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Perché conviene ​difendere i più deboli. -di Gianfranco Viesti.

Perché conviene ​difendere i più deboli. -di Gianfranco Viesti.

Siamo certamente ad un tornante della storia del nostro paese. Questo 2020 ha chiuso un ventennio complessivamente poco felice. Quel che verrà dopo, gli anni Venti, sono ancora avvolti dal mistero, e dal non piccole preoccupazioni. Il futuro del Mezzogiorno, in particolare, è assai incerto: nel bene, e nel male; preoccupazioni e speranze. Riflessioni molto utili per capire un po’ meglio che futuro ci aspetta, e ancor più che futuro più positivo si può costruire, ci vengono dal Rapporto della Svimez, presentato ieri a Roma. Tre grandi temi: i danni certi del covid alla nostra economia e alla nostra società; le caratteristiche della possibile ripresa del 2021; le politiche per costruire scenari più favorevoli.

La conta dei danni è severa. La recessione indotta dalla pandemia farà cadere il PIL italiano di circa dieci punti, ormai lo sappiamo bene. La flessione dell’economia sarà un po’ più intensa nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno, ma con uno scarto minimo. La Svimez, formula una domanda a cui non c’è risposta, ma che invita a riflettere su come sono costruite le politiche pubbliche in Italia: “lockdown regionali differenziati in base all’intensità del contagio, anche nella prima fase, avrebbero prodotto effetti economici e sociali diversi”?

Ma ciò che è stato, è stato: e le chiusure hanno prodotto una caduta dell’occupazione molto più forte al Sud: il 4,5% nei primi tre trimestri, il triplo che al Nord; frutto di una struttura dell’occupazione più debole, in cui sono più presenti dipendenti a termine e saltuari, stagionali; di una più vasta presenza di sommerso; di un maggior numero di giovani in cerca del primo lavoro. I giovani e le donne sono stati colpiti, per il tipo di lavori che svolgono, molto più intensamente.

E molto forte rischia di essere l’impatto sugli ancor più giovani: sugli studenti provenienti da famiglie meno agiate e con genitori con più bassi livelli di istruzione, che stanno soffrendo particolarmente la sospensione della didattica in presenza; e che rischiano di subirne un impatto permanente con il rischio di aumento della dispersione scolastica; con conseguenze durature sulle proprie opportunità di vita.

Incrociando le dita, il 2021 potrebbe segnare un significativo rimbalzo: ne abbiamo avuto chiari segnali questa estate; la seconda ondata peggiora il quadro, ma vaccini e fine della pandemia potrebbero innescare una ripresa molto significativa. Ma, nota la Svimez, questa ripresa sarà certamente più sensibile nelle regioni più forti del paese: grazie alla struttura della loro economia, ed in particolare alla presenza di più estese attività manifatturiere, maggiormente in grado di trarre profitto dalla domanda interna ed internazionale.

D’altra parte, è quel che è già avvenuto con la lunga crisi del 2008-14. La previsione, anche tenendo conto degli effetti della Legge di Bilancio (con il provvedimento molto positivo sulla decontribuzione nel Mezzogiorno), è di un +4,7% nel Centro-Nord e di un +1,6% al Sud.

Il covid è crudele: per i suoi tragici effetti sanitari, con i numeri di quanti si sono ammalati e sono morti; e perché i suoi effetti economici colpiscono di più le componenti più deboli della nostra società: da un punto di vista generazionale, di genere e territoriale. Qualitativamente è una crisi più incisiva di quelle precedenti: perché colpisce di più il terziario dell’industria e i lavoratori e le lavoratrici più deboli (ad esempio quelli che non possono lavorare a distanza) più degli altri.

Di qui occorrerà ripartire. E si può farlo, stavolta. Bene essere preoccupati; ma indispensabile nutrire la fiducia. La grande svolta delle politiche europee ci dà la possibilità del Piano per la Nuova Generazione (Png); è bene chiamarlo così, con il suo nome ufficiale (e non “piano di rilancio”) perché rende più chiaro chi devono esserne i principali beneficiari. Piano che si sommerà ad un nuovo ciclo di fondi strutturali.

