Mese: maggio 2019

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

I borghesi ed i pastori. L’identità calabrese nella letteratura contemporanea di Battista Sangineto

Un romanzo borghese, finalmente un romanzo borghese ambientato in una città calabrese. “Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna è il racconto di una vita simile alla mia, per esperienze, per vissuto familiare, per scelte politiche operate alla stessa età e nello stesso contesto storico, politico e geografico: una città di provincia del remoto e profondo sud, Reggio Calabria, fra la fine dei ’60 e gli inizi dei ‘70.

Il romanzo è strutturato in maniera multiforme, nel corso del suo svolgimento cambia linguaggio e passo: una lunga poesia come incipit, poi una prosa sciolta, leggera, l’inventario del titolo costruito alla George Perec, il copione di una pièce di gusto anni ’70, di nuovo la prosa, ancora l’inventario e, infine, ancora la prosa. Il libro è molto leggero grazie ad una scrittura intessuta, anche nei passi che raccontano i momenti più dolorosi, di una leggerezza che è quella propria dell’animo lieve dell’autore.

L’inventario che Tonino Perna dovrebbe fare, a seguito della morte del padre titolare di una rinomata fabbrica reggina, è quello degli oggetti di una vita, di più vite, la sua e quella dei suoi familiari. Le cose, gli oggetti da inventariare sono importantissimi, perché sono tracce, spie indiziarie, sono frammenti che, come in archeologia, ci permettono, collegandoli gli uni agli altri, di ricostruire le storie e la Storia. L’autore, attraverso gli oggetti, racconta la sua storia individuale e quella collettiva, della sua famiglia, della sua città e della sua, della nostra, generazione. E quanto siano importanti gli oggetti e le suppellettili nella letteratura lo si può capire, per esempio, dalla lettura di un passo di “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg: “Io credo che nella Storia, nelle storie, le erosioni, i vuoti, le lacune, gli anelli mancanti mi siano parsi attraenti perché misteriosi e dolorosi perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio.  Una terra dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma ancora caldi‚ della vita degli esseri umani che li toccarono“. E l’autore si inoltra in questa sconvolta, ma attraente terra del passato, toccando gli oggetti “caldi” della sua vita e della sua famiglia, facendo raccontare ai bottoni di madreperla, alle molte foto, alle lettere, ai maglioni, alle agendine, ai biglietti del cinema, alle palle da biliardo, al pastore “u meravigghiatu da rutta”, alle medicine, alle penne, alle cravatte le loro storie che, per sinestesia, si rivelano essere la sua e la nostra storia.

Una tappa fondamentale della vita dell’autore è la vicenda collettiva della rivolta di Reggio Calabria del 1970, ma è segnata anche da una vicenda personale molto dolorosa che non è mai divenuta una tragedia collettiva perché, come fondatamente sostiene Perna, siamo in Calabria e i protagonisti, le vittime, sono giovani calabresi che non sono mai stati mediaticamente attraenti. Suo cugino, e compagno, Gianni era uno dei cinque giovani anarchici che morirono, nel settembre di quell’anno, in un finto incidente stradale. Una Mini gialla, avrebbe dovuto esserci anche Perna, che finì, incomprensibilmente, sotto un camion guidato da due fascisti. I ragazzi portavano – all’avvocato anarchico di Roma, Rossi- un faldone di documenti scottanti che, con ogni probabilità, causò la loro morte. Erano furtivamente entrati, qualche settimana prima, nella sede del MSI di Reggio Calabria e vi avevano trovato un serie di documenti, di lettere e di messaggi che, inequivocabilmente, collegavano i fascisti reggini con i Colonnelli greci e che mettevano alla luce i rapporti fra fascisti italiani, Colonnelli greci e Servizi segreti italiani dell’epoca. Per avvalorare l’ipotesi che la morte dei cinque giovani anarchici fosse collegata a quello che avevano scoperto sui legami fra fascisti e Servizi, basti ricordare che, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre di quello stesso anno, fu tentato un golpe da parte di Junio Valerio Borghese con l’aiuto di formazioni paramilitari fasciste, alti comandi delle Forze armate e funzionari dei Servizi italiani.

