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Perché siamo solidali con Mimmo Lucano, il fuorilegge.-di Gaetano Lamanna

Perché siamo solidali con Mimmo Lucano, il fuorilegge.-di Gaetano Lamanna

Trattato come un delinquente. Prima del processo aveva subito un provvedimento di allontanamento da Riace. Non poteva rientrare nel suo paese nemmeno per fare visita al padre vecchio e malato. Considerato peggio di un mafioso. Si dà il caso, però, che Mimmo Lucano non sia un mafioso, ma un cittadino onesto, buono e generoso. Una testa dura, come tante in Calabria. Ci troviamo di fronte ad una contraddizione clamorosa tra legge e giustizia. Non sempre la legge va d’accordo con la giustizia. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È stato fatto tante volte. Ma è un processo lungo e laborioso. Richiede a volte battaglie, movimenti, petizioni popolari, referendum, prima che il parlamento si decida a cambiare una legge ingiusta o a promuovere dei diritti.

È stato così per lo Statuto dei lavoratori. È così per lo ius soli. È stato così per il delitto d’onore, per l’aborto, per il divorzio, e tanti altri esempi si potrebbero fare. Il diritto, che sta alla base della legge, si evolve, segue la storia, si aggiorna in base ai mutamenti storici e politici. Al tempo dei greci e dei romani, la schiavitù non era illegale. Nel medioevo i privilegi feudali e la servitù della gleba erano legali. Il diritto non è neutro.

Il più delle volte si limita a codificare norme, convenzioni, costumi, già in uso. Trasforma in legge lo status quo. In genere prende atto dei rapporti di potere. Con la rivoluzione francese la borghesia nascente rovescia il vecchio mondo feudale, plasmato a misura dell’aristocrazia, stretto da vincoli, privilegi e regole che impedivano l’accumulazione del capitale, il libero mercato e lo sviluppo industriale. Per andare a tempi più recenti, durante i governi a guida Berlusconi abbiamo visto anche leggi ad personam, reati declassati o spariti dal codice da un giorno all’altro.

Il diritto, dunque, è stato sempre modellato sulla base degli interessi della/e classe/i al potere. È la storia. Fuori della storia e del buon senso sono i giudici di Locri. Per fare funzionare il modello Riace, un modello di accoglienza e di inclusione studiato in tutto il mondo, Mimmo Lucano ha dovuto infrangere leggi vecchie e inadeguate. Come quella, ad esempio, che non dà diritto ai bimbi che nascono e studiano in Italia di avere la cittadinanza. O come quella che nega la casa popolare, il diritto ad un alloggio agli immigrati regolari che sono residenti in Italia da meno di 10 anni. Mimmo Lucano si è inventato il lavoro, ha messo in movimento un’economia asfittica.

E per fare questo ha dovuto inventarsi perfino una moneta alternativa. Un modo che permettesse ai nuovi arrivati di vestirsi e di mangiare, fino a quando il ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti ( e poi da Salvini), non si fosse degnato di trasferire un po’ di soldi per pagare i fornitori. A Riace case, botteghe artigiane, negozi, avevano riaperto i battenti. Il paese si era ripopolato, ritornando a nuova vita, al contrario di tanti paesi morti della Calabria.
Ai coccodrilli che piangono per i borghi abbandonati, il sindaco di Riace aveva mostrato una via concreta per la rinascita.

Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono dei villaggi. Dopo la rottura del latifondo e la riforma agraria, la Calabria è entrata nella modernità pagando un prezzo altissimo in termini di emigrazione. Ha fornito braccia a buon mercato allo sviluppo industriale del Nord e dell’Europa. Ha distrutto un artigianato fiorente che non ha retto l’urto del mercato dei prodotti industriali. Anche molti che avevano beneficiato della riforma agraria hanno abbandonato le campagne per lo scarso sostegno pubblico, indirizzato soprattutto ad agevolare l’attività edilizia e commerciale, oltre che posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

La Calabria diventa terra di consumo. Si sviluppa un’economia dipendente e funzionale alla crescita economica delle regioni centro-settentrionali. Con un ceto politico attento solo ad intercettare i flussi di spesa pubblica e a gestire affari e malaffari. In questo contesto non c’è posto per la Calabria dei villaggi, per le comunità rurali, collinari e montane.

Mimmo Lucano ci ha fatto intravedere (in una piccola realtà) un’alternativa possibile, un modo innovativo e solidale per far rinascere i nostri borghi. Scontrandosi con l’ottusità della burocrazia e con politici attenti al loro tornaconto personale. Nel frattempo, Marco Minniti, dopo avere avuto tutto (e di più) dal suo partito, si è seduto sul comodo treno della Fondazione Leonardo. Mimmo, invece, se l’è dovuta vedere con magistrati che invece di perseguire l’illegalità mafiosa hanno acceso i riflettori sui suoi reati. Commessi con la convinzione di fare del bene. Era l’unico modo per salvare vite, per fare andare avanti una vera integrazione, per sbloccare situazioni impigliate nei meandri della burocrazia e o ritardate da leggi inadeguate.

Mimmo Lucano è un «fuorilegge», ha agito in difformità di leggi ingiuste o sbagliate che non gli permettevano di agire a favore degli immigrati e degli abitanti di Riace. Non è certo un ladro o un criminale, come ce ne sono tanti anche in doppio petto. Questa condanna è una vergogna. Una grave ingiustizia. Chi non accetta le ingiustizie e si batte per il cambiamento non ha che schierarsi con lui, mostrando che non è solo e isolato, ma un punto di riferimento. Il voto del 3-4 ottobre è l’occasione. È il modo per esprimergli, non solo a parole, solidarietà.

da “il Manifesto” del 3 ottobre 2021

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Stiamo assistendo da troppo tempo ad uno scontro ideologico, incarnato da diverse forze politiche, tra gli ultrà del vaccino e i No Vax , tra coloro che sostengono fideisticamente la comunità scientifica e quelli che credono che, dietro questa forsennata campagna vaccinale, ci siano solo sporchi interessi economici e il tentativo di controllarci e sottometterci tutti.

La testimonianza del collega Battista Sangineto, apparsa su questo quotidiano e ripresa a livello nazionale, mi ha fatto molto riflettere. Il professore Sangineto non è un no-vax, è un uomo di scienza, sia pure umanistica, che si era vaccinato convinto di essere ormai immune dal virus Covid 19. Purtroppo, non solo ha preso il virus in maniera pesante, ma lo ha contratto da un soggetto a sua volta vaccinato. E non è il primo caso. Cosa significa tutto questo? Procediamo con ordine.

Prima di tutto non è vero quello che ci è stato detto fin dall’inizio della pandemia da parte di insigni virologi: se ci vacciniamo al 70% otteniamo l’immunità di gregge (pessima espressione), ovvero spegniamo la diffusione del virus. Purtroppo, non è così: anche i vaccinati possono prendere il Covid e trasmetterlo. Unico dato che spinge ancora oggi a ritenere utile il vaccino è quello dei ricoveri: dai dati disponibili sembra che circa il 90 per cento dei nuovi ricoverati, dal mese di agosto, in terapia intensiva non era vaccinato. Pertanto, se ne può dedurre che il vaccino, mediamente, dovrebbe ridurre l’impatto letale del virus.

Finora questa è l’unica certezza a cui ci possiamo aggrappare, ma che non ci lascia tranquilli come testimonia il caso sopra citato. Il buon senso ci dice che conviene vaccinarsi, almeno per le classi di età più avanzate, ma che bisogna ugualmente non abbassare la guardia e mantenere tutte le misure precauzionali. Certo, non è piacevole continuare a usare la mascherina, a disinfettare continuamente le mani, a mantenere una distanza con persone che prima abbracciavamo e baciavamo, specie noi meridionali, senza problemi.

Bisognerebbe che i virologi divenuti star della Tv , che hanno creato tanta confusione e comunicata una immagine falsa della scienza, facessero un po’ di autocritica, dicessero quello che i veri scienziati sanno da sempre: non ci sono certezze, ma solo metodi di ricerca rigorosi e mai definitivi. Questa pandemia ci ha posto di fronte a sfide inedite, unitamente alla pressione formidabile delle forze economiche hanno premuto l’acceleratore per fare ripartire il dio Pil a tutti i costi. Così, in tempi eccezionalmente brevi, sono stati creati dei vaccini che sicuramente portano una riduzione della letalità, ma non risolvono il problema della diffusione del virus.

Pertanto, la battaglia contro gli untori, cioè contro quelli che non si vogliono vaccinare, rischia di essere una battaglia ideologica quanto è quella di coloro che rifiutano qualunque tipo di vaccino e vedono dovunque dei complotti dei poteri forti. Per onestà intellettuale, se è vero quanto abbiamo sostenuto, il famoso “green pass” non può essere imposto, anche se può essere promosso e sostenuto, ma dicendo la verità: non salva il tuo prossimo dall’essere infettato. E quindi non è un gesto di civiltà, ma di sano egoismo, perché chi si vaccina rischia meno di chi non lo fa.

Continuare a chiedere prudenza, distanziamento fisico (e non sociale), misure di prevenzione, è l’unica strada percorribile in attesa che terapie mediche più efficaci possano ridurre il danno di questa epidemia e derubricarla al limite di una normale influenza stagionale.

da “il Quotidiano del Sud” del 16 settembre 2021
Foto di cromaconceptovisual da Pixabay

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

L’atteggiamento permissivo del governo nazionale interessato solo alla crescita economica combinato all’inadeguatezza del collassato Sistema sanitario calabrese potrebbero produrre, di qui a breve, una nuova strage degli innocenti. A farne le spese saranno quei cittadini italiani e, soprattutto, quelli calabresi che contrarranno il Sars-CoV-2 da un “immunizzato” nonostante siano, come chi scrive, “immunizzati” anch’essi.

Sì, nonostante sia “immunizzato” con due dosi di vaccino a mRNA dalla fine di aprile 2021, appartenendo alla categoria “fragili”, chi scrive ha contratto il virus (con una carica virale altissima, 49 milioni di copie di virus per ml., pur avendo sviluppato in precedenza, grazie al vaccino, una buona quantità di anticorpi IgG anti-Covid-19: 833 per ml.) da un suo giovane familiare “immunizzato” da luglio 2021 con due dosi di vaccino a mRNA senza aver avuto con lui contatti diretti di alcun genere se non quelli che si hanno condividendo, senza mascherine, il desco all’aperto in due o tre occasioni.

Il laissez-faire neoliberista dell’élite che ci governa ha permesso, se non addirittura favorito, gli assembramenti estivi, l’affollamento dei lidi, delle strade, degli hotel, dei B§B, dei supermercati, dei bar e dei ristoranti al chiuso e all’aperto per un mero calcolo economicistico che ha fatto rimbalzare, com’era prevedibile, il Pil, ma l’élite non è stata per nulla attenta alla salute dei suoi cittadini che, grazie alla maggiore contagiosità della variante Delta, continuano a morire a decine, fra poco di nuovo a centinaia, in tutta la Penisola.

