Categoria: Ambiente e territorio

Per un censimento dei beni pubblici del Sud.- di Piero Bevilacqua

Per un censimento dei beni pubblici del Sud.- di Piero Bevilacqua

Questi brevi suggerimenti nascono dalla necessità di fornire, in tempi il più possibile brevi, delle oppurtunità di lavoro ai tanti giovani, in gran parte laureati, spesso di ritorno nel Sud a causa della pandemia, perché trovino per lo meno ragioni di permanenza temporanea, suscettibile di sviluppi futuri.

Io credo che la grandissima maggioranza dei comuni meridionali ignorino i patrimoni pubblici che pure amministrano (terreni, edifici e vari beni immobili, monumenti artistici, acque interne, risorse naturali, dotazioni ambientali e di biodiversità) per i quali i giovani lauerati in scienze agrarie, in economia, in architettura, in giurisprudenza, in ingegneria, materie umanistiche, ecc potrebbero in breve tempo essere chiamati a compiere una ampia operazione di ricognizione e di censimento di comprensibile utilità.

Pensiamo al lavoro per rendere noti i terreni potenzialmente disponibili ad uso agricolo. Naturalmente non tutti i comuni sono nelle stesse condizioni, ma assai spesso si tratta di fare emergere, soprattutto nelle campagne interne, tanto i fondi e i beni comunali,che quelli demaniali, gli usi civici, ma anche le terre private abbandonate.

Ricordo che tale lavoro risulterebbe utile non solo ai fini propriamente agricoli, ma anche per individuare i siti, poco vocati all’agricoltura, o ad altro l’uso produttivo, in cui installare veri e propri centri di generazione di energia solare.Il territorio improduttivo ma che gode di prolungato irraggiamento può essere utile anche a questo.

Una operazione simile andrebbe condotta inoltre, per conto dei comuni e in collaborazione con gli istituti competenti, nei tanti paesi, borghi, cittadine in vie di spopolamento per avere un quadro del patrimonio abitativo in abbandono, dei beni artistici e monumentali spesso dimenticati, del loro stato di conservazione, dei tanti lasciti spesso preziosi di conventi,palazzi padronali, fontane, cisterne, canali, ponti, briglie idrauliche, ecc.

Moltissimi comuni del Sud avrebbero bisogno di conoscere lo stato dei loro suoli e corsi d’acqua di cui ci si ricorda quando esondano per qualche alluvione.Un tempo i grandi geografi italiani facevano il censimento delle frane dell’Appennino, oggi, con i tecnici comunali e provinciali che teoricamente dovrebbero sovraintendere alla loro sorveglianza, i giovani potrebbero offrire un di più di conoscenza diretta , per potere intervenire con piani preventivi di contenimento. E’ con le piccole opere diffuse e capillari che si evitano i grandi disastri.

Si parla sempre e con asfissiante monotonia di ambiente, ma pochi sanno di che cosa realmente parlano. Eppure l’ambiente meridional e presenta grandi problemi e straordinarie potenzialità. Qualche esempio per atterrare dalla nuvola “ambiente” alla realtà. I nostri boschi sono spesso in condizioni di grave degrado.

In tanti casi la macchia selvatica li rende impraticabili e talora arriva ad ucciderli. Io ho visto personalmente sul Monte Reventino, in Sila, migliaia di alberi soffocati dalla vitalba, un’elegante parassita infestante, che si estende in alte liane per via area e con radici sotterranee.

In Aspromonte si possono scorgere vaste pinete con le chiome degli alberi letteralmente coperte da nidi di processionarie che li stanno uccidendo o li hanno già uccisi. Solo alcuni esempi per indicare un immenso patrimonio naturalistico in pericolo che potrebbe peraltro conoscere forme di valorizzazione economiche incredibilmente trascurate.

Noi importiamo legname pregiato da opera, (castagni, noci e ciliegi) e non riusciamo a coltivarne le essenze neanche in habitat vantaggiosi. Senza dire che in queste terre d’altura non si fanno allevamenti di volatili e di piccoli animali, realizzabili con poca spesa. Mentre le acque interne (torrenti, piccoli laghi, stagni) raramente danno luogo ad attività di acquacoltura.

Si parla spesso di biodiversità da tutelare. Sarebbe molto utile conoscerla e tanti giovani agronomi e laureati in scienze naturali potrebbero, ad esempio, essere impiegati, in cooperazione con gli esperti dei luoghi, a censire nei vari siti le erbe officinali di cui è ricca la flora meridionale.Erbe, oggi anche coltivate, che trovano impiego nella produzione di articoli di largo commercio, nell’alimentazione macrobiotica e nella cosmetica.

Analogo censimento meriterebbe tanto il patrimonio della biodiversità che della varietà agricola, (alberi e piante da orto), ignorato, possiamo dire, dall’intera popolazione meridionale, mai educata a conoscere la propria straordinaria eredità, storica e naturale. Esistono in alcune regioni, come la Calabria, dei tesori di varietà delle piante da frutto, e anche di vitigni antichi, sopravvissuti alla fillossera, che sono custoditi nel vivai o dispersi nei fondi privati, e che non conoscono da oltre mezzo secolo alcuna valorizzazione agricola.

Naturalmente ci sarebbe anche altro da censire, nel loro stato attuale e nei loro bisogni di riparazione: dalle chiese rupestri, ai siti archelogici in abbandono, ai lidi marittimi colpiti da fenomeni di erosione, o gravemente inquinati da corsi d’acqua di cui si ignora l’origine.Ma di straordinario rilievo sarebbe anche indagare sui luoghi e presso le famiglie l’evasione scolastica dei ragazzi, talora il lavoro minorile dei nuovi poveri del Sud. Per il potenziamento della cultura al Sud, attraverso la costituzione di biblioteche popolari, e altri centri di formazione che cooperino con le scuole, occorrerebbe ovviamente una riflessione a parte.

Qui si son voluti fare solo degli esempi e spetterebbe ai comuni, ai sindacati, agli stessi giovani, elaborare con impegno e creatività progetti capaci di soddisfare queste esigenze. Stimolare una nuova intelligenza pubblica dei beni comuni, naturali e storici, può aiutare molto, non solo a fornire nuova vitalità economica e sociale alle nostre aree interne, ma offrirebbe occupazione qualificata alle nuove generazioni. Tenendo sempre presente che di queste fanno parte, a pieno titolo, i migranti che fuggono da guerre, miseria e catastrofi climatiche.

da “il Quotidiano del Sud”, 5 luglio 2020

Quando l’economia diventerà equonomia? -di Piero Bevilacqua Recensione a “Pandeconomia. Le alternative possibili” di Tonino Perna.

Quando l’economia diventerà equonomia? -di Piero Bevilacqua Recensione a “Pandeconomia. Le alternative possibili” di Tonino Perna.

TUTTI gli eventi catastrofici hanno un effetto dirompente, più o meno durevole e grave, a seconda della loro portata e durata, su quella complessa macchina sociale che chiamiamo economia. Terremoti, guerre, epidemie incidono in genere sulla struttura demografica, sull’apparato produttivo, sui livelli dei consumi, sulle risorse naturali e sulle infrastrutture.

Tuttavia, nonostante la loro frequenza e rilevanza sulla vita delle società, solo per le guerre esiste una una vasta memoria e pubblicistica storica, ricerche e studi che non si hanno, se non in forme sporadiche, né nel caso dei terremoti (così frequenti nella nostra storia e in quella delle regioni mediterranee), né nel caso di epidemie e pandemie.

Eppure, come ricorda Tonino Perna nel suo recente e tempestivo lavoro, “Pandeconomia. Le alternative possibili” (Castelvecchi Editore, 2020) nei paesi del «Sud-Europa, ci sono Madonne e Santi che sono venerati come Protettori di città e borghi antichi perché almeno una volta li hanno salvati dalla peste, dal colera e altre pandemie. Nel tempo, nella memoria collettiva si è persa l’origine di questi riti religiosi, che ormai vengono vissuti come giorno di festa».

Sugli effetti della guerra l’autore ricorda un accenno di Adam Smith e le riflessione, in età contemporanea, di Walter Ratnenau e John Maynard Keynes. Il grande intellettuale tedesco, manager industriale e ministro della Ricostruzione e poi degli Esteri, in Germania, fu il primo economista nel ’900 ad occuparsi delle dinamiche dell’“economia di guerra” e a trarne conseguenze rilevanti.

Dalla sua diretta esperienza di manager e di ministro osservò – sottolinea Perna – alcune trasformazioni “fondamentali che riscontriamo oggi nell’economia della emergenza, o meglio nella “pandeconomia” che stiamo vivendo. La prima è la messa in discussione, o comunque la riduzione dei processi di globalizzazione. La seconda è una conseguenza di questi processi di de-globalizzazione con una ripresa di ruolo e valore del mercato interno. La terza riguarda il potere dello Stato che si rafforza e delle istituzioni che sono obbligate a trasformarsi”.

Paradossalmente, per citare le parole con cui Keynes riprende Rathenau, “riusciremo così a cogliere l’occasione della guerra per realizzare un progresso sociale positivo”. È quanto ci aspetteremmo, con vacillanti speranze, dal presente governo.

Perna getta un sguardo sintetico ed essenziale sulle epidemie anche dell’età moderna, sottolineando l’ampiezza e la ricorrenza delle devastazioni che interessarono le più ricche e popolose città italiane, quelle più legate al mercato internazionale: “Ma, quello che più colpisce” – aggiunge – “e che è stato in parte ignorato, è che molte città sono state colpite dall’epidemia più volte: Venezia 21 volte dal 1348 al 1630, Parigi 23 volte dal 1379 al 1596, Firenze 25 volte dal 1348 al 1630-31, e Besançon addirittura 40 volte.”

Tali funeste ricorrenze hanno avuto una incidenza molto grave sulle strutture demografiche degli stati, con un impatto economico depressivo che si protraeva per decenni. Nello stesso tempo, tuttavia, esse alimentavano una crescente concentrazione dei poteri dello Stato, che inaugurava nuovi strumenti di controllo sanitario. E qui Perna ricorda le note tesi di Michel Foucault sul ruolo che la medicina e la clinica hanno giocato nell’accrescere il potere dello Stato sul corpo dei sudditi e dei cittadini.

Naturalmente la parte centrale del libro si concentra su quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. E l’autore avvia la sua rapida ricognizione ponendosi la domanda fondamentale: “È legittimo domandarsi: questa pandemia tende a incrinare o rafforzare il finanzcapitalismo? Ovvero: le trasformazioni economiche causate da questa epidemia quali ripercussioni, di medio-lungo periodo, avranno sul modo di produzione capitalistico, nell’era dell’egemonia finanziaria?”.

La risposta al quesito, ovviamente problematica, prende in considerazione fenomeni in atto, ma anche previsioni di medio periodo, come la caduta del PIL delle varie economie nazionali, il crollo dell’occupazione, la paralisi di alcune componenti fondamentali dell’economia globale, come il turismo, ma nello stesso tempo l’incremento sempre più dispiegato del capitalismo delle piattaforme. Una estensione del processo di accumulazione e al tempo stesso “il modo con cui si sta trasformando il capitalismo finanziario, sempre meno visibile e controllabile. Piattaforme digitali che diventano i custodi e padroni dei nostri dati sensibili, delle nostre scelte di consumo, della nostra vita”.

L’opera non si limita ad analizzare l’esistente, uno dei suoi pregi è lo sguardo che getta sia sugli effetti economici, sociali e ambientali della pandemia in corso, sia sui possibili scenari futuri. Con alcune sorprese. La paralisi dell’attività economica, ad esempio, ricorda Perna, “tra riduzione dell’inquinamento, delle vittime sul lavoro e sulla strada, ha salvato qualcosa come 420 mila persone, di tutte le età e di tutti paesi del mondo che hanno adottato misure di contenimento della mobilità delle persone e della produzione di merci.

” Uno degli “effetti desiderati” si potrebbe dire, di un evento contagioso che sta ancora provocando centinaia di migliaia di vittime. Quanto agli scenari auspicabili, Perna sottolinea la ripresa, in tempo di crisi, delle economie di prossimità, quelle fondate sulla piccola agricoltura, sull’accorciamento della filiera agro-alimentare, il piccolo commercio, la vita di quartiere e la rivitalizzazione del territorio.

In tale direzione si muove la necessaria rivalutazione delle aree interne e una nuova politica per le città, oggi svuotate della loro vita pubblica e selvaggiamente mercificate. Infine, la rivalutazione dei sentimenti di solidarietà promossa dal drammatico imperversare delle morti, dovrebbe animare i comportamenti anche in tempi normali e ispirare la condotta economica dei cittadini, tanto sul piano produttivo che su quello dei consumi.

da “il Quotidiano del Sud”, 21 giugno 2020

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Da almeno vent’anni non si fa che discorrere di “museo come impresa”. Si è diffusa la favola di musei che si auto-sostengono grazie a introiti di biglietteria e bigiotteria, attirano investimenti produttivi, prosperano sul mercato rendendo superfluo ogni finanziamento pubblico.

Si esaltano i musei americani, dimenticando che lì i privati non investono ma fanno donazioni, premiate da cospicue esenzioni fiscali. Sotto l’assalto del virus, questa rozza mitologia all’italiana va in briciole e la fragilità dei bilanci museali viene allo scoperto. È dunque il momento di ricordarci che il museo pubblico come istituzione è un’invenzione assai recente (il primo caso al mondo sono i Musei Capitolini, fondati nel 1734 da Clemente XII). E che tutto ciò che ha una data di nascita ha anche una data di scadenza. Anche l’istituzione-museo può morire.

Per ora i nostri musei potranno aprire solo con precauzioni eccezionali e per un pubblico ridotto e guardingo. Un rapporto della Rete delle istituzioni museali europee (NEMO, Network of European Museum Organisations) consente uno sguardo d’insieme sugli effetti del CoViD-19. Dei 650 musei considerati, distribuiti in 41 Paesi, il 92% sono chiusi, ma nei pochi rimasti aperti il numero dei visitatori è cresciuto. I musei delle zone più turistizzate registrano un drammatico crollo degli introiti. Hanno chiuso tutte le mostre temporanee in corso, e si è sospesa la programmazione di quelle previste fino a un bel pezzo del 2021.

Sono fermi molti progetti a lungo termine sulle collezioni permanenti, la manutenzione e aggiornamento delle architetture, le nuove infrastrutture. Il personale temporaneo è a rischio, i programmi gestiti da volontari sono sospesi. L’80% dello staff stabile svolge da casa una parte del lavoro, ma il limitato accesso alle collezioni incide negativamente sulla qualità della ricerca. In metà dei Paesi considerati è previsto un contributo pubblico straordinario per arginare l’emergenza, negli altri nulla. Il 70% dei musei si sono concentrati sulla presenza online e nei social, ma impegnandovi solo risorse esistenti, senza nuovi investimenti né staff dedicato; forte comunque la risposta del pubblico online, che in alcuni musei è cresciuto fino al 500%.