Nel libro c’è una bellissima definizione dei moti reggini: la prima rivolta di popolo su base identitaria del ‘900, la prima perché ne seguirono altre, la più vicina e terribile in Yugoslavia, quella complicata e meravigliosa terra che, come Tonino, attraversai anche io negli anni ‘70. Perna scrive che i reggini in quella circostanza furono capaci, per la prima volta, di autocoscienza e di autoliberazione; si riconobbero come concittadini che, fianco a fianco sulle barricate, si battevano contro il complotto politico ordito da Mancini e da Misasi che non volevano che Reggio Calabria fosse considerato il capoluogo della Regione. I fascisti e Ciccio Franco, arrivarono dopo, solo dopo egemonizzarono e incattivirono quella rivolta di popolo, di un popolo che, principalmente, si sentiva ignorato dallo Stato.

Voglio ricordare anche quanto siano belle le pagine sul tempo, sul sentirsi eterni da giovani come è accaduto anche a me e, forse, a molti della nostra generazione. “C’è stato un tempo in cui eravamo eterni. Essere eterni è una sensazione che si prova poche volte nella vita, ma non lo si dimentica più. Essere eterni significa essere fuori dalle catene del tempo, pensare che ogni azione, ogni parola abbiano un senso, per sempre. Essere eterni vuol dire questo: avere un tempo infinito davanti a sé”. E ancora “Odio la nostalgia e al contempo non riesco a non pensare che quegli anni sono davvero speciali e irripetibili. Non perché eravamo giovani, ma perché eravamo dei grandi sognatori che viaggiavano nello spazio e fuori da ogni vincolo temporale, senza paura.” Sì, anche io ho nostalgia di quell’epoca non perché ero, perché eravamo giovani, ma perché, forse, eravamo davvero speciali.   Appartengo anche io a quella prima generazione, di cui scrive l’autore, che ha avuto libero accesso, da subito, ai motorini, alle automobili, alle uscite spensierate con gli amici e le prime fidanzatine, ai viaggi in Italia ed all’estero, ai lunghi mesi estivi trascorsi, privi di pensieri, nelle case al mare. Voglio citare, di solito non lo faccio, una canzone sia perché è di un Nobel per la letteratura, sia perché l’autore è il cantore della nostra generazione: Bob Dylan. Lo faccio, soprattutto, perché penso che i suoi versi esprimano abbastanza fedelmente come credo che noi ci si senta o ci si voglia ancora sentire: “Forever Young”. “Possa tu crescere per essere giusto/possa tu crescere per essere sincero,/possa tu sapere sempre la verità/e vedere le luci che ti circondano./Possa tu essere sempre coraggioso,/rimanere in piedi ed essere forte,/Possa tu rimanere per sempre giovane,/per sempre giovane, per sempre giovane,/Possa tu rimanere per sempre giovane”.

“Con beneficio d’inventario” di Tonino Perna, pubblicato da Castelvecchi, racconta anche delle prime auto, dei primi televisori, delle lavatrici, delle prime gite fuori porta, delle case al mare e di quelle in montagna, delle cinepresa super8 con relativi e macchinosi proiettori, dei giradischi con le canzoni di Mina, Edoardo Vianello, Rita Pavone e, poi, Patty Pravo. Come quella di Tonino, anche la mia famiglia andava a Fiuggi, dove passavo le ore a giocare su quegli stessi piccoli tavoli di panno verde sui quali bisognava centrare con le mani le buche (9 mi pare) con palle da biliardo. Ai miei tempi, c’era anche il minigolf al quale era una gioia costringere, in verità si divertiva moltissimo, il mio seriosissimo e trinariciuto padre Isolo, a giocare. Anche io ho giocato, insieme ai miei amici e compagni di scuola, per pomeriggi interi a flipper e a biliardo in locali simili gestiti, persino, da personaggi molto simili a quello descritto da Perna come, per esempio, l’indimenticabile, per i cosentini della mia generazione, Pasquale Grandinetti. Siamo andati, io e Tonino Perna, a vedere gli stessi film, abbiamo avuto, più o meno, gli stessi motorini e le stesse utilitarie, gli stessi jeans e le stesse scarpe scamosciate. Abbiamo avuto, insomma, la vita, le aspettative ed i sogni, anche rivoluzionari, dei giovani borghesi di tutta Italia e di tutto il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70. Non sapevo nulla di montagne inospitali e magnifiche, di riti religiosi arcaici, di caciocavalli appesi alle travi di casa, di mamme vestite solo di nero, di scannamenti di maiali e di uomini, di processioni di Madonne ingioiellate che si inchinano, della ferocia immotivata di uomini fuorilegge, di soppressate con o senza lacrima, di bracieri ardenti attorno ai quali si siedono vecchi che raccontano struggenti storie di miseria.

