Mese: febbraio 2019

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Rottura dell’unità e ritorno all’Italia come espressione geografica di Paolo Favilli di Paolo Favilli

Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna.
Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi. Lì lo «spazio delle figure profonde» (l’espressione è di Alberto Banti e Paul Ginsborg) trova la propria articolazione nel progetto di coniugazione tra i lineamenti lunghissimi di una identità che ha precedenti culturali tra i più alti della storia europea, e le nuove necessità della costruzione di una nazione moderna. La necessità di superare quella «mancanza di società», per dirla con Giacomo Leopardi, ostacolo principale ad un rinnovamento dei «costumi» impossibile, senza la volontà, il faticoso sforzo di risorgere, di «rigenerarsi», secondo una parola largamente circolante nella letteratura del primo Risorgimento.
Lo sforzo di risorgere e rigenerarsi unisce strettamente l’obiettivo dell’unità nazionale a quello della costruzione di una società profondamente riformata tramite la costruzione di rapporti giuridici e sociali «democratici», cioè tendenti all’«uguaglianza», tra tutte le sue componenti. L’uno e l’altro aspetto sono coessenziali.
Nelle condizioni dell’Italia «espressione geografica» questa concezione del Risorgimento si presenta come una vera e propria «rivoluzione». Ed infatti l’espressione «rivoluzione italiana» ebbe largo corso nel Risorgimento, usata tanto da coloro che furono i protagonisti più conseguenti di quel processo che da coloro lo temevano e, in vari modi, vi si opponevano.
E partecipi di una «rivoluzione» si sentivano i democratici mazziniani, i democratici garibaldini, i democratici-socialisti alla Pisacane. Anche se non furono le loro prospettive, le loro speranze, quelle vincenti nel 1861, diventarono carne e sangue di culture, movimenti sociali, partiti politici per i quali l’Italia unita era l’essenziale precondizione per lo svolgimento della tensione egalitaria insita nella democrazia.
La storiografia di ispirazione gramsciana, sulla base di rigorosissimi studi tutti calati nelle cose, è stata critica degli esiti del Risorgimento, non certo del movimento risorgimentale in sé. Ha messo in luce le vischiosità degli svolgimenti storici, anche di quelli che si vogliono più radicali, ed ha proiettato altre tappe della «rigenerazione» risorgimentale nel corso della storia post unitaria. Ed in questo senso non ha niente di retorico e di storicamente improprio l’espressione di «secondo Risorgimento» utilizzata per definire la lunga continuità di alcune delle «figure profonde» nel contesto della Resistenza.
Fu un reale Risorgimento dalla necrosi progressiva che aveva portato la patria a morire l’8 settembre 1943. Fu la rigenerazione in una patria diversa che si voleva erede della «rivoluzione italiana» dell’Ottocento. «Redenzione», altra parola che, nel dopo 8 settembre, prospettava «semplicemente riattivazione di una storia d’Italia sottostante al fascismo. Niente tutti a casa! e niente morte della patria» (M. Isnenghi, 1999), ma Resistenza.
La Costituzione italiana rappresenta l’esito coerente della tensione verso una rinascita radicale dello stato/nazione italiano in grado di coniugare veramente processi di liberazione e giustizia sociale nel complesso della sua dimensione unitaria.
Sebbene in maniera non lineare ma attraverso durissimi conflitti, anzi in virtù di quei durissimi conflitti, cominciano ad innervarsi nel corpo della legislazione italiana, tramite vere «riforme di struttura», aspetti fondamentali della tensione egalitaria della Costituzione. Servizio sanitario nazionale, istruzione pubblica, impronta complessivamente progressiva del sistema fiscale, sono pensati ed attuati come funzioni di una più profonda unità dello stato/nazione nei primi trentacinque anni della storia repubblicana.
Dopo cominciano i prodromi del «grande balzo all’indietro», relativamente lento nella fase iniziale e poi progressivamente rovinoso verso la disgregazione del livello di coesione sociale raggiunto tra tutte le parti del paese. Livello, peraltro, non ancora soddisfacente.
La regressione che, dagli anni Ottanta del Novecento, ha trasformato in profondità lo stato della democrazia in Italia, è aspetto della più generale regressione globale neoliberista. Tratto distintivo della ragione neoliberista e delle sue costruzioni istituzionali è la messa in concorrenza di tutti i fattori che direttamente o indirettamente producono plusvalore: aree geopolitiche ben comprese. L’Europa di Maastricht, dove uno spazio formalmente unito è in realtà concepito e praticato come luogo di Stati messi in concorrenza, dove le vittorie di alcuni sono sconfitte per altri, ne è un esempio perfetto.
Se l’intesa sulle Autonomie differenziate percorrerà indenne l’iter parlamentare, cosa che nell’attuale congiuntura politica sembra probabile, l’Italia che ne uscirà avrà incorporato Maastricht al suo interno. La storia del Risorgimento, del primo e del secondo, sarà davvero finita, ed i lombardo-veneti, gli emiliani saranno definitivamente aggregati, in un sistema integrato di fornitura subalterne, all’area economica tedesca; in inevitabile concorrenza con altre sistemi-regione per l’ottimizzazione delle proprie risorse. Il tutto nell’ambito di un ordinamento fiscale sempre meno capace di fare fronte ad esigenze che in tempi diversi erano considerate universalistiche.
La combinazione tra la concezione della finanza pubblica alla base della flat-tax ed i contenuti della intesa sulle Autonomie differenziate, non possono avere che effetti dirompenti su una società la cui coesione è già stata abbondantemente logorata e sullo Stato nazionale che di tale coesione dovrebbe essere il garante. La flat-tax, infatti, altro non è che la riproposizione della ottocentesca tassazione proporzionale, contro la quale si sono battuti, in nome della «finanza democratica», i protagonisti del Risorgimento come rivoluzione italiana. Un altro gigantesco passo verso l’Italia come «espressione geografica».
Ma il piccolo filisteo governatore del Veneto, nelle vesti di un redivivo austriacante, potrà prendersi una rivincita storica sui grandi veneti: Ugo Foscolo e Ippolito Nievo.

Il Manifesto

16.2.2019

Federalismo differenziato Qualche riflessione a supporto di un dibattito solido e informato di Mariella Volpe

Federalismo differenziato Qualche riflessione a supporto di un dibattito solido e informato di Mariella Volpe

 

  1. Condizioni particolari di autonomia

L’articolo 116, comma 3, della Costituzione prevede che la legge ordinaria possa attribuire alle Regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali e nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119.

I recenti referendum di Veneto e Lombardia sono stati seguiti da ulteriori iniziative e valutazioni da parte di altre regioni ordinarie, anche del Mezzogiorno, e si inseriscono nel quadro di un rilancio dei temi dell’autonomia e della sussidiarietà, al fine di conseguire nuovi equilibri tra le varietà e le specificità territoriali.

Importante sottolineare, tuttavia, la necessità di mantenere una adeguata coerenza tra l’articolo 116 e l’articolo 119 che, come noto, fissa i principî generali delle modalità di finanziamento delle Autonomie territoriali, ma soprattutto di far si che il percorso di attuazione dell’art. 116 continui ad essere guidato, in un‘ ottica di sistema, dalla tutela dell’ unità giuridica ed economica del Paese, dalla fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, dal principio di leale collaborazione.

  1. I residui falso problema

Tutto il dibattito politico attuale si fonda sulla tesi del diritto alla restituzione del gettito fiscale generato nelle aree forti del Paese, altrimenti destinato a finanziare un flusso eccessivo di spesa pubblica a favore del Mezzogiorno e adotta, a supporto di tale assioma, i risultati del calcolo del cosiddetto residuo fiscale.

Ora, al di là dell’esistenza di problemi metodologici – che sconsigliano la realizzazioni di saldi, (soprattutto utilizzando la banca dati CPT[1]) o che ne propongono una serie di revisioni[2] per tener conto, ad esempio, della distribuzione territoriale degli interessi – riteniamo che il saldo tra individui (entrate pro capite – spese pro capite) sia un indicatore troppo opaco in quanto prescinde dai fabbisogni e dalla situazione economica. All’interno delle varie componenti della redistribuzione tale indicatore coglie essenzialmente la redistribuzione tra individui, configurandosi soprattutto come una misura della diversa distribuzione della ricchezza sul territorio. Se si rimane nel mondo degli individui appare più utile mantenere i due indicatori separati, analizzando separatamente e in tutta la loro complessità entrate e spese.

Più in dettaglio:

  • Il prelievo fiscale è commisurato alla capacità contributiva, mentre la spesa pubblica dovrebbe realizzarsi in modo che i cittadini ricevano da essa benefici tendenzialmente uguali, indipendentemente dalla loro capacità contributiva e dalla loro residenza.
  • Di conseguenza, i residui fiscali dei contribuenti con basi imponibili più elevate sono naturalmente positivi e la loro ampiezza fornisce una misura dell’entità della redistribuzione interpersonale (tra ricchi e poveri) operata dal settore pubblico.
  • In altri termini, il segno negativo dei residui del Mezzogiorno null’altro è che il rovescio della medaglia del dualismo italiano, che porta la redistribuzione interpersonale a tradursi, meccanicamente, in redistribuzione interregionale.

Posto in questi termini il problema dei residui, il tema della autonomia differenziata si pone quindi non come una questione amministrativa o di calcolo tecnico, ma come un chiaro problema politico. Le modalità della sua realizzazione andranno ad influenzare e modificare tanto i principi di parità dei diritti di cittadinanza degli italiani quanto il funzionamento di alcuni grandi servizi pubblici nazionali, poiché:

  1. a) Il prelievo riguarda gli individui, non i territori e i residui fiscali per una regione sono semplicemente la somma dei residui fiscali degli individui che risiedono in quell’area.
  2. b) I diritti di cittadinanza non possono variare in base alla residenza. Proposte di modifiche costituzionali che conducano ad offerte differenziate dei diritti civili e sociali e dei beni di merito, istituzionalizzerebbero le disuguaglianze interregionali: lo Stato, in tal caso, perderebbe la sua funzione costituzionale di bilanciamento degli interessi che vale in uno Stato unitario e, ancor più, in uno Stato che si avvia ad essere federale.
  3. c) E’ necessario mantenere la coerenza tra art. 116 e art.119, cioè un contesto di organica e solidale valorizzazione dell’intero sistema delle autonomie, oltre che di salvaguardia dei fondamentali valori costituzionali di unità giuridica ed economica del Paese.

Tale assunto ha evidenti implicazioni sul piano fiscale e finanziario. L’articolo 116, comma 3, stabilisce che le forme e le condizioni particolari di autonomia devono essere coerenti con l’articolo 119 che, come noto, fissa i principî generali delle modalità di finanziamento delle Autonomie territoriali. Esiste quindi un esplicito richiamo alle esigenze perequativo-solidaristiche dell’intero sistema di finanza pubblica multilivello, incluse anche le eventuali forme di federalismo differenziato: anche le Regioni che assumono competenze rafforzate devono partecipare al sistema di redistribuzione interregionale delle risorse attivato dal governo centrale.

  1. Cosa dicono i dati 

Ai fini di un dibattito informato e consapevole su tutte le tematiche citate, e al fine di misurare gli effetti potenziali della autonomia differenziata su ciascuna regione, è fondamentale eliminare luoghi comuni e dare alla riforma federale basi più solide, soprattutto facendo buon uso di buoni dati. Solo basi informative molto disaggregate e finalizzate consentono il necessario lavoro di approfondimento, ancor più in una realtà complessa come quella italiana (più complessa di quella che l’analisi dei residui fiscali consente di ricostruire).

CPT e i suoi dati, fanno storicamente da baluardo soprattutto all’art. 119 della Costituzione, ponendo il problema della sperequazione territoriale, della sostituzione tra risorse ordinarie e risorse aggiuntive, della necessità di una corretta perequazione; ma, al tempo stesso, possono contribuire al percorso dell’art. 116, il cui presupposto è che al trasferimento di competenze dal centro alla periferia segua sia una maggiore efficienza relativa nella gestione dei servizi che un trasferimento di risorse proporzionale[3].

I modelli di comportamento tra macroaree rimangono profondamente sperequati non solo nella spesa ma nella erogazione dei più rilevanti servizi collettivi.

Il 70.7 per cento della totalità della spesa del Settore Pubblico Allargato in Italia continua ad essere concentrato nel 2016 nelle regioni del Centro-Nord, il 29,3 per cento per cento nel Mezzogiorno, a fronte di una popolazione pari rispettivamente al 65,7 per cento e al 34,3 per cento.

Si confermano sostanzialmente gli storici modelli di comportamento per macro area: quello del Mezzogiorno che dispone di una quota di spesa pubblica totale superiore rispetto alla quota di PIL ma inferiore rispetto alla quota della relativa popolazione; quello del Centro-Nord che registra invece una percentuale di spesa pubblica totale inferiore a quella del PIL, ma superiore a quella della popolazione.

Non a caso il raggiungimento di una quota di spesa in conto capitale nel Mezzogiorno superiore o almeno pari alla rispettiva quota di popolazione rappresenta da molti anni uno degli obiettivi espliciti di politica economica, a parziale correttivo di una spesa pubblica complessiva squilibrata (ora art. 7bis L. 18/2017).

Se si aggiungono le entrate si vedrà che solo all’inizio del periodo il confronto tra entrate e PIL è a favore del Nord; si riallinea a metà periodo; si inverte nel 2016. Lo sforzo fiscale del Mezzogiorno cresce e il contributo del Mezzogiorno nel 2016 risulta essere superiore rispetto al relativo PIL.

 

INDICATORI DELLA DISTRIBUZIONE TERRITORIALE DI POPOLAZIONE, PIL, SPESA TOTALE NETTA ED ENTRATE TOTALI

(anni 2000, 2008 e 2016; percentuale su totale Italia)

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali

In termini monetari, ogni cittadino del Centro-Nord si è avvalso mediamente, a prezzi costanti 2010, di circa 15.408 euro pro capite rispetto ai 11.948 euro del cittadino del Mezzogiorno. Nelle due aree l’andamento della spesa totale pro capite appare simmetrico in tutto l’arco temporale considerato, con un tasso di crescita omogeneo e un divario medio di 3.460 euro pro capite tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Anche tenendo conto di una più ridotta capacità di spesa delle amministrazioni meridionali nell’influenzare tale divario, l’ampiezza dello stesso si traduce in un circolo cumulativo che aggrava la persistenza di condizioni di offerta meno vantaggiose per il cittadino del Mezzogiorno, sia con riferimento ai servizi alla persona che con riferimento ai servizi destinati a creare condizioni favorevoli allo sviluppo.

 

SPA- SPESA PRIMARIA AL NETTO DELLE PARTITE FINANZIARIE (anni 2000-2016; valori in euro pro capite costanti)

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali

Anche la spesa in conto capitale, che prima degli anni 2000 aveva mantenuto un andamento favorevole alle regioni meno sviluppate, in linea con gli obiettivi di riequilibrio, si è andata man mano riducendo, risultando inoltre la componente che si è deteriorata maggiormente durante gli anni della crisi. Il suo rapporto sul PIL passa dal 5,8 per cento del 2009 al 4,3 del 2016; gli investimenti in particolare si riducono nel 2016 del 35 per cento rispetto al 2009, passando, in termini percentuali, dal 4,3 al 2,7 per cento del PIL.

 

SPA – SPESA PUBBLICA IN CONTO CAPITALE AL NETTO DELLE PARTITE FINANZIARIE (anni 2000-2016; euro pro capite costanti 2010)

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali

Anche per la spesa in conto capitale il divario medio tra il cittadino meridionale e quello del Centro Nord è di 148 euro pro capite.

La leggera ricomposizione dei livelli di spesa a favore del Mezzogiorno nel 2015 non ha modificato la distribuzione delle risorse verso alcuni settori rilevanti per l’erogazione di servizi collettivi. I livelli di spesa destinati all’investimento in settori fondamentali risultano nel Centro-Nord sempre nettamente superiori a quelli del Mezzogiorno e, nella maggior parte dei casi, in forte riduzione, evidenziando con forza il divario tra individui. Significativo notare che le differenze più rilevanti tra le due macro aree riguardano i servizi essenziali: Politiche sociali, Sanità, Reti infrastrutturali, Mobilità.