Per dirla in due parole: l’assenza, anche per pochi mesi, degli introiti di biglietteria genera una crisi fortissima anche nei musei più grandi e importanti. Da ogni parte si levano grida di disperazione: questo è a tutti gli effetti, ha detto il direttore di un grande museo, “un bagno di sangue”. Come lo si affronterà, secondo strategie diverse di Paese in Paese, vedremo. Ma è il caso di richiamare alcuni valori e problemi di fondo, che non sono polverose pignolerie d’archivio, anzi dovrebbero orientare l’analisi politica oggi e le azioni di rimedio domani.

Se oggi la caduta degli introiti mette in ginocchio un museo non ne siamo né sorpresi né scandalizzati. Lo consideriamo anzi normale, tanto è radicato il mito del museo-impresa che di introiti vive, puntando su caterve di turisti ed effimeri eventi blockbuster. Abbiamo dunque dimenticato un dato indubitabile di storia istituzionale: le collezioni museali non sono nate per vivere dei propri introiti. Altre crisi (pestilenze, guerre, disastri naturali) non ne hanno mai messo in dubbio, come oggi, la stessa esistenza.

La più gran parte dei nostri musei nascono da collezioni sovrane (i papi, i re di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, i duchi di Modena e di Parma…), create e alimentate come poderosi status symbol in una competizione di orizzonte europeo che proprio in Italia ebbe la sua origine. O da collezioni private di ecclesiastici, eruditi, nobili, ricchi borghesi…., trasmesse di generazione in generazione e di famiglia in famiglia. Per secoli, a nessuno venne in mente che quelle raccolte dovessero essere (come si dice oggi, ma non si diceva allora) “aperte al pubblico”. Vi accedevano pochi privilegiati di alto rango, o anche artisti ed eruditi con le debite entrature. Quando nacquero i Musei Capitolini nel 1734 non c’era a Parigi nessun museo pubblico, e il British Museum sorse a Londra nel 1759 con raccolte insignificanti.

Il passaggio dalle collezioni sovrane o private al museo pubblico fu l’effetto di un doppio processo: da un lato l’idea che la frequentazione delle opere d’arte avesse effetti benefici sulle manifatture e più in generale sulla cultura, dall’altro – dopo la Rivoluzione francese – il trasferimento della sovranità dal Re al popolo, che diventava l’erede del sovrano spodestato o affiancato dai Parlamenti. Nella stessa Roma il primo museo fu legato al Campidoglio, luogo di governo della città, e le enormi collezioni sovrane dei Papi al Vaticano cominciarono ad aprirsi al pubblico solo nel 1771. Comuni e Province, dopo l’Unità d’Italia, divennero i principali luoghi di aggregazione, accogliendo opere d’arte da enti ecclesiastici soppressi o famiglie locali di buon censo.

Nei governi e nei Parlamenti sempre si discusse e si combatté sul se, e come, e quanto lo Stato dovesse spendere per i musei, ma a nessuno venne mai in mente di subordinarne la stessa esistenza alla capacità di autofinanziarsi con un frenetico mostrismo e un numero sempre più alto di visitatori. Quando armate di invasori (i francesi a fine Settecento, i tedeschi nella Seconda guerra mondiale) depredarono i nostri musei, chi combatté per le restituzioni (per dire, Canova dopo il 1815) non lo fece in nome del museo-impresa, ma di un generale beneficio dei cittadini. Per questo, e non per amor di cassa, eroici Soprintendenti nascosero migliaia di opere d’arte durante la guerra sottraendole a bombe e razzie. Per questo, e non perché pensassero a sbigliettare, i Costituenti scolpirono tra i principi fondamentali dello Stato l’art. 9 (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fronteggiamo oggi un’eccezionale emergenza, e ogni idea per uscirne è benvenuta (anche usare i musei come aule scolastiche, come ha proposto in queste pagine Tomaso Montanari). Ma nulla salverà l’istituzione-museo da un fatale declino, che proprio come il virus ucciderà per primi i più deboli (i musei piccoli), se non sapremo gettare sul tavolo una domanda più radicale: a che cosa “serve” il museo del futuro? Dobbiamo investirvi in vista di un ritorno economico, o di un più vasto e vario beneficio della nostra comunità?

Il “modello Italia” della tutela ha messo a punto nel corso dei secoli tre caratteristiche essenziali: la concezione del patrimonio culturale come un insieme organico legato al territorio e ai paesaggi; l’idea che il patrimonio nel suo complesso alimenta la coscienza civile, la solidarietà sociale e il concreto impegno produttivo dei cittadini; infine, la centralità del patrimonio artistico (non meno dell’istruzione, della sanità e della ricerca) nelle strategie di gestione dello Stato. Principi e temi, questi, che oggi più che mai dovrebbero ispirare non solo il governo, ma noi tutti. Tutti saremo infatti corresponsabili del disastro, se non riusciremo a provocare una riflessione istituzionale, un’inversione di tendenza.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 12 maggio 2020

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Per chi segue la letteratura sul riscaldamento climatico è difficile trarre interesse da qualche nuovo testo che non riveli clamorose novità. Tuttavia, pur essendo privo di notizie eclatanti, il saggio di Angelo Tartaglia, Il riscaldamento climatico. Lettera di un fisico alla politica, (Edizioni Gruppo Abele. pp. 97, euro 7,99) si legge d’un fiato. E per più ragioni.

A cominciare dalla tonalità media, cordiale, del ragionare – il saggio ha la forma di una missiva al presidente del Consiglio – per continuare con la nitidezza della scrittura, che non indulge nel tecnicismo o nell’ostentazione di oscure formule matematiche, per finire con la sua finalità politica di fondo: mostrare, smontando una a una tutte le retoriche correnti, che oggi nulla si sta facendo in Italia e nel mondo per contrastare l’avanzare del riscaldamento globale.

Tartaglia, non disdegna di spiegare al lettore anche le cose all’apparenza ovvie, ma che tali non sono, e che vanno chiarite, altrimenti non si comprende la gravità dei fenomeni. Il «problema – ricorda – non è il cambiamento in sé, ma la rapidità con cui avviene e di conseguenza la frequenza dei fenomeni “anomali” che lo accompagnano».

E infatti l’opinione corrente si ferma all’innalzamento della temperatura media – che peraltro si svolge in modo disuguale nelle varie aree del pianeta – mentre minacciosi sono gli effetti collaterali: scioglimento dei ghiacciai, incremento imprevedibile della temperatura dei mari, loro innalzamento e sommersione delle aree costiere, alternanza caotica di siccità e inondazioni, shock imprevedibili ad animali e piante.

L’AUTORE CHIARISCE SUBITO, in modo lapidario quale sia la causa di tutto: «Tutti noi siamo parte di un sistema socioeconomico globale che per funzionare ha un grande bisogno di energia. Oggi, l’81% di quell’energia (aggiungendo le biomasse arriviamo al 91%) è ottenuto mediante processi di combustione». Dunque non è questo o quell’eccesso di sfruttamento o di economia estrattiva a generare il mutamento in atto, ma l’intero assetto mondiale della produzione e del consumo. E questo è necessario stabilirlo, perché l’opinione pubblica non venga ingannata dal ceto politico con i soliti pannicelli caldi di qualche pannello solare in più.

Per non lasciare alcuno scampo ai minimalisti, Tartaglia ricorda anche quello che avviene in settori in cui all’apparenza sono meno rilevanti i processi di combustione, ad esempio in un ambito vitale dell’economia planetaria, l’agricoltura: «la nostra agricoltura impostata su un sistematico uso di fertilizzanti chimici porta a una progressiva riduzione del contenuto organico nel suolo e il carbonio che non resta nel terreno si ritrova nell’atmosfera.

Nelle grandi pianure americane lo spessore dello strato organico nel terreno si misurava, nell’800, in metri, oggi in centimetri. E qualcosa di simile avviene anche nella pianura padana». L’economia capitalistica brucia il patrimonio di biomasse accumulato in milioni di anni nel sottosuolo, altera il clima, ma libera anche CO2 dal suolo isterilendo lo strato da cui inizia la vita.

UN PREGIO DI QUESTO SAGGIO è l’intelligenza politica che sorregge ogni sua pagina e che lo rende particolarmente efficace. Non è solito trovare negli scritti degli scienziati (se è per questo anche degli storici, soprattutto italiani) il garbo, l’ironia, la costante attenzione alla comunicabilità del messaggio. Il tutto indirizzato a demolire uno dopo l’altro i pregiudizi e le menzogne con cui i poteri dominanti continuano a condurre l’economia globale. Tartaglia fa giustizia, con argomentazioni scientifiche, della superstizione secondo cui l’innovazione ci salverà.

I limiti invalicabili della natura non consentono facili scorciatoie. Allo stesso tempo chiede al presidente del Consiglio, per esempio, di fronte alla imponente campagna mondiale di trivellazioni da parte dell’ Eni, industria di stato, che contributo si dia al contenimento dei gas serra. Quando secondo gli scienziati occorrerebbe che l’80% dei carburanti fossili rimanesse nel sottosuolo per conseguire gli obiettivi.

Ma dalla critica di Tartaglia esce a pezzi uno dei miti della nostra classe dirigente, priva di ogni visione e creatività: le grandi opere, che appaiono, dati alla mano, grandi divoratori di energia. Senza dire che il consumo di suolo continua in Italia al ritmo di 2metri quadrati al secondo (51 km2 nel 2108)

IN VERITÀ, tutto continua come prima. Eppure molte cose potrebbero essere realizzate per invertire la tendenza. Tartaglia non è avaro di consigli. Ma la logica dominante è riparare, quel che si rompe, non prevenire. Così, se non li fermiamo, la festa continuerà, salvo parentesi pandemiche, fino alla catastrofe.

da “il Manifesto”, 12 maggio 2020

Foto di Kessa da Pixabay

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

L’emergenza creata dal rapido diffondersi del Covid-19 non sarebbe così minacciosa se non si innestasse su un tessuto planetario ormai determinato dall’indiscriminata espansione delle città: perché è in città – specialmente nelle più grandi – che il contagio è più facile e veloce, la mortalità più alta, le strategie di contenimento più ardue.

A metà Ottocento solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città, oggi questo valore ha raggiunto il 56% e si avvia a superare il 70% entro i prossimi vent’anni. La città si allarga in estensione (urban sprawl) e in altezza (vertical sprawl) e lo fa con più velocità e intensità in Asia e in Africa, specialmente dove manca un “centro storico”, o dove (come in Cina) si è spesso deciso di distruggerlo, magari lasciandone qualche residuo fossile, più simile a un theme park che a una città.

Spesso l’urbanizzazione contribuisce all’impoverimento di chi, trasferendosi in città, si aspetterebbe una vita migliore: già oggi un miliardo di esseri umani vivono in bidonville che di città non meritano nemmeno il nome. Fra la megalopoli e la baraccopoli si è venuta a creare una perversa contiguità.

L’emergenza virus ci costringe a riconsiderare questi sviluppi, a cominciare dal rapporto fra città e campagna. Intanto il più intelligente e visionario cantore della forma urbana contemporanea, Rem Koolhaas (autore nel 1978 del mirabile Delirious New York), è diventato un fervente apostolo della campagna. Ma anche la sua grande mostra (Countryside. A Report), aperta il 20 febbraio 2020 al Guggenheim Museum di New York, ha dovuto presto chiudere (come tutto il museo) a seguito delle misure antivirus.

“Oggi la campagna sfugge in gran parte al (nostro) radar, è un regno sconosciuto” scrive Koolhaas nella pagina di apertura del catalogo. E continua: “Per molto tempo, dall’Urss agli Usa del New Deal, ai Paesi europei, alla Cina di Mao la dialettica fra città e campagna fu essenziale per definire il significato dell’una e dell’altra, mentre oggi non abbiamo più né una dialettica né una vera definizione.

[…] Tutto il periodo dal 1991 in poi, è stato invece caratterizzato dalla compiaciuta convinzione che una sola versione della civiltà – metropolitana, capitalistica, agnostica, occidentale – sarebbe rimasta, forse per sempre, il solo modello per lo sviluppo del mondo. Ma questo modello ignorava trasformazioni radicali nel Medio Oriente, in Africa, Asia, e trascurava totalmente il cambiamento climatico e l’ambiente.

[…] Viviamo entro una prigione che abbiamo imposto a noi stessi, quella dello spazio urbano, cercando di nasconderci che dalla vita urbana non c’è da aspettarsi più nulla. […] Ma davvero ci stiamo indirizzando verso un risultato assurdo, in cui la vasta maggioranza dell’umanità debba vivere sul 2% della superficie terrestre, superpopolata dagli spazi propriamente urbani, mentre il restante 98 sarebbe riservato a un quinto dell’umanità, al servizio di chi vive in città?

[…] In questo 2020, due sfide emergono in modo lampante: dobbiamo mettere in discussione l’inevitabilità dell’Urbanizzazione Totale, e la campagna dev’essere riscoperta come un luogo dove potersi trasferire per restare vivi: una nuova, gioiosa presenza umana deve rianimarla con nuova immaginazione. […] Può essere il punto di partenza per vivere in un mondo migliore”.

La ricomposizione dell’originaria unità città-campagna (configurata dalla nostra Costituzione nell’endiadi paesaggio-patrimonio storico e artistico) richiede la piena coscienza della loro necessaria complementarietà e il ripristino, fra l’una e l’altra, di confini chiari alla mente, ma anche fisicamente percepibili. Questa è dunque una possibile strategia per immaginare il nostro futuro.

Intanto, sotto la pressione del contagio anche le nostre città, svuotate dalle misure di contenimento del Covid-19, sono diventate “un regno sconosciuto”. E in questo regno dove ci aggiriamo guardinghi non è solo la nostra salute o la nostra vita a esser messa in forse, lo sono anche i nostri diritti costituzionali. Senza dimenticare che l’emergenza che stiamo affrontando sarebbe assai meno drammatica se solo non si fossero fatti sui fondi destinati alla sanità tagli drastici e sconsiderati.

Secondo i conti pubblici territoriali messi a punto dall’Agenzia per la Coesione territoriale che opera presso la Presidenza del Consiglio, gli investimenti pubblici in sanità, pari a 3,4 miliardi di euro nel 2010, da allora non hanno fatto che calare, fino a 1,4 miliardi nel 2017, una cifra del 60% più bassa. Il disinvestimento, poi, è ancor più preoccupante, perché comporta gravissimi squilibri fra le varie regioni d’Italia, con una concentrazione degli investimenti nelle regioni del Centro-nord.

È necessaria, dunque, una domanda ancor più radicale: la segmentazione regionale del SSN (Servizio sanitario nazionale) non va forse in senso opposto all’articolo 32 della Costituzione, nel quale si prescrive che il diritto alla salute abbia un identico livello in tutta Italia? E quando lo stesso articolo 32 parla di “interesse della collettività”, parla forse delle separate collettività di ciascuna regione o non intende riferirsi a una sola collettività, quella di chi abita l’Italia intera? Ma assai più importante è pensare al futuro: ripristinare un adeguato livello di investimenti in sanità, puntare sulla prevenzione, ridare piena dignità alla salute di tutti in quanto parte essenziale della dignità della persona umana consacrata dalla Costituzione.

