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Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

Come e dove ricominciare a sinistra dopo la dura sconfitta.-di Filippo Veltri

È chiaro che in politica non vale il valore positivo della sconfitta celebrato da Pier Paolo Pasolini. Qui o si vince o si perde davvero, senza evocare quello che il grande intellettuale prefigurava come un senso di simbolo non negativo per la vita, per lo sport e per il modo di essere in generale se si perde.

Ci sarà quindi tempo e luogo per analizzare il significato di questa pesantissima sconfitta per il centrosinistra calabrese e nazionale. Per la verità non inattesa, al di là delle grandi, ovvie, naturali e normali parole enfatiche spese in campagna elettorale.
Siamo stati facili profeti nell’evocare le urne vuote rispetto alle piazze piene!

C’è, però, un punto che farebbero male a sottovalutare i leader dello schieramento sconfitto nelle elezioni di domenica e lunedì e che è stato richiamato, proprio qui in Calabria, da Pierluigi Bersani nel corso del suo breve viaggio elettorale a sostegno di Tridico: basta con lo sconfittismo! Bersani faceva riferimento a quanto era avvenuto 15 giorni prima nelle Marche con la sconfitta, altrettanto pesante, di Ricci alle regionali.

E il concetto può valere ovviamente, anzi di più, per quanto avvenuto ora in Calabria. Nel senso che da questo dato negativo in dimensioni così grandi, occorrerà pur ripartire, e da quanto avvenuto in campagna elettorale, per riprendere le fila di un discorso, al netto ovviamente di inevitabili correzioni e quant’altro.

Farebbero un errore colossale a sinistra se venisse buttato tutto a mare quanto si è creato in questi scarsi 2 mesi di incontri, dibattiti, comizi in lungo e in largo nella regione. Poco? Probabile, ma farebbero egualmente un errore madornale se non cogliessero il senso di una alleanza ma soprattutto di una comunità che non c’era e che si è ritrovata e che ha avuto passione e coraggio, spesso buttando il cuore oltre l’ostacolo, anzi gli ostacoli. Non era affatto scontato visto che alle spalle c’erano (e ci sono) anni di mancato collegamento e di rapporto vero con la società e il corpo vivo della Calabria. Qui sta il punto.

Che la battaglia fosse impari era infatti chiaro fin dal primo momento, i tempi sono stati ristrettissimi e quindi anche tutta l’impostazione a iniziare dalla composizione delle liste ne ha risentito. Ma – sempre Bersani dixit – non si trattava e non si tratta di una gara dei 100 metri, scatti, fuggi e vinci ma di una maratona, di una corsa lunga dove valgono gli step, di arrivo e di partenza. Da quanto è accaduto bisogna dunque ripartire, mettere gli errori in testa, ma mettere anche i mattoni, i mattoncini, di un agire politico che non può essere costruito sul disfattismo e, appunto, sullo sconfittismo.

Ovviamente l’analisi del voto dovrà essere fatta in maniera seria e approfondita luogo per luogo, città per città, zona per zona e valutare le cose fatte bene e quelle fatte male. A iniziare – ci permettiamo di suggerire – dalla narrazione vera della Calabria, forse troppo semplicisticamente piegata sul pauperismo e sul negativo.

Lo dovranno fare i partiti che hanno sostenuto Tridico, il PD prima di tutto, ovviamente lo stesso candidato ma per ripartire da dove si è arrivati e non in un ‘cupio dissolvi’ o ‘tabula rasa’ (chiamatela come volete), tra l’altro tipico della sinistra, non solo calabrese in verità, senza avviare quella ricerca del colpevole, o dei colpevoli, in salsa lacerante e distruttiva che alla fine lascia solo macerie sul terreno e nulla su cui ripartire.

A Tridico va dato atto di avere condotto quasi dalla fine di agosto fino a tre giorni fa una generosissima campagna elettorale, di avere anche riannodato un filo di passione e di speranza, di avere agitato cuori e sentimenti da quella sera di Ferragosto in cui lo incontrammo felice e sereno a Camigliatello Silano su un risciò con moglie e figli. Il tutto in un quadro che ancora risentiva di sconfitte brucianti e di lacerazioni profonde nelle ultime tre elezioni. E che il dato di ieri fa percepire in maniera deflagrante.