La strutturalità del divario in termini di spesa è confermata dalla disparità in termini di dotazioni effettive e di servizi offerti: i treni sono più vecchi, più lenti, la rete ad alta velocità costituisce solo il 5,6 per cento della rete complessiva; il numero di presenze turistiche per abitante è pari nel 2015 a 3,7 nel Mezzogiorno contro i 7,9 del Centro-Nord; l’irregolarità nella distribuzione dell’acqua riguarda ancora il 18,3 per cento delle famiglie del Mezzogiorno a fronte del 4,9 per cento del Centro-Nord; i Comuni del Mezzogiorno che dispongono di strutture per l’infanzia (asilo nido, micronidi o servizi integrativi e innovativi) sono meno della metà di quelli del Centro-Nord (67,5 per cento nel Centro-Nord a fronte del 32,7 per cento del Mezzogiorno); la percentuale di Anziani trattati in assistenza domiciliare integrata (ADI) rispetto al totale della popolazione anziana è pari al 4,7 per cento nelle regioni centrosettentrionali, contro il 3,3 per cento delle regioni meridionali.

 

SPA – TOTALE SPESA NETTA PER MACRO SETTORE E PER MACRO AREA

(anno 2016; euro pro capite costante 2010)

 

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali

 

La leggera ricomposizione dei livelli di spesa a favore del Mezzogiorno nel 2015 non ha modificato la distribuzione delle risorse verso alcuni settori rilevanti per l’erogazione di servizi collettivi. I livelli di spesa destinati all’investimento in settori fondamentali risultano nel Centro-Nord sempre nettamente superiori a quelli del Mezzogiorno e, nella maggior parte dei casi, in forte riduzione, evidenziando con forza il divario tra individui. Significativo notare che le differenze più rilevanti tra le due macro aree riguardano i servizi essenziali: Politiche sociali, Sanità, Reti infrastrutturali, Mobilità.

Questo scenario, se enfatizza il ruolo delle risorse aggiuntive che nel Mezzogiorno sostengono pesantemente la spesa in conto capitale, rende tuttavia irrilevante la politica ordinaria, che giunge a rappresentare, in termini pro capite nel 2015, meno di un terzo del totale delle risorse in conto capitale e circa la metà di quelle aggiuntive.

Ciò vuol dire che, in assenza delle risorse aggiuntive, i 759 euro pro capite, di cui ha usufruito il cittadino del Mezzogiorno nel 2015, si ridurrebbero a 213, pari a meno di un terzo, mentre i 551 del cittadino del Centro-Nord rimarrebbero sostanzialmente invariati.

La consapevolezza del pesante effetto sostitutivo della politica aggiuntiva e della sostanziale irrilevanza della politica ordinaria nel Mezzogiorno hanno fatto ritenere necessaria la reintroduzione nella L. n. 18/2017[4], di principi per il riequilibrio territoriale (art. 7bis).

La norma dispone che le Amministrazioni Centrali si conformino all’obiettivo di destinare agli interventi nel territorio meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna) un volume complessivo annuale di stanziamenti ordinari in conto capitale proporzionale alla popolazione di riferimento a decorrere dalla Legge di bilancio per il 2018.

Le risorse ordinarie vengono quindi orientate al rispetto del principio di equità, finalizzato a far sì che il cittadino, a qualunque area del Paese appartenga, possa potenzialmente disporre di un ammontare di risorse equivalente, mentre le risorse della politica aggiuntiva, prevalentemente destinate al Sud, hanno la funzione di garantire la copertura del divario ancora esistente, dando attuazione al co. 5 dell’art. 119 della Costituzione.

  PA – SPESA IN CONTO CAPITALE E RISORSE AGGIUNTIVE

(anni 2013-2015; euro pro capite costanti 2010)

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali

 

  1. Fabbisogni e costi standard: molteplici tentativi ma senza risultati

Per consentire a tutti gli italiani di godere degli stessi diritti di cittadinanza, ed in particolare dello stesso livello essenziale delle prestazioni pubbliche più importanti, la Costituzione prevede all’articolo 117.II.m che lo Stato abbia l’onere della “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, i cosiddetti LEP. L’articolo 120. II della Costituzione, richiede poi che sia mantenuta “la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. L’importanza dei LEP e dei conseguenti costi standard è ribadita con forza anche nella legge 42/2009 attuativa del federalismo fiscale.

Tale determinazione non è però mai avvenuta, dal 2001 ad oggi, nonostante la costituzione di numerose Commissioni e Gruppi di Lavoro[5]. Infatti il passaggio da un sistema di finanziamento basato sulla spesa storica ad uno basato su parametri oggettivi di fabbisogno e di costo è tuttora assai complesso, soprattutto tecnicamente, ma anche perché esso richiede un’azione politica di mediazione degli interessi delle diverse comunità e parti coinvolte. L’uso di diversi indicatori tecnici può infatti produrre esiti assai differenti.

La scelta di fondo dei vari Gruppi di lavoro istituiti è stata quella di orientarsi verso la determinazione di livelli minimi, intesi come quelli che il sistema pubblico riesce a garantire in presenza di una dotazione di risorse limitata, piuttosto che verso la determinazione di livelli essenziali, intesi come quelli che soddisfano obiettivi di benessere e di equità sociale.

L’approccio – sostenuto soprattutto dalla RGS – sembra essere pertanto un approccio top down che, partendo dai vincoli finanziari e utilizzando parametri di “realismo e fattibilità”, arriva ad un riparto basato su parametri proxy del fabbisogno (età, genere, indicatori demografici,…) moltiplicati per la popolazione residente in ciascun territorio; ad un riparto quindi non dissimile da quello attuali.

In tali condizioni il costo standard non potrà che essere approssimato dal costo medio, avendo come benchmark la media della spesa delle regioni più efficienti in termini finanziari e di equilibrio di bilancio.

La determinazione invece dei livelli essenziali implicherebbe, anche alla luce di altre esperienze internazionali, un approccio bottom up, finalizzato a ricostruire non tanto le prestazioni che l’ente territoriale può offrire, quanto piuttosto quelle idonee al soddisfacimento di specifici bisogni, in grado di garantire l’eguaglianza sostanziale dei cittadini e, al tempo stesso, la loro erogazione in condizioni di efficienza e appropriatezza uniformi su tutto il territorio nazionale.

La questione è certamente annosa e complessa, anche alla luce del fatto che la dottrina e la normativa in materia non sono particolarmente avanzate e che la costruzione statistica di indicatori su livelli essenziali e costi standard richiede tempi molto lunghi, oltre ad una adeguata condivisione tra tutti i soggetti coinvolti.

Se però la determinazione delle risorse diviene un vincolo esogeno, allora non si tratta più di risolvere un problema di determinazione di un fabbisogno standard, ma più propriamente si ricade nell’ambito di un problema di riparto tra le regioni di un ammontare complessivo di risorse predeterminato per via esterna.

In tal modo, di fatto, verrebbero determinati dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) che esprimono solo quello che si può fare con le risorse disponibili al fine di evitare l’insorgere di disavanzi di gestione.

Non a caso i vari GdL sono giunti alla determinazione che nel breve periodo la base sulla quale consolidare un ragionamento per definire i LEP e i costi standard sia la spesa storica che “certamente non può rappresentare un target, ma che è comunque indice dell’ esistenza di un grado di servizio seppur non definito con appropriatezza ed efficienza”.

Anche per le Regioni si è ritenuto opportuno valutare la spesa media ipotizzando un percorso dinamico di avvicinamento ad un costo standard determinato inizialmente dalla media della spesa delle Regioni e/o gradualmente dalla media della spesa delle regioni più efficienti ed efficaci (cfr. Corte dei Conti, Audizione presso le Commissioni riunite Affari costituzionali, Bilancio, Finanze e Tesoro).

 

  1. Se si usasse il costo medio…

In assenza del costo standard, la spesa pro capite di lungo periodo può allora costituire una buona proxy a supporto di alcune valutazioni e forse anche al lancio di qualche provocazione.

Le informazioni disponibili da CPT consentono di ricostruire una proxy del costo medio e dei suoi differenziali fra aree e livelli di governo. È evidente che, trattandosi di un valore di spesa effettivamente erogata, si è lontani dal concetto costo minimo, inglobando potenzialmente tale valore le inefficienze locali o molteplici altre determinanti della variabilità (fattori strutturali, fattori istituzionali,…), ma si tratta di serie talmente lunghe e con un grado di dettaglio talmente spinto da rappresentare una proxy adeguata.

Il par. 3 (Cosa dicono i dati) racconta in dettaglio le varie sfaccettature della sperequazione territoriale; il dato principale, certo e incontrovertibile, è che la spesa pro capite nel Mezzogiorno, sia totale che in conto capitale, per i principali servizi pubblici e per tutti i livelli di governo, è storicamente più bassa che nel Centro Nord, certamente anche a causa di inefficienze locali, ma anche a causa dei minori finanziamenti, come costantemente rilevato nei Rapporti annuali CPT e come finalmente anche il dibattito giornalistico ormai assume.

 

Estratto da M. Esposito “Zaia: Nord mai favorito. Ma i numeri dicono altro”, Il Mattino, 22.1 2019

Allora, laddove l’art. 116 venisse applicato anche alle regioni del Mezzogiorno potrebbe rappresentare un contributo al riequilibrio della spesa?

Certamente se il principio di autonomia venisse integralmente applicato così come definito dalla Costituzione (art. 116. art. 119. ma anche art. 120 II e 117 II.m) e secondo i principi ribaditi nella L.42/2009, risulterebbe garantito il rispetto del principio di equità, cioè dell’indifferenza del luogo di residenza rispetto al diritto a pari prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, così come al dovere di contribuire al prelievo in base alla diversa posizione economica.

Se in attesa della definizione di LEP e costi standard si adottasse come proxy di spesa equa pro capite il costo medio, si genererebbe probabilmente un incremento della spesa a favore del Mezzogiorno, riequilibrandola di fatto al di là di ogni ipotesi di riserva (vedi 34 per cento).

A maggior ragione, sterilizzando la politica di coesione, potrebbe generarsi un auspicabile aumento della spesa ordinaria, riportando le risorse aggiuntive al ruolo ad esse attribuito dall’art. 119 della Costituzione.

 

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[1] Per approfondimenti sui problemi metodologici cfr. Guida ai Conti Pubblici Territoriali (CPT), UVAL – DPS, e quanto riportato sul sito http://old2018.agenziacoesione.gov.it/it/cpt/index.html

[2] Cfr. Giannola Stornaiuolo, Un’analisi delle proposte avanzate sul “federalismo differenziato”, Rivista Economica della Svimez, n.1-2 2018

[3] Tutti i temi che costituiscono aspetti fondamentali di qualsiasi modello di federalismo fiscale e che incidono sul conferimento delle funzioni conseguente alla riforma del Titolo V della Costituzione e sull’attuazione dei principi contenuti negli articoli 119 e 116 dello stesso Titolo V in materia di finanza degli enti territoriali, sono indagabili attraverso CPT.

Già da qualche anno è stata infatti ricostruita e costantemente monitorata (oltre che utilizzata da tutte le istituzioni: UPB Senato, Commissione Bilancio Camera, …) una batteria di indicatori relativi a :

  • livello di decentramento della spesa pubblica consolidata;
  • livello di decentramento del gettito tributario;
  • ruolo delle entrate tributarie nel finanziamento corrente degli enti territoriali;
  • autonomia di entrata degli enti territoriali ;
  • equalizzazione della capacità fiscale;
  • ruolo delle regioni nel finanziamento degli enti locali.

[5] – Alta Commissione di Studio per la definizione dei meccanismi strutturali del Federalismo Fiscale (ACoFF) – 2002;

– Ministero per la semplificazione Normativa . Gruppo di lavoro per l’attuazione del disegno di legge sul federalismo fiscale – 2008

– Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF). – Gruppo di Lavoro COPAFF “Fabbisogni/costi standard, LEP e funzioni fondamentali” – 2010

– Spending review (Cottarelli) – Gruppo di lavoro “Fabbisogni e costi standard” – 2014

 

 

 

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

“Questo regionalismo rischia di smontare la Costituzione” Intervista a Enzo Paolini

Il regionalismo differenziato sarà una riforma che coinvolgerà diversi settori della via pubblica, fra cui la sanità. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Enzo Paolini.  

Lei è intervenuto – anche in virtù della sua lunga esperienza al vertice nazionale del comparto ospedaliero privato – sul dibattito in corso sulla autonomia differenziata, sul disegno di legge del governo dicendo che in realtà è una riforma costituzionale mascherata. Parole forti, una provocazione?

  “Mica tanto. A me sembra un dato di fatto. Uno dei principi fondamentali sui quali poggia la nostra legge suprema, cioè la Costituzione è l’unità nazionale. Che non è solo un fatto territoriale o amministrativo, non può esaurirsi nella assenza di barriere fisiche tra regioni o nel cantare insieme l’inno quando gioca la nazionale. Unità nazionale vuol dire soprattutto identità di diritti tra cittadini indipendentemente dalle loro origini, dalla residenza o dal censo”.

  E ciò viene messo a rischio dalla richiesta di alcune ragioni di gestire in proprio determinati settori?

“Sì, perché gestire autonomamente comporterebbe – secondo il disegno di legge all’esame del Parlamento – disporre senza condizioni del gettito fiscale alimentato dai propri cittadini. Principio giusto e logico in superficie ma iniquo se si ha ben presente il principio, appunto costituzionale dell’unità nazionale che, sul tema fiscale è declinato mediante tassazione proporzionale. Chi è più ricco paga di più e contribuisce ad assicurare assistenza sanitaria, istruzione, sicurezza, servizi a chi ha di meno”.

  E cosa succederebbe – secondo lei – nel campo del servizio sanitario?

“Sempre secondo il disegno di legge della maggioranza di governo, le Regioni ad autonomia differenziata avrebbero la possibilità di stabilire in proprio i LEA (livelli essenziali di assistenza) di fissare proprie tariffe, di pagare e assumere i medici come vogliono, di gestire e organizzare la rete ospedaliera con le propri risorse ed anche in difformità dai vincoli di bilancio che devono osservare le altre regioni. E tutto ciò per assicurare assistenza solo ai propri residenti.

Ciò vuol dire che un calabrese potrà contare su una assistenza sanitaria sostenuta solo dalle risorse fiscali prodotte dai calabresi, così che la forbice della diseguaglianza, già ampia nei fatti, si allargherà ancora di più per legge.

E se un calabrese vorrà curarsi a Milano dovrà pagare.

Verrà, così, cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese e cioè il Servizio sanitario nazionale basato su principi solidaristici e universali, cioè cure uguali per tutti, e con oneri a carico dello Stato.

Se passa l’altra concezione – quella contenuta nel disegno di legge – non ci sarà più alcuna unità nazionale sul piano del diritto all’assistenza sanitaria uguale per tutti.

E sarà disarticolata la Costituzione in un modo obliquo e subdolo”.

Però c’è di dice che alimentare la sanità nel sud, con i suoi disservizi e le sue ruberie è come gettare soldi in un buco nero.

“Ma è proprio questo il punto. Un governo molto superficiale privo del senso profondo della comunità agisce sull’effetto e non sulla causa. Invece di impiegare tutte le risorse per contrastare il malaffare, ad esempio la grande evasione fiscale, alza uno steccato senza considerare che le ruberie – e tante – ci sono anche a Torino o a Modena e che la nostra classe medica è eccellente.

La verità è che governare è un’arte affascinante e difficile e non si può fare se non si hanno competenze, se non si studia. Il resto sono slogan malamente applicati, garganismi demagogici ed autoreferenziali da una parte e dall’altra”.

Come se ne esce?

“Con la buona politica. Ma il silenzio della sinistra, l’indifferenza di una classe dirigente intenta solo a regolamenti di conti interni è imbarazzante ed allontana le giovani generazioni.

I partiti e le istituzioni – senza più il fascino delle idee, se non delle ideologie – attrarranno solo coloro che vedono nella politica una fonte di guadagno. Ed in questo modo si imbarbarisce la società civile”.

Allora il problema – nel Paese ed in Calabria – è tutto a sinistra?

“No, ho fatto l’esempio perché mi piacerebbe una rinascita degli ideali in cui ho creduto e credo e per i quali continuo a battermi. D’altra parte non penso che sia un segreto che non sia entusiasta di una città perennemente appaltata per opere in parte inutili e distratta, ubriacata, da un perenne movida e dalla costruzione artificiale di brand poco credibili.

Ieri sono passato su Viale Mancini, l’opera simbolo di una stagione di vero e proprio rinascimento della nostra città, e l’ho visto divelto, letteralmente stuprato e con amarezza ho riflettuto sul fatto che l’idea di chi aveva realizzato, per via urbanistica, una grande opera pubblica sul piano sociale, è stata soppiantata dalla violenza di un braccio meccanico che dice, con prepotenza, che li si fa un’altra cosa e non ha importanza se è inutile, costosissima e non piace a tanti cittadini. Un po’ come il TAV. Un’idea verticistica di quello che si autodefinisce, a Roma come a Cosenza, il governo del fare.

