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Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

Lo scopo della riforma voluta dal governo è quello di controllare la magistratura.-di Battista Sangineto

«Una visione barbara del processo». Così Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, ha definito la ratio della riforma della giustizia che il governo intende sottoporre a referendum confermativo. Non si tratta, secondo il giurista, di rafforzare l’indipendenza dei magistrati, bensì di intimidirli: di porre i pubblici ministeri sotto pressione e, potenzialmente, sotto il controllo della politica.

Dietro la riforma — osserva Zagrebelsky — si cela una concezione distorta del processo: non più luogo di ricerca della verità, ma arena di confronto tra due “atleti del diritto”, l’avvocato e il pubblico ministero, come se la finalità fosse la vittoria dell’uno sull’altro. Una visione che riduce la giurisdizione a mera competizione e svuota il processo della sua funzione costituzionale: una visione, appunto, barbarica.

Ogni riforma costituzionale muta, per definizione, l’assetto dei poteri dello Stato. La Costituzione non è un testo neutro: essa organizza, separa e bilancia i poteri fondamentali — legislativo, esecutivo e giudiziario — determinandone le regole di funzionamento. Ogni sua modifica, anche parziale, altera inevitabilmente gli equilibri tra tali poteri, come già dimostrato dalla sciagurata riforma del Titolo V del 2001, che indebolì l’unità dello Stato e aprì la strada all’autonomia differenziata.

La Costituzione italiana, agli articoli 101 e 104, disegna una magistratura unitaria e indipendente, composta da giudici e pubblici ministeri, entrambi sottoposti unicamente alla legge. La separazione delle carriere — non è una novità né un problema perché largamente praticata nei fatti. Il punto è che l’istituzione di due Consigli superiori distinti, uno per i magistrati giudicanti composti con metodo che assegna alla politica il controllo dei due organi altera quell’assetto originario.

Come ha osservato Enzo Paolini su questo giornale, ciò conduce alla mutazione della forma dello Stato e il modello voluto dai Costituenti, senza che vi sia “una necessità comprovata”. La creazione di due CSM composti con sorteggi con metodi diversi definisce chiaramente l’obiettivo della riforma : il controllo della magistratura da parte della politica.

La riforma prevede infatti che i membri “laici” siano sorteggiati da liste predisposte dalla maggioranza parlamentare, mentre i membri togati siano estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Ne deriva che la componente politica dei due CSM avrà un indirizzo ideologico chiaro, mentre quella togata sarà affidata al caso.

La separazione delle carriere non abroga formalmente l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, ma ne prepara il superamento: da obbligo giuridico inderogabile, essa rischia di trasformarsi in regola flessibile, subordinata a scelte organizzative e, in ultima istanza, determinata da indirizzi politici scelti da chi governa. La riforma sconvolge l’equilibrio disegnato dai Costituenti, in cui l’obbligo di agire rappresentava insieme garanzia di legalità e presidio di indipendenza.

Un pubblico ministero isolato in una carriera distinta la cui progressione è assegnata ad un CSM controllato dalla politica tende a essere meno vincolato da un dovere automatico e più esposto a logiche di opportunità dettate dal potere esecutivo. Così, senza abrogarlo formalmente, l’obbligo dell’azione penale rischia di cambiare natura, da comando inderogabile a principio puramente formale.

I Costituenti scelsero deliberatamente di non separare le carriere, per ragioni storiche profonde, legate all’esperienza della dittatura fascista. Sotto il regime, i pubblici ministeri rispondevano direttamente al Ministero della Giustizia e l’azione penale era spesso strumento di repressione politica. Inserire il PM nella magistratura significava sottrarlo al potere esecutivo e garantirne l’indipendenza.

Piero Calamandrei diceva che: «L’indipendenza del pubblico ministero è la prima garanzia della libertà dei cittadini». La visione complessiva dei Costituenti era che la cultura giuridica del magistrato giudicante e di quello requirente dovesse essere la medesima.

Lo scopo principale della riforma voluta dal governo appare allora evidente: controllare la magistratura, e in particolare il pubblico ministero, uno dei principali contrappesi del sistema democratico. Pur senza conferire potere assoluto all’esecutivo, la riforma ne indebolisce significativamente uno dei principali strumenti di controllo sul potere politico, alterando l’equilibrio tra i poteri in modo pericoloso per la democrazia.

Questo indebolimento si inserisce in un contesto più ampio che è costituito dai cosiddetti “pacchetti sicurezza” che mettono a rischio libertà civili e diritti costituzionali, segnando una svolta autoritaria in nome di un presunto ordine pubblico. Dalle nuove norme criminalizzano forme di protesta pacifica — blocchi stradali e ferroviari — colpendo la libertà di manifestazione garantita dall’articolo 17 della Costituzione.

