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Beni alimentari e energia, due buone carte per la Ue.-di Tonino Perna

Beni alimentari e energia, due buone carte per la Ue.-di Tonino Perna

Di pochi giorni fa la notizia che il governo indiano bloccava l’export di grano, poi ridimensionata accettando di far passare l’export già passato, al 14 maggio, alle procedure doganali. Malgrado l’India non sia tra i primi dieci paesi esportatori di grano, è il secondo produttore al mondo di frumento dopo la Cina, che soddisfa essenzialmente il mercato interno.

Con questa mossa il governo del presidente Modi avrebbe voluto assicurarsi che il grano prodotto nel subcontinente indiano restasse all’interno del paese, evitando che l’alto prezzo del cereale favorisse l’export a danno della popolazione più povera. Misura eminentemente politica perché le “guerre per il pane” stanno per ritornare all’ordine del giorno.

I primi paesi importatori al mondo, sono anche paesi, sovrappopolati, con una parte rilevante dei cittadini sotto la soglia della povertà o bordenline. E sono nell’ordine: Egitto (che importa mediamente 12 milioni di tn annue), Indonesia, Algeria, Turchia, Brasile. I primi quattro paesi sono nel Mediterraneo, a cui va aggiunta anche la Tunisia non in termini quantitativi ma relativi, dove anche in tempi recenti sono scoppiate le rivolte per il pane e complessivamente importano ogni anno qualcosa come 37-38 milioni di tn. di grano tenero.

Per inciso, il grano duro, che viene usato per la pasta, rappresenta solo il 5% del mercato mondiale del frumento e viene prodotto in pochi paesi, soprattutto nel Mediterraneo e in Canada, con l’Italia come primo produttore al mondo, ed anche primo importatore data la sua specializzazione nel settore.

Con il prezzo del grano tenero che sta salendo vertiginosamente, a causa della guerra in Ucraina, l’export di questo cereale sta diventando un’arma politica che serve per stringere alleanze, per far schierare da una parte, la Nato, o dall’altra, questi paesi importatori netti che ne hanno un bisogno vitale. Stesso discorso, in parte, vale per il mais, usato prevalentemente per gli allevamenti zootecnici. In questo caso l’Ucraina ha un peso rilevante, rappresentando il 15 % dell’export mondiale, e la Ue è uno dei principali importatori di mais, soprattutto per la domanda proveniente dagli allevamenti industriali, disallineati rispetto alle risorse agricole del territorio in cui operano.

Stiamo tornando, senza accorgercene, ai tempi delle città-Stato in Grecia, in cui Solone proibì l’export dei beni alimentari, ad eccezione dell’olio d’oliva, ritenendoli come una riserva strategica in caso di guerra. E la Ue che fa in questo nuovo scenario?

E’ il principale esportatore di grano al mondo, con circa 33 milioni di tn, ma è anche un importatore per circa 7 milioni di tn. Dato che è un esportatore netto potrebbe battersi per porre un tetto al prezzo del grano e sostenere, anche con un contributo proprio, il prezzo all’esportazione per i paesi del Mediterraneo più minacciati da questa nuova situazione. La pace si conquista prima che scoppi un conflitto o che un paese precipiti nel baratro di una guerra civile.

È arrivato il tempo in cui la Ue potrebbe pensare seriamente ad un Mercato Comune Mediterraneo con una strategia di integrazione delle economie della sponda Nord e Sud-est, partendo dall’energia e dai beni alimentari, e varando una intelligente politica di accoglienza e gestione dei flussi migratori. Dobbiamo prendere atto che questa guerra, ancor più della pandemia, ha dato un colpo pesante alla globalizzazione capitalistica, alla creazione di un mercato unico mondiale.

La lotta fra gli imperi, richiamata da chi scrive prima che scoppiasse la guerra in Ucraina, sta ridisegnando le mappe dei diversi mercati “interni” in cui il “prezzo politico” diventa prevalente rispetto a quello economico. Ma, questo processo di de-globalizzazione è anche una occasione storica per ripensare alle politiche economiche in campo energetico e agro-alimentare. In particolare, è arrivato il momento di rivedere radicalmente la P.A.C. (Politica Agricola Comunitaria) che ha privilegiato grandi aziende ad alto consumo energetico e impatto ambientale a favore di una agricoltura contadina, l’unica in grado di proteggere la biodiversità e l’autosufficienza di un territorio.

da “il Manifesto” del 19 maggio 2023
Foto di Pexels da Pixabay

Evitiamo il consumo di suolo, mettiamo i pannelli sui tetti.-di Alberto Magnaghi

Evitiamo il consumo di suolo, mettiamo i pannelli sui tetti.-di Alberto Magnaghi

Su una questione relativa alle conseguenze della guerra c’è unanimità: la necessità per l’Italia, dato il primato della dipendenza dalla Russia, di accelerare le strategie per aumentarne l’autosufficienza alimentare e energetica. Ma qui finisce l’unanimità, in particolare sulla questione energetica, e si aprono almeno tre strade. La prima una capriola “tattica”: lo spostamento su altri paesi della dipendenza, il ritorno al carbone e all’estrazione di metano, l’opzione nucleare, e così via.

La seconda un’accelerazione della produzione già in atto di energie rinnovabili con grandi impianti impattanti sul territorio e di scarsa accettabilità sociale. La terza la promozione di comunità energetiche di produzione e consumo, che valorizzano mix energetici di risorse locali. Ammettiamo che questa terza strada, quella strategica, se pur già avviata e in forte sviluppo in molte regioni, abbia effetti quantitativi di medio e lungo periodo, soprattutto nei piccoli comuni e nelle aree interne. Come accelerare nel breve periodo, attraverso il Pnrr, questa terza strada? Indico una possibile proposta.

Il nostro territorio si caratterizza per una straordinaria permanenza patrimoniale (culturale, ambientale, paesaggistica-urbana e rurale) che ne costituisce una potenziale base di risorse (i patrimoni materiali e immateriali dei contesti rurali e urbani marginali) per affrontare le crisi socioambientali globali; questa permanenza (scarsamente valorizzata, se non in chiave turistica) è stata brutalmente affiancata, con un gigantesco consumo di suolo, da urbanizzazioni diffuse di bassa qualità edilizia, ambientale, urbanistica, paesaggistica: periferie omologanti che attanagliano città storiche piccole, medie e grandi; zone industriali e commerciali; piattaforme di capannoni prefabbricati (non oggetto di insegnamento nelle facoltà di architettura!) disposte con sommarie e scomposte lottizzazioni.

Ora i decisori, anziché direzionare gli impianti energetici verso questo territorio degradato comprendono, nella selezione delle aree, l’Italia dell’alta qualità paesaggistica e ambientale. E i nemici dichiarati della necessaria accelerazione degli investimenti del Pnrr sulla produzione di impianti energetici rinnovabili diventano le soprintendenze, i piani paesaggistici, i piani urbanistici, le VIA, le VAS e cosi via: ovvero notoriamente gli strumenti di tutela e valorizzazione della prima Italia che ho nominato, quella della permanenza diffusa di un alto valore patrimoniale del territorio.

Ma come pensano i decisori di superare gli ostacoli alle autorizzazioni, l’accettabilità sociale degli impianti, la lentezza delle comunità energetiche in questa Italia dei valori patrimoniali?

Oltre alle gravi forzature ministeriali proposte per bypassare le autorizzazioni delle soprintendenze, le regioni stanno proponendo procedure (ad esempio in Toscana sospendere parti della legge di governo del territorio 65/2014, già ripetutamente erosa, e i processi partecipativi ivi previsti) per rendere inoperanti le regole e le tutele urbanistiche per le opere finanziate dal Pnrr; un quadro di totale deregulation, destinato a incidere profondamente sull’abbassamento di valore del nostro patrimonio territoriale; pur essendo sotto gli occhi di tutti che il paesaggio dello sviluppo contemporaneo è denso di milioni di metri quadri di tetti piani di zone industriali, artigianali, commerciali, adatti a grandi impianti di fotovoltaico e minieolico.

Nessuna soprintendenza o Prg o associazione di abitanti metterebbe in discussione la copertura energetica di queste piattaforme che non sono sottoposte in massima parte (se si escludono opere di pregio o di archeologia industriale) per la loro bassa qualità architettonica e degrado urbanistico, ad alcun vincolo artistico, storico o paesaggistico.

Peraltro si tratta in molti casi di strutture gestite in forma organizzata (consorzi e altre forme societarie), già adatte alla potenziale gestione collettiva dell’opera (anche in forma di comunità energetica). Ogni Regione potrebbe dunque: a) operare una analisi speditiva delle principali zone industriali, artigianali e commerciali del proprio territorio regionale; b) costituire un tavolo con i soggetti pubblici e privati che gestiscono tali zone per l’utilizzazione energetica delle coperture attraverso forme di gestione collettiva, (comunità energetiche); c) attivare agevolazioni e incentivi generali e specifici (per coperture obsolete, tetti di amianto, ecc.

La proposta, utile per accelerare le misure d’ emergenza senza far ricorso alla deregulation, riscatterebbe in parte il degrado del territorio produttivo e commerciale, trasformandolo in risorsa concorrente alla sovranità energetica del paese.

da “il Manifesto” del 19 marzo 2022
foto Pixabay

Un nuovo fisco. Relazione introduttiva di Piero Bevilacqua. Per un'alternativa politica e sociale.

Un nuovo fisco. Relazione introduttiva di Piero Bevilacqua. Per un'alternativa politica e sociale.

Provo a chiarire nel più breve tempo possibile il senso di questa iniziativa. Intanto due parole sul metodo.Ci mettiamo insieme, studiosi, dirigenti politici e sindacali, soggetti provenienti da mondi diversi, non per creare una lista elettorale, ma per esaminare un rilevante problemi della vita nazionale, per tentare di eleborare proposte e soluzioni. Al tempo stesso proviamo a ricostruire esperienze di unità, intesa, empatia umana tra tutti noi. La politica si fa anche coi sentimenti. E la sinistra è stata storicamente portatrice di sentimento generosi, alla base della sua ragion d’essere: la solidarietà, li spirito di fratellanza. D’altra parte la nostra iniziativa ha senso se l’urgenza che pur ci muove non guarda semplicemente alle prossime elezioni, ma si iscrive in un processo di lunga lena.

Perché il fisco? Ricordo brevemente che la rivoluzione conservatrice, quella che è poi universalmente conosciuta come politica neoliberista, parte nel Regno Unito e in USA con due iniziative convergenti: la lotta aperta contro i sindacati e la demolizione del sistema fiscale progressivo fondato dopo la Seconda guerra mondiale. La sociolga americana Monica Prasard ha definito l’ Economic Recovery Tax Act varato da Reagan nel 1981<> (The politics of free markets.The rise of neoliberal economic policies in Britaim, France, Germany & the United States, Chicago University Press, Chicago 2006, p. 45) Negli ultimi 40 anni l’emarginazione della classe operaia e la riduzione del carico trubutario ai ceti ricchi e alle imprese sono andati di pari passo. Hanno costituito la leva (insieme alla ristrutturazione delle imprese e altri processi che qui non possono essere neppure accennati) per lo smantellamento dello stato sociale, per realizzare vasti processi di privatizzazione, ridurre il potere e il valore lavoro, in fabbrica e nella società. La storia economica e sociale degli ultimi 40 anni in gran parte dei paesi del mondo si svolge lungo quest’asse.

La vicenda del fisco italiano non si discosta da tale traiettoria. Non entrerò nel merito della questione. Lo faranno con più competenza di me i tanti studiosi che parleranno fra poco. Mi limito a rammentare che dal 1974, da quando entrò in funzione l’Irpef, gli scaglioni che allora erano ben 32, con un impronta progressiva, oggi sono diventati 5. È progressivamente aumentato il carico sugli scaglioni più bassi e diminuito quello sui redditi più alti. La flat tax è già operante. Ma tutto il sistema è squilibrato e costruito in danno dei ceti popolari. Ricordo che le imposte indirette che colpiscono indiscriminatamente tutti i cittadini sono passati dall’8,4% del 1982 al 14,4% del 2016.E come diceva Don Milani <>
Oggi quasi l’intero gettito dell’Irpef grava sui ceti proletari: il 54% proviene dal lavoro dipendente, il 5% da lavoro autonomo, il 30,5 % dalle pensioni.