Ma la storia insegna che, in questo modo, prima si ha un consenso acritico e poi si asfaltano anche i diritti. E mi lasci dire, anche così un po’ muore la Costituzione”.

Quotidiano del Sud

12.2.2019

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

Prima gli italiani. Ricchi Ida Dominijanni

 Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcroristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.
Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.
È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.
In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.
Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.
Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

 

L’Internazionale

14.2.2019

Un centralismo regionale con il vestito di Arlecchino di Massimo Villone  di Massimo Villone 

Un centralismo regionale con il vestito di Arlecchino di Massimo Villone  di Massimo Villone 

 Silenzi e menzogne: così nasce l’Italia di domani. A partire dal famigerato accordo, che per colpa o dolo, fu stipulato con i governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, a pochi giorni dal voto, dal governo Gentiloni, benché limitato agli affari correnti. A seguire con la trattativa privata e segreta tra la ministra – leghista e veneta – Stefani e i governatori. A seguire, ancora, con la sostanziale accettazione di tutte le richieste. Per finire con la pretesa che l’accordo sia solo ratificato in consiglio dei ministri, e poi tradotto in ddl governativo da approvare in parlamento senza modifiche. Dopo il voto in Abruzzo la Lega ha spinto gli accordi finalmente svelati in consiglio dei ministri a gran velocità.
In senso contrario ora un documento M5S antepone a ogni scelta i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e si pronuncia contro l’inemendabilità. Meglio tardi che mai. Vedremo. Gli accordi si mostrano anche peggiori di quel che si temeva. Sono nella sostanza confermate le ormai diffuse analisi di una “secessione dei ricchi”. Ma non è solo questione di soldi. C’è di più.
Siamo allo Stato che si dissolve. Non è solo un trasferimento alle regioni di qualche funzione amministrativa, in chiave di efficienza. Come è scritto negli accordi, si trasferiscono potestà legislative. Ciò avviene in materie di potestà legislativa concorrente – le 23 materie elencate dall’art. 117 Cost., co. 3 – in cui allo Stato competono le leggi di principio mentre le regioni già hanno la titolarità per quelle di dettaglio. Quindi, rimane possibile solo il trasferimento di una quota della potestà legislativa statale di principio.
Sulle censure giuridiche e politiche abbiamo già scritto, e torneremo. Qui conta segnalare un effetto inevitabile: per il numero e l’ampiezza delle materie coinvolte lo Stato si priva della capacità di formulare obiettivi e politiche nazionali in settori cruciali. Un prezzo inaccettabile non solo per l’eguaglianza e i diritti fondamentali, ma anche per il sistema-paese, così ridotto a miraggio irraggiungibile. Ancor più perché, se il disegno lombardo-veneto-emiliano non viene fermato o almeno radicalmente corretto, la rincorsa di altre regioni verso un modello analogo diventerà nei fatti politicamente necessitata e irresistibile. Un paese frantumato in un vestito di Arlecchino.
Si pensi, poi, alla regionalizzazione richiesta in più o meno ampia misura per strade, autostrade, porti, aeroporti, ferrovie (al centro anche della richiesta da ultimo avanzata dalla giunta ligure). Con l’ovvio scenario futuro di potenziare un sistema di accordi tra le regioni del Nord e tra queste e le regioni limitrofe di stati esteri che agganci tutto il Nord all’Europa, lasciando il resto come appendice dell’Africa.
Cosa sarebbe accaduto nell’Italia di ieri se la novità gialloverde fosse stata già applicabile al paese? Nel 1978 il servizio sanitario nazionale non sarebbe nato, come anche l’autostrada del sole tra Nord e Sud, e l’alta velocità da Milano a Napoli. Mentre nell’Italia di domani vedremo la morte del Ssn e del sistema nazionale dell’istruzione. Non vedremo asili nido, refezione scolastica, cure mediche comparabili tra Nord e Sud. E nemmeno l’alta velocità fino a Reggio Calabria, o un decente sistema stradale e ferroviario in Sicilia.
Da altro punto di vista, la regionalizzazione di larga parte del pubblico impiego, e di materie come la tutela e sicurezza del lavoro, la retribuzione aggiuntiva, la previdenza integrativa, gli incentivi alle imprese, darà un colpo mortale al sindacato nazionale che oggi conosciamo. E l’iper-centralismo regionale soffocherà il governo locale molto di più di qualsiasi centralismo statalista. Lo ha capito Sala, lo capisce ora De Magistris.
In compenso, con la regionalizzazione dei beni culturali magari potremo ammirare meglio l’Ultima Cena di Leonardo, purché rigorosamente in fila dopo i cittadini lombardi. E almeno finirà il tormentone su quota 100. Con la previdenza integrativa regionale nei territori più fortunati si potrà anche andare in pensione prima. Poco male se al Sud si andrà dopo, e in aggiunta, si morirà anche prima per la minore aspettativa di vita. Anzi. Siamo o non siamo per l’uso efficiente delle risorse e contro ogni spreco di denaro pubblico?
Questa è l’Italia che alcuni vorrebbero per domani. È un’Italia in cui non ci riconosciamo. Non è quella che ci hanno consegnato i nostri padri, dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituente, passando per guerre, lutti e infiniti sacrifici.
«Si vuole dissolvere l’unità nazionale», De Magistris all’attacco del governo
Autonomia differenziata. La protesta del sindaco di Napoli in piazza Montecitorio: «Bisogna concedere forme di opportuna autonomia alle città. Invece quella attuale sembra la secessione dei ricchi»
Il Manifesto
15.2.2019
Una grande manifestazione contro la secessione del Nord

Una grande manifestazione contro la secessione del Nord

L’Osservatorio del Sud – constatata la grande e positiva partecipazione e condivisione suscitate dagli articoli sul sito, dalle iniziative, dagli articoli a stampa e online, dai dibattiti, dagli interventi e dagli appelli promossi dalla Associazione- ha in animo di proporre una grande manifestazione di tutti i meridionali che si oppongono alla secessione del Nord.
Una manifestazione, da tenersi in una delle città del Sud, che coinvolga tutti i cittadini, le associazioni, i partiti, i sindacati ed i movimenti che vogliono opporsi allo smembramento dell’unità del paese e che sono pronti, invece, ad essere parte attiva nella ricostruzione della classe dirigente del Mezzogiorno, delle sue città e dei suoi paesaggi.
Appello per un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica

Appello per un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica

Rivolgiamo un appello a donne e uomini liberi, alle soggettività politiche e sindacali, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti che si riconoscono nei principi di uguaglianza e nell’universalità dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione.

Un appello per incontrarci e costituirci in un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica, dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale contro il federalismo differenziale.

Va avanti l’approvazione “dell’autonomia regionale differenziata”, nel silenzio generale mentre l’opinione pubblica viene distratta dall’assordante propaganda razzista e xenofoba. Senza discussione politica diffusa e all’insaputa di milioni di cittadine/i si sta per determinare nel giro di poche settimane la mutazione definitiva della nostra architettura istituzionale, la destrutturazione della nostra Repubblica.

La vicenda è partita con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017,cui ora si vuole dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale

La Lega che ha voluto i referendum in Lombardia e Veneto oggi è al Governo e pretende che il governo dia risposte interpretando le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti. La maggioranza politica giallo verde non può consegnarsi alle istanze secessionistiche della Lega. Il Pd farebbe bene ad opporsi non solo a questa richiesta targata Lega ma anche all’autonomia differenziata posta dalla maggioranza PD dell’Emilia Romagna, in forme solo in parte dissimili. Dal 2017, durante il governo Gentiloni, ad oggi sulla scia di Veneto, Lombardia e Emilia Romagna anche altre Regioni si stanno attivando per ottenere maggiori poteri e risorse grazie alla sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione del 2001.

Di fronte al rischio di una “secessione dei ricchi” è necessario un coordinamento delle forze che si oppongono a questo processo per dare vita a una mobilitazione efficace per bloccarla.

Un coordinamento che chieda anche una commissione di inchiesta parlamentare, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, sull’attuale stato delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali in ciascuna Regione Italiana, in modo da fotografare la situazione attuale già fortemente compromessa. Da una seria inchiesta parlamentare, tenuta anche a informare adeguatamente i cittadini, risulterebbero infatti gravi disparità fra Regione e Regione (soprattutto fra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, fra regioni del nord e del sud del Paese).

La gestione e l’attribuzione delle risorse deve restare in un ambito nazionale condiviso da tutte le regioni e dai comuni

Questa verifica aprirebbe finalmente un dibattito consapevole, basato su dati oggettivi, sullo stato dei diritti in Italia e non favorirebbe ulteriori fughe in avanti, destinate ad aggravare ancora di più le disparità fra i cittadini residenti nelle diverse regioni italiane, che nel caso della sanità sono già al limite per il SSN.

Non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione (LEP) nei diversi campi, rispetto ai quali dal 2001, a seguito della riforma del titolo V° della Costituzione, esiste un vuoto normativo, come denunciato più volte dalla Corte Costituzionale. Ogni scelta deve inoltre essere definita con il consenso di tutte le regioni e i Comuni, perché non è accettabile che diritti fondamentali vengano riservati ad alcune regioni e ad altre no, che le risorse vengano differenziate a danno delle aree più deboli e in difficoltà del nostro paese.

Per il sistema d’ istruzione, non si tratta di prevedere i livelli essenziali di prestazione, essendo una funzione dello Stato che deve garantire il diritto allo studio fino ai massimi livelli ed è equiparabile ad altre istituzioni della Repubblica.

Riteniamo necessario che non vi debbano essere ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale e che i trasferimenti sulle materie a loro assegnate debbano essere ancorati esclusivamente a oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza.

L’Autonomia regionale differenziata non può avvenire a scapito anche delle autonomie locali, le istituzioni più vicine alla cittadinanza, in quanto le esproprierebbe di alcuni poteri a favore di nuovi carrozzoni centralizzati e inefficienti a livello regionale.

In questo contesto di grandi egoismi verrebbe soppressa l’universalità dei diritti, trasformati in beni di cui le Regioni potrebbero disporre a seconda del reddito dei loro residenti; per poterne usufruire nella quantità e qualità necessarie, non basterebbe essere cittadini italiani, ma esserlo di una regione ricca, in aperta violazione dei principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione.

In questo quadro vi sarebbe una ricaduta negativa prioritariamente sulle regioni del Sud e sugli abitanti non ricchi di tutt’ Italia con la progressiva privatizzazione dei servizi. Il Mezzogiorno viene condannato a essere privo di pari riconoscimento della cittadinanza, con ancor maggiore desertificazione degli investimenti e sempre più debole economia. L’autonomia regionale differenziata negherebbe così la solidarietà nazionale, la coesione e i diritti uguali per tutte/i che garantiscono l’unità giuridica ed economica del paese.

Di fronte a tutto questo, vi sono le nostre ragioni, l’esigenza di un’opposizione e di una lotta politica e sociale in difesa dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale.

Promotrici/ori:

Paolo Berdini, Piero Bernocchi, Piero Bevilacqua, Marina Boscaino

Loredana De Petris, Gianni Ferrara, Eleonora Forenza, Loredana Fraleone

Domenico Gallo, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Loredana Irene Marino

Roberto Musacchio, Rosa Rinaldi, Giovanni Russo Spena, Guido Viale

Massimo Villone, Vincenzo Vita

hanno già aderito:

Mauro Beschi, Gaetano Rivezzi, Giulia Venia, Antonio Pileggi, Antonio Di Stasi
Fiorenzo Fasoli, Giulia Rodano, Maurizio Acerbo, Francesco Di Matteo, 

Moreno Biagini, Maria Paola Patuelli, Mari Agostina Cabiddu, Maria Ricciardi, Fabrizio Bellamoli, Luigi Pandolfi, Antonio Caputo, Alfonso Gianni, Daniela Caramel, Raffaele Tecce, Claudia Berton, Miria Pericolosi, Beppe Corioni, Cristina Stevanoni, Francesco Baicchi, Dino Greco, Silvia Chiarizia, Enzo Camporesi, Maria Longo, Battista Sangineto

Per aderire inviare a:

adesioni.coord.noautonomiadiff@gmail.com

Così questa autonomia differenziata può far male anche al Nord Intervista ad Amedeo Lepore

Così questa autonomia differenziata può far male anche al Nord Intervista ad Amedeo Lepore

L’autonomia rafforzata, o differenziata, chiesta da tre Regioni – Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – oggi dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio di ministri. Rispetto però alla scadenza annunciata da Matteo Salvini a dicembre, e cioè che il 15 febbraio il governo avrebbe presentato il relativo Ddl, è molto probabile che i tempi si allunghino, visti i tanti nodi ancora da sciogliere e le divergenze con il M5s. Il dossier ha creato malumori non solo tra gli alleati di governo, ma anche nel Paese, soprattutto al Sud, che teme una sorta di “secessione dei ricchi”. E’ possibile, allora, cogliere questo rinvio per provare a calibrare meglio la questione?
“Con questo processo di regionalismo accentuato e privo di un disegno unitario – risponde Amedeo Lepore, professore di Storia economica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e membro del comitato di presidenza della Svimez – rischiamo di non avere né uno Stato forte, come sarebbe necessario, né strutture intermedie dello Stato efficienti. Anziché insistere sulla frantumazione e contrapposizione tra Nord e Sud del Paese, la discussione, se prevalesse una consapevolezza dei problemi e delle convenienze reciproche, potrebbe servire a individuare con coraggio gli strumenti utili, a Costituzione invariata, per mettere a punto nuovi rapporti tra lo Stato, le Regioni e gli enti locali, in uno spirito di collaborazione solidale e di competizione virtuosa tra territori, all’interno sempre di un disegno nazionale unitario”.

Partiamo intanto dalle preoccupazioni. Che cosa c’è da temere dall’autonomia differenziata?

Nelle bozze di intesa due regioni su tre chiedono che venga loro assegnato un numero notevole di poteri e competenze, visto che parliamo di 23 materie. E l’Emilia-Romagna è l’unica ad affermare che “il riconoscimento di forme e condizioni particolari di autonomia in nessun caso si può porre in contrasto o può mettere in discussione il carattere unitario e indivisibile della Repubblica e far venire meno il carattere solidale che vincola le istituzioni come enti costitutivi del Paese”. E’ un’affermazione importante, che andrebbe però calibrata anche in rapporto alle eccessive richieste di autonomia, altrimenti si rischia di far prevalere un eccesso di frammentazione e di rincorsa all’attribuzione di poteri. Ma il tema centrale, a mio avviso, è quello del residuo fiscale.

Perché?

Il residuo fiscale dovrebbe essere l’elemento che mette in rapporto le entrate fiscali raccolte a livello nazionale e le risorse che vengono spese sui territori. A tal proposito, però, si deve tenere conto della sua genesi, altrimenti viene interpretato non come un elemento legato agli individui e alla loro tassazione, ma come un diritto territoriale.

La distinzione è fondamentale?

Il premio Nobel James Buchanan, che nel 1950 coniò il termine nel suo saggio su federalismo ed equità fiscale, sostenne infatti l’esatto contrario di quello che propongono i fautori di questo intenso decentramento di poteri e di risorse.

Che cosa sosteneva Buchanan?

Metteva al primo punto la necessità che ciascun individuo avesse la garanzia che dovunque risiedesse nella nazione ricevesse lo stesso trattamento fiscale. E quindi i cosiddetti residui fiscali si generano in quei territori dove si concentrano i cittadini con redditi relativamente più alti, come in alcune regioni italiane. Ciò che conta è che gli stessi cittadini vengano trattati nello stesso modo a livello nazionale, sia in termini di prelievo che di servizi erogati e di spesa. Buchanan, dunque, aveva scritto l’articolo proprio per trovare una giustificazione non solo economica o fiscale, ma anche etica, ai trasferimenti di risorse dagli Stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti. Il residuo fiscale, dunque, inteso come il saldo tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di spesa pubblica, va utilizzato per perequare, per dare alle regioni più deboli l’opportunità di mettersi allo stesso livello delle più forti.

In Italia non succede così?

Il residuo fiscale ha avuto una diversa accezione, perché negli ultimi decenni, a fronte degli sprechi di risorse pubbliche nel Mezzogiorno dovuti all’adozione di politiche di sviluppo localistiche, che hanno privilegiato gli interventi a pioggia di carattere assistenziale, si è registrata una reazione che ha portato a parlare di una “questione settentrionale”, caratterizzata da una rivendicazione di maggiore attenzione a chi metteva al centro criteri di efficienza e di produttività. Premesso che la parte migliore del meridionalismo si è mossa contro lo spreco delle risorse pubbliche e l’inefficienza degli apparati pubblici, nel tentativo di recuperare questo divario, la questione settentrionale ha prodotto un’interpretazione forzata del concetto coniato da Buchanan, sostenendo, in pratica, che esisteva un residuo fiscale per le regioni del Nord tra i 50 e gli 80 miliardi di euro rispetto alle regioni meridionali, che avevano invece un saldo negativo.

