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Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

È chiaro che in politica non vale il valore positivo della sconfitta celebrato da Pier Paolo Pasolini. Qui o si vince o si perde davvero, senza evocare quello che il grande intellettuale prefigurava come un senso di simbolo non negativo per la vita, per lo sport e per il modo di essere in generale se si perde.

Ci sarà quindi tempo e luogo per analizzare il significato di questa pesantissima sconfitta per il centrosinistra calabrese e nazionale. Per la verità non inattesa, al di là delle grandi, ovvie, naturali e normali parole enfatiche spese in campagna elettorale.
Siamo stati facili profeti nell’evocare le urne vuote rispetto alle piazze piene!

C’è, però, un punto che farebbero male a sottovalutare i leader dello schieramento sconfitto nelle elezioni di domenica e lunedì e che è stato richiamato, proprio qui in Calabria, da Pierluigi Bersani nel corso del suo breve viaggio elettorale a sostegno di Tridico: basta con lo sconfittismo! Bersani faceva riferimento a quanto era avvenuto 15 giorni prima nelle Marche con la sconfitta, altrettanto pesante, di Ricci alle regionali.

E il concetto può valere ovviamente, anzi di più, per quanto avvenuto ora in Calabria. Nel senso che da questo dato negativo in dimensioni così grandi, occorrerà pur ripartire, e da quanto avvenuto in campagna elettorale, per riprendere le fila di un discorso, al netto ovviamente di inevitabili correzioni e quant’altro.

Farebbero un errore colossale a sinistra se venisse buttato tutto a mare quanto si è creato in questi scarsi 2 mesi di incontri, dibattiti, comizi in lungo e in largo nella regione. Poco? Probabile, ma farebbero egualmente un errore madornale se non cogliessero il senso di una alleanza ma soprattutto di una comunità che non c’era e che si è ritrovata e che ha avuto passione e coraggio, spesso buttando il cuore oltre l’ostacolo, anzi gli ostacoli. Non era affatto scontato visto che alle spalle c’erano (e ci sono) anni di mancato collegamento e di rapporto vero con la società e il corpo vivo della Calabria. Qui sta il punto.

Che la battaglia fosse impari era infatti chiaro fin dal primo momento, i tempi sono stati ristrettissimi e quindi anche tutta l’impostazione a iniziare dalla composizione delle liste ne ha risentito. Ma – sempre Bersani dixit – non si trattava e non si tratta di una gara dei 100 metri, scatti, fuggi e vinci ma di una maratona, di una corsa lunga dove valgono gli step, di arrivo e di partenza. Da quanto è accaduto bisogna dunque ripartire, mettere gli errori in testa, ma mettere anche i mattoni, i mattoncini, di un agire politico che non può essere costruito sul disfattismo e, appunto, sullo sconfittismo.

Ovviamente l’analisi del voto dovrà essere fatta in maniera seria e approfondita luogo per luogo, città per città, zona per zona e valutare le cose fatte bene e quelle fatte male. A iniziare – ci permettiamo di suggerire – dalla narrazione vera della Calabria, forse troppo semplicisticamente piegata sul pauperismo e sul negativo.

Lo dovranno fare i partiti che hanno sostenuto Tridico, il PD prima di tutto, ovviamente lo stesso candidato ma per ripartire da dove si è arrivati e non in un ‘cupio dissolvi’ o ‘tabula rasa’ (chiamatela come volete), tra l’altro tipico della sinistra, non solo calabrese in verità, senza avviare quella ricerca del colpevole, o dei colpevoli, in salsa lacerante e distruttiva che alla fine lascia solo macerie sul terreno e nulla su cui ripartire.

A Tridico va dato atto di avere condotto quasi dalla fine di agosto fino a tre giorni fa una generosissima campagna elettorale, di avere anche riannodato un filo di passione e di speranza, di avere agitato cuori e sentimenti da quella sera di Ferragosto in cui lo incontrammo felice e sereno a Camigliatello Silano su un risciò con moglie e figli. Il tutto in un quadro che ancora risentiva di sconfitte brucianti e di lacerazioni profonde nelle ultime tre elezioni. E che il dato di ieri fa percepire in maniera deflagrante.

Adesso sarebbe arrivato il tempo di riflettere e di agire finalmente in senso positivo, cercando di mantenere soprattutto l’unità di una coalizione che sembrava smarrita dopo le regionali del 2021. Non era un dato scontato ma mantenerla ora è tutt’altro che semplice, così come non è semplice creare una sintonia vera e duratura con la società. Che non c’era e le elezioni lo hanno palesato in maniera così plastica. Ma questo è materiale per la discussione dei prossimi mesi.

Le belle piazze per la Palestina ma quanti andranno a votare?.-di Filippo Veltri

Le belle piazze per la Palestina ma quanti andranno a votare?.-di Filippo Veltri

Ieri per l’ennesima volta ci sono state centinaia di manifestazioni in tutt’Italia (bellissime quelle in tutte le città calabresi) su Gaza e la Palestina e tante sono le domande sul perché centinaia di migliaia di persone hanno sfilato in difesa del diritto del popolo palestinese, prendendo anche alla sprovvista un po’ tutti.

Stesse scene del 22 settembre, ieri per lo sciopero generale della CGIL e USB e avantieri, con decine di manifestazioni spontanee in tutt’Italia. Vediamo oggi che accadrà a Roma, con manifestanti di tutt’Italia nella capitale. dopo quanto successo e sta succedendo da mercoledì sera con le navi a Gaza.

Una cosa è chiara: quelle piazze parlano e chiedono di uscire dalle nostre stanze e dalle nostre comode comfort zone per sporcarci le mani con un sentimento popolare che può anche non corrispondere perfettamente alle nostre idee e al nostro modo di intendere l’azione politica, ma che esprime una voglia di protagonismo libero e spontaneo che potrebbe aprire nuove porte e indicarci inaspettatamente nuovi orizzonti. O si capisce questo o altrimenti nessuno si potrà poi lamentare se – nelle votazioni ad esempio di domani e dopodomani in Calabria e poi alle prossime scadenze – alle piazze piene, come diceva qualcuno (Pietro Nenni, dopo la sconfitta alle elezioni del 1948 tanti anni fa), corrisponderanno urne vuote.

Il 10% in meno di elettori nelle Marche rispetto alle precedenti regionali è un dato di assoluto allarme di cui parlano in pochi però. Il voto calabrese di domani e dopodomani potrebbe dirci in proposito molte cose.

È finita, in ogni caso, l’epoca in cui in Italia si votava in massa. Oggi ci troviamo di fronte a percentuali di partecipazione sempre più basse, come accade in molti altri Paesi occidentali. Un italiano su due non va più alle urne, e da qui nasce gran parte della crisi della politica e dei partiti. Viviamo una fase di recessione democratica, in cui l’architettura istituzionale viene messa in discussione da un’ondata di populismo e sovranismo, da un’idea di chiusura autarchica che attraversa l’Europa e il mondo: basti pensare a Orbán, Le Pen, Trump.

Nessuno, intanto, si aspettava – come detto – una partecipazione così massiccia in questi giorni e settimane, nessuno pensava che i sindacati di base e poi la CGIL riuscissero e muovere tante coscienze. Tante ragazze e ragazzi. Soprattutto nessuno immaginava che quelle piazze si sarebbero colorate delle magliette dei sorrisi dei bambini e delle loro famiglie. È come se l’indignazione avesse trovato alla fine uno sbocco naturale e lo spontaneismo avesse rotto gli argini senza rispettare le regole non scritte di una convocazione ufficiale di partito o di sindacato come accadeva in un tempo ormai lontano.

È questa la vera novità: il popolo che si organizza a prescindere.
Ci sarà modo di riflettere ancora su questo fenomeno che sembra scardinare, appunto, ogni ragionamento sul sentimento popolare, ogni analisi sull’apatia, sull’indifferenza e sull’egoismo sociale che attraversano le nostre società, fattori che invece trasudano ancora nelle scarsissime partecipazioni alle elezioni, come il dato ultimo delle Marche conferma (e vediamo ora quello che accadrà domani e lunedì dalle nostre parti).

Il fatto certo è che quelle manifestazioni sono anni luce lontane dalla politica politicante e dimostrano che popolo e potere agiscono su due livelli diversi, su due piani che sembrano non incontrarsi perché esprimono idee e passioni differenti. Meloni rifletta bene sul suo distacco da un sentire comune.

C’è, però, anche un messaggio per la sinistra e per il sindacato che viene da quelle manifestazioni e che proprio quella percentuale di non votanti nella Marche (dopo la vergogna del 37,7% dell’Emilia Romagna) conferma in maniera plastica: non siete in grado di capirci fino in fondo, non sapete interpretare i nostri sentimenti, vi perdete in mille rivoli e non riuscite più ad accogliere il popolo che protesta, sembrano dire i partecipanti ai mille cortei. E dunque quando si tratta di esprimere un voto è tutta un’altra partita.