L’autorappresentazione letteraria dei calabresi è costituita, nella quasi totalità dei casi, da una cosiddetta “narrazione” rurale, arcaica, primitiva, violenta, pre-urbana di sé stessi e del proprio orizzonte culturale e territoriale. Una autorappresentazione che alimenta, a piacimento altrui, lo stereotipo negativo del calabrese rude e selvaggio nell’immaginario mediatico e collettivo nazionale. Credo, invece, che una “narrazione” (provo avversione per l’uso corrivo di questo sostantivo) che comprenda anche una temperie storica e culturale così, per fortuna, diffusa nella nostra regione e nelle nostre città, possa restituire, a noi stessi ed ai “forestieri”, un’immagine più veritiera e meno deformata di quella che ci turba vedere riflessa sulle pagine dei giornali nazionali o dei reportage televisivi sulla Calabria.

Nel libro di Tonino Perna ho riconosciuto, finalmente, me stesso e la mia generazione, quella nata attorno negli ’50, costituita, in larga misura, da giovani cittadini, liberi, sognatori, avidi di novità e di modernità che assomigliavano, come ho scoperto più tardi, a tutti i ragazzi dell’Occidente che si ribellavano al potere, alle ingiustizie, alla cultura e alle tradizioni dei loro padri e dei loro nonni.

 

Il Quotidiano del Sud

  7 maggio 2019

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

Il primo nucleo d’Europa, dal Nord al Sud, lo racconta il Mediterraneo di Piero Bevilacqua

 La mostra, Rinascimento visto da Sud. Matera, l’Italia meridionale e il Mediterraneo tra ‘400 e ‘500, da poco inaugurata nella città “capitale delle cultura europea”, vale da sola il viaggio. Da qualunque punto d’Europa si parta. E non solo per la presenza di dipinti mai esposti, di capolavori di maestri sconosciuti al grande pubblico (e a chi scrive), di tele o sculture di artisti sommi, da Antonello da Messina, a Raffaello a Donatello. O per la presenza di rare pergamene raffiguranti la Cosmogonia di Tolomeo, codici miniati preziosi, rari astrolabi e portolani. Dunque non solo per il valore estetico dei singoli “pezzi” e quello documentario dei reperti, che mostrano un rinascimento meridionale largamente ignoto. Ma anche per un’altra ragione che riporta all’oggi.

Grazie anche ai preziosi pannelli didascalici, la mostra ci offre una realtà storica straordinaria: la formazione dell’Europa mediterranea. Il Mediterraneo, tra ‘400 e ‘500, non è più solo il Mare nostrum dei romani: è qualcosa di più, pur restando il grande spazio di rapporti e traffici tra Oriente e Occidente. Adesso la «grande pianura liquida», per usare una espressione di Braudel, mette in contatto mondi e culture in cui non è solo Roma a primeggiare e dominare, ma fa incrociare economie, culture, saperi di una “economia mondo” cosmopolita che configura il futuro spazio dell’Europa.