Questo spiega la crescente contrapposizione tra Nord e Sud?

Secondo me, sarebbe un errore continuare a discutere, su un terreno che è molto complesso e difficile, in termini di contrapposizione Nord-Sud. Anzi, sono convinto che se venisse attuata questa riforma sull’autonomia rafforzata, si creerebbero problemi anche al Nord. Penso, al contrario, che vi siano interessi comuni e convenienze comuni perché la questione sia affrontata nei suoi giusti termini.

Quali sarebbero?

Il sindaco di Milano, quando evoca i rischi del neocentralismo regionale, ha ragione. Se noi apriamo il vaso di Pandora della rincorsa ai poteri e alle risorse, non facciamo un servizio utile all’Italia, che mai come in questo momento avrebbe bisogno di coesione e di forza a livello internazionale. Ma non c’è solo il rischio del centralismo regionale.

Quali altri rischi intravede?

Sarebbe un errore fare accordi one-to-one, cioè tra lo Stato e singole regioni. Addirittura, nel testo dello schema di intesa della Regione Veneto, si prevede che ci sia una commissione paritetica Stato-Veneto che ne regoli i rapporti, come se il Veneto fosse un altro Stato. E’ un errore basilare. Fermo restando che non si può pensare in nessun caso alla riproposizione di forme di centralismo, dobbiamo invece partire da una riconsiderazione dell’esperienza regionale.

Per valutare cosa?

Come quel disegno, avviato nel 1970, non abbia raggiunto risultati pari alle aspettative e in qualche caso ci siano stati anche dei fallimenti. Va cioè riconsiderato il ruolo delle regioni nell’ambito di un Paese che vuole e deve essere coeso per vincere le sfide internazionali e per non essere relegato in un angolo.

Quali passi si dovrebbero compiere?

Bisogna unificare profondamente le esigenze di una rafforzata presenza nazionale con una forte presenza dei livelli territoriali, distinguendo bene quali debbano essere i compiti dello Stato nazionale e delle regioni, che sostanzialmente dovrebbero tornare a essere organi di programmazione e non di gestione. Una strada imboccata, purtroppo, negli anni 70 e che ha portato tanti guasti.

Bisognerebbe eliminare le materie concorrenti?

La riforma dell’articolo 116 della Costituzione non ha contribuito a dare maggiore chiarezza nei rapporti tra Stato e Regioni, anzi ha creato maggiori difficoltà e più confusione. Bisogna rivedere queste materie, perché hanno determinato un elevato livello di contenzioso e un blocco delle attività in molti campi, a causa anche della competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni.

E poi?

La legge del 2009 sul federalismo fiscale, che comunque non mi piace, prevedeva Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e costi standard. Siccome entrambi non sono stati mai definiti, questo sarebbe il un altro passo fondamentale, non solo per le regioni che chiedono l’autonomia differenziata, ma per tutti. E non lo dico per bloccare un processo in corso, ma per rendere possibile una competizione virtuosa giocata sull’efficienza di tutte le regioni. Insomma, si stabiliscano dei parametri che valgono per tutti.

Per fissare i Livelli essenziali di assistenza ci sono voluti dieci anni. Lep e costi standard sono decisivi, ma avremo la forza, e la pazienza, di individuarli?

Non si deve bloccare tutto nell’attesa di Lep e costi standard. E anziché metterci 10 anni, si può fare in modo che si raggiungano presto. Nell’articolo 5 della bozza di intesa del Veneto si parla di fabbisogni standard da determinare entro un anno dall’entrata in vigore della legge di approvazione dell’intesa. Se si può fare per il Veneto, è possibile non aspettare tempi biblici per tutto il Paese.

Nel frattempo si blocca tutto?

Nel frattempo si possono fare sperimentazioni condivise tra Stato centrale e Regioni, superando la giungla delle materie oggetto di legislazione concorrente, ma non attraverso accordi bilaterali tra Stato e singole Regioni. E’ un modo sbagliato di procedere, perché potrebbe determinare profonde difformità. Su altri temi, come la scuola o la sanità, ritengo che sia giusto che lo Stato mantenga le sue prerogative.

Sul tavolo resta anche il nodo della perequazione…

La perequazione ha l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e impediscono lo sviluppo della persona umana e la partecipazione all’organizzazione economica e sociale del Paese. Ecco perché la Costituzione prevede l’istituzione di un fondo perequativo, che dovrebbe essere ripartito senza vincoli di destinazione tra i territori con minore capacità fiscale per abitante. Questo è un compito che spetta allo Stato. E’ un tema essenziale per ragionare, non per rivendicare qualcosa.

In che direzione?

In una direzione utile per evitare sia un’eccessiva centralizzazione sia una dissennata attribuzione a pioggia di poteri e di risorse alle regioni, che come si è dimostrato tra la fine degli anni 80 e negli anni 90 non favorisce la responsabilizzazione, perché determina invece una frantumazione, uno spreco di risorse e una torsione della spesa in termini assistenziali. C’è un precedente recente, con alcuni limiti, ma c’è.

Quale?

I Patti per lo sviluppo del Mezzogiorno erano un tentativo, forse tardivo, di mettere insieme le esigenze nazionali e il coordinamento di politiche territoriali con il protagonismo delle regioni e delle città metropolitane. Si potrebbe prendere spunto da questo e mostrando maggiore coraggio si potrebbe rilanciare il modello, cercando di stabilire anche accordi sovra-regionali per gestire servizi e materie complesse. Fare le macro-regioni, senza dover modificare le norme costituzionali, è possibile.

Su che materie?

Grandi infrastrutture, gestione dell’acqua, infrastrutture di rete, trasporti, logistica, corridoi euro-mediterranei: tutte materie che spesso hanno una scala di intervento sovra-regionale.

C’è invece chi dice che le regioni del Sud dovrebbero seguire l’esempio di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. E’ d’accordo?

Non sono assolutamente d’accordo. L’emulazione scatenerebbe un meccanismo nel quale ciascuna regione cercherebbe uno spazio al sole. Dobbiamo invece fermarci e approfondire la questione, aprendo un confronto con tutte le regioni, nell’interesse del Sud e del Nord. La disgregazione ci porterebbe, da un lato, a peggiorare la situazione economica, e ciò non penso che consentirebbe alle stesse Regioni del Nord di raggiungere migliori risultati. Dall’altro, indebolirebbe il nostro paese in un momento cruciale sul piano internazionale. Non è solo la crisi che impone un rafforzamento dello Stato, è la possibilità stessa di stare in questa globalizzazione-arcipelago in cui emergono grandi potenze – Usa, Cina, Russia, India, Paesi asiatici e magari un domani anche Paesi africani – rispetto alla quale, se non riprendiamo a ragionare di Europa e di Mediterraneo in termini diversi e su scala dimensionale più ampia, siamo destinati a scomparire. L’Italia rischia di rimanere l’ultima ruota del carro dell’Europa e l’Europa rischia di rimanere un continente residuale.

Quali leve bisognerebbe muovere?

La collaborazione e la competizione.

Partiamo dalla collaborazione.

Non si tratta semplicemente di stabilire un rapporto di solidarietà, che pure è fondamentale, perché dà coesione al Paese, ma di aiutare chi è più debole a crescere, nell’interesse generale, combattendo tutte le forme di spreco, di malaffare, di incapacità con forme di perequazione in cui la sussidiarietà orizzontale e verticale diventa lo strumento efficace.

E la competizione?

I più deboli devono essere messi nelle condizioni non solo di recuperare i loro gap, ma anche di poter correre. E’ una visione miope unire tutto il Sud contro il Nord, perché è probabile che alcune regioni del Sud vogliano addirittura competere con le regioni del Nord oppure collaborare attraverso accordi a geometria variabile, che possono consentire di fare un passo in avanti rispetto ai Patti per lo sviluppo. Bisogna cioè mettere in moto un meccanismo in cui ciascuno possa sentire la responsabilità della coesione e della solidarietà, ma anche il pungolo della competizione. Nella collaborazione-competizione tutti possono giocare un ruolo e come insegnano i Paesi emergenti potrebbero anche esserci delle sorprese: se alcuni Paesi arretrati sono diventati leader mondiali, è possibile che cambino le carte anche nel nostro Paese.

(Marco Biscella)

 

Il Sussidiario.net 

14.2.2019

Autonomia differenziata: un pericolo per l’unità nazionale? Recensione a G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi, Laterza, Roma-Bari, 2018 di Francesco Pallante

Autonomia differenziata: un pericolo per l’unità nazionale? Recensione a G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi, Laterza, Roma-Bari, 2018 di Francesco Pallante

1. Il larghissimo consenso politico che sta accompagnando la realizzazione del regionalismo differenziato[2] non esime gli studiosi dall’interrogarsi su giustificazioni, metodologie e conseguenze del procedimento in discussione. È quel che fa, in modo tanto polemico quanto stimolante, l’economista Gianfranco Viesti, in un librino, distribuito gratuitamente on-line dall’editore Laterza, intitolato Verso la secessione dei ricchi?[3].

Dopo aver presentato rapidamente il tema dell’autonomia regionale, sotto il profilo dei vantaggi e degli svantaggi che essa determinerebbe rispetto all’organizzazione accentrata dello Stato[4], e dopo aver, altrettanto rapidamente, ricostruito l’evoluzione più recente del regionalismo italiano, l’Autore entra nel vivo della questione, concentrandosi, in particolare, sulle iniziative poste in essere dall’Emilia-Romagna, a partire dalla risoluzione consiliare del 3 ottobre 2017, e dal Veneto e dalla Lombardia,a partire dai referendum regionali consultivi del 22 ottobre 2017.

Tali iniziative si inseriscono – com’è noto – nel solco tracciato dall’art. 116, co. 3, Cost., ai sensi del quale, su richiesta formulata dalla regione interessata, il Parlamento approva, a maggioranza assoluta, una legge che disciplina le «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» da riconoscersi alla regione, nei limiti di determinate materie[5], sulla base di una previa intesa raggiunta tra lo Stato e la regione stessa. La Costituzione non specifica i dettagli della procedura, rinviando evidentemente a un successivo intervento legislativo la definizione della disciplina di attuazione. In maniera del tutto inusuale, è stato invece il governo, in accordo con le regioni che per prime hanno richiesto di avviare la procedura, a dare attuazione al dettato costituzionale, producendo un atto normativo sinora sconosciuto al nostro ordinamento: la pre-intesa, vale a dire l’accordo raggiunto tra il governo Gentiloni e le giunte regionali interessate il 28 febbraio 2018[6].

Molto ci sarebbe da dire in argomento, tanto sul piano delle fonti del diritto, la cui tenuta sistematica sempre più viene erosa dal proliferare inarrestabile della soft law, quanto sul piano della forma di governo, con particolare riguardo all’abdicazione, da parte del governo, del ruolo di tutela e promozione dell’interesse generale che, proprio nei rapporti legislativi tra lo Stato e le regioni, l’art. 127 Cost. inequivocabilmente gli affida. Non è questa, tuttavia, la sede in cui affrontare tali questioni di carattere generale. Qui ci si può limitare a mettere in luce le peculiarità procedurali che segneranno i procedimenti in atto:in primo luogo, la rimessione della negoziazione dell’intesa a una Commissione paritetica Stato-Regione;in secondo luogo, l’inemendabilità dell’intesa così raggiunta dal Parlamento, che dovrà quindi limitarsi ad approvarla o respingerla;in terzo luogo, la durata decennale dell’intesa e la sua rinegoziabilità, salvo accordo tra lo Stato e la regione, solo al termine di tale periodo. Di fatto, una volta approvata l’intesa da parte del Parlamento, per dieci anni sarà impossibile tornare indietro senza il consenso della regione destinataria delle nuove competenze.

 

2. Ciò premesso, il profilo su cui principalmente si concentrano le osservazioni di Viesti è di carattere economico.

A suo dire, scopo essenziale delle iniziative messe in atto da Lombardia e Veneto è quello di «ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle oggi spese dallo Stato a loro favore»[7].Lo dimostrerebbe l’originaria iniziativa referendaria veneta, che, prima di essere ridimensionata dalla Corte costituzionale attraverso la sentenza n. 118 del 2015[8], prevedeva espressamente l’attribuzione all’amministrazione regionale di almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi sul territorio veneto[9]. Alla medesima conclusione condurrebbe,altresì, l’insistenza della precedente presidenza lombarda sul tema dei c.d. residui fiscali – vale a dire della differenza tra quanto sul territorio regionale viene pagato in tasse e imposte e quanto sul medesimo territorio viene speso in politiche pubbliche –,calcolati in 54 miliardi di euro annui e destinati, nelle intenzioni dei promotori,a rimanere per almeno la metà alla Lombardia per far fronte alle nuove competenze[10]. Sul punto, il libro avanza due rilievi, di carattere l’uno concreto, l’altro concettuale.

 

3. Dal punto di vista concreto, attribuire maggiori risorse a Lombardia e Veneto (ed Emilia-Romagna) significa – essendo il complesso delle risorse nazionali disponibili dato – ridurre i finanziamenti alle altre regioni, a prescindere da ogni considerazione circa il divario che già separa, a loro favore, tali territori dal resto d’Italia. Si tratterebbe, dunque, di attribuire un ulteriore vantaggio economico ad aree che, nonostante la crisi, rimangono economicamente tra le più solide del Paese, privilegiando il loro rilancio rispetto a quello dell’economia nazionale nel suo complesso.

Particolarmente rilevanti, sotto tale profilo, sarebbero le modalità attraverso cui il trasferimento di risorse dovrebbe realizzarsi. L’idea, contenuta nelle pre-intese del febbraio 2018, è che, a regime, «le risorse nazionali da trasferire per le nuove competenze siano parametrate […] a fabbisogni standard calcolati tenendo conto [oltre che della popolazione residente] anche del gettito fiscale regionale» e «fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi»[11](vale a dire potendo avere, come esito, solo il mantenimento o il miglioramento della situazione esistente).

 

Viesti – pur favorevole alla sostituzione del criterio della spesa storica con quello del fabbisogno standard nel finanziamento degli enti territoriali[12] – sottolinea la discrezionalità cui è tecnicamente soggetto il calcolo dei fabbisogni standard. La scelta di determinati indicatori, anziché di altri, condiziona il risultato finale, sicché la quantificazione dei fabbisogni (attraverso la previa definizione dei costi standard) implica l’effettuazione di scelte necessariamente politiche. Il meccanismo previsto dalle pre-intese rimette, invece, ogni decisione alle Commissioni paritetiche che dovranno essere istituite tra lo Stato e le regioni interessate, con il risultato di escludere dall’aspetto più rilevante del processo decisionale il Parlamento. Poiché, inoltre, ogni Commissione potrà adottare criteri differenti, questioni suscettibili di avere incidenza generale risulteranno riservate a sedi decisionali particolari.

Quel che l’Autore specialmente stigmatizza è, tuttavia,un altro elemento,vale a dire la previsione del gettito fiscale regionale quale criterio da tenere in considerazione nella definizione dei fabbisogni standard. Viesti precisa che «il gettito fiscale non è stato sinora mai considerato nei complessi calcoli per i fabbisogni standard» previsti dalla legislazione sul c.d. federalismo fiscale, i quali sono risultati «collegati sempre e solo alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione»[13]. A fare altrimenti si attribuirebbe, infatti, alla condizione economica dei cittadini la capacità di influire – in senso inverso rispetto a quello voluto dall’eguaglianza sostanziale – sui loro diritti e in particolare sui più costosi, quali sono l’istruzione e la salute.

A ciò si deve poi aggiungere l’ulteriore criticità derivante dalla circostanza che – come già era avvenuto per il c.d. federalismo fiscale – il processo di definizione dei costi standard avverrebbe nella persistente inattuazione della disposizione costituzionale che impone alla legislazione statale la «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale» (art. 117, co. 2, lett. m, Cost.). Ed è appena il caso di rilevare che, dal punto di vista logico, tale determinazione dovrebbe precedere, non seguire, la definizione dei costi standard[14].

 

4. Dal punto di vista concettuale, è la stessa nozione di residui fiscali a venire messa in discussione dall’argomentazione di Viesti. Come già accennato, con l’espressione «residuo fiscale» si fa riferimento al risultato ottenuto «sottraendo dalla spesa pubblica che ha luogo in un territorio l’ammontare del gettito fiscale generato dai contribuenti residenti sullo stesso territorio». Se il risultato è negativo, allora la popolazione di quel territorio riceve in spesa pubblica meno di quanto versa in imposte: «ciò significa che se non facesse parte di una comunità nazionale più ampia, potrebbe “permettersi” una spesa maggiore»[15].

