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Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Accingendomi a studiare il contenuto delle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria ho commesso un errore d’ingenuità.

Stampati i documenti, li ho collocati l’uno a fianco all’altro sulla scrivania, in modo da cogliere somiglianze e differenze tramite una lettura trasversale. All’inizio ho proceduto attentamente, svoltando le pagine in parallelo e avendo cura di ricollocarle nel corrispondente plico regionale. Dopodiché, ho ricevuto una telefonata e mi sono distratto. Risultato: alcune pagine relative al Veneto sono finite nel plico ligure, altre nel plico lombardo, altre ancora in quello piemontese; e così per le altre regioni.

Sulle prime, la cosa mi ha provocato un’infastidita agitazione, cui ho cercato di porre rimedio riordinando i plichi. Finché mi sono reso conto dell’errore d’ingenuità: a dispetto della giurisprudenza costituzionale, che pretende la riconducibilità di ciascun accordo alle specificità delle regioni richiedenti l’incremento delle competenze (sentenza 192/2024), le quattro pre-intese sono tra di loro in tutto e per tutto identiche. Inutile agitarsi. Inutile ricomporre i plichi. Inutile persino studiare i quattro documenti: è sufficiente leggerne uno e sostituire, all’occorrenza, il nome di una regione all’altra.

Eppure, sul punto, la Corte costituzionale è stata chiarissima, sancendo che ogni richiesta «va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario, geopolitico ed altro) in cui avviene la devoluzione, in modo da evidenziare i vantaggi della soluzione prescelta».

Ulteriormente precisando che, a tal fine, l’intesa deve «essere precedute da un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico».

Ed ecco l’istruttoria approfondita e scientificamente validata dalla combriccola di astuti firmatari le pre-intese: «Il governo e la regione convengono che l’attribuzione [delle ulteriori competenze] corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo». Se lo dicono da soli, in una riga, e pazienza se le specificità sono così poco specifiche da risultare identiche: uno sberleffo bello e buono all’indirizzo della Corte costituzionale.

Ulteriori criticità emergono dalla lettura delle nuove competenze regionali in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità. In proposito, la già ricordata pronuncia della Corte costituzionale ha stabilito che «la devoluzione non può riferirsi a materie o ad ambiti di materie, ma a specifiche funzioni»: mentre le pre-intese dichiaratamente investono l’intera materia sia nel caso delle professioni non ordinistiche («sono attribuite alla regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare professioni di rilievo regionale»), sia nel caso della previdenza complementare e integrativa («la regione disciplina il funzionamento delle forme di previdenza complementare e integrativa ad ambito regionale»).

Ne segue, nel primo caso, il potere di stabilire i requisiti di abilitazione all’esercizio della professione, di verificarne il possesso (anche attraverso prove di lingua italiana), di istituire corsi di formazione, di riconoscere qualifiche professionali pregresse, di organizzare tirocini; nel secondo caso, di differenziare le pensioni del personale non solo regionale, ma anche degli enti locali e del Sistema (sic) sanitario regionale.

Quanto alla protezione civile, lo scopo, in caso di calamità, è che il presidente regionale, nominato commissario straordinario, possa agire in deroga alla normativa statale. In preparazione, la regione procede al reclutamento del personale (anche a tempo determinato con procedure d’urgenza) e alla sua formazione (individuando enti erogatori, docenti e percorsi formativi), con possibilità di prevedere integrazioni contrattuali e di occuparsi dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle patenti di guida. Inevitabilmente, il coordinamento inter-regionale si farà più complicato.

E poi c’è la sanità, oggetto di una pre-intesa separata. Qui le richieste delle regioni sono dirompenti al punto da scardinare il Servizio sanitario nazionale. Alle regioni interessa acquisire la facoltà di ridefinire l’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari, di gestire in autonomia le risorse loro attribuite, di prevedere fondi sanitari integrativi in deroga alla normativa vigente, di stabilire il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, di programmare gli investimenti in edilizia e strumentazione sanitarie. Proprio là dove più forte è l’esigenza di uguaglianza, il governo spinge, insomma, a fondo il pedale della disuguaglianza.

Forse, il vero errore d’ingenuità è rifiutare di vedere l’emergenza democratica derivante da una destra che opera oramai apertamente contro l’ordinamento costituzionale.

da “il Manifesto” del 4 dicembre 2025

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Intervengo nel dibattito sul rapporto tra sanità pubblica e privata suscitato dagli scritti del prof. Carrieri (Quotidiano dell’11 settembre e del 15 settembre) e di Marcello Furriolo (13 settembre).

Convengo sulla questione di fondo evocata da ambedue gli autorevoli osservatori ma non posso non segnalare come la tesi del prof. Carrieri sia influenzata da un certo diffuso pregiudizio e di incompleta conoscenza del comparto sul territorio calabrese in particolare.
Per sostenere con serietà questa mia critica devo ricorrere alla pratica, insuperabile, del “fact checking”, ossia della confutazione oggettiva delle affermazioni riportate.

Questa la domanda che il prof. Carrieri ripropone in tutte e due gli articoli “cosa trova il cittadino se non ciò che gli viene offerto?”. Nel senso che nel privato sarebbe ricorrente e diffusa “la pratica del cream skimming cioè selezionare i pazienti (ma forse voleva dire “i casi” o “le prestazioni”) meno complessi e più redditizi”.

Bene, proviamo a dare una risposta non semplicemente assertiva ma suffragata dai dati ufficiali. Sarà sufficiente compulsare il rapporto sulla qualità degli outcomes clinici della Regione Calabria, redatto sulla base del Programma Nazionale Esiti: “per i 52 indicatori di volume presi in considerazione dallo studio, i ricoveri presso le strutture private in Calabria costituiscono il 20,3% del totale regionale.

Nella sintesi sulla attività ospedaliera 2024 pubblicata dal Ministero della Salute emerge, per quanto riguarda la Calabria che:
“L’indice di case-mix (indice di complessità) nel settore privato in Calabria è pari a 1.2, mentre quello del settore pubblico è medio-basso, con un indice per i ricoveri ordinari di 0.980 e una durata media di degenza più elevata per i DRG (a prestazioni erogate) più rappresentativi.

Significa che il comparto privato non pratica alcuna selezione di casi meno complessi e più redditizi, ma in molti casi presenta eccellenze e prestazioni più complesse di quelle erogate nelle strutture pubbliche. La certificazione di ciò sta nel rapporto sul servizio sanitario in Italia redatto da Ermeneia su dati del Ministero della salute.

Nel medesimo documento è detto: “la spesa ospedaliera sostenuta per il comparto privato accreditato è calcolata al 10,83% del totale della spesa ospedaliera regionale; il che conferma la capacità delle strutture ospedaliere private di sostenere alti livelli di produzione con ottimizzazione dei costi, contribuendo al miglioramento della performance complessiva del Sistema Sanitario Regionale”.

Significa che per le stesse prestazioni e per la stessa qualità / complessità le strutture private costano di meno delle strutture pubbliche, in quanto è certificato che il comparto privato eroga in Calabria il 22,5% delle prestazioni totali e viene remunerato con il 10,8% della spesa ospedaliera.

Cioè senza costi impropri o, se si vuole essere più crudi, senza sprechi.
Questa è la realtà dei fatti.

Primo check.
Il prof. Carrieri afferma, che “nessuna casa di cura accreditata gestisce pronto soccorso”.
Qui il prof. Carrieri – forse chiuso nelle stanze accademiche – dimostra di non conoscere il territorio calabrese dal momento che tutti sanno che presso la Tirrenia Hospital di Belvedere Marittimo esiste un pronto soccorso cui fa riferimento tutta la popolazione dell’alto tirreno cosentino.

Secondo check.
Ancora il prof. Carrieri “non esiste, nel privato l’oncologia medica se non in due strutture che offrono radioterapia e diagnostica per immagini”. Disinformato poiché tali prestazioni si erogano in varie strutture accreditate oltre quella individuata dal prof. Carrieri. Solo per citarne alcune: Cascini, Villa del Sole (Cosenza) Villa dei Gerani (Vibo) e altre.

Terzo check.
Infine il prof. Carrieri si induce ad affermare che sarebbero “interamente pubblici reparti e attività come dialisi e grandi chirurgie”. Sulle “grandi chirurgie” non saprei cosa dire perché non so quali siano e non mi sono mai imbattuto in tale definizione, ma sulla dialisi segnalo che è resa da diverse strutture accreditate. Ad esempio in provincia di Cosenza NephroCare – Euro 2000.

Quarto check.
Chiarite le inesattezze. Vediamo come funziona – o dovrebbe funzionare – il sistema e cosa si è fatto.
Il servizio sanitario calabrese è interamente – e solamente – pubblico. Le prestazioni sono erogate da strutture di mano pubblica e da privati accreditati. La parola “accreditati” sta a significare che sono strutture che rispondono ai requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi fissati dalla legge e applicabili a tutti, pubblico e privato, e che possono/devono erogare prestazioni allo stesso livello di qualità ed appropriatezza verificato dalle ASP.

La cosa fondamentale, per affrontare la discussione con serietà è che il cittadino non paga niente, esattamente come negli ospedali pubblici. L’unica differenza è che mentre le strutture private sono pagate dallo Stato a tariffa (fissata e verificata dallo Stato) cioè solo per le prestazioni effettivamente rese, le strutture pubbliche sono finanziate, sempre dallo Stato, ma a consuntivo ed a prescindere da quanto e cosa erogano.
Come si dice “a piè di lista”, compresi i costi impropri e gli sprechi.

Quindi in conclusione le strutture private erogano prestazioni con i medesimi standard di qualità e di alta specialità ma costano di meno per le tasche dei cittadini.

Dunque, si può sgombrare il campo da una serie di luoghi comuni.
a) Il privato accreditato non sceglie niente. Men che meno le prestazioni più semplici dal momento che, come visto statisticamente, produce lo stesso livello di prestazioni delle strutture pubbliche. In taluni casi superiore. Semplicemente viene scelto dai cittadini.
b) L’emigrazione sanitaria è un fenomeno indotto dalla stupida, ottusa politica dei tetti di spesa rigidi ed insuperabili. Questo sistema impedisce l’erogazione di qualsiasi tipo di prestazioni una volta esaurito il tetto finanziario imposto, per cui in tale situazione il cittadino richiedente o si rivolge alle strutture pubbliche andando ad incrementare la lista d’attesa, o emigra fuori regione o sceglie di curarsi a pagamento (la cosiddetta cura out of pocket).

Tre fenomeni che tutti – ma proprio tutti – dicono di voler combattere. A chiacchiere. Ma nessuno indica la soluzione. Che è semplice: occorre eliminare il sistema dei tetti di spesa o, meglio, occorre applicare la legge, il d. lvo 502/92 che prevede la remunerazione ridotta una volta superati i tetti. Una previsione saggia e lungimirante (frutto di una politica seria) che rispettava i diritti dei cittadini e le esigenze dello Stato (ed anche il dictum della Corte Costituzionale).

