all’altezza, oppure vogliamo un altro sistema che, con questo pretesto, avvia il processo di istituzionalizzazione della dipendenza della Magistratura dal potere politico, come candidamente ammesso dal Ministro Nordio?”.

Parlo per me: nonostante tutto io scelgo il primo e per evitare le attuali storture, evidenti, continuerò a battermi perché la classe dirigente a tutti i livelli, dalle istituzioni, alle ASP, alla Magistratura, sia selezionata diversamente, cioè al rialzo qualitativo e non al ribasso, come avviene oggi.

E ciò seguendo la lungimirante lezione di Cossiga il quale, all’alba della cosiddetta seconda Repubblica quando un Giudice calabrese in un famoso processo gli chiese di deporre sul voto di scambio tra politica e malaffare rispose: “vede Presidente, la politica è il frutto di uno scambio, di un patto tra cittadino e colui che viene scelto per rappresentarlo. Tu mi voti ed io ti prometto di agire in un certo modo. La garanzia sta nel controllo del popolo. Il sistema elettorale con preferenze e calcolo proporzionale dei seggi, comportava la ricerca del consenso e quindi una connessione diretta e sempre viva della cittadinanza con i suoi rappresentanti, come da Costituzione. La sua sostituzione con un sistema maggioritario a liste preconfezionate e senza preferenze sostituisce la ricerca del consenso con la ricerca del potere, sistema nel quale l’eletto non risponde a nessuno perché nessuno lo ha eletto”.

Analisi lucidissima, eppure è andata così: presi dalla suggestione del malaffare nella politica, invece di cambiare le persone che ne inquinavano l’azione abbiamo ritenuto di cambiare il sistema. I risultati in termini di qualità della classe dirigente si vedono.

Mutatis mutandis, con questa riforma rischiamo di fare lo stesso errore: invece di agire per porre in essere le condizioni per migliorarne gli interpreti, si pensa di cambiare il sistema pensato e voluto da Calamandrei, Moro, Nenni, De Gasperi, Leone, Pertini, Mortati e Terracini e altri giganti del pensiero costituzionale.
Con tutti i problemi io continuo a condividere la loro visione.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 gennaio 2026
Foto: Roberto Monaldo / LaPresse

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

Giustizia. Tante firme per l’altro referendum.-di Filippo Veltri

La raccolta delle firme per il referendum sulla legge Nordio sta fornendo risultati positivi, ben oltre le previsioni. Prosegue infatti fino al 31 gennaio ma ormai sono state raggiunte le 500.000 firme necessarie (con dati di ieri siamo infatti al 100%) per diventare un soggetto promotore con tutte le garanzie previste dalla legge. L’iniziativa sta ottenendo una risposta oltre il previsto perché ha incontrato un sentimento diffuso nell’opinione pubblica che vuole contrastare soprattutto l’arroganza delle destre nell’uso del potere e della maggioranza parlamentare.

Il Comitato per il No – presieduto da Giovanni Bachelet – che unifica le organizzazioni della società civile ha deciso di sostenere la raccolta delle firme, considerandola la prima iniziativa che il Comitato per il No sostiene proprio per entrare più rapidamente nella campagna elettorale, che ha il compito di spiegare le ragioni della richiesta ad elettrici ed elettori anzitutto di recarsi a votare per decidere e votare NO nel referendum per bocciare la legge Nordio

Dall’assemblea nazionale del 10 gennaio scorso è partita così una forte indicazione per iniziative in tutto il paese, accompagnando la raccolta delle firme con la costruzione dei comitati locali per il No. A Catanzaro è stato già costituito e a Cosenza sarà fatto martedì 20 nel salone della CGIL.

Per vincere il referendum – è stato il cuore della manifestazione di sabato scorso- non basterà la mobilitazione necessari per raccogliere almeno 500.000 firme, per quanto sia importante, ma occorre immaginare una campagna ben più ampia, diffusa, chiara, in grado di arrivare ovunque con argomenti convincenti.

La legge Nordio che pretende di cambiare la Costituzione è stata proposta dal Governo, mentre le modifiche alla nostra Carta Costituzionale dovrebbe essere materia del Parlamento, il quale invece ha solo assistito passivamente alla discussione. La legge Nordio è stata infatti approvata nelle 4 letture (previste dall’articolo 138 della Costituzione) senza dare la possibilità di alcuna modifica da parte dei parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione. A questo punto l’unica possibilità che resta a disposizione di elettrici ed elettori per fermare l’attacco all’indipendenza dei magistrati è la vittoria del No nel referendum che il Governo ha fissato per il 22 e 23 marzo prossimi (a meno di interventi della Suprema Corte).

Il governo ha voluta ad ogni costo questa legge perché non sopporta i controlli dei magistrati (vale la pena rileggere a tal proposito le parole della premier Meloni nella conferenza stampa della scorsa settimana) e in questa allergia ai controlli istituzionali somma tutto e il suo contrario: dalle sentenze sui diritti degli immigrati che continuano a lasciare vuoti i centri in Albania fino alla Corte dei Conti che ha costretto a rivedere l’attuazione del ponte sullo stretto alla luce delle norme italiane ed europee. La Corte dei Conti ha già subito le conseguenze delle sue decisioni con l’approvazione a tambur battente di una legge che taglia pesantemente le sue possibilità di intervenire e in sostanza è stato un antipasto di quello che accadrebbe se la legge Nordio venisse approvata.

La separazione delle carriere è in verità un obiettivo che serve solo a nascondere quello vero e cioè indebolire il ruolo del Consiglio superiore della Magistratura – cioè la rappresentanza dell’autogoverno della magistratura – che verrebbe diviso in 3: due Csm, uno per i Giudici, uno per i PM, più una Commissione disciplinare esterna ai Csm, cancellando il diritto dei magistrati di eleggere i loro rappresentanti (come è attualmente) per fare sorteggiare la loro rappresentanza, parificando la scelta della componente magistrati alla tombola di fine anno.

E’ evidente che l’obiettivo del governo è avere una magistratura addomesticata che interpreti la linea repressiva e securitaria del governo. Solo bocciando la legge Nordio si otterranno poi ripensamenti del governo sul premierato, altro stravolgimento della Costituzione, e sul tentativo di anticiparlo con una nuova legge elettorale, mentre sullo sfondo continuano le manovre di Calderoli, in combutta con alcune regioni del Nord, per aggirare le sentenze della Corte costituzionale sull’autonomia regionale differenziata.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 gennaio 2026

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Cosenza. Cementificazione di Corso Umberto: non è finita.-di Coordinamento ‘Diritto alla città’

Cosenza. Cementificazione di Corso Umberto: non è finita.-di Coordinamento ‘Diritto alla città’

Lo diciamo noi del Coordinamento Diritto alla Città, lo dicono tutti quelli che da anni stanno combattendo contro lo stravolgimento urbanistico del quartiere Riforma-Rivocati, contro chi con arroganza ed egoismo pensa solo agli interessi privati, contro chi – infischiandosene della dovuta trasparenza amministrativa – scavalca procedure giuridiche e democratiche, vincoli della Soprintendenza, regole di buonsenso economico e politico.

Oggi però lo dice pure il TAR della Calabria.

La nostra richiesta di accesso agli atti relativi alla costruzione del nuovo mostro edilizio su Corso Umberto ci è stata inizialmente negata dal Comune di Cosenza su opposizione della ditta costruttrice, ma noi non ci siamo fermati e abbiamo presentato ricorso al TAR che, con sentenza n. 01782/2024 REG.RIC. pubblicata il 9 ottobre 2025, ci dà ragione perché: “nel caso di specie, l’opposizione della società controinteressata all’accesso appare del tutto generica («poiché coperta da riservatezza e non suscettibile di divulgazione»), sicché deve escludersi che sia configurato uno dei limiti all’accesso civico generalizzato contemplati dalla legge “ e conclude che “il ricorso deve pertanto trovare accoglimento, con annullamento del diniego impugnato e disponendo che il Comune di Cosenza garantisca l’accesso ai documenti richiesti nel termine di giorni 10 dalla comunicazione o dalla notificazione della presente sentenza”.