Il contributo dei patrimoni – la grande ricchezza nascosta degli italiani – nel 2016 contribuiva col 7,2%. (Per questi dati ho utilizzato il ricco dossier, Fisco & debito. Gli effetti delle controriforme fiscali sul nostro debito pubblico, consultabile in rete, a cura di Rocco Artifoni, Antonio De Lellis, Francesco Gesualdi)

E a questo proposito, di fronte alla razionalizzazione recente operata della “riforma Draghi”, che non ha cambiato nulla dell’assetto classista e antipoplare del sistema fiscale italiano,vi ricordo i dati aggiornati della concentrazione abnorme della ricchezza privata nel nostro Paese. La Relazione della Banca d’Italia per il 2020 mostra un forte incremento della ricchezza finanziaria delle famiglie, che passa da 4.445 miliardi di fine 2019 a 4.777 del 2020. Con un incremento della quota destinata ai risparmi di oltre il 15%, il doppio del 2019. Sono dati di una ingiustizia drammatica. Mentre nel paese infuriava la pandemia da Covid 19, una delle pagine più buie della nostra storia, mentre migliaia di persone cadevano in povertà, pativano la morte e lunghe malattie dei loro cari, tante famiglie già ricche continuavano a gonfiare il loro conti correnti in banca. E ricordo che sfuggono a questo quadro i soldi volati nei paradisi fiscali.

Permettetemi un’ultima considerazione sul tema fisco. Com’è universalmente noto tra elusione ed evasione fiscale vengono sottratti al bilancio statale tra i 120 e i 150 miliardi all’anno. Ora non indulgerò nella solita retorica recriminatoria. Svolgo una considerazione di natura storica e politica. Il sistema fiscale è un accordo tra governanti e governati, e costituisce, per eccellenza il patto fondativo degli stati moderni. Le rivoluzioni borghesi del XVIII secolo partono da qui. Che cosa si deve allora pensare di un paese nel quale da decenni si pratica e si tollera una gigantesca evasione fiscale, tanto da essere diventata un elemento sistemico dell’assetto finanziario dello stato ?

È evidente che il patto solidale fra cittadini è gravemente incrinato. L’evasione ormai si configura come un accordo omertoso tra i ceti dominanti e le istituzioni, tra gruppi delinquenziali e potere pubblico. Il rapporto di fiducia tra la maggioranza degli italiani che paga le tasse e le istituzioni si porta dietro da anni questa profonda ferita. E’ come se l’intera Repubblica si reggesse su questa violazione, la violazione dell’art. 53 della Costituzione, su una illegalità fondativa che getta un’ombra di sospetto e sfiducia su tutto il ceto politico. Nel momento in cui le condizioni di vita di milioni di famiglie peggiorano per la mancanza di lavoro, la pandemia, e oggi l’inflazione dilagante, che getterà nella disperazione chi è già povero, questo segreto patto scellerato deve essere messo al primo posto delle nostre denunce.

Ma la critica che noi muoviamo ai partiti, quasi tutti i partiti, ha motivazioni più ampie e di carattere storico. Sono critiche che servono a illuminare e spiegare i problemi presenti della vita italiana. Tutti siamo consapevoli della grave decadenza che ha investito la politica, questa antica arte del governo degli uomini.

In Italia, come al solito, i fenomeni sono più esasperati che altrove, con qualche elemento di folklore in più, ma la degradazione della politica investe tutti i paesi avanzati. E una delle ragioni di questo declino, che costituisce la perdita rilevante di una conquista della modernità, quando la politica è nata e si è presentata per la prima volta nella storia come progetto di mutamento e miglioramento della condizione umana – sottratta alla sua immodificabile naturalità – proviene da una scelta suicida dei partiti occidentali. I partiti di Mitterand, di Schroeder, di Clinton, di Blair, di D’Alema.

Sono stati i gruppi dirigenti di questi partiti che hanno completato l’opera, già avviata dalle destre neoliberiste, con un lavoro di riduzione sistematica del potere pubblico e hanno permesso, con la retorica di liberare l’economia da lacci e lacciuoli, lo scatenamento su scala mondiale degli interessi economici e finanziari privati. (Esiste ormai una ricca letteratura sul tema, mi limito a ricordare i testi di S.Halimi, Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, Fazi Editore, Roma 2006; e D.Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore Milano 2005)
Negli ultimi decenni la rivoluzione informatica, i processi di concentrazione oligopolistica della ricchezza, i fenomeni della cosiddetta globalizzazione, hanno portato alla nascita di colossi transnazionali, nuove Compagnie delle Indie, di età medievale, che hanno la forza di veri e propri stati.

Il potere politico, detentore per tutti i secoli della storia umana del monopolio della violenza, è oggi subordinato al mercato e ai suoi imperativi. E oggi la logica unilaterale e preminente dello scambio di merci ha plasmato l’intelaiatura sociale, dissolto l’etica della politica, è penetrata in ogni ambito del vivente, si è imposta come l’unica razionalità del mondo. Al punto che siamo giunti al supremo paradosso. Le politiche neoliberistiche che in tutti questi anni hanno assegnato al potere pubblico il limitato compito di regolare la competizione tra i soggetti privati ci hanno condotto a questo stadio: ora è il mercato che mette in competizione gli stati fra loro. L’Europa fornisce uno spettacolo edificante in proposito.I governi gareggiano a chi offre maggiori condizioni fiscali, lavoro più flessibile e a buon mercato alle grandi imprese che investono nel loro territorio. Sgomitano per favorire gli interessi privati in danno dei lavoratori e dei cittadini.

Per decenni la Germania, il paese leader del Continente, ha fatto concorrenza a tutti gli altri stati accrescendo i suoi mercati d’esportazione grazie la riduzione salariale, la flessibilità del lavoro e altre forme di dumping.

Ma non basta questo. La piena libertà di cui gode il capitale, non solo quello finanziario, anche quello d’impresa, di delocalizzare i propri impianti, ha creato una asimmetria rovinosa nel rapporto tra capitale e lavoro, e nel meccanismo dinamico della vita sociale. Se il capitale si muove su uno spazio planetario e la classe operaia rimane inchiodata al suo territorio, il conflitto operaio viene depotenziato sul nascere. E il conflitto, ricordo, è stato il meccanismo dinamico che ha trasformato la società industriale, l’ha portata dagli esordi schiavili della prima industrializzazione settecentesca all’assetto avanzato dello stato sociale contemporaneo. Ma se il sindacato viene indebolito in questo punto nodale, anche i partiti, tutti i partiti non possono rappresentare e difendere più di tanto la grande massa della popolazione. Possono solo operare piccole mediazioni al ribasso. Se il potere pubblico non riacquista una nuova centralità sulla vita economica e i domini privato, a livello nazionale e soprattutto sovranazionale, la politica non uscirà dalla propria condizione ancillare.

Da quanto abbiamo detto non stupisce se in tutti questi anni i partiti, di qualunque schieramento, non hanno fatto altro che accrescere la flessibilità, quindi la precarietà del lavoro. E’ anche in ragione di tale debolezza fondativa in cui sono precipitati, che anche le forze di sinistra si sono progressivamente allontanate dai ceti subalterni, per cercare sempre più consenso nei ceti medio alti.E’ esattamente per tale subalternità strutturale al mercato – ormai poggiante su un meccanismo che si autoalimenta – che tutti i partiti, qualunque sia il loro linguaggio pubblicitario, corrono verso il centro, si orientano cioé verso una politica moderata, che non modifica in nulla l’assetto mostruosamente disuguale della società italiana, tentando di conservare il consenso su quella porzione sempre più minoritaria di cittadini che ancora si reca alle urne.

Tutti corrono al centro, perché in quel luogo sociale c’è l’impresa, c’è il ceto medio abbiente, ci sono i grandi media, c’è il potere. Ma non ci sono gli operai poveri – miracolo del capitalismo del nostro tempo – non ci sono le donne perennemente disoccupate del Sud, e quelle del Nord pagate meno degli uomini per la stessa fatica, non ci sono i rider, i braccianti semischiavi delle campagne, non ci sono i nostri giovani.

E’ questo il meccanismo che presiede e alimenta il declino italiano. I partititi ormai da decenni condannano il paese all’immobilità, alla permanenza degli squilibri economici e delle disuguaglianze che lo lacerano, facendo scarseggiare le risorse alla scuola, alla sanità, alla ricerca, ai comuni, alla gestione delle città, alla soluzione dei nostri problemi ambientali.

Non voglio indulgere nelle denuncia, non c’è n’è bisogno. Ricordo semplicemente che l’Italia vede diminuire di anno in anno la propria popolazione. Da quando esiste la scienza economica non c’è stato indice più significativo per valutare la decadenza di un paese del suo declino demografico. Alla fine della pandemia, che ci auguriamo definitiva, noi avremo di fronte un paese con un debito pubblico accresciuto, 2 milioni di famiglie povere censiti nel 2020 che non avranno cambiato stato, la disoccupazione dei giovani intatta, quelle delle donne ulteriormente aumentata, la condizione del nostro Sud peggiorata, interi settori della nostra economia, piccole imprese e piccolo commercio messi fuori gioco. Chi rappresenterà realmente questa vastissima area di sofferenza sociale? L’affideremo al plebeismo criptofascista della Meloni, agli slogan a buon mercato di Salvini, ai moderati italiani i quali gridano “al ladro al ladro” appena si pronuncia la parola patrimoniale?

Ma questo quadro necessariamente rozzo e schematico non tiene conto di ciò che è del tutto assente dalla cultura del ceto politico italiano. La questione ambientale. Non è un problema del futuro, ma di oggi. Lasciatemi fare due considerazioni. Guardiamo a un problema drammatico fuori d’Italia. In alcune regioni dell’Africa non piove da anni. Quel continente è oltre il Mediterraneo, certo e appare come un mondo lontano. Ma la prolungata siccità di quelle terre è un evento che ci riguarda da vicino e immediatamente, perché il pianeta è diventato piccolo e tutti ci accumuna e ci riavvicina coi suoi problemi. Che faremo dei milioni di africani che stanno scappando da terre rese inabitabili dal calore e dalla siccità?
Ma guardiamo in casa nostra. Lo spettacolo televisivo dei ghiacciai che collassano ci impressiona. Ma il fenomeno è destinato a colpirci in maniera devastante. Se scompaiono i ghiacciai delle Alpi, già gravemente compromessi, verrà sconvolto il più complesso sistema idrografico d’Europa, quello mirabilmente tratteggiato da Carlo Cattaneo nell’800. Il Po e i suoi affluenti e tutte le acque alpine non saranno più alimentate, e nella Pianura padana verrà a mancare l’acqua, la risorsa fondamentale su cui si è fondata la sua ricchezza. L’intera economia, non solo quella agricola, della parte più ricca del Paese sarà colpita con esiti che non possiamo prevedere.

Quale partito si sofferma in Italia su questi problemi, accenna a progetti di adattamento al mutamento climatico? Noi siamo impegnati nel PNRR-Next generation, che richiede risorse ingenti per la transazione ambientale. Eppure nel 2021 il nostro governo ha autorizzato una spesa in armamenti, richiesti dalla Nato, per 12 miliardi di euro. Sono anni che sottraiamo risorse fondamentali ai nostri bisogni per produrre e comprare armi, cioé per uccidere essere animali, distruggere territori, habitat selvaggi, città, opere dell’uomo. Noi che siamo riuniti qui abbiamo una logica infantile. Riteniamo tutto questo incompatibile con i bisogni della vita, con le sfide del futuro. Gli armamenti non si combinano con la transizione ambientale.

La Nato è una macchina da guerra, come ha dimostrato coi fatti negli ultimi 30 anni, e noi abbiamo bisogno della pace, di un assetto multilaterale del mondo, di una Costituzione della Terra, come ci indica Luigi Ferrajoli (Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli Milano ,2022) se vogliamo davvero assicurare la sopravvivenza degli uomini sul pianeta. Condanniamo senza se e senza ma l’aggressione della Russia all’Ucraina, ed esprimiamo totale solidarietà alla sua popolazione gravemente colpita. Ma senza lo smantellamento della Nato, di questa centrale del disordine internazionale, sorgente di spese militari sempre più insostenibili, il pianeta – quanto meno l’umanità su questo pianeta – non avrà futuro.

Allora che possiamo fare noi piccola e volenterosa aggregazione di fronte a problemi così giganteschi? Intanto possiamo cominciare a mostrare, con una analisi seria e tecnicamente fondata, che una una riforma generale del fisco potrebbe rimettere in moto in Italia la macchina economica, accrescendo i redditi bassi e incrementando la domanda, fornire risorse per il welfare, per i comuni, che possono rafforzare i propri servizi, migliorare complessivamente la qualità della vita, ricostituire un rapporto di fiducia tra cittadini e stato. Dobbiamo dire con forza che la sinsitra non è il partito delle tasse, ma dell’equità fiscale, che le tasse vengono prelevate dove c’è ricchezza, ma diminuite ai ceti medio-bassi, l’ambito il cui una forza di sinistra degna di questo nome deve radicare il proprio consenso. Abbiamo bisogno di una posizione classista, apertamente schierata dalla parte degli ultimi, se vogliamo fondare una nuova forza politica, senza strizzare l’occhio di qua e dlà.
Ma noi non solo vogliamo alimentare posizioni politiche radicali – radicali, non estremiste, come pensano le menti semplici -necessarie in un paese in cui i partiti non rappresentano più quasi metà della popolazione.