Un contesto nel quale sono state inasprite le pene per reati legati a occupazioni e resistenza a pubblico ufficiale, ampliata la tutela penale delle forze dell’ordine, limitate drasticamente le intercettazioni e abolito il reato di abuso d’ufficio. Ancora più grave è l’introduzione dell’articolo 31 del decreto dell’11 aprile 2025 n. 48, poi convertito in legge, che estende i casi di non punibilità per agenti dei servizi segreti, includendo reati di estrema gravità come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati (dal presidente del Consiglio) nell’ambito di operazioni di intelligence.

Contemporaneamente, il governo delegittima la magistratura, attacca la Corte dei conti, attribuisce ai giudici responsabilità politiche, abusa della decretazione d’urgenza, comprime il dibattito parlamentare e ricorre sistematicamente al voto di fiducia. Blocca la trascrizione dei figli di coppie omogenitoriali, attua politiche migratorie disumane, adotta un linguaggio ostile verso minoranze, ONG e attivisti, mostra tolleranza verso simbologie fasciste e svuota l’antifascismo come valore fondante della Repubblica.

In questo quadro si inserisce il disegno di introdurre il premierato che, pur senza eliminare del tutto la democrazia, si configura come una torsione autoritaria in quanto -come dice Tomaso Montanari- sposta strutturalmente l’equilibrio del sistema a favore dell’esecutivo e concentra il potere nelle mani di una sola persona.

La Costituzione italiana ha costruito una democrazia deliberatamente “non concentrata”, perché il nostro Paese proviene dall’esperienza della ventennale e tragica dittatura fascista. La Carta del 1948 fu concepita per impedire che un singolo potere o individuo accumulasse eccessiva autorità, proteggendo le libertà dei cittadini e preservando l’equilibrio dei poteri.

Non è lecito permettere che Meloni e i suoi, eredi politici del fascismo, modifichino la Costituzione pezzo per pezzo. Non ci si deve lasciare mitridatizzare al veleno dell’autocrazia, alla concentrazione dei pieni poteri nelle mani di una sola persona: è già accaduto una volta e il Paese è precipitato in una dittatura che lo ha condotto ad una guerra distruttiva e rovinosa. Per questo, il voto deve essere NO.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 gennaio 2026
foto:https://istorecofc.it/giustizia-fascista

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Uno sfregio al Castello di Roseto Capo Spulico.-di Battista Sangineto

Proviamo a mettere insieme le immagini riguardanti la polemica che è scoppiata a proposito della variante della SS106 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico. In allegato la foto (dall’alto) pubblicata dal Quotidiano del Sud del 20 agosto 2025 a corredo di uno scritto di Fabio Pugliese, direttore dell’associazione “Basta vittime sulla 106”.

Ancora in allegato la foto (da nord verso sud) scattata da Giovanni Manoccio il 13 luglio 2025 e, per ultima, la foto (da sud verso nord) apparsa su “il Fatto Quotidiano” insieme all’articolo di Marco Lillo (del 6 agosto 2025) che ha dato il via ad una polemica alimentata da un editoriale di Tomaso Montanari, sempre su “il Fatto” del 18 agosto 2025.

Lillo e Montanari ritengono che non sia stato per niente opportuno far passare la nuova variante della SS106 -con le relative gallerie, i raddoppi e gli allargamenti- così vicina al Castello da scompaginare il paesaggio nel quale il monumento fridericiano era incardinato da alcune centinaia di anni.

Come è evidente dalla foto di Manoccio, ma anche da quella de “il Fatto”, è davvero incredibile che si possa scrivere, come ha fatto Pugliese, che l’opera è “unanimemente considerata esemplare sotto il profilo ambientale e paesaggistico”. L’opera, che sta per essere portata a termine dalla stessa ditta che costruirà lo scempio del ponte sullo Stretto, è, invece, un altro sfregio irreparabile al paesaggio calabrese, un’ennesima ferita che, nonostante i pareri contrari dei ministeri dell’ambiente e della cultura (a proposito: siamo sicuri che non vi fossero resti archeologici in quel tratto?), si è ritenuto di poter infliggere ad una regione che è considerata ormai perduta, deturpata dal cemento armato, dal consumo del suolo e dalla speculazione edilizia.