Anche perché la morsa del contagio rende più che mai evidente che nessun essere umano è un’isola non solo dal punto di vista affettivo, ma anche per la propria fisicità e corporeità, a cui solo la morte pone fine. Nessuno al mondo è oggi in condizione di prevedere il decorso della pandemia. Dato e non concesso che in Italia la curva del contagio cominci a scendere in modo significativo e che sia possibile tornare alle nostre attività lavorative, che cosa ci assicura che non vi saranno altre esplosioni del contagio nei prossimi sei, dodici o diciotto mesi?

Il sollievo che proveremo alla fine delle “zone rosse” ci farà dimenticare tutto, tornando alla condizione di beata (o stolta) incoscienza che ci ha fatto subire senza fiatare la riduzione dei finanziamenti di settore? Ma se vogliamo davvero adottare uno sguardo lungimirante (dal quale troppo spesso rifugge una politique politicienne prigioniera di orizzonti temporali assai corti) la decisiva misura contro le pandemie del futuro è ripensare la forma della città, il suo rapporto con la campagna.

Arrestare la cementificazione dei suoli agricoli, governare la crescita urbana anche mediante misurate azioni di riciclo (o anche abbattimento) di edifici abbandonati, contrastare il diffondersi dei ghetti urbani mediante accorte politiche dell’abitare, scoraggiare il moltiplicarsi di quartieri o edifici superaffollati, privilegiare la diversità urbana e le caratteristiche uniche dei centri storici, tutelare l’ambiente e il paesaggio storico come pegno vivente di una vita urbana che non intenda divorziare dalla natura.

È su temi come questi che dovremmo, fuori dall’emergenza e pensando al futuro, concentrare la nostra mente e la nostra discussione. Come gli ateniesi a cui parlava Pericle, se dall’esperienza della pandemia ci verrà una qualche saggezza, dovremo saper “giudicare delle cose di generale interesse ponderandole nel nostro animo e discutendone collegialmente; infatti, il dibattito è necessario per meglio formarsi un’opinione prima di decidere il da farsi”.

da “il Fatto Quotidiano”, 7 maggio 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Il presidente Santelli ha emanato, nel corso della tarda serata di mercoledì, un’ordinanza che, a dispetto dei suoi precedenti proclami e provvedimenti reclusorî, riapre a moltissime attività e a molti spostamenti, in barba alle raccomandazioni degli epidemiologi e in spregio alle norme del DPCM.

Quello stesso Presidente che non ha ancora detto ai calabresi: quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale all’inizio della pandemia; quanti guariti ci sono per ricoverati; quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio; quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria; se sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio ; se sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione; se e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita per i tamponi e per l’esame sierologico.

Il Presidente che aveva negato con tutte le forze il ritorno, fino a ieri, dei calabresi che studiavano o che lavoravano in altre regioni, nella notte di mercoledì ha emanato una ordinanza con la quale si è premurata che, con i primi due articoli del provvedimento, fossero consentiti gli sport extra-comunali e gli spostamenti per raggiungere le imbarcazioni di proprietà (da diporto) da sottoporre a manutenzione e riparazione, ma, per carità, una sola volta al giorno.

Con i rimanenti articoli, invece, dà il via libera all’apertura di bar, pasticcerie, pizzerie e ristoranti che servano all’aperto e di tutti i negozi di fiori e sementi, anche ambulanti. I calabresi, dunque, avranno la possibilità di mangiare una pizza all’aperto, magari dopo aver passato un paio di mani di antivegetativo alla carena della barca e comprato un mazzo di fiori alle fidanzate che non vedevano un paio di mesi. Non potranno, però, fare un’ecografia e le analisi del sangue in un laboratorio o farsi operare d’ernia addominale in una clinica, perché l’attività degli Ospedali è limitata alle urgenze indifferibili.

L’ordinanza della Santelli e l’occupazione del Senato da parte dei leghisti fanno parte, è evidente, di una ben orchestrata manovra politica tesa a mettere in crisi l’azione del Governo in uno dei momenti più difficili del nostro Paese, dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

Jole Santelli avrebbe dovuto, e dovrebbe, occuparsi di intervenire sulle disastrose condizioni in cui versa la Sanità calabrese, predisponendo piani sanitari, implementando le scarsissime dotazioni, strutturali e di personale sanitario, dei nostri Ospedali e della medicina del territorio per affrontare, con meno terrore, il lungo periodo nel quale dovremo convivere con il virus, invece di compiere spericolate fughe in avanti con una del tutto improvvida riapertura.

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

Riabitare l’Italia, o della Questione italiana di Sandro Abruzzese

Riabitare l’Italia, o della Questione italiana di Sandro Abruzzese

 Riabitare l’Italia, Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli 2018), è un libro che ha diversi pregi, ne sottolineo qui, per cominciare, due: un consuntivo dettagliato di anni di studi e ricerche multidisciplinari sull’argomento; l’attenzione a un altro modo di guardare la penisola che indica delle possibilità e delle strade concrete in termini di strategia della politica nazionale sui territori e di rapporti con le istituzioni locali.

Come scrive nell’introduzione il curatore Antonio De Rossi, attraverso l’inversione dello sguardo, il libro tenta di restituire una rappresentazione dell’Italia vista dai margini molto più profonda e veritiera della versione mediatica del Paese. Una prospettiva che innanzitutto vuol dire non fermarsi alla classica dicotomia nord-sud, per fotografare, come sottolineato da Cersosimo nel primo capitolo, un’Italia dei vuoti e dei pieni, fatta di varietà incredibili ma anche di divari abnormi, in cui la dimensione demografica, per esempio, svela l’incidenza delle cosiddette risorse umane sullo sviluppo: i territori che attraggono maggiormente giovani laureati nella fascia 25-39 anni segnano un fattore determinante nella crescita e nello sviluppo di un territorio. Basti dire, per dare una cifra, che “la percentuale di cittadini laureati sotto i 40 anni nella provincia di Bologna, Firenze, Triste e Milano è più del doppio dell’analoga incidenza che si riscontra nelle province di Imperia e Barletta-Andria-Trani”.

Tra l’Italia dei pieni e dei vuoti, dunque, cambia anche la dimensione economica e sociale, motivo per cui nelle aree vuote o semivuote (spesso relative al centro-sud, ma non solo) è più rischioso fare impresa, i servizi e le infrastrutture sono assenti o scadenti, insomma lo svantaggio di partenza per il cittadino come per l’attore economico si fa addirittura schiacciante. In questa situazione l’attuazione della Costituzione e i diritti di cittadinanza restano mero proposito astratto, si vive in assenza di equità, le persone sono legate alla lotteria del luogo di nascita, ricorda Cersosimo, e il divario sociale di questa Italia mostra un’asimmetria inaccettabile.

 

Se poi si tiene conto della varietà italiana, ecco che, sottolineano Carrosio e Faccini, alla natura policentrica del territorio italiano dovrebbe rispondere un’implementazione dei servizi di base: un piano per incidere sulla qualità della vita attraverso un innalzamento dei livelli di inclusione sociale. L’Italia interna, per intenderci, è un’area che racchiude all’incirca il 60 per cento del territorio italiano e il 52 per cento dei comuni. Questo vuol dire che 13 milioni di abitanti, prevalentemente delle zone alpine e appenniniche, hanno meno opportunità e servizi (occupazione, reddito medio, mobilità). La conseguenza è lo spopolamento e l’abbandono del territorio, che non vuol dire solo perdita della superficie agricola, bensì dissesto idrogeologico (si veda il capitolo di Piero Bevilacqua all’interno del volume), contrazione demografica, sottoutilizzo o degrado del patrimonio edilizio pubblico e privato, e nel lungo periodo impoverimento generale della popolazione.

 

Occorrono, lo ribadisce da tempo il gruppo riunito da Fabrizio Barca intorno alla Strategia nazionale per le aree interne, politiche orientate ai luoghi e livelli essenziali di cittadinanza. Dopodiché occorrerà lavorare sul ruolo “scardinatore” delle istituzioni centrali, che devono aprire e emancipare le elites locali, spesso chiuse nei privilegi delle loro prerogative. Si tratta di veri e propri “soggetti propulsori” da attivare sui luoghi, per dirla con Bonomi, che vengano coadiuvati dalla rigenerazione della rappresentanza e attraverso il rapporto con le istituzioni centrali.

Riabitare l’Italia, quindi, ha l’indiscutibile merito di riportare al centro del discorso elementi di solito relegati “nella penombra del discorso mediatico”. Il fatto è che si impoverisce una popolazione non solo per via dell’inarrestabile e antico esodo rurale e poi intellettuale, ma per la perdita del patrimonio storico, del saper fare artigianale, della qualità e specificità delle risorse primarie. Insomma, se ripopolare e riabitare nella sinergia tra nuove tecnologie e vecchi saperi è una strada, l’altra parte della medaglia, di cui nessuno o quasi vuole parlare, è la decompressione delle aree massicciamente urbanizzate, per ridisegnare il territorio secondo un assetto più equilibrato e sostenibile. Il punto poi, dicono esplicitamente Lanzani e Curci, è la quasi completa assenza di una politica nazionale e regionale che abbia la capacità di guardare al tutto, e non solo a settori specifici, per altro sempre slegati e miopemente parcellizzati.

In conclusione, rimandando ai numerosi contributi interni, tra cui Clemente, Bevilacqua, Sacco, solo per citarne alcuni, è opportuno sottolineare che l’Italia fragile, dei pieni e vuoti, produce anche sradicamento, migrazioni, sdoppiamenti, gemmazioni, nostalgia (si veda il capitolo di Teti), e con esse una sostanziale continua richiesta di ri-appaesamento, e che questi stati d’animo portano parte della cittadinanza al rancore, al voto anti-sistema, al nazionalismo di stampo etnico, alla rabbia dei cosiddeti luoghi dimenticati, a cui la politica nazionale pare rispondere – prova ne è la questione degli sbarchi nel Mediterraneo – con un sostanziale populismo xenofobo più o meno bipartisan.

 

Allora, sebbene sia auspicabile una riterritorializzazione della politica in grado di calarsi nelle diversità e articolarsi sulla storia dei luoghi, come ricorda Clemente, questo non può passare che per una parallela politica di omogeneizzazione dei livelli socio-economici e culturali del Paese: base e ossatura della nazione. Solo la ricomposizione o almeno l’attenuazione dello squilibrio italiano, rimettendo al centro la Costituzione, potrà assopire le istanze pseudo-identitarie, gli egoismi regionali, il degrado inarrestabile del linguaggio e della proposta politica della classe dirigente nostrana, di cui è esempio lampante il tentativo di secessione mascherata dell’attuale locomotiva economica del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), chiamata autonomia differenziata.

In definitiva, se si è guardato all’Italia sempre dal punto di vista urbano, una maggiore reciprocità prospettica, o, come dice Clemente citando Adorno, il centro visto dalla periferia, porta alla costruzione di una rete che per natura è policentrica e plurale. Si tratta di edificare il corpo democratico di un Paese e questo non può che darsi con un New deal dell’inclusione e della partecipazione, senza più margini né dimenticanze o veri e propri deliberati abbandoni.

 

Sandro Abruzzese

“I migranti nelle case vuote della Piana” Assemblea venerdì 1 febbraio nel Comune di San Ferdinando

“I migranti nelle case vuote della Piana” Assemblea venerdì 1 febbraio nel Comune di San Ferdinando

Continua e si intensifica la preparazione dell’assemblea di abitanti e lavoratori della Piana di Gioia Tauro prevista presso la Sala Consiliare del Comune di S. Ferdinando, venerdì 1 febbraio, alle ore 16.30, per la costituzione del “Comitato per il riutilizzo delle case vuote della Piana da parte dei lavoratori locali e migranti”.

L’iniziativa, promossa da operatori sociali e tecnici, insieme ad Alex Zanotelli e Domenico Lucano, intende favorire la formazione di un attore sociale, tecnico e culturale, che faciliti risposte al grande disagio abitativo esistente nella Piana di Gioia Tauro; particolarmente assurdo e paradossale in una realtà che presenta decine di migliaia di abitazioni vuote ed inutilizzate. In linea con quanto avviene in tutta la regione Calabria, dove le case vuote superano le 450 mila, nonché nella stessa città metropolitana di Reggio dove se ne contano più di 180 mila. Un enorme spreco economico e ambientale che lascia un bene come la casa all’abbandono e al degrado. Rendendo particolarmente inaccettabili le condizioni di migliaia di lavoratori, calabresi e migranti, che in zona dimorano in situazioni di forte precarietà e insicurezza.

Il riutilizzo del bene casa è diventato un’urgenza a cui è necessario provvedere; compiendo tra l’altro operazioni di pubblica utilità per l’intera Piana di Gioia Tauro. A questo proposito la Regione Calabria in questi giorni ha ribadito di avere riservato e finalizzato opportune risorse finanziarie per tali azioni di recupero sociale delle case inutilizzate e invita i comuni interessati ad attrezzarsi per usufruirne.

Il comitato che si costituirà a S. Ferdinando intende appunto svolgere un’azione di stimolo ma anche di ausilio per le amministrazioni locali. All’iniziativa stanno aderendo molte associazioni e movimenti sociali, sindacali, culturali e ambientalisti. All’assemblea è prevista la partecipazione, oltre che di dette organizzazioni, della Regione Calabria, della Città Metropolitana, di Sindaci e Amministratori della Piana, nonché degli stessi Zanotelli e Lucano.

Appuntamento presso il Comune di S. Ferdinando, 1 febbraio, alle ore 16.30.

 

…..e anche le badanti lasciano il Sud di Tonino Perna

…..e anche le badanti lasciano il Sud di Tonino Perna

 C’è un fenomeno sociale poco conosciuto e sottovalutato che rappresenta una possibile chiave di lettura della situazione drammatica che vive il Mezzogiorno oggi. Non lo troverete nelle statistiche, così come non trovate il dato reale dell’emigrazione giovanile: Svimez, Istat ecc. registrano solo i cambiamenti di residenza quando è noto che la gran parte dei giovani in fuga dal Sud cambiano la residenza dopo molti anni che hanno abbandonato la terra d’origine. In questo caso ci riferiamo al movimento lento, ma costante, ad un fuga che avviene fuori dai riflettori dei mass media: le badanti straniere stanno lasciando la gran parte delle città meridionali per recarsi al Nord.

Chi sono queste badanti straniere di cui nessuno parla? Secondo stime credibili ammontano a circa 1,2 milioni di persone, per la stragrande maggioranza donne, anche se esistono badanti maschi, soprattutto per funzioni secondarie (come dog-sitter). In grandissima maggioranza provengono dai paesi dell’est – rumene, ucraine, georgiane, moldave, ecc.- ma anche dalle Filippine e, in misura minore, da qualche altro paese asiatico (come il Bangladesh) o dell’America Latina (Equador soprattutto). Sono veramente rari i casi di badanti dell’Africa Sub-sahariana, per diversi motivi, non ultimo il colore della pelle. Sono un esercito silenzioso, che vive nell’ombra, stanno 24 ore su 24 nelle case delle persone anziane (per lo più non autosufficienti) ed hanno diritto per contratto a sole due uscite a settimana, il pomeriggio dalle 15 alle 20. Senza di loro sarebbero saltati molti equilibri familiari e centinaia di migliaia di anziani non autosufficienti sarebbero finiti in ospizi o abbandonati, dato che la maggior parte delle famiglie non dispone di un reddito tale da mantenerli in centri per anziani adeguati.

