Categoria: attività dall’osservatorio

Un nuovo partito. Come e perché.-di Piero Bevilacqua

Un nuovo partito. Come e perché.-di Piero Bevilacqua

L’aspetto più incoraggiante di questi ultimi giorni, nei quali
riflettiamo con delusione e frustrazione sui risultati elettorali di
Unione Popolare, è la volontà, espressa da tutti coloro che
intervengono coi loro commenti, di continuare la nostra avventura. Si
legge la stessa determinazione con cui abbiamo affrontato, nelle
condizioni più avverse, la sfida quasi impossibile di raccogliere, nel
cuore di una delle estati più torride del millennio, le decine di
migliaia di firme richieste per la partecipazione alla campagna
elettorale. E bisogna aggiungere che pari ostinazione hanno mostrato
migliaia di cittadini, i quali hanno affrontato in paziente fila, il
sole ustorio di agosto per potere apporre la loro firma.

Dunque volontà di continuare il nostro progetto come del resto avevamo
promesso. Ma come? In che forma, con che modalità organizzativa?
Dobbiamo fare il salto da una lista elettorale imbastita
precipitosamente – ma, bisogna riconoscere, ammirevolmente ben fatta –
a una struttura più stabile, pensata accuratamente nei suoi organismi
rappresentativi, in grado di garantire democrazia ed efficienza
operativa. Non è un obiettivo che si raggiunge in un giorno, ma
bisogna, con il concorso di tutti, gettare da subito le prime
fondamenta su cui costruire l’edificio.

A mio avviso sarebbe molto utile organizzare intorno a metà ottobre
quella Assemblea costituente di due, tre giorni che De Magistris aveva
proposto prima che dovessimo affrontare le elezioni anticipate.
Sarebbe innanzitutto um modo di reincontrarci o di conoscerci per la
prima volta. I compagni e le compagne sentono anche un gran bisogno di
raccontarsi, di narrare le loro esperienze, esprimere le loro
critiche, suggerimenti, proposte. La volontà militante – che
purtroppo, di questi tempi, non è una virtù civile diffusa – si
rafforza se tutti si sentono protagonisti di un progetto, se hanno
diritto di parola, alla pari con gli altri.

Naturalmente occorre arrivare all’appuntamento con qualche idea
organizzativa. L’appuntamento deve essere in parte una festa ma deve
concludersi con indicazioni operative ben chiare, perchè tutte e tutti
tornino a casa sapendo come proseguire. Provo perciò a buttare giù
delle idee da prendere come contributo sperimentale alla discussione
che seguirà. E la prima cosa che mi sento di dire è che – con tutte le
variazioni, declinazioni originali che possiamo immaginare –io non
vedo organizzazione più efficiente, capace di tenere insieme
pluralismo delle idee e capacità di azione, del partito.

Il partito, non dimentichiamolo, è “l’organizzazione della volontà collettiva”
(Gramsci) è una grande conquista della modernità, ha sottratto gli
individui al loro isolamento molecolare e ne ha fatto una comunità di
lotta, un protagonista di prima grandezza dell’età contemporanea in
tutto il mondo. Anche se adesso i partiti non sono, almeno in Italia,
che agenzie di marketing elettorale, noi dobbiamo tentare questo
modello, sapendo che abbiamo intorno altre forze di sinistra con cui
dobbiamo dialogare e un arcipelago vastissimo di associazioni,
circoli, gruppi che non faranno mai parte di un partito, ma che
saranno i nostri compagni esterni nelle varie battaglie e mobilitazioni
che condurremo.

Un partito necessita di un portavoce e noi l’abbiamo.Chi ha seguito De
Magistris anche nelle poche apparizioni televisive ha potuto
constatare la sua capacità di rappresentarci e di dare calore
comunicativo ai punti del nostro programma. Questo al netto della sua
esperienza politico-amministrativa che nessuno di noi possiede.
Naturalmente, come ho sempre sostenuto, se il suo ruolo e la sua
figura nel nostro collettivo, sono naturaliter preminenti, dobbiamo
evitare di imboccare la strada del partito del leader.

Questa tendenza, ormai dominante dappertutto, va contrastata come effetto
dello svuotamento di democrazia che i partiti hanno subito negli
ultimi decenni, soprattutto in Italia. In concomitanza, del resto, con
la torsione autoritaria che ha investito l’intera società, a
cominciare dai sistemi elettorali. Il neoliberismo non ha liberato
nessuno, ha creato nuovi vincoli e nuove servitù. Mentre la società
dello spettacolo tende a rappresentare la politica come un gioco di
società tra leader facendo scomparire tutti gli altri.

Quindi il portavoce deve avere attorno un gruppo
dirigenterappresentativo delle varie anime di UP, che al momento sono
i dirigenti delle forze politiche che la compongono. Potremmo
chiamarla Segreteriao Direttivo, si vedrà. Naturalmente in seguito
bisognerà inventare procedure elettive che garantiscano un
funzionamento pienamente democratico. E va da sé che occorrerà
elaborare uno statuto. Potrebbe essere il caso di convolgere un gruppo
di saggi – personaggi di prestigio esterni a UP – che ci aiutino in
questo compito di selezione e fondazione delle regole di democrazia
interna.

Un altro organismo che al momento io vedo necessario, per un primo
assetto organizzativo, è un Comitato territoriale, vale a dire un
organo in cui siano presenti i rappresentanti di tutti i territori,
che si riunisce con una periodicità da stabilire. Si dovrà poi capire
se una rappresentanza di dimensione regionale sia la misura più giusta
e meglio gestibile.

Scendendo al livello organizzativo di base, cioé alla necessità di
creare delle unità organizzative che possiamo chiamare
circoli,sezioni, presidi , case del popolo o in altro modo, si pongono
dei problemi politici rilevanti, anzi, il problema politico principale
per la costruzione di un partito. Vale a dire il passaggio di
Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Dema e tutte le formazioni
minori alla nuova creatura chiamata Unione Popolare.

Voglio premettere che io sono uno storico e per giunta un vecchio militante e posso
capire forse più di altri l’attaccamento quasi carnale di tanti
compagni alle proprie bandiere. So che in quel legame c’è un pezzo di
storia della propria vita, battaglie, sacrifici personali, marce e
nottate. Per questo ho il massimo rispetto per tali sentimenti di
fedeltà, che davvero splendono di nobiltà di fronte alle giravolte dei
voltagabbana della nostra scena parlamentare e partitica.

Ma la politica, specie quella che ha l’ambizione di cambiare il mondo, è
consapevolezza del proprio tempo e coscienza della propria storia. E
la nostra, non dimentichiamolo, negli ultimi decenni è stata una
storia di divisioni e lacerazioni. Dobbiamo essere consapevoli che se
non vogliamo limitarci a fare opera di testimonianza, ma abbiamo
l’ambizione di ottenere largo consenso dagli italiani, diventare forti
per aiutare chi è stato emarginato, noi non possiamo presentarci come
i resti di un esercito sconfitto.Diciamo la verità: Rifondazione,
Potere al Popolo, Dema appaiono agli osservatori esterni come la
testimonianza della sempiterna divisione della sinistra. Aggiungo qui
un’altra considerazione: è il nostro vasto e disperso popolo di
militanti e semplici elettori, deluso e scoraggiato, che vive come un
dramma le nostre divisioni. Ne ho avuto ulteriori, molteplici prove
durante la campagna elettorale. E il fatto di non accorgercene è la
nostra maggiore colpa e una delle causa della nostra perdurante
marginalità.

Dunque l’Unione Popolare è un passo in avanti, una conquista a cui
occorre guardare con fiducia e generosità, puntando a rendere
tendenzialmente ancora più vasto il campo dell’ unità con le altre
forze anticapitalistiche che esistono in Italia. Ricordo che
Melanchon, Iglesias, Corbin, Ken Loach, non avrebbero espresso il loro
autorevole appoggio alle singole forze se esse non si fossero
presentate sotto il simbolo unitario dell’Unione.

Passando perciò ai più terrestri problemi organizzativi io credo
necessario,con tempi di maturazione che varieranno da situazione a
situazione, che occorre creare dovunque sia possibile circoli,
sezioni, case del popolo, ecc , con l’insegna di Unione Popolare,
magari unificando le poche forze che abbiamo anche in uno stesso
locale. Bisogna imparare a vivere insieme: anche questa è intelligenza
politica, lavoro di costruzione del partito. Quanto più realizziamo ed
esprimiamo spirito unitario tanto più diventiamo e appariamo forti e
credibili.

E qui vorrei concludere con tre osservazioni e proposte. Dobbiamo
trasmettere ai cittadini il senso della nostra utilità sociale. Oggi,
fondatamente, la maggioranza degli italiani – come testimonia anche il
crescente astensionismo – considera gli esponenti dei partiti come un
ceto sociale parassitario. Vendono propaganda elettorale e in cambio
ricevono i nostri voti: cioé soldi, potere, privilegi, visibilità
mediatica in cambio di nulla. Quando non compiono scelte
antipopolari…

Noi siamo diversi, abbiamo programmi alternativi, ma
non abbiamo ancora fatto niente, come Unione Popolare,per convincere i
cittadini che siamo diversi e che potremmo realizzarli.Molto
opportunamente, De Magistris ha cercato di smarcarsi da questa
immagine, di rendersi credibile nel grande frastuono pubblicitario
della campagna elettorale, ricordardo la propria esperienza di
sindaco.Ma noi siamo agli inizi e dunque dico che i nostri presidi nel
territorio devono assomigliare a sedi di volontariato.

I cittadini del quartiere devono vedere in esse non soltanto il luogo dove si discute
di politica, ma dove si insegna un po’ di italiano agli immigrati, si
organizzano i GAS per portare le cassette di cibo a casa degli
anziani, si aiutano le persone inesperte a risolvere al computer i
loro problemi amministrativi. Attenzione a quest’ultimo aspetto:
l’anafabetsimo informatico di tanti cittadini costituisce oggi una
limitazione dei loro diritti. E’ come l’analfabetismo totale degli anni
’50. Ma questi nostri centri dovrebbero essere in grado, con altre
forze, di organizzare campagne ambientaliste con i giovani, i quali
oggi sembrano interessati solo a questa forma di militanza. Quindi
giornate dedicate alla pulizia dei giardini pubblici, delle spiagge,
per la piantumazioni di alberi in città, ecc.

Ma c’è un altro aspetto su cui voglio richiamare la vostra
attenzione:noi dobbiamo distinguerci nel linguaggio, parlare davvero
ai sentimenti delle persone, scambiare esperienze umane anche senza
volontà di coinvolgimento politico.L’ideologia neoliberistica ha
ridotto la società a una giungla competitiva e noi dobbiamo
combatterla a partire dal nostro comportamento, dalle nostre parole.

I cittadini non hanno solo bisogno di vedere abbassate le bollette e
aumentati i salari, vorrebbero sentire risuonare di nuovo le parole
dell’amicizia, della solidarietà, della fratellanza e della
sorellanza. Prendiamone atto: un Grande Inverno ha inaridito i
sentimenti che avevano tenuto insieme milioni di persone, unite dalle
stesse speranze e dagli stessi sogni.Le nostre città sono aggregati di
solitudini frettolose: perciò occorre creare momenti di pausa, di
fermo, di incontri senza fini utili, di festa, di bighellonaggio, di
sberleffi alla società agonistica, spietata e stupida della corsa al
danaro.

Organizziamo giornate di rivolta civile spese per strada e
nelle piazze a chiacchierare con gli amici, giocare con nostri figli e
nipoti, coi nostri animali.Rendiamo consapevoli le persone di essere
incalzate dal potere in ogni momento della loro vita, insegniamo loro
a liberarsi. Al tempo stesso dobbiamo esprimere un atteggiamento di
cura verso l’altro perché oggi lo dobbiamo avere anche per la natura,
ferita dal nostro saccheggio. Noi saremo davvero il nuovo mondo
possibile se riusciremo a legare insieme la fratellanza fra di noi con
quella per tutte le altre creture viventi oggi in pericolo.Il rapporto
con il mondo cattolico sensibile al messaggio di papa Francesco, ma
anche con le compagne e i compagni che si raccolgono nella Società
della cura, con tanti movimenti ambientalisti, i ragazzi di Fridays
for Future, ecc. diventa in questo modo possibile.

Infine una proposta che ho già avanzato e che ripeto.Io ho i rapporti
personali necessari per poter organizzare una Scuola di cultura
politica e ambientale online, capace di diventare, con una lezione da
remoto ogni settimana, un nostro marchio culturale e al tempo stesso
uno strumento di formazione, di allargamento della nostra influenza,
di arricchimento e unificazione della soggettività politica di tanti
italiani, di dialogo con le altre forze di sinistra.Ogni settimana uno
studioso terrà una lezione su un tema di sua competenza, che gli verrà
richiesto secondo un calendario da costruirsi, così che centinaia di
migliaia di persone possano ascoltarla in ogni angolo d’Italia.

Ma per fare questo occorre una grande piattaforma informatica.Lo strumento,
tra l’altro, che ci può consentire l’informazione alternativa alla
manipolazione sistematica della TV capitalistica. Questione non solo
tecnica, ma anche politica. Occorre che le mailing list di Dema,
Rifondazione, Potere al Popolo e delle altre formazioni si fondano.
Ancora una volta dunque occorre un altro salto verso l’unificazione di
Unione Popolare.

Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Considerazioni sul voto del 25 settembre.-di Piero Bevilacqua

Le note che seguono non sono un’analisi del risultato elettorale – per
la quale ci vorranno più dati e più tempo – ma un insieme di
considerazioni che spero utili in un momento di delusione e amarezza.
I dati sono al di sotto delle nostre aspettative e si inscrivono
peraltro in un contesto di grave arretramento del quadro politico
generale.Il successo elettorale di un esponente della destra
ex-fascista, candidata addirittura a diventare presidente del
Consiglio è l’ultimo segnale del grave processo di declino non solo
politico, ma anche culturale e direi di civiltà del nostro Paese.

Ma su questo torneremo. In questo momento l’errore che noi di Unione
Popolare non dobbiamo commettere è di andare a caccia dei nostri
errori. L’unica cosa che possiamo rimproverarci è che avremmo potuto
anticipare di qualche mese la nostra uscita pubblica e forse avremmo
avuto qualche punto in più.Ma per il resto , se siamo intelligenti e
realisti, dobbiamo interpretare la nostra campagna elettorale come un
episodio di eroismo civile, un impegno generoso e senza risparmio di
migliaia di compagne e compagni che hanno lottato contro il tempo, il
caldo, la burocrazia, la mancanza di soldi, la latitanza spudorata dei
media, la malafede di giornalisti e politici che hanno cercato di
cancellarci. La mia campagna elettorale, tra Roma e Catanzaro – ma
posso parlare anche a nome di altri candidati – è stata una delle più
belle esperienze politiche della mia vita , per il calore umano,
l’altruismo, la generosità da cui sono stato circondato in questi due
mesi.

Come spiegare il risultato deludente? Non pretendo di rispondere
esaurientemente, ma svolgo un paio di considerazioni. Siamo onesti.
Noi, Unione Popolare, presentandoci alle elezioni, non abbiamo fatto
altro che ripetere quello che la sinistra radicale non fa che tentare
da 20 anni. Sonnecchia per 4, 5 anni e si desta ogni volta al momento
delle elezioni con un nome sempre nuovo, Arcobaleno, Alba, ecc.
Bisogna averlo chiare in testa: nella situazione che si è determinata
nel nostro Paese non è possibile conseguire un risultato soddisfacente
se ci si fa vivi solo per chiedere il voto.In una parola per domandare
al cittadino elettore di darci la possibilità di entrare in Parlamento
in cambio delle nostre promesse elettorali. Vale a dire senza prima
aver conosciuto quel cittadino negli anni precedenti, aveva ascoltato
i suoi bisogni, averlo incontrato in quartiere o davanti al luogo di
lavoro.

Ai compagni che dicono: “non abbiamo saputo comunicare il nostro
messaggio”, dico che non è così. Questa volta avevamo un comunicatore
eccellente come Luigi De Magistris e non ha funzionato lo stesso. Non
si tratta di capacità comunicativa. L’elettore non si limita a
giudicare la qualità della proposta politica, valuta anche la forza e
la capacità di realizzarla effettivamente. Se chi formula il messaggio
è debole non viene creduto, pure nel caso che l’elettore apprezzi la
qualità intrinseca delle proposte. Bisogna che tutti capiamo una cosa
fondamentale: la sinistra radicale è intrappolata in un circolo
vizioso: si presenta alle elezioni sempre debole, piccola e
minoritaria e non viene creduta nonostante la nobiltà dei suoi
programmi, anche perché in Italia sulle elezioni domina sempre la
logica del voto utile.

Dunque, nessun errore di linea, di proposta, di progetto.Non
autoflagelliamoci, non è qui il punto. La nostra brevissima vita di
soggetto politico ha patito moltissimo la grave faziosità dei media e
soprattutto della TV. Un uomo come Calenda, un senza partito, senza
storia, con quattro idee in testa è stato tutti i giorni nelle nostre
case e ha avuto il risultato di un partito (insieme al suo degno
compare). Quello della TV e dell’informazione è una grave questione
nazionale.

Noi abbiamo assistito per giorni e giorni alle pompose
cerimonie dei funerali della regina Elisabetta, senza che si levasse
una sola voce che gridasse al carattere culturalmente e politicamente
oltraggioso di quella ossessionante esibizione. Chi era Elisabetta?
Era,forse, Einstein, Picasso, Fleming, Touring, Marcel Proust? Quale contributo
ha dato all’umanità? Era stata solo il simbolo sopravvissuto al
medioevo di un ex impero coloniale, che aveva sfruttato per quasi
quattro secoli gran parte del globo terraqueo. Quelle parate
televisive sono state un indegno inno al potere più assoluto, quello
ereditato, un relitto del passato che suona come un’onta alla
democrazia del ‘900.

E’ riflettendo sul ruolo della TV e dei grandi giornali che si
comprende anche il successo della Meloni. Questi media per anni hanno
accreditato il PD come La Sinistra e hanno finito così con lo
screditare perfino la parola, dal momento che quel partito e i suoi
satelliti hanno di fatto condotto una politica antipopolare, che ha
creato marginalità e povertà in tanti strati, finendo così col
mostrare nella destra estrema l’alternativa illusoria di un possibile
cambiamento.

Non so cosa possiamo fare contro questa TV. Ne parleremo. Ma è certo
che dovremo al più presto dotarci di uno strumento alternativo di
comunicazione. Dobbiamo screditare la TV come luogo di menzogne
pubblicitarie, creare un canale di informazione e di circolazione
delle nostre elaborazioni che giunga a centinaia di migliaia di
persone.

Care campagne e compagni, non scherzavamo quando dichiaravamo che le
elezioni erano solo un inizio. Plaudo all’incoraggiamento di Maurizio
Acerbo a nome di Rifondazione Comunista che ci esorta a continuare. Ci
aspetta un lavoro di lunga lena. Io personalmente sono pronto con
tanti altri studiosi ad avviare una Scuola di cultura politica e
ambientale on line per parlare alle migliaia di giovani che cercano
una parola di orientamento in una fase di gravissima quanto
sottovalutata crisi ambientale.Attendo che qualcuno realizzi una
piattaforma unitaria per tutta l’Unione.

Ma termino dicendo che tutti e tutte sentono l’esigenza di
confrontarsi, di scambiarsi le esperienze di questi due mesi, le
critiche, le proposte sul da farsi. Perciò inviterei Luigi de Magistris a prendere
al più presto l’iniziativa di una “Assemblea costituente”, come lui
l’immaginava prima che la situazione precipitasse con la caduta del
governo.

Il piccolo commercio contro i centri commerciali.-di Piero Bevilacqua

Il piccolo commercio contro i centri commerciali.-di Piero Bevilacqua

I centri commerciali e i grandi supermercati cementificano suolo e fanno danno all’ambiente. Ma procurano altro danno perché, per andarci, si deve prendere l’auto, accrescendo il traffico, lo smog e i disagi negli spostamenti.Producono danni alle città, perché fanno fallire il piccolo commercio, le botteghe di quartiere, i negozi dei centri storici, creando il deserto. Fanno danno alle persone anziane, che spesso perdono i negozi sotto casa e devono usare i mezzi per andare a fare la spesa.

I centri commerciali, grandi supermercati anonimi, creano frustrazione al cittadino consumatore. Il piccolo commercio rende vivi e personali i rapporti umani, consente il dialogo tra venditore e acquirente, mentre i negozi diventano luoghi quotidiani di incontro con gli abitanti del quartiere.Occorre favorire dunque negozi e botteghe con agevolazioni fiscali, potenziando le economie locali contro le multinazionali del commercio,che portano altrove i nostri soldi, per far rivivere le nostre città, accrescere il benessere collettivo. Unione popolare, mette le persone al centro.

Riportiamo la vita nei quartieri

Torniamo a riempire di vita i quartieri. Nessun rione deve essere privo di un parco giochi, di un dopolavoro, di un cinema, di un ambulatorio medico, di un centro di volontariato che aiuti le persone in difficoltà, di un asilo nido e una scuola materna, di un orto comune, di una palestra, di una piazza attrezzata.Occorre creare un centro di assistenza digitale per i cittadini che son privati sempre più dei diritti civili comportanti il possesso di un computer e un minimo di competenza informatica.

Rendiamo gli spazi esterni luoghi di vita in comune, togliamo gli anziani dalla solitudine dei condomini, sottraiamo bambini e ragazzi alla dipendenza degli smartphone, restituiamoli alla gioia dei giochi e delle corse in strada.

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Cambiare la scuola.-di Piero Bevilacqua

Cambiare la scuola.-di Piero Bevilacqua

(Parte Prima )

La scuola non ha il compito di preparare al lavoro, che costituisce solo una delle dimensioni in cui si realizza la vita umana. Tra l’altro il lavoro è destinato a una rilevante riduzione nelle nostre società, sempre più dominate dall’informatica e dai processi di automatizzazione. Tecnologie che richiederanno sempre più intelligenza e immaginazione per il loro impiego creativo, che non mera capacità di strumentazione tecnica. La scuola non deve fornire “competenze” per un futuro mestiere, che configuri precocemente l’individuo lavoratore, ma deve formare la personalità dei ragazzi, arricchire la loro cultura, il pensiero critico, l’attitudine alla ricerca e alla soluzione dei problemi.

Cambiare la scuola
(Parte Seconda )

La scuola deve anche cercare di fare emergere negli allievi che ne sono dotati, anche il loro talento manuale, la loro inclinazione al pragmatismo dei mestieri. Pensiamo che in tante abilità della nostra tradizione artigianale si trasmettano saperi che non devono andare perduti. Al tempo stesso la scuola non deve deprimere lo sviluppo della libera creatività, dei sentimenti, della sfera complessa degli affetti. I nostri ragazzi, le nostre adolescenti non sono scatole da riempire di nozioni, sono esistenze, spesso emotivamente fragili, che l’utilitarismo sempre più spinto del pensiero unico può stritolare. Non è meno importante formare delle personalità positive e stabili che allievi colti e preparati. La scuola deve contribuire alla formazione di uomini e donne, non di soldatini di un esercito del lavoro.

Cambiare la scuola
(Parte Terza )

I ragazzi e le ragazze si possono avvicinare al mondo delle imprese, non per essere addestrati, ma per arricchire la loro conoscenza della vita reale, per scorgere da vicino le mirabilia della tecnologia produttiva del nostro tempo, e al tempo stesso la fatica degli uomini e delle donne che producono la ricchezza nazionale. Possono accostarsi al vasto mondo dell’artigianato per conoscere la genialità del lavoro manuale e dei mestieri e per scoprire anche proprie attitudini e vocazioni. Possono e debbono entrare nelle aziende agricole per comprendere come funziona la chimica del suolo, come il fiore degli alberi si trasforma in frutto, come il sole e l’acqua agiscono sulle piante, così da vedere ricomposti nell’unità vivente della natura i fenomeni che le discipline scolastiche dividono in chimica, botanica, fisica, ecc. E’ in questo modo che si può fare apprendimento multidisciplare fuori dalle aule scolastiche. Il paesaggio, le campagne, la natura, dunque, letti come libro vivente in cui saggiare una modalità diversa di accostarsi alle scienze, impadronendosi di un’etica nuova della conoscenza.

Cambiare la scuola
(Parte Quarta )

La scuola non deve diventare “adeguata alla società”, intendendo per società il mercato del lavoro e l’universo dei valori consumistici. La scuola deve diventare adeguata ai problemi del mondo complesso in cui viviamo, che non si esaurisce nella sfera della produzione, ma comprende i conflitti che lo agitano, i dilemmi di una natura gravemente vulnerata nei suoi equilibri, le disuguaglianze che lacerano le società umane. La scuola deve diventare adeguata ai saperi umanistici e scientifici che la ricerca più avanzata mette continuamente a disposizione delle istituzioni formative. Essa deve appropriarsi della visione olistica con cui i saperi scientifici, superando le tradizionali divisioni disciplinari, guardano oggi al nostro pianeta: come un tutto unificato da relazioni complesse e spesso invisibili. Occorre ridare unità al sapere e incoraggiamento all’insegnamento di tale sapere.