Sarà cruciale che le risorse del PNG siano investite in modo molto attento alla dimensione territoriale: se un terzo andasse al Mezzogiorno (un valore che dovrebbe rappresentare un minimo, da incrementare), potrebbe farne crescere l’economia complessivamente di 5,5 punti nel 2021-24, ci dice la Svimez. Ma soprattutto potrebbe incidere su quelle condizioni strutturali che ne rallentano lo sviluppo; e sulle quali ben poco si è fatto negli ultimi venti anni. Potenziandone le reti urbane e di collegamento, ad esempio; valorizzando le sue attività energetiche, agroindustriali, logistiche; accrescendo fortemente i livelli di formazione e di istruzione tanto dei suoi giovani quanto di coloro che già lavorano. Investimenti pubblici che creano le condizioni anche per investimenti privati.

L’Italia degli anni Venti può essere molto diversa da quella di oggi: in peggio, ma anche in meglio. In questi mesi ci giochiamo molto: con il disegno del PNG e dei suoi progetti; con la capacità di avviare contemporaneamente un ciclo di fondi strutturali molto diverso da quelli del passato.

Ma soprattutto con l’impostazione di fondo di queste misure: la circostanza che esse non siano un mero piano di “recupero” dell’Italia com’era; ma un progetto di trasformazione: verso un paese non solo, come si legge nei documenti europei ed italiani, più “verde” e più “digitale”, ma anche meno diseguale: dal punto di vista sociale, generazionale, di genere e territoriale. Le due cose vanno insieme: un paese più inclusivo, meno dispari, è anche un paese che può crescere più e meglio. Sarà essenziale che nei prossimi mesi questa convinzione si affermi sempre più, e che si trasformi in atti concreti. @profgviesti

da “il Mattino” del 25 novembre 2020
Foto di Aleš Kartal da Pixabay

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

Da una recente ricerca della Svimez emerge un dato di grande rilevanza, che potrebbe rappresentare una svolta storica nel rapporto Nord-Sud nel nostro paese. La Svimez, infatti, ha stimato che nell’anno in corso ben 45.000 giovani meridionali a causa della pandemia sono tornati nel Mezzogiorno, continuando a lavorare in smart working. L’inchiesta è stata condotta su un campione rappresentativo di aziende con oltre 250 addetti, ma prendendo in considerazione il resto dei rientrati (comprendendo insegnanti di scuola e Università) sempre la Svimez stima in circa centomila il numero dei giovani rientrati al Sud che lavorano a distanza.

Per richiamare l’attenzione del ministro Provenzano su questo fenomeno (in quel momento soltanto intuito grazie all’iscrizione dei giovani alle liste regionali per entrare in volontaria quarantena) avevamo scritto una lettera aperta che è apparsa sul Manifesto del 21 giugno ed a cui il ministro ha cortesemente risposto. Purtroppo, a tutt’oggi non vediamo una traduzione concreta di quell’appello che mirava a creare un rapporto stretto tra le istituzioni e questi giovani rientrati nel territorio meridionale.

Ma, quello che non hanno fatto decenni di politiche per il Mezzogiorno, più declamate che fattuali, l’ha fatto l’invisibile mister Covid. Improvvisamente, la fuga dei giovani dal Mezzogiorno non solo si è arrestata, ma si è registrato un, inatteso, grande rientro. Ora, si tratterà di capire quanto di questo cambiamento radicale dei flussi migratori nel nostro paese resterà finita la pandemia. E non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutte le aree esterne al core dello sviluppo economico italiano. Anche nel Centro e nel Nord esistono le cosiddette “aree interne” marginalizzate che hanno visto un rientro di giovani dai grandi centri urbani e aree metropolitane.

Insomma, stiamo assistendo ad un insperato riequilibrio che andrebbe analizzato nei dettagli e accompagnato da politiche che lo incentivino, offendo adeguati servizi: sanità efficiente, connessione digitale, animazione culturale, ecc. Questo “new deal” riguarda non solo il governo, ma anche gli enti locali e il sindacato. Il governo potrebbe incentivarlo sgravando gli oneri sociali alle aziende del Nord per ogni lavoratore in southworking. Gli enti locali potrebbero offrire spazi pubblici gratuiti per il cooworking, oltre a migliorare i servizi pubblici e la connessione digitale.