Si pensi al rapporto con i popoli del Nord. I tedeschi non sono più i rozzi Germani descritti da Tacito. Un grande tedesco, Federico di Svevia, che insedia nell’Italia meridionale il cuore del suo regno, già nel XIII secolo anticipa con la sua persona, il suo culto dell’arte e della poesia, il cosmopolitismo del rinascimento. Per alcuni secoli la cultura araba con cui Federico dialogava, porta nel Mediterraneo e nei paesi dell’Occidente, che sempre più vi si affacciano – la Francia, la Spagna, le Fiandre, l’Olanda oltre alla Germania – la propria filosofia, i saperi dell’idraulica, dell’agronomia, della matematica. Oriente e Occidente, Nord e Sud attraversavano il Mediterraneo non solo con tessuti, grano, animali, piante, ma anche con opere d’arte, libri, tecnologie, realizzando per almeno due secoli, un culmine irripetuto della civilizzazione umana. Qui si fonda la prima vera Europa, con i suoi popoli, culture e lingue “nazionali” formando un nuovo continente.

Com’è noto, la scoperta dell’America e la nuova centralità dell’Atlantico, a partire dal XVII secolo, cambiano la storia dell’Europa. È la più grande svolta della storia dell’Occidente, ma con in implicazioni mondiali normalmente ignorate. Di essa e del suo seguito conosciamo la parte positiva e progressiva, quella che porta alla modernità capitalistica dell’oggi. Ma ignoriamo il lato oscuro e violento che l’accompagna e la rende possibile. La “conquista del nuovo mondo” come recita la storiografia ufficiale, il soggiogamento delle Americhe, avvenne atraverso lo sterminio delle popolazioni indigene. «Il più grande genocidio dell’umanità», lo definisce Tzvetan Todorov. E noi sappiamo che alcuni paesi, come il Messico e il Perù, subirono tracolli demografici da cui si ripresero solo dopo alcuni secoli.

Ma la svolta atlantica ebbe ripercussioni sanguinose e parimenti durature, anche a Sud. L’avvio della tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, per sostituire i nativi sterminati, trasforma il Mediterraneo cosmopolita a succursale dell’Atlantico, mare di transito del più infame commercio della storia umana: la tratta degli schiavi. I giovani africani strappati ai loro villaggi e venduti come forza lavoro ai mercanti inglesi, spagnoli, francesi, ecc.

Un intero continente viene saccheggiato per oltre tre secoli della sua gioventù e dunque delle sue energie vitali, essendone segnato per sempre.

È da qui che viene il profilo dell’Europa atlantica, perfezionato nel corso dell‘800 e del ‘900 con il colonialismo moderno, che fa della Gran Bretagna il centro imperiale del mondo sino, poi sostituita dagli Usa: in maniera sempre più determinante, dopo la prima guerra mondiale.

È da questa pagina nascosta della storia del mondo che non si può prescindere se si vuole rispondere al quesito che nessuno si pone: per quale ragione la cultura arabo-mussulmana, che aveva al suo interno tutti gli elementi di vitalità e di scienza per evolvere verso una sua modernità, è regredito nel conservatorismo dogmatico e alla fine nel terrorismo suicida? Per quale ragione, se non per la politica di dominio e violenza, soprattutto degli Usa, negli ultimi decenni, una grande civiltà si è trasformata in un aggregato di fanatismi reazionari e retrivi? Il Mediterraneo quale retrovia per i rifornimenti coloniali dell’Occidente ha distrutto l’Europa cosmopolita rinascimentale e imposto al mondo i nazionalismi sanguinari del Novecento.

Oggi a questo mare, sorgente della nostra civiltà, si chiede di nuovo di negare la sua storia di libertà e accoglienza e di farsi barriera e cimitero di popoli messi in fuga dalle guerre atlantiche dei vecchi dominatori, ormai privi di astrolabi e bussole. Una cecità minacciosa. Se i mutamenti climatici cacceranno milioni di africani dalle loro terre, non sarà l’inettitudine tecnocratica dei dirigenti europei a fermarli. L’Europa sarà travolta e nessuno sa quale forma prenderà. Eppure nella sinistra italiana non mancano le culture e le visioni per ridare al Mediterraneo il suo antico compito cosmopolita, rimettendo l’Italia e il Mezzogiorno al centro di una politica di accoglienza e di pace, in grado di riprendere il filo spezzato di una grande storia.

Il Manifesto

10.5.2019

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

Qualche suggerimento a Greta di Piero Bevilacqua

 Molto opportunamente Guido Viale è intervenuto ( Il Manifesto del 23/4) sul movimento generato da Greta Thunberg per orientarlo verso una visione più ampia e connessa dei problemi(conversione ecologica) ed entro un percorso politico concreto. Su quest’ultimo punto vorrei aggiungere delle ulteriori indicazioni, per evitare che il generoso sforzo di questa ragazza e di tanti giovani entrati sulla scena mondiale, si esaurisca in un movimentismo senza esiti. E’ ncessario che il Friday for future trovi immediatamente obiettivi determinati, su cui incanalare pressioni rivendicative incalzanti, e sappia anche mostrare concrete iniziative, a scala locale, in grado di invertire la tendenza al riscaldamento climatico, e al tempo stesso alimentando la volontà di lotta quotidiana dei militanti e dei cittadini.

Forse una prima cosa da sapere è che in Europa – terza per produzione di Co2 dopo Cina e USA – a dispetto degli accordi di Parigi e dell’ultima conferenza di Katowice, continua a sostenere con agevolozioni l’uso del carbone quale fonte di energia in gran parte dei paesi dell’Est: Romania, Repubblica Ceca, Estonia, Polonia, che addirittura ne dipende per l’80%. Ma persino la Germania, pur virtuosa su altri piani, trae energia da questo fossile per un buon 40% del suo fabbisogno. (Luca Manes, Inquinamento: la sfida più urgente, <<Micromega>>, 2019/2) Ebbene, qui il movimento deve innescare fronti nazionali di lotta su un terreno rilevante per la diminuzione dell’effetto serra, oltre a chiedere a Bruxelles di cambiare le sue politiche.

Ma c’è un ambito di produzione di gas serra, meno noto, su cui le politiche dell’Unione svolgono un ruolo di prim’ordine: è la politica agricola comunitaria (PAC). E’ vero che negli ultimi anni anche l’agricoltura biologica e integrata hanno cominciato a godere di aiuti cominitari, ma la PAC tiene ancora in piedi il modello agricolo della rivoluzione verde, quello esportato dagli USA nel mondo e che contribuisce con cifre oscillanti tra il 20 e il 30% al riscaldamento climatico. Il successo produttivo di questo modello, che ben presto ha generato in Europa fenomeni di sovraproduzione , solo oggi mostra tutta la sua insonstenibilità, non solo ambientale, ma anche energetica. Come ha mostrato, D.A.Pfeiffer nel saggio del 2006, Eating fossil fuels (mangiare carburante fossile), tra il 1950 e il 1985 la produzione agricola mondiale, calcolata in cereali, è cresciuta del 250%. Un risultato indubbiamente rilevante, che ha permesso una più ampia distribuzione di cibo su scala mondiale, anche se con gli squilibri che conosciamo. Ma l’energia impiegata per ottenere tale risultato   è nel frattempo creciuta del 5000%. Per produrre tanto e in eccesso – oggi nel mondo, quello ricco, finiscono nei rifiuti 1,3 miliardi di tonnellate di cibo – si è sfruttato, in maniera distruttiva, non solo il suolo, ma anche il sottosuolo.

In tale ambito la lotta dei giovani del Friday acquisterebbe un rilievo politico del tutto particolare. L’agricoltura industriale che riscalda il pianeta si regge alla fin fine su uno sfruttamento bestiale del lavoro umano. Alla base della redditività agricola attuale non c’è solo il petrolio, ma anche la schiavitù del lavoro. Com’ è stato messo in luce da una ricerca recente, gran parte delle operazioni di raccolta nelle agricolture dei paesi ricchi si regge sul lavoro semischiavile dei migranti.E’ quanto accade in USA coi latinos, ma anche nel Regno Unito, in Spagna, nella Francia Meridionale, in Grecia, persino in Israele e nella Nuova Zelanda. E naturalmente in Italia.(G.Avallone, Sfruttamento e resistenza.Migrazioni e agricoltura in Europa, Ombre corte, 2017) E’ grazie ai salari di fame che la grande distribuzione commerciale fa profitti vendendoci frutta, verdura e prodotti trasformati, confezionati in plastica e altri materiali e destinati a creare rifiuti e ulteriore inquinamento.