Cambiare la scuola
(Parte Quinta )

La scuola, come vuole la nostra Costituzione, costituisce un fondamento imprescindibile della mobilità sociale. Essa deve essere dunque pensata come strumento per fornire pari opportunità a tutti i ragazzi e ragazze, indipendentemente dalle loro provenienze familiari. Per questa ragione essa ha bisogno di risorse supplementari per intervenire sul proprio territorio, ridurre la dispersione scolastica, combattere la tendenza che la marginalità sociale ha di trasformarsi in marginalità culturale.
La scuola non può essere pensata fuori dal territorio in cui vive, anche perché dentro di essa precipitano i problemi sociali del nostro tempo. Le grandi migrazioni in atto sconvolgono tutto il nostro quadro sociale. Sempre più nuove culture e saperi e tradizioni di altri popoli si incontrano con la cultura occidentale.La scuola deve dunque essere messa in condizione di accettare le sfide inedite che le si presentano, aprendosi al dialogo interculturale, creando le basi di un nuovo cosmopolitismo, senza il quale il mondo diventerà una Babele ingovernabile, lacerata da guerre e conflitti.

Cambiare la scuola
(Parte Sesta)

Le riforme degli ultimi 20 anni, ispirate al compito di piegare gli istituti della formazione alle necessità immediate delle imprese, ha creato dentro la scuola, così come dentro l’università, un’ossessione normativa, un’ansia di controllo dei risultati, che sta soffocando la libertà dell’insegnamento, sta piegando il pensiero umano sotto il calco unidimensionale della prestazione efficiente. Occorre un’opera radicale di smantellamento e di delegificazione, che liberi la figura dell’insegnante dagli infiniti obblighi di rendicontazione che oggi l’opprimono, che gli restituiscano il tempo per lo studio, per l’insegnamento, per il dialogo con i ragazzi. Una scuola assillata dagli obblighi dei risultati si trasforma in una macchina burocratica che uccide ogni creatività. Creatività: la più rara materia prima per costruire un degno avvenire.Occorre infine comprendere che i dispositivi elettronici e gli apparati digitali che gli attuali legislatori spacciano quale frontiera dell’innovazione culturale e didattica, sono in realtà pura strumentazione tecnologica, che rimane vuota senza i contenuti, gli interrogativi fecondanti del sapere. Essa è un mezzo, per quanto utile e importante, non il fine e non può surrogare lo studio, la riflessione, il dialogo.

Cambiare la scuola
(Parte Settima)

Occorre una decisa politica d’investimento, indispensabile per mettere davvero al centro la scuola e la ricerca, per invertire la rotta di marginalizzazione del Paese e di esclusione di strati sociali e aree geografiche drammaticamente sempre più estese. Occorre liberare gli istituti scolastici da compiti impropri e gli studenti dall’attuale saturazione dei tempi, mettendoli nella condizione di sperimentare che il tempo dell’apprendere, del creare e dell’immaginare, della meditazione interiore, della consapevolezza di sé, è un tempo disteso, non quello soffocato delle mille cose mordi e fuggi, dei mille addestramenti, dei cento attestati. Tale restituzione alla scuola dei suoi compiti più propri deve ridare all’insegnante una dignità ormai compromessa: dignità nella costruzione di un sapere che docenti e studenti realizzano insieme, in una relazione umana reale, dialogica, con un impegnativo lavoro quotidiano. Perché lo studio è lavoro. La dignità dell’insegnante si realizza anche potenziando la sua cultura e la sua formazione, fornendo a questa figura l’opportunità di un aggiornamento continuo, grazie a un rapporto costante con le nostre università, alla possibilità di usufruire di periodi sabbatici di studio e di frequentazione di corsi, tirocini, lezioni.

Cambiare la scuola
(Parte Ottava)

Occorre bandire l’ideologia meritocratica, (che non significa disconoscere il merito), pensata per fabbricare l’individuo competitivo. La nostra società è già divorata da un agonismo economico sempre più spinto, oltre il quale c’è il conflitto armato. Noi dobbiamo realizzare nella scuola la cooperazione educativa, insegnare ai ragazzi la capacità di lavorare insieme, di riconoscere la cultura e la dignità dell’altro, di costruire già nella scuola la società solidale di cui l’umanità ha una drammatica esigenza. Noi non abbiamo bisogno di sempre più merci e sempre più a buon mercato, di beni che ormai saturano gli spazi quotidiani, non dobbiamo soddisfare bisogni sempre più indotti e superflui. La nostra necessità, oggi e per il prossimo futuro, è una società cooperativa e concorde, che si prenda cura delle risorse naturali minacciate da una predazione insensata e da una popolazione planetaria crescente. Senza un profondo mutamento dei paradigmi educativi, che guardino alla Natura come un bene comune da preservare, all’umanità come una sola famiglia con pari diritti, l’avvenire probabile sarà una guerra distruttiva di tutti contro tutti. “Può darsi – ha ammonito George Steiner – che tuttto finisca in un massacro”.

Cambiare la scuola
(Parte Nona)

La scuola va cambiata nei suoi contenuti, ma anche nelle sue strutture e nella sua organizzazione interna. E’ necessario un piano straordinario e immediato di messa in sicurezza e adeguamento degli edifici scolastici spesso vecchi, pericolanti, dotati di servizi inadeguati. E’ opportuna la stabilizzazione del personale precario della scuola con almeno 36 mesi di servizio con procedura speciale. Occorre eliminare le classi pollaio (non oltre 20 alunni per classe) con conseguente aumento del personale docente e tecnico-amministrativo, che preveda anche la presenza del medico e psicologo scolastico. Rivendichiamo una Scuola dell’infanzia comunale o statale garantita a tutti a partire da 3 anni, e la costruzione di asili nido pubblici in tutto il paese.Fine dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria.Abolizione della riforma della “Buona scuola”, cancellazione della riforma Bianchi per ill reclutamento del personale docente.Libri gratis alle medie e alle superiori. Mezzi pubblici gratis fino a 18 anni. Cinema e teatro gratis fino a 18 anni.

Foto di Wokandapix da Pixabay

Come difendersi dai disastri climatici?.-di Piero Bevilacqua

Come difendersi dai disastri climatici?.-di Piero Bevilacqua

I tecnici dei vari partiti politici immaginano che le frane e le
alluvioni che sconvolgono il nostro Paese si contrastano con opere di
ingegneria, creando qua e là cantieri, arginando qualche torrente,
contenendo qualche frana, affidando appalti qua e là ecc.Certo, anche
queste singole opere sono necessarie.

Ma si tratta di interventi
isolati di riparazione, che peraltro, come mostra l’alluvione delle
Marche, non si riescono neppure a realizzare. Per una strategia più
ampia occorre avere presente quella che è la più grave questione
territoriale dell’Italia: la dorsale appenninica, che attraversa
l’intera Penisola, è sempre più spopolata e abbandonata, mentre la
popolazione, le aziende, le infrastrutture si concentrano nelle
pianure e valli litoranee, con un intasamento crescente e in avvenire
pericoloso.

Sulle alture, che in Italia occupano poco meno dell’ 80%
del territorio, il suolo, per secoli coltivato e presidiato dalle
famiglie contadine, rimane sempre più alla mercé degli eventi
atmosferici. Nessuno inalvea più le acque correnti, crea invasi, cura
il bosco, ripara i muretti di contenimento. Cosi tutti i processi di
dilavamento e di erosione precipitano a valle senza più controllo
nella zona più ricca del Paese, creando le distruzioni a tutti note.
Dunque per affrontare i disastri occorrono interventi immediati, dove
esistono i pericoli, ma soprattutto una strategia di più lunga lena.

E’ necessaria una politica adeguata per limitare gli incendi dei boschi
(come quella adottata da Tonino Perna nel Parco d’Aspromonte).Occorre
abbandonare gli edifici che negli ultimi anni sono stati costruiti
nelle golene dei fiumi, quando non direttamente negli alvei.La natura
va rispettata e non irresponsabilmente sfidata. Bisogna ridurre a zero
la cementificazione dei suoli. Prendiamo ormai atto che le terre
d’altura saranno sempre più preziose in futuro perché meno soggette ad
allagamenti. E’ perciò necessario riportare la popolazione in queste
aree, offrendo ad essa vantaggi economici. E non pensiamo solo ai
nostri ragazzi e ragazze.

Noi facciamo morire nel Mediterraneo
migliaia di giovani che potrebbero far rinascere tante terre interne,
con un minimo di aiuto pubblico. E’ infatti solo la presenza costante
di uomini e donne nelle zone di altura, con le loro economie,
agricolture, pascolo, selvicoltura, può consentire la cura quotidiana
dei territori, può impedire che il suolo e le acque precipitino
rovinosamente a valle colpendo il cuore ricco del Paese.

Unione Popolare Difende l’agricoltura contadina e biologica, la selvicoltura,
il piccolo allevamento, l’acquacoltura , rivendica un reddito di
presidio ambientale per tutti i piccoli produttori che operano in
collina e in montagna.

Un’economia di pace per gli uomini e il pianeta.-di Piero Bevilacqua

Un’economia di pace per gli uomini e il pianeta.-di Piero Bevilacqua

L’agricoltura industriale, per via della concimazione chimica, dei diserbanti, dei fitofarmaci, ecc. isterilisce il suolo esponendolo alla desertificazione. Ogni anno nel mondo si perdono per effetto della coltivazione estrattiva e dei fenomeni atmosferici tra 10 e 12 milioni di Ha di terra fertile.

Lo scioglimento dei ghiacciai fa mancare l’acqua al Po così che l’Adriatico sale verso la foce salinizzando e rendendo improduttive sempre più vaste aree agricole. Nei prossimi anni mancherà l’acqua alla Pianura padana alimentata dalle nevi alpine. Questa estate il calo di portata di grandi fiumi come il Reno e il Danubio ha reso problematico l’intenso flusso di commercio che da secoli si svolge nel cuore dell’Europa. Il livello dell’acqua diventa sempre più basso e le imbarcazioni grandi e piccole non possono più navigare. Il Rodano e la Garonna, in Francia, hanno stentato a raffreddare i reattori nucleari perché le loro acque sono sempre più calde.

Gli eventi estremi, prolungate siccità, estati sempre più calde, piogge improvvise e distruttive, perfino uragani, si abbattono ormai sui nostri territori. Anziché avviare politiche per adattare i nostri habitat a questo nuovo drammatico scenario, che sarà la normalità del nostro futuro, i nostri gruppi dominanti puntano alla crescita economica per macinare profitti, e non si accorgono di stare distruggendo le basi stesse della produzione della ricchezza. Ma oggi i dirigenti politici di quasi tutti i partiti fanno di più. Su richiesta della NATO intendono portare la spesa in armamenti al 2% del PIL, circa 40 miliardi di € l’anno.

Soldi sottratti alla sanità, alla scuola, ai comuni, all’occupazione dei nostri giovani. Oggi continuano ad alimentare la guerra tra Russia e Ucraina, inviando nuove armi. In TV i leader cianciano di lotta al riscaldamento del clima. Ma quanti gas serra sta producendo quella guerra, che vogliono prolungare, senza alcuno sforzo di negoziato?

E’ ora di dire basta, non un voto per i partiti della guerra, della morte, della distruzione dell’ambiente. Unione popolare, che ha sempre condannato l’invasione della Russia, propone di smettere di inviare armi e di avviare una conferenza di Pace coordinata dall’ONU.

Foto di Daniel Reche da Pixabay

Una prospettiva agricola per il Sud.-di Piero Bevilacqua

Una prospettiva agricola per il Sud.-di Piero Bevilacqua

A me è accaduto , alcuni anni fa di chiedere in più occasioni, in vari bar della città di
Catanzaro, una spremuta di arancia e di sentirmi rispondere con una
domanda:”Fanta?”. Spero che voi cogliate la gravità un po’ ridicola di tale risposta.
Noi lasciamo marcire sul campo le nostre arance e vendiamo nei bar il prodotto
industriale di una multinazionale.

E’ un esempio, piccolo certamente, ma significativo
di un quadro generale drammatico della nostra economia, della sua dipendenza
“coloniale” anche per i beni derivati dall’agricoltura. Noi non riusciamo a produrre
ricchezza dalle nostre terre, con il nostro vantaggiosissimo clima, con i nostri saperi
agronomici, le nostre tradizioni artigianali e culinarie, e veniamo colonizzati dai
prodotti fabbricati in altre parti del mondo.

Nel gesto di consumare un’aranciata Fanta, così come le pesche da agricoltura
industriale dell’Emilia, sono condensate varie conseguenze di ordine economico,
culturale, salutistico. E’ ovvio che se compriamo frutta o sue trasformazioni
provenienti da fuori, noi diamo il nostro denaro ad altre economie e impoveriamo il
nostro territorio. Ma in questo modo noi rinunciamo a un prodotto sano, coltivato in
loco, fresco, preferendo un bene non solo scadente, ma potenzialmente dannoso per
la salute.