Lo stesso ‘distratto’ governo ha derogato riguardo ai parametri di chiusura delle Regioni lasciandole in “bianco” fino alla fine della stagione turistica nonostante che i reparti Covid, quelli normali e quelli di terapia intensiva, siano pieni da settimane, soprattutto in Calabria e nel Sud, come scrive da giorni questo giornale e come hanno confermato i medici del reparto nel quale lo scrivente è stato accolto martedì 31 agosto, dopo tre giorni trascorsi a casa con sintomi abbastanza severi: febbre superiore a 39 gradi, dispnea, emicrania, raucedine e tosse secca, mialgia e artralgia, ageusia e anosmia, sudorazione, spossatezza e disordini della pressione arteriosa.

Si deve pensare che il governo dell’élite non legga e non studi, se non ha nemmeno preso in considerazione il fatto che già il 28 luglio 2021 la dott.ssa Rochelle Walensky, direttore dei CDC americani (Centers for Disease Control and prevention), sulla base di un loro studio (Outbreak of SARS-CoV-2 Infections, Including COVID-19 Vaccine Breakthrough Infections, Associated with Large Public Gatherings — Barnstable County, Massachusetts, July 2021 | MMWR (cdc.gov)) aveva raccomandato l’obbligo delle mascherine al chiuso anche per gli “immunizzati” dicendo che: “Questa non è una decisione che abbiamo preso alla leggera.

La variante Delta si comporta in modo diverso dai ceppi passati nella sua capacità di diffondersi tra persone vaccinate e non vaccinate, da qui la scelta di procedere rivedendo alcune restrizioni” (https://www.washingtonpost.com/health/2021/07/27/cdc-masks-guidance-indoors/).
Ai principi di agosto, sulla base del succitato studio dei CDC, il consulente medico del presidente Biden, Anthony Fauci, ha imposto l’obbligo della mascherina al chiuso anche agli “immunizzati” perché la variante Delta del Sars-CoV-2 è in grado di diffondersi sia tra gli “immunizzati” sia tra i non vaccinati, con la stessa virulenza della varicella.

Fauci ha detto: “Ora abbiamo a che fare con un virus diverso che non è quello originario. La variante Delta ha capacità molto più efficienti nella trasmissione da persona a persona perché le nuove prove scientifiche in possesso dei CDC mostrano che il livello di infezione nelle mucose di una persona “immunizzata” è lo stesso di quello di un soggetto non vaccinato. Due mesi fa i CDC avevano detto che le persone vaccinate non dovevano indossare la mascherina al chiuso. Ora è cambiata una cosa: il virus” (https://www.cnbc.com/2021/07/21/delta-covid-variant-fauci-says-vaccinated-people-might-want-to-consider-wearing-masks-indoors-.html).

Così come lo studio dei CDC, anche secondo lo studio più recente di cui si dispone condotto dall’Università del Wisconsin-Madison (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.31.21261387v4) e una ricerca condotta in Texas (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.19.21260808v2), non sono state trovate differenze significative nella carica virale presente nelle cavità nasali tra persone vaccinate e non vaccinate.

Sulla base di tutti questi studi, la rivista scientifica “Nature” (n. 586, agosto 2021, pp. 327-328 https://www.nature.com/articles/d41586-021-02187-1) nel suo numero del 12 agosto 2021 arriva alla conclusione che, nonostante un ciclo vaccinale completo, una persona può comunque diffondere il virus ad altri non vaccinati o vaccinati. La vera questione, infatti, è capire se, e di quanto, la vaccinazione possa ridurre la probabilità di trasmissione e di contagio: nel caso della variante Delta, la risposta di cui disponiamo è che una certa riduzione della trasmissibilità può esserci, anche se troppo piccola per poterci permettere di allentare le misure di contenimento anti-contagio, pur ribadendo che il rischio di malattia grave o morte sia ridotto di 10 volte o più negli immunizzati rispetto ai non vaccinati.

In attesa che gli scienziati raccolgano dati più precisi e accurati una cosa è, però, certa: la doppia vaccinazione non giustifica di per sé l’abbandono delle misure di prevenzione del contagio, dall’uso dalla mascherina all’igiene delle mani fino al distanziamento.

In Italia, invece, il governo delle élites, senza aver apportato alcuna miglioria alle strutture e sovrastrutture esistenti, non solo vorrebbe far ritornare nei luoghi di lavoro tutti gli impiegati della pubblica amministrazione e decine di adulti e giovani insieme a scuola e nelle università, ma ha fatto dire, nella conferenza stampa del 2 settembre, al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi:” Se in una classe sono tutti completamente vaccinati ci si potrà togliere la mascherina, per sorridere tutti insieme”. In questo modo, tornando a casa, giovani e adulti potranno infettare con letizia i loro cari, essendo la variante Delta del Sars-CoV-2 diffusa al 99,7% in Italia (comunicato stampa Istituto Superiore Sanità 42/2021: https://www.iss.it/cov19-cosa-fa-iss-varianti).

Al cinismo economicistico del governo si deve aggiungere, nel caso di chi scrive, la totale inadeguatezza della Sanità calabrese che, attraverso l’Asp, non è stata in grado di fornire alcuna assistenza: a distanza di più di 12 giorni dalla comunicazione fatta dal laboratorio privato che ha eseguito il tampone antigenico (la Regione di Spirlì non ha ritenuto di dare la possibilità di far praticare quello molecolare ai privati della provincia di Cosenza!), non si è ancora appalesata in nessuna forma, né per fare il tampone molecolare, né per prestare assistenza medica di alcun genere. Quale tipo di tracciamento o, meno che mai, di sequenziamento delle varianti e di misurazione della carica virale si può avere se l’Asp non garantisce nemmeno l’esecuzione di un solo tampone molecolare?

Le disastrose Asp calabresi non hanno ritenuto importante nemmeno informare i medici di famiglia che l’Ospedale di Cosenza è uno dei 199 in tutta Italia nei quali si sperimenta l’uso degli Anticorpi Monoclonali per i soggetti “fragili”?

I medici di base e le Usca (che nel caso di chi scrive non sono mai arrivate) non sono stati informati dall’Asp di Cosenza, per esempio, che basterebbe loro mandare una semplice mail all’indirizzo anticorpimonoclonali@aocs.it per far accedere, nelle prime 72/96 ore dal tampone positivo, il proprio paziente “fragile” infettato alla sperimentazione di questa cura del Sars-CoV-2 (https://www.fda.gov/media/149534/download)?

Una vera e propria cura che ha una percentuale di guarigioni senza ricovero vicina al 90% in tutti gli 8.434 casi affrontati dal 10 marzo al 3 settembre 2021(https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), nei quali è stata somministrata in Italia, di cui solo 153 in Calabria e un centinaio proprio a Cosenza.

Solo grazie all’amore, alla tenacia e alla competenza della moglie di chi scrive si è stati in grado di accedere a queste informazioni, prima, e alle dovute procedure mediche in Day Hospital, poi.

Grazie alla capacità organizzativa del dottor Francesco Cesario, ‘Covid manager’ dell’Annunziata, alla competenza e disponibilità delle dottoresse Vangeli e Greco e alle infermiere del reparto di “Malattie infettive” diretto dal dottor Mastroianni, lo scrivente, a dieci giorni dalla somministrazione degli anticorpi monoclonali, può dirsi fuori pericolo rispetto alla possibilità di sviluppare la malattia grave.

Per evitare di passare per un antiscientista o, peggio, per un no-vax, lo scrivente conclude affermando -perché è un vecchio illuminista e marxista- che se il contesto sociale e relazionale fosse meno sregolato e almeno il 90% delle persone fosse immunizzato, tutto questo, molto probabilmente, non sarebbe accaduto.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 settembre 2021
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regioni 50 anni di fallimenti scritto da Franco Ambrogio con Filippo Veltri (Rubbettino editore, 2021) è un libro di grande attualità. Ci offre l’occasione di discutere della crisi calabrese e delle sue origini. Una crisi strutturale, non solo economica e sociale, ma anche politica, istituzionale, morale, di classe dirigente. Ambrogio è lapidario: «si è realizzato un nuovo centralismo inefficiente». Argomenta che al centralismo di Roma si è aggiunto quello di Catanzaro. Inefficienza su inefficienza. E aggiunge: «La delega agli enti locali rimane nel cassetto […] La Regione non è stata strumento di allargamento e rafforzamento della democrazia».

Ce ne siamo accorti tutti in questi due anni di grave emergenza sanitaria. E ce ne accorgiamo ogni giorno, di fronte all’incendio dei nostri boschi, una delle tante declinazioni di un malgoverno che riguarda la gestione del territorio. Devastato prima tutto dall’incuria e dall’incapacità di poteri pubblici collusi con la criminalità mafiosa Chi governa la regione o ambisce a governarla è poi del tutto silente rispetto all’attuazione del Pnrr e alla vexata quaestio dell’autonomia differenziata, cioè rispetto a scelte politiche e istituzionali destinate ad avere un peso determinante sullo sviluppo economico, sull’evoluzione delle disuguaglianze sociali e territoriali, sull’assetto e la tenuta della democrazia.

Una cosa è certa. Dopo 50 anni, in Calabria pochi credono in un ruolo positivo, di cambiamento e di sviluppo, dell’ente regione. Il fatto che alle elezioni di due anni fa abbia votato meno del 45 per cento degli aventi diritto la dice lunga sui sentimenti dei calabresi verso questa istituzione. Concordo dunque pienamente con la valutazione degli autori sul fatto che l’esperienza regionalista ha indebolito le ragioni del meridionalismo. Dagli anni 80 in poi la propaganda leghista ha diffuso un’immagine delle regioni meridionali condannate all’inefficienza e all’assistenzialismo e perdute irrimediabilmente alla causa dello sviluppo.

C’è da dire che il senso comune, diffuso tra le popolazioni settentrionali, di un Sud come «palla al piede» è avvenuto anche per la cattiva prova degli amministratori regionali e per l’abbandono, da parte degli eredi del Pci e della Dc, di un pensiero politico che aveva proprio nel meridionalismo una delle sue radici più forti. La questione meridionale diventa un problema di «coesione sociale e territoriale», viene declassata a ritardi di sviluppo da recuperare facendo leva sulle «eccellenze». Come se alcune oasi felici potessero invertire la tendenza del deserto che avanza.

In linea col pensiero liberista dominante, il Pds e a seguire i Ds e il Pd abbandonano di fatto la tradizione meridionalista e abbracciano acriticamente la «questione settentrionale». Mi pare che questo mutamento d’approccio, culturale e politico, che ha molto influito sulla vita delle autonomie regionali, non risalti come avrebbe meritato, nella conversazione tra Ambrogio e Veltri. I divari e le disuguaglianze sociali e territoriali tra Nord e Sud, a 50 anni dall’istituzione delle Regioni, sono cresciuti per una politica con una forte impronta liberista, attenta al profitto d’impresa, che si è presa cura delle aree forti a scapito di quelle deboli. Tanto la «mano invisibile» del mercato avrebbe provveduto a mettere le cose a posto. Una convinzione miope, che stiamo pagando a caro prezzo e che non poteva non avere come conseguenza politica la famigerata «autonomia differenziata».

