Categoria: Ambiente e territorio

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Musei-bigiotteria, il falso mito.- di Salvatore Settis

Da almeno vent’anni non si fa che discorrere di “museo come impresa”. Si è diffusa la favola di musei che si auto-sostengono grazie a introiti di biglietteria e bigiotteria, attirano investimenti produttivi, prosperano sul mercato rendendo superfluo ogni finanziamento pubblico.

Si esaltano i musei americani, dimenticando che lì i privati non investono ma fanno donazioni, premiate da cospicue esenzioni fiscali. Sotto l’assalto del virus, questa rozza mitologia all’italiana va in briciole e la fragilità dei bilanci museali viene allo scoperto. È dunque il momento di ricordarci che il museo pubblico come istituzione è un’invenzione assai recente (il primo caso al mondo sono i Musei Capitolini, fondati nel 1734 da Clemente XII). E che tutto ciò che ha una data di nascita ha anche una data di scadenza. Anche l’istituzione-museo può morire.

Per ora i nostri musei potranno aprire solo con precauzioni eccezionali e per un pubblico ridotto e guardingo. Un rapporto della Rete delle istituzioni museali europee (NEMO, Network of European Museum Organisations) consente uno sguardo d’insieme sugli effetti del CoViD-19. Dei 650 musei considerati, distribuiti in 41 Paesi, il 92% sono chiusi, ma nei pochi rimasti aperti il numero dei visitatori è cresciuto. I musei delle zone più turistizzate registrano un drammatico crollo degli introiti. Hanno chiuso tutte le mostre temporanee in corso, e si è sospesa la programmazione di quelle previste fino a un bel pezzo del 2021.

Sono fermi molti progetti a lungo termine sulle collezioni permanenti, la manutenzione e aggiornamento delle architetture, le nuove infrastrutture. Il personale temporaneo è a rischio, i programmi gestiti da volontari sono sospesi. L’80% dello staff stabile svolge da casa una parte del lavoro, ma il limitato accesso alle collezioni incide negativamente sulla qualità della ricerca. In metà dei Paesi considerati è previsto un contributo pubblico straordinario per arginare l’emergenza, negli altri nulla. Il 70% dei musei si sono concentrati sulla presenza online e nei social, ma impegnandovi solo risorse esistenti, senza nuovi investimenti né staff dedicato; forte comunque la risposta del pubblico online, che in alcuni musei è cresciuto fino al 500%.

Per dirla in due parole: l’assenza, anche per pochi mesi, degli introiti di biglietteria genera una crisi fortissima anche nei musei più grandi e importanti. Da ogni parte si levano grida di disperazione: questo è a tutti gli effetti, ha detto il direttore di un grande museo, “un bagno di sangue”. Come lo si affronterà, secondo strategie diverse di Paese in Paese, vedremo. Ma è il caso di richiamare alcuni valori e problemi di fondo, che non sono polverose pignolerie d’archivio, anzi dovrebbero orientare l’analisi politica oggi e le azioni di rimedio domani.

Se oggi la caduta degli introiti mette in ginocchio un museo non ne siamo né sorpresi né scandalizzati. Lo consideriamo anzi normale, tanto è radicato il mito del museo-impresa che di introiti vive, puntando su caterve di turisti ed effimeri eventi blockbuster. Abbiamo dunque dimenticato un dato indubitabile di storia istituzionale: le collezioni museali non sono nate per vivere dei propri introiti. Altre crisi (pestilenze, guerre, disastri naturali) non ne hanno mai messo in dubbio, come oggi, la stessa esistenza.

La più gran parte dei nostri musei nascono da collezioni sovrane (i papi, i re di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, i duchi di Modena e di Parma…), create e alimentate come poderosi status symbol in una competizione di orizzonte europeo che proprio in Italia ebbe la sua origine. O da collezioni private di ecclesiastici, eruditi, nobili, ricchi borghesi…., trasmesse di generazione in generazione e di famiglia in famiglia. Per secoli, a nessuno venne in mente che quelle raccolte dovessero essere (come si dice oggi, ma non si diceva allora) “aperte al pubblico”. Vi accedevano pochi privilegiati di alto rango, o anche artisti ed eruditi con le debite entrature. Quando nacquero i Musei Capitolini nel 1734 non c’era a Parigi nessun museo pubblico, e il British Museum sorse a Londra nel 1759 con raccolte insignificanti.

Il passaggio dalle collezioni sovrane o private al museo pubblico fu l’effetto di un doppio processo: da un lato l’idea che la frequentazione delle opere d’arte avesse effetti benefici sulle manifatture e più in generale sulla cultura, dall’altro – dopo la Rivoluzione francese – il trasferimento della sovranità dal Re al popolo, che diventava l’erede del sovrano spodestato o affiancato dai Parlamenti. Nella stessa Roma il primo museo fu legato al Campidoglio, luogo di governo della città, e le enormi collezioni sovrane dei Papi al Vaticano cominciarono ad aprirsi al pubblico solo nel 1771. Comuni e Province, dopo l’Unità d’Italia, divennero i principali luoghi di aggregazione, accogliendo opere d’arte da enti ecclesiastici soppressi o famiglie locali di buon censo.

Nei governi e nei Parlamenti sempre si discusse e si combatté sul se, e come, e quanto lo Stato dovesse spendere per i musei, ma a nessuno venne mai in mente di subordinarne la stessa esistenza alla capacità di autofinanziarsi con un frenetico mostrismo e un numero sempre più alto di visitatori. Quando armate di invasori (i francesi a fine Settecento, i tedeschi nella Seconda guerra mondiale) depredarono i nostri musei, chi combatté per le restituzioni (per dire, Canova dopo il 1815) non lo fece in nome del museo-impresa, ma di un generale beneficio dei cittadini. Per questo, e non per amor di cassa, eroici Soprintendenti nascosero migliaia di opere d’arte durante la guerra sottraendole a bombe e razzie. Per questo, e non perché pensassero a sbigliettare, i Costituenti scolpirono tra i principi fondamentali dello Stato l’art. 9 (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fronteggiamo oggi un’eccezionale emergenza, e ogni idea per uscirne è benvenuta (anche usare i musei come aule scolastiche, come ha proposto in queste pagine Tomaso Montanari). Ma nulla salverà l’istituzione-museo da un fatale declino, che proprio come il virus ucciderà per primi i più deboli (i musei piccoli), se non sapremo gettare sul tavolo una domanda più radicale: a che cosa “serve” il museo del futuro? Dobbiamo investirvi in vista di un ritorno economico, o di un più vasto e vario beneficio della nostra comunità?

Il “modello Italia” della tutela ha messo a punto nel corso dei secoli tre caratteristiche essenziali: la concezione del patrimonio culturale come un insieme organico legato al territorio e ai paesaggi; l’idea che il patrimonio nel suo complesso alimenta la coscienza civile, la solidarietà sociale e il concreto impegno produttivo dei cittadini; infine, la centralità del patrimonio artistico (non meno dell’istruzione, della sanità e della ricerca) nelle strategie di gestione dello Stato. Principi e temi, questi, che oggi più che mai dovrebbero ispirare non solo il governo, ma noi tutti. Tutti saremo infatti corresponsabili del disastro, se non riusciremo a provocare una riflessione istituzionale, un’inversione di tendenza.

Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 12 maggio 2020

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare.-di Piero Bevilacqua

Per chi segue la letteratura sul riscaldamento climatico è difficile trarre interesse da qualche nuovo testo che non riveli clamorose novità. Tuttavia, pur essendo privo di notizie eclatanti, il saggio di Angelo Tartaglia, Il riscaldamento climatico. Lettera di un fisico alla politica, (Edizioni Gruppo Abele. pp. 97, euro 7,99) si legge d’un fiato. E per più ragioni.

A cominciare dalla tonalità media, cordiale, del ragionare – il saggio ha la forma di una missiva al presidente del Consiglio – per continuare con la nitidezza della scrittura, che non indulge nel tecnicismo o nell’ostentazione di oscure formule matematiche, per finire con la sua finalità politica di fondo: mostrare, smontando una a una tutte le retoriche correnti, che oggi nulla si sta facendo in Italia e nel mondo per contrastare l’avanzare del riscaldamento globale.

Tartaglia, non disdegna di spiegare al lettore anche le cose all’apparenza ovvie, ma che tali non sono, e che vanno chiarite, altrimenti non si comprende la gravità dei fenomeni. Il «problema – ricorda – non è il cambiamento in sé, ma la rapidità con cui avviene e di conseguenza la frequenza dei fenomeni “anomali” che lo accompagnano».

E infatti l’opinione corrente si ferma all’innalzamento della temperatura media – che peraltro si svolge in modo disuguale nelle varie aree del pianeta – mentre minacciosi sono gli effetti collaterali: scioglimento dei ghiacciai, incremento imprevedibile della temperatura dei mari, loro innalzamento e sommersione delle aree costiere, alternanza caotica di siccità e inondazioni, shock imprevedibili ad animali e piante.

L’AUTORE CHIARISCE SUBITO, in modo lapidario quale sia la causa di tutto: «Tutti noi siamo parte di un sistema socioeconomico globale che per funzionare ha un grande bisogno di energia. Oggi, l’81% di quell’energia (aggiungendo le biomasse arriviamo al 91%) è ottenuto mediante processi di combustione». Dunque non è questo o quell’eccesso di sfruttamento o di economia estrattiva a generare il mutamento in atto, ma l’intero assetto mondiale della produzione e del consumo. E questo è necessario stabilirlo, perché l’opinione pubblica non venga ingannata dal ceto politico con i soliti pannicelli caldi di qualche pannello solare in più.

Per non lasciare alcuno scampo ai minimalisti, Tartaglia ricorda anche quello che avviene in settori in cui all’apparenza sono meno rilevanti i processi di combustione, ad esempio in un ambito vitale dell’economia planetaria, l’agricoltura: «la nostra agricoltura impostata su un sistematico uso di fertilizzanti chimici porta a una progressiva riduzione del contenuto organico nel suolo e il carbonio che non resta nel terreno si ritrova nell’atmosfera.