Al di là delle difficoltà tecniche connesse alla realizzazione del calcolo (la spesa va conteggiata tenendo conto solo delle amministrazioni pubbliche? O vanno considerate anche le imprese pubbliche? E, nel calcolo del gettito fiscale, a quale territorio attribuire le imposte di imprese che svolgono la propria attività in una regione ma hanno sede in un’altra?)[16], i diversi studi sono concordi nell’individuare Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana come le regioni che esprimono un residuo fiscale negativo. A seconda dei criteri di calcolo utilizzati, a esse possono essere aggiunte Lazio, Marche, Liguria e, tra le regioni a Statuto speciale, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Tutte le altre regioni hanno residui fiscali positivi, sia pure in misura ultimamente meno marcata causa del maggiore impatto che le misure di austerità adottate in questi anni hanno avuto sul Mezzogiorno.

Il ragionamento sui residui fiscali – argomenta Viesti – è tuttavia viziato da un errore concettuale che lo mina alla radice. A beneficiare della spesa pubblica e a pagare le imposte non sono infatti i territori regionali, ma i singoli cittadini, sulla base della loro condizione di benessere o di bisogno, che è tale a prescindere dal luogo in cui risiedono. Aggregare i cittadini sulla base della loro appartenenza territoriale è, oltre che giuridicamente sbagliato, ideologicamente arbitrario. È giuridicamente sbagliato, perché nel nostro ordinamento costituzionale la cittadinanza è nazionale, non regionale, dunque gli inderogabili doveri di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. valgono nei confronti di tutti i cittadini italiani, non nei confronti dei soli corregionali. Ed è ideologicamente arbitrario perché – anche a voler far proprio il discorso sui residui fiscali – non si capisce per quale ragione lo si dovrebbe limitare alle regioni evitando di spingerlo alle province, ai comuni, ai quartieri, alle strade, ai condomini, ai pianerottoli. Perché, per esempio, nessuno sostiene che il comune di Pino torinese mantiene quello di Castelnuovo don Bosco, mentre si legge che la Lombardia “mantiene” la Sicilia? Evidentemente, perché mentre l’ideologia regionalista esiste, non altrettanto può dirsi per l’ideologia “comunalista”.

Come spiega efficacemente il Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, ampiamente citato da Viesti[17], «gran parte della redistribuzione tra aree territoriali è semplicemente il risultato dell’interazione tra programmi di spesa di cui i beneficiari ultimi sono gli individui sulla base di caratteristiche che prescindono dall’area di residenza – quali l’età, lo stato di salute, il reddito – e delle modalità di finanziamento di tali programmi»[18]. Detto altrimenti, nell’ambito della Repubblica, operano meccanismi di redistribuzione della ricchezza, in forza dei quali vi sono cittadini che beneficiano di interventi di spesa pubblica finanziati con il gettito derivante dalle imposte pagate, in misura maggiore, da altri cittadini. Esattamente quel che prevede il combinato disposto degli artt. 3, co. 2, e 53 Cost., per i quali la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che, in concreto, impediscono il pieno sviluppo della persona umana ed è tenuta a farlo raccogliendo le risorse necessarie tramite un sistema tributario ispirato a criteri di progressività. Stiamo parlando del cuore stesso del dettato costituzionale, rivolto alla realizzazione di quel principio personalistico che per molti studiosi è il vero tratto distintivo della nostra Carta fondamentale[19]. Sostituire la solidarietà nazionale tra tutti i cittadini italiani con una pluralità di solidarietà regionali tra di loro contrapposte significherebbe trasformare le autonomie regionali in fattori di potenziale disgregazione dell’unità della Repubblica, in violazione dell’equilibrio tra autonomia e unità sancito nell’art. 5 Cost.

Se proprio si vuole parlare di residui fiscali,occorre farlo, in definitiva,con riguardo agli individui, assumendo a riferimento il principio di eguaglianza «che implica che il residuo fiscale (il saldo tra i benefici ricevuti dalla spesa pubblica e il contributo al finanziamento della spesa) sia lo stesso per individui che si trovano nella stessa posizione»personale socio-economica, a prescindere da quale sia la loro regione di residenza[20].

 

5. La conclusione del pamphlet di Viesti è meno radicale di quanto ci si potrebbe forse aspettare dato lo svilupparsi dell’argomentazione. Lungi dal proporre di interrompere i percorsi di differenziazione regionale in atto – percorsi che interessano, oramai, quasi tutte le regioni ordinarie italiane, essendo al momento rimaste inerti solo Abruzzo e Molise –, l’Autore suggerisce l’adozione di una serie correttivi, sia di carattere procedurale, sia di carattere sostanziale[21].

Quanto ai primi, la sua convinzione è che il finanziamento delle nuove competenze debba muovere dalla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all’art. 117, co. 2, lett. m), Cost., e solo successivamente passare a individuare i fabbisogni standard. Questi ultimi andrebbero, poi, definiti per l’intero territorio nazionale ed escludendo ogni riferimento al gettito fiscale. Riguardo al processo decisionale, si dovrebbe prevedere la più ampia partecipazione dei soggetti istituzionali interessati e una valutazione finale in sede parlamentare, di modo che l’intesa tra lo Stato e la regione sia stipulata solo dopo che il Parlamento si sia espresso. Potrebbe, inoltre, risultare utile l’inserimento nelle intese di un clausola di salvaguardia che consenta al governo, previa valutazione degli effetti delle nuove forme di autonomia, di intervenire per sospenderne o correggerne alcuni profili anche senza l’assenso della regione interessata.

Quanto ai secondi, la preoccupazione di Viesti è che l’estensione dell’attribuzione di nuove competenze – relative a ben ventitré materie nel caso della Lombardia; leggermente inferiore in quelli del Veneto e dell’Emilia-Romagna – sia eccessiva. Occorrerebbe, anzitutto, verificare se alcune esigenze di autonomia non potrebbero essere comunque soddisfatte attraverso forme di decentramento o di devoluzione meno incisive. Inoltre, sarebbe preferibile muoversi con grande prudenza in ambiti quali le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, la tutela della salute, l’istruzione. Con riguardo a quest’ultima, di fronte al rischio di una vera propria «regionalizzazione» della scuola (assunzione del personale, rapporto di lavoro, organizzazione del servizio, programmi, ecc.), sarebbe preferibile arrestarsi completamente: l’istruzione scolastica uguale per tutti è, probabilmente,la principale precondizione alla realizzazione della cittadinanza e solo il suo mantenimento in capo allo Stato può davvero garantire il raggiungimento di tale obiettivo.

 



[1] Professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino.

[2] E. Grosso e A. Poggi, Il regionalismo differenziato: potenzialità e aspetti problematici, in «Il Piemonte delle Autonomie, n. 2, 2018.

[3] G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza, Roma-Bari 2018 (pp. 53).

[4] In sintesi (G. Viesti, op. cit., pp. 8-10): a favore rileverebbero (a) l’avvicinamento delle istituzioni di governo ai cittadini (con conseguente maggiore responsabilizzazione delle prime e maggiori poteri di controllo in capo ai secondi), (b) la maggiore coincidenza tra raccolta delle risorse tramite il prelievo fiscale e le decisioni di spesa, (c) la differenziazione delle politiche pubbliche secondo le esigenze e le peculiarità locali, (d) l’introduzione di forme di competizione virtuosa tra i territori; a sfavore verrebbero invece in evidenza (a) la perdita dei vantaggi economici derivanti dalle economie di scala garantite da una gestione centralizzata dei servizi pubblici, (b) la maggiore eguaglianza negli standard delle prestazioni pubbliche (specie per sanità e istruzione), (c) la minore esposizione ai rischi derivanti da eventi avversi che possono colpire le economie regionali, (d) la riduzione delle esternalità, indesiderate dalle altre regioni, derivanti da scelte politiche regionali, (e) la riduzione della concorrenza fiscale al ribasso tra i territori, (f) la minore permeabilità degli amministratori a forme di corruzione dovute all’eccessiva vicinanza ai cittadini.

[5] Si tratta oltre che di tutte le materie elencate all’art. 117, co. 3, Cost., dell’organizzazione della giustizia di pace, delle norme generali sull’istruzione e della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

[6] Cfr., in argomento, A. Ferrara, Regionalismo asimmetrico: pre-intesa delle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto con il governo Gentiloni, in «Issirfa», 21 marzo 2018 (http://www.issirfa.cnr.it/regionalismo-asimmetrico-pre-intesa-delle-regioni-emilia-romagna-lombardia-e-veneto-con-il-governo-gentiloni-antonio-ferrara.html), dove sono anche consultabili le pre-intese relative alle tre regioni interessante.

[7] G. Viesti, op. cit., p. 24.

[8] Cfr. S. Bartole, Pretese venete di secessione e storica questione catalana, convergenze e divergenze fra Corte costituzionale italiana e Tribunale costituzionale spagnolo, anche con ripensamenti della giurisprudenza della prima, in «Giurisprudenza costituzionale», n. 3, 2015, pp. 939 ss.; F. Conte, La Corte costituzionale sui referendum per l’autonomia e l’indipendenza del Veneto. Non c’è due senza tre. Anche se…, in «Quaderni costituzionali», n. 3, 2015, pp. 759 ss.; G. Ferraiulo, La Corte costituzionale in tema di referendum consultivi regionali e processo politico: una esile linea argomentativa per un esito (in parte) prevedibile, in «www.federalismi.it», n. 20, 2015; R. Romboli, Nota a Corte cost., sent. 118/2015, in «Il Foro italiano», parte I, 2015, pp. 3024 ss.; D. Tega, Venezia non è Barcellona. Una via italiana per le rivendicazioni di autonomia?, in «Le Regioni», nn. 5-6, 2015, pp. 1141 ss.

[9] G. Viesti, op. cit., p. 18.

[10] G. Viesti, op. cit., p. 20, là dove si fa riferimento all’audizione del Presidente Roberto Maroni innanzi alla Commissione parlamentare per le questioni regionali (cfr. Documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sull’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, con particolare riferimento alle recenti iniziative delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emila-Romagna, 6 febbraio 2018 (file:///Users/francescopallante/Downloads/News%202018-02-07%20Attuazione_art_116_terzo_comma_Cost_iniziative_Reg_Lombardia_Veneto_Emilia_Romagna_DOCUMENTO_CONCLUSIVO_APPROVATO_06_02_18.pdf), p. 32).

[11] G. Viesti, op. cit., p. 27.

[12] G. Viesti, op. cit., p. 28.

[13] G. Viesti, op. cit., p. 27.

[14] G. Viesti, op. cit., pp. 29-30. Sul punto, sia consentito rinviare a F. Pallante, I diritti sociali tra federalismo e principio di eguaglianza sostanziale, in «Diritto pubblico», n. 1, 2011, pp. 249 ss.

[15] G. Viesti, op. cit., p. 32.

[16] Più diffusamente, G. Viesti, op. cit., pp. 32-33.

[17] G. Viesti, op. cit., pp. 34-35.

[18]Audizione del Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio Giuseppe Pisauro nella V Commissione della Camera dei Deputati, in merito alla distribuzione territoriale delle risorse pubbliche per aree regionali, 22 novembre 2017 (http://en.upbilancio.it/wp-content/uploads/2017/11/Audizione_22_11_2017.pdf), p. 3

[19]Di recente, A. Ruggeri, Il principio personalista e le sue proiezioni, in «Federalismi.it», 28 agosto 2013.

[20] G. Viesti, op. cit., pp. 35 ss.

[21] G. Viesti, op. cit., pp. 49-52.

La resistibile ascesa della Lega nel Sud di Piero Bevilacqua

La resistibile ascesa della Lega nel Sud di Piero Bevilacqua

La vittoria elettorale della Lega in Abruzzo è osservata ed enfatizzata dai commentatori soprattutto come contraltare del crollo del movimento 5S.Ma è poco valutata come risultato in sé, come novità storica nella geografia elettorale del Paese. L’Abruzzo è una regione del Sud, quella parte d’Italia sulla cui criminalizzazione e dileggio la Lega Nord di Bossi ha costruito le sue prime fortune e i cui abitanti sono stati schiacciati per decenni sotto lo stereotipo dei ladri e dei parassiti. Quella campagna di odio e dileggio che già negli anni ’80 ebbe il potere di mettere in crisi, di far apparire come truffaldini, i normali trasferimenti e gli investimenti pubblici nelle regioni meridionali. Oggi quel sentimento non è mutato.In tanti ambiti delle regioni del Nord, ha depositato pregiudizi e rancori antimeridionali che rimangono però latenti, solo perché la Lega di Salvini ha individuato nei migranti il nuovo nemico, aiutato dall’ondata emigratoria degli ultimi anni.Ma il successo di questi giorni, lo sfondamento in una regione meridionale, si spiega anche con una grande capacità di menzogna del leader leghista, coperta in gran parte dai dirigenti dei 5 S e dal silenzio complice e gravissimo degli uomini del Partito Democratico. La parola d’ordine di Salvini, “Prima gli italiani”, nasconde infatti un seguito non detto, << ma prima ancora i veneti e i lombardi>>. E’ questa la parola d’ordine completa. Gli abitanti di queste due regioni del Nord – a cui si vuole aggiungere, marchio di vergogna della sua gloriosa storia civile, anche l’ Emilia Romagna – sono infatti considerati più italiani degli altri. E ad essi va assicurata la maggior parte dei propri introiti fiscali, e concessa la piena autonomia amministrativa su 23 materie. Si tratta del più vasto e radicale progetto antimeridionale nella storia dell’Italia repubblicana. E il partito di Salvini vince le elezioni regionali in Sardegna? Ma nessuno dei suoi oppositori è stato in grado di dire agli elettori sardi che sta per diventare legge una ripartizione della ricchezza fiscale che renderà le regioni ricche sempre più ricche e quelle povere sempre più povere? Che nascerà una sanità di serie A e una di serie B, che i malati bisognosi di interventi altamenti specialistici non potranno più trasferirsi dagli ospedali della propria regione a quelli del Nord? ( come ricorda E.Paolini, Il Manifesto,12/2) Che le scuole e le università del Sud avranno sempre meno risorse, contrariamente a quelle iperitaliane del Veneto e della Lombardia, i cui insegnanti potranno avere stipendi regionali superiori a quelli delle restanti regioni? Ma allora come può accadere che tanti e sempre più meridionali votino per il partito del loro più agguerrito nemico? Per la formazione di aree di privilegi territoriali che saranno direttamente proporzinali all’emarginazione del Sud? La spiegazione è che essi non vengono informati e vengono silenziosamente traditi. Ma a tenerli all’oscuro non è solo Salvini e i dirigenti dei 5S, che dilapideranno ben presto i consensi accumulati al Sud – giusto il tempo che ci vuole perché le popolazioni comprendano l’inganno in cui sono caduti. A tacere solennemente sono anche i leader del PD che avrebbero un argomento potente di lotta contro l’avanzare della Lega, altrimenti destinata a dilagare, e invece stanno in silenzio per calcoli elettorali del momento. Quanta infantile cecità! Non sanno costoro che se l’autonomia differenziata diventerà legge, in breve tempo le condizioni di tante aree del Sud diventeranno zone di disperazione sociale dove i partiti non potranno più tenere neppure una sede. I pastori sardi oggi ci dicono qualcosa. Ma quale Paese poi credono di poter governare, frantumato in un puzzle di regioni, che in un decennio riporteranno l’Italia agli stati preunitari? E credono di davvero di cancellare le tracce dell’irresponsabilità di oggi cambiando le insegne alla “ditta”?Non sanno che i loro nomi e i loro volti s’imprimeranno a fuoco nell’odio popolare e spariranno per sempre dalla faccia d’Italia?

Incredibile miopia della borghesia nazionale – così visibile nella mordacchia che il Corriere della Sera e la Stampa hanno messo su questo tema – che si illude di avere maggiori chances dando il comando alle regioni più forti, e dimenticando che senza avere alle spalle il sistema-Paese, l’Italia intera, essa sarà più debole, e le fortune di qualche singolo si pagherà con il sicuro declino di tutti.

Il Manifesto

14.2.2019

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata» di Enzo Paolini di Enzo Paolini

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata» di Enzo Paolini di Enzo Paolini

In varie città a Roma, Bari, Cosenza si è parlato di autonomia differenziata, cioè del progetto, molto concreto e già in fieri con il referendum lombardo del 2017 di una e propria riforma costituzionale spacciata per applicazione dell’art. 116 della stessa Costituzione. L’Osservatorio del sud, piccola palestra di discussione animata da Piero Bevilacqua e da liberi pensatori suoi pari, ha organizzato questa semina di dissenso nell’auspicio di raccogliere qualcosa nell’arido campo della sinistra. È ben chiaro che la provocazione non è rivolta alla sedicente classe dirigente, impegnata tutta ai gargarismi precongressuali e totalmente disinteressata a cosa avviene realmente nelle Istituzioni ed alle nefaste conseguenze che ciò porterà nel Paese. Sarebbe inutile.