I limiti e le difficoltà del regionalismo nel Mezzogiorno andrebbero indagati, a mio avviso, anche in un’altra direzione. Ambrogio sottolinea giustamente che gli uffici regionali si sono gonfiati, in questi 50 anni, di personale poco qualificato (di norma), con assunzioni basate poco sul merito e molto, invece, sulla logica clientelare. Mano a mano che venivano trasferiti poteri e competenze statali alle Regioni, anziché emanare provvedimenti di delega agli enti locali, in Calabria e nelle altre regioni del Sud, si rafforzavano le funzioni gestionali, creando un corto circuito tra l’aumento delle cose da fare (e dei soldi da spendere) e la lentezza e l’inefficienza dell’apparato burocratico. Sta qui una delle cause principali dell’aumento del divario Nord-Sud, particolarmente marcato negli ultimi vent’anni. Sono peggiorati tutti gli indicatori riguardanti i servizi pubblici, la qualità della vita, gli investimenti produttivi e infrastrutturali. Per non parlare, degli sprechi, della corruzione, delle infiltrazioni mafiose.

Un po’ di storia ci aiuta a capire meglio alcune dinamiche politiche ed economiche. Prima dell’attuazione dell’ordinamento regionale, la gestione della cosa pubblica era essenzialmente garantita dai comuni, dalle province e dagli enti periferici dello Stato. Con una variante significativa nel Mezzogiorno, che è stata, dagli inizi degli anni ’50, la Cassa del Mezzogiorno. Il ricorso all’intervento “straordinario” ha segnato la vita e il funzionamento del sistema istituzionale e politico meridionale L’uniformità ordinamentale si piegava, nelle intenzioni del legislatore, all’esigenza di rispondere alla peculiarità economica, sociale e culturale delle regioni meridionali.

Al dualismo economico si accompagna, dunque, una sorta di dualismo istituzionale, che ha avuto un peso rilevante. Mentre nelle aree del Nord gli interventi erano regolati sulla base di una distinzione fondamentale tra obiettivi d’interesse nazionale e quelli di scala locale, in quelle del Sud, invece, soprattutto a partire dall’istituzione della Cassa del Mezzogiorno (1950), vi è la contestuale presenza di una pluralità di soggetti pubblici operanti nel medesimo ambito territoriale, e a volte nell’ambito delle stesse materie. Inoltre le risorse necessarie derivavano dalla finanza centrale e il loro controllo dipendeva essenzialmente dagli “enti speciali”.

Si è molto discusso se la Cassa del Mezzogiorno abbia o meno contribuito a ridurre il divario economico tra Nord e Sud. Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che il gap ha interessato non solo la sfera economica, ma anche la struttura istituzionale, quella amministrativa e quella, da non sottovalutare, degli interessi privato-collettivi (imprese, sindacato, associazionismo). Il giudizio sostanzialmente positivo, oggi in voga, sull’intervento straordinario non tiene conto del fatto che questo modello di governo ha depotenziato di fatto l’amministrazione ordinaria. Ha contribuito a dequalificarne gli apparati, ha determinato la cronica inefficienza dei servizi, e anche il degrado politico e morale che avvolge il settore pubblico. Tutto questo è, in grande misura, il riflesso dell’intervento straordinario, da molti ancora invocato come panacea di tutti i mali.

L’amministrazione ordinaria, insomma, quella che nel resto del paese è preposta al governo regionale e locale, in Calabria ha perso autorevolezza ed efficienza. E’ relegata a un ruolo subordinato, di «ancella» esecutiva del sistema di potere politico-affaristico-mafioso. La lunga transizione dalla “straordinarietà” alla “ordinarietà” dell’intervento pubblico non si è ancora conclusa e rischia di riaprirsi con la gestione del Pnrr.

L’esperienza regionalista non è stata pari alle aspettative. Non ha determinato quel salto di qualità auspicato nella politica di programmazione e nell’efficienza ed efficacia dell’amministrazione. Non ha rappresentato il punto di svolta in un percorso di autonomia politica, progettuale e finanziaria per le diverse aree del Sud. E’ prevalsa una logica di sovrapposizione di competenze tra Stato e Regione che ha prodotto una crescita della spesa pubblica e improduttiva.

Per lunghi decenni, dal 1970 in poi, la finanza regionale, totalmente derivata dal centro, ha permesso una larga autonomia di spesa senza alcuna autonomia di entrata, generando una totale deresponsabilizzazione degli amministratori e degli apparati dirigenziali delle Regioni sia sul fronte del reperimento delle risorse finanziarie (garantite dai trasferimenti erariali e dai fondi strutturali europei) sia riguardo alla gestione oculata delle stesse. Per il Mezzogiorno e la Calabria, dunque, la Regione è stata un nuovo grande centro di spesa pubblica, che, per le sue caratteristiche, ha accentuato la tradizionale “dipendenza” economica.

Lo strutturale “ritardo di sviluppo” è il frutto della crisi politica e istituzionale. La regressione culturale, il degrado della vita pubblica, l’avanzata incessante della criminalità mafiosa trovano una spiegazione nel ruolo “minimo” dei partiti, in quello che sono diventati.

Nel colloquio di Franco Ambrogio con Filippo Veltri ci sono molte verità e sono presenti molte critiche. Ma, accanto ad alcune omissioni che ho segnalato, ho colto una certa reticenza politica. Se si vuole invertire la tendenza auto-distruttiva della sinistra bisogna affermare un’idea della politica non già come presidio della stanza dei bottoni e nemmeno solo come buona amministrazione, che dovrebbero essere sempre i presupposti di chi si occupa della cosa pubblica.

La politica è innanzitutto radicamento territoriale, conflitto sociale, capacità di leggere e interpretare problemi di uomini e donne, la vicinanza a chi ha più bisogno, l’impegno nel trovare risposte immediate e concrete senza mai smarrire la prospettiva del cambiamento. Sono queste le condizioni minime perché la sinistra riacquisti forza attrattiva e diventi perno della costruzione di un più largo campo democratico e progressista. Diventerebbe anche più semplice discutere del futuro da riservare alle Regioni.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 agosto 2021

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

Quest’anno l’Italia ha assunto il ruolo di presidente del G20, il forum internazionale dei paesi più ricchi e potenti del mondo, che rappresentano quasi il 90 per cento del Pil mondiale e contano il 65 per cento della popolazione.

E’ evidente che una parte del mondo, circa il 35% della popolazione mondiale, che vive le peggiori condizioni di povertà ed emarginazione, non viene presa in considerazione.
Noi pensiamo che questo non solo non sia giusto, ma non contribuisca certamente ad affrontare e risolvere le grandi sfide del nostro tempo: la fame, l’impoverimento crescente della popolazione in ogni parte del pianeta (con poche eccezioni), i danni provocati dal mutamento climatico, la riduzione delle risorse naturali essenziali, il proliferare di guerre locali e corsa agli armamenti delle grandi potenze.

E’ necessario un RIEQUILIBRIO sia territoriale che sociale, una convergenza che superi le attuali, crescenti, diseguaglianze, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra la società umana e la natura, nel rapporto tra città e campagna, per ripristinare il patrimonio naturale ereditato, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra economia reale e finanza per non caricare più le nuove generazioni di pesi insostenibili (debito finanziario e debito ecologico).

Per queste ragioni pensiamo di organizzare un incontro dei Last 20, degli ultimi paesi della terra per reddito, qualità della vita, condizioni socio-sanitarie ecc. Paesi non poveri, ma impoveriti da conflitti etnici, guerre (dai G20 spesso sponsorizzate!), sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali. Se non partiamo dall’affrontare queste situazioni estreme non risolveremo i problemi con cui devono fare i conti i G20: basti pensare ai flussi migratori o allo scempio delle risorse naturali.

Ma, soprattutto, quello che riteniamo sia giusto è di inviare un messaggio:
CI SIAMO PURE NOI SU QUESTO PIANETA E ABBIAMO DIRITTO AD UNA VITA DEGNA.

I paesi individuati sono:
Malawi, Etiopia, Guinea Conakry, Liberia, Yemen, Guinea Bissau, RD Congo, Mozambico, Sierra Leone, Burkina Faso, Eritrea, Mali, Burundi, Sudan, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Niger, Libano, Afghanistan.

GLI OBIETTIVI DELL’EVENTO

Abbiamo pensato di organizzare questo incontro dei Last 20 seguendo cinque tematiche/obiettivo che riteniamo essenziali in questa fase storica:
a)Il mutamento climatico e i suoi effetti su questi paesi, in particolare su quelli dell’africa sub-sahariana.
b)La questione sanitaria. Sono tutti paesi con una aspettativa media di vita intorno ai 50 anni, con debolissime strutture sanitarie, e una quasi totale mancanza di prevenzione. La situazione si è ulteriormente aggravata con la pandemia generata dal Coronavirus.
c)La fame e l’impoverimento: la risposta dei soggetti sociali che resistono e si organizzano. Organizzazioni di contadini, studenti, donne, artigiani che stanno cercando con grandi sforzi di contrastare questa situazione. La richiesta dei governi di questi paesi. La ricerca di un altreconomia.
d)Immigrazione e accoglienza. Intercultura. Fare conoscere questi paesi al di là degli stereotipi. La loro grande cultura e storia. Il ruolo dei corridoi umanitari che vanno potenziati ed estesi a tutti i paesi attraversati da conflitti, siccità, gravi condizioni socio-sanitarie. Il ruolo della cooperazione decentrata.
e)Il ruolo politico di questi paesi. Come far sentire la voce degli ultimi. Tentativo ambizioso: un documento comune che chieda alla Comunità internazionale e al G20 di farsi carico dei bisogni di queste popolazioni e della tutela ambientale in questa parte rilevante del pianeta.

PROGRAMMA INCONTRI

1)Dal 22 al 25 luglio: inaugurazione a Reggio C., quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e /o “governi in esilio”, delle culture di questi paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su flussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.
2)9-11 settembre a Roma, due giorni.
Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto.
Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue.

3) 17-20 settembre L’Aquila, Sulmona, Agnone, Castel del Giudice, Colle d’Anchise. I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il futuro a partire dall’oggi Le seconde e terze generazioni di immigrati. Il superamento dei conflitti: il ruolo delle Ong. Il dialogo interreligioso.

4) dal 26 al 30 settembre Milano. Incontro con rappresentanti di questi paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute, altreconomia.
5) 3-4 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace
Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

L’evento è stato promosso dal Comune e Città metropolitana di Reggio Calabria, Re.Co.Sol. (Rete Comuni solidali), VIII Municipio di Roma, Fondazione Terres des Hommes (Italia), ITRIA, in partenership col C.I.R.P.S (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), Mediterranean Hope, Rete azione Terra, Federazione delle diaspore africane in Italia, Fondazione Casa della Carità (Milano).

Prima tappa Reggio Calabria.
22 luglio ore 10:30 Piazza Water Front inaugurazione del ponte intitolato all’ambasciatore italiano Luca Attanasio e alla sua scorta. Sarà presente l’on. Marina Sereni vice- ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’ambasciatore del Congo in Italia, nonché altre autorità locali, nazionali, estere. Saranno anche presenti i genitori e la moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio.
(Visita al Museo della Magna Grecia, al Lungo Mare Falcomatà . Pranzo).
Ore 15:30 Anfiteatro Ecolandia: inaugurazione Last Twenty. Saluto autorità e rappresentanti dei 20 paesi ospitati, ambasciatori o altra rappresentanza della società civile. Inaugurazione mostra Mediterranean Hope. Luciano Scalettari il Presidente di ResQ People Saving People (la nave degli italiani che accolgono), Corrado Mandreoli, Vicepresidente di ResQ.
Ore 17:00: Migrazioni, conflitti, religioni nei Last Twenty
Intervengono: On. Marina Sereni ( viceministro degli Affari Esteri – MAECI), Lucio Caracciolo (Direttore Limes), Filippo Ivardi (direttore di Nigrizia), Ugo Melchionda ( International Migration Outlook, OCSE), Maurizio Ambrosini (Università Cattolica di Milano), Gianfranco Schiavone ( Pres. Consorzio Italiano di Solidarietà, membro direttivo ASGI), Marco Trovato ( direttore della rivista Africa), Godwin Chukwu per FEDAI (Federazione delle diaspore africane), Sayed Hamar (presidente di U.N.I.R.E., Bruxelles), Ivana Borsotto (Presidente Focsiv), Yvan Sagnet (presidente NO CAP ) Sofia Gonoury (Presidente comunità mozambicana), Pierfrancesco Majorino (europarlamentare), Dino Angelacci (Itria), Leila Ghanem (direttrice dell’Ecologist in lingua araba, Beirut), Yacoub Kibeida (Comunità sudanese Piemonte), John Mpaliza (Comunità congolese in Italia), P. Camillo Ripamonti (presidente Centro Astalli, Roma).

