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Una campagna su autonomie regionali e legge elettorale.-di Enzo Paolini

Una campagna su autonomie regionali e legge elettorale.-di Enzo Paolini

Quello della governabilità è un concetto dannoso ed infatti non c’è nella Costituzione.
E’ stato introdotto con subdola demagogia – e sublimato dalla “narrazione” berlusconrenziana – per giustificare il sistema elettorale dei nominati e dei voti obbligatoriamente spalmati sulle liste congiunte indipendentemente dalla volontà degli elettori, per spalmare impunente premi di maggioranza, espliciti o nascosti per poter rispondere stucchevolmente il ritornello suggestivo, dei vincitori la sera delle elezioni, del chi vince prende tutto.-

L’esatto contrario della democrazia, che prevede l’incontro tra le forze politiche per formare i governi dopo le elezioni; dopo cioè, che si è verificato cosa, come e chi vogliono gli italiani.-

Le elezioni sono fatte per fotografare il paese e tradurre la rappresentanza nelle aule parlamentari. Per organizzare la traduzione del consenso in leggi parlamentari la Costituzione prevede altri organismi: i partiti.-

Ma se i parlamentari non sono eletti in base al consenso bensì in base alla indicazione dei capi allora i partiti non hanno più motivo di esistere.Ed infatti sono morti.

Il nostro sistema non è più fondato sul consenso, sul legame sociale tra elettore ed eletto quanto piuttosto sul rapporto fiduciario tra nominante e nominato. Un rapporto tra pochi che restringe il campo del dialogo sociale e crea di fatto una oligarchia. E provoca il fenomeno dell’astensionismo.E’ quello che avviene oggi nel nostro Paese. Dove una classe dirigente che tutti definiscono inadeguata ma che sarebbe più rispettoso definire semplicemente non legittimata propone la più sgangherata ed autoritaria delle riforme, quella della autonomia differenziata.-

Come una responsabilità del genere possa essere consentita ed anzi affidata ad un sedicente legislatore che ha devastato il Paese con una legge elettorale che ci ha condotto sin qui e che nonostante i ripetuti moniti della Corte Costituzionale (e gli inutili gargarismi di tutti i politici a parole contro ma nei fatti a favore) non si riesce ad estirpare, è un fatto che appare incredibile ma ha una sua logica.

La semina dell’odio sociale nasce da lontano, è stata sopita e dominata per tanto tempo dalle grandi scuole politiche del dopoguerra, per esplodere nel momento in cui le forze illiberali del mercatismo e dell’iperliberismo hanno preso il sopravvento: prima con il programma “Rinascita” di Gelli e poi con quello scritto da J.P Morgan ed interpretato da Renzi.

Ambedue apparentemente sconfitti, è vero, l’uno dalla Magistratura l’altro dal popolo referendario, ma presenti ed infettanti, eccome, grazie al cavallo di Troia della legge elettorale, l’arma che ha spezzato ogni tipo di connessione politica e sociale tra il paese reale ed il paese legale, che ha creato il Parlamento che conosciamo, dimezzato ed irrilevante sul piano della rappresentanza, rilevantissimo su quello del potere obbediente. Che non è un ossimoro ma la triste realtà.

Per questo, ora più che mai occorre aderire a due progetti di Legge di iniziativa popolare che possono invertire la direzione che hanno preso le cose nel nostro Paese e che suscitando la discussione possono essere portati in aula sostenuti da un movimento d’opinione.

E’ l’unica cosa veramente rivoluzionaria che possiamo fare: sostenere Massimo Villone sulla autonomia differenziata e Felice Besostri sulla legge elettorale.

Stiamo con loro, diffondiamo le loro idee, facciamoci alimentare dal loro spirito sinceramente democratico. Perché è il patrimonio politico del nostro popolo. E non ha prezzo. In tutti i sensi.-

da “il Manifesto” del 29 novembre 2022

Il primo obiettivo è mettere in salvo la Costituzione.-di Felice Besostri e Enzo Paolini

Il primo obiettivo è mettere in salvo la Costituzione.-di Felice Besostri e Enzo Paolini

Ormai l’hanno capito tutti che il Rosatellum non è il nome di un buon vino giulian-friulano, ma di una pessima legge elettorale, che blocca non solo le liste elettorali ma anche la libertà e la personalità di voto nei collegi uninominali, con il voto congiunto obbligatorio a pena di nullità. Un obbrobrio non previsto dal Mattarellum, che alla Camera consegnava 2 schede e al Senato scorporava per la parte proporzionale i voti utilizzati per eleggere i candidati uninominali maggioritari.

Se non si aveva la forza numerica e la volontà politica di modificare la legge elettorale, come promesso in caso di taglio dei parlamentari, sarebbero bastate queste due piccole modifiche per rendere costituzionalmente potabile il Rosatellum: non ci hanno nemmeno provato.

La ragione è, come ha ben scritto Gian Giacomo Migone sul manifesto, nell’articolo “Quel Rosatellum che piace a tutti i partiti”, che fa comodo nominare i parlamentari, per aggirare di fatto l’art. 67 della Costituzione sul divieto di mandato imperativo, in attesa di introdurlo con modifiche dei Regolamenti parlamentari di Camera e Senato e pertanto sottratte al controllo della Corte Costituzionale.

