L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

L’Unical, una ben strana creatura  di A. Battista Sangineto

Si dice che la mancanza di università determini l’emigrazione dei cervelli e che l’istituzione dell’università incida sulla formazione delle classi dirigenti locali. Quanto alle classi dirigenti, in una situazione come quella calabrese, credo che … ci si debba assicurare che l’università serva come mezzo di ricambio sociale. Il problema di fondo è il problema del trapasso dalla cultura puramente elementare a quella secondaria, in modo tale che l’accesso all’università sia consentito a tutti[1]. Queste parole, tratte dal resoconto della seduta del 5 aprile 1962 della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, sono quelle con le quali Tristano Codignola perorava, appassionatamente, la causa dell’istituzione di una università in Calabria, una delle poche regioni italiane che ancora non l’avevano. Il motivo che spingeva i socialisti, con l’appoggio non sempre entusiastico del PCI, a volere una università in Calabria era, innanzitutto, la creazione di una classe dirigente che non appartenesse a quella sempiterna, ridottissima porzione della società che poteva permettersi di mandare i figli a studiare altrove e che, come emergeva dalle statistiche del tempo, nella stragrande parte dei casi preferiva frequentare quelle facoltà che perpetuavano le differenze socio-economiche (giurisprudenza e medicina) o quel sapere umanistico (lettere e economia) che offriva l’accesso ad una comoda sistemazione statale. I socialisti ritenevano, su suggerimenti per esempio anche del grande genetista Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino Buzzati), che il mancato sviluppo socio-economico della Calabria a quel tempo fosse addebitabile all’inesistente sviluppo tecnologico e scientifico ad alto livello del sud e che solo una organizzazione universitaria di tipo prevalentemente tecnologico potesse aprire la porta dell’industrializzazione e del progresso nel Mezzogiorno. Dai dibattiti parlamentari e culturali, negli anni che trascorsero fino all’istituzione, si evince con chiarezza che i socialisti insistettero per dare “all’università calabrese il carattere di sperimento di rottura dell’attuale organizzazione universitaria … determinando una effettiva rottura della società calabrese in senso moderno[2]. Un solo centro universitario fuori delle città che fosse a carattere residenziale sia per gli studenti che per i docenti, come il campus di San Diego che fu adottato da Codignola come il miglior modello possibile perché era appena stato impiantato ex novo in una delle aree più desertiche e meno sviluppate della California[3]. I democristiani avrebbero preferito, invece, salomonicamente spalmare tre università tradizionali, una su ognuna delle tre città capoluogo della Calabria.

Tristano Codignola

Il dibattito si sviluppa intorno alla natura e alla localizzazione dell’istituendo ateneo ed è sempre Codignola che, nella seduta della Camera del 11 novembre 1967, illustra una proposta di legge del PSI nella quale viene precisato che quella università debba “fabbricare sul luogo intelligenze tecniche, capaci d’inserirsi in un processo autoctono di sviluppo indotto proprio dalla formazione di nuove classi dirigenti locali …[4]. Una università, insomma, capace di formare una classe dirigente nuova, dal sapere eminentemente tecnico-scientifico, e che sia in grado di scardinare i meccanismi che avevano determinato una società immobile nel quadro secolare di rapporti di classe predeterminati. I promotori di quella legge volevano, infatti, che la preparazione di tali uomini non si limitasse “ad essere puramente tecnologica, ma la preparazione tecnica vada inserita in un più ampio contesto di preparazione socio-economica che consenta al personale superiore e dirigente del Mezzogiorno di orientare ed adattare le acquisizioni tecniche conseguite negli studi in una società concreta, la società meridionale[5].

L’università della Calabria, dunque, come “strumento di impegno meridionalista” per l’istituzione della quale, negli anni, si battono, innanzi tutti, Giacomo Mancini, prima da ministro e poi da segretario del PSI, i deputati e senatori socialisti calabresi insieme a studiosi come Giorgio Spini, Luigi Firpo, Paolo Sylos Labini, Lucio Gambi e Adriano Buzzati-Traverso [6]. A far pendere la bilancia a favore della soluzione di un’unica sede, come auspicavano i socialisti, furono, fra i democristiani, Riccardo Misasi e, sopratutti, Antonio Guarasci.