Adesso sarebbe arrivato il tempo di riflettere e di agire finalmente in senso positivo, cercando di mantenere soprattutto l’unità di una coalizione che sembrava smarrita dopo le regionali del 2021. Non era un dato scontato ma mantenerla ora è tutt’altro che semplice, così come non è semplice creare una sintonia vera e duratura con la società. Che non c’era e le elezioni lo hanno palesato in maniera così plastica. Ma questo è materiale per la discussione dei prossimi mesi.

Con queste leggi elettorali il voto è una beffa.-di Felice Besostri

Con queste leggi elettorali il voto è una beffa.-di Felice Besostri

Votiamo subito! Lo chiede a gran voce chi pensa di vincere le elezioni, con la scusa di dare la parola al popolo, perché decida da chi farsi rappresentare?

Siamo in una democrazia, ancorché limitata dalla pandemia, dalla crisi energetica, dalla crescita produttiva stentatissima, dall’emergenza ambientale e, per non farci mancare nulla dalla guerra provocata dall’aggressione russa all’Ucraina, e pertanto, la parola il popolo ce l’ha naturalmente, senza garanzia di essere ascoltato e nemmeno di aver capito bene. Infatti, lo statista francese Georges Clemenceau ricordava che “In politica le promessa impegnano soltanto chi le ascolta”. Penso alla promessa di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, se il referendum costituzionale avesse avuto successo.

Se volete votare dovete prima ridarci, il diritto di voto, che ci avete rubato con il Porcellum e mai più restituito, nemmeno dopo che la Corte Costituzionale ha annullato le liste bloccate e il premio di maggioranza nel 2014, dopo che era stato usato nel 2006, 2008 e 2013 per rinnovare il Parlamento. Un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale non ha la Costituzione nel suo Dna e pertanto ha cercato di cambiarla, ma il popolo italiano l’ha bocciata e la Corte costituzionale per la seconda volta dichiara incostituzionale la legge elettorale, la n. 52/2015.

Si approva in gran fretta e con 8 voti di fiducia, tra Camera e Senato, una nuova legge elettorale, la n. 165/2017, Rosatellum, studiando bene i tempi per rendere impossibile, che fosse controllata prima della sua applicazione. Per essere sicuri la modificano in peggio con la legge n. 51/2019 e tagliano i parlamentari in media del 36,50% e alla vigilia delle elezioni esentano, quasi tutti quelli che ci sono, dal raccogliere le firme di presentazione delle liste, con buona pace dell’art. 51 Cost. che assicura che “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”.

Ridateci il diritto di voto, quindi di eleggere, uno per uno, i nostri rappresentanti, con qualunque sistema maggioritario, proporzionale o misto e non di ratificare quelli nominati dai partiti. Questo è il punto più difficile, perché il blocco delle liste e delle candidature uninominali, piace a troppi, di quelli che decidono: è la fonte del loro potere, più importante delle elezioni.

da “il Manifesto” del 20 luglio 2022
Foto di mohamed Hassan da Pixabay

I fallimenti di una sinistra che affida alle urne la sua identità.-di Tonino Perna

I fallimenti di una sinistra che affida alle urne la sua identità.-di Tonino Perna

Il lungo titolo annuncia: «Un milione di voti di cui si parla dal ’68. Una storia di camere sciolte, di un grande movimento e di piccoli partiti. Scritta, naturalmente, col senno di poi». Facendo un po’ d’ordine tra vecchie carte, documenti e articoli di giornali ritagliati, mi sono imbattuto in un articolo di Ritanna Armeni e Rina Gagliardi pubblicato il 20 aprile del 1979.

Vengono percorse, partendo dal 1968, le tappe cruciali delle elezioni politiche e amministrative, passando per il 1972 (elezioni politiche), 1975 (regionali), 1976 (politiche), 1979 (politiche).

In questi appuntamenti elettorali scenderanno nell’agone politico via via il Manifesto-Pdup, Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria, Lotta Continua, e tanti gruppuscoli marxisti-leninisti che sono presenti in alcune realtà territoriali.