Nelle grandi pianure americane lo spessore dello strato organico nel terreno si misurava, nell’800, in metri, oggi in centimetri. E qualcosa di simile avviene anche nella pianura padana». L’economia capitalistica brucia il patrimonio di biomasse accumulato in milioni di anni nel sottosuolo, altera il clima, ma libera anche CO2 dal suolo isterilendo lo strato da cui inizia la vita.

UN PREGIO DI QUESTO SAGGIO è l’intelligenza politica che sorregge ogni sua pagina e che lo rende particolarmente efficace. Non è solito trovare negli scritti degli scienziati (se è per questo anche degli storici, soprattutto italiani) il garbo, l’ironia, la costante attenzione alla comunicabilità del messaggio. Il tutto indirizzato a demolire uno dopo l’altro i pregiudizi e le menzogne con cui i poteri dominanti continuano a condurre l’economia globale. Tartaglia fa giustizia, con argomentazioni scientifiche, della superstizione secondo cui l’innovazione ci salverà.

I limiti invalicabili della natura non consentono facili scorciatoie. Allo stesso tempo chiede al presidente del Consiglio, per esempio, di fronte alla imponente campagna mondiale di trivellazioni da parte dell’ Eni, industria di stato, che contributo si dia al contenimento dei gas serra. Quando secondo gli scienziati occorrerebbe che l’80% dei carburanti fossili rimanesse nel sottosuolo per conseguire gli obiettivi.

Ma dalla critica di Tartaglia esce a pezzi uno dei miti della nostra classe dirigente, priva di ogni visione e creatività: le grandi opere, che appaiono, dati alla mano, grandi divoratori di energia. Senza dire che il consumo di suolo continua in Italia al ritmo di 2metri quadrati al secondo (51 km2 nel 2108)

IN VERITÀ, tutto continua come prima. Eppure molte cose potrebbero essere realizzate per invertire la tendenza. Tartaglia non è avaro di consigli. Ma la logica dominante è riparare, quel che si rompe, non prevenire. Così, se non li fermiamo, la festa continuerà, salvo parentesi pandemiche, fino alla catastrofe.

da “il Manifesto”, 12 maggio 2020

Foto di Kessa da Pixabay

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

Il vero virus è la città-prigione.- di Salvatore Settis

L’emergenza creata dal rapido diffondersi del Covid-19 non sarebbe così minacciosa se non si innestasse su un tessuto planetario ormai determinato dall’indiscriminata espansione delle città: perché è in città – specialmente nelle più grandi – che il contagio è più facile e veloce, la mortalità più alta, le strategie di contenimento più ardue.

A metà Ottocento solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città, oggi questo valore ha raggiunto il 56% e si avvia a superare il 70% entro i prossimi vent’anni. La città si allarga in estensione (urban sprawl) e in altezza (vertical sprawl) e lo fa con più velocità e intensità in Asia e in Africa, specialmente dove manca un “centro storico”, o dove (come in Cina) si è spesso deciso di distruggerlo, magari lasciandone qualche residuo fossile, più simile a un theme park che a una città.

Spesso l’urbanizzazione contribuisce all’impoverimento di chi, trasferendosi in città, si aspetterebbe una vita migliore: già oggi un miliardo di esseri umani vivono in bidonville che di città non meritano nemmeno il nome. Fra la megalopoli e la baraccopoli si è venuta a creare una perversa contiguità.

L’emergenza virus ci costringe a riconsiderare questi sviluppi, a cominciare dal rapporto fra città e campagna. Intanto il più intelligente e visionario cantore della forma urbana contemporanea, Rem Koolhaas (autore nel 1978 del mirabile Delirious New York), è diventato un fervente apostolo della campagna. Ma anche la sua grande mostra (Countryside. A Report), aperta il 20 febbraio 2020 al Guggenheim Museum di New York, ha dovuto presto chiudere (come tutto il museo) a seguito delle misure antivirus.

“Oggi la campagna sfugge in gran parte al (nostro) radar, è un regno sconosciuto” scrive Koolhaas nella pagina di apertura del catalogo. E continua: “Per molto tempo, dall’Urss agli Usa del New Deal, ai Paesi europei, alla Cina di Mao la dialettica fra città e campagna fu essenziale per definire il significato dell’una e dell’altra, mentre oggi non abbiamo più né una dialettica né una vera definizione.

[…] Tutto il periodo dal 1991 in poi, è stato invece caratterizzato dalla compiaciuta convinzione che una sola versione della civiltà – metropolitana, capitalistica, agnostica, occidentale – sarebbe rimasta, forse per sempre, il solo modello per lo sviluppo del mondo. Ma questo modello ignorava trasformazioni radicali nel Medio Oriente, in Africa, Asia, e trascurava totalmente il cambiamento climatico e l’ambiente.

[…] Viviamo entro una prigione che abbiamo imposto a noi stessi, quella dello spazio urbano, cercando di nasconderci che dalla vita urbana non c’è da aspettarsi più nulla. […] Ma davvero ci stiamo indirizzando verso un risultato assurdo, in cui la vasta maggioranza dell’umanità debba vivere sul 2% della superficie terrestre, superpopolata dagli spazi propriamente urbani, mentre il restante 98 sarebbe riservato a un quinto dell’umanità, al servizio di chi vive in città?

[…] In questo 2020, due sfide emergono in modo lampante: dobbiamo mettere in discussione l’inevitabilità dell’Urbanizzazione Totale, e la campagna dev’essere riscoperta come un luogo dove potersi trasferire per restare vivi: una nuova, gioiosa presenza umana deve rianimarla con nuova immaginazione. […] Può essere il punto di partenza per vivere in un mondo migliore”.

La ricomposizione dell’originaria unità città-campagna (configurata dalla nostra Costituzione nell’endiadi paesaggio-patrimonio storico e artistico) richiede la piena coscienza della loro necessaria complementarietà e il ripristino, fra l’una e l’altra, di confini chiari alla mente, ma anche fisicamente percepibili. Questa è dunque una possibile strategia per immaginare il nostro futuro.

Intanto, sotto la pressione del contagio anche le nostre città, svuotate dalle misure di contenimento del Covid-19, sono diventate “un regno sconosciuto”. E in questo regno dove ci aggiriamo guardinghi non è solo la nostra salute o la nostra vita a esser messa in forse, lo sono anche i nostri diritti costituzionali. Senza dimenticare che l’emergenza che stiamo affrontando sarebbe assai meno drammatica se solo non si fossero fatti sui fondi destinati alla sanità tagli drastici e sconsiderati.

Secondo i conti pubblici territoriali messi a punto dall’Agenzia per la Coesione territoriale che opera presso la Presidenza del Consiglio, gli investimenti pubblici in sanità, pari a 3,4 miliardi di euro nel 2010, da allora non hanno fatto che calare, fino a 1,4 miliardi nel 2017, una cifra del 60% più bassa. Il disinvestimento, poi, è ancor più preoccupante, perché comporta gravissimi squilibri fra le varie regioni d’Italia, con una concentrazione degli investimenti nelle regioni del Centro-nord.

È necessaria, dunque, una domanda ancor più radicale: la segmentazione regionale del SSN (Servizio sanitario nazionale) non va forse in senso opposto all’articolo 32 della Costituzione, nel quale si prescrive che il diritto alla salute abbia un identico livello in tutta Italia? E quando lo stesso articolo 32 parla di “interesse della collettività”, parla forse delle separate collettività di ciascuna regione o non intende riferirsi a una sola collettività, quella di chi abita l’Italia intera? Ma assai più importante è pensare al futuro: ripristinare un adeguato livello di investimenti in sanità, puntare sulla prevenzione, ridare piena dignità alla salute di tutti in quanto parte essenziale della dignità della persona umana consacrata dalla Costituzione.

Anche perché la morsa del contagio rende più che mai evidente che nessun essere umano è un’isola non solo dal punto di vista affettivo, ma anche per la propria fisicità e corporeità, a cui solo la morte pone fine. Nessuno al mondo è oggi in condizione di prevedere il decorso della pandemia. Dato e non concesso che in Italia la curva del contagio cominci a scendere in modo significativo e che sia possibile tornare alle nostre attività lavorative, che cosa ci assicura che non vi saranno altre esplosioni del contagio nei prossimi sei, dodici o diciotto mesi?

Il sollievo che proveremo alla fine delle “zone rosse” ci farà dimenticare tutto, tornando alla condizione di beata (o stolta) incoscienza che ci ha fatto subire senza fiatare la riduzione dei finanziamenti di settore? Ma se vogliamo davvero adottare uno sguardo lungimirante (dal quale troppo spesso rifugge una politique politicienne prigioniera di orizzonti temporali assai corti) la decisiva misura contro le pandemie del futuro è ripensare la forma della città, il suo rapporto con la campagna.

Arrestare la cementificazione dei suoli agricoli, governare la crescita urbana anche mediante misurate azioni di riciclo (o anche abbattimento) di edifici abbandonati, contrastare il diffondersi dei ghetti urbani mediante accorte politiche dell’abitare, scoraggiare il moltiplicarsi di quartieri o edifici superaffollati, privilegiare la diversità urbana e le caratteristiche uniche dei centri storici, tutelare l’ambiente e il paesaggio storico come pegno vivente di una vita urbana che non intenda divorziare dalla natura.

È su temi come questi che dovremmo, fuori dall’emergenza e pensando al futuro, concentrare la nostra mente e la nostra discussione. Come gli ateniesi a cui parlava Pericle, se dall’esperienza della pandemia ci verrà una qualche saggezza, dovremo saper “giudicare delle cose di generale interesse ponderandole nel nostro animo e discutendone collegialmente; infatti, il dibattito è necessario per meglio formarsi un’opinione prima di decidere il da farsi”.

da “il Fatto Quotidiano”, 7 maggio 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Le barche e la salute dei calabresi.-di Battista Sangineto

Il presidente Santelli ha emanato, nel corso della tarda serata di mercoledì, un’ordinanza che, a dispetto dei suoi precedenti proclami e provvedimenti reclusorî, riapre a moltissime attività e a molti spostamenti, in barba alle raccomandazioni degli epidemiologi e in spregio alle norme del DPCM.