Altro vantaggio del Rosatellum è che assegna, in caso di coalizione, al partito egemone della coalizione, il diritto di proporre, in caso di vittoria, al Presidente della Repubblica il nome del/della presidente del consiglio dei ministri, sempre che non scattino veti informali europei o atlantici.
Il Rosatellum va bene anche alla coalizione arrivata seconda, che avrebbe il monopolio dell’opposizione, perché decide chi ammettere come lista minore della coalizione.

Se lo scopo è quello di salvare la Costituzione, come ha suggerito Gaetano Azzariti, non si possono mettere paletti programmatici: la coalizione deve essere aperta a tutti, a cominciare dal M5S e dalle liste rosso-verdi di ogni ispirazione socialista, comunista e ambientalista. La nostra Costituzione prevede il voto, oltre che segreto, eguale, libero, personale e diretto: il voto utile non è una prescrizione costituzionale, ma una scelta politica, una coalizione larga con scopo limitato ad impedire che il centro-destra prenda il 70% dei seggi uninominali. Diventa un voto utile, ma se è una coalizione con un ruolo politico e programmatico privilegiato per Calenda, senza un’apertura a soggetti di sinistra, è inutile perché non competitiva per vincere i collegi uninominali maggioritari.

Alle votazioni partecipa appena il 28% delle classi popolari e più sfavorite, quel voto va recuperato altrimenti non c’è partita, come non è seria un’alleanza elettorale col solo scopo di far eleggere un paio di leader politici, garantiti dal Pd.
Infine per mettere in salvo la Costituzione basta chiedere fin da subito a tutti i partiti un impegno per un Ddl costituzionale, che ogni modifica della Parte Prima della Costituzione, della forma di governo e della elezione e composizione degli organi costituzionali debba essere approvata con referendum, anche se approvata con i 2/3 dei membri del Parlamento.

In questo scorcio di legislatura si è approvata con decreto-legge (art. 6 bis d.l. 41/2022 una norma in materia elettorale che esenta dalla raccolta firme liste coalizzate che avessero raccolto almeno l’1% alle elezioni del 2018: una norma che viola gli artt. 3, 48 e 51 della Costituzione, perché esclude liste non coalizzate che hanno raccolto la stessa percentuale di voto sia alla Camera, che al Senato. O si rimedia con urgenza ovvero si chieda l’assoluta neutralità del governo in caso di ricorso: è possibile e urgente prima della scadenza del termine per la presentazione delle liste.

da “il Manifesto” del 30 luglio 2022

Democrazia e ricorsi elettorali in Calabria.- di Felice Besostri, Caterina Neri, Enzo Paolini

Democrazia e ricorsi elettorali in Calabria.- di Felice Besostri, Caterina Neri, Enzo Paolini

La legge elettorale vigente, costituita dalla legge165/2017 (Rosatellum come integrata e modificata dalla legge n. 51/2019 e completata dal decreto legislativo 23 dicembre 2020, n. 177 sui nuovi collegi elettorali), presenta profili di contrasto con norme costituzionali fondamentali, quali gli articoli 3, 6. 48, 51, 56 e 58, che garantiscono un voto eguale, libero e personale oltre che diretto e il diritto di candidarsi in condizione di eguaglianza alla luce dei principi affermati nelle sentenze della Corte Cost. n. 1/2014 e n. 35/2017.

La situazione si è aggravata con l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 1/2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari con la Camera che passa da630 a 400 membri e il Senato da 315 a 200 membri elettivi, e con la conseguente estensione dei collegi uninominali maggioritari (3/8) e quindi dei loro voti, che alterano i risultati della quota proporzionale (5/8), senza la possibilità del cosiddetto “scorporo”.

Tecnicismi che non interessano a nessuno perché con quello che ci succede intorno, dalla pandemia alla guerra, c’è altro cui pensare. Ma questo non è un argomento.

La legge elettorale è la legge che regola il rapporto tra rappresentati e rappresentanti, non proprio una minuzia nella vita democratica. Dalla legge elettorale discende la selezione della classe dirigente e la sua qualità, dal Parlamento fino all’ultimo Comune e all’ultima ASL. Solo che siccome è difficile da capire giornaloni e TV hanno deciso di non occuparsene, cosi i cittadini non se ne interessano e restano sudditi.

Il fatto è che – come acutamente osservato da Silvia Truzzi sul Fatto Quotidiano, -più una legge elettorale è difficile da capire, meno bisogna fidarsi.

Gli elettori si sono stancati di fare ricorsi per affermare il loro diritto di votare in conformità alla Costituzione e d’aver avuto ragione, ben due volte, dalla Corte Costituzionale e constatare che i parlamentari non ne tengono conto, anzi se ne infischiano. La ragione è semplice:con le liste bloccate devono solo ubbidire agli ordini dei capi partito, che li nominano collocandoli nelle teste di lista e non rendere conto agli elettori, che non possono esprimere preferenze e neppure contrarietà a singole candidature.

