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Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Le tre regioni (Calabria, Puglia, Sicilia) in cui il rapporto fra casi attualmente positivi e popolazione è il più basso d’Italia (monitoraggio Gimbe, al 6 novembre) sono classificate fra le zone “rosse” e “arancioni”. L’apparente contraddizione si comprende guardando ai famosi 21 indicatori elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità: la classificazione dipende da un insieme di variabili, dalla velocità di trasmissione alla capacità di monitoraggio, e di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti.

Ma dipende anche da un elemento fondamentale: la disponibilità di personale e di posti letto. In queste regioni la dimensione del sistema sanitario è nettamente inferiore rispetto al resto del Paese: è questo che contribuisce a determinare le indispensabili misure più restrittive, ma quindi anche a colpire maggiormente le attività economiche. I ristoranti chiudono anche perché gli infermieri e i posti letto sono troppo pochi.

Perché è così? Questa realtà dipende dalla lunga e complessa storia della sanità italiana: e dalle insufficienze e distorsioni del suo governo in alcune regioni, principalmente del Sud; se si vuole difendere il diritto alla salute dei cittadini, non bisogna mai smettere di ricordare le inefficienze delle loro amministrazioni.
Ma dipende anche da oltre un decennio di politiche sanitarie, ed in particolare dai piani di rientro.

E’ utile comparare l’insieme delle regioni soggette a piani di rientro, includendo dunque anche Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, con le altre; in tempi di polemiche sui dati, ci si può far guidare da un recente rapporto dell’autorevolissimo Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb). Che ci dice l’Upb? Che nelle regioni in piano di rientro al 2017 c’erano 81 dipendenti del sistema sanitario ogni diecimila abitanti contro 119 in quelle senza piano; in particolare c’erano 35 infermieri contro 49, in un quadro italiano in cui il rapporto fra infermieri e popolazione è solo i due terzi della media europea.

E questo senza considerare le regioni a statuto speciale e le province autonome (nel caso della sanità, la Sicilia non rientra in questo gruppo): un vero mondo a parte, nel quale i dipendenti del servizio sanitario sono quasi il doppio, per abitante, rispetto alle regioni in piani di rientro. Le regioni del Centro-Sud affrontano la pandemia con un numero di posti letto, rispetto alla popolazione, significativamente inferiore rispetto a quelle del Nord; inferiore un terzo rispetto al Trentino Alto-Adige.

Questa situazione è frutto delle scelte di più di un decennio: dal 2008 al 2017 il personale nelle regioni in piano di rientro è diminuito del 16%; è sceso del 2% in quelle senza piano di rientro; è aumentato in quelle autonome. Queste tendenze sono state dovute, appunto, alle regole imposte alle regioni che avevano un forte disavanzo sanitario: spendevano più del finanziamento loro assegnato. Necessario intervenire, in tempi difficili per la finanza pubblica: ma il disavanzo si è praticamente azzerato già nel 2014 e le politiche non sono cambiate.

E le condizioni si sono sempre più divaricate, come ben mostrato in un recentissimo studio di Baraldo, Collaro e Marino pubblicato su lavoce.info. Dettaglio interessante, l’Upb mostra che le regioni e le province autonome avevano un disavanzo “virtuale” (il meccanismo di finanziamento è diverso) di pari dimensione e lo hanno ancora oggi: ma sono un mondo a parte; un mondo di privilegi.

Il disavanzo era dovuto a problemi sensibili nell’organizzazione sanitaria, ma anche ai meccanismi di finanziamento. Il tema è complesso, ma riassumibile in una considerazione: le regole del federalismo fiscale si applicano solo quando convengono ai più forti. Tre esempi.

Il riparto del Fondo Sanitario Nazionale non è legato ad una attenta misura dei “fabbisogni” della popolazione, ma è guidato solo dalla dimensione demografica, in parte “pesata” per l’anzianità: così che la spesa per abitante è in Calabria del 18% inferiore a quella emiliana; del 15% in Campania, del 13% nel Lazio; i dati (Istat) sono del 2018, ma questo accade tutti gli anni. E’ sempre indispensabile ricordarlo (ancora ieri in un’intervista il Presidente della Regione Veneto sosteneva «che è un problema di efficienza e responsabilità non di soldi»).

In secondo luogo, nessuno ha mai provveduto ad una misurazione delle dotazioni strutturali (ospedali, macchinari) delle regioni: eppure esse dovrebbero essere “perequate”, dato che è impossibile avere gli stessi servizi con dotazioni molto dispari. Stime di un istituto specializzato (il Cerm) mostravano al 2010 impressionanti divari; ma la spesa per investimenti pubblici in sanità invece di contribuire a ridurli li ha accresciuti: fra il 2000 e il 2017 gli investimenti nella sanità sono stati pari ogni anno a 22 euro per abitante in Campania e nel Lazio, a 84 in Emilia; a 16 euro per abitante in Calabria contro 184 a Bolzano.

Infine, la necessità di tanti pazienti di spostarsi fra regioni, specie per cure che richiedono dotazioni e specializzazioni avanzate (e che vengono pagate dalle Regioni di provenienza, che così hanno ancora meno risorse), è ormai considerato come un dato fisiologico del sistema, e non come una grave discriminazione da correggere.

Tutti gli italiani dovrebbero avere un eguale diritto alla salute. Sia per motivi di equità, sia per il benessere collettivo. Esso non dovrebbe dipendere né da incapacità politiche regionali (nei confronti delle quali il governo nazionale dovrebbe attivare con incisività ben maggiore i suoi poteri sostitutivi), né dalle regole distorte e incomplete del federalismo fiscale italiano.

E non è un problema locale: la diffusione della pandemia ci ha mostrato in tutta evidenza che la salute è un tema nazionale (europeo), che non conosce confini amministrativi: la disastrosa situazione della sanità calabrese non è solo un problema per gli abitanti di quella regione ma per tutti noi.

E dunque, se davvero vogliamo che l’Italia dopo il covid sia meglio di quella che abbiamo alle spalle, la conclusione è molto semplice: si impongono scelte politiche molto diverse. Il Piano di rilancio e le politiche sanitarie dei prossimi anni non possono che mirare a sanare ingiustizie e squilibri, anche superando incapacità e resistenze degli amministratori regionali.

da “il Messaggero” dell’11 novembre 2020

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero la Sanità al centro della battaglia politica.

Il 7 dicembre 2018 viene nominato Commissario unico il generale in pensione Saverio Cotticelli, con una delibera del Consiglio dei Ministri del Governo giallo-verde, firmata da Conte, dal ministro della Salute Giulia Grillo (5stelle) e dal ministro delle Finanze Giovanni Tria. Al cambio di colore del Governo, da giallo-verde a giallo-rosso, il Commissario è rimasto al suo posto anche se, come tutti abbiamo potuto finalmente vedere nel corso della trasmissione televisiva “Titolo Quinto” su Rai 3, nulla sapeva della complessa materia sanitaria e nulla faceva, nonostante sia arrivato il peggior flagello dell’ultimo secolo.

La responsabilità del disastro sanitario calabrese ricade tutta sull’ormai ex Commissario ad acta, il generale Cotticelli? La gran parte sicuramente sì, ma una porzione non irrilevante pesa sulla politica e sui politici calabresi degli ultimi decenni e, soprattutto, degli ultimi dieci anni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare, come avviene a seguito dell’esecrabile modifica del Titolo V della Costituzione, il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Con il comunicato stampa ufficiale, datato 11 marzo 2020, della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione stessa) la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva …e già domani sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che nessuna delle promesse fatte in questo comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo di Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in questa sua incredibile sconsideratezza.

Il nuovo Commissario appena nominato dal ministro Speranza, Giuseppe Zuccatelli, pur volendo sorvolare sull’imbarazzante video sull’inutilità delle mascherine, si era già dimostrato, dal dicembre 2019 ad oggi, del tutto inadeguato come Commissario sia dell’Asp di Cosenza, sia delle Aziende ospedaliere ‘Mater Domini’ e ‘Pugliese Ciaccio’ di Catanzaro.

I calabresi vorrebbero un Commissario capace, magari uno dei molti conterranei degni di ricoprire questo ruolo, ma, soprattutto un Commissario che sia solo “straordinario”, solo per questa emergenza “straordinaria”.
Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali.

Un Presidente ed una Giunta eletti dovranno rispondere agli elettori, mentre i Commissari, come abbiamo sperimentato in questi ultimi 10 anni, non rispondono a nessuno. I cittadini calabresi si aspettano che sia rispettato il diritto alla salute, come recita l’art. 32 della Costituzione, e che questo diritto abbia un identico livello in tutta Italia, compresa questa “inesplorata penisoletta”, come definiva la Calabria Corrado Alvaro, negli anni ‘30.

da “il Manifesto” del 10 novembre 2020
foto: Wikipedia

Il giochetto autonomista solo quando conviene.-di Gianfranco Viesti

Il giochetto autonomista solo quando conviene.-di Gianfranco Viesti

Le convulse discussioni e decisioni degli ultimi giorni hanno mostrato nuovamente come vi sia in Italia un grande e irrisolto problema di rapporti fra il livello di governo nazionale e quelli regionali. Viviamo un periodo talmente eccezionale, e preoccupante, da imporre a tutti ancor più del solito moderazione nei toni e nelle valutazioni.

Nessuno ha certezze: né sulle dinamiche della pandemia, né sulle modalità più adatte per contenerla: ne è prova l’ampia gamma di misure messe in atto, finora, dai diversi Paesi europei.