Come viene ricordato dalle due autrici, nel ’68 finisce la delega dei movimenti rispetto al Pci e si comincia, in una parte del movimento anticapitalista, a riflettere sulla necessità di formare un partito e candidarsi alle elezioni.

In questo giro di boa entra anche il manifesto con posizioni diverse al suo interno, in particolare tra Luigi Pintor e Rossana Rossanda (come ha ricordato Norma Rangeri, nell’articolo del 14 ottobre scorso, all’indomani delle elezioni amministrative).

Scriveva Pintor: «Giudico la battaglia elettorale un’occasione positiva e feconda per noi e per tutta la sinistra, una prova da affrontare con serietà e slancio, un terreno come un altro su cui misurarci con lo stesso spirito che ha sempre animato la nostra impresa politica…». A cui ribatteva Rossanda: «So bene che nei compagni che si battono per le liste c’è il bisogno di esistere, contarsi, contare. Ma credo per fermo che questo modo di esistere, contarsi e contare sia ambiguo e pericoloso…». Parole profetiche, inascoltate per quarant’anni!

Con l’eccezione del periodo di Rifondazione Comunista con segretario Bertinotti, a sinistra del Pci–Pds-Pd si sono, di volta in volta, formati dei raggruppamenti che, quando è andata bene, hanno preso il minimo di voti per superare la soglia di sbarramento.Ogni volta un simbolo diverso, un nome diverso, che non sono sopravvissuti al di là del ciclo elettorale, non hanno sedimentato un pensiero politico, una visione capace di attrarre e coinvolgere al di là del proprio giardino.

Quante energie sprecate, quante amare delusioni che hanno prodotto conflitti all’interno di queste embrionali forze politiche, spesso più intente a litigare fra loro che a trovare convergenze e strategie comuni.

Anche il Prc, che pure aveva avuto un grande seguito giovanile forgiatosi durante e dopo i fatti di Genova del 2001, si è nel tempo arenato perché non è riuscito a “rifondare” un pensiero politico che facesse i conti con la disfatta dell’Urss e la trasformazione del maoismo in capitalismo di Stato, a tracciare una credibile alternativa di sinistra che facesse tesoro con ciò che ci ha insegnato il ‘900.

«E tuttavia il dubbio maggiore che ci attraversa- scrivevano la Armeni e Gagliardi nell’introdurre questa cronostoria politica- proprio a proposito di elezioni, investe la validità della concezione politica generale che ha ispirato questi undici anni di peripezie: l’idea di partito e organizzazione, la pratica della politica come sfera specialistica e separata, la difficioltà profonda di uscire, in avanti, dagli schemi della II e III Internazionale».

Esistere, contarsi, contare può essere ambiguo e pericoloso, scriveva Rossana Rossanda, perché la qualità del lavoro sociale, culturale, politico, non lo si può pesare unicamente con il voto, non si può dare alle competizioni elettorali la funzione del Giudice Supremo, di colui che decide della tua esistenza.

Non significa che sia inutile partecipare alle competizioni elettorali, come una parte dei movimenti della sinistra radicale ha sempre sostenuto, ma avere un atteggiamento lucido e distaccato, non sopravalutando i risultati delle urne, non pensando che ci giochiamo tutto nell’ultima tornata elettorale.

E poi, dovremmo saperlo, i cambiamenti sociali e culturali non passano necessariamente attraverso la formazione di una forza politica vincente sul piano elettorale.

Se riflettiamo a come è cambiato positivamente il ruolo della donna nella nostra società o ai diritti delle persone diversamente abili, ci rendiamo conto che è stata una lotta quotidiana, trasversale, che ha pagato molto di più che se si fosse fondato un partito delle donne o dei disabili.

Sarebbe come dire che il valore di un quotidiano come il manifesto, con la sua storia e le sue battaglie, lo si misura solo dal numero delle copie vendute e non, al contrario, dalla sua funzione informativa, politica e culturale.

Se chi ci lavora la pensasse così avrebbe fatto chiudere questo giornale da tempo. Se continua ad esistere, dopo cinquant’anni, è perché rappresenta per chi lo legge e per chi ci scrive molto di più di quello che i numeri del mercato editoriale possono raccontare.

da “il Manifesto” del 18 novembre 2021