Ci sarebbe da ripensare il contratto di lavoro in questa chiave di riequilibrio territoriale, che potrebbe offrire dei vantaggi alle grandi città, decongestionandole, quanto alle aree marginali, rivitalizzandole, ma anche agli imprenditori (che potrebbero avere dei risparmi, pensiamo per esempio ai buoni pasto, o ai minori spazi da utilizzare) e ai lavoratori che stando al Sud potrebbero risparmiare sul costo dell’abitazione, sul trasporto, sulla cura della casa e dei figli, ecc. Certo, si perderebbe in socialità, e non è cosa di poco conto, ma si potrebbe anche a pensare a periodi in presenza e periodi di lavoro a distanza.

In breve, si apre una nuova stagione del rapporto tra “luoghi e lavori” che da sempre coincidevano, salvo per sparute élite. Per secoli posto di lavoro e abitazione erano necessariamente vicini e duravano, spesso, per tutta una vita. Adesso, entriamo in una nuova fase che la pandemia ha solo accelerato e che ci offre delle opportunità da non perdere, a partire dal Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 24 novembre 2020
Foto di Alexey Györi da Pixabay

Il rimpallo che delega e confonde le responsabilità.- di Massimo Villone

Il rimpallo che delega e confonde le responsabilità.- di Massimo Villone

Ormai non passa giorno che non ci presenti lo spettacolo di una rissa tra governi regionali e locali e l’esecutivo nazionale. Da ultimo, Michele Emiliano chiude le scuole in Puglia, seguendo la via già tracciata da De Luca in Campania. Adduce in motivazione l’accertamento – fatto da chi, dove, come? – della scuola come occasione di diffusione del contagio. La ministra Azzolina virtuosamente si infuria. Tentazioni analoghe, secondo le notizia di stampa, in Calabria e in Sicilia.

Ma la palma del migliore pezzo di teatro va alle cd autonomie speciali. Il 17 ottobre, in un esaltante proclama ai cittadini dell’Alto Adige, il presidente provinciale Kompatscher attacca i provvedimenti restrittivi del governo e dichiara: “Nella convinzione che responsabilità e buon senso, nel lungo periodo, funzionino meglio dei divieti, lo scorso maggio in Alto Adige abbiamo deciso di intraprendere con convinzione un nostro proprio percorso”. Melius re perpensa, il 29 ottobre lo stesso presidente dichiara: “Alla luce dell’andamento epidemiologico, la situazione è superata. Ci muoviamo in linea con la Germania e l’Austria”. Quindi, seguire le istituzioni italiane, no. Copiare tedeschi e austriaci nel cosiddetto lockdown soft, sì.

Colpisce il tono bellicoso del ministro Boccia, quando dichiara che saranno impugnati gli atti “di tutte le Regioni e le Province Autonome che decideranno di aggirare le disposizioni del Dpcm”, confermando peraltro la possibilità di provvedimenti più restrittivi. Non capisce che non si affronta una pandemia con il fai da te locale. Né a quanto pare è consapevole di essere tra i responsabili della cacofonia politica e istituzionale in atto.

Abbiamo avuto in questo paese una congiunzione perversa tra il tema dell’autonomia differenziata e la crisi covid-19. Sul primo, il ministro ha da subito seguito la linea del “completamento” di un percorso già avviato dal governo gialloverde, che pure aveva suscitato forti perplessità e polemiche. Ho già ripetutamente scritto della debolezza della sua proposta, fondata su una legge-quadro inidonea a fermare le spinte separatiste, e sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni), strumento parimenti inidoneo a garantire eguaglianza in diritti pur fondamentali.

È seguita poi la crisi Covid, con la scelta della concertazione a tutti i costi tra esecutivi, filtrando le decisioni in un labirinto di comitati e conferenze. Ricordiamo le trionfalistiche dichiarazioni di alcuni governatori, all’inizio della cosiddetta fase 2. Rivendicavano a se stessi il merito di avere determinato il ritmo della ri-partenza, e alle regioni di appartenenza l’acquisizione di un decisivo maggiore peso politico e istituzionale. Una evoluzione certificata dallo stesso ministro Boccia il 30 settembre in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali, laddove argomenta che con la crisi pandemica è nato un nuovo regionalismo.

