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Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regionalismo, luci e ombre.- di Gaetano Lamanna

Regioni 50 anni di fallimenti scritto da Franco Ambrogio con Filippo Veltri (Rubbettino editore, 2021) è un libro di grande attualità. Ci offre l’occasione di discutere della crisi calabrese e delle sue origini. Una crisi strutturale, non solo economica e sociale, ma anche politica, istituzionale, morale, di classe dirigente. Ambrogio è lapidario: «si è realizzato un nuovo centralismo inefficiente». Argomenta che al centralismo di Roma si è aggiunto quello di Catanzaro. Inefficienza su inefficienza. E aggiunge: «La delega agli enti locali rimane nel cassetto […] La Regione non è stata strumento di allargamento e rafforzamento della democrazia».

Ce ne siamo accorti tutti in questi due anni di grave emergenza sanitaria. E ce ne accorgiamo ogni giorno, di fronte all’incendio dei nostri boschi, una delle tante declinazioni di un malgoverno che riguarda la gestione del territorio. Devastato prima tutto dall’incuria e dall’incapacità di poteri pubblici collusi con la criminalità mafiosa Chi governa la regione o ambisce a governarla è poi del tutto silente rispetto all’attuazione del Pnrr e alla vexata quaestio dell’autonomia differenziata, cioè rispetto a scelte politiche e istituzionali destinate ad avere un peso determinante sullo sviluppo economico, sull’evoluzione delle disuguaglianze sociali e territoriali, sull’assetto e la tenuta della democrazia.

Una cosa è certa. Dopo 50 anni, in Calabria pochi credono in un ruolo positivo, di cambiamento e di sviluppo, dell’ente regione. Il fatto che alle elezioni di due anni fa abbia votato meno del 45 per cento degli aventi diritto la dice lunga sui sentimenti dei calabresi verso questa istituzione. Concordo dunque pienamente con la valutazione degli autori sul fatto che l’esperienza regionalista ha indebolito le ragioni del meridionalismo. Dagli anni 80 in poi la propaganda leghista ha diffuso un’immagine delle regioni meridionali condannate all’inefficienza e all’assistenzialismo e perdute irrimediabilmente alla causa dello sviluppo.

C’è da dire che il senso comune, diffuso tra le popolazioni settentrionali, di un Sud come «palla al piede» è avvenuto anche per la cattiva prova degli amministratori regionali e per l’abbandono, da parte degli eredi del Pci e della Dc, di un pensiero politico che aveva proprio nel meridionalismo una delle sue radici più forti. La questione meridionale diventa un problema di «coesione sociale e territoriale», viene declassata a ritardi di sviluppo da recuperare facendo leva sulle «eccellenze». Come se alcune oasi felici potessero invertire la tendenza del deserto che avanza.

In linea col pensiero liberista dominante, il Pds e a seguire i Ds e il Pd abbandonano di fatto la tradizione meridionalista e abbracciano acriticamente la «questione settentrionale». Mi pare che questo mutamento d’approccio, culturale e politico, che ha molto influito sulla vita delle autonomie regionali, non risalti come avrebbe meritato, nella conversazione tra Ambrogio e Veltri. I divari e le disuguaglianze sociali e territoriali tra Nord e Sud, a 50 anni dall’istituzione delle Regioni, sono cresciuti per una politica con una forte impronta liberista, attenta al profitto d’impresa, che si è presa cura delle aree forti a scapito di quelle deboli. Tanto la «mano invisibile» del mercato avrebbe provveduto a mettere le cose a posto. Una convinzione miope, che stiamo pagando a caro prezzo e che non poteva non avere come conseguenza politica la famigerata «autonomia differenziata».

I limiti e le difficoltà del regionalismo nel Mezzogiorno andrebbero indagati, a mio avviso, anche in un’altra direzione. Ambrogio sottolinea giustamente che gli uffici regionali si sono gonfiati, in questi 50 anni, di personale poco qualificato (di norma), con assunzioni basate poco sul merito e molto, invece, sulla logica clientelare. Mano a mano che venivano trasferiti poteri e competenze statali alle Regioni, anziché emanare provvedimenti di delega agli enti locali, in Calabria e nelle altre regioni del Sud, si rafforzavano le funzioni gestionali, creando un corto circuito tra l’aumento delle cose da fare (e dei soldi da spendere) e la lentezza e l’inefficienza dell’apparato burocratico. Sta qui una delle cause principali dell’aumento del divario Nord-Sud, particolarmente marcato negli ultimi vent’anni. Sono peggiorati tutti gli indicatori riguardanti i servizi pubblici, la qualità della vita, gli investimenti produttivi e infrastrutturali. Per non parlare, degli sprechi, della corruzione, delle infiltrazioni mafiose.

Un po’ di storia ci aiuta a capire meglio alcune dinamiche politiche ed economiche. Prima dell’attuazione dell’ordinamento regionale, la gestione della cosa pubblica era essenzialmente garantita dai comuni, dalle province e dagli enti periferici dello Stato. Con una variante significativa nel Mezzogiorno, che è stata, dagli inizi degli anni ’50, la Cassa del Mezzogiorno. Il ricorso all’intervento “straordinario” ha segnato la vita e il funzionamento del sistema istituzionale e politico meridionale L’uniformità ordinamentale si piegava, nelle intenzioni del legislatore, all’esigenza di rispondere alla peculiarità economica, sociale e culturale delle regioni meridionali.

Al dualismo economico si accompagna, dunque, una sorta di dualismo istituzionale, che ha avuto un peso rilevante. Mentre nelle aree del Nord gli interventi erano regolati sulla base di una distinzione fondamentale tra obiettivi d’interesse nazionale e quelli di scala locale, in quelle del Sud, invece, soprattutto a partire dall’istituzione della Cassa del Mezzogiorno (1950), vi è la contestuale presenza di una pluralità di soggetti pubblici operanti nel medesimo ambito territoriale, e a volte nell’ambito delle stesse materie. Inoltre le risorse necessarie derivavano dalla finanza centrale e il loro controllo dipendeva essenzialmente dagli “enti speciali”.

Si è molto discusso se la Cassa del Mezzogiorno abbia o meno contribuito a ridurre il divario economico tra Nord e Sud. Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che il gap ha interessato non solo la sfera economica, ma anche la struttura istituzionale, quella amministrativa e quella, da non sottovalutare, degli interessi privato-collettivi (imprese, sindacato, associazionismo). Il giudizio sostanzialmente positivo, oggi in voga, sull’intervento straordinario non tiene conto del fatto che questo modello di governo ha depotenziato di fatto l’amministrazione ordinaria. Ha contribuito a dequalificarne gli apparati, ha determinato la cronica inefficienza dei servizi, e anche il degrado politico e morale che avvolge il settore pubblico. Tutto questo è, in grande misura, il riflesso dell’intervento straordinario, da molti ancora invocato come panacea di tutti i mali.

L’amministrazione ordinaria, insomma, quella che nel resto del paese è preposta al governo regionale e locale, in Calabria ha perso autorevolezza ed efficienza. E’ relegata a un ruolo subordinato, di «ancella» esecutiva del sistema di potere politico-affaristico-mafioso. La lunga transizione dalla “straordinarietà” alla “ordinarietà” dell’intervento pubblico non si è ancora conclusa e rischia di riaprirsi con la gestione del Pnrr.

L’esperienza regionalista non è stata pari alle aspettative. Non ha determinato quel salto di qualità auspicato nella politica di programmazione e nell’efficienza ed efficacia dell’amministrazione. Non ha rappresentato il punto di svolta in un percorso di autonomia politica, progettuale e finanziaria per le diverse aree del Sud. E’ prevalsa una logica di sovrapposizione di competenze tra Stato e Regione che ha prodotto una crescita della spesa pubblica e improduttiva.

Per lunghi decenni, dal 1970 in poi, la finanza regionale, totalmente derivata dal centro, ha permesso una larga autonomia di spesa senza alcuna autonomia di entrata, generando una totale deresponsabilizzazione degli amministratori e degli apparati dirigenziali delle Regioni sia sul fronte del reperimento delle risorse finanziarie (garantite dai trasferimenti erariali e dai fondi strutturali europei) sia riguardo alla gestione oculata delle stesse. Per il Mezzogiorno e la Calabria, dunque, la Regione è stata un nuovo grande centro di spesa pubblica, che, per le sue caratteristiche, ha accentuato la tradizionale “dipendenza” economica.

Lo strutturale “ritardo di sviluppo” è il frutto della crisi politica e istituzionale. La regressione culturale, il degrado della vita pubblica, l’avanzata incessante della criminalità mafiosa trovano una spiegazione nel ruolo “minimo” dei partiti, in quello che sono diventati.

Nel colloquio di Franco Ambrogio con Filippo Veltri ci sono molte verità e sono presenti molte critiche. Ma, accanto ad alcune omissioni che ho segnalato, ho colto una certa reticenza politica. Se si vuole invertire la tendenza auto-distruttiva della sinistra bisogna affermare un’idea della politica non già come presidio della stanza dei bottoni e nemmeno solo come buona amministrazione, che dovrebbero essere sempre i presupposti di chi si occupa della cosa pubblica.

La politica è innanzitutto radicamento territoriale, conflitto sociale, capacità di leggere e interpretare problemi di uomini e donne, la vicinanza a chi ha più bisogno, l’impegno nel trovare risposte immediate e concrete senza mai smarrire la prospettiva del cambiamento. Sono queste le condizioni minime perché la sinistra riacquisti forza attrattiva e diventi perno della costruzione di un più largo campo democratico e progressista. Diventerebbe anche più semplice discutere del futuro da riservare alle Regioni.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 agosto 2021

Destre revisioniste all’assalto della Calabria.-di Pino Ippolito Armino

Destre revisioniste all’assalto della Calabria.-di Pino Ippolito Armino

Se le destre, in una data che resta ancora da definire ma che sarà tra metà settembre e metà ottobre, vinceranno la prossima competizione elettorale per il governo della Regione la Calabria acquisterà un nuovo primato.

Sarà, infatti, la prima nella storia d’Italia ad essere guidata da una coppia (pessimo e ingiustificato l’uso dell’inglese ticket) di revisionisti farlocchi. Candidato alla presidenza della giunta regionale è Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. Lo ricordiamo da deputato dell’Unione di Centro che, nel marzo del 2012, interrogava il ministro della cultura per chiedere, in appoggio al Comitato No Lombroso (tra i cui autorevoli membri, manco a dirlo, figura Pino Aprile), la restituzione del cranio del “brigante” duo-siciliano Giuseppe Villella per quel che esso rappresenta, scriveva allora Occhiuto, “ovvero un torto subito dai territori e dalla popolazione nei valori intellettuali, sociali, storici e culturali”.