SI È DETTO, parlando invece ai cittadini, di come e perché la realizzazione della cosiddetta «autonomia differenziata» nei termini preposti dalla Lega e sciaguratamente accettati dal M5S mette a rischio il principio fondamentale della nostra convivenza civile e cioè l’unità della Repubblica più che una riforma, un vero e proprio scardinamento della Costituzione.

PRENDIAMO il servizio sanitario. L’art. 116, terzo comma della Costituzione, già consente l’attribuzione alle regioni di competenze statali riguardo ai principi fondamentali in materia di salute. Una «devolution» (il termine usato per rendere potabile la cessione di sovranità dallo Stato alle Regioni) che ha prodotto molti danni in termini di efficacia ed efficienza del servizio ed ancora di più sul piano delle pratiche di malaffare in un settore dove girano a mille i soldi ed i voti. Con l’autonomia differenziata cadrebbero molti vincoli. Negli atti preliminari ed accompagnatori al disegno di legge si afferma che l’obiettivo sarebbe quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione…», poi per «la selezione della dirigenza sanitaria»….«per l’organizzazione rete ospedaliera» e per «assistenza farmaceutica», superando i «vincoli di bilancio nell’equilibrio economicofinanziario».

TRADUCIAMO: siccome il gettito fiscale delle Regioni del nord deve rimanere in gran parte sul territorio occorre che a deciderne la spesa sia la politica locale e che ad usufruire del servizio sia solo la popolazione ivi residente. Dunque tra pochi giorni, grazie al governo gialloverde verrà cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese: il Servizio sanitario nazionale improntato ai principi di universalità e solidarietà in base al quale tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro origini, dalla loro residenza, dal censo sono curati allo stesso modo con oneri a carico dello stato, mediante il prelievo fiscale su base proporzionale. Si chiamava perequazione fiscale e grazie ad essa le classi più ricche pagavano più tasse per aiutare quelle più povere a curarsi, ad istruirsi, ad avere i servizi di base. Un sistema che ha fatto crescere e non poco il nostro Paese dandoci un servizio sanitario di eccellenza e una classe medica di primo livello.

OGGI IL GOVERNO propone che queste regioni stabiliscano i propri LEA (i livelli essenziali di assistenza) le proprie tariffe, la propria rete ospedaliera, la propria spesa farmaceutica e che paghi il tutto con i propri soldi anche in difformità dei vincoli di bilancio stabiliti dallo Stato e validi nelle altre regioni. Naturalmente riservando tutto ciò solo all’assistenza dei propri residenti. Dunque, un torinese o un modenese potranno avere livelli di assistenza più estesi, potranno accedere ad una rete ospedaliera più moderna ed efficiente, ed avranno una assistenza farmaceutica maggiore di quella attuale. Gli ospedali, pubblici e privati, delle loro città e della loro regione potranno avere rimborsi maggiori e comunque godere di sostegni finanziari non condizionati dalle ripartizioni negoziate nella conferenza Stato-Regioni. Potranno assumere più medici ed ottenere servizi accessori di maggiore qualità. Benefici, indiscutibilmente auspicabili per tutti, ma il punto è proprio questo. Vi saranno, ma riservati solo ai cittadini residenti nelle regioni “ad autonomia differenziata”.

INSOMMA in questo modo (ed in questo mondo) il calabrese sarà sempre meno assistito nella sua regione, che potendo contare solo sul gettito fiscale dei propri cittadini, sarà sempre più povera e sempre meno in grado di assicurare i LEA, di costruire e mantenere ospedali degni e di assicurare cure efficienti (al netto delle ruberie e nonostante il valore e l’eroismo dei suoi medici). E se vuole curarsi a Milano (cioè in una regione che tutela solo i propri residenti) dovrà pagare. Come non accorgersi della perdita di uno dei valori fondanti della società che hanno costruito le generazioni che ci hanno preceduto?

COME NON CAPIRE che il silenzio della sinistra su tutto ciò è la pietra tombale sulla possibilità e sulla speranza di ricostruire un senso di comunità che abbiamo smarrito da oltre un lustro? Come non chiedere, che il tutore dell’unità nazionale, il Presidente della Repubblica, si opponga, come è nelle sue facoltà, ad una legge che prepara – contro la Costituzione – la disgregazione sociale e lo smembramento dell’unità nazionale? Come non battersi per consentire a tutti i cittadini – proprio tutti – di poter contare sulle risorse derivanti dal lavoro di una comunità intera che solo in quanto tale cioè unione di cittadini liberi e solidali cresce e prospera mentre muore se alza muri e afferma la segregazione? Insomma le giornate dell’Osservatorio del Sud hanno dimostrato che c’è una occasione politica decisiva per la sinistra, quella che si fa sentire quando sono in gioco i diritti fondamentali. E non si tratta di alzare la voce. Basta alzare la testa.

Il Manifesto

12.2.2019

Autonomia, una legge che non si potrà blindare di Massimo Villone

Autonomia, una legge che non si potrà blindare di Massimo Villone

Sul regionalismo differenziato in salsa lombardo-veneta l’allarme sale in modo esponenziale, e grazie al ministro Bussetti siamo certi che mai battaglia fu più giusta. Fico vuole rassicurarci sul ruolo dell’assemblea elettiva. Ma seguirà o no la prassi delle intese con i culti acattolici?

Per cui il disegno di legge governativo sarebbe inemendabile? Vogliamo dare una mano. Una prassi non è imposta da regole cogenti, ma è costruita sull’esperienza e sui precedenti. È sempre modificabile, in base alle esigenze, e può a tal fine bastare anche una diversa lettura delle norme applicabili. Nella specie, si vuole trasferire la prassi ex articolo 8 della Costituzione per i culti acattolici al regionalismo differenziato ex articolo 116, perché in entrambi i casi si giunge alla legge «sulla base di» intesa. Ma la formulazione testuale non è di per sé decisiva. L’intesa ex articolo 8 definisce la diversità e la conseguente separatezza che una minoranza protetta – il culto acattolico e la sua fede – vuole garantirsi nei confronti della maggioranza che si traduce nella legge. Da qui l’inemendabilità. Tra l’altro, nemmeno tali intese sono ritenute in principio assolutamente inemendabili.

Nell’articolo 116, invece, e nel complesso di regole costituzionali sul regionalismo, è garantita l’eguaglianza prima della diversità. Veneti e lombardi sono pur sempre cittadini italiani, titolari dei medesimi diritti e doveri di tutti gli altri. Quale diversità e separatezza potrebbe o dovrebbe difendere una inemendabilità dell’intesa? Con l’aberrante conseguenza di impedire il concorso dell’assemblea rappresentativa alla formulazione di scelte che toccano la vita di tutti?

Nell’articolo 116 la formula «sulla base di» può e deve essere letta diversamente rispetto all’articolo 8. Come?

L’articolo 116 dice solo che l’intesa precede l’approvazione della legge. Ma non prescrive come e dove si collochi nel procedimento di formazione della legge, né che intervenga tra regione e governo, e tanto meno che si traduca in un disegno di legge inemendabile. Basta allora qualificare come pre-accordo l’intesa trasfusa nel disegno di legge che il governo presenta in parlamento, sul quale vanno applicate le regole generali per la discussione e l’approvazione, inclusa l’emendabilità. Nel lavoro parlamentare il testo non è più modificabile quando si arriva alla «doppia conforme», cioè quando le due camere hanno approvato un’identica formulazione testuale. Nel momento precedente il voto finale sull’intero testo – ormai consolidato – si può verificare che sussista l’intesa, nuovamente da parte dell’esecutivo, o in alternativa da parte della Commissione parlamentare per le questioni regionali, cui comunque già compete di esprimere un parere sul disegno di legge. Se l’intesa c’è, si procede con il voto e la promulgazione.

Diversamente, si riapre la trattativa e si ripete il procedimento. Avrebbe bisogno il presidente di assemblea dell’assenso del governo per innovare la prassi? No. Tutto rientra nel quadro dei poteri del presidente e delle norme vigenti e applicabili alla formazione della legge, anche per quanto riguarda l’ipotesi di coinvolgere la Commissione parlamentare per le questioni regionali. Si può fare senza alcun ritocco delle regole. Diversamente, il rischio di incostituzionalità è alto. Sappiamo (da ultimo, l’ordinanza della Corte 17/2019) che è legittimato al ricorso per conflitto tra poteri il singolo parlamentare nel caso di «una sostanziale negazione o un’evidente menomazione della funzione costituzionalmente attribuita al ricorrente». Tale innegabilmente è il caso se al parlamentare è precluso ogni emendamento su una proposta che tocca la Nazione – tutta – che egli rappresenta. Per di più, mancando le situazioni eccezionali che hanno contribuito alla inammissibilità del ricorso per la legge di stabilità.

La preclusione degli emendamenti potrebbe poi essere vista come un vizio in procedendo della legge, sia in un ricorso diretto da parte di una regione, o in un giudizio in via incidentale stimolato da chi avesse ricevuto prestazioni dei servizi civili e sociali inferiori a quelle di una regione beneficiaria della maggiore autonomia. Ma questo si vedrà dopo. Intanto, consigliamo a oppositori o dissenzienti in senato di affilare le armi e preparare le carte bollate, qui e ora. Già un solo ricorso potrebbe bloccare l’ingranaggio.

A rischio il Servizio sanitario pubblico con l’«autonomia differenziata»

 

Il Manifesto

12.2.2019

Se l’autonomia diventa un delitto di Piero Ignazi di Piero Ignazi

Se l’autonomia diventa un delitto di Piero Ignazi di Piero Ignazi

 Nella generale disattenzione si sta perpetrando un vero e proprio delitto nei confronti della nostra comunità nazionale: non dall’Oltralpe come farneticano alcuni scriteriati nostrani attratti come falene nella notte dal giallo-gilet , bensì dall’oltre Po, dal Veneto e dalla Lombardia, con la sorprendente complicità dell’Emilia Romagna.

Si tratta delle richieste di maggiore autonomia, anche finanziaria, da parte di queste regioni. È stata già firmata, alla fine dell’anno scorso, una pre-intesa tra stato e regioni che sarà finalizzata a giorni in attesa poi di essere discussa e approvata dal parlamento. L’ intesa è frutto di un percorso opaco, senza dibattito pubblico, che ha coinvolto solo gli interessati e non tutta la comunità nazionale.

Le altre regioni, i cui interessi sono pesantemente colpiti dall’accordo, non erano presenti. Ma cosa c’è di tanto grave in questo accordo? In primo luogo, come per le concessioni autostradali, lo stato non ha contrattato nulla e cede in toto alle richieste delle regioni, soprattutto del Veneto che, tanto per fare un esempio, pretendeva nelle sue proposte iniziali, poi corrette, di trattenere e gestire, addirittura i 9/10 del gettito dell’Irpef, dell’Ires e dell’Iva.

Come scrive Gianfranco Viesti nel suo libro Verso la secessione dei ricchi? (Laterza), le competenze dovranno essere definite in base ai cosiddetti “fabbisogni standard”, calcolati sul reddito prodotto da ciascuna regione. Per cui, dato che le tre regioni equivalgono al 40% del Pil nazionale, alle restanti 17 non rimane che spartirsi le briciole. Quello che è profondamente iniquo è soprattutto il calcolo dei costi e delle capacità di spesa per unità territoriale, non per cittadino. E quindi, il territorio che ha di più, riceve di più.

La logica della redistribuzione e perequazione delle risorse viene totalmente disattesa.

L’Italia diventa un vestito di Arlecchino con alcune pezze sfavillanti ed altre logore. In secondo luogo, riprendendo la metafora autostradale, l’intesa non potrà essere modificata per dieci anni e ogni intervento dovrà avere l’assenso delle tre regioni coinvolte. Insomma, una volta assegnate le competenze non se parlerà più. Infine, oltre alla questione finanziaria vi è un aspetto culturale non di secondaria importanza: le competenze sulla scuola.

Il Veneto che, come la Lombardia, ma contrariamente all’ Emilia-Romagna, ha chiesto autonomia su tutto, vuole determinare anche la programmazione dell’ “offerta formativa integrata” e dei contributi alle scuole paritarie: vale a dire, demolire il sistema educativo nazionale a favore di quello padano, magari sull’esempio della (in)gloriosa scuola dei “popoli padani” della moglie di Bossi. Inoltre vuole disciplinare i ruoli per il personale, evidentemente per poter selezionare insegnanti dalle immacolate camicie verdi. Di tutto ciò nessuno parla. Non Forza Italia, alleato della Lega.

Non il Pd che ha mani legate e bocca cucita dall’improvvida adesione dell’Emilia Romagna che ha fornito una legittimità politica fortissima al progetto. Mentre i 5Stelle, nella loro ingenuità, lasciano mano libera a chi sottrarrà risorse allo sviluppo del Mezzogiorno.

Il treno incorsa sta richiamando altri vagoni: tutte le regioni, ad esclusione di Abruzzo e Molise, si sono accodate. È un treno che porta alla definitiva disunità d’Italia. Il vecchio progetto leghista ha trovato altre strade per compiersi.

La Repubblica

11.2.2019

La secessione leghista, il sudismo ed il Sud - L'opposizione "differenziata" del PD ed il silenzio dei 5stelle - di Battista Sangineto

La secessione leghista, il sudismo ed il Sud - L'opposizione "differenziata" del PD ed il silenzio dei 5stelle - di Battista Sangineto

L’Osservatorio del Sud, già il 24 ottobre 2018, metteva in guardia, con un Appello, l’opinione pubblica riguardo alla strisciante secessione da parte del Nord, da parte dei ricchi. L’appello, pubblicato su “il Manifesto” e su “il Quotidiano del Sud”, è stato firmato da decine di intellettuali ai quali si sono aggiunte centinaia di cittadini, professionisti, giornalisti, insegnanti, sindacalisti, parlamentari, impiegati, segretari di partito, docenti e studenti universitari. L’Osservatorio ed i suoi membri hanno tenuto alta, in questi mesi, l’attenzione sul “Regionalismo differenziato” pubblicando decine di articoli sul sito web dell’Associazione e su “il Manifesto”, “il Mattino”, “il Messaggero”, “il Quotidiano del Sud” etc.

In un paese assai differenziato per storia e realtà locali e regionali come l’Italia, ma anche così diseguale nei livelli di reddito fra i suoi territori, le scelte relative al decentramento devono essere attentamente valutate perché non si trasformino, come di fatto sta avvenendo, in secessionismo, in secessionismo dei ricchi, come scrive Viesti. Il secessionismo, il separatismo non è un’utopia politica romantica identitaria, ma è un attacco in piena regola al nucleo più importante della garanzia di cittadinanza, cioè lo stato di diritto. Secondo il filosofo spagnolo Fernando Savater, il separatismo è da intendere come un’aggressione deliberata, calcolata e organizzata contro le Istituzioni democratiche e contro i cittadini che le sentono proprie. Non a caso il diavolo è, secondo una etimologia, il separatore, dia-ballo, colui che separa e rompe i legami stabiliti, e separare coloro che vivono insieme è il misfatto antiumanista per eccellenza. Il difetto diabolico del secessionismo è proprio questo: seminare la discordia, dividere gli uomini e gli animi… Ed è in questa temperie socio-economica e cultura che la Lega, negli ultimi 25-30 anni, ha talmente insistito che il centrosinistra di governo, nel 2001 (governi D’Alema-Amato), l’ha inseguita fino a modificare, negli ultimi giorni della legislatura, in modo orrendo e frettoloso il Titolo V della Costituzione. Le attuali richieste leghiste sono conseguenza diretta di quella sciagurata modifica fatta dal centrosinistra al governo.

Alle rivendicazioni egoistiche e separatistiche della Lega devo registrare che, in questi ultimi anni, si è aggiunto, anche a sinistra purtroppo il sudismo (penso alle improbabili coalizioni rivendicazioniste vagheggiate da De Magistris ed Emiliano). Il sudismo è un sentimento auto-consolatorio, speculare alle rivendicazioni leghiste, che asseconda e rafforza l’idea che i colpevoli sono gli altri, che sono altrove, che sono al Nord, ma non i meridionali che hanno solo subìto la repressione e lo sfruttamento (ne ho scritto io, ma ne ha appena scritto Vito Teti).