Ore 21:00 Diner (cena interetnica).
Ore 22:30 Spettacoli interculturali (gruppi locali e degli L20). Proiezioni di film su Afghanistan, Niger, Libano, in diversi spazi attrezzati.

23 luglio (visita al castello di Scilla e pranzo a Chianalea).

Ecolandia Ore 10:30 Il caso Riace: Incontro con Domenico Lucano
Intervengono Tiziana Barillà (giornalista), Simona Maggiorelli (direttrice Left), Alessia Candido (la Repubblica), Antonio Rinaldis (saggista), Enrico Fierro (il Domani), Coordina: Domenico Rizzuti.

Ore 16:00 I sessione: Corridoi umanitari: come sono nati ed evoluti
Intervengono: Luciano Griso (responsabile in Libano per MH), Andrea Gentili (Diaconia Valdese), Abrahalei Tesfay (Eritrea democratica), Valentina Loiero (giornalista), coordina Paolo Naso (Mediterranean Hope).

17:45 break
Ore 18:00 Noi abbiamo accolto: l’inserimento dei giovani nel sistema scolastico e nella vita sociale.
Mariella De Martino (International House), Daniela Malan (Diaconia Valdese), Daniela Pompei Comunità Sant’Egidio), Roberta Ferruti (Recosol);
Testimonianze da parte di rifugiati accolti : Ahmad Baali (Yemen), Sonia Masra(Siria). Coordina Demetrio Delfino (Assessore alle politiche sociali Comune di RC).

Ore 16:00. II sessione. Accoglienza immigrati: enti locali, associazioni, aree interne
intervengono i sindaci: Michele Conia Cinquefrondi (Calabria), Giuseppe Alfarano, Camini (Calabria), Stefano Ioli Calabrò, Sant’Alessio in Aspromonte (Calabria), Giovanni Mannoccio, Acquaformosa (Calabria), Franco Balzi, Santorso (Veneto), Riccardo Del Torchio, Besozzo (Lombardia), Leonardo Neglia, Petralia Sottana (Sicilia), Rosanna , Rosanna Mazzia ( Roseto Capo Spulico); Federica Giannotta, Sara Lo Presto ( Terre des hommes Italia); Francesca Ballarin ( Avvocato).
per le associazioni: Luigi De Filippis per Coopisa; resp. Nazionale Caritas italiana; Lorena Di Lorenzo (Binario 15). Lilia Infelise ( ARTES), Angelo Moretti (Referente rete piccoli Comuni Welcome).
Coordina Giovanni Maiolo (Recosol).

Ore 17.00 III sessione . Il contributo degli immigrati alla crescita economica, sociale e culturale: il valore aggiunto delle seconde generazioni.
Intervengono i rappresentanti di diverse comunità degli L20, tra cui: Abdou Babakar (sindacalista), Bertin Nnzonza (Associazione Mosaico), Twelde Shimail (Etiopia); Jean Paul Kabedu (Ruanda), APS), Bertrand Honoré (associazione Comrol APS), Boubakar Diallo (Amici Guinea – ADEGUI ODV), Anselme Bakudila (Comunità RDC in Italia). MARIANNA BRINDISI (Associazione CAMROL – APS), Taha al Jalal ( Yemen, Youtuber, Chef); Giorgio Dal Fiume ( WFTO). Coordina: Bruno Neri (Terres des hommes).,
Ore 17:30 IV sessione. La transizione ecologica: il ruolo delle comunità energetiche
Intervengono: Giannni Silvestrini (Kyoto club), Vincenzo Naso (presidente CIRPSI),
Daniela Patrucco (Energy 4 Com soc. coop.), Sergio Di Caprio (assessore regionale
all’ambiente), Umberto Valenti (promotore comunità energetica R.C.) (rappresentanti L20), coordina: Piero Polimeni (Polo NET).

Ore 21:00 Cena interetnica.
Ore 22:30 spettacoli interculturali (presenza di gruppi di artisti degli L20).

24 luglio ( visita a Pentedattilo. Pranzo sulla costa jonica reggina)
Prima sessione
Ore 16:00: Cooperazione internazionale cercasi.
Introduce On.Emanuela Del Re (incaricata dalla Ue per i rapporti con i paesi del Sahel). Intervengono: Pina Picierno (europarlamentare), Silvia Stilli (presidente AOI), Giorgio Melchini (presidente COSPE), Maria Poggi (Terra Nuova), Roberto Ridolfi (CIRPSI);
MANI NDONGBOU BERTRAND HONORE (Associazione CAMROL – APS);
Rappresentanti di Eritrea, Congo, Mozambico, Sudan, Somalia, ecc.
Coordina Paolo Naso ( Presidente Mediterranean Hope )

ore 17. 30 Il ruolo degli enti locali.
I sindaci: Gandolfo Librizzi, Polizzi Generosa (Sicilia), Filippo Guerra, Bardonecchia, Marisa Varvello, Chiusano d’Asti (Piemonte), Giorgia Li Castri, Feltre (Veneto), Ugo Frascherelli, Finale Ligure (Liguria), Enrico Pusceddu, Samassi (Sardegna);
Coordina Giuseppe Marino (assessore città metropolitana di R.C: con delega alla cooperazione internazionale).
Ore 19:30 Dibattito.

Seconda sessione
Ore 17:00: Una proposta per l’Europa: il ruolo dei giovani
Intervengono: Virgilio Dastoli (presidente Movimento Europeo), Cesare Zucconi (Sant’Egidio), Pietro Bartolo (europarlamentare), Fiona Kendal (Commissione chiese per i migranti in Europa), Alberto D’Alessandro (Presidente Casa Europa), Coordina Sayed Hamar (U.N.I.R.E.):

Terza sessione
Ore 17:00 Le giovani donne per il futuro degli L20
Intervengono:, Loredana Di Lorenzo (Binario 15), Laura Cirella (UDI), Brigitte Kabu( comunità RDC in Italia), Orbal Saboor (giornalista afghana rifugiata), Sofia Gonoury ( pres Comunià Mozambico), Laura Silvia Battaglia (giornalista, esperta Yemen).

Coordina Gabriella Gagliardo (presidente CISDA).
Ore 21:00 cena interetnica
Ore 22:30 spettacoli con artisti provenienti dai L20.

25 luglio ore 10:00:
Seduta plenaria con interventi dei coordinatori delle diverse sessioni.
Ore 13:00 buffet in sala Giuseppe Spinelli. Saluti.

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

Due storie concatenate sulla Calabria e sul Paese.- di Enzo Paolini

La prima: una spietata guerra si sta svolgendo sulla pelle dei cittadini calabresi. Nel vero senso della parola, dal momento che il commissariamento del servizio sanitario (cioè di tutto ciò che muove soldi in Calabria insieme alle opere pubbliche) a tutto guarda tranne che alla salute dei calabresi.

NESSUNA IDEA sul potenziamento (o meglio sull’adeguamento, non pretendiamo la luna) dei servizi di emergenza urgenza e sull’efficientamento di quelli territoriali (ambulatori, medici di famiglia, laboratori, specialistica), nessun sussurro sul riassetto della rete ospedaliera, non diciamo nuovi ospedali o eccellenze assolute ma livelli qualitativi sufficienti dei reparti normali; nessuno, proprio nessuno, (solo il Presidente Spirlì, che non è poco, ma nel settore non può fare più di tanto) dice niente, non uno straccio di idea su come far rimanere in Calabria i soldi ed i malati che sono volontariamente e consapevolmente e dolosamente espulsi, mandati a curarsi in altre regioni per prestazioni che potrebbero essere rese in Calabria a costi ridotti e senza disagi per viaggi (ancora) della speranza. Una vergogna che costa ai calabresi 320 milioni all’anno.

È LA QUESTIONE – gravissima – del ceto politico e dirigenziale della Regione, perché non è vero che in Calabria ci sono medici inadeguati in un sistema di livello; al contrario c’è una organizzazione amministrativa e politica inadeguata (nel migliore dei casi, o criminale, nel resto) che mortifica medici bravi ed ottime strutture.

Ed il commissariamento non risolve alcun problema semplicemente perché il rientro dal debito (cioè il deficit che ha prodotto e produce un servizio sanitario siffatto) non è un problema ma è solo una parte di esso e la sua soluzione (cioè l’atto – l’acta – cui è preposto il Commissario) non può essere raggiunta se non si mette mano anche – e contestualmente – a tutti gli altri settori di cui ho detto prima.

In questo sfacelo istituzionale al Commissario sono stati assegnati invece tutti i compiti che spetterebbero al Consiglio regionale, i cui componenti sono evidentemente ritenuti così poco affidabili ed incompetenti da indurre il Governo ad espropriarne le funzioni che assegna loro quel libretto che si chiama Costituzione.

E qui comincia la seconda storia. La rinascita di un popolo, quello calabrese, paradigma di un Paese in ginocchio, passa solo attraverso la riqualificazione della propria classe dirigente che ha perso ogni contatto con i cittadini ed i loro problemi quotidiani.
Alcuni occupanti le Istituzioni sono finanche seri, onesti e preparati, ma è il sistema che non funziona ed ha raggiunto ormai un livello di decozione politico-morale da renderlo scollato dalla realtà.
Da cosa dipende?

APRIAMO GLI OCCHI. Dalla legge elettorale che ha scientemente spezzato, reciso ogni legame tra elettori ed eletti, creando il sistema dei nominati e consolidato un ceto politico autoreferenziale che risponde dei suoi atti e delle sue scelte non ai cittadini ma ai sedicenti capipartito del momento. La Corte Costituzionale con sentenza 1/2014 ha già dichiarato incostituzionale una prima legge elettorale (il Porcellum) invitando il Parlamento a farne un’altra che tenesse conto della necessità di rispettare la connessione tra l’espressione di voto ed il sistema di elezione (in poche parole, preferenze e rappresentanza proporzionale, senza abnormi premi di maggioranza).

Allora il Parlamento dei nominati ne ha fatta un’altra, peggiore, l’Italicum. E qui la Consulta interviene con una nuova dichiarazione di incostituzionalità (sent. 35/2017). Ma siccome il sistema è questo, gli occupanti abusivi del Parlamento hanno spudoratamente prodotto l’ennesima legge elettorale che premia e consolida lo sconcio delle nomine. Il Rosatellum.