Un milione e 375.504 abitazioni certificate dall’ultimo censimento dell’ISTAT (2023), un’enorme quantità di case per solo un milione e 855.454 abitanti molti dei quali, lo sappiamo, non sono davvero residenti in Calabria. Una regione che ha il 42,2% di abitazioni vuote: 580.819 a fronte di 794.685 case occupate in maniera più o meno permanente.

Secondo i dati ISTAT, nel 1982 la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) ammontava a 721.775 ettari mentre nel 2023 era diminuita del 24,7% perché, solo in un quarantennio, sono stati consumati ben 178.522 ettari di suolo agricolo. In pochi decenni, dunque, è stato impermeabilizzato, cementificato ben l’11,7% dell’intera superficie di una regione che contiene -per una larghissima percentuale del suo territorio- valli impervie, alte colline e monti inedificabili.

Le classi dirigenti calabresi degli ultimi decenni sono state in grado di produrre, in modo disorganico, desultorio e inefficace solo una parvenza di sviluppo basato, quasi esclusivamente, sul cemento armato, sul consumo del suolo dalla battigia fino alla montagna a vantaggio di una speculazione priva di controlli, indirizzata alla rendita immobiliare e, in secondo luogo, volta a favorire un turismo rapace, veloce, superficiale e numericamente sovradimensionato, sia al mare sia in montagna. Classi dirigenti capaci di produrre solo un malfermo e stentato sviluppo senza alcun vero progresso.

Una regione di poveri, ha ragione Montanari, che elegge una classe dirigente inetta che non conta nulla a Roma e che non riesce a far rispettare i propri territori tanto che le grandi imprese se ne approfittano per costruire strade, autostrade, aeroporti, superstrade, sterminati impianti eolici o fotovoltaici, torri di estrazione di gas a poche decine di metri da siti archeologici straordinari, porti e ponti nelle forme, nelle dimensioni e nelle aree che vogliono senza avere una vera opposizione politica. Rimane solo una ferma contrarietà da parte di associazioni e di comitati di cittadini che si sono battuti e continuano a battersi in tutte le occasioni, compresa quella di cui stiamo scrivendo, e che qualche volta, come nel caso del vincolo paesaggistico di Cosenza, riescono persino a vincere.

La sconfitta dei cittadini di Roseto e della costa jonica settentrionale che, negli ultimi decenni, si erano opposti al tracciato di quest’opera, suggerendone al contempo un altro che non è stato preso in considerazione, non può e non deve essere la fine della battaglia.
Possiamo, e dobbiamo, continuare ad opporci non solo agli scempi della nuova SS106, ma anche a tutti gli altri sfregi che si vogliono infliggere al corpo martoriato, ma ancora vivo, dei paesaggi della nostra sciagurata regione, se vogliamo avere un futuro vero, un futuro che non sia fatto di cemento armato. Contro la costruzione dell’inutile e orribile ponte sullo Stretto, in primis, e contro la cementificazione delle coste, delle montagne, dei paesi, delle città e delle campagne calabresi.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 agosto 2025
Foto di Giovanni Manoccio

Appello per Capo Colonna a Crotone. L’Eni fermi i lavori.

Appello per Capo Colonna a Crotone. L’Eni fermi i lavori.

Le immagini della fenditura del terreno sempre più lunga, 12 metri, e sempre più larga, 40 centimetri, che ci giungono dal promontorio di Capo Colonna a Crotone ci preoccupano moltissimo. Ci preoccupano perché se è vero che il fenomeno dell’erosione e dei vistosi crolli del promontorio- sul quale sorgono il tempio di Hera Lacinia e l’abitato della colonia romana di Kroton- è noto da molto tempo, è vero, però, che questo fenomeno ha subìto un’accelerazione che sembra essere tutta di natura antropica.

Le caratteristiche geomorfologiche, litologiche, geostrutturali, idrologiche e geotecniche del promontorio determinano, in corrispondenza della falesia, distacchi di blocchi nella placca rigida silico-arenitica e calcarenitica. La suddetta placca poggia su un basamento argilloso molto erodibile per una serie di concause: scadenti caratteristiche geotecniche, sfavorevoli condizioni geostrutturali delle formazioni geologiche, presenza di circolazione idrica sotterranea in periodi piovosi, azioni chimiche dell’acqua marina sulle argille e l’alterazione prodotta da fattori antropici.

Siamo convinti che la circolazione idrica sotterranea, per iniziare, possa essere aumentata a seguito della mancata copertura dei molti scavi, non solo archeologici, che hanno messo allo scoperto le fondamenta dei monumenti, esponendoli agli eventi meteorici, all’erosione e allo slittamento della placca verso il mare.