Negli ultimi tre anni in Calabria si è fatto di meglio. Si sono utilizzate le risorse assegnate al fondo privato per incentivare la produzione di prestazioni di alta specialità ed ad alto impatto migratorio.

Ciò ha consentito di ridurre lista d’attesa ed emigrazione sanitaria, di produrre prestazioni di estrema eccellenza senza spendere un solo centesimo in più. Con gratificazione professionale dei medici e imprenditoriale di strutture che hanno investito in tecnologia e personale.

Anche questi sono fatti anzi è politica sanitaria quella che dalla conoscenza dei fatti ne trae un progetto. Al netto dei gargarismi che riempiono la bocca di chi pratica facili populismi e blatera sui soldi dati ai privati e tolti al pubblico, con questi fatti e con questi dati deve misurarsi chiunque voglia discutere seriamente senza pregiudizi o ideologismi di sanità e servizio pubblico.

da “il Quotidiano del Sud” del 21 settembre 2025

Sondaggio elettorale: numeri e tempi ci dicono che la partita è aperta.-di Filippo Veltri

Sondaggio elettorale: numeri e tempi ci dicono che la partita è aperta.-di Filippo Veltri

Il sondaggio dell’istituto Noto illustrato ieri sera agli italiani sulle elezioni in Calabria presenta come tutti i sondaggi più chiavi di lettura ma un dato ci appare leggibile a prima vista: la partita per il Presidente tra Occhiuto e Tridico a 25 giorni dal voto è tutt’altro che chiusa come alcuni rilevamenti dei primi giorni sembravano mostrare.

Il vantaggio di Occhiuto è netto ma non nettissimo, meno di 9 punti percentuali, ma le liste sono state depositate da soli tre giorni e la vera campagna elettorale tra i contendenti al seggio di Palazzo Campanella è solo all’inizio e sui territori stanno per calare i big dei partiti maggiori, Schlein e Donzelli nei prossimi giorni, dopo Giuseppe Conte che è stato nel fine settimana scorso nel primo giro calabrese di Tridico e Matteo Salvini che ha già presenziato al lancio della lista della Lega.

Il tempo a disposizione del centro sinistra (orribile la definizione di campo largo o larghissimo) non è molto e tutta la coalizione a sostegno di Roberto Occhiuto è in campo senza evidenti smagliature al suo interno e si dice certa del successo finale. Sull’altro fronte è arrivata invece la mazzata della incandidabilità di un pezzo da 90 come Mimmo Lucano nelle liste di AVS (vedremo come finirà il ricorso annunciato), che oggettivamente pesa al di là ed oltre l’impegno forte, anzi di più, che il sindaco di Riace ha annunciato nelle prime dichiarazioni dopo la pronuncia della Corte d’Appello.

Nelle due circoscrizioni – Nord e Sud – in cui Lucano era presente si apre ora un vuoto ed è inevitabile che tutto ciò pesi anche nella mobilitazione a favore di Tridico, anche se i leader nazionali Fratoianni e Bonelli (anche loro attesi a giorni) mostrano sicurezza.

Occhiuto partiva con un vantaggio oggettivo, di tempo e di posizionamento sul campo, quasi 20 giorni avanti al suo avversario che è uscito fuori solo dopo Ferragosto e quindi occorrerà ora vedere se nei 25 giorni che mancano al voto la coalizione dell’europarlamentare di 5 Stelle metterà in campo la forza, la coesione, le parole d’ordine necessarie a quella che in ogni caso sarebbe una clamorosa rimonta.

Il punto di fondo resta sempre quello più volte sottolineato su queste pagine e che il sondaggio stesso di Noto ieri ha messo in luce nel dato che riguarda però altre regioni oltre la Calabria: il dato dell’astensionismo e degli indecisi che si attesta ancora una volta ben sotto la soglia critica del 50%.

Se questa cifra salirà è del tutto evidente che i successivi sondaggi e le intenzioni di voto per i singoli partiti sono destinati a mutare (ovviamente non è chiaro in quale direzione) e a rendere gli ultimissimi giorni di campagna elettorale ancora più infuocati di quanto non siano in realtà già stati.

Ieri sera gli stati maggiori dei partiti e delle alleanze mostravano molta cautela perché appunto il dato fotografa il primo posto al 54% di Roberto Occhiuto, che non è però vicino a quel 60% di cui si parlava nei giorni scorsi, mentre il 45,5% di Tridico dopo due settimana di discesa in campo oggettivamente dà coraggio al professore, indicando appunto che la partita è tutt’altro che chiusa.

Ora Occhiuto e Tridico sono attesi al rush finale, ai confronti – in diretta e non – che già sono stati programmati in varie piazze della Calabria. Soprattutto sono attesi a chiarire agli elettori il quadro del loro programma e delle loro intenzioni al di là delle declamazioni da campagna elettorale.

I calabresi – che già non si aspettavano una nuova elezione piombata in piena estate a spiagge e monti affollati (si fa per dire ma insomma sempre un poco è) – ancora in molti non sanno nemmeno che si voterà e per decidere il futuro ci vorrà un impegno titanico per convincerli a recarsi alle urne e a scegliere. Solo che stavolta tirarsi indietro non appare davvero come la scelta più giusta: lamentarsi dopo servirà a poco. Anzi a niente.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 settembre 2025

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Appello per Tridico Presidente della Regione Calabria

Ci sono più ragioni per ritenere che l’elezione di Pasquale Tridico a Presidente della Regione Calabria possa segnare una svolta concreta nella storia della Calabria e del Sud.

Tridico è un docente universitario, un valente economista, con esperienze di ricerca e insegnamento in diversi paesi d’Europa e negli Stati Uniti, con varie esperienze manageriali, che ha diretto con successo, tra il 2019 e il 2022, il più importante istituto del welfare italiano: l’INPS.

Per la prima volta, la Regione Calabria può esser guidata da uno studioso con una così vasta esperienza e un così prestigioso profilo intellettuale. Per la prima volta, a svolgere il ruolo di Presidente può esser chiamato un uomo che non viene dal mondo dei partiti locali, dall’ambiente degradato dei vecchi potentati calabresi, delle clientele fameliche da soddisfare in danno di un progetto generale di riscatto generale.

Tridico è calabrese, figlio della sua terra. Ha lasciato la Calabria per gli studi universitari e per portare avanti una brillante carriera intellettuale e professionale. Ma non ha mai reciso le sue radici, non ha mai abbandonato il suo luogo d’origine. Tant’è che oggi, parlamentare europeo, mentre ricopriva importanti incarichi a Bruxelles, torna in Calabria per misurarsi in questa cruciale sfida politica.

Torna in Calabria, per realizzare un programma che faccia uscire la regione soprattutto dalla sua profonda sfiducia, dalla rassegnazione con cui i calabresi vivono da anni la vita pubblica, dominata da un ceto politico affaristico e senza visione.

Tridico è un profondo conoscitore dei processi che generano e riproducono le disuguaglianze sociali e territoriali, non appartiene alla nefasta famiglia degli economisti neoliberisti che fingono di credere nelle capacità salvifiche del mercato autoregolato. Può quindi essere la persona con il profilo e la credibilità giusti per chiamare a raccolta le migliori capacità e le più promettenti pratiche sociali locali per ideare e mettere in atto una politica di sostegno ai poveri e ai ceti più deboli e vulnerabili, condizione indispensabile per ridare fiducia e speranze a vasti strati di calabresi abbandonati e rassegnati al peggio.

Cambiare è possibile.

Un leader prestigioso come Tridico può contribuire a riattivare la propensione all’impegno e all’azione collettiva, può incoraggiare la voce e la mobilitazione dal basso, può dare rappresentanza ai territori abbandonati e marginalizzati dalle politiche pubbliche, in particolare quelli interni di collina e montagna, può dare visibilità al formicolio sociale che, sebbene in modo puntiforme, è diffusamente presente nell’intera regione.

Tridico può quindi essere il Presidente del riscatto, colui attorno al quale rilanciare la partecipazione democratica dei cittadini, costruire nuove progettualità con le realtà associative seriamente impegnate nel welfare, nell’ambiente, nella tutela dei diritti, nella tutela dei paesaggi e nella salvaguardia del Patrimonio culturale ponendo fine al dissennato consumo di suolo ed alla speculazione edilizia rurale ed urbana.

Un Presidente che capace di formare una squadra di amministratori capaci e cristallini, che realizzi un piano di investimenti pubblici innovativi, credibile e immediatamente attuabile, per lo sviluppo economico e sociale e per l’efficace contrasto alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alle povertà della regione Calabria.

La Calabria non potrebbe avere oggi un candidato Presidente più giusto e più capace, per esperienza e relazioni nazionali e internazionali, di Pasquale Tridico.

Piero Bevilacqua, Maurizio Acerbo, Franco Arminio, Filippo Barbera, Elena Basile, Francesco Benigno, Federico Butera, Luciano Canfora, Carlo Felice Casula, Domenico Cersosimo, Laura Corradi, Giovanna De Sensi, Angelo D’Orsi, Stefano Fassina, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Roberto Finelli, Elena Gagliasso, Pino Ippolito Armino, Carmen Lasorella, Sabina Licursi, Paolo Maddalena, Laura Marchetti, Giacomo Marramao, Tomaso Montanari, Enrica Morlicchio, Rosanna Nisticò, Francesco Pallante, Marco Revelli, Mimmo Rizzuti, Battista Sangineto, Enzo Scandurra, Rocco Sciarrone, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Maria Adele Teti, Gianfranco Viesti.
Hanno aderito:
Vittorio Cappelli, Annarosa Macrì, Tonino Perna, Michele Santoro, Piero Schiavello, Mauro Francesco Minervino, Alfonso Gianni, Irene Berlingò, Monica Dall’Asta, Franco Cambi, Saverio Regasto, Francesco Cirillo, Vincenzo Albanese, Rita De Donato, Dora Ricca, Letterio Licordari, Antonio Macchione, Francesco Galatà, Guido Ortona, Francesco Zurlo, Sandro Meo, Claudio Rombolà, Paolo Napoli, Vanni Clodomiro, Alberto Ziparo, Piero Romeo, Giuseppe Candido, Delio Di Blasi,Lidia Gilberti, Antonio Nicotera, Franc Celano, Rosa Principe, Marta Petrusewicz, Consuelo Nava,Pino Greco,Loredana Nigri, Epifanio Spina, Marisa Fasanella,Giulia Cibrario, Mario Grisolia, Rocco Tassone, Renza Bertuzzi, Giuseppe Rossi, Anna Antonicelli, Michelina Paolini, Franco Trane, Gianluca Monturano,Romeo Salvatore Bufalo, Eugenio Passarelli, Gabriella Iannolo, Mario Maruca, Francesca Rennis, Michela Sassi, Massimo Zucconi,Loredana Barillaro, Alfredo Granata,Luca Cofone, Michele Cosentino, Carmine Bruno,Libero Sesti Osséo, Isabella Nicotera Angela Maida.