Quello stesso Presidente che non ha ancora detto ai calabresi: quanti posti di terapia intensiva in più sono stati approntati, rispetto ai poco più di 100 che erano presenti sul territorio regionale all’inizio della pandemia; quanti guariti ci sono per ricoverati; quanti e quali D(ispositivi) p(rotezione) i(ndividuale) sono stati distribuiti ai medici e agli infermieri degli Ospedali e, soprattutto, ai medici di base nel territorio; quanti e quali, con esattezza, Ospedali sono stati dedicati alla cura del Covid-19, in Calabria; se sono state previste squadre sanitarie che si occupano dei malati a domicilio ; se sono state disposte ispezioni in tutte le RSA convenzionate con la Regione; se e quale strategia (di categoria, geografica, sociologica, demografica etc.) è stata seguita per i tamponi e per l’esame sierologico.

Il Presidente che aveva negato con tutte le forze il ritorno, fino a ieri, dei calabresi che studiavano o che lavoravano in altre regioni, nella notte di mercoledì ha emanato una ordinanza con la quale si è premurata che, con i primi due articoli del provvedimento, fossero consentiti gli sport extra-comunali e gli spostamenti per raggiungere le imbarcazioni di proprietà (da diporto) da sottoporre a manutenzione e riparazione, ma, per carità, una sola volta al giorno.

Con i rimanenti articoli, invece, dà il via libera all’apertura di bar, pasticcerie, pizzerie e ristoranti che servano all’aperto e di tutti i negozi di fiori e sementi, anche ambulanti. I calabresi, dunque, avranno la possibilità di mangiare una pizza all’aperto, magari dopo aver passato un paio di mani di antivegetativo alla carena della barca e comprato un mazzo di fiori alle fidanzate che non vedevano un paio di mesi. Non potranno, però, fare un’ecografia e le analisi del sangue in un laboratorio o farsi operare d’ernia addominale in una clinica, perché l’attività degli Ospedali è limitata alle urgenze indifferibili.

L’ordinanza della Santelli e l’occupazione del Senato da parte dei leghisti fanno parte, è evidente, di una ben orchestrata manovra politica tesa a mettere in crisi l’azione del Governo in uno dei momenti più difficili del nostro Paese, dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

Jole Santelli avrebbe dovuto, e dovrebbe, occuparsi di intervenire sulle disastrose condizioni in cui versa la Sanità calabrese, predisponendo piani sanitari, implementando le scarsissime dotazioni, strutturali e di personale sanitario, dei nostri Ospedali e della medicina del territorio per affrontare, con meno terrore, il lungo periodo nel quale dovremo convivere con il virus, invece di compiere spericolate fughe in avanti con una del tutto improvvida riapertura.

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

Riabitare l’Italia, o della Questione italiana di Sandro Abruzzese

Riabitare l’Italia, o della Questione italiana di Sandro Abruzzese

 Riabitare l’Italia, Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli 2018), è un libro che ha diversi pregi, ne sottolineo qui, per cominciare, due: un consuntivo dettagliato di anni di studi e ricerche multidisciplinari sull’argomento; l’attenzione a un altro modo di guardare la penisola che indica delle possibilità e delle strade concrete in termini di strategia della politica nazionale sui territori e di rapporti con le istituzioni locali.

Come scrive nell’introduzione il curatore Antonio De Rossi, attraverso l’inversione dello sguardo, il libro tenta di restituire una rappresentazione dell’Italia vista dai margini molto più profonda e veritiera della versione mediatica del Paese. Una prospettiva che innanzitutto vuol dire non fermarsi alla classica dicotomia nord-sud, per fotografare, come sottolineato da Cersosimo nel primo capitolo, un’Italia dei vuoti e dei pieni, fatta di varietà incredibili ma anche di divari abnormi, in cui la dimensione demografica, per esempio, svela l’incidenza delle cosiddette risorse umane sullo sviluppo: i territori che attraggono maggiormente giovani laureati nella fascia 25-39 anni segnano un fattore determinante nella crescita e nello sviluppo di un territorio. Basti dire, per dare una cifra, che “la percentuale di cittadini laureati sotto i 40 anni nella provincia di Bologna, Firenze, Triste e Milano è più del doppio dell’analoga incidenza che si riscontra nelle province di Imperia e Barletta-Andria-Trani”.

Tra l’Italia dei pieni e dei vuoti, dunque, cambia anche la dimensione economica e sociale, motivo per cui nelle aree vuote o semivuote (spesso relative al centro-sud, ma non solo) è più rischioso fare impresa, i servizi e le infrastrutture sono assenti o scadenti, insomma lo svantaggio di partenza per il cittadino come per l’attore economico si fa addirittura schiacciante. In questa situazione l’attuazione della Costituzione e i diritti di cittadinanza restano mero proposito astratto, si vive in assenza di equità, le persone sono legate alla lotteria del luogo di nascita, ricorda Cersosimo, e il divario sociale di questa Italia mostra un’asimmetria inaccettabile.

 

Se poi si tiene conto della varietà italiana, ecco che, sottolineano Carrosio e Faccini, alla natura policentrica del territorio italiano dovrebbe rispondere un’implementazione dei servizi di base: un piano per incidere sulla qualità della vita attraverso un innalzamento dei livelli di inclusione sociale. L’Italia interna, per intenderci, è un’area che racchiude all’incirca il 60 per cento del territorio italiano e il 52 per cento dei comuni. Questo vuol dire che 13 milioni di abitanti, prevalentemente delle zone alpine e appenniniche, hanno meno opportunità e servizi (occupazione, reddito medio, mobilità). La conseguenza è lo spopolamento e l’abbandono del territorio, che non vuol dire solo perdita della superficie agricola, bensì dissesto idrogeologico (si veda il capitolo di Piero Bevilacqua all’interno del volume), contrazione demografica, sottoutilizzo o degrado del patrimonio edilizio pubblico e privato, e nel lungo periodo impoverimento generale della popolazione.

 

Occorrono, lo ribadisce da tempo il gruppo riunito da Fabrizio Barca intorno alla Strategia nazionale per le aree interne, politiche orientate ai luoghi e livelli essenziali di cittadinanza. Dopodiché occorrerà lavorare sul ruolo “scardinatore” delle istituzioni centrali, che devono aprire e emancipare le elites locali, spesso chiuse nei privilegi delle loro prerogative. Si tratta di veri e propri “soggetti propulsori” da attivare sui luoghi, per dirla con Bonomi, che vengano coadiuvati dalla rigenerazione della rappresentanza e attraverso il rapporto con le istituzioni centrali.

Riabitare l’Italia, quindi, ha l’indiscutibile merito di riportare al centro del discorso elementi di solito relegati “nella penombra del discorso mediatico”. Il fatto è che si impoverisce una popolazione non solo per via dell’inarrestabile e antico esodo rurale e poi intellettuale, ma per la perdita del patrimonio storico, del saper fare artigianale, della qualità e specificità delle risorse primarie. Insomma, se ripopolare e riabitare nella sinergia tra nuove tecnologie e vecchi saperi è una strada, l’altra parte della medaglia, di cui nessuno o quasi vuole parlare, è la decompressione delle aree massicciamente urbanizzate, per ridisegnare il territorio secondo un assetto più equilibrato e sostenibile. Il punto poi, dicono esplicitamente Lanzani e Curci, è la quasi completa assenza di una politica nazionale e regionale che abbia la capacità di guardare al tutto, e non solo a settori specifici, per altro sempre slegati e miopemente parcellizzati.

In conclusione, rimandando ai numerosi contributi interni, tra cui Clemente, Bevilacqua, Sacco, solo per citarne alcuni, è opportuno sottolineare che l’Italia fragile, dei pieni e vuoti, produce anche sradicamento, migrazioni, sdoppiamenti, gemmazioni, nostalgia (si veda il capitolo di Teti), e con esse una sostanziale continua richiesta di ri-appaesamento, e che questi stati d’animo portano parte della cittadinanza al rancore, al voto anti-sistema, al nazionalismo di stampo etnico, alla rabbia dei cosiddeti luoghi dimenticati, a cui la politica nazionale pare rispondere – prova ne è la questione degli sbarchi nel Mediterraneo – con un sostanziale populismo xenofobo più o meno bipartisan.

 

Allora, sebbene sia auspicabile una riterritorializzazione della politica in grado di calarsi nelle diversità e articolarsi sulla storia dei luoghi, come ricorda Clemente, questo non può passare che per una parallela politica di omogeneizzazione dei livelli socio-economici e culturali del Paese: base e ossatura della nazione. Solo la ricomposizione o almeno l’attenuazione dello squilibrio italiano, rimettendo al centro la Costituzione, potrà assopire le istanze pseudo-identitarie, gli egoismi regionali, il degrado inarrestabile del linguaggio e della proposta politica della classe dirigente nostrana, di cui è esempio lampante il tentativo di secessione mascherata dell’attuale locomotiva economica del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), chiamata autonomia differenziata.

In definitiva, se si è guardato all’Italia sempre dal punto di vista urbano, una maggiore reciprocità prospettica, o, come dice Clemente citando Adorno, il centro visto dalla periferia, porta alla costruzione di una rete che per natura è policentrica e plurale. Si tratta di edificare il corpo democratico di un Paese e questo non può che darsi con un New deal dell’inclusione e della partecipazione, senza più margini né dimenticanze o veri e propri deliberati abbandoni.

 

Sandro Abruzzese

“I migranti nelle case vuote della Piana” Assemblea venerdì 1 febbraio nel Comune di San Ferdinando

“I migranti nelle case vuote della Piana” Assemblea venerdì 1 febbraio nel Comune di San Ferdinando

Continua e si intensifica la preparazione dell’assemblea di abitanti e lavoratori della Piana di Gioia Tauro prevista presso la Sala Consiliare del Comune di S. Ferdinando, venerdì 1 febbraio, alle ore 16.30, per la costituzione del “Comitato per il riutilizzo delle case vuote della Piana da parte dei lavoratori locali e migranti”.