Gli italiani appaiono oggi molto più critici di quanto non lo fossero in primavera sull’azione del governo nazionale, specie considerando alcuni dei problemi emersi nelle ultime settimane, come quello del finanziamento per potenziare il trasporto pubblico. Ma allo stesso tempo è evidente come nessun governo europeo sia stato in grado non di evitare ma neanche contenere il dilagare della seconda ondata.

Tutti sono alle prese con dilemmi profondi, fra l’imprescindibile tutela della salute dei cittadini, ed il tentativo di colpire il meno possibile l’economia, già piegata dalla terribile primavera: e quindi di tutelare l’occupazione, il reddito, la sopravvivenza delle piccole imprese, il benessere dei cittadini. Nessuno ha facili ricette: paradossalmente è più facile deliberare una chiusura totale che assumere decisioni più articolate; e paradossalmente è stato più facile farlo in primavera che oggi.

E a questo si aggiunga che conflitti fra le autorità nazionali e quelle regionali e locali non sono certo una prerogativa italiana: sono in corso da tempo, con durezza, in Spagna; hanno richiesto straordinarie doti di mediazione alla Cancelliera Merkel in Germania; caratterizzano persino la Francia, dove alcuni Sindaci si oppongono al Primo Ministro.

Tutto ciò detto, il quadro italiano mostra tensioni e frizioni particolarmente forti; una grande confusione. Alcuni territori hanno ignorato le disposizioni nazionali e attuato norme più lasche. È l’incredibile caso della Provincia di Bolzano che ha ad esempio mantenuto orari di chiusura più ritardati dei ristoranti; sulle televisioni nazionali in quei giorni sono stati trasmessi spot pubblicitari che invitavano ad andare in Alto Adige (non sappiamo se programmati da tempo o al momento).

Salvo poi fare una rapida retromarcia quando il numero dei contagi è passato dai 190 del 28 ottobre ai 547 del giorno 31, raggiungendo un’incidenza, rispetto alla popolazione, doppia rispetto alla già altissima media nazionale. Altre Regioni, come Campania e Puglia, hanno invece proceduto a chiusure drastiche delle scuole, da un giorno all’altro, in assenza di indicazioni nazionali: provocando un impatto molto forte non solo sul sistema dell’istruzione ma anche sulla vita delle famiglie, ed in particolare sulle già molto difficili condizioni delle donne.

In queste ore, stando a ciò che trapela nelle cronache, molte regioni si oppongono a misure differenziate territorialmente; colpisce la posizione di molti esponenti politici lombardi che sono contrari per principio (oggi come in primavera) a norme più severe nella loro regione, quasi che così si perpetuasse un delitto di «lesa maestà», e non fosse un’esigenza dovuta ai numeri della pandemia. L’aspetto che più sorprende è che una delle regioni che da anni sta facendo una dura battaglia per ottenere l’autonomia differenziata in nome proprio della sua diversità, rifiuti per principio regole diverse in base a condizioni diverse.

Le valutazioni sanitarie sembrano intrecciarsi con esigenze di consenso politico, pure variabili nel tempo: in queste ore sembra che prevalga l’esigenza di non giocare il ruolo di chi prende le decisioni più impopolari. Intendiamoci: sono decisioni difficilissime, e certamente tutti coloro che sono coinvolti sono in buona fede. Ma i cittadini hanno il diritto di sapere chi, e in base a quali criteri, decide su aspetti così importanti delle loro vite.

È indispensabile una riflessione, come si diceva in apertura, sui livelli di governo. Vi è certamente un eccesso di protagonismo delle regioni: il diritto all’istruzione può essere differenziato e limitato in alcuni luoghi e non in altri da decisioni locali? Può il diritto alla libera circolazione dei cittadini essere impedito (come stava per succedere in primavera/estate) da ordinanze regionali? La risposta dovrebbe essere senz’altro negativa.

E appare una certa debolezza del governo centrale, sinora poco capace di prendere decisioni, anche di differenziazione territoriale, ma in base a criteri, numeri, valutazioni condivisi. Ma proprio la pandemia mostra l’importanza del livello nazionale; le regioni non sono monadi isolate: se un veronese va a cena a Bolzano perché lì i ristoranti sono aperti e si infetta, crea un problema sanitario in Veneto.

In questo quadro introdurre ulteriori elementi di differenziazione dei poteri fra le regioni, come richiesto dai sostenitori dell’autonomia regionale differenziata, sembra decisamente la strada sbagliata. Quando usciremo, auspicabilmente non tardi, da questa situazione eccezionale, sarà invece utile fare tesoro di queste esperienze: e disegnare un sistema più chiaro, meglio definito, di poteri e responsabilità, a vantaggio dei cittadini.

da “il Mattino” del 2 novembre 2020

Un commissario unico per la sanità calabrese.-di Battista Sangineto Nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e chiudere tutto al più presto

Un commissario unico per la sanità calabrese.-di Battista Sangineto Nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e chiudere tutto al più presto

Le misure riguardanti l’epidemia – quelle contenute nell’ultimo Dpcm, ma anche quelle preannunciate in queste ore- sono del tutto insufficienti, soprattutto per le regioni meridionali ed, in particolar modo, per la Calabria. Il 3 maggio scorso avevo scritto, su questo giornale, che in Calabria ci si sarebbe dovuti occupare, a partire almeno da quel momento, delle disastrose condizioni in cui versa la sanità, predisponendo piani sanitari, implementando le scarsissime dotazioni, strutturali e di personale sanitario, dei nostri ospedali e della medicina del territorio per affrontare, con meno terrore, il lungo periodo nel quale avremmo dovuto convivere con il virus.

Alcuni mesi fa temevo che, senza aver incrementato le dotazioni sanitarie e la quantità di medici ed infermieri, l’ampiamente prevista seconda ondata di Covid 19 avrebbe provocato, al Sud, un’ecatombe.

Questi timori sembra che, purtroppo, fossero fondati perché le regioni meridionali sono state investite in pieno da questa seconda ondata e la Calabria, che è fra le regioni con lo scenario 4, è la quarta fra quelle con l’indice Rt più alto, all’1,84, dopo Molise (2,1), Lombardia (2,01) e Piemonte (1,99).

Al contrario di quanto si era auspicato, abbiamo appreso dall’ultima ricerca effettuata dal Sole 24ore –non si avevano notizie ufficiali da parte della Regione- che in Calabria sono state approntate solo 6 terapie intensive in più per un totale di 152, invece delle 300 programmate. In Calabria, dunque, ce n’è una ogni 13.000 abitanti mentre la media nazionale attuale è di una ogni 6.000 abitanti.

Il dato ufficiale riguardante le Usca, “Unità speciali di continuità aziendale”, è che ne risultano in attività solo 14 sulle 35 necessarie. Le Usca dovrebbero rappresentare la risposta della sanità pubblica all’emergenza del Coronavirus sul territorio, per evitare il sovraffollamento delle terapie intensive e in Calabria, dove le terapie intensive sono molto poche, ne mancano 21, cioè il 60%. E molti dubbi e rimpalli di responsabilità tra Commissari e Regione ci sono sull’impiego dei 45 milioni di euro arrivati alla Calabria per la sanità, con i decreti legge 14 e 18 del 9 e 17 marzo 2020.

A Cosenza, per esempio, c’è una sola Usca in funzione, il reparto Covid 19 è già saturo e si stanno ancora approntando alla bisogna altri presidi ospedalieri nella provincia, visto che, finora, non lo si era fatto. Nessuna delle cose che si chiedevano da mesi è stata realizzata in Calabria e ora -con più di 200 contagi al giorno, più di 160 ricoverati di cui almeno 10 in terapia intensiva- noi calabresi non possiamo fare altro che chiedere che si chiuda tutto per due o tre settimane, altrimenti sarà una tragedia non solo sanitaria, ma anche economica perché se si ritarda ancora potrebbe essere necessario, dopo, chiudere per alcuni mesi, come è già accaduto in primavera.

Allo stesso tempo bisogna garantire, come scrive Tonino Perna, a tutte le categorie colpite un reddito di base che, per evitare di far crescere ancora il debito pubblico, si potrebbe far pagare a chi ha continuato a guadagnare da questa situazione: il mondo della finanza, le aziende e le multinazionali come Amazon, Microsoft, Facebook, Big Pharma et cetera.

Mesi di sacrifici, per molti di noi strazianti, sono stati vanificati da un’estate da irresponsabili che il Governo nazionale e quelli locali non sono riusciti, in nessun modo, a gestire. Non voglio maramaldeggiare sulla inopportunità degli inviti fatti, nel corso dell’estate, a venire ad ingrassare qui in Calabria o sulle spese sostenute per spot pubblicitari enormemente costosi e, perlomeno, improbabili invece che per la Sanità pubblica, ma solo rilevare che l’incapacità dei Commissari alla Sanità insieme a quella della Regione hanno prodotto la drammatica situazione nella quale ora ci troviamo.

Se non vogliamo centinaia o migliaia di morti in Calabria, il ministro Speranza deve nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e si deve, purtroppo, chiudere tutto al più presto, per poter riprendere con un po’ più di tranquillità, prima di Natale.

da “il Quotidiano del Sud”, de 2 novembre 2020
Foto di Alina Kuptsova da Pixabay

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

La crisi sanitaria si intreccia con l’economia, la politica e le istituzioni. L’attenzione è tutta sui conti quotidiani del contagio, ed è comprensibile. Ma altre vicende in atto, oggi in parte oscurate dal fracasso mediatico, peseranno sul paese anche dopo la pandemia.