Per aderire all’appello: osservatoriodelsud@gmail.com

Le regioni sono le rughe d’Italia.-di Isaia Sales

Le regioni sono le rughe d’Italia.-di Isaia Sales

“Le rughe di una nazione sono altrettanto visibili di quelle di una persona”, scriveva Emil Cioran.

Paradossalmente, in Italia le rughe sono maggiormente evidenti nelle istituzioni più giovani, cioè le Regioni, che hanno acquisito una centralità nel dibattito politico che la loro giovane esistenza e il loro scarso rendimento non lasciavano presagire. L’Italia, infatti, non aveva nessuna tradizione regionale alle spalle.

Esistevano, prima del 1861, 7 Stati di diversa grandezza, ma nessuna Regione attuale è sorta sul perimetro di quegli Stati preunitari, o perché troppo grandi (come l’ex territorio borbonico, da cui sono state partorite ben 7 Regioni) o troppo piccoli, come i Ducati di Parma e di Modena. L’unico territorio preunitario che si è quasi interamente ritrovato nella dimensione regionale è quello toscano.

Se 7 erano gli Stati preunitari, le Regioni sono 20. Ben 11 hanno una popolazione inferiore a quella della sola città di Roma. Una dimensione così sbilanciata impedisce di per sé una funzione di seria programmazione territoriale.

A quale precedente, dunque, si dovette far ricorso per delineare i confini regionali? Addirittura, a una suddivisione utilizzata a fini statistici dal medico Pietro Maestri nel 1864, che a sua volta riprendeva i confini delle Regioni militari dell’antica Roma. Dopo la presa di Roma, si aggiunse il Lazio alle 14 Regioni già individuate, che all’epoca inglobava anche l’Umbria.

Durante i lavori della Costituente ne furono individuate altre tre ai confini dell’Italia: la Valle d’Aosta, il Trentino Alto-Adige e il Friuli Venezia-Giulia, e fu separata l’Umbria dal Lazio. E si arrivò a 19. Successivamente, nel 1963, fu apportata una modifica della Costituzione per scorporare il Molise dall’Abruzzo.

Come è stato possibile che istituzioni senza una storia alle spalle e senza un radicamento popolare siano diventate nel giro di qualche decennio così decisive nella politica italiana? È questo uno dei casi clamorosi in cui la maggiore visibilità di una istituzione non corrisponde minimamente alla sua utilità.

Guardiamo ai dati sulla divisione della spesa pubblica: 57 % Stato centrale, 30% Regioni, 8% Comuni, 2% province e aree metropolitane, 3% altro. Nel giro di pochi decenni le Regioni da “cenerentole” delle istituzioni si sono trasformate in luoghi di grande potere e risorse. La tradizione municipalista è stata letteralmente stravolta: Regioni ricche, Comuni poveri.

La cosa assurda è che la spesa regionale è quasi interamente trasferita dallo Stato, diversamente dai Comuni che debbono concorrere con le tasse sui servizi alla tenuta dei loro bilanci. I presidenti di Regione spendono senza doversi procurare le risorse che generosamente erogano. Attraverso questa assurda condizione di privilegio i “governatori” hanno assunto un ruolo centrale nella politica italiana e all’interno dei partiti.

Vediamo in concreto lo scarto tra aspettative e risultati. Partiamo dal superamento del distacco tra politica e cittadini che fu una delle motivazioni principali del regionalismo. Nel 1970 votò alle prime elezioni il 90% degli aventi diritto, negli ultimi anni la partecipazione si è ridotta a poco più del 50%, con picchi di astensionismo sotto il 40%. In Liguria nel 2024 ha votato il 45, 97% mentre in Basilicata meno del 50%. In Abruzzo il 52,2% e in Sardegna il 52,4%.

Partecipazione ancora più bassa si è registrata nel 2023 nel Lazio (il 37,20%) mentre nello stesso anno si sono recati a votare solo il 41,6% dei lombardi e il 48% dei molisani. Nel 2022 hanno votato per il nuovo presidente della Regione il 49% dei siciliani e nel 2021 il 44,33% dei calabresi. Nel 2014 in Emilia ha votato solo il 37,7% degli aventi diritto! Anche se all’interno di una costante caduta della partecipazione elettorale, si vota di più nelle elezioni politiche o in quelle comunali.

Passiamo alla sanità. Lo storico Silvio Lanaro in un suo libro (L’Italia nuova. Identità e sviluppo 1861-1988) ricordava che all’inizio degli anni Ottanta del Novecento la speranza di vita di chi risiedeva nel Nord era in media di quasi due anni inferiore rispetto a chi viveva al Sud. Attribuiva quella disparità alla “mortalità da progresso”, cioè al fatto che lo sviluppo industriale e lo stress da benessere causavano più tumori e infarti, mentre un ambiente più incontaminato e meno sfruttato industrialmente, come quello meridionale, consentiva quasi due anni di vita in più.

Oggi si è letteralmente capovolta la situazione, ma ancora nel 2001 non era affatto così: i calabresi, i lucani, i pugliesi, gli abruzzesi e i molisani vivevano di più della media nazionale, mentre in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Friuli Venezia-Giulia e Lombardia la durata della vita era inferiore alla media nazionale.

Cos’è cambiato in così pochi decenni per giungere a un ribaltamento del genere? Si può ragionevolmente pensare che possa avere inciso il diverso funzionamento della sanità dopo il passaggio alle competenze regionali? Indubbiamente, anche se assieme ad altri fattori. La regionalizzazione della sanità ci ha resi e ci rende diversi di fronte alla vita e alla morte. La questione era stata posta in maniera forte già nel 2016 dall’allora presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi: “I fattori di rischio per la salute restano distribuiti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, la disponibilità e l’accesso ai servizi, invece, penalizzano i cittadini del Sud.

Un esempio tipico dello sbilanciamento dell’assistenza sono gli screening oncologici. Coprono la quasi totalità della popolazione in Lombardia ma appena il 30% dei residenti in Calabria”. Si spiegherebbe così “il capovolgimento dell’aspettativa di vita degli ultimi decenni, dopo che per oltre un quarantennio il Paese ha omogeneamente guadagnato in media 2 mesi di vita l’anno”.

Un’altra delle potenzialità tradite dalle Regioni riguarda lo sviluppo complessivo dell’economia italiana. Certo, annoveriamo 4 territori fra i primi 50 in Europa per reddito (Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Emilia) ma anche 4 Regioni tra le peggiori 50 (Puglia, Campania, Sicilia e Calabria). Nel 2000, però, l’Italia contava ben 10 Regioni classificate tra le prime, e nessuna Regione italiana compariva nella classifica delle 50 peggiori.

Anche in questo campo, le Regioni hanno la loro responsabilità per la forte incidenza sul debito pubblico e per la loro scarsa capacità di migliorare i fattori di competitività del sistema. Sta di fatto che le Regioni non sono servite al progresso del Sud, non sono state in grado di diminuire la distanza economica e nei servizi con le aree centro-settentrionali. Con la nascita delle Regioni nel 1970 il divario è aumentato.

Nate con l’ambizione di riformare lo Stato centrale e di promuovere una nuova classe dirigente, le Regioni si sono trasformate in uno di principali ostacoli al miglioramento delle funzioni pubbliche e stanno riproponendo una rifeudalizzazione della politica, ancora più accentuata nel Sud.

E mentre un tempo i politici regionali non vedevano l’ora di passare ad altri livelli, oggi è difficilissimo smuovere un presidente dal suo ruolo, anzi molti di essi vorrebbero restarci a vita. E anche se non hanno ottenuto il terzo mandato, provano con ogni mezzo a condizionare chi gli succederà.

da “il Fatto Quotidiano” del 13 agosto 2025

Le dimissioni di Occhiuto una sciagura per la Calabria.-di Agazio Loiero

Le dimissioni di Occhiuto una sciagura per la Calabria.-di Agazio Loiero

Al presidente ho scritto solo, appena dopo il suo insediamento, una lettera aperta per fargli notare che era un grande errore assumere la carica di commissario alla sanità. Sul piano pratico e sul piano simbolico. Sul piano pratico perché su un settore così delicato, che ha bisogno disperato di un organizzatore sanitario di valore che abbia dimestichezza con i bilanci e i suoi interstizi, non si può improvvisare. Gli ho nell’occasione ricordato che la figura stessa del commissario impone al nostro territorio aliquote fiscali troppo alte per la fragile economia della regione. Un salasso che i calabresi pagano senza un fremito di ribellismo.

E’ questo il motivo per cui nel 2009 minacciai nel Consiglio dei ministri, all’epoca presieduto da Silvio Berlusconi, di dimettermi seduta stante, se fossi stato nominato, contro la mia volontà, commissario, come il governo compatto minacciava di fare. Confesso che è uno dei gesti politici del mio quinquennio che ricordo con maggiore piacere.

Simbolicamente ho sempre amato poco la figura stessa dei commissari destinati alla Calabria, perché conferiscono sempre agli abitanti di questo territorio un inaccettabile marchio di alterità che non meritano. Occhiuto al momento della sua vittoria elettorale, avendo svolto in Parlamento il ruolo, sia pure per un breve periodo, di capogruppo del suo partito, aveva avuto la possibilità di conoscere il presidente del Consiglio del tempo, Mario Draghi, un economista con il quale avrebbe potuto trattare la fine del commissariamento, diluendo al meglio negli anni il debito accumulato.

Ovviamente non fui ascoltato perché il potere di decidere in autonomia, specie nei territori marginali, esercita un fascino irresistibile. Si dimentica in questi casi che l’articolo 122 della nostra Costituzione così recita “Il presidente eletto nomina e revoca…”. Un potere regionale molto forte di cui non dispone neanche il Presidente del Consiglio dei ministri.

Veniamo agli ultimi gesti di Roberto Occhiuto e soprattutto a queste dichiarazioni talvolta vittimistiche “non mi faccio rosolare”. Di grazia da chi? Dai magistrati? Talvolta fortemente reattive contro un avversario politico immaginario “oppositori, sciacalli che hanno tifato per il fallimento della Calabria”. Ma di chi parla? Talvolta così trionfalistiche da sfociare in una deriva di comicità involontaria. La più penalizzante delle comicità. “E’ vero o no” – ha chiesto il Presidente a Soverato – “che in quattro anni si è fatto più che nei quaranta precedenti?” Un concetto di sé così ottimistico che un politico non può esprimere neanche se rispondesse alla realtà. Figuriamoci se dalla realtà è sideralmente lontano.