Già in uno studio del 1998 si sosteneva che le alterazioni antropiche erano attribuibili alle vibrazioni per il passaggio di autoveicoli e alla concentrazione di turisti e pellegrini sul promontorio. Si immagini quante e quali vibrazioni hanno provocato, e provocano, le trivellazioni per la ricerca e l’estrazione del gas praticate, sulla terraferma ed in mare, da decenni per opera dell’Eni.

Allo stato attuale vi sono numerosi pozzi per l’estrazione del gas metano e tre piattaforme di proprietà dell’Eni che si ergono nelle immediate vicinanze dell’area marina protetta più grande d’Europa e di uno dei più importanti siti archeologici della Magna Grecia, il promontorio di Capo Colonna.

Le associazioni culturali di Crotone -come Italia Nostra, il Gak ed altre- cercano, da decenni, di fermare le trivellazioni che l’Eni, nel silenzio di tutte le amministrazioni comunali di Crotone, compie in mare e sulla terraferma a poche centinaia di metri addirittura dal promontorio di Capo Colonna, ma, finora, senza successo.

Si deve rilevare, altresì, che il problema qui esposto non sembra aver avuto sufficiente attenzione da parte della Soprintendenza Abap delle province di Catanzaro e Crotone nonché della direzione dei Musei e dei parchi archeologici di Sibari e Crotone a cui spetterebbe il compito di interrare o proteggere gli scavi effettuati e di tentare di fermare l’erosione e i distacchi mediante, per esempio, la costruzione di scogliere artificiali sotto forma di strutture modulari in cemento armato, posate e accostate sul fondale marino attorno al promontorio e, sul promontorio, di ‘cuciture’ realizzate costruendo reti di pali d’acciaio orizzontali.

I sottoscritti chiedono al Sindaco di Crotone, al presidente della Regione Calabria, al Ministero della Cultura, alla Soprintendenza Abap ed al direttore dei Musei e dei parchi di Sibari e Crotone di provare a far arrestare o, almeno, sospendere le trivellazioni dell’Eni nelle prossimità del promontorio e di provvedere con la massima urgenza alla salvaguardia di uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo, ricordando che non può esserci valorizzazione senza la tutela dei monumenti o, come si sta rischiando in questo caso, senza i monumenti medesimi che potrebbero finire in mare.

Battista Sangineto, archeologo, Università della Calabria
Salvatore Settis, archeologo, già rettore Scuola Normale Superiore di Pisa
Tomaso Montanari, storico dell’arte, Rettore Università per stranieri di Siena
Piero Guzzo, archeologo, Accademia Nazionale dei Lincei e I.N.A.S.A.
Maria Teresa Iannelli, archeologa, già Soprintendenza archeologica Calabria
Roberto Spadea, archeologo, già Soprintendenza archeologica Calabria
Lucia Faedo, archeologa, già Università di Pisa
Paolo Liverani, archeologo, Università di Firenze
Franco Cambi, archeologo, Università di Siena
Maria Cecilia Parra, archeologa, già Università di Pisa
Paul Arthur, archeologo, Università del Salento
Teresa Liguori, professoressa, presidente sezione Italia Nostra Crotone
Anna Rotella, archeologa, vicepresidente sezione Italia Nostra Crotone
Vincenzo Fabiani direttore Gruppo Archeologico Krotoniate
Ferdinando Laghi, medico, consigliere Regione Calabria
Giuseppe Hyeraci, archeologo, Università di Napoli Suor Orsola Benincasa
Maria Cerzoso, archeologa, direttrice Museo dei Brettii e degli Enotri Cosenza
Bernarda Minniti, archeologa, Università di Genova
Fulvia Soffrè, già dir. Ammin., Soprintendenza archeologica della Calabria
Matteo Enìa, antropologo, Sapienza Università di Roma
Chiara Dodero, archeologa, Università di Genova
Anna Murmura, professoressa, presidente ArcheoClub sezione Vibo Valentia
Rocco Gangemi, architetto, delegato Ambiente FAI Calabria

foto da “il Crotonese” del 10 settembre 2024

L’irrisolta questione del modello giusto di turismo.-di Battista Sangineto La città unica, gli incendi, il mare e il turismo in Calabria.

L’irrisolta questione del modello giusto di turismo.-di Battista Sangineto La città unica, gli incendi, il mare e il turismo in Calabria.

Una città è fatta di molte cose, alcune materiali ed altre immateriali; una città è fatta di un patrimonio culturale “esterno”, i monumenti, le piazze, le strade, i palazzi e i beni culturali e di uno “interno”, la memoria culturale. Ogni città è il risultato unico ed irripetibile di una enorme quantità di variabili storiche, sociali, religiose, politiche ed economiche.