In vista delle elezioni municipali del 12 giugno è ripreso il dibattito sulla legge elettorale per il rinnovo del Parlamento. Le prossime elezioni alla scadenza naturale della primavera 2023 o anticipate in caso di crisi del Governo Draghi saranno le prime con il Parlamento tagliato in media del 36,50%, come conseguenza della legge costituzionale n.1/2020.

Con il voto congiunto obbligatorio, l’assenza di scorporo dei voti ottenuti nel maggioritario, le soglie nazionali anche per il Senato, (benché l’art. 57 Cost. preveda la sua elezione su base regionale,)c’è il rischio che nel prossimo parlamento siano rappresentate non più di 4/5 liste e al Senato ,nelle regioni più piccole ,non più di 3. Sono inoltre favorite le coalizioni, che non hanno più, dopo la riscrittura dell’art. 14 bis del dpr n. 361/1957, un unico capo politico e nemmeno un programma comune.

Le liste coalizzate per essere conteggiate a favore delle coalizioni nella parte proporzionale basta che superino la percentuale dell’1%, mentre le liste non coalizzate devono raggiungere la soglia del 3%. La violazione degli articoli 3, 48 e 51 Cost., nonché degli artt. 56 e 58 è evidente. Non c’è voto diretto, eguale. libero e personale.

E’ una legge elettorale “di palazzo” fatta per perpetuare il potere e tenere fuori i cittadini elettori che non contano assolutamente niente . Poche persone nominano l’intero parlamento . Dall’entrata in vigore del Porcellum nel 2005 e del Rosatellum nel 2017 sono 18 anni che non possiamo scegliere i parlamentari causa delle liste totalmente bloccate delle elezioni 2006, 2008 e 2013 e nel 2018 nemmeno scegliere liberamente il candidato uninominale maggioritario, a causa della sanzione della nullità del voto disgiunto.

Tuttavia, questa legge non sarà cambiata, se non viene mandata in Corte Costituzionale quest’anno, affinché si possa pronunciare prima delle elezioni 2023. Ed e’ questo il senso di questo articolo . Attualmente pendono 3 ricorsi presso le Corti d’ Appello di Bologna, Messina e Roma e 4 presso i Tribunali di Catanzaro e Reggio Calabria e di recente Torino e Trieste.

Quelli presso i Tribunali calabresi evidenziano più di altri le disparità di trattamento, quindi la incostituzionalità della legge elettorale perche sottopongono ai Giudici l’incredibile disparità che le normative applicabili comportano ad esempio in Calabria e nella Regione Trentino-Alto Adige/Sudtirol.

Nel Senato il Trentino-Alto Adige/sudtirol, che aveva 7 seggi come Abruzzo e Friuli-V.G., con il trucco di dare il minimo di 3 alle Province Autonome ne avrà 6, quindi il taglio è stato del 14,28% e non del 36,50% come nelle altre regioni.

Con 6 senatori il Trentino A.A. ne ha più dei suoi ex-compagni di 7 ABRUZZO e FRIULI, che ne hanno 4 ma anche di Liguria, Marche e Sardegna che ne avevano 8 ed ora 5. Tutte queste 5 Regioni sono più popolate del Trentino-Alto ADIGE, che al censimento 2011 aveva 1.024.000 abitanti.

MA E’ IL CONFRONTO CON LA CALABRIA CHE E’ SCANDALOSO .
Con 1.959.000 abitanti, quasi il doppio (i trentini-sudtirolesi sono il 52,27% dei calabresi) aveva 10 senatori ed ora ne ha 6, con un taglio del 40%. Prima per eleggere un senatore bastavano 195.900 residenti calabresi, ora ne servono 326.500, mentre nella regione trentina-sudtirolese ne bastano 170.666.

Ma i privilegi non finiscono qui: per la legge 51/2019 sia alla Camera che al Senato ci sono 3/8 di seggi maggioritari e 5/8 proporzionali.

Ebbene alla Camera, in Trentino A.A. i seggi maggioritari sono 4 e i proporzionali 3. Al Senato sono 6 maggioritari., mentre in Calabria ,con il doppio degli abitanti ,sono 2 maggioritari e 4 proporzionali.

L’altra discriminazione è per le minoranze linguistiche, che hanno norme speciali di favore solo nelle Regioni Autonome a statuto speciale, eppure la Calabria ha tre minoranze linguistiche riconosciute dalla legge n. 482/1999, di cui la grecanica antichissima, millenaria e l’albanese di insediamento plurisecolare.

Gli albanofoni, peraltro colpiti dall’emigrazione, hanno una consistenza numerica superiore alle minoranze linguistiche slovena, ladina e francese, tutelate in regioni a statuto. Nei ricorsi si censura la discriminazione tra minoranze linguistiche e tra le minoranze linguistiche tutelate e le minoranze politiche con la stessa consistenza elettorale.