Nel Mezzogiorno fino a pochi anni fa le badanti straniere erano circa 400-450mila, una percentuale, rispetto alla popolazione, leggermente superiore a quella del Nord. Molteplici i motivi: la carenza di centri per anziani convenzionati con le Regioni, una sorta di “riprovazione sociale” rispetto all’allontanamento del genitore dalla sua abitazione, la facilità con cui, fino a qualche anno fa, si trovavano badanti straniere che accettavano di lavorare per pochi soldi e senza essere registrate.

Negli ultimi anni la situazione sta rapidamente cambiando: molti stranieri provenienti dall’est europeo stanno tornando a casa, soprattutto giovani che hanno messo da parte un po’ di denaro risparmiato, ma anche donne che facevano le badanti. Hanno iniziato otto anni fa i polacchi, seguiti dai rumeni e dagli albanesi, per cui si sta riducendo l’offerta di “serve” a tempo pieno. Il peggioramento della situazione economica italiana e il relativo miglioramento nei paesi d’origine fa sì che questi andamenti continueranno nei prossimi anni. Ma, mentre nel Nord Italia la risposta è stata quella di aumentare il salario delle badanti, al Sud non ci sono state variazioni di rilievo a livello di retribuzioni e di condizioni di lavoro: 600-700 euro al mese contro le 900-1000 delle grandi città del Nord Italia.

Pertanto le badanti straniere se ne vanno via dal Mezzogiorno e vengono sostituite solo parzialmente dalla forza-lavoro locale, in quanto è difficile trovare una donna meridionale che si sacrifichi tutto il giorno e che rimanga costantemente la notte a casa di un estraneo. Avveniva una volta, quando le giovanissime figlie dei contadini venivano mandate presso le case dei “Gnuri” per svolgere questo ruolo, ed in cambio quando diventavano adulte veniva loro regalato un corredo matrimoniale. Dagli anni ’60 del secolo scorso questa tradizione servile è finita, per fortuna, e le donne meridionali non sono più disponibili a questi lavori servili, in cui sei a disposizione del padrone/a giorno e notte.

Se questo trend verrà confermato gli anziani appartenenti al ceto medio meridionale, che è il più colpito dall’emigrazione dei figli, si troveranno in una condizione grave di abbandono e desolazione. Una situazione che ci porta a fare alcune riflessioni e proposte per i prossimi anni.

Innanzitutto è chiaro, anche nel Sud del “familismo amorale” come l’aveva definito Banfield, la famiglia allargata è scomparsa da tempo (rimangono delle testimonianze nelle aree interne) e quella nucleare è entrata in una crisi profonda. L’emigrazione di massa ha accelerato questi processi e ora ci porta di fronte a delle scelte ineludibili: o si trovano nuove strade per il welfare che organizzi dei servizi collettivi adeguati o lasceremo una gran parte della popolazione. Gli anziani soli e abbandonati che hanno una pensione dignitosa potranno seguire i figli che sono emigrati, per gli altri non ci resta che piangere. Salvo che i corpi intermedi della società meridionale non reagiscano, a partire dai sindacati che dai pensionati ricevono il maggior contributo economico, e si costruisca un’altra struttura di welfare adeguata ai nuovi bisogni.

 

Se la priorità è la questione settentrionale di Gianfranco Viesti

Se la priorità è la questione settentrionale di Gianfranco Viesti

La questione settentrionale pare la prima, forse l’unica, priorità del paese. Più vicende sembrano giustificare questa impressione. C’è la questione dell’autonomia delle regioni del Nord, in questi giorni sotto traccia ma pronta a scoppiare quando il Governo mostrerà le carte e se ne potranno capire tutte le conseguenze negative per il resto del paese. C’è la rappresentazione insistita del disagio “del Nord” per alcune delle misure di politica economica, con le iniziative delle associazioni territoriali e l’immagine del “Partito del PIL” che rappresenterebbe l’Italia che si dà da fare, lavora, investe e contesta l’”assistenzialismo”; e sta tutta ad una certa latitudine. C’è, naturalmente, l’azione politica della Lega, che rimane un partito che ha molto più a cuore gli interessi dei suoi tradizionali territori di insediamento rispetto al resto del paese, e che interviene su ogni misura per assicurarsi che il suo impatto territoriale sia favorevole; a fronte di un Movimento 5 Stelle che non sta certamente usando i moltissimi voti raccolti al Sud alle ultime elezioni per controbilanciare queste tendenze.

E c’è la vicenda dalla TAV Torino-Lione. Che certo balza all’attenzione delle cronache per i contrasti nel governo. Ma che assume una valenza prioritaria proprio perché viene vista e presentata come un’opera del Nord e per il Nord. Prova ne è l’idea del referendum, da attivare nel caso il governo decida negativamente sull’opera. Il Presidente della Regione Piemonte ha dichiarato “chiederò al Consiglio regionale di indire un referendum consultivo. Se lo riterranno, potranno unirsi i colleghi di Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta, e Liguria, in modo da avere una giornata in cui tutto il Nord Italia si pronunci sulla Tav”. Subito sostenuto dal Presidente della Lombardia, così come dallo stesso Vicepresidente del Consiglio Salvini.

Curioso no? Specie se si considera che il costo della TAV verrebbe comunque sopportato da tutti i contribuenti italiani, e non solo da quelli del Nord. Ma l’eventuale potere di decidere sulla realizzazione dell’opera – a spese di tutti – starebbe solo a loro. Forse perché sono più seri, più capaci: non è chiaro. Un tempo le classi dirigenti italiane sostenevano che i valichi alpini erano della grandi opere di valenza nazionale, certamente non locale: per mettere in collegamento l’intero paese con il resto dell’Europa. Per permettere alle merci di risalire la penisola, ancor più a partire dalle aree più lontane dalle Alpi, e trovare sbocchi di mercato nelle grandi economie continentali. Per permettere ai passeggeri di poter viaggiare attraverso tutto il Continente. Come i grandi porti del Mediterraneo. Argomenti che sembrano appartenere ad un’altra era politico-culturale.

D’altronde non sono questioni nuove. Se si compara la mappa dell’alta velocità ferroviaria italiana con quella spagnola, francese, tedesca balza subito all’occhio una fondamentale diversità. In Spagna e in Francia le reti disegnano sostanzialmente una grande raggera, che parte dalla capitale e copre tutto il paese; in Germania un disegno molto fitto, che collega tute le città, a Nord e a Sud, ed Est e a Ovest. Solo in Italia ha la forma di una T: un asse verticale che sale da Napoli a Milano, e un asse orizzontale, in completamento, da Torino a Venezia. Tutto ciò che è a Sud di Napoli, o ad Oriente dell’Appennino, non conta. E la priorità è completare i collegamenti verso il Veneto (per un risparmio di tempi modesto, ad un costo molto alto), e verso Genova. Quest’ultima decisione assai opportuna, per collegare una città in gravissima difficoltà. Ma che non vale per tante altre città del paese: perché, non sono nell’Italia “seria”, quella di serie A. Senza parlare naturalmente dell’Italia – da questo punto di vista – di serie C: dove servono sei ore per andare da Ragusa ad Agrigento e quattro per andare da Cagliari ad Olbia.

Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Interessa e conta solo ciò che si fa qui: siano le Olimpiadi invernali o lo Human Technopole o la Torino-Lione. Posizione assai miope, sia consentito dirlo. Non solo per motivi di equità, ma anche di efficienza. Se non si rilancia l’intero paese, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande paese.

Gianfranco Viesti

Un “Manifesto” per il Sud di Tonino Perna

Un “Manifesto” per il Sud di Tonino Perna

 Quando nasceva “ il Manifesto” le lotte contadine e bracciantili, che avevano caratterizzato il conflitto sociale nel Mezzogiorno, avevano da poco inviato gli ultimi segnali: il 2 dicembre del 1968 eccidio di Avola, due braccianti uccisi e 48 feriti dai carabinieri, 1969 il tentativo di occupare la fabbrica del tabacco di Battipaglia che aveva licenziato i lavoratori provoca due morti, e infine nel 1970 abbiamo i fatti di Reggio, la lotta per il capoluogo che costerà tre morti , decine di feriti, centinaia di arresti. Stragi di Stato, visibili, che provocavano rabbia e mobilitazione e si univano alle lotte operaie (soprattutto al Nord), e studentesche in tutta Italia. Ma, con i “fatti di Reggio” qualcosa era saltato nel rapporto tra lotte popolari al sud e lotte operaie al Nord, non era più visibile quel blocco sociale auspicato da Gramsci contro l’alleanza tra gli agrari del Sud e la borghesia industriale del Nord.   Con i fatti di Reggio la “questione meridionale” veniva rilanciata come questione di democrazia e lotta al neofascismo insorgente.

Il Manifesto seguirà con molta attenzione e partecipazione la grande manifestazione del 22 ottobre del 1972, indetta dai sindacati confederali a Reggio Calabria, come risposta all’emergere prepotente del neofascismo di Almirante e Ciccio Franco, il leader dei “boia chi molla” che nel 1972 al collegio del Senato a Reggio Calabria raccolse il 42% dei voti validi. Fu una straordinaria prova di coraggio e solidarietà della classe operaia italiana, metalmeccanici in testa, che dovettero affrontare le bombe sui binari, il blocco del traffico ferroviario, le pietre dei fascisti sul corteo. Una storica manifestazione di cinquantamila lavoratori che segnò anche una svolta nell’approccio alla “questione meridionale” riducendola alla fondamentale ma non esaustiva “questione democratica”. Nell’immaginario della sinistra italiana il Mezzogiorno venne visto come una sorta di Vandea, di area della controrivoluzione, della conservazione e della rinascita del fascismo. Per contrastare le forze reazionarie bisognava puntare a potenziare lo sviluppo economico e l’occupazione. In altre parole, alla deriva neofascista, che si manifestava in diverse aree del Mezzogiorno, si rispondeva in chiave economicista : la “questione meridionale” come problema politico di unificazione reale del nostro paese,come questione nazionale nell’accezione gramsciana, veniva ridotta a questione di sviluppo di un’area depressa, in forte “ritardo” rispetto al resto del paese, ignorando un bisogno fondamentale: quello dell’identità e della dignità di un popolo. E’ il periodo in cui furono realizzate le cosiddette “cattedrali nel deserto”, i grandi impianti petrolchimici e siderurgici, anche – come disse Giacomo Mancini, da segretario del Psi- per costruire una classe operaia moderna nel Mezzogiorno come soggetto politico egemone. Di contro, la Destra proponeva il potenziamento del turismo e dell’agricoltura, uno sviluppo basato sulle risorse locali ed era fortemente contraria ai grandi impianti industriali che avrebbero portato solo inquinamento. Naturalmente esprimeva gli interessi degli agrari e dei ceti medi legati alla rendita, ma visti i risultati di quel processo di industrializzazione come dargli torto oggi ?

Negli anni ’80 del secolo scorso il quadro cambiò rapidamente, a partire dall’omicidio di Pio La Torre il 30 Aprile del 1982, il leader del partito comunista siciliano che si era battuto per una legge che portava alla confisca dei beni dei mafiosi. Da quel momento la “questione meridionale” divenne progressivamente “questione criminale”, identificazione che fu suggellata dalla strage di Capaci e via d’Amelio nel 1992.   Si apriva una nuova fase di conflitto sociale e di classe nel territorio meridionale tra la borghesia mafiosa e una parte della società meridionale che si ribellava al suo strapotere. Purtroppo, la Sinistra storica ed extraparlamentare (con qualche lodevole eccezione) lesse questo conflitto come una questione di devianza sociale, mafia-camorra e ‘ndrangheta come problemi legati alla criminalità ed alla mancanza di sviluppo e modernizzazione del Mezzogiorno. Ed invece l’affermarsi nel Mezzogiorno di una borghesia mafiosa/parassitaria, che sulla violenza e la corruzione aveva fondato il processo di accumulazione del capitale, era un fenomeno sociale estremamente moderno con cui bisognava fare i conti. Un fenomeno legato alla deriva criminale del capitalismo, alla perdita di quella cultura dell’impresa di cui scrissero Sombart e Schumpeter, alla prevalenza della rendita finanziaria o immobiliare sul profitto.

Con la caduta del muro di Berlino il Mezzogiorno uscì definitivamente dalla scena nazionale. Con la globalizzazione dei mercati il territorio meridionale perdeva ogni ruolo socio-economico: non aveva più la funzione di riserva di forza-lavoro a basso prezzo, né di mercato di sbocco delle merci prodotte nel Centro-Nord che ormai viaggiavano nel grande spazio del mercato globale. Ma, allo stesso tempo, la globalizzazione capitalistica, la rapida ascesa della finanza e il suo predominio sull’economia reale, avevano permesso alla borghesia mafiosa di espandersi e radicarsi nelle aree più ricche del pianeta.

Nel nuovo secolo i grandi movimenti, ambientalista e pacifista (do you remember Comiso ?) che avevano visto anche nel Mezzogiorno una lunga fase di protagonismo, si spegnevano lentamente. Quello che cambiava lentamente, ma in profondità, è la percezione che Il Sud ha di se stesso. Innanzitutto, veniva abbandonata l’idea che bisognava seguire il modello di sviluppo che era risultato vincente nel Nord Italia. E’ questa la traduzione/esemplificazione del “pensiero meridiano” di Franco Cassano, che ha avuto un grande impatto tra gli intellettuali meridionali: il Sud che pensa se stesso, che si coglie nella sua diversità e si accetta, che cerca una sua strada. Il Sud alla ricerca di una sua identità mediterranea.

Questo cambio di paradigma ha ispirato tante iniziative in campo culturale, istituzionale ed economico, ma non è finora riuscito a incidere sui grandi numeri della disoccupazione, dell’impoverimento di una parte consistente della popolazione, dell’emigrazione di massa che ha coinvolto pesantemente le nuove generazioni (un giovane su tre è andato via dal Mezzogiorno negli ultimi dieci anni).

Un fatto è certo: il nostro Sud non è solo il luogo di problemi secolari irrisolti (dalla gestione delle risorse idriche all’efficienza della Pubblica Amministrazione), ma anche un’area di frontiera costretta a fare i conti con fenomeni estremamente moderni e sperimentare/tentare di dare delle risposte sociali e politiche inedite. Dall’accoglienza migranti (Riace docet), alla gestione dei beni confiscati alle mafie (elementi di socialismo dentro un sistema capitalistico su cui è mancata una riflessione politica), alle nuove forme di Altreconomia e di collaborazione con nord/sud (esempi virtuosi si possono cogliere nel mondo dei Gruppi d’Acquisto Solidali), c’è tutto un fermento che non viene registrato, se non occasionalmente, dai mass media e su cui “il Manifesto” potrebbe offrire (come ha fatto con alcune inchieste) un suo rilevante contributo.