Ad esempio: il problema del Pd è che, mentre succede tutto questo e le persone cercano le vie per esserci, invece di andar loro incontro una sua parte non irrilevante si preoccupa di discutere del tasso di riformismo che non c’è e che dovrebbe esserci, mettendo in discussione una leadership considerata troppo “movimentista”. E dopo le Marche è ripreso, il giorno dopo, il solito teatrino di critiche e mal di pancia, non curanti che domani e dopo si vota in un’altra regione (cioè la nostra)! Puro tafazzismo!

In ogni caso il distacco tra quel dibattito autoreferenziale dentro e fuori il Nazareno e la realtà di un paese in cerca di autori sembra abbastanza evidente. Ma anche la Cgil deve interrogarsi (non basta certo quella tardiva autocritica fatta da Landini e la proclamazione dello sciopero generale di ieri) sul perché ha perso l’occasione di esserci quel 22 settembre, benché molti suoi iscritti c’erano in quelle piazze.

Perché in tanti sono andati e stanno andando in piazza, per chiedere, semplicemente e con chiarezza, la fine del genocidio compiuto da Israele e il diritto dei palestinesi ad avere una loro terra, un loro Stato e un loro futuro di pace? Perché è così faticoso mobilitare il popolo sulle questioni sociali e del lavoro ed è invece più facile, e anche più spontaneo, farlo su temi che pure riguardano i temi identitari della sinistra e del sindacato?

Dalla Calabria, solita ad andare in controtendenza con quanto avviene a livello nazionale, attendiamo perciò lumi su queste semplici domande. Buon voto a tutti. Ma votate tutti, mi raccomando!

da “il Quotidiano del Sud” del

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

C’è un prete calabrese, un Cardinale voluto da Papa Francesco (a proposito: quanto lo rimpiangiamo!) che si chiama Don Mimmo Battaglia, che mostra una Chiesa diversa da quella timida se non silenziosa o quasi di questi tempi. E invece lui ha coraggio, tanto coraggio.
Ieri per un giorno è tornato nella sua Calabria, che non lo dimentica e anzi è sempre nel suo cuore!

Nell’omelia di alcuni giorni fa per la messa di San Gennaro a Napoli la sua posizione netta sulla Palestina brilla come il sangue sciolto di San Gennaro. Ecco solo alcuni passi: “Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.

Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico, cessino gli assedi che tolgono pane e acqua, cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie, cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace.

La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore.

Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. Oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare”.

E’ importante leggere queste parole nei giorni, nelle settimane, nei mesi in cui si sta consumando una tragedia che taluni commentatori non vogliono nemmeno nominare con la definizione esatta: GENOCIDIO. Lo scriviamo tutto in grande non perché la parola possa mutare il senso delle cose che sono quelle che sono e che stiamo vivendo da tempo, da troppo tempo, e che don Mimmo da Satriano, provincia di Catanzaro, ha avuto il coraggio di esprimere con le parole giuste e corrette.

Noi lo conosciamo bene don Mimmo, prete di strada e di vicinanza ai deboli, ai derelitti, ai poveri, ai diseredati, a chi non ha niente. Bergoglio lo nominò cardinale di Napoli quando nessuno se lo aspettava. Un altro prete del coraggio dopo Matteo Zuppi che era stato messo alla testa della Conferenza Episcopale Italiana, un altro atto di coraggio di quel pontificato che in tanti oggi ricordano con un misto di nostalgia e di attesa per un nuovo corso che stenta ancora a farsi vedere.

La tragedia di Gaza e della Cisgiordania, dei palestinesi tutti, avrebbe richiesto ben altro piglio che non quello cui stiamo assistendo, con le stanche litanie degli appelli alla pace che non è chiaro come dovrebbe avvenire in presenza di uno sterminio che prosegue imperterrito davanti ad una opinione pubblica che finalmente lunedì scorso si è svegliata dal torpore con oltre mezzo milione in piazza e sulle strade di tutt’ Italia (grandiosa e memorabile la manifestazione a Cosenza).

Don Mimmo Battaglia finalmente ha aperto il libro della verità, della nettezza della storia, dinanzi a noti editorialisti e presunti storici che sui vari canali tv si dilettano ancora a fare le pulci ai nomi da (non) dare a questo GENOCIDIO. Grazie don Mimmo! Siamo onorati di essere calabrese come te!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 settembre 2025

Di Vincenzo Amoruso – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99359262

Cara scuola quanto mi costi. Tante richieste di prestiti.-di Filippo Veltri

Cara scuola quanto mi costi. Tante richieste di prestiti.-di Filippo Veltri

Il suono della campanella è risuonato da alcuni giorni anche in Calabria, i soliti problemi, le solite lamentele ma il nuovo anno scolastico è comunque partito per 254. 725 alunni, 36. 143 docenti, 279 dirigenti ed oltre 1. 400 tra assistenti amministrativi, tecnici e collaboratori.

Molte famiglie stanno facendo già i conti con il caro-scuola; le associazioni dei consumatori hanno denunciato aumenti del prezzo del materiale scolastico con una spesa che, in alcuni casi, può arrivare a superare i 1.300 euro per studente. Forse anche per questo non mancano gli italiani che scelgono di ricorrere ad un prestito personale per far fronte ai costi di istruzione.

Dal 2019 al 2024 i numeri ci dicono che in Calabria il numero della popolazione al di sotto dei 19 anni si è ridotta di 24. 675 unità. Dal 2002 la Calabria ha perduto 136mila under 19, quasi un terzo della popolazione minorenne della regione. In Calabria la crisi demografica dunque non rallenta. Anzi. Nel 2024 le nascite sono diminuite del 4,5%. Secondo i dati Istat, al 31 dicembre 2024 la fascia d’età 0-14 anni rappresenta appena il 12,5% della popolazione residente (1,8 milioni di abitanti). Questi numeri dicono che con la diminuzione degli alunni anche la situazione della scuola non potrà che peggiorare. E con essa il circuito virtuoso delle economie che si porta dietro.

Il diritto della scuola spesso diventa così un peso insostenibile per intere fasce di popolazione, nelle città ma soprattutto nei centri minori e più piccoli dove l’emergenza sociale e occupazionale è più acuta. E la scuola è invece un servizio primario al pari del diritto alla tutela alla salute.

Di questo poco o niente hanno sin qui parlato i due principali candidati alla Presidenza della Regione, a sole due settimane dal voto. Se ci siete battete un colpo anche su questo! Non ci pare un problema di secondo piano. Anzi.

Altri dati dal report nazionale di Legambiente Ecosistema scuola (ampiamente illustrati martedì scorso su queste pagine da Alfonso Bombini) emergono inoltre con forza: dati preoccupanti riguardano la Calabria, la nostra regione sconta un ritardo strutturale nella qualità e nella sicurezza degli edifici scolastici.

In molte province le scuole necessitano di interventi urgenti di manutenzione, adeguamento sismico ed efficientamento energetico. Solo il 47% degli edifici, evidenzia Legambiente, dispone del certificato di agibilità, appena il 45% ha il collaudo statico, meno del 15% degli edifici in zona sismica è stato progettato o adeguato secondo la normativa antisismica, ancora il 54,8% degli edifici non ha beneficiato della verifica di vulnerabilità sismica.

Secondo le stime elaborate da Facile.it e Prestiti.it , negli ultimi 12 mesi sono stati inoltre erogati oltre 370 milioni di euro in prestiti personali per pagare le spese legate a scuola, università e formazione, valore in aumento di circa il 15% rispetto all’anno precedente.

«Studiare ha un costo che può diventare significativo soprattutto per chi deve affrontare un percorso universitario o post-laurea. Strumenti come quello del prestito personale sono importanti perché danno ai consumatori la possibilità di pianificare la spesa in modo consapevole, facendola pesare il meno possibile sul budget mensile, ma senza dovervi rinunciare», spiegano gli esperti.

Dall’analisi di un campione di oltre 750.000 richieste raccolte da Facile.it e Prestiti.it*, si scopre che, nell’ultimo anno, chi ha presentato domanda di finanziamento per coprire i costi legati allo studio ha puntato ad ottenere in media 6.916 euro, valore in aumento del 3% su base annua.

Dati interessanti emergono analizzando l’età dei richiedenti; chi ha presentato domanda per questo tipo di finanziamento aveva, all’atto della firma, in media 38 anni e mezzo, ma ben una richiesta su 3 arrivava da un under 30.

Altro dato significativo è legato infine al sesso del richiedente; i prestiti per lo studio si confermano una delle tipologie di finanziamento più richieste dalle donne, tanto è vero che, nell’ultimo anno, quasi 1 domanda su 2 di prestito per lo studio faceva capo al campione femminile (45%). Valore estremamente elevato se si considera che, guardando alla totalità di domande per prestiti personali, più del 70% delle richieste vengono presentate degli uomini.