C’è di più, infatti il TAR “condanna il Comune di Cosenza, in persona del Sindaco in carica, e Via Rivocati S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, alle spese e competenze di lite, che liquida nella misura di € 2.000,00, oltre al rimborso del contributo unificato e delle spese generali nella misura del 15%, nonché oltre a IVA e CPA come per legge”.

Siamo molto soddisfatti perché con questa sentenza:
1. viene svelata l’ignavia delle amministrazioni municipali di Occhiuto e Caruso che hanno, oggettivamente, favorito interessi privati e speculazioni, manipolato il dibattito pubblico, negato, procrastinato e infine, dopo il nostro ricorso, solo parzialmente concesso la visione degli atti amministrativi, bocciato qualsiasi proposta avanzata dal nostro Coordinamento ‘Diritto alla città’, sottovalutato e marginalizzato le proteste dei cittadini;

2. viene posto un limite allo strapotere di ditte private il cui scopo non è rendere bello il quartiere o fornire servizi ai suoi abitanti, ma solo quello di speculare e arricchirsi ai danni della comunità in tutti i modi possibili anche aggirando norme e vincoli posti dalla Soprintendenza;

3. per una volta si dimostra che a tutto c’è un limite e che l’azione persistente della comunità e della società civile può aiutare a sconfiggere l’ideologia del costruire tanto per costruire, del consumare inutilmente suolo, spazi, energie e risorse attraverso la trasformazione cieca e continua del paesaggio cittadino, e a scandagliare i passaggi più contorti di questa corsa verso il delirio urbano.

Ribadiamo il nostro impegno a vigilare affinché qualsiasi intervento edilizio rispetti i principi di sostenibilità, legalità e rispetto per gli interessi collettivi, e ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto la nostra lotta per un quartiere più giusto e vivibile.
Invitiamo la cittadinanza a partecipare attivamente al processo di difesa della città e del territorio e a rimanere aggiornati sulle prossime iniziative del nostro Coordinamento.

Coordinamento Diritto alla Città

Non è tutto chiaro nell’intervista al presidente Roberto Occhiuto.-di Salvatore Belcastro

Non è tutto chiaro nell’intervista al presidente Roberto Occhiuto.-di Salvatore Belcastro

È encomiabile e di grande interesse l’intervista del Direttore Massimo Razzi al Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, sui problemi della sanità in Calabria. Ora sappiamo come pensa, e, pertanto, voglio analizzare le inesattezze significative che ha fatto passare, inerenti alcune inefficienze assai evidenti. Provo a schematizzare

1)Sulla mancanza del medico a bordo nelle ambulanze, prendendo spunto dal triste caso accaduto a San Giovanni in Fiore, dice che nelle altre città d’Italia solo nel 23% delle ambulanze c’è il medico a bordo. È una notizia esatta ma fuorviante, e solo un tecnico avrebbe potuto ribattere in quella sede. Di tecnici ce n’era uno solo, il Dottor Miserendino, che era dalla parte del Presidente e non aveva alcun interesse a riprendere il tema.

Nelle città dove il Pronto Soccorso e i dipartimenti Urgenza-Emergenza funzionano, esiste una Centrale Operativa gestita da tecnici di alta formazione in grado di selezionare le risposte alle chiamate e decidere se è necessario il medico a bordo. Noi sappiamo dalla statistica che in oltre il 70% dei casi le chiamate al 118 sono fatte per patologie che non richiedono il medico a bordo e la Centrale Operativa lo comprende al telefono:
a) dalla distanza del paziente da soccorrere dal Pronto Soccorso ospedaliero, che deve essere raggiungibile entro un breve tempo stabilito da parametri;
b) da due o tre domande a chi sta chiamando. Quei tecnici sono in grado di decidere se inviare il medico, che, però, è sempre disponibile.

Le Centrali Operative calabresi hanno questa capacità di selezionare i casi? L’hanno fatto per il caso di San Giovanni in Fiore? È questa la mancanza. Il medico del Pronto Soccorso aveva richiesto l’ambulanza medicalizzata, che non c’era. Occhiuto non ne fa cenno.

2)Il Presidente accusa carenza di medici nelle strutture di Pronto Soccorso e Urgenza. È un problema reale in tutta l’Italia, perché i medici d’urgenza sono pagati poco a fronte delle responsabilità che si assumono e per il lavoro usurante che svolgono. L’intervistatore chiede perché la Regione non paghi di più. Il Presidente risponde che non può, deve rispettare la legge nazionale. È inesatto.

Per la legge Bindi le aziende sanitarie ogni anno dovrebbero predisporre la distribuzione di budget per ogni settore, compreso Emergenza-Urgenza, e questo viene calcolato sulla base dello strumentario necessario, il materiale di consumo e l’organico teorico previsto per il buon funzionamento. In altri termini, se per un settore è previsto un organico di 10 operatori e ce n’è disponibile solo la metà, significa che circa il 50% del budget stabilito non viene speso. Potrebbe essere usato, allora, per pagare di più quelli che lavorano.

3)La legge Bindi consente alle aziende di dividere il budget previsto per gli operatori in una quota di retribuzione base e una quota legata a incentivi. Quest’ultima dovrebbe essere condizionata dalla realizzazione di progetti dettagliati assegnati d’ufficio o scelti dagli operatori stessi. Il Presidente non ha fatto alcun cenno alla rendicontazione degli incentivi, che dovrebbero emergere dai bilanci annuali. Quali incentivi sono stati assegnati? Ci sono i bilanci?

4)Siamo tutti felici se la Calabria esce presto dal Commissariamento, anche se non è prevista l’uscita dal piano di rientro. Il grande problema nasce proprio dal piano di rientro che costringe le aziende a stringere i cordoni della borsa fino a stritolare l’efficienza della sanità. Intanto, l’obiettivo primario dovrebbe essere ridurre l’ospedalizzazione fuori regione e individuare gli strumenti per raggiungere questo fine. Ma osservando come vanno le cose non si uscirà mai dal piano di rientro. Il Presidente non fa alcun accenno all’emigrazione sanitaria anche per patologie di basso profilo, che continua a determinare l’emorragia delle risorse.

5)L’ultimo punto dell’intervista ha lasciato tutti perplessi, il rapporto università ospedale. La Facoltà di Medicina a Cosenza ora esige giustamente la creazione di un policlinico. Il Presidente non spiega come intende affrontare il problema. Individua il Rettore dell’Unical come l’uomo di fiducia col mandato di creare le cliniche. Bisogna allora fare due obiezioni:

a) il Rettore non è un tecnico della sanità, quindi è assolutamente improprio che abbia il mandato di gestire la creazione delle cliniche universitarie. Viene individuato solo come fiduciario del Presidente della Regione, e la cosa si presta a interpretazione politica e/o ispirata a interessi non specificati. L’unico tecnico che avrebbe la competenza per la creazione del policlinico dovrebbe essere il Preside della Facoltà di Medicina. Il Presidente non ne fa cenno.

b) Come vede il Presidente il rapporto Università- Ospedale a Cosenza? Lui certamente sa che quando, negli anni ’80, venne creata la Facoltà di Medicina a Catanzaro, iniziò un duro conflitto tra l’Ospedale e l’Università durato oltre 40 anni, responsabile di inefficienze e di mancato sviluppo di entrambe le aziende.

Nell’intervista Il Presidente Occhiuto non fa cenno a come sarà impostato questo rapporto, che, invece, è una chiave di volta per risollevare davvero la sanità a Cosenza, dove ci sono già segnali di preoccupazione per il destino dell’Annunziata.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 febbraio 2024

Lo strano no al referendum che seppellisce la Calderoli.-di Francesco Pallante

Lo strano no al referendum che seppellisce la Calderoli.-di Francesco Pallante

Dal punto di vista giuridico, sorprendono, stando ai virgolettati riportati sui giornali, le parole pronunciate dal neopresidente della Corte costituzionale durante la conferenza stampa del 21 gennaio. Spiegando le ragioni della bocciatura del referendum contro la legge sull’autonomia regionale differenziata (legge Calderoli), il presidente Amoroso avrebbe detto che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli, ndr) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».

È difficile nascondere la sensazione di disagio suscitata da tali parole. La decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, infatti, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.