INSOMMA, per chiudere, il vecchio sistema proporzionale puro con le preferenze assicurava un contesto istituzionale stabile e controllabile dagli elettori (ed infatti ha condotto l’Italia alla crescita del dopoguerra, alla stagione delle grandi riforme ed alla sconfitta del terrorismo).

Questo attuale papocchio, ci porta – per tornare da dove sono partito – a tollerare, senza un plissé, che un organo istituzionale come un Consiglio regionale sia ridotto al silenzio ed alla inutilità da dieci anni, e alla sua sostituzione con Commissari provenienti ora dalla Guardia di Finanza, ora dall’Arma dei Carabinieri, e attualmente dalla Polizia di Stato i quali, giustamente e conformemente alle loro professionalità, fanno indagini per scovare il malaffare. E lo trovano. Il che, ovviamente, non vuol dire governare il sistema sanitario.

Verrebbe da domandare: le elezioni sono una farsa, le Istituzioni mortificate, serpeggia un certo razzismo, si affermano gli uomini soli al comando, precisamente di quale secolo parliamo? Scherzi a parte: occorre adesso una resistenza organizzata che respinga questo pericolosissimo attacco alla democrazia.

da “il Manifesto” del 23 maggio 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Il generale Cotticelli. Non finisce mai di sorprendere. Ora, dopo aver passato le visite mediche per scoprire (sul “Fatto” di ieri) se lui era lui, ed aver indagato per bene ha concluso che non è stato fatto fuori per il fatto di essere il Commissario al piano di rientro della sanità a sua insaputa. No. Lo ha cacciato la massoneria, quella “deviata” che lui ha combattuto tutta la vita e che si sarebbe, per ciò, vendicata.

E comunque, tanto per chiarire il suo sedicente pensiero, in Calabria tutto ti lasciano fare fino a quando non tocchi i privati.
Ecco. Non sappiamo cosa volesse dire un uomo delle Istituzioni con queste mezze frasi o allusioni ma possiamo intuire che volesse dire: se non dai fastidio agli imbroglioni ed ai criminali che si annidano nella sanità privata, non dai fastidio a nessuno.
Detta così, ci sta bene perché sappiamo, come tutti gli italiani, che nella sanità privata si muovono tanti soldi, e talvolta in maniera illegale, criminale.

E dunque fa bene il Governo a mandare gente che indaghi e colpisca duro.
Ma perché mettere un poliziotto, un generale dell’arma o della GDF a governare il servizio sanitario? Perché deve scovare i criminali, ovvio.
Ma questo lo fanno le Questure e le Procure, non deve farlo il Commissario alla Sanità o la politica.

Se si manda un Commissario poliziotto che, per mandato ricevuto e per sua attitudine professionale deve solo indagare e dunque blocca tutto, ma proprio tutto, servizi, pagamenti, accreditamenti, nomine ecc. ecc. non si governa il servizio, lo si affossa e si aumenta il ricorso a pratiche illecite. Il perché è evidente: se ad esempio si sono scoperti doppi o tripli esborsi per le stesse fatture, liquidate ad imbroglioni con la connivenza di funzionari infedeli, si devono bloccare quelli e solo quelli. Non tutti.

Se non si pagano gli imprenditori per bene, nei cui confronti non v’è neanche un’ombra, se non si eseguono le sentenze della magistratura, ingolfando di pignoramenti gli uffici esecuzioni di tutti i Tribunali, si conducono gli imprenditori per bene alla morosità nei confronti dei fornitori, agli inadempimenti nei confronti dei dipendenti, poi all’usura e poi al fallimento.

Come dobbiamo dirlo, come dobbiamo gridarlo, basta con la Regione commissariata. Mandate pure l’esercito, i caschi blu, mandate chi volete, anche se noi pensiamo che in Calabria vi sono eccome, forze dell’ordine, investigatori e magistrati di prim’ordine ed in grado di fare ciò che deve essere fatto come e meglio di un Commissario sprofondato nella Cittadella regionale che non è stato in grado (non l’attuale, nessuno) di recuperare un solo centesimo del debito che era chiamato a ridurre.

Mandate Mandrake, ma lasciate che la Calabria abbia la possibilità di essere gestita – anche in sanità – secondo le regole della Costituzione, e cioè dagli eletti del popolo.
Non è sano dire che siccome il servizio sanitario funge da greppia per corrotti e corruttori, occorre bonificarlo con un commissariamento illimitato con una antidemocratica abolizione del normale servizio in nome di una emergenza criminale. Anche in Polizia, in Magistratura o in Politica, vi sono corrotti e corruttori: abbiamo abolito la Polizia, o la Giustizia, abbiamo chiuso il Parlamento?

Basta con la demagogia, restituiamo i poteri a chi li deve avere in virtù di quel libretto chiamato Costituzione e pretendiamo che i ladri vengano arrestati dalle guardie. Subito.
Questa sarebbe la vera bonifica.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 maggio 2021

La scommessa di De Magistris nella terra più sfortunata del Paese.-di Piero Bevilacqua

La scommessa di De Magistris nella terra più sfortunata del Paese.-di Piero Bevilacqua

Nel 1926, in un saggio per più versi geniale, Gramsci definiva il Mezzogiorno «una grande disgregazione sociale». Quell’espressione – che forse già allora sottovalutava il peso e il ruolo delle città – oggi è la definizione che meglio di tutte descrive la condizione attuale della Calabria, la regione più povera e male amministrata d’Italia. E il concetto di disgregazione consente di cogliere alcune ragioni fondative della sua condizione materiale presente e della debolezza delle sue classi dirigenti. La Calabria è già in origine una terra disgregata per la sua conformazione fisico-geografica. Non è certo un caso se per secoli, sotto il Regno di Napoli, si è avvertito il bisogno di definirla al plurale, Calabrie, e di compartirla in Calabria Citra e Ultra e poi dividerla, con ulteriore segmentazione, in Calabria Ulteriore Prima e Seconda. A differenza di quasi tutte le altre regioni del Sud non ha mai goduto di un polo aggregatore, una vera città capoluogo, in grado di connettere le sparse membra di un territorio disarticolato, difficile e disperso, in un organismo dotato di una qualche omogeneità e unità.

Reggio Calabria, la città più antica, più grande e dinamica, posta sulla punta dello stivale, era proiettata verso la Sicilia e il Mediterraneo, più che verso l’interno della regione. Mentre Catanzaro e Cosenza hanno vissuto storie separate e la prima, posta al centro del territorio, era economicamente troppo debole per svolgere funzioni egemoniche aggregative. Ricordo che negli anni ’60 e ’70, perfino il partito più coeso e unitario d’Italia, il Partito Comunista Italiano, risentiva di questa frantumazione (che comportava diversità di culture locali, legami con il passato greco o con quello latino o addirittura albanese, difformità di dialetti, tradizioni politiche, ecc) al punto che le tre Federazioni provinciali apparivano tre mondi separati.

Né questa frantumazione territoriale, sociale e politica è stata superata nel corso del secondo ‘900. L’assenza di un sviluppo economico omogeneo, ma per isole, non ha dato vita a un ceto sociale dotato di sufficiente omogeneità di caratteri, in grado di costituire l’intelaiatura unitaria che alla Calabria manca drammaticamente. Questo spiega molte cose dell’attuale disastro politico e amministrativo in cui la regione è stata inghiottita.

Una ragione evidente è che ad ogni tornata elettorale, chi ambisce a diventare presidente, non può contare su una omogenea base sociale – magari resa culturalmente autonoma da un lavoro stabile e dall’indipendenza economica – ma deve trovare accordi con la miriade dispersa dei «grandi elettori», portatori di voti raccattati nei territori, con cui mettere insieme una maggioranza.

Sicché, una volta diventato presidente, il suo compito verrà in gran parte assorbito dalla necessità di rispondere alle richieste delle varie e frantumate clientele che gli hanno consentito il successo elettorale. Mai quindi un grande progetto capace di invertire la disgregazione storica originaria, ma solo piccoli interventi di assistenza, volti a placare soprattutto, con pratiche affaristiche, la grande fame di lavoro della gioventù.

È per questo che, alcuni mesi fa, ad apertura della campagna elettorale, quando seppi che Luigi De Magistris intendeva presentarsi quale candidato, ne fui sorpreso e lieto. Non pochi calabresi, anche di sinistra, appresero la notizia con contrarietà, sentendo la candidatura come l’invasione di campo di un forestiero, come se i precedenti presidenti calabresi avessero compiuto miracoli e se ne sentisse la nostalgia.
Ora, a parte il fatto che De Magistris estraneo alla Calabria non è poi così tanto, avendovi svolto il ruolo di magistrato per alcuni anni. Ma quella «estraneità», o per meglio dire quella «esternità», costituirebbe una risorsa preziosa per il futuro del governo regionale.

La popolarità, il carisma di De Magistris, il fatto – che dovrebbe pesare nel giudizio di tutti i democratici del nostro Paese – di essere stato confermato sindaco a Napoli, la città più difficile d’Italia, dovrebbe garantirgli la possibilità di vincere la partita senza sottostare ai patti con la miriade dei grandi elettori, senza dover assecondare i loro minuti interessi, e poter governare liberamente, secondo progetti ambiziosi di trasformazione strutturale.

Un uomo esterno ai partiti (aggregati di gruppi elettorali, nel migliore dei casi), un ex magistrato in una terra funestata da illegalità e criminalità, un amministratore dotato ormai di una lunga esperienza di governo locale, sarebbe una fortuna per la Calabria.

De Magistris da mesi sta conducendo un’azione che dovrebbe costituire un modello per tutti i politici: sta battendo la regione per ascoltare chi ha da esprimere bisogni, chi è in grado di fornirgli consigli. Ricordo infine un aspetto che oggi – di fronte alla devastante prova data dalle regioni italiane in tempi di pandemia – andrebbe sottolineato, l’attiva posizione che De Magistris ha preso contro l’autonomia differenziata. Non lo hanno fatto né Emiliano né De Luca. Per questo il Partito Democratico (quello calabrese, ma anche quello nazionale) deve assumersi tutta la responsabilità di far riuscire o far fallire questa possibilità e questa speranza per la regione più sfortunata d’Italia.

da 2il Manifesto” 30 aprile 2021
foto dalla pagina fb:Luigi de Magistris Presidente per la Calabria
https://www.facebook.com/dema.calabria/photos/a.104456624317449/472593024170472

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Non è più come nella primavera dell’anno scorso, quando, dalla Calabria assistevamo, attoniti, a quel che accadeva nelle altre regioni, soprattutto in Lombardia. Ora siamo colpiti anche qui nello stesso straziante modo, vediamo intorno a noi parenti e amici infettati da questo virus che, mutando, diventa sempre più pervasivo e strazia famiglie intere nelle città e nei paesi. Gli ospedali sono al collasso e ci sono molte persone, soprattutto anziani, che muoiono a casa senza che sia stato praticato loro un tampone, senza che siano stati visitati da un medico o, meno che mai, curati a casa.

I numeri ufficiali sono diventati in queste ultime settimane in Calabria sempre più preoccupanti: quasi 11.000 casi attivi attualmente, 500 nuovi contagi al giorno e più di 10 morti quotidiani, di cui più della metà nei nosocomi cosentini (ieri, 5 aprile, 7 morti di cui 6 all’Annunziata di Cosenza, 82 in un mese), con un indice di positività del 13-14%, quasi il doppio di quello nazionale che è del 7,9%. Noi meridionali e calabresi temevamo che questa pandemia potesse espandersi e incrudelirsi anche al Sud ed in Calabria perché sapevamo che le nostre strutture sanitarie sono in condizioni disastrose e che i nostri sanitari sono pochi e impreparati alla bisogna.