Queste discriminazioni degli elettori ed elettrici calabresi meritano un vaglio di costituzionalità, che spetta ai Tribunali Civili di Catanzaro e Reggio Calabria promuovere dovendo giudicare sui ricorsi da noi proposti .

da “il Quotidiano del Sud” del 13 giugno 2022

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

La prima: una spietata guerra si sta svolgendo sulla pelle dei cittadini calabresi. Nel vero senso della parola, dal momento che il commissariamento del servizio sanitario (cioè di tutto ciò che muove soldi in Calabria insieme alle opere pubbliche) a tutto guarda tranne che alla salute dei calabresi.

NESSUNA IDEA sul potenziamento (o meglio sull’adeguamento, non pretendiamo la luna) dei servizi di emergenza urgenza e sull’efficientamento di quelli territoriali (ambulatori, medici di famiglia, laboratori, specialistica), nessun sussurro sul riassetto della rete ospedaliera, non diciamo nuovi ospedali o eccellenze assolute ma livelli qualitativi sufficienti dei reparti normali; nessuno, proprio nessuno, (solo il Presidente Spirlì, che non è poco, ma nel settore non può fare più di tanto) dice niente, non uno straccio di idea su come far rimanere in Calabria i soldi ed i malati che sono volontariamente e consapevolmente e dolosamente espulsi, mandati a curarsi in altre regioni per prestazioni che potrebbero essere rese in Calabria a costi ridotti e senza disagi per viaggi (ancora) della speranza. Una vergogna che costa ai calabresi 320 milioni all’anno.

È LA QUESTIONE – gravissima – del ceto politico e dirigenziale della Regione, perché non è vero che in Calabria ci sono medici inadeguati in un sistema di livello; al contrario c’è una organizzazione amministrativa e politica inadeguata (nel migliore dei casi, o criminale, nel resto) che mortifica medici bravi ed ottime strutture.

Ed il commissariamento non risolve alcun problema semplicemente perché il rientro dal debito (cioè il deficit che ha prodotto e produce un servizio sanitario siffatto) non è un problema ma è solo una parte di esso e la sua soluzione (cioè l’atto – l’acta – cui è preposto il Commissario) non può essere raggiunta se non si mette mano anche – e contestualmente – a tutti gli altri settori di cui ho detto prima.

In questo sfacelo istituzionale al Commissario sono stati assegnati invece tutti i compiti che spetterebbero al Consiglio regionale, i cui componenti sono evidentemente ritenuti così poco affidabili ed incompetenti da indurre il Governo ad espropriarne le funzioni che assegna loro quel libretto che si chiama Costituzione.

E qui comincia la seconda storia. La rinascita di un popolo, quello calabrese, paradigma di un Paese in ginocchio, passa solo attraverso la riqualificazione della propria classe dirigente che ha perso ogni contatto con i cittadini ed i loro problemi quotidiani.
Alcuni occupanti le Istituzioni sono finanche seri, onesti e preparati, ma è il sistema che non funziona ed ha raggiunto ormai un livello di decozione politico-morale da renderlo scollato dalla realtà.
Da cosa dipende?

APRIAMO GLI OCCHI. Dalla legge elettorale che ha scientemente spezzato, reciso ogni legame tra elettori ed eletti, creando il sistema dei nominati e consolidato un ceto politico autoreferenziale che risponde dei suoi atti e delle sue scelte non ai cittadini ma ai sedicenti capipartito del momento. La Corte Costituzionale con sentenza 1/2014 ha già dichiarato incostituzionale una prima legge elettorale (il Porcellum) invitando il Parlamento a farne un’altra che tenesse conto della necessità di rispettare la connessione tra l’espressione di voto ed il sistema di elezione (in poche parole, preferenze e rappresentanza proporzionale, senza abnormi premi di maggioranza).

Allora il Parlamento dei nominati ne ha fatta un’altra, peggiore, l’Italicum. E qui la Consulta interviene con una nuova dichiarazione di incostituzionalità (sent. 35/2017). Ma siccome il sistema è questo, gli occupanti abusivi del Parlamento hanno spudoratamente prodotto l’ennesima legge elettorale che premia e consolida lo sconcio delle nomine. Il Rosatellum.

INSOMMA, per chiudere, il vecchio sistema proporzionale puro con le preferenze assicurava un contesto istituzionale stabile e controllabile dagli elettori (ed infatti ha condotto l’Italia alla crescita del dopoguerra, alla stagione delle grandi riforme ed alla sconfitta del terrorismo).

Questo attuale papocchio, ci porta – per tornare da dove sono partito – a tollerare, senza un plissé, che un organo istituzionale come un Consiglio regionale sia ridotto al silenzio ed alla inutilità da dieci anni, e alla sua sostituzione con Commissari provenienti ora dalla Guardia di Finanza, ora dall’Arma dei Carabinieri, e attualmente dalla Polizia di Stato i quali, giustamente e conformemente alle loro professionalità, fanno indagini per scovare il malaffare. E lo trovano. Il che, ovviamente, non vuol dire governare il sistema sanitario.