‘’Una percentuale così alta di richiedenti donne’’, spiegano ancora da Facile.it ‘’non è legata solo al fatto che si pensi all’istruzione dei figli, ma anche al fatto che sovente le donne si paghino master o corsi di specializzazione post universitari, ad esempio, per rientrare nel modo del lavoro con ancora più qualifiche dopo una maternità’’.

Foto di Alex Barcley da Pixabay

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

Al di là di chi vincerà e elezioni alla Calabria serve un cambiamento.-di Filippo Veltri

La si veda come si vuole dal punto di vista strettamente elettorale e partitico ma un dato dovrebbe accomunare i due schieramenti in competizione per le elezioni regionali del prossimo ottobre: la Calabria ha bisogno di un cambiamento. Netto, chiaro, senza indugi.

Sono troppe le cose che non vanno, da tempo, da troppo tempo, e poche quelle che vanno, che non riescono tra l’altro a brillare nel grigio scuro generale e a fare rete. Non si tratta nemmeno di fare l’elenco della spesa di ciò che non va che è, tra l’altro, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere e non starsene inerti. Il punto è più di fondo e magari un’elezione per quanto importante nemmeno riesce a stanare e a risolvere.

Il problema riguarda la definizione del progetto regione, di cosa cioè siamo innanzitutto e cosa vorremmo e dovremmo essere. Essere una terra attrattiva di turismo? Valorizzare la nostra agricoltura nelle tre piane di Sibari, Lamezia e Gioia Tauro? Puntare sull’eccellenza del polo scientifico e culturale dell’Università della Calabria? O su tutte e tre le cose assieme e magari metterci altro nel minestrone, tanto per insaporirlo?

Il cambiamento è invece necessario proprio per indicare una rotta, una direzione di marcia che aiuti a risolvere i problemi drammatici del vivere quotidiano delle popolazioni, dal Pollino allo Stretto, che conoscono tutti e che vivono tutti.

E’ inutile una narrazione che tende tutta al positivo realizzato perché cozza contro il muro contrario della dura realtà con la quale i cittadini sono costretti a fare i conti ogni ora del giorno. E’ fuori contesto direbbero gli scienziati. Ma è inutile anche puntare tutto sul negativo e sul tanto negativo che c’è e si vede per rovesciare quella impostazione di chi ora è al Governo, perché il punto è che domani ci si ritroverà a fare i conti con la dura realtà delle scelte: che fare di questa terra?

Come restituire certezza, dignità, coraggio, stima, autostima, vie da tracciare e da percorrere perché – ad esempio – chi va via lo faccia solo per scelta e non per obbligo o necessità; chi deve curarsi lo possa fare negli ospedali di casa nostra; chi ha bisogno dei servizi essenziali non li debba sempre piatire o rincorrere etc etc. Per non parlare del lavoro, del reddito, del livello di vita, etc etc.

E qui non vogliamo nemmeno programmi in cui, come al solito, c’è tutto e il contrario di tutto, belle parole messe lì senza alcun costrutto o libri dei sogni ai quali siamo abituati da troppo, troppo tempo. Abbiamo – faccio un unico esempio eclatante – due grandi realtà positive in campo e sono forse le uniche accanto ad alcuni esempi di grande agricoltura: sono il porto di Gioia Tauro e quella Università della Calabria di cui si è già accennato. Puntare per davvero su di loro, farne il fulcro anche immaginifico e persino di slogan della Calabria fuori dalla Calabria sarebbe utile e significativo.

Mutare cioè all’interno e anche all’esterno dei nostri confini quella che si definisce la narrazione è infatti il primo compito ma lo si fa non con chiacchiere ma con esempi che tutti possono vedere e toccare di mano. Non con parole declamate ogni tanto per ingannare il tempo!

Poi c’è il resto ovviamente, tutto il resto. Il turismo – altro esempio – lo si rilancia davvero se mare e monti decidono cosa devono essere e mettono fine al dilettantismo insopportabile di questi decenni: non saremo mai come la Sardegna o la Puglia o il Trentino Alto Adige. Va bene. Ma, vivaddio, scegliamo una volta tanto che fare, come farlo e a chi rivolgerci!

Insomma la lista è lunga e il tempo a disposizione poco. Non solo per la campagna elettorale ma per motivare i calabresi disillusi e che ne hanno tante di giustificazioni. Ma – e chiudiamola qui per il momento – anche i calabresi stessi, cioè noi, ne abbiamo di colpe e responsabilità. Forse (e senza forse) è arrivato il momento di darsi una svegliata. Di capire, vedere, scegliere, non starsene muti e passivi. Il domani appartiene infatti innanzitutto a noi e starsene a casa è il peggiore dei mali.

da “il Quotidiano del Sud” del 30 agosto 2025

Cetraro, come non tornare indietro al 1980.-di Filippo Veltri

Cetraro, come non tornare indietro al 1980.-di Filippo Veltri

Il Quotidiano del Sud – come è giusto e doveroso che sia – sta dedicando da più giorni servizi, interviste e grande attenzione a Cetraro, che è un paese simbolo di tante cose, di mafia e antimafia, di coraggio e viltà, simbolo insomma davvero della Calabria tutta.

Siamo lontani a Cetraro dai centri ritenuti (a torto) canonici della presenza mafiosa tradizionale, dislocati come è noto dal senso comune (ma non dalla storia e dalla cronaca) in altre province della Calabria. Eppure qui di mafia si deve parlare e la mente corre, dunque, al giugno di tanti anni fa, proprio come in questi stessi giorni caldi e torridi da tutti i punti di vista: cioè a quel maledetto giugno del 1980 quando venne assassinato – giusto il 21 giugno come oggi di 45 anni fa – sulla statale 18 tirrenica Giannino Losardo.

Era il culmine di un assalto senza precedenti alla democrazia in tutta la zona del Tirreno cosentino, da Praia a Mare verso sud, con epicentro Cetraro.

Il dubbio che inizia ora a serpeggiare prepotente in seno alla popolazione del paese (fuori dai confini della città dubbi, in verità, ce ne sono pochi) è che Cetraro potrebbe essere al centro di una nuova escalation criminale che ha riportato indietro le lancette del tempo agli anni ’80 quando si sparava e si uccideva. Ai tempi appunto di Losardo. Esattamente come avvenuto con Pino Corallo qualche giorno fa assassinato sempre su quella statale 18 e sull’omicidio del resto la Dda di Catanzaro ha preso in mano il fascicolo. Quindi di mafia parliamo…

Il sindaco Giuseppe Aieta si è insediato da una quindicina di giorni ed ha dovuto fronteggiare subito due emergenze: il caso del meccanico freddato all’esterno di un’officina e quello dell’incendio ai mezzi della ditta che provvede all’igiene pubblica. Insomma Cetraro si è svegliata negli anni ’80, con 45 anni alle spalle di lotte e silenzi, di scatti e di pavidità, di omertà e di coraggio. Perché questa è Cetraro.

Dal 2022 le forze dell’ordine hanno registrato due delitti a colpi d’arma da fuoco e la scomparsa nel nulla di un imprenditore. Se nello stesso elenco andrà inserito anche l’incendio ai camion di Ecologia Oggi lo diranno gli inquirenti, di sicuro è che andrebbero considerati anche gli spari contro il muro del centro di accoglienza per migranti, o quando furono rubate 25 telecamere di videosorveglianza.

«Credo che Cetraro – ha detto Aieta – viva una condizione di ordine pubblico che non è più solo di interesse provinciale ma nazionale. Pur avendo fiducia estrema nelle istituzioni e negli inquirenti, ma questa città aveva raccolto un minimo di speranza che ha disperso, però, in pochi giorni».

Ecologia oggi ha evidenziato come non intenda farsi intimidire «da menti vigliacche e violente e proseguiremo con ancora più forza e determinazione nel nostro lavoro a servizio di una comunità che ci ha sempre dimostrato grande senso civico e disponibilità. Riteniamo inaccettabile qualsiasi comportamento che minacci la sicurezza e il benessere di questa splendida cittadina».

Negli ultimi tempi Cetraro ha, insomma, assistito a un preoccupante incremento di atti criminali, tra cui omicidi, intimidazioni e agguati. Questi episodi hanno scosso profondamente la comunità locale, creando un clima di paura e sfiducia nelle istituzioni. Questi episodi, insieme ad altri atti intimidatori come l‘esplosione di colpi di arma da fuoco contro il Cas Parco degli Aranci, indicano una crescente infiltrazione della criminalità organizzata nel territorio di Cetraro. Le modalità degli attacchi, spesso eseguiti in pieno giorno e in luoghi pubblici, suggeriscono un chiaro intento di intimidire la comunità e le istituzioni locali.