Il 2 ottobre Galli e Gottardo, economisti della Cattolica e dell’Osservatorio per i conti pubblici italiani (Ocpi), attaccano il Mezzogiorno con un saggio che ho già citato su queste pagine. La tesi di fondo è che la spesa pubblica ha favorito e favorisce il Sud, ma non ne ha risollevato né può risollevarne le sorti, perché il Sud non riesce a beneficiarne per la debolezza delle istituzioni (in ipotesi, inefficienti, clientelari e quant’altro). Cottarelli e Galli ribadiscono la tesi (Domani, 14 ottobre). L’Agenzia per la coesione, voce pubblica e ufficiale, giunge nei Conti pubblici territoriali (Cpt) a conclusioni opposte. È seguita dalla Svimez, da studiosi e commentatori, tra cui io stesso. È censurata dagli economisti Ocpi. Qualcuno sbaglia, o magari imbroglia?

È semplice. Si espungono alcune voci dalla spesa pubblica computabile nel raffronto Nord-Sud, e per magia non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord. Ocpi espunge anzitutto società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo «pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori». Una questione esclusivamente di mercato? L’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, qualunque politica di riequilibrio territoriale sarebbe preclusa a quelle società. Anzi, potrebbero solo dividere ulteriormente il paese. Ma allora come giustificare la presenza pubblica? La sola risposta sarebbe una privatizzazione integrale.

Si espunge poi la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Ma le pensioni in atto sono – e saranno per molti anni – basate anche sul metodo retributivo, e quindi almeno in parte a carico della fiscalità generale. Ancora, al Sud la vita costa meno. Dimenticando che i servizi di cui dispone il cittadino del Mezzogiorno sono di gran lunga inferiori. Infine, chiude la partita la debolezza istituzionale, perché in essa si bruciano le risorse pubbliche che non giungeranno mai a migliorare le sorti del Sud. Quindi, sono uno spreco che reca al paese danni, non vantaggi. Concorrono persino ad accrescere il debito pubblico.

Siamo chiari su un punto. Nessuno assolve il ceto politico e le classi dirigenti del Sud, certamente colpevoli. Né si nega la necessità di scelte oculate (come chiedono Drago e Reichlin (Corriere della Sera, 19 ottobre). Ma le false rappresentazioni e i luoghi comuni sul Sud, che sono alla base dell’autonomia differenziata, tali rimangono anche in panni di accademia. Oggettivamente, si spara a chi vorrebbe assumere tra le priorità essenziali per i fondi Ue un favor per il Sud allo scopo di ridurre il divario territoriale. Al tempo stesso, si offre un assist al separatismo dell’autonomia differenziata. Alla fine, secessione dei ricchi e spacchettamento in repubblichette diventano cosa buona e giusta.

E Boccia? Abbiamo già criticato la debolezza della sua proposta, e non ci ripetiamo. Quanto al nuovo regionalismo che predilige, tutto concertazione tra esecutivi e conferenze, è palesemente a rischio di letture strumentali e in malam partem. Vediamo poi commenti per cui il premier Conte vorrebbe evitare scelte impopolari mettendole nelle mani dei governatori, già sicuri di aver guadagnato come categoria un Oscar alla carriera per l’emergenza sanitaria. La sintonia con la strategia Boccia è evidente. Ma l’istinto di sopravvivenza di Conte si traduce in una debolezza di tutte le istituzioni nazionali.

Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate. Si coglie la vacuità e in qualche punto la pericolosità della proposta riformatrice in giallorosso, dal taglio del parlamento ai correttivi di là da venire. Mentre a destra avanza un progetto ben più concreto e condiviso di frammentazione in chiave di autonomia differenziata bilanciata dal presidenzialismo. Bisogna vigilare e resistere. Ogni passo ci allontanerebbe dalla Costituzione e dalla Repubblica una e indivisibile.

Solo il Servizio pubblico può contenere l’epidemia.-di Edoardo Turi Le Regioni del Sud in affanno.

Solo il Servizio pubblico può contenere l’epidemia.-di Edoardo Turi Le Regioni del Sud in affanno.

Per la previdibile recrudescenza autunnale dei casi di Covid e le nuove misure di prossima emanazione è utile uno sguardo critico. Le epidemie non sono nuove per l’umanità che convive con malattie infettive da sempre per scelte operate dall’uomo: allevamento animale (morbillo), commerci (peste), guerra (spagnola). La rivoluzione industriale dell’Ottocento modificò l’epidemiologia con comparsa di malattie cronico-degenerative (cuore, polmoni, diabete, tumori) per nocività da lavoro e ambientale, consumi e riduzione di malattie infettive per miglioramento di condizioni di vita nel mondo a capitalismo avanzato (acqua, abitazioni, alimenti, farmaci, vaccini, servizi sanitari).

Nel Sud del mondo le malattie infettive sono ancora un flagello. Il capitale ha avuto interesse a ridurre le malattie infettive interferenti con la produzione ma non le malattie cronico-degenerative: sviluppo in tarda età, non subito mortali, motivo di profitti con farmaci e diagnostica. L’epidemia da Covid nasce da sfruttamento ambientale (megalopoli), salto di specie (pipistrelli) e globalizzazione. Le società industrializzate hanno diminuito prevenzione e controlli, preferendo vaccinazioni e farmaci a più alta redditività di capitale.

L’Italia taglia la spesa sociosanitaria, per vincoli Ue e fiscal compact in Costituzione, e indebolisce il Servizio Sanitario Nazionale(SSN) con l’idea di «Sistema» (usato da molti al posto di Servizio, erroneo sinonimo teorizzato dal pensiero neoliberale come complementarietà tra SSN pubblico e privato). La spesa sanitaria è il 70% dei bilanci regionali e il personale incide al 60%, settore ad alta intensità di lavoro umano. Qui i tagli: un falso in bilancio, che sposta la spesa da personale a acquisizione di beni e servizi: erogatori privati, esternalizzazioni, convenzioni di medici/pediatri di base, specialisti ambulatoriali, consulenze.

Più del 50%: il privato fa profitti con regole meno severe del pubblico su assunzioni, con ricorso a partite Iva, licenziamenti, riappropiandosi del prelievo fiscale. Le mutue integrative, prospettate in molti CCNL, sottraggono altre risorse con la defiscalizzazione. L’epidemia conferma: privati posti letto Covid, test sierologici e tamponi, Unità domiciliari Covid, precariato. Toscana, Veneto, Lombardia, Le Case della Salute invece inEmilia-Romagna autorizzano tamponi molecolari nel privato. Recovery Fund e Mes al 50% prenderanno queste strade. Una «ri-mutualizzazione» del SSN, che compra prestazioni private a costi elevati e non produce servizi, anche nell’epidemia è subalterno al privato.

Il SSN è impreparato all’epidemia perché, in attesa di vaccino o farmaco, e l’imbuto di tamponi, laboratori, difficoltà al tracciamento dei contatti, che richiede centinaia di operatori, non si è pensato in questi mesi a specifici servizi di prevenzione e cura Covid con organico dedicato, come si fece in passato per l’Aids. Alla morte da Covid si somma anche quella per blocco di attività sanitarie come durante il lockdown. Il SSN deve attrezzarsi a convivere con la pandemia, per non chiudere il Paese, con danni a salute, lavoratori esposti (iniziando con classificare correttamente Covid nel rischio biologico 3, trasmissibile alla popolazione), istruzione e reddito dei cittadini.

Il lavoro agile è un privilegio di classe senza regole che scarica costi sui lavoratori. Serve subito una ripubblicizzazione della sanità con assunzioni sufficienti, concorsi regionali per discipline, graduatorie a scorrimento e re-internalizzazioni, compresa la medicina di base, ripensandone la formazione collocandola in ambito universitario oltre il numero chiuso.

Le Regioni, con tagli di spesa, diventano traduttrici di confuse indicazioni di Governo e Ministero della salute: siamo al regionalismo differenziato anticipato da un governo di centro sinistra con la modifica del titolo V della Costituzione e il Sud al palo con guerra delle ordinanze e costo diverso dei tamponi. Non serve il centralismo, ma un giusto rapporto costituzionale Stato-Regioni-Comuni, negli organismi previsti, per l’ uniformità dei diritti. Il SSN ha poi un vulnus democratico, aggravato dagli accorpamenti di Aziende Sanitarie, Distretti enormi, incapacità dei Comuni di rappresentare le realtà locali nei confronti delle Regioni e direzioni aziendali anacronisticamente simbolo di una verticalizzazione autoritaria.

Decentramento e partecipazione sono negate, erano le bandiere della sinistra che, dopo anni di governo, non può accusare altri. Le Case della salute, che Maccacaro pensò nel 1975 erano realtà partecipative in Usl e Distretti piccoli, riviste nel 2004 dalla Cgil, per una trasformazione della medicina territoriale come presa in carico dei cronici in ASL. Le Case della salute invece in Distretti di grandi dimensioni, presenti in poche Regioni, sono spesso proposte come soluzione a tutto, senza adeguate risorse e progettualità. Ma serve un movimento di lotta a partire dall’epidemia che apra su questo conflitti e vertenze, scuotendo la pigra sinistra.

L’autore è medico-Direttore Distretto ASL Roma e partecipa al Forum per il diritto alla salute- Medicina democratica

da “il Manifesto” del 18 ottobre 2020
Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

La recrudescenza Covid domina la politica e l’informazione, focalizzando l’attenzione sulle cifre della crisi sanitaria e sugli interventi per contenere il contagio. Finirà, speriamo presto. Ma intanto passano in secondo piano questioni urgenti, e destinate a produrre effetti duraturi. Fra queste, i temi delle riforme istituzionali.

Per una parte, e salvo pulsioni di presidenzialismo o di sindaco d’Italia, o di una ennesima “grande” riforma, si tratta di una strategia che non va oltre la riduzione del danno recato all’istituzione parlamento con il taglio, contempla interventi di scarsa efficacia, e sconta tempi non brevi. Solo un tema di peso è immediatamente in agenda, intrecciandosi con la gestione della crisi: l’autonomia differenziata, con la legge-quadro del ministro Boccia tra i collegati alla legge di bilancio, su un binario ad alta velocità.