Verrebbe da domandare: le elezioni sono una farsa, le Istituzioni mortificate, serpeggia un certo razzismo, si affermano gli uomini soli al comando, precisamente di quale secolo parliamo? Scherzi a parte: occorre adesso una resistenza organizzata che respinga questo pericolosissimo attacco alla democrazia.

da “il Manifesto” del 23 maggio 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Il generale Cotticelli. Non finisce mai di sorprendere. Ora, dopo aver passato le visite mediche per scoprire (sul “Fatto” di ieri) se lui era lui, ed aver indagato per bene ha concluso che non è stato fatto fuori per il fatto di essere il Commissario al piano di rientro della sanità a sua insaputa. No. Lo ha cacciato la massoneria, quella “deviata” che lui ha combattuto tutta la vita e che si sarebbe, per ciò, vendicata.

E comunque, tanto per chiarire il suo sedicente pensiero, in Calabria tutto ti lasciano fare fino a quando non tocchi i privati.
Ecco. Non sappiamo cosa volesse dire un uomo delle Istituzioni con queste mezze frasi o allusioni ma possiamo intuire che volesse dire: se non dai fastidio agli imbroglioni ed ai criminali che si annidano nella sanità privata, non dai fastidio a nessuno.
Detta così, ci sta bene perché sappiamo, come tutti gli italiani, che nella sanità privata si muovono tanti soldi, e talvolta in maniera illegale, criminale.

E dunque fa bene il Governo a mandare gente che indaghi e colpisca duro.
Ma perché mettere un poliziotto, un generale dell’arma o della GDF a governare il servizio sanitario? Perché deve scovare i criminali, ovvio.
Ma questo lo fanno le Questure e le Procure, non deve farlo il Commissario alla Sanità o la politica.

Se si manda un Commissario poliziotto che, per mandato ricevuto e per sua attitudine professionale deve solo indagare e dunque blocca tutto, ma proprio tutto, servizi, pagamenti, accreditamenti, nomine ecc. ecc. non si governa il servizio, lo si affossa e si aumenta il ricorso a pratiche illecite. Il perché è evidente: se ad esempio si sono scoperti doppi o tripli esborsi per le stesse fatture, liquidate ad imbroglioni con la connivenza di funzionari infedeli, si devono bloccare quelli e solo quelli. Non tutti.

Se non si pagano gli imprenditori per bene, nei cui confronti non v’è neanche un’ombra, se non si eseguono le sentenze della magistratura, ingolfando di pignoramenti gli uffici esecuzioni di tutti i Tribunali, si conducono gli imprenditori per bene alla morosità nei confronti dei fornitori, agli inadempimenti nei confronti dei dipendenti, poi all’usura e poi al fallimento.

Come dobbiamo dirlo, come dobbiamo gridarlo, basta con la Regione commissariata. Mandate pure l’esercito, i caschi blu, mandate chi volete, anche se noi pensiamo che in Calabria vi sono eccome, forze dell’ordine, investigatori e magistrati di prim’ordine ed in grado di fare ciò che deve essere fatto come e meglio di un Commissario sprofondato nella Cittadella regionale che non è stato in grado (non l’attuale, nessuno) di recuperare un solo centesimo del debito che era chiamato a ridurre.

Mandate Mandrake, ma lasciate che la Calabria abbia la possibilità di essere gestita – anche in sanità – secondo le regole della Costituzione, e cioè dagli eletti del popolo.
Non è sano dire che siccome il servizio sanitario funge da greppia per corrotti e corruttori, occorre bonificarlo con un commissariamento illimitato con una antidemocratica abolizione del normale servizio in nome di una emergenza criminale. Anche in Polizia, in Magistratura o in Politica, vi sono corrotti e corruttori: abbiamo abolito la Polizia, o la Giustizia, abbiamo chiuso il Parlamento?

Basta con la demagogia, restituiamo i poteri a chi li deve avere in virtù di quel libretto chiamato Costituzione e pretendiamo che i ladri vengano arrestati dalle guardie. Subito.
Questa sarebbe la vera bonifica.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 maggio 2021

Il governo Draghi non definisce il perimetro della sinistra.- di Felice Besostri e Enzo Paolini

Il governo Draghi non definisce il perimetro della sinistra.- di Felice Besostri e Enzo Paolini

Giuramento, previsto dall’art. 93 Cost., del Governo Draghi nelle mani del Presidente della Repubblica, 12 febbraio 2021. La formula del giuramento (art. 1 c. 3 l.n. 400/1988) è solenne “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.
Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021, fiducia al Governo Draghi con 262 senatori favorevoli, 40 voti contrari, 2 astenuti e 17 non partecipanti al voto. Camera dei Deputati, 18 febbraio 2021 con 535 favorevoli, 56 contrari, 5 astenuti e 33 assenti.
Questi sono i fatti, tutto nella norma, a parte la curiosità della data in cifre 12.02.2021, che è palindroma, fatto di un certo interesse per numerologi pitagorici, schiera, cui siamo estranei.