Non era la prima interrogazione in tal senso. Ci avevano già pensato il deputato di Italia dei Valori Domenico Scilipoti (14 settembre 2010) e la senatrice ex missina Adriana Poli Bortone (16 marzo 2011). Due anni prima a Torino, a manifestare contro il Museo Lombroso che custodisce quei resti (poi risultati neppure appartenenti a un “brigante”), non c’era soltanto il fior fiore dell’intelligenza neoborbonica, c’erano pure Roberto Gremmo, autonomista e indipendentista piemontese, e Mario Borghezio, del quale non credo serva aggiungere qualificazione.

Berlusconi, Salvini e Meloni hanno dunque scelto per guidare la Calabria un uomo che ha le idee molto confuse sulla storia d’Italia nel periodo risorgimentale. Ma hanno fatto anche di più perché tanta ignoranza non venisse confinata in ambito ottocentesco. Il vice di Occhiuto sarà niente popò di meno che Nino Spirlì, attualmente facente funzione di presidente ma inizialmente chiamato da Jole Santelli alla vicepresidenza della Calabria con delega alla Cultura, ai beni e attività culturali, musei, teatri e biblioteche, etc. etc. La persona giusta.

Quella che serviva per aggiungere l’ignoranza che mancava, quella sul Secolo breve. Spirlì, devoto alle peggiori cause reazionarie, ha infatti recentemente dichiarato di condannare la guerra e le leggi razziali ma, ha aggiunto, “bisogna riconoscere che il Duce è stato soprattutto all’inizio fautore di una rivoluzione popolare. Ha creato le case popolari, le pensioni, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza alle donne, le bonifiche, l’industrializzazione ..”. Il candidato alla vicepresidenza ha, dunque, ingoiato le più stolte panzane sul conto del fascismo.

Ignora che l’istituto delle Case Popolari è stato creato con legge n. 251 del 31 maggio 1903, che la Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e per la vecchiaia degli operai è nata nel 1898 con legge 17 luglio n. 350, che l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia è divenuta obbligatoria nel 1919, che l’industrializzazione dell’Italia prese corpo con l’avvento al potere della Sinistra storica nel 1876 e la progressiva messa in soffitta delle politiche ultraliberiste che avevano caratterizzato i primi anni di vita del Regno, che il periodo fascista è stato quello in cui maggiore si è fatta la divaricazione economica fra il Nord e il Sud dell’Italia. Quanta ignoranza per chi aspira a governare sia pure la regione più povera e più debole d’Italia!

da “il Manifesto” del 2 luglio 2021
immagine da: https://www.citynow.it/regionali-calabria-spirli-occhiuto-vittoria-elezioni-centrodestra/

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Il generale Cotticelli. Non finisce mai di sorprendere. Ora, dopo aver passato le visite mediche per scoprire (sul “Fatto” di ieri) se lui era lui, ed aver indagato per bene ha concluso che non è stato fatto fuori per il fatto di essere il Commissario al piano di rientro della sanità a sua insaputa. No. Lo ha cacciato la massoneria, quella “deviata” che lui ha combattuto tutta la vita e che si sarebbe, per ciò, vendicata.

E comunque, tanto per chiarire il suo sedicente pensiero, in Calabria tutto ti lasciano fare fino a quando non tocchi i privati.
Ecco. Non sappiamo cosa volesse dire un uomo delle Istituzioni con queste mezze frasi o allusioni ma possiamo intuire che volesse dire: se non dai fastidio agli imbroglioni ed ai criminali che si annidano nella sanità privata, non dai fastidio a nessuno.
Detta così, ci sta bene perché sappiamo, come tutti gli italiani, che nella sanità privata si muovono tanti soldi, e talvolta in maniera illegale, criminale.

E dunque fa bene il Governo a mandare gente che indaghi e colpisca duro.
Ma perché mettere un poliziotto, un generale dell’arma o della GDF a governare il servizio sanitario? Perché deve scovare i criminali, ovvio.
Ma questo lo fanno le Questure e le Procure, non deve farlo il Commissario alla Sanità o la politica.

Se si manda un Commissario poliziotto che, per mandato ricevuto e per sua attitudine professionale deve solo indagare e dunque blocca tutto, ma proprio tutto, servizi, pagamenti, accreditamenti, nomine ecc. ecc. non si governa il servizio, lo si affossa e si aumenta il ricorso a pratiche illecite. Il perché è evidente: se ad esempio si sono scoperti doppi o tripli esborsi per le stesse fatture, liquidate ad imbroglioni con la connivenza di funzionari infedeli, si devono bloccare quelli e solo quelli. Non tutti.

Se non si pagano gli imprenditori per bene, nei cui confronti non v’è neanche un’ombra, se non si eseguono le sentenze della magistratura, ingolfando di pignoramenti gli uffici esecuzioni di tutti i Tribunali, si conducono gli imprenditori per bene alla morosità nei confronti dei fornitori, agli inadempimenti nei confronti dei dipendenti, poi all’usura e poi al fallimento.

Come dobbiamo dirlo, come dobbiamo gridarlo, basta con la Regione commissariata. Mandate pure l’esercito, i caschi blu, mandate chi volete, anche se noi pensiamo che in Calabria vi sono eccome, forze dell’ordine, investigatori e magistrati di prim’ordine ed in grado di fare ciò che deve essere fatto come e meglio di un Commissario sprofondato nella Cittadella regionale che non è stato in grado (non l’attuale, nessuno) di recuperare un solo centesimo del debito che era chiamato a ridurre.

Mandate Mandrake, ma lasciate che la Calabria abbia la possibilità di essere gestita – anche in sanità – secondo le regole della Costituzione, e cioè dagli eletti del popolo.
Non è sano dire che siccome il servizio sanitario funge da greppia per corrotti e corruttori, occorre bonificarlo con un commissariamento illimitato con una antidemocratica abolizione del normale servizio in nome di una emergenza criminale. Anche in Polizia, in Magistratura o in Politica, vi sono corrotti e corruttori: abbiamo abolito la Polizia, o la Giustizia, abbiamo chiuso il Parlamento?

Basta con la demagogia, restituiamo i poteri a chi li deve avere in virtù di quel libretto chiamato Costituzione e pretendiamo che i ladri vengano arrestati dalle guardie. Subito.
Questa sarebbe la vera bonifica.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 maggio 2021

Stato-regioni, la “leale collaborazione” non basta.-di Massimo Villone

Stato-regioni, la “leale collaborazione” non basta.-di Massimo Villone

Nella relazione sull’attività della corte costituzionale svolta dal presidente Coraggio viene segnalato ancora una volta il pesante contenzioso tra stato e regioni, e si richiama in particolare la pandemia, per quello che lo stato avrebbe potuto e dovuto fare, e non ha fatto. Citando la recente sentenza 37/2021, Coraggio ricorda che la competenza esclusiva della stato in materia di profilassi internazionale «avrebbe dovuto garantire quella unitarietà di azione e di disciplina che la dimensione nazionale delle emergenze imponeva e tuttora impone». Un obiettivo – si deve intendere – fallito.

Non si può che essere d’accordo, come abbiamo più volte scritto su queste pagine. Ma qui le considerazioni da fare sono almeno tre. La prima, che possono aversi emergenze a dimensione nazionale non riferibili alla profilassi internazionale, come ad esempio un terremoto di gravissima entità; la seconda, che esistono questioni che hanno una dimensione nazionale non qualificabili come emergenze in senso stretto, come il divario Nord-Sud; la terza, che la dimensione nazionale trova nel titolo V della Costituzione un proprio autonomo strumento attuativo solo in misura parziale.

Nel Titolo V la dimensione nazionale non è fortemente presidiata, e in specie non è assistita da una posizione di supremazia. Un implicito riconoscimento si può trovare nell’art. 120 della Costituzione, che assegna allo stato un potere sostitutivo nei confronti di regioni ed enti locali per la tutela di una dimensione nazionale. Un siffatto potere non può non presupporre una supremazia. Ma può essere esercitato solo ex post, per correggere una violazione già avvenuta. Non a caso, la stessa Corte ha ampiamente elaborato il principio di leale collaborazione, che il presidente Coraggio richiama. Il punto è che esso trova il suo ultimo e fisiologico esito nell’intesa, e concettualmente nega qualsiasi supremazia nel rapporto cui si applica.

Ne vengono due possibili alternative. La prima: si introduce una clausola di supremazia esplicita nell’art. 117 della Costituzione, in specie applicabile anche all’art. 116, comma 3, sull’autonomia differenziata (come ho suggerito in una audizione parlamentare sui disegni di legge in discussione). Il secondo: la corte muta parzialmente rotta nella lettura del rapporto stato-regioni, assumendo che un principio di supremazia sia in ogni caso desumibile dal sistema costituzionale nel suo complesso, a partire dall’unità e indivisibilità della Repubblica e dalla tendenziale necessaria uguaglianza nei diritti fondamentali.

E nemmeno basterebbe. Infatti, un potere viene esercitato solo se il titolare così decide. Diversamente, rimane sulla carta. È esattamente quello che è accaduto per l’art. 120 nel caso della pandemia. Alla fine, tutto dipende dal decisore politico, e dalla volontà normativa che esso esprime. La corte, che lascia molto spazio alla discrezionalità legislativa, se ne è resa ben conto quando ha messo in campo la «incostituzionalità prospettata», richiamata dal presidente Coraggio, in specie per il caso Cappato e la diffamazione a mezzo stampa.

Ma allora come poter essere certi, quando sono in gioco i diritti di minoranze, che i giudici siano «garanti di una democrazia veramente inclusiva» come il presidente sottolinea? Anche qui due strade. La prima: la Corte riduce la discrezionalità riconosciuta al legislatore, definendo più ampiamente e in dettaglio il nucleo incomprimibile dei diritti. La seconda: si garantisce con la legge elettorale un parlamento ampiamente rappresentativo scelto da elettrici ed elettori, e senza distorsioni di tipo maggioritario in chiave di supposta governabilità. E sarà quella la sede primaria della «democrazia inclusiva».

Nel sistema istituzionale tutto si tiene. Nel confronto in atto i segnali non sono buoni, e non basta certo una relazione del presidente della corte a riportarlo sui binari giusti. La battaglia è – e rimane – politica.

da “il Manifesto” del 15 maggio 2021

Dalla pandemia un no all’autonomia differenziata.-di Massimo Villone

Dalla pandemia un no all’autonomia differenziata.-di Massimo Villone

Il Documento di economia e finanza (Def) da ultimo presentato dal governo Draghi include tra i collegati al bilancio un disegno di legge “per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art. 116, 3 comma, Cost.”. In fondo, potevamo aspettarcelo, da un esecutivo che ha nella sua maggioranza la Lega, prima sostenitrice dell’Italia delle repubblichette, e che vede alle autonomie una ministra come la Gelmini, già alfiere del separatismo in salsa lombarda. Ma la pandemia e la crisi sanitaria ed economica suggeriscono un ravvedimento operoso almeno per tre motivi essenziali.