È facile capire che la concertazione a oltranza tra esecutivi ha permesso al governo di non essere l’unico ed esclusivo destinatario di critiche e polemiche. La rinuncia a esercitare il potere sostitutivo di cui pure il governo in principio disponeva ai sensi dell’art. 120 della Costituzione, e il subappalto delle scelte a governatori e sindaci, hanno forse consentito a Palazzo Chigi di non rimanere in solitudine nel mirino di tutti e di galleggiare in acque per qualche verso meno tempestose. Ma in tal modo chi risponde di cosa? Diventa in specie difficile imputare alle autonomie le responsabilità che sicuramente hanno.

Inoltre, quando si tratta di diritti costituzionalmente protetti l’unica scelta giusta è tendere alla massima uniformità possibile. E come non capire che in un contesto di pesantissima crisi economica e sociale il diverso trattamento, se non deriva da regole generali predeterminate, certe e chiare, può apparire discriminatorio e in danno di questo o quel territorio, di questa o quella categoria, e diventare elemento di inaccettabile tensione?

Nell’ultima informativa di Conte alle assemblee abbiamo sentito l’opposizione chiedere a gran voce un voto, rifiutato dalla maggioranza. Ancora un’occasione perduta per cambiare rotta e ridare centralità al parlamento, come luogo appropriato e necessario del confronto su una crisi di eccezionale gravità. Non possiamo rischiare di affondare tutti per far galleggiare qualcuno.

da “il Manifesto” del 30 ottobre 2020

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

È mancato due volte, martedì, il numero legale alla Camera. Dato l’argomento in discussione – comunicazioni del ministro Speranza sul contenimento del virus – una vicenda non banale. Incidente di percorso, o fibrillazioni nella maggioranza? Vedremo. Il voto amministrativo e i ballottaggi hanno rinsaldato Palazzo Chigi. Paradossalmente, la recrudescenza della crisi Covid aiuta, distogliendo l’attenzione dall’emergenza economica e sociale, che invece è già ora, e sarà, il vero punto focale.

Le domande di fondo restano le stesse: quale progetto di paese? Chi decide, come e dove? Come si distribuiscono le risorse Ue? A Bari, alla Fiera del Levante, il premier Conte ha sottolineato l’attenzione per il Mezzogiorno, affermando che “l’Italia intera può recuperare la visione e lo status di potenza economica e industriale del passato se si riparte soprattutto dalle regioni del Sud”.

Ha esaltato le risorse Ue come “opportunità per ricucire il paese”. Per la sede, scontiamo un minimo di dolus bonus. Il 29 settembre a Roma, assemblea di Confindustria, Conte ha richiamato il Sud solo per difendere la fiscalità di vantaggio introdotta. Tuttavia il Nord “non potrà mai crescere in modo sostenuto se non crescerà insieme al Sud e al resto dell’Italia”.

A Roma e Bari si intravede la tesi – copyright Svimez e altri – che nel Sud va avviato il secondo motore del paese. Il 15 settembre il ministro Gualtieri, nelle commissioni riunite bilancio e finanze della Camera, ha implicitamente riconosciuto che le risorse Ue per l’Italia sono correlate al ritardo del Sud. Che dunque – aggiungiamo – ha particolare titolo a beneficiarne. Ma è un indirizzo che non troviamo scritto in chiaro nella Nota di aggiornamento al Def (Nadef) appena pubblicata.

Dunque, si cambia o no rotta rispetto alla strategia di staccare e far correre la locomotiva del Nord, come avrebbero voluto i fautori dell’autonomia differenziata separatista? Forse. In ogni caso, con due interrogativi.

Il primo è sulla coerenza e adeguatezza della strategia operativa. La raccolta indifferenziata di circa 600 progetti da parte di amministrazioni di ogni livello – ora a quanto pare ridotti a un centinaio dal comitato interministeriale (Ciae) – non favorisce chiare priorità e un’idea di paese. Il secondo viene dall’autonomia differenziata. Come interagisce con il piano di recupero e la destinazione delle risorse Ue?