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La discussione
Nella sinistra, cui le gatte da pelare non mancano, stiamo assistendo a una discussione, che se volesse mettere in luce la sua irrilevanza politica, non si potrebbe inventare niente di meglio: il giudizio negativo, senza appello, su chi si appresta a votare in Parlamento la fiducia al Senato e alla Camera, in quanto insensibili ai suoi valori tradizionali e corrotta dal potere e dalle lusinghe dei poteri forti, fino al punto di accettare la Lega ex Nord nella maggioranza e sdoganare il suo leader Salvini.

Fossimo ai tempi dei processi staliniani, che qualcuno ancora rimpiange, ci si spingerebbe fino a qualificarli come servi del nemico di classe o agenti della CIA e/o del sionismo internazionale.
Stiamo parlando di una sinistra, che alle elezioni del 2018 per la Camera dei Deputati ha avuto, nel suo complesso di 5 liste, di cui solo LeU sopra la soglia del 3%, il 4,97%, cioè meno del 5.9% del PSU, (il più votato delle tre liste di sinistra (PSU-PSI-PCdI,) del 5,03% del PSI e appena lo 1,2% in più del PCdI), ai primi vagiti alle elezioni del 6 aprile 1924, mentre i suoi eredi hanno avuto da allora 97 anni di pratica politica.

E non bisogna, dimenticare che si trattava di elezioni svolte, – in un clima di brogli e violenze squadriste denunciate da Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso del 30 maggio 1924 – con la legge Acerbo, la prima con premio di maggioranza, seguita dalla legge 31 marzo 1953, n. 148, meglio nota come legge-truffa, per le elezioni politiche del 7 giugno di quell’anno, dalla legge n. 270/2005 (Porcellum) berlusconian-leghista e, annullata la renziana legge n. 52/2015 (Italicum) prima che fosse applicata, infine la gentiloniana legge n. 165/2017 (Rosatellum), approvata, grazie al precedente Boldrini del 2015, di sconfessione del “Lodo Lotti” del 1981, con ben 8 voti di fiducia: una legge peggiorata con la legge n. 51/2019 del Conte I, giallo-verdebruno, e non modificata, malgrado il taglio del Parlamento ad opera della maggioranza giallo-rossa del Conte bis.

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La costituzione
Se il perimetro della sinistra fosse determinato dalla fedeltà alla Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal nazi-fascismo, avremmo già dovuto amputarla prima delle elezioni del 2018, ma giustamente non è stato fatto, anche se la violazione dei principi costituzionali con le leggi elettorali del centro-sinistra e con le revisioni costituzionali, fallita quella Renzi-Boschi nel 2016 e approvata nel 2020 quella voluta sotto i due governi Conte, sia, in termini valoriali, molto più grave di un voto di fiducia a Draghi, che non ha nominato la Costituzione nel suo primo discorso parlamentare. Tuttavia, a meno di accusarlo a priori di essere uno spergiuro, ricordo che altri, che pure avevano giurato nelle mani del Presidente della Repubblica e nominato la Costituzione, hanno tentato di manometterla e approvato leggi elettorali incostituzionali.

Il governo Draghi è privo di una qualificazione politica fin dall’investitura presidenziale e non l’ha acquisita, fortunatamente, nemmeno dopo, come maggioranza Ursula. La maggioranza URSULA era inaccettabile perché comprende un PPE, con dentro FORZA ITALIA di Berlusconi e la FIDESZ di Orban, e i 26 voti decisivi (è passata per appena 9 voti sopra la maggioranza assoluta) dei clerical-conservatori polacchi di Diritto e Giustizia (PiS) del gruppo politico, ora presieduto dalla Meloni ed esclude la Sinistra europea e i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi. La Lega dopo la sua conversione europeista, per quanto improvvisa e improvvisata, oltre che strumentale, ora potrebbe farvi tranquillamente parte.

Nessuno a sinistra è in grado di dare lezioni. I ricorsi contro le leggi elettorali incostituzionali sono state o iniziative individuali di avvocati elettori, il Porcellum, o di giuristi democratici organizzati nel gruppo avvocati antitalikum, collegati al CDC (Coordinamento per la Democrazia Costituzionale). Tra i ricorrenti solo tre deputati di Sinistra, una della lista Monti e 15 M5S. Contro il Rosatellum i ricorsi diretti alla Corte costituzionale sono stati solo di parlamentari di M5S e di una deputata centrista. Nei ricorsi giudiziali, invece, è rimasto solo un parlamentare di Sinistra Italiana.

Contro Draghi? Ma per cosa in positivo, con quali programmi credibili e realistici per ridurre le diseguaglianze cresciute negli ultimi 25 anni, anche con governi di centro-sinistra? Il collante è stato di volta in volta l’antiberlusconismo, per di più avallando il suo schema bipolare e maggioritario, perché alla sera delle elezioni si deve sapere chi governerà, anche se lontano dalla maggioranza del corpo elettorale. Un impegno, peraltro mai rispettato tra ribaltoni e compravendite vincolo, invece, rispettato dal centro-sinistra, con democristiani e socialisti già investiti dalle inchieste giudiziarie di massa, nelle elezioni 1992. (53,24% e 358 seggi su 630 il pentapartito del governo Andreotti VI (1989-1991) ed anche il quadripartito dell’Andreotti VII(1991-1992) si conquistò 331 seggi, la maggioranza assoluta, con il proporzionale).

