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Giovino (CZ) al centro delle attenzioni speculative.- di Maria Adele Teti

Giovino (CZ) al centro delle attenzioni speculative.- di Maria Adele Teti

La lettera di Piero Bevilacqua ai cittadini, pubblicata giorni fa, è un compendio di conoscenza e di amore per la propria città rimasto tale anche dopo 50 anni di lontananza; è un messaggio che indica un percorso da seguire non solo per Giovino, a Catanzaro, ma in tute le città medio-piccole sopratutto meridionali.

Il tutto si può declinare con una parola: rinaturalizzazione delle città e del territorio. Su questi temi tenteremo di coinvolgere i cittadini di Catanzaro che, nel passato, hanno dimostrato di non amare abbastanza la città, se hanno permesso la sua totale dequalificazione, con il risultato di avere un territorio privo di servizi e senza nessun disegno urbano. E’ il prodotto di una “geografia della speculazione” che distrugge senza produrre ricchezza.

Catanzaro è l’unica città italiana capoluogo di regione che diminuisce di popolazione, che ha perso competitività rispetto al suo territorio, che rischia di vedere il suo centro storico spopolato.

In questo quadro il nuovo PSC (Piano Strutturale Comunale in corso di approvazione) ricalca vecchi schemi di espansione ormai anacronistici, a fronte dell’esorbitante presenza di vani invenduti che hanno comportato il crollo del mercato immobiliare. D’altra parte, il PSC ricalca pedissequamente gli indirizzi elaborati dall’Amministrazione comunale (del 13/05/12015), senza alcun tentativo di attuare ciò che i tecnici incaricati a costo zero, avevano promesso: consumo di suolo zero e rinascita del centro storico.

Se visto con quest’ottica il nuovo piano urbanistico fallisce totalmente; è un Piano che attua ancora una volta le aspettative di coloro che voglio appropriarsi delle ultime aree libere, a Giovino e a Germaneto, principalmente, senza tentare minimamente di mettere mano all’urbanizzazione caotica del territorio, alla sua riqualificazione, alla valorizzazione dei suoi caratteri urbani e del paesaggio.

Lo schema del nuovo PSC non recepisce i caratteri del territorio che si è strutturato attraverso nuclei sparsi, realizzando una città policentrica, dotata di servizi in alcuni casi inesistenti, specialmente nelle aree di più recente urbanizzazione. Questo tema, centrale per chi si accinge a fare un nuovo strumento urbanistico a Catanzaro, viene affrontato attraverso nuove urbanizzazioni, sopratutto nelle aree citate: Germaneto, a vocazione terziaria (Università e policlinico universitario) e Giovino, a vocazione turistica.

In quest’ultima area, ancora libera del litorale jonico cittadino cresciuto caoticamente, è necessario, proprio per la bassa qualità dell’edilizia esistente, attuare un turismo di “terza generazione”, ossia un turismo “verde”, fatto essenzialmente di percorsi nel verde attrezzato ed agricolo specializzato, riservando aree per l’edificazione nella parte alta, verso la 106, dove l’edificato ha già carattere urbano.

Attrezzature alberghiere, da localizzare prevalentemente nella fascia alta tra la 106 e la FF.SS., mentre le attrezzature sportive, del tempo libero e agricole devono poter convivere in un disegno che valorizzi quest’area di eccezionale bellezza, salvaguardando sopratutto il verde agricolo, così come specificato da Piero Bevilacqua: coniugando così produzione, utilità e bellezza nell’interesse pubblico.

Ma niente di tutto questo si realizza col nuovo PSC che divide l’area, che si stende per oltre 186 ettari, in tre porzioni: suddivisione che non solo non salvaguarda l’area pregiata limitrofa alla pineta ed al mare, ma palesemente risponde alle aspettative proprietarie e speculative.