L’iniziativa, promossa da operatori sociali e tecnici, insieme ad Alex Zanotelli e Domenico Lucano, intende favorire la formazione di un attore sociale, tecnico e culturale, che faciliti risposte al grande disagio abitativo esistente nella Piana di Gioia Tauro; particolarmente assurdo e paradossale in una realtà che presenta decine di migliaia di abitazioni vuote ed inutilizzate. In linea con quanto avviene in tutta la regione Calabria, dove le case vuote superano le 450 mila, nonché nella stessa città metropolitana di Reggio dove se ne contano più di 180 mila. Un enorme spreco economico e ambientale che lascia un bene come la casa all’abbandono e al degrado. Rendendo particolarmente inaccettabili le condizioni di migliaia di lavoratori, calabresi e migranti, che in zona dimorano in situazioni di forte precarietà e insicurezza.

Il riutilizzo del bene casa è diventato un’urgenza a cui è necessario provvedere; compiendo tra l’altro operazioni di pubblica utilità per l’intera Piana di Gioia Tauro. A questo proposito la Regione Calabria in questi giorni ha ribadito di avere riservato e finalizzato opportune risorse finanziarie per tali azioni di recupero sociale delle case inutilizzate e invita i comuni interessati ad attrezzarsi per usufruirne.

Il comitato che si costituirà a S. Ferdinando intende appunto svolgere un’azione di stimolo ma anche di ausilio per le amministrazioni locali. All’iniziativa stanno aderendo molte associazioni e movimenti sociali, sindacali, culturali e ambientalisti. All’assemblea è prevista la partecipazione, oltre che di dette organizzazioni, della Regione Calabria, della Città Metropolitana, di Sindaci e Amministratori della Piana, nonché degli stessi Zanotelli e Lucano.

Appuntamento presso il Comune di S. Ferdinando, 1 febbraio, alle ore 16.30.

 

…..e anche le badanti lasciano il Sud di Tonino Perna

…..e anche le badanti lasciano il Sud di Tonino Perna

 C’è un fenomeno sociale poco conosciuto e sottovalutato che rappresenta una possibile chiave di lettura della situazione drammatica che vive il Mezzogiorno oggi. Non lo troverete nelle statistiche, così come non trovate il dato reale dell’emigrazione giovanile: Svimez, Istat ecc. registrano solo i cambiamenti di residenza quando è noto che la gran parte dei giovani in fuga dal Sud cambiano la residenza dopo molti anni che hanno abbandonato la terra d’origine. In questo caso ci riferiamo al movimento lento, ma costante, ad un fuga che avviene fuori dai riflettori dei mass media: le badanti straniere stanno lasciando la gran parte delle città meridionali per recarsi al Nord.

Chi sono queste badanti straniere di cui nessuno parla? Secondo stime credibili ammontano a circa 1,2 milioni di persone, per la stragrande maggioranza donne, anche se esistono badanti maschi, soprattutto per funzioni secondarie (come dog-sitter). In grandissima maggioranza provengono dai paesi dell’est – rumene, ucraine, georgiane, moldave, ecc.- ma anche dalle Filippine e, in misura minore, da qualche altro paese asiatico (come il Bangladesh) o dell’America Latina (Equador soprattutto). Sono veramente rari i casi di badanti dell’Africa Sub-sahariana, per diversi motivi, non ultimo il colore della pelle. Sono un esercito silenzioso, che vive nell’ombra, stanno 24 ore su 24 nelle case delle persone anziane (per lo più non autosufficienti) ed hanno diritto per contratto a sole due uscite a settimana, il pomeriggio dalle 15 alle 20. Senza di loro sarebbero saltati molti equilibri familiari e centinaia di migliaia di anziani non autosufficienti sarebbero finiti in ospizi o abbandonati, dato che la maggior parte delle famiglie non dispone di un reddito tale da mantenerli in centri per anziani adeguati.

Nel Mezzogiorno fino a pochi anni fa le badanti straniere erano circa 400-450mila, una percentuale, rispetto alla popolazione, leggermente superiore a quella del Nord. Molteplici i motivi: la carenza di centri per anziani convenzionati con le Regioni, una sorta di “riprovazione sociale” rispetto all’allontanamento del genitore dalla sua abitazione, la facilità con cui, fino a qualche anno fa, si trovavano badanti straniere che accettavano di lavorare per pochi soldi e senza essere registrate.

Negli ultimi anni la situazione sta rapidamente cambiando: molti stranieri provenienti dall’est europeo stanno tornando a casa, soprattutto giovani che hanno messo da parte un po’ di denaro risparmiato, ma anche donne che facevano le badanti. Hanno iniziato otto anni fa i polacchi, seguiti dai rumeni e dagli albanesi, per cui si sta riducendo l’offerta di “serve” a tempo pieno. Il peggioramento della situazione economica italiana e il relativo miglioramento nei paesi d’origine fa sì che questi andamenti continueranno nei prossimi anni. Ma, mentre nel Nord Italia la risposta è stata quella di aumentare il salario delle badanti, al Sud non ci sono state variazioni di rilievo a livello di retribuzioni e di condizioni di lavoro: 600-700 euro al mese contro le 900-1000 delle grandi città del Nord Italia.

Pertanto le badanti straniere se ne vanno via dal Mezzogiorno e vengono sostituite solo parzialmente dalla forza-lavoro locale, in quanto è difficile trovare una donna meridionale che si sacrifichi tutto il giorno e che rimanga costantemente la notte a casa di un estraneo. Avveniva una volta, quando le giovanissime figlie dei contadini venivano mandate presso le case dei “Gnuri” per svolgere questo ruolo, ed in cambio quando diventavano adulte veniva loro regalato un corredo matrimoniale. Dagli anni ’60 del secolo scorso questa tradizione servile è finita, per fortuna, e le donne meridionali non sono più disponibili a questi lavori servili, in cui sei a disposizione del padrone/a giorno e notte.

Se questo trend verrà confermato gli anziani appartenenti al ceto medio meridionale, che è il più colpito dall’emigrazione dei figli, si troveranno in una condizione grave di abbandono e desolazione. Una situazione che ci porta a fare alcune riflessioni e proposte per i prossimi anni.

Innanzitutto è chiaro, anche nel Sud del “familismo amorale” come l’aveva definito Banfield, la famiglia allargata è scomparsa da tempo (rimangono delle testimonianze nelle aree interne) e quella nucleare è entrata in una crisi profonda. L’emigrazione di massa ha accelerato questi processi e ora ci porta di fronte a delle scelte ineludibili: o si trovano nuove strade per il welfare che organizzi dei servizi collettivi adeguati o lasceremo una gran parte della popolazione. Gli anziani soli e abbandonati che hanno una pensione dignitosa potranno seguire i figli che sono emigrati, per gli altri non ci resta che piangere. Salvo che i corpi intermedi della società meridionale non reagiscano, a partire dai sindacati che dai pensionati ricevono il maggior contributo economico, e si costruisca un’altra struttura di welfare adeguata ai nuovi bisogni.

 

Se la priorità è la questione settentrionale di Gianfranco Viesti

Se la priorità è la questione settentrionale di Gianfranco Viesti

La questione settentrionale pare la prima, forse l’unica, priorità del paese. Più vicende sembrano giustificare questa impressione. C’è la questione dell’autonomia delle regioni del Nord, in questi giorni sotto traccia ma pronta a scoppiare quando il Governo mostrerà le carte e se ne potranno capire tutte le conseguenze negative per il resto del paese. C’è la rappresentazione insistita del disagio “del Nord” per alcune delle misure di politica economica, con le iniziative delle associazioni territoriali e l’immagine del “Partito del PIL” che rappresenterebbe l’Italia che si dà da fare, lavora, investe e contesta l’”assistenzialismo”; e sta tutta ad una certa latitudine. C’è, naturalmente, l’azione politica della Lega, che rimane un partito che ha molto più a cuore gli interessi dei suoi tradizionali territori di insediamento rispetto al resto del paese, e che interviene su ogni misura per assicurarsi che il suo impatto territoriale sia favorevole; a fronte di un Movimento 5 Stelle che non sta certamente usando i moltissimi voti raccolti al Sud alle ultime elezioni per controbilanciare queste tendenze.

E c’è la vicenda dalla TAV Torino-Lione. Che certo balza all’attenzione delle cronache per i contrasti nel governo. Ma che assume una valenza prioritaria proprio perché viene vista e presentata come un’opera del Nord e per il Nord. Prova ne è l’idea del referendum, da attivare nel caso il governo decida negativamente sull’opera. Il Presidente della Regione Piemonte ha dichiarato “chiederò al Consiglio regionale di indire un referendum consultivo. Se lo riterranno, potranno unirsi i colleghi di Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta, e Liguria, in modo da avere una giornata in cui tutto il Nord Italia si pronunci sulla Tav”. Subito sostenuto dal Presidente della Lombardia, così come dallo stesso Vicepresidente del Consiglio Salvini.

Curioso no? Specie se si considera che il costo della TAV verrebbe comunque sopportato da tutti i contribuenti italiani, e non solo da quelli del Nord. Ma l’eventuale potere di decidere sulla realizzazione dell’opera – a spese di tutti – starebbe solo a loro. Forse perché sono più seri, più capaci: non è chiaro. Un tempo le classi dirigenti italiane sostenevano che i valichi alpini erano della grandi opere di valenza nazionale, certamente non locale: per mettere in collegamento l’intero paese con il resto dell’Europa. Per permettere alle merci di risalire la penisola, ancor più a partire dalle aree più lontane dalle Alpi, e trovare sbocchi di mercato nelle grandi economie continentali. Per permettere ai passeggeri di poter viaggiare attraverso tutto il Continente. Come i grandi porti del Mediterraneo. Argomenti che sembrano appartenere ad un’altra era politico-culturale.

D’altronde non sono questioni nuove. Se si compara la mappa dell’alta velocità ferroviaria italiana con quella spagnola, francese, tedesca balza subito all’occhio una fondamentale diversità. In Spagna e in Francia le reti disegnano sostanzialmente una grande raggera, che parte dalla capitale e copre tutto il paese; in Germania un disegno molto fitto, che collega tute le città, a Nord e a Sud, ed Est e a Ovest. Solo in Italia ha la forma di una T: un asse verticale che sale da Napoli a Milano, e un asse orizzontale, in completamento, da Torino a Venezia. Tutto ciò che è a Sud di Napoli, o ad Oriente dell’Appennino, non conta. E la priorità è completare i collegamenti verso il Veneto (per un risparmio di tempi modesto, ad un costo molto alto), e verso Genova. Quest’ultima decisione assai opportuna, per collegare una città in gravissima difficoltà. Ma che non vale per tante altre città del paese: perché, non sono nell’Italia “seria”, quella di serie A. Senza parlare naturalmente dell’Italia – da questo punto di vista – di serie C: dove servono sei ore per andare da Ragusa ad Agrigento e quattro per andare da Cagliari ad Olbia.

Sembra che lo sguardo di una parte rilevante delle classi dirigenti politico-economiche del Nord (ben al di là del perimetro leghista) si sia decisamente accorciato. Interessa e conta solo ciò che si fa qui: siano le Olimpiadi invernali o lo Human Technopole o la Torino-Lione. Posizione assai miope, sia consentito dirlo. Non solo per motivi di equità, ma anche di efficienza. Se non si rilancia l’intero paese, se non si investe in tutte le sue città e in tutti i suoi territori, le stesse aree più forti ne soffriranno. Tenderanno a ridiventare, come in un passato non così lontano, piccole economie satelliti di quella germanica; e non la parte più avanzata di un grande paese.

Gianfranco Viesti

Un “Manifesto” per il Sud di Tonino Perna

Un “Manifesto” per il Sud di Tonino Perna

 Quando nasceva “ il Manifesto” le lotte contadine e bracciantili, che avevano caratterizzato il conflitto sociale nel Mezzogiorno, avevano da poco inviato gli ultimi segnali: il 2 dicembre del 1968 eccidio di Avola, due braccianti uccisi e 48 feriti dai carabinieri, 1969 il tentativo di occupare la fabbrica del tabacco di Battipaglia che aveva licenziato i lavoratori provoca due morti, e infine nel 1970 abbiamo i fatti di Reggio, la lotta per il capoluogo che costerà tre morti , decine di feriti, centinaia di arresti. Stragi di Stato, visibili, che provocavano rabbia e mobilitazione e si univano alle lotte operaie (soprattutto al Nord), e studentesche in tutta Italia. Ma, con i “fatti di Reggio” qualcosa era saltato nel rapporto tra lotte popolari al sud e lotte operaie al Nord, non era più visibile quel blocco sociale auspicato da Gramsci contro l’alleanza tra gli agrari del Sud e la borghesia industriale del Nord.   Con i fatti di Reggio la “questione meridionale” veniva rilanciata come questione di democrazia e lotta al neofascismo insorgente.

Il Manifesto seguirà con molta attenzione e partecipazione la grande manifestazione del 22 ottobre del 1972, indetta dai sindacati confederali a Reggio Calabria, come risposta all’emergere prepotente del neofascismo di Almirante e Ciccio Franco, il leader dei “boia chi molla” che nel 1972 al collegio del Senato a Reggio Calabria raccolse il 42% dei voti validi. Fu una straordinaria prova di coraggio e solidarietà della classe operaia italiana, metalmeccanici in testa, che dovettero affrontare le bombe sui binari, il blocco del traffico ferroviario, le pietre dei fascisti sul corteo. Una storica manifestazione di cinquantamila lavoratori che segnò anche una svolta nell’approccio alla “questione meridionale” riducendola alla fondamentale ma non esaustiva “questione democratica”. Nell’immaginario della sinistra italiana il Mezzogiorno venne visto come una sorta di Vandea, di area della controrivoluzione, della conservazione e della rinascita del fascismo. Per contrastare le forze reazionarie bisognava puntare a potenziare lo sviluppo economico e l’occupazione. In altre parole, alla deriva neofascista, che si manifestava in diverse aree del Mezzogiorno, si rispondeva in chiave economicista : la “questione meridionale” come problema politico di unificazione reale del nostro paese,come questione nazionale nell’accezione gramsciana, veniva ridotta a questione di sviluppo di un’area depressa, in forte “ritardo” rispetto al resto del paese, ignorando un bisogno fondamentale: quello dell’identità e della dignità di un popolo. E’ il periodo in cui furono realizzate le cosiddette “cattedrali nel deserto”, i grandi impianti petrolchimici e siderurgici, anche – come disse Giacomo Mancini, da segretario del Psi- per costruire una classe operaia moderna nel Mezzogiorno come soggetto politico egemone. Di contro, la Destra proponeva il potenziamento del turismo e dell’agricoltura, uno sviluppo basato sulle risorse locali ed era fortemente contraria ai grandi impianti industriali che avrebbero portato solo inquinamento. Naturalmente esprimeva gli interessi degli agrari e dei ceti medi legati alla rendita, ma visti i risultati di quel processo di industrializzazione come dargli torto oggi ?

Negli anni ’80 del secolo scorso il quadro cambiò rapidamente, a partire dall’omicidio di Pio La Torre il 30 Aprile del 1982, il leader del partito comunista siciliano che si era battuto per una legge che portava alla confisca dei beni dei mafiosi. Da quel momento la “questione meridionale” divenne progressivamente “questione criminale”, identificazione che fu suggellata dalla strage di Capaci e via d’Amelio nel 1992.   Si apriva una nuova fase di conflitto sociale e di classe nel territorio meridionale tra la borghesia mafiosa e una parte della società meridionale che si ribellava al suo strapotere. Purtroppo, la Sinistra storica ed extraparlamentare (con qualche lodevole eccezione) lesse questo conflitto come una questione di devianza sociale, mafia-camorra e ‘ndrangheta come problemi legati alla criminalità ed alla mancanza di sviluppo e modernizzazione del Mezzogiorno. Ed invece l’affermarsi nel Mezzogiorno di una borghesia mafiosa/parassitaria, che sulla violenza e la corruzione aveva fondato il processo di accumulazione del capitale, era un fenomeno sociale estremamente moderno con cui bisognava fare i conti. Un fenomeno legato alla deriva criminale del capitalismo, alla perdita di quella cultura dell’impresa di cui scrissero Sombart e Schumpeter, alla prevalenza della rendita finanziaria o immobiliare sul profitto.

Con la caduta del muro di Berlino il Mezzogiorno uscì definitivamente dalla scena nazionale. Con la globalizzazione dei mercati il territorio meridionale perdeva ogni ruolo socio-economico: non aveva più la funzione di riserva di forza-lavoro a basso prezzo, né di mercato di sbocco delle merci prodotte nel Centro-Nord che ormai viaggiavano nel grande spazio del mercato globale. Ma, allo stesso tempo, la globalizzazione capitalistica, la rapida ascesa della finanza e il suo predominio sull’economia reale, avevano permesso alla borghesia mafiosa di espandersi e radicarsi nelle aree più ricche del pianeta.

Nel nuovo secolo i grandi movimenti, ambientalista e pacifista (do you remember Comiso ?) che avevano visto anche nel Mezzogiorno una lunga fase di protagonismo, si spegnevano lentamente. Quello che cambiava lentamente, ma in profondità, è la percezione che Il Sud ha di se stesso. Innanzitutto, veniva abbandonata l’idea che bisognava seguire il modello di sviluppo che era risultato vincente nel Nord Italia. E’ questa la traduzione/esemplificazione del “pensiero meridiano” di Franco Cassano, che ha avuto un grande impatto tra gli intellettuali meridionali: il Sud che pensa se stesso, che si coglie nella sua diversità e si accetta, che cerca una sua strada. Il Sud alla ricerca di una sua identità mediterranea.

Questo cambio di paradigma ha ispirato tante iniziative in campo culturale, istituzionale ed economico, ma non è finora riuscito a incidere sui grandi numeri della disoccupazione, dell’impoverimento di una parte consistente della popolazione, dell’emigrazione di massa che ha coinvolto pesantemente le nuove generazioni (un giovane su tre è andato via dal Mezzogiorno negli ultimi dieci anni).

Un fatto è certo: il nostro Sud non è solo il luogo di problemi secolari irrisolti (dalla gestione delle risorse idriche all’efficienza della Pubblica Amministrazione), ma anche un’area di frontiera costretta a fare i conti con fenomeni estremamente moderni e sperimentare/tentare di dare delle risposte sociali e politiche inedite. Dall’accoglienza migranti (Riace docet), alla gestione dei beni confiscati alle mafie (elementi di socialismo dentro un sistema capitalistico su cui è mancata una riflessione politica), alle nuove forme di Altreconomia e di collaborazione con nord/sud (esempi virtuosi si possono cogliere nel mondo dei Gruppi d’Acquisto Solidali), c’è tutto un fermento che non viene registrato, se non occasionalmente, dai mass media e su cui “il Manifesto” potrebbe offrire (come ha fatto con alcune inchieste) un suo rilevante contributo.

Un sentiero pericoloso di Gianfranco Viesti

Un sentiero pericoloso di Gianfranco Viesti

“Sono come le zecche dei cani”. Questa la definizione data da un cittadino di Lodi, davanti alle telecamere, dei bambini stranieri che una assai controversa delibera comunale esclude da mense e trasporto scolastico. Non si tratta di un caso isolato, patologico. Le azioni di governo, a livello nazionale e locale, ispirate a principi di intolleranza se non di vero e proprio razzismo, si vanno moltiplicando; e, con esse, sembra acquistare voce e uscire allo scoperto l’Italia peggiore. Le cause del crescere del rancore e delle pulsioni egoistiche di parte dei nostri concittadini richiedono di essere analizzate con attenzione e in profondità. Le possibili risposte per invertire queste tendenze non sono certo semplici. Per far breccia anche tra chi, come quel cittadino di Lodi che plaude ai provvedimenti di stampo razzista della sua sindaca, occorre assai più che un banale coro di critiche ai recenti provvedimenti governativi. Ma di fronte a manifestazioni pubbliche di siffatta violenza non è più possibile far finta di niente, derubricandole a posizioni isolate: sono vere e proprie grida che si pongono al di fuori dei principi di convivenza civile su cui è basata la vita pubblica dell’Italia repubblicana, al di fuori dei principi della nostra Costituzione. Si tratta di pulsioni sollecitate e coltivate direttamente dalla Lega. Un partito politico che si colloca oggi all’estrema destra dello schieramento politico (come, fra gli altri, ben documentato da un recente volume del Mulino), e che ormai basa la sua ricerca di consenso su misure che si pongono esplicitamente al di fuori di tali principi. Un partito che, non a caso, cerca sponde in altri partiti e movimenti che a scala europea sostengono posizioni estreme; come accade in Polonia e in Ungheria, anche stravolgendo lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, le libertà di stampa. Che mette in discussione sempre più apertamente non specifiche politiche europee, ma lo stesso progetto dell’integrazione continentale e i principi di libertà e eguaglianza su cui esso è fondato. Sulle posizioni della Lega c’è troppa tolleranza. Ne è prova l’atteggiamento estremamente morbido di una parte rilevante del sistema dell’informazione, che sempre più spesso derubrica tutto questo a eccessi e casi sporadici; mentre appare attenta prima d’ogni altra cosa a non inimicarsi quello che è visto come il nuovo, grande potere del Paese. Ne è prova, tra l’altro, l’atteggiamento delle organizzazioni di categoria, fino al recente endorsment da parte del presidente di Confindustria poi malamente e parzialmente ritrattato: che teorizza per la prima volta una esplicita sudditanza di un’associazione di rappresentanza nei confronti di un partito politico. Ne sono prova le estese collaborazioni su base locale e il silenzio (o spesso l’aperta complicità) di larga parte delle classi dirigenti del Nord di fronte all’accelerazione del vecchio ma attualissimo disegno leghista della “secessione dei ricchi”, con la maggiore autonomia per il Lombardo-Veneto a spese di tutti gli altri italiani. Convenienze e opportunismi sono parte del gioco politico e degli interessi. Ma devono trovare un limite, un argine invalicabile. In tutta Europa ribollono pulsioni politiche e culturali pericolose. In Germania i neonazisti manifestano per strada e la polizia fatica a contenerli; in Polonia i giudici della Corte Costituzionale vengono sostituiti; in Ungheria si assiste alla chiusura di università. Paragoni con altri Paesi e altri periodi storici richiedono grande misura e attenzione. Ma dovrebbe essere ormai ben evidente che la Lega sta, assai rapidamente, facendo intraprendere anche al nostro Paese un sentiero pericolosissimo, le cui insidie per il nostro sistema democratico sono assi difficili da prevedere ma tangibili. Fuori dalla nostra storia, dalla nostra cultura, dalla nostra collocazione europea. Di fronte a questo progetto ci sono troppi imbarazzi, omissioni, silenzi; che non fanno che alimentarlo e renderlo, giorno dopo giorno, sempre meno impraticabile.

 

Pubblicato il 15.10.2018

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Riabitare i paesi. Un “manifesto” per i borghi in abbandono e in via di spopolamento di Vito Teti

Riabitare i paesi. Un “manifesto” per i borghi in abbandono e in via di spopolamento di Vito Teti

Lo spopolamento e l’abbandono – i due termini indicano fenomeni distinti – dei piccoli paesi dell’interno è un problema di enormi dimensioni che interessa la montagna e le colline italiane. Le sue cause antiche e recenti sono molteplici, di natura sia storica (catastrofi, terremoti, alluvioni) che economica, demografica e sociale (l’emigrazione), antropologica e politica; ragioni diverse, locali e generali, che devono essere indagate caso per caso con le tante peculiarità e i diversi esiti locali (sempre in un contesto più generale).
Lo svuotamento dei luoghi interni ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, geologico, sociale, economico. Costituisce anche un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze.
Negli ultimi anni, questo fenomeno epocale, quasi ignorato e rimosso nell’epoca della modernizzazione selvaggia e dell’intasamento delle città, è al centro di interesse, attenzione, riflessioni, narrazioni da parte di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico. Accanto a riflessioni attente, profonde, serie e mirate per comprendere e affrontare il fenomeno, in tempi brevi e localmente ma anche in un quadro di “lunga durata” e in contesti più vasti; accanto a iniziative concrete, economiche, sociali tendenti ad arrestare il declino, la fuga, l’abbandono o, talora, a favorire forme nuove di ritorno e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di recente – al pari di quanto era successo negli anni Sessanta con il folklore e le culture popolari – non mancano operazioni “strumentali”, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di recupero che spesso sono più nefasti e distruttivi dello stesso abbandono.

LA CALABRIA È LA TERRA DEI PAESI, MA È A RISCHIO La Calabria è, anche per questa vicenda epocale, un luogo metafora di spopolamento e abbandono. Scuole, uffici postali, negozi, case chiudono quotidianamente e creano veri e propri deserti. L’elenco dei paesi a rischio abbandono – in questa, ma anche in altre regioni del Sud e del Nord – è davvero impressionante, interminabile. Le proiezioni di istituti demografici seri e attenti ci dicono che tra meno di vent’anni la Calabria potrebbe perdere altri cinquecentomila abitanti: un deserto che ci riporterebbe alla realtà desolata e desertificata a seguito delle grandi pestilenze e catastrofi del tardo medioevo. La regione è stata e resta – nonostante le enormi e devastanti catastrofi che ne hanno segnato paesi, popolazioni, cultura, mentalità nonché a dispetto della crisi e dell’erosione del “paese presepe” – la “terra dei paesi”. Il “vuoto” riguarda anche i grandi “centri urbani”, che hanno il carattere e la dimensione del paese, i cui centri storici versano oggi in uno stato di abbandono, desolati, cadenti, spesso a rischio crollo (Rosario Chimirri ha fatto un’attenta ricognizione della storia e della situazione attuale di tutti i “centri storici” della regione e non posso nominare qui tanti antropologi, urbanisti, storici ecc. che si occupano di queste tematiche). I Comuni della Calabria sono 404, ma chi conosce questa regione, per averla percorsa a piedi e in macchina, sa bene che alcuni di essi sono composti in realtà da decine di piccoli frazioni. C’è una teoria infinita di villaggi, piccoli borghi, raggruppamenti di case, dove a volte vivono poche famiglie, a volte un “ultimo abitante”. Questo problema va affrontato, con serietà, competenza, passione, affetto e con la consapevolezza che non è di facile soluzione. I luoghi richiedono cura, attenzione, amore, ma non meritano bugie, operazioni di facciata, retorica. I luoghi – come ben sappiamo dalla storia dell’umanità e del mondo, ma anche dai nostri paesi e città – possono anche morire. Si dovrebbero immaginare interventi, progetti, piani di recupero e di rinascita; non confondere insomma la malattia con la cura.

NON PUÒ ESISTERE UN PAESE SENZA SCUOLE Ogni paese, ogni frazione, ogni villaggio – anche quello con un solo abitante – ha il diritto all’esistenza, a essere curato, tutelato in quanto presidio geografico, culturale, mentale delle popolazioni. Le valutazioni puramente economicistiche sono insufficienti ad affrontare la natura del problema; anche se bisogna certo “razionalizzare” e strutturare gli spazi, immaginare aggregazioni di più Comuni, ipotizzare nuove comunità, stabilire legami tra “non più luoghi” all’interno e non “ancora luoghi” lungo le pianure e le marine.
Questo significa che non può esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità, e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti. Il diritto allo studio e all’istruzione è garantito dalla Costituzione e non può essere subordinato a calcoli economici. La Costituzione ci impone di assicurare a ogni cittadino un titolo legale di studio, che gli consenta di accedere alle scuole superiori, alle Università, al mondo del lavoro e delle professioni. La Calabria e i suoi paesi non hanno bisogno di chiusure, di localismi, di retoriche, ma di aprirsi al mondo, rinnovare la pratica dell’accoglienza, inventare nuove forme di economia, socialità, convivialità. Di intraprendere la strada per creare nuove “comunità”.

L’APPROCCIO ALL’ABBANDONO (E AL RITORNO) DEVE ESSERE POLITICO Concezioni neo-romantiche, estetizzanti, tendenti all’esotismo di maniera – spesso sostenute da visitatori, artisti, poeti, scrittori, giornalisti – non possono essere demonizzate, se non altro perché hanno il merito di fare conoscere a un vasto pubblico, agli stessi abitanti dei luoghi, problemi, luoghi, storie, paesaggi ignorati, sconosciuti, considerati marginali e residuali. D’altra parte, sguardi a volte troppo frettolosi e certe attenzioni di passaggio non costituiscono una soluzione (né un tentativo di soluzione) al problema.
La soluzione, o un tentativo di contrastare lo spopolamento, comporta il rovesciamento di vecchi paradigmi, di modelli di sviluppo economicistici, del tutto indifferenti alla storia, alla cultura, alla memoria, alle persone. L’approccio all’abbandono e al ritorno, al contrario, deve essere politico, richiede interventi mirati, concreti, anche con un mutamento di prospettiva culturale, iniziative compiute con convinzione e persuasione, con attenzione e rispetto dei luoghi. Lo svuotamento delle aree interne, l’abbandono dei paesi, vanno contrastati in maniera decisa anche opponendosi a gruppi di potere, ceti dirigenti corrotti, collusi, illegali che speculano anche sulle macerie e individuano nell’abbandono e in falsi e improbabili progetti di “restaurazione” spazi per forme di economie assistite, criminali, che conducono inevitabilmente alla fine. Se ogni abbandono deve essere studiato e compreso nelle sue peculiarità, allo stesso modo ogni operazione di ritorno o rinascita dovrebbe avvenire a partire da iniziative ed esigenze locali, dalle risorse (in senso lato) presenti nel territorio, da politiche e scelte mirate, diverse a seconda delle caratteristiche e delle vocazioni dei luoghi. Nessuna soluzione e nessun intervento sono possibili, efficaci, corretti senza la presenza e la partecipazione dei locali, delle popolazioni che abitano quel luogo e lo hanno scelto per vivere e, nel caso di luoghi abbandonati, di soggetti e persone dell’area geo-antropologica entro cui ricadono le rovine o i paesi vuoti. Nessuna soluzione è possibile se non si affronta il problema demografico, se non si attuano politiche di sostegno (non di assistenzialismo, di caritatevole e interessato “pietismo” unito a forme di “lamentele” predicatorie tanto sterili quanto inefficaci) alle famiglie, a chi si sposa, ai giovani che vogliono creare economie e tornare o restare per ricostruire, tenendo conto, appunto, di vicende di nuovi esodi e dei nuovi arrivi. Sostegni concreti a cooperative, piccole imprese, giovani, famiglie debbono essere finalizzati al desiderio e a pratiche convinte di restare o di innovare. Con un nuovo atteggiamento etico e con profondo rispetto per la “legalità” e quel sentimento di Giustizia di cui hanno parlato i grandi calabresi: Gioacchino da Fiore, San Francesco, Campanella, Alvaro e anche i ceti popolari, i contadini e i braccianti, uomini e donne che occupavano e coltivavano le terre, gli emigranti che fondavano e rifondavano mondi, le donne che si sono ribellate alla prepotenza dei signori e a una tradizione patriarcale.

DAI PERCORSI DI MEMORIA ALLE PRATICHE DI ACCOGLIENZASituazioni diverse richiedono interventi differenziati – parlo in questo caso solo di interventi culturali che hanno però un valore altamente simbolico, oltre che concreto e “produttivo” – a seconda che si sia di fronte a: a. paesi abbandonati da lungo tempo, totalmente irrecuperabili, anche da un punto di vista urbanistico; b. paesi abbandonati ancora integri(almeno in parte) dove potrebbero tornare o arrivare degli abitanti; c. paesi in spopolamento e con pochi abitanti. d. paesi che soffrono una crisi demografica e di spopolamento dove però restano e resistono abitanti in un numero significativo.
Per i paesi a. si possono ipotizzare: percorsi identitari, storici, di memoria e anche turistici di cui si facciano carico i comuni entro cui le rovine insistono. D’altra parte nei paesi abbandonati, tra le rovine, si assiste a pellegrinaggi di ritorno, a feste e riti nei luoghi degli antenati e dei padri e delle memorie, a viaggi di memoria che segnalano anche insofferenza per i “non luoghi” in cui si abita e desiderio di “costruire”, comunque, nuove forme dell’abitare.
Per i paesi b. si possono tentare recuperi o forme di ripopolamento, con la consapevolezza che non è possibile ripristinare il passato, uscendo da ogni retorica di improbabili e improponibili ritorni a un buon tempo antico, nell’impossibilità di cancellare processi erosivi e sconvolgimenti irreversibili.
Per il caso c., a dispetto di ogni calcolo economicistico e di logiche produttivistiche, si devono riaffermare i diritti e i doveri di ogni abitante, anche ultimo, che è il custode di memorie.
Per il caso d. vanno avviate nuove scelte e nuove pratiche economiche, sociali, produttive in grado di arrestare il declino e di mostrare che “piccolo” è abitabile e vivibile. Si possono sperimentare pratiche di inclusione e di accoglienza. Ogni intervento richiede un piano generale di cura e risanamento del territorio, di messa in sicurezza del paesaggio, di centri storici, fiumi, abitati, scuole, di prevenzione degli effetti di possibili catastrofi in territori diventati fragili e a rischio sismico.

EVITARE NUOVE FORME DI POVERTÀAll’ordine del giorno, nelle scelte delle forze politiche, c’è la questione del “reddito di cittadinanza”, del “reddito di inclusione”, di contrasto della povertà. Sarebbe utile evitare di creare nuove forme di povertà, anche morale e culturale. Uscire dalla logica dell’assistenza gratuita e indiscriminata. I giovani e i disoccupati hanno bisogno di lavorare, di sentirsi parte attiva, viva, creativa del luogo in cui abitano. Un’antica tradizione contadina, non del tutto scomparsa, consegna immagini della fatica come riscatto e conquista di libertà e di dignità. Questo racconta anche la storia dell’emigrazione calabrese e italiana. Il “reddito” (comunque lo si voglia chiamare) deve creare economie, formare giovani generazioni attive e capaci di mettere in pratica tutta la loro capacità creativa e il loro desiderio di partecipare alla rinascita dei luoghi. Potremmo immaginare nuovi lavori, che ricordino anche antichi saperi e mestieri. I territori desertificati potrebbero accogliere giovani e famiglie impegnati come nuovi produttori e come custodi-trasmettitori di memorie. Non come guardiani inattivi e indifferenti di luoghi chiusi, ma come “custodi” di musei, beni archeologici, paesaggi, bellezze, culture immateriali con i quali attrarre visitatori, turisti, stranieri, produttori rispettosi e non speculatori.

I PAESI-MUSEO DEL TERRITORIO In una situazione di lento abbandono dei paesi, un museo può diventare (laddove esiste o è previsto) un punto di aggregazione della comunità. Naturalmente, parlando di piccoli paesi (spesso spopolati) l’organizzazione, la filosofia, le finalità del museo non possono che essere diverse da quelli dei grandi musei urbani (musei d’arte, pittura ecc.). Pur essendo possibile l’esposizione di opere d’arte “minori” (pittura, scultura ecc.) che spesso hanno una rilevanza non solo locale, penso soprattutto a musei del territorio e del mondo popolare: oggetti della cultura materiale, attrezzi di lavoro, abitazioni e spazi aperti, resti e ruderi di chiese, palazzi, abitati. Un museo in piccoli centri in genere non può che raccontare il contesto in cui nasce, la storia delle tradizioni abitative, produttive, alimentari, culturali. Il paese piccolo come museo e il museo come centro di rappresentazione, aggregazione, socialità della comunità. Immagino la raccolta, catalogazione ed esposizione di oggetti della cultura materiale, del mondo agro-pastorale, manufatti, oggetti domestici, prodotti dell’artigianato locale ecc. ed esposizioni di mappe, testimonianze orali, foto, lettere, documenti scritti, libri, interviste ad abitanti del territorio, registrazioni di voci, rumori, suoni, musiche ecc.
Attorno a un tema che potrebbe interessare un tratto storico significativo di un paese, la comunità potrebbe ricostruire in modo articolato (ovvero anche divergente) una storia e un ripensamento delle proprie vicende: il proprio passato con le tradizionali attività, il suo crollo e la faticosa marcia verso quella modernità (storie di vita, cimeli, vecchie fotografie, lettere, ecc.) che ha significato il cambiamento della vita tradizionale e il lento abbandono del territorio.
Il Museo (vivo, aperto, con biblioteche, scuole) qui può diventare luogo di rappresentazione, ma anche di socialità, di progetto. Il museo non può essere unico e uguale ovunque, ma va costruito tenendo conto delle vocazioni, della storia, delle specificità locali e avendo chiaro come costruirlo, per chi, a chi vuole parlare, come può diventare punto di accoglienza. Andrebbero incoraggiati arrivi di artisti (davvero originale e innovativo è quanto sta facendo, anche per il riconoscimento dei luoghi e dei paesi, Vinicio Capossela con lo Sponz Fest a Calitri) e soggetti che vogliono investire, raccontare, cercare nuovi modelli di vita.

NON SERVONO MOSTRE E FESTIVAL UNA TANTUM Parlo di “piccoli musei” (a volte i più Grandi e i più belli) in “piccoli paesi”. Penso, con Tomaso Montanari, che sia necessario “Diffidare degli eventi, dei festival, delle inaugurazioni, delle una tantum: la cultura ha bisogno di strutture stabili, finanziamenti continui, indipendenza dalla politica, visione lunga e disinteressata”. Non è in discussione un possibile sostegno pubblico e privato, bensì l’uso che se ne fa, il progetto che ispira l’iniziativa, il controllo della spesa, la necessità di una rendicontazione puntuale. Vale la pena di aprire e tenere aperto un piccolo Museo (pubblico, privato, familiare) anche nei più piccoli paesi, anche in quelli in abbandono, anche dove c’è solo un abitante.
Un uso oculato, parsimonioso, mirato dei fondi pubblici è doveroso, indispensabile. Non servono mostre e festival effimeri, separati dalla vita quotidiana che si svolge nel resto dell’anno. Il problema dei paesi interni è di farli vivere nei mesi invernali. Le iniziative estive, pure utili, sono effimere e inefficaci, a meno che non siano parte di un progetto e di programmi sociali e culturali inseriti nel corso dell’anno. Anche feste, sagre, momenti conviviali possono essere prodotti a basso costo, con iniziative volontarie. Come scrive Montanari, bisogna “pensare a quanti monumenti del territorio comunale sono chiusi o in pericolo, e provare a salvarne almeno uno, coinvolgendo i cittadini con una campagna di comunicazione”.

UN GRANDE MUSEO REGIONALE DELLA MEMORIA ”“Investire in ricerca: anche il più piccolo museo civico, se è abitato da un giovane ricercatore, può diventare un luogo di produzione e redistribuzione della conoscenza”. Gli “ultimi abitanti” di un luogo spesso diventano i primi abitanti di una nuova comunità inventata e costruita con persone che vengono da fuori e che avranno bisogno di conoscere flora, fauna, materiali, tecniche produttive, forme di socialità dei locali con cui vorranno interagire e mescolarsi.
I tanti piccoli musei (con biblioteche, scuole, centri di aggregazione) dovrebbero costituire un grande Museo regionale della memoria. Un grande piano di raccolta e rilevazione ad opera di 1000 giovani (due per ogni comunità), che, dopo un corso preparatorio di un anno (metodologia della ricerca, etnografia, storia dell’arte, archeologia ecc.) vengano dislocati per due anni nei paesi per raccogliere ciò che resta della produzione orale, della cultura materiale, scritta, iconografica: canti, proverbi, oggetti, lettere, musiche, ricette, pietre, reperti ecc., privilegiando le storie di anziani, emigrati, protagonisti delle lotte contadine ecc., che stanno scomparendo. Un’occasione di lavoro e di reddito che valorizzi competenze, passioni, interessi dei giovani che non vogliono fuggire e che intendono restare. Un’occasione per riconciliare le popolazioni con luoghi mortificati, marginalizzati, desertificati. Un’opera di memoria, di salvaguardia preliminare per una grande mappa delle Identità plurali e aperte anche dei più piccoli luoghi. Un altro modo di intendere la cultura, di raccontarla, promuoverla nei legami con l’ambiente in cui è “nata” ma con riferimento a vicende storiche, politiche, artistiche, religiose di territori più vasti (Sud, mediterraneo, Europa, America, mondo dell’emigrazione).

PARTENZE E RITORNI Tutta la lunga preistoria e storia dell’Homo sapiens ricorda che la partenza, il viaggio, l’esodo non sono separabili dall’esperienza del restare. Le due esperienze vanno comprese assieme. L’emigrazione è da sempre una strategia evolutiva fondamentale, sia sotto il profilo biologico che culturale. Sulla superficie instabile del nostro pianeta, tra incessanti mutamenti climatici, migrare diventa un fattore di mutamento e adattamento. È possibile parlare di migrazioni per tutte le specie animali e umane, tuttavia la metafora dell’Homo migrans può essere fuorviante: noi umani non siamo mai divenuti una specie migratoria in modo sistematico. Nel corso della storia molti individui e gruppi non hanno mai migrato e anche coloro che restavano o accoglievano hanno contribuito all’evoluzione dell’Homo sapiens. Anche un’immagine dell’uomo migrante consapevole del luogo in cui stava andando, del modo di raggiungerlo, di un piano preciso è fuorviante: spesso la fuga era (ed è) determinata dalla necessità. L’azione del migrare per l’Homo sapiens è stata sempre esercitata con diversi gradi e forme di libertà e di costrizione. Le sociologie e le geografie delle migrazioni oggi parlano di migrazione forzata dovuta a grandi mutazioni climatiche. Accade tuttavia ancora oggi a molti di non potere, sapere o volere migrare. Anche rispetto alla necessità immediata di dover fuggire per sopravvivere, singoli individui o gruppi scelsero e scelgono di restare e spesso di perire. Anche in epoche a noi vicine la scelta se migrare o restare è una scelta molto divisiva, combattuta, lacerante. Partire o restare è il dilemma che appartiene alla storia dell’umanità fin dall’antichità e, nel nostro caso, ai luoghi che hanno conosciuto calamità, terremoti, frane, spostamenti, movimenti emigratori. Insomma, stanzialità e fuga sono due volti dello stesso fenomeno. L’abbandono storico e la ricostruzione degli abitati colpiti da catastrofi in epoca moderna, come i terremoti di Seicento e Settecento o le alluvioni degli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, hanno determinato lacerazioni e una dialettica fatta di contrasti, amore e odio tra chi compie scelte diverse. Il senso dell’abbandono, questa consuetudine al continuo «reimpastare» e «reimpaginare» i luoghi, ha segnato la cultura e la mentalità delle popolazioni.

LA LIBERTÀ DI MIGRARE, IL DIRITTO DI RESTARE I recenti terremoti che hanno sconvolto tutto l’Appenino tra Lazio, Marche, Molise, Umbria hanno mostrato persone che non vogliono lasciare il proprio luogo, la chiesa, la casa, la terra, le mucche, l’orto, magari quella vita di fatica e solitudine a cui avrebbero voluto sfuggire e che invece si accorgono di amare nel momento in cui la fuga diventa espulsione, allontanamento, cacciata. Da qui rinascono nuove energie, nuove fantasie, che spingono alcuni ad accelerare il ritorno e altri a piangerne l’impossibilità. A voler restare e tornare non sono tanto i vecchi in cerca di un luogo dove morire, ma i giovani che cercano un posto dove creare nuova vita, nuova socialità. Dall’Irpinia alla Calabria, dal Salento al Cilento, dalla Sardegna alla Sicilia, dalle Alpi agli Appennini, tante persone hanno scelto e scelgono di tornare o di restare. È un movimento diffuso, spesso non coordinato, confuso ma che comincia a collegare l’Italia dell’abbandono e a creare nuove comunità. Un movimento, una pratica, una scelta di vita anche politica, nel senso che è tesa a costruire una nuova polis, un nuovo modo di abitare e organizzare spazi, economie, relazioni. Proprio la lontananza e l’erranza di chi è rimasto possono favorire oggi un nuovo modo, critico, problematico, di intendere la relazione tra sé e il mondo. Una scelta che va affermata anche in quanto nuovo diritto. Il diritto di poter restare e sopravvivere con dignità nel territorio dove si è nati, comunque si configuri la propria identità: diversamente abili, orientati politicamente, socialmente, religiosamente, sessualmente. Solo una politica lungimirante potrà contrastare le migrazioni forzate, riconoscere appieno l’esistenza dei rifugiati climatici, favorire il diritto di migrare insieme al diritto di restare dove si è nati. Promuovere la libertà di migrare ma anche quella di restare.

LA RESTANZA RICHIEDE PASSIONE Restare non ha che fare con la conservazione, ma richiede la capacità di mettere in relazione passato e presente, di riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla modernità, rendendole di nuovo vive e attuali. Quello che ieri era arretratezza oggi potrebbe non esserlo più. La montagna improduttiva e abbandonata oggi offre nuove risorse, nuove possibilità di vita.
Per mille ragioni anche il restare – ed il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non significa soltanto contare le macerie, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. Sono i rimasti a dover dare senso alle trasformazioni, a porsi il problema di riguardare i luoghi, di proteggerli, di abitarli, renderli vivibili. I ruderi e le rovine stabiliscono collegamenti tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. E ancora volontà di guardare dentro e fuori di sé, per scorgere le bellezze, ma anche le ombre, il buio, le devastazioni, le rovine e le macerie. Nostalgie, rimpianti, risentimenti attraversano le pietre, le grotte, i ruderi, le erbe che nascondono o proteggono le rovine, le piante di fico che accompagnano e provocano la caduta delle abitazioni. Le feste che si svolgono nei paesi abbandonati e diroccati svelano questi sottili e controversi legami con i ruderi.
Restare comporta, per chi lo fa con consapevolezza, un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. Perché la restanza richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa, pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi, appunto, in esilio e stranieri nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, piccole utopie quotidiane di cambiamento. Disponibili anche allo scacco, all’insuccesso, al fallimento, al dolore. Non esiste, forse, spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essergli sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme anche con disagio, del donare; la verità del viaggiare e del camminare. Nel mondo globale, delle false partenze, dei ritorni, delle identità aperte, dei viaggi da fermi, la nostalgia sembra essere diventata il sentimento di chi resta. Coloro che restano potenziano il senso del viaggiare e diventano approdo per quanti ritornano: forse perché viaggiare e restare, viaggiare e tornare, sono pratiche inseparabili, trovano senso l’una nell’altra. Rimasti e partiti debbono dare vita a una dialettica che parla di integrazione, d’incontro, di vite separate e di riconciliazione. Rimasti e partiti, senza enfasi e senza rancori, dovrebbero percepirsi nelle loro somiglianze e nelle loro diversità, legate a una particolare esperienza di vita, a un singolare rapporto con il luogo d’origine e con gli altri luoghi.

UTOPIA E CONCRETEZZADobbiamo riuscire a essere utopici (di utopie quotidiane, minimaliste come scrive Luigi Zaja) e concreti, ci servono nuovi pensieri per uscire da visioni localistiche. Viviamo una fase della storia dell’umanità in cui immagini apocalittiche e visioni di un futuro radioso si incontrano e si contrastano proprio perché non siamo più in grado di pensare il futuro, siamo dominati dalla fretta e da una sorta di eterno presente, che ci impedisce di guardare indietro e di andare avanti con coraggio, fantasia, lungimiranza, disposti allo stupore. Immaginare l’inimmaginabile. Prevedere l’imprevedibile.
Senza condividere in toto le posizioni di Leonardo Caffo in Fragile umanità. Il postumano contemporaneo che si interroga su quale possa essere il nuovo paradigma di vita per il postumano che l’autore presume sostituirà l’Homo sapiens, può essere interessante ipotizzare con lui (a partire dalle posizioni di Gilles Clément espresse nel “Manifesto del Terzo paesaggio”) il riempimento degli spazi lasciati vuoti o abbandonati a seguito del consumo sfrenato di risorse e di territorio. Clément sostiene che i luoghi “abbandonati dall’uomo, ma anche le riserve naturali, o le grandi aree disabitate del pianeta, e anche gli spazi più piccoli e diffusi semi-invisibili come le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie o le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico, siano risorse fondamentali per la conservazione della diversità biologica”. Caffo intravede nell’adozione di spazi vuoti o tralasciati dal capitalismo una prima realizzazione del nuovo habitat in cui la speciazione troverà il proprio luogo d’elezione.
Il “Terzo paesaggio” costituisce un territorio per le molte specie che non trovano posto altrove, per le piante che nascono nelle rovine. Per trovarlo, è necessario andare ai margini. Non sappiamo se questo sarà il postumano, ma vediamo che è una nuova forma di declinare l’umanità: vivere i margini, i limiti, riguardare il passato. Ripensare antichi saperi e sentieri. Rendere percorribili nuove vie dei canti. La grandi arterie di cemento, i ponti che crollano, le sopraelevate che tagliano i paesi, invece di unire hanno diviso, separato, creato distanze e solitudini, invece di avvicinare hanno allontanato.

LE VIE DEI CANTI Bisognerebbe riprendere, forse, le vie e le mobilità dell’asino, la figura emblematica della mobilità del mondo mediterraneo. Riaprire le antiche “vie dei canti” cancellate da colate di cemento, gallerie e sopraelevