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Rifiutare i voti della ‘ndrangheta. – di Gaetano Lamanna

Rifiutare i voti della ‘ndrangheta. – di Gaetano Lamanna

Enzo Ciconte chiede a tutti i candidati del prossimo Consiglio regionale della Calabria «la disponibilità a sottoscrivere un impegno formale a non chiedere i voti ai mafiosi e a rifiutarli se venissero offerti» (Quotidiano del Sud del 14 febbraio).

Non è poco e con impazienza aspettiamo di conoscere quanti degli aspiranti consiglieri e, aggiungerei, degli aspiranti presidenti risponderanno all’appello di Enzo Ciconte. Con Enzo mi lega una lunga amicizia, ormai cinquantennale. Eravamo studenti universitari fuori sede, iscritti alla federazione giovanile comunista, lui a Torino, io a Roma.

A quei tempi in Calabria non esistevano Università. Terminatigli studi, Ugo Pecchioli, responsabile di organizzazione del Pci e stretto collaboratore di Enrico Berlinguer, ci propose di tornare in Calabria, Enzo a Catanzaro, io a Crotone.

Dovevamo fare esperienza, farci le ossa, misurarci con i problemi e le difficoltà, rinnovare il partito nella “continuità”, cioè imparando anche da chi ci aveva preceduto, senza spocchia e arroganza. Non si diventava dirigenti per caso. Erano le regole del nostro partito, della nostra «formazione politica». «Formazioni politiche», così, anche se sembra strano, venivano definiti i partiti ancora negli anni settanta del secolo scorso.

Un termine niente affatto peregrino, che calzava a pennello ai partiti di una volta: strutture complesse, organizzate, dove cultura, società e politica si intrecciavano; partiti come centri di educazione alla democrazia, punti di riferimento del dibattito delle ideee dell’iniziativa politica e di massa. Se oggi Enzo sente l’esigenza di fare un appello accorato ai candidati perché sottoscrivano un impegno antimafia significa che la politica regionale ha preso una china sempre più degradante.

I partiti si sono liquefatti, non garantiscono sulla moralità e sui comportamenti dei candidati (e degli eletti). Leggendo l’articolo di Enzo sono riaffiorati alcuni ricordi personali, uno dei quali mi permette di spiegare perché sono d’accordo con l’iniziativa di Ciconte, ma con qualche dubbio. Nel 1990 fui candidato al Consiglio regionale senza essere eletto. C’erano allora le preferenze e ce ne volevano tante. Nel mio giro elettorale nel vibonese, in un piccolo paese mi avvicinò un signore, presentandosi come vigile urbano, chiedendomi se fossi interessato a cento preferenze. Avrei dovuto però incontrare un “amico” che mi stava aspettando. Ho subito capito l’antifona e, senza esitare, ho declinato l’invito.
Quella volta ho capito dal vivo che cos’è il voto di scambio, come nasce e come si materializza, come può irretire chi non ha un’adeguata coscienza politica e morale o chi è mosso dall’ambizione e dall’interesse personale. Risultai il secondo dei non eletti, subito dopo Simona della Chiesa.

Oggi, come dice Nicola Gratteri, non sono più i mafiosi ad offrire il loro aiuto ai candidati, ma sono i candidati che fanno la fila per rabbonire i boss locali con promesse, stringendo legami d’affari e patti scellerati. Enzo, nel suo articolo, usa l’argomento dell’utilità: «è conveniente chiedere voti ai mafiosi?». Ne vale la pena? Quanti voti controllano effettivamente?

Fa anche un richiamo ai sentimenti, all’«amor proprio» e alla dignità personale. Mi permetto di osservare che non siamo davanti a ragazzi cui fare un predicozzo, ma a persone adulte (e vaccinate), politici scaltri e furbi, magari ignoranti e poco intelligenti. Questo offre oggi il mercato. La responsabilità individuale e collettiva è diventata un bene scarso. Siamo abituati ormai allo spettacolo desolante di esponenti politici che tendono a liquidare con sufficienza le inchieste della magistratura, che si incensano da soli, che tendono a minimizzare qualsiasi forma di illegalità e a giustificare tutto e tutti.

In questo clima si dà tempo e modo ai mafiosi di evolversi, magari diventare venerabili, passando dalla lupara al compasso e al grembiule, come raccontano le cronache. Il problema è estremamente serio. Richiede che si ritorni alla militanza. O di qua o di là. Le zone grigie favoriscono la mafia e mettono a rischio la tenuta democratica. Serve che l’azione della magistratura sia accompagnata da una battaglia politica e ideale, come si sarebbe detto una volta .Serve creare le condizioni per impedire che gli amici degli ‘ndranghetisti o gli ’ndranghetisti in prima persona entrino nella stanza dei bottoni e continuino a procurare danni alla nostra regione. Mi piacerebbe comprare il giornale e leggere, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, che molti dei candidati o aspiranti alla presidenza regionale hanno accettato di sottoscrivere la dichiarazione antimafia proposta da Enzo Ciconte. Aspettiamo.

La mia convinzione è che spetti ai partiti, pur ridotti male, la responsabilità primaria delle scelte. Sono le forze politiche ad avere consentito a mafiosi e massoni di “pesare” laddove si prendono decisioni sui ncarichi, su appalti, su come spendere i soldi dei calabresi. Spetta alle forze politiche, in vista del prossimo appuntamento elettorale, la responsabilità di fare pulizia e cacciare i “nuovi mercanti”dal tempio.
Al partito democratico, alle forze di sinistra e alla miriade di associazioni che pullulano in Calabria, consiglierei di aprirsi alla società civile, composta in maggioranza da persone oneste e serie, evitando la trappola dei circoli chiusi e dei conciliabili, luoghi ideali per calcoli sbagliati e perdenti. C’è ancora tempo per avviare una discussione a tutto campo sul destino della nostra terra, per trovare un terreno comune d’intesa e per selezionare donne e uomini che non chiedano voti ai mafiosi e li rifiutino qualora venisse l’offerta. Se non vogliamo regalare alla destra una vittoria facile, ognuno faccia la sua parte.

da “il Quotidiano del Sud”
Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

La democrazia rappresentativa non si fa con un click.- di Enzo Paolini e Felice Besostri.

Non ce ne siamo accorti. L’aver atteso che la cosiddetta piattaforma Rousseau pronunciasse il suo sì alla proposta di governo Draghi ha reso icasticamente evidente che una forza politica rappresentata in Parlamento, la cui delegazione è stata consultata dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio incaricato, esprime il suo parere in ordine al sostegno (parlamentare) ad una ipotesi ed ad un programma di governo, non sulla base della valutazione dei suoi rappresentanti eletti (nominati) nelle Istituzioni esattamente per questo, ma sulla scorta di un…webinar.

Intendiamoci, non è affatto in discussione il coinvolgimento dei militanti e l’ascolto della base ma il fatto che al tempo dei partiti queste attività si realizzavano intensamente e ciascuno si sentiva veramente partecipe mentre oggi si svolgono con la modalità volubile del clic che suscita dubbi e perplessità. Un modo che non appare coerente non tanto con l’esercizio del coinvolgimento democratico della propria comunità, quanto con le modalità di formazione di un governo o con altre scelte istituzionali. Non contestiamo – ed è apprezzabile l’intenzione di “sentire” il popolo anche a costo di esiti laceranti – ma una riflessione sulla mutazione della democrazia rappresentativa.

Purtroppo, in questi ultimi 15 anni tra leggi elettorali incostituzionali e improvvide revisioni costituzionali, di cui solo due respinte dal popolo, siamo stati costretti a difendere la Costituzione dalle aggressioni, invece che fare della sua attuazione l’asse centrale della politica della sinistra. Sarebbe paradossale, ma un governo che nasce dal fallimento di partiti e gruppi parlamentari, potrebbe essere il primo che rispetta, nella forma e di fatto l’art. 92 Cost., dell’esclusiva responsabilità del Presidente del Consiglio incaricato di presentare una lista di ministri al Presidente della Repubblica non preceduta da una trattativa con i singoli partiti.

Nessuno si è sentito a disagio per questo, nessuno lo trova deprimente per la democrazia rappresentativa. Dobbiamo dedurne che la scatoletta è stata aperta, ed il tonno è stato mangiato. L’unica salvezza per la nostra democrazia, oggi mortificata e soverchiata via wi-fi, sarebbe una seria e responsabile legge elettorale. Se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale. Pandemia e crisi politica non mettono la Costituzione tra parentesi.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, principalmente, in una democrazia rappresentativa come corpo elettorale partecipando collettivamente alle elezioni e ai referendum e individualmente esercitando il diritto di voto personale ed eguale, libero e segreto, come prescrive l’articolo 48 della Costituzione.

Per rispettare il popolo non bisogna dargli la parola, in una democrazia ce l’ha per conto suo, ma piuttosto ridargli il diritto di voto, che gli è stato rubato nell’anno 2005, con la legge Porcellum di Calderoli, e mai più restituito con l’Italicum incostituzionale come la legge precedente e nemmeno con il Rosatellum, attualmente in vigore, persino peggiorato durante il governo giallo-verdebruno, oggi ancora meno compatibile con i principi della rappresentanza (come sono stati definiti dalle sentenze numero 1 del 2014 e numero 35 del 2017 della Corte costituzionale), una volta approvato e confermato con il referendum il taglio del Parlamento.

La legge elettorale è costituzionalmente necessaria e pertanto necessariamente costituzionale, perché con essa si elegge un Parlamento, in cui ogni membro non rappresenta il partito che l’ha candidato né gli elettori che l’hanno votato e nemmeno il collegio, ma la nazione senza vincolo di mandato. La nazione, cioè il popolo, non sue frazioni, beneficate da norme incostituzionali.

Per questo se c’è diritto di votare secondo Costituzione, questa volta deve essere accertato prima del voto, non dopo tre legislature rinnovate con una legge elettorale incostituzionale, com’è successo nel 2006, 2008 e 2013. Non si può votare con il Rosatellum senza verificarne prima la costituzionalità, sarebbe la quinta volta consecutiva in 16 anni. Se non venisse cambiata ci dovranno pensare i cittadini elettori a mandarla in Corte costituzionale, con decine di ricorsi ai Tribunali civili competenti. È quello che noi cercheremo di fare se il nuovo governo non dovesse mettere – come auspichiamo e speriamo – la questione della legge elettorale tra le priorità di un nuovo corso.

da “il Manifesto” del 17 febbraio 2021
Foto di Kevin Phillips da Pixabay