Poi il pericolo della rivincita della destra, favorito dalle leggi elettorali maggioritarie e bipolari, fatte saltare dal tripolarismo delle elezioni comparso nel 2013 ed esploso a danno della sinistra nel 2018 grazie ad una legge demenziale, come il Rosatellum, che avvantaggia coalizioni senza programma comune e capo politico unico, con liste bloccate e voto congiunto obbligatorio a pena di nullità e multi-candidature: il diritto ad un voto diretto, uguale, libero e personale è stato rubato agli italiani nel 2005 e mai più restituito, altro che dare la voce al popolo, che in democrazia se la prende da solo.

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Le elezioni
La verità è che non si può votare per queste ragioni, non per la pandemia, visto che nel settembre 2020 è stata creata un’illegittima concentrazione elettorale accorpando il referendum costituzionale e 7 elezioni regionali, ma né la ex maggioranza giallo-verdebruna, né l’uscente giallo-rossa lo possono dire perché la legge elettorale vigente l’hanno voluta loro e l’assenza di tempestivi efficaci controlli preventivi di costituzionalità ha consentito l’entrata in vigore di un taglio del Parlamento, che al Senato viola l’uguaglianza degli elettori e che nel complesso del Parlamento amplifica le distorsioni tra voti in entrata e seggi in uscita e facilita il controllo della maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune da parte di coalizioni con consenso compreso tra il 30 e il 35% dei votanti, in costante diminuzione.

Quella vigente è, quindi, una legge, che rende il vincitore delle elezioni il dominus della nomina del Presidente della Repubblica, in scadenza nel gennaio 2022, e delle nomine di un terzo della Corte costituzionale e del CSM e del rinvio a giudizio del Capo dello Stato, se non si piegasse ai suoi voleri: lo stesso obiettivo dell’Italicum e della deforma costituzionale Renzi-Boschi.

Con questi problemi da affrontare e risolvere, insieme con la pandemia, il risanamento finanziario, la ripresa economica, la disoccupazione di massa e la tutela ambientale, il voto di fiducia è inevitabile ma il suo significato dobbiamo considerarlo uno stato di necessità, derivante dall’assenza di alternative: non c’è un’altra maggioranza e non si può votare con questa legge e se si vota prima della fine del mandato del Presidente Mattarella, la destra deciderà da sola il nome del Presidente della Repubblica, cui spetterà di nominare altri 4 giudici costituzionali.
Il governo Draghi andrà giudicato sui singoli provvedimenti, questo è l’unico metro di giudizio di una sinistra, che voglia dare un segno di esistenza e non di testimonianza di un passato altrimenti glorioso.

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Il Presidente
Approfittiamo della tregua elettorale, che il Governo Draghi impone e del semestre bianco per preparare sia una maggioranza presidenziale, che metta in sicurezza la Costituzione repubblicana e la forma di governo parlamentare, sia una sinistra alternativa. Il governo o di opposizione, lo potrebbe decidere finalmente il popolo nella sua maggioranza reale solo con una legge a impianto proporzionale, che garantisca alle minoranze politiche la presenza e la rilevanza parlamentare prevista dai principi costituzionali.

Con la Costituzione messa in sicurezza, con l’elezione di un suo garante affidabile, l’altro compito del nuovo soggetto politico della sinistra ampia sarà finalmente l’attuazione della Costituzione e dei suoi diritti fondamentali di estensione delle libertà, di eliminazione delle diseguaglianze, del diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione, con gli strumenti previsti dal suo titolo III della Parte Prima, a cominciare dalla tassazione progressiva.

Nel 2022, 130° anniversario della fondazione del primo partito di massa dei lavoratori italiani, dovranno essere poste le fondamenta del nuovo soggetto politico dei lavoratori, che faccia la sua prova alle elezioni del 2023, scadenza naturale della legislatura, con salde radici nei movimenti sociali e la cui collocazione all’opposizione o al governo sarà deciso finalmente da un voto libero e uguale del popolo.

Allora e solo allora, quando sapremo chi siamo e dove vogliamo andare con un’idea forte di futuro, e non più soltanto da dove veniamo con nostalgia del passato, si stabilirà il perimetro della sinistra, senza mosche cocchiere o grilli parlanti che dettino la linea.
Chi non vota la fiducia, merita rispetto, per la scelta che fa responsabilmente. Non sarà per questo un avventuriero o un settario, e neppure, l’unico depositario della verità.

Per concludere, se il governo Draghi definisse, in un senso o nell’altro il perimetro della sinistra: NON CI STIAMO!
Ormai in politica il contingente, addirittura l’effimero, diventa determinante: purtroppo, dopo il voto di fiducia del Parlamento al governo Draghi i buoni e i cattivi saranno-reciprocamente-chi ha votato a favore o contro: una divisione deprimente.
Se la sinistra deve dividersi allora meglio tornare indietro al passato all’uso, denunciato da Alain Touraine, delle parole “socialdemocratico” e “stalinista”, semplici qualificazioni, che come fossero insulti.