Il primo. È del tutto evidente che un vero sistema sanitario nazionale, come era evocato dalla legge 833 del 1978, non esiste più. Abbiamo un patchwork di sistemi regionali, con devastanti differenze tra territori. Il più fondamentale dei diritti – la salute – è tutelato in modo del tutto precario e ineguale. E conclamate eccellenze, come la Lombardia, si sono rivelate fallimentari.

Una intollerabile cacofonia autonomistica, in specie da ultimo per le vaccinazioni. Da più parti si è affermato che l’assistenza sanitaria va ricondotta nelle mani dello Stato. In specie considerando che il contagio da Covid 19 durerà nel tempo e potrà diventare endemico, mentre in futuro è probabile che si presentino altri virus, liberati dalla globalizzazione e dallo sfruttamento esasperato delle risorse naturali. Persino in Germania – stato federale – il Bundestag ha da ultimo centralizzato la lotta alla pandemia, per porre fine alla babele generata dai Lander.

Il secondo. La necessità di un ripensamento sull’autonomia differenziata non si manifesta solo per la sanità. Per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) le priorità variamente dichiarate – come transizione ecologica, digitalizzazione, giovani, donne, Mezzogiorno – richiedono la definizione di obiettivi strategici nazionali e la capacità di formulare e implementare politiche nazionali forti volte a realizzarli. Su questo va attentamente misurata la compatibilità delle autonomie, in specie se declinate come nel separatismo soft di Lombardia, Veneto e in buona misura anche Emilia-Romagna.

Ad esempio, ampie competenze regionali in tema di ambiente metterebbero o no a rischio la transizione ecologica? E che dire della digitalizzazione, e degli interventi necessari per il riequilibrio nel sistema scolastico e per le università, essenziali per evitare le migrazioni di giovani qualificati dal Sud al Nord, e dall’Italia verso l’estero? Una estesa regionalizzazione di strade, autostrade, ferrovie, aeroporti sarebbe compatibile con una strategia di riequilibrio a favore del Mezzogiorno dell’alta velocità e più in generale dei trasporti e della mobilità? Un’autonomia regionale sui porti favorirebbe o ostacolerebbe un rilancio del sistema portuale del Sud come base logistica nello scacchiere euromediterraneo?

Il terzo. Si sente dire spesso, e autorevolmente, che dalla crisi non deve uscire la stessa Italia, con qualche toppa a riparare la crisi che ci ha duramente colpito. Deve uscire un’Italia nuova e diversa. È giusto. Ma dall’autonomia differenziata ex art. 116.3 può rivelarsi difficile, o persino impossibile, tornare indietro, per come è disegnata nella norma costituzionale. Se si attuasse in modo sbagliato nel corso dell’attuazione del PNRR, potrebbe bene essere la pietra tombale sul Piano. Allora bisogna vedere quale Italia esce dalla crisi, e solo dopo eventualmente riprendere qualsiasi discorso sull’autonomia differenziata. Per fortuna, l’inserimento tra i collegati indica in principio una priorità nell’indirizzo di governo, ma non garantisce di per sé che all’approvazione del ddl si giunga in un tempo dato, o mai. Auspichiamo una serena dipartita.

Abbiamo sempre sostenuto che l’autonomia differenziata non può avere ingresso alcuno in materie strategiche per l’unità o l’identità del paese, come ad esempio la scuola. Oggi la pandemia evidenzia una Italia sofferente perché troppo diseguale. L’ultima cosa di cui il paese ha bisogno è che il peso delle diseguaglianze aumenti. C’è una indiscutibile allergia tra pandemia e autonomia. In specie se differenziata.

da “il Manifesto” del 25 aprile 2021

DEF 2021: è stata prevista l’Autonomia Differenziata! Comunicato stampa. Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

DEF 2021: è stata prevista l’Autonomia Differenziata! Comunicato stampa. Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

Ha, cioè, riproposto al Parlamento – e Camera e Senato hanno accettato, ratificando il DEF 2021 lo scorso 22 aprile (ed è la terza volta consecutiva!) – di riservare un iter legislativo privilegiato ad una proposta di legge che ratifichi l’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario, con il rischio aggiuntivo che, qualora intervenisse – modificandoli – sui capitoli di bilancio 2022-2024, essa potrebbe essere sottratta a qualsiasi richiesta di referendum abrogativo.

Tale fatto politico non può essere considerato né una pura distrazione né una mera concessione alla Lega ed ai sostenitori dell’autonomia differenziata per tenere unita la maggioranza.

Si tratta di una provocazione irresponsabile.

Non si può riaprire la strada politico legislativa, seppure nel prossimo futuro, a velleitarie prassi secessioniste e autarchiche, mentre la epidemia pandemica Covid-19 sta imperversando ancora sul popolo italiano in tutte le regioni del Nord, del Centro e del Sud e continuano a realizzarsi diseguaglianze nell’accesso ai vaccini tra i cittadini e le cittadine delle diverse regioni.

Non sono bastate tutte le pessime prove che le amministrazioni regionali hanno fornito nella pretesa di definire autonomamente (e velleitariamente) norme e regole in ambito di sanità, scuola, trasporti, beni culturali?

Non sono bastati i morti e gli effetti disastrosi sull’economia sulla convivenza civile e sociale, in particolare per le fasce deboli e non protette della società, in cui le epidemie producono i loro effetti più gravi?

Purtroppo, anche il governo Draghi (in continuità con il Conte bis e quindi ancor più colpevolmente) non ha voluto ricorrere:

– all’art. 120 della Cost. comma 2°: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni (omissis) quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”,

– all’art. 117 comma 2 lettera q, che prevede la profilassi internazionale tra le materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato, richiamata dalla Corte Costituzionale con comunicato del Comunicato del 24 febbraio 2021.

– all’art. 6 della Legge 833/78, che recita: “Sono di competenza dello Stato le funzioni amministrative concernenti: (omissis) b) la profilassi delle malattie infettive e diffusive, per le quali siano imposte la vaccinazione obbligatoria o misure quarantenarie, nonché gli interventi contro le epidemie e le epizoozie”.

Ci rifiutiamo di credere che il Parlamento voglia assumersi la responsabilità storica di aggravare disastri già provocati dalla prima regionalizzazione attuata in applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001.

Proprio ciò che è successo e sta succedendo in conseguenza di quella riforma, compresi gli scontri tra Stato e regioni, dimostra che un solo passo in più sulla strada dell’autonomia regionale aprirebbe scenari inquietanti di vera frantumazione della Repubblica, di balcanizzazione del Paese.

Ciò di cui ha bisogno il Paese è di fermarsi, non di procedere ulteriormente nella divisione.

Da parte nostra, non staremo a guardare e ci mobiliteremo, anche con petizioni popolari, per fermare questo scempio.

Non lasceremo le proteste di piazza alle destre.

Già abbiamo iniziato: dal il prossimo 25 Aprile si aprirà in Emilia-Romagna la raccolta di firme per una petizione per il ritiro della richiesta di autonomia differenziata avanzata nel 2018 dalla regione Emilia-Romagna.

Perseguiremo lo stesso obbiettivo in tutte le regioni a statuto ordinario.

Lo faremo nel nome della Resistenza, nel nome della Costituzione, nell’interesse del mondo del lavoro e delle componenti fragili della società; ci batteremo perché la Repubblica rimanga una e indivisibile, per garantire uguaglianza dei diritti e ottemperanza ai doveri, contro vecchie e nuove diseguaglianze.

Lo faremo con quanti – cittadine e cittadini, associazioni, sindacati, partiti, personalità, organi di stampa e mass media – condividono le ragioni di questa lotta e l’impegno per tenere unito il Paese.

Il Parlamento e le Regioni abbandonino una volta per tutte e per sempre ogni tentazione di autonomia regionale differenziata!

***comitato stampa contro qualunque autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Cosa si aspetta, una strage senza innocenti?- di Battista Sangineto

Non è più come nella primavera dell’anno scorso, quando, dalla Calabria assistevamo, attoniti, a quel che accadeva nelle altre regioni, soprattutto in Lombardia. Ora siamo colpiti anche qui nello stesso straziante modo, vediamo intorno a noi parenti e amici infettati da questo virus che, mutando, diventa sempre più pervasivo e strazia famiglie intere nelle città e nei paesi. Gli ospedali sono al collasso e ci sono molte persone, soprattutto anziani, che muoiono a casa senza che sia stato praticato loro un tampone, senza che siano stati visitati da un medico o, meno che mai, curati a casa.

I numeri ufficiali sono diventati in queste ultime settimane in Calabria sempre più preoccupanti: quasi 11.000 casi attivi attualmente, 500 nuovi contagi al giorno e più di 10 morti quotidiani, di cui più della metà nei nosocomi cosentini (ieri, 5 aprile, 7 morti di cui 6 all’Annunziata di Cosenza, 82 in un mese), con un indice di positività del 13-14%, quasi il doppio di quello nazionale che è del 7,9%. Noi meridionali e calabresi temevamo che questa pandemia potesse espandersi e incrudelirsi anche al Sud ed in Calabria perché sapevamo che le nostre strutture sanitarie sono in condizioni disastrose e che i nostri sanitari sono pochi e impreparati alla bisogna.

Temevamo e sapevamo, ma niente è stato fatto, da più di un anno a questa parte, per rafforzare strutture e personale medico. Niente!

Come ci raccontano Rocco Valenti e Massimo Clausi su questo giornale, la Calabria è la sola regione italiana priva di un piano anti-Covid tanto che le terapie intensive sono rimaste 152 (l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani ne ha censite, addirittura, solo 133) a fronte delle 280 appena sufficienti, previste già un anno fa. A fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha la metà: 1,7; la provincia di Cosenza, secondo il decreto 64 del 2016 emanato dal commissario Scura, avrebbe dovuto avere, per esempio, altri 354 posti per malati acuti che, naturalmente, non sono mai stati realizzati.

Era il 30 luglio del 2010 quando Scopelliti fu nominato, da Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni. Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano la tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni stimano essere di più di 1 miliardo.

Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di centrodestra e di centrosinistra, ponessero, con forza, al centro della loro battaglia politica la Sanità. E’ stata, anzi, solo terreno di sterili o dannose polemiche e di totale immobilismo.

Il governo Conte, dopo le tragicomiche vicende dei Commissari che tutta Italia ha potuto vedere in tv, aveva, almeno, provveduto a far montare un Ospedale militare da campo a Cosenza ed aveva permesso a Gino Strada di impiantare una struttura di ‘Emergency’ a Crotone. Ora ‘Emergency’ se n’è andata e l’Ospedale militare di Cosenza è stato, incredibilmente, trasformato in centro vaccinale, mentre all’Ospedale dell’Annunziata i malati Covid inondano gli altri reparti, sabato 3 aprile ne erano ricoverati 137, e le poche terapie intensive sono tutte occupate. Cosa si aspetta a trasformare di nuovo in terapie intensive le strutture sanitarie dell’Ospedale militare?

