Categoria: attività dall’osservatorio

Fermiamo la secessione del Nord

Fermiamo la secessione del Nord

E’ partita dalla Regione Veneto, ma si sta allargando a tutto il Nord Italia, la richiesta di autonomia regionale che farebbe gestire da queste Regioni il 90% del gettito fiscale per sostenere il welfare delle singole regioni.   Se dovesse realizzarsi questo progetto, le Regioni meridionali sarebbero duramente penalizzate e verrebbe meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani. Il divario Nord/Sud, già allargatosi durante la recente recessione economica, si trasformerebbe in abisso.

La Lega di Salvini rimane la Lega Nord e ha ingannato i meridionali con il suo slogan “prima gli italiani”. Non vogliono il reddito di cittadinanza perché ne beneficerebbero in gran parte i giovani meridionali disoccupati, e hanno ottenuto di spostarlo ad aprile 2019 quando faranno cadere il governo.   Non hanno rinunciato alla secessione, ma sono diventati più furbi e la stanno facendo passare, in silenzio, puntando sulla ignavia del M5S che se non ferma questi provvedimenti si renderà complice della definitiva emarginazione della società meridionale.

Fermiamoli!! Chiunque ha coscienza della gravità di questo passaggio storico, chiunque ha a cuore l’unità del nostro paese, chi non vuole essere complice della Secessione del Nord, faccia stampare questo appello e lo faccia affiggere nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle fabbriche,nei supermercati, presso le edicole e dovunque sia ben visibile e crei opinione. Ogni voto, ogni forma di consenso dato alla Lega costituisce un tradimento della Costituzione e del Sud, un’ ingiustizia perpetrata contro le sue popolazioni.

Qualche domanda sulla magistratura calabrese di Piero Bevilacqua

Qualche domanda sulla magistratura calabrese di Piero Bevilacqua

La formula di rito, << Le sentenze si rispettano >>, vale anche in questo caso, che riguarda la vicenda del sindaco di Riace, benché non si tratti ancora di una sentenza. L’indipendenza della magistratura è un fondamento dello stato di diritto ed è una garanzia per tutti, specie di questi tempi, in cui la legalità soggiace troppo spesso ai rapporti di forza esistenti. Ma questo non significa che non si possano fare delle riflessioni critiche sulla magistratura, com’è diritto e direi anche obbligo di ogni cittadino consapevole. E allora l’arresto di Mimmo Lucano, un sindaco – come hanno scritto e testimoniato a migliaia, in passato e in questi giorni – che ha fatto rinascere e dare speranza alla gente di una terra segnata dall’abbandono e da una criminalità endemica, è una enormità da inquadrare in un contesto sorico. Perché qualche considerazione d’insieme sull’opera della magistratura in Calabria occorrerebbe farla. E’ necessario che l’opinione pubblica nazionale si ponga qualche domanda sul fatto che in una terra dove l’amministrazione di un grande città come Reggio, viene sciolta per mafia, dove a San Luca d’Aspromonte da anni non si riesce ad eleggere un sindaco, venga arrestato il primo cittadino di un centro che fa della solidarietà umana un principio di sopravvivenza della popolazione. E’ una domanda a cui occorre aggiungere una considerazione più ampia. Perché se è vero che in Calabria operano magistrati come Nicola Gratteri e altri meno noti di lui, che rischiano la vita facendo il proprio mestiere, è anche vero che un’ampia zona di inerzia domina il resto della magistratura regionale. Si mette sotto controllo il telefono di un sindaco – certamente disinvolto e arruffato nel rispetto delle regole amministrative – ma il cui disinteresse personale è noto anche alle pietre della strada, e che cosa si è fatto per smantellare le reti del caporalato che fanno schiavi i ragazzi nordafricani nelle campagne di Rosarno? Che cosa ha fatto la magistratura calabrese per perseguire gli autori dei tanti incendi che in questi anni hanno distrutto migliaia di ettari di bosco, devastato campagne, ucciso persone e animali ? Dov’erano tanti magistrati calabresi e dove sono ancora, quando si costruisce abusivamente, si elevano case in zone franose, si deturpano le coste, si piantano pale eoliche tra gli uliveti, si fa a pezzi un paesaggio che un tempo era uno dei più selvaggi e suggestivi della Penisola? E dunque una parola di verità bisogna pur dirla. Se il territorio di questa regione è oggi uno dei più sfigurati d’Italia, una responsabilità non piccola è addebitabile all’inerzia della sua magistratura, alla sua insensibilità civile, alla sua modesta cultura. E’ da qui, solo da questo capovolgimento assurdo dei valori, che è potuta venire l’enormità dell’arresto di Mimmo Lucano.

L’Osservatorio del Sud nella sede della Fondazione Premio Sila49

L’Osservatorio del Sud nella sede della Fondazione Premio Sila49

L’Osservatorio del Sud è nato, su ispirazione ed impulso di Piero Bevilacqua, pochi mesi or sono con lo scopo principale di porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica nazionale i gravi problemi dell’Italia meridionale. L’Osservatorio vuole provare a rimettere al centro del dibattito pubblico il Mezzogiorno non con le retoriche recriminazioni, a volte persino neoborboniche, del passato, ma con una serie di analisi circostanziate e multidisciplinari che traggano il Sud fuori dalla coltre degli stereotipi che lo deformano, mostrandolo così com’è: piagato dalle disuguaglianze estreme, dalla disoccupazione endemica, dalla fuga inarrestabile delle intelligenze, dalla devastazione del territorio e dei paesaggi rurali ed urbani, dalle infiltrazioni strutturali delle organizzazioni criminali, dalle nuove povertà, ma che contiene anche qualche elemento di opposizione, di imprenditoria sana e dinamica, di nuove correnti culturali, di passione politica e civile, di generosi amministratori, di figure straordinarie che progettano e perseguono un nuovo mondo possibile. L’Osservatorio vuole dare voce a queste forze, vuole risvegliare le coscienze, un po’ assopite, della cosiddetta società civile, vuole parlare, insomma, a tutta la società meridionale provando a darle rappresentanza culturale e ideale.

L’Osservatorio -che ha anche un sito web con gli scritti degli Associati e dei membri del Comitato scientifico (ricordo, fra gli altri, Salvatore Settis, Gianfranco Viesti, Tomaso Montanari, Vito Teti, Tonino Perna ed Enzo Scandurra)- vuole non solo mettere insieme le intelligenze meridionali disperse nella Penisola ed in Europa, ma ha anche l’ambizione di elaborare idee, progetti e proposte, che aiutino le forze migliori a trovare la strada di un impegno corale di trasformazione sociale ed economica e di emancipazione civile.

L’occasione di stamani, e ringrazio Enzo Paolini per avercela data, è l’insediamento dell’Osservatorio presso la Fondazione Premio Sila49 che ospita, come ha già detto Paolini, una delle più importanti raccolte librarie sul Mezzogiorno. Una sede, questa di Via Salita Liceo, che è orgogliosamente incastonata nel cuore antico e délabré della città capitale dei Brettii e della Accademia cosentina e non di Alarico. La devastazione delle città e del paesaggio meridionale, nel secondo dopoguerra, ha scardinato l’indispensabile elemento identitario della stabilità dei luoghi e dei paesaggi che garantisce alle società un senso di perpetuità, in grado di conservare l’identità. L’Osservatorio, con il concorso della Fondazione Premio Sila49, si propone anche di stimolare ed aggregare le forze e le energie intellettuali del territorio nell’analisi delle forme e nella individuazione di metodi da usare per la ricomposizione armonica delle città, dei paesaggi meridionali e delle loro identità. L’Osservatorio del Sud si propone di stimolare e di favorire, tramite la più larga partecipazione attiva dei cittadini, la piena consapevolezza che il diritto alla città ed al paesaggio è un diritto fondamentale degli individui e delle comunità perché la forma delle città, e dei loro paesaggi, è intrinseca all’idea stessa di cittadinanza e di democrazia.

Testo del breve discorso tenuto, il 20 giugno 2018, dal vicepresidente Battista Sangineto in occasione dell’insediamento dell’Osservatorio presso la Fondazione Premio Sila 49, sita in Via Salita Liceo a Cosenza.

Perché è necessario il reddito di cittadinanza di Piero Bevilacqua

Perché è necessario il reddito di cittadinanza di Piero Bevilacqua

E’ il capitalismo, bellezza!

Ci tengo a rammentare in via preliminare che chi scrive è andato in giro per l’Italia a perorare la causa del reddito di cittadinanza (meglio chiamarlo forse di dignità, ma ritornerà nel merito) qualche anno prima che nascesse il movimento 5 Stelle.Non è una rivendicazione personale, ma una precisazione storica.

In Italia, per disinformazione o per debolezza di memoria, si tende a dare la primogenitura di questa proposta, anzi a identificare quello che da tempo è un vero e proprio movimento rivendicativo, con la formazione politica fondata da Beppe Grillo. E’ dalla fine del passato decennio che in Italia opera, con molteplici iniziative e pubblicazioni, il Basic Income Network Italia (BIN -Italia), collegata a una rete mondiale unificata dallo stesso fine.

Non considero tale rivendicazione un obiettivo rivoluzionario, ma una passaggio obbligato di medio periodo delle società industrializzate. D’altra parte, com’è largamente noto, in alcuni paesi europei governati da un un ceto politico meno inetto e corrotto del nostro, tale forma di welfare vige ormai da anni in diverse forme e versioni. Personalmente, considero la riforma più auspicabile nelle società capitalistiche, atta a creare nuovi posti di lavoro e distribuire più equamente il reddito, la riduzione della durata della giornata lavorativa.In coerenza con quanto è avvenuto nell’ormai secolare storia delle società industriali.Lavorare meno, lavorare tutti, secondo il felice slogan italiano, conosciuto anche all’estero, dovrebbe essere lo sbocco naturale nella situazione presente. Secondo quanto prevedeva e auspicava il maggiore economista del XX secolo, Keynes, nelle Prospettive economiche per i nostri nipoti (1930). Anche Marx prospettava una drastica riduzione del tempo di lavoro destinato ad attività produttive, ma quale esito del superamento della società divisa in classi.

Ebbene il nostro tempo assiste al più paradossale capovolgimento di un corso storico secolare. Nonostante la crescita costante della produttività del lavoro degli ultimi decenni, la durata della giornata di lavoro, anziché diminuire, è aumentata. Hanno cominciato , come sempre gli USA, dove negli anni ’90 i lavoratori erano occupati in media 350 ore in più all’anno rispetto ai lavoratori europei. (J. B.Schor, Overworked American. The Unespected decline of Leisure, 1993; P. Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, 2011).Mentre era in corso una celebratissina crescita economica, la giornata lavorativa si allungava anziché accorciarsi. Tale orientamento ormai da anni va estendendosi anche ad altri paesi e all’Europa. E’ una tendenza che si manifesta attraverso la crescita degli straordinari tra i lavoratori stabilmente occupati, ma che investe anche il dilagante esercito dei lavoratori precari, i quali spesso non godono neppure di una “giornata lavorativa” in senso proprio .(R. Staglianò, Lavoretti, 2018; R.Ciccarelli, Forza lavoro, 2018). E’ questo peraltro un ambito in cui la precarietà e frammentarietà delle prestazioni maschera la disoccupazione dilagante. D’altra parte l’espansione del tempo di lavoro investe non solo la produzione ma anche la distribuzione. Centri commerciali, supermercati, piccole botteghe aperte anche la domenica a Pasqua e a Natale e anche il Primo Maggio.

Mi sono dilungato su questo aspetto per sottolineare il carattere dirompente di un evento storico i cui effetti sulle strategie del capitalismo vengono di solito trascurate. Il crollo dell’URSS, la crisi generale del movimento comunista internazionale, il declino o la trasformazione in senso moderato delle socialdemocrazie e dei sindacati, in Europa e in USA, hanno fornito al capitalismo un rapporto di dominio sulla forza lavoro quale forse aveva solo agli esordi della Rivoluzione industriale. Al mutato scenario politico, che ha privato il movimento operaio dei suoi tradizionali punti di forza, che ha perfino annichilito il suo immaginario simbolico, il patrimonio delle sue speranze, si è aggiunto, per il capitale, l’inedito, schiacciante vantaggio della possibilità di delocalizzare le imprese. E’ stata questa gigantesca opportunità il vero motore della cosiddetta globalizzazione: la libertà e la possibilità materiale – grazie alla rivoluzione informatica – di trasferire una fabbrica là dove i salari operai son più bassi, le condizioni fiscali e normative più favorevoli al capitale. Il potere di un imprenditore di dislocare in un altro paese la propria azienda, di fronte alla richiesta delle maestranze di migliori condizioni di lavoro, o solo davanti alla semplice richiesta di conservare il lavoro,instaura un rapporto così drammaticamente asimmetrico tra capitale e lavoratori da spazzare via, dalle fondamenta, la possibilità stessa del conflitto. Il capitale acquista un tale dominio sulla controparte, una tale forza politica – essendo il centro erogatore del reddito della grande massa dei cittadini mentre lo stato è sempre meno autorizzato a investire – che a lungo andare, se nulla cambia, minerà le istituzioni democratiche. Del resto si tratta di un processo già in atto.Da alcuni anni si è preso a parlare di postdemocrazia (C.Crouch, Postdemocrazia, 2009)

Dunque, il primo aspetto da considerare è squisitamente politico. Si leggono tante analisi sulla situazione economica e sembra che i processi esaminati siano tutti politicamente neutri, spogliati da interessi di classe, quasi meccanismi naturali.E invece i processi economici sono mossi da interessi spesso feroci, il capitalismo – come dovrebbe essere noto a chi non ha una posizione agiografica di fronte ai fenomeni in corso – sta conducendo e vincendo una vasta e multilaterale battaglia di classe.(L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, 2012) I gruppi economici dominanti hanno un vivo interesse a far mancare il lavoro: in questo modo hanno a disposizione una vasta platea di forza lavoro docile, disponibile, flessibile. E’ davvero la situazione ideale per combattere la competizione intercapitalistica su scala globale. Ma non c’è solo uno specifico interesse politico delle imprese a militare contro una politica keynesiana di piena occupazione. E’ la natura del capitalismo che è profondamente cambiata: un modo di produzione che assorbe sempre meno lavoro. E’ da anni che alcuni osservatori hanno cominciato a parlare di jobless grouth, di crescita senza occupazione. Poi la crisi del 2008 ha portato la devastazione che è nota e quindi, anche a distanza di 10 anni, si pensa, soprattutto in Italia, che sia solo questione di “uscire dalla crisi” di superare una congiuntura sfavorevole e che tutto riprenderà come prima. Ma non è così.Esemplare quello che sta accadendo negli Stati Uniti, che dalla crisi (da essi stessi provocata) sono usciti da un pezzo:

<< L’effetto occupazionale della crescita del PIL è oggi più blando di quanto non accadeva anni fa.Il caso americano insegna: nonostante l’economia segni da anni un andamento positivo, il tasso di occupazione degli USA rimane ai minimi storici (addirittura paragonabile a quello della grande depressione).I bassi tassi di disoccupazione non devono ingannare: molti americani semplicemente hanno smesso di cercare lavoro.Il problema è che l’aumento del PIL è connesso principalmente ai settori più innovativi ed efficienti (spesso legati alla domanda estera).Così crescono profitti, investimenti e produttività; ma solo in misura modesta l’occupazione >> ( M. Magatti,Vantaggi e svantaggi della total job society, << Vita e Pensiero>> dicembre 2017)

Se, dunque, la più potente economia del pianeta, pur in pieno sviluppo economico, non riesce a garantire non dirò piena occupazione, ma neppure un lavoro dignitoso e ben remunerato, come può l’indebitata Italia, con i suoi indici di incremento del PIL di “uno vergola qualcosa”, garantire alcunché a chi è in cerca di un lavoro, mentre per imposizione dogmatica e per interessi germanici viene impedito allo stato di fare grandi investimenti? Cosa accadrà nel nostro Mezzogiorno, che in alcuni ambiti è tornato indietro di qualche decennio? I giubili propagandistici di ripresa economica che abbiamo sentito sulla bocca dei presidenti del Consiglio e degli uomini degli ultimi due governi sono, dal punto di vista dell’occupazione, delle blandizie o – se vogliamo concedere la buona fede – delle pure illusioni. E’ un modo di osservare i processi secondo un vecchio meccanismo mentale: pensare che il futuro torni a replicare quel che già è accaduto in passato. E dunque si inneggia alla ripresa, all’Italia che è “ripartita”. Comprensibile slogan elettorale, dal momento che i partiti sono in immersi in una sempiterna campagna elettorale. Quale Italia è ripartita? L’analfabetismo analitico, la coazione a ripetere, l’incapacità di associare alle parole un brandello di pensiero, impedisce a quasi tutto il ceto politico italiano di vedere che è ripartito il processo di accumulazione del capitale, ma non lo sviluppo della società. Non ci sarà ripresa significativa dell’occupazione con questi ritmi di crescita. Crescita, del resto, non tutta auspicabile se deve avvenire a spese degli equilibri territoriali e ambientali. Ma non ci sarà soprattutto perché non la futura, ma la prossima crescita economica sarà sempre più segnata dalla sostituzione del lavoro umano con macchine, con dispositivi elettronici.Nei prossimi anni avremo l’avvento della cosiddetta industria 4.0, caratterizzata dall’uso capillare dei robot, l’internet delle cose industriali, l’integrazione orizzontale delle macchine che si relazionano tra loro, la stampante 3D, ecc. E, novità assoluta, l’automazione digitale si applicherà non solo alle operazioni manuali , ma anche alle attività cognitive.Nei prossimi anni nelle società industriali, si prevede, la sparizione di milioni di posti di lavoro.( M.Ford, The Ligths in the tunnel.Automation, accelerating technology and the economy of the future, 2009; E. Brynjolfsson e A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine.Lavoro e prosperità nell’epoca della tecnologia trionfante, , 2015) Andiamo dunque incontro a una società insostenibile e paradossale: un incremento senza precedenti della ricchezza in termini di prodotti e di servizi, con sempre meno occupazione. E tale scarsità di lavoro è destinata a produrre docilità soggettiva delle nuove generazioni, scoraggiamento sociale e politico e dunque impossibilità di un antagonismo che costringa il capitale nell’unica direzione che sarebbe vantaggiosa per tutti: una equa distribuzione del poco lavoro necessario e del reddito disponibile.

Spezzare il circolo vizioso

Per spezzare questo nefasto circolo vizioso non abbiamo altro mezzo, oggi, che imporre il reddito di dignità, dare alle persone, ai nostri giovani, un minimo di sicurezza materiale perché incomincino ad essere autonomi nelle proprie scelte di vita. Nel Sud ormai milioni di persone non sono politicamente e civilmente più libere, perché costrette a uniformarsi alle influenze di chi promette loro una occasione di lavoro! Chi teme l’assistenzialismo e la “passivizzazione” degli individui, per un reddito ricevuto senza merito, dovrebbe ricordarsi di questa attuale, drammatica situazione di dipendenza. Ma dovrebbe soprattutto capire che il mondo è profondamente cambiato, è mutata la natura del capitalismo ed è comprensibile, ma sbagliato, valutare le condizioni del nostro tempo con la vecchia etica del lavoro. Non è necessario lavorare una giornata al fine di produrre merci a servizio di qualche privato o a sbrigare pratiche in un ufficio pubblico per poter pretendere un salario. Certo, fornisce un’intima soddisfazione morale essere retribuiti per un compito dignitosamente svolto. Ma se tali compiti scarseggiano non si può andare a cercare qualunque lavoro per ricevere un reddito.D’altra parte, viviamo ormai tutti immersi in una società panlavoristica. Ognuno di noi, anche il disoccupato, contribuisce per la sua parte alla valorizzazione del capitale, alla produzione della ricchezza sociale. Lo fa mentre telefona a qualunque ora del giorno e della notte, naviga su internet, si sposta da un ufficio all’altro in cerca di lavoro, consuma pubblicità televisiva o sui siti, svolge lavoretti, va in giro a fare acquisti, ecc. E’ mutata e continua a mutare la natura della ricchezza, ma cambiano, diventano diffusi, sotterranei, capillari e invisibili, i modi in cui essa viene prodotta all’interno di un capitalismo pervasivo che succhia profitti da tutto ciò che si muove.

Che tipo di reddito?

Che cosa intendiamo per reddito di dignità ?Pur non essendo nostra competenza entrare nel merito tecnico della sua misura ed applicazione, non ci sottraiamo all’obbligo di una definizione essenziale.

Esso dovrebbe essere un reddito di base universale e incondizionato, per tutti coloro che fonti di reddito non possiedono. Crediamo non siano auspicabili le tante forme di workfare attive da tempo in Europa, che subordinano l’erogazione del sussidio a obblighi di lavoro e di addestramento destinati a schiavizzare gli individui. Il film di Ken Loach, Io, Daniel Blake (2016) ci ha dato una testimonianza esemplare e indimenticabile di come il reddito minimo applicato nel Regno Unito assoggetti i subalterni a meccanismi implacabili e perfino persecutori di subordinazione.

Possiamo provare a immaginare quali dinamiche sociali potrebbe innescare una sifatta elargizione?Pensiamo ai nostri giovani giovani laureati che vorrebbero continuare le proprie ricerche e studi.Essi non scapperebbero magari a fare i camerieri a Londra, dopo mesi e mesi di ricerca di un posto di lavoro in Calabria o in Sicilia. Avrebbero l’agio di continuare i loro studi e anche quel minimo di sicurezza per tentare insieme ad altri giovani di avviare qualche impresa, iniziative culturali, centri di ricerca, ecc. Anche il padre di famiglia disoccupato non resterebbe certo inerte a fruire del modesto reddito pubblico. Chi ha attitudine al lavoro produttivo e comunque all’intrapresa, avrebbe vari campi in cui applicare i suoi talenti per integrare il proprio reddito di base: dall’agricoltura all’allevamento animale, dall’enogastronomia al turismo, dall’edilizia di restauro, al piccolo commercio, ai trasporti, al volantariato, ecc.

Occorre precisare che non intendiamo suggerire qui l’idea di una società abitata da un popolo di oziosi. Viene meno il lavoro e tramonta l’etica del lavoro, ma non l’attitudine umana all’operosità. L’intelligenza e l’energia delle persone si può applicare a un vasto campo di ambiti.Il << vecchio Adamo che è in noi >>, come Keynes definiva quell’innato bisogno dell’uomo a operare, può essere soddisfatto non solo con le attività produttive, che ovviamente non spariranno e non saranno tutte automatizzabili, ma con tante attività di cura. Cura dell’ambiente, del territorio, del paesaggio, accoglienza e lavoro di mediazione culturale con gli immigrati, assistenza agli anziani, creazione di welfare locale, ecc.

Naturalmente perché questi processi si sviluppino occorre ridare centralità al potere pubblico. Soprattutto i comuni devono essere messi in condizione di investire in infrastrutture, in cura delle città e dei manufatti urbani, in restauro del territorio, cura dell’ambiente, gestione dei servizi, dall’acqua alla sanità, alla scuola, ecc. E occorre perciò rovesciare la funesta ideologia che ha trovato così tanti proseliti negli ultimi 30 anni, secondo cui funziona solo ciò che è promosso dall’iniziativa privata. Occorre rimettere al centro il pubblico, cioé noi, la collettività dei cittadini, accrescendo la trasparenza degli atti e dei procedimenti amministrativi e incrementando così efficienza, democrazia e partecipazione collettiva. In una società resa operosa dall’iniziativa pubblica e da una cultura diffusa del bene comune ci sarà poco posto per l’inerte passività del singolo.

Infine, una risposta all’obiezione più sostanziale e rilevante all’introduzione del reddito di dignità. Un’obiezione da affrontare con serietà ma che consente di svolgere una riflessione politica oggi assolutamente necessaria. L’obiezione, com’è noto, è quella della scarsità delle risorse finanziarie disponibili. Ora non c’è dubbio che un Paese con il nostro debito pubblico non è nelle migliori condizioni per affrontare questa spesa rilevante. Ma su tale punto occorre premettere una riflessione generale. Dobbiamo porci la domanda radicale: una forza politica che rappresenti davvero la parte più debole della società deve farsi carico della sostenibilità finanziaria delle proprie rivendicazioni? Certo, non può pretendere di avere la Luna, perché nessuno gliela può dare. Ma della sostenibilità finanziaria si deve fare carico il governo, non una forza di opposizione che sia veramente tale, che rappresenti realmente gli interessi dei ceti più deboli e svantaggiati. E questo per una ragione molto semplice: il bilancio dello stato, specie dello stato di un paese ricco come il nostro, non è la pura somma aritmetica di entrate e uscite, ma è un vero “campo di forze”. La sua composizione è il risultato degli antagonismi dei più forti che si spartiscono la torta, è un bilancio di classe che dà a chi è in posizione di preminenza e toglie a chi non ha voce. Come si spiegherebbe altrimenti l’enormità del fatto che, annualmente, vanno alle nostre forze armate bel 25 miliardi di euro, 5 dei quali solo per armamenti? Cinque miliardi per uccidere esseri umani e distruggere territori in qualche parte del mondo in violazione all’articolo 11 della nostra Costituzione. Come si spiegherebbe altrimenti – stando ai bollettini annuali della Banca d’Italia – che al 30% delle famiglie più povere va appena l’1% della ricchezza nazionale, mentre il 30% delle più ricche ne detiene ben il 75% ? Il bilancio dello stato si compone non solo di uscite- ad esempio di esborsi pubblici, che in tutti questi anni sono andati alle imprese nel tentativo di accrescere l’occupazione – ma anche di una gerarchia fiscale non progressiva. Si accresce la ricchezza privata di chi è già ricco, mentre lo stato non accresce i propri introiti fiscali come dovrebbe se in Italia esistesse una forza politica di opposizione.

Dunque, questo farsi carico della sostenibilità finanziaria del reddito di dignità è un problema politico, non economico, una questione sociale e di classe, non di quantità. Tale rispetto delle compatibilità è solo il riflesso e la testimonianza della capitolazione delle forze politiche che erano state di sinistra. Esse, diventate forze di governo, hanno finito col guardare all’economia con la stessa cultura dell’avversario, come un insieme di leggi naturali e immodificabili, senza più scorgere i meccanismi classisti che la muovono e orientano.Il linguaggio dominante riflette in maniera fedele l’abbandono dell’analisi radicale della realtà e l’accettazione del punto di vista dell’avversario: scompaiono, dal lessico corrente, parole come capitale, capitalistico, profitto, processo di accumulazione e godono invece di esclusiva circolazione – quale unica moneta valida – impresa, imprenditore, sviluppo, mercato, crescita. Tutti termini neutri e positivi, lemmi di una semantica che illustra il dominio assoluto del punto di vista del capitale nel nostro tempo.

Perciò la battaglia per il reddito di dignità può anche essere la leva politica e culturale in grado di ridare alla sinistra una visione non subalterna del capitalismo attuale, e una prospettiva di lotta realmente egalitaria.

“C’era una volta il Sud… e c’è ancora…”. di Tonino Perna

“C’era una volta il Sud… e c’è ancora…”. di Tonino Perna

Nella primavera del 1972 (io c’ero!)…al Circolo Salvemini di Vibo Valentia introducendo un dibattito sulle elezioni politiche che si tenevano quell’anno, Valentino Parlato disse : << La questione meridionale è come quei fiumi carsici che compaiono e dopo un po’ scompaiono dalla vista per apparire più tardi >>.

Questa immagine c’è utile ancora oggi per guardare al nostro Sud attraverso la “longue durée” di braudeliana memoria, le onde lunghe della storia ci insegnano molto di più che l’inseguire la tachicardia del presente.

Quando si teneva questo dibattito affollatissimo al Circo Salvemini, eravamo in un momento in cui le lotte popolari nel Mezzogiorno, anche quelle strumentalizzate dai fascisti come la famosa rivolta di Reggio Calabria del 1970 (l’ultima grande rivolta popolare del nostro Sud) si imponevano sulla scena nazionale. C’era stato un ciclo di lotte – Avola, Battipaglia e la stessa Reggio Calabria per citare solo quelle più conosciute- in cui si intrecciavano rivolte bracciantili con quelle operaie e con istanze popolari molteplici che mettevano in difficoltà i governi democristiani e di centro sinistra che corsero ai ripari con una serie di Riforme sociali. Vorrei qui ricordare che la legge n.300 del 20 maggio del 1970, detta anche Statuto dei lavoratori, venne varata da un governo che certamente non si poteva dire di sinistra, con un partito comunista totalmente all’opposizione, ma venne varata perché , come sostenne Hunghtinton in un noto articolo “Le riforme sono il surrogato della rivoluzione e la corruzione è l’alternativa alle riforme”.

Come è avvenuto per le più importanti misure che riguardano i diritti sociali e il welfare si sono registrate quando il potere aveva paura della rivoluzione di stampo sovietico, aveva paura dei comunisti. Dopo l’89 il mercato capitalistico diventa globale e per le imprese del Nord il mercato meridionale diventa marginale sia sul lato dell’offerta (decentramento produttivo, vedi Gioiosa Jonica ad esempio che entra in crisi alla fine degli anni ’90 quando Benetton e C. spostano le loro commesse a façon in Romania e poi in Cina) che da quello della domanda (si è calcolato che solo un punto in più di Pil in Germania vale più di 10 punti di crescita al Sud sul lato della domanda).

Dunque, negli anni ’90 si è inaugurato un lungo periodo che verrà ricordato come la Contro-Riforma capitalistica su scala mondiale, come fu nel XVI secolo quella cattolica , come reazione alla Riforma di Martin Lutero.

Da quel momento la Q.M. esce di scena e nasce in Italia la Lega Nord e la Q.S. Tutto l’interesse dei media venne catturato dall’emergere di un malessere settentrionale. Vorrei qui ad esempio ricordare le piazze di Santoro, ma soprattutto la trasmissione Profondo Nord di Gad Lerner. Addirittura il Pds con Fassino pensò seriamente di trasferire a Milano la segreteria del partito e tutti i dibattiti si concentrarono sulla Q.S.

Di fronte a questo capovolgimento di fronte, a questa cancellazione della Q.M. le popolazioni del Sud rimasero silenti. Come dimostra la ricerca coordinata da Stefano Cristante non solo crolla l’interesse per il Mezzogiorno, ma sul piano mediatico la QM tende a indentificarsi con la questione criminale. A partire della strage di Capaci e poi di via D’Amelio è la mafia siciliana prima, poi la Camorra e infine nel nuovo secolo la ‘ndrangheta che prende la scena quando si parla di Mezzogiorno.

L’impatto della Crisi sul Mezzogiorno 2007-2014

  • Il doppio dell’impatto sul piano economico. Reddito, consumo, tasso di disoccupazione. I tagli lineari della PA colpiscono due volte nel Mezzogiorno rispetto al Nord perché la spesa pubblica ha un peso nella formazione della ricchezza che è il doppio . Aveva ragione Paolo Sylos Labini quando scriveva negli anni ’80 che il motore della crescita al Sud è la spesa pubblica.
  • A differenza di altre fasi della storia contemporanea, questo divario tra Nord e Sud d’Italia, che si è allargato in maniera rilevante, fa parte di un processo generale che caratterizza questa crisi: crescono in tutti paesi del mondo, con poche eccezioni, le diseguaglianze territoriali, tra regioni ricche e quelle più povere, quanto quelle sociali tra la classe medio-alta e il resto della popolazione.

 

Conseguenza più disastrosa è la fuga dal Sud dei giovani come non si era mai vista. I dati Istat sono sottostimati perché tengono conto solo del cambio di residenza ma, come dimostrano i Censimenti, c’è uno scarto crescente tra popoplazione residente e presente.   Pertanto, noi possiamo oggi affermare che dal 2007 a oggi hanno lasciato il Mezzogiorno 2 giovani su 3 almeno una volta per motivi di studio o ricerca del lavoro. Ci troviamo di fronte ad una situazione drammatica che Carlo Levi aveva descritto per un piccolo paese lucano e che oggi si può estendere a quasi tutto Il Mezzogiorno (eccetto Pescara-Teramo-Chieti, il barese e il leccese, e pochi altri siti).

Tutti i giovani di qualche valore e quelli appena capaci di fare la propria strada , lasciano il paese. I più avventurati vanno in America , come i cafoni, gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più. In paese invece ci restano gli scarti , coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi. Questa classe degenerata deve, per vivere, poter dominare i contadini, e assicurarsi, in paesi i posti remunerati di maestro , farmacista, prete, maresciallo dei carabinieri, e così via….Da qui la lotta continua per arraffre il potere , essere noi o i nostri parenti o compari ai posti di comando. (pp 33-34)

E torniamo ad oggi chiedendoci cosa è cambiato rispetto a quel mondo descritto da Carlo Levi.   Sinteticamente possiamo dire:

  1. Le campagne si sono completamente spopolate come le zone interne che hanno perso dal 1951 a oggi, mediamente, quasi l’80 per cento della popolazione.
  2. Sul piano culturale le nuove generazioni del Sud hanno modi di vivere e costumi molto simili ai loro coetanei del Nord, (Report Cavalli) così come a livello di istituzioni come la famiglia le differenze sono ormai minime (leggere i tassi di divorzi e separazioni)
  3. Sul piano dell’economia illegale il paese è stato unificato, sia per quanto riguarda la corruzione , il lavoro nero e infine per quanto riguarda le organizzazioni criminali: ‘ndrangheta, camorra e mafia si sono divise ampie zone del Centro/Nord
  4. Infine sul piano politico la crisi economica, con i relativi tagli dei trasferimenti netti dello Stato, hanno tagliato le gambe allo storico clientelismo meridionale e lasciato una libertà di voto come dimostrano i risultati elettorali nelle elezioni comunali degli ultimi anni e sicuramente il successo recente del M5S.
  5. Intatti, il successo clamoroso dei M5S al Sud va innanzitutto letto in quest’ottica: la fine della capacità di ricatto e consenso della vecchia classe politica. Ma, allo stesso tempo non rappresenta una rottura rispetto al passato : nel 2014 il Pd alle Europee aveva preso nel Mezzogiorno quasi il 36% , meno che nel CN ma sicuramente quasi il doppio del M5S che aveva preso il 22%.   Perché non ci siamo chiesti il perché di questa massa di voti al Pd di Renzi ? In gran parte aveva la stessa motivazione: la ricerca di un cambiamento radicale che dia una risposta all’impoverimento di questa parte del paese.

Che fare ?   Bisogna che lo Stato italiano riprenda il suo ruolo di datore di lavoro di ultima istanza. Sarebbe ancora più corretto e coerente se la Ue che ha assunto il ruolo con la BCE di prestatore monetario di ultima istanza (una volta affidato alle singole banche nazionali) assumesse anche il ruolo di datore di lavoro di ultima istanza. Il che significherebbe che una parte dei fondi europei che vanno alla “crescita economica” , e più spesso alle rendite parassitarie e alla corruzione, venissero usati per aumentare direttamente l’occupazione in servizi essenziali quali : la sanità, la scuola, i servizi sociali. Ma, anche la ricerca scientifica e le Università dovrebbero essere finanziate per garantire uno standard europeo indipendentemente dal luogo dove sono ubicate.

In ogni caso, in tempi brevi, la battaglia va fatta nei confronti dei governi nazionali che tagliano l’occupazione nella P.A. per dare incentivi crescenti e inutili alle imprese.

 

“La Calabria senza diritti e senza rappresentanza” di Enzo Paolini

“La Calabria senza diritti e senza rappresentanza” di Enzo Paolini

La questione che apriamo, in generale è quella della ricerca della vita a sinistra e nel sud, in chiave attuale di una questione meridionale che, lungi dall’essere risolta è più che mai presente.

Anzi è aggravata, resa ficcante e decisiva nello svolgimento sia delle dinamiche politiche che della vita quotidiana e personale di ciascuno di noi. Non siamo stati capiti.

Abbiamo ceduto al ceto politico tutti i nostri diritti.

Non quasi tutti. Tutti.

Faccio un esempio. Il meno evidente ma il più assoluto che riguarda tutto il Sud e con la drammatica pregnanza che in Calabria, che è la sanità.

Negli anni 70 abbiamo fatto due grandissime, rivoluzionarie conquiste di democrazia lo statuto dei lavoratori ed il servizio sanitario, universale e solidaristico. La l. 833/78. Tutte le cure sono dovute a tutti e sono pagate dallo Stato attraverso il prelievo fiscale che – secondo il principio costituzionale – aveva, in parte ancora ha, una scansione proporzionalmente progressiva.

Una applicazione egregia di socialismo reale, pensata negli anni del centrosinistra dai ministri socialisti Mariotti, Tremelloni, Mancini e poi emersa nell’anno drammatico il ‘78 in cui nel paese si sviluppò la violenza di Stato contro il pericolo comunista che portò all’omicidio di Moro. Non credo che vi sia oggi persona – di buon senso ed oggettiva – che non abbia ben chiaro cosa è avvenuto in Italia al fine della conservazione del potere da parte di un ceto che sin da allora si autoriproduceva.

La legge sul servizio sanitario ha avuto aggiustamenti nel corso degli anni e sino ad un certo punto non ha dato fastidio perché le risorse ancora erano sufficienti, la ricerca e l’innovazione ancora non così costose tanto che si consentiva ancora di tenere il piede in due staffe, come icasticamente celebrarono Zampa e Sordi nel medico della mutua.

Poi si pensò all’aziendalizzazione ed all’incompatibilità per iniziare a controllare i flussi di denaro. Operazione condivisibile – siamo nel 92 con Amato e Bindi – ed in grado, in teoria, di morigerare ed efficientare il settore.

Tralascio tutti i commenti tecnici e vado al nocciolo quello dei diritti (o del diritto) dei meridionali.-

Quando qui è imploso il sistema, depredato e devastato da corruzione ed imbrogli, connivenze con la ‘ndrangheta e altro, si è giunti al Commissariamento.

Misura che – come tutte quelle prodotte sulla scorta di emozioni, urgenze, suggestioni, emergenze politiche, può – deve – essere transitoria e limitata altrimenti cancella la democrazia e con essa la libertà ed i diritti.

Il nostro servizio sanitario che – secondo la riforma costituzionale – dovrebbe essere regolato e gestito dalla Regione, dalle sue rappresentanze democratiche è affidato da un Commissario dal 2010.

Otto anni, durante i quali ci siamo assuefatti a questa cessione totale di sovranità.

Ed i risultati si vedono. La forbice dei diritti si è allargata. Chi può andarsi a curare in costose cliniche private lo fa, chi ha malattie particolari e può viaggiare, pagare un albergo per i propri familiari viaggia, chi è fortunato ed ha amici che fanno saltare liste d’attesa ne approfitta. Gli altri si arrangiano e approdano al girone infernale dei pronto soccorso dove medici eroici e grandi professionisti non ce la fanno ad impedire la morte per disorganizzazione sanitaria. Nel frattempo la finanziaria dice che le strutture del nord possono accogliere senza limiti i casi di alta complessità, mentre i calabresi con l’ernia inguinale devono restare qui o pagare.

E la ricchezza delle aziende lombarde aumenta e il turismo sanitario aumenta e le aziende calabresi falliscono ed i cittadini calabresi rimangono qui, senza diritti, pur avendo subito il prelievo fiscale contenente la quota per l’assistenza sanitaria pubblica.-

Da cosa dipende tutto ciò? Dal sistema di rappresentanza sul quale abbiamo incondizionatamente ceduto.

Si è interrotto il circuito della rappresentanza nel momento in cui agli interessi del territorio e dei cittadini come motore, serbatoio di idee, motivazione per gli eletti nelle istituzioni si sono sostituiti i desiderata di un capo.

Pensiamoci un attimo, per quale motivo un ceto politico autoreferenziale in maniera assoluta dovrebbe avere riguardo a cosa pensano i cittadini costretti a sostare su una barella in corridoio o ad emigrare in Emilia per una TAC o per una cataratta? Perché – evidentemente – quei cittadini potranno premiarlo o punirlo nelle prossime elezioni con il loro voto. Ma se questo non è consentito, se l’eletto avrà riguardo solo a compiacere un capo che potrà rimetterlo o non rimetterlo in lista, non farà mai sentire neanche un pigolio rispetto allo sfacelo della sua regione, governata da otto anni attraverso un sistema antidemocratico finalizzato solo a mettere nelle mani di uno non la gestione ma il controllo della spesa.

E la spesa va al nord, va nella direzione di interessi più o meno leciti, va, comunque in direzione di chi, attraverso la spesa, controlla il consenso.

E’ questa è una questione meridionale? Io penso di si. Si sono persi diritti? Io penso di si? Si sono azzerate le rappresentanze? Io penso di si. E’ il famoso enunciato di Rodotà per il quale l’abdicazione più simbolicamente eversiva alla quale sono stati costretti gli italiani è il diritto di avere diritti.-

Ed io aggiungo che questo fenomeno aggrava e fa diventare putrida la questione meridionale, fino a trasformare questa tragedia nella farsa di due mestieranti che litigano sulle reti nazionali sui vitalizi dei consiglieri regionali, apparentemente in un disaccordo (demagogico quanto mai) ma in realtà ambedue con l’unico obiettivo di difendere, la casta, l’uno presentandola come un ceto pieno di errori ma, alla fine dignitoso, l’altro come il moralizzatore dell’ultima ora, quelli che a Milano dopo le cinque giornate chiamavano gli eroi della sesta giornata.

Ambedue avvinghiati al potere e tanto indifferenti alle sorti ed anche alle parole degli altri che censurando le lentezze e le negligenze, le colpe per l’aggiustamento di un ponte, durato dodici anni, non si rendevano conto che in questi dodici anni il governo erano loro.

Insomma il taglio del cordone ombelicale tra eletti ed elettori che in regioni e situazioni dove i cittadini possono, in qualche modo sfuggire o pensare di sfuggire o fare a meno di esercitare diritti riconosciuti dalla Costituzione perché la loro costituzione materiale glieli può assicurare comunque (ad alcuni) qui nelle Murge o in Aspromonte o a Corso Telesio si presenta come il passaggio tra un sistema democratico ed un regime.

Noi abbiamo plaudito e combattuto in momenti e da postazioni diverse, al pacchetto Colombo e Gioia Tauro, a Saline Joniche, abbiamo pensato che autostrade e università fossero solo apparentemente risposte politiche ma assecondavano logiche commerciali ed – alla fine – scelte di potere.

Ne abbiamo visto i vantaggi e ne abbiamo scontato miseria e obliquità quanto speculazioni ed arricchimenti personali frutto di spregiudicati comportamenti sul limite ed oltre i reati.

E ciò per il semplice fatto che quelle era lotta politica, confronto aspro, siamo giunti fin dentro la lotta armata, attraverso la quale, lo ricordiamo in tutte le salse in questi giorni, si cercava il riconoscimento politico, la legittimazione.

Ma mai la sinistra aveva prodotto e pagato in termini così alti questa caduta di legittimazione.

L’analisi più acuta di questo fenomeno – l’ha ricordato anche D’Alema in un recente pezzo sul Manifesto – sta in una riflessione di Alfredo Reichlin che Luciana Castellina mi ha dato, il giorno del suo saluto, per pubblicarlo tra le carte del Premio Sila. Dice Reichlin che “non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. E’ il popolo che dirà la parola decisiva. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto e agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del PD come di un “Partito della nazione” intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il “Partito della nazione” è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere”.

Il risultato, da noi, è stato devastante ed i figuranti che ci dovrebbero rappresentare gli Oliverio, i Crocetta, i De Luca, i Pittella suonano come sul Titanic solo che i musicanti del transatlantico erano eroi consapevoli della loro sorte, i sedicenti politici di oggi sono satrapi che si ritengono inaffondabili.

Ed invece sono già affondati tirandoci giù.

Ecco i risultati – nudi e crudi: in Italia il centrosinistra complessivamente prende il 22.95% (il PD il 18.7) in Calabria il 17.11 (il PD il 13.1) e così via-

Dunque dal mio punto di vista la Calabria è ora una terra senza rappresentanza e senza diritti e ciò è stato determinato dallo scassinamento della Costituzione nei suoi articoli fondamentali, quelli della prima parte. Tutti i primi 11 articoli della Costituzione sono clamorosamente inattivati. Basta leggerli per rendersene conto. E’ da qui che dobbiamo ripartire. Dall’attuazione della Costituzione come programma politico. E deve partire dal Sud.

*

E ciò è stato consentito dalla introduzione di una legge elettorale, quella fatta da un odontotecnico di Varese, che per inventarsi un tecnicismo che consentiva alla lega di avere rappresentanze cospicue al Senato ha costituito un Parlamento totalmente autonominante che si è livellato talmente in basso e con un tale grado di dipendenza dei nominati che nessuno ovviamente ha avuto – ed avrà – la forza di modificare.

Agli incolti ed incompetenti che hanno provocato questo disastro politico approvando un ultima legge palesemente incostituzionale dovremmo richiamare lo spirito della Costituzione e quali siano i diritti Costituzionali, in maniera da tentare di far capire loro – ove lo vogliano – in che modo si possono adottare (senza voti di fiducia) leggi elettorali conformi alla Costituzione e rendersi conto una volta per sempre che la (vera) democrazia rappresentativa non tollera un Parlamento infarcito – come ancora quello attuale – di nominati ed impresentabili.

L’auspicio è che comunque, come in altri tempi, gli intellettuali contaminino le più alte istituzioni come la Corte Costituzionale la quale nel determinare l’illegittimità della attuale legge elettorale indichi al Parlamento un percorso legislativo a maglie strette – e può farlo – che consenta di riallacciare la connessione (non solo sentimentale) ma anche elettorale tra i cittadini e le Istituzioni perché solo su questa corrente il nostro osservatorio potrà fare sentire la sua energia.

 

 

“Il Sud nella crisi della democrazia rappresentativa. Analisi e riflessioni dopo il voto del 4 marzo”

“Il Sud nella crisi della democrazia rappresentativa. Analisi e riflessioni dopo il voto del 4 marzo”

E’ stata ufficialmente presentata nel corso di una partecipata iniziativa che si è svolta il 20 aprile scorso nei locali della Camera del lavoro di Cosenza, una nuova associazione culturale nata su impulso dello storico Piero Bevilacqua, che ne è anche il presidente. L’associazione “Osservatorio del Sud” è stata creata con l’intenzione di porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica nazionale i gravi problemi dell’Italia meridionale di oggi senza le retoriche recriminazioni del passato, ma con un grande sforzo di verità,  con analisi circostanziate, che traggano il Sud fuori dalla coltre degli stereotipi che lo deformano, mostrandolo così come: piagato da tanti mali – disuguaglianze estreme, fuga delle intelligenze, devastazione del territorio e del paesaggio, infiltrazioni criminali, nuove povertà – ma anche ricco di forze di contrasto, di imprenditoria sana e dinamica, di nuove correnti culturali, di passione politica e civile, di generosi amministratori, di figure straordinarie che progettano e perseguono un nuovo mondo possibile.

“L’Osservatorio – spiega Piero Bevilacqua – costituisce anche uno sforzo di raccordare e mettere in rete le intelligenze meridionali disperse nel territorio della Penisola e in Europa. Vuole dunque essere uno sguardo vigile sui problemi e i fermenti di una parte rilevante del nostro Paese. Ma ha anche l’ambizione di elaborare idee, progetti e proposte, che aiutino le forze migliori a trovare la strada di un impegno corale di trasformazione sociale e di emancipazione civile”.

La nuova associazione è stata presentata al pubblico nel corso di un convegno dal titolo “Il Sud nella crisi della democrazia rappresentativa. Analisi e riflessioni dopo il voto del 4 marzo”.

Dopo i rituali saluti del segretario della Cgil Cosenza, Umberto Calabrone, e una breve presentazione del professore Battista Sangineto, che è anche il vicepresidente dell’associazione, la relazione introduttiva affidata all’economista e sociologo calabrese, Tonino Perna: “C’era una volta il Sud… e c’è ancora…”.

Il segretario generale Cgil Calabria, Angelo Sposato, nel suo intervento ha posto l’accento sul tema dell’occupazione: “Nel mondo del lavoro calabrese ci sono ancora moltissime vertenze aperte. Viviamo in un territorio che ancora soffre di un pesante divario con il resto del Paese a causa di un elevatissimo tasso di disoccupazione, presenza della criminalità organizzata e mancanza di riforme istituzionali, economiche e politiche. Ciò ha determinato una frattura decisa tra la classe dirigente e il mondo del lavoro che ha prodotto il risultato elettorale del 4 marzo”.

Sono poi seguite le relazioni dell’avvocato Enzo Paolini “La Calabria senza diritti e senza rappresentanza” e la conclusione affidata allo storico Piero Bevilacqua: “Perché il reddito di cittadinanza è necessario”.

Terminati gli interventi programmati, si è aperto un vivace dibattito animato da una lunga serie di interventi dal pubblico: non solo soci dell’associazione ma anche semplici cittadini stimolati dalle riflessioni dei relatori. Ne è nato un confronto teso e sentito sulle nuove dinamiche del lavoro, su tecnologia e capitale, sui conflitti di classe, sulla funzione politica di una nuova sinistra, sull’ambiente e gli spazi comuni e sull’importanza di imporre nel dibattito pubblico nazionale una nuova questione meridionale su basi radicalmente nuove.

20 aprile 2018

Osservatorio del Sud: fissare orizzonte, direzione, finalità, obiettivi. Perseguirli con intelligente eccletismo di Mimmo Rizzuti

Osservatorio del Sud: fissare orizzonte, direzione, finalità, obiettivi. Perseguirli con intelligente eccletismo di Mimmo Rizzuti

L’iniziativa del 2 Dicembre scorso a Lamezia per la costruzione dell’Osservatorio, fortemente voluta da Piero Bevilacqua e materialmente organizzata da Gianni Speranza e Giacomo Panizza, parte dalla constatazione di una condizione del Mezzogiorno connotata da una sequenza di negatività che hanno portato all’oscuramento di quella che una volta era la questione nazionale per eccellenza.

Con tutti gli indicatori politici, economici , sociali , culturali, istituzionali in scivolamento costante verso il basso, ancorchè a macchia di leopardo, a testimonianza dell’articolazione della realtà meridionale, il Sud è progressivamente scomparso dalla scena .

Una recente, interessante ricerca curata da Daniele Petrosino e Onofrio Romano con prefazione di Franco Cassano, di cui è coautore Tonino Perna, si intitola emblematicamente “ BUONANOTTE Mezzogiorno”

Una ricerca, come sottolinea Cassano nella prefazione, che in maniera analitica registra l’oscuramento e l’impasse in cui si trova il Mezzogiorno da cui, nello scenario dato, non si riesce a trovare una via di fuga.

Per uscire da questo cono d’ombra occorre avere ben chiari i fenomeni che l’hanno generato e che purtroppo tendono a stabilizzarlo.

Dominante appare in ogni manifestazione o tentativo di riprendere un discorso sul Sud, un senso di RASSEGNAZIONE, di ACCETTAZIONE COME INEVITABILE DELLA CONDIZIONE DATA,DEI PARADIGMI E DELLA VISIONE DOMINANTE.

Una condizione che pervade le classi dirigenti tutte, politiche in primo luogo.

Da cosa deriva questo stato?

Piero, nelle ragioni in cui motiva questa iniziativa e nella sua introduzione, individua e indica nella “grave trasformazione e degenerazione della vita pubblica nazionale degli ultimi 70 anni.” il fenomeno che ha determinato questo stato di cose .

Registra come “quelli che erano stati i grandi partiti popolari, gli “organizzatori della volontà collettiva”, come li chiamava Gramsci,  i produttori di indagine e di cultura sociale finalizzati alla modernizzazione del Paese, si siano “trasformati in raggruppamenti di comitati elettorali.

Come gli stessi si siano dissolti in ceto politico, un corpo frantumato e dominato dall’individualismo competitivo  

, che opera al fine sempre più esclusivo e assorbente della vittoria elettorale. Vale a dire  l’ingresso alla gestione del potere.

A tale scopo, che non è quello della trasformazione del Paese secondo i suoi emergenti bisogni collettivi, l’indagine sociale e la conoscenza non servono. Servono i sondaggi”.

Come siamo arrivati a questo stato di cose?

Sulla scia della sua introduzione, credo sia opportuno sottolineare come questa condizione si sia determinata a conclusione di due momenti distinti della storia del nostro Paese : dal dopoguerra a tutti gli anni 70 del 900 e dagli anni 80 ad oggi.

Due periodi in cui il problema degli squilibri Nord –Sud del Paese sono stati declinati ed affrontati con due diversi paradigmi.

Nel primo periodo “ La questione Meridionale”, come problema politico nazionale resta oggetto dell’intervento dello stato centrale, attraverso l’intervento straordinario(CASMEZ) che sarebbe dovuto essere un intervento aggiuntivo volto a colmare gli squilibri storici delle due aree del Paese registrati al momento della unificazione (1860) ed accentuatesi successivamente , con una certa attenuazione nei gloriosi anni 30 del dopo seconda guerra mondiale, in cui il Sud ( anni 60 /70 del 900) aveva attenuato il divario.

In ogni caso il Sud, in tutto questo arco storico, è stato uno dei pistoni di maggiore spinta dello sviluppo del NORD (fornitore risorse umane preziose e mercato di sbocco per le sue imprese).

Forse sarebbe il caso che nel dare – avere conteggiato dalle classi dirigenti del Nord di questo periodo di crisi profonda dello Stato, che puntano a trattenere le tasse che si pagano nei propri territori, fossero conteggiati anche questi enormi credi ti del Sud.

La questione meridionale ha mantenuto una sua centralità fino a quando il quadro sociale si è organizzato intorno allo stato-nazione.

 

Entrato in crisi l’assetto Stato centrico (O Connor 73-97 ) il Mezzogiorno è progressivamente uscito di scena e negli ultimi decenni la questione meridionale( nel nuovo assetto della globalizzazione neoliberista) ha assunto un inedito protagonismo la questione settentrionale.

Caduto il muro di Berlino nell’89 modificatosi l’assetto geopolitico , e perduto il ruolo dell’Italia di “confine” il senso ed il tessuto della solidarietà nazionale si è vieppiù lacerato.

Agli inizi del secolo presente Cassano , Zolo, Amoroso, Bevilacqua, Alcaro, Barcellona, Perna, con varie accentuazioni pongono il tema del recupero di uno specifico ruolo centrale del Mezzogiorno nel nuovo scenario del Mediterraneo.

Siamo in una fase, a metà degli anni 90 in cui prende piede nell’ Unione , dopo il trattato Di Maastricht (1992),il processo di Barcellona ( 1995), per dare vita al Partenariato Euro Mediterraneo, cioè ad una strategia comune europea per la regione mediterranea, interessata a quell’epoca( 1993) dall’avvio del processo di pace israelo palestinese che dava vita all’incontro di Oslo, con protagonisti Arafat e Rabin e Clinton.

Iniziative di breve vita che però avevano suscitato grandi speranze ed acceso entusiasmi.

Sono del 2006/ 2007 due volumi collettanei fondamentali di questo tentato tentativo di porre come scenario per l’Europa la questione Mediterranea in cui il Sud Italia acquista piena centralità.( E’ Il paradigma dell’Autonomia). Il primo del 2006, la Frontiera Mediterranea, curato da Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli.

Il secondo del 2007 è Il volume curato da Franco Cassano e Danilo Zolo cui segue nel 2009 un altro libro di Cassano “Tre modi di vedere il Sud” in cui definisce il paradigma che connoterà la lettura e orienterà gli interventi nel Mezzogiorno come Localismo Virtuoso.

Un intervento bottom up ( dal basso) che nella logica della modernizzazione punta tutto sulle risorse endogene . E comunque su questo paradigma si dispiegano nell’arco del primo decennio di questo secolo, quasi tutte le energie intellettuali pur con diversità di accenti e tematiche affrontate, impegnate sul tema da Trigilia 93 a Magnaghi, Cersosimo, Donzelli, Donolo, Viesti, Barca che , da Agenda 2000 ad oggi, con incarichi dirigenziali ed istituzionali, Ministro delle politiche della coesione sociale e territoriale nel governo Monti, ne è stato l’attore principale sia sul versante della programmazione che su quello della gestione.

Ed è di questa fase il lavoro interessante delle Riviste MERIDIANA , diretta all’epoca da Piero Bevilacqua, Città Futura di Antonio Pioletti a Catania e Ora Locale diretta dal mai abbastanza compianto Mario Alcaro, fautore più di altri del paradigma dell’Autonomia , nel sostenere come alcune caratteristiche dell’identità meridionale, quali ad esempio la socievolezza ed il familismo, possano essere fatte valere come carte vincenti da giocare nella partita dello sviluppo e della competitività, dentro un’identità mediterranea di cui il parametro fondamentale è costituito dalla natura dove “ la visione del cosmo e il modo di rapportarsi al naturale danno vita a un naturalismo immaginifico e potente, di cui la modernità ha smarrito il senso”.

Temi che in altro contesto e scenario aleggiano nel recente volume di Riccardo Petrella “ nel nome dell’Umanità “ un patto sociale mondiale tra tutti gli abitanti della Terra” e che impattano frontalmente i temi dell’ambiente, della natura umana ed dei sistemi che la dominano.

Ma , anche in questa visione, il sud non è decollato. Restano gli squilibri di cui conosciamo fin troppo i numeri e le ricadute sulle popolazioni del mezzogiorno.

Anzi il Mezzogiorno è scomparso tout court dalla scena anche mediatica.

La ricerca PRIN “ Il sud e la Crisi” pubblicata nel libro“BUONANOTTE MEZZOGIORNO” economia, immaginario e classi dirigenti nel Sud della Crisi, curato da Romano e Petrosino, edito recentemente da Carocci , fornisce un’immagine inequivocabile dell’eclissi in cui è sprofondato il sud nella crisi su cui si è abbattuta la lunga recessione, analizzata nella ricerca da Tonino Perna e Fabio Mostaccio.

Anche se annotano gli autori nella introduzione, qualche debole segnale, peraltro non scontato, di esistenza , emergono dagli ultimi due rapporti Svimez.

Se diamo anche una fugace occhiata alla narrazione del Mezzogiorno, in termini quantitativi e qualitativi nel trentennio che va dal 1980 al 2010 al TG1 e ai due maggiori quotidiani italiani, e pur nella strutturale diversità ai siti web e alle pagine facebook, abbiamo la certificazione della scomparsa della questione.

Alcuni numeri:

Sul totale dei servizi esaminati nel periodo indicato il 91% non fa riferimento alcuno al Sud( 1678 ) contro il 9% riferiferiti al Sud (166). Se ancora si guarda il totale dei servizi dal 2000 al 2010 cambiano i numeri , 1433 a 150 ma le percentuali restano immutate. 91% e 9% .

E così possiamo continuare con rapporti analoghi sul numero delle edizioni in cui il sud è menzionato nei due periodi .Se poi andiamo a vedere le parole chiave in valore assoluto usate dai sevizi televisivi sul sud in testa la cronaca (53) , di cui quella nera rappresenta il 93% , seguita a ruota da Criminalità 42 ,seguite con distacco dal meteo 25 ( alluvioni e disastri) e dal welfare (sanità 63%.

Lo stesso andamento lo troviamo su Repubblica e Corriere della Sera, i due quotidiani esaminati

In totale su Repubblica su 2417 articoli articoli , 2005 coprono il periodo 1980 -1999. 412 il 2000-2010.

Nel corriere su 1251 articoli 941 coprono l’ultimo ventennio del 900 e 225 il primo decennio del 2000.

Le parole chiave sono criminalità 46% cronaca 18% Politica 13% Welfare 7% cultura 5% , Migranti 1% economia 2% ambiente 2% Lavoro 3% Società 3% meteo 0%

L’immagine che ne viene fuori non ha bisogno di illustrazioni.

La ricerca poi si pone il problema di esaminare l’immaginario delle classi dirigenti e con un campione composto da industriali , professori ordinari, politici e nuove leve .

Ne esce un quadro di sfiducia   e rassegnazione e comunque una volontà di trascinarsi dentro l’attuale modello di localismo e di modernizzazione progressista , nonostante gli esiti.

L’indice più alto di sfiducia e rassegnazione si registra in Calabria. Il più basso in Puglia.

In una situazione del genere diventa difficile imbarcarsi su sentieri nuovi di cui non si intravedono, segnali, dopo la chiusura della fase dell’intervento straordinario ancorata al Paradigma del Sud Questione Nazionale, nel solco dell’art. 3 della Costituzione e dell’impegno a rimuovere <<Gli ostacoli di ordine economico e sociale che ostacolano limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini>> e il quasi fallimento della mobilitazione dal basso della società Civile, paradigma del localismo virtuoso sostenuto dalle programmazioni dei fondi comunitari da Agenda 2000 a quelli della programmazione 14/20 in atto, che puntava molto sul recupero e rivitalizzazione delle zone interne.

Senza una visione catalizzante ed attrattiva come lo sono state in condizioni diverse le due precedenti, è comunque, possibile rimettere in moto un qualche processo?

Credo che la questione richiede un approfondimento.

Entrambi questi paradigmi, ci ricorda Cassano, scontano il fatto di trascurare gli elementi strutturali che nel contesto più vasto e generale regolano i rapporti tra centro e periferia e che potrebbe essere positivo, senza aspettare super paradigmi interpretativi, riconoscere ognuno la propria parzialità, e provare a dar vita, dialogando a formulare teorie più eclettiche, per cercare di arrestare l’effetto S. Matteo suggerito da R. Merton richiamando quel versetto dell’evangelista che recita <<a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha>>.

E allora bisogna vedere come si inverte la logica di questo versetto in una situazione dominata dalla logica di entità economico finanziarie astratte, che detengono in mano poteri illimitati.

Considerato anche che l’altro paradigma importante, quello dell’autonomia e dell’Alternativa Mediterranea diventa sempre più problematico considerato il Caos regnante nell’area che va dal sud del Mediterraneo, al Sahel, alla Penisola Arabica e dal Corno d’Africa all’Hindu Kush .

Ma noi siamo chiamati a misurarci con questa situazione e con i problemi che ci pone innanzi.

E allora forse l’indicazione di Cassano di ricorrere ad un eclettismo non banale tra i diversi paradigmi può consentirci un rapporto più laico con la realtà e smuovere una situazione stagnante in cui migliaia di persone hanno bisogno di risposte irrinviabili per la propria esistenza.

Azzardiamo:

La globalizzazione liberista ha generato , ormai in maniera conclamata , quello che Bruno Amoroso, già nel 2000 definiva un sistema di Aparthaid globale .

Un sistema in cui , se è vero che alcune aree e realtà sono uscite da condizioni di assoluta sopravvivenza ( questo, è anche vero che lo stesso ha prodotto una condizione di esclusione e povertà drammatica nel mondo.

Basti pensare che oggi , 8 miliardari possiedono nel mondo la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone.

Questo sistema di cui è parte fondamentale una politica , ormai struttura servente dell’economia e della finanza, ha gettato nel Caos l’intero medio oriente e tagliato fuori da una vita accettabile un intero continente : l’Africa.

In questa vasta area , definita da Limes Caoslandia, si incrociano alla perfezione i 4 fattori strutturali delle migrazioni: : demografia, economia, clima e geopolitica.

La geopolitica ha scatenato in quell’area un condizione di guerra permanente di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali che , in tanta parte, agiscono per procura delle prime.

Tutto ciò dà vita ad un fenonome migratorio destinato a non arrestarsi, e ai fenomeni che inondano in maniera enfatica i telegiornali e generano il clima che percepiamo ad ogni angolo: paura, odio, violenza ottusità mentale.

Tenendo presente che in queste condizioni nessuno potrà fermare questi flussi migratori che peraltro stanno nei limiti della normalità e rientrano in quella che è la normale storia dell’umanità,

il governo di questo fenomeno può divenire un elemento costitutivo di un nuovo paradigma che riprende in parte quello sull’autonomia e l’Alternativa Mediterranea , partendo non da impossibili, oggi, accordi intergovernativi o processi di partenariato simili a quello di Barcellona 95 e lo coniuga con i bisogni e gli interessi di un continente, L’Europa , in progressivo rapido invecchiamento e decadimento che ha bisogno di ricambi generazionali per l’insieme dei sistemi sociali , produttivi e territoriali dei Paesi della sua Unione?

E noi Mezzogiorno e Calabria, possiamo muoverci , sulla scorta di esempi di accoglienza e inserimento paradigmatici ( Riace in primis , ma non solo) per intrecciare a livello di Comunità Locali (istituzionali e associative ) gli interventi della programmazione comunitaria 14/20 con gli interventi di stato per l’accoglienza e l’inserimento dignitoso ed umano di chi scappa dall’inferno?

Potremmo, ad esempio, in un momento di impasse, degli stati nazionali riaprire le vie di un rapporto con l’Africa , a cominciare da quella a noi attaccata per provare, in una rete di scambi autonomi con le comunità locali di provenienza dei migranti, a costruire un rapporto che si richiami idealmente a quelli rilanciati e rimodulati, parecchio dopo il crollo dell’impero romano, dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre.Con Genova che inventava il capitalismo moderno (1407), mentre in parallelo e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo le vie dall’Asia al Mediterraneo , che oggi riprende, XI Jinping, in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta.?

Fu quella delle repubbliche marinare una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare ancora tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.

L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali.

Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.”

A me sembra che sarebbe necessario, pur nella piena consapevolezza delle difficoltà, provare a mettere insieme, per il Mezzogiorno e la Calabria, un paradigma capace di tenere uniti alcuni aspetti del paradigma Mezzogiorno come questione nazionale, con quelli che recuperano le parti vitali e fresche del paradigma noto come Localismo Virtuoso, dentro gli aspetti praticabili di quello dell’Autonomia e dell’Alternativa Mediterranea.

A me sembra che una posizione del genere ci consentirebbe di mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in una unità originale” che ci proponeva 30 anni fa Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri .

In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese nell’Europa.

In questa ottica, determinante diventa una convergenza di politiche nazionali, comunitarie e locali .

Perciò credo che l’osservatorio che propone Piero dovrebbe essere articolato per sezioni per monitorare i vari aspetti della politica a cominciare da quella dell’accoglienza dei migranti.

Per la Calabria penso che dovrebbe lavorare con altri soggetti già operanti sul territorio alla costruzione di :

  1. un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO, tra le nostre comunità di accoglienza e quelle di provenienza dei migranti;
  2. una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari ad esse attribuiti.