Il 30 settembre nella Commissione per le questioni regionali il ministro Boccia insiste sui Lep, sulla legge-quadro da lui proposta, sulla concertazione tra esecutivi. E a quanto risulta la legge-quadro è inserita tra i collegati alla Nadef, su un binario parlamentare veloce. Gli aspiranti separatisti festeggiano (Corriere del Veneto Venezia-Mestre, 7 ottobre).

È una strategia di cui abbiamo già criticato la debolezza verso la bulimia competenziale del separatismo nordista. Che ne pensa il ministro Boccia del (fallito) tentativo targato Pd di devolvere al Veneto per via di emendamento i servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero (Giornale di Vicenza, 7 ottobre)? Si spacchetta l’Italia un pezzetto alla volta? Né la legge quadro bloccherebbe la conflittuale cacofonia politica e istituzionale evidenziata dal Covid, e da ultimo ribadita da Zaia (Corriere della Sera, 7 ottobre). Né ancora favorirebbe strategie nazionali di “ricucitura del paese” in settori cruciali: sanità, scuola, infrastrutture, ambiente.

A Bari, alla Fiera, Emiliano ci informa che proprio sui Lep c’è stata una rottura Nord-Sud: “ … insieme ad altre regioni del Sud, abbiamo deciso di non partecipare al tavolo della Conferenza Stato-Regioni che sembrava aver definito, nell’esclusivo interesse del Nord, la questione dell’autonomia e, conseguentemente dei Lep”. Nel modello conferenze gli interessi dei più forti hanno storicamente prevalso, e possono sempre prevalere.

In ogni caso, vittima designata è il parlamento, in prospettiva ridotto a recettore di scelte fatte altrove. E preoccupa che Conte a Bari per i progetti e i fondi Ue annunci strutture ad hoc al fine di “monitorare efficacemente e di realizzare nei tempi certi i progetti programmati”. Sarebbe il caso che tra le tante semplificazioni il governo ne praticasse subito una, su se stesso. Magari parlando un medesimo linguaggio.

da “il Manifesto” dell’8 ottobre 2020

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Cara direttrice,

ho letto con interesse la lettera di Tonino Perna, Piero Bevilacqua e altri che ringrazio per le loro riflessioni. Pochi giorni prima del lockdown, abbiamo presentato il Piano Sud 2030, con una premessa e una conclusione: i giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere l’opportunità di tornare; di più, il nostro compito è garantire un «diritto a restare».

Durante la pandemia abbiamo assistito a un certo ritorno al Sud, ma non quello a cui ambivamo. Tuttavia, anche il ritorno «forzato», frutto di contingenze tragiche, ci ricorda che la fuga non è un destino irreversibile.

E ora, che fare? Come offrire un’opportunità a questo straordinario patrimonio di energie e competenze che si temeva perduto alla causa del Sud? Come impedire che questo ritorno resti soltanto l’attesa di una nuova ripartenza?

La pandemia ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni, a partire da quelli che inquinano da decenni il dibattito tra Nord e Sud, la rappresentazione per cui da una parte c’è la virtù e dall’altra il vizio, e il vizio coincide sempre con la povertà.

I cittadini italiani, tutti hanno mostrato grande senso di responsabilità, accettando sacrifici che hanno consentito di arginare il contagio.
Tra questi, anche i giovani rientrati, in larga maggioranza, hanno seguito scrupolosamente le prescrizioni delle autorità sanitarie.

Eppure qualcuno, che in loro avrebbe potuto vedere la potenzialità del domani o il riflesso delle proprie mancanze di ieri, li descriveva a mezzo stampa o sui social come «untori».

Nulla sarà più come prima, si dice, ma nessuno può sapere come sarà il dopo. Sappiamo solo che non dobbiamo tornare al mondo di ieri. Sarebbe uno spreco.