In Calabria, alla fine dell’antichità, l’eclisse del paesaggio profondamente umanizzato, il ritorno a modi di produzione più arretrati, l’affievolimento e la regressione della civiltà urbana insieme alle invasioni ed alle dominazioni straniere, dovevano aver di nuovo inselvatichito le genti che hanno cercato e trovato riparo, dalle invasioni e dalle malattie, lontano dal mare e dalle vie, risalendo, come in tutto il Mediterraneo, verso l’alto, verso le montagne.

Una delle poche città calabresi che ha continuato, per quasi venticinque secoli, ad avere la forma e la funzione di città è, secondo le fonti archeologiche e letterarie, Cosenza. La città ha, infatti, un’antica storia, una storia di primazia perché, dal IV fino al II secolo a.C., è stata la capitale dei “Brettii” che occupavano tutta la Calabria centro-settentrionale e, poi, come municipio augusteo, è stata il centro del territorio della romana Consentia, esteso lungo tutta la media valle del Crati fino alla fine dell’antichità.

E’ menzionata, già nel VI secolo d.C., come sede arcivescovile mentre le ricerche archeologiche e le fonti letterarie e d’archivio ci testimoniano una sopravvivenza dell’abitato e degli abitanti che si trasforma, a partire almeno dall’XI secolo, in rinascita edilizia, sociale ed economica. Cosenza ha continuato, poi, ad essere non solo la capitale della Calabria Citeriore, la città di Telesio e dell’Accademia cosentina, ma è stata, soprattutto, una città non infeudata e, quindi, a differenza di molte altre città calabresi e meridionali, autonoma e indipendente (Sangineto 2016).

Ogni città, soprattutto se di antica origine, è non solo il risultato della propria storia, ma anche il volto e la traduzione in pietra e mattoni del popolo che la abita, la conserva e la trasforma (Settis 2014, Montanari 2013).
Come è possibile pensare o, addirittura, promulgare una legge regionale secondo la quale Cosenza debba formare un comune unico con Rende, Castrolibero e, nientepopodimeno, Montalto Uffugo che hanno avuto, con grande dignità, una storia di paesi infeudati o di dipendenza diretta dalla città?

Non si possono mescolare le carte, le storie, la Storia, le vite e le identità dei cittadini e delle comunità con un atto legislativo regionale di dubbia costituzionalità. Al Presidente Occhiuto parrebbe non bastare più il reboante e inesistente, nella Repubblica italiana, titolo di Governatore, ma sembrerebbe aspirare al ben più prestigioso appellativo di ‘Ecista’ della città unica della Media Valle del Crati. Il candidato fondatore della nuova grande città, però, non solo non ha consultato l’oracolo di Delfi per scrutare la sorte dell’impresa che si propone di compiere, ma non ha, nemmeno, interpellato i sindaci e i cittadini dei Comuni che vorrebbe coinvolgere. Sindaci e cittadini che, al 90%, non vogliono sentirne neanche parlare di una simile mostruosità amministrativa -soprattutto i rendesi, i montaltesi e i castroliberesi- a causa dell’enorme debito accumulato negli ultimi 10-12 anni dalle Amministrazioni comunali di Cosenza che ricadrebbe sulle loro spalle fiscali.

Per fortuna questa iniziativa, come quella del commissariamento dei 30 comuni per abusivismo edilizio, è destinata a non avere alcun riscontro concreto se non l’effimera risonanza mediatica propagatasi per qualche giorno. Il Presidente Occhiuto, che è persona accorta e ragionevole, se ne farà una ragione così come si farà una ragione del fallimento del suo apprezzabile proposito di risanamento del mare calabrese che non può avvenire senza togliere alla ‘ndrangheta la gestione dei depuratori, dello smaltimento delle acque reflue e della raccolta e smaltimento della spazzatura.

Un’altra sacrosanta battaglia condotta dal Presidente Occhiuto è quella contro gli incendi e i piromani che – “grazie al sistema di monitoraggio con i droni portato avanti in sinergia con le Forze dell’Ordine e grazie al monitoraggio a terra ad opera degli operai forestali e dei volontari”- a suo parere, sta dando ottimi risultati. L’Ispra, l’Ente statale preposto alla protezione ambientale, fornisce dati secondo i quali dal 1° gennaio al 7 agosto 2023 le aree bruciate in Italia hanno raggiunto i 59.000 ettari. Il 93% di queste aree ricade in sole due regioni: la Sicilia, con il 75% (41 mila ettari) e la Calabria, con il 18% (8,5 mila ettari). Non sembra che sia un gran risultato, se si tiene conto che siamo ancora a metà dell’estate.