Tutte queste dichiarazioni il Presidente le affida puntualmente al teatrino dei social o ai comizi senza contraddittorio. Tutte corredate da una congrua scenografia da campagna elettorale permanente. Il Presidente che conserva il culto del particolare, in questa occasione si è posizionato accanto ad una costruenda stazione della futura metropolitana di Catanzaro e successivamente accanto al cantiere di uno dei nuovi, futuri ospedali calabresi. Un’immagine seducente offerta ai suoi corregionali senza mai fare, come solitamente si usa, il più piccolo riferimento a coloro che, quelle opere, a suo tempo le hanno ideate.

In questo nostro tempo distratto dalle luci del consumismo, riporto alla memoria, l’origine dei due eventi. La metropolitana di Catanzaro fu immaginata -il sindaco della città era Rosario Olivo- dalla Giunta da me presieduta e finanziato al ritmo forsennato imposto dall’Europa, insieme ad un progetto per l’area urbana Cosenza- Rende e un terzo per l’area urbana di Reggio Calabria nella legislatura 2005-2010. La linea d’intervento gravava sul Por Calabria FESR 2007-2013. A capo del settore avevamo scelto un dirigente di qualità, Salvatore Orlando. Gli ospedali furono un impegno che il Presidente del Consiglio del tempo Romano Prodi, notoriamente amico della nostra regione, assunse con la Giunta da me presieduta – assessore alla sanità era Doris Lo Moro – dopo i dolorosi incidenti avvenuti in alcuni ospedali calabresi che registrarono la morte di tre giovani.

La lunga parentesi mi ha fatto perdere il filo. Torniamo all’attualità e alle dimissioni di Occhiuto. Esse rappresentano una sciagura perché una regione, già ferma di suo, subirà un arresto in forma ufficiale per quattro lunghi mesi. Tutto a cominciare dal Pnrr, dai bandi europei, dalla stessa pubblica amministrazione, proprio tutto si fermerà. Questo avverrà in una regione, che “ha la disoccupazione più alta d’Italia”. Lo ha ricordato un giornalista di qualità, in vacanza in Calabria, Enrico Franceschini sul supplemento di Repubblica di venerdì primo agosto. Ha poi aggiunto – riporto testualmente – “ la disoccupazione più alta d’Italia. E non solo d’Italia. Secondo le ultime tabelle Eurostat, la Calabria ha il più basso tasso di occupazione (appena il 44 per cento) di tutta l’Unione Europea: solamente nella Guyana, territorio d’oltremare francese, ci sono meno adulti che lavorano”.

Su questo tema mi fermo qui. Vogliamo parlare di quella che l’antropologo calabrese Vito Teti chiama la restanza? Il professore afferma con la riconosciuta credibilità che nei prossimi cinque anni, (non venti o trenta, solo cinque anni) oltre mille paesi delle aree interne del Sud morranno. Non ci saranno più”. La nostra Calabria che presenta un territorio caratterizzato al novanta per cento da collina e montagna, svolgerà, anche in questo caso, un ruolo negativo di protagonista. Una perdita di memoria collettiva che solo a pensarci procura un senso di vertigine. La regione, questi dati terrificanti, li conosce?

D’altraparte un fenomeno di spopolamento sotterraneo sta avvenendo anche nelle città calabresi. Molte le famiglie non poverissime, appena benestanti di Catanzaro, di Cosenza si trasferiscono a Roma o al Nord. Un fenomeno carsico segnalatomi da Franco Ambrogio ma che io stesso ho poi registrato nella mia città. Partono in certi casi per raggiungere i figli, ma partono soprattutto per stabilirsi in un posto più sicuro, dove poter fruire di servizi decenti, dove soprattutto poter essere curati.

E qui tocchiamo uno dei tasti più dolenti della stagione d’Occhiuto: la sanità. Questo è il settore a cui il Presidente della regione si è, come dire, dedicato di più. Non nego che si sia impegnato ma lo ha fatto su temi teorici di alta scuola, trascurando la carne viva della cura, gli ospedali nella vita di ogni giorno, lo scadimento della loro qualità professionale, le ambulanze, i pronto soccorso dove le persone muoiono in attesa di essere curati.

Due settimane fa è morto un mio amico di Stalettì per le otto ore trascorse in un pronto soccorso. Tempi d’attesa insopportabili per visite specialistiche ed esami diagnostici. Siamo ultimi in Italia per quanto riguarda gli screening oncologici che anni fa non apparivano scadenti. La realtà giornaliera è costituita da medici e infermieri che fuggono via dal pubblico per rifugiarsi nel privato. A proposito che ne è dei medici cubani che fino a qualche tempo fa il Presidente citava ad ogni intervista? Sono fuggiti anche loro?

Intendiamoci. Non sarei onesto se non ammettessi che alcuni di questi problemi Occhiuto li ha ereditati. Purtroppo però questi circa quindici anni di commissariamento con le relative ristrettezze di bilancio hanno drammaticamente complicato la vita della sanità, ma è soprattutto per questa ragione che non bisognava protrarre all’infinito un’esperienza nefasta. Questa è la sua più grande colpa. Un commissariamento così lungo poteva mai verificarsi non dico in Veneto o in Lombardia ma anche in Basilicata?

Mi accorgo di non avere scritto dell’avviso di garanzia. Pur essendo uno dei pochissimi ex presidenti a non avere oggi alcuna pendenza giudiziaria, per molti motivi faccio fatica ad occuparmene. Non riesco solo a capire perché un Presidente, di fronte a un fascicolo aperto dalla magistratura, non trovi di meglio che dimettersi per poi ricandidarsi. L’avviso di garanzia è un problema suo, non dei calabresi.

Chiudo questo lungo articolo nel quale ho avvertito la necessità di denunciare i problemi e le bugie, che in questi giorni circolano in grande quantità sui media. Lo faccio ricordando una frase lapidaria di Albert Camus, stabilmente archiviata nella mia memoria: “Nei tempi bui resistere è non consentire menzogne”.

da “il Quotidiano del Sud” del 7 agosto 2025

Sanità, dalla piazza di Catanzaro idee e proposte da portare a Roma.-di Filippo Veltri

Sanità, dalla piazza di Catanzaro idee e proposte da portare a Roma.-di Filippo Veltri

Dopo otto giorni si può tornare a parlare con freddezza di quella bella piazza del 10 maggio a Catanzaro, soprattutto per cercare un filo conduttore per il futuro.

Finalmente migliaia in piazza per una problematica vitale. In una città che facile non è: Catanzaro è meno ricettiva di altre ma comunque ha dato un segno di vitalità. In generale una risposta di alto livello, motivo che se ci fosse una chiamata alle armi (metaforicamente parlando ovviamente) da parte di dovrebbe farla non è vero che troverebbe solo apatia e disinteresse in Calabria.

Bisogna capire perché manchi tutto questo, ma è un altro ragionamento che magari riprenderemo separatamente.

Sabato 10 maggio notate anche alcune assenze: pensiamo ad esempio ai medici, direttamente interessati al problema del diritto alla salute, ma erano pochi in piazza. Si poteva cioè avere una presenza ancora maggiore (e va capito il perché), garantita invece dal grandissimo sforzo fatto dalla CGIL. Ciò naturalmente evidenzia, in ogni caso e ancora di più, la grande riuscita della manifestazione ed il merito di chi l’ha promossa e ci ha creduto fin dall’inizio e ci ha messo la faccia.

Questo giornale e il suo Direttore in primo luogo ed è per questo che ora bisogna valorizzare quel giorno che segna uno spartiacque ed andare avanti con la mobilitazione.

Alcune proposte ora, scaturite da una settimana di colloqui e di incontri post manifestazione. Innanzitutto Roma: il grido incessante da sotto il palco di Catanzaro mi torna ancora nella mente. Una grande manifestazione a Roma in autunno potrebbe essere uno sbocco. Poi una proposta di legge di iniziativa popolare per incentivare i medici a scegliere di lavorare nelle regioni disagiate attraverso stipendi adeguati e benefit integrativi.

Sulla proposta di legge raccogliere migliaia di firme ed organizzare una larga mobilitazione sui territori da subito fino alla manifestazione di autunno. E ancora: una legge regionale di iniziativa popolare per incentivare i medici a scegliere di lavorare nel servizio di emergenza/urgenza e pronto soccorso. Proposte che, ad esempio, sono state avanzate nella manifestazione di San Giovanni in Fiore prima del 10 di maggio da Mario Oliverio e che sono state accolte.

Partendo dalla manifestazione di sabato scorso si può insomma fare un buon lavoro e si può recuperare fiducia e ricostruire una presenza organizzata di una rete sul territorio. L’altro scoglio da evitare è la depoliticizzazione del problema, cioè il non volere tenere conto (Razzi lo ha detto dal palco con forza ma va ribadito ogni volta) che partiti e politica sono attori indispensabili in questa partita. Così come in tutte le partite che riguardano sviluppo e futuro della nostra terra.

Sono inadeguati? Non sono quelli di una volta? Certamente sì ma lasciarli fuori dalla porta o liberarli dalle loro responsabilità o schivarli per schifarli in un cupio dissolvi non conviene a nessuno. Né al movimento e nemmeno a loro, che possono (se vogliono) trovare o ritrovare linfa vitale in quella piazza.

Che – al di là ed oltre il diritto alla salute – una cosa fondamentale l’ha dimostrata e messa in luce: dalla base, dai paesi piccoli e grandi, di montagna e di pianura, emerge una richiesta forte di intervento per bloccare l’emorragia e la fuga, alla fine la morte e la scomparsa di gran parte della Calabria.

Mi hanno molto colpito la combattività di centri medio grandi come San Giovanni in Fiore o Polistena ma anche di borghi piccoli come Bocchigliero che in piazza gridavano il loro diritto alla sopravvivenza. Una sopravvivenza che passa innanzitutto dal diritto alla salute ma che coinvolge poi tutto il resto che non c’è. Una Calabria cioè da salvare.

da “il Quotidiano del Sud” del 16 maggio 2025

Dopo la manifestazione, le proposte. Così si può cambiare la Sanità pubblica.-di Enzo Paolini

Dopo la manifestazione, le proposte. Così si può cambiare la Sanità pubblica.-di Enzo Paolini

Sì, molto partecipata la manifestazione di sabato sulla sanità raccontata dalle cronache del Quotidiano e suggestivamente commentata sulle sue colonne da un attento ed acuto osservatore come Marcello Furriolo.

Rimane, però, una sensazione di incompiutezza a chi – come me – opera da tempo nel campo del servizio sanitario pubblico e si aspettava che la manifestazione originata dal dibattito quanto mai opportunamente suscitato dal Quotidiano, si sviluppasse oltre che in modalità “protesta” anche in termini di (anche vaga, abbozzata) “proposta”.