L’Italia delle repubblichette è in marcia. La crisi Covid ha spostato l’asse politico-istituzionale del paese. Il feudalesimo dei partiti ridotti ad assemblaggi di potentati locali, da tempo in atto, è ora in piena vista. Ne sono riflessi la debole politica istituzionale di Palazzo Chigi, la pressione delle regioni del Nord – sostenuta da un forte schieramento di poteri economici e accademici – per un favor sulle risorse Ue, l’incapacità delle altre regioni di fare squadra e di reagire. Lo prova il 2 ottobre un saggio, in chiave antimeridionale, di Galli e Gottardo, dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani: La mancata convergenza del Mezzogiorno: trasferimenti pubblici, investimenti e qualità delle istituzioni.

Il 30 settembre, in audizione nella Commissione bicamerale per le questioni regionali, il ministro Boccia richiama la sua legge-quadro già nota, solo cancellando il commissario ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Non risponde alla censura sulla inidoneità tecnica della legge-quadro a vincolare e limitare intese approvate con la legge rinforzata di cui all’art. 116, comma 3, della Costituzione.

Scommette sui Lep, senza peraltro rilevare che nella sanità, dove già ci sono (Lea, livelli essenziali di assistenza), non hanno impedito che il servizio sanitario nazionale fosse ridotto a mera etichetta, con il fondamentalissimo diritto alla salute garantito in modo assolutamente diseguale. E senza considerare che i Lep non si opporrebbero di per sé alla regionalizzazione integrale di servizi e infrastrutture materiali e immateriali essenziali per l’unità del paese.

Lamenta la conflittualità tra s
tato e regioni, censurando l’eccessiva propensione dello stato a impugnative inammissibili o infondate (categorie invero non cumulabili), senza chiedersi se non ci sia piuttosto da riscrivere almeno in parte il Titolo V della Costituzione. Teorizza invece che dalla crisi è emerso un nuovo regionalismo, centrato sulle conferenze e sulla concertazione tra esecutivi, destinato a consolidarsi. Senza cogliere che il modello, scelto dal governo, ha prodotto e in prospettiva potrebbe solo accrescere l’emarginazione del parlamento, e male si inserisce nell’impianto costituzionale.

In tale contesto l’autonomia differenziata è utile e pronta all’uso. Non allontana l’Italia delle repubblichette l’audizione di Bonaccini – che riteniamo stia tuttora studiando come segretario Pd – il 6 ottobre nella stessa Commissione bicamerale. Sollecita fortemente una rapida intesa con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, respinge qualunque ipotesi di ricentralizzare la sanità e ribadisce che l’autonomia differenziata emiliano-romagnola è cosa buona e giusta.

Ci permettiamo di dubitarne, confortati dal deputato Piastra (Lega) che lo ringrazia per “avere dimostrato la sua volontà politica di sostenere, in quanto presidente della Regione Emilia-Romagna, i governatori della Lega in questa battaglia importante per chiedere più poteri allo Stato centrale”. Inoltre, insiste ancora che l’Emilia-Romagna non chiede un euro in più. Dimenticando le prove – che Galli e Gottardo cercano invano di confutare – di una spesa pubblica sbilanciata a favore del Nord. Forse ritiene che bastino i Lep, su cui insiste molto.

Magari pensa che così la manciata di euro destinata per asili nido a Reggio Calabria si avvicinerà ai milioni assegnati a Reggio Emilia. Ma se la memoria non ci inganna, al momento gli asili nido non sono materia Lep. E allora lasciamo tutto com’è?

da “il Manifesto” del 15 ottobre 2020

Autonomia per pochi. L’azzardo di trasferire più poteri ai governatori.- di Gianfranco Viesti

Autonomia per pochi. L’azzardo di trasferire più poteri ai governatori.- di Gianfranco Viesti

Si torna a parlare di autonomia regionale differenziata; cioè delle richieste di alcune delle amministrazioni regionali di avere poteri più estesi, con le relative risorse finanziarie, rispetto alla situazione attuale. È bene ricordarlo: non di autonomia regionale; ma di autonomia regionale differenziata.

Nella discussione degli ultimi tempi sembrano mancare riflessioni, e proposte, su un fondamentale interrogativo: quali poteri e in quali materie sarebbe opportuno concedere a quali regioni?

La discussione su questo tema è resa difficile da due circostanze. In primo luogo, quelle che per prime e con maggiore enfasi hanno fatto richiesta di maggiori competenze, e continuano a chiederle (e cioè Veneto e Lombardia, e pur con alcune differenze, l’Emilia-Romagna) hanno proposto che fossero loro attribuiti maggiori poteri in tutti gli ambiti in cui ciò è teoricamente possibile in base all’articolo 116 della Costituzione, così come riformato nel 2001.

Le richieste coprono praticamente tutti gli ambiti dell’intervento pubblico, dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture all’energia, all’ambiente, alle politiche industriali e molto altro ancora. Hanno chiesto, cioè, con una scelta dall’evidente significato politico, il massimo possibile.

In secondo luogo, da parte di tutte le Amministrazioni Regionali (non solo delle tre citate) c’è un evidente, diffuso, favore, ad ottenere nuove competenze, con le relative risorse, perché ciò aumenta il loro potere di gestione e di intermediazione, il loro peso politico. Altre si sono infatti accodate alle prime.

Tuttavia, non si tratta di una richiesta di aumentare le competenze di tutte le regioni. Sarebbe del tutto lecita, naturalmente; ma dovrebbe seguire un iter giuridico e politico completamente diverso. E chissà quale sarebbe a riguardo l’opinione degli italiani; specie dopo che la crisi del coronavirus ha mostrato e sta mostrando l’importanza fondamentale di regole e indirizzi nazionali, validi per tutti, anche in ambiti già fortemente regionalizzati come quello sanitario. Ciascuna regione sta chiedendo di ricevere maggiori competenze per se stessa, indipendentemente dalle altre.

In base a quali valutazioni dovrebbe essere opportuno spostare quella specifica competenza dal livello nazionale a quella specifica regione? Perché, ad esempio, il Veneto (e non le altre regioni italiane) dovrebbe acquisire dallo Stato maggiori poteri (e risorse) in ambito infrastrutturale? Per quanto paradossale possa sembrare, negli articolati documenti che in particolare le tre citate Regioni hanno messo a punto a sostegno delle proprie richieste non c’è mai una risposta precisa a questa domanda.

Spesso ci si limita a sostenere che l’amministrazione regionale è più efficiente di quella nazionale oggi competente. Ma, a parte che si tratta di auto-valutazioni piuttosto discutibili, e quantomeno da sottoporre a verifica indipendente (ancor più dopo le vicende lombarde di quest’anno), non pare un criterio sufficiente.

Bisognerebbe dimostrare i vantaggi per i cittadini di questa nuova organizzazione. Ad esempio sarebbe meglio per studenti e famiglie che (come richiesto da Lombardia e Veneto) gli insegnanti delle scuole fossero selezionati su base regionale e non nazionale, e che fossero dipendenti dall’Assessorato e non dal Ministero? Ma questo non basta. Perché spostando una competenza dal governo centrale ad un governo regionale bisogna capire cosa potrebbe accadere a tutti gli altri cittadini italiani; questo, anche indipendentemente da qualsiasi considerazione di natura finanziaria.

La scuola italiana funzionerebbe meglio se gli insegnanti di alcune regioni fossero (come oggi) dipendenti del Ministero, e quindi ad esempio con la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, mentre in alcuni casi il loro status sarebbe diverso e la loro mobilità governata da regole specifiche, diverse da regione a regione? Che cosa succederebbe al sistema infrastrutturale nazionale, alle grandi reti, se alcune parti di esse finissero nelle potestà regionali, e fossero governate con regole diverse da caso a caso?

Si dice: nelle infinite richieste ve ne sono diverse che potrebbero comportare uno snellimento e una semplificazione delle procedure amministrative, a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Come detto, la loro estensione è straordinariamente ampia: la legge approvata a riguardo dal Consiglio regionale del Veneto il 15.11.2017 consta di ben 66 articoli! È del tutto possibile che alcune delle richieste di carattere amministrativo possano essere opportune. Ma allora la domanda è: se spostare alle regioni il tale procedimento è chiaramente un bene, perché farlo solo per alcune e non per tutte?

Si ricade, insomma, ancora una volta sulla questione di fondo: non si sta discutendo di formulare nell’intero Paese il quadro dei livelli di governo, alla luce dell’esperienza dei venti anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Come sarebbe opportuno. Ma a patto di prevedere un ampliamento dei poteri regionali in alcuni casi ed una loro riduzione in altri, e di sancire con chiarezza la necessità di regole e principi nazionali di fondo in tutti gli ambiti più importanti.

Si sta discutendo di autonomia regionale differenziata: più poteri e risorse in alcuni territori ma non in altri. È per questo motivo di fondo che questo processo appare potenzialmente pericoloso. Se si vuole migliorare il funzionamento dell’intero Paese, sarebbe ora di ripensare, come appena si diceva, all’equilibrio fra centro e regioni nel suo insieme, in tutti gli ambiti. E di avviare parallelamente quel cammino previsto dalla legge 42 sin dal 2009 di profondo ridisegno delle regole di allocazione a tutte le regioni delle risorse finanziarie correnti, per esercitare i loro poteri, e di risorse finanziarie aggiuntive (ad alcune) per colmare i propri deficit infrastrutturali.