Cosa fare è presto detto: lo Stato deve intervenire con fermezza così come fece dopo il delitto Losardo. Poi si è pero acquietato tutto e Gaetano Bencivinni, coordinatore di numerose associazioni che si stanno battendo moltissimo da decenni per la rinascita civile e legale di Cetraro, è chiaro: ‘’Cetraro rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra i traffici che partono da Gioia Tauro, Reggio Calabria e poi vanno verso il nord e ci sono dei collegamenti da approfondire tra le penetrazioni ‘ndranghetiste e le penetrazioni camorriste.

La situazione è complessa. Ma Cetraro più che un paese di mafia è un paese che lotta contro la mafia’’. E che non può tornare indietro al 1980: sarebbe una sconfitta per tutti.

da “il Quotidiano del Sud” del 21 giugno 2025
foto:Immagini del Novecento. Dall’archivio fotografico del Pci. Manifestazione per l’assassinio di Giannino Losardo.

La posta in gioco dei referendum, in Calabria è più alta.-di Filippo Veltri

La posta in gioco dei referendum, in Calabria è più alta.-di Filippo Veltri

La posta in gioco è molto alta, direi altissima e in Calabria lo è ancora di più per tanti motivi. Il non raggiungimento del quorum renderebbe inutilizzato l’unico strumento ancora integro rimasto a sorregge la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. La nostra democrazia poggia su tre capisaldi strategici diversi, ma fra loro strettamente legati: la rappresentanza, la partecipazione popolare e la democrazia diretta.

Un Parlamento che rappresenta gli interessi parziali di una parte del popolo esprime la sua fiducia a un Governo che si lega agli stessi interessi parziali. Così lo stesso Parlamento finirebbe per soccombere alla prevalenza del Governo riducendosi al rango di mero ratificatore. Così come sta avvenendo in Italia e le armi usate per tale disfatta sono due: il sistema elettorale e la riduzione del numero dei parlamentari.

Soprattutto quest’ultima sciagura, molto funzionale a questo progetto antidemocratico, è contro la rappresentanza e ha portato a completamento la trasformazione del Parlamento in uno strumento dell’esecutivo a guida postfascista che oggi decide per tutti, nonostante che sia espressione di una compagine di forze politiche che rappresenta una minoranza della popolazione.

In questo quadro così preoccupante, la posta in gioco è dunque altissima perché una sconfitta (consistente nel non raggiungimento del quorum minimo per la validità dei referendum dell’8 e 9 giugno) rappresenterebbe purtroppo la perdita di questa grande opportunità di utilizzo del terzo pilastro della democrazia costituzionale. Quello che gli elettori possono esercitare direttamente senza la presenza intermedia di partiti e altre forme associative.

La vittoria del SI abrogativo farebbe sparire una legge o parti di essa dall’ordinamento giuridico e nessun giudice potrebbe riesumarla; e il Parlamento non potrebbe nemmeno riproporla se non dopo almeno un quinquennio e dopo un mutamento sostanziale della situazione politica del Paese. Il mancato raggiungimento del quorum nei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno porterebbe, purtroppo, a una situazione completamente nuova: questo Paese si mostrerebbe ormai privo di capisaldi democratici e si aprirebbero scenari autoritari.

In Calabria i 5 quesiti referendari pongono ancora maggiore urgenza nella partecipazione al voto, sia nel merito dei migranti che del lavoro. La precarietà è la costante dei rapporti di lavoro e di pseudo lavoro dalle nostre parti e non è più tollerabile, rendendo la vita di giovani e meno giovani più complicata e al limite dell’impossibile. Il jobs act non solo ha inoltre reso tutto più difficile nei pochi luoghi di lavoro dove si applicano contratti e leggi.

Il voto è dunque un diritto e un dovere civile dovunque ma non farlo qui in Calabria sarebbe oltre modo grave, nonostante la crisi di fiducia e credibilità di cui (non) godono le istituzioni e la scarsa partecipazione popolare al voto. Ma il popolo nella sua accezione più nobile e grande ha già dimostrato che è soprattutto uno strumento di lotta per cambiare e la politica come ci insegna il grande Nicolò Machiavelli (1519) è praticamente tutto: ‘’non esiste zona dalla vita umana sottratta alla necessità della politica. Senza la politica né gli individui né gli aggregati collettivi resisterebbero al turbine di accadimenti’’.

La manifestazione di Catanzaro del 10 maggio sul diritto alla salute ne è la dimostrazione più vicina a noi e più lampante. Sono fiducioso che il popolo calabrese lo dimostrerà ancora.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 maggio 2025

Sanità, dalla piazza di Catanzaro idee e proposte da portare a Roma.-di Filippo Veltri

Sanità, dalla piazza di Catanzaro idee e proposte da portare a Roma.-di Filippo Veltri

Dopo otto giorni si può tornare a parlare con freddezza di quella bella piazza del 10 maggio a Catanzaro, soprattutto per cercare un filo conduttore per il futuro.

Finalmente migliaia in piazza per una problematica vitale. In una città che facile non è: Catanzaro è meno ricettiva di altre ma comunque ha dato un segno di vitalità. In generale una risposta di alto livello, motivo che se ci fosse una chiamata alle armi (metaforicamente parlando ovviamente) da parte di dovrebbe farla non è vero che troverebbe solo apatia e disinteresse in Calabria.

Bisogna capire perché manchi tutto questo, ma è un altro ragionamento che magari riprenderemo separatamente.

Sabato 10 maggio notate anche alcune assenze: pensiamo ad esempio ai medici, direttamente interessati al problema del diritto alla salute, ma erano pochi in piazza. Si poteva cioè avere una presenza ancora maggiore (e va capito il perché), garantita invece dal grandissimo sforzo fatto dalla CGIL. Ciò naturalmente evidenzia, in ogni caso e ancora di più, la grande riuscita della manifestazione ed il merito di chi l’ha promossa e ci ha creduto fin dall’inizio e ci ha messo la faccia.

Questo giornale e il suo Direttore in primo luogo ed è per questo che ora bisogna valorizzare quel giorno che segna uno spartiacque ed andare avanti con la mobilitazione.

Alcune proposte ora, scaturite da una settimana di colloqui e di incontri post manifestazione. Innanzitutto Roma: il grido incessante da sotto il palco di Catanzaro mi torna ancora nella mente. Una grande manifestazione a Roma in autunno potrebbe essere uno sbocco. Poi una proposta di legge di iniziativa popolare per incentivare i medici a scegliere di lavorare nelle regioni disagiate attraverso stipendi adeguati e benefit integrativi.

Sulla proposta di legge raccogliere migliaia di firme ed organizzare una larga mobilitazione sui territori da subito fino alla manifestazione di autunno. E ancora: una legge regionale di iniziativa popolare per incentivare i medici a scegliere di lavorare nel servizio di emergenza/urgenza e pronto soccorso. Proposte che, ad esempio, sono state avanzate nella manifestazione di San Giovanni in Fiore prima del 10 di maggio da Mario Oliverio e che sono state accolte.

Partendo dalla manifestazione di sabato scorso si può insomma fare un buon lavoro e si può recuperare fiducia e ricostruire una presenza organizzata di una rete sul territorio. L’altro scoglio da evitare è la depoliticizzazione del problema, cioè il non volere tenere conto (Razzi lo ha detto dal palco con forza ma va ribadito ogni volta) che partiti e politica sono attori indispensabili in questa partita. Così come in tutte le partite che riguardano sviluppo e futuro della nostra terra.

Sono inadeguati? Non sono quelli di una volta? Certamente sì ma lasciarli fuori dalla porta o liberarli dalle loro responsabilità o schivarli per schifarli in un cupio dissolvi non conviene a nessuno. Né al movimento e nemmeno a loro, che possono (se vogliono) trovare o ritrovare linfa vitale in quella piazza.

Che – al di là ed oltre il diritto alla salute – una cosa fondamentale l’ha dimostrata e messa in luce: dalla base, dai paesi piccoli e grandi, di montagna e di pianura, emerge una richiesta forte di intervento per bloccare l’emorragia e la fuga, alla fine la morte e la scomparsa di gran parte della Calabria.

Mi hanno molto colpito la combattività di centri medio grandi come San Giovanni in Fiore o Polistena ma anche di borghi piccoli come Bocchigliero che in piazza gridavano il loro diritto alla sopravvivenza. Una sopravvivenza che passa innanzitutto dal diritto alla salute ma che coinvolge poi tutto il resto che non c’è. Una Calabria cioè da salvare.

da “il Quotidiano del Sud” del 16 maggio 2025

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sulla sanità in Calabria si potrebbero scrivere enciclopedie, Treccani intere; fare dibattiti 2 o 3 volte al giorno; discutere e litigare per anni interi. E si è fatto e si fa anche tutto questo. Da quando? Non ne ho memoria, ve lo confesso. Ho perso il conto.