Quest’ultima avrebbe dovuto limitarsi a valutare il rispetto dei limiti alle iniziative referendarie previsti dall’articolo 75 della Costituzione (esclusione delle leggi di bilancio e tributarie, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, di amnistia e indulto) e dalla sua stessa giurisprudenza (a partire dalla sentenza 16 del 1978, che esclude altresì i quesiti referendari disomogenei o vertenti su leggi costituzionalmente necessarie o a contenuto vincolato). Invece, a quanto pare, il referendum sarebbe stato ritenuto non ammissibile proprio per via del parziale annullamento della legge, operando un irrituale rovesciamento della precedente decisione della Cassazione.

Altrettanto sorprendente è leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». Non è così. La Costituzione attribuisce alle regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta è rimessa allo Stato. L’autonomia differenziata non è un diritto, è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare.

Dunque, decidere di eliminare la legge Calderoli, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).

Dal punto di vista politico è indubbio che la mancata ammissione del referendum produca il doppio effetto negativo di far venire meno un forte collante tra le opposizioni al governo e di indebolire l’importantissima campagna referendaria che si aprirà in primavera. A beneficiarne non è solo la destra, che rischiava di spaccarsi nelle urne tra favorevoli e contrari all’autonomia, ma anche quella consistente parte del partito democratico che continua a vedere nel regionalismo una risorsa – sia pure trincerandosi dietro l’ambigua formula del regionalismo cooperativo e non competitivo – ed era terrorizzata dall’idea che il referendum sancisse l’esistenza di un diverso orientamento popolare.

C’è, tuttavia, anche un risvolto positivo. Proprio le parole del presidente Amoroso certificano, in via definitiva, che il disegno del regionalismo differenziato è fallito. L’incostituzionalità della legge Calderoli sancita dalla Corte costituzionale è così radicale da aver reso politicamente insostenibile la posizione dei pasdaran del regionalismo (sebbene alcuni di loro continuino, incuranti del ridicolo, a tenere la posizione).

È uno straordinario successo per tutti coloro che fin da subito avevano intuito i pericoli dell’autonomia differenziata e si sono battuti contro il tentativo di spezzare l’Italia, costruendo un movimento di opinione che ha dato un contributo decisivo alla difesa dei principi costituzionali di solidarietà, uguaglianza e unità. Paradossalmente, proprio la mancata ammissione del referendum è la più alta certificazione di tale successo. Si tratta ora di mantenere alta l’attenzione, per impedire i colpi di mano che dovessero cercare d’indebolirlo.

da “il Manifesto” del 23 gennaio 2025

La qualità della vita tra dati, percezione e narrazione.-di Tonino Perna

La qualità della vita tra dati, percezione e narrazione.-di Tonino Perna

Bene ha fatto questo giornale a mettere in discussione la classifica del Sole 24 ore, non per uno spirito campanilistico, ma perché ogni trasformazione della qualità in quantità va osservata criticamente. Le classifiche che riguardano fenomeni qualitativi vanno sempre prese con le pinze, mai come verità scientifiche. Nel caso della qualità della vita diventa ancora più difficile trovare una valutazione oggettiva, dei pesi giusti tra i diversi indicatori, e stabilire quali indicatori siano attendibili e quali no.

Ci sono dei dati incontrovertibili come gli insoluti bancari, la percentuale dl pensionati sulla popolazione e il livello della pensione media, il tasso di fertilità e mortalità, il numero di rapine e furti, di incidenti stradali, di consumi pro-capite, ecc. Altri dati pur essendo importanti sono problematici.

Ad esempio, il reddito pro-capite. Mi viene in mente il caso della Guinea Equatoriale che in base al reddito pro-capite è tra i Paesi più ricchi dell’Africa sub-sahariana, ma se si guarda la distribuzione del reddito, usando l’indice di Gini, allora si scopre che è anche il paese africano con il massimo di diseguaglianza sociale, con la famiglia reale che concentra nelle sue mani maestose quasi il 90 per cento del reddito nazionale.

Così se si guardano i flussi migratori dal Mezzogiorno verso il Nord Italia ed Europa, si ha un dato che non risponde alla realtà perché molti giovani lasciano la residenza nella terra natìa anche se da diversi anni vivono nel Centro-Nord Italia.

Ancora più difficile è la valutazione della qualità della vita che è strettamente legata alla percezione dei cittadini, ed è il frutto di diversi fattori che entrano in gioco. E un po’ come la felicità. Mi fanno sorridere le classifiche sulla “felicità nei diversi Paesi del mondo” che sono basati su risposte campionarie sulla percezione della felicità. Niente di più etereo.

Certo, siamo tutti gli italiani molto più felici dei palestinesi o sudanesi o congolesi che sono tragicamente travolti dalle guerre in corso. Né d’altra parte la felicità è legata alla crescita economica o al livello del Pil: sono più felici gli statunitensi o i messicani? Secondo queste classifiche internazionali sono i messicani che, malgrado livelli notevoli di povertà ed emarginazione, sanno godersi di più le poche cose materiali che gli offre la vita. Sarà!?

Tornando alla vivibilità delle province italiane la controclassifica che è stata pubblicata su questo quotidiano alla vigilia di Natale mette nelle prime dieci province tutte città del Centro-Nord di piccola-media dimensione. Devo dire che questa è la percezione che abbiamo avuto, chi scrive con Pino Ippolito, nel nostro “Viaggio in Italia”.

E’ un fatto che la qualità della vita nelle grandi città, che troviamo agli ultimi posti della controclassifica, è oggi entrata in crisi: affitti insostenibili, overturismo, microcriminalità, inquinamento, anomia (già denunciata da Emile Durkheim alla fine dell’XIX secolo), ecc. Eppure molti giovani meridionali quando devono scegliere una università preferiscono quelle delle grandi città anche se il costo della vita è più alto, i disagi maggiori, ma ci sono molte altre occasioni di svago e opportunità culturali e lavorative che compensano.

Viceversa, un anziano con una pensione minima o bassa vive meglio in un paesino dell’Aspromonte che in una periferia di una metropoli dove rimane confinato nella sua solitudine, privo di quelle relazioni amicali e parentali che ancora riscaldano le vene nei piccoli centri quando non vengono abbandonati.

Quindi quando parliamo di qualità della vita nelle città dovremmo costruire, su base campionaria, diverse classifiche in base al dato anagrafico, alla classe sociale, al livello culturale di una determinata popolazione. Sarebbe auspicabile un lavoro del genere anche se è probabilmente insufficiente a modificare il nostro immaginario. Infatti, è determinante la narrazione che ne fanno i media. In questo Milano è bravissima.

Continua a presentarsi al mondo come la città della moda, delle innovazioni tecnologiche, della finanza e della cultura. Tutto vero. Ma esiste anche una gran parte della popolazione che fa fatica a trovare un lavoro non precario, a guadagnare per consentire una vita dignitosa, che vive in anonime periferie con la paura del vicino di casa, dell’immigrato, delle bande giovanili. Su questa paura diffusa tra i ceti popolari l’attuale governo ha costruito la sua larga base elettorale riuscendo a costruire un immaginario che non ha niente a che fare con la realtà.

Pochi sanno che l’Italia, insieme alla Grecia, è il Paese con la più bassa percentuale di omicidi, che il Paese che accoglie più immigrati in percentuale della popolazione è la Germania, seguita da Francia, Grecia (sic!) ed altri Paesi del Nord Europa. Invece i mass media ci parlano di “invasione” e di un Europa che ci lascia soli di fronte a questo arrivo dei barbari. Pochi mass media raccontano la verità: la gran parte degli immigrati che arrivano in Italia transitano nei paesi del Centro-Nord Europa.

Lo stesso, fatti dovuti distinguo, vale per la Calabria. Mettendo il Sole 24 ore la Calabria agli ultimi posti della classifica nazionale sulla qualità della vita nelle province, non fa che confermare un immaginario, basato in parte sui dati di fatto e in parte su un pregiudizio. Per onestà intellettuale bisognerebbe parlare di “percezione della qualità della vita” e non di un dato scientifico, intervistando con un campione stratificato, per età, sesso e classe sociale, i cittadini delle diverse province italiane.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 dicembre 2024

Autonomia spacca Italia, la legge si può bloccare.-di Gianfranco Viesti

Autonomia spacca Italia, la legge si può bloccare.-di Gianfranco Viesti

Che cosa è successo ieri con la definitiva approvazione della legge sull’autonomia differenziata? Da un punto di vista giuridico ben poco. Non è stato concesso alcun potere. Per quello, bisognerà attendere la firma, e poi la ratifica, di intese fra lo Stato e ciascuna regione. Il confronto politico, delle idee, si sposta quindi sul piano della conoscenza e della discussione di quei contenuti. Tra l’altro, essendo quella approvata una legge ordinaria, qualsiasi sua disposizione può essere modificata da una norma successiva. La battaglia è ancora lunga.