Vogliamo cambiare la cultura della politica. Questa iniziativa sul fisco sarà proseguita da forum consimili in cui si affrontano i temi dell’autonomia differenziata, della sanità, della scuola, dell’agricoltura. Lo vogliamo fare coinvolgendo i saperi esperti che in Italia, a sinistra, si mobilitano ancora senza fini di lucro, per affrontare in maniera non ideologica i problemi. E voglio sottolineare un aspetto che fa onore ai nostri amici che sono qui ospiti, ma anche al nostro paese, alla sinistra. Chi legge la locandina del convegno può osservare quanti studiosi vi prendono parte. Eppure, tutti, non solo lo fanno senza compenso, ma alcuni sono venuti anche da lontano a proprie spese. Dobbiamo dunque cambiare la cultura politica dell’Italia perché quella attuale è chiusa dentro i paradigmi del secolo scorso, o si è ridotta a mera tecnica comunicativa che sguazza nel pantano mediatico. I dirigenti politici in genere non leggono più libri, non hanno bisogno di Bauman, o di Piketty, o di Edgar Morin. Non avvertono alcuna necessità di intercettare le correnti profonde che attraversano il nostro tempo. Vivono alla giornata. Gli basta Sandro Pagnoncelli e le sue rilevazioni aggiornate sul gradimento elettorale degli italiani.
Ebbene, malgrado un panorama così degradato, ci è lecito nutrire più che una vaga speranza. Noi possiamo cambiare la cultura del nostro paese, perché possediamo in Italia una grande ricchezza quasi invisibile o non calcolata.

È il general intellect di Marx, quell’insieme dei saperi generati dallo stesso sviluppo capitalistico, che alimenta la cultura diffusa, ma non riesce a trovare la via per far valere la sua potenza politica. Noi possiamo ricorrere all’immenso e disperso patrimonio dei gruppi intellettuali, delle associazioni, circoli, fondazioni, riviste, siti che operano su vari temi e in disparati ambiti territoriali. È caduto infatti qualcosa di imprevisto. È decaduta la cultura dei partiti politici, diventati agenzie di marketing elettorale, ma è fiorità al di fuori di essi un’altra cultura politica. E qui concedetemi questa citazione di André Gorz, (che aveva già anticipato il mio pensiero) e che illumina come meglio non si potrebbe la situazione presente:

<>. (Introduzione all’edizione italiana di Ecologia e politica, Cappelli Bologna, a cura di Rocco Artifoni, Antonio De Lellis, Francesco Gesualdi 1978, pp 8-9)

Ora noi non possiamo far rientrare questa politica nei partiti. Non solo perché non ne avremmo la forza. Siamo consapevoli che gran parte di queste aggregazioni non entreranno mai in una
formazione politica strutturata. Nessuno o quasi vuole rinunciare alle proprie identità e autonomie.

E va bene anche così. Si trasforma il mondo molecolarmente in molti modi. Ma la scommessa che noi vorremmo giocare nel proseguo di questo processo che stiamo avviando è di creare un canale comunicativo permanente, sistematico, con quante più realtà organizzate possibili, per sostenre battaglie comuni, campagne di difesa o di attacco, per conseguire finalità condivise. Anche una piccola formazione come la nostra, se bene organizzata, se è capace di creare una vasta rete, un canale informativo parallelo e alternativo a quello dei grandi media , potrebbe mantenere contatti costanti di collaborazione con questo vasto arcipelago che contribuisce a fare dell’Italia un paese ancora abitabile. Ho detto piccola formazione per rispetto della realtà e per ovvia modestia, non per svalutazione della dimensione partito.

Il partito politico è stato una delle grandi creazioni della storia contemporanea, insieme al sindacato la leva per l’emancipazione di diverse generazioni di subalterni. Ma io concludo ricordando con Gramsci che il partito moderno non si limita alla rappresentanza, esso ambisce ad organizzare la volontà collettiva, a fare degli individui dispersi una forza ispirata da un progetto generale di cambiamento. Perciò anche un piccolo partito, sia pure con una ridotta rappresentanza in Parlamento, se riesce a dialogare con questa moltitudine di associazioni, a fornire ad esse, di volta in volta, l’orizzonte generale e l’intelaiatura per le singole battaglie comuni, non solo è destinato a crescere, a diventare il nuovo soggetto politico cui aspiriamo da anni, ma sarà anche a capace di incidere fin da subito nella vita italiana.

Il voto alla camera, come darsi la zappa sui piedi.-di Piero Bevilacqua

Il voto alla camera, come darsi la zappa sui piedi.-di Piero Bevilacqua

Ma che Paese è mai questo? Da 15 anni il Parlamento doveva approvare una legge necessaria per uno dei comparti più vitali della nostra economia, l’agricoltura biologica, e la Camera la rinvia al Senato perché ha abolito l’equiparazione del biodinamico al biologico.
Quindi passerà altro tempo in danno di centinaia di migliaia di imprenditori, con conseguente, ulteriore discredito sui parlamentari italiani, incapaci di decidere su un provvedimento normativo universalmente riconosciuto nella sua utilità economica, sociale e ambientale.

Ricordo che oggi, con circa 2 milioni di ettari, siamo ai primi posti in Ue per superficie coltivata a biologico e biodinamico, nel 2020 abbiamo venduto prodotti per oltre 4 miliardi di euro. Siamo i secondi esportatori al mondo dopo gli Usa, che ci distanziano di poco (2.981mln di euro contro i nostri 2.619) (Osservatorio Sana 2020, Prospettive di mercato e ruolo per il made in Italy, A cura di Nomisma) La legge che era stata approvata al Senato, e serve tra l’altro a dare più fondi alla ricerca scientifica e all’innovazione, si inscrive in una più vasta strategia europea del Green Deal.

Europa primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 di cui costituisce parte e tappa particolare un obiettivo di politica agricola: il raggiungimento di una superficie del 25% coltivata a biologico entro il 2030. Oggi la media è dell’8,5% mentre noi siamo al 15,5%. E, è bene anche sapere che la riduzione dell’agricoltura industriale rientra nel più generale piano di transizione ecologica – dato del tutto assente dal dibattito intorno al Pnrr – perché essa contribuisce per almeno il 30% al riscaldamento globale. In questo piano rientra l’obiettivo di ridurre, entro il 2030, del 50% l’uso di pesticidi e antibiotici e del 20% quello dei fertilizzanti.

Ora l’agricoltura biodinamica, come illustrato dalle testimonianze di tanti esperti sulle pagine di questo giornale, è uno degli ambiti dell’agricoltura organica dove si praticano con più rigore i protocolli di coltivazione, quello che cura con maggiore scrupolo la rigenerazione del suolo e la sua fertilità, bandisce più rigorosamente la chimica di sintesi, fa della qualità dei prodotti una vera religione. Questo settore viene bandito perché ritenuto antiscientifico, in quanto nelle aziende biodinamiche si applicano pratiche, i cosiddetti “preparati”, ritenute mere superstizioni, come l’uso del corno letame. Ora, a parte il fatto che questo non accade necessariamente in tutte le aziende, sarebbe opportuno chiedersi quanto questo uso danneggi il suolo, le falde idriche, gli animali domestici, gli insetti, la fauna selvatica.

Dimostrarlo si dimostrerebbe una sfida piuttosto ardua. Si tratta di una consuetudine senza effetti pratici, non dissimile dalla benedizione delle mucche che ancora si svolge con convinzione in alcune zone delle nostre campagne. Anche se i preparati non sono delle mere credenze religiose. Perché, invece, non chiediamo alcun conto di questo genere all’agricoltura industriale? Probabilmente solo per il fatto che essa danneggia (ma lo fa in maniera scientifica), il suolo con la concimazione chimica, contamina le acque con i diserbanti, diffonde patologie con i fitofarmaci, libera CO2 nell’atmosfera come una normale industria?

Ma perché gli scienziati italiani che si oppongono al biodinamico non si fanno queste domande? Siamo convinti che alcuni di loro siano in buona fede, non subiscano cioè le segrete pressioni dalla potenti lobby dell’agroindustria che tentano tutti i mezzi per sabotare le agricolture alternative. Tra questi c’è senza dubbio Giorgio Parisi, che ha di recente onorato il nostro Paese ricevendo la massima onorificenza che si dà oggi alla scienza. N

on voglio rimproverargli un maggiore rispetto per le competenze. A uno scienziato del suo rango non sfugge quanto siano oggi articolati e specializzati i saperi. E chi si occupa di fisica al suo livello è normale che sappia poco di cosa accade nel mondo dell’agricoltura. Ma gli chiedo di non mettere il suo prestigio a favore di una causa ingiusta e sbagliata. Non ascolti i suoi colleghi scienziati, e accetti un consiglio non richiesto: si faccia spiegare come stanno le cose dagli agricoltori biodinamici.

da “il Manifesto, del 10 febbraio 2022
foto Isabelle Perello, Pixabay

Parte da Condofuri la riqualificazione e il rilancio delle coste calabresi.-di Alberto Ziparo

Parte da Condofuri la riqualificazione e il rilancio delle coste calabresi.-di Alberto Ziparo

Le accelerazioni evidenti e i relativi accentuati disastri (alluvioni invernali, incendi estivi) della crisi climatica – e le sue ricadute, compresa pandemia- stanno spingendo ad una maggiore attenzione generale alla riqualificazione ecologica dei contesti territoriali, che devono assicurare anche i contributi locali alla lotta per l’ambiente e il clima.

In questo quadro di forte tensione verso l’ innovazione ecologica si inserisce (purtroppo per adesso come unica eccezione calabrese) il “progetto di Parco a Mare di Condofuri “ , che sta infatti ottenendo riconoscimenti importanti da consessi culturali, tecnici e scientifici nazionali e internazionali attinenti le discipline urbanistiche e territoriali, quale modello innovativo di riqualificazione costiera utile anche a livello sovra regionale. E che sarà oggetto martedì 14 gennaio pv. di un convegno in webinar organizzato dai corsi di laurea di urbanistica e pianificazione dell’università di Firenze.

A Condofuri siamo in presenza di un tratto di costa ionica reggina che si è preservato dalla diffusione dell’insediamento, pervasivo e degradante, che ha segnato l’intorno- come molta costa calabra – e presenta ancora i caratteri ecopaesistici originali, con la percepibilità della sequenza linea di battigia – spiaggia – fascia predunale – dune – macchia mediterranea intensa e poi di transizione – urbanizzato. Tale area è però oggi minacciata da un lato dai processi erosivi della costa, dovuti a fattori macro e micro climatici, e dall’altro da una non ancora rilevante, ma crescente, recente pressione insediativa del centro urbano.

E’ localmente molto attiva la presenza di un laboratorio territoriale, formatisi già da alcuni anni per iniziativa di tecnici e ambientalisti locali, che è il proponente del progetto di riqualificazione. Elaborazione che costituisce il portato del programma territorialista, filone innovativo di ricerca e azione urbanistica centrato sui valori dei luoghi.

Il progetto di “Parco a mare” di Condofuri non nasce però originariamente quale operazione di tutela, riqualificazione e restauro della fascia costiera del comune com’è oggi. Circa una decina di anni or sono il comune infatti era riuscito a farsi approvare nell’abito del POR Calabria 2007-13 (Programmazione nazionale e comunitaria) un “vecchio” progetto di realizzazione del Waterfront nella fascia costiera del territorio comunale.

Gli ambientalisti locali di tutela facevano subito notare che, riproposta una ventina d’anni dopo, la configurazione dell’opera si rivelava assolutamente inadeguata, anche perché contrastante con la corrente normativa nazionale e regionale, che non permettevano più operazioni tanto vaste di cementificazione, consumo di suolo, impermeabilizzazione e impatto ambientale in area costiera (interamente tutelata dal Codice del Paesaggio).

Il citato laboratorio ha promosso allora una serie di momenti di discussione ed elaborazione che si riferivano da una parte al filone territorialista e dall’altra a modelli progettuali innovativi di riqualificazione delle fasce costiere, che, muovendo dalle originali elaborazioni americane EPA/Baltimore University, diverse strutture scientifiche, accademiche e ambientaliste, stanno tuttora veicolando anche in Europa e in Italia .

Il Comune di Condofuri nel 2014 ha accettato di rivedere il progetto, trasformandolo secondo le istanze del laboratorio da “lungomare” in “Parco a mare”, che intende consolidare gli ecosistemi presenti, considerati gli habitat e gli apparati esistenti, preservare la costa in erosione, e creare un parco costiero (non marino), che diventi area di incontro e fruizione socioculturale e ambientale permanente, fruita non soltanto dagli abitanti del comune.