Grandi esperti, competenti emeriti, studiosi di diritto sanitario, di diritto pubblico, di sociologia, giuristi, docenti, medici e non, si dannano l’anima per cercare di spiegare alla fine una cosa che è talmente semplice da sembrare banale ma che è all’origine dell’incredibile successo che sta riscuotendo l’iniziativa che si terrà domani pomeriggio in piazza a Catanzaro.

E’ nata dalla testa del direttore di questo giornale, Massimo Razzi, che calabrese non è (e si vede dalla semplicità con cui l’ha pensata e messa in campo), il quale mesi fa dinanzi al diluvio di proteste, accuse, reclami etc., ha pensato alla cosa più semplice del mondo: organizzatevi, organizziamoci, prendiamo la parola, prendete la parola e scendiamo in piazza per il diritto alla salute.

DIRITTO ALLA SALUTE, lo scriviamo in grande così si capisce meglio di che parliamo. Finiamola, cioè, con le ardite e dotte discussioni sui piani di rientro che ci sono e forse vanno via come i commissariamenti (chissà chi lo sa), con i bilanci delle Asp che non tornano, con i fondi e le parcelle pagate 2, 3 e 10 volte, con i buchi neri amministrativi e contabili, etc etc. Cose – dio me ne guardi dal sottovalutarle – molto importanti ma alla fine della fiera il cittadino vorrebbe sapere altro.

Vorrebbe, cioè, sapere perché si può morire in ambulanze senza medici, o in ospedale a nemmeno 40 anni incinta alla prima gravidanza. O perché bisogna andarsene lontani da casa per farsi curare. O perché non si trova più un medico di famiglia. E altre amenità del genere, che pullulano sulle pagine ogni giorno dei quotidiani, dei social, dei siti e rendono tutta la vita dei calabresi più pericolosa di quanto non lo sia già. Perché il punto di fondo è centrato, infatti, sul diritto alla salute negato nonostante l’impegno, l’abnegazione, il sacrificio di medici, infermieri, paramedici che si dannano l’anima per tamponare situazioni difficilissime, a volte al limite dell’impossibile, in reparti affollati, emergenze intasate fino al collasso, tempi biblici nelle prenotazioni (quando funzionano), liste d’attesa di cui è meglio non parlare.

Tutte situazioni che si trascinano da tempo e che hanno incancrenito il settore, dove pure esistono eccellenze sparse qua e là nel territorio, stelle in un infinito mare di nebulose dove il povero calabrese paziente (sostantivo e aggettivo, in tutti i sensi) fatica a raccapezzarsi e a trovare risposte all’unica domanda che agita: il diritto appunto alla salute.

Molto si è discusso e si discute anche sull’utilizzo dei medici venuti da Cuba nelle corsie degli ospedali calabresi. I soliti leoni da tastiera non hanno perso tempo fin dall’inizio a gridare allo scandalo, a chiedere che vengano utilizzati medici italiani (domanda: chissà come e dove prenderli), a sollevare questioni di lana caprina sulla provenienza, la lingua, le metodologie utilizzate. Se c’è invece qualcosa da salvare nei tempi agri che viviamo è proprio l’aiuto fornito e che stanno fornendo questi bravi medici venuti da un altro mondo. Senza di loro sarebbe già forse definitivamente collassato il sistema.

Ecco: servono risposte immediate a quelle domande che ogni giorno, ogni ora del giorno, si manifestano dentro e fuori gli ospedali. Organizzarsi e manifestare è un segno che la coscienza civile non è morta e chiede risposte serie e concrete. A chi? Alla politica e alle istituzioni. È la regola base della democrazia. A ciascuno il suo. Domani pomeriggio questo molto semplicemente si fa.

da “il Quotidiano del Sud” del 9 maggio 2025

Ambiente e sviluppo, da uno storico un progetto di futuro per Catanzaro.-di Filippo Veltri

Ambiente e sviluppo, da uno storico un progetto di futuro per Catanzaro.-di Filippo Veltri

Piero Bevilacqua fa lo storico di professione, ordinario alla Sapienza di Roma, impegnatissimo in questi mesi nella presentazione del suo ultimo libro sui temi delle guerre e del mondo in fiamme, ma torna spesso nella sua città, Catanzaro, ed ha rivolto una bellissima lettera ai suoi concittadini, su un problema di grande valenza legato al territorio sul mare del capoluogo regionale ma che va ben oltre i confini di quella città per il valore della proposta.

‘’Cari amici di Catanzaro – scrive il prof. Bevilacqua – poiché nei prossimi anni si giocherà una partita importante per il destino della città, io che ci sono nato e, per non vivendoci più da quasi 50 anni, ho con essa profondi legami, mi sono permesso di elaborare questo progetto che sottopongo alla vostra attenzione’’.

Il progetto è assai lungo e articolato, con una premessa ed un dettagliatissimo proponimento che si spera possa essere ripreso ed attuato dagli amministratori di oggi. Riguarda specificatamente l’area di Giovino, un polmone verde affacciato sullo Jonio, nei pressi di Catanzaro Lido verso Crotone, caratterizzato dalla presenza di un’ampia pineta lungo il mare e da una distesa di dune popolate da piante selvatiche e rare, circa 240 ettari, occupata da case, strade, ma anche orti, aziende agricole, campagne, aree incolte. Per questo vasto territorio il Comune di Catanzaro ha in progetto una lottizzazione per costruire prevalentemente edifici ‘’e io invece credo che sia possibile avviare un nuovo corso di intrapresa economica, un modo avanzato e moderno, ambientalmente sostenibile, di dare valore al territorio’’.

Cioè finalmente porre un alt al cemento selvaggio che drena risorse e distrugge l’ambiente.

A Giovino potrebbe nascere un Parco delle Varietà Frutticole Mediterranee, un’area in cui si raccolgono e coltivano le centinaia e centinaia di varietà dei nostri alberi da frutto. Oggi molte di queste piante sono presenti nei vari vivai della regione, presso i privati che le coltivano in modo amatoriale, disperse e spesso abbandonate nelle nostre campagne. Ma non formano aziende agricole vere e proprie fondate sulla varietà. Per costituire il Parco occorre dunque un’opera preliminare di raccolta a cui possono concorrere tanti nostri bravi agronomi.

‘’Non si creda – scrive Bevilacqua – che sia un’operazione del tutto nuova. Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, alcuni agronomi dell’Università di Palermo hanno costituito anni fa il Museo vivente del mandorlo: un vasto giardino con centinaia di piante che producono mandorle e che tra febbraio e marzo attraggono folle di visitatori per la loro fioritura spettacolare. Certo, Giovino non è la Valle dei Templi, ma insieme alla Pineta e alle sue dune fiorite il Parco aggiungerebbe un elemento di attrazione non trascurabile.

Naturalmente, accanto al Parco dovrebbero sorgere uno o più vivai, dove le varietà vengono riprodotte e vendute, così da sostenere la diffusione di una frutticultura fondata sulla varietà e sulla qualità in tutte le campagne del comune di Catanzaro, dentro la città, anche nei giardini, nelle aree degradate e nude, e potenzialmente nel resto del Sud’’.

Occorre dunque uscire da una subalternità culturale non più tollerabile, che riguarda l’intero Sud. ‘’Vi ricordo che la Sicilia, il giardino d’Europa, per decenni la regione prima produttrice d’agrumi nel mondo, non ha mai creato un grande marchio d’aranciata. Della Calabria, buona seconda dopo la Sicilia, quanto a produzione, non è il caso di parlare. A tal fine un completamento dell’intero progetto sarebbe la creazione di un “Istituto per lo studio della biodiversità agricola e delle piante della regione mediterranea’’.

Un centro di ricerca, che potrebbe connettersi con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria, col fine di studiare le potenzialità farmacologiche e d’altra natura delle nostre piante, ma anche il miglioramento varietale, le patologie.

La lettera, nel finale, è un auspicio: ‘’Cari catanzaresi, come sapete, nel territorio di Giovino la precedente amministrazione comunale di Catanzaro intendeva avviare un progetto di lottizzazione: nuove case, nuovi edifici, strade, nuovi centri commerciali.
Inoltre, poiché la popolazione di Catanzaro, come quella di tutta Italia, non cresce, anzi diminuisce, i nuovi abitanti di Giovino sarebbero sottratti a quelli della città. A quel punto il centro storico si svuoterebbe definitivamente e Catanzaro diventerebbe un luogo fantasma. La nuova giunta, composta anche da tanti giovani, ha davanti a sé una grande possibilità e una ancor più grande responsabilità’’.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 maggio 2025.