Secondo i presentatori della proposta di legge del 1967 bisognava che l’università calabrese fosse “sganciata da centri urbani che, in questo caso, non possono offrire tradizioni culturali efficienti e d’altronde, con le proprie esigenze di vita economica, politica e amministrativa, costituiscono una distrazione e possono turbare la tranquillità necessaria alla indagine e allo studio[7]. A seguito di queste considerazioni si decise di progettare l’edificazione di un campus che fosse non troppo vicino alle città per la preoccupazione, che traspare evidente dalle frasi sopra riportate, che i politici e la politica locale potessero “turbare” la vita dell’università. Le richieste di quasi tutti i sindaci di Cosenza, anche di Mancini che pure aveva partecipato all’idea del campus, di trasferire una o più facoltà nel centro antico della città, sono, alla luce delle considerazioni sopra ricordate, fuori dalla storia di questa università e, quindi, destinate a rimanere inevase fino a che rimarrà intatto quello spirito fondativo.

La scelta dell’ubicazione cadde nell’area di Cosenza perché, nella spartizione del “pacchetto Colombo” del ’70, Catanzaro sarebbe diventata il capoluogo di regione, mentre a Reggio si sarebbe impiantata un’area industriale di grandi dimensioni. Le aree proposte per l’insediamento, che secondo l’impostazione primigenia dovevano esser lontane dai centri urbani e dai loro ceti dirigenti, erano due: quella di Piano Lago, caldeggiata da Mancini, e quella di Arcavacata, appoggiata da Principe[8]. La spuntò Cecchino Principe che fece vincolare ben 700 ettari del territorio della sua Rende a finalità di edilizia scolastica.

Nel 1971 venne, finalmente, approvata la legge istitutrice e lo statuto dell’Università[9] e nello stesso tempo l’allora ministro della Pubblica Istruzione, Riccardo Misasi, nomina il comitato ordinatore dell’università e il suo presidente nella persona di Beniamino Andreatta. Quest’ultimo, reduce dalla ribollente università di Trento, introdusse la creazione dei Dipartimenti che dovevano servire a sganciare la ricerca e i ricercatori dalla logica degli Istituti, sulla quale era stata regolata fino a quel momento la strutturazione dell’attività scientifica universitaria.
Una scelta innovativa che, insieme alla preconizzata residenzialità, fu il punto di partenza per la costruzione di un “contenitore fisico” che fosse funzionale alla caratterizzazione culturale e politica impressa all’università tanto che essa venne “concepita come un complesso armonico di edifici, di laboratori e di servizi, in modo da provvedere ad ogni esigenza dell’insegnamento, dello studio e della ricerca, nonché al soddisfacimento delle esigenze di vita dei docenti e degli studenti in una comunità profondamente integrata …[10]. L’obiettivo di edificare un grande e unitario campus fu, coerentemente, perseguito per mezzo di un concorso internazionale di idee per la sede che, nel 1973, fu vinto, con un progetto dal segno architettonico ardito, da un gruppo di architetti capeggiati da Vittorio Gregotti[11].

Una creatura concepita da genitori socialisti, dunque, ma che ebbe come levatrice e nutrice, accadeva spesso a quei tempi, la Democrazia Cristiana. Una scaturigine malcerta, si dirà, ma in ogni caso fortemente voluta dalle migliori intelligenze calabresi della seconda metà del ‘900.

Con queste premesse l’Università della Calabria non poteva non essere che una strana creatura dalle multiple sembianze: estranea, per volontà dei fondatori, al tessuto sociale, culturale e politico della regione, ma nello stesso tempo frutto della terra in cui ha sede e corpo. È, per certi versi, affondata nella melma vischiosa e ammorbante della società incivile, corrotta e clientelare della Calabria e, per altri, svetta per la qualità della ricerca, per le capacità di molti dei suoi studiosi e allievi impegnati nei laboratori scientifici sparsi ai quattro angoli della terra.

L’Unical è, a quaranta anni dalla sua fondazione, una realtà viva, palpitante, persino imponente con i suoi circa 200 ettari di superficie del campus su cui insistono 6 Facoltà, 44 corsi di studio, 23 dipartimenti, 2 scuole di specializzazione, 13 centri interdipartimentali, 3 centri di servizi comuni. Conta 845 docenti e 705 amministrativi, quasi 35.000 studenti, 1300 posti mensa e più di 3000 alloggi residenziali di sua proprietà, il più grande sistema bibliotecario del Mezzogiorno (oltre 400.000 volumi), l’Orto Botanico, due teatri, un Centro sportivo, un Centro radiotelevisivo, un museo di Storia Naturale della Calabria. È, ormai, una media università normale che negli ultimi anni è stata in cima alle classifiche stilate dai maggiori quotidiani nazionali per attrattività didattica e scientifica, oltre che, secondo il MIUR, università “virtuosa”. In questo ultimo decennio chi ha guidato l’Università è riuscito a portare a termine il progetto architettonico e a tener fuori i politici, e non è stata un’operazione di poco momento, dalla gestione dell’Ateneo, in continuità con le prescrizioni dei promotori.