Ma sono stati raggiunti almeno tre importanti obiettivi. Il primo è la rinnovata coesione nella maggioranza, a qualsiasi condizione. Anche a costo di approvare una norma, che deriva dall’antica predicazione leghista, che può disarticolare lo Stato e trasformare l’Italia in un Paese arlecchino. Che cozza frontalmente con la cultura politica di Fratelli d’Italia: girano in Rete le bellicose dichiarazioni di Giorgia Meloni del dicembre 2014, con le quali presentava la sua riforma costituzionale per abolire le regioni, fonte a suo dire di ogni spreco. Oggi le trasforma in Stati-regione dall’ampia sovranità. Una maggioranza che preoccupa: per tanti motivi ma anche perché è disposta a compiere qualsiasi scelta pur di restare al potere.

Il secondo è l’auto-mortificazione del Parlamento. I deputati di maggioranza, con questa legge, hanno deciso di privarsi del diritto-dovere di discutere a fondo i contenuti delle intese, cioè di riflettere su quali poteri, a oggi incardinati nel legislativo nazionale, saranno ceduti. Con un anticipo del premierato, scegliere che cosa e quanto concedere lo decide la presidente del Consiglio; a deputati e senatori spetterà, al termine del percorso un voto di mera ratifica; di giubilante approvazione delle scelte del capo. Così, con queste tristi pagine di storia parlamentare potrebbero avere fine il Servizio sanitario nazionale, la scuola pubblica unitaria, il sistema delle infrastrutture e dell’energia.

Il terzo è che si fornisce un’arma di propaganda. Si dice: con questa legge saranno garantite pari condizioni nei servizi nel Mezzogiorno grazie ai famosi Lep. Che sia una bufala, nonostante le predicazioni di Sabino Cassese è facile intuirlo: chi potrebbe mai ragionevolmente pensare che Luca Zaia e Attilio Fontana abbiano fatto questa lunga lotta per far arrivare più risorse al Sud? Come è evidente da tutti i documenti, l’obiettivo è esattamente il contrario: trattenerne il più possibile nei propri confini. Questo si otterrà grazie a una percentuale garantita del prelievo fiscale nazionale che rimarrà in regione (la “compartecipazione”).

Altro che responsabilizzazione delle classi dirigenti. Un bengodi. Lo Stato, cattivo, tassa; la Regione, buona, spende, senza vincoli di destinazione. Quanto ai Lep, abbiamo un impegno con l’Unione europea a stabilirli, e a mettere a regime tutta l’impalcatura del federalismo fiscale, nel Pnrr. Richiedono comunque risorse che non ci sono. Ma a ogni buon conto, il governo ha pensato bene di nominare presidente della commissione tecnica che dovrà fare i conti, una consulente ufficiale della Regione Veneto. Non si sa mai.

E ora? La strada per i sostenitori della secessione dei ricchi si è fatta più agevole, ma è ancora lunga. Per chi vuole opporsi, ci sono più piani. Il primo è quello della mobilitazione politico-culturale generale su questa assurda idea di Paese arlecchinesco. Coinvolgendo i cittadini, del Sud e del Nord. Cercando di far pagare un prezzo politico elevato a Forza Italia e a Fratelli d’Italia. Nel Mezzogiorno ci sono possibilità, come mostrano le posizioni molto perplesse del presidente forzista della Calabria, ma questo va fatto anche e soprattutto nelle città del Nord, finora troppo distratte.

Il secondo, è quello di marcare stretto il governo sui possibili contenuti delle intese, che inizialmente possono riguardare solo alcune materie (cosiddette non-Lep). C’è certamente una trattativa regioni-ministeri in corso, di cui Parlamento e cittadini non sanno nulla. E allora chiedere alla presidente: se questo cambiamento fa così bene all’Italia, perché ne nascondete gli effettivi contenuti? Parliamo della follia di spezzettare la Protezione civile, ad esempio?

Infine, come ricorda Massimo Villone, c’è la possibilità dei ricorsi in via principale di alcune regioni (auspicabilmente del Nord e del Sud) alla Corte Costituzionale. Assai meno importante la strada referendaria, per i suoi tempi e contenuti (anche se si abolisse questa legge le intese successive resterebbero valide).

Insomma, il 19 giugno non resterà nella memoria della Repubblica come una giornata felice. Ma tempo e modo per contrastare la secessione dei ricchi ancora ci sono.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 giugno 2024

Referendum elettorale, ricordando Besostri.-di Enzo Paolini

Referendum elettorale, ricordando Besostri.-di Enzo Paolini

Lo scorso 23 aprile il comitato promotore del referendum contro la legge elettorale detta Rosatellum, presieduto da Elisabetta Trenta, ha depositato i quesiti in Cassazione. Un punto di partenza che costituisce anche il compimento di un lavoro magistrale, infaticabile e straordinariamente professionale fatto da Felice Besostri, l’uomo che ci sempre ricordato che la qualità di uno Stato democratico dipende dalla sua legge elettorale. Felice, scomparso a gennaio scorso, ha fatto dichiarare incostituzionale sia il Porcellum che l’Italicum e dinanzi alla protervia di un parlamento sistematicamente elusivo delle sentenze della Corte costituzionale era diventato l’anima del movimento referendario. Ci eravamo scambiati delle idee sul senso della nostra iniziativa. Queste.

Indifferenza è la parola dalla quale si può ripartire per una disamina politica che allarghi la visuale. L’indifferenza verso una politica identitaria e coraggiosa aperta alle nuove generazioni, alla società civile, alle esperienze culturali ed alla partecipazione. La politica che l’elettore non trova, non percepisce, non intercetta di fronte a trasformismo, instabilità di centinaia di notabili che si spostano da un (sedicente) partito a un altro solo in base alle convenienze del momento, senza neanche il pudore di una parvenza di dibattito ma solo sulla base del mantra «le elezioni non servono per rappresentare le idee e per consentire le giuste alleanze tra diversi per governare, servono solo per sapere chi vince». E chi vince deve avere, mediante una legge elettorale ad hoc, una maggioranza tale da comandare, senza fastidi, per tutta la legislatura.

Su questo altare sono stati sacrificati i principi ed i valori sui quali è stata edificata la Repubblica, e cioè la funzione costituzionale dei partiti come metodo di selezione della rappresentanza istituzionale su base proporzionale. Partiti che da luogo di discussione e ricerca sono stati ridotti a sito di momentanea «appartenenza», parola che non significa più un modo di sentirsi parte di una comunità capace di condividere bisogni, speranze, aspettative e timori, bensì posizionamento in difesa di interessi particolari.

Questo è il motivo profondo dell’indifferenza, della disaffezione dei cittadini rispetto all’esercizio, allo spettacolo e alla bellezza della politica.
Negli ultimi venti anni la gran parte di noi, italiani che hanno creduto e credono nel valore della politica, ha dovuto prendere atto che la scelta e la proposta dei suoi rappresentanti non sono state fatta sulla base di capacità, competenze e impegno ma sulla creazione di rapporti personali o di cerchi magici. In questo modo il senso di comunità ha finito per non avere più alcun valore.

Il tutto ormai senza alcun alibi per chi sostiene che comunque tutto ciò assicurerebbe stabilità, perché l’esperienza dimostra come nessun artificio maggioritario abbia potuto garantire davvero la governabilità mentre, almeno nel caso italiano, ha invece certamente contribuito a destrutturare il sistema politico.

È ben chiaro a tutti al contrario come un parlamento ampiamente rappresentativo – composto da senatori e deputati che del loro comportamento nelle istituzioni rispondono agli elettori, sia stato (e sarebbe) il miglior elemento di stabilità per un paese diviso e confuso.
Nel nostro Paese continua l’indifferenza – in alcuni casi il disgusto – verso una classe dirigente indigeribile. Essa ha prodotto un altissimo tasso di astensione e prevale ancora il voto connotato da percorsi familistici o clientelari.