Il movimento può dunque rivendicare il sostegno esclusivo dell’Unione alle agricolture biologiche, e di prossimità, al piccolo allevamento, al lavoro contadino, che rigenera il suolo, protegge il paesaggio, limita l’effetto serra. All’interno di questa visione, che critica alla radice anche il modello alimentare dominante, fondato sul consumo di carne e sul cibo industriale, c’è spazio per una politica attiva, in grado di rendere i giovani protagonisti di una rivoluzione culturale in parte già in atto. Si dovrebbe pensare ai centri urbani come ecosistemi energivori che possono essere tuttavia modificati con una vasta campagna di rigenerazione urbana, in cui in tutti gli spazi liberi, nei luoghi degradati, nelle periferie, si piantano alberi, si impiantano orti, si raccoglie acqua, si fa della città un luogo in cui la natura ritrova nuova vita e funzioni di mitigazione del clima. Al tempo stesso finalmente nascerebbe un movimento di massa contro la cementificazione: un altro fenomeno del capitalismo attuale generatore di riscaldamento climatico.

Il Manifesto

27 aprile 2019

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

Standard uguali di welfare per tutti i cittadini di Piero Bevilacqua

 Il Mezzogiorno non aveva mai incontrato davanti a sé una minaccia più grave per il proprio avvenire di quella rappresentata dalla cosiddetta “autonomia differenziata”: vale a dire la richiesta della Regione veneta e di quella lombarda ( con il seguito più moderato dell’Emilia, cui seguirebbero altre regioni del Nord d’Italia e del Centro) di una potestà su ben 23 materie amministrative e un uso privilegiato delle risorse fiscali.Minaccia grave perché questo mutamento della struttura istituzionale del nostro Stato condannerebbe il Sud ad avere sempre meno risorse pubbliche, fornendo, alle regioni ricche, vantaggi strutturali che le renderebbero sempre più ricche, mandando di fatto in frantumi, dopo poco più di un secolo e mezzo, l’unità d’Italia. Grave anche perché essa si presenta come un puro “aggiustamento amministrativo”, camuffando quella che è di fatto una secessione. Anzi, nella propaganda di tanti esponenti della Lega, con in testa il presidente del Veneto, Zaia, essa viene presentata come una iniziativa   riformatrice .,volta a rafforzare la democrazia dei territori. E questo inganno impedisce la reazione necessaria da parte dei meridionali, insieme per la verità, al silenzio dei grandi media, e dei partiti tradizionali, che non informano i cittadini come la gravità del momento richiederebbe.

In realtà l’accordo tra il governo Gentiloni e la regione Veneto, su cui si basa la proposta di legge dell’autonomia differenziata, mostra, già nei suoi articoli, tutta la propria potenzialità eversiva. E come poteva essere diversamente? Da quando è nata, la Lega , che è figlia del Veneto, si è fondata su propositi separatisti e antimeridionali. Quasi trent anni di politica secessionista e antimeridionale hanno plasmato un “popolo eversivo” su cui quella formazione ha fondato il proprio consenso, che non ha caso si è manifestato anche con un pubblico referendum, seguito da quello della Lombardia. E’vero che Salvini ha cambiato la figura del nemico da odiare, sostituendo i meridionali e i romani con i migranti, e ha coperto il disegno eversivo del governo di cui fa parte, finché ha potuto, come un aggiustaggio dei rapporti tra regioni e Stato.Ma l’inganno non è passato, grazie alla battaglia di smascheramento di pochi intellettuali e di qualche coraggioso giornalista. E ora si tenta di realizzare la secessione con trucchi contabili come la determinazione di una “spesa storica”, in base alla quale stabilire i fabbisogni finanziari delle regioni per sostenere i loro servizi e il loro welfare.