Il Commissario Longo, nominato ad ottobre, avrebbe, secondo questo giornale, elaborato un nuovo piano rispetto a quello di Cotticelli, ma non avendo inserito la rendicontazione della spesa dei fondi Covid sarebbe stato sospeso dal tavolo interministeriale. Avremmo, dunque, ancora in vigore il piano Cotticelli che, comunque, prevedeva 280 terapie intensive, per poterci avvicinare alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 7,9 attuali, ma dopo 15 mesi dall’inizio della pandemia ce ne sono ancora 152. Sono saltate tutte le possibilità -tracciamento, tamponi e aree rosse circoscritte- di contenere l’epidemia, l’ultima chance sarebbe una campagna vaccinatoria capillare ed efficace.

Ma come è andata, come sta andando con i vaccini? Nel modo peggiore possibile: la Calabria è all’ultimo posto avendo somministrato solo il 78,8% delle dosi distribuite dallo Stato alle Regioni; non si capisce che fine abbiano fatto -come ha chiesto più volte, senza avere risposta, Massimo Clausi su questo giornale- oltre 74.000 dosi che sono ‘sparite’; la percentuale di vaccinati alla voce “altri”, che però comprende anche i “fragili”, è la più alta d’Italia con oltre il 23%, 79.000 su 293.000, mentre i sanitari vaccinati sono 78.000 e gli ultraottantenni solo 82.000 (i dati sono consultabili su: www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/).

Una situazione così catastrofica non può essere più ignorata dal Governo che, invece, deve dare risposte urgenti ai calabresi: perché, nonostante il commissariamento sia della sanità regionale con il poliziotto Longo sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno le stesse cure mediche che spettano, secondo l’art. 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano? Perché non sono stati aumentati le terapie intensive e i letti ospedalieri per le degenze Covid e non-Covid in questi ultimi 14 mesi? Perché non è stato approntato e realizzato un piano sanitario regionale anti-Covid? Perché il piano vaccinale funziona così a rilento e in maniera così poco trasparente in questa regione? Perché il generale Figliuolo – che in occasione della sua visita in Calabria si è incontrato con il commissario Longo e con il Presidente-chef leghista Spirlì- ha certificato, invece, che il piano di vaccinazione predisposto da Regione e struttura commissariale andava benissimo e che non c’erano aggiustamenti da fare?

Una strage degli innocenti, quella che si sta minacciosamente profilando all’orizzonte dei cittadini calabresi nelle prossime settimane? No, di innocenti, qui in Calabria, ce ne sono ben pochi.

da “il Quotidiano del Sud” del 6 aprile 2021

Immagine: Duccio di Buoninsegna,Strage degli innocenti, Museo del Duomo di Siena, inizi XIV secolo.
Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53194180

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Calabria. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento.-di Pino Ippolito Armino

Su tutto domina la spazzatura. Un’affermazione improntata a cupo pessimismo morale? No, parlo della spazzatura fisica, reale, quella che nella mia infanzia passava a raccogliere, con un minuscolo bidoncino munito di ruote, un netturbino credo di origini siciliane perché annunciandosi urlava «A munnizza» e a volte, per risparmiare fiato, anche semplicemente «A mizza».

Chi l’avrebbe detto che da lì a qualche tempo quella sarebbe divenuta una delle principali economie del Mezzogiorno? La spesa per la gestione dei rifiuti è, infatti, tra le più rilevanti all’interno dei disastrati bilanci delle regioni meridionali.

In base agli ultimi dati disponibili, questa voce vale 11 milioni di euro in Puglia, 40 milioni in Sicilia, più di 130 milioni in Calabria, addirittura 260 milioni in Campania. Nello stesso periodo e per le medesime attività il Piemonte ha speso 9 milioni di euro e il Veneto soltanto 760 mila euro, nemmeno lo 0,6% di quanto ha speso la Calabria, con una popolazione che è più che due e volta e mezza quella calabrese e un territorio più ampio del 20%! Contemporaneamente la regione Veneto, che è quella che ha fatto meglio, ha differenziato quasi il 75% della sua raccolta rifiuti e la Calabria non ha toccato neppure il 48% (Ispra Catasto Nazionale Rifiuti).

Due facce della stessa medaglia, più si differenzia meno si spende. Ma fino a un certo punto. È fin troppo evidente che la spesa calabrese è abnorme, persino rispetto a quella della Campania se si tiene conto del rapporto fra le due popolazioni. Dove finiscono tutti quei soldi? A chi va in tasca quel tesoro mentre la regione annaspa tra i suoi rifiuti?

Aprire alla coltivazione una discarica – come si dice con termine che forse vorrebbe fare dimenticare l’inquinamento del suolo e dell’aria che questa modalità di trattamento produce – non è solo il modo più semplice e inquinante per affrontare il problema, è anche quello più costoso per le casse pubbliche e più lucroso per gli imprenditori del ramo.

Non si spiega altrimenti, ad esempio, la costruzione in corso in provincia di Reggio Calabria (dove la raccolta differenziata è ferma al 36%) di una nuova megadiscarica per rifiuti non differenziati (400.000 tonnellate) che mette a rischio un’importantissima sorgente d’acqua potabile e distrugge molti ettari di autentiche coltivazioni agricole di qualità ma avrà, nondimeno, un «merito» niente affatto trascurabile.

A conti fatti, smaltire una tonnellata di rifiuti in quella discarica significherà spendere tre volte quanto servirebbe per conferirla all’inceneritore e persino più di quanto oggi costi inviarla fuori regione. Sui rifiuti, oltre che sulla sanità, si misura il fallimento del regionalismo italiano.

Le nuove «repubbliche regionali», lontano dai riflettori e fuori da ogni controllo, riproducono un mosaico ancor più frazionato e composito di quello che ereditava nel 1861 il nuovo stato italiano, instaurando un regime di concorrenza fra le stesse che non può che condannare la parte più debole, ancora una volta il Mezzogiorno d’Italia, all’arretratezza e al degrado.

da “il Manifesto” del 2 aprile 2021
Foto di prvideotv da Pixabay

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Il Sud nella servitù del Nord.-di Tonino Perna

Molte testate giornalistiche hanno commentato la nascita di questo governo mettendo in evidenza la matrice settentrionale, in base alla provenienza anagrafica dei ministri.

È una visione parziale e qualche volta distorta. Ci sono stati nella storia italiana dei ministri e addirittura dei premier che erano di origine meridionale ma che hanno fatto gli interessi del Nord. Valga fra tutti il caso di Francesco Crispi, palermitano, che usò i dazi doganali per proteggere l’industria nascente nel triangolo industriale, provocando una reazione, soprattutto della Francia, che colpì l’export meridionale di materie prime e beni alimentari.

La questione, dunque, non è tanto quella delle radici anagrafiche del governo quanto della sua strategia di politica economica, di visione del paese, di come deve collocarsi all’interno della divisione internazionale del lavoro.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia doveva risorgere dalle macerie, fisiche e politiche (uscita dal fascismo), doveva essere ricostruita e ripensata. Quello spirito, più volte richiamato in questi giorni, portò ad una unità d’intenti di tutte (o quasi) le forze politiche e a scrivere una delle più belle Costituzioni del mondo.

Ma, dopo le elezioni politiche del 1948, si arrivò alla inevitabile divisione tra destra e sinistra e vinse, come sappiamo, la Democrazia cristiana che governò per quarant’anni il nostro paese. Anche allora fu varato un piano per la ricostruzione che favorì la ripresa dell’industria al Nord e penalizzò il Mezzogiorno.

Ci fu, come ricordava l’indimenticabile Augusto Graziani nel suo saggio su Lo sviluppo dell’economia italiana dalla ricostruzione alla moneta unica, un grande dibattito su dove dovessero essere concentrati gli investimenti.

Le grandi città del Nord erano state duramente bombardate e molte fabbriche distrutte, mentre al Sud (con qualche eccezione), i bombardamenti degli angloamericani furono limitati perché i nazisti fuggirono prima a Cassino per poi attestarsi con tutte le loro forze sulla linea gotica.

Quindi, per logica, sarebbe stato più economico ripartire dal Sud, almeno per alcune industrie di base in cui lo Stato aveva un peso rilevante. Ed invece, come sappiamo, prevalse la linea di concentrarsi sullo sviluppo industriale del Nord-ovest e il Mezzogiorno fu compensato con la Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Questa formula comunque portò negli anni ’50 e fino alla prima congiuntura del 1963, al famoso «miracolo economico italiano». Che non si fermò al triangolo industriale, ma negli anni ’60 e ’70 si estese alla cosiddetta «Terza Italia», il Centro-Nord est, dove si affermò un interessante modello di sviluppo fondato sui distretti industriali, la piccola e media impresa, e un ruolo promozionale degli enti locali.

E il Mezzogiorno? Non solo rimase fuori, ma subì un pesante processo di deindustrializzazione.

Malgrado la crescita dell’occupazione nei famosi «poli di sviluppo», inquinanti e funzionali alle industrie del Nord, complessivamente nel periodo 1951-71 si registra un saldo negativo di oltre 17.000 Pmi, mentre nel Centro-Nord-est si ha un saldo positivo di circa 110mila imprese, quasi tutte nei settori dell’industria leggera (alimentari, abbigliamento, legno e mobilio, ecc.).

Le Pmi meridionali non avevano retto all’impatto del mercato nazionale e mondiale, determinato dai nuovi mezzi di comunicazione e abbattimento delle tradizionali barriere naturali.

Dagli anni ’70, il Mezzogiorno assunse il ruolo principale di serbatoio di voti per il partito di maggioranza relativa. La Cassa del Mezzogiorno, che pure aveva svolto un ruolo positivo negli anni ’50, travolta dagli scandali venne sciolta e nient’altro la sostituì.

Con la caduta del muro di Berlino, e la relativa globalizzazione del mercato capitalistico, le imprese del Centro-Nord non ebbero più bisogno della domanda interna e puntarono all’export verso i nuovi mercati dell’est unitamente ad una massiccia delocalizzazione verso questi paesi a bassissimo costo della forza-lavoro.

Restava al Mezzogiorno solo il ruolo di serbatoio di voti legati alle clientele e all’assistenza pelosa, con il passaggio dalla Dc a Forza Italia.

Col nuovo secolo scomparve totalmente la «questione meridionale» dall’agenda politica del nostro paese. Crebbero emigrazione, emarginazione e rabbia tra le popolazioni meridionali. Questo «ri-sentimento» fu colto da Grillo, che non a caso partì dalla Sicilia, per il suo travolgente tour che portò la sua creatura a raggiungere nel 2018 il 32 per cento dei voti alle elezioni politiche, con una base nettamente più larga nel Mezzogiorno (oltre il 40 per cento).