Invece no, a meno di voler assegnare seriamente l’abito di un ragionamento propositivo alle enunciazioni del tipo “rilanciare la sanità pubblica” “migliorare i pronto soccorso” “ridurre la spesa privata” “out of pocket” (cioè le cure a pagamento) “potenziare i reparti”, “ridare dignità ai medici”, “valorizzare il sistema infermieristico”, “potenziare la ricerca”, “migliorare la rete ospedaliera” e così via, potrei continuare per due pagine.

Tutti slogan condivisibili a cui manca però poi la conseguenza (che sarebbe auspicabile e doverosa) del “come”. Proviamo a dirlo noi, consapevoli che ciò che diciamo non piacerà ad alcuni, ma da tempo ce ne siano fatti una ragione ed insistiamo.
Partiamo dalla premessa: v’è la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico.

Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze di contenimento della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Abbiamo visto il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni.

Ovunque è dimostrato che il sistema dei tetti non funziona, produce inevitabilmente la lista d’attesa e l’emigrazione sanitaria. I soldi pubblici vanno usati meglio, non distribuiti con criteri come quello della spesa storica tali da consolidare posizioni di rendita e scoraggiare investimenti.

Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano statale e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, se vogliono stare in un sistema solidaristico e universale, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici e ed organizzativi degli ospedali pubblici, devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme. Senza oneri per i cittadini.

Qui ci vuole la politica.
Non la politica che si straccia le vesti e lancia altissimi lai sull’incremento della spesa privata senza la lucidità di sapere o l’onestà intellettuale di dire che per ridurre la spesa di tasca del cittadino occorre aumentare gli stanziamenti per la sanità accreditata nel servizio pubblico. Dove non si paga e si assicurano le cure con gli standard di legge. Se si riduce questa inevitabilmente si spinge il cittadino verso la sanità a pagamento.

E’ talmente ovvio e semplice da capire che viene il dubbio che quello di creare la sanità per ricchi e quella residuale per gli altri il dubbio sia un disegno consapevole.
E forse lo è.

Dunque la politica. Ma non i politici con la faccia come il bronzo, cioè quelli che sono dirigenti e/o componenti delle consorterie che governano da lustri e poi si presentano in piazza a dire che le cose non vanno e bisogna fare qualcosa, come se loro, invece di sedere sulle comode poltrone, comunali, regionali e delle ASP fossero stati nell’eremo di Camaldoli a studiare incunaboli.

E’ una offesa all’intelligenza dei cittadini così come lo è non dire – a beneficio del dibattito e delle proposte sulle cose da fare – che dopo l’onda del disastro lungo venticinque anni, si avverte oggi una oggettiva inversione di tendenza.

L’arrivo dei medici cubani, può piacere o non piacere, ma è un fatto, un concreto innesto di servizio che aiuta a dare risposte; si è rimesso mano ad una rete ospedaliera nella quale si era follemente fatto ricorso alla chiusura di ospedali lasciando intere comunità senza alcun riferimento; si è ridotta la lista d’attesa e si è avviato il recupero della emigrazione sanitaria che era arrivata alla cifra record di 300 milioni regalati inutilmente ad altre Regioni del nord. Sono numeri, non chiacchiere.
Di cui la piazza descritta da Marcello Furriolo dovrebbe – deve – tener conto se si vuole fare politica seria.
Altrimenti è la solita fuffa di chi deve ogni tanto farsi sentire per giustificare la propria esistenza politica.

Invece ci vuole politica più seria in sanità. Quella che sceglie e decide, si assume responsabilità e poi si fa giudicare; la politica che serve per trasformare il nostro servizio sanitario da centro di consenso elettorale in centro di consenso politico. Ciò che deve essere in un paese finalmente moderno e veramente ispirato al socialismo liberale.

In questo modo si passerà dallo slogan delle tre A (autorizzazioni, accreditamenti, accordo) al centro delle quali c’è il Direttore Generale, a quello delle tre E, (eccellenza, efficacia ed efficienza) con al centro veramente e finalmente il cittadino.
E qui sta la prima proposta, di base.

Occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali.
Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini.

I diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste.
Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

Altro punto è come contemperare la dimensione della richiesta di assistenza da parte dei cittadini (tutti aventi diritto, ovviamente, in egual misura) con la limitatezza delle risorse che potrebbero essere insufficienti per il numero di prestazioni richieste e valorizzate con la tariffa stabilita dallo Stato.

Sistema non particolarmente complesso. Si chiama programmazione, ed è un lavoro che compete ai governi ed alla burocrazia regionale che però per sciatteria ed incapacità sono più inclini ad applicare un altro sistema più sbrigativo: questi sono i soldi e basta. Oltre questo i cittadini devono rivolgersi altrove e le strutture devono smettere di lavorare.

Non va bene affatto. Occorre pensare e agire, non dormirci sopra con direttori generali e politici che pensano che il problema non è loro, ma di chi verrà dopo. Occorre coraggio e visione o, meglio nell’ordine inverso, visione prima e coraggio dopo.
La visione è quella che deve ampliare lo sguardo oltre i bastioni del castello del tirare a campare.

La Corte Costituzionale con la sentenza 195/2024 ha indicato la strada, ha messo il cartello: non sono i soldi che mettono i limiti alla politica sanitaria; questo dei soldi è un limite che può valere per altro, per le autoblu e per i vitalizi, per i ripiani dei bilanci delle aziende private, a spese dello Stato, per i riarmi necessari ad alimentare guerre, per le opere pubbliche non necessarie, ma non può valere per la tutela della salute, diritto primario, costituzionale ed incomprimibile.

Dunque è l’esigenza economica del servizio pubblico che detta l’agenda e la priorità per il bilancio dello Stato. Che non può e non dovrebbe dire al Ministro della Salute (e poi ai presidenti di regione ed ai DG) questi sono i soldi fateveli bastare. Non dovrebbe.
E qui sta il coraggio.

Siamo la classe dirigente che deve contribuire a guidare responsabilmente un Paese e dobbiamo, possiamo dire che è il momento di una riforma strutturata, per potenziare il servizio pubblico assicurare gratuitamente a tutti, tutte le cure primarie, quelle importanti, la cronicità, le terapie salvavita, l’assistenza della terza età e della non autosufficienza, del dopo di noi, le emergenze urgenze, tutto insomma a tutti. Ma per far questo occorre cambiare radicalmente la prospettiva e l’agenda. Subito.

Occorre potenziare la prevenzione e la medicina del territorio. Ridisegnare la figura del medico di base e potenziare l’altro estremo, quello della urgenza/emergenza, magari assegnando un ruolo obbligatorio a tutte le strutture, anche a quelle a gestione privata, che curano acuti ed ai policlinici. Devono avere un punto di pronto soccorso con riconoscimento dei soli costi per gli accessi non seguiti da ricovero. Ciò consentirebbe di deflazionare tanti pronto soccorso che sono un imbuto che non riesce ad assorbire la domanda nonostante l’eroismo di tanti operatori.

Ma soprattutto sarebbe una rivoluzione rivedere il concetto di essenzialità per l’assistenza e le cure semplici, (l’alluce valgo o il tunnel carpale sono gli esempi che mi vengono, ma ce ne sono tanti altri) per chi ha un reddito che gli consente di pagare in proprio o di sostenere un’assicurazione.
Ciò manterrebbe intatto il principio di universalità delle cure, liberando solidaristicamente risorse per chi non può permettersi di pagare in proprio neanche quelle più semplici e meno costose.

Insomma, chi ha di più continuerebbe a sostenere chi ha di meno, mediante il prelievo fiscale progressivo e proporzionale ma con raziocinio, con politica sociale liberando le risorse pubbliche per il servizio pubblico accreditato e sostenendo il sistema delle imprese a pagamento puro impegnando chi può permetterselo, senza fare di imprenditori seri e onesti un esempio deteriore con una suggestione iniqua, ingiusta e permeata di pregiudizi non degni di un Paese civile.

È l’uovo di Colombo? Forse, ma ciò non deve banalizzare ciò che pensiamo di dover proporre o fare, perché a distanza di secoli quell’uovo è ancora lì ritto sul tavolo e ci dice che niente è scontato per chi vuole cambiare le cose.

da “il Quotdiano del Sud” del 14 maggio 2025

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sanità, la Calabria che non ci sta più.-di Filippo Veltri

Sulla sanità in Calabria si potrebbero scrivere enciclopedie, Treccani intere; fare dibattiti 2 o 3 volte al giorno; discutere e litigare per anni interi. E si è fatto e si fa anche tutto questo. Da quando? Non ne ho memoria, ve lo confesso. Ho perso il conto.

Grandi esperti, competenti emeriti, studiosi di diritto sanitario, di diritto pubblico, di sociologia, giuristi, docenti, medici e non, si dannano l’anima per cercare di spiegare alla fine una cosa che è talmente semplice da sembrare banale ma che è all’origine dell’incredibile successo che sta riscuotendo l’iniziativa che si terrà domani pomeriggio in piazza a Catanzaro.

E’ nata dalla testa del direttore di questo giornale, Massimo Razzi, che calabrese non è (e si vede dalla semplicità con cui l’ha pensata e messa in campo), il quale mesi fa dinanzi al diluvio di proteste, accuse, reclami etc., ha pensato alla cosa più semplice del mondo: organizzatevi, organizziamoci, prendiamo la parola, prendete la parola e scendiamo in piazza per il diritto alla salute.

DIRITTO ALLA SALUTE, lo scriviamo in grande così si capisce meglio di che parliamo. Finiamola, cioè, con le ardite e dotte discussioni sui piani di rientro che ci sono e forse vanno via come i commissariamenti (chissà chi lo sa), con i bilanci delle Asp che non tornano, con i fondi e le parcelle pagate 2, 3 e 10 volte, con i buchi neri amministrativi e contabili, etc etc. Cose – dio me ne guardi dal sottovalutarle – molto importanti ma alla fine della fiera il cittadino vorrebbe sapere altro.

Vorrebbe, cioè, sapere perché si può morire in ambulanze senza medici, o in ospedale a nemmeno 40 anni incinta alla prima gravidanza. O perché bisogna andarsene lontani da casa per farsi curare. O perché non si trova più un medico di famiglia. E altre amenità del genere, che pullulano sulle pagine ogni giorno dei quotidiani, dei social, dei siti e rendono tutta la vita dei calabresi più pericolosa di quanto non lo sia già. Perché il punto di fondo è centrato, infatti, sul diritto alla salute negato nonostante l’impegno, l’abnegazione, il sacrificio di medici, infermieri, paramedici che si dannano l’anima per tamponare situazioni difficilissime, a volte al limite dell’impossibile, in reparti affollati, emergenze intasate fino al collasso, tempi biblici nelle prenotazioni (quando funzionano), liste d’attesa di cui è meglio non parlare.