C’è un drammatico bisogno di rendere l’Italia un Paese più giusto ed efficiente; ancora più alla luce della terribile pandemia e di ciò che potrà scaturirne. Per farlo bisogna tornare a discutere a fondo di politica; di regole e criteri generali. Non disegnare scorciatoie straordinarie per alcuni.

da “il Messaggero” del 10 settembre 2020

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

È mancato due volte, martedì, il numero legale alla Camera. Dato l’argomento in discussione – comunicazioni del ministro Speranza sul contenimento del virus – una vicenda non banale. Incidente di percorso, o fibrillazioni nella maggioranza? Vedremo. Il voto amministrativo e i ballottaggi hanno rinsaldato Palazzo Chigi. Paradossalmente, la recrudescenza della crisi Covid aiuta, distogliendo l’attenzione dall’emergenza economica e sociale, che invece è già ora, e sarà, il vero punto focale.

Le domande di fondo restano le stesse: quale progetto di paese? Chi decide, come e dove? Come si distribuiscono le risorse Ue? A Bari, alla Fiera del Levante, il premier Conte ha sottolineato l’attenzione per il Mezzogiorno, affermando che “l’Italia intera può recuperare la visione e lo status di potenza economica e industriale del passato se si riparte soprattutto dalle regioni del Sud”.

Ha esaltato le risorse Ue come “opportunità per ricucire il paese”. Per la sede, scontiamo un minimo di dolus bonus. Il 29 settembre a Roma, assemblea di Confindustria, Conte ha richiamato il Sud solo per difendere la fiscalità di vantaggio introdotta. Tuttavia il Nord “non potrà mai crescere in modo sostenuto se non crescerà insieme al Sud e al resto dell’Italia”.

A Roma e Bari si intravede la tesi – copyright Svimez e altri – che nel Sud va avviato il secondo motore del paese. Il 15 settembre il ministro Gualtieri, nelle commissioni riunite bilancio e finanze della Camera, ha implicitamente riconosciuto che le risorse Ue per l’Italia sono correlate al ritardo del Sud. Che dunque – aggiungiamo – ha particolare titolo a beneficiarne. Ma è un indirizzo che non troviamo scritto in chiaro nella Nota di aggiornamento al Def (Nadef) appena pubblicata.

Dunque, si cambia o no rotta rispetto alla strategia di staccare e far correre la locomotiva del Nord, come avrebbero voluto i fautori dell’autonomia differenziata separatista? Forse. In ogni caso, con due interrogativi.

Il primo è sulla coerenza e adeguatezza della strategia operativa. La raccolta indifferenziata di circa 600 progetti da parte di amministrazioni di ogni livello – ora a quanto pare ridotti a un centinaio dal comitato interministeriale (Ciae) – non favorisce chiare priorità e un’idea di paese. Il secondo viene dall’autonomia differenziata. Come interagisce con il piano di recupero e la destinazione delle risorse Ue?

Il 30 settembre nella Commissione per le questioni regionali il ministro Boccia insiste sui Lep, sulla legge-quadro da lui proposta, sulla concertazione tra esecutivi. E a quanto risulta la legge-quadro è inserita tra i collegati alla Nadef, su un binario parlamentare veloce. Gli aspiranti separatisti festeggiano (Corriere del Veneto Venezia-Mestre, 7 ottobre).

È una strategia di cui abbiamo già criticato la debolezza verso la bulimia competenziale del separatismo nordista. Che ne pensa il ministro Boccia del (fallito) tentativo targato Pd di devolvere al Veneto per via di emendamento i servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero (Giornale di Vicenza, 7 ottobre)? Si spacchetta l’Italia un pezzetto alla volta? Né la legge quadro bloccherebbe la conflittuale cacofonia politica e istituzionale evidenziata dal Covid, e da ultimo ribadita da Zaia (Corriere della Sera, 7 ottobre). Né ancora favorirebbe strategie nazionali di “ricucitura del paese” in settori cruciali: sanità, scuola, infrastrutture, ambiente.

A Bari, alla Fiera, Emiliano ci informa che proprio sui Lep c’è stata una rottura Nord-Sud: “ … insieme ad altre regioni del Sud, abbiamo deciso di non partecipare al tavolo della Conferenza Stato-Regioni che sembrava aver definito, nell’esclusivo interesse del Nord, la questione dell’autonomia e, conseguentemente dei Lep”. Nel modello conferenze gli interessi dei più forti hanno storicamente prevalso, e possono sempre prevalere.

In ogni caso, vittima designata è il parlamento, in prospettiva ridotto a recettore di scelte fatte altrove. E preoccupa che Conte a Bari per i progetti e i fondi Ue annunci strutture ad hoc al fine di “monitorare efficacemente e di realizzare nei tempi certi i progetti programmati”. Sarebbe il caso che tra le tante semplificazioni il governo ne praticasse subito una, su se stesso. Magari parlando un medesimo linguaggio.

da “il Manifesto” dell’8 ottobre 2020

Dalla punta dello stivale un calcio alla Lega.- di Tonino Perna

Dalla punta dello stivale un calcio alla Lega.- di Tonino Perna

La corsa di Salvini si ferma nel profondo Sud. Quella che era stata chiamata la città dei Boia chi molla, dopo la rivolta per il capoluogo, che venti anni fa aveva dato ampi consensi al sindaco postfascista Giuseppe Scopelliti, ferma la corsa di Matteo Salvini. Nella spartizione delle città calabresi il leader della Lega aveva voluto con forza, scontrandosi duramente con i rappresentanti locali di Forza Italia, la città metropolitana di Reggio Calabria, dando in pasto a Fratelli d’Italia e a Forza Italia, rispettivamente Crotone e Cosenza.

I numeri erano dalla sua parte. Tutti i sondaggi davano il centro destra in grande vantaggio, a causa, innanzitutto, di una permanente presenza di spazzatura nella città, di una ricorrente mancanza d’acqua in alcune zone, di buche nelle strade e un generale stato di abbandono. La giunta di Giuseppe Falcomatà, figlio di Italo, il sindaco della primavera reggina negli anni ’90, aveva perso progressivamente il grande consenso iniziale che aveva riscosso nel 2014 con oltre il 60 per cento di voti al primo turno. Tanti di coloro che l’avevano votato non ne volevano più sapere. Le attenuanti non mancavano.

Aveva ereditato un enorme debito dalla giunta Scopelliti che bloccava la spesa corrente, dirigenti comunali nominati dalla vecchia amministrazione che dimostravano scarso spirito di collaborazione, le tasse comunali al massimo come impone la Corte dei conti quando un Comune è in predissesto. Allo stesso tempo, non si potevano nascondere le colpe evidenti: l’avere scelto giovani assessori privi di esperienza e professionalità, il non ascoltare chi gli era vicino, una sorta di supponenza iniziale e la scarsa empatia, che invece era una caratteristica del padre che si era fatto amare e votare anche da una parte del popolo dei “boia chi molla”.

C’erano, in sostanza, tutti gli ingredienti perché Salvini potesse conquistare la prima città metropolitana del Sud. La scelta era ricaduta sul segretario comunale di Genova, tale Antonino Minicuci, nativo di Melito, un Comune della costa jonica reggina. La ragione di questa scelta è riassunta nelle parole del leader leghista: chi ha fatto il nuovo ponte di Genova lo farà sullo Stretto di Reggio e Messina. Non male come marketing elettorale, contando sul fatto che una parte dei reggini vorrebbe il famoso ponte. Ma, Salvini non ha fatto i conti con la memoria del popolo reggino. Chi per anni ha insultato i meridionali in tutti modi non può pensare che basta adesso chiamarli “italiani” in nome di una comune lotta ai migranti, agli ultimi della terra.

Non può pensare che passi inosservata, la sua strategia che punta sull’autonomia differenziata che in nome di un falso federalismo sottrarrebbe al Sud decine di migliaia di miliardi l’anno (esistono diverse stime che vanno da 36 a 60 miliardi!). In fondo, il successore di Bossi non ha abbandonato la stella padana nella sua visione della politica economica, ma per allargare la base del consenso ed arrivare al governo, ha semplicemente sostituito il “Nord” con “Salvini”, e i meridionali con gli immigrati definiti“ terroristi, criminali, parassiti, e untori al tempo del Covid”.

Questa strategia ha pagato in termini di consenso portando la Lega a diventare, nei sondaggi dell’anno scorso, il primo partito italiano con un incredibile 34-36% di intenzioni di voto. Poi, un signor nessuno, quello che sembrava solo un uomo di paglia, un prestanome, con un colpo da maestro della politica l’ha messo fuori gioco. E da allora, lentamente, la Lega con Salvini ha cominciato a perdere terreno, fino ad arrivare alla pandemia che ha fatto emergere il premier Conte ed ha messo in affanno un frastornato e confuso leader leghista che ha continuato a far suonare un disco rotto.

Con la sconfitta a Reggio Calabria, che avrebbe dovuto essere una passeggiata, ci sarà anche una resa dei conti nella Destra tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia che proprio in questa città è risultato il primo partito. Ma, soprattutto, suonerà la sveglia per le popolazioni meridionali che si erano fatte abbindolare da un leader padano che faceva finta di parlare italiano, sia pure in forme non ortodosse.

da “il manifesto” del 6 ottobre 2020
foto da pagina fb ufficiale Giuseppe Falcomatà

La Battaglia del Mezzogiorno.- di Massimo Veltri

La Battaglia del Mezzogiorno.- di Massimo Veltri

L’utilizzo del Recovery Fund riaccende la miccia della battaglia fra nord e sud. Non è enfatico né fuori luogo definire battaglia il contrasto asprissimo che si sta sviluppando da mesi ormai fra il nord del paese e le regioni del sud. Contrasto che parte, se proprio vogliamo dare un inizio alle cose, da quando la voglia matta di secessione innescata dalla folle rivisitazione della Costituzione del 2001, diede fiato e fuoco a Zaia, Fontana-ma pure a Bonaccini e a personalità fino ad allora insospettabili d’essere in odore di frazionamento del paese-per attribuire numerosissime competenze esclusivamente alle Regioni, Stato centrale a prescindere.