IN QUESTI MESI abbiamo mobilitato risorse senza precedenti e nuove vie di sviluppo discenderanno dalle scelte europee dei prossimi giorni. Dobbiamo essere pronti e vigili, si sta aprendo una partita che vorrebbe contrapporre sviluppo ed equità: un approccio ideologico di cui abbiamo misurato i fallimenti ma dietro cui ancora oggi si nascondono interessi potenti.

Senza giustizia sociale non può esserci ricostruzione. Senza un riequilibrio territoriale, non solo del Sud ma anche delle aree interne, non ci sarà uno sviluppo durevole, sostenibile.

LA PANDEMIA ha rivelato nuove disuguaglianze. L’innovazione, senza scelte politiche chiare, può essere anche un potentissimo fattore di esclusione sociale. Sull’infrastruttura e i servizi digitali registriamo ritardi inaccettabili. Io stesso ho richiamato più volte gli operatori della banda ultra larga alle loro responsabilità. Anche perché rischiamo di perdere fondi europei, che invece abbiamo riprogrammato con Ministeri e Regioni proprio per sostenere la digitalizzazione delle comunità, delle famiglie e delle imprese al Sud.

Lo dico perché anche così si possono creare occasioni di lavoro buono per i giovani che prima andavano a cercarlo altrove, trasformando aree marginalizzate in ecosistemi dell’innovazione: è accaduto a San Giovanni a Teduccio, può accadere altrove, ne stiamo discutendo con il Ministro Manfredi.

Lo stesso smart working, se accompagnato a nuovi diritti, compreso quello alla «disconnessione», a una più moderna e democratica organizzazione del lavoro, potrebbe diventare una forma strutturale di lavoro dei giovani meridionali, che possono restare al Sud, senza essere costretti a un difficile pendolarismo o a nuove vie di emigrazione.

O riconquistare le aree interne che, a dispetto della retorica sul «secolo delle città», non sono »piccolo mondo antico» ma luoghi in cui maturano modelli di sviluppo e di organizzazione più sostenibili, prossimi ai bisogni delle comunità. E lo abbiamo visto durante la pandemia.

Tra Legge di Bilancio e Dl Rilancio abbiamo destinato alle aree interne oltre 500 milioni, le abbiamo messe al centro della nuova programmazione dei fondi europei. Per garantire servizi ma anche per sostenere le attività economiche e commerciali.

OPPORTUNITÀ CONCRETE per i giovani, che si affiancano a strumenti specificamente rivolti ai giovani meridionali, come il potenziamento di «resto al Sud» o il «credito di imposta per ricerca e sviluppo».

Ma la verità è che, senza un’amministrazione più giovane, non potremo vincere la sfida dello sviluppo sostenibile e del digitale, al centro e nei territori.

Per anni è stato denigrato lo Stato, salvo poi riscoprirne il ruolo nell’emergenza. Ora dobbiamo tornare a dare opportunità di lavoro anche nel settore pubblico, dirlo senza timidezze: riportare nello Stato la generazione esclusa è un grande investimento.

È un impegno messo nero su bianco nel Piano Sud, servono da subito migliaia di giovani qualificati per garantire servizi e realizzare gli investimenti. E potremmo anche partire, grazie a un emendamento parlamentare, con una piccola ma significativa sperimentazione: i dottorati comunali.

LE ISTITUZIONI DA SOLE non possono farcela, devono costruire alleanze sociali. «Alleanza» è una parola chiave del Piano Sud, con cui abbiamo avviato due iniziative: una «Rete» per mettere in relazione chi è emigrato e chi sta nei territori, per far circolare progetti e buone pratiche e un «Osservatorio Sud 2030», per mobilitare la cittadinanza attiva sugli obiettivi di sviluppo del Sud e delle aree interne.

Questo è il succo della lettera-appello che voglio raccogliere: è qui la chiave per rendere i giovani meridionali protagonisti di uno sviluppo nuovo, che li renda liberi di tornare e restare nella loro terra.

Abbiamo vissuto una «lunga notte» del Sud, un’ombra lunga su tutta l’Italia, che via via ha ristretto anche altrove le opportunità per i giovani meridionali.

Ma è tempo di dire, con Rocco Scotellaro: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi».

* L’autore è ministro per il Sud e la coesione territoriale

da “il Manifesto” del 20 giugno 2020