È questa antipolitica o, peggio, rifiuto della politica? Noi pensiamo di no. Questa crisi non è ascrivibile agli elettori ma a chi elabora la proposta elettorale evidentemente sempre più scadente o autoreferenziale di fronte alla quale il cittadino, anche il più motivato, decide di non partecipare. È un problema, ma allo stesso tempo un segnale. Di fronte a una politica così predatoria e opportunista dobbiamo alzare il livello dello scontro e ritornare nei luoghi della politica. Tornare nelle piazze per fare in modo che l’entusiasmo, la passione, la rabbia e la voglia di esserci e di contare entrino nelle case, negli uffici, nelle scuole.

da “il Manifesto” del 30 aprile 2024
Foto di Gordon Johnson da Pixabay

L’immagine dei Bronzi e l’uso pericoloso del passato.-di Battista Sangineto

L’immagine dei Bronzi e l’uso pericoloso del passato.-di Battista Sangineto

I due Bronzi furono trovati da un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, a soli dieci metri di profondità e poi portati in superficie dai sommozzatori dei carabinieri aiutati da decine, centinaia di volontari. La spiaggia bianca di Riace si riempì d’una umanità accaldata e vociante. Li trassero a riva a braccia, li strofinarono per togliere la patina più superficiale, li adagiarono su materassi posati su improvvisate lettighe lignee che trasportarono, accalcandosi gli uni agli altri, come se portassero un loro parente ferito al Pronto soccorso o come se traslassero, in processione, le sacre reliquie di un loro santo.

A fronte di cotanta partecipazione popolare i giornali, come scrive Salvatore Settis, diedero pochissimo spazio al rinvenimento all’inizio: solo un trafiletto e poi, in un crescendo che si è intensificato per mesi, ha occupato sempre più spazio fino ad arrivare alle prime pagine dei giornali e dei telegiornali nazionali.

Un ritrovamento “spaesante” che ha prodotto, e produce ancora, una quantità imprevedibile di turbamenti dell’anima di quanti vengono a trovarsi al loro cospetto. Da quei lontani primi anni ‘70 i due atleti di bronzo -antichi, ma allo stesso tempo “nuovi” perché non più visti da alcuno da due millenni- sono stati un “affaire” non solo archeologico, ma anche antropologico e sociologico, un vero e proprio capitolo del costume italiano.

Un libro -uscito nel 2015 a cura di Maurizio Paoletti e Salvatore Settis (“Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace”, Donzelli)- aveva ricostruito il clamore che suscitò il ritrovamento dei bronzi e l’uso che se ne fece: reportage televisivi, giornalistici in Italia ed in tutto il mondo, poi, per gli otto anni necessari al primo restauro di Firenze, il silenzio. Silenzio che fu rotto dalla prima apparizione pubblica dei Bronzi, presso il Museo Archeologico di Firenze, in tutto il loro splendore classico. Il risultato fu un afflusso di centinaia di migliaia di visitatori tanto imponente ed entusiasta che i giornali dovettero parlare di un fenomeno collettivo di fascinazione, mai riscontrato prima.

Una reazione impropria e debole ebbero, invece, gli archeologi che, all’epoca, apparivano, ed erano, divisi in due opposte fazioni: gli storici dell’arte e gli archeologi militanti dell’allora nascente “cultura materiale”, ma gli uni e gli altri, secondo Settis, abdicarono alla propria missione civile lasciando il ruolo da protagonista non solo alla folla sulla spiaggia, ma anche alla folla nella mostra e nei musei in cui furono esposti.

Per volontà del presidente Pertini che -dopo Firenze, ma prima che tornassero al Museo di Reggio- volle che fossero esposti al Quirinale dove un’altra immane folla si recò in pellegrinaggio, dando, definitivamente, l’avvio a quel fenomeno delle ‘mostre-evento’ che da allora diventarono, purtroppo, frequentissime. A proposito dell’antico e del suo rapporto con il kitsch, che ne rovescia il senso come in uno specchio deformante, bisogna ricordare che i bronzi sono stati i protagonisti di un profluvio di pubblicità ruspanti o, nella maggior parte dei casi, grottesche.

Provocarono anche un turbamento erotico perché nella loro fulgente nudità vennero riconosciuti e usati, da quella che ora si chiamerebbe bolla mediatica, come portatori di una potenza sessuale quasi indistinta sia verso le donne, sia verso gli uomini, come è testimoniato dalle decine di pubblicità e copertine di giornali, dibattiti sulla sessualità e, persino, dalla pubblicazione di fumetti pornografici.

In un’epoca nella quale i media erano già capaci di omogeneizzare qualsivoglia notizia e di porgerla alle masse depotenziata da ogni valore intrinseco è venuto facile alla classe dirigente della regione nella quale erano stati rinvenuti e poi musealizzati, “calabresizzare” le statue.

Se è vero che ricordando il passato gli uomini lo ricreano attribuendogli un senso che è in relazione alla loro idea del presente e che i gruppi sociali selezionano, reinterpretano e rifondano il passato alla luce di quello che sono oggi, i calabresi, in maggioranza, l’hanno fatto accettando, passivamente e mimeticamente, la titolarità identitaria di magnogreci. I bronzi da Riace nobilitano e, per ellissi di attribuzione, inverano, più di ogni altra cosa, questa identificazione che ha disseccato, malauguratamente, tutte le altre radici del nostro passato storico.

L’uso del passato è una materia pericolosa che va trattata con accortezza perché è molto facile che sia manipolata dalla classe dirigente per trarne vantaggi politici, economici e di consenso sociale.

Basti pensare, per esempio, alla grottesca vicenda del Museo del saccheggiatore di Roma Alarico che, nonostante sia stato bloccato nel 2018 da un intervento della Direzione generale dell’allora Ministero dei beni culturali, viene ora riproposto dall’Amministrazione del Comune di Cosenza in carica che aveva assicurato, in campagna elettorale, di non volerne sapere di un altro Museo virtuale ai piedi del Centro storico.

La “calabresizzazione” dei Bronzi dovrebbe comportare, insieme all’autoidentificazione magnogreca, anche una gelosa e, ormai, identitaria tutela materiale e immateriale delle due statue da parte dei calabresi, oltre che dell’autorità preposta che -nella persona del direttore del Museo, Fabrizio Sudano- si è già tempestivamente espressa affermando che l’immagine è stata usata senza autorizzazione dal ‘comunicatore’ del generale Vannacci. Ha ragione Giuseppe Smorto nel dire che bisognerebbe che l’immagine dei Bronzi fosse tutelata anche da tutti i calabresi come quella dell’amatissimo, dai senesi e pure da me, Palio di Siena.

Le eredità storiche bisogna meritarsele, non sono acquisite una volta per sempre, bisogna saperle tutelare, curare, nutrire e noi calabresi dobbiamo imparare ad esserne degni.

da”il Quotidiano del Sud” del 20 aprile 2024

Se l’autonomia differenziata si abbatte sui beni culturali.-di Battista Sangineto

Se l’autonomia differenziata si abbatte sui beni culturali.-di Battista Sangineto

Il sentirsi italiani ed il senso di cittadinanza e di appartenenza al nostro Paese sono strettamente legati al Patrimonio della cultura che si è depositato, per millenni, sui paesaggi dell’Italia. Perché, come scriveva Ranuccio Bianchi Bandinelli:

“L’Italia è considerata giustamente il paese più ricco di monumenti artistici, segni visibili di una altissima civiltà, che un tempo fu di insegnamento e di modello all’Europa; il paese dove più fitte e più dense sono le stratificazioni storiche […] e queste stratificazioni storiche hanno lasciato ovunque una traccia così ricca, che non ha eguali in nessun altro paese. È questa stratificazione che conferisce all’Italia e agli italiani un particolare modo di essere, l’essenza stessa delle nostre personalità” (L’Italia storica e artistica allo sbaraglio, 1974).

La potestà legislativa sul Patrimonio culturale e paesaggistico è stata, finora, prerogativa della Repubblica, della Nazione, del Ministero dei Beni Culturali e non delle Regioni; potestà che secondo il disegno di legge di Calderoli, invece, sarà trasferita alle Regioni.