Il resto è la cronaca di questi anni e l’arrivo del Salvatore della patria. Nella sua alchimia della composizione del nuovo governo emerge, da una parte, la scelta di un uomo che riporta la Lega alle sue origini padane, e dall’altra, l’abbandono del Sud nelle mani di Forza Italia, cioè di una forza politica in via di estinzione.

Il destino delle popolazioni meridionali è segnato. Solo una grande mobilitazione potrebbe cambiare questo scenario. Ma dove sono le forze politiche o sindacali capaci ancora di compiere questo miracolo?

da “il Manifesto” del 16 febbraio 2021
foto di Battista Sangineto: Rovine industriali di Saline Joniche (RC)

Area dello Stretto.- di Tonino Perna La Calabria è una regione ingovernabile anche perché non esiste.

Area dello Stretto.- di Tonino Perna La Calabria è una regione ingovernabile anche perché non esiste.

Diciamolo subito: la Calabria è una regione ingovernabile anche perché non esiste. Fu una invenzione istituzionale del 1970 quando vennero istituite le regioni. Da sempre, ed ancora oggi in Sicilia, si dice vado nelle Calabrie. In tutta la letteratura di viaggio, nei vecchi libri di geografia la dizione esatta era: Calabria Citeriore e Calabria Ulteriore. Le due Calabrie separate dall’istmo di Lamezia.

La Calabria Citeriore è, per storia-cultura-tradizioni, molto più vicina alla Campania e Basilicata, ha da sempre risentito dell’egemonia napoletana, mentre la Calabria Ultra è stata storicamente legata alla Sicilia, soprattutto quella parte che si affaccia sullo Stretto di “Scill’è Cariddi”, come lo chiamava Stefano D’Arrigo nel suo celebre romanzo “Horcynus Orca”. Sulla sponda siciliana storicamente Messina è sempre stata legata, sul piano culturale ed economico, a Reggio, a Bagnara, Scilla e Palmi, nonché ai paesi dell’Aspromonte.

Gli scambi di persone e merci tra le due sponde è sempre stato molto intenso fino agli anni ’70 del secolo scorso. Con la nascita delle Regioni la città della Madonna della Lettera ha girato lo sguardo verso Palermo, così come Reggio ha dovuto gioco forza rivolgersi a Catanzaro dove si concentravano le risorse economiche più rilevanti.

A distanza di cinquant’anni è chiaro che bisogna rivedere il modo con cui sono state istituite le Regioni. Intanto, in molti settori vitali –sanità, scuola, Università, trasporti – lo Stato deve riprendere le redini e togliere tutti i poteri che sono stati, grazie anche alla modifica del Titolo V della Costituzione, dati impunemente alle Regioni. E in questo riassetto istituzionale si può prevedere anche un ridisegno delle Regioni.

In quest’ottica si può pensare di accorpare Abbruzzi e Molise, ad esempio, così pure la Calabria Citeriore e la Basilicata, e pensare ad una città metropolitana dello Stretto a cui possano aderire tutti i Comuni limitrofi che ne fanno richiesta. Ad oggi abbiamo due finte città metropolitane in quanto il legislatore ha trasformato, con un colpo di penna (neanche stilografica) due Province in città metropolitane. Un obbrobrio.

Purtroppo, ogni volta che si pensa all’integrazione tra le due città salta fuori dall’armadio lo scheletro del ponte sullo Stretto. Un progetto abortito da molti anni, dove sono stati spesi inutilmente milioni di euro, pur sapendo della sua non fattibilità. Come disse una volta l’ex rettore dell’Università Mediterranea , Alessandro Bianchi, il ponte sullo Stretto ha costituito per decenni un’arma di distrazione di massa. Centinaia di ricercatori, di tecnici, di studiosi sono stati sprecati e avrebbero potuto dare un contributo rilevante in altri campi.

Rilanciare oggi la proposta del ponte sullo Stretto vuol dire prendere ancora una volta in giro i cittadini, anche semplicemente perché il Recovery Fund finanzia solo progetti che debbono essere completati in cinque anni!
Detto questo rimane il problema del collegamento tra le due città metropolitane, le uniche in Italia (e direi nel mondo) che distano solo 12 km, tra i due centri storici , e 3,3 km nel tratto più breve tra Cannitello (Villa S.G.) e Ganzirri (punta estrema della Sicilia verso il continente).

Bisognerebbe potenziare i collegamenti via mare, che sono stati ridotti negli ultimi decenni e pensare a possibili forme istituzionali di unione tra le due città metropolitane. Il mio sogno sarebbe quello della “Regione dello Stretto”, ovvero di due province autonome, sul modello del Trentino Alto Adige. Ma, capisco che si tratta di un sogno.

È necessario comunque pensare a garantire il diritto alla continuità territoriale, come avviene con altre isole del nostro paese, oggi impedito da proibitive tariffe di attraversamento dello Stretto. E poi, in ogni caso, bisognerà trovare delle forme istituzionali idonee a favorire una reale fusione tra le due città della Fata Morgana. O bisogna accontentarsi che si rinnovi questo miracolo della natura che le congiunge attraverso un fenomeno di rifrazione della luce?

Calabria sussidiata-di Domenico Cersosimo

Calabria sussidiata-di Domenico Cersosimo

Il Covid-19 ha acutizzato la piaga congenita dell’economia e della società calabrese: la dipendenza dai sussidi pubblici.
La pandemia, come nel resto del paese e del mondo, ha determinato una drastica contrazione della produzione regionale, dell’occupazione, dei redditi da lavoro, dei profitti aziendali. Una compressione asimmetrica, selettiva. I prezzi più alti li hanno pagati e continuano a pagarli le imprese più piccole e destrutturate, le attività interessate al lockdown, le imprese della filiera turistica e dei trasporti.

Più di 40 imprese su 100 prevedono di chiudere l’esercizio 2020 in perdita (17% nel 2019); circa 28 mila imprese hanno fatto ricorso a prestiti garantiti (per quasi un miliardo di euro) nei primi nove mesi dell’anno, contro rispettivamente 2.000 e 245 milioni nell’intero 2019 (dati Banca d’Italia). E’ crollato verticalmente il settore dei trasporti: gran parte dei voli commerciali sono stati cancellati e il numero di passeggeri da e per la Calabria si è ridotto del 70%; regressioni simili hanno interessato anche le strutture ricettive regionali, in special modo per la forte caduta dei turisti stranieri.

Uno shock letale per l’economia calabrese, che si sovrappone alle perdite dolorose della grande recessione post-2007, non ancora assorbite alla comparsa del virus. Tra il 2008 e il 2014 il Pil calabrese ha subito una decrescita cumulata del 14,3% (più del doppio della perdita registrata dalle regioni del Nord-est); nel quinquennio successivo ha sperimentato una crescita appena accennata (0,7% cumulato, a fronte del 2,5% nel Mezzogiorno, del 6,1% nel Nord-est e del 9,3% nella media dei 28 paesi EU) (dati Svimez).

Dal 2008 l’occupazione totale si è ridotta di 40 mila unità, la gran parte nel settore industriale, aggravando il suo cronico sottodimensionamento; il valore aggiunto del secondario si è contratto di oltre due miliardi di euro (-37%), mentre il valore del Pil si è abbassato di quattro miliardi e mezzo di euro (-12,3%) e quello pro-capite di circa 2.000 euro (-10,6%). Nel frattempo, la disoccupazione è schizzata dal 9 al 21% e quella dei giovani tra 15 e 24 anni dal 34 al 49%. Una stagnazione lunga, segnata da crescita lenta, bassa produttività, nuove disuguaglianze economiche e civili tra individui e luoghi, tra aree interne e aree urbane, tra città e nelle città.

Un nucleo di imprese, meno di un quinto del totale, ha retto l’onda devastante della pandemia. Non solo quelle più consolidate dei comparti cosiddetti essenziali (agroalimentare, chimica, logistica, e-commerce), ma anche quelle più resilienti, le imprese dotate delle risorse cognitive e non, per reagire allo shock pandemico attraverso ammodernamenti e nuovi investimenti.

Moltissime imprese e attività sono ancora in vita grazie ai ristori pubblici, ai tamponi finanziari e fiscali. Molte sono diventate “imprese zombie” (zombie firms), così etichettate nel recente rapporto 2020 del G30, coordinato da Mario Draghi e Raghuram Rajan, unità tecnicamente non fallite ma che una volta terminati i sussidi non saranno in grado di sopravvivere con le loro forze oppure vivranno periodi di stenti finanziari cronici e di inefficienza allocativa.

Diverse di queste saranno costrette a persistere per mancanze di alternative, trasformandosi in “imprese di necessità”: per racimolare un reddito familiare, per non azzerare investimenti pregressi, per continuare ad avere un’occupazione quotidiana, per non licenziare i propri dipendenti, per alimentare una speranza di improbabile ripresa. Più in generale, gli impatti del Covid-19 hanno messo in forte evidenza l’eterogeneità e le differenziazioni crescenti tra le imprese, configurando sempre più un “dualismo orizzontale” anche tra imprese con le medesime caratteristiche dimensionali, settoriali, territoriali.

La crisi sanitaria ha avuto effetti altrettanto devastanti nel mercato del lavoro, in particolare per i lavoratori autonomi, quelli con contratti a termine, del turismo e della ristorazione, gli artisti e gli operatori del variegato mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento e delle filiere sottostanti. Svantaggiati moltissimo i giovani e le donne, già in forte sofferenza ben prima del coronavirus, i lavoratori irregolari e senza tutele del Sud. Blocco dei licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione hanno impedito il tracollo dell’occupazione e dei salari dei lavoratori dipendenti.

Da gennaio a settembre le ore autorizzate di Cig hanno sfiorato i 26 milioni (meno di 2.400 nel 2019), a cui bisogna aggiungere altri 11 milioni di ore di integrazioni salariali erogate dal Fondo di solidarietà (solo 265 nel 2019); nel solo primo semestre l’Inps ha deliberato più di 170 mila bonus da 600 euro, pari ad un numero di sussidi che copre il 12,2% della popolazione regionale tra 15 e 70 anni; da gennaio a luglio, sempre l’Istituto di previdenza, ha erogato circa 20 mila Redditi di emergenza a famiglie in stato di necessità (il 2,5% delle famiglie residenti), per un importo medio mensile di 560 euro (per tre mensilità); le erogazioni di Reddito o Pensione di cittadinanza nei primi nove mesi sono state circa 92 mila (il 12% delle famiglie residenti, il 5,5% nella media italiana e il 10,5% nel Mezzogiorno), un aumento di quasi 19 mila unità rispetto al 2019 (dati Banca d’Italia).