Nel progetto di massima ,si erano individuate le diverse “fasce paesistiche” parallele alla linea di costa: per ciascuna di esse si predisponevano meccanismi di tutela e leggera fruizione; si prevedeva di realizzare attrezzature non fisse, prevalentemente stagionali, per le attività di servizio alla balneazione e all’uso sociale del tempo libero e di riposo, con l’impiego di materiale e strutture ecologicamente compatibili.

Le Linee Guida Territorialiste, venivano consolidate anche dallo studio di supporto alla progettazione effettuato dall’urbanista Enrico Gullì , in occasione della sua tesi di laurea.

Nella elaborazione progettuale definitiva si ripropongono gli apparati paesistici e gli ecosistemi originali, con elementi della rete ecologica e segnatamente delle “green e blue ways”, anche in funzione di integrazione e connessione delle diverse fasce paesistiche, secondo la matrice ambientale preesistente, reindividuata tramite il “patrimonio territoriale”.

In particolare si realizzano adesso attrezzature di difesa e consolidamento delle dune e degli apparati predunali, sentieri che seguono gli originali collettori ecologici, e soprattutto si ripristina per quanto è possibile l’apparato vegetale un tempo ricchissimo e in parte scomparso, con la riproposizione degli antichi “ giardini botanici”. Il Parco a Mare diventa così parte di una più ampia operazione di riterritorializzazione della fascia costiera.

Il progetto, che oggi potrebbe vedere la realizzazione con le risorse dei Collegati al PNRR, suscita interesse perché va oltre le pure importanti tutela e riqualificazione costiera , per proporre un processo di valorizzazione legato al paesaggio , e segnatamente a cultura , turismo esperienziale , produzione di beni immateriali , educazione e ricerca. Con la stessa logica di coniugazione di sviluppo e paesaggio che sta contrassegnando l’azione locale in tutta l’Area Grecanica . E a cui si sta guardando da tutta la Calabria e il Mezzogiorno.

da “il Quotidiano del Sud” del 14 dicembre 2021

Lo spirito Fabiofazico.-di Filippomaria Pontani

Lo spirito Fabiofazico.-di Filippomaria Pontani

“Grande sovrana è la parola: minuta e invisibile, essa compie azioni assolutamente

divine”. Forse memore del detto del sofista Gorgia di Lentini (V secolo a.C.),

e sensibile a quelle che ravvisa come le “ferite del nostro linguaggio”, Gianrico Carofiglio

rimanda in libreria, aggiornandolo, un volumetto feltrinelliano

del 2010, ora “La (nuova) manomissione delle parole”.

L’autore non è solo uno dei nostri scrittori più popolari, ma anche un ex deputato

e uno dei “saggi” che coordinano le “agorà democratiche ” tese a rinnovare

il lessico e l’agenda della politica italiana (mozione pedante: uno dei

tanti esperti pugliesi di cose antiche potrebbe ricordare la prima declinazione

e restaurare il plurale corretto che è agorài ?). Una voce dunque quanto mai

autorevole per demistificare la corrupta eloquentia del discorso pubblico.

Carofiglio ha in verità poco di nuovo da dire: il libro, denso di riferimenti

e corredato da 30 pagine di note erudite a cura di Margherita Losacco, è

sostanzialmente un “gioco personalissimo”(p. 107) che saccheggia e assimila

alcuni autori classici e altri libri di scrittori “da festival” (Belpoliti sulla vergogna,

Nussbaum sull’etica, Harari sull’homo deus, Müller sul populismo,

Canfora sulla democrazia…). Nel proclamare a più riprese la necessità della

“ribellione” (non si sa bene a cosa), l’autore finisce per inanellare una serie di

citazioni che più midcult non si può: Bob Dylan e l’Attimo fuggente, don Milani

e i discorsi di Obama, Bartleby lo scrivano e Primo Levi. Il tutto farcito da

qualche facile etimologia greca e qualche riferimento a Tucidide o Sallustio,

che hanno almeno (siamo il Paese di Andrea Marcolongo!) il pregio di essere

precisi.

Rispetto alla prima edizione, dominata dall’indignazione per le giravolte

leguleie e le intemperanze verbali ed etiche di Silvio Berlusconi, l’obiettivo è

in parte cambiato: sussistono, certo, sezioni sul lodo Alfano o sulle leggi ad

personam, ma ora si constata (p. 36) che “sia Berlusconi che Bossi… utilizzavano

un lessico nonostante tutto pertinente alla sfera politica” (e alle sfere

senz’altro pertengono il celoduro e la patonza). Mentre l’abisso, signora mia,

si è toccato con il turpiloquio di Beppe Grillo e con il populismo dei Cinque

Stelle, quelli che nel loro delirio eversivo pensavano di essere “l’unico argine

alla violenza” (“se va male questo movimento, che è l’unico pacifico, è finita”

disse Grillo anni fa: ed ecco infatti che come i 5Stelle arretrano ci troviamo la

Meloni al 20%, precisamente come Le Pen e Zemmour, l’AfD, Vox, Alba Dorata;

ma Carofiglio non registra manomissioni verbali da parte della destra

estrema). Uno studio incrociato dei discorsi di Bossi, Berlusconi e Grillo ha

mostrato che tra le 20 parole “esclusive” del comico genovese (non usate cioè

dagli altri due) ricorrono “cazzo”, “culo” e “merda” – o forse il problema sta

negli altri lemmi, ancor più ostici alla pruderiedei benpensanti dimentichi di

Aristofane (“inceneritore”, “pregiudicato”, “cemento”, “Tav ”,

“bocconiano”…)?

Verso la fine di questo campionario di spirito faziofabico, di questa santa messa

di rito gruberiano, Carofiglio ostende ‘en entier’ il celebre articolo di Antonio

Gramsci Odio gli indifferenti (1917), per argomentare la necessità di prendere

posizione, perché (p. 95) “la scelta è un atto di coraggio e di allegria; di responsabilità e di

intelligenza; di rivolta e di scoperta”. Evviva. C’è da chiedersi se l’autore abbia

letto gli articoli che Gramsci pubblicava sull’Avanti! negli stessi mesi del ’17,

in cui i rivali politici erano definiti “Stenterello”, “tafano inconcludente”,

“abiezione lurida”, “morto della vita sociale”, “re degli zingari”, “pagliaccio del pensiero”.

Inquietanti risvolti cripto-grillini (o travaglieschi?) ante litteram.

Infine, lavorando sulla distorsione delle parole non si può non citare 1984

di Orwell, e Carofiglio lo fa a più riprese (pp. 24, 71 etc.). Ma a chi, pur allergico

al turpiloquio, non ritenga né che la Neolingua totalitaria s’incarni nelle sparate

di Grillo né che cammini sulle gambe di Spadafora, Appendino e Patuanelli,

consiglierei di investire i suoi 15 euro in un altro volumetto meno

pubblicizzato in tv ma senz’altro più originale: le Contronarrazioni dell ’Officina dei Saperi

(a cura di Tiziana Drago ed Enzo Scandurra, Castelvecchi 2021) raccolgono una serie di

microsaggi che mettono a tema alcuni slogan

ormai diventati luoghi comuni (questa sì, una vera neolingua che trasforma

dolosamente il nostro modo di pensare) e in poche mosse ne mostrano l’in –

consistenza, li demistificano, li perculano. “Prima i meritevoli”, “le grandi

opere aiutano lo sviluppo”, “la crescita illimitata è irrinunciabile”, “la tutela

del paesaggio impedisce lo sviluppo economico”, “aiutiamoli a casa loro”, “au –

tonomo è bello”: tutte parole d’ordine di quell’ideologia neoliberista che ha

permeato di sé anche la lingua e la prassi di certa sinistra, assurgendo a inopinata

koinè financo in larghi settori del partito di Carofiglio (il quale, sia

detto per chiarezza, è un colto galantuomo e non ne è mai stato alfiere in

prima persona).

Certo, non tutte le analisi raccolte da Drago e Scandurra (essi pure severi

coi Cinque Stelle, ma per le loro promesse tradite) saranno condivise da tutti

i lettori: esse però, anche quando giudicate troppo “radicali ”, getteranno semi

utili a chiunque voglia acquisire una prospettiva critica (o semplicemente sia

aperto a qualche sospetto) circa le smart cities e il Bosco Verticale, il project

financing e la “sostenibilità”, la digitalizzazione forzata e la performance, la

meritocrazia e la didattica a distanza, il portfolio di competenze e il problem

solving. Le Contronarrazioni servono a orientare il dibattito linguistico sulla

base non di colti riboboli o di ovvi manifesti, ma di esperienze precise di cosa

implichi, nella vita quotidiana, il cedere alla retorica dominante, e di come si

possa ricucire una lingua sincera, sfuggendo all’ipocrisia.

“Scrivere è essere qui” conclude Carofiglio citando Nadine Gordimer, e il

“qui” è il mondo immateriale dell’intellettuale pensoso. “Il varco è qui” si

chiudono le Contronarrazioni citando Montale, e il “qui”è l’aula deserta della

III C, e i suoi ragazzi che aspettano di leggere Dante.

da “il Fatto Quotidiano” dell’11 dicembre 2021

La sfida ecologica alla società dei consumi.-di Tonino Perna

La sfida ecologica alla società dei consumi.-di Tonino Perna

In questi giorni tutti i mass media riportano il dato della crescita del Pil italiano che quest’anno dovrebbe attestarsi oltre il 6 per cento, recuperando i due terzi di quanto si è perso nel 2020. Come è noto, il motore di questa crescita economica è stato il balzo in avanti dei consumi, un dato che ci aspettavamo come reazione alle restrizioni che hanno costretto i consumatori ad una drastica riduzione dei consumi nel 2020, con relativo netto incremento dei risparmi delle famiglie.

Se, da una parte, questa ripresa ci fa piacere, dall’altra si scontra con la necessità di una transizione ecologica che non può non toccare il modello dei consumi, il paniere scelto dai consumatori. Come si suol dire, non possiamo avere la botte piena (pil) e la moglie ubriaca (ecologia). O detto con un altro motto: non si possono servire due padroni. Bisognerà rivedere la qualità dei nostri consumi sul piano dell’impatto con l’ecosistema.

Se prendiamo, ad esempio, l’usa e getta dei contenitori delle bevande (acqua, vino, birra, succhi, ecc.) non possiamo non considerare il fatto che nel nostro paese solo la metà dei contenitori di vetro o plastica viene riciclato, il resto finisce nell’indifferenziata.

In Italia, ogni anno, 7 miliardi di contenitori di bevande sfuggono alla differenziata e finiscono nei rifiuti! Nella Ue il “vuoto a rendere” funziona e ha portato la raccolta differenziata, nei paesi nordici, al 90%. Per questo l’Associazione nazionale Comuni Virtuosi chiede l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per facilitare il riciclo delle bottiglie di plastica.

In Calabria, un sistema di questo tipo ridurrebbe la massa del “tal quale”, ovvero dell’indifferenziata che non riusciamo a smaltire, darebbe una mano all’ecologia e un’altra agli enti locali. In fondo si tratta di riprendere vecchie pratiche (i più anziani ricordano le bottiglie per il latte) e collegarle alla filiera dell’economia circolare, che altrimenti è solo uno slogan.

Il governo regionale potrebbe incentivare, usando le risorse comunitarie per la transizione ecologica, quegli esercizi commerciali che adottano questa pratica. E si potrebbe anche andare oltre. Per esempio, riducendo l’uso della plastica nel confezionare i prodotti alimentari da banco. Non dico di tornare alla carta oleata, ma non è nemmeno accettabile questi giri e rigiri di film di plastica su tutti i prodotti.

Per non parlare degli sprechi energetici, che certo fanno crescere il Pil, ma fanno male all’ambiente e alle tasche dei consumatori. Basti guardare a quegli esercizi commerciali che in piena estate tengono le porte spalancate e l’aria condizionata al massimo, o nelle case dove in pieno inverno si sta in maniche corte. Almeno su questo piano non imitiamo il Nord, dove, dagli Usa alla Ue, passando per la Cina, assistiamo da decenni ad un uso perverso dei climatizzatori, sia d’estate che d’inverno.

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La divisione delle sinistre è il progetto perdente.-di Piero Bevilacqua

La divisione delle sinistre è il progetto perdente.-di Piero Bevilacqua

L’intervento su “il Manifesto” di Nicola Fratoianni ( 26/10 ) e di Loris Caruso (28/10) per opposti motivi vincono il senso di frustrazione a tornarei sulla condizione e il destino della sinistra italiana, a seguito della discussione generosamente avviata da Norma Rangeri.

Il segretario di Sinistra Italiana non vede davanti a sé, e alla sinistra tutta, nessun’altra prospettiva se non il campo del centro-sinistra.

Tanta ampiezza di visione francamente sconforta dopo il misero risultato del 2,5%, raccolto dalla lista “Sinistra civica ed ecologista” alle elezioni comunali di Roma.