Un trasferimento che comporterà la cessione alla Regioni delle funzioni e delle competenze delle Soprintendenze, organi periferici del Ministero della Cultura, violando l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, che è nella prima parte, quella teoricamente intangibile della Carta.

Funzioni e competenze delle Soprintendenze e dei Soprintendenti che Matteo Renzi definiva così: “Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario … Sovrintendente de che?”. Un milieu culturale che, negli ultimi due decenni, è stato assecondato e favorito dalle politiche del Pd come, sopra tutti, la riforma Franceschini del ‘Ministero dei beni culturali’ che non solo ha separato la tutela dalla valorizzazione e sminuzzato i territori e le competenze, ma che era arrivata ad un passo dal permettere che i musei, ormai autonomi, si costituissero, addirittura, in fondazioni di diritto privato insieme agli Enti locali.

A partire dalla sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione -voluta e approvata dal centrosinistra con un solo voto di scarto, nel 2001- la valorizzazione e, persino, la tutela del Patrimonio culturale e del paesaggio sono diventate, purtroppo, oggetto di negoziazione fra Stato e Regioni. Quella modifica aveva attribuito, fra le tante altre cose, potestà legislativa concorrente alle Regioni in materia di valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione di attività culturali, ma non si era spinta, per fortuna, fino alla tutela dei Beni culturali.

Le prime richieste di “autonomia differenziata” sono state avanzate, già nel 2017, da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sulla scia della modifica della Carta tanto che stavano per essere approvate proprio da un altro governo di centrosinistra, quello Gentiloni, che, per fortuna, decadde prima della ratifica definitiva, nel giugno 2018.

Il disegno di legge 615 Calderoli, approvato il 23 gennaio 2024 in Senato, grazie all’ultraventennale connivenza dell’opposizione, può ora tranquillamente affermare che : “Le funzioni amministrative trasferite alla Regione in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione possono essere attribuite, nel rispetto del principio di leale collaborazione, a Comuni, Province e Città metropolitane dalla medesima Regione, in conformità all’articolo 118 della Costituzione, contestualmente alle relative risorse umane, strumentali e finanziarie”.

Quel che ci interessa ai fini del presente scritto, oltre alla vituperabile autonomia regionale sanitaria, è il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione regola, dal 2001, il grado di autonomia delle Regioni, consentendo loro di “personalizzare” le deleghe anche in materia ambientale, con i disastrosi risultati -in Emilia Romagna, in Liguria ed in Veneto- che sono sotto gli occhi di tutti.

La modifica del Titolo V della Costituzione contiene l’articolo 116 che richiama l’elenco delle materie trasferibili alle Regioni riportato in quello successivo, il 117. Tra queste materie, alla lettera “s”, figurano: la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali che significa, se non verrà modificata alla Camera, che queste materie saranno governate da ogni Regione. Non finisce qui, purtroppo, perché queste ultime potranno trasferirle, a loro volta, a Comuni, Province e Città metropolitane.

Mi fa ‘tremar le vene e i polsi’ il solo pensiero di quel che potrà accadere, per esempio, in Calabria se il presidente della Regione, chiunque esso sia e sarà, dovesse scegliere i Soprintendenti e i direttori dei Musei statali, dare o negare autorizzazioni a costruire o ristrutturare, apporre e far rispettare vincoli archeologici, paesaggistici e via dicendo. Mi chiedo, soprattutto, come potrà svolgere la stessa persona e la stessa Istituzione il ruolo sia di controllore sia di controllato.

Già nel 1960 Bianchi Bandinelli, forse il più importante antichista italiano del ‘900, amaramente scriveva: “L’Italia si sta distruggendo giorno per giorno, e tale distruzione […] è conseguenza del prevalere degli interessi della speculazione privata e della grossolanità culturale della attuale classe dirigente italiana […] perché è l’autorità ministeriale la massima tutelatrice e interprete della legge nell’interesse comune”.

Se dovesse essere approvato, anche alla Camera, questo Disegno di Legge anticostituzionale ed antiunitario la tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale, su cui si fonda il nostro comune sentirsi italiani, non sarebbero più prerogative della Repubblica e della Nazione, ma verrebbero spezzettate regione per regione e non rappresenterebbero più quegli argini, già fragili, che hanno impedito, finora, che dilagassero il cemento e l’oblio definitivo del passato, distruggendo, per sempre, quel tessuto connettivo che tiene insieme la Nazione, quell’ “essenza stessa della nostra personalità”, quel sentimento di orgoglio e di appartenenza all’Italia.

Un vero e proprio attentato all’Unità ed alla percezione collettiva della Nazione (come dice l’art. 9) con il complice avallo dei presunti nazionalisti.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 aprile 2024

Da San Sosti al British, il giallo della Scure letterata.-di Battista Sangineto

Da San Sosti al British, il giallo della Scure letterata.-di Battista Sangineto

Un vero e proprio giallo, un ‘cold case’ il libro che ha scritto Gino Famiglietti sull’ormai famosa ‘scure letterata’ del VI secolo a.C. di San Sosti (CS), per le edizioni Scienze e Lettere.
Un giallo che, come molti fra quelli contemporanei, alterna i capitoli delle vicende del ritrovamento e dello studio della scure bronzea nel XIX secolo ai capitoli con la storia dei tentativi di farsela restituire dal British Museum dove andò a finire, a partire dalla fine del XX secolo.

Un giallo costruito à la manière de Sciascia ne “Il Consiglio d’Egitto” e, più recentemente, di Camilleri ne “La concessione del telefono”, con tanto di documenti, carte bollate, decreti legislativi, ministri più o meno sempiterni e parlamentari, dirigenti e funzionari ministeriali prima borbonici, poi dell’Italia unita e, infine, della Repubblica, affascinanti mercanti d’arte, gentlemen inglesi e del Grand Tour e Musei d’oltremanica, archeologi non troppo fedeli alla tutela del Patrimonio e altri inflessibili difensori. E non mancano sindaci, dotti aristocratici, canonici, studiosi locali o ricchi possidenti che collezionano monete e oggetti antichi pur non sapendone un “frullo” a partire dalla metà dell’800 fino aujourd’hui.

Il caso si apre, come spesso accade nei gialli ben costruiti, con il ritrovamento fortuito, nel 1846, in una località piuttosto impervia e di considerevole altitudine, Casalini della Porta della Serra di San Sosti di una scure-martello in bronzo che reca incisa su una delle facce un’epigrafe redatta in dialetto dorico ed in alfabeto acheo, databile al VI secolo a.C. più esattamente fra la metà e la fine del VI a.C. Il sito del rinvenimento, secondo il canonico Leopoldo Pagano che nel 1857 ne scrive in un opuscoletto, è un’area disabitata e piena di ruderi, forse destinata ad usi civici, a 3 miglia dalla località S. Agata, nei Casalini della Porta della montagna della Serra di fronte al santuario del Pettoruto.

L’iscrizione dedicatoria viene tradotta, nel 1969, dalla grande epigrafista Margherita Guarducci in questo modo: “Sono sacro di Hera, quella in pianura. Kyniskòs mi dedicò, lo àrtamos (secondo Giovanni Pugliese Carratelli il vittimario), come decima (tributo) dei (suoi) lavori”. Un’iscrizione interessante sia per la forma letteraria dell’iscrizione che fa propendere per una provenienza sibarita dell’oggetto sia per quel che dice, perché indica chiaramente la presenza di un tempio dedicato ad Hera in una pianura, probabilmente un luogo pianeggiante, finora non individuato precisamente neanche dalle ricerche archeologiche più recenti, della Valle del Crati.

Le ultime ricerche archeologiche pubblicate da Domenico Marino e Carmelo Colelli indicano come tutta l’area fosse profondamente antropizzata a partire da epoca protostorica e lo è stata fino alla fine dell’antichità come dimostrano gli scavi stratigrafici condotti nel Centro storico di San Sosti (chiesa del Carmine e Castello della Rocca) e ai Casalini dai quali proviene l’ascia. La presenza di edifici databili fra l’VIII ed il V secolo a.C. e, soprattutto l’ascia, provano la grande espansione e la forte influenza di Sibari su questo territorio che è, in sostanza, il corridoio naturale verso il Tirreno, vitale per la colonia greca. Riguardo all’ubicazione del tempio di Hera in pianura citato nell’iscrizione si ipotizza un’ubicazione sulla riva sinistra del torrente Rosa lungo la quale si trovano tracce consistenti di piccoli luoghi di culto databili fra il VI, appunto, ed il III secolo a.C.