Una montagna diversificata di sussidi, come nelle altre regioni, necessaria per lenire le ferite, per proteggere i soggetti economici e sociali più fragili, per dare ossigeno pubblico alle imprese e agli imprenditori, e che accentua il profilo della Calabria come società sussidiata.

Nell’anno che sta per chiudersi, si stima per la Calabria un arretramento del 10% circa della ricchezza complessiva, pari in valore assoluto ad oltre tre miliardi di euro (in media una perdita di 1.500 euro procapite). Una cifra enorme in sé (la metà dell’intero Pil del Molise), ma ancor più preoccupante se si considera la strutturale asfissia della base produttiva locale.

D’altro canto, il rimbalzo economico atteso nel 2021 si annuncia per la regione ben più contenuto di quello medio meridionale e centrosettentrionale (0,6% a fronte rispettivamente dell’1,2 e del 4,5%), a ragione della modesta elasticità della struttura produttiva locale agli stimoli della domanda. Con il rischio che il canonico andamento a “V” del ciclo economico possa assumere in Calabria una forma simile alla “L”, ossia che alla caduta rapida della decrescita segua una lunga fase di stagnazione e di crescita lenta, lentissima.

E’ tutta qui la questione: l’incapacità della Calabria e dell’intero sistema nazionale a cicatrizzare la ferita del sottosviluppo, a sconfiggere la refrattarietà sociale all’autonomia produttiva. Non c’è verso. La Calabria rimane, sotto questo aspetto, l’eccezione nazionale, il caso più estremo di “modernizzazione passiva”.

Di assorbimento rapido – per gocciolamento, imitazione o induzione – di standard e stili comportamentali sociali tipici delle società sviluppate non basati però su processi di crescita di mercato bensì mediante trasferimenti di risorse finanziarie esterne, per lo più pubbliche. Consumiamo senza produrre, o meglio, consumiamo, in valore, molto di più di quanto produciamo. Sicché, la qualità della nostra vita, decorosa o meno, dipende in proporzioni “patologiche” dalla spesa pubblica, ossia dalla politica, che in Calabria più che altrove si configura come il vero e unico “grande tutto”.

Intendiamoci. Gli aiuti pubblici alle aree in ritardo di sviluppo sono del tutto fisiologici, null’altro che una forma di redistribuzione della ricchezza nazionale dai cittadini più ricchi a quelli più poveri. Il problema è il denominatore, la ricchezza autoprodotta, non il numeratore, i trasferimenti. E’ il livello troppo basso e stagnante del prodotto a rendere patologico l’incidenza della spesa pubblica, anche quando, come è accaduto in questo primo ventennio del XXI secolo, ha subito un forte decremento.

A maggior ragione, poi, quando si tratta di aiuti che non aiutano a emanciparsi, seppure gradualmente, dalla loro erogazione, e che finiscono per accentuare la condizione di dipendenza della società regionale. Una vera e propria “trappola da sottosviluppo”: i gruppi dirigenti, piccoli e grandi, locali e centrali, che avrebbero convenienza a modificare lo status quo sono sopraffatti da classi dirigenti “estrattive”, ovverossia da un blocco sociale composito che dal sottosviluppo estrae benefici, potere, privilegi. Una trappola paradossalmente sostenuta dall’exit – sotto forma di fuga dalla regione, di rassegnazione e adattamento passivo, di immersione e occultamento nel privato – da parte di ceti che potenzialmente avrebbero interesse e spesso le capacità per invertire la rotta e ridurre progressivamente l’ostilità del contesto regionale.

Di fatto, da tempo, nei precari equilibri al ribasso della società regionale prevalgono i rentiers dello status quo, strateghi e accoliti della “guerra di posizione”, del mantenimento dei poteri consolidati. Non una società cristallizzata e immobile, al contrario una società in un continuo “movimento di adattamento”, tutto interno ai ristretti circuiti dei poteri dominanti – politici, economici, criminali. Latitano i “contromovimenti”, i gruppi sociali che aspirano e agiscono per un ribaltamento degli assetti di potere consolidati, anche se non mancano esperienze, casamatte e testimonianze eccellenti, altere ma puntiformi, innovative ma autocontenute.

Il porto transhipment di Gioia Tauro, i cui traffici sono cresciuti in questo anno orribile del 25%, rimane ancora oggi un corpo estraneo alla società locale; la stessa Università della Calabria, un’altra modernizzazione “dall’alto” della Calabria del dopoguerra, a 50 anni dalla sua nascita stenta ancora a diventare un vero corpo sociale. Un’altra connotazione sedimentata della regione: frammentarietà sociale e territoriale e connessioni rarefatte, a maglie troppo larghe, gelatinose, il che inibisce effetti di tracimazione delle esperienze di successo dai propri perimetri.

Il futuro è in salita, ripida, aspra. Prima di tutto per le ragioni socio-politiche prima dette. Non si scorge una domanda diffusa di sviluppo, né si intravedono alleanze di ceti e gruppi sociali e politici che non solo sventolano la bandiera della crescita autonoma ma che intraprendono azioni, politiche e decisioni concrete, coerenti, sostenibili, misurabili, di potenziamento e trasformazione dell’esile struttura economica regionale. Forse sarebbe necessario un “destabilizzatore” esterno, un soggetto centrale – lo Stato, l’Europa – che incoraggi e sostenga gli innovatori regionali, che valorizzi e aggreghi le “eccellenze” locali, che raccolga e coordini le conoscenze locali e quelle esterne.

Un soggetto in grado di destabilizzare l’equilibrio da sottosviluppo, ad esempio imponendo precise condizionalità ai trasferimenti finanziari in termini di chiara identificazione dei risultati attesi, dei tempi di realizzazione, degli attori coinvolti e delle loro inderogabili responsabilità, dei processi di valutazione (ex-ante, in itinere e ex-post), dell’erogazione a stadi di realizzazione effettiva e soprattutto della trasparenza informativa, del coinvolgimento e della partecipazione attiva dei cittadini. A mostrare le realizzazioni raggiunte, il loro valore tangibile per i cittadini e gli scarti rispetto agli obiettivi di partenza.

A pensarci bene, le tre grandi modernizzazioni della Calabria di questo secondo dopoguerra – Riforma agraria, Università della Calabria e porto di Gioia Tauro –, che con più intensità hanno contribuito a trasformare assetti sociali e rappresentazioni simboliche della regione, sono l’esito di forti intenzionalità “esterne”, di spinte determinanti di soggetti istituzionali e imprenditoriali centrali.

Un soggetto esterno non per penalizzare, controllare e bypassare i soggetti regionali, come ad esempio è finora avvenuto con il commissariamento della sanità, bensì un soggetto con la specifica missione di affiancare, sostenere, incoraggiare e rinnovare le istituzioni locali, per irrobustirle con adeguate infrastrutture tecniche e relazionali. L’infragilimento istituzionale e sociale della Calabria è giunto ad un punto così critico che non è più realistico pensare che le forze endogene da sole siano in grado di avviare la risalita. Né sono sufficienti, come la storia dell’ultimo trentennio insegna, le sole risorse finanziarie, per quanto ingenti, a determinare la svolta.

Per rimarginare la piaga è necessario uno sforzo cooperativo di lungo periodo tra forze esterne e forze interne, di coerenti e integrati interventi dall’alto e dal basso, di politiche e azioni rivolte al risanamento civile e alla crescita economica. Della migliore polizia urbana e dei migliori maestri. Senza un primo e un dopo. Non si vedono alternative né scorciatoie possibili.

da “il Quotidiano del Sud” del 4 gennaio 2021

I Nuovi Comuni, ente intermedio al posto delle Regioni.-di Arturo Lanzani e Filippo Barbera

I Nuovi Comuni, ente intermedio al posto delle Regioni.-di Arturo Lanzani e Filippo Barbera

Le Regioni italiane sono molto diverse, ci ricorda Piero Bevilacqua nel suo recente articolo (il manifesto, 25 novembre). In questa diversità, hanno una comune “qualità”: sono enti iper-legiferanti, mini-Stati. Le Regioni gestiscono e distribuiscono risorse scarse a gruppi in competizione, a discapito dell’adozione di politiche pubbliche e strategie di interesse collettivo, organizzate per missioni e progetti. All’inadeguatezza delle Regioni si è sommato il fallimento della Legge Del Rio che ha istituito le città metropolitane, Enti di area vasta ma privi di un governo politico. Il sindaco della città metropolitana non è un sindaco: non governa politicamente il territorio di competenza. Non negozia o contratta con l’insieme dei sindaci strategie di sviluppo, infrastrutture connettive e politiche pubbliche.

Le proposte di revisione dell’assetto istituzionale dei poteri locali non mancano. Una proviene dai lavori della società geografica italiana e guarda in una direzione “cantonale”, che si affranchi dalle sirene della finta abolizione delle Provincie – più radicate delle Regioni nella storia e nelle forme di vita del nostro paese – ma lavori per un ridisegno e riduzione del loro numero (una trentina di provincie “rafforzate”) come unico livello di governo, sostitutivo di quello regionale e provinciale. Una sorta di livello intermedio tra Comuni (lasciati però nella loro numerosità e frammentazione) e il livello centrale, le cui funzioni non sono precisamente definite.

Una proposta meritoria, ma con scarse probabilità di trovare ascolto politico. Chi mai si mobiliterebbe in questa direzione? Con quali alleanze? Una seconda proposta, di chi scrive, è quella di ritenere che nella storia d’Italia contino solo i Comuni come altra gamba del livello nazionale, anzi che debba contare un “Nuovo Comune” che si vorrebbe rafforzare nella sua funzioni politica e istituzionale – ma non tanto con l’illusione leaderista dell’elezione diretta del sindaco – ma articolandolo, da un lato in N “tipi di città” – maturate attorno ai legami di storici distretti industriali, di valle (spesso riproducendo le forme di coesione delle più felici comunità montane gravitanti su centri o conurbazioni di valle o pedemontane), di costa attorno urbanizzazioni interconnesse, di distretti rurali o di campagna urbanizzata con più tradizionale gravitazione su una città media, ma anche più originalmente “città” unificate da un tratto profondo comune dell’ambiente e del paesaggio che si è fatto fattore identitario e di sviluppo-secondo principi plurali e aggregativi, capaci di dare luogo a 500-1.000 città per l’intero paese.