Lo scoppio del Covid, le terribili emergenze conseguenti e, non ultime, le durissime prese di posizioni espresse da personalità indiscusse come per esempio Massimo Villone, Gianfranco Viesti, Adriano Giannola sembravano aver rinchiuso a chiave in un cassetto il disegno disgregatore del ‘regionalismo asimmetrico’.

La UE e i fondi che mette a disposizione per fronteggiare il virus e ricostruire hanno rimesso in mano a qualcuno le chiavi di quel cassetto. Molte chiavi, che comprendono fra gli altri: Claudio Signorile e l’invito alle Regioni del Sud di mettersi d’accordo per utilizzare d’intesa quelle risorse per grandi progetti strategici; il leader di Confindustria, Carlo Bonomi: ‘Bisogna rivedere dalle fondamenta il modo in cui si affronta il tema della Coesione territoriale tra Nord e Sud’; il rispolverare vexate quaestio sull’ammontare nei decenni passati dei milioni o miliardi trasferiti dallo stato centrale al sud che non sarebbero né pochi né inferiori di quelli elargiti al nord (Stefano Micossi, presidente della Luiss – School of European Political Economy, che aggiunge: ‘Il Mezzogiorno soffre da decenni di incentivi distorti che hanno funzionato poco o male’); articoli che invitano il Sud a non doversi fidare del Nord, in forza dei soprusi subiti nel passato.

Il ministro per il Mezzogiorno che battibecca con chi lo accusa (Giavazzi, dalle colonne del Corriere della Sera) di essere filovietnamita e lo invita ad aderire alle virtù coreane… Se non è una battaglia, questa… , una battaglia in cui c’è stato pure chi ha rievocato il Piano Marshall, se pure con non poche improprietà: quello che conta è la torta da spartire che, il punto è questo, c’è chi non la vuol spartire, costi quel che costi.

E la politica? Così, ci vien da dire, proseguendo lunga questa strada-strade anzi: che divergono e collidono-non si va da nessuna parte. Perché si amplifica a dismisura e in termini il più delle volte ideologici e irrazionali un fossato, un divario, una storia che viene da lontano, fin dall’unità d’Italia e alla quale si è cercato a volte di dare soluzioni cozzando quasi sempre con difficoltà oggettive fatte di rinchiusure figlie dell’arretratezza e dell’interesse particolare strettamente intrecciate con la malavita organizzata e con l’inadeguatezza delle classe dirigenti. Con la scarsa, distratta, svogliata, a volte debole intermediazione della politica.

Il neoborbonismo, il lombrosismo, il rimpiangere malinconico natali magnogreci, le autoassoluzioni, il prevalere cieco di visioni economicistiche che sorreggono il darwinismo per cui a nord si produce, a nord c’è la ricchezza, qui si deve investire, il resto è noia… i refrain li conosciamo tutti. E non portano, nessuno di loro, da nessuna parte. S’è andato via via smarrendo e sempre più velocemente il senso reale dello stare insieme, della coesione e della condivisione nazionale. Manca la visione, ha scritto qualcuno.

Ora, e il Covid è stata, solo e fortissima e devastante, la goccia amarissima che ha fatto traboccare il vaso, il rischio esiziale che si corre, tutti, non è solo o tanto quello di eludere, furbescamente e all’italiana, i criteri in base ai quali le risorse finanziarie, ingenti, ci sono state assegnate dalla UE, di porre mano al dualismo nord-sud, in poche parole, ma di disgregare l’intera comunità nazionale in nome di egoismi mercantilistici e rapacità inqualificabili.

Se dalle Regioni e dai loro governanti non saliranno voci volte ad arrestare la barbarie, se la proposta strategica di Claudio Signorile, l’unica a nostro parere al momento degna di attenzione, sarà lasciata cadere i tempi diventeranno ancor più bui.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 ottobre 2020

Università, più fondi a quelle ricche. Beffa per il Centro-Sud- di Gianfranco Viesti

Università, più fondi a quelle ricche. Beffa per il Centro-Sud- di Gianfranco Viesti

Per rilanciare l’economia italiana dopo venti anni di crescita stentata e dopo i profondi danni che sta provocando l’epidemia di covid è indispensabile affrontare alcune grandi, ineludibili questioni. Due spiccano per importanza: i modesti livelli di istruzione delle forze di lavoro e dei giovani, i grandi squilibri territoriali.

Esse si incrociano nella situazione e nelle prospettive del sistema dell’istruzione del Mezzogiorno e in generale del Centro-Sud. Ma, mentre da più parti si sottolinea il suo fondamentale ruolo, e la necessità di un suo potenziamento, le politiche continuano ad andare in direzione opposta.

Ne è esempio il decreto appena predisposto dal Ministero per l’Università che assegna a tutti gli atenei italiani le possibilità di reclutamento di nuovo personale e di progressione di carriera dei docenti in servizio per il 2020. Queste possibilità sono espresse in percentuale rispetto ai pensionamenti di ciascun ateneo; un indicatore, quindi, di ricambio (turnover).

Il calcolo di questo indicatore segue regole complesse: la tabella che accompagna il decreto del Ministro è composta da ben 24 colonne. Ma ciò che pesa di più è l’indicatore che rapporta le spese di personale alle entrate complessive di ciascuna università.

Ora, ed è qui il punto dirimente, fra le entrate complessive si sommano i finanziamenti ministeriali e quanto ciascun ateneo incassa dai propri studenti. Il gettito della tassazione studentesca dipende dalle politiche che ogni ateneo è libero di fare. Ma è legato fortemente al reddito medio delle famiglie degli iscritti; se le famiglie hanno un reddito più alto, pagano di più; e quindi si incassa di più.

Con i forti squilibri territoriali che ci sono in Italia, il reddito medio delle famiglie, e quindi le tasse che esse pagano, sono molto diversi da regione a regione. Dati Istat riferiti al 2014-15 mostravano ad esempio, guardando alle principali sedi, che il reddito mediano delle famiglie degli studenti dell’Università di Catania era intorno ai 16.000 euro; il valore per il Politecnico di Milano circa il doppio, intorno ai 30.000.

Insomma il criterio premia gli atenei che sono insediati nelle città più ricche; che hanno studenti provenienti dalle famiglie più abbienti, che aumentano maggiormente la tassazione. Del tema ci si è già occupati su queste colonne nel novembre scorso: ma nulla è cambiato.

da “il Messaggero” del 26 settembre 2020
Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Federazione di Regioni, non Macroregione.-di Massimo Veltri

Federazione di Regioni, non Macroregione.-di Massimo Veltri

A leggere alcuni articoli apparsi di recente sulla stampa nazionale pare di assistere a un risveglio della pianificazione e della coesione. Un risveglio che interessa il Sud e i fondi UE a disposizione e interessa più professionalità e soprattutto diversi ambienti culturali e politici. Si direbbe il risveglio del fare e delle competenze, nella cornice di un mai sopito empito meridionalista.

Da che cosa deriva questo ritorno di fiamma, dopo che passata la ‘gloriosa’ fase degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso in cui già solo il termine pianificazione sembrava la chiave di per sé bastevole a risolvere i problemi delle politiche territoriali, siamo precipitati nell’oblio e nella censura non tanto della parola quanto della pratica e dell’approccio riguardanti azioni conseguenti a un ordine razionale di interventi, insediamenti, salvaguardie dei diversi comparti?

L’oblio e la censura erano a loro volta il risultato di una serie di rigidità oggettivamente intrinseche, e penalizzanti, alla concezione prevalente di piano; della proliferazione di strumenti di piano quasi sempre sovrapposti fra loro con difficoltà irrisolvibili per quanto riguarda la prevalenza di uno sugli altri; della difficoltà nel poter prefigurare scenari economici e sociali alla luce delle dinamiche molto accelerate con cui si susseguivano i processi, non ultimo quello relativo alle aree urbane versus aree interne.

Andò a finire quindi che prevalsero la deregulation e l’occupazione indiscriminata di ogni particella di suolo, in barba per di più alle emergenze crescenti in materia di sensibilità, ed urgenze, ambientali e non solo in specie legate alla difesa del suolo, e all’esigenza da più parti avvertita di un indispensabile riequilibrio fra aree di pianura e aree collinari e montane: fra l'”osso e la polpa”.

Mentre per le politiche dedicate al sud è irrimediabilmente prevalsa la pratica del fai-da-te con un’omologazione al ribasso-tranne qualche timida eccezione, s’intende-, una lamentazione ossessiva, un nord-contro-sud esasperato negli ultimi mesi dal regionalismo asimmetrico e dalla malasanità al nord.

Gli scenari via via cangianti negli ultimi decenni sembrano ricevere di recente una nuova o perlomeno diversa connotazione nel dopovirus e nell’utilizzo delle risorse finanziarie di fonte europea: Claudio Signorile introduce la figura di ‘Meridione Federato’ e ritiene sia la soluzione alle evidenti distorsioni che sembrano essere le regole di un sud in eterno ritardo.