Il certosino lavoro d’archivio di Famiglietti ricostruisce -grazie alla esemplare contestualizzazione storica, politica, culturale e sociale dei documenti- la vicenda del ritrovamento, dello studio preliminare dell’ascia e del suo arrivo a Napoli e a Roma, prima, e della sua esportazione all’estero, poi.

S’inizia con una lettera, finora inedita, del 1852 che l’aristocratico studioso vibonese – anzi monteleonese- Vito Capialbi invia al suo amico Giulio Minervini, eminente antichista, soprattutto epigrafista, napoletano informandolo del ritrovamento dell’ascia. È il primo documento, forse con un disegno del reperto, in cui si nomina e si descrive minutamente la scure che pesa un rotolo (890 gr. ca.) così come viene riferito a Capialbi da un corrispondente del luogo che lui stesso dice non essere molto esperto.

Capialbi e Minervini sono legati da una serie di conoscenze comuni e dall’essere entrambi soci della ‘Reale Accademia Ercolanense’, una Istituzione fondata da Carlo di Borbone che avrà un ruolo decisivo nell’applicazione dei successivi reali decreti borbonici di Ferdinando che il 14 maggio del 1822 -subito dopo la Restaurazione imposta con il Congresso di Vienna- dotò il regno di un strumento giuridico per la tutela del Patrimonio artistico e archeologico, ispirato e migliorativo dell’editto Pacca emesso nel 1820 dal Vaticano.

Nella fitta corrispondenza fra i due, Capialbi sollecita l’amico e collega Minervini a pubblicare la scure perché ritiene che sia il più qualificato a farlo a causa delle sue riconosciute doti di epigrafista. Si deve ricordare che -a cavallo fra l’Italia preunitaria e quella della prima era postunitaria- c’era una serie di figure di importanti archeologi che si erano formati in Germania dove la disciplina era più avanzata, soprattutto la storia dell’arte antica, l’”altertumswissenschaft”, che era stata fondata da Johan Joachim Winckelmann nella seconda metà del XVIII secolo. Fra queste figure di rilievo – insieme a Fiorelli, Conestabile della Staffa, Salinas e Fabretti – c’era proprio Giulio Minervini.

Nel febbraio 1853 Capialbi riceve, finalmente, la risposta tanto attesa da Minervini che lo informa di aver pubblicato l’articolo “La scure di bronzo, con greca iscrizione” che sarebbe uscito sul ‘Bullettino archeologico neapolitano’ nel marzo del 1853 corredato da uno straordinario disegno, quello della copertina del libro, di Giuseppe Abbate, ‘Primo disegnatore dei Reali Scavi di Pompei’.

Bisogna sottolineare che la pubblicazione delle notizie sulla scure, oltre a favorire la circolazione presso la comunità scientifica, si poteva considerare la catalogazione scientifica ufficiale del reperto che in tal modo, ai sensi dell’art. 5 del Decreto reale del 14.05.1822, la rendeva inesportabile perché era “rilevante per l’istruzione e il decoro della nazione”.

Il problema vero di questo straordinario oggetto era, ed è, che Capialbi non sapeva chi lo possedesse e, nonostante i suoi numerosi tentativi, non riuscì mai a venirne a conoscenza e, neanche, ad acquistarlo per “salvarlo”. Secondo alcune fonti il prezioso reperto era nelle mani di uno dei maggiorenti di San Sosti che esercitavano un potere assoluto e sopraffattorio sull’intera comunità del comprensorio. In ogni caso, secondo il suddetto Decreto reale, il rinvenimento fortuito, pur rimanendo di proprietà dello scopritore, avrebbe comunque dovuto essere oggetto di segnalazione da parte del Sindaco all’intendente della Provincia che avrebbe dovuto, a sua volta, segnalarlo al direttore del Reale Museo borbonico.

Giulio Minervini lo pubblica, ma non fa, neanche lui, una formale segnalazione al direttore del Reale Museo con la conseguenza che del prezioso reperto non si saprà più nulla per quasi 3 decenni, fino a quando riappare nell’asta, a Parigi, della vendita della collezione appartenuta al famoso antiquario romano Alessandro Castellani. In questo trentennio cambiano radicalmente, è vero, gli assetti politici, economici, culturali e sociali con l’Unità, ma, nel territorio di ogni Stato preunitario, rimangono in vigore, fra le altre, le leggi riguardanti la tutela e la salvaguardia del Patrimonio culturale compreso il divieto di esportazione di oggetti ritenuti “rilevanti per l’istruzione e il decoro della nazione”.

L’antiquario Castellani, che dal 1862 si era stabilito a Napoli, intesse rapporti con il bel mondo aristocratico, alto borghese e intellettuale partenopeo allo scopo di procacciarsi venditori, compratori e anche validi ‘expertiseur’ d’arte e antichità. Felice Barnabei, importante archeologo e dirigente statale della fine dell’800, lo descrive in un suo libro (“Le memorie di un archeologo”) come il più grande mercante di antichità e compratore di anticaglie che lui avesse conosciuto, ma anche come un personaggio affascinante, un liberale che aveva partecipato, a Roma, ai moti del 1848 ed era stato arrestato. Un uomo di mondo, insomma, che si teneva buoni e acquiescenti, e forse conniventi, le autorità preposte alla tutela e i controllori del suo commercio illegale di beni archeologici.

L’affascinante antiquario stringe amicizia con Minervini che, dopo l’Unità, è nella fase declinante della sua carriera passata al servizio dei Borbone. Non accetta di andare ad insegnare all’Università perché è convinto che verrà nominato Direttore di quello che ora si chiama Museo Nazionale di antichità e belle arti, ma alla morte del vecchio direttore, il principe Spinelli, il ministro Amari, nomina, invece, Giuseppe Fiorelli, di provata fede liberale tanto da essere arrestato durante i moti del ’48. Minervini viene a trovarsi, dunque, in difficoltà economiche e deve guadagnarsi da vivere sfruttando le sue conoscenze scientifiche e le sue relazioni sociali come quella con il mercante Castellani. Sulla base di alcune lettere che invia al mercante, si può inferire che si fosse stabilita una sorta di ‘entente cordiale’ fra i due a proposito della compravendita di oggetti antichi fra i quali avrebbe potuto esserci, forse, anche la nostra ascia.

Si può ipotizzare che Castellani, venuto a conoscenza dell’esistenza della preziosa scure bronzea pubblicata sul “Bullettino” da Minervini, abbia voluto comprarla a causa non solo della ricchezza delle decorazioni e dell’antichità dell’iscrizione, ma soprattutto a causa del colore del materiale con il quale era realizzata: l’oricalco, ovvero bronzo sottoposto a doratura con una particolare tecnica che gliene ricordava una elaborata proprio nella sua famiglia. Famiglietti ci mette, acutamente, a conoscenza che il padre, Fortunato Pio Castellani, aveva messo a punto, negli anni ’20 dell’800, un processo chimico per ottenere una patinatura dell’oro e del bronzo che dava ai metalli un inalterabile colore giallo chiaro come quello dell’ascia di S. Sosti.

Nel 1870 Castellani torna a Roma, passando il 20 settembre da Porta Pia al seguito del generale Cadorna e, subito, ottiene un posto nella Commissione per la conservazione degli istituti culturali della città, mentre il fratello Augusto entra nella Giunta per la città di Roma.

Nel 1883 Castellani muore e il figlio Torquato si dà da fare per vendere le raccolte di oggetti d’arte antichi nelle case di Roma e Parigi. L’asta, con 4.000 oggetti, di Roma è programmata per il 17 marzo 1884, ma quella che più interessa a noi è quella di Parigi che si svolge dal 12 al 14 maggio 1884 con ben 682 oggetti che erano stati portati, come dice il catalogo parigino, da ‘longtemps’ nella capitale francese a dispetto delle leggi borboniche e vaticane che ne impedivano l’espatrio. Nel catalogo, con il numero 311, compare la nostra ‘hache grecque votive’.