Un sentiero pericoloso di Gianfranco Viesti

Un sentiero pericoloso di Gianfranco Viesti

“Sono come le zecche dei cani”. Questa la definizione data da un cittadino di Lodi, davanti alle telecamere, dei bambini stranieri che una assai controversa delibera comunale esclude da mense e trasporto scolastico. Non si tratta di un caso isolato, patologico. Le azioni di governo, a livello nazionale e locale, ispirate a principi di intolleranza se non di vero e proprio razzismo, si vanno moltiplicando; e, con esse, sembra acquistare voce e uscire allo scoperto l’Italia peggiore. Le cause del crescere del rancore e delle pulsioni egoistiche di parte dei nostri concittadini richiedono di essere analizzate con attenzione e in profondità. Le possibili risposte per invertire queste tendenze non sono certo semplici. Per far breccia anche tra chi, come quel cittadino di Lodi che plaude ai provvedimenti di stampo razzista della sua sindaca, occorre assai più che un banale coro di critiche ai recenti provvedimenti governativi. Ma di fronte a manifestazioni pubbliche di siffatta violenza non è più possibile far finta di niente, derubricandole a posizioni isolate: sono vere e proprie grida che si pongono al di fuori dei principi di convivenza civile su cui è basata la vita pubblica dell’Italia repubblicana, al di fuori dei principi della nostra Costituzione. Si tratta di pulsioni sollecitate e coltivate direttamente dalla Lega. Un partito politico che si colloca oggi all’estrema destra dello schieramento politico (come, fra gli altri, ben documentato da un recente volume del Mulino), e che ormai basa la sua ricerca di consenso su misure che si pongono esplicitamente al di fuori di tali principi. Un partito che, non a caso, cerca sponde in altri partiti e movimenti che a scala europea sostengono posizioni estreme; come accade in Polonia e in Ungheria, anche stravolgendo lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, le libertà di stampa. Che mette in discussione sempre più apertamente non specifiche politiche europee, ma lo stesso progetto dell’integrazione continentale e i principi di libertà e eguaglianza su cui esso è fondato. Sulle posizioni della Lega c’è troppa tolleranza. Ne è prova l’atteggiamento estremamente morbido di una parte rilevante del sistema dell’informazione, che sempre più spesso derubrica tutto questo a eccessi e casi sporadici; mentre appare attenta prima d’ogni altra cosa a non inimicarsi quello che è visto come il nuovo, grande potere del Paese. Ne è prova, tra l’altro, l’atteggiamento delle organizzazioni di categoria, fino al recente endorsment da parte del presidente di Confindustria poi malamente e parzialmente ritrattato: che teorizza per la prima volta una esplicita sudditanza di un’associazione di rappresentanza nei confronti di un partito politico. Ne sono prova le estese collaborazioni su base locale e il silenzio (o spesso l’aperta complicità) di larga parte delle classi dirigenti del Nord di fronte all’accelerazione del vecchio ma attualissimo disegno leghista della “secessione dei ricchi”, con la maggiore autonomia per il Lombardo-Veneto a spese di tutti gli altri italiani. Convenienze e opportunismi sono parte del gioco politico e degli interessi. Ma devono trovare un limite, un argine invalicabile. In tutta Europa ribollono pulsioni politiche e culturali pericolose. In Germania i neonazisti manifestano per strada e la polizia fatica a contenerli; in Polonia i giudici della Corte Costituzionale vengono sostituiti; in Ungheria si assiste alla chiusura di università. Paragoni con altri Paesi e altri periodi storici richiedono grande misura e attenzione. Ma dovrebbe essere ormai ben evidente che la Lega sta, assai rapidamente, facendo intraprendere anche al nostro Paese un sentiero pericolosissimo, le cui insidie per il nostro sistema democratico sono assi difficili da prevedere ma tangibili. Fuori dalla nostra storia, dalla nostra cultura, dalla nostra collocazione europea. Di fronte a questo progetto ci sono troppi imbarazzi, omissioni, silenzi; che non fanno che alimentarlo e renderlo, giorno dopo giorno, sempre meno impraticabile.

 

Pubblicato il 15.10.2018

www.rivistailmulino.it/

Riabitare i paesi. Un “manifesto” per i borghi in abbandono e in via di spopolamento di Vito Teti

Riabitare i paesi. Un “manifesto” per i borghi in abbandono e in via di spopolamento di Vito Teti

Lo spopolamento e l’abbandono – i due termini indicano fenomeni distinti – dei piccoli paesi dell’interno è un problema di enormi dimensioni che interessa la montagna e le colline italiane. Le sue cause antiche e recenti sono molteplici, di natura sia storica (catastrofi, terremoti, alluvioni) che economica, demografica e sociale (l’emigrazione), antropologica e politica; ragioni diverse, locali e generali, che devono essere indagate caso per caso con le tante peculiarità e i diversi esiti locali (sempre in un contesto più generale).
Lo svuotamento dei luoghi interni ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, geologico, sociale, economico. Costituisce anche un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze.
Negli ultimi anni, questo fenomeno epocale, quasi ignorato e rimosso nell’epoca della modernizzazione selvaggia e dell’intasamento delle città, è al centro di interesse, attenzione, riflessioni, narrazioni da parte di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico. Accanto a riflessioni attente, profonde, serie e mirate per comprendere e affrontare il fenomeno, in tempi brevi e localmente ma anche in un quadro di “lunga durata” e in contesti più vasti; accanto a iniziative concrete, economiche, sociali tendenti ad arrestare il declino, la fuga, l’abbandono o, talora, a favorire forme nuove di ritorno e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di recente – al pari di quanto era successo negli anni Sessanta con il folklore e le culture popolari – non mancano operazioni “strumentali”, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di recupero che spesso sono più nefasti e distruttivi dello stesso abbandono.

LA CALABRIA È LA TERRA DEI PAESI, MA È A RISCHIO La Calabria è, anche per questa vicenda epocale, un luogo metafora di spopolamento e abbandono. Scuole, uffici postali, negozi, case chiudono quotidianamente e creano veri e propri deserti. L’elenco dei paesi a rischio abbandono – in questa, ma anche in altre regioni del Sud e del Nord – è davvero impressionante, interminabile. Le proiezioni di istituti demografici seri e attenti ci dicono che tra meno di vent’anni la Calabria potrebbe perdere altri cinquecentomila abitanti: un deserto che ci riporterebbe alla realtà desolata e desertificata a seguito delle grandi pestilenze e catastrofi del tardo medioevo. La regione è stata e resta – nonostante le enormi e devastanti catastrofi che ne hanno segnato paesi, popolazioni, cultura, mentalità nonché a dispetto della crisi e dell’erosione del “paese presepe” – la “terra dei paesi”. Il “vuoto” riguarda anche i grandi “centri urbani”, che hanno il carattere e la dimensione del paese, i cui centri storici versano oggi in uno stato di abbandono, desolati, cadenti, spesso a rischio crollo (Rosario Chimirri ha fatto un’attenta ricognizione della storia e della situazione attuale di tutti i “centri storici” della regione e non posso nominare qui tanti antropologi, urbanisti, storici ecc. che si occupano di queste tematiche). I Comuni della Calabria sono 404, ma chi conosce questa regione, per averla percorsa a piedi e in macchina, sa bene che alcuni di essi sono composti in realtà da decine di piccoli frazioni. C’è una teoria infinita di villaggi, piccoli borghi, raggruppamenti di case, dove a volte vivono poche famiglie, a volte un “ultimo abitante”. Questo problema va affrontato, con serietà, competenza, passione, affetto e con la consapevolezza che non è di facile soluzione. I luoghi richiedono cura, attenzione, amore, ma non meritano bugie, operazioni di facciata, retorica. I luoghi – come ben sappiamo dalla storia dell’umanità e del mondo, ma anche dai nostri paesi e città – possono anche morire. Si dovrebbero immaginare interventi, progetti, piani di recupero e di rinascita; non confondere insomma la malattia con la cura.

NON PUÒ ESISTERE UN PAESE SENZA SCUOLE Ogni paese, ogni frazione, ogni villaggio – anche quello con un solo abitante – ha il diritto all’esistenza, a essere curato, tutelato in quanto presidio geografico, culturale, mentale delle popolazioni. Le valutazioni puramente economicistiche sono insufficienti ad affrontare la natura del problema; anche se bisogna certo “razionalizzare” e strutturare gli spazi, immaginare aggregazioni di più Comuni, ipotizzare nuove comunità, stabilire legami tra “non più luoghi” all’interno e non “ancora luoghi” lungo le pianure e le marine.
Questo significa che non può esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità, e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti. Il diritto allo studio e all’istruzione è garantito dalla Costituzione e non può essere subordinato a calcoli economici. La Costituzione ci impone di assicurare a ogni cittadino un titolo legale di studio, che gli consenta di accedere alle scuole superiori, alle Università, al mondo del lavoro e delle professioni. La Calabria e i suoi paesi non hanno bisogno di chiusure, di localismi, di retoriche, ma di aprirsi al mondo, rinnovare la pratica dell’accoglienza, inventare nuove forme di economia, socialità, convivialità. Di intraprendere la strada per creare nuove “comunità”.

L’APPROCCIO ALL’ABBANDONO (E AL RITORNO) DEVE ESSERE POLITICO Concezioni neo-romantiche, estetizzanti, tendenti all’esotismo di maniera – spesso sostenute da visitatori, artisti, poeti, scrittori, giornalisti – non possono essere demonizzate, se non altro perché hanno il merito di fare conoscere a un vasto pubblico, agli stessi abitanti dei luoghi, problemi, luoghi, storie, paesaggi ignorati, sconosciuti, considerati marginali e residuali. D’altra parte, sguardi a volte troppo frettolosi e certe attenzioni di passaggio non costituiscono una soluzione (né un tentativo di soluzione) al problema.
La soluzione, o un tentativo di contrastare lo spopolamento, comporta il rovesciamento di vecchi paradigmi, di modelli di sviluppo economicistici, del tutto indifferenti alla storia, alla cultura, alla memoria, alle persone. L’approccio all’abbandono e al ritorno, al contrario, deve essere politico, richiede interventi mirati, concreti, anche con un mutamento di prospettiva culturale, iniziative compiute con convinzione e persuasione, con attenzione e rispetto dei luoghi. Lo svuotamento delle aree interne, l’abbandono dei paesi, vanno contrastati in maniera decisa anche opponendosi a gruppi di potere, ceti dirigenti corrotti, collusi, illegali che speculano anche sulle macerie e individuano nell’abbandono e in falsi e improbabili progetti di “restaurazione” spazi per forme di economie assistite, criminali, che conducono inevitabilmente alla fine. Se ogni abbandono deve essere studiato e compreso nelle sue peculiarità, allo stesso modo ogni operazione di ritorno o rinascita dovrebbe avvenire a partire da iniziative ed esigenze locali, dalle risorse (in senso lato) presenti nel territorio, da politiche e scelte mirate, diverse a seconda delle caratteristiche e delle vocazioni dei luoghi. Nessuna soluzione e nessun intervento sono possibili, efficaci, corretti senza la presenza e la partecipazione dei locali, delle popolazioni che abitano quel luogo e lo hanno scelto per vivere e, nel caso di luoghi abbandonati, di soggetti e persone dell’area geo-antropologica entro cui ricadono le rovine o i paesi vuoti. Nessuna soluzione è possibile se non si affronta il problema demografico, se non si attuano politiche di sostegno (non di assistenzialismo, di caritatevole e interessato “pietismo” unito a forme di “lamentele” predicatorie tanto sterili quanto inefficaci) alle famiglie, a chi si sposa, ai giovani che vogliono creare economie e tornare o restare per ricostruire, tenendo conto, appunto, di vicende di nuovi esodi e dei nuovi arrivi. Sostegni concreti a cooperative, piccole imprese, giovani, famiglie debbono essere finalizzati al desiderio e a pratiche convinte di restare o di innovare. Con un nuovo atteggiamento etico e con profondo rispetto per la “legalità” e quel sentimento di Giustizia di cui hanno parlato i grandi calabresi: Gioacchino da Fiore, San Francesco, Campanella, Alvaro e anche i ceti popolari, i contadini e i braccianti, uomini e donne che occupavano e coltivavano le terre, gli emigranti che fondavano e rifondavano mondi, le donne che si sono ribellate alla prepotenza dei signori e a una tradizione patriarcale.

DAI PERCORSI DI MEMORIA ALLE PRATICHE DI ACCOGLIENZASituazioni diverse richiedono interventi differenziati – parlo in questo caso solo di interventi culturali che hanno però un valore altamente simbolico, oltre che concreto e “produttivo” – a seconda che si sia di fronte a: a. paesi abbandonati da lungo tempo, totalmente irrecuperabili, anche da un punto di vista urbanistico; b. paesi abbandonati ancora integri(almeno in parte) dove potrebbero tornare o arrivare degli abitanti; c. paesi in spopolamento e con pochi abitanti. d. paesi che soffrono una crisi demografica e di spopolamento dove però restano e resistono abitanti in un numero significativo.
Per i paesi a. si possono ipotizzare: percorsi identitari, storici, di memoria e anche turistici di cui si facciano carico i comuni entro cui le rovine insistono. D’altra parte nei paesi abbandonati, tra le rovine, si assiste a pellegrinaggi di ritorno, a feste e riti nei luoghi degli antenati e dei padri e delle memorie, a viaggi di memoria che segnalano anche insofferenza per i “non luoghi” in cui si abita e desiderio di “costruire”, comunque, nuove forme dell’abitare.
Per i paesi b. si possono tentare recuperi o forme di ripopolamento, con la consapevolezza che non è possibile ripristinare il passato, uscendo da ogni retorica di improbabili e improponibili ritorni a un buon tempo antico, nell’impossibilità di cancellare processi erosivi e sconvolgimenti irreversibili.
Per il caso c., a dispetto di ogni calcolo economicistico e di logiche produttivistiche, si devono riaffermare i diritti e i doveri di ogni abitante, anche ultimo, che è il custode di memorie.
Per il caso d. vanno avviate nuove scelte e nuove pratiche economiche, sociali, produttive in grado di arrestare il declino e di mostrare che “piccolo” è abitabile e vivibile. Si possono sperimentare pratiche di inclusione e di accoglienza. Ogni intervento richiede un piano generale di cura e risanamento del territorio, di messa in sicurezza del paesaggio, di centri storici, fiumi, abitati, scuole, di prevenzione degli effetti di possibili catastrofi in territori diventati fragili e a rischio sismico.

EVITARE NUOVE FORME DI POVERTÀAll’ordine del giorno, nelle scelte delle forze politiche, c’è la questione del “reddito di cittadinanza”, del “reddito di inclusione”, di contrasto della povertà. Sarebbe utile evitare di creare nuove forme di povertà, anche morale e culturale. Uscire dalla logica dell’assistenza gratuita e indiscriminata. I giovani e i disoccupati hanno bisogno di lavorare, di sentirsi parte attiva, viva, creativa del luogo in cui abitano. Un’antica tradizione contadina, non del tutto scomparsa, consegna immagini della fatica come riscatto e conquista di libertà e di dignità. Questo racconta anche la storia dell’emigrazione calabrese e italiana. Il “reddito” (comunque lo si voglia chiamare) deve creare economie, formare giovani generazioni attive e capaci di mettere in pratica tutta la loro capacità creativa e il loro desiderio di partecipare alla rinascita dei luoghi. Potremmo immaginare nuovi lavori, che ricordino anche antichi saperi e mestieri. I territori desertificati potrebbero accogliere giovani e famiglie impegnati come nuovi produttori e come custodi-trasmettitori di memorie. Non come guardiani inattivi e indifferenti di luoghi chiusi, ma come “custodi” di musei, beni archeologici, paesaggi, bellezze, culture immateriali con i quali attrarre visitatori, turisti, stranieri, produttori rispettosi e non speculatori.