Sapete perché le pesche che giungono nel nostro mercato hanno un bel
colore e risultano tutte uguali, ma sanno di niente? Perché sono pesche “agli ormoni”.
In natura non accade che i frutti maturino sulla pianta tutti insieme e poiché nelle
aziende agricole industriali, dove la raccolta delle pesche è meccanizzata, occorre
che la macchina raccoglitrice trovi i frutti nello stesso grado di maturazione. Per
ottenere tale risultato gli imprenditori, spruzzano sulle piante dei preparati con
ormoni vegetali (auxine), così che i frutti maturino tutti insieme.
Credete che la perdita dei nostri frutti, verdure, legumi, cereali tradizionali e dei piatti
collegati con questo nostro patrimonio di beni e di cultura, sia senza conseguenze per
la nostra salute?

Una sola, autorevolissima testimonianza, relativa a tutto il nostro
Sud, che negli ultimi anni ha perso tanta agricoltura e cucina tradizionale. Nel 2006 un
rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità relativo alla diffusione dei tumori in Italia
scriveva: “A mano a mano che abbiamo abbandonato le nostre agricolture tradizionali,la nostra
antica alimentazione, acquisendo gli standard dei consumi industriali, ci siamo
sempre più esposti alle malattie degenerative”.

Un polo agricolo e scientifico.

E’ possibile invertire questa tendenza, che ovviamente riguarda tutte le nostre
campagne?Un declino che spopola paesi, impoverisce famiglie, distrugge la
biodiversità, desertifica territori? Oltre che necessario, credo che sia possibile e che
anzi il rovesciamento di tale tendenza possa costituire un progetto in grado di
appassionare i nostri giovani più intraprendenti. Occorre guardare al territorio non
più come una realtà inerte, in attesa di essere “valorizzato” con la costruzione di case
e centri commerciali (veri centri di raccolta dei nostri soldi che vengono portati
altrove) ma come luoghi fertili, potenziali produttori di beni e di ricchezza.

A Catanzaro, nella località di Giovino, potrebbe nascere un Parco delle Varietà
Frutticole Mediterranee, un’area in cui si raccolgono e coltivano le centinaia e
centinaia di varietà dei nostri alberi da frutto. Oggi molte di queste piante sono
presenti nei vari vivai della regione, presso i privati che le coltivano in modo
amatoriale, disperse e spesso abbandonate nelle nostre campagne. Ma non formano
aziende agricole vere e proprie fondate sulla varietà.

Ad Agrigento, nella Valle dei Templi, alcuni agronomi dell’Università di Palermo
hanno costituito anni fa il Museo vivente del mandorlo: un vasto giardino con centinaia
di piante che producono mandorle e che tra febbraio e marzo attraggono folle di visitatori
per la loro fioritura spettacolare. Ma l’esempio più importante che io conosca sono i cosiddetti Giardini
di Pomona, realizzati nelle campagne di Cisternino, in Puglia. Qui, un solitario
amatore è riuscito a piantare circa mille piante da frutto, di cui oltre 400 varietà di
fichi.

Naturalmente, accanto al Parco dovrebbero sorgere uno o più vivai, dove le varietà
vengono riprodotte e vendute, così da sostenere la diffusione di una frutticultura
fondata sulla varietà e sulla qualità in tutte le campagne del comune di Catanzaro,
dentro la città, anche nei giardini, nelle aree degradate e nude, e potenzialmente nel
resto del Sud. Giovino dovrebbe diventare il modello e il centro d’irradiazione di una
nuova arboricoltura di qualità, fondata sulla ricchezza della varietà. E’ ovvio che la
riscoperta delle varietà antiche e la messa in produzione dovrebbe riguardare anche
le nostre piante orticole, i legumi, le erbe officinali, aromatiche, ecc.

Ma ciò che bisogna sottolineare è una novità storica importante. La nuova agricoltura
non è un settore economico arretrato e residuale, ma un ambito avanzato e di
avanguardia dell’economia del nostro tempo. Essa non si limita più a produrre carote
o patate, ma crea beni molteplici e svolge, come già accade in Italia e in tante regioni
d’Europa, numerose funzioni. Nei frutteti, ad esempio, è possibile allevare a terra i
volatili (polli, oche, anatre, tacchini) col risultato di contenere le erbe spontanee,
fertilizzare costantemente il terreno senza dover ricorrere a concimi, aggiungere al
reddito della frutta anche quello della vendita delle uova, dei pulcini, della carne. Ma
in ogni azienda agricola non industriale, accanto alla produzione normale oggi si fa
trasformazione dei prodotti ( vino, conserve, marmellate, miele, frutti essiccati,ecc),
ristorazione, talora accoglienza turistica, didattica per le scuole, agricoltura sociale per
i portatori di handicap, ecc.

L’azienda agricola è inoltre un presidio territoriale, fa vivere gli abitati e i villaggi vicini,
protegge il suolo dall’abbandono e dall’erosione,
conserva e rinnova il paesaggio, tutela la bellezza dei nostri territori e un ambiente
sano. Ai piccoli contadini oggi l’UE dovrebbe fornire un reddito di base per il prezioso
lavoro che svolgono di custodi e manutentori del territorio. E questa è una battaglia in
corso.

A tutte queste novità occorre aggiungere alcune importanti informazioni, decisive per
far comprendere che le nostre campagne costituiscono un potenziale economico
straordinario. Negli ultimi anni, grazie a un decisivo mutamento culturale, è esplosa
una nuova domanda di prodotti salutistici, che riguardano sia la cosmesi sia,
soprattutto, l’alimentazione. Sempre di più vengono richiesti prodotti cosmetici non
industriali, che non danneggiano la pelle, composti da materiali naturali e non
chimici.

Il successo straordinario che sta avendo in questi anni l’aloe rappresenta
l’esempio più evidente. Ma in espansione è tutto il vasto campo degli integratori
alimentari e dell’alimentazione macrobiotica, soprattutto i semi, ma anche gli oli
essenziali, i succhi, le tisane,ecc. che incrementano la domanda di lino, canapa,
sesamo, malva, melagrane, ecc. Per le nostre terre, grazie alla mitezza del nostro
clima, alla ricchezza della nostra biodiversità naturale, si aprono prospettive di grande
interesse, che indicano nell’agricoltura, soprattutto ai nostri giovani, non un ingrato
esilio di fatica e miseria, ma un campo di continue scoperte e innovazioni e di
possibilità di occupazione e di reddito.

Naturalmente, fondamentale è associare alla produzione agricola la trasformazione
artigianale dei prodotti. Questo significa non soltanto accrescere il valore dei beni
cavati dalla terra, ma ambire anche a un mercato più vasto, di scala internazionale.
Trasformare la cipolla di Tropea in una pasta racchiusa in un vaso, o perfino in un
tubetto, utilizzabile nei ristoranti, com’è stato fatto, significa farne un prodotto
mondiale, con un valore simbolico che esalta un intero territorio.

Perciò a Giovino occorre progettare e incoraggiare la nascita di piccole imprese di trasformazione,
in modo da formare un vero e proprio distretto agro-industriale, come ne esistono
anche di dinamici e fiorenti nella nostra Calabria. Occorre uscire da una subalternità
culturale non più tollerabile, che riguarda l’intero Sud. Vi ricordo che la Sicilia, il
giardino d’Europa, per decenni la regione prima produttrice di agrumi nel mondo, non
ha mai creato un grande marchio d’aranciata. Della Calabria, buona seconda dopo la
Sicilia, quanto a produzione, non è il caso di parlare. Basta la Fanta.

Infine. Se l’agricoltura non significa più coltivare patate e cipolle, se è un ambito
complesso di attività in continua evoluzione, è evidente che occorre un contributo
della ricerca scientifica per sorreggerla. A tal fine un completamento dell’intero
progetto sarebbe la creazione di un Istituto per la studio della biodiversità agricola e
delle piante della regione mediterranea. Un centro di ricerca, che potrebbe
connettersi con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria, col fine di
studiare le potenzialità farmacologiche e d’altra natura delle nostre piante, ma anche
il miglioramento varietale, le patologie, ecc. Un progetto ambizioso, in grado di
attirare tante giovani intelligenze, che potrebbe essere finanziato dall’UE e che
intensificherebbe anche i rapporti di collaborazione scientifica con i Paesi che si
affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo.

Il PD: il grande inganno nella storia della Repubblica.-di Piero Bevilacqua

Il PD: il grande inganno nella storia della Repubblica.-di Piero Bevilacqua

Solo mettendo insieme i fatti, le scelte compiute in una prospettiva storica, è possibile comprendere la natura di un partito.La vicenda delle forze di centro-sinistra e poi del PD è paradossale: considerati da milioni di italiani una formazione progressita e popolare hanno operato invece come una forza di destra contro la classe operaia e i ceti poveri, contro gli interessi del Paese.

Essi hanno impresso una torsione autoritaria alle nostre istituzioni e svuotato in punti fondamentali la Costituzione.
A partire dalla legge 1999,n,1 (governo D’Alema) il Presidente della Giunta Regionale viene eletto a suffragio
universale, creando cosi un presidenzialismo territoriale, che non ha contrappesi, perché l’opposizione è privata di poteri. Con la riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, votata dalla maggioranza di centro-sinistra viene avviato il federalismo fiscale il cui principio di fondo è che ogni regione ha diritto a usare per sé la ricchezza che
produce.

E’ il principio che apre la strada al regionalismo differenziato, voluto dalla Lega, che distrugge la solidarietà tra i
territori, mettendoli in competizione e dissolvendo di fatto lo Stato unitario. Nel 2011 il PD vota l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio limitando costituzionalmente la possibilità dello Stato di aiutare i cittadini più deboli.

A partire dal Pacchetto Treu, assando per il Job’s Act del governo Renzi, sono stati smantellati i diritti dei lavoratori conquistati in anni di lotta e fatto dilagare i lavori precari. Con la Buona scuola si completa l’aziendalizzazione
della scuola, trasformando la formazione in apprendistato, mai agendo per recuperare i miliardi sottratti dai governi precedenti.

Senza contare i governi dell’Ulivo, il PD è stato al governo per 10 anni e oggi siamo l’unico Paese europeo che negli ultimi 30 anni ha registrato una regressione dello stipendio medio annuale del 2,9%.’ Secondo la relazione dell l’INPS del luglio 2022, il 28% dei lavoratori non arriva a guadagnare 9 euro l’ora lordi. Oggi i poveri assoluti sono oltre 5 milioni e quelli relativi oltre i 7. Un paese lacerato dalle disuguaglianze con una moltitudine di poveri e un pugno
di ricchi che diventano sempre più ricchi. Nonostante questo il PD ha votato a favore della decisione di portare al 2% del PIL la spesa in armamenti e continua ad appoggiare la guerra in Ucraina.

Ma i governi nazionali e locali del PD infliggono danni anche all’ambiente. L’ultimo Rapporto nazionale ISPRA denuncia che negli ultimi 10 anni abbiamo perso 19 ettari di suolo al giorno, per effetto di cementificazione.

Nonostante questo disastroso bilancio, in cui abbiamo segnalato solo alcune voci, il PD continua a fare le Feste
dell’Unità come se fosse il vecchio PCI. E’ un inganno, il trucco che ha permesso ai governi,con o senza il PD, di varare leggi impopolari neutralizzando ogni opposizione sociale.Il fatto che esso abbia sostenuto battaglie a favore dei diritti civili non ne cambia la natura: in Europa le destre liberali lo fanno da tempo.

Ma come siamo arrivati sin qui?- di Piero Bevilacqua

Ma come siamo arrivati sin qui?- di Piero Bevilacqua

Come è stato possibile arrivare all’attuale grado di impotenza della politica, disugaglianza tra i cittadini nei poteri e nel godimento dei diritti , dissolvimento individualistico della società, torsione autoritaria delle istituzioni democratiche?

Io credo che le risposte forniteci dalla ricostruzione storica posseggano un elevato grado di chiarezza e di orientamento prospettico. Pur nei limti di una breve nota, si puo sostenere che il punto di partenza costitutivo, da cui prende avvio l’attuale stagione storica, sia da ricercare nella formidabile controffensiva della politica capitalistica partita nel Regno Unito e in USA sin dai primi anni ’80.

Una iniziativa, com’è noto, che si è materializzata nella lotta aperta alle conquiste sindacali del dopoguerra, nel disfacimento delle strutture del welfare rooseveltiano e di Beveridge, nella deregolamentazione del mercato del lavoro, nella liberalizzazione dei capitali, ecc.Tale iniziativa politica che consentiva al capitale di riprendere il processo di accumulazione frenato dai conflitti operai degli anni precedenti, ha goduto di un particolare successo di congiuntura storica, grazie al convergere astrale di vari e fortunatissimi fenomeni.