Essendo che l’ascia è citata, in uno studio epigrafico, come presente a Roma nel 1882, mentre già nel 1884 è a Parigi, dobbiamo desumere che in questo breve lasso di tempo, Castellani o suo figlio Torquato, l’avessero portata nella capitale francese e siccome presso l’Archivio Centrale dello Stato non c’è traccia di autorizzazione all’espatrio della scure bronzea ne discende che quest’ultima sia stata esportata illegalmente.

Ad acquistarla nell’asta parigina del 1884, per conto del British Museum, è sir Charles Thomas Newton, già direttore delle antichità del museo e professore di archeologia alla London University, per 5.000 franchi. Dobbiamo aggiungere che sir Charles era intimo amico di Castellani anche perché aveva comprato, per rifornire il British, molte ‘anticaglie’ da lui.

La storia, impeccabilmente ricostruita dall’autore, dei tentativi di riprendersi la preziosa ascia votiva inizia nel 1996 quando il sindaco di San Sosti, Silvana Perrone, si accorge che l’ascia è nel catalogo della grande mostra “I Greci e l’Occidente’, tenutasi a Palazzo Grassi a Venezia, proveniente dal British Museum e scrive al Ministro Antonio Paolucci chiedendogli di intervenire in un qualche modo, ma a giugno 1996 cade il governo e la XII legislatura. Nel settembre 1996 l’on. Romano Carratelli interroga il nuovo ministro Veltroni, stigmatizzando la colpevole inerzia dello Stato italiano, a proposito della scure-martello in bronzo proveniente da San Sosti, ma questa interrogazione rimane senza risposta. Seguiranno ben altre tre interrogazioni: nel 2016 di Franco Bruno al ministro Franceschini; nell’ottobre 2019 interrogazione di nuovo a Franceschini di Wanda Ferro e altri; nel dicembre del 2019 nuova interrogazione a Franceschini da parte di Margherita Corrado e altri.

Solo nel 24 luglio 2020, Franceschini, per la prima volta, risponde per iscritto all’interrogazione della Ferro dicendo che la risonanza e il buon esito dell’asta parigina del 1884 significava che era tutto regolare e quindi “non esistono presupposti giuridici che possano sostanziare una rivendicazione del bene da parte dell’Italia”. Il ministro, insomma, non voleva saperne di avventurarsi in una lunga e defatigante trattativa con il British Museum.

Famiglietti riassume, per concludere, la situazione per i capi principali: il rinvenimento fortuito in una località della Calabria viene, anche se in maniera contorta, catalogato e reso di pubblico dominio da Capialbi e da Minervini come “bene che riguarda il decoro ed il prestigio della nazione”, e dunque non esportabile secondo il reale decreto del 14 maggio 1822. La proprietà del bene rimane dello scopritore, ma la proprietà privata non interferisce con il divieto di esportazione. Lo status giuridico della scure, acquisito secondo la normativa borbonica, rimane tale dopo la sua migrazione a Roma, avvenuta nel 1870, perché nell’ex stato della Chiesa perduravano le disposizioni dettate dall’editto Pacca del 1820 che vietavano, anch’esse, l’esportazione.

L’autore -da raffinato giurista e, soprattutto, da strenuo difensore del Patrimonio culturale nazionale- indica a noi cittadini italiani e, in particolare, a noi calabresi un’ipotetica, ma praticabile, via legale da percorrere: l’adozione, da parte della competente autorità giudiziaria (a mio giudizio la Procura della Repubblica presso il competente, per territorio, Tribunale di Cosenza), di un decreto che disponga la confisca della scure e la sua restituzione alla Calabria.

da “il Quotidiano del Sud” del 4 aprile 2024

«Livelli essenziali», il triplo inganno di Calderoli.-di Francesco Pallante

«Livelli essenziali», il triplo inganno di Calderoli.-di Francesco Pallante

Tre inganni si nascondono dietro la promessa che i Lep controbilanceranno il regionalismo differenziato: uno formale, uno sostanziale, uno finanziario. La sigla Lep sta per «livelli essenziali delle prestazioni». L’espressione indica quell’insieme di attività e servizi che, pur nell’ambito di un Paese regionalizzato, dovrebbe essere ovunque erogato uniformemente.

Lo schema retrostante è semplice – forse semplicistico – ma chiaro: una volta fornite a tutti i cittadini le medesime prestazioni di base, secondo quanto stabilito nel dettaglio dalla legge del Parlamento (articolo 117 della Costituzione), spetterà poi a ciascuna regione decidere se fornirne ai propri cittadini di ulteriori e quali.

Quanto alle risorse necessarie a sostenerne i costi, la legislazione sul federalismo fiscale prevede che per ciascun Lep sia definito il «costo standard», in modo che dalla loro somma si possa poi ricavare l’ammontare della somma da assegnare a ciascuna regione: il cosiddetto «fabbisogno standard». Spetterà quindi alle regioni che vorranno erogare prestazioni ulteriori procurarsi autonomamente le risorse necessarie, grazie ai risparmi generati dall’efficienza amministrativa o all’introduzione di imposte aggiuntive.

Un quadro, insomma volto a differenziare, ma a partire da un nucleo di uguaglianza: per questo – affermano i paladini delle regioni – nessun pericolo potrà venire dal regionalismo differenziato. Peccato che il disegno di legge Calderoli smentisca sotto tutti i punti di vista tale rassicurante visione.

Anzitutto, il parlamento – vale a dire, l’organo che rappresenta tutti – è escluso dalla definizione dei Lep. E ciò non tanto perché il progetto Calderoli affida tale compito al governo tramite decreti legislativi. Quanto, piuttosto, perché i Lep saranno successivamente soggetti ad aggiornamenti periodici tramite decreti del presidente del Consiglio dei ministri (gli ormai famosi Dpcm) e, soprattutto, perché nell’attesa dei decreti legislativi è previsto che i Lep siano anticipati tramite Dpcm – o, se il premier dovesse ritardare, tramite intervento di un Commissario: come se definire il contenuto di un diritto equivalesse a realizzare un’infrastruttura! – la cui normativa «è fatta salva… alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi».

In sintesi, i Lep saranno definiti con Dpcm, i decreti legislativi li recepiranno pro forma e potranno poi essere modificati con Dpcm: tutto nelle mani del governo.

Di seguito, il lavoro preparatorio compiuto dalla commissione Cassese incaricata di una prima ricognizione dei Lep risulta nel merito del tutto insoddisfacente. Come messo per iscritto dall’ex governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco (lettera alla commissione del 10 ottobre scorso), «le prestazioni qualificate come Lep effettivi … sono nella maggior parte dei casi formulate in termini troppo generici, in buona parte riconducibili a mere dichiarazioni di principio».

Non diversa la valutazione fornita a inizio mese dall’Ufficio parlamentare di bilancio, per il quale ai Lep sono stati ricondotti, oltre alle prestazioni, procedure di selezione dei beneficiari, modalità di accesso e presa in carico, profili organizzativi e programmatori e numerosi altri elementi eterogenei. Nessuna definizione sostanziale del nucleo di uguaglianza a partire dal quale differenziarsi, dunque: con il risultato che la differenziazione non potrà che tradursi in (ulteriore) disuguaglianza. Più in radice, la verità è che ridurre i diritti ai Lep è – oltre che in molti casi impossibile – profondamente sbagliato, perché l’obiettivo dovrebbe essere la piena, e non l’essenziale, tutela dei diritti.

Infine, il meccanismo di finanziamento delle regioni che si differenzieranno previsto dal disegno di legge Calderoli è definito in modo tale da svincolare i Lep dai costi standard e affidare la determinazione delle risorse a un’apposita commissione paritetica tra lo Stato e la regione interessata. Dunque, in concreto: una commissione nominata per metà da Calderoli e per metà da Zaia, nel caso del Veneto; per metà da Calderoli e per metà da Bonaccini nel caso dell’Emilia Romagna; e via dicendo. Malizioso immaginare che a muovere gli orientamenti di tali organi sarà un’attitudine più attenta all’egoistica rivendicazione del residuo fiscale che alla solidaristica perequazione inter-regionale?

da “il Manifesto” del 18 febbraio 2024