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Questi due lodevoli, ma già frustrati, propositi hanno direttamente a che fare con un altro dei perenni ed irrisolti problemi estivi della Calabria: il turismo (ne ha scritto di recente Filippo Veltri su queste pagine). Dopo le meravigliose e costosissime performance della pista di pattinaggio della Regione Calabria a Milano, della scintillante “Calabria straordinaria” con i suoi irrinunciabili MID, i Marcatori Identitari Distintivi “talariciani”, degli indispensabili spot pubblicitari di Muccino e della Gregoraci, il risultato è sotto gli occhi di tutti: pochi turisti ovunque. Una sensazione che è, di fatto, confermata dai dati delle previsioni di Federalberghi che stima una crescita rispetto agli anni del Covid, ma un calo di più di 1 milione di turisti rispetto al 2019. Si registra, anche sulle pagine di questo giornale da Enrica Riera, un aumento esponenziale dei calabresi che preferiscono andare al mare altrove, soprattutto in Albania, non solo per risparmiare sui costi esorbitanti delle strutture di accoglienza calabresi (alberghi, ristoranti, lidi, bar, gelatai…), ma anche per trovare un mare pulito con spiagge meno affollate e rumorose.
Riguardo al turismo, all’invasivo modello del turismo contemporaneo, ho da qualche tempo molte perplessità e fondate paure perché ho visto, in Italia e nel mondo, cosa significa la ‘turistificazione’ e la ‘gentrificazione’ delle città, delle campagne, dei paesi, delle spiagge e di tutti i luoghi nei quali viene esercitato questo tipo di attività economica: la sostituzione delle attività commerciali e produttive locali con quelle dedite soprattutto alla ‘commercializzazione’ di cose prodotte altrove.

Paure e perplessità che vengono confermate da studi accademici, si vedano gli scritti del geografo Filippo Celata, che mettono in evidenza come la ‘turistificazione’ non produca valore, ma solo ricchezza per pochi, attraverso meccanismi economici eminentemente estrattivi, tipici del neoliberismo. Il problema non consiste solo in chi si appropria di questa ricchezza, ma dove essa fluisce e quanta poca ne rimane in loco. Come è d’altronde il caso di ogni forma di rendita che: o non viene reinvestita, o viene reinvestita in attività altrettanto improduttive, o viene reinvestita altrove.
Un recentissimo articolo di Hidalgo et alii (in “Cambridge Journal of Regions, Economy and Society”, 2023) documenta come, in Italia e in Occidente, con la ‘turistificazione’ e la ‘gentrificazione’, causata soprattutto dagli affitti brevi e da Airbnb, aumentino il numero di ristoranti, di bar e in generale la ‘foodification’ e, in secondo luogo, la quantità di negozi di abbigliamento. Aumentano, anche, i luoghi dove si consuma cibo pronto o dove questo viene servito al bancone, rispetto a quelli con cucina e servizio al tavolo. Ne consegue la desertificazione di interi quartieri e di interi luoghi di villeggiatura nei quali si riducono le attività destinate agli abitanti: alimentari, giornalai, riparazioni di diverso tipo, servizi alla persona quali i parrucchieri e gli estetisti e perfino i servizi per l’infanzia.

Quel che colpisce di più, però, è che i centri delle città e i luoghi di villeggiatura calabresi, nonostante non siano presi d’assalto dai turisti, siano stati ‘gentrificati’ lo stesso, invasi, a perdita d’occhio, da distese di tavoli e tavolini di ristoranti, pizzerie, bar e pub che ne hanno preso possesso e che producono, a perdita d’orecchio, pessima musica assordante fino a notte fonda con l’accomodante complicità delle Amministrazioni comunali. Una maleodorante ‘foodification’ con relativa insopportabile ‘movida’ che -senza produrre lavoro vero, duraturo e qualificato- espelle quasi tutte le altre attività destinate ai residenti e che, di conseguenza, espellerà con il passare del tempo anche i residenti medesimi. Una ‘movida’ che viene gestita solo dal mercato mentre le istituzioni locali vanno a rimorchio cercando, senza riuscirci, di gestire gli inevitabili conflitti fra abitanti e gestori di spesso effimere attività commerciali. Un fenomeno che andrebbe invece rimesso in rapporto con la sfera pubblica, anche attraverso la costruzione di un’offerta culturale in modo da reintegrarla positivamente nel più complessivo sviluppo della città. Un altro problema è relativo al rapporto tra costi e benefici: in genere la ‘movida’ comporta una socializzazione dei costi sopportati dai residenti senza alcuna corrispondente socializzazione dei benefici.