Intendiamoci, la scelta di sostenere la candidatura di Gualtieri era obbligata, occorreva sbarrare la strada a una destra plebea e culturalmente fascista, dare alla città almeno una figura di sindaco progressista e autorevole. Ma queste sono scelte tattiche, che può fare un partito con una sua fisionomia autonoma, decidendo di allearsi con il Partito democratico quando la situazione lo rende utile, quale variabile all’interno di una strategia più generale.

Nella visione di Fratoianni SI appare una rassegnata appendice del Pd che persegue una originale forma di minoritarismo, non settario, ma subalterno. Come se il fine di quel partito non fosse la trasformazione della realtà attraverso l’organizzazione e la direzione del conflitto, ma l’affermazione elettorale, la presenza in Parlamento. E quindi come se bastasse esprimere una posizione politica di sinistra per avere quel risultato.

Così passano gli anni e non si assiste mai alla nascita di una idea, una iniziativa, almeno a un dibattito nazionale, con studiosi e cittadini, sui grandi temi italiani, dal lavoro al Mezzogiorno. Silenzio.

Caruso svolge una lucida analisi della collocazione e del senso di direzione del Pd nello scenario politico italiano di oggi. Io vorrei aggiungere qualche considerazione in prospettiva storica, e. non posso non ricordare che il Pd è, nelle sue fondamenta, un errore strategico. Non solo perché, “un amalgama mal riuscito”, ma soprattutto una camicia di forza imposta alle varie culture politiche nazionali, uniformandole in una politica centrista nella fase di scatenamento del capitalismo su scala mondiale.

Non a caso quella camicia si è subito strappata, mentre l’imposizione di un sistema elettorale maggioritario ha contribuito all’emarginazione delle forze politiche minori.

Il bipartitismo anglo-americano che si è voluto importare in Italia come un prodotto di Hollywood, da noi è arrivato quando nei paesi d’origine era già logoro. Chi si ricorda dei programmi elettorali più o meno identici dei Laburisti e dei Conservatori inglesi, dopo gli anni della Thatcher, rilevati nientemeno che dal Financial Times, entrambi sostenuti da un robusto impianto neoliberista? E non è stato così per decenni anche negli Usa con i Democratici che si erano resi indistinguibili dai Repubblicani? E da dove è uscito Trump se non dal vasto impoverimento della middle class, che il biparitismo non rappresentava più da almeno un ventennio?

Tutto il populismo europeo non è solo figlio della globalizzazione e della crisi del 2008, delle politiche austere dell’Ue, ma del fatto che a milioni di cittadini, i quali vedevano peggiorare la loro vita di anno in anno, non è stato neppure offerta una interpretazione classista e politicamente avanzata di quel che stava loro accadendo.

Quali sono oggi i risultati che il Pd può vantare dopo la lunga presenza, a vario titolo, nei governi nazionali? Qualcuno è in grado di indicare un ambito della vita sociale dell’Italia la cui condizione è migliorata? Nell’assetto e nella qualità del lavoro? Nella condizione femminile? Nella scuola e nell’università? Nella sanità? Nel sistema fiscale? Nello stato delle nostre città? Negli assetti dell’ambiente e del territorio? Nella condizione giovanile e del Mezzogiorno? 15 anni di generale regresso.

Da quando è nato nel 2006 il Pd, con il suo moderatismo, ha obiettivamente costituito una forza di conservazione negli equilibri sociali del Paese. Ma è stato anche un fattore di immobilismo disordinato del sistema politico.

E’ il suo peso uno degli ostacoli che impedisce la nascita di una formazione alla sua sinistra, a causa della forza di attrazione che ancora esercita grazie alla presenza al suo interno di dirigenti stimabili, per il ruolo che vi hanno ancora amministratori locali onesti e capaci, per la sua struttura organizzativa nei territori, per la forza inerziale di una tradizione sopravvissuta nella mente di tanti vecchi militanti ed elettori del Pci.

Questa evidente verità, tuttavia, non salva l’anima ai dirigenti delle varie sinistre, che nulla fanno per sfuggire alla forza calamitante di questa nuova Democrazia Cristiana. Quello che Rifondazione Comunista e Potere al Popolo dimenticano, quando rivendicano la loro presenza nei luoghi dei conflitti, o la coerenza classista delle proprie posizioni, è che questi sforzi contano poco se non si configurano in un più ampio disegno di crescita politica unitaria.

Le parole d’ordine più avanzate si perdono nell’aria, insieme alla pubblicità, se non si comunica l’idea di avere la forza per poterle perseguire. Non si deve dimenticare che le loro percentuali di consenso esprimono una valutazione di natura elettorale, non di merito. I cittadini tengono cioè conto del loro reale potere d’azione. Il voto della minoranza che oggi va alle urne è un “voto utile”.

da “il Manifesto” del 4 novembre 2021

Energie rinnovabili.-di Tonino Perna Il tesoro calabrese a patto che si superi l'inerzia

Energie rinnovabili.-di Tonino Perna Il tesoro calabrese a patto che si superi l'inerzia

Malgrado la delusione (per altro prevedibile) per i risultati del G20 sulla questione del contrasto al mutamento climatico, l’Ue prosegue la sua strada e chiede ai paesi membri di dare un maggior impulso agli investimenti green e, più in generale, ad un approccio complessivo al nostro modello di sviluppo.
Uno dei pochi settori dove già si vede la svolta è quello dei trasporti: auto elettriche, treni e navi ad idrogeno, sostituzione progressiva del trasporto merci su gomma con altri vettori con minore impatto ambientale.

Questa accelerazione nel campo dei trasporti è indubbiamente dovuta al fatto che rappresenta per l’industria automobilistica in primis, e per altri settori, una straordinaria domanda in una fase in cui il mercato dei mezzi di trasporto (in particolare delle auto e camion) è entrato in crisi, soprattutto in Occidente. Pertanto, ci piaccia o no, dovremo a breve sostituire le nostre auto che usano combustibili fossili con le auto elettriche, passando per una fase di utilizzo delle auto ibride.

Si ridurrà certamente l’inquinamento nelle città, ma non è detto che si riduca complessivamente se le colonnine elettriche, che sostituiranno gli attuali distributori di benzina e gasolio, saranno alimentate con sistemi convenzionali.

Vale a dire: se la mia auto si ricarica con una corrente elettrica prodotta da una centrale termoelettrica che brucia combustibili fossili, non si è risolto un bel nulla in tema di riduzione della CO2. Anzi si potrebbe aggravare perché c’è da contabilizzare l’inquinamento prodotto nella produzione delle batterie, con la relativa estrazione di minerali preziosi, e in aggiunta si pone un problema di smaltimento di milioni di batterie. Insomma, è chiaro che bisogna fare il massimo sforzo perché le macchine elettriche siano alimentate con le energie rinnovabili.

In Calabria potremmo avere condizioni ideali per far camminare le nostre auto e i mezzi pubblici grazie all’uso di energia solare, eolica, biogas. Anche la presenza di tanti borghi e piccoli centri, di tanti spazi attigui alle abitazioni dove collocare pannelli solari o il mini eolico, facilita l’uso di queste energie e consente alle famiglie un grande risparmio.

Ci sono gli incentivi per ammortizzare parte dell’investimento iniziale, ma finora non si è trovato un antidoto ad un virus che abita le nostre contrade: l’inerzia. Non si capisce perché una città come Reggio Calabria baciata dal sole per una gran parte dell’anno abbia meno della metà dei pannelli solari, termici e fotovoltaici, installati a Bolzano, con centomila abitanti contro i 170mila del capoluogo calabrese! E questo vale per tutta la Calabria con pochissime eccezioni.

Quarant’anni fa quando venivano installati i primi pannelli solari termici a Crotone, pensavamo che questa Regione sarebbe diventata come la California o la Florida, in termini di uso dell’energia solare ed eolica. Non siamo certo all’anno zero ma molta strada deve essere percorsa, e non si può perdere questa ultima occasione che ci offre il Pnrr (Programma nazionale recovery e resilienza).

Bisognerebbe già da questo autunno partire con una campagna di sensibilizzazione e promozione, cominciando dalle scuole medie superiori e dalle Università perché sono i giovani i più aperti alle novità, i più adatti a spingere le proprie famiglie ad investire sul futuro, dotarsi di accumulatori da energie rinnovabili, a cogliere quale grande opportunità economica e ambientale può offrire questo cambiamento.

C’è poi da segnalare una grande novità in questo campo: la nascita delle comunità energetiche nella Ue. Una strada maestra per ricreare vincoli di comunità, risparmio energetico e finanziario. Ma, di questo ne parleremo meglio la prossima volta.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 novembre 2021
Foto di Maria Godfrida da Pixabay

Agricoltura sostenibile: la rivalutazione delle aree marginali della Calabria.-di Tonino Perna

Agricoltura sostenibile: la rivalutazione delle aree marginali della Calabria.-di Tonino Perna

Tra i fattori che hanno provocato l’aumento della temperatura media del nostro pianeta spesso ci si dimentica del ruolo che gioca l’agricoltura/zootecnia industriale nella produzione dei gas serra. Per molto, troppo tempo siamo vissuti con la convinzione che la terra fosse un corpo inerte dove con la chimica si poteva ottenere quello che si voleva, che gli animali da allevamento fossero delle macchine che si potevano perfezionare a volontà per aumentarne l’efficienza.

Tutto il sapere dell’agricoltura contadina è stato scartato come un residuo di un passato pretecnologico. Così gli allevamenti intensivi di migliaia di animali, chiusi in spazi sempre più ristretti, riempiti di ormoni e antibiotici, erano visti come un progresso per l’umanità, perché aumentavano la produzione per unità e ridotto i costi unitari.

Per decenni solo pochi profeti, spesso ignorati, hanno denunciato i danni alla salute dell’uomo e dell’ambiente di questo modo di produzione. Jeremy Rifkin, prestigioso economista statunitense, aveva denunciato in un suo saggio del 1998 i danni all’ambiente causati dall’industrializzazione della produzione zootecnica, e spinta in avanti dal nostro eccessivo consumo di carne.

Unitamente alla denuncia che da tempo molti studiosi hanno formulato nei confronti dell’agricoltura industriale, per l’uso eccessivo di fertilizzanti che rendono sterili i terreni, per l’inquinamento delle falde acquifere e, last but not least, per i danni alla nostra salute. Questo non significa ritornare alla zappa e alla falce, ma significa fare tesoro di tecniche agricole che rispettino i cicli vitali, che considerano la terra un corpo vivo, con le sue esigenze e i suoi tempi.

La transizione ecologica rivaluta l’agricoltura contadina e gli allevamenti a piccola scala in cui gli animali non vengono rinchiusi in un lager e non si usano sostanze artificiali per aumentarne la produttività. Naturalmente questo significa pagare di più i beni alimentari alla fonte e ridurre i costi dell’intermediazione e distribuzione che oggi assorbe mediamente l’80 per cento del valore.

Vale a dire: è necessario rivedere tutta la filiera agroalimentare con l’obiettivo di tutelare la salute dei consumatori, difendere la biodiversità, ridurre le emissioni di gas serra, dare un “giusto prezzo” ai prodotti delle aziende agricole e condizioni di lavoro e salario dignitosi ai lavoratori. Non si tratta di utopie o di sogni romantici perché esistono tante esperienze sul campo che potremmo raccontare, diverse reti che uniscono braccianti-imprenditori- consumatori in forme diverse e con beneficio di tutti gli attori.

In questa visione la transizione ecologica offre una straordinaria opportunità alla agricoltura calabrese, a quelle piccole aziende agricole e zootecniche che sembravano un residuo del passato, un segno di arretratezza, e invece rappresentano il futuro.

In particolare, la gran parte delle zone interne che non sono state inquinate, che hanno vissuto solo marginalmente l’impatto della chimica sui terreni agricoli, potrebbero uscire dall’abbandono ed essere valorizzate, offrendo prodotti agricoli di prima qualità, con l’utilizzo anche di semi antichi e piante da frutto autoctone, uscendo dalla omologazione attuale dell’offerta di ortaggi e frutta standardizzata.

In questa direzione sarebbe opportuno varare una seconda Riforma Agraria in chiave ecologica, che consenta di mettere a frutto i terreni abbandonati che rappresentano una parte rilevante delle aree collinari, con tutti i vantaggi che ne conseguirebbero anche sul piano idrogeologico. Siamo di fronte ad un bivio. Se non prendiamo adesso la strada giusta non avremo un’altra opportunità.

da “il Quotidiano del Sud” del 27 ottobre 2021
Foto di Fabio Grandis da Pixabay

Perché siamo solidali con Mimmo Lucano, il fuorilegge.-di Gaetano Lamanna

Perché siamo solidali con Mimmo Lucano, il fuorilegge.-di Gaetano Lamanna

Trattato come un delinquente. Prima del processo aveva subito un provvedimento di allontanamento da Riace. Non poteva rientrare nel suo paese nemmeno per fare visita al padre vecchio e malato. Considerato peggio di un mafioso. Si dà il caso, però, che Mimmo Lucano non sia un mafioso, ma un cittadino onesto, buono e generoso. Una testa dura, come tante in Calabria. Ci troviamo di fronte ad una contraddizione clamorosa tra legge e giustizia. Non sempre la legge va d’accordo con la giustizia. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È stato fatto tante volte. Ma è un processo lungo e laborioso. Richiede a volte battaglie, movimenti, petizioni popolari, referendum, prima che il parlamento si decida a cambiare una legge ingiusta o a promuovere dei diritti.