I PAESI-MUSEO DEL TERRITORIO In una situazione di lento abbandono dei paesi, un museo può diventare (laddove esiste o è previsto) un punto di aggregazione della comunità. Naturalmente, parlando di piccoli paesi (spesso spopolati) l’organizzazione, la filosofia, le finalità del museo non possono che essere diverse da quelli dei grandi musei urbani (musei d’arte, pittura ecc.). Pur essendo possibile l’esposizione di opere d’arte “minori” (pittura, scultura ecc.) che spesso hanno una rilevanza non solo locale, penso soprattutto a musei del territorio e del mondo popolare: oggetti della cultura materiale, attrezzi di lavoro, abitazioni e spazi aperti, resti e ruderi di chiese, palazzi, abitati. Un museo in piccoli centri in genere non può che raccontare il contesto in cui nasce, la storia delle tradizioni abitative, produttive, alimentari, culturali. Il paese piccolo come museo e il museo come centro di rappresentazione, aggregazione, socialità della comunità. Immagino la raccolta, catalogazione ed esposizione di oggetti della cultura materiale, del mondo agro-pastorale, manufatti, oggetti domestici, prodotti dell’artigianato locale ecc. ed esposizioni di mappe, testimonianze orali, foto, lettere, documenti scritti, libri, interviste ad abitanti del territorio, registrazioni di voci, rumori, suoni, musiche ecc.
Attorno a un tema che potrebbe interessare un tratto storico significativo di un paese, la comunità potrebbe ricostruire in modo articolato (ovvero anche divergente) una storia e un ripensamento delle proprie vicende: il proprio passato con le tradizionali attività, il suo crollo e la faticosa marcia verso quella modernità (storie di vita, cimeli, vecchie fotografie, lettere, ecc.) che ha significato il cambiamento della vita tradizionale e il lento abbandono del territorio.
Il Museo (vivo, aperto, con biblioteche, scuole) qui può diventare luogo di rappresentazione, ma anche di socialità, di progetto. Il museo non può essere unico e uguale ovunque, ma va costruito tenendo conto delle vocazioni, della storia, delle specificità locali e avendo chiaro come costruirlo, per chi, a chi vuole parlare, come può diventare punto di accoglienza. Andrebbero incoraggiati arrivi di artisti (davvero originale e innovativo è quanto sta facendo, anche per il riconoscimento dei luoghi e dei paesi, Vinicio Capossela con lo Sponz Fest a Calitri) e soggetti che vogliono investire, raccontare, cercare nuovi modelli di vita.

NON SERVONO MOSTRE E FESTIVAL UNA TANTUM Parlo di “piccoli musei” (a volte i più Grandi e i più belli) in “piccoli paesi”. Penso, con Tomaso Montanari, che sia necessario “Diffidare degli eventi, dei festival, delle inaugurazioni, delle una tantum: la cultura ha bisogno di strutture stabili, finanziamenti continui, indipendenza dalla politica, visione lunga e disinteressata”. Non è in discussione un possibile sostegno pubblico e privato, bensì l’uso che se ne fa, il progetto che ispira l’iniziativa, il controllo della spesa, la necessità di una rendicontazione puntuale. Vale la pena di aprire e tenere aperto un piccolo Museo (pubblico, privato, familiare) anche nei più piccoli paesi, anche in quelli in abbandono, anche dove c’è solo un abitante.
Un uso oculato, parsimonioso, mirato dei fondi pubblici è doveroso, indispensabile. Non servono mostre e festival effimeri, separati dalla vita quotidiana che si svolge nel resto dell’anno. Il problema dei paesi interni è di farli vivere nei mesi invernali. Le iniziative estive, pure utili, sono effimere e inefficaci, a meno che non siano parte di un progetto e di programmi sociali e culturali inseriti nel corso dell’anno. Anche feste, sagre, momenti conviviali possono essere prodotti a basso costo, con iniziative volontarie. Come scrive Montanari, bisogna “pensare a quanti monumenti del territorio comunale sono chiusi o in pericolo, e provare a salvarne almeno uno, coinvolgendo i cittadini con una campagna di comunicazione”.

UN GRANDE MUSEO REGIONALE DELLA MEMORIA ”“Investire in ricerca: anche il più piccolo museo civico, se è abitato da un giovane ricercatore, può diventare un luogo di produzione e redistribuzione della conoscenza”. Gli “ultimi abitanti” di un luogo spesso diventano i primi abitanti di una nuova comunità inventata e costruita con persone che vengono da fuori e che avranno bisogno di conoscere flora, fauna, materiali, tecniche produttive, forme di socialità dei locali con cui vorranno interagire e mescolarsi.
I tanti piccoli musei (con biblioteche, scuole, centri di aggregazione) dovrebbero costituire un grande Museo regionale della memoria. Un grande piano di raccolta e rilevazione ad opera di 1000 giovani (due per ogni comunità), che, dopo un corso preparatorio di un anno (metodologia della ricerca, etnografia, storia dell’arte, archeologia ecc.) vengano dislocati per due anni nei paesi per raccogliere ciò che resta della produzione orale, della cultura materiale, scritta, iconografica: canti, proverbi, oggetti, lettere, musiche, ricette, pietre, reperti ecc., privilegiando le storie di anziani, emigrati, protagonisti delle lotte contadine ecc., che stanno scomparendo. Un’occasione di lavoro e di reddito che valorizzi competenze, passioni, interessi dei giovani che non vogliono fuggire e che intendono restare. Un’occasione per riconciliare le popolazioni con luoghi mortificati, marginalizzati, desertificati. Un’opera di memoria, di salvaguardia preliminare per una grande mappa delle Identità plurali e aperte anche dei più piccoli luoghi. Un altro modo di intendere la cultura, di raccontarla, promuoverla nei legami con l’ambiente in cui è “nata” ma con riferimento a vicende storiche, politiche, artistiche, religiose di territori più vasti (Sud, mediterraneo, Europa, America, mondo dell’emigrazione).

PARTENZE E RITORNI Tutta la lunga preistoria e storia dell’Homo sapiens ricorda che la partenza, il viaggio, l’esodo non sono separabili dall’esperienza del restare. Le due esperienze vanno comprese assieme. L’emigrazione è da sempre una strategia evolutiva fondamentale, sia sotto il profilo biologico che culturale. Sulla superficie instabile del nostro pianeta, tra incessanti mutamenti climatici, migrare diventa un fattore di mutamento e adattamento. È possibile parlare di migrazioni per tutte le specie animali e umane, tuttavia la metafora dell’Homo migrans può essere fuorviante: noi umani non siamo mai divenuti una specie migratoria in modo sistematico. Nel corso della storia molti individui e gruppi non hanno mai migrato e anche coloro che restavano o accoglievano hanno contribuito all’evoluzione dell’Homo sapiens. Anche un’immagine dell’uomo migrante consapevole del luogo in cui stava andando, del modo di raggiungerlo, di un piano preciso è fuorviante: spesso la fuga era (ed è) determinata dalla necessità. L’azione del migrare per l’Homo sapiens è stata sempre esercitata con diversi gradi e forme di libertà e di costrizione. Le sociologie e le geografie delle migrazioni oggi parlano di migrazione forzata dovuta a grandi mutazioni climatiche. Accade tuttavia ancora oggi a molti di non potere, sapere o volere migrare. Anche rispetto alla necessità immediata di dover fuggire per sopravvivere, singoli individui o gruppi scelsero e scelgono di restare e spesso di perire. Anche in epoche a noi vicine la scelta se migrare o restare è una scelta molto divisiva, combattuta, lacerante. Partire o restare è il dilemma che appartiene alla storia dell’umanità fin dall’antichità e, nel nostro caso, ai luoghi che hanno conosciuto calamità, terremoti, frane, spostamenti, movimenti emigratori. Insomma, stanzialità e fuga sono due volti dello stesso fenomeno. L’abbandono storico e la ricostruzione degli abitati colpiti da catastrofi in epoca moderna, come i terremoti di Seicento e Settecento o le alluvioni degli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, hanno determinato lacerazioni e una dialettica fatta di contrasti, amore e odio tra chi compie scelte diverse. Il senso dell’abbandono, questa consuetudine al continuo «reimpastare» e «reimpaginare» i luoghi, ha segnato la cultura e la mentalità delle popolazioni.

LA LIBERTÀ DI MIGRARE, IL DIRITTO DI RESTARE I recenti terremoti che hanno sconvolto tutto l’Appenino tra Lazio, Marche, Molise, Umbria hanno mostrato persone che non vogliono lasciare il proprio luogo, la chiesa, la casa, la terra, le mucche, l’orto, magari quella vita di fatica e solitudine a cui avrebbero voluto sfuggire e che invece si accorgono di amare nel momento in cui la fuga diventa espulsione, allontanamento, cacciata. Da qui rinascono nuove energie, nuove fantasie, che spingono alcuni ad accelerare il ritorno e altri a piangerne l’impossibilità. A voler restare e tornare non sono tanto i vecchi in cerca di un luogo dove morire, ma i giovani che cercano un posto dove creare nuova vita, nuova socialità. Dall’Irpinia alla Calabria, dal Salento al Cilento, dalla Sardegna alla Sicilia, dalle Alpi agli Appennini, tante persone hanno scelto e scelgono di tornare o di restare. È un movimento diffuso, spesso non coordinato, confuso ma che comincia a collegare l’Italia dell’abbandono e a creare nuove comunità. Un movimento, una pratica, una scelta di vita anche politica, nel senso che è tesa a costruire una nuova polis, un nuovo modo di abitare e organizzare spazi, economie, relazioni. Proprio la lontananza e l’erranza di chi è rimasto possono favorire oggi un nuovo modo, critico, problematico, di intendere la relazione tra sé e il mondo. Una scelta che va affermata anche in quanto nuovo diritto. Il diritto di poter restare e sopravvivere con dignità nel territorio dove si è nati, comunque si configuri la propria identità: diversamente abili, orientati politicamente, socialmente, religiosamente, sessualmente. Solo una politica lungimirante potrà contrastare le migrazioni forzate, riconoscere appieno l’esistenza dei rifugiati climatici, favorire il diritto di migrare insieme al diritto di restare dove si è nati. Promuovere la libertà di migrare ma anche quella di restare.

LA RESTANZA RICHIEDE PASSIONE Restare non ha che fare con la conservazione, ma richiede la capacità di mettere in relazione passato e presente, di riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla modernità, rendendole di nuovo vive e attuali. Quello che ieri era arretratezza oggi potrebbe non esserlo più. La montagna improduttiva e abbandonata oggi offre nuove risorse, nuove possibilità di vita.
Per mille ragioni anche il restare – ed il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non significa soltanto contare le macerie, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. Sono i rimasti a dover dare senso alle trasformazioni, a porsi il problema di riguardare i luoghi, di proteggerli, di abitarli, renderli vivibili. I ruderi e le rovine stabiliscono collegamenti tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. E ancora volontà di guardare dentro e fuori di sé, per scorgere le bellezze, ma anche le ombre, il buio, le devastazioni, le rovine e le macerie. Nostalgie, rimpianti, risentimenti attraversano le pietre, le grotte, i ruderi, le erbe che nascondono o proteggono le rovine, le piante di fico che accompagnano e provocano la caduta delle abitazioni. Le feste che si svolgono nei paesi abbandonati e diroccati svelano questi sottili e controversi legami con i ruderi.
Restare comporta, per chi lo fa con consapevolezza, un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. Perché la restanza richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa, pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi, appunto, in esilio e stranieri nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, piccole utopie quotidiane di cambiamento. Disponibili anche allo scacco, all’insuccesso, al fallimento, al dolore. Non esiste, forse, spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essergli sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme anche con disagio, del donare; la verità del viaggiare e del camminare. Nel mondo globale, delle false partenze, dei ritorni, delle identità aperte, dei viaggi da fermi, la nostalgia sembra essere diventata il sentimento di chi resta. Coloro che restano potenziano il senso del viaggiare e diventano approdo per quanti ritornano: forse perché viaggiare e restare, viaggiare e tornare, sono pratiche inseparabili, trovano senso l’una nell’altra. Rimasti e partiti debbono dare vita a una dialettica che parla di integrazione, d’incontro, di vite separate e di riconciliazione. Rimasti e partiti, senza enfasi e senza rancori, dovrebbero percepirsi nelle loro somiglianze e nelle loro diversità, legate a una particolare esperienza di vita, a un singolare rapporto con il luogo d’origine e con gli altri luoghi.

UTOPIA E CONCRETEZZADobbiamo riuscire a essere utopici (di utopie quotidiane, minimaliste come scrive Luigi Zaja) e concreti, ci servono nuovi pensieri per uscire da visioni localistiche. Viviamo una fase della storia dell’umanità in cui immagini apocalittiche e visioni di un futuro radioso si incontrano e si contrastano proprio perché non siamo più in grado di pensare il futuro, siamo dominati dalla fretta e da una sorta di eterno presente, che ci impedisce di guardare indietro e di andare avanti con coraggio, fantasia, lungimiranza, disposti allo stupore. Immaginare l’inimmaginabile. Prevedere l’imprevedibile.
Senza condividere in toto le posizioni di Leonardo Caffo in Fragile umanità. Il postumano contemporaneo che si interroga su quale possa essere il nuovo paradigma di vita per il postumano che l’autore presume sostituirà l’Homo sapiens, può essere interessante ipotizzare con lui (a partire dalle posizioni di Gilles Clément espresse nel “Manifesto del Terzo paesaggio”) il riempimento degli spazi lasciati vuoti o abbandonati a seguito del consumo sfrenato di risorse e di territorio. Clément sostiene che i luoghi “abbandonati dall’uomo, ma anche le riserve naturali, o le grandi aree disabitate del pianeta, e anche gli spazi più piccoli e diffusi semi-invisibili come le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie o le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico, siano risorse fondamentali per la conservazione della diversità biologica”. Caffo intravede nell’adozione di spazi vuoti o tralasciati dal capitalismo una prima realizzazione del nuovo habitat in cui la speciazione troverà il proprio luogo d’elezione.
Il “Terzo paesaggio” costituisce un territorio per le molte specie che non trovano posto altrove, per le piante che nascono nelle rovine. Per trovarlo, è necessario andare ai margini. Non sappiamo se questo sarà il postumano, ma vediamo che è una nuova forma di declinare l’umanità: vivere i margini, i limiti, riguardare il passato. Ripensare antichi saperi e sentieri. Rendere percorribili nuove vie dei canti. La grandi arterie di cemento, i ponti che crollano, le sopraelevate che tagliano i paesi, invece di unire hanno diviso, separato, creato distanze e solitudini, invece di avvicinare hanno allontanato.

LE VIE DEI CANTI Bisognerebbe riprendere, forse, le vie e le mobilità dell’asino, la figura emblematica della mobilità del mondo mediterraneo. Riaprire le antiche “vie dei canti” cancellate da colate di cemento, gallerie e sopraelevate inutili, che spesso separano più che unire i luoghi. Bisogna ristabilire un patto con la terra, gli animali, i defunti. Riconsiderare le conquiste di una modernità che era utile e non violenta, come quelle dei primi treni. Riaprire quelle stazioni vive, affollate, mobili, di cui ha parlato Alvaro in “Un treno nel Sud” (1958), che avevano alimentato tante speranze, nuovi scambi, una mobilità a dimensione umana, che avevano svolto un ruolo positivo e che, poi, nel tempo sono state trasformate in macerie, in luoghi deserti, dove nessuno passa, si ferma, scambia. Non abbiamo bisogno di chiudere scuole, ma di aprirle. Non chiudere musei e parchi archeologici, grazie a giovani e ragazze, diplomati e laureati, che vogliono un’attività produttiva e intendono fare per il bene e il patrimonio comune.
Occorrerebbero grandi investimenti per interventi mirati alla tutela, valorizzazione, cura e difesa del paesaggio, dei paesi, degli edifici; un grande progetto di rinascita e di ricostruzione, che parta dalla messa in sicurezza dei centri, delle scuole, degli edifici pubblici, delle strade, delle abitazioni. Prevenire e non intervenire a catastrofe avvenuta. Questo presuppone sguardi totalmente nuovi, amorevoli, interventi immediati e progetti di lunga durata; capacità di creare nuove forme di socialità, nuove comunità resistenti, nuove reti e nuovi tessuti sociali; di aprirsi all’esterno. Collegarsi con “reti del ritorno”, esperienza di “restanza”, “comunità resistenti e resilienti” presenti in tutte le regioni d’Italia e di Europa.

NON C’È PIÙ TEMPO DA PERDERE, ALMENO CI AVREMO PROVATO C’è da sperare, da auspicare, che le ingenti somme disponibili a livello regionale per i piccoli centri vengano spese con un’idea organica, coerente, innovativa della Calabria di domani. Ancora una volta, sottolineo l’importanza di creare legami tra passato e presente, tra paesi vuoti e isolati, tra montagne, colline e marine, tra chi è rimasto e chi è partito. Non si può sprecare una grande occasione come quella dei finanziamenti europei (per le aree interne). Sarebbe imperdonabile adoperare i fondi con intenti clientelari, a pioggia, con intenzioni elettoralistiche, senza una finalità alta, etica, civile, che abbia come obiettivo la costruzione di comunità abitabili. Non si può fare tutto in una volta, non si possono risolvere problemi atavici, abbandoni e dimenticanze secolari, non si può prescindere dalla situazione dell’intero Paese, ma è possibile invertire la logica assistenzialistica e paternalistica con cui sono stati spesi finora i fondi pubblici. Si possono almeno fornire segni, tracce, indicazioni per il futuro che ridiano speranza e fiducia a luoghi e abitanti che vivono situazioni di solitudine, sfiducia, apatia. Gli errori di oggi affosserebbero definitivamente la Calabria. La fuga e la chiusura dei paesi non sono un fatto recente, come coglievano Alvaro, Strati, Gambino e tanti altri: Franco Costabile, nel suo dolente “Il canto dei nuovi migranti” (1964), ai nomi dei paesi che fuggivano accostava nome e cognome degli uomini politici responsabili di un esodo biblico. Ecco, a poco serve il riferimento alle responsabilità di una generica Politica: diverso invece è avere la forza e il coraggio di indicare, con nomi e cognomi, politici, tecnici, professionisti, intellettuali che sarebbero responsabili di una eventuale ennesima beffa che la Calabria subirebbe senza scelte politiche mirate, chiare, ariose, “disinteressate”, operate con un’idea e una visione, il sogno, l’utopia, di una nuova Calabria. Parafrasando il grande Pasolini, noi tutti conosciamo i nomi di quanti toglierebbero questa ultima speranza di un “nuovo inizio” ai paesi della Calabria interna, della Calabria dell’anima. Non solo i Comuni, ma tutta la “società civile”, spesso assente e inesistente, ma il mondo delle professioni, quello intellettuale, la Chiesa, il sindacato, le associazioni, i gruppi di base, i Musei, le Università, le biblioteche, i centri culturali, le scuole, le prefetture, dovrebbero essere coinvolti, direttamente, attivamente in questa opera di rifondazione urbana, civile, culturale della Calabria collegandosi alle esperienze positive di altre regioni del Sud e di quelle aree interne e montane dell’Appennino e delle Alpi.
Non c’è più tempo da perdere. È già tardi, troppo tardi. Forse non ce la faremo, ma ci avremo provato. Sarà difficile, ma avremo fatto la nostra parte, non avremo nascosto la polvere sotto il tappeto. Non saremo stati indifferenti a chi chiede ascolto e “vuole parlare” ed “essere parlato” e ascoltato (come diceva Alvaro). Nel nome dei nostri vecchi, che hanno faticato con dignità, e per le generazioni che verranno e che non ci perdoneranno di avere consegnato loro un deserto, mentre avevamo a disposizione un Paradiso da riconoscere e da assumerci, perché i Paradisi non ci vengono mai dati in maniera gratuita e una volta per sempre.

N.B. Questo memorandum, in forma di “manifesto”, riprende concetti e posizioni che ho affrontato nei miei libri e, soprattutto, in riviste specialistiche (“Dialoghi Mediterranei”, “Sentieri Urbani”, Urbantracks, periodici di studiosi che si occupano della montagna, dei luoghi, del ritorno) ecc.) che si occupano di spopolamento e di “ritorno” delle aree interne. Rappresenta anche una breve sintesi di un volume che pubblicherò con Tomaso Montanari e di un libro sugli “ultimi abitanti” a cui lavoro con Antonella Tarpino. Con Donzelli è in uscita un lavoro a più voci (antropologi, territorialisti, geografi, storici, urbanisti, economisti ecc.) dal titolo “Riabitare l’Italia”. La casa editrice Rubbettino ha in corso di pubblicazione un libro sulla montagna calabrese. La letteratura sull’argomento è vasta e non è possibile farvi riferimento sistematico in questa sede. Segnalo, tra le tante iniziative che si svolgeranno in varie parti d’Italia (a L’Aquila, Pistoia, Paraloup, in diverse aree del Piemonte, delle Marche, del Molise, della Calabria, della Basilicata, della Puglia, della Toscana, della Sardegna, della Campania) un importante Convegno Internazionale “Un paese ci vuole. Studi e prospettive per i centri abbandonati e in via di spopolamento”, 7-9 novembre 2018, Università Mediterranea di Reggio Calabria (Dipartimento PAU Laboratorio Cross. Centro studi storici per l’architettura, la città, l’ambiente)www.unpaesecivuole.unirc.it.

Dovrei ricordare e ringraziare tante persone (anche molti miei studenti che si sono laureati con monografie sui paesi abbandonati). Lo farò, ma in questa sede ringrazio, in particolare, Isabella Cecchi, Pietro Clemente, Tomaso Montanari, Salvatore Piermarini (tutte le foto qui pubblicate sono sue). Antonella Tarpino.

Svimez, Mezzogiorno alla deriva di Gianfranco Viesti

Svimez, Mezzogiorno alla deriva di Gianfranco Viesti

Le preoccupanti condizioni e prospettive del Mezzogiorno dipendono in parte da una storia lunga, da vicende di ieri e dell’altro ieri. Ma dipendono in misura rilevante anche da vicende recenti, dalle decisioni politiche e di politica economica che si prendono oggi e si prenderanno nell’immediato futuro. Delle prime si parla tanto; delle seconde pochissimo. E invece su queste ultime è bene concentrare l’attenzione e la discussione; anche sulla base di alcuni degli elementi di analisi presentati dalla Svimez, è possibile rendersene conto, sollevando interrogativi di grande attualità.

L’Italia ha drasticamente ridotto i suoi investimenti pubblici (dal 3% al 2% del PIL), con la crisi; tale riduzione permane. Nella passata legislatura gli spazi per azioni di finanza pubblica sono stati orientati più ai consumi che agli investimenti: il principale provvedimento sono stati gli 80 euro, che valgono circa 9 miliardi all’anno; e che, incidentalmente, sono andati a vantaggio più del Nord che del Sud. Le previsioni disponibili confermano questa tendenza: un vero e proprio nuovo “regime di politica economica” con bassi investimenti. Si tratta di una scelta pericolosa per le prospettive di lungo termine dell’intero paese, che non ammoderna le sue reti e le sue città. Ma si tratta una scelta particolarmente negativa per il Mezzogiorno: dove le esigenze di potenziamento di infrastrutture materiali e immateriali sono assai acute; e l’impatto di una stagione di nuovi investimenti pubblici potrebbero essere particolarmente forte. Sia per l’effetto immediato (con un alto “moltiplicatore” sull’economia e un significativo traino di domanda anche nel Centro-Nord), sia per aumentare la competitività delle imprese e dei territori, creando così nuovo lavoro. C’è da recuperare gap cresciuti negli ultimi anni; l’Italia ha realizzato un’opera molto importante, e di grande rilevanza, com’è l’alta velocità; ma essa tocca solo marginalmente il Sud: nei primi 15 anni di questo secolo le Ferrovie hanno investito 44 miliardi al Nord e 14 al Sud (110 contro meno di 50 espressi pro-capite). La Svimez calcola che se nel 2019 gli investimenti pubblici al Sud fossero sui livelli (non esaltanti) del 2010 la sua crescita raddoppierebbe, rispetto al misero 0,7% previsto. E dunque: abbiamo ascoltato interessanti dichiarazioni del nuovo vertice delle Ferrovie sull’importanza delle reti pendolari, ma ben poco sulla priorità delle opere nel Mezzogiorno; abbiamo ascoltato l’intenzione di autorevoli Ministri di varare un programma di rilancio degli investimenti pubblici, ma come conciliarlo – date le persistenti difficoltà di finanza pubblica –  con i cavalli di battaglia del nuovo governo: il reddito di cittadinanza  e la flat tax (che, incidentalmente andrebbe molto ma molto più a vantaggio del Nord)? Quel che succede al Sud non dipende dalla storia dell’Ottocento o da un destino cinico e baro: ma dalle scelte che oggi si compiono.

L’Italia ha avviato e mantenuto politiche di austerità nella spesa pubblica, su cui molto si discute ed è giusto discutere. Ma un elemento, sottolineato dalla Svimez, viene quasi sempre ignorato: l’austerità è stato molto selettiva territorialmente, a danno del Mezzogiorno. La spesa pubblica corrente, fra il 2008 e il 2017, è scesa del 7% al Sud mentre è rimasta costante nel resto del paese. Questo si è tradotto in meno servizi, per le persone e le imprese. Il sistema universitario del Sud (del Centro-Sud) è stato oggetto di una pesante politica di marginalizzazione e de-finanziamento. Il sistema sanitario costretto all’esclusivo risanamento dei conti, riducendo qualità e quantità dell’offerta, con un aumento del numero di famiglie impoverite dalla spesa sanitaria privata e un forte incremento della mobilità interregionale dei pazienti (che provoca un peggioramento dei conti, con un evidente circolo vizioso). L’offerta di trasporto pubblico locale fra il 2008 e il 2015 è cresciuta del 13% a Milano, dove tocca i 16.200 posti/chilometro, un valore tre volte e mezzo superiore alla media nazionale; ma è scesa del 24% a Roma (a 6820), del 36% a Napoli (a 2400), del 52% a Catania (a 2300). Il 4,7% dei bambini meridionali fra zero e due anni può usufruire di servizi per l’infanzia, contro il 16% (un valore comunque basso) di quelli del Nord. Tutto ciò non dipende dalla storia o dal caso, ma dalle scelte politiche fatte. Prima fra tutte la circostanza che dal 2001 nessun governo ha ritenuto di stabilire i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti a tutti i cittadini italiani, come previsto dall’articolo 117.2.m della nostra Costituzione; e poi dal lavorio, oscuro ma molto importante, compiuto in questi anni nel ridisegnare i criteri di finanziamento dei servizi quasi sempre a danno delle regioni più deboli. Ma, ed eccoci all’oggi, tutto questo può notevolmente peggiorare, e la condizione del Sud aggravarsi. La Regione Veneto incontra il Ministro e richiede vastissime competenze nelle politiche pubbliche, e suggerisce che siano finanziate tenendo conto del gettito fiscale; la Lombardia segue a ruota, ispirata dalla sua mozione del novembre scorso che, sostanzialmente, chiede una spesa pubblica di oltre 10 miliardi maggiore (e altrettanto minore, ovviamente, nelle altre regioni italiane). La politica nazionale accompagna questo processo con un clamoroso silenzio. E il governo che farà? Che posizione prenderanno i 5 Stelle – finora anch’essi silenti – di fronte a questa offensiva leghista? Si andrà verso minori divari o si punterà a farli aumentare? Lo sviluppo del Sud dipende, molto ma molto più di quanto si voglia comunemente ammettere, dalle grandi scelte politiche dell’oggi: quali diritti di cittadinanza garantire a tutti gli italiani?

La questione meridionale da tempo è seppellita nell’indifferenza. Un’indifferenza molto comoda: perché affrontarla significa porsi domande di fondo sugli indirizzi e sulle scelte per il paese, e discuterne a fondo, pubblicamente; significa tornare a parlare di politica, nel senso più alto del termine.

Gianfranco Viesti

Per il Sud lo Stato è ancora fondamentale di Luigi Pandolfi

Per il Sud lo Stato è ancora fondamentale di Luigi Pandolfi

L’ultimo Rapporto della Svimez ha offerto un quadro meno catastrofico sulle prospettive economiche del Mezzogiorno. I ritardi e i problemi rimangono, ma qualche spiraglio di luce incomincia a intravedersi, sembra voler suggerire il documento. Tutto a posto, allora? Neanche per sogno.

A dieci anni dagli eventi americani che hanno innescato la più grave crisi economica mondiale dopo quella del 29′, anche il Sud “aggancia” la ripresa, facendo registrare nel 2016 una crescita addirittura maggiore rispetto al resto del paese (Campania sul podio con un +2,2%). Dietro questa performance c’è una leggera crescita dei consumi e degli investimenti, ma soprattutto la ripartenza dell’export. Il segnale, tuttavia, è stato molto più vistoso che altrove perché negli anni che vanno dal 2008 al 2014 la caduta della domanda interna, sia pubblica che privata, e dei livelli occupazionali, al Sud era stata più marcata, più rovinosa.

Ma poi, quale sud? Ci sono regioni come la Puglia e la Campania che presentano maggiori segni di ripresa e regioni come la Calabria e la Sicilia, per fare degli esempi, che continuano ad arrancare, per la debolezza delle loro strutture produttive, per lo sfascio delle amministrazioni pubbliche.

Parlare di “consolidamento” della ripresa sarebbe pertanto azzardato: già nel 2017 si è assistito ad un rallentamento della stessa e questo farà sì, come la stessa Svimez riconosce, che il Mezzogiorno (forse) recupererà i livelli pre-crisi soltanto nel 2028, dieci anni dopo il Centro-nord. Livelli pre-crisi, beninteso, quelli che facevano del Sud, comunque, un’area economica periferica e a ritardo di sviluppo. Valgano a tal riguardo i dati, molto indicativi, che afferiscono al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione (numero di occupati in rapporto alla popolazione) in Italia si attesta al 58,1% (undici punti in meno rispetto alla media europea), nel Mezzogiorno al 46% (dodici punti in meno rispetto alla media italiana). Intanto, l’emorragia di giovani – per studio e lavoro – continua, interi territori e borghi interni rischiano spopolamento ed estinzione, bassa rimane la qualità dei servizi pubblici essenziali e delle infrastrutture di base. Niente di nuovo, potremmo dire, ricordando che il divario nord-sud non è un prodotto dell’ultima crisi.