Allora, sarebbe, su un altro piano più nobilmente ideologico, contrapporre LENIN a KAUTSKY, la LUXEMBURG a BERNSTEIN o, in casa nostra, in tempi commemorativi del centenario del 1921 TURATI a BORDIGA o MENOTTI SERRATI, o più recentemente NENNI a TOGLIATTI o BERLINGUER a CRAXI, almeno avremmo a che fare con grandi personaggi, per quanto tragica possa essere la divisione, che hanno comportato.
Diversamente, meglio stare a casa, in quarantena, fino all’elezione del Presidente della Repubblica: la maggioranza presidenziale, chi elegge il Presidente e chi è eletto è più importante della maggioranza di governo. Su Gramsci e Matteotti torneremo più avanti.

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

Non ce ne siamo accorti. L’aver atteso che la cosiddetta piattaforma Rousseau pronunciasse il suo sì alla proposta di governo Draghi ha reso icasticamente evidente che una forza politica rappresentata in Parlamento, la cui delegazione è stata consultata dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio incaricato, esprime il suo parere in ordine al sostegno (parlamentare) ad una ipotesi ed ad un programma di governo, non sulla base della valutazione dei suoi rappresentanti eletti (nominati) nelle Istituzioni esattamente per questo, ma sulla scorta di un…webinar.

Intendiamoci, non è affatto in discussione il coinvolgimento dei militanti e l’ascolto della base ma il fatto che al tempo dei partiti queste attività si realizzavano intensamente e ciascuno si sentiva veramente partecipe mentre oggi si svolgono con la modalità volubile del clic che suscita dubbi e perplessità. Un modo che non appare coerente non tanto con l’esercizio del coinvolgimento democratico della propria comunità, quanto con le modalità di formazione di un governo o con altre scelte istituzionali. Non contestiamo – ed è apprezzabile l’intenzione di “sentire” il popolo anche a costo di esiti laceranti – ma una riflessione sulla mutazione della democrazia rappresentativa.

Purtroppo, in questi ultimi 15 anni tra leggi elettorali incostituzionali e improvvide revisioni costituzionali, di cui solo due respinte dal popolo, siamo stati costretti a difendere la Costituzione dalle aggressioni, invece che fare della sua attuazione l’asse centrale della politica della sinistra. Sarebbe paradossale, ma un governo che nasce dal fallimento di partiti e gruppi parlamentari, potrebbe essere il primo che rispetta, nella forma e di fatto l’art. 92 Cost., dell’esclusiva responsabilità del Presidente del Consiglio incaricato di presentare una lista di ministri al Presidente della Repubblica non preceduta da una trattativa con i singoli partiti.

Nessuno si è sentito a disagio per questo, nessuno lo trova deprimente per la democrazia rappresentativa. Dobbiamo dedurne che la scatoletta è stata aperta, ed il tonno è stato mangiato. L’unica salvezza per la nostra democrazia, oggi mortificata e soverchiata via wi-fi, sarebbe una seria e responsabile legge elettorale. Se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale. Pandemia e crisi politica non mettono la Costituzione tra parentesi.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, principalmente, in una democrazia rappresentativa come corpo elettorale partecipando collettivamente alle elezioni e ai referendum e individualmente esercitando il diritto di voto personale ed eguale, libero e segreto, come prescrive l’articolo 48 della Costituzione.

Per rispettare il popolo non bisogna dargli la parola, in una democrazia ce l’ha per conto suo, ma piuttosto ridargli il diritto di voto, che gli è stato rubato nell’anno 2005, con la legge Porcellum di Calderoli, e mai più restituito con l’Italicum incostituzionale come la legge precedente e nemmeno con il Rosatellum, attualmente in vigore, persino peggiorato durante il governo giallo-verdebruno, oggi ancora meno compatibile con i principi della rappresentanza (come sono stati definiti dalle sentenze numero 1 del 2014 e numero 35 del 2017 della Corte costituzionale), una volta approvato e confermato con il referendum il taglio del Parlamento.

La legge elettorale è costituzionalmente necessaria e pertanto necessariamente costituzionale, perché con essa si elegge un Parlamento, in cui ogni membro non rappresenta il partito che l’ha candidato né gli elettori che l’hanno votato e nemmeno il collegio, ma la nazione senza vincolo di mandato. La nazione, cioè il popolo, non sue frazioni, beneficate da norme incostituzionali.

Per questo se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale, com’è successo nel 2006, 2008 e 2013. Non si può votare con il Rosatellum senza verificarne prima la costituzionalità, sarebbe la quinta volta consecutiva in 16 anni. Se non venisse cambiata ci dovranno pensare i cittadini elettori a mandarla in Corte costituzionale, con decine di ricorsi ai Tribunali civili competenti. È quello che noi cercheremo di fare se il nuovo governo non dovesse mettere – come auspichiamo e speriamo – la questione della legge elettorale tra le priorità di un nuovo corso.

da “il Manifesto” del 17 febbraio 2021
Foto di Kevin Phillips da Pixabay