Eppure anni fa ,una sentenza del Tar, che si era pronunciato su un’istanza dei proprietari contro il comune, aveva sancito il precipuo interesse pubblico dell’area; ma niente di tutto questo si ritrova in alcune delibere del Consiglio Comunale, nel PAU (Piano Attuativo Unitario del 17/03/2006), nel Piano Comprensoriale di Giovino (02/05/2008) e nel disegno del nuovo PSC, ancora in fase di approvazione a cui, necessariamente, dobbiamo opporci con forza da cui dipende la sopravvivenza della città.

Un progetto spartitorio che viene da lontano, se, su proposta del dirigente urbanistico del comune, arch. Lonetti, alla Giunta comunale si elabora una “variante, all’ area comprensoriale Giovino” e al Piano Attuativo Unitario (PAU, 17.03.2006 n. 449), in cui si propone la suddivisione dell’area (186 ettari) in tre porzioni equivalenti: una commerciale (in prosecuzione del centro commerciale le Fontane. una città nella città), una turistica alberghiera e l’altra non ben specificata, rimasta sospesa.

Ma dov’è l’interesse pubblico? I catanzaresi dovranno vedere ancora centri commerciali, dovranno vedere costruire alberghi (quanti, troppi, rispetto all’estensione delle aree) realizzati con tipologie idonee al cambio di destinazione d’uso, nel breve periodo, mentre niente si dice del verde, attrezzato, agricolo e di diporto.

Una frammentazione fatta ad hoc al fine di soddisfare gli interessi prevalenti della proprietà, concentrata in gran parte in un’unica ditta, che da anni presenta progetti di costruzione intensive (di 2000 vani, durante la giunta Olivo, e ultimamente di due grattacieli).

Certo sono molteplici gli interessi che ruotano intorno alla cementificazione di questo ultimo lembo di costa libera. E’ evidente, che questa meccanica suddivisione in tre parti quasi equivalenti, è tesa a soddisfare i tanti contendenti che si affiancano alle proprietà private.

Niente vale lo stanco richiamo al Concorso Internazionale, già depotenziato dalla suddivisione territoriale citata, utile dieci fa anni fa, circa, prima delle molte compromissioni, quando dalle pagine della Gazzetta del Sud, ricordavo ai catanzaresi l’abisso che esisteva tra il progetto di costruire una nuova città di villette di 2000 vani bordo mare e quelli portati avanti da molte città che nelle aree libere della costa o limitrofe alla aree portuali, progettavano Waterfront attrezzati, riqualificando aree abbandonate o compromesse.

Da allora ad oggi cosa è cambiato? Niente, se non il fatto che questa tripartizione, oggi potrebbe essere attuata senza problemi, poichè il nuovo PSC non solo recepisce tutto l’antefatto, ma peggiora notevolmente con una suddivisione che frantuma e dequalifica l’area che ha una sua omogeneità.

In opposizione a questo progetto si chiede che tutta la fascia dalla ferrovia al mare sia destinata a verde attrezzato ed agricolo. All’interno solo circoscritte e ben definite costruzioni realizzabili solo previa ricerca delle necessità esistenti nel campo della ricezione turistica, attrezzature sportive e del tempo libero.

Non mi dilungo in questa sede sul progetto di Germaneto, individuato, negli Indirizzi Programmatici del 2015, come area problema, separata dal contesto urbano e pertanto da riconnettere alla città, non solo attraverso la metropolitana che stenta a essere completata, ma da nuove urbanizzazioni, non solo di tipo terziario (Catanzaro tre).S

pesso nei dibattiti pubblici e anche nelle linee guida dell’amministrazione comunale, viene posto il tema della connessione tra i vari nuclei sparsi: una connessione che si immagina realizzata attraverso un fiume di cemento: un progetto da attuare sopratutto a Germaneto, dove si vorrebbe realizzare una nuova Catanzaro.