Tutte situazioni che si trascinano da tempo e che hanno incancrenito il settore, dove pure esistono eccellenze sparse qua e là nel territorio, stelle in un infinito mare di nebulose dove il povero calabrese paziente (sostantivo e aggettivo, in tutti i sensi) fatica a raccapezzarsi e a trovare risposte all’unica domanda che agita: il diritto appunto alla salute.

Molto si è discusso e si discute anche sull’utilizzo dei medici venuti da Cuba nelle corsie degli ospedali calabresi. I soliti leoni da tastiera non hanno perso tempo fin dall’inizio a gridare allo scandalo, a chiedere che vengano utilizzati medici italiani (domanda: chissà come e dove prenderli), a sollevare questioni di lana caprina sulla provenienza, la lingua, le metodologie utilizzate. Se c’è invece qualcosa da salvare nei tempi agri che viviamo è proprio l’aiuto fornito e che stanno fornendo questi bravi medici venuti da un altro mondo. Senza di loro sarebbe già forse definitivamente collassato il sistema.

Ecco: servono risposte immediate a quelle domande che ogni giorno, ogni ora del giorno, si manifestano dentro e fuori gli ospedali. Organizzarsi e manifestare è un segno che la coscienza civile non è morta e chiede risposte serie e concrete. A chi? Alla politica e alle istituzioni. È la regola base della democrazia. A ciascuno il suo. Domani pomeriggio questo molto semplicemente si fa.

da “il Quotidiano del Sud” del 9 maggio 2025

Dove, come e chi costruirà i nuovi ospedali della Calabria?-di Salvatore Belcastro

Dove, come e chi costruirà i nuovi ospedali della Calabria?-di Salvatore Belcastro

C’è un gran fermento in città intorno ai progetti di costruzione del nuovo ospedale dell’Annunziata di Cosenza. Numerose Associazioni si riuniscono e discutono gli atti e/o le dichiarazioni del Commissario ad Acta per la sanità calabrese, le istituzioni locali si allarmano e aprono contenziosi giudiziari perché nelle scelte vengono ignorate.

Prendo spunto dall’ultimo atto, l’ordinanza della Protezione Civile Nazionale, Ocdpc 1133 del 13 marzo 2025, con la quale viene dichiarata emergenza (Nazionale!) la costruzione di vari ospedali in Calabria e viene assegnato il compito di edificarli al Commissario ad acta per la sanità, Roberto Occhiuto.

A lui viene affidata la gestione dell’intero pacchetto, dalla scelta dei siti, appalti, ecc., fino alla realizzazione dei vari ospedali (Sibaritide, Vibo Valentia, Piana di Gioia Tauro, Locri, il Gom di Reggio Calabria, l’Asp di Reggio Calabria, Cosenza, l’Azienda ospedaliero universitaria di Catanzaro e Asp di Crotone).

Occhiuto il 7 marzo u.s. aveva chiesto al governo di considerare “emergenza da Protezione Civile” la costruzione degli ospedali in Calabria, richiesta immediatamente esaudita con la delibera del Consiglio dei Ministri dello stesso 7 marzo 2025.
Intanto va subito detto che la spesa per la costruzione di quelle strutture sarà superiore a un miliardo e mezzo di euro. Il Commissario ha sollecitato l’ordinanza della Protezione Civile per saltare gli ostacoli: le contestazioni della popolazione (il fermento a cui accennavo in apertura), i contrasti delle amministrazioni locali e i cavilli burocratici.

Infatti, negli atti inerenti questi ospedali ci sono passaggi poco chiari, ad esempio, a Crotone la delibera per il nuovo ospedale è stata fatta da un commissario che era fuori dai termini di scadenza del mandato, a Cosenza Occhiuto indica un sito sgradito alla popolazione e persino contestato dal comune. È di questi giorni, infatti, l’iniziativa del Comune di Cosenza di adire alla magistratura ordinaria contro la linea del Commissario che, senza valide motivazioni, cancella il sito di Vaglio Lise precedentemente scelto per il nuovo ospedale, e indica il sito di Arcavacata.

Il governo e la Protezione Civile hanno accettato la proposta di considerare emergenza la costruzione degli ospedali, per motivi semplici: 1) Ci sono le risorse finanziarie per costruirli e bisogna che vengano gestite da amici e non da eventuali avversari politici. La cifra è considerevole. 2) Le urgenze spesso si creano per opportunità politica, per evitare i controlli o le contestazioni. Qualcuno ricorderà che nel governo Berlusconi venne inserita come emergenza la festa di San Giuseppe da Cupertino (epoca di Bertolaso alla Prociv), nessuno ne spiegò i motivi.

Chiediamoci, però, se la costruzione dei nuovi ospedali sia la terapia giusta che risolverà i problemi della sanità in Calabria. Certamente gli operatori preferiranno lavorare in un ospedale nuovo, con spazi meglio organizzati ed efficaci, piuttosto che nelle vecchie strutture. La buona sanità, però, è principalmente organizzazione e risorse umane.

La mia personale risposta alla domanda è no, soprattutto perché le scelte della logistica vengono effettuate in conflitto con la popolazione e le istituzioni locali.

Bisognerebbe analizzare un secondo punto importante, valido soprattutto per il costruendo ospedale di Cosenza, dove è nata l’esigenza di cliniche universitarie per il Corso di laurea in Medicina.

Per evitare che nasca anche un conflitto tra gli operatori ospedalieri e quelli universitari, le cliniche devono entrare in unica azienda università-ospedale, onde evitare il grave errore commesso a Catanzaro negli anni ’80, quando nacque la Facoltà di Medicina e vennero create due aziende. Iniziò allora, infatti, un conflitto tra le due strutture sanitarie, durato oltre 40 anni e ancora non sopito, che ha danneggiato l’efficienza della sanità nella città.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 febbraio 2025
Foto di djedj da Pixabay

L’assistenza d’urgenza nel territorio non esiste.-di Salvatore Belcastro

L’assistenza d’urgenza nel territorio non esiste.-di Salvatore Belcastro

Colpisce vedere i sindaci dei comuni di montagna, in fascia tricolore, manifestare davanti alla sede della Direzione dell’ASL in segno di protesta perché sono nell’impossibilità di garantire l’assistenza medica necessaria nei di casi urgenza-emergenza ai cittadini che vivono nei loro comuni.

Avrebbe dovuto essere con loro anche la sindaca di San Giovanni in Fiore, nonché Presidente della Provincia e dell’ANCI regionale, perché nel comune da lei amministrato recentemente s’è verificato un gravissimo episodio di mancata assistenza proprio in emergenza. Non era presente e non ha fatto conoscere la sua opinione.

Il tema più cogente per chi ha la responsabilità organizzativa della sanità, se si vuol davvero migliorare l’assistenza in Calabria, è, al di sopra di tutto, garantire una risposta adeguata alle urgenze-emergenze nel territorio. La popolazione italiana, come tutta quella occidentale, ha un’età media elevata, è sottoposta a un ritmo di vita altissimo e stressante, pertanto le patologie e gli eventi cardio-vascolari sono frequentissimi e insidiosi, si manifestano spesso imprevisti e richiedono risposte tempestive.

Purtroppo queste risposte non ci sono e la tempestività fa difetto. L’abbiamo visto nel tragico caso di San Giovanni in Fiore. I sindaci nel Testo Unico degli Enti Locali sono indicati come responsabili della salute dei cittadini, pertanto oggi denunciano a chi è preposto all’organizzazione sanitaria di non essere in grado di rispondere al mandato per quanto concerne le emergenze-urgenze nei comuni montani, considerata l’orografia particolare del territorio, la distanza dal Pronto Soccorso dell’ospedale hub della provincia, il disagio dovuto ai fattori climatici invernali e, soprattutto, perché non ci sono nelle vicinanze punti di soccorso adeguati.

Compete ai responsabili dell’organizzazione sanitaria della provincia e al Commissario Regionale della Sanità mettere quegli amministratori in condizione di esaudire le richieste dei cittadini, anche perché la legge prevede che i dirigenti della sanità consultino i sindaci dei comuni prima di redigere gli atti aziendali. Li hanno consultati? Hanno raccolto i loro suggerimenti?

A fronte di un problema così importante, dopo il tragico episodio di San Giovanni in Fiore, ho letto recentemente una strana iniziativa da parte del dirigente organizzativo: ha ordinato ai medici del Pronto Soccorso della struttura, in caso di chiamate dal territorio, di abbandonare la postazione e salire sull’ambulanza così da medicalizzare il soccorso. Un modo bizzarro, se non quasi disperato (o incompetente?) di affrontare il problema, perché così si lascia sguarnito del medico un importante servizio.

Nessuno, invece, si preoccupa di migliorare il livello di gestione della Centrale Operativa, a cui compete il ruolo d’individuare il grado d’urgenza caso per caso e decidere la medicalizzazione delle ambulanze. Come si può migliorare la sanità in Calabria se non si parte dal sistema organizzativo di base e si forniscono le necessarie garanzie ai cittadini che vivono nei paesi più lontani?

La recente pandemia ha messo a nudo la terribile fragilità organizzativa dell’assistenza d’urgenza nei territori e, infatti, l’Unione Europea ha provveduto a erogare nel PNRR fondi per potenziarla con la creazione delle case di comunità. Non ve n’è ancora traccia, anzi, oggi quasi non se ne parla più e si teme che i fondi erogati vengano distratti per altri obiettivi.

Viene, invece, annunciato l’arruolamento di luminari specialisti che opereranno nell’ospedale hub, e facendo intendere questa operazione come la principale soluzione dei problemi. I dirigenti della sanità e il Commissario Regionale hanno chiesto ai cittadini delle montagne se è prioritario chiamare illustri specialisti, certamente di gran livello professionale, o se è prioritario affrontare l’assistenza sanitaria nel territorio, soprattutto per le urgenze-emergenze?

E non voglio qui affrontare il tema della funzione attuale dei medici di famiglia nel territorio, depauperati di professionalità individuale. Occorrerebbe ampio spazio.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 febbraio 2025
Foto di ADMC da Pixabay

Non è tutto chiaro nell’intervista al presidente Roberto Occhiuto.-di Salvatore Belcastro

Non è tutto chiaro nell’intervista al presidente Roberto Occhiuto.-di Salvatore Belcastro

È encomiabile e di grande interesse l’intervista del Direttore Massimo Razzi al Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, sui problemi della sanità in Calabria. Ora sappiamo come pensa, e, pertanto, voglio analizzare le inesattezze significative che ha fatto passare, inerenti alcune inefficienze assai evidenti. Provo a schematizzare

1)Sulla mancanza del medico a bordo nelle ambulanze, prendendo spunto dal triste caso accaduto a San Giovanni in Fiore, dice che nelle altre città d’Italia solo nel 23% delle ambulanze c’è il medico a bordo. È una notizia esatta ma fuorviante, e solo un tecnico avrebbe potuto ribattere in quella sede. Di tecnici ce n’era uno solo, il Dottor Miserendino, che era dalla parte del Presidente e non aveva alcun interesse a riprendere il tema.