Mi piace ricordare concludendo che proprio a Lamezia il 23 Maggio del 2008 si tenne un importante attivo nazionale della SEM presieduto dal caro compagno Gianni Lucchino,

L’attivo fu concluso nel ridotto del teatro Grandinetti, con una tavola rotonda coordinata da Matteo Cosenza , direttore del Quotidiano della Calabria e con la partecipazione del sindaco di Lamezia di Gianni Speranza, che dava il via al primo atto concreto per la costruzione di un “Cantiere per l’area del Mediterraneo” con la presentazione del VII rapporto sul Mediterraneo, curato da Bruno Amoroso , Nino Lisi e Gianfranco Nicolais, edito da Rubbettino che si sviluppava sul tema culture ed economie del mediterraneo e, con un approccio tipicamente braudeliano, guardava al Mediterraneo come una Mesoregione in evoluzione , luogo di confronto, incontro e conflitto tra culture ed interessi geopolitici e geoeconomici.

Nel dibattito che ne seguì emersero , anche con differenza di toni, i temi intorno ai quali il rapporto si era sviluppato: dalle culture mediterranee e dalla modernità europea , alle culture e società civili presenti nell’intera area del bacino, alla politica estera e cooperazione economica, alla nuova centralità del Mediterraneo e alla logistica che lo interessa, agli obiettivi ed alle metodologie della cooperazione per un benessere condiviso fra le Regioni dell’Europa Meridionale ed i Paesi della Sponda Sud del mare , indagando le divergenze e cercando le convergenze possibili.

Mimmo Rizzuti

 

 

 

Il riuso delle città di Roberto Budini Gattai

Il riuso delle città di Roberto Budini Gattai

Il contenimento della espansione della città contemporanea, pur nella consapevolezza delle necessità crescenti dell’abitare, si può ripensare sia attraverso il riuso generalizzato, sia ribaltando una consuetudine nel modo di porre l’attività edificatoria. La produzione edilizia moderna e contemporanea si manifesta generalmente mediante l’occupazione delle aree libere e, nei casi migliori, con l’applicazione dei modelli tradizionali: quartieri, città giardino, grandi unità abitative e sempre di più centri direzionali, commerciali, universitari, strade, ecc., i cosiddetti “poli.”

Contrariamente a tali modalità di ampliamento e di pretesa qualificazione (differenziale) della città, la progettazione urbanistica si può fare interprete di un diverso modo di porre il problema della città contemporanea.

In questo diverso modo è il vuoto che assume un ruolo decisivo; esso ridefinisce i confini del costruito, individua la soglia di passaggio da un sistema rurale ad un sistema urbano, oppure tra differenti sistemi insediativi dove s’interpongono spazi residuali.

Si tratta di spazi di soglia, densi di energie relazionali, dove si precisa il compito della progettazione nel ricollocare i frammenti edilizi e i vuoti urbani, individuando elementi alla scala superiore che identificano i caratteri irripetibili della città o del territorio, in un processo di memoria dei segni e delle tracce originarie, sui quali poter ancorare questi pezzi insediativi altrimenti indifferenti a qualsiasi configurazione urbana. (ovvero privi di memoria, seriali, uniformi).

La nozione di “sistema”, già introdotto nella normativa urbanistica (in Toscana), costituisce una novità nel modo di pensare lo spazio urbano e territoriale, perché induce alla trasformazione di entità astratte, quali le zonizzazioni, in una configurazione fisica dello spazio che materialmente rivela tutta la complessità delle relazioni sistemiche.

Con ciò, le differenti articolazioni, di pieni e di vuoti, di edificato e di spazi liberi e i loro rapporti geometrici, vanno a individuare le coordinate costitutive dei luoghi. In tal modo essi esprimono i caratteri specifici della qualità urbana.

Queste tracce di un passato riconosciuto, disegnano la realtà fisica, hanno una continuità nel tempo e costituiscono delle invarianti che la legge (ad es. toscana) precisa come “invarianti strutturali”.

Preferiamo ridefinirle “invarianti di trasformazione”.

Infatti le invarianti non identificano solo manufatti immutabili nel tempo, oggetti da ingessare una volta per tutte, ma questi devono essere piuttosto assunti nelle loro potenzialità a divenire altro dalle ragioni che li hanno originati (ma che sono sempre ricche di suggerimenti).

Il nesso tra le condizioni originarie e quelle attuali deve conservare il sistema delle relazioni morfologiche che è una costante (invariante, appunto), anche se le vicende storiche ne hanno mutato il significato. Le mura urbane, le sponde fluviali, i fronti a mare, i manufatti architettonici, le vie in curva e quant’altro debbono essere interpretati a partire dalla loro natura genetica, dentro la quale si possono scoprire gli elementi del nuovo, i princìpi del progetto.

Dal vuoto urbano, dal negativo, dal non costruito, si definisce la materializzazione del segno fisico che sta in equilibrio tra una forma del naturale e un atto artificiale, così da istituire un rapporto tra natura e architettura.

La definizione di “verde”in urbanistica, è un’accezione ancora tutta ideologica che tende a separare la natura dall’uomo e dalle sue forme di attività.

In ogni epoca questo rapporto dell’uomo con la natura si è manifestato sia attraverso una elaborazione intelligibile sia secondo un rapporto sensibile.

Così, ad esempio, l’ortus conclusus esprimeva la nostalgia dell’Eden, ossia la perfettibilità e l’armonia perduta contrapposta allo smarrimento prodotto dalla selva. Attraverso l’intelletto umano e la percezione sensibile del mondo, com’è nell’arte, questa natura imperfetta avrebbe fatto intravedere la bellezza eterna.

D’altra parte, le “divine proporzioni” costituivano la struttura intellettiva della città ideale del rinascimento, rappresentata nel disegno del giardino. Così alla purezza delle sue geometrie vi era opposta la materialità degli elementi naturali forgiati come da un processo alchemico.

Gli artisti che scoprivano nelle regole classiche le divine proporzioni e nell’utopia dell’armonia la risoluzione dei conflitti che animavano la società, con le loro opere hanno permeato le coscienze di tutto il mondo.

E ancora altre opere dell’uomo, nella loro sedimentazione, hanno dato luogo poi a quell’immagine totalizzante che, in modo distaccato, denominiamo “paesaggio”.

 

Il lavoro, la ricerca, la pratica progettante che propongo all’Osservatorio trova applicazione in alcuni luoghi che possono costituire dei modelli d’intervento nei territori rurali, fluviali, costieri, nei centri antichi o nei conglomerati urbani del sud dell’Italia e in generale dell’area mediterranea.

 

(dall’intervento a Lamezia del 2.XII.2017)

Il Mezzogiorno implode di Tonino Perna

Il Mezzogiorno implode di Tonino Perna

Partiamo da un fatto: i dati sull’emigrazione dal Mezzogiorno al resto del mondo sono decisamente sottostimati, soprattutto quelli che riguardano l’emigrazione Sud-nord nel nostro paese. Il motivo è semplice: dalla Svimez all’Istat tutti analizzano l’emigrazione servendosi dei dati relativi ai cambiamenti di residenza . Ora, come molti di coloro che vivono nel Mezzogiorno sanno, la gran parte dei giovani che emigra nel Centro-Nord Italia per i primi anni non cambia residenza.

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Emergenze ambientali e territoriali: anche nel Mezzogiorno la svolta innovativa deve arrivare “dal basso” di Alberto Ziparo

Emergenze ambientali e territoriali: anche nel Mezzogiorno la svolta innovativa deve arrivare “dal basso” di Alberto Ziparo

1.Introduzione

La crisi climatica sta accelerando; e i suoi effetti vengono esasperati spesso dalle condizioni territoriali,colpite da degrado e ipercementificazione, che ne cancellano progressivamente la struttura ecologica , le componenti organismiche, indebolendo fortemente le sue capacità di reazione, di resilienza.

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Un Osservatorio per il Sud di Franco Blandi

Un Osservatorio per il Sud di Franco Blandi

Ho accolto con slancio l’invito di Piero Bevilacqua e lo ringrazio per avermi coinvolto in questa esperienza. Credo che mai come in questo momento ci sia bisogno di parlare, discutere, confrontarsi su alcuni temi che sembrano scomparsi dalle agende della politica e, più in generale, dal dibattito sociale. Porto il mio contributo sintetizzando in poche parole alcuni temi che, chiaramente, richiederebbero maggiori approfondimenti.
Mi piace documentare e spesso vado in giro, prevalentemente in Sicilia. Per farlo utilizzo strumenti diversi: scrivo, filmo, fotografo. Mi interessano le storie poco conosciute di uomini e donne; i paesaggi, magari poco osservati e vissuti; La natura, bella, ignorata e ferita. Spesso queste storie si mescolano e in alcune comunità, a fatica, trovo ancora alcuni elementi di equilibrio, di armonia tra le attività dell’uomo e l’ambiente attorno a lui.

Cosa ho visto in questi anni, quale evoluzione?
Nel mio girovagare ho visto molti paesi svuotarsi, i centri storici deturpati e abbandonati, il cemento avanzare sulle spiagge. Ho visto scomparire le piccole botteghe e i piccoli artigiani e ho visto nascere enormi isole del consumismo ai margini delle città. Ho visto città, paesi e campagne sommerse dai rifiuti, il mare invaso dalla plastica e da liquami di ogni genere. Ho visto i paesi montani perdere servizi essenziali come le scuole, gli ospedali, gli asili, presidi delle forze dell’ordine. E contemporaneamente, ho visto in questi stessi paesi i giovani andare via e solo gli anziani rimanere a presidiare la loro stessa esistenza. Ho visto poveri, vecchi e nuovi, divenire ancora più poveri e ricchi, vecchi e nuovi, in combutta con mafiosi, vecchi e nuovi, diventare ancora più ricchi.
Ho visto l’insoddisfazione incunearsi inesorabilmente nella vita di molti. Ho visto il clamore suscitato dall’arrivo di tanti giovani migranti, prontamente chiusi nei recinti reali e mentali, da chi pensa che la strategia migliore sia tenerli quanto più possibile lontani dalla vita. Ho visto il silenzio sui molti giovani siciliani che lasciano la nostra terra (ogni anno sono più di 30000). Altri restano, i più senza lavoro, o trovano “occupazione”, quando va bene, a 400 euro al mese.
Ho visto, in definitiva il fallimento storico e sociale del capitalismo, del liberismo, delle scelte politiche scellerate.
Ho visto, però, anche uomini e donne che ogni giorno operano per contrastare questa realtà. Credono e vivono nella convinzione che un’altra prospettiva sia possibile. Spesso in solitudine, lontani dai riflettori e dalle cronache, si oppongono con caparbietà questa deriva, spesso senza trovare sponde alle quali aggrapparsi.

Cosa fare?
Credo che bisogna partire proprio da qui. Da questi eroi silenziosi, dai fermenti vivi che la società meridionale riesce a esprimere, offrendo loro una sponda, un punto sicuro di approdo da cui ripartire. Non partiamo, quindi, dal nulla. Dobbiamo avere al nostro fianco quanti in questi anni hanno dedicato il proprio tempo a rendere reale la prospettiva di cambiamento. Mi riferisco al mondo delle associazioni, al volontariato, al mondo della ricerca, ai movimenti, ai gruppi informali, nati con l’obiettivo di promuovere la solidarietà, il rispetto per l’ambiente, un nuovo modello di sviluppo. Io credo che il nascente Osservatorio per il Sud possa diventare il punto d’incontro, di raccordo e promozione di questo mondo. Il luogo di incontro tra quanti pensano a una società nuova, diversa, più equa e solidale. L’obiettivo non è né facile, né immediato. Qualcuno, però, deve pur cominciare.
Sono profondamente convinto che qualsiasi cambiamento per essere reale e duraturo, debba necessariamente partire dal basso. Ci vuole, come dice Franco Arminio, un nuovo umanesimo. Un umanesimo da rintracciare nelle felicità di cui parla Piero Bevilacqua. Ci vuole attenzione verso il paesaggio in tutte le sue articolazioni: umano, naturale, dei luoghi, culturale. Occorre comprendere che la tutela dell’ambiente è di per sé ricchezza. Occorre ripartire dall’istruzione educando non solo ai mestieri, ma al rispetto dei principi universali della convivenza, oggi, ahimè, troppo spesso smarriti. Occorre mettere al centro il sapere, l’arte, la solidarietà e il rispetto della legalità. Occorrono esempi virtuosi e concreti, utili a delineare un nuovo modello sociale in equilibrio armonico tra le attività umane e la generosa natura delle nostre terre.

Come? Un esempio.
Nei centri storici, quelli non ancora del tutto distrutti, si potrebbe pensare a un piano straordinario di recupero sociale e edilizio, a un nuovo paradigma: basta con le nuove costruzioni, occorre recuperare! Recuperare significa spostare il costo degli interventi sulla forza lavoro (operai, artigiani, falegnami, fabbri, decoratori, progettisti, ecc.) e meno sui materiali. Al contrario, le nuove costruzioni, oltre a snaturare i centri storici, prevedono costi elevati per i materiali e sono spesso finalizzate al rapido profitto dell’impresa che ha, al suo servizio, sempre meno unità lavorative. Una strada già tristemente percorsa che ha snaturato, oltre ai paesi e le città, perfino molte campagne dell’entroterra. Dove il recupero dei centri storici è diventato realtà, si è registrata una inversione di tendenza: insediamento di nuove realtà commerciali e produttive all’interno de centri storici; miglioramento dell’economia per il diretto coinvolgimento delle persone nei piani di ristrutturazione; salvaguardia delle professioni artigianali; ripopolamento abitativo; ricadute positive sul turismo. Allo stesso tempo, la salvaguardia di servizi essenziali quali scuole, ospedali, asili nido, ha contribuito ad arginare l’esodo e lo svuotamento dei paesi e dei centri storici delle città.
Se volessi sintetizzare con degli slogan direi: “lavorare meno, lavorare tutti”, “piccolo e diffuso, anziché grande e concentrato”; “Lentezza, anziché frenesia”.

E gli intellettuali?
Mettere la propria visione delle cose a servizio della comunità, fornendo chiavi di lettura della realtà e offrendo soluzioni, soprattutto a vantaggio di chi vive relegato ai margini della società, produce ricadute positive. Serve, però, rifuggire dall’autocompiacimento dei circoli esclusivi e tornare nelle piazze, nelle campagne e nei quartieri, serve tornare in mezzo alla gente. Vivo in una terra nella quale in passato ci sono stati esempi virtuosi di intellettuali, non sempre siciliani, che hanno lasciato segni indelebili. Penso a Danilo Dolci, a Vittorio De Seta, a Ignazio Buttitta, a Carlo Levi e ai tanti altri che hanno speso le loro nel tentativo di dare dignità a chi non l’aveva mai avuta. Si sono messi al fianco degli ultimi, degli esclusi, dei diseredati. Il loro impegno ha fatto crescere consapevolezza e le ricadute della loro opera sono ancora oggi visibili in alcune zone della Sicilia.
E se è vero che i cambiamenti partono sempre dal basso, oggi occorre trovare il modo di recuperare questo legame con la comunità. In un periodo storico nel quale la società nel suo complesso e quella meridionale in particolare, sembrano avere smarrito la forza e la capacità di unirsi su comuni rivendicazioni, questa esigenza diventa non più procrastinabile. Occorrono idee, parole, uomini e strumenti nuovi per fare breccia nell’indifferenza e nello scetticismo dilaganti. L’urgenza deriva anche dal pressappochismo e dalla superficialità dell’attuale classe dirigente che rischia di minare definitivamente il rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Proprio per queste ragioni credo che il nascente Osservatorio, oltre a stimolare e sensibilizzare la società sui temi discussi, possa svolgere un ruolo importante nel promuovere veri e propri percorsi di formazione alla politica, che preparino i giovani ad affrontare la complessità e le contraddizioni dell’attuale società. Ben venga, quindi, l’Osservatorio per il Sud con l’auspicio che possa contribuire ad agitare le acque nello stagno immobile del nostro paese. Sento questa responsabilità, quella di dare speranza sia ai tanti giovani che hanno scelto di non andare via e ogni giorno si misurano con l’inefficienza dello Stato e della burocrazia, che a quelli che sono partiti con la speranza di tornare in una terra migliore.

Franco Blandi

 

Lamezia, 2 dicembre 2017

A Sud di nessun Nord di Claudia Villani

A Sud di nessun Nord di Claudia Villani

Negli ultimi anni nei congressi internazionali di storia (storia mondiale, storia economica, storia delle relazioni internazionali, ecc.) si moltiplicano gli studi sulle “periferie” e dal punto di vista delle “periferie”, andando al di là degli studi sulle due grandi fasi della globalizzazione capitalistica, centrati sull’Occidente. In aggiunta, le stesse categorie di centro e periferia vengono trasferite dalla originaria dimensione economica e politica connessa con la formazione del moderno sistema mondiale dell’economia capitalistica ad una dimensione sociale e culturale più ampia, in coincidenza con il “linguistic e cultural turn” che ha attraversato le scienze sociali negli ultimi decenni. Si cerca quindi di anche ripensare la “territorialità” e la “sovranità” a partire dalla critica al concetto euro-centrico di territorialità ancorata allo Stato-nazione.

In questo contesto andrebbe collocata la riflessione sui territori del nostro Mezzogiorno. Esiste infatti più di un motivo per sottolineare le analogie tra il modo con cui è stata costruita/ interpretata/ pensata/ teorizzata la questione meridionale in Italia e il modo con cui viene costruita/ interpretata/ pensata/ teorizzata oggi la questione del cosiddetto Global South, erede del percorso storico avviato dal movimento dei non allineati nel secondo dopoguerra. Facciamo un esperimento. Se provassimo a riassumere le questioni poste dal Terzo Mondo nella seconda metà del Novecento, a partire dal problema del divario globale, forse potremmo leggere un testo simile:

 

Secondo il punto di vista del Terzo Mondo, le risorse dei paesi arretrati hanno giocato un ruolo funzionale, seppure non decisivo, per la modernizzazione e l’arricchimento dei paesi del Nord, anche e soprattutto per reggere la sfida del mercato internazionale. Una parte degli studiosi ha attribuito scarso peso all’apporto dei paesi del Sud, spesso ex-colonie, allo sviluppo del capitalismo settentrionale; un’altra parte, invece, ha indicato nello sfruttamento coloniale dei Sud un effetto delle scelte politiche degli Stati del Nord, che hanno favorito con effetti distorsivi l’industrializzazione del solo Nord; altri studiosi, infine, hanno visto un nesso organico, tra lo sviluppo agricolo e ritardato dei Sud e sviluppo industriale e capitalistico concentrato nel Nord.

 

Che sia condivisibile o meno questa sintesi nella sua schematicità, si tratta di una parafrasi letterale di un testo dedicato alla questione meridionale italiana[1]. La mia ipotesi è che alla base delle tante forme di meridionalismo – inteso come costruzione di un discorso storico, politico, culturale e quindi come costruzione di una identità politica e culturale – vi siano elementi comuni: la percezione di essere diversi rispetto ad altri territori caratterizzati da performance economiche e sociali migliori; il continuo ricorso all’indagine storica, alla ricerca delle “origini” del fenomeno e dei suoi “responsabili” (interni ed esterni); la consapevolezza di essere inseriti in un contesto più vasto di rapporti con altri, e quindi la consapevolezza del rapporto interdipendente tra il proprio territorio, che non controlla i meccanismi di scambio (“periferia”), e altri (“centri”); la consapevolezza della necessità di “riforme” interne, ma anche, soprattutto, per riconquistare margini di manovra, la consapevolezza della necessità di “riforme” che agiscano sui rapporti di forza economici e politici esterni alla dimensione locale (siano essi di dimensione regionale, nazionale, sovranazionale, ecc.). Per questo motivo la coppia concettuale centro/periferia, così come il modello (o se vogliamo la metafora) coloniale, diventano strumenti per descrivere e/o cercare di modificare i rapporti di forza.

Si potrebbero pensare, quindi, i diversi meridionalismi – i meridionalismi italiani, i meridionalismi globali nel secondo dopoguerra – come costruzioni di identità particolari. Il Sud/i Sud nascono quando nascono i Nord, sono “resi diversi” in relazione a qualche “Nord”, si sentono “oggetto” di una storia narrata e tessuta da altri, si percepiscono come tali e costruiscono il loro “meridionalismi” per rivendicare il ritorno come “soggetti” nella “Storia”. E’ l’ascesa di un Nord, è l’affermazione di un modello di modernizzazione, che consegna agli “altri”, ai “meno” moderni, il “dilemma dello sviluppo” e il “dilemma della sovranità territoriale”.

La storia del Mezzogiorno d’Italia e questo nostro tentativo di rilanciare un meridionalismo all’altezza dei tempi andrebbero inserite in questo contesto più ampio. Negli ultimi decenni, del resto, la stessa questione meridionale è stata declinata in relazione ad una molteplicità di livelli sovra-nazionali (dimensione internazionale, dimensione europea, dimensione mediterranea), oltre ad essere stata scomposta e decostruita anche in relazione alle molteplicità locali e territoriali, evidenziando pluralità e percorsi peculiari che mal si adattano alle semplificazioni delle variabili aggregate utilizzate per quantificare il “divario” tra Nord e Sud del paese. E’ l’approccio della World History allo studio delle relazioni costruite su più livelli tra territori e attori diversi, non solo e non tanto gli Stati-nazione.

Nel presente globalizzato in cui viviamo i “Sud” sono ovunque, attraversano i territori in tutte le dimensioni: da quella locale a quella nazionale, da quella regionale a quella globale. Per questo motivo, così come altri Sud possono imparare dalla storia italiana (e dalla storia della nostra questione meridionale), anche noi, oggi, possiamo imparare da altri meridionalismi, mettendo in rete conoscenze, teorie critiche, pratiche, proposte e progetti.

Mi sembra quindi inevitabile che il nostro Osservatorio (magari “sui Sud”, al plurale?), abbia un respiro e una ambizione (conoscitiva, scientifica, propositiva) di carattere globale, se è vero che, alla fine, “il mondo globalizzato sarà quel che i suoi Sud saranno” [2].

Claudia Villani, claudia.villani@uniba.it

Università degli studi di Bari

 

Lamezia Terme, 2 dicembre 2017

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[1] Pescosolido, la questione meridionale, http://www.treccani.it/enciclopedia/la-questione-meridionale_(Dizionario_di_Storia)/.

[2] E’ una parafrasi della celebre profezia di Mazzini: “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.