Bisogna ricordare che i figli della borghesia e del ceto dirigente calabrese hanno continuato studiare nelle altre università prevalentemente del centro-nord, mentre all’Unical – alla quale, per assecondare lo spirito dei fondatori, si accedeva per merito e per reddito- si iscrivevano soprattutto studenti di classe socio-economica medio-bassa. Negli anni ’90 furono rimosse le limitazioni sopradette determinando un’esplosione delle iscrizioni che passarono, nel lasso di pochi anni, da 12.000 a 34.000. Molti dei figli della classe dirigente si iscrissero a Cosenza sia perché l’università si era, ormai, “normalizzata”, sia perché i ragazzi ebbero sempre più paura di avventurarsi nel vasto mondo, sia perché i genitori preferirono tenerseli vicini, al riparo dagli eventuali pericoli che potevano correre.

Quanto alla formazione della classe dirigente si può affermare invece che, purtroppo, non è stato sufficiente impiantare un’università, per gestazione e nascita, diversa dalle altre. Le classi dirigenti autoctone hanno continuato a riprodursi negli stessi modi soprattutto perché non c’è stato alcuno sviluppo economico, né tanto meno crescita economica industriale di alto livello tecnologico, come auspicavano i padri fondatori. I detentori del sapere tecnico-scientifico appreso in loco hanno dovuto, in grandissima parte, emigrare, partecipare alla diaspora delle intelligenze e nella regione poche, o nessuna, industrie tecnologicamente avanzate, “spin off” dell’università, sono nate.

La società calabrese e la sua classe dirigente hanno, per parte loro, meticolosamente ingerito, assimilato e metabolizzato la carica “eversiva” contenuta in una siffatta università, cooptando e sottoponendo agli stessi procedimenti clientelari e tribali i suoi laureati-apostoli. Li hanno trasfusi, anch’essi, in quella melma sociale imperitura che è impermeabile a qualsivoglia ricambio sociale ed economico e che regola, da sempre, la vita della regione. Venuto meno il presupposto dell’inserimento in un tessuto economico-sociale che si sperava fosse più avanzato, quella classe dirigente tecnico-scientifica che nelle intenzioni doveva esser preparata ad adattare e orientare la società meridionale, in Calabria non ha trovato sbocchi occupazionali oppure è rimasta impigliata in quella vischiosità pre-moderna dei rapporti, peculiare di una società mai industrializzata.

A dispetto della presenza di ben tre università -nel frattempo si sono aggiunte quelle di Catanzaro e Reggio Calabria- negli ultimi decenni si è venuto, invece, a formare un ceto dirigente che si è radicato in particolar modo ai vertici dell’Amministrazione Regionale. Un ceto plasmatosi ad immagine e somiglianza di quello politico che, per mezzo di concorsi non trasparenti o chiamate dirette, l’ha creato e promosso. Un alter ego dalle dimensioni elefantiache che è lo specchio di una politica di corto respiro, fatta quasi sempre da personale inadeguato alla bisogna o, peggio, colluso con gli interessi ‘ndranghetisti. Le classi dirigenti regionali nel loro complesso, ad esclusione di lodevoli eccezioni, sono composte da incapaci, corrotti, privi di qualunque tipo di motivazione se non quella di favorire se stessi, i propri parenti ed amici e, naturalmente, i politici di riferimento. Una classe dirigente riprodottasi, come una metastasi, con questo metodo familistico, arcaico e reciprocamente ricattatorio negli Ospedali, nelle Scuole, nei Tribunali, nelle Camere di Commercio, nelle imprese private e in tutta la Pubblica Amministrazione della Calabria.