Tuttavia la recente storia di Catanzaro ha dimostrato che l’unica attrezzatura valida realizzata nell’ultimo ventennio è il Parco della Biodiversità, la cui area è stata sottratta alla speculazione per donarla ai cittadini, realizzando un museo d’arte moderna nel verde. E’ un esempio che va ripetuto. La città mortificata da un’urbanizzazione invasiva e di bassissima qualità edilizia deve recuperare il rapporto con il territorio, valorizzare la sua multipolarità, al fine di creare una città immersa nel verde e spiccatamente sostenibile.

Questo progetto, valido per Catanzaro, è un obiettivo da proporre in tutte le sedi per le città medio-grandi sopratutto meridionali che, in rapporto alle grandi città del nord, ipertrofiche, possono sviluppare un nuovo rapporto col paesaggio e con la natura al fine di realizzare un tipo di sviluppo meno invasivo e più equilibrato.

Le città medio-piccole come Catanzaro non hanno che questa strada per avvalorare la loro esistenza e dare significato allo sviluppo: un tema trattato da una recente pubblicazione dell’associazione ANCSA che in un volume, dal titolo “Città Fragili” ha raccolto saggi relativi a 12 tipologie di città, dalle città metropolitane e a quelle medio piccole, al tempo del Covid e le prospettive post Covid (ANCSA, Associazione Nazionale Centri Storici Artistici, associazione che ha redatto nel 1975 la Carta di Gubbio alla base del Recupero di Centri storici).

La sottoscritta, nella scheda di Catanzaro sosteneva: Nel recente passato ” il centro storico è stato svuotato di funzioni mentre la città è letteralmente esplosa nel territorio… Eppure questa città, un pò “sbrindellata”, possiede aree verdi agricole intercluse: uliveti, aree semi abbandonate, colline deserte, si insinuano e caratterizzano il paesaggio urbano.

Città e campagna si completano in un assetto che, se controllato, potrebbe dare i suoi esiti in termini di produttività, vivibilità e sostenibilità”. (Città Fragili, ANCSA documenti,collana scientifica, 2020) La città meridionale e Catanzaro, che nel secondo dopoguerra ha trovato nella distruzione del territorio la sua fonte di sussistenza, deve riscattarsi, partendo dal suo grande patrimonio paesaggistico e ambientale, volgendo lo sguardo verso azioni previste, anche in sede europea, nel programma Green New Deal

A Catanzaro, per attuare questo programma ed opporsi ai progetti citati, è in corso di formazione un Comitato scientifico, composto da esperti locali e nazionali, e un Coordinamento interpartitico che, partendo dalle prospettive aperte da Piero Bevilacqua, si ponga l’obiettivo di far conoscere i progetti comunali anche al di fuori dell’ambito strettamente urbano, al fine di opporsi con forza alla nuova e definitiva distruzione del territorio e degli ultimi brandelli di aree libere.

foto da:https://www.facebook.com/dunegiovino/photos/a.1509046309180341/1832393286845640/?type=3&theater

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Tutti ecologisti della domenica, se non cambia il modello industriale- di Piero Bevilacqua. Ambiente. occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell'uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco

Davvero allarga il cuore sentire dirigenti politici e giornalisti, usare con generosità l’espressione riconversione ecologica, per alludere al nuovo corso dello sviluppo economico italiano ed europeo. Si capisce che non sanno di cosa parlano, ma il fatto che ormai ne parlino anche loro è un segno della popolarità che, almeno l’espressione verbale, ha finalmente guadagnato presso i produttori di senso comune.

Ricordo che il sintagma riconversione ecologica è stato coniato in Italia da Alexander Langer e che Guido Viale vi dedica da anni studi e ricerche, purtroppo con scarsi esiti, sia culturali che strutturali. Ma che oggi anche l’Ue tenti di progettare i suoi ingenti investimenti entro la filosofia di un Green Deal, di un modello verde di sviluppo, è sicuramente una grande novità e un’opportunità da cogliere.

Esattamente al tal fine occorre incominciare a chiarire il significato delle parole, ricordando che la riconversione ecologica non si esaurisce nello sviluppo delle energie alternative, del digitale, nell’uso di tecnologie meno inquinanti, e altre correzioni del modello industriale novecentesco.