Per chiudere in maniera definitiva, spero, con queste rivendicazioni neoborboniche, con queste retrotopie (direbbe l’ultimo Zygmut Bauman) mi piace riportare un passo di Antonio Gramsci tratto da “La Questione meridionale” (Roma 1966, p. 159): “La Italia unificata aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni. L’invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l’unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro. Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d’Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell’industria. Nell’altra le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva”.

La conclusione, ancora attuale, alla quale giunge Gramsci è che sarebbe stato impossibile il riscatto del Mezzogiorno italiano senza la formazione e la maturazione della borghesia, dei ceti urbani meridionali, del proletariato e la loro trasformazione in classe dirigente. Dalle reazioni suscitate dall’inaugurazione del Museo della Ferriera di Mongiana, per esempio, e da molti altri sintomi antistoricamente filo-borbonici, emerge con chiarezza che questa maturazione, a 150 anni dall’unità, non c’è stata e che una vera e seria classe dirigente meridionale non si è ancora formata. Il filo-neoborbonismo è un sentimento del tutto contrario alla necessaria, secondo il mio avviso, assunzione di responsabilità e di incapacità che i meridionali ed i calabresi, dopo settant’anni di libere elezioni, devono prendersi: non siamo stati in grado di uscire dal sottosviluppo economico, sociale e culturale.

Il filosofo spagnolo Fernando Savater (in Contro il separatismo, Laterza, 2018) sottolinea gli effetti negativi che ha avuto la regionalizzazione dell’istruzione in Spagna su “l’unità democratica fra i cittadini”. Per Savater, il peccato fondamentale del nazionalismo è quando si trasforma in separatismo. “L’attaccamento alla propria terra, questa specie di orgoglio narcisista un poco infantile per il proprio gruppo di appartenenza, può anche essere tollerabile, ma non quando diventa la tentazione di umiliare i propri vicini o di sfasciare un paese”. Il pamphlet enumera puntigliosamente sette motivazioni contro il separatismo, che è: antidemocratico, retrogrado, antisociale, dannoso all’economia, destabilizzante, crea amarezza e frustrazione, crea un pericoloso precedente. Dice, testualmente: “Volevo sottolineare un punto importante: le democrazie non appartengono ai territori, ma ai cittadini. Sono gli stati che concedono la cittadinanza. Tornare di nuovo ai territori come concessori di cittadinanza vuol dire tornare indietro”.

Le somiglianze fra le recenti vicende della Catalogna, stigmatizzate da Savater, e quelle delle tre regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, sono assai maggiori di quanto comunemente si ritiene.

E’ vero che anche in Italia ci sono Regioni e Province a statuto speciale, ma le 5 che, al momento della richiesta di autonomia, godevano di regimi speciali erano aree periferiche (per insularità o prossimità ai confini nazionali), con un’economia debole, e la loro richiesta di forme speciali di autonomia era motivata essenzialmente dalla tutela della propria specifica identità storico/ culturale e dalla preoccupazione di emarginazione da parte dello Stato centrale. Il federalismo differenziato dei giorni nostri nasce, e cresce, in un contesto tutto diverso.

La maggioranza degli studi scientifici prodotti in questi ultimi anni, dimostra come il decentramento, soprattutto se particolarmente ampio, possa favorire processi di divergenza economica, sociale e culturale fra i diversi territori all’interno di un paese. I risultati, secondo Viesti, sono diversi da caso a caso; ma certamente l’evidenza a nostra disposizione non consente di sostenere, al contrario, che un maggiore decentramento favorisca la convergenza economica fra le regioni.

Il 28 febbraio 2018, pochi giorni prima delle elezioni generali del 4 marzo, il Governo Gentiloni, per tramite del Sottosegretario di Stato Gianclaudio Bressa (di Belluno; allora del PD, ora è nel gruppo SVP-Autonomie) ha concluso con ciascuna delle tre regioni succitate una Pre-Intesa sul regionalismo decentrato. Vale la pena sottolineare che la Regione Emilia-Romagna è a guida Pd, presidente Stefano Bonaccini, e che i Consiglieri regionali del Pd di Veneto e Lombardia hanno votato a favore del “regionalismo differenziato” della Lega.

Quando nella nuova legislatura è entrato in carica il governo Lega Nord-Movimento 5 Stelle, nel “contratto di governo” da essi sottoscritto si legge al punto 20 che è “questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.   La delega per la materia è stata attribuita alla Ministra Erika Stefani” (di Vicenza, della Lega Nord). Nell’autunno la Stefani ha dichiarato di aver predisposto le bozze delle Intese con le tre regioni, pronte per l’approvazione in Consiglio dei Ministri, inizialmente ipotizzato per il 22 ottobre, ma slittò. A seguito del Consiglio dei Ministri tenutosi il 21 dicembre 2018 è stata annunciata la firma delle Intese, da sottoporre successivamente al voto parlamentare per il 15 febbraio 2019, senza possibilità di discussione in Aula.

Ma qual è il punto principale delle pressanti richieste da parte di queste tre Regioni? Naturalmente gli sghei, come direbbero i veneti e, per l’esattezza il cosiddetto residuo fiscale.

Il residuo fiscale è una stima, non un dato oggettivo. La stima viene fatta sottraendo dalla spesa pubblica complessiva che ha luogo in un territorio, l’ammontare del gettito fiscale generato dai contribuenti residenti nello stesso territorio. Se la differenza è negativa, quel territorio riceve meno spesa rispetto alle tasse versate; ciò significa che se non facesse parte di una comunità nazionale più ampia, potrebbe “permettersi” una spesa maggiore (Viesti). I dati indicano un residuo fiscale certamente negativo, in ordine di dimensione, per cinque regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana.

I Padri costituenti hanno voluto che il bilancio pubblico in Italia determini una redistribuzione tra territori che, per la quasi totalità, avviene senza che vi sia un obiettivo esplicito di redistribuzione territoriale, ma come semplice conseguenza della eterogeneità della distribuzione nelle varie aree degli individui secondo le caratteristiche rilevanti per l’erogazione della spesa (età, stato di salute, condizione lavorativa, reddito, ecc.) e il suo finanziamento (il reddito, i consumi, la ricchezza, ecc.).

Il criterio al quale i nostri Padri costituenti si sono ispirati è quello dell’equità orizzontale (trattare individui uguali in modo uguale), che implica che il residuo fiscale (il saldo tra i benefici ricevuti dalla spesa pubblica e il contributo al finanziamento della spesa) sia lo stesso per individui che si trovano nella stessa posizione riguardo alle caratteristiche ritenute rilevanti (reddito, età, stato di salute, ecc.). Questo criterio è stato adottato non solo in Italia, ma in tutti i paesi, e sono tanti, nei quali vi sono norme costituzionali che stabiliscano l’accesso ad alcuni diritti di cittadinanza indipendentemente dal reddito dei singoli.

Con la modifica del principio costituzionale sopra citato si creerebbero, invece, italiani di serie A e di serie B, fra le regioni, all’interno delle regioni (Milano ed il resto) all’interno delle città (il centro storico ed il resto) e via via fino al singolo individuo secondo l’ideologia individualista corrente.

Grazie alla crisi che ha colpito pure il Nord, si è creata, nelle regioni più ricche, la convinzione che sia molto più importante promuovere la competitività delle aree già più forti del paese, invece di puntare ad un rilancio dell’intera economia nazionale. I veneti, per esempio, vorrebbero i 9/10 delle tasse raccolte nel proprio territorio vi rimanessero, sottraendoli, così, alla fiscalità nazionale e sancendo, di fatto, la secessione dei ricchi.

Rapportare il finanziamento dei servizi al gettito fiscale significa stabilire un principio incostituzionale ed estremamente pericoloso: i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro-capite è più alto, minore dove è più basso.

Le ulteriori autonomie concesse dal “regionalismo differenziato” da un lato indeboliranno le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, dall’altro accentueranno iniquità e diseguaglianze disgregando definitivamente l’universalismo, per esempio, del SSN, perché le risorse trasferite alle Regioni, insieme alle competenze aggiuntive, potrebbero intaccare le fonti di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale

Come scrive Enzo Paolini, negli atti preliminari ed accompagnatori al regionalismo differenziato, si afferma che l’obiettivo sarebbe quello di “una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione”… poi per “la selezione della dirigenza sanitaria”…. “per l’organizzazione della rete ospedaliera” e per “assistenza farmaceutica”, superando i “vincoli di bilancio nell’equilibrio economico – finanziario”.

La traduzione di Paolini è la seguente: “siccome il gettito fiscale delle Regioni del nord deve rimanere in gran parte sul territorio occorre che a deciderne la spesa sia la politica locale e che ad usufruire del servizio sia solo la popolazione ivi residente. Dunque, un padovano o un modenese potranno avere livelli di assistenza più estesi, potranno accedere ad una rete ospedaliera più moderna ed efficiente, ed avranno una assistenza farmaceutica maggiore di quella attuale. Gli ospedali delle loro città e della loro regione potranno avere rimborsi maggiori e comunque godere di sostegni finanziari non condizionati dalle ripartizioni negoziate nella conferenza Stato- Regioni e potranno assumere più medici ed ottenere servizi accessori di maggiore qualità”.

Benefici che saranno riservati solo ai cittadini residenti nelle regioni “ad autonomia differenziata” tanto che il calabrese, o il lucano, sarà sempre meno assistito nella sua regione, la quale potendo contare solo sul gettito fiscale dei propri cittadini, sarà sempre più povera e sempre meno in grado di assicurare i LEA (livelli essenziali di assistenza), di costruire e mantenere ospedali degni e di assicurare cure efficienti (al netto delle ruberie e nonostante il valore e l’eroismo dei suoi medici). E se vuole curarsi a Milano (cioè in una regione che tutela solo i propri residenti) dovrà pagare la differenza tra il piccolo rimborso che sarà possibile alla Regione Calabria e quanto prevede per la spesa sanitaria pro-capite la Regione Lombardia.

Tra pochi giorni, dunque, grazie al governo gialloverde verrà cancellata una delle grandi conquiste di civiltà del nostro paese: “il Servizio Sanitario Nazionale improntato ai principi di universalità e solidarietà in base al quale tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro origini, dalla loro residenza, dal censo sono curati allo stesso modo con oneri a carico dello stato, mediante il prelievo fiscale su base proporzionale. Si chiamava perequazione fiscale e grazie ad essa le classi più ricche pagavano più tasse per aiutare quelle più povere a curarsi, ad istruirsi, ad avere i servizi di base”.

Facciamo un altro esempio ancora: la Regione Veneto vuole, persino, legiferare in materia di tutela dell’ambiente, di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali, di governo del territorio, sulla ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione, su collocamento e servizi per l’impiego, sui rapporti internazionali e con l’Unione Europea. Il Veneto chiede la stessa manovrabilità sui tributi regionali e locali chiedendo il trasferimento delle funzioni amministrative delle Sovrintendenze per i Beni culturali, violando in questo modo persino l’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) che è nella prima parte, quella teoricamente intangibile della Carta.

Le ville venete, dunque, saranno meglio tutelate e valorizzate, mentre l’antica Sibari continuerà ad allagarsi.

La competenza più gravida di conseguenze a lunga scadenza richiesta dalle tre Regioni è, però, l’istruzione. La Regione Veneto, come la Lombardia, richiede, infatti, che le “norme generali sull’istruzione” divengano oggetto di legislazione regionale, concorrente, fra l’altro, nella disciplina delle finalità, delle funzioni e dell’organizzazione del sistema educativo regionale, e nella disciplina dell’organizzazione e del rapporto di lavoro del personale delle scuole. Chiede, inoltre, che le venga attribuita una competenza legislativa residuale con riferimento, tra l’altro, alla disciplina della programmazione dell’offerta formativa integrata e dei contributi alle istituzioni scolastiche paritarie; che debba spettare alla legge regionale disciplinare sia l’istituzione di ruoli per il personale delle scuole, sia la determinazione della sua consistenza organica, e stipulare contratti collettivi regionali (Viesti). Tutto il personale della scuola passerebbe, quindi, alle dipendenze della Regione ed i programmi non saranno più quelli ministeriali uguali per tutti, ma saranno dettati dalle Regioni. Via libera, dunque, ai dialetti, alle storie riscritte o revisionate, alle opere letterarie dialettali e così via. Gli insegnanti saranno solo quelli residenti ed i nostri laureati meridionali saranno, con tutta probabilità, sottoposti a regolamentazione da ricattatorî “flussi migratori” come i lavoratori extracomunitari.

La Regione Lombardia richiede anche la regionalizzazione del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università con lo scopo, evidente, di vederlo sensibilmente aumentare per i propri atenei (e corrispondentemente diminuire per gli altri). Una Università è virtuosa se l’indicatore spese personale è sotto l’80 per cento e se l’Isef (indicatore di sostenibilità economica e finanziaria) è sopra l’1. Nel complesso il calcolo tiene conto dell’impatto delle spese ordinarie (spese del personale, oneri, fitti) sulle entrate fisse che sono rappresentate dal fondo di finanziamento statale e dalle tasse degli studenti. La quantità di tasse è, ovviamente, più grande negli atenei settentrionali, dove si incassa di più perché maggiore è il gettito fiscale, potendo contare su famiglie mediamente più ricche e con un Isee più alto. Per fare un solo esempio, all’Unical, dove insegna chi scrive, le tasse sono inferiori alla media nazionale, e i due terzi dei nostri studenti sono nella no tax area, ci dovremo accontentare di un turn over pari solo all’80 % o addirittura del 70% ed un taglio dei fondi destinati alla ricerca del 30 o 40%, come è già parzialmente avvenuto con l’ultima Legge finanziaria.

Si tratta di una vera e propria regionalizzazione della scuola e dell’Università che determinerebbe, ancor più in assenza della determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni da garantire sull’intero territorio nazionale, una crescente sperequazione nell’istruzione fra i giovani italiani; disparità negli aspetti normativi ed economici dei docenti; l’intrusione delle autorità regionali nelle finalità stesse della scuola.

L’autonomia differenziata regionale così intesa modifica il funzionamento del paese, frantuma alcuni fondamentali servizi pubblici e determina, dunque, differenti diritti di cittadinanza in base alla residenza.

Bisogna, dunque, opporsi con tutta la forza e la determinazione di cui siamo capaci per evitare la regionalizzazione della sanità e della scuola perché minano le fondamenta della vita civile di questa nazione. Bisogna combattere e sconfiggere gli egoismi, gli individualismi ed i localismi generati da un modello economico, sociale e culturale ultraliberista. Bisogna ricostruire un fronte comune che ci faccia riguadagnare questi elementari diritti di eguaglianza ed equità.

In un libro appena uscito, Mario Tronti sostiene che l’unica strada per la ricostruzione di una sinistra antiliberista ampia e di popolo, in Italia, è quella della riforma dei soggetti collettivi, di lotta e di consenso, di rappresentazione e di azione, sindacati e partiti, con intorno nuove forme solidaristiche di movimento e di cooperazione, di mutuo soccorso sociale e di pratiche politiche di base. La rilegittimazione della politica passa attraverso la restaurazione di un rapporto di fiducia tra il basso e l’alto, tra popolo ed élite. Un’impresa ardua allo stato delle cose, ma l’unica forse in grado di riaprire un processo rigenerativo, direi redentivo, dello spirito pubblico ora in agonia.

Questa è una buona occasione non solo per provare a stare insieme per conseguire un risultato importante per il Sud, ma che potrebbe anche essere solo l’inizio di una possibilità di stare insieme per costruire un progetto, un’idea di Mezzogiorno che non sia basato su inutili e antistorici rivendicazionismi, ma su proposte concrete e realizzabili.

Ricordo, ancora una volta, che uno dei primi atti del “New Deal” di Franklin Delano Roosevelt fu quello di progettare e finanziare un gigantesco piano di restauro del territorio che impegnò, a partire dal 1933, alcune centinaia di migliaia di ragazzi fra i 18 e i 25 anni. Negli anni che seguirono due milioni di giovani lavoratori, chiamati “L’armata degli alberi di Roosevelt”, piantarono 200 milioni di alberi, rifecero gli argini dei torrenti, allestirono laghetti artificiali per la pesca, costruirono dighe e strade di collegamento, scavarono canali per l’irrigazione, gettarono ponti, combatterono le malattie degli alberi, ripulirono spiagge, terreni incolti e monumenti. Bernie Sanders, insieme alla giovane neoparlamentare Alexandria Ocasio-Cortez, ha lanciato, dalle colonne del “The New Yorker” del 7 febbraio, un nuovo Green New Deal proponendo un progetto di conversione radicale ad una economia non più inquinante, un rafforzamento della politica antitrust, la protezione del diritto dei lavoratori ad organizzarsi, la garanzia di assistenza sanitaria di alta qualità per ogni americano, un piano di costruzione o rigenerazione di alloggi economici, sicuri e adeguati per tutti. La proposta più ambiziosa e perequativa è, però un grandioso programma di lavoro per tutti: ogni americano avrà un’opportunità di lavoro legata al progetto di transizione dell’America verso un’energia pulita e sostenibile. Questo Green New Deal sarà finanziato, come quello di Roosevelt, con il debito pubblico, dallo Stato.