Nelle città dove il Pronto Soccorso e i dipartimenti Urgenza-Emergenza funzionano, esiste una Centrale Operativa gestita da tecnici di alta formazione in grado di selezionare le risposte alle chiamate e decidere se è necessario il medico a bordo. Noi sappiamo dalla statistica che in oltre il 70% dei casi le chiamate al 118 sono fatte per patologie che non richiedono il medico a bordo e la Centrale Operativa lo comprende al telefono:
a) dalla distanza del paziente da soccorrere dal Pronto Soccorso ospedaliero, che deve essere raggiungibile entro un breve tempo stabilito da parametri;
b) da due o tre domande a chi sta chiamando. Quei tecnici sono in grado di decidere se inviare il medico, che, però, è sempre disponibile.

Le Centrali Operative calabresi hanno questa capacità di selezionare i casi? L’hanno fatto per il caso di San Giovanni in Fiore? È questa la mancanza. Il medico del Pronto Soccorso aveva richiesto l’ambulanza medicalizzata, che non c’era. Occhiuto non ne fa cenno.

2)Il Presidente accusa carenza di medici nelle strutture di Pronto Soccorso e Urgenza. È un problema reale in tutta l’Italia, perché i medici d’urgenza sono pagati poco a fronte delle responsabilità che si assumono e per il lavoro usurante che svolgono. L’intervistatore chiede perché la Regione non paghi di più. Il Presidente risponde che non può, deve rispettare la legge nazionale. È inesatto.

Per la legge Bindi le aziende sanitarie ogni anno dovrebbero predisporre la distribuzione di budget per ogni settore, compreso Emergenza-Urgenza, e questo viene calcolato sulla base dello strumentario necessario, il materiale di consumo e l’organico teorico previsto per il buon funzionamento. In altri termini, se per un settore è previsto un organico di 10 operatori e ce n’è disponibile solo la metà, significa che circa il 50% del budget stabilito non viene speso. Potrebbe essere usato, allora, per pagare di più quelli che lavorano.

3)La legge Bindi consente alle aziende di dividere il budget previsto per gli operatori in una quota di retribuzione base e una quota legata a incentivi. Quest’ultima dovrebbe essere condizionata dalla realizzazione di progetti dettagliati assegnati d’ufficio o scelti dagli operatori stessi. Il Presidente non ha fatto alcun cenno alla rendicontazione degli incentivi, che dovrebbero emergere dai bilanci annuali. Quali incentivi sono stati assegnati? Ci sono i bilanci?

4)Siamo tutti felici se la Calabria esce presto dal Commissariamento, anche se non è prevista l’uscita dal piano di rientro. Il grande problema nasce proprio dal piano di rientro che costringe le aziende a stringere i cordoni della borsa fino a stritolare l’efficienza della sanità. Intanto, l’obiettivo primario dovrebbe essere ridurre l’ospedalizzazione fuori regione e individuare gli strumenti per raggiungere questo fine. Ma osservando come vanno le cose non si uscirà mai dal piano di rientro. Il Presidente non fa alcun accenno all’emigrazione sanitaria anche per patologie di basso profilo, che continua a determinare l’emorragia delle risorse.

5)L’ultimo punto dell’intervista ha lasciato tutti perplessi, il rapporto università ospedale. La Facoltà di Medicina a Cosenza ora esige giustamente la creazione di un policlinico. Il Presidente non spiega come intende affrontare il problema. Individua il Rettore dell’Unical come l’uomo di fiducia col mandato di creare le cliniche. Bisogna allora fare due obiezioni:

a) il Rettore non è un tecnico della sanità, quindi è assolutamente improprio che abbia il mandato di gestire la creazione delle cliniche universitarie. Viene individuato solo come fiduciario del Presidente della Regione, e la cosa si presta a interpretazione politica e/o ispirata a interessi non specificati. L’unico tecnico che avrebbe la competenza per la creazione del policlinico dovrebbe essere il Preside della Facoltà di Medicina. Il Presidente non ne fa cenno.

b) Come vede il Presidente il rapporto Università- Ospedale a Cosenza? Lui certamente sa che quando, negli anni ’80, venne creata la Facoltà di Medicina a Catanzaro, iniziò un duro conflitto tra l’Ospedale e l’Università durato oltre 40 anni, responsabile di inefficienze e di mancato sviluppo di entrambe le aziende.

Nell’intervista Il Presidente Occhiuto non fa cenno a come sarà impostato questo rapporto, che, invece, è una chiave di volta per risollevare davvero la sanità a Cosenza, dove ci sono già segnali di preoccupazione per il destino dell’Annunziata.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 febbraio 2024

Sanità in Calabria: un sistema morente. Analisi e proposte.-di Salvatore Belcastro

Sanità in Calabria: un sistema morente. Analisi e proposte.-di Salvatore Belcastro

Il governo sta attuando l’eutanasia del sistema sanitario pubblico in Calabria già collassato e moribondo da anni. Occorrerebbero terapie rianimatorie. Ma il Governo, per calcoli cinici, con l’autonomia differenziata delle Regioni, ha deciso di lasciar morire il sistema, fornendo spiegazioni false e ipocrite. È l’ultimo atto di un procedimento durato almeno due decenni. La sanità pubblica in Calabria morirà inevitabilmente se la riforma dovesse entrare in vigore.

Il principio della fine della sanità pubblica calabrese risale all’emanazione delle leggi di riordino del sistema sanitario nazionale, legge 592/92, legge 517/93, e legge 229/99. Vennero definite strategiche e miranti al controllo della spesa pubblica. Imponevano l’obbligo inderogabile del pareggio di bilancio tra entrate e uscite, nonostante si tratti di erogazioni di prestazioni la cui spesa è sostenuta con finanze pubbliche. Quelle leggi imponevano, inoltre, la revisione dei presidi ospedalieri identificando quali tenere attivi e con quali funzioni.

Le Regioni del nord dell’Italia si sono lentamente adeguate, tanto che entro il 2000 quasi tutte si sono avvicinate o hanno raggiunto il pareggio di bilancio. All’epoca, lavoravo in Emilia-Romagna e, in pochi anni, ho assistito al superamento di 32 ospedali in regione, trasformati ad hoc in strutture sanitarie con funzioni diverse.

La Calabria ha sempre avuto carenza di lavoro per i giovani, i quali migravano per la gran parte verso il nord dell’Italia. Quelli che restavano si affidavano agli amici politici locali. Il sistema sanitario è un grande serbatoio di consensi e i politici si battevano per accaparrarsi la gestione delle strutture sanitarie, usate come strumenti di potere, fornendo posti di lavoro, con strettissimo rapporto clientelare.

Fino a pochi anni fa, i dipendenti degli ospedali della Calabria, dalle posizioni apicali e gestionali fino ai ruoli più modesti, venivano assegnati con concorsi pilotati e ciascun dipendente parteneva a questo o quel potente politico, che l’aveva collocato al lavoro.
Le leggi di riordino del sistema sanitario disturbavano i potentati locali perché restringevano il campo d’azione e il numero dei posti da assegnare.

Pertanto, i politici calabresi hanno ritardato il più possibile l’applicazione fomentando i campanilismi locali, e le riforme non sono state completamente attuate e il riordino dei presidi non è mai entrato del tutto a regime. Le leggi prevedevano la trasformazione di 18 ospedali ad altre finalità, modifica mai realizzata completamente. Questo rilievo non significa che io sia d’accordo con la chiusura dei 18 ospedali, spiegherò più avanti come dovrebbero essere utilizzati i presidi territoriali.

Il sistema di arruolamento clientelare degli operatori ha determinato un abbassamento del livello qualitativo delle prestazioni, sul piano tecnico-scientifico e su quello umanitario, dando origine a numerosi episodi di malasanità o mala-amministrazione. Da qui è nato il fenomeno di sfiducia nei confronti della sanità pubblica calabrese che si è pian piano radicato nella società e parallelamente ha favorito lo sviluppo di strutture sanitarie private convenzionate.

Gli episodi di malasanità a cui ho accennato hanno funzionato da detonatore di un sistema poco trasparente, forse azionato anche da leve nascoste di aziende sanitarie del nord, complici i politici.

La sfiducia verso la le strutture pubbliche ha favorito la sanità privata. Per chiarire meglio questo punto ricordo che un’amministrazione regionale della Calabria avallò l’accreditamento di oltre 160 strutture private negli ultimi due mesi di legislatura, in vista delle elezioni, sottovalutando il necessario accertamento dell’esistenza dei parametri obbligatori previsti dalla legge.

Grazie all’emigrazione dei giovani, quasi ogni famiglia calabrese ha un congiunto o amici che vivono e lavorano nelle regioni del centro-nord. Dal 2000 a oggi, oltre 2 milioni di persone, dei quali 1 milione di giovani, hanno abbandonato il sud dell’Italia. Quindi, se una persona necessita di una prestazione sanitaria, si rivolge alle strutture sanitarie delle regioni del centro-nord tramite i congiunti o amici che là vivono.

Lo conferma il bilancio annuale regionale della sanità: circa il 40% della spesa per prestazioni ospedaliere ai residenti in Calabria sono effettuate in altre regioni, per una somma di circa 300 milioni di euro. Ogni anno la Calabria versa o s’indebita con altre Regioni del centro-nord per la cifra di circa 300 milioni di euro per prestazioni sanitarie.

Ovviamente, nel bilancio della Calabria il debito è considerato spesa, mentre le Regioni creditrici mettono il credito in attivo nel loro bilancio che, così, raggiunge più facilmente il pareggio. È naturale pensare che quelle regioni favoriscano l’emigrazione passiva della sanità calabrese e la sfiducia dei calabresi nella loro struttura sanitaria.

Se consideriamo le spese annuali per prestazioni presso le strutture private, oltre che per ospedali pubblici, aggiunte alle spese annuali per assistenza ospedaliera presso altre regioni, al netto di mala-amministrazione spicciola, di malaffare e sprechi, si capisce perché il debito del sistema sanitario calabrese sia andato fuori controllo e sia quasi impossibile contabilizzarlo.

Le leggi citate prevedevano l’esigenza di riportare il sistema in equilibrio e il Governo dispose il piano di rientro dal debito, affidando la gestione del sistema sanitario calabrese a Commissari nominati dal Ministro della Salute. Dal 2010 al 2021 la sanità calabrese è stata gestita da Commissari tecnici. Da tre anni direttamente dal Governatore.

I Commissari per oltre 11 anni hanno bloccato assunzioni e turn-over del personale: gli operatori pensionati non vengono rimpiazzati, e in pochi anni s’è registrato un gravissimo depauperamento delle risorse umane, a cui s’è aggiunto l’abbandono di molti operatori che dalle strutture pubbliche sono passati al privato o emigrati in altre regioni. In qualche branca il depauperamento dell’organico ha raggiunto livelli quasi incompatibili con il normale funzionamento, ad esempio nella Medicina d’Urgenza e di Pronto Soccorso. Il depauperamento delle risorse umane, di conseguenza, ha incrementato la sfiducia della popolazione, che continua a ricorrere alle regioni del nord per prestazioni sanitarie.