Il meridione può crescere, svilupparsi e diventare protagonista di un sistema produttivo del nostro Paese se impegna le energie della sua società in un progetto comune e di forte respiro politico-programmatico, è il senso delle parole dell’ex ministro. Dopo di lui e accanto a lui Ettore Lorio e Giulio De Donato arricchiscono le argomentazioni e le proposte sintetizzabili, per ora, come segue:
– mettere insieme le regioni del sud è il mezzo più efficace per superare ritardi e porre fine a autolamentazioni e, presunte, discriminazioni;
-la competizione fra poveri non aiuta mentre una visione unitaria pur nelle obiettive differenze può servire ad affermare dignità e ruolo;
– si possono coinvolgere, in questa non facile impresa le università, i centri di ricerca, lo Svimez, gli istituti di Fabrizio Barca e di Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS;
-avviare il riequilibrio fra nord e sud in un quadro di risorse che debbono essere considerate non sostitutive di quelle ordinarie, in considerazione del compito fondamentale che riguarda la messa in sicurezza del territorio e la sua infrastrutturazione materiale e immateriale.

Non mancano, è ovvio, le voci critiche, al momento sotto traccia, relative alla provenienza originaria della proposta, dimentiche, forse o solo maliziose, della radice genuina di chiara matrice socialista dell’istituto della programmazione e della pianificazione, grazie a Giorgio Ruffolo a datare degli inizi degli anni Sessanta, quelli del primo centrosinistra.

Si possono e si debbono liquidare come faziose, s’intende, o malinformate. Mentre a quelle del già ministro De Vincenti e del vicedirettore del Corriere della sera Polito è bene dedicare l’attenzione che meritano. Entrambi invitano a discutere e a scegliere fra Federazione di Regioni e Macroregione. E con forza tutt’e due pongono l’accento sul rischio di voler perseguire obiettivi separatisti o in ogni caso in grado di provocare contraccolpi e reazioni da parte delle regioni del nord, se ci si dovesse orientare verso la Macroregione.

Già nelle settimane passate abbiamo letto di durissime prese di posizione da parte del sindaco di Milano e dell’ex direttore del Corriere della Sera, per tacere qui, di esagitati leghisti tipo Fontana e Zaia per non parlar del vertice di Confindustria: tutti volti a magnificare le virtù al disopra dell’Arno e a introdurre, nei fatti, ulteriori elementi di distinguo fra le due Italie.

Parlare di Macroregioni significa, diciamolo, immettere elementi di competitività all’interno delle regioni stesse a tutto discapito di quelle più deboli e comporta allarmi reali e pericolosi per la tenuta del tessuto nazionale. Mentre mettersi insieme a un tavolo con davanti per oggetto le grandi opere di ammodernamento e adeguamento comuni: difesa del suolo, approvvigionamento idrico, trattamento delle acque, gestione dei rifiuti, le reti materiali e immateriali, insieme al recupero delle periferie e il disegno di uno sviluppo sostenibile… tutto questo non è materia di gelosia, di prevaricazione o, come pure alcuni lamentano, di cultura e prassi di pianificazione ex Unione Sovietica.

Più semplicemente e significativamente riassume in sè almeno tre elementi: Un sud che vuole fare, coniugandolo se è possibile con il Sud che sa fare; alzare la testa e affermare: Non si decide solo a Roma, o ognuno per sé; Superiamo angustie e indolenze.

La mole di risorse di provenienza UE è tale che farsi da parte ancora, e proprio qui, è senza esagerare delittuoso: c’è da far superare solo uno scoglio, quello della difficoltà di mettere insieme e di evitare un processo storico qual è quello del gallo ciascuno sopra la propria monnezza.
Forse un pronunciamento ampio, qualificato, autorevole che spinga in tale direzione potrebbe riuscire nel miracolo.

da “il Quotidiano del Sud” del 26 settembre 2020

Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

Abuso e strumentalità della «questione settentrionale». -di Filippo Barbera. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è infondato

«Salvini allontana la Lega dal Nord», titolava la Repubblica di Lunedì 3 Agosto. Il titolo è stato ripreso prontamente da Giorgio Gori che in un tweet, con l’hashtag #ricominciodalNord, ha esortato il Pd a farsi rappresentanza della parte più moderna ed europea del Paese mettendo il lavoro, la produttività e la crescita in cima all’agenda politica. Non interessa qui entrare nel merito della tattica elettorale implicita nel messaggio, peraltro alla sua ennesima riedizione, quanto interrogarsi circa la sua consistenza fattuale: la rappresentanza politica dei ceti produttivi e dei territori più moderni ed europei del Paese.

O, MEGLIO, la reductio della «questione settentrionale» a una narrazione che cela in un cono d’ombra proprio quegli aspetti della realtà più divergenti rispetto alla condizione di molti paesi europei. Lavoro, produttività e crescita non sono problemi specifici delle regioni settentrionali ma riguardano il Paese nel suo insieme. Utilizzarle come parole d’ordine significa solo inseguire la retorica leghista della prima ora sul suo stesso terreno: la locomotiva dell’operoso Nord e la zavorra dell’assistito Sud.
Ciò non significa negare che le regioni settentrionali non abbiano bisogno di una rappresentanza politica da parte delle forze di sinistra e di centro-sinistra; piuttosto, è urgente sottolineare quali debbano essere i temi e le parole d’ordine di questa rappresentanza.

COME NON RICORDARE, anzitutto, che la pandemia ha portato in prima serata i problemi della fertile Pianura padana che, complice un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con conseguenze gravi per la salute dei suoi residenti? Inoltre, varie inchieste giornalistiche e studi accademici – tra questi ultimi Mafie del Nord a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli, 2014) – documentano i «mali del Nord» nella sovrapposizione attiva tra mercati legali e mercati illegali.

Questi lavori fotografano un territorio intessuto di relazioni mafiose, sia con le imprese che con le politica locale; in alcune aree del Nord la criminalità organizzata è diventata un importante vettore dello sviluppo locale. L’inchiesta giudiziaria in corso verificherà se queste ombre si allungano anche sulla caserma Levante di Piacenza. A proposito di Nord.

Dal punto di vista politico e della classe dirigente, poi, in questi anni cruciali le regioni settentrionali non hanno dato alcuna prova di coordinamento strategico, pur in presenza di flussi e interdipendenze funzionali importanti. Le dinamiche del ciclo politico e del consenso a breve hanno dominato e annullato ogni capacità di pensiero «orientato al futuro». Di fronte a una progettualità politica macro-regionale carente, Il Nord si riduce a una entità geografico-amministrativa priva di capacità di azione collettiva.

UNA VISIONE STRATEGICA sulla rappresentanza del Nord dovrebbe dare prova di sé nell’evitare slogan semplificatori. Dal punto di vista territoriale, il Nord non esiste più da tempo, se mai è esistito. Come ci sono tanti Sud, allo stesso modo ci sono vari Nord: città medie in crisi, campagne produttive in spopolamento, periferie metropolitane sotto stress, aree interne, rurali e montane. L’Italia è il paese della diversità territoriale e il Nord non fa eccezione (si veda Il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo e C. Donzelli, Donzelli, 2020).

Un’Italia in contrazione caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute, ci ricordano A. Lanzani e F. Curci (in A. De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia, Donzelli, 2020, seconda edizione). Le differenze economiche, sociali e territoriali che ormai separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Nord dal Sud.

I problemi idro-geologici della Liguria sono paragonabili a quelli di altre Regioni del Mezzogiorno; lo spopolamento delle aree montane del Piemonte ha le stesse conseguenze nell’Appennino calabro; la perdita di valore degli immobili che caratterizza molte città del Nord Italia – dove una casa per una famiglia costa come l’ascensore di un alloggio in centro a Milano – non è dissimile dalle dinamiche dei valori immobiliari delle città del Sud Italia.

IL NORD NON É LA «LOCOMOTIVA» del Paese, come sottolineato nell’appello «Ricostruire l’Italia. Con il Sud» promosso da 29 esperti di Mezzogiorno. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è tatticamente errato, infondato dal punto di vista fattuale e strategicamente miope. I problemi specifici delle regioni settentrionali esistono eccome, ma non sono quelli della retorica che contrappone i «ceti produttivi» del Nord, vicini all’Europa, agli «individui assistiti» del Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 7 agosto 2020

Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Il modello lombardo non sia la base della nuova Sanità.- di Gianfranco Viesti

Lo si sente spesso dire. Anche ieri dal premier: avviamo la ripresa non per tornare a come eravamo ma per costruire progressivamente un Paese migliore. Giustissimo. Ma questa affermazione va poi sistematicamente calata nella realtà e precisata. Un ambito nel quale ha un valore molto forte è quello della sanità.

Proviamo ad abbandonare un clima nel quale si pensa che la questione sia delimitata dai confini regionali, e ci si continua a vantare di vere e presunte superiorità – un altro esempio lo abbiamo avuto ieri – di un sistema territoriale rispetto agli altri; come se questo garantisse dei confini in casi come quello che stiamo vivendo; come se pretese virtù non fossero state messe a durissima prova proprio dal corso degli eventi di questi mesi.

Torniamo a ragionare di Servizio Sanitario Nazionale, per tutti gli italiani; e di come quello di domani può e deve essere diverso da quello di ieri. Lo si può fare su base documentale seria, chiara. Proprio l’altro giorno l’Istat, nel suo Rapporto Annuale 2020, ci ha fornito molti elementi, utili per la loro precisione e per l’autorevolezza della fonte. Un istituto di statistica che, è bene ricordarlo, non si limita a fornirci numeri ma ormai li accompagna da molti anni con analisi molto ben approfondite e articolate.