So che non c’è un settore in Italia che corra come la ristorazione, l’intrattenimento ed il turismo: dai dati Istat nell’ultimo anno il comparto ha avuto una crescita del 10,3 per cento a fronte di una media del 2,3 per cento. Ma si tratta soprattutto di lavoro poco qualificato, sottopagato e a tempo determinato: solo il 17,1 per cento, calcola uno studio della ‘Fondazione dei Consulenti del Lavoro’, rientra tra le professionalità ad alta qualificazione.

Quello della ‘gentrificazione’ e della ‘movida’ permanente (cfr. l’interessante volume a cura di C. Cristofori, ‘Andar di notte. Viaggio nella movida delle città medie’, 2022) è un fenomeno pervasivo che ha attecchito, in Italia, un po’ ovunque tanto da far scrivere ad Antonio Tabucchi, citato da Montanari, che: “Firenze è una citta volgare… Credo che Firenze, piu che ogni altro luogo italiano, abbia saputo coagulare quasi magicamente in sé la volgarita che aleggia sull’Italia contemporanea (come forse su certi altri paesi europei) fino a farne una sorta di Weltanschauung, una specie di cappotto che l’avvolge, una spaventosa anima collettiva a cui nessuno sfugge e che significa spocchia, intolleranza, grossolanità … Insomma, la quintessenza dell’atteggiamento di un Paese che è stato povero come l’Italia e che all’improvviso è diventato ricco, senza che dell’appartenenza sociale, della borghesia che ha caratterizzato la civilta europea, abbia posseduto la cultura. Ciò che anni fa prevedeva Pasolini la spaventosa mutazione antropologica rivolta verso una omologazione del Brutto (inteso nel senso piu lato) ha trovato paradossalmente in questa citta rappresentante del Bello la sua piu visibile epifania”(‘Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Roma a Firenze’, 1999).

Non mi piacerebbe vivere, come vaticinava Pier Paolo Pasolini, in un Paese, in una regione e in una città popolati solo da camerieri, chef, animatori e bartender.

da “il Quotidiano del Sud” del 27 agosto 2023

Solidarietà a Tomaso Montanari

Solidarietà a Tomaso Montanari

Tomaso Montanari, eletto rettore all’Università per stranieri di Siena, è da tempo oggetto di una campagna denigratoria su cui, a questo punto, non possiamo tacere, come docenti, attivi o in pensione, e come comunità intellettuale. Montanari, ovviamente, sa difendersi da solo e da par suo, e ha la possibilità di farlo quale collaboratore del Fatto Quotidiano. Benché inquieti il silenzio, la mancata difesa da parte dei suoi colleghi, rettori e docenti. Ma il caso personale di questo rettore in pectore assume ormai una dimensione politica più generale su cui occorre far sentire una voce collettiva. Ricordiamo che ai primi di agosto, da poco eletto e ancora non in carica, Montanari ha subìto la richiesta di dimissioni da parte della viceministra alle infrastrutture e mobilità sostenibile, Teresa Bellanova, con la motivazione che “non sa tenere la lingua a freno”.

Una intimidazione davvero grave, da parte di un membro del governo, che attacca la libertà di parola e l’autonomia universitaria con una disinvoltura rivelatrice del torbido spirito pubblico dei nostri giorni. Clima culturale e politico in cui un altro vice ministro, Claudio Durigon, ha avuto l’ardire oltraggioso di proporre il nome di Arnaldo Mussolini per un parco che porta quello di Falcone e Borsellino: i due magistrati massacrati dalla mafia con le loro scorte, due figure che hanno riscattato con la loro vita l’onore della Sicilia e dell’Italia di fronte agli occhi del mondo.

Non a caso, in questi ultimi giorni si è scatenata la canea neofascista contro il neorettore, accusato di aver negato le foibe e altri sono intervenuti con posizioni pilatesche che testimoniano solo l’ ignoranza dei fatti. Ora a dare inopinatamente man forte a queste polemiche, che fanno male a uno spirito pubblico nazionale già gravemente inquinato, interviene Aldo Grasso, il quale, sul Corriere della Sera (29/8), definisce l’intervento di Montanari sulla questione foibe “una mascalzonata”.