Quell’espressione rinvia a una rivoluzione del paradigma produttivo che ha dominato per quasi un secolo, quello, per intenderci, nato negli Usa negli anni ’30 e fondato sulla cosiddetta planned obsolescence, l’obsolescenza programmata dei beni: le merci devono durare poco per alimentare il processo produttivo, senza nessuna considerazione del fatto che le merci consumano natura e che la natura non è infinita. Dunque è necessaria una vera rivoluzione industriale, possibile solo con un profondo rivolgimento culturale.

Mi confermo in tale necessità, soprattutto in Italia, dopo aver appreso gli ultimi dati del rapporto Ispra sull’espansione del cemento nel 2019. Ne ha dato ampio conto Luca Martinelli sul manifesto (23/7), ricordando che l’anno scorso, seguendo un ritmo senza tregua, sono stati cementificati 57 milioni di m2, due metri quadrati al secondo. Perché tanto cemento, edifici, strade, ponti, in aumento di anno in anno, mentre diminuisce la popolazione?

Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale, ma una risorsa facile per i propri affari. Bisogna che il ceto politico e l’intero governo comprendano questo nodo drammatico dello sviluppo italiano. I capitali investiti in cemento sfuggono di fatto al mercato, alla competizione, all’innovazione tecnologica e di prodotto e si rifugiano nel settore più tradizionale e primitivo dell’economia.

Tutte le facilitazioni offerte a questo tipo di attività predatoria l’Italia la paga innanzi tutto con un arretramento progettuale e strategico della sua industria. Il nostro Mezzogiorno ha pagato duramente, in termini di arretratezza del suo apparato produttivo, il fatto che i suoi imprenditori hanno avuto agio di fare affari col territorio anziché misurarsi con nuovi settori merceologici, affrontare mercati e sfide tecnologiche. Naturalmente il suolo, soprattutto in Italia, costituisce il cuore di ciò che chiamiamo natura, ambiente, risorse.

Mostrare preoccupazione per il riscaldamento climatico e continuare a coprire il suolo verde non è più accettabile, perché il cemento innalza la temperatura, così come non è accettabile recriminare per l’allagamento delle città, perché è la copertura totalitaria del verde che trasforma in letti di fiume le strade cittadine appena piove.

Costruire in Italia significa non soltanto sottrarre terra all’agricoltura, ma contribuire al riscaldamento globale, operare per rendere catastrofici gli eventi meteorici. Mentre milioni di edifici vanno in rovina per abbandono, costruire ancora è opera criminale, indirizzata contro l’interesse generale.

Purtroppo non sono solo gli imprenditori che consumano suolo. Anche i comuni fanno la loro parte. Voglio qui segnalare un caso prima che sia troppo tardi e che riguarda la Calabria. A Catanzaro, nella località Giovino, sorge una pineta in riva al mare, connessa a un sistema di dune popolate da una flora selvatica con specie insolite e anche rare. Si tratta di un gioiello naturalistico di quasi 12 ettari presidiato amorevolmente da gruppi ambientalisti locali.

Naturalmente il comune non si azzarda a mettere le mani su un tale patrimonio, ma poiché questo innalza i valori fondiari dell’area adiacente, un piano di lottizzazione per costruzioni varie è sicuramente un buon affare. In questo modo si salvaguarda l’ambiente e si da una mano allo sviluppo. Ricordo che dal 2001 la Calabria ha perso quasi 100 mila abitanti, Catanzaro è passata da 95.512 a 88.313 nel 2020. Mentre il centro storico si spopola e nessuno ristruttura vecchi edifici, anche di pregio, si va in cerca di territori vergini più appetibili. Considero questo caso esemplare di quel che può accadere in Italia, dove circola tanta fame di affari e c’è la possibilità di gabellarli per ecologicamente compatibili.

da il Manifesto, 31.07.2020
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