Dall’altro, articolando queste N città in Municipi, calibrati in un intervallo compreso tra i 3.000-50.000 abitanti, corrispondenti ai vecchi Comuni a suddivisioni di quelli più grandi e ad aggregazioni di quelli più piccoli. Questi “Nuovi Comuni” dovrebbero quindi essere articolati in due livelli: al primo livello, strutture territoriali esito di variegati processi ecologico-sociali che diventano a loro volta strutturanti le stesse pratiche sociali e dinamismi ecologici, si organizzerebbero le tecno-strutture e le istituzioni culturali che sono indispensabile supporto di qualsiasi politica e progetto e si svilupperebbero alcune politiche sistemiche (usi del suolo, mobilità, reti verdi); il secondo livello, maggiormente riconfigurabile nei suoi stessi confini alla luce di progettualità e visioni complesse di medio e breve periodo, diventerebbe presidio ed espressione delle forme di cittadinanza attiva, ambito della redistribuzione dei poteri e dei saperi, con il compito di rinforzare e curare la capacità di “voce” e “azione” di persone, associazioni e corpi intermedi. Questo “Nuovo Comune” sarebbe così il luogo di incontro generativo delle due istanze, delle città e dei municipi, così come lo strumento per costruire visioni di futuro condivise.

Questa proposta avrebbe qualche probabilità in più di trovare ascolto politico, perché potrebbe essere presentata come una riforma e un rilancio del “municipalismo virtuoso” contro la “burocratizzazione regionale”: una riforma che spinge ad aggregarsi superando particolarismi strumentali, incapaci di affrontare i problemi che interessano la vita quotidiana delle persone, senza cancellare identità locali che rimangono sentite e capisaldi di ogni forma di civismo. I “nemici” qui sarebbero ben identificabili nei governatori regionali e nei sindaci delle grandi città, una lotta ancora impari che richiederebbe una alleanza con la classe dirigente nazionale per uno Stato che riconosca il policentrismo come tratto unificante e si faccia carico – dal centro – sia di strategie-missioni territoriali relative a cinque grandi questioni nazionali.

Tre almeno parzialmente riconosciute e relative allo sviluppo del mezzogiorno, alla riorganizzazione degli ambiti metropolitani-grandi città del paese e alla promozione dello sviluppo e alla garanzia dei fondamentali diritti di cittadinanza per le aree interne. Due invece di nuova concettualizzazione ma egualmente urgenti e relative, al riordino del territorio costiero con il suo enorme carico insediativo e a fronte degli effetti del cambiamento climatico e alla sempre più urgente riconversione ecologico-ambientale della dinamica, ma poco vivibile e salubre, pianura padana. Sia di strategie più specifiche relative ai bacini fluviali, alle aree sismiche, ai sistemi di mobilità sovraregionali e ai rapporti di scambio e di flussi tra territori metro-montani e metro-rurali (nord-ovest, nord-est, arco ligure, dorsale adriatica, etc.) Una alleanza che, dall’alto e dal basso, provi a imporre al Paese un nuovo assetto dei livelli di governo coerenti con il policentrismo del Paese, non basato sulla facile e inutile indignazione che ha portato alla cancellazione degli enti intermedi e all’istituzione di enti territoriali privi di guida politica.

da “il Manifesto” del 2 dicembre 2020
foto: wikipedi, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/legalcode

I delicati metabolismi che definiscono lo spazio in cui viviamo.-di Piero Bevilacqua

I delicati metabolismi che definiscono lo spazio in cui viviamo.-di Piero Bevilacqua

Prendendo a prestito due sintagmi del pensiero filosofico (Il principio speranza di Ernest Bloch e Il principio responsabilità di Hans Jonas) Alberto Magnaghi ha appena pubblicato un ponderoso volume, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, pp. 336, euro 30) che si presenta come il suo opus magnum, la summa delle ricerche e riflessioni di una vita.

Magnaghi dedica da decenni la sua acribia di studioso a questi temi, accompagnando la ricerca con l’impegno di organizzatore culturale, fondando e promuovendo un originale consesso di saperi multidisciplinari, La società dei territorialisti, con un proprio organo, Scienze del territorio, alimentato da annuali convegni tematici. Al tempo stesso ha affiancato a tali impegni la redazione di progetti pubblici importanti, come il Piano paesaggistico e territoriale della Toscana e quello della Puglia, insieme ad Angela Barbanente.

MAGNAGHI ha le idee teoricamente ineccepibili su ciò che significa territorio. Esso non è la natura sia pure violata dalla civiltà industriale, da riportare alle sue condizioni primigenie, ma «un neo ecosistema vivente», il frutto di una lunga storia delle popolazioni che hanno plasmato il loro habitat secondo bisogni e culture locali. «Città, colline terrazzate, campagne lavorate, infrastrutture, boschi coltivati hanno metabolismi che si trasformano nelle successive civilizzazioni, ma pur sempre metabolismi che connotano le strutture viventi». Solo afferrando tale realtà, evitando illusioni ingegneristiche di riparazione dei guasti, o sogni di palingenesi ecologiche, si imbocca la strada giusta per un opera di cura del territorio devastato dallo sviluppo.

LA STRADA, secondo Magnaghi «è quella di attivare prioritariamente, soprattutto a livello locale processi di crescita della coscienza di luogo, ripartendo dalla necessità di riappropriarsi dei saperi e delle capacità riproduttive dei propri ambienti di vita e di lavoro». Facendo leva sulla coscienza identitaria delle popolazioni, occorre avviare «una nuova civilizzazione antropica che riattivi i processi coevolutivi interrotti dalla civiltà delle macchine industriale e digitale». Nel progetto di Magnaghi non solo si ambisce a contrastare dal basso «i processi di eterodirezione della globalizzazione economica», ma si vuole perfino evitare il concorso dello stato nello sforzo di ricostruzione di un rapporto autoriproduttivo tra comunità e habitat.

Egli rifiuta il modello inaugurato nel 1933 dal governo Roosevelt con la Tennessee Valley Authority, che risanò una vasta area degradata, ma propone «un autoinvestimento sociale da parte di sistemi socioeconomici locali e delle loro grandi e inesplorate energie latenti». Per attuare una tale strategia l’autore propone una movimento di contro esodo da attuarsi attraverso il «ritorno alla terra», il «ritorno all’urbanità», cioè a una vita urbana vivibile, il «riabitare la montagna» e infine «il ritorno a sistemi socio-economici locali».

IL TESTO SI COMPONE di vari altri temi, contiene un capitolo di voci per «un dizionario territorialista», il disegno teorico di una «bioregione urbana», il progetto di un governo del territorio bioregionale attraverso una rete di città solidali, e altri motivi affini. Ma il cuore del suo argomentare e direi della sua cultura territorialista, nei fondamenti concettuali e nelle proiezioni operative, è in sintesi quello che abbiamo appena riassunto.

In tutta onestà si deve confessare che si resta abbagliati dalla coerenza e dall’equilibrio di tutti gli elementi architettonici di questo castello di cristallo. È un edificio elegante messo su con materiali creati dallo stesso autore, una sorta di neolingua in cui incasella la realtà teorizzata dentro i cassetti di una grande piramide classificatoria.

MA L’EDIFICO è ancora completamente vuoto. Magnaghi l’ha costruito con generosa creatività in attesa che esso venga riempito di vita reale e che questa si svolga secondo le prescrizioni da lui elaborate. Si fa infatti fatica a trovare in questo libro, dietro le parole, ad esempio dietro il termine territorio, una realtà geografica determinata, luoghi storicamente riconoscibili, realtà sociali, comunità viventi nelle loro reali condizioni.

Allorché, ad esempio, Magnagni tratta di ritorno alla terra, di questa c’è solo la parola. Non si intravedono ambiti materiali, superfici agricole, colture, forme dei campi, organizzazione del lavoro, tipi di abitati, popolazioni. In effetti Magnaghi preferisce, coerentemente, il regno dell’astrazione. Ma questo lo porta a omissioni gravi.

MANCA NEL LIBRO un minimo cenno alla Pac europea (la Politica agricola comune), una possibile grande leva per cambiare la sorte dei contadini e dunque delle economie locali e che oggi sta riconfermando la sua vecchia ratio industrialista. Ma non è omissione, è coerenza. L’autore rifiuta ogni intervento dello stato, figuriamoci quello delle istituzioni europee. Occorre agire dal basso, far leva solo sui luoghi, sulle loro «grandi e inesplorate energie latenti».

da “il Manifesto” del 2 dicembre 2020

Perché conviene ​difendere i più deboli. -di Gianfranco Viesti.

Perché conviene ​difendere i più deboli. -di Gianfranco Viesti.

Siamo certamente ad un tornante della storia del nostro paese. Questo 2020 ha chiuso un ventennio complessivamente poco felice. Quel che verrà dopo, gli anni Venti, sono ancora avvolti dal mistero, e dal non piccole preoccupazioni. Il futuro del Mezzogiorno, in particolare, è assai incerto: nel bene, e nel male; preoccupazioni e speranze. Riflessioni molto utili per capire un po’ meglio che futuro ci aspetta, e ancor più che futuro più positivo si può costruire, ci vengono dal Rapporto della Svimez, presentato ieri a Roma. Tre grandi temi: i danni certi del covid alla nostra economia e alla nostra società; le caratteristiche della possibile ripresa del 2021; le politiche per costruire scenari più favorevoli.

La conta dei danni è severa. La recessione indotta dalla pandemia farà cadere il PIL italiano di circa dieci punti, ormai lo sappiamo bene. La flessione dell’economia sarà un po’ più intensa nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno, ma con uno scarto minimo. La Svimez, formula una domanda a cui non c’è risposta, ma che invita a riflettere su come sono costruite le politiche pubbliche in Italia: “lockdown regionali differenziati in base all’intensità del contagio, anche nella prima fase, avrebbero prodotto effetti economici e sociali diversi”?

Ma ciò che è stato, è stato: e le chiusure hanno prodotto una caduta dell’occupazione molto più forte al Sud: il 4,5% nei primi tre trimestri, il triplo che al Nord; frutto di una struttura dell’occupazione più debole, in cui sono più presenti dipendenti a termine e saltuari, stagionali; di una più vasta presenza di sommerso; di un maggior numero di giovani in cerca del primo lavoro. I giovani e le donne sono stati colpiti, per il tipo di lavori che svolgono, molto più intensamente.

E molto forte rischia di essere l’impatto sugli ancor più giovani: sugli studenti provenienti da famiglie meno agiate e con genitori con più bassi livelli di istruzione, che stanno soffrendo particolarmente la sospensione della didattica in presenza; e che rischiano di subirne un impatto permanente con il rischio di aumento della dispersione scolastica; con conseguenze durature sulle proprie opportunità di vita.

Incrociando le dita, il 2021 potrebbe segnare un significativo rimbalzo: ne abbiamo avuto chiari segnali questa estate; la seconda ondata peggiora il quadro, ma vaccini e fine della pandemia potrebbero innescare una ripresa molto significativa. Ma, nota la Svimez, questa ripresa sarà certamente più sensibile nelle regioni più forti del paese: grazie alla struttura della loro economia, ed in particolare alla presenza di più estese attività manifatturiere, maggiormente in grado di trarre profitto dalla domanda interna ed internazionale.