Il lascito di Quirino Ledda.-di Mario Vallone e Filippo Veltri

Il lascito di Quirino Ledda.-di Mario Vallone e Filippo Veltri

Eravamo in tanti ai suoi funerali dieci anni fa, increduli e tristi per la scomparsa di un grande amico, un caro compagno nostro e di altre centinaia di persone che lo hanno conosciuto direttamente e di migliaia che sapevano, in Calabria come altrove, della presenza nella vita politica cittadina e regionale di Quirino Ledda.

Chi è stato Ledda negli anni della sua vita politica e sindacale non è facile riassumere in poche righe ma basta solo il suo impegno e la sua dedizione alla Federbraccianti Cgil prima e poi nel Partito e nelle Istituzioni per dire di una vita spesa per gli altri. Tutta una vita. Col sorriso sulle labbra e il suo marcato accento sardo che non aveva mai perso e di cui anzi andava fiero.

In quella giornata di 10 anni fa, piena di dolore, prendemmo l’impegno pubblicamente di non dimenticarlo; lo abbiamo fatto in varie occasioni con modalità diverse, dagli incontri pubblici alle testimonianze scritte di chi lo aveva conosciuto, dirigenti politici e sindacali, di tante persone semplici, operai e contadini e tanti giovani. Lo facciamo ora.

In prima fila sempre i suoi adorati figli Giuseppe e Luigi (che ahime’ oggi non c’è più). Furono molti i riconoscimenti nei suoi confronti di una vita spesa nella sinistra, nel sindacato, nelle istituzioni, sempre da una sola parte senza esitazioni e infingimenti: quella delle lavoratrici e dei lavoratori, dei meno abbienti, dei più fragili e indifesi. Una vita per la dignità e i diritti, contro i soprusi e le mafie, una lotta che gli costò tanto anche in termini personali ma che non lo fece mai arretrare.

Si disse allora che la Calabria, quella onesta e seria, perdeva un uomo competente, schierato certamente ma con una apertura mentale ammirevole e basta ricordare i suoi molteplici interessi da quelli propriamente politici ai beni culturali (per tutti la Roccelletta è un segno del suo impegno), dalla storia alla Memoria della Resistenza. La sua morte avvenne poco dopo il 25 Aprile e il 1° Maggio, due date a cui era legatissimo.

Oggi siamo nel decennale della sua scomparsa, quest’anno lo ricorderemo come sempre, l’ANPI insieme a Cgil e Libera, pubblicamente in un incontro programmato per il 6 maggio alle 17.30 nella sala concerti del Comune di Catanzaro. Caro Quirino se la memoria ha un senso, se i ricordi hanno un senso, se la storia stessa ha un significato che è quello di tramandare uomini, fatti e avvenimenti allora la tua storia davvero non può mai essere messa in soffitta.

da “il Quotidiano del Sud” del 1° maggio 2025

Il Sud è un paese per vecchi.-di Filippo Veltri

Il Sud è un paese per vecchi.-di Filippo Veltri

Libri e film dei grandi americani del sudovest lo avevano da tempo certificato a suon di fotogrammi e frasi epiche. Ma all’incontrario! Non è un paese per vecchi dicevano, infatti, i terribili fratelli Coen e prima di loro Cormac McCarthy nello scenario apocalittico del New Mexico. L’Italia affronta invece, nel suo piccolo, una crisi demografica profonda, tra l’altro con dinamiche differenti tra Nord e Sud. Mentre il Mezzogiorno perde popolazione a ritmi preoccupanti, il Nord mostra infatti una maggiore tenuta.

Attraverso un’analisi descrittiva dei dati 2019-2024, Open Calabria conferma – in un recente e pregevole studio su dati ISTAT – tendenze già note: il calo demografico non è solo una questione di numeri, ma anche di un profondo cambiamento nella composizione della popolazione. Per arrivare alla conclusione che il Sud è un paese per vecchi.

Che cosa ritroviamo nello studio di Open Calabria? Dal 2019 al 2024 la popolazione italiana si è ridotta di 845 mila unità, attestandosi a poco più di 58 milioni di abitanti nel 2024. In cinque anni, il Paese ha perso l’1,4% dei residenti. Lo spopolamento è un fenomeno che inizia a mostrare caratteri di persistenza, ma è impressionante la dimensione che sta recentemente assumendo. Basti pensare che, in soli cinque anni, l’Italia ha perso l’equivalente dell’intera popolazione di città come Torino. Analogamente, è come se due regioni come Molise e Basilicata fossero diventate, ipoteticamente, completamente disabitate in così poco tempo.

Il dato medio nazionale riflette dinamiche molto differenziate a livello regionale. Delle 20 regioni italiane, 18 registrano un calo demografico, mentre solo la Lombardia e il Trentino-Alto Adige mostrano una crescita, seppur marginale. Un elemento particolarmente significativo è la forte concentrazione del fenomeno nel Mezzogiorno: quattro sole regioni meridionali – Campania, Sicilia, Puglia e Calabria – spiegano quasi il 50% dello spopolamento osservato in Italia.

Se si includono le altre quattro regioni del Sud, il Mezzogiorno arriva a rappresentare il 66% della perdita complessiva di popolazione a livello nazionale. Rispetto al 2019, le variazioni più elevate della popolazione si hanno in Molise (-4,8%), Basilicata (-4,5%) e nella nostra amata Calabria (-3,8%).

La riduzione della popolazione, dice Open, non sarebbe necessariamente un fenomeno negativo: esistono infatti economie nazionali e regionali di piccole dimensioni, ma con elevati livelli di reddito pro capite. Ciò che preoccupa nelle recenti dinamiche demografiche italiane è la distribuzione dello spopolamento tra le diverse fasce di età. Emerge che il calo demografico in Italia non è infatti uniforme, ma colpisce maggiormente alcune fasce rispetto ad altre.

In particolare si osserva una riduzione significativa nella popolazione più giovane: in Italia i bambini e ragazzi tra 1 e 14 anni diminuiscono dell’8,7%, ancora più marcata è la contrazione della popolazione tra i 35 e i 49 anni (-10,9%), segnalando un netto declino della popolazione in età lavorativa. Al contrario, le fasce di età più avanzate mostrano un andamento opposto. Gli individui in età lavorativa tra i 50 e i 64 anni aumentano del 6,1%, mentre la popolazione tra i 65 e i 74 anni cresce del 3,6%.

Ancora più accentuata è la crescita della popolazione over 75 (+5,6%), con un incremento particolarmente elevato tra gli ultranovantenni (+10,1%).

Insomma il quadro è quello di un paese per vecchi.

Lo spopolamento del Sud risulta poi strettamente legato ai flussi migratori che sono in costante ripresa nel periodo 2019-2024. Questa dinamica, che colpisce in modo trasversale le generazioni più giovani e attive, aggrava il declino demografico del Sud, riducendo progressivamente la base produttiva su cui costruire il futuro.

La frattura demografica tra Nord e Sud è, dunque, conclude lo studio Open causa ed effetto di una questione strutturale che inciderà profondamente sulla sostenibilità di tutta l’Italia ma sarà ancora una volta il Sud, e le regioni più marginali come la Calabria, a risentire di queste dinamiche: anzi ne risentono già oggi se si pensa al lento e progressivo allontanamento non solo più dei giovani ma delle stesse famiglie al seguito dei figli spostatisi nel Nord del paese, per studio o lavoro.

Nelle città soprattutto è ormai un fenomeno visibile ad occhio nudo: a passeggio sui corsi centrali dei capoluoghi ci solo anziani e pensionati. Il resto sembra sparito. In realtà non c’è proprio più. Se n’è andato.

da “il Quotidiano del Sud” del 29 marzo 2025

La sinistra della scirubbetta.-di Filippo Veltri

La sinistra della scirubbetta.-di Filippo Veltri

Premessa: in una settimana di scirubetta si è parlato dal Pollino allo Stretto in modo diverso. Addirittura si è rispolverato un vecchio dizionario del dialetto calabrese dove scirubetta diventa scirubettu, con la u finale, bevanda che sarebbe in auge nella locride con rivendicazioni di primogenitura! A Roccella in particolare pare sia molto in voga.

Poi si scopre però che è, in realtà, una specie di gelato e non il fenomenale bicchiere di neve fresca della Sila con tanto di miele di fichi, in uso appunto dalle parti silane e presilane o sanfilesche. Anche se – nuova ultima puntata– i nivari, cioè quelli che usavano conservare in inverno la neve sotto terra per poi riproporla in estate, c’erano anche in altre parti della Calabria e dunque nessuno si può appropriare di questa benedetta scirubetta. Appunto però: c’erano i nivari, c’erano una volta…

C’erano! Ora che non ci sono più questi custodi della neve – tornano così alla carica i tradizionalisti – la scirubetta rivà alle sue radici vere, con la A finale, anche se – ma questo è un altro discorso – di neve di questi tempi non se ne vede moltissimo tranne che in alta montagna.