Imputabili alla crisi, e alla sua gestione (austerità, nuove norme sul lavoro, riduzione di tutele e diritti), sono invece i mutamenti intervenuti nella struttura e nella qualità dell’occupazione. Si è accentuato il divario generazionale e, soprattutto, è cresciuto il lavoro precario. In percentuale, dall’inizio della crisi, la contrazione del tempo pieno e del tempo indeterminato è stata più marcata al Sud che nel Centro-nord. Più contratti part-time, più lavoro a chiamata, più sfruttamento, meno reddito. È anche per questo che la piccola ripresa, e lo stesso miglioramento del dato occupazionale, non hanno inciso significativamente su alcune emergenze sociali, a cominciare dalla povertà. Anzi: ancora nel 2016, circa il 10% dei meridionali era in condizione di povertà assoluta, contro il 6% dei cittadini del Centro-Nord (nel 2007 erano rispettivamente il 5 e il 2,4%). Percentuale che schizza al 46% se si considerano tutti quelli che rischiano di scivolare nella povertà assoluta.

Aumenta complessivamente la ricchezza (crescita del Pil), insomma, e al tempo stesso la povertà e l’esclusione sociale. Sono i segni di un modello di sviluppo strutturalmente imperniato sulle disuguaglianze: bassi salari e precarietà da un lato, competitività e massimizzazione del profitto dall’altro. Il contributo del Sud alla bilancia commerciale italiana è stato importante nell’ultimo periodo, per intenderci, ma i meridionali non ne hanno beneficiato. In verità, anche per i cittadini del Nord il dividendo è stato magro, ma al Sud questo ha significato accumulare altro ritardo.

Un modello insostenibile, per il paese e per il Mezzogiorno.

Si può parlare ancora di “questione meridionale”? Non nei termini in cui se n’è parlato in passato (la crisi ha modificato anche il paesaggio sociale e, in parte, l’economia del Nord), ma, in linea generale, certamente sì. Intanto, perché la forbice tra Nord e Sud non si è ridotta, ma, addirittura, si è allargata in questi anni, complice anche la crisi. Dagli indici di povertà e di esclusione sociale, dai livelli occupazionali e di reddito pro-capite, fino alla qualità dei servizi (sanità, scuola, trasporti), in tutti i rapporti più recenti continuano a emergere (almeno) due tipi di Italia. Poi, perché quella del Sud continua ad essere una gigantesca questione nazionale: fino a quando non ci sarà un sostanziale, apprezzabile, riequilibro tra Nord e Sud in termini economici, a risentirne sarà l’economia nazionale nel suo complesso.

Ma che fare?

Negli ultimi anni, gran parte del mondo accademico e della politica, economisti, storici, giornalisti, si sono detti d’accordo sull’improponibilità di una strategia improntata allo spirito del vecchio “intervento straordinario”. Eppure, la straordinarietà della situazione del Mezzogiorno, richiederebbe, ancora, interventi mirati e aggiuntivi rispetto a quelli ordinari (E’ questo che si propone il nuovo Ministero del Sud?). Di più. Nonostante il fallimento (il divario non è stato colmato), almeno su grande scala, delle strategie e degli interventi posti in essere fino agli inizi degli anni Novanta, alcune intuizioni contenute nell’ultima legislazione in materia andrebbero addirittura riprese e rilanciate. Tra queste, il concetto di “programmazione partecipata”, richiamato nella legge n. 64 del 1986, per una nuova politica industriale e di coesione. Un nuovo protagonismo dello Stato e dei territori, dei cittadini. Anche perché l’alternativa allo sviluppo calato dall’alto non può essere l’abbandono a se stessa della parte più debole del paese, spacciando tutto questo per “sviluppo autocentrato” (viene in mente la retorica speciosa sugli “imprenditori di se stessi”).

Programmazione e partecipazione degli attori locali ai processi decisionali, dunque. A maggior ragione oggi, questa sembra l’unica via perseguibile per invertire la rotta nel Mezzogiorno e far tesoro delle esperienze positive che si riscontrano nei vari territori. Cambiando radicalmente l’agenda degli ultimi trent’anni (privatizzazioni), il Mezzogiorno dovrebbe diventare il laboratorio di un nuovo intervento pubblico in economia, che non escluderebbe, insieme al sostegno verso iniziative autonome, la creazione d’industrie statali in settori innovativi e ad alto valore aggiunto (es: robotica, software, componentistica), capaci di reggere la concorrenza internazionale. Un piano industriale, senza giri di parole.

Parallelamente, coinvolgendo gli attori locali, si dovrebbe puntare sulle filiere produttive legate alla natura, al paesaggio, all’ambiente e alla cultura, incrociando, valorizzando, potenziando le esperienze già attive e di successo sviluppatesi in questi ambiti. Rigenerazione urbana, recupero del degrado ambientale e del dissesto idrogeologico, agricoltura di qualità, turismo sostenibile, accoglienza, solo per citarne qualcuna, coniugando sostenibilità ambientale delle attività poste in essere e sostenibilità economica dei percorsi d’intrapresa, grazie alla mano pubblica. Inutile ricordare, poi, che il sostegno alla domanda interna e la creazione di nuova occupazione nel Mezzogiorno avrebbero effetti positivi sull’intera economia nazionale, rendendo stabile e duratura la ripresa, trainando, ben oltre l’export, l’industria del Nord, imperniata sul capitale privato. Un tema da sviluppare.

Si potrebbe obiettare: ma questo è incompatibile con i vincoli di finanza pubblica imposti dall’Europa e, probabilmente, anche con le regole a tutela della concorrenza nel mercato unico! Sì, ma proprio qui sta la sfida. È ormai evidente che la disciplina del Patto di bilancio europeo e l’intera architettura pro-mercato dell’Unione sono in contrasto con la nostra Costituzione, che invece subordina l’iniziativa privata al principio della “utilità sociale” e impegna lo Stato a perseguire l’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Applicare la Costituzione significa mettere in mora i Trattati. O viceversa. E questo vale anche per la “questione Sud”.

 

Il Mezzogiorno, la Calabria e la Grande Recessione: una occasione perduta di Tonino Perna

Il Mezzogiorno, la Calabria e la Grande Recessione: una occasione perduta di Tonino Perna

   La Grande Recessione ha trasformato il divario storico tra Nord e Sud Italia in un baratro da cui il Mezzogiorno non sembra più riuscire a riprendersi.   La paventata uscita di Draghi dalla BCE e la fine del Quantitative Easing che teneva lontana la speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato, ci fa pensare seriamente che dal prossimo autunno le cose si potrebbero mettere male per tutto il nostro paese e, come avviene sempre in questi casi, soprattutto per le aree e le fasce sociali più deboli.  

Dallo scoppio che della Grande Recessione nel 2008 sono passati dieci anni e in questo lasso non breve di tempo abbiamo perso un’occasione per cambiare modello di società e di economia, per capire che una storia era finita, un ciclo storico, iniziato negli anni ’50 del secolo scorso, aveva esaurito la sua spinta vitale.

Qui di seguito vi riproponiamo un editoriale uscito sul Quotidiano del Sud otto anni fa e che, a mio modesto avviso, ci pone ancora oggi delle domande a cui non sembra che la classe politica al potere sia in grado di rispondere.

Malgrado le rassicurazioni di rito di esperti e governanti l’Occidente si trova di fronte alla Grande Recessione, la più grave crisi –economica, sociale e politica- dal tempo della Rivoluzione Industriale. Molto più grave di quella del ’29, che si protrasse fino al 1933 e poi sfociò nella seconda guerra mondiale. La grande novità sta nel fatto che questa volta non si tratta di una crisi globale, ma specificamente occidentale. Infatti, in Asia, Africa ed America Latina molti paesi continuano a crescere a tassi sostenuti (dal 6% dei paesi sub sahariani al 10% della Cina, solo per fare degli esempi), mentre in Occidente la “crescita del Pil” è finita, con la sola eccezione della Germania che, stando agli ultimi dati, si sta spegnendo. In breve, se ci va bene Usa ed UE si stanno omologando al modello giapponese, un paese che non cresce più dal 1990 e mantiene un buono standard di vita grazie ad un poderoso indebitamento, il più grande del mondo : rapporto Debito/Pil pari al 200 per cento. Ma, oggi la strada dell’indebitamento infinito, che ha consentito alla popolazione giapponese di sopravvivere al disastro finanziario, non è sostenibile per gli Usa e la UE, semplicemente per il fatto che i paesi creditori (a cominciare dalla Cina) non sono più disponibili a continuare a comprare i titoli di stato dei paesi occidentali.

Da questo schematico scenario emerge una semplice verità: siamo di fronte ad una redistribuzione di ricchezza e potere tra l’Occidente ed il resto del mondo, in particolare a favore delle nuove potenze emergenti, i cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). La Cina, in particolare, è diventata la prima potenza industriale del mondo, il paese con il più grande surplus nella bilancia commerciale, ed il più grande mercato al mondo per i prodotti industriali (dall’auto agli elettrodomestici ai mezzi di comunicazione, ecc.).

Purtroppo, noi occidentali non siamo preparati ad affrontare questa nuova situazione. Siamo nati e pasciuti con l’idea della <<crescita infinita del Pil>> che stentiamo a guardare con lucidità a quello che ci sta accadendo. Non vogliamo arrenderci al fatto che una più equilibrata distribuzione della ricchezza a livello planetario sia giusta e necessaria, e continuiamo ad illuderci con le vecchie ricette ed il linguaggio del secolo scorso.   Abbiamo per trent’anni <<drogato>> l’economia reale con un immissione sconsiderata di dollari –grazie alla funzione di banca mondiale della Fed- abbiamo moltiplicato i nostri debiti – di imprese, famiglie e Stati- portandoli mediamente a tre volte il Pil, continuando a consumare ed inquinare senza ritegno. Ed adesso, il crac delle Borse, la sfiducia che colpisce i nostri titoli azionari, ci sbatte in faccia il nostro fallimento.

Di fronte al crac finanziario dell’autunno 2008 gli Stati occidentali hanno cercato di salvare Banche ed Istituti finanziari dal fallimento aumentando ancora il Debito Pubblico, convinti che col tempo tutto si sarebbe messo a posto. Invece, le Borse occidentali sono tornate a crollare questa estate e il panico ha colpito consumatori, imprenditori e risparmiatori. I governi occidentali, Usa ed UE, stanno cercando di rispondere al crac con una drastica riduzione del welfare e con la compressione dei salari, a partire dai dipendenti pubblici. E queste scelte di politica economica non potranno che fa aumentare la recessione. Ma, le popolazioni europee ( e domani nordamericane) non ci stanno: non capiscono perché debbono essere i lavoratori dipendenti o i pensionati a pagare i costi del fallimento finanziario. Da qui il moltiplicarsi di lotte sociali, rivolte anche violente e crisi di governi che erano all’apice del consenso (come nel caso di Zapatero e non solo).

Come è facilmente comprensibile, la Grande Recessione in Europa non colpisce tutti allo stesso modo. Sono in particolare i paesi del sud Europa quelli che stanno pagando di più questa crisi e dove più forti sono state finora le lotte/rivolte sociali.   E naturalmente, tra i paesi del sud Europa sono le aree marginali quelle che pagheranno ancora di più.   Sono le aree come il Mezzogiorno d’Italia che non hanno approfittato del tempo delle vacche grasse quelle che oggi si trovano nella più grande disperazione. Il caso calabrese è emblematico. L’aver mal utilizzato o non utilizzato i <<fondi strutturali europei >> per creare una struttura produttiva solida e diffusa ci porta oggi dritti al disastro sociale. L’aver permesso che la ricchezza regionale dipendesse per il 65% dalla spesa pubblica e dai “trasferimenti netti” dello Stato, ci pone oggi in una condizione di estrema debolezza di fronte al taglio drastico della spesa pubblica ed ai costi del federalismo fiscale .   Molti enti locali sono a rischio di fallimento , a cominciare dai Comuni, piccoli e grandi, con tutto quello che ne consegue in termini di servizi sociali e quindi di “qualità della vita”.

Cosa fare di fronte ad uno scenario realisticamente a tinte fosche ? Credo che la prima cosa è capire che nessuno si salva da solo. Cominciando dal livello macro : i governi dei paesi del sud Europa dovrebbe riunirsi per affrontare insieme la crisi del Debito Pubblico e fare fronte comune rispetto a Bruxelles. Se non sono capaci i governi perché i sindacati dei lavoratori non lo fanno, non propongono un grande incontro dell’Europa mediterranea per trovare una strada comune per rispondere ai tagli del welfare e dei diritti dei lavoratori ?   Ed anche a livello micro : perché le regioni del Mezzogiorno, al di là dei differenti colori politici, non si uniscono per trovare una piattaforma comune da presentare al governo ?   Se non lo fa la politica dovrebbero essere i rappresentanti dei lavoratori a prendere l’iniziativa, a riunire tutte le forze sociali ed istituzionali per tagliare gli sprechi, i privilegi, e valorizzare chi lavora e produce bene e servizi utili alla comunità.   Una grande, anche dura e dolorosa, opera di pulizia morale ed istituzionale, insieme alla promozione delle risorse intellettuali che sono ancora presenti su questa terra, ad un grande piano energetico ed ambientale, ad accordi di cooperazione con i consumatori del nord Italia per dare un “prezzo equo” ai nostri prodotti agricoli (come stanno facendo i Gruppi d’Acquisto Solidale ed la CTM di Bolzano), alla costruzione complessiva di una economia sostenibile sul piano sociale ed ambientale. Diciamolo con chiarezza: più che inseguire la chimera di Grandi Opere –spesso inquinanti e inutili- bisogna adoperarsi per un Grande Piano di piccole opere di recupero diffuse su tutto il territorio. L’edilizia bioenergetica, la messa in sicurezza delle nostre colline, la rete idrica da risanare, lo straordinario patrimonio archeologico da salvaguardare, ecc. costituiscono la base della ricostruzione di un “patrimonio comune” che è fondamentale per assicurare un futuro alle nuove generazioni. Il settore edile, rinnovato e ripensato, può rappresentare uno dei motori di questo processo.

Il collasso di questo modello di sviluppo lascia sul campo molte macerie: sul piano economico (imprese che chiudono), sociale (fine del welfare state), sul piano ambientale (dai rifiuti tossici alla cementificazione delle coste, ecc.).   Bisognerebbe ritrovare lo spirito che animò gli italiani dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dovremmo trovare quella voglia di ricostruire un paese “in macerie”, sul piano morale innanzitutto, con una rinnovata spinta positiva   verso una società più equa, più rispettosa della natura, meno stressata dalla corsa alla massimizzazione dei profitti, più forte sul piano della solidarietà e della cooperazione sociale.