È stato così per lo Statuto dei lavoratori. È così per lo ius soli. È stato così per il delitto d’onore, per l’aborto, per il divorzio, e tanti altri esempi si potrebbero fare. Il diritto, che sta alla base della legge, si evolve, segue la storia, si aggiorna in base ai mutamenti storici e politici. Al tempo dei greci e dei romani, la schiavitù non era illegale. Nel medioevo i privilegi feudali e la servitù della gleba erano legali. Il diritto non è neutro.

Il più delle volte si limita a codificare norme, convenzioni, costumi, già in uso. Trasforma in legge lo status quo. In genere prende atto dei rapporti di potere. Con la rivoluzione francese la borghesia nascente rovescia il vecchio mondo feudale, plasmato a misura dell’aristocrazia, stretto da vincoli, privilegi e regole che impedivano l’accumulazione del capitale, il libero mercato e lo sviluppo industriale. Per andare a tempi più recenti, durante i governi a guida Berlusconi abbiamo visto anche leggi ad personam, reati declassati o spariti dal codice da un giorno all’altro.

Il diritto, dunque, è stato sempre modellato sulla base degli interessi della/e classe/i al potere. È la storia. Fuori della storia e del buon senso sono i giudici di Locri. Per fare funzionare il modello Riace, un modello di accoglienza e di inclusione studiato in tutto il mondo, Mimmo Lucano ha dovuto infrangere leggi vecchie e inadeguate. Come quella, ad esempio, che non dà diritto ai bimbi che nascono e studiano in Italia di avere la cittadinanza. O come quella che nega la casa popolare, il diritto ad un alloggio agli immigrati regolari che sono residenti in Italia da meno di 10 anni. Mimmo Lucano si è inventato il lavoro, ha messo in movimento un’economia asfittica.

E per fare questo ha dovuto inventarsi perfino una moneta alternativa. Un modo che permettesse ai nuovi arrivati di vestirsi e di mangiare, fino a quando il ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti ( e poi da Salvini), non si fosse degnato di trasferire un po’ di soldi per pagare i fornitori. A Riace case, botteghe artigiane, negozi, avevano riaperto i battenti. Il paese si era ripopolato, ritornando a nuova vita, al contrario di tanti paesi morti della Calabria.
Ai coccodrilli che piangono per i borghi abbandonati, il sindaco di Riace aveva mostrato una via concreta per la rinascita.

Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono dei villaggi. Dopo la rottura del latifondo e la riforma agraria, la Calabria è entrata nella modernità pagando un prezzo altissimo in termini di emigrazione. Ha fornito braccia a buon mercato allo sviluppo industriale del Nord e dell’Europa. Ha distrutto un artigianato fiorente che non ha retto l’urto del mercato dei prodotti industriali. Anche molti che avevano beneficiato della riforma agraria hanno abbandonato le campagne per lo scarso sostegno pubblico, indirizzato soprattutto ad agevolare l’attività edilizia e commerciale, oltre che posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

La Calabria diventa terra di consumo. Si sviluppa un’economia dipendente e funzionale alla crescita economica delle regioni centro-settentrionali. Con un ceto politico attento solo ad intercettare i flussi di spesa pubblica e a gestire affari e malaffari. In questo contesto non c’è posto per la Calabria dei villaggi, per le comunità rurali, collinari e montane.

Mimmo Lucano ci ha fatto intravedere (in una piccola realtà) un’alternativa possibile, un modo innovativo e solidale per far rinascere i nostri borghi. Scontrandosi con l’ottusità della burocrazia e con politici attenti al loro tornaconto personale. Nel frattempo, Marco Minniti, dopo avere avuto tutto (e di più) dal suo partito, si è seduto sul comodo treno della Fondazione Leonardo. Mimmo, invece, se l’è dovuta vedere con magistrati che invece di perseguire l’illegalità mafiosa hanno acceso i riflettori sui suoi reati. Commessi con la convinzione di fare del bene. Era l’unico modo per salvare vite, per fare andare avanti una vera integrazione, per sbloccare situazioni impigliate nei meandri della burocrazia e o ritardate da leggi inadeguate.

Mimmo Lucano è un «fuorilegge», ha agito in difformità di leggi ingiuste o sbagliate che non gli permettevano di agire a favore degli immigrati e degli abitanti di Riace. Non è certo un ladro o un criminale, come ce ne sono tanti anche in doppio petto. Questa condanna è una vergogna. Una grave ingiustizia. Chi non accetta le ingiustizie e si batte per il cambiamento non ha che schierarsi con lui, mostrando che non è solo e isolato, ma un punto di riferimento. Il voto del 3-4 ottobre è l’occasione. È il modo per esprimergli, non solo a parole, solidarietà.

da “il Manifesto” del 3 ottobre 2021

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Quando, domenica 19 settembre 2021, ha bussato alla porta un ispettore dei Vigili Urbani della sua città per notificare allo scrivente una “Ordinanza contingibile ed urgente” con la quale si imponeva, a causa della sua positività al Sars-CoV-2, di sottoporsi alla misura di isolamento domiciliare a decorrere dal 30 agosto 2021, gli è montata una collera che solo il complice imbarazzo dell’ufficiale è stato capace di stemperargliela in uno sconsolato sorriso.

Sorriso reso ancora più amaro dall’arrivo, il giorno prima via e-mail, della notifica da parte del Comune della fine dell’isolamento a seguito della sua “negativizzazione” al tampone molecolare, eseguito alcuni giorni prima. Se si aggiunge che la prima telefonata da parte dell’Usca competente era arrivata all’ora di pranzo del 10 settembre -lo stesso giorno in cui è uscito su questo giornale il racconto della vicenda sanitaria, cioè ben 12 giorni dopo la comunicazione di positività fatta dal laboratorio privato- è evidente a chicchessia che la totale assenza di capacità e di tempestività da parte delle Istituzioni comunali e sanitarie preposte alla sorveglianza non solo impedisce qualsivoglia tipo di tracciamento, ma rende evidente che il distanziamento, l’isolamento e tutte le altre misure di prevenzione sono affidati solo al senso civico dei cittadini.

Quello calabrese è un tessuto istituzionale, sanitario e sociale devastato che non è in grado di fornire alcuna certezza del soddisfacimento dei diritti fondamentali del cittadino, primo fra tutti quello alla salute e alla vita. Si deve ricordare che era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, commissario della Sanità della regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi non si contano i commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura voluta da Scopelliti di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio – hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero il ripristino della Sanità al centro della propria battaglia politica.

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La gran parte della responsabilità della catastrofe ricade sui Commissari e sulla loro sterile e discutibile autoreferenzialità, ma deve ricadere anche sull’inanità ed incapacità della politica e dei politici calabresi degli ultimi decenni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Un’incapacità che non viene superata neanche nel pieno della prima ondata della pandemia quando, con il comunicato stampa ufficiale datato 11 marzo 2020 della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione), la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva … già domani (12 marzo 2020, n.d.r.) sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che quasi nessuna delle promesse fatte nel succitato comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo del tanto vituperato Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in quella sua incredibile sconsideratezza e di chi nell’anno successivo, il presidente f.f. Spirlì, nulla ha fatto per cambiare di segno a questa più che tragica situazione. La Sanità calabrese è un orrido e putrescente buco nero senza fondo dal quale gli abitanti cercano di evadere appena possono per andarsi a curare altrove perché qui, a distanza di quasi due anni, non solo nulla è stato fatto per aumentare le capacità di prevenzione e di cura del Sars-Cov-2, ma è anche molto peggiorata l’ordinaria assistenza sanitaria che era già indegna di un paese del cosiddetto primo mondo.

Si deve ricordare che in Calabria le terapie intensive sono passate da 152 a 174, a fronte delle 280 previste già un anno fa per poter avvicinare la regione alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 9,2 attuali. Senza voler tenere conto che, al netto della pandemia, a fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha poco più della metà: 1,7.

Una situazione così catastrofica pretenderebbe una risposta dal governo Draghi, perché, nonostante il commissariamento sia della Sanità regionale con il questore Longo, sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno visto alcun miglioramento per opera dei Migliori, anche se spettano loro le stesse cure mediche che competono, secondo l’articolo 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano. Quale miglioramento si è avuto nella Sanità calabrese – ma anche nell’Istruzione, nei Trasporti, nelle Infrastrutture e nelle Strutture- per merito del governo dei Migliori? Nessuno. I Migliori non hanno migliorato assolutamente nulla, in otto mesi.

Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali ed elettorali

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È solo grazie ad uno dei pochissimi fortilizi di capacità e competenza che ancora resistono in mezzo alle macerie della Sanità calabrese che chi scrive è riuscito a curarsi, in Day Hospital, per mezzo dell’unico protocollo farmacologico approvato dall’Aifa, gli anticorpi monoclonali. Un protocollo che, a chi scrive, ha fatto regredire i sintomi in poche ore e che, al netto delle successive conseguenze del Long Covid, ha sconfitto l’infezione in meno di 15 giorni. Sulla scorta di questa sua esperienza, chi scrive ha una serie di domande da fare ed anche qualche fondata opinione da esprimere.

Perché l’Aifa, che pure ha approvato l’uso sperimentale di questa cura su quasi 9.000 casi (cfr.: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475526/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), non ha ancora diffuso i dati delle sperimentazioni che, da marzo ‘21, si stanno facendo sulla sua efficacia degli anticorpi monoclonali? Sulla base dei dati che si dispongono -Regione Veneto: (guarigioni dell’89% su 1167 casi), Asl 3 di Napoli (100% su 50 casi), Azienda Ospedaliera di Cosenza (100% su più di un centinaio di casi)- sembra che gli anticorpi monoclonali siano davvero efficaci. E, ancora, perché il governo non fornisce il numero degli infettati, dei ricoverati e dei deceduti ‘bi-vaccinati’?

Pur dando, ormai, per scontato che ci si può infettare fra bi-vaccinati (cfr, lo studio di fine luglio dei CDC americani: www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/wr/mm7031e2.htm?s_cid=mm7031e2_w)), lo scrivente ritiene che i vaccini siano indispensabili per la radicale riduzione della diffusione della pandemia, delle ospedalizzazioni, delle malattie gravi e delle morti, nonostante che un altro studio dei CDC americani dimostri una perdita di efficacia di potere immunizzante di Moderna, Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson dopo qualche mese
(cfr.:https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/w/mm7038e1.htm?s_cid=mm7038e1_w).

Chi scrive sommessamente ipotizza che la vaccinazione non possa essere, però, l’unica strada da percorrere non solo per la sopradetta diminuzione di efficacia dei vaccini, ma soprattutto perché il rapido avvicendarsi delle varianti e la grande quantità di popolazioni, soprattutto del terzo mondo, non vaccinate renderanno impossibile il raggiungimento dell’immunità di gregge (cfr.: Krause et alii, in ‘Lancet’, 13.09.21, https://doi.org/10.1016/ S0140-6736(21)02046-8).

Lo scrivente vorrebbe, da vecchio sostenitore del sessantottesco sapere critico, suggerire che si debba perseguire, con maggior tenacia e con finanziamenti pubblici paragonabili a quelli già erogati, anche la strada della cura e non solo quella dei vaccini di Big Pharma che, in questi ultimi due anni, si è enormemente arricchita. I vaccini sono indispensabili, ma, purtroppo, non sono sufficienti per vincere questa malattia pandemica.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 settembre 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Chi può difendere il Sud dalla secessione?-di Piero Bevilacqua

Chi può difendere il Sud dalla secessione?-di Piero Bevilacqua

Una delle immagini più avvilenti degli ultimi tempi,un episodio da nulla, ma che mi ha mostrato in quale catastrofe culturale, prima ancora che politica, fosse caduta la Calabria, mi è caduta sotto gli occhi nel 2019.

Nel servizio di un telegiornale nazionale, dedicato agli impegni elettorali dei vari leader, ho visto Matteo Salvini passegiare per le strade di una città calabrese tra ali di folla, mentre una donna si chinava ai suoi piedi baciandogli la mano. Come è potuto verificarsi un gesto del genere? Tanto calore di folla e perfino l’umiliazione di un baciamano, che di solito si dispensa alla Madonna o ai capimafia? Dove vivevano quei calabresi almeno 5 o 10 anni prima? Avevano letto qualche giornale, o almeno seguito qualche programma televisivo in cui era di scena la Lega e i suoi dirigenti?