A rilanciare questo mood nevoso ci ha, comunque, pensato il mitico Brunori (dio l’abbia in gloria) che in una settimana pre e post Sanremo ha rilanciato non solo la scirubetta ma tutto l’armentario calabro recitato in salsa moderna. Se ne sta parlando ancora e molti vi hanno visto un segno addirittura politico, un segnale, una strada da seguire. Stiamo un po’ calmi.

La frase cult è quella: ‘’Sono cresciuto in una terra crudele dove la neve si mescola al miele”, il verso più celebre de L’albero delle noci, non a caso (autocitazione) messo in testa al nostro editoriale di sabato scorso, premonitore di quel terzo posto sanremese arrivato nella nottata tra sabato e domenica.

Ma ora – per buttarla in politica – ci vuole davvero un bel salto di qualità, che la sinistra nostrana non ci pare pronta ad affrontare. Quella neve che si mescola al miele (di fichi) e quindi la scirubetta di cui prima dovrebbe, potrebbe, essere il senso metaforico di una direzione di marcia per chi vuol cambiare le cose?

Con tutto quello che ne consegue e cioè mettendo a bando la particolare predisposizione calabra per la retorica che ha immediatamente trasformato la scirubetta nel prodigio gastronomico più antico della storia, ovviamente nato in Calabria come ogni prodigio che l’umanità ha scoperto soltanto qualche secolo dopo (ci sono decine di esempi di questa grandiosità calabra declamata in tutto il globo)? Da qui nascerebbe in verità un vero prodigio, possibile e immaginabile: un suggerimento per la sinistra affinché riparta dalle aree dimenticate del Paese.

La sinistra riparta dunque dalla scirubetta: un inedito assoluto che nemmeno Brunori poteva mai pensare. Ma un senso la cosa in fin dei conti forse ce l’ha per davvero, se Irto e compagni si mettono (si mettessero) di buzzo buono. Lasciare magari perdere, cioè, le grandi questioni che tanto nessuno è in grado di risolvere e mettersi pancia a terra a ragionare, a pensare, ad operare sul territorio, sui territori per davvero.

Nei piccoli centri, in quelli ormai quasi spopolati di collina e di montagna o nelle marine dove si vive solo un paio di mesi d’estate o nelle periferie delle nostre città (tutte) dove il degrado somiglia tanto a quelle delle grandi metropoli. Basterebbe la scirubetta? Certo che no ma un segnale di autenticità non guasta, diciamo non guasterebbe. Come ha fatto sempre quel Brunori l’altro giorno andando a cantare davanti agli studenti dell’Universita’ della Calabria. Se poi ci metti – altro cult brunoriano – la vurzetta con gli amuleti di San Fili il quadro è completo!

A parte gli scherzi (che non sono poi tali) la politica tutta – di destra e di sinistra – dovrebbe prendere esempio da un dato che ci viene da questi giorni recenti alle nostre spalle: si può essere cioè calabresi senza nascondersi e senza pianti greci, senza retorica ma anche senza enfasi. Non selvaggi abitatori di montagne impervie discendenti dei briganti o poveri abitanti di una terra sempre sfruttata e conculcata! Parlando invece un linguaggio chiaro e semplice, che è quello che la gente normale chiede. Che poi sia scirubetta o scirubettu è in fin dei conti è un’inezia. Alla fine per una vocale ci si mette d’accordo!

da “il Quotidiano del Sud” del 22 febberio 2025

La dura, e nascosta, realtà della Calabria.-di Filippo Veltri

La dura, e nascosta, realtà della Calabria.-di Filippo Veltri

Cosa sia la realtà calabrese è difficile da rendere in poche righe di un articolo o financo in un libro. Ci stiamo provando da anni e oscilliamo sempre su quello che Massimo Razzi definisce ‘il crinale sottilissimo’, cioè quello tra il bene e il male, il bello e il brutto, dove a volte prevale il primo e più spesso il secondo. Poi ci sono però i numeri, impietosi, a darci un senso al racconto (vedi quelli dell’ISTAT su cui ci siamo soffermati sabato scorso, ad esempio).

E numeri, tanti e duri, ci forniscono ora in un nuovo lavoro, assolutamente inedito – e di cui il Quotidiano del Sud può oggi offrire una piccola anteprima – Rosanna Nisticò e Mimmo Cersosimo, in un paper in lavorazione ancora all’Università della Calabria.

Proviamo dunque a riassumere decine e decine di pagine. Il trend recente tra il 2022 e il 2023 mette in luce come il rischio povertà-esclusione sociale dei calabresi subisce una drastica impennata, dal 42,8 al 48,6%, a fronte di un calo generalizzato nelle altre regioni, anche meridionali.

La Calabria è tra le sei regioni europee nelle quali l’indicatore è cresciuto, nel biennio in considerazione, di almeno 5 punti percentuali con 41 calabresi su 100 che vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore al 60% di quello mediano, un’incidenza più che doppia rispetto a quella nazionale, dieci volte superiore a quella registrata nella Provincia di Bolzano e sette volte più alta rispetto a quella dell’Emilia-Romagna.

Allargando lo sguardo all’Europa, la Calabria raggiunge il tetto più elevato, seguita dalla Sicilia (38%) e dalla Campania (36,1%); al lato opposto della distribuzione, solo 9 regioni hanno un’incidenza delle persone a rischio di povertà più bassa o uguale al 7,5%, tra cui tre italiane: la provincia Autonoma di Trento, quella di Bolzano e l’Emilia-Romagna. Ne segue che il divario interregionale dell’Italia risulta il più ampio, segnando 35 punti percentuali di differenza tra la Calabria e la Provincia autonoma di Bolzano.

Ancora: la Calabria è l’unica regione italiana a subire, nel biennio 2022-23, un incremento-peggioramento di tutti e tre i sub-indicatori. Peggiora poco l’indicatore “bassa densità lavorativa”, che passa dal 19,6 al 20,9% (dal 9,8 all’8,9% in Italia), ma che tuttavia segnala che è in aumento la frazione, già elevata, di famiglie con forme estese di sottooccupazione.

Ben più consistente è l’incremento dei calabresi a “rischio di povertà”, che passa dal 34,5 al 40,6%, a fronte di un calo alquanto generalizzato nel resto delle altre regioni, e di quelli con “grave deprivazione materiale e sociale”, che nel giro di un solo anno quasi raddoppiano (dall’11,8 al 20,7%), contro una sostanziale stabilità nella media nazionale (dal 4,5 al 4,7%), e di una leggera flessione in oltre la metà delle regioni, anche in tutte quelle del Sud, ad eccezione della Puglia.

In questo quadro poco felice ci sono altri calabresi, aggiungono nel paper i due studiosi, che si sostengono tra loro attraverso reti relazionali sia di natura interpersonale che associativa, come, ad esempio, i club Lyons o Rotary, gli Ordini professionali, le Associazioni di commercianti, industriali, agricoltori, artigiani, i circoli massonici palesi e occulti, i comparaggi, le aggregazioni politico-elettorali strumentali, temporanee, trasversali.

Non va trascurata l’incidenza dei circuiti di ‘ndranghetisti e di soggetti criminali che costruiscono il loro benessere distruggendo quello dei cittadini: concentrati, usando le parole di Mauro Magatti, soprattutto a “consumare benessere” piuttosto che a creare sviluppo e ad affrontare le sfide strutturali (organizzative, produttive, innovative).

Il punto tutto politico alla fine qual è? E’ che a quella Calabria della povertà sembra non pensare nessuno. Non solo perché sommersa e difficile da incrociare ma anche perché è la Calabria del non-voto, che non protesta, che non fa rumore, che non urla, che non ha né trattori né vernici né gilet gialli né protettori: che non minaccia l’ordine dominante.

Come concludono i due? I partiti-residui continuano così a guardare alla Calabria dei garantiti, delle rare imprese di “successo”, delle micro-esperienze socio-produttive locali puntiformi, spesso “cartolinizzate”; a vagheggiare su una mai definita altra Calabria e su narrazioni aneddotiche consolatorie; dimenticando che la somma di micro-esperienze positive disperse, seppure importanti di per sé, non basta per determinare un cambiamento di sistema; che non basta guardare “dall’alto” per decifrare le sofferenze e il declassamento sociale della Calabria praticata “dal basso”.

Questo politico, dunque, è il versante che dovrebbe dare risposte e da lì si attendono le proposte vere e concrete. Tutto il resto sennò è noia. A proposito di Brunori, Califano e del Festival di Sanremo.

da “il Quotidiano del Sud” del 15 febbraio 2025

I dati della povertà e il racconto fasullo.-di Filippo Veltri

I dati della povertà e il racconto fasullo.-di Filippo Veltri

Stavolta non sono le classifiche di vivibilità del Sole 24 ore ad indicare dove e come stiamo come Calabria. Classifiche contestabili finché si vuole – del tipo: qui c’è un mare da favola, in Sila l’aria più pulita del mondo (o d’Europa, fa lo stesso) ed altre menate del genere – ma che indicano purtuttavia una tendenza comunque chiara.