D’altra parte, è quel che è già avvenuto con la lunga crisi del 2008-14. La previsione, anche tenendo conto degli effetti della Legge di Bilancio (con il provvedimento molto positivo sulla decontribuzione nel Mezzogiorno), è di un +4,7% nel Centro-Nord e di un +1,6% al Sud.

Il covid è crudele: per i suoi tragici effetti sanitari, con i numeri di quanti si sono ammalati e sono morti; e perché i suoi effetti economici colpiscono di più le componenti più deboli della nostra società: da un punto di vista generazionale, di genere e territoriale. Qualitativamente è una crisi più incisiva di quelle precedenti: perché colpisce di più il terziario dell’industria e i lavoratori e le lavoratrici più deboli (ad esempio quelli che non possono lavorare a distanza) più degli altri.

Di qui occorrerà ripartire. E si può farlo, stavolta. Bene essere preoccupati; ma indispensabile nutrire la fiducia. La grande svolta delle politiche europee ci dà la possibilità del Piano per la Nuova Generazione (Png); è bene chiamarlo così, con il suo nome ufficiale (e non “piano di rilancio”) perché rende più chiaro chi devono esserne i principali beneficiari. Piano che si sommerà ad un nuovo ciclo di fondi strutturali.

Sarà cruciale che le risorse del PNG siano investite in modo molto attento alla dimensione territoriale: se un terzo andasse al Mezzogiorno (un valore che dovrebbe rappresentare un minimo, da incrementare), potrebbe farne crescere l’economia complessivamente di 5,5 punti nel 2021-24, ci dice la Svimez. Ma soprattutto potrebbe incidere su quelle condizioni strutturali che ne rallentano lo sviluppo; e sulle quali ben poco si è fatto negli ultimi venti anni. Potenziandone le reti urbane e di collegamento, ad esempio; valorizzando le sue attività energetiche, agroindustriali, logistiche; accrescendo fortemente i livelli di formazione e di istruzione tanto dei suoi giovani quanto di coloro che già lavorano. Investimenti pubblici che creano le condizioni anche per investimenti privati.

L’Italia degli anni Venti può essere molto diversa da quella di oggi: in peggio, ma anche in meglio. In questi mesi ci giochiamo molto: con il disegno del PNG e dei suoi progetti; con la capacità di avviare contemporaneamente un ciclo di fondi strutturali molto diverso da quelli del passato.

Ma soprattutto con l’impostazione di fondo di queste misure: la circostanza che esse non siano un mero piano di “recupero” dell’Italia com’era; ma un progetto di trasformazione: verso un paese non solo, come si legge nei documenti europei ed italiani, più “verde” e più “digitale”, ma anche meno diseguale: dal punto di vista sociale, generazionale, di genere e territoriale. Le due cose vanno insieme: un paese più inclusivo, meno dispari, è anche un paese che può crescere più e meglio. Sarà essenziale che nei prossimi mesi questa convinzione si affermi sempre più, e che si trasformi in atti concreti. @profgviesti

da “il Mattino” del 25 novembre 2020
Foto di Aleš Kartal da Pixabay

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

Da una recente ricerca della Svimez emerge un dato di grande rilevanza, che potrebbe rappresentare una svolta storica nel rapporto Nord-Sud nel nostro paese. La Svimez, infatti, ha stimato che nell’anno in corso ben 45.000 giovani meridionali a causa della pandemia sono tornati nel Mezzogiorno, continuando a lavorare in smart working. L’inchiesta è stata condotta su un campione rappresentativo di aziende con oltre 250 addetti, ma prendendo in considerazione il resto dei rientrati (comprendendo insegnanti di scuola e Università) sempre la Svimez stima in circa centomila il numero dei giovani rientrati al Sud che lavorano a distanza.

Per richiamare l’attenzione del ministro Provenzano su questo fenomeno (in quel momento soltanto intuito grazie all’iscrizione dei giovani alle liste regionali per entrare in volontaria quarantena) avevamo scritto una lettera aperta che è apparsa sul Manifesto del 21 giugno ed a cui il ministro ha cortesemente risposto. Purtroppo, a tutt’oggi non vediamo una traduzione concreta di quell’appello che mirava a creare un rapporto stretto tra le istituzioni e questi giovani rientrati nel territorio meridionale.

Ma, quello che non hanno fatto decenni di politiche per il Mezzogiorno, più declamate che fattuali, l’ha fatto l’invisibile mister Covid. Improvvisamente, la fuga dei giovani dal Mezzogiorno non solo si è arrestata, ma si è registrato un, inatteso, grande rientro. Ora, si tratterà di capire quanto di questo cambiamento radicale dei flussi migratori nel nostro paese resterà finita la pandemia. E non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutte le aree esterne al core dello sviluppo economico italiano. Anche nel Centro e nel Nord esistono le cosiddette “aree interne” marginalizzate che hanno visto un rientro di giovani dai grandi centri urbani e aree metropolitane.

Insomma, stiamo assistendo ad un insperato riequilibrio che andrebbe analizzato nei dettagli e accompagnato da politiche che lo incentivino, offendo adeguati servizi: sanità efficiente, connessione digitale, animazione culturale, ecc. Questo “new deal” riguarda non solo il governo, ma anche gli enti locali e il sindacato. Il governo potrebbe incentivarlo sgravando gli oneri sociali alle aziende del Nord per ogni lavoratore in southworking. Gli enti locali potrebbero offrire spazi pubblici gratuiti per il cooworking, oltre a migliorare i servizi pubblici e la connessione digitale.

Ci sarebbe da ripensare il contratto di lavoro in questa chiave di riequilibrio territoriale, che potrebbe offrire dei vantaggi alle grandi città, decongestionandole, quanto alle aree marginali, rivitalizzandole, ma anche agli imprenditori (che potrebbero avere dei risparmi, pensiamo per esempio ai buoni pasto, o ai minori spazi da utilizzare) e ai lavoratori che stando al Sud potrebbero risparmiare sul costo dell’abitazione, sul trasporto, sulla cura della casa e dei figli, ecc. Certo, si perderebbe in socialità, e non è cosa di poco conto, ma si potrebbe anche a pensare a periodi in presenza e periodi di lavoro a distanza.

In breve, si apre una nuova stagione del rapporto tra “luoghi e lavori” che da sempre coincidevano, salvo per sparute élite. Per secoli posto di lavoro e abitazione erano necessariamente vicini e duravano, spesso, per tutta una vita. Adesso, entriamo in una nuova fase che la pandemia ha solo accelerato e che ci offre delle opportunità da non perdere, a partire dal Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 24 novembre 2020
Foto di Alexey Györi da Pixabay

Alle regioni l’80% delle risorse. Il Covid misura il fallimento.- di Battista Sangineto

Alle regioni l’80% delle risorse. Il Covid misura il fallimento.- di Battista Sangineto

Credo che sia abbastanza chiaro a tutti che, alla tragica luce dell’apocalisse sanitaria in corso, la regionalizzazione della sanità è stato un terribile errore. La gestione del Servizio sanitario è nelle mani di amministratori regionali non solo incapaci di opporre alcun valido contrasto alla diffusione del virus, come è avvenuto con le aperture delle discoteche in Sardegna, ma, ora, devono continuamente ricorrere allo Stato per cavarsi d’impaccio.

La sciagurata modifica del Titolo V, non solo non ha reso più efficienti e responsabili i governi locali, ma ha approfondito le differenze fra nord e sud ed ha indebolito il SSN, frantumandolo in venti centri di spesa, di inefficienza e di corruzione.

Si pensi solo alla disperante situazione della Calabria che, ad oggi, non ha ancora neanche un Commissario. Questa tragica débâcle dovrebbe dare modo di ripensare in maniera radicale, come hanno scritto su questo giornale Pallante e d’Orsi, non solo alla regionalizzazione della Sanità, ma anche alla utilità delle Regioni che potrebbero essere sostituite, come Ente intermedio, dalle ben più storicamente radicate Province.

La prima e, fino al 1948, ultima idea di dividere l’Italia in regioni, del resto, fu di Augusto che, nel 7 d.C., suddivise il territorio della Penisola in undici aree, indicate con i numeri, prima ancora che con i nomi. Le regiones augustee, peraltro, assomigliavano pochissimo a quelle attuali tanto che, per esempio, a nord del Po ne esistevano solo due, la IX a ovest e la X a est, con l’attuale Lombardia divisa a metà, mentre l’estremo lembo della Penisola era accorpato in un’unica regione, la III, ‘Lucania et Bruttii’.

I criteri augustei per la ripartizione del territorio della Penisola in regiones erano di ordine etnico e politico. Volti a valorizzare le antiche e differenti tradizioni storiche e culturali, ma con il precipuo compito, ideologico, di conferire unitarietà, nell’ambito dell’impero, allo spazio italiano.

Dopo la fine del mondo antico ed il disfacimento dell’ordinamento romano, abbiamo notizia delle regioni solo a partire dalla Costituzione di Melfi (1231) di Federico II, nel Sud d’Italia, passando per le regioni linguistiche-culturali di Dante Alighieri fino ai vari disegni regionali del Biondo e dell’Alberti; per arrivare, infine, ai disegni del XVIII secolo e ai “dipartimenti” introdotti negli Stati “napoleonici” in Italia. Solo con l’Unità d’Italia Cesare Correnti e Pietro Maestri, disegnarono, nel 1864, la suddivisione in 14 ‘compartimenti’ che avrebbero voluto far diventare Enti governativi intermedi, ma che furono usati, invece, solo per meri fini statistici.

L’Assemblea Costituente, nel secondo dopoguerra, riprese l’idea regionalista, soprattutto sturziana, che fu portata avanti, riassumendo e semplificando, soprattutto dalla Democrazia Cristiana, in funzione di garanzia rispetto ad una eventuale vittoria delle sinistre alle elezioni nazionali.

Erano sostanzialmente contrarie al regionalismo le sinistre e anche le forze laiche e liberali, mentre c’era un partito, il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia che, dopo aver fomentato disordini e rivolte armate nell’isola, ottenne una forma molto larga di autonomia nella Carta costituzionale.

La situazione mutò quando, dopo il 1948, le sinistre furono escluse dal governo del Paese trovandosi all’opposizione, esse si spostarono su posizioni regionaliste al fine di garantirsi spazi politici praticabili.

È, ormai, del tutto evidente a chicchessia che l’Italia dei venti ‘governatorati’ non è, per nulla, preferibile all’Italia unita soprattutto per quel che riguarda la Sanità che oggi mostra, con mortale crudezza, tutta la sua inadeguatezza ed insufficienza, pur avendo assorbito quasi l’80% delle risorse economiche destinate alle Regioni.

Esse non hanno alcuna ragione storicamente fondata di esistere, sono entità territoriali artificiose perché, come diceva Lucio Gambi, “…le nostre regioni storiche costituzionali sono ripartizioni statistiche riverniciate di nome”.

da “il Manifesto” del 19 novenbre 2020
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