Il crollo dell’URSS – interpretato anche dai dirigenti dei partiti comunisti e socialdemocratici quale prova dell’impossibilità di una alternativa al capitalismo – ha permesso al vasto patrimonio analitico dell’economia neoliberistica, dei von Hayek e dei Friedman, di dilagare nella cultura mondiale e diventare il pensiero unico per i decenni successivi. (D.De Masi ne ha appena fatto un’agile e densa ricostruzione, in ‘La felicità negata’, Einaudi 2022)

La rivoluzione informatica ha permesso una ristrutturazione senza precedenti del capitalismo industriale, tramite svariatissime forme di frammentazione, esternalizzazione, delocalizzazione dei processi produttivi, che hanno destrutturato la fabbrica fordista, ghettizzato e resa impotente la classe operaia. Ma sempre grazie ai nuovi dispositivi informatici il capitale, non solo quello finanziario, ha acquistato una mobilità mondiale, che lo ha sottratto al conflitto operaio rimasto chiuso nel recinto dello stato nazionale.

E’ evidente a tutti oggi lo squilibrio tra la dimensione ancora nazionale, territoriale, della lotta popolare e di classe e la natura transnazionale del capitale. La politica moderna nasce, per i ceti popolari, come conflitto contro il modo di produzione capitalistico, che ha, nei suoi caratteri originari, la dimensione mondiale. Ricordano Marx ed Engels, nel Manifesto,che il capitale domina <> (die ganze Erdkugel). Perciò la scala della lotta contro di esso deve essere mondiale:<>.

Se nel conflitto tra capitale e lavoro, nelle vertenze dentro la fabbrica, il capitale gode del vantaggio di poter fuggire, di trasferirsi altrove, per gli operai, che in questo altrove non hanno alcuna rappresenza, la possibilità del conflitto è mutilata in partenza. Perciò l’impotenza che si è creata nel cuore originario dell’antagonismo anticapitalistico si riverbera su tutto il resto della società.

Se l’avversario scompare, la lotta non ha più direzione, la politica che dovrebbe rappresentarlo ( quella forma di soggettività organizzata intesa a cambiare il mondo) si spegne, resta solo amministrazione, scade in propaganda. E’ una ricostruzione storica necessariamente ridotta all’osso.Ma in essa non può mancare un secondo capitolo, che ci porta all’oggi. Negli anni ’90 sono stati i partiti ex comunisti e socialdemocratici i più formidabili agenti propagatori e realizzatori dell’agenda neoliberista. I più adatti, presentandosi col volto amico, a vincere le resistenze popolari e sindacali.

Sono Clinton in USA (che abolisce la Glass-Steagall Act nel 1999), Mitterand in Francia, Blair in UK, Schroeder in Germania, Prodi, D’Alema e Amato in Italia, ad avviare o continuare con varia incisività le politiche di privatizzazione di imprese e beni pubblici, deregolamentazione del mercato del lavoro, sostegno alle imprese, abolizione della progressività fiscale, emarginazione dei sindacati. Non conosco ricostruzione più ricca e circostanziata di questa fase di quella di S.Halimi, ‘Il grande balzo all’indietro.Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale’, Fazi 2006).

Dunque, da allora i grandi partiti popolari hanno compiuto un’opera mirabile di autoemarginazione: hanno privato lo Stato di buona parte dei poteri sull’economia che deteneva dal dopoguerra, e, lasciando piena libertà d’azione al mercato, hanno rinunciato – soprattutto in Italia – ad avere una politica economica, a impegnarsi nel governo della produzione della ricchezza e della sua distribuzione. Tale scelta coincideva con il distacco politico ed organizzativo dai ceti popolari, ai quali ormai si poteva elargire solo il “gocciolamento” della ricchezza prodotta dal processo di accumulazione, secondo la teoria neoliberista del trickle down economics.

Una scelta che ha lasciato sconfitti i ceti subalterni, ma ha salvato le élites dirigenti come ceto politico. Il quale, tuttavia, si è trovato doppiamente deprivato di potere. Per essere vincolato al territorio nazionale nei confronti del dominio capitalistico a scala mondiale ( la costituzione dell’UE neoliberistica non ha limitato, ma contribuito a tale processo) e per aver tagliato le radici col mondo operaio e popolare, privandosi della forza del conflitto di massa. La trasformazione dei partiti in agenzie di marketing elettorale è diventata dunque un passaggio naturale.

Il Partito Democratico incarna perfettamente questa deriva, non ha più bisogno di Gramsci per <>, gli bastano i sondaggi di Sandro Pagnoncelli. La cultura come strumento di lettura di un’epoca è scomparsa dall’orizzonte delle forze che erano state di sinistra. Da 15 anni sulla scena, gran parte dei quali in posizione di governo, il PD non ha neppure scalfito le disuguaglianze del Paese, che sono cresciute.Nessun “gocciolamento” verso gli ultimi.

Ma l’aspetto più grave del posizionamento di questo (come di gran parte degli altri partiti) è di non scorgere che il mercato è diventato lo scatenamento dei “poteri selvaggi”, come li chiama Luigi Ferrajoli. Forze che hanno messo a soqquadro il mondo del lavoro e saccheggiano a piene mani le risorse del pianeta. Poteri che spingeranno gli stati alla guerra per conservare gli spazi sempre più ristretti della sopravvivenza.

Non cè dunque alcuna prospettiva e via d’uscita a muoversi sulla scia di tali partiti, oggi impegnati nella campagna elettorale, l’unica forma di mobilitazione di cui sono capaci. Ma trovare altre strade di impegno politico, civile, ambientale è ancora possibile per chi non deve difendere piccoli interessi personali.

immagine tratta dalla diretta Tv della Camera dei Deputati.

Appello: ridiamo la parola ai cittadini italiani

Appello: ridiamo la parola ai cittadini italiani

Da oltre un mese l’Italia è sotto assedio. Il popolo ucraino, cui va tutta la nostra incondizionata solidarietà, è martoriato dalle bombe russe, noi dalla propaganda di un sistema informativo unilaterale e totalitario.

I nostri media infliggono una grave ferita alla democrazia italiana. E’ evidente che questa schiacciante attenzione alla tragedia ucraina ha diversi scopi. Essa cancella le gravi responsabilità dell’Europa, che negli ultimi 30 anni ha affidato la propria politica estera alla Nato a guida Usa, assecondandola in tutte le guerre condotte nei vari angoli del pianeta.

Oggi la guerra ce l’abbiamo in casa, gli Usa sono lontani, ma è l’Europa a sostenere i contraccolpi delle sanzioni, i costi dell’accoglienza, il flagello dell’inflazione. Ma Tv e grande stampa vogliono far dimenticare agli italiani i problemi irrisolti della sanità pubblica, dopo due anni di devastazione pandemica, della scuola dove gli studenti possono morire per incidenti sul lavoro, del Mezzogiorno dilaniato dalla disoccupazione di massa, della corruzione e del prosperare indisturbato delle mafie. Mentre contribuiscono a mettere da parte i programmi di transizione ecologica, a cedere alle lobbies dell’energia fossile. Ma lo scopo principale è ora far digerire agli italiani la proposta di portare al 2% del nostro Pil la spesa in armamenti.

Rimanere nel cono d’ombra della Nato, vale a dire piegarsi alla pretesa degli Usa di restare l’unica superpotenza del globo, è un errore strategico mortale: significa accettare un progetto di guerra perpetua, e soprattutto rinunciare a un ordine mondiale fondato sulla pace, il multilateralismo e la cooperazione fra gli stati.

Di fronte alle minacce del riscaldamento climatico e dell’esaurimento delle risorse, accrescere gli armamenti, alimentare i conflitti, è un delitto contro l’umanità, una corsa deliberata verso l’abisso.

Di fronte a questa prospettiva, alle forze politiche e di governo che sono diventate un unico raggruppamento di centro, impegnati a difendere il proprio recinto elettorale e dunque lo status quo, l’immobilismo che trascina il Paese nel declino, appare drammaticamente urgente intraprendere una iniziativa politica.

E’ necessario muoversi contro la guerra e per un accordo tra le parti. Ma occorre avviare con urgenza un percorso di confronto tra le forze democratiche e progressiste, in grado di dar voce ai bisogni dei cittadini e una speranza ai giovani.

Servono a questo scopo forze sociali e culturali che si mettano al servizio di un compito preciso, testimoniato anche da altri gruppi che hanno già intrapreso questo percorso. Scandagliare il territorio italiano, nella sua varietà policentrica, per far emergere i problemi veri del Paese e delle persone: dalla sanità alla scuola e alla ricerca, dalla questione del salario minimo al lavoro delle partite iva, dalla riforma del welfare ai temi di genere, dall’autonomia differenziata alla transizione ecologica, dall’economia della cittadinanza alla lotta alle rendite, senza mai dimenticare che operiamo in un pianeta in pericolo.

Un percorso che dia voce ai soggetti marginalizzati, a chi non ha voce e potere ma solo bisogni insoddisfatti, se non prospettive di una vita spezzata. Una voce che rimetta senza indugio al centro della sua azione le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento; e che torni a parlare di giustizia fiscale e ambientale, di rafforzamento dell’occupazione pubblica, di diseguaglianze e povertà, di un nuovo stato sociale, di spiazzamento delle posizioni di rendita, sia private che pubbliche.

Pensiamo a un rivolo che si accresce via via, raccogliendo affluenti dai vari punti delle Penisola, dai sindaci, dagli insegnanti, dagli operai, dai sindacalisti, dai semplici cittadini, alle organizzazioni delle cittadinanza attiva, dai militanti dei tanti collettivi politici e culturali, al mondo delle imprese a impatto sociale.

L’esito di questo percorso dovrebbe portare anche all’individuazione di nuove figure, nuovi candidati e candidate che nutrano il rinnovamento del ceto politico. Una nuova politica culturale mobilitante, per ottenere degli effetti, richiede nuove persone che si vogliano sperimentare in progetti e azioni collettive.

Pensiamo di chiedere questo sforzo generoso d’avanguardia intellettuale a persone con esperienza politica e militanza a favore delle donne, come Laura Marchetti e Tiziana Drago, a insegnanti che da anni si battono per una scuola democratica e contro l’autonomia differenziata, come Renata Puleo, a docenti universitari impegnati nel dibattito pubblico come Filippo Barbera, Pier Giorgio Ardeni e Rossano Pazzagli, a uomini politici di lunga esperienza, ma fuori dai partiti, come Luigi De Magistris, insieme a tanti altri che qui non è possibile menzionare.

Questo movimento dovrebbe anzitutto individuare un certo numero di proposte concrete e operative, all’altezza della radicalità delle sfide che si devono oggi affrontare, mettendo al centro i bisogni delle persone, la loro vita quotidiana e capacità di aspirare a un futuro migliore.

L’esito di questo confronto articolato e diffuso dovrebbe concretizzarsi nella grammatica minima per costruire – insieme agli altri soggetti del “Paese vivo” che si stanno orientando nella stessa direzione – una aggregazione plurale ma con un indirizzo chiaro.

In un Paese con un astensionismo al 40% e un’offerta politica ormai schiacciata verso il centro-destra, occorre restituire rappresentanza a una domanda di democrazia sostanziale e di sinistra che ha ormai perso la voce perfino per potersi lamentare. Occorre elaborare al più presto un programma in pochi punti a cui lavorare nei prossimi mesi.