E’ davvero stupefacente constatare tanta smemoratezza, anche se so bene che in altre città della Calabria Salvini è stato vigorosamente osteggiato. Ma il punto clamoroso che rende inconcepibile l’accoglienza e il consenso a un dirigente leghista nelle nostre regioni è che la Lega è alla radice un partito antimeridionale, che nasce e continua a operare come avversario e denigratore della nostra gente. E non per gratuita cattiveria ma per strategia politica.

Debbo qui ricordare che sin dalle origini, questo partito, la Lega Nord di Umberto Bossi, fonda le sue fortune nei territori del Nord inventando fasulle identità etniche, ma soprattutto creando due nemici: “Roma ladrona” e il “Sud che vive a spese del Nord.” Questa narrazione intessuta di menzogne, ha avuto una grande fortuna – nulla funziona meglio in politica della creazione di un nemico e di un capro espiatorio cui addossare la responsabilità dei disagi e dei problemi – al punto da condizionare le politiche pubbliche a favore del Sud per i decenni successivi.

Ebbene, l’astuzia di Salvini è consistita nel trovare un nuovo nemico con cui sostituire i meridionali e Roma, che a Umberto Bossi era nel frattempo diventata simpatica, visti i lauti stipendi istituzionali di cui ha goduto e le possibilità che il suo potere di governo ha offerto alla sua famiglia.
I nuovi nemici, a partire dal nuovo millennio, sono diventati gli immigrati, i clandestini, i disperati della terra che scappavano da guerre e miseria, trasformati in criminali, violentatori delle nostre donne, venuti a rubare il lavoro agli italiani. Salvini ha continuato il lavoro di Bossi, promuovendo i meridionali a italiani così da estendere a tutto il territorio nazionale il bacino elettorale della Lega.

Ora non si tratta di rimproverare a Salvini il suo passato antimeridionale.Anche se dai meridionali si pretenderebbe una memoria critica sempre vigile, per rammentare i danni gravi che sono statti loro inflitti. Il fatto è che il partito della Lega continua con più accortezza la sua politica di sempre. Mentre infatti il suo capo viene a fare comizi nelle nostre regioni, i presidenti del Veneto e della Lombardia continuano in segreto a lavorare perl la secessione delle loro regioni dal resto d’Italia. Esse rivendicano la piena podestà su ben 23 materie (scuola, sanità, trasporti,energia, ambiente, ecc.) e soprattutto pretendono di incassare tutti gli introiti fiscali generati nel loro territorio.

In questo modo viene meno la solidarietà fiscale su cui si regge qualsiasi stato al mondo e l’Italia va letteralmente a pezzi. I meridionali possono solo immaginare quel che accadrebbe alla sanità pubblica, che nel giro di pochi anni verrebbe in gran parte privatizzata.I “viaggi della speranza” di tanti malati verso gli ospedali di Roma e del Nord avrebbero costi insostenibili. Ma è l’Italia, così com’è stata costruita a partire dal 1861, dopo 4 secoli di divisioni e di asservimento allo straniero, che verrebbe di nuovo riportata agli statarelli di antico regime.

Ne abbiamo avuto la prova nel 2019, quando si stava per realizzare in gran segreto, saltando il Parlamento,l’accordo tra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e il governo nazionale. In quei mesi, anche Piemonte, Liguria, Umbria manifestarono la stessa volontà di secessione, anticipando quel che sarebbe accaduto se l’accordo fosse stato raggiunto.

Ebbene, non c’è dubbio che l’autonomia differenziata costituisca la più grave minaccia che grava ancora oggi sull’avvenire del nostro Paese:la frantumazione territoriale che ci ha reso irrilevanti in Europa per tutti secoli dell’età moderna. E e allora come è possibile che ci sia così tanto poco allarme e informazione su tale gravissimo pericolo? I motivi sono due.I grandi giornali nazionali sposano ormai la posizione di gran parte dell’industria e della finanza del Nord, secondo cui il Sud costituisce un freno all’economia nazionale.Quindi sono d’accordo sulla secessione e tacciono. L’altra ragione riguarda i partiti e soprattutto il PD, l’unica formazione con insediamento locale, che avrebbe interesse a contrastare la Lega, soprattutto al Sud, ricordando i suoi propositi secessionisti. Ma questo non accade, perché una delle regioni chiave di questo partito, l’Emilia Romagna di Bonaccini, rivendica anch’essa l’autonomia differenziata, sebbene su un numero minore di materie.

Debbo qui rivelare una esperienza personale.Nei mesi che precedettero la campagna elettorale amministrativa del 2019, insieme ad altri amici, avevamo tentato di organizzare una carovana di uomini e donne che partisse dal Sud e arrivasse al Nord, con un pulman, per spiegare al maggior numero possibile di cittadini qual’era la vera strategia della Lega: Salvini che faceva l’italiano al Sud e i presidenti di regioni che lavoravano per la secessione. Per tale iniziativa fui all’inizio sostenuto dalla CGIL nazionale.Ed ebbi vari incontri a Roma, nella sede centrale di Corso Italia. Ma a un certo punto tutto naufragò, la disponibilità del sindacato venne ritirata. Nessuno lo disse esplicitamente, ma il PD non voleva che si danneggiasse la campagna elettorale di Stefano Bonaccini e il tema secessione non andava sollevato.

Un’arma efficacissima per battere la destra nel Sud e in Calabria fu abbandonato. Ebbene, agli amici stupiti che tanti intellettuali si siano schierati a fianco di De Magistris, debbo ricordare che questo leader è stato l’unico politico meridionale a schierarsi contro la secessione leghista e la semisecessione di Bonaccini; che nella sua lista annovera figure di prim’ordine estranei ai giochi nazionali dei partiti, tra cui Mimmo Lucano, il quale, come sindaco di Riace, ha riscattato l’onore della Calabria agli occhi del mondo.A chi denigra la sua figura di sindaco di Napoli ha già risposto su questo giornale Pino Ippolito(6/9).

Io aggiungerei che chi vuol valutare con onestà quella esperienza, deve considerare il grave debito che egli ha ereditato dalle precedenti amministrazioni, lo strangolamento finanziario subito da tutti i comuni italiani in questi anni, il fatto di amministrare la più difficile città d’Italia avendo contro tutti i partiti, la grande stampa e la TV nazionale. Che un personaggio così isolato, privo di mezzi e osteggiato sia stato riconfermato sindaco, ai calabresi onesti dice che potrebbe essere un ottimo presidente di Regione . Che egli venga diffamato perché a Napoli non ha fatto “questo” e quello” è in tanti casi la prova che il personaggio non rientra negli schemi del conformismo politico dominante. Quel conformismo che occorre far saltare per l’avvenire della Calabria.

da il “Quotidiano del Sud” del 22 settembre 2021

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Stiamo assistendo da troppo tempo ad uno scontro ideologico, incarnato da diverse forze politiche, tra gli ultrà del vaccino e i No Vax , tra coloro che sostengono fideisticamente la comunità scientifica e quelli che credono che, dietro questa forsennata campagna vaccinale, ci siano solo sporchi interessi economici e il tentativo di controllarci e sottometterci tutti.

La testimonianza del collega Battista Sangineto, apparsa su questo quotidiano e ripresa a livello nazionale, mi ha fatto molto riflettere. Il professore Sangineto non è un no-vax, è un uomo di scienza, sia pure umanistica, che si era vaccinato convinto di essere ormai immune dal virus Covid 19. Purtroppo, non solo ha preso il virus in maniera pesante, ma lo ha contratto da un soggetto a sua volta vaccinato. E non è il primo caso. Cosa significa tutto questo? Procediamo con ordine.

Prima di tutto non è vero quello che ci è stato detto fin dall’inizio della pandemia da parte di insigni virologi: se ci vacciniamo al 70% otteniamo l’immunità di gregge (pessima espressione), ovvero spegniamo la diffusione del virus. Purtroppo, non è così: anche i vaccinati possono prendere il Covid e trasmetterlo. Unico dato che spinge ancora oggi a ritenere utile il vaccino è quello dei ricoveri: dai dati disponibili sembra che circa il 90 per cento dei nuovi ricoverati, dal mese di agosto, in terapia intensiva non era vaccinato. Pertanto, se ne può dedurre che il vaccino, mediamente, dovrebbe ridurre l’impatto letale del virus.

Finora questa è l’unica certezza a cui ci possiamo aggrappare, ma che non ci lascia tranquilli come testimonia il caso sopra citato. Il buon senso ci dice che conviene vaccinarsi, almeno per le classi di età più avanzate, ma che bisogna ugualmente non abbassare la guardia e mantenere tutte le misure precauzionali. Certo, non è piacevole continuare a usare la mascherina, a disinfettare continuamente le mani, a mantenere una distanza con persone che prima abbracciavamo e baciavamo, specie noi meridionali, senza problemi.

Bisognerebbe che i virologi divenuti star della Tv , che hanno creato tanta confusione e comunicata una immagine falsa della scienza, facessero un po’ di autocritica, dicessero quello che i veri scienziati sanno da sempre: non ci sono certezze, ma solo metodi di ricerca rigorosi e mai definitivi. Questa pandemia ci ha posto di fronte a sfide inedite, unitamente alla pressione formidabile delle forze economiche hanno premuto l’acceleratore per fare ripartire il dio Pil a tutti i costi. Così, in tempi eccezionalmente brevi, sono stati creati dei vaccini che sicuramente portano una riduzione della letalità, ma non risolvono il problema della diffusione del virus.

Pertanto, la battaglia contro gli untori, cioè contro quelli che non si vogliono vaccinare, rischia di essere una battaglia ideologica quanto è quella di coloro che rifiutano qualunque tipo di vaccino e vedono dovunque dei complotti dei poteri forti. Per onestà intellettuale, se è vero quanto abbiamo sostenuto, il famoso “green pass” non può essere imposto, anche se può essere promosso e sostenuto, ma dicendo la verità: non salva il tuo prossimo dall’essere infettato. E quindi non è un gesto di civiltà, ma di sano egoismo, perché chi si vaccina rischia meno di chi non lo fa.

Continuare a chiedere prudenza, distanziamento fisico (e non sociale), misure di prevenzione, è l’unica strada percorribile in attesa che terapie mediche più efficaci possano ridurre il danno di questa epidemia e derubricarla al limite di una normale influenza stagionale.

da “il Quotidiano del Sud” del 16 settembre 2021
Foto di cromaconceptovisual da Pixabay

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

L’atteggiamento permissivo del governo nazionale interessato solo alla crescita economica combinato all’inadeguatezza del collassato Sistema sanitario calabrese potrebbero produrre, di qui a breve, una nuova strage degli innocenti. A farne le spese saranno quei cittadini italiani e, soprattutto, quelli calabresi che contrarranno il Sars-CoV-2 da un “immunizzato” nonostante siano, come chi scrive, “immunizzati” anch’essi.

Sì, nonostante sia “immunizzato” con due dosi di vaccino a mRNA dalla fine di aprile 2021, appartenendo alla categoria “fragili”, chi scrive ha contratto il virus (con una carica virale altissima, 49 milioni di copie di virus per ml., pur avendo sviluppato in precedenza, grazie al vaccino, una buona quantità di anticorpi IgG anti-Covid-19: 833 per ml.) da un suo giovane familiare “immunizzato” da luglio 2021 con due dosi di vaccino a mRNA senza aver avuto con lui contatti diretti di alcun genere se non quelli che si hanno condividendo, senza mascherine, il desco all’aperto in due o tre occasioni.

Il laissez-faire neoliberista dell’élite che ci governa ha permesso, se non addirittura favorito, gli assembramenti estivi, l’affollamento dei lidi, delle strade, degli hotel, dei B§B, dei supermercati, dei bar e dei ristoranti al chiuso e all’aperto per un mero calcolo economicistico che ha fatto rimbalzare, com’era prevedibile, il Pil, ma l’élite non è stata per nulla attenta alla salute dei suoi cittadini che, grazie alla maggiore contagiosità della variante Delta, continuano a morire a decine, fra poco di nuovo a centinaia, in tutta la Penisola.

Lo stesso ‘distratto’ governo ha derogato riguardo ai parametri di chiusura delle Regioni lasciandole in “bianco” fino alla fine della stagione turistica nonostante che i reparti Covid, quelli normali e quelli di terapia intensiva, siano pieni da settimane, soprattutto in Calabria e nel Sud, come scrive da giorni questo giornale e come hanno confermato i medici del reparto nel quale lo scrivente è stato accolto martedì 31 agosto, dopo tre giorni trascorsi a casa con sintomi abbastanza severi: febbre superiore a 39 gradi, dispnea, emicrania, raucedine e tosse secca, mialgia e artralgia, ageusia e anosmia, sudorazione, spossatezza e disordini della pressione arteriosa.