Quali sono i punti principali di questo confronto fra ieri e domani? Possono emergere con chiarezza proprio ripercorrendo il Rapporto. E dunque, un sistema sanitario troppo poco finanziato; e troppo incentrato sull’assistenza ospedaliera e con un presidio del territorio troppo debole. Nell’insieme spendiamo per la sanità il 6,5% del Pil contro il 9,3% della Germania e il 9,3% della Francia; ma sull’assistenza territoriale spendiamo meno della Germania (1,2% contro 2,9%) e degli altri migliori paesi europei.

Un sistema sanitario in cui la spesa per investimenti è caduta dai 2,4 miliardi del 2013 a 1,4 nel 2018; con una conseguenza grave per la tutela della nostra salute: l’obsolescenza delle apparecchiature, «un parco tecnologico non sempre al passo con l’innovazione».

Ancora, un sistema nel quale le risorse umane, soprattutto infermieristiche, si sono troppo ridotte: abbiamo 350 mila infermieri, circa la metà rispetto a Germania e Francia. E risorse umane, anche fra i medici, che stanno pericolosamente invecchiando e che vanno rimpiazzate con attenzione.

Una sanità, e questo è ben noto, con troppe e crescenti disparità territoriali. Già la spesa pro-capite varia dai 2.085 euro dell’Emilia-Romagna ai 1.705 della Calabria, seguendo la struttura della popolazione per età, ma trascurando gli effetti della povertà e dei minori livelli di istruzione sulla salute. Con 296 posti letto per abitante, sempre in Calabria, contro i quasi 400 del Trentino-Alto Adige. E così le dotazioni e la capacità di fornire proprio quella cruciale assistenza territoriale: i casi trattati di assistenza domiciliare integrata vanno dagli oltre 3 mila (per 100 mila abitanti) in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana a meno della metà in grandi regioni quali Lombardia, Lazio, Campania.

Tendenza all’approfondimento dei divari, che potrebbe proiettarsi nel futuro: nelle regioni del Centro-Sud sottoposte ai piani di rientro, ci dice l’Istat, «gli interventi messi in campo per l’abbattimento del deficit potrebbero ridurre, nel medio-lungo periodo, la capacità di assistere la popolazione in maniera adeguata».

Infine, sistemi molto diversi anche per il rapporto pubblico-privato; i posti letto in strutture private sono oltre un terzo del totale in Lombardia, il 10% in Veneto; e con una spesa privata delle famiglie, che lega troppo strettamente la salute alla situazione economica, che è ormai arrivata al 23% del totale. E che è rilevantissima, e discriminante, in particolare in alcuni casi, come nella farmaceutica o nella spesa destinata ad apparecchiature terapeutiche.

Questo era il Servizio Sanitario Nazionale prima dell’emergenza Covid-19, per usare il titolo del capitolo del Rapporto Istat dal quale si sono presi tutti i dati citati. E’ a vantaggio di tutti gli italiani la possibilità che quello che avremo fra tre o cinque anni possa esserne progressivamente diverso in molti cruciali aspetti: dai divari sociali a quelli territoriali, dall’organizzazione assistenziale alla disponibilità di nuovo personale giovane.

Certo, bisognerà fare i conti con quel che ci potremo permettere: ma non è solo questione di spendere di più ma anche diversamente e meglio. E soprattutto di pensare che stiamo parlando di un grande investimento sul nostro benessere, sulla nostra salute; e, come abbiamo imparato dalla terribile pandemia, anche sulla nostra economia, nell’evitare i danni più atroci di eventi negativi sulle persone e sulle loro attività economiche.

Meno autocelebrazioni, meno liste di viziosi e virtuosi e più riflessioni su come costruire il Servizio Sanitario Nazionale del dopo. Così il futuro può cominciare ad essere diverso dal passato.

da “il Messaggero”, 8 luglio 2020

Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico.- di Giuseppe Provenzano La risposta del ministro Provenzano alla lettera di Perna, Bevilacqua, Cersosimo, Marchetti, Sangineto e Ippolito.

Cara direttrice,

ho letto con interesse la lettera di Tonino Perna, Piero Bevilacqua e altri che ringrazio per le loro riflessioni. Pochi giorni prima del lockdown, abbiamo presentato il Piano Sud 2030, con una premessa e una conclusione: i giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere l’opportunità di tornare; di più, il nostro compito è garantire un «diritto a restare».

Durante la pandemia abbiamo assistito a un certo ritorno al Sud, ma non quello a cui ambivamo. Tuttavia, anche il ritorno «forzato», frutto di contingenze tragiche, ci ricorda che la fuga non è un destino irreversibile.

E ora, che fare? Come offrire un’opportunità a questo straordinario patrimonio di energie e competenze che si temeva perduto alla causa del Sud? Come impedire che questo ritorno resti soltanto l’attesa di una nuova ripartenza?

La pandemia ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni, a partire da quelli che inquinano da decenni il dibattito tra Nord e Sud, la rappresentazione per cui da una parte c’è la virtù e dall’altra il vizio, e il vizio coincide sempre con la povertà.

I cittadini italiani, tutti hanno mostrato grande senso di responsabilità, accettando sacrifici che hanno consentito di arginare il contagio.
Tra questi, anche i giovani rientrati, in larga maggioranza, hanno seguito scrupolosamente le prescrizioni delle autorità sanitarie.

Eppure qualcuno, che in loro avrebbe potuto vedere la potenzialità del domani o il riflesso delle proprie mancanze di ieri, li descriveva a mezzo stampa o sui social come «untori».

Nulla sarà più come prima, si dice, ma nessuno può sapere come sarà il dopo. Sappiamo solo che non dobbiamo tornare al mondo di ieri. Sarebbe uno spreco.

IN QUESTI MESI abbiamo mobilitato risorse senza precedenti e nuove vie di sviluppo discenderanno dalle scelte europee dei prossimi giorni. Dobbiamo essere pronti e vigili, si sta aprendo una partita che vorrebbe contrapporre sviluppo ed equità: un approccio ideologico di cui abbiamo misurato i fallimenti ma dietro cui ancora oggi si nascondono interessi potenti.

Senza giustizia sociale non può esserci ricostruzione. Senza un riequilibrio territoriale, non solo del Sud ma anche delle aree interne, non ci sarà uno sviluppo durevole, sostenibile.

LA PANDEMIA ha rivelato nuove disuguaglianze. L’innovazione, senza scelte politiche chiare, può essere anche un potentissimo fattore di esclusione sociale. Sull’infrastruttura e i servizi digitali registriamo ritardi inaccettabili. Io stesso ho richiamato più volte gli operatori della banda ultra larga alle loro responsabilità. Anche perché rischiamo di perdere fondi europei, che invece abbiamo riprogrammato con Ministeri e Regioni proprio per sostenere la digitalizzazione delle comunità, delle famiglie e delle imprese al Sud.

Lo dico perché anche così si possono creare occasioni di lavoro buono per i giovani che prima andavano a cercarlo altrove, trasformando aree marginalizzate in ecosistemi dell’innovazione: è accaduto a San Giovanni a Teduccio, può accadere altrove, ne stiamo discutendo con il Ministro Manfredi.

Lo stesso smart working, se accompagnato a nuovi diritti, compreso quello alla «disconnessione», a una più moderna e democratica organizzazione del lavoro, potrebbe diventare una forma strutturale di lavoro dei giovani meridionali, che possono restare al Sud, senza essere costretti a un difficile pendolarismo o a nuove vie di emigrazione.

O riconquistare le aree interne che, a dispetto della retorica sul «secolo delle città», non sono »piccolo mondo antico» ma luoghi in cui maturano modelli di sviluppo e di organizzazione più sostenibili, prossimi ai bisogni delle comunità. E lo abbiamo visto durante la pandemia.

Tra Legge di Bilancio e Dl Rilancio abbiamo destinato alle aree interne oltre 500 milioni, le abbiamo messe al centro della nuova programmazione dei fondi europei. Per garantire servizi ma anche per sostenere le attività economiche e commerciali.

OPPORTUNITÀ CONCRETE per i giovani, che si affiancano a strumenti specificamente rivolti ai giovani meridionali, come il potenziamento di «resto al Sud» o il «credito di imposta per ricerca e sviluppo».

Ma la verità è che, senza un’amministrazione più giovane, non potremo vincere la sfida dello sviluppo sostenibile e del digitale, al centro e nei territori.

Per anni è stato denigrato lo Stato, salvo poi riscoprirne il ruolo nell’emergenza. Ora dobbiamo tornare a dare opportunità di lavoro anche nel settore pubblico, dirlo senza timidezze: riportare nello Stato la generazione esclusa è un grande investimento.

È un impegno messo nero su bianco nel Piano Sud, servono da subito migliaia di giovani qualificati per garantire servizi e realizzare gli investimenti. E potremmo anche partire, grazie a un emendamento parlamentare, con una piccola ma significativa sperimentazione: i dottorati comunali.

LE ISTITUZIONI DA SOLE non possono farcela, devono costruire alleanze sociali. «Alleanza» è una parola chiave del Piano Sud, con cui abbiamo avviato due iniziative: una «Rete» per mettere in relazione chi è emigrato e chi sta nei territori, per far circolare progetti e buone pratiche e un «Osservatorio Sud 2030», per mobilitare la cittadinanza attiva sugli obiettivi di sviluppo del Sud e delle aree interne.

Questo è il succo della lettera-appello che voglio raccogliere: è qui la chiave per rendere i giovani meridionali protagonisti di uno sviluppo nuovo, che li renda liberi di tornare e restare nella loro terra.

Abbiamo vissuto una «lunga notte» del Sud, un’ombra lunga su tutta l’Italia, che via via ha ristretto anche altrove le opportunità per i giovani meridionali.

Ma è tempo di dire, con Rocco Scotellaro: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi».

* L’autore è ministro per il Sud e la coesione territoriale

da “il Manifesto” del 20 giugno 2020