Primi firmatari

Piero Bevilacqua, Filippo Barbera, Pier Giorgio Ardeni, Guido Ortona, Domenico De Masi, Ginevra Bompiani, Piero Caprari, Tiziana Drago, Maurizio Fabbri, Marina Leone, Ernesto Longobardi, Antonio Castronovi, Gaetano Lamanna, Vezio De Lucia, Enzo Scandurra, Domenico Cersosimo, Giuseppe Giuliano, Battista Sangineto, Ignazio Masulli, Salvatore Romeo Bufalo, Andrea Battinelli, Giuseppe Aragno, Laura Marchetti, Eugenio Occhini, Franco Trane, Renata Puleo, Raul Mordenti, Paolo Favilli, Pino Ippolito, Lucinia Speciale, Franco Santopolo, Sergio Simonazzi, Franca Grasselli, Pietro Soldini, Armando Vitale, Gregorio De Paola, Alberto Ziparo, Umberto Ursetta, Roberto Scognamillo, Luigi Vavalà, Mario Fiorentini, Roberto Musacchio, Amalia Collisani, Franco Novelli, Rossano Pazzagli, Rita Castellani, Salvatore Cingari, Vera Pegna, Gloria Sirianni, Dino Greco, Pierluigi Panici, Sandro De Toni, Umberto Carbone, Marcello Paolozza, Franco Blandi, Gianni Principe, Tiziana Colluto, Franco Toscani, Sonia Marzetti, Paolo Cagna Ninchi, Giuseppe Panuccio, Bruna De Andreis, Isabella Temperelli, Roberto Giordano, Susanna Crostella, Emilia Galtieri, Fabio Marcelli, Vito Teti, Ferdinando Laghi, Maurizio Pelliccia, Marco Cordella, Mara Rossetti, Alessandro Renzi, Marco Tassarotti, Riccardo Tranquilli, Laura Ceccarelli, Carla Grandi, Vincenzo Benessere, Nunzia Di Maria, Massimo Arcangeli, Eduardo Cimmino, Marina Castagneto, Daniela Lourdes Falanga, Ileana Capurro, Salvatore Panico, Franco Arminio, Agnese Palma, Enza Talciani, Gianfranco Argentero, Rodolfo Cilloco, Leonardo De Angelis, Enrico Chiavini, Franco Lufani, Luca Fontana, Giuseppe De Gregori, Piero De Luca.

https://ilmanifesto.it/ridiamo-la-parola-ai-cittadini-italiani

Il bellicismo suicida degli italiani.- di Piero Bevilacqua

Il bellicismo suicida degli italiani.- di Piero Bevilacqua

Ho dovuto leggere un paio di volte l’articolo di Andrea Carugati (Il manifesto, 17/2) che informava dell’ordine del giorno votato con maggioranza piena alla Camera al fine di “avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2% del Pil”. Si tratta di passare dagli attuali 25 miliardi di spese militari all’anno (68 milioni di € al giorno) a 38 miliardi (104 milioni al giorno). Ho dovuto rileggere il testo anche per persuadermi che era stato votato non solo dal PD, ma anche da LEU, con l’opposizione di Fratoianni, i gruppi di ManifestA, di Alternativa e i Verdi.

E’ davvero difficile non rimanere sbalorditi di fronte all’infantilismo bellicista del ceto politico italiano, gonfiato da una campagna mediatica attiva 24 ore su 24, che non si era mai vista nella storia della Repubblica. Una fanfara propagandistica così totalitaria e faziosa da guastare perfino il dolore per la martoriata popolazione ucraina che sopporta la sciagura per niente mediatica della guerra.

Il servilismo filo-atlantico non aveva mai toccato queste vette e si fa fatica a capire perché. Certo l’Italia ha subito per quasi quattro secoli il dominio dello straniero e si comprende che è nei cromosomi delle sue classi dirigenti l’attitudine alla subordinazione. Ma ora continuare a piegare la testa agli ordini della Nato a guida USA equivale a una cecità suicida di portata strategica così evidente da sbalordire.

Siamo con ogni evidenza di fronte a una incapacità dell’Italia e dell’Europa di far valere i propri interessi, che sono interessi di pace, ma che ora arriva all’autopunizione. I governi europei hanno avuto una grande occasione all’indomani del crollo dell’URSS, potevano essere i protagonisti di un nuovo ordine mondiale multipolare, attirando nella propria orbita la Russia, costringendo gli USA ad accettare la fine della guerra fredda e ridimensionare la Nato, prendendo atto dei nuovi grandi attori che entravano in scena: Cina,India Brasile.

E’ singolare come si dimentica che gli USA per tutti gli anni ’90 e oltre hanno fatto affari con la Cina, che comprava a getto continuo titoli dell’ingente debito pubblico americano e spediva merci a buon mercato alimentando l’perconsumo interno e tenendo a bada l’inflazione. Quindi la Cina non poteva essere un nemico. Il fantasma della guerra fredda bisogna rimetterlo in piedi altrove. L’espansione a Est della Nato che insidiava gli interessi dell’Europa non è stata minimamente contrastata dai governi del Vecchio Continente, anzi hanno sempre accettato la versione americana in ogni conflitto locale, imponendo sanzioni che ci danneggiavano, ignorando per pochezza politica le necessità di sicurezza della Russia, uscita umiliata dalla disfatta del ’91.

E’ evidente che l’Unione Europea, diretta da ragionieri ingobbiti sui calcoli finanziari per realizzare l’austerità economica, non ha mai alzato gli occhi sullo scenario internazionale degi ultimi 30 anni, se non per ubbidire alla Nato e infilarsi in tutte le sue guerre per trarre qualche piccolo vantaggio.Priva di ogni visione strategica, ora che si ritrova la guerra in casa manda strepiti infantili e rispolvera toni bellicistici d’antan. Ascoltare gli impegni di riarmo del cancelliere Scholtz evoca le pagine più buie segnate dalla Germania nel ‘900.

Quanto a noi italiani, che avremmo un potere contrattuale enorme nei confronti degli USA, con la Penisola diventata una partaerei americana nel cuore del Mediterraneo, trascuriamo che la nostra appartenenza all’Allenza ci costringere da decenni a stare su vari fronti di guerra, in violazione della Costituzione, a dilapidare somme ingenti in armamenti: nel 2021 il nostro governo ha programmato 12 miliardi di nuove spese. Risorse che potremmo spendere per vaccinare i poveri lasciati senza cure nei vari angoli del mondo anziché bombardarli.

Ci chiediamo: di fronte a queste scelte che senso ha aver varato il PNRR-Next Generation UE? Siamo mobilitati per cambiare il nostro modello di sviluppo, approntare risposte al ricaldamento climatico, affrontare quella che si presenta come la più imprevedibilie delle sfide che l’umanità abbia mai avuto di fronte, e noi dobbiamo inseguire le ambizioni geopolitiche degli USA?

Sappiamo, tuttavia, che appena si troverà una soluzione alla guerra e la polvere propagandistica si depositerà al suolo, anche noi che scriviamo e discutiamo vedremo quel che già vedono milioni di Italiani: un paese sempre più povero, devastato dalla pandemia, dai fallimenti a catena di piccole imprese ed esercizi commerciali, e ora dall’inflazione crescente e da tutti gli effetti di ritorno delle sanzioni alla Russia, con un Mezzogiorno flagellato dalla disoccupazione, un debito pubblico ingigantito che i ragionieri dell’UE ben presto ci rammenteranno. E tutti i partiti della Repubblica sono concordi nel portare al 2% del Pil le spese militari?

Quale Fisco per quale sinistra? Intervista video a Piero Bevilacqua

Quale Fisco per quale sinistra? Intervista video a Piero Bevilacqua

Il 9 marzo, presso il Centro scout in Largo dello scautismo 1, a Roma, dalle 10 alle 17,30 si terrà un incontro tra esperti e intellettuali dal titolo

Un nuovo fisco. Per un’alternativa politica e sociale.

In questa intervista Piero Bevilacqua, promotore della iniziativa, ne descrive le questioni che si intendono affrontare durante l’incontro.

Appello per Mimmo Lucano in Consiglio Regionale

Appello per Mimmo Lucano in Consiglio Regionale

Una presenza prestigiosa e trainante, in cui si riassume un’utopia concreta: quella della RIACE
accogliente, inclusiva, solidale, capace di ridare vita ad un paese in via di abbandono, come
quasi tutti i paesi delle zone interne della regione, attraverso una nuova idea e pratica dello
sviluppo locale.

Non si tratta di un percorso individuale ma di un’ esperienza inedita, difficile e affascinante
costruita in vent’anni attraverso un’ampia partecipazione corale – accanto a Mimmo Lucano – di
apporti culturali, politici e umani provenienti da tutta Italia e da molte parti dell’Europa.
RIACE è un modello di riferimento mondiale sui temi dell’accoglienza e dello sviluppo locale
“dolce”, basato su inclusione e lavoro, su integrazione sociale e partecipazione. Un modello che,
nel post pandemia, si presenta come un vero e proprio paradigma per alimentare relazioni umane
ed economie circolari, sostenibili e durature nelle zone interne e nell’insieme delle aree
marginalizzate da un trentennio di politiche liberiste.

Mimmo Lucano è un’icona di attaccamento e radicamento al proprio paese, alla terra, alla
Calabria. Non un radicamento chiuso, autocontenuto, localistico, bensì un radicamento dinamico
e aperto agli influssi esterni. Per Mimmo Lucano la forte simbiosi con la propria terra non
significa chiusura agli esterni, agli stranieri, al contrario la forza e l’originalità del suo modello è proprio la capacità di ibridazione tra locale ed esterno, tra bisogni dei nativi e bisogni dei nuovi
arrivi, tra i desideri di rinascita dei paesi e le speranze di ricominciare altrove degli immigrati.
Dunque è del tutto “naturale” la candidatura di Mimmo Lucano in una lista a sostegno dello
pseudo “straniero” De Magistris candidato a Presidente della Calabria. Una candidatura, peraltro,
che se da una parte ha forte connotato identitario, per la sua spiazzante originalità va ben al di
là del centrosinistra e ben oltre la nostra regione.

Radicamento non vuol dire isolamento.
Anche per questo un modello – in cui la visione locale si innesta in una globale – è diventato con
Mimmo Lucano l’espressione nel mondo dell’Altra Calabria e, insieme, di un altro Pianeta possibile.

Mimmo Lucano, che si è candidato con la sola forza delle sue idee, della sua grande umanità e
con l’esperienza concreta della sua Riace, rischia paradossalmente di apparire, proprio per
queste sue qualità, una sorta di “alieno”. In particolare in questa competizione elettorale che
egli ha affrontato “a mani nude”, con il sostegno delle persone candidate nella sua lista e dei
volontari impegnati nel coordinamento della campagna elettorale.

Ecco perché riteniamo necessario che, accanto a chi è già in campo, si muova, non stando alla finestra o dileguandosi, tanta gente libera che crede in valori importanti e vuole contribuire, mettendoci la faccia, ad aprire – attraverso una precisa scelta di campo- uno squarcio sul futuro amministrativo,
economico e sociale desiderabile della propria terra.

Noi, pur nel rispetto di opinioni diverse e degli altri candidati impegnati nel progetto di
cambiamento , lanciamo un appello a tutti i Calabresi che ne hanno conosciuto ed apprezzato la
storia ma anche agli altri ( soprattutto i delusi della politica altrimenti orientati all’astensionismo)a VOTARE MIMMO LUCANO

PERCHÉ LA SUA PRESENZA IN CONSIGLIO REGIONALE SAREBBE DI PER SÉ SPECIALE,
DIROMPENTE E CONSENTIREBBE DI METTERE IN MOTO CON PIU’ ENERGIA LE FORZE
INTERESSATE AL CAMBIAMENTO E ALLA TRASFORMAZIONE SOCIALE E POLITICA DELLA
CALABRIA, QUALUNQUE POTRA’ ESSERE LO SCENARIO CHE USCIRÀ DALLA
COMPETIZIONE.

Quello di Lucano sarebbe un servizio fortemente utile a tutti i cittadini, con una attenzione particolare agli
“ultimi”, agli “invisibili” e ai “non garantiti” nei propri diritti.
Ci impegniamo – e lo chiediamo a ciascuno – a contribuire in modo concreto, a dare maggiore
solidità e prospettiva agli ideali, ai sogni, alle utopie di Mimmo Lucano. E’ l’ occasione giusta
per farli nostri e provare almeno in parte a realizzarli.
Primi firmatari:

Mimmo Rizzuti- docente, attivista politico-sociale-
Nuccio Barillà –ambientalista, pubblicista-
Piero Bevilacqua storico, saggista-
Mimmo Cersosimo- economista, docente UNICAL –
Maria Josè Attinà- docente volontaria-
Edoardo Bai medico, comitato scientifico medici per l’ambiente(ISDE) –
Erminia Barca insegnante –
Cecilia Cavallo insegnante ,
Alessandra Corrado-sociologa – docente UNICAL-
Giuseppina Cundari neuropsichiatra infantile-
Piero Fantozzi – sociologo, docente UNICAL-,
Luigi Ferraro già presidente CAF CGIL Cosenza,
Stefania Fratto responsabile Centro Antiviolenza Mirabal,
Giuseppe Gaudio primo ricercatore centro politiche e bioeconomia- CREA,
Peppino Lavorato storico dirigente del PCI Calabrese, sindaco anti ndrangheta di Rosarno-
Rita Latella psicologa-
Maria Francesca Lucanto- Responsabile
BIBLIOTECA DONNE BRUZIE- Ugo Melchionda-Coordinatore GREI 250 –
Corrispondente OCSE
per INTERNATIONAL MIGRATION OUTLOOK-
Tomaso Montanari Rettore UNIVERSITÀ PER STRANIERI SIENA dal 1 Novembre 2021, commentatore politico- Ercole Giap Parini direttore DISPES UNICAL dal 1 novembre 2021 –
Romolo Perrotta Ricercatore UNICAL,
Riccardo Petrella
socioeconomista- saggista presidente AGORA’ degli ABITANTI della TERRA,
Piero Polimeni
ingegnere, ambientalista-
Francesca Prestia ARTISTA-cantastorie, docente-
Santa Rodà
casalinga-
Battista Sangineto-Archeologo docente UNICAL,
Enzo Scandurra scrittore saggista ,
Martina Talarico UNIURB,
Anna Maria Vitale sociologa docente UNICAL , A
lberto Ziparo-docente UNIVERSITA’. Firenze-
Per aderire scrivere a: mimmo.rz@gmail.com

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

Quest’anno l’Italia ha assunto il ruolo di presidente del G20, il forum internazionale dei paesi più ricchi e potenti del mondo, che rappresentano quasi il 90 per cento del Pil mondiale e contano il 65 per cento della popolazione.

E’ evidente che una parte del mondo, circa il 35% della popolazione mondiale, che vive le peggiori condizioni di povertà ed emarginazione, non viene presa in considerazione.
Noi pensiamo che questo non solo non sia giusto, ma non contribuisca certamente ad affrontare e risolvere le grandi sfide del nostro tempo: la fame, l’impoverimento crescente della popolazione in ogni parte del pianeta (con poche eccezioni), i danni provocati dal mutamento climatico, la riduzione delle risorse naturali essenziali, il proliferare di guerre locali e corsa agli armamenti delle grandi potenze.

E’ necessario un RIEQUILIBRIO sia territoriale che sociale, una convergenza che superi le attuali, crescenti, diseguaglianze, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra la società umana e la natura, nel rapporto tra città e campagna, per ripristinare il patrimonio naturale ereditato, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra economia reale e finanza per non caricare più le nuove generazioni di pesi insostenibili (debito finanziario e debito ecologico).

Per queste ragioni pensiamo di organizzare un incontro dei Last 20, degli ultimi paesi della terra per reddito, qualità della vita, condizioni socio-sanitarie ecc. Paesi non poveri, ma impoveriti da conflitti etnici, guerre (dai G20 spesso sponsorizzate!), sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali. Se non partiamo dall’affrontare queste situazioni estreme non risolveremo i problemi con cui devono fare i conti i G20: basti pensare ai flussi migratori o allo scempio delle risorse naturali.

Ma, soprattutto, quello che riteniamo sia giusto è di inviare un messaggio:
CI SIAMO PURE NOI SU QUESTO PIANETA E ABBIAMO DIRITTO AD UNA VITA DEGNA.

I paesi individuati sono:
Malawi, Etiopia, Guinea Conakry, Liberia, Yemen, Guinea Bissau, RD Congo, Mozambico, Sierra Leone, Burkina Faso, Eritrea, Mali, Burundi, Sudan, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Niger, Libano, Afghanistan.

GLI OBIETTIVI DELL’EVENTO

Abbiamo pensato di organizzare questo incontro dei Last 20 seguendo cinque tematiche/obiettivo che riteniamo essenziali in questa fase storica:
a)Il mutamento climatico e i suoi effetti su questi paesi, in particolare su quelli dell’africa sub-sahariana.
b)La questione sanitaria. Sono tutti paesi con una aspettativa media di vita intorno ai 50 anni, con debolissime strutture sanitarie, e una quasi totale mancanza di prevenzione. La situazione si è ulteriormente aggravata con la pandemia generata dal Coronavirus.
c)La fame e l’impoverimento: la risposta dei soggetti sociali che resistono e si organizzano. Organizzazioni di contadini, studenti, donne, artigiani che stanno cercando con grandi sforzi di contrastare questa situazione. La richiesta dei governi di questi paesi. La ricerca di un altreconomia.
d)Immigrazione e accoglienza. Intercultura. Fare conoscere questi paesi al di là degli stereotipi. La loro grande cultura e storia. Il ruolo dei corridoi umanitari che vanno potenziati ed estesi a tutti i paesi attraversati da conflitti, siccità, gravi condizioni socio-sanitarie. Il ruolo della cooperazione decentrata.
e)Il ruolo politico di questi paesi. Come far sentire la voce degli ultimi. Tentativo ambizioso: un documento comune che chieda alla Comunità internazionale e al G20 di farsi carico dei bisogni di queste popolazioni e della tutela ambientale in questa parte rilevante del pianeta.

PROGRAMMA INCONTRI

1)Dal 22 al 25 luglio: inaugurazione a Reggio C., quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e /o “governi in esilio”, delle culture di questi paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su flussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.
2)9-11 settembre a Roma, due giorni.
Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto.
Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue.

3) 17-20 settembre L’Aquila, Sulmona, Agnone, Castel del Giudice, Colle d’Anchise. I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il futuro a partire dall’oggi Le seconde e terze generazioni di immigrati. Il superamento dei conflitti: il ruolo delle Ong. Il dialogo interreligioso.

4) dal 26 al 30 settembre Milano. Incontro con rappresentanti di questi paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute, altreconomia.
5) 3-4 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace
Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

L’evento è stato promosso dal Comune e Città metropolitana di Reggio Calabria, Re.Co.Sol. (Rete Comuni solidali), VIII Municipio di Roma, Fondazione Terres des Hommes (Italia), ITRIA, in partenership col C.I.R.P.S (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), Mediterranean Hope, Rete azione Terra, Federazione delle diaspore africane in Italia, Fondazione Casa della Carità (Milano).

Prima tappa Reggio Calabria.
22 luglio ore 10:30 Piazza Water Front inaugurazione del ponte intitolato all’ambasciatore italiano Luca Attanasio e alla sua scorta. Sarà presente l’on. Marina Sereni vice- ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’ambasciatore del Congo in Italia, nonché altre autorità locali, nazionali, estere. Saranno anche presenti i genitori e la moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio.
(Visita al Museo della Magna Grecia, al Lungo Mare Falcomatà . Pranzo).
Ore 15:30 Anfiteatro Ecolandia: inaugurazione Last Twenty. Saluto autorità e rappresentanti dei 20 paesi ospitati, ambasciatori o altra rappresentanza della società civile. Inaugurazione mostra Mediterranean Hope. Luciano Scalettari il Presidente di ResQ People Saving People (la nave degli italiani che accolgono), Corrado Mandreoli, Vicepresidente di ResQ.
Ore 17:00: Migrazioni, conflitti, religioni nei Last Twenty
Intervengono: On. Marina Sereni ( viceministro degli Affari Esteri – MAECI), Lucio Caracciolo (Direttore Limes), Filippo Ivardi (direttore di Nigrizia), Ugo Melchionda ( International Migration Outlook, OCSE), Maurizio Ambrosini (Università Cattolica di Milano), Gianfranco Schiavone ( Pres. Consorzio Italiano di Solidarietà, membro direttivo ASGI), Marco Trovato ( direttore della rivista Africa), Godwin Chukwu per FEDAI (Federazione delle diaspore africane), Sayed Hamar (presidente di U.N.I.R.E., Bruxelles), Ivana Borsotto (Presidente Focsiv), Yvan Sagnet (presidente NO CAP ) Sofia Gonoury (Presidente comunità mozambicana), Pierfrancesco Majorino (europarlamentare), Dino Angelacci (Itria), Leila Ghanem (direttrice dell’Ecologist in lingua araba, Beirut), Yacoub Kibeida (Comunità sudanese Piemonte), John Mpaliza (Comunità congolese in Italia), P. Camillo Ripamonti (presidente Centro Astalli, Roma).

Ore 21:00 Diner (cena interetnica).
Ore 22:30 Spettacoli interculturali (gruppi locali e degli L20). Proiezioni di film su Afghanistan, Niger, Libano, in diversi spazi attrezzati.

23 luglio (visita al castello di Scilla e pranzo a Chianalea).

Ecolandia Ore 10:30 Il caso Riace: Incontro con Domenico Lucano
Intervengono Tiziana Barillà (giornalista), Simona Maggiorelli (direttrice Left), Alessia Candido (la Repubblica), Antonio Rinaldis (saggista), Enrico Fierro (il Domani), Coordina: Domenico Rizzuti.

Ore 16:00 I sessione: Corridoi umanitari: come sono nati ed evoluti
Intervengono: Luciano Griso (responsabile in Libano per MH), Andrea Gentili (Diaconia Valdese), Abrahalei Tesfay (Eritrea democratica), Valentina Loiero (giornalista), coordina Paolo Naso (Mediterranean Hope).

17:45 break
Ore 18:00 Noi abbiamo accolto: l’inserimento dei giovani nel sistema scolastico e nella vita sociale.
Mariella De Martino (International House), Daniela Malan (Diaconia Valdese), Daniela Pompei Comunità Sant’Egidio), Roberta Ferruti (Recosol);
Testimonianze da parte di rifugiati accolti : Ahmad Baali (Yemen), Sonia Masra(Siria). Coordina Demetrio Delfino (Assessore alle politiche sociali Comune di RC).

Ore 16:00. II sessione. Accoglienza immigrati: enti locali, associazioni, aree interne
intervengono i sindaci: Michele Conia Cinquefrondi (Calabria), Giuseppe Alfarano, Camini (Calabria), Stefano Ioli Calabrò, Sant’Alessio in Aspromonte (Calabria), Giovanni Mannoccio, Acquaformosa (Calabria), Franco Balzi, Santorso (Veneto), Riccardo Del Torchio, Besozzo (Lombardia), Leonardo Neglia, Petralia Sottana (Sicilia), Rosanna , Rosanna Mazzia ( Roseto Capo Spulico); Federica Giannotta, Sara Lo Presto ( Terre des hommes Italia); Francesca Ballarin ( Avvocato).
per le associazioni: Luigi De Filippis per Coopisa; resp. Nazionale Caritas italiana; Lorena Di Lorenzo (Binario 15). Lilia Infelise ( ARTES), Angelo Moretti (Referente rete piccoli Comuni Welcome).
Coordina Giovanni Maiolo (Recosol).

Ore 17.00 III sessione . Il contributo degli immigrati alla crescita economica, sociale e culturale: il valore aggiunto delle seconde generazioni.
Intervengono i rappresentanti di diverse comunità degli L20, tra cui: Abdou Babakar (sindacalista), Bertin Nnzonza (Associazione Mosaico), Twelde Shimail (Etiopia); Jean Paul Kabedu (Ruanda), APS), Bertrand Honoré (associazione Comrol APS), Boubakar Diallo (Amici Guinea – ADEGUI ODV), Anselme Bakudila (Comunità RDC in Italia). MARIANNA BRINDISI (Associazione CAMROL – APS), Taha al Jalal ( Yemen, Youtuber, Chef); Giorgio Dal Fiume ( WFTO). Coordina: Bruno Neri (Terres des hommes).,
Ore 17:30 IV sessione. La transizione ecologica: il ruolo delle comunità energetiche
Intervengono: Giannni Silvestrini (Kyoto club), Vincenzo Naso (presidente CIRPSI),
Daniela Patrucco (Energy 4 Com soc. coop.), Sergio Di Caprio (assessore regionale
all’ambiente), Umberto Valenti (promotore comunità energetica R.C.) (rappresentanti L20), coordina: Piero Polimeni (Polo NET).

Ore 21:00 Cena interetnica.
Ore 22:30 spettacoli interculturali (presenza di gruppi di artisti degli L20).

24 luglio ( visita a Pentedattilo. Pranzo sulla costa jonica reggina)
Prima sessione
Ore 16:00: Cooperazione internazionale cercasi.
Introduce On.Emanuela Del Re (incaricata dalla Ue per i rapporti con i paesi del Sahel). Intervengono: Pina Picierno (europarlamentare), Silvia Stilli (presidente AOI), Giorgio Melchini (presidente COSPE), Maria Poggi (Terra Nuova), Roberto Ridolfi (CIRPSI);
MANI NDONGBOU BERTRAND HONORE (Associazione CAMROL – APS);
Rappresentanti di Eritrea, Congo, Mozambico, Sudan, Somalia, ecc.
Coordina Paolo Naso ( Presidente Mediterranean Hope )

ore 17. 30 Il ruolo degli enti locali.
I sindaci: Gandolfo Librizzi, Polizzi Generosa (Sicilia), Filippo Guerra, Bardonecchia, Marisa Varvello, Chiusano d’Asti (Piemonte), Giorgia Li Castri, Feltre (Veneto), Ugo Frascherelli, Finale Ligure (Liguria), Enrico Pusceddu, Samassi (Sardegna);
Coordina Giuseppe Marino (assessore città metropolitana di R.C: con delega alla cooperazione internazionale).
Ore 19:30 Dibattito.

Seconda sessione
Ore 17:00: Una proposta per l’Europa: il ruolo dei giovani
Intervengono: Virgilio Dastoli (presidente Movimento Europeo), Cesare Zucconi (Sant’Egidio), Pietro Bartolo (europarlamentare), Fiona Kendal (Commissione chiese per i migranti in Europa), Alberto D’Alessandro (Presidente Casa Europa), Coordina Sayed Hamar (U.N.I.R.E.):

Terza sessione
Ore 17:00 Le giovani donne per il futuro degli L20
Intervengono:, Loredana Di Lorenzo (Binario 15), Laura Cirella (UDI), Brigitte Kabu( comunità RDC in Italia), Orbal Saboor (giornalista afghana rifugiata), Sofia Gonoury ( pres Comunià Mozambico), Laura Silvia Battaglia (giornalista, esperta Yemen).

Coordina Gabriella Gagliardo (presidente CISDA).
Ore 21:00 cena interetnica
Ore 22:30 spettacoli con artisti provenienti dai L20.

25 luglio ore 10:00:
Seduta plenaria con interventi dei coordinatori delle diverse sessioni.
Ore 13:00 buffet in sala Giuseppe Spinelli. Saluti.

Il governo Draghi non definisce il perimetro della sinistra.- di Felice Besostri e Enzo Paolini

Il governo Draghi non definisce il perimetro della sinistra.- di Felice Besostri e Enzo Paolini

Giuramento, previsto dall’art. 93 Cost., del Governo Draghi nelle mani del Presidente della Repubblica, 12 febbraio 2021. La formula del giuramento (art. 1 c. 3 l.n. 400/1988) è solenne “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.
Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021, fiducia al Governo Draghi con 262 senatori favorevoli, 40 voti contrari, 2 astenuti e 17 non partecipanti al voto. Camera dei Deputati, 18 febbraio 2021 con 535 favorevoli, 56 contrari, 5 astenuti e 33 assenti.
Questi sono i fatti, tutto nella norma, a parte la curiosità della data in cifre 12.02.2021, che è palindroma, fatto di un certo interesse per numerologi pitagorici, schiera, cui siamo estranei.

*
La discussione
Nella sinistra, cui le gatte da pelare non mancano, stiamo assistendo a una discussione, che se volesse mettere in luce la sua irrilevanza politica, non si potrebbe inventare niente di meglio: il giudizio negativo, senza appello, su chi si appresta a votare in Parlamento la fiducia al Senato e alla Camera, in quanto insensibili ai suoi valori tradizionali e corrotta dal potere e dalle lusinghe dei poteri forti, fino al punto di accettare la Lega ex Nord nella maggioranza e sdoganare il suo leader Salvini.

Fossimo ai tempi dei processi staliniani, che qualcuno ancora rimpiange, ci si spingerebbe fino a qualificarli come servi del nemico di classe o agenti della CIA e/o del sionismo internazionale.
Stiamo parlando di una sinistra, che alle elezioni del 2018 per la Camera dei Deputati ha avuto, nel suo complesso di 5 liste, di cui solo LeU sopra la soglia del 3%, il 4,97%, cioè meno del 5.9% del PSU, (il più votato delle tre liste di sinistra (PSU-PSI-PCdI,) del 5,03% del PSI e appena lo 1,2% in più del PCdI), ai primi vagiti alle elezioni del 6 aprile 1924, mentre i suoi eredi hanno avuto da allora 97 anni di pratica politica.

E non bisogna, dimenticare che si trattava di elezioni svolte, – in un clima di brogli e violenze squadriste denunciate da Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso del 30 maggio 1924 – con la legge Acerbo, la prima con premio di maggioranza, seguita dalla legge 31 marzo 1953, n. 148, meglio nota come legge-truffa, per le elezioni politiche del 7 giugno di quell’anno, dalla legge n. 270/2005 (Porcellum) berlusconian-leghista e, annullata la renziana legge n. 52/2015 (Italicum) prima che fosse applicata, infine la gentiloniana legge n. 165/2017 (Rosatellum), approvata, grazie al precedente Boldrini del 2015, di sconfessione del “Lodo Lotti” del 1981, con ben 8 voti di fiducia: una legge peggiorata con la legge n. 51/2019 del Conte I, giallo-verdebruno, e non modificata, malgrado il taglio del Parlamento ad opera della maggioranza giallo-rossa del Conte bis.

*

La costituzione
Se il perimetro della sinistra fosse determinato dalla fedeltà alla Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal nazi-fascismo, avremmo già dovuto amputarla prima delle elezioni del 2018, ma giustamente non è stato fatto, anche se la violazione dei principi costituzionali con le leggi elettorali del centro-sinistra e con le revisioni costituzionali, fallita quella Renzi-Boschi nel 2016 e approvata nel 2020 quella voluta sotto i due governi Conte, sia, in termini valoriali, molto più grave di un voto di fiducia a Draghi, che non ha nominato la Costituzione nel suo primo discorso parlamentare. Tuttavia, a meno di accusarlo a priori di essere uno spergiuro, ricordo che altri, che pure avevano giurato nelle mani del Presidente della Repubblica e nominato la Costituzione, hanno tentato di manometterla e approvato leggi elettorali incostituzionali.

Il governo Draghi è privo di una qualificazione politica fin dall’investitura presidenziale e non l’ha acquisita, fortunatamente, nemmeno dopo, come maggioranza Ursula. La maggioranza URSULA era inaccettabile perché comprende un PPE, con dentro FORZA ITALIA di Berlusconi e la FIDESZ di Orban, e i 26 voti decisivi (è passata per appena 9 voti sopra la maggioranza assoluta) dei clerical-conservatori polacchi di Diritto e Giustizia (PiS) del gruppo politico, ora presieduto dalla Meloni ed esclude la Sinistra europea e i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi. La Lega dopo la sua conversione europeista, per quanto improvvisa e improvvisata, oltre che strumentale, ora potrebbe farvi tranquillamente parte.

Nessuno a sinistra è in grado di dare lezioni. I ricorsi contro le leggi elettorali incostituzionali sono state o iniziative individuali di avvocati elettori, il Porcellum, o di giuristi democratici organizzati nel gruppo avvocati antitalikum, collegati al CDC (Coordinamento per la Democrazia Costituzionale). Tra i ricorrenti solo tre deputati di Sinistra, una della lista Monti e 15 M5S. Contro il Rosatellum i ricorsi diretti alla Corte costituzionale sono stati solo di parlamentari di M5S e di una deputata centrista. Nei ricorsi giudiziali, invece, è rimasto solo un parlamentare di Sinistra Italiana.

Contro Draghi? Ma per cosa in positivo, con quali programmi credibili e realistici per ridurre le diseguaglianze cresciute negli ultimi 25 anni, anche con governi di centro-sinistra? Il collante è stato di volta in volta l’antiberlusconismo, per di più avallando il suo schema bipolare e maggioritario, perché alla sera delle elezioni si deve sapere chi governerà, anche se lontano dalla maggioranza del corpo elettorale. Un impegno, peraltro mai rispettato tra ribaltoni e compravendite vincolo, invece, rispettato dal centro-sinistra, con democristiani e socialisti già investiti dalle inchieste giudiziarie di massa, nelle elezioni 1992. (53,24% e 358 seggi su 630 il pentapartito del governo Andreotti VI (1989-1991) ed anche il quadripartito dell’Andreotti VII(1991-1992) si conquistò 331 seggi, la maggioranza assoluta, con il proporzionale).

Poi il pericolo della rivincita della destra, favorito dalle leggi elettorali maggioritarie e bipolari, fatte saltare dal tripolarismo delle elezioni comparso nel 2013 ed esploso a danno della sinistra nel 2018 grazie ad una legge demenziale, come il Rosatellum, che avvantaggia coalizioni senza programma comune e capo politico unico, con liste bloccate e voto congiunto obbligatorio a pena di nullità e multi-candidature: il diritto ad un voto diretto, uguale, libero e personale è stato rubato agli italiani nel 2005 e mai più restituito, altro che dare la voce al popolo, che in democrazia se la prende da solo.

*

Le elezioni
La verità è che non si può votare per queste ragioni, non per la pandemia, visto che nel settembre 2020 è stata creata un’illegittima concentrazione elettorale accorpando il referendum costituzionale e 7 elezioni regionali, ma né la ex maggioranza giallo-verdebruna, né l’uscente giallo-rossa lo possono dire perché la legge elettorale vigente l’hanno voluta loro e l’assenza di tempestivi efficaci controlli preventivi di costituzionalità ha consentito l’entrata in vigore di un taglio del Parlamento, che al Senato viola l’uguaglianza degli elettori e che nel complesso del Parlamento amplifica le distorsioni tra voti in entrata e seggi in uscita e facilita il controllo della maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune da parte di coalizioni con consenso compreso tra il 30 e il 35% dei votanti, in costante diminuzione.

Quella vigente è, quindi, una legge, che rende il vincitore delle elezioni il dominus della nomina del Presidente della Repubblica, in scadenza nel gennaio 2022, e delle nomine di un terzo della Corte costituzionale e del CSM e del rinvio a giudizio del Capo dello Stato, se non si piegasse ai suoi voleri: lo stesso obiettivo dell’Italicum e della deforma costituzionale Renzi-Boschi.

Con questi problemi da affrontare e risolvere, insieme con la pandemia, il risanamento finanziario, la ripresa economica, la disoccupazione di massa e la tutela ambientale, il voto di fiducia è inevitabile ma il suo significato dobbiamo considerarlo uno stato di necessità, derivante dall’assenza di alternative: non c’è un’altra maggioranza e non si può votare con questa legge e se si vota prima della fine del mandato del Presidente Mattarella, la destra deciderà da sola il nome del Presidente della Repubblica, cui spetterà di nominare altri 4 giudici costituzionali.
Il governo Draghi andrà giudicato sui singoli provvedimenti, questo è l’unico metro di giudizio di una sinistra, che voglia dare un segno di esistenza e non di testimonianza di un passato altrimenti glorioso.

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Il Presidente
Approfittiamo della tregua elettorale, che il Governo Draghi impone e del semestre bianco per preparare sia una maggioranza presidenziale, che metta in sicurezza la Costituzione repubblicana e la forma di governo parlamentare, sia una sinistra alternativa. Il governo o di opposizione, lo potrebbe decidere finalmente il popolo nella sua maggioranza reale solo con una legge a impianto proporzionale, che garantisca alle minoranze politiche la presenza e la rilevanza parlamentare prevista dai principi costituzionali.

Con la Costituzione messa in sicurezza, con l’elezione di un suo garante affidabile, l’altro compito del nuovo soggetto politico della sinistra ampia sarà finalmente l’attuazione della Costituzione e dei suoi diritti fondamentali di estensione delle libertà, di eliminazione delle diseguaglianze, del diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione, con gli strumenti previsti dal suo titolo III della Parte Prima, a cominciare dalla tassazione progressiva.

Nel 2022, 130° anniversario della fondazione del primo partito di massa dei lavoratori italiani, dovranno essere poste le fondamenta del nuovo soggetto politico dei lavoratori, che faccia la sua prova alle elezioni del 2023, scadenza naturale della legislatura, con salde radici nei movimenti sociali e la cui collocazione all’opposizione o al governo sarà deciso finalmente da un voto libero e uguale del popolo.

Allora e solo allora, quando sapremo chi siamo e dove vogliamo andare con un’idea forte di futuro, e non più soltanto da dove veniamo con nostalgia del passato, si stabilirà il perimetro della sinistra, senza mosche cocchiere o grilli parlanti che dettino la linea.
Chi non vota la fiducia, merita rispetto, per la scelta che fa responsabilmente. Non sarà per questo un avventuriero o un settario, e neppure, l’unico depositario della verità.

Per concludere, se il governo Draghi definisse, in un senso o nell’altro il perimetro della sinistra: NON CI STIAMO!
Ormai in politica il contingente, addirittura l’effimero, diventa determinante: purtroppo, dopo il voto di fiducia del Parlamento al governo Draghi i buoni e i cattivi saranno-reciprocamente-chi ha votato a favore o contro: una divisione deprimente.
Se la sinistra deve dividersi allora meglio tornare indietro al passato all’uso, denunciato da Alain Touraine, delle parole “socialdemocratico” e “stalinista”, semplici qualificazioni, che come fossero insulti.

Allora, sarebbe, su un altro piano più nobilmente ideologico, contrapporre LENIN a KAUTSKY, la LUXEMBURG a BERNSTEIN o, in casa nostra, in tempi commemorativi del centenario del 1921 TURATI a BORDIGA o MENOTTI SERRATI, o più recentemente NENNI a TOGLIATTI o BERLINGUER a CRAXI, almeno avremmo a che fare con grandi personaggi, per quanto tragica possa essere la divisione, che hanno comportato.
Diversamente, meglio stare a casa, in quarantena, fino all’elezione del Presidente della Repubblica: la maggioranza presidenziale, chi elegge il Presidente e chi è eletto è più importante della maggioranza di governo. Su Gramsci e Matteotti torneremo più avanti.