Si tratta di una manovra truffaldina. Basti pensare a come viene alterato il rendiconto fiscale delle regioni del Sud, dove le industrie petrolchime pubbliche, che sfruttano il nostro territorio, pagano le loro tasse a Roma. E invece la strada maestra è stabilire in maniera egalitaria i fabbisogni di tutti i territori e di tutti i cittadini, rispettando la Costituzione e selezionando il personale tecnico che dovrà definire gli standard col massimo di trasparenza e partecipazione democratica. Potrebbe essere l’occasione anche per fare giustizia delle risorse che in tutti questi anni sono state sottratte al Sud e utilizzate nelle regioni ricche del Nord d’Italia.

 

Quotidiano del Sud

Aprile 2019

Viva il primo maggio di Pietro Bevilacqua di Pietro Bevilacqua

Viva il primo maggio di Pietro Bevilacqua di Pietro Bevilacqua

Mai come negli ultimi anni la festa del primo maggio ha perso i caratteri di una ricorrenza rituale per assumere un valore politico e simbolico addirittura drammatico. Proprio in questi giorni abbiamo appreso dalla stampa che deteniamo in Europa il triste primato delle morti sul lavoro. Ogni anno si verificano in Italia circa un milione di incidenti, un migliaio dei quali mortali. Una vera e propria guerra dove si perdono migliaia di vite umane come nei combattimenti che imperversano in Siria o in Libano. Uomini e donne si recano quotidianamente al lavoro per guadagnarsi da vivere, e vanno come a un fronte di battaglia, da cui possono non tornare a casa. E il Sud è quest’anno l’area del Paese dove le cifre sono più alte, con Crotone in testa. Mentre primeggia tristemente, sempre tra i lavoratori, la città di Taranto per le morti provocate da tumori.
Naturalmente questo è l’aspetto statisticamente più tragico della condizione del lavoro oggi. Ma negli ultimi anni, proprio in tale ambito, sul piano del salario, dell’orario, delle condizioni materiali, della sicurezza, della precarietà occupazionale, dei diritti, si è assistito, all’arretramento sociale più grave che si sia mai verificato in età contemporanea. E’ il fenomeno più sconvolgente della nostra epoca. Mentre le società diventano sempre più opulente e affogano nella spazzatura che non sanno più come smaltire, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, coloro che producono i beni materiali, gestiscono i servizi, mandano avanti la macchina della società, hanno perso quote rilevanti di sicurezza, tutela, reddito, welfare. Ma in certi casi il ritorno indietro ha tinte fosche. Basti pensare a un fenomeno antico delle nostre campagne, che era scomparso da decenni, il caporalato – che assolda braccianti con salari da fame per i lavori agricoli – per rendersi conto che nel mondo del lavoro la storia è tornata indietro. Incredibile a dirsi nelle società luccicanti della pubblicità televisiva è ritornata la schiavitù, come documentato ripetutamente da inchieste dell’ONU e come ha illustrato in un saggio clamoroso a inizio secolo, Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, (Feltrinelli) che li valuta prudentemente in 27 milioni.
Se si vuole comprendere lo spirito profondo della nostra epoca, il tratto di autentica barbarie che ha invaso lo spirito del mondo, bisogna ricercarlo qui: nella crescente mortificazione del lavoro umano da parte di un capitalismo sregolato che non ha più di fronte se non deboli antagonisti in grado di fronteggiarlo con conflitti organizzati.
Perciò il primo maggio è oggi non solo una festa, ma un giorno politicamente rilevante, durante il quale occorrerebbe ricordare questo inaudito arretramento storico subito dai lavoratori, questo passo indietro della civiltà, e la drammatica necessità dell’unità e del conflitto anticapitalistico da parte di chi dovrebbe rappresentarli.
Il Manifesto
1.5.2019