Sarebbe spettato alla classe dirigente far uscire la Calabria da questa situazione di corruttela e di arretratezza, proponendo ed attuando un progetto complessivo di sviluppo economico, sociale e culturale. Questa classe dirigente, è evidente ormai a chicchessia, sembra non esser capace di farlo, ma bisogna che i calabresi comprendano, anche, che la terribile responsabilità di far parte di una società profondamente malata non può essere solo della politica e della classe dirigente di questa regione, ma è della cosiddetta “società civile” che nulla, o troppo poco, ha fatto per scrollarsi di dosso questo giogo. È stato eletto nel corso di questi ultimi decenni un ceto dirigente che è stato, prevalentemente, impegnato a creare alleanze trasversali, un ceto che si è rivelato essere del tutto privo di pensieri forti, privo di un’idea di come possa essere il futuro di una regione, privo di un’idea di Calabria. Una società, quella calabrese, nella quale prevale l’egoismo individuale, l’individualismo disinteressato al bene comune che è reso palese dall’incapacità al vivere associato. Una società nella quale è diffusa una violenza che origina, forse, da quell’impasto di arcaicità e post-modernità di cui sono composti i rapporti sociali, familiari, economici e politici. La vita quotidiana dei calabresi, di tutti i calabresi, è intessuta di comportamenti intrinsecamente ‘ndranghetisti alimentati dal prevalere, anche fra le persone più civili, dell’egoismo, dell’individualismo disinteressato al bene comune, del quieto vivere e della paura con la quale conviviamo sin da piccoli. La ‘ndrangheta è il nostro doppio, un’ombra che ogni calabrese, più o meno consapevolmente, porta con sé. Siamo rassegnati a questo stato di cose, non siamo capaci di reagire come è accaduto, per esempio, in Sicilia; non siamo nemmeno più capaci di indignarci, ammesso che lo si sia mai stati. Ci si deve chiedere perchè il problema irrisolvibile di questa regione sembra che sia l’inesistenza della cosiddetta società civile, più che l’ormai dimostrata inettitudine della classe dirigente politica che non è altro che lo specchio di questa società, è lo specchio dei calabresi che in più di sessanta anni di governo democratico non sono stati capaci, se non forse all’inizio, di scegliersene una migliore .

Una risposta potrebbe risiedere nell’incapacità, che di sicuro affligge i calabresi, di riuscire a fidarsi dell’“altro”, un’innata diffidenza che, più o meno inconsciamente, si ha nei confronti degli “altri”. Insieme all’assenza di “senso civico”, la diffidenza mi sembra che sia una delle componenti costitutive del carattere collettivo dei calabresi. Un carattere che è – per gente vissuta per secoli al riparo dal mondo, in mezzo a montagne lontane dal mare- il lascito di una storia intessuta di dominazioni e di sopraffazioni. Una comprensibile eredità che diventa, però, un usurato pretesto quando, troppo spesso, trascolora in inadeguatezza a stare insieme, a sentirsi dalla stessa parte. Un legato storico che rende incapaci, in assenza di una identità collettiva positiva, di confrontarsi davvero con l’”altro[12]. L’esito che ne consegue è che governanti e governati di questa regione continuano, in larghissima misura, ad avere l’atteggiamento rivendicazionistico di chi si aspetta che un torto venga risarcito, da un “centro”, ad un popolo di ingiustamente perdenti in “periferia”. I calabresi sono collettivamente, invece, giustamente perdenti e non è che un illusorio auto-risarcimento di danni all’”anima” attribuire della responsabilità del sottosviluppo al Governo, ai “forestieri”, insomma agli “altri”.

No, purtroppo, l’università della Calabria non è riuscita ad innescare -non poteva farlo da sola, forse- un meccanismo virtuoso e auto-propulsivo di progresso e di sviluppo che scardinasse, ammodernandolo e riequilibrandolo, l’atavico quadro socio-economico calabrese.

 

[1] Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1593-1594.

[2]Dal resoconto della seduta della VIII Commissione parlamentare, Istruzione e belle arti, tenutasi il 5 aprile 1962, pp. 1597-1598,

[3]Il campus di San Diego è, ora, tra le migliori otto università pubbliche statunitensi secondo lo U.S. News & World Report. La classifica accademica delle università mondiali, redatta nel 2007 dalla Shanghai Jiao Tong University, ha inserito San Diego al dodicesimo posto negli Stati Uniti e al quattordicesimo nel mondo, considerando fattori come la qualità della ricerca scientifica e la provenienza di premi Nobel (l’università ne vanta dodici tra i suoi ex-studenti).

[4] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967. pp. 2-3

[5] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 5

[6] Per una sintesi delle iniziative cfr. “L’Avanti!” del 10 marzo del 1967.

[7] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 7

[8] Cfr. la nota della Redazione della rivista mensile, fondata da F. Compagna, “Nord e Sud” del dicembre 1967.

[9] La G.U, del 26 febbraio 1972 pubblica il Decreto del Presidente della Repubblica del 1 dicembre 1971.

[10] Proposta di legge n. 4548, primo firmatario Codignola, presentata l’11 novembre 1967, p. 8.

[11] Di recente Gregotti su “Il Corriere della Sera” del 17 giugno.2010 ha aperto una polemica sulla cattiva, a parer suo, realizzazione del progetto.

[12] Sul legato storico e sulla assenza di una identità positiva dei calabresi cfr. A. B. Sangineto, L’anima allo specchio. Ovvero della percezione e dell’uso delle antichità calabresi”, Monteleone editore, Vibo Valentia 2006.

 

Pubblicato su

                       “Nuove Lettere Meridionali”, 2013, n. 1

                       Rivista meridionalista diretta da Cesare Marini

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