Stavolta parla l’ISTAT, incontestabile dunque, che certifica come nel 2023 il reddito disponibile delle famiglie per abitante del Mezzogiorno si attesta a 17,1mila euro annui e si conferma il più basso del Paese e la Calabria è all’ultimo posto tra gli ultimi. Rapporto che nei giorni scorsi è stato ampiamente illustrato su queste pagine, con tutte le cifre e i dati resi noti da Istat, da Maria Francesca Fortunato.

C’è poco quindi da raccontare a mo’ di favolette ai bambini ma per non annoiarvi troppo ecco qualche altra cifra utile solo per qualche considerazione finale.

La distanza in termini di reddito del Sud da quello del Centro-Nord, pari a 25mila euro, è superiore al 30%. Lo si legge nel Report Istat sui conti economici territoriali. La graduatoria regionale vede in prima posizione la Provincia autonoma di Bolzano/Bozen, con un Pil per abitante di 59,8mila euro, seguita da Lombardia (49,1mila euro), Provincia autonoma di Trento (46,4mila euro) e Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (46,3mila euro). Il Lazio si conferma la prima regione del Centro e l’Abruzzo è la regione del Mezzogiorno con un Pil per abitante più alto (31mila euro), seguita da Basilicata (27,5mila), Molise (26,7mila) e Sardegna (26,3mila).

La Calabria in questa classifica resta stabilmente all’ultimo posto della graduatoria, con 21mila euro, preceduta dalla Sicilia, con un valore del Pil per abitante di 22,9mila euro. In pratica nella provincia di Bolzano si registra un pil pro-capite che è quasi tre volte quello della Calabria. E non è finita qui: In Italia nell’anno la spesa per consumi finali delle famiglie per abitante, valutata a prezzi correnti, è stata pari a 21,2mila euro. I valori più elevati si sono registrati nel Nord-ovest (24,2mila euro) e nel Nord-est (23,8mila euro); segue il Centro, con 22,2mila euro, mentre il Mezzogiorno si conferma l’area con il livello di spesa più basso (16,7mila euro).

Fin qui le cifre più significative del rapporto ISTAT, giusto per dare un’idea dello stato dell’arte. Tante altre ce ne sono infatti in quel rapporto ma il quadro è ultra chiaro e indica che le chiacchiere sui miglioramenti mirabolanti che ci vengono propinati ad ogni piè sospinto non si capisce su che cosa si poggiano. E non parliamo dei servizi sociali primari, dell’assistenza, della sanità su cui questo giornale ha avviato da settimane una martellante campagna stampa di mobilitazione. E non parliamo nemmeno delle infrastrutture di trasporto, tutte, strade ferrovie etc etc. ridotte ad uno stato di colabrodo, dove più e dove meno, degne del terzo mondo in alcuni casi.

Bastano tre ore di pioggia per aprire voragini dovunque (vedi ultimo nubifragio di domenica scorsa). Per non parlare – ancora – dei tassi di emigrazione di giovani e meno giovani fuori dalla regione, con un calo delle residenze da far paura.

Siamo insomma ad un momento cruciale, uno dei tanti direte voi, che dovrebbe indicare una linea di condotta chiara e certa a tutti gli attori politici, istituzionali, sociali, culturali che qui operano. Assistiamo, viceversa, ad un continuo vociare senza costrutto, ad un rimpallo di ruoli e responsabilità, di colpe e di errori, vecchi e nuovi, che non si traduce alla fine in niente.

Settimane fa due economisti calabresi – Mimmo Cersosimo e Rosanna Nisticò – avevano già descritto un quadro a tinte vere e fosche. Ne abbiamo scritto su questo giornale ampiamente. Tutto era passato in cavalleria. È proseguito quel mettere assieme un pezzo qua ed uno di là, tutto privo di rete e di collegamento, per annebbiare ancora una volta un’opinione pubblica confusa e distratta. La domanda resta sempre quella ed unica: si può andare avanti con questo andazzo?

da “il Quotidiano del Sud” dell’8 febbraio 2025

Autonomia, la battaglia prosegue.-di Filippo Veltri

Autonomia, la battaglia prosegue.-di Filippo Veltri

L’anno si chiude come era iniziato: ora che la Corte di Cassazione ha deciso che si farà il referendum sullo scempio dell’autonomia differenziata di Calderoli e soci inizia, infatti, una nuova battaglia che l’Italia tutta e il Mezzogiorno e la Calabria dovranno combattere.

Era abbastanza ovvio che finisse così: le sentenze della Corte costituzionale, pur se accoglievano le eccezioni di incostituzionalità avanzate, non avevano effetti abrogativi ma rendevano solo inefficaci le leggi (o parti di esse) una volta dichiarate incostituzionali. Cioè, esse non possono essere più applicate, ma restano nell’ordinamento giuridico fino a quando il legislatore non legifera di nuovo.

Nel caso in questione, pertanto, la legge Calderoli era stata in parte resa inefficace, ma c’era il quesito referendario giacente dinanzi alla Cassazione ne chiedeva appunto l’abrogazione totale.

Ora i tempi sono stretti e piuttosto presto si verrà a capo di questa incredibile e intricata matassa creata dal vento di una destra incalzante. La mobilitazione creata da un’infinità di forme associative di base, l’evolversi positivo e incoraggiante di importanti contraddizioni all’interno di alcuni partiti della sinistra, nonché la presenza assidua e attenta delle migliori intelligenze costituzionaliste, riaprono il campo.

Si era tentato di sminuire per prima proprio questa portata storica della sentenza della Corte Costituzionale da quanti erano e restano interessati a confondere le idee: “niente di particolare, metteremo qualcosa a posto in Parlamento e andremo avanti…”. Era questo il senso dei commenti successivi al comunicato stampa della Corte che preannunciava l’uscita della sentenza da parte di chi si è inventato lo scempio della cosiddetta autonomia differenziata.

Dopo che la sentenza è stata pubblicata e la Cassazione ha detto la sua, l’atteggiamento del Governo e dei suoi resta ancora questo, pur in presenza di riflessioni, argomentazioni, ricostruzioni giuridiche e studi. Tutto materiale prezioso che conferma l’impressione iniziale: la Corte ha smontato e fatto a pezzi il progetto secessionista della Lega. Il regionalismo solidale e cooperativistico, originalissimo, del quale tutta la scienza giuridica italiana del secondo dopoguerra andava fiera, si collega infatti alle persone, al popolo che troviamo protagonista in tutta la Carta costituzionale.

Vi sono una sola Nazione e un solo Popolo; quindi, una sola rappresentanza politica nazionale per la cura delle esigenze unitarie, affidata al Parlamento nazionale.

Il pluralismo regionale genera “concorrenza e differenza tra regioni e territori, che può anche giovare a innalzare la qualità delle prestazioni pubbliche”, ma non potrebbe mai minare la solidarietà tra Stato e regioni e tra regioni; neanche l’unità della Repubblica, l’eguaglianza dei cittadini, la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti, la coesione sociale etc.

Il nostro regionalismo è di tipo cooperativistico/solidaristico e non mette le regioni fra loro in una competizione ed è completato dal principio di sussidiarietà che è animato dal principio di adeguatezza. Le norme generali sull’istruzione non sono dunque materia devolvibile alle regioni. Poi c’è il nodo della definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni.

Questo articolo, il 3 del ddl Calderoli, avrebbe voluto conferire sostanzialmente al Governo il compito di definire i LEP che la Costituzione affida espressamente al Parlamento ed è stato gravissimo il tentativo di prorogare al 31 dicembre prossimo la Commissione sui LEP (Commissione Cassese). E vedremo ora che accadrà dopo il pronunciamento della Cassazione della scorsa settimana.

La destra in verità dovrebbe fermarsi, se ci fosse accordo nella maggioranza, per riscrivere tutte le parti dichiarate incostituzionali. Non si tratterebbe di “aggiustamenti perfettamente applicabili” bensì di una rinuncia a quella secessione dei ricchi tanto desiderata dalla Lega e dai suoi generali.

Sarebbe però rinunciare a una delle tre colonne che reggono il castello dell’accordo di governo: devoluzione secessionista-premierato-separazione delle carriere dei magistrati e sarebbe, peraltro, una penosa ammissione di sconfitta in una battaglia dove vincono la mobilitazione in difesa della Costituzione e anche l’accorta vigilanza degli organi di garanzia.

da “il Quotidiano del Sud” del 28 dicembre 2024