Vediamo ora quale terapia si potrebbe applicare per salvare la moribonda Sanità in Calabria.
La proposta che avanzo qui potrebbe essere adottata non solo dalla Calabria, ma dall’intero Paese. Perché questa sciagurata politica liberista sulla Sanità, riguarda tutti. Mi piace, però, parlare della Calabria, che oggi è la vittima sacrificale di questo sistema.

a)È fondamentale e primario recuperare la medicina del territorio. I medici di medicina generale, oggi in rapporto convenzionale con il Sistema sanitario pubblico, retribuiti, quindi con finanze pubbliche, ma non direttamente dipendenti dalle ASL, svolgono un ruolo che svilisce la professione medica. Sono raramente chiamati a curare in prima persona. Per l’andazzo inveterato, i pazienti si fidano poco, pertanto, anche per piccole prestazioni si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche o direttamente agli specialisti. Il risultato è l’intasamento delle strutture. Eppure è accertato che il 70% delle richieste ai Pronto Soccorso potrebbe essere trattato con successo nel territorio dai Medici di famiglia. Questi potrebbero usare direttamente i Presidi Ospedalieri semi-abbandonati e trattare direttamente i loro pazienti. Ecco, allora, che i presidi ospedalieri quasi abbandonati potrebbero rinascere.

b)I Presidi semi-abbandonati tornerebbero al pieno splendore. D’altra parte, il PNRR ha già previsto una spesa per il recupero della Medicina del territorio sotto la dicitura “Creazione di Case di Comunità”. Le strutture esistono e andrebbero solo incrementate per i territori più periferici.

c)Gli Ospedali Hub vanno ridisegnati sul territorio. In Calabria al momento sono solo 5, uno per provincia. Sono pochi. Considerato il territorio molto vasto e la geografia fisica, ritengo ne occorrano almeno 8.

d)Va rivisto e rimodernato il rapporto con le strutture sanitarie universitarie, che vanno considerate strutture Ospedaliere Hub in un’unica gestione territoriale.

e)Visto che è impossibile portare la Calabria al bilancio col piano di rientro, è necessario cancellare il debito e ripartire da zero.

La rianimazione della moribonda sanità pubblica necessita di una NUOVA RIFORMA che riveda il sistema di arruolamento degli organici, lo schema delle competenze, i rapporti interpersonali e inter-strutture, l’utilizzo dei presidi, i rapporti con l’Università e le Specializzazioni. Così forse si restituisce la fiducia alla popolazione.

C’è la volontà politica? È una domanda alla destra adesso al governo, ma anche alla sinistra, che sull’argomento è balbettante.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 gennaio 2025

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Autonomia, la battaglia prosegue.-di Filippo Veltri

Autonomia, la battaglia prosegue.-di Filippo Veltri

L’anno si chiude come era iniziato: ora che la Corte di Cassazione ha deciso che si farà il referendum sullo scempio dell’autonomia differenziata di Calderoli e soci inizia, infatti, una nuova battaglia che l’Italia tutta e il Mezzogiorno e la Calabria dovranno combattere.

Era abbastanza ovvio che finisse così: le sentenze della Corte costituzionale, pur se accoglievano le eccezioni di incostituzionalità avanzate, non avevano effetti abrogativi ma rendevano solo inefficaci le leggi (o parti di esse) una volta dichiarate incostituzionali. Cioè, esse non possono essere più applicate, ma restano nell’ordinamento giuridico fino a quando il legislatore non legifera di nuovo.

Nel caso in questione, pertanto, la legge Calderoli era stata in parte resa inefficace, ma c’era il quesito referendario giacente dinanzi alla Cassazione ne chiedeva appunto l’abrogazione totale.

Ora i tempi sono stretti e piuttosto presto si verrà a capo di questa incredibile e intricata matassa creata dal vento di una destra incalzante. La mobilitazione creata da un’infinità di forme associative di base, l’evolversi positivo e incoraggiante di importanti contraddizioni all’interno di alcuni partiti della sinistra, nonché la presenza assidua e attenta delle migliori intelligenze costituzionaliste, riaprono il campo.

Si era tentato di sminuire per prima proprio questa portata storica della sentenza della Corte Costituzionale da quanti erano e restano interessati a confondere le idee: “niente di particolare, metteremo qualcosa a posto in Parlamento e andremo avanti…”. Era questo il senso dei commenti successivi al comunicato stampa della Corte che preannunciava l’uscita della sentenza da parte di chi si è inventato lo scempio della cosiddetta autonomia differenziata.

Dopo che la sentenza è stata pubblicata e la Cassazione ha detto la sua, l’atteggiamento del Governo e dei suoi resta ancora questo, pur in presenza di riflessioni, argomentazioni, ricostruzioni giuridiche e studi. Tutto materiale prezioso che conferma l’impressione iniziale: la Corte ha smontato e fatto a pezzi il progetto secessionista della Lega. Il regionalismo solidale e cooperativistico, originalissimo, del quale tutta la scienza giuridica italiana del secondo dopoguerra andava fiera, si collega infatti alle persone, al popolo che troviamo protagonista in tutta la Carta costituzionale.

Vi sono una sola Nazione e un solo Popolo; quindi, una sola rappresentanza politica nazionale per la cura delle esigenze unitarie, affidata al Parlamento nazionale.

Il pluralismo regionale genera “concorrenza e differenza tra regioni e territori, che può anche giovare a innalzare la qualità delle prestazioni pubbliche”, ma non potrebbe mai minare la solidarietà tra Stato e regioni e tra regioni; neanche l’unità della Repubblica, l’eguaglianza dei cittadini, la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti, la coesione sociale etc.

Il nostro regionalismo è di tipo cooperativistico/solidaristico e non mette le regioni fra loro in una competizione ed è completato dal principio di sussidiarietà che è animato dal principio di adeguatezza. Le norme generali sull’istruzione non sono dunque materia devolvibile alle regioni. Poi c’è il nodo della definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni.

Questo articolo, il 3 del ddl Calderoli, avrebbe voluto conferire sostanzialmente al Governo il compito di definire i LEP che la Costituzione affida espressamente al Parlamento ed è stato gravissimo il tentativo di prorogare al 31 dicembre prossimo la Commissione sui LEP (Commissione Cassese). E vedremo ora che accadrà dopo il pronunciamento della Cassazione della scorsa settimana.

La destra in verità dovrebbe fermarsi, se ci fosse accordo nella maggioranza, per riscrivere tutte le parti dichiarate incostituzionali. Non si tratterebbe di “aggiustamenti perfettamente applicabili” bensì di una rinuncia a quella secessione dei ricchi tanto desiderata dalla Lega e dai suoi generali.

Sarebbe però rinunciare a una delle tre colonne che reggono il castello dell’accordo di governo: devoluzione secessionista-premierato-separazione delle carriere dei magistrati e sarebbe, peraltro, una penosa ammissione di sconfitta in una battaglia dove vincono la mobilitazione in difesa della Costituzione e anche l’accorta vigilanza degli organi di garanzia.

da “il Quotidiano del Sud” del 28 dicembre 2024

Regionalismo differenziato: dal no alla proposta.-di Massimo Veltri

Regionalismo differenziato: dal no alla proposta.-di Massimo Veltri

Dire no al regionalismo differenziato si deve, e opporsi allo scellerato progetto che sta prendendo corpo per iniziativa del governo e segnatamente della Lega di Salvini è un atto che si deve perseguire non soltanto da parte dei cittadini del sud ma di coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia intera.

Dire no significa mobilitarsi nelle piazze, sottoscrivere la richiesta di referendum abrogativo, far sentire al palazzo che i problemi del mezzogiorno e del paese sono un unicum, che sarebbe un errore gravissimo puntare sullo spaccottamento piuttosto che sul riequilibrio.

Un riequilibrio cui si rinuncio allorché ormai quasi venticinque anni fa il governo di centrosinistra modificò il Titolo V della Costituzione-da lì è partito tutto, è bene ricordare-investendo nell’operoso nord e lasciando alla deriva il sud in perenne sofferenza: l’eufemismo più in voga era ‘in ritardo di sviluppo’.

La questione meridionale, il dualismo fra le parti simmetriche del paese venivano risolte in maniera tranchant, semplicemente eliminando uno dei corni del dilemma, quello più fragile.

Il dibattito che si è sviluppato da allora ha risparmiato poche pieghe delle tante che rivestono l’affaire: mettere alla prova il sud, i LEP, i servizi essenziali, era meglio non fare L’Unità d’Italia, con i Borboni si stava meglio, facciamola dal sud, la secessione. Perché un dibattito c’è stato, e c’è, anche nelle regioni meridionali, e anche con evidenti distinguo nelle forze politiche, a cominciare dalla moderata Forza Italia che mostra di non gradire. Un dibattito che però si sviluppa esclusivamente sul versante difensivo e d’opposizione al disegno di Salvini, come se conservare lo status quo fosse la soluzione.

Invece no, non è la soluzione perché è sotto gli occhi di tutti la divaricazione sempre più stridente fra allocazione delle risorse, disponibilità di servizi, occasioni di lavoro, efficienza delle prestazioni, capacità di spesa, treni che partono con direzioni e versi privilegiati se non esclusivi.

Perché il sud è rimasto indietro, c’è stato chi documenti alla mano ha indicato d’indagare sulla inadeguatezza delle classi dirigenti a sud di Roma: se per un periodo la tesi ha mostrato la sua fondatezza non di meno la parzialità della diagnosi balza comunque agli occhi con l’incalzare degli eventi. Non già per assolvere l’indifendibile ma per assegnare a un intero sistema ruoli e responsabilità che non possono che essere collettivi, plurali bisogna dire che un impegno diffuso e costante è ciò che attende la comunità politica e civile, culturale ed economica delle regioni del sud.

Perché è dal sud, se si vuol dare per davvero il segno della credibilità della svolta, che si deve dare inizio a ridisegnare funzioni e attribuzioni, assegnare equilibri e risorse, secondo un assetto della macchina pubblica che non nasconda zone d’ombra, riconosca limiti e introduca correttivi secondo criteri di equità e di merito, in uno Stato del terzo millennio.

Può partire dal sud un ragionamento siffatto, ci sono da noi intelligenze e passioni capaci di mostrare la via, con spirito unitario e non subalterno, propositivo e non rivendicazionistico?

Provare a misurarsi in tale impresa val la pena, altrimenti sarà il cartello del no a vincere ancora una volta, o il perpetuarsi dell’eterno pantano.

da “il Quotidiano del Sud” del 17 settembre 2024