Ecco cosa ci vorrebbe per il Mezzogiorno: un New Deal fondato sul restauro dei paesaggi naturali e storici, dei paesaggi agrari e urbani; un New Deal dei paesaggi nel quale la redditività del nostro patrimonio storico e naturale non risieda solo nella sua commercializzazione, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione, di cittadinanza che creerebbe la ricomposizione materiale e immateriale dei luoghi, dei paesaggi.

 

Le radici e i pretesti della secessione del Nord di Vito Teti

Le radici e i pretesti della secessione del Nord di Vito Teti

 All’inizio degli anni Novanta – in un contesto mondiale e nazionale profondamente mutati (il crollo del Muro di Berlino, la fine dell’Unione Sovietica, guerre “locali”, razzismi e xenofobie che esplodono nell’ex Iugoslavia, Tangentopoli, la fine della prima Repubblica, le stragi mafiose e l’uccisone di Falcone e Borsellino) ecc.) si verifica (dopo una lunga sedimentazione) la grande affermazione politica ed elettorale della Lega lombarda. Le posizioni antimeridionali e razziste della Lega vengono allo scoperto, illustrate dai suoi maggiori esponenti politici, tradotti in slogan duri, fastidiosi, efficaci. Diverse scritte, rilevate e fotografate in quel periodo di trionfo elettorale, che evidentemente rendeva sicuri e arroganti anche quanti prima mormoravano a bassa voce, sono emblematiche per comprendere gli umori alimentati dai dirigenti leghisti.

«Negri sì Terroni no»; «Il terrone accettalo…con l’accetta»; «I meridionali in toga I nostri figli in tuta»; «Aspromonte ano d’Italia»; «Napalm sull’Aspromonte»; «Stato ladrone Stato terrone»; «Terrone usa il sapone»; «O la Mafia o La Lega»; «I Bresà en Fonderia – I Terù a L’Inps»; «Terroni go home»; «La mafia non è povertà ma una mentalità»; «State in Africa»; «Forza Etna»; «Benvenuti in Italia» (negli stadi nelle partite con il Napoli, l’Avellino, ecc.); «Giustizia terrona Giustizia cialtrona»; «Giudici lombardi in Lombardia» (su un manifesto della lega Nord); «Lisciotto Terrone torna in Meridione» (con riferimento al Procuratore Capo della Repubblica di Brescia).

Maledizione, bruttezza, degenerazione, barbarie, sporcizia: il vocabolario dell’antropologia positivista serve ormai a dare voce a un nuovo risentimento e solidità a una forza politica, che intercetta il malessere di ceti popolari insicuri. Vengono augurati ed auspicati terremoti, pena di morte, cancellazione del Sud dalla carta geografica.

L’ostilità, la diffidenza, il rancore antimeridionale, di cui abbiamo avuto un variegato e significativo panorama su molta stampa nazionale in occasione di catastrofi naturali (come l’alluvione a Crotone) hanno radici lontane e profonde. Esse riaffiorano soprattutto ogni qual volta i ceti dominanti del Nord vedono messa in discussione i loro interessi, la loro capacità egemonica e forza espansiva. Mafie, ceti politici corrotti e clientelari, professionisti collusi con la criminalità si rendono protagonisti di episodi inquietanti e di vicende cruente che finiscono con portare acqua al mulino dell’ideologia leghista. Alimentano e servono a implementare lo stereotipo.

 

Il nuovo paradigma razzista dell’inferiorità dei meridionali

La novità della devastante di quella ondata di «antisemitismo italiano», sempre presente anche se in maniera sotterranea e quasi mai esplicitata nelle scelte economiche e politiche dei ceti dominanti (e non solo) del Nord, con il sostegno e la complicità di un ceto politico corrotto, clientelare, “illegale” del Mezzogiorno, consisteva nel fatto che, dall’inizio degli anni novanta, diventa sentimento strutturato, organizzato, diffuso, teorizzato e utilizzato nella battaglia politica. Il Nord, una parte politica del Nord, molto semplicemente, se ne voleva andare, desiderava «separarsi». Eppure era facile accorgersi che le due entità geografiche, culturali, morali erano ormai mescolate ed erano l’esito di un processo unitario di oltre un secolo. Difficilmente potevano essere “divise”, sia nei successi che nelle responsabilità, sia nelle conquiste che nelle degenerazioni. Bene e male, inferno e paradiso, bellezze e rovine convivono e fanno parte dell’intera nazione.

Il Sud ridiventa la causa della mancata crescita delle regioni del Nord e i meridionali sono i responsabili del degrado dell’Italia, della corruzione imperante, del sistema delle tangenti.

Tornavano in auge, con qualche modesto, non sostanziale, aggiornamento, le posizioni razziste del periodo positivista: adesso non c’erano più i grandi e lucidi “meridionalisti” e nemmeno forze politiche credibili, capaci di rispondere con argomenti credibili. Gianfranco Miglio, lontano dalle cautele e dalle preoccupazioni elettorali dei dirigenti leghisti (a votare Lega, com’è noto, sono stati anche numerosi meridionali emigrati al Nord) dichiara, in maniera dura e chiara, di non «amare i meridionali». L’ideologo della Lega, al quale oggi molti sindaci del Carroccio intitolano strade o edifici, come si fa con i padri della patria, con un chiaro gioco delle parti con i Bossi e i Moroni, il giovanissimo Salvini, afferma di basare il suo rifiuto su considerazioni di tipo antropologico.

Miglio, come dichiara a molti giornalisti, che diffondono il suo credo senza alcun commento critico, è impegnato, in quegli anni, assiduamente in un’opera di preparazione e scrittura della Costituzione delle popolazioni dell’Italia meridionale, adatta al loro temperamento e alle loro caratteristiche culturali. L’ideologo leghista sostiene che nel Sud esiste ancora una cultura che rimpiange la «civiltà classica» e non sa vivere nella società moderna.

Miglio riprende tutte le invenzioni e le descrizioni degli antropologi positivisti, senza tenere conto delle risposte e delle analisi dei meridionalisti, degli autori e degli scrittori meridionali, di un secolo di storia che aveva cambiato il volto dell’Italia e nel corso del quale i meridionali sono diventati protagonisti della vita economica e sociale del Nord e hanno introdotto pratiche lavorative, organizzative, operosità in grado di sconfessare il luogo comune del meridionale ozioso. Le riflessioni «antropologiche» di Miglio sono la riproposizione aggiornata di consolidati luoghi comuni e antichi stereotipi.

Il passato non passava: era importante reiterare che l’affermarsi di posizioni “razziali” e razziste anche senza razza, questa volta ha come obiettivo non più il federalismo tra entità territoriali diverse, ma la separazione di entità che si sono, sia pure faticosamente, con dualismi permanenti, uniti. Il neorazzismo culturale aveva ragioni economiche e motivazioni politiche.

Nel 1993 ne La razza maledetta segnalavo il rischio che alle tendenze secessioniste del Nord, il Sud potesse rispondere, come ricordava Giovanni Russo, con miti e nostalgie filoborbonici, scendendo sul terreno «separatista» prediletto dai leghisti (I nipotini di Lombroso, 1992). Isaia Sales (Leghisti e sudisti, 1993) temeva che in Italia ci si dividesse in «leghisti» e «sudisti». A distanza di un ventennio, possiamo costatare come quei rischi fossero concreti e del tutto fondati. Alla lunga sono affiorate, al Sud, accanto a risposte serie e aperte, posizioni localistiche funzionali al sentimento antiunitario della Lega. Nel tempo, la Lega ha occultato il razzismo antimeridionale con la xenofobia anti-immigrati, che spesso ha contagiato anche il Sud. Come scrivevo in vari saggi e articoli tra il 2011 e il 2014, i localismi al Nord e al Sud sembravano trovare una sorta di incontro in nome di una presunta difesa dell’Occidente dalle invasioni degli stranieri. Qualcuno sottovalutava i discorsi razzisti che sono proliferati nelle nostre campagne e nei nostri paesi contro immigrati e stranieri. Non ci si accorgeva che chiusure anguste, difese d’ufficio di un’inesistente identità pura e incontaminata, gruppi xenofobi e localisti, organizzazione criminale e pensiero filondranghetista potrebbero trovare una convergenza di interessi concerti e di rassicurazioni e garanzie (a proposito di retorica di uno pseudogarantismo complementare e funzionale alla retorica, di segno contrario, dell’antimafia) nella Lega “nazionale” di Salvini, sempre meno interessata alla Padania, ma interprete di tutte le forme di opposizione allo straniero e agli altri inserite in una cornice nazionale, come è avvenuto per il lepenismo in Francia. E così nata come movimento politico antimeridionale e separatista, la Lega si è trasformata, nel tempo, in movimento anti-immigrati che mette assieme i tanti localismi, le paure, le ansie, le xenofobie, le retoriche identitarie presenti ovunque in Italia, anche nel Sud, e, come sappiamo, nel resto di Europa. L’Italia non viene più pensata e unita per guardare, in maniera autonoma, all’Europa e al mondo, ma viene unificata nel nome di localismi, separatismi, distinzioni contro un nuovo nemico esterno.

La possibile penetrazione (che è ormai avvenuta, ma così prevedevo nel 2014) leghista anche nel Meridione e nelle isole segnala le responsabilità e le ingenuità, la “cattiva coscienza”, di tanti commentatori che si sono rinchiusi in proclami con le insegne logore del localismo meridionale, della lamentela identitaria sul buon tempo antico, del revisionismo più retrivo e scadente. Il tutto attraverso la negazione subdola di quella cultura meridionale illuminata, illuminista, risorgimentale, meridionalista che è quanto di più originale e innovativo e oppositivo abbiano prodotto dalla fine del Settecento ai nostri giorni le élites pensanti e critiche del Meridione o amiche del Meridione.

La secessione subdola e occultata.

Adesso, con il federalismo fiscale, nei modi e nelle forme voluti da Veneto e Lombardia (per questi aspetti rinvio a contributi di Viesti, Bevilacqua, Cersosimo, Perna, Sangineto, Abruzzese e tanti altri che fanno parte dell’Osservatorio del Sud), in maniera miope sostenute da gruppi e forze politiche, localistiche e anguste del Sud, quel separatismo e quella secessione che non erano riusciti a realizzare la Lega di Bossi e Miglio, sembra potersi attuare nel momento in cui non si fa che proclamare “L’Italia agli italiani”. In realtà il paradosso di questi slogan elettoralistici non fanno altro che sottrarre alcune regioni del Nord e del Sud all’Italia e concorrono ad aumentare una separazione Nord-Sud che, se andasse in porto, ci restituirebbe tanti piccoli, poveri, irrilevanti piccoli Stati, incapaci di affermare un’Europa diversa, profondamente diversa, da quella finora conosciuta, ma anzi alimentatori e moltiplicatori di conflitti che potrebbero portare di nuovo a una catastrofica guerra che, pure con tutti i suoi difetti e le sue storture, l’Europa unita, almeno l’idea e il sogno dell’Europa unita, avevano scongiurato per oltre settant’anni. Il Sud – le istituzioni pubbliche, i Comuni, le Regioni, il sindacato, la Chiesa, i partiti, i movimenti, gli intellettuali – anche con una diversità di posizioni non possono restare muti e silenti dinnanzi a una prospettiva non tanto remota che renderebbe ulteriormente le nostre terre luoghi desolati, oppressi da mafie e corruzione, con paesi vuoti e giovani che fuggono.

Non esistono più alibi. Non basta dare la colpa sempre agli altri. Non serve autoassolverci o autodemolirci. Non serve tornare a retrotopie neoborboniche, a rimpianto di un Eden mai esistito, a rivendicazioni localistiche e separatiste di segno contrario a quello delle ricche regioni del Nord (ricche grazie anche alle risorse del Sud, ai meridionali emigrati). Non servono piccoli interventi provvisori e senza un respiro futuro; ben vengano sostegni e contrasti alla povertà, ma non si pensi a creare una massa di giovani amorfi e senza lavoro, che darebbero l’ennesimo pretesto alla regioni del Nord per rivendicare un’autonomia contro il solito Sud assistito, ozioso, in attesa di sostegni esterni. La partita si gioca qui ed ora. A livello politico, economico, culturale.

C’è bisogno di un grande progetto antagonista, in controtendenza, di un piano di lunga durata, per il Sud, i suoi paesi, le sue citta, le sue montagne, le sue marine. Ognuno, con la sua capacità, le sue capacità, le sue posizioni – con una pluralità di voce – deve decidersi. Siamo chiamati ad affermare una nuova soggettività, a costruire un’identità aperta, inclusiva. Valgono ancora i versi amari di Franco Costabile:

Prima dell’acqua
la Corte d’Assise.
Prima del sole
… la mosca olearia.
E giorno fu.
Ecco,
io e te, Meridione,
dobbiamo parlarci una volta,
ragionare davvero con calma,
da soli,
senza raccontarci fantasie
sulle nostre contrade.
Noi dobbiamo deciderci
con questo cuore troppo cantastorie.

 

Caro Emiliano, ti scrivo di Piero Bevilacqua

Caro Emiliano, ti scrivo di Piero Bevilacqua

Caro presidente Emiliano,

come ben sa, il governo in carica, sotto l’impulso del partito della Lega, è in procinto di varare una legge che assegnerà alla regione del Veneto autonomie in ben 22 due materie e soprattutto uno   regime fiscale privilegiato. Quanto questo passo sia gravido di conseguenze per le regioni del Mezzogiorno, e per la tenuta futura dell’intera impalcatura del Paese, è stato denunciato da più parti. Anche da istituzioni autorevoli e indipendenti come l’ Istat e lo Svimez. Dunque non entrerò analiticamente nel merito di questa proposta che lei certamente ben conosce, né delle tante prevedibili conseguenze della sua applicazione. Anche se è il caso di rammentare che forse solo in Italia, tra i Paesi UE, accade un così singolare pervertimento di un dogma del pensiero liberista,   disciplinatamente seguito, negli anni, da tutti i governi della Repubblica. Vale a dire la ritirata dello Stato da ogni ingerenza nella vita economica, da lasciare, senza lacci e laccioli, come diceva qualcuno, alle libere forze del mercato. Nel caso della legge in questione si fa un passo ulteriore . Ora lo stato non si limita a contenere le disuguaglianze con una politica fiscale che contenga in qualche modo le spinte disgregatrici del mercato, ma prende esso stesso l’iniziativa per creare disparità e disuguaglianze tra i territori e i cittadini del nostro Paese.

Mi permetto di ricordarle questo, caro presidente – da storico che ha passato una vita a studiare il nostro Stato nazionale e soprattutto il nostro Sud – che lo stravolgimento isituzionale in progetto potrebbe avviare il declino irreversibile dell’Italia.Alcuni processi politici, una volta avviati, diventano irreversibili. E viene in mente a proposito il nostro Machiavelli, che alle << cose di stato>> applicava le metafore del corpo e delle malattie. Per cui, ricordava il grande Fiorentino, vi sono malattie che << nel principio è facile a curare e difficile a conoscere: ma nel progresso del tempo, non avendo nel principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficle a curare .>>

Perché mi rivolgo a lei? Perché lei non è solo il presidente di una delle Regioni più dinamiche dell’Italia meridionale, ma è anche un’autorevole figura politica di rilievo nazionale. Non solo, ma essendo lei un presidente non certo chino sulle carte, e anzi capace di iniziative coraggiose alla testa della popolazione che governa, rappresenta volente o nolente, un punto di vista politico-istituzionale di prim’ordine. Che lo voglia o no, caro presidente, il suo silenzio in questo momento, su questo gravissimo progetto legislativo, suona come acquiscienza e accettazione. Forse peggio, può essere interpretato come miope interresse di breve periodo, dettato dal calcolo di potere ottenere in cambio maggiore autonomia nel governo della Puglia.

Mi permetto di dire che lei dovrebbe fugare al più presto tali sospetti. E che anzi molti si aspettano da lei una iniziativa energica, com’è nel suo stile e nelle sue capacità, in difesa delle ragioni di tutto il Mezzogiorno. Le quali, mai come in questo caso, coincideono con quelle dell’Italia tutta intera.

Con i più cordiali saluti

 

Piero Bevilacqua