Si deve pensare che il governo dell’élite non legga e non studi, se non ha nemmeno preso in considerazione il fatto che già il 28 luglio 2021 la dott.ssa Rochelle Walensky, direttore dei CDC americani (Centers for Disease Control and prevention), sulla base di un loro studio (Outbreak of SARS-CoV-2 Infections, Including COVID-19 Vaccine Breakthrough Infections, Associated with Large Public Gatherings — Barnstable County, Massachusetts, July 2021 | MMWR (cdc.gov)) aveva raccomandato l’obbligo delle mascherine al chiuso anche per gli “immunizzati” dicendo che: “Questa non è una decisione che abbiamo preso alla leggera.

La variante Delta si comporta in modo diverso dai ceppi passati nella sua capacità di diffondersi tra persone vaccinate e non vaccinate, da qui la scelta di procedere rivedendo alcune restrizioni” (https://www.washingtonpost.com/health/2021/07/27/cdc-masks-guidance-indoors/).
Ai principi di agosto, sulla base del succitato studio dei CDC, il consulente medico del presidente Biden, Anthony Fauci, ha imposto l’obbligo della mascherina al chiuso anche agli “immunizzati” perché la variante Delta del Sars-CoV-2 è in grado di diffondersi sia tra gli “immunizzati” sia tra i non vaccinati, con la stessa virulenza della varicella.

Fauci ha detto: “Ora abbiamo a che fare con un virus diverso che non è quello originario. La variante Delta ha capacità molto più efficienti nella trasmissione da persona a persona perché le nuove prove scientifiche in possesso dei CDC mostrano che il livello di infezione nelle mucose di una persona “immunizzata” è lo stesso di quello di un soggetto non vaccinato. Due mesi fa i CDC avevano detto che le persone vaccinate non dovevano indossare la mascherina al chiuso. Ora è cambiata una cosa: il virus” (https://www.cnbc.com/2021/07/21/delta-covid-variant-fauci-says-vaccinated-people-might-want-to-consider-wearing-masks-indoors-.html).

Così come lo studio dei CDC, anche secondo lo studio più recente di cui si dispone condotto dall’Università del Wisconsin-Madison (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.31.21261387v4) e una ricerca condotta in Texas (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.19.21260808v2), non sono state trovate differenze significative nella carica virale presente nelle cavità nasali tra persone vaccinate e non vaccinate.

Sulla base di tutti questi studi, la rivista scientifica “Nature” (n. 586, agosto 2021, pp. 327-328 https://www.nature.com/articles/d41586-021-02187-1) nel suo numero del 12 agosto 2021 arriva alla conclusione che, nonostante un ciclo vaccinale completo, una persona può comunque diffondere il virus ad altri non vaccinati o vaccinati. La vera questione, infatti, è capire se, e di quanto, la vaccinazione possa ridurre la probabilità di trasmissione e di contagio: nel caso della variante Delta, la risposta di cui disponiamo è che una certa riduzione della trasmissibilità può esserci, anche se troppo piccola per poterci permettere di allentare le misure di contenimento anti-contagio, pur ribadendo che il rischio di malattia grave o morte sia ridotto di 10 volte o più negli immunizzati rispetto ai non vaccinati.

In attesa che gli scienziati raccolgano dati più precisi e accurati una cosa è, però, certa: la doppia vaccinazione non giustifica di per sé l’abbandono delle misure di prevenzione del contagio, dall’uso dalla mascherina all’igiene delle mani fino al distanziamento.

In Italia, invece, il governo delle élites, senza aver apportato alcuna miglioria alle strutture e sovrastrutture esistenti, non solo vorrebbe far ritornare nei luoghi di lavoro tutti gli impiegati della pubblica amministrazione e decine di adulti e giovani insieme a scuola e nelle università, ma ha fatto dire, nella conferenza stampa del 2 settembre, al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi:” Se in una classe sono tutti completamente vaccinati ci si potrà togliere la mascherina, per sorridere tutti insieme”. In questo modo, tornando a casa, giovani e adulti potranno infettare con letizia i loro cari, essendo la variante Delta del Sars-CoV-2 diffusa al 99,7% in Italia (comunicato stampa Istituto Superiore Sanità 42/2021: https://www.iss.it/cov19-cosa-fa-iss-varianti).

Al cinismo economicistico del governo si deve aggiungere, nel caso di chi scrive, la totale inadeguatezza della Sanità calabrese che, attraverso l’Asp, non è stata in grado di fornire alcuna assistenza: a distanza di più di 12 giorni dalla comunicazione fatta dal laboratorio privato che ha eseguito il tampone antigenico (la Regione di Spirlì non ha ritenuto di dare la possibilità di far praticare quello molecolare ai privati della provincia di Cosenza!), non si è ancora appalesata in nessuna forma, né per fare il tampone molecolare, né per prestare assistenza medica di alcun genere. Quale tipo di tracciamento o, meno che mai, di sequenziamento delle varianti e di misurazione della carica virale si può avere se l’Asp non garantisce nemmeno l’esecuzione di un solo tampone molecolare?

Le disastrose Asp calabresi non hanno ritenuto importante nemmeno informare i medici di famiglia che l’Ospedale di Cosenza è uno dei 199 in tutta Italia nei quali si sperimenta l’uso degli Anticorpi Monoclonali per i soggetti “fragili”?

I medici di base e le Usca (che nel caso di chi scrive non sono mai arrivate) non sono stati informati dall’Asp di Cosenza, per esempio, che basterebbe loro mandare una semplice mail all’indirizzo anticorpimonoclonali@aocs.it per far accedere, nelle prime 72/96 ore dal tampone positivo, il proprio paziente “fragile” infettato alla sperimentazione di questa cura del Sars-CoV-2 (https://www.fda.gov/media/149534/download)?

Una vera e propria cura che ha una percentuale di guarigioni senza ricovero vicina al 90% in tutti gli 8.434 casi affrontati dal 10 marzo al 3 settembre 2021(https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), nei quali è stata somministrata in Italia, di cui solo 153 in Calabria e un centinaio proprio a Cosenza.

Solo grazie all’amore, alla tenacia e alla competenza della moglie di chi scrive si è stati in grado di accedere a queste informazioni, prima, e alle dovute procedure mediche in Day Hospital, poi.

Grazie alla capacità organizzativa del dottor Francesco Cesario, ‘Covid manager’ dell’Annunziata, alla competenza e disponibilità delle dottoresse Vangeli e Greco e alle infermiere del reparto di “Malattie infettive” diretto dal dottor Mastroianni, lo scrivente, a dieci giorni dalla somministrazione degli anticorpi monoclonali, può dirsi fuori pericolo rispetto alla possibilità di sviluppare la malattia grave.

Per evitare di passare per un antiscientista o, peggio, per un no-vax, lo scrivente conclude affermando -perché è un vecchio illuminista e marxista- che se il contesto sociale e relazionale fosse meno sregolato e almeno il 90% delle persone fosse immunizzato, tutto questo, molto probabilmente, non sarebbe accaduto.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 settembre 2021
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Un argine al dilagare delle falsità veicolate dal senso comune.-di Lelio La Porta

Un argine al dilagare delle falsità veicolate dal senso comune.-di Lelio La Porta

«Gli immigrati ci rubano il lavoro»: è una delle affermazioni più ricorrenti dei sovranisti nostrani che insinuano fra gli italiani una forma particolarissima di odio fondata sul fatto che gli immigrati rubino il lavoro ai nostri operai: questa narrazione, oltre a essere infondata, serve, invece, «a rendere ancora più deboli i braccianti» sfruttati dai caporali e dai padroni e favorisce la lievitazione smisurata dei profitti. Altro che esaltazione del popolo italiano («Prima gli italiani»); si tratta di uno schierarsi esplicito dalla parte del grande capitale nell’ottica della prosecuzione e dell’estensione del dominio delle classi dominanti sui lavoratori italiani.

QUESTA APPENA RIASSUNTA è una delle contronarrazioni presenti nella raccolta “Contronarrazioni. Per una critica sociale delle narrazioni tossiche” (a cura di Tiziana Drago, Enzo Scandurra, con Prefazione di Piero Bevilacqua, Castelvecchi, pp. 148, euro 17,50).

Il volume, dedicato a Franco Cassano, è il frutto di un lavoro collettaneo di intellettuali, provenienti da discipline diverse, raccolti intorno al sito dell’Officina dei saperi con l’obiettivo di proporre voci in grado di erigere un argine al dilagante senso comune delle narrazioni false e pericolose (come quella esposta all’inizio), che sono in grado, però, di diventare egemoniche poiché, di fatto, ripropongono quanto scriveva Manzoni nel suo romanzo storico a proposito del rapporto fra buon senso e senso comune: «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Per sconfiggere la paura del senso comune diffuso, sostenuto da narrazioni che diventano tossiche in quanto producono consenso antidemocratico e conformista, cioè conforme al pensiero neoliberista, e provare a costruirne uno nuovo, sono raccolti testi di Abati, Agostini, Angelucci, Aragno, Bevilacqua, Budini Gattai, Cingari, Drago, Ferri, Fiorentini, Lorenzoni, Marchetti, Masulli, Novelli, Pazzagli, Sangineto, Scandurra, Toscani, Vacchelli, Vavalà, Vitale, Ziparo.

Questi scritti, come fa presente il sottotitolo del libro, si propongono nell’ottica di una critica sociale delle narrazioni, come quella riportata all’inizio. Dalla loro lettura emerge come e quanto il concetto di critica sia usato nell’accezione kantiana del termine, cioè come espressione di giudizi che si contrappongono, in quanto contronarrazioni, alle narrazioni correnti, ricettacolo di falsità e bugie.

«Tutti al centro»: lo spopolamento delle aree interne italiane (60% del territorio) è un fenomeno che non può essere ricondotto a una prosecuzione nel secolo presente di un processo di urbanizzazione iniziato molto prima; è molto di più e ha come prima conseguenza la frattura tra città e campagna.

L’estate appena trascorsa ha visto la realizzazione di alcune lodevoli iniziative in zone interne del nostro paese, nella fattispecie in Abruzzo, con l’obiettivo di «riabilitare i paesi, coltivare le campagne, ricostruire un rapporto equilibrato con la natura». Quindi una contronarrazione operativa che ha messo in discussione, decostruendola, la «metafora sbiadita della stanca modernità del nostro tempo» costituita dal «Tutti al centro».

L’INSIEME delle contronarrazioni costituisce un nucleo di controtendenza nei confronti di una forma egemonica nella quale il capitale, e il suo dominio, ha un ruolo di primo piano. E il capitale, vero convitato di pietra nell’elaborazione dei vari contributi, non è un quid astratto in quanto si concretizza in figure il cui potere, la cui filocrazia determinano l’infuturarsi del rapporto fra gli sfruttati e gli sfruttatori, fra gli oppressi e gli oppressori in forme di ineguaglianza non meno feroci di quelle a cui sono stati sottoposti i subalterni di altre epoche storiche.

Per avvicinarsi all’obiettivo e creare una coscienza collettiva, ossia un «nuovo senso comune» che sappia cogliere nell’urgenza della soluzione dei problemi immediati la prospettiva di una nuova dimensione del vivere in comune, quello che Marx definiva «Das Kommunistische Wesen» e Gramsci «vita d’insieme», c’è bisogno di operare nella realizzazione di una nuova volontà collettiva che, una volta, era veicolata dall’opera dei partiti politici (la cui assenza è sottolineata nel volume), ma ora è carente a causa di mancanza di discussione e di confronto e di incapacità di prendere decisioni e assumersi responsabilità.

ANCHE IN QUESTO GLI SCRITTI che compongono il volume si presentano come pars construens rispondendo all’affermazione di Seneca, nella lettera 104 a Lucilio, secondo la quale «Non è perché le cose sono difficili che non le affrontiamo, è perché non le affrontiamo che sono difficili».

Le autrici e gli autori delle varie contronarrazioni affrontano le cose difficili, con l’onestà intellettuale di chi è gramscianamente partigiano, ossia schierato da e con una parte. L’indicazione sembra essere quella di procedere alla ricerca delle strade che più possano avvicinare la democrazia, intesa come pedagogia della solidarietà e nel rispetto del dettato costituzionale, al socialismo come sistema economico-politico in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna si pongano soltanto come elemento di riflessione e di studio su una storia passata.

La fatica del concetto, di cui scriveva il vecchio filosofo, si concretizza nei testi della raccolta laicamente, al di fuori della politica intesa come potere, bensì come discussione libera ed aperta nella polis, alla ricerca di un’alternativa: l’alternativa come contronarrazione rispetto al «non c’è alternativa su cui il capitalismo fonda il suo potere e il suo linguaggio».

da “il Manifesto” del 4 settembre 2021