Temevamo e sapevamo, ma niente è stato fatto, da più di un anno a questa parte, per rafforzare strutture e personale medico. Niente!

Come ci raccontano Rocco Valenti e Massimo Clausi su questo giornale, la Calabria è la sola regione italiana priva di un piano anti-Covid tanto che le terapie intensive sono rimaste 152 (l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani ne ha censite, addirittura, solo 133) a fronte delle 280 appena sufficienti, previste già un anno fa. A fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha la metà: 1,7; la provincia di Cosenza, secondo il decreto 64 del 2016 emanato dal commissario Scura, avrebbe dovuto avere, per esempio, altri 354 posti per malati acuti che, naturalmente, non sono mai stati realizzati.

Era il 30 luglio del 2010 quando Scopelliti fu nominato, da Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni. Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano la tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni stimano essere di più di 1 miliardo.

Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di centrodestra e di centrosinistra, ponessero, con forza, al centro della loro battaglia politica la Sanità. E’ stata, anzi, solo terreno di sterili o dannose polemiche e di totale immobilismo.

Il governo Conte, dopo le tragicomiche vicende dei Commissari che tutta Italia ha potuto vedere in tv, aveva, almeno, provveduto a far montare un Ospedale militare da campo a Cosenza ed aveva permesso a Gino Strada di impiantare una struttura di ‘Emergency’ a Crotone. Ora ‘Emergency’ se n’è andata e l’Ospedale militare di Cosenza è stato, incredibilmente, trasformato in centro vaccinale, mentre all’Ospedale dell’Annunziata i malati Covid inondano gli altri reparti, sabato 3 aprile ne erano ricoverati 137, e le poche terapie intensive sono tutte occupate. Cosa si aspetta a trasformare di nuovo in terapie intensive le strutture sanitarie dell’Ospedale militare?

Il Commissario Longo, nominato ad ottobre, avrebbe, secondo questo giornale, elaborato un nuovo piano rispetto a quello di Cotticelli, ma non avendo inserito la rendicontazione della spesa dei fondi Covid sarebbe stato sospeso dal tavolo interministeriale. Avremmo, dunque, ancora in vigore il piano Cotticelli che, comunque, prevedeva 280 terapie intensive, per poterci avvicinare alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 7,9 attuali, ma dopo 15 mesi dall’inizio della pandemia ce ne sono ancora 152. Sono saltate tutte le possibilità -tracciamento, tamponi e aree rosse circoscritte- di contenere l’epidemia, l’ultima chance sarebbe una campagna vaccinatoria capillare ed efficace.

Ma come è andata, come sta andando con i vaccini? Nel modo peggiore possibile: la Calabria è all’ultimo posto avendo somministrato solo il 78,8% delle dosi distribuite dallo Stato alle Regioni; non si capisce che fine abbiano fatto -come ha chiesto più volte, senza avere risposta, Massimo Clausi su questo giornale- oltre 74.000 dosi che sono ‘sparite’; la percentuale di vaccinati alla voce “altri”, che però comprende anche i “fragili”, è la più alta d’Italia con oltre il 23%, 79.000 su 293.000, mentre i sanitari vaccinati sono 78.000 e gli ultraottantenni solo 82.000 (i dati sono consultabili su: www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/).

Una situazione così catastrofica non può essere più ignorata dal Governo che, invece, deve dare risposte urgenti ai calabresi: perché, nonostante il commissariamento sia della sanità regionale con il poliziotto Longo sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno le stesse cure mediche che spettano, secondo l’art. 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano? Perché non sono stati aumentati le terapie intensive e i letti ospedalieri per le degenze Covid e non-Covid in questi ultimi 14 mesi? Perché non è stato approntato e realizzato un piano sanitario regionale anti-Covid? Perché il piano vaccinale funziona così a rilento e in maniera così poco trasparente in questa regione? Perché il generale Figliuolo – che in occasione della sua visita in Calabria si è incontrato con il commissario Longo e con il Presidente-chef leghista Spirlì- ha certificato, invece, che il piano di vaccinazione predisposto da Regione e struttura commissariale andava benissimo e che non c’erano aggiustamenti da fare?

Una strage degli innocenti, quella che si sta minacciosamente profilando all’orizzonte dei cittadini calabresi nelle prossime settimane? No, di innocenti, qui in Calabria, ce ne sono ben pochi.

da “il Quotidiano del Sud” del 6 aprile 2021

Immagine: Duccio di Buoninsegna,Strage degli innocenti, Museo del Duomo di Siena, inizi XIV secolo.
Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53194180

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Su tutto domina la spazzatura. Un’affermazione improntata a cupo pessimismo morale? No, parlo della spazzatura fisica, reale, quella che nella mia infanzia passava a raccogliere, con un minuscolo bidoncino munito di ruote, un netturbino credo di origini siciliane perché annunciandosi urlava «A munnizza» e a volte, per risparmiare fiato, anche semplicemente «A mizza».

Chi l’avrebbe detto che da lì a qualche tempo quella sarebbe divenuta una delle principali economie del Mezzogiorno? La spesa per la gestione dei rifiuti è, infatti, tra le più rilevanti all’interno dei disastrati bilanci delle regioni meridionali.

In base agli ultimi dati disponibili, questa voce vale 11 milioni di euro in Puglia, 40 milioni in Sicilia, più di 130 milioni in Calabria, addirittura 260 milioni in Campania. Nello stesso periodo e per le medesime attività il Piemonte ha speso 9 milioni di euro e il Veneto soltanto 760 mila euro, nemmeno lo 0,6% di quanto ha speso la Calabria, con una popolazione che è più che due e volta e mezza quella calabrese e un territorio più ampio del 20%! Contemporaneamente la regione Veneto, che è quella che ha fatto meglio, ha differenziato quasi il 75% della sua raccolta rifiuti e la Calabria non ha toccato neppure il 48% (Ispra Catasto Nazionale Rifiuti).

Due facce della stessa medaglia, più si differenzia meno si spende. Ma fino a un certo punto. È fin troppo evidente che la spesa calabrese è abnorme, persino rispetto a quella della Campania se si tiene conto del rapporto fra le due popolazioni. Dove finiscono tutti quei soldi? A chi va in tasca quel tesoro mentre la regione annaspa tra i suoi rifiuti?

Aprire alla coltivazione una discarica – come si dice con termine che forse vorrebbe fare dimenticare l’inquinamento del suolo e dell’aria che questa modalità di trattamento produce – non è solo il modo più semplice e inquinante per affrontare il problema, è anche quello più costoso per le casse pubbliche e più lucroso per gli imprenditori del ramo.

Non si spiega altrimenti, ad esempio, la costruzione in corso in provincia di Reggio Calabria (dove la raccolta differenziata è ferma al 36%) di una nuova megadiscarica per rifiuti non differenziati (400.000 tonnellate) che mette a rischio un’importantissima sorgente d’acqua potabile e distrugge molti ettari di autentiche coltivazioni agricole di qualità ma avrà, nondimeno, un «merito» niente affatto trascurabile.

A conti fatti, smaltire una tonnellata di rifiuti in quella discarica significherà spendere tre volte quanto servirebbe per conferirla all’inceneritore e persino più di quanto oggi costi inviarla fuori regione. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento del regionalismo italiano.

Le nuove «repubbliche regionali», lontano dai riflettori e fuori da ogni controllo, riproducono un mosaico ancor più frazionato e composito di quello che ereditava nel 1861 il nuovo stato italiano, instaurando un regime di concorrenza fra le stesse che non può che condannare la parte più debole, ancora una volta il Mezzogiorno d’Italia, all’arretratezza e al degrado.

da “il Manifesto” del 2 aprile 2021
Foto di prvideotv da Pixabay

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Ha centrato il cuore del problema Maurizio Landini, intervenendo al Congresso di Sinistra Italiana. Sbarazzando il campo dalle fantasticherie giornalistiche sulla diversità dei caratteri fra Conte e Renzi, e da altre amenità di pari consistenza, che sarebbero alla base dello scontro in atto, ha sottolineato che il conflitto nasce da due progetti contrapposti di gestione della crisi pandemica e delle risorse del Recovery Fund. Punto. Landini non si è poi soffermato molto sul tema, anche se ha ricordato che in Europa siamo il paese che ha più a lungo protetto i lavoratori dai licenziamenti.

Un provvedimento che fa tanto innervosire Matteo Renzi, il quale, com’è noto, e come bisognerebbe ricordare a politici e giornalisti senza memoria, brucia di così tanto amore per le condizioni della classe operaia da aver abolito l’articolo 18 e imposto la precarietà e il caporalato di Stato attraverso il Jobs Act.

E oggi il nostro stratega – lo racconta bene Roberta Covelli in La scelta di Renzi: cacciare Conte e portare avanti il programma di Confindustria in Fanpage.it – presso la corte di uno sceicco assassino, dove va a raccattare danaro, si dichiara «molto invidioso» dei salari di fame che gli imprenditori sauditi possono permettersi a Riad. Sulla cui condotta criminale il manifesto ha più volte richiamato l’attenzione (si veda da ultimo, Francesco Strazzari, Il primo, tardivo, segnale di politica pacifista).

Ma che Renzi sia uno dei più temibili uomini di destra della scena italiana è il segreto di pulcinella per i gonzi, e per la vasta fauna di scrittori e cianciatori nulla sapienti, che affollano la scena pubblica italiana. È tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni, di fare patti sotterranei col nemico.

Basterebbe l’elenco delle sue scelte di governo: dal Jobs act, alla Buona scuola, all’esenzione dall’Imu sulla prima casa, alla lotta contro il reddito di cittadinanza, alla critica contro le iniziative di sostegno sociale dell’attuale governo, ecc. Ma basta questo per spiegare la sua caparbia avversione al governo Conte? È solo una prima ragione.

Perché questo governo, lo si voglia o no, per quanto era nelle sue possibilità, ha puntato a proteggere la vita dei cittadini, contro la volontà di Confindustria (e di Renzi) di continuare le attività produttive nonostante il virus (qualcuno ricorda quanto accadeva nelle fabbriche lombarde, nella scorsa primavera?). E ha cercato di attenuare il peso della paralisi economica sulla condizione dei ceti più deboli, con un minimo di distribuzione monetaria.

Ma io credo che Renzi sia animato da un doppio progetto politico, uno immediato e un altro di prospettiva. L’uomo, in realtà non ha alcuna fede, se non in sé stesso, e appoggia i gruppi dominanti per ambizione, per averne in cambio sostegno di potere e danaro. Danaro non per avidità personale, ma per costruire le proprie fortune politiche. Perché primeggiare nel comando è il rovello che non lo fa dormire la notte.

Ebbene, agli occhi di Renzi Giuseppe Conte ha non solo il torto di non avviare subito la vecchia politica di opere pubbliche – oggi in contrasto con lo spirito del piano Next generation – di riaprire i cantieri, vale a dire riprendere il progetto del Tav in Val di Susa, il Ponte sullo stretto, tornare a saccheggiare il nostro territorio, facendo ripartire le grandi opere, magari senza appalti e senza tanti vincoli. Non è solo questo.

Conte ha il torto di tenere insieme due forze diversissime, per anni in reciproco conflitto, facendole cooperare all’interno di uno degli esecutivi di maggior successo in Europa. Chi sostiene il contrario, ricordando il numero dei morti da Covid in Italia, dimentica che la pandemia in Europa è iniziata in casa nostra, quando l’ignoranza sul virus era universalmente totale, e le nostre strutture sanitarie smantellate e impoverite da decenni di tagli.

Ma Conte non solo riesce a far cooperare due forze diverse, con una politica di europeismo critico, che gli è valso un riscontro senza precedenti nella storia dei nostri rapporti con l’Ue. Egli tiene uniti i singoli partiti, i quali non sono partiti, ma coacervi di correnti, gruppi, club, aggregati da collanti labili. Se salta Conte anche questi corpi rischiano di esplodere e nel rimescolamento generale Renzi conta non solo di dar vita a un esecutivo amico, ma di pescare forze fra i fuoriusciti dalla diaspora che seguirebbe.

Il suo l’obiettivo di fondo è di guadagnare nel prossimo futuro una consistenza parlamentare sufficiente a farlo diventare, in modo stabile, l’ago della bilancia di ogni possibile governo. Qualcosa di simile al ruolo di arbitro supremo che si ritagliò a suo tempo Bettino Craxi. È il caso di ricordare, dunque, alla sinistra, ma anche a tutti i democratici, a chi ha a cuore le sorti del paese, che bandire dalla scena politica Matteo Renzi costituisce una delle condizioni inaggirabili per la liberazione e il progresso della vita civile italiana nei prossimi anni.

da”il Manifesto” del 2 febbraio 2021

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

Da una recente ricerca della Svimez emerge un dato di grande rilevanza, che potrebbe rappresentare una svolta storica nel rapporto Nord-Sud nel nostro paese. La Svimez, infatti, ha stimato che nell’anno in corso ben 45.000 giovani meridionali a causa della pandemia sono tornati nel Mezzogiorno, continuando a lavorare in smart working. L’inchiesta è stata condotta su un campione rappresentativo di aziende con oltre 250 addetti, ma prendendo in considerazione il resto dei rientrati (comprendendo insegnanti di scuola e Università) sempre la Svimez stima in circa centomila il numero dei giovani rientrati al Sud che lavorano a distanza.

Per richiamare l’attenzione del ministro Provenzano su questo fenomeno (in quel momento soltanto intuito grazie all’iscrizione dei giovani alle liste regionali per entrare in volontaria quarantena) avevamo scritto una lettera aperta che è apparsa sul Manifesto del 21 giugno ed a cui il ministro ha cortesemente risposto. Purtroppo, a tutt’oggi non vediamo una traduzione concreta di quell’appello che mirava a creare un rapporto stretto tra le istituzioni e questi giovani rientrati nel territorio meridionale.

Ma, quello che non hanno fatto decenni di politiche per il Mezzogiorno, più declamate che fattuali, l’ha fatto l’invisibile mister Covid. Improvvisamente, la fuga dei giovani dal Mezzogiorno non solo si è arrestata, ma si è registrato un, inatteso, grande rientro. Ora, si tratterà di capire quanto di questo cambiamento radicale dei flussi migratori nel nostro paese resterà finita la pandemia. E non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutte le aree esterne al core dello sviluppo economico italiano. Anche nel Centro e nel Nord esistono le cosiddette “aree interne” marginalizzate che hanno visto un rientro di giovani dai grandi centri urbani e aree metropolitane.

Insomma, stiamo assistendo ad un insperato riequilibrio che andrebbe analizzato nei dettagli e accompagnato da politiche che lo incentivino, offendo adeguati servizi: sanità efficiente, connessione digitale, animazione culturale, ecc. Questo “new deal” riguarda non solo il governo, ma anche gli enti locali e il sindacato. Il governo potrebbe incentivarlo sgravando gli oneri sociali alle aziende del Nord per ogni lavoratore in southworking. Gli enti locali potrebbero offrire spazi pubblici gratuiti per il cooworking, oltre a migliorare i servizi pubblici e la connessione digitale.

Ci sarebbe da ripensare il contratto di lavoro in questa chiave di riequilibrio territoriale, che potrebbe offrire dei vantaggi alle grandi città, decongestionandole, quanto alle aree marginali, rivitalizzandole, ma anche agli imprenditori (che potrebbero avere dei risparmi, pensiamo per esempio ai buoni pasto, o ai minori spazi da utilizzare) e ai lavoratori che stando al Sud potrebbero risparmiare sul costo dell’abitazione, sul trasporto, sulla cura della casa e dei figli, ecc. Certo, si perderebbe in socialità, e non è cosa di poco conto, ma si potrebbe anche a pensare a periodi in presenza e periodi di lavoro a distanza.

In breve, si apre una nuova stagione del rapporto tra “luoghi e lavori” che da sempre coincidevano, salvo per sparute élite. Per secoli posto di lavoro e abitazione erano necessariamente vicini e duravano, spesso, per tutta una vita. Adesso, entriamo in una nuova fase che la pandemia ha solo accelerato e che ci offre delle opportunità da non perdere, a partire dal Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 24 novembre 2020
Foto di Alexey Györi da Pixabay

Alle regioni l’80% delle risorse. Il Covid misura il fallimento.- di Battista Sangineto

Alle regioni l’80% delle risorse. Il Covid misura il fallimento.- di Battista Sangineto

Credo che sia abbastanza chiaro a tutti che, alla tragica luce dell’apocalisse sanitaria in corso, la regionalizzazione della sanità è stato un terribile errore. La gestione del Servizio sanitario è nelle mani di amministratori regionali non solo incapaci di opporre alcun valido contrasto alla diffusione del virus, come è avvenuto con le aperture delle discoteche in Sardegna, ma, ora, devono continuamente ricorrere allo Stato per cavarsi d’impaccio.

La sciagurata modifica del Titolo V, non solo non ha reso più efficienti e responsabili i governi locali, ma ha approfondito le differenze fra nord e sud ed ha indebolito il SSN, frantumandolo in venti centri di spesa, di inefficienza e di corruzione.

Si pensi solo alla disperante situazione della Calabria che, ad oggi, non ha ancora neanche un Commissario. Questa tragica débâcle dovrebbe dare modo di ripensare in maniera radicale, come hanno scritto su questo giornale Pallante e d’Orsi, non solo alla regionalizzazione della Sanità, ma anche alla utilità delle Regioni che potrebbero essere sostituite, come Ente intermedio, dalle ben più storicamente radicate Province.

La prima e, fino al 1948, ultima idea di dividere l’Italia in regioni, del resto, fu di Augusto che, nel 7 d.C., suddivise il territorio della Penisola in undici aree, indicate con i numeri, prima ancora che con i nomi. Le regiones augustee, peraltro, assomigliavano pochissimo a quelle attuali tanto che, per esempio, a nord del Po ne esistevano solo due, la IX a ovest e la X a est, con l’attuale Lombardia divisa a metà, mentre l’estremo lembo della Penisola era accorpato in un’unica regione, la III, ‘Lucania et Bruttii’.

I criteri augustei per la ripartizione del territorio della Penisola in regiones erano di ordine etnico e politico. Volti a valorizzare le antiche e differenti tradizioni storiche e culturali, ma con il precipuo compito, ideologico, di conferire unitarietà, nell’ambito dell’impero, allo spazio italiano.

Dopo la fine del mondo antico ed il disfacimento dell’ordinamento romano, abbiamo notizia delle regioni solo a partire dalla Costituzione di Melfi (1231) di Federico II, nel Sud d’Italia, passando per le regioni linguistiche-culturali di Dante Alighieri fino ai vari disegni regionali del Biondo e dell’Alberti; per arrivare, infine, ai disegni del XVIII secolo e ai “dipartimenti” introdotti negli Stati “napoleonici” in Italia. Solo con l’Unità d’Italia Cesare Correnti e Pietro Maestri, disegnarono, nel 1864, la suddivisione in 14 ‘compartimenti’ che avrebbero voluto far diventare Enti governativi intermedi, ma che furono usati, invece, solo per meri fini statistici.

L’Assemblea Costituente, nel secondo dopoguerra, riprese l’idea regionalista, soprattutto sturziana, che fu portata avanti, riassumendo e semplificando, soprattutto dalla Democrazia Cristiana, in funzione di garanzia rispetto ad una eventuale vittoria delle sinistre alle elezioni nazionali.

Erano sostanzialmente contrarie al regionalismo le sinistre e anche le forze laiche e liberali, mentre c’era un partito, il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia che, dopo aver fomentato disordini e rivolte armate nell’isola, ottenne una forma molto larga di autonomia nella Carta costituzionale.

La situazione mutò quando, dopo il 1948, le sinistre furono escluse dal governo del Paese trovandosi all’opposizione, esse si spostarono su posizioni regionaliste al fine di garantirsi spazi politici praticabili.

È, ormai, del tutto evidente a chicchessia che l’Italia dei venti ‘governatorati’ non è, per nulla, preferibile all’Italia unita soprattutto per quel che riguarda la Sanità che oggi mostra, con mortale crudezza, tutta la sua inadeguatezza ed insufficienza, pur avendo assorbito quasi l’80% delle risorse economiche destinate alle Regioni.

Esse non hanno alcuna ragione storicamente fondata di esistere, sono entità territoriali artificiose perché, come diceva Lucio Gambi, “…le nostre regioni storiche costituzionali sono ripartizioni statistiche riverniciate di nome”.

da “il Manifesto” del 19 novenbre 2020
Di Italian region white.svg: Gigillo83derivative work: Kat888 – Italian region white.svg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10457837

Il sogno di vedere al lavoro Emergency e le reti sociali calabresi. di Tonino Perna

Il sogno di vedere al lavoro Emergency e le reti sociali calabresi. di Tonino Perna

Un essere invisibile, anzi un non-essere, visto che questo virus a Rna non ha vita autonoma, ha sconvolto economia, società e vita quotidiana di mezzo mondo. Ha abbattuto il muro dell’austerity europea, aprendo una autostrada alla spesa pubblica in disavanzo. Ricordiamoci che ancora a novembre dell’anno scorso il nostro governo discuteva di quale zero virgola si poteva sforare il tetto imposto da Bruxelles.

Sempre lui, mister Covid, ha fatto emergere tutte le contraddizioni del sistema sanitario, non solo in Italia, mettendo a nudo i disastri di un processo di privatizzazione della salute. È difficile oggi, almeno in Europa, contestare il fatto che la salute dei cittadini è un bene comune che deve essere goduto, gratuitamente, da tutti i residenti in un determinato paese.

Il Covid ha fatto saltare le contraddizioni di questo modo di produzione, sia sul piano delle diseguaglianze sociali che territoriali. In Italia, poi, è esploso il conflitto tra Stato e Regioni e la maggioranza dell’opinione pubblica oggi vorrebbe il superamento della disunità d’Italia, provocato dalla Riforma del titolo V della Costituzione che ha dato poteri sproporzionati alle regioni (come ha ben denunciato Massimo Villone su questo giornale).

Infine, in questi mesi di incertezza, confusione istituzionale, panico crescente, gli italiani hanno scoperto che esiste una Regione che non sembra far parte dell’Italia e della Ue. Nell’immaginario prevalente sui mass media si tratta di una terra selvaggia, abitata da criminali senza scrupoli, dove tutto è abbandonato, dalle strutture economiche a quelle sanitarie, fino al dissesto idrogeologico che portò Giustino Fortunato a definirla «sfasciume pendulo sul mare».

Dagli anni ’50 fanalino di coda di tutte le statistiche che riguardano reddito, consumi, occupazione, e ai primissimi posti nella graduatoria mondiale della criminalità organizzata, la Calabria è ormai considerata, anche nella sinistra parlamentare, come una Regione a perdere, dove si possono mandare gli scarti della dirigenza nella pubblica amministrazione. Se in tutta Italia la sanità è stata oggetto di ruberie, malaffare e criminalità organizzata, qui sembra che esista solo questo e non ci siano speranze di cambiamento.

Ma, grazie sempre a mister Covid, sono diventate insostenibili, esplosive, le contraddizioni della gestione politico-amministrativa della sanità in questa Regione. Il governo non può più permettersi di sbagliare ancora una volta mandando commissari alla sanità che sembrano usciti da un circo equestre. I calabresi, ovvero quella minoranza che non si è rassegnata, hanno esultato di gioia alla notizia del premier Conte di inviare Gino Starda, il fondatore di Emergency.

Certo non mancano le voci del campanilismo becero («non abbiamo bisogno di stranieri»). Non sanno di che cosa parlano, o forse lo sanno bene e temono di perdere i benefici che il sistema politico calabrese gli ha da sempre garantito. Val la pena ricordare che Emergency è presente nella piana di Gioia Tauro- Rosarno da più di un decennio, lavorando fianco a fianco con i migranti delle baraccopoli-tendopoli dell’area, privi di protezione sanitaria.

Pochi sanno che Gino Strada e la sua Ong dovunque abbiano operato hanno valorizzato le risorse locali, formato giovani medici e infermieri, reso possibilmente indipendenti dall’aiuto esterno i territori in cui operano. Anche qui in Calabria esiste una società civile organizzata che può dare un importante contributo a Gino Strada e alla sua equipe se decidesse.

C’è un consorzio di oltre settanta associazioni, fondato da Rubens Curia, insieme a Progetto sud (forse la più antica e significativa esperienza meridionale di welfare comunitario) che da anni lotta per ottenere i diritti dei malati, dei diversamente abili, dell’infanzia, ecc. Si tratta di mettere insieme un’esperienza internazionale, come quella di Emergency, con le migliori risorse umane che esistono in Calabria, per ridare a questa terra e ai suoi abitanti la dignità e i diritti che gli spettano. Fateci sognare in tempi di lockdown.

da “il Manifesto” del 17 novembre 2020
foto: Ambulatorio Emergency a Polistena (RC)

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Le tre regioni (Calabria, Puglia, Sicilia) in cui il rapporto fra casi attualmente positivi e popolazione è il più basso d’Italia (monitoraggio Gimbe, al 6 novembre) sono classificate fra le zone “rosse” e “arancioni”. L’apparente contraddizione si comprende guardando ai famosi 21 indicatori elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità: la classificazione dipende da un insieme di variabili, dalla velocità di trasmissione alla capacità di monitoraggio, e di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti.

Ma dipende anche da un elemento fondamentale: la disponibilità di personale e di posti letto. In queste regioni la dimensione del sistema sanitario è nettamente inferiore rispetto al resto del Paese: è questo che contribuisce a determinare le indispensabili misure più restrittive, ma quindi anche a colpire maggiormente le attività economiche. I ristoranti chiudono anche perché gli infermieri e i posti letto sono troppo pochi.

Perché è così? Questa realtà dipende dalla lunga e complessa storia della sanità italiana: e dalle insufficienze e distorsioni del suo governo in alcune regioni, principalmente del Sud; se si vuole difendere il diritto alla salute dei cittadini, non bisogna mai smettere di ricordare le inefficienze delle loro amministrazioni.
Ma dipende anche da oltre un decennio di politiche sanitarie, ed in particolare dai piani di rientro.

E’ utile comparare l’insieme delle regioni soggette a piani di rientro, includendo dunque anche Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, con le altre; in tempi di polemiche sui dati, ci si può far guidare da un recente rapporto dell’autorevolissimo Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb). Che ci dice l’Upb? Che nelle regioni in piano di rientro al 2017 c’erano 81 dipendenti del sistema sanitario ogni diecimila abitanti contro 119 in quelle senza piano; in particolare c’erano 35 infermieri contro 49, in un quadro italiano in cui il rapporto fra infermieri e popolazione è solo i due terzi della media europea.

E questo senza considerare le regioni a statuto speciale e le province autonome (nel caso della sanità, la Sicilia non rientra in questo gruppo): un vero mondo a parte, nel quale i dipendenti del servizio sanitario sono quasi il doppio, per abitante, rispetto alle regioni in piani di rientro. Le regioni del Centro-Sud affrontano la pandemia con un numero di posti letto, rispetto alla popolazione, significativamente inferiore rispetto a quelle del Nord; inferiore un terzo rispetto al Trentino Alto-Adige.

Questa situazione è frutto delle scelte di più di un decennio: dal 2008 al 2017 il personale nelle regioni in piano di rientro è diminuito del 16%; è sceso del 2% in quelle senza piano di rientro; è aumentato in quelle autonome. Queste tendenze sono state dovute, appunto, alle regole imposte alle regioni che avevano un forte disavanzo sanitario: spendevano più del finanziamento loro assegnato. Necessario intervenire, in tempi difficili per la finanza pubblica: ma il disavanzo si è praticamente azzerato già nel 2014 e le politiche non sono cambiate.

E le condizioni si sono sempre più divaricate, come ben mostrato in un recentissimo studio di Baraldo, Collaro e Marino pubblicato su lavoce.info. Dettaglio interessante, l’Upb mostra che le regioni e le province autonome avevano un disavanzo “virtuale” (il meccanismo di finanziamento è diverso) di pari dimensione e lo hanno ancora oggi: ma sono un mondo a parte; un mondo di privilegi.

Il disavanzo era dovuto a problemi sensibili nell’organizzazione sanitaria, ma anche ai meccanismi di finanziamento. Il tema è complesso, ma riassumibile in una considerazione: le regole del federalismo fiscale si applicano solo quando convengono ai più forti. Tre esempi.

Il riparto del Fondo Sanitario Nazionale non è legato ad una attenta misura dei “fabbisogni” della popolazione, ma è guidato solo dalla dimensione demografica, in parte “pesata” per l’anzianità: così che la spesa per abitante è in Calabria del 18% inferiore a quella emiliana; del 15% in Campania, del 13% nel Lazio; i dati (Istat) sono del 2018, ma questo accade tutti gli anni. E’ sempre indispensabile ricordarlo (ancora ieri in un’intervista il Presidente della Regione Veneto sosteneva «che è un problema di efficienza e responsabilità non di soldi»).

In secondo luogo, nessuno ha mai provveduto ad una misurazione delle dotazioni strutturali (ospedali, macchinari) delle regioni: eppure esse dovrebbero essere “perequate”, dato che è impossibile avere gli stessi servizi con dotazioni molto dispari. Stime di un istituto specializzato (il Cerm) mostravano al 2010 impressionanti divari; ma la spesa per investimenti pubblici in sanità invece di contribuire a ridurli li ha accresciuti: fra il 2000 e il 2017 gli investimenti nella sanità sono stati pari ogni anno a 22 euro per abitante in Campania e nel Lazio, a 84 in Emilia; a 16 euro per abitante in Calabria contro 184 a Bolzano.

Infine, la necessità di tanti pazienti di spostarsi fra regioni, specie per cure che richiedono dotazioni e specializzazioni avanzate (e che vengono pagate dalle Regioni di provenienza, che così hanno ancora meno risorse), è ormai considerato come un dato fisiologico del sistema, e non come una grave discriminazione da correggere.

Tutti gli italiani dovrebbero avere un eguale diritto alla salute. Sia per motivi di equità, sia per il benessere collettivo. Esso non dovrebbe dipendere né da incapacità politiche regionali (nei confronti delle quali il governo nazionale dovrebbe attivare con incisività ben maggiore i suoi poteri sostitutivi), né dalle regole distorte e incomplete del federalismo fiscale italiano.

E non è un problema locale: la diffusione della pandemia ci ha mostrato in tutta evidenza che la salute è un tema nazionale (europeo), che non conosce confini amministrativi: la disastrosa situazione della sanità calabrese non è solo un problema per gli abitanti di quella regione ma per tutti noi.

E dunque, se davvero vogliamo che l’Italia dopo il covid sia meglio di quella che abbiamo alle spalle, la conclusione è molto semplice: si impongono scelte politiche molto diverse. Il Piano di rilancio e le politiche sanitarie dei prossimi anni non possono che mirare a sanare ingiustizie e squilibri, anche superando incapacità e resistenze degli amministratori regionali.

da “il Messaggero” dell’11 novembre 2020

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero la Sanità al centro della battaglia politica.

Il 7 dicembre 2018 viene nominato Commissario unico il generale in pensione Saverio Cotticelli, con una delibera del Consiglio dei Ministri del Governo giallo-verde, firmata da Conte, dal ministro della Salute Giulia Grillo (5stelle) e dal ministro delle Finanze Giovanni Tria. Al cambio di colore del Governo, da giallo-verde a giallo-rosso, il Commissario è rimasto al suo posto anche se, come tutti abbiamo potuto finalmente vedere nel corso della trasmissione televisiva “Titolo Quinto” su Rai 3, nulla sapeva della complessa materia sanitaria e nulla faceva, nonostante sia arrivato il peggior flagello dell’ultimo secolo.

La responsabilità del disastro sanitario calabrese ricade tutta sull’ormai ex Commissario ad acta, il generale Cotticelli? La gran parte sicuramente sì, ma una porzione non irrilevante pesa sulla politica e sui politici calabresi degli ultimi decenni e, soprattutto, degli ultimi dieci anni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare, come avviene a seguito dell’esecrabile modifica del Titolo V della Costituzione, il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Con il comunicato stampa ufficiale, datato 11 marzo 2020, della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione stessa) la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva …e già domani sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che nessuna delle promesse fatte in questo comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo di Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in questa sua incredibile sconsideratezza.

Il nuovo Commissario appena nominato dal ministro Speranza, Giuseppe Zuccatelli, pur volendo sorvolare sull’imbarazzante video sull’inutilità delle mascherine, si era già dimostrato, dal dicembre 2019 ad oggi, del tutto inadeguato come Commissario sia dell’Asp di Cosenza, sia delle Aziende ospedaliere ‘Mater Domini’ e ‘Pugliese Ciaccio’ di Catanzaro.

I calabresi vorrebbero un Commissario capace, magari uno dei molti conterranei degni di ricoprire questo ruolo, ma, soprattutto un Commissario che sia solo “straordinario”, solo per questa emergenza “straordinaria”.
Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali.

Un Presidente ed una Giunta eletti dovranno rispondere agli elettori, mentre i Commissari, come abbiamo sperimentato in questi ultimi 10 anni, non rispondono a nessuno. I cittadini calabresi si aspettano che sia rispettato il diritto alla salute, come recita l’art. 32 della Costituzione, e che questo diritto abbia un identico livello in tutta Italia, compresa questa “inesplorata penisoletta”, come definiva la Calabria Corrado Alvaro, negli anni ‘30.

da “il Manifesto” del 10 novembre 2020
foto: Wikipedia