Montanari, faziosamente equivocato dai commentatori, ha ulteriormente chiarito la sua posizione di studioso che certo non è quella di un negazionista (Il Fatto, 26/8). Ma se ora si aggiunge la voce del Corriere, la confusione diventa ancora più grave. Grasso, che non è uno storico, dovrebbe però sapere che da anni il tema doloroso delle foibe è usato dai fascisti in stolida funzione anticomunista e antisinistra quale controaltare nientemeno che alla Shoah.

Ed esiste una letteratura fantasiosa e biliosa in cui le cifre dei morti raggiungono numeri spaventosi, proprio per tale esplicito fine propagandistico. La “meschina contabilità” dei morti, che Grasso (ora si è aggiunto buon ultimo il solito Vittorio Sgarbi sulla stessa linea) rimprovera a Montanari, è da anni materia asprissima di controversia tra storici, e soprattutto inventori di leggende, e purtroppo – in un Paese nel quale il fascismo non muore mai – la verità storica deve imporsi anche tramite questa tristissima conta.

A tale scopo hanno lavorato, pioneristicamente Claudia Cernigoi, Sandi Volk, ALessandra Kersevan, Federico Tenca Montini e da ultimo Eric Gobetti, col suo E allora le foibe? (Laterza, 2020) Tutti costoro sono stati oggetto di attacchi scomposti o addirittura di minacce, soltanto perché hanno provato, documenti alla mano, a ristabilire le dimensioni reali del fenomeno, riconducendolo al suo contesto, quale pagina, per quanto atroce, di una guerra in cui gli italiani furono aggressori, e si comportarono in Jugoslavia in modo particolarmente feroce. In nessun caso, comunque, risponde a verità storica parlare di un piano di pulizia etnica da parte jugoslava contro gli italiani.

Esprimiamo dunque la nostra solidarietà e condivisione a Tomaso Montanari, al quale non viene evidentemente perdonato il fatto che, in quanto rettore, egli non si senta parte dell’establishment culturale e politico del Paese, non si faccia difensore e cantore dello status quo. Noi lo esortiamo a continuare la sua critica radicale, anche nel nuovo ruolo che ricoprirà.

Non possiamo infatti dimenticare che negli ultimi anni i rettori italiani, tranne pochissime eccezioni, hanno accettato in solenne silenzio le riforme “aziendalistiche” e i devastanti tagli finanziari imposti alle università italiane. Come del resto ha fatto la grandissima maggioranza dei docenti universitari, le anime morte della vita civile italiana, che si destano da profondissimo sonno solo quando qualche provvedimento governativo tocca i loro stipendi.

*** Piero Bevilacqua, Enzo Scandurra, Angelo d’Orsi, Vezio De Lucia, Maria Pia Guermandi, Luigi Ferrajoli, Ginevra Bompiani, Enzo Paolini, Massimo Veltri, Ilaria Agostini, Alberto Magnaghi, Alberto Ziparo, Carlo Cellamare, Paolo Favilli, Ignazio Masulli, Alberto Olivetti, Gaetano Lamanna, Luigi Pandolfi, Franco Toscani, Franco Cambi, Tonino Perna, Maurizio Acerbo, Tiziana Drago, Franco Novelli, Rossano Pazzagli, Laura Marchetti, Domenico Gattuso, Angela Barbanente, Vito Teti, Lucinia Speciale, Andrea Ranieri, Simonetta Del Bianco, Raffaele Tecce, Graziella Tonon, Giancarlo Consonni, Mario Fiorentini, Marisa D’Alfonso, Giovanni Losavio, Riccardo Barberi, Paolo Berdini, Armando Taliano Grasso, Sonia Marzetti, Giuseppe Saponaro, Domenico Rizzuti, Luigi Vavalà, Domenico Cersosimo, Vittorio Boarini, Pino Ippolito Armino, Franco Blandi, Simona Maggiorelli, Daniele Vannetiello, Rita Paris, Giuseppina Tonet, Anna Maria Bianchi, Amedeo Di Maio, Roberto Budini Gattai, Francesco Trane, Anna Angelucci, Tommaso Tedesco, Battista Sangineto, Giuseppe Aragno, Roberto Scognamillo, Giovanni Carosotti, Massimo Baldacci, Francesco Gaudio, Piero Caprari, Francesca Leder, Marta Petrusewicz, Diego Amelio, Maria Paola Morittu, Piero Caprari, Francesco Santopolo, Umberto Todini, Claudio Greppi, Irene Berlingò, Francesco Cioffi, Romeo Bufalo, Amalia Collisani, Cristina Lavinio, Luisa Marchini, Vera Pegna, Tiziano Cardosi, David Armando, Antonio Ciaralli

da “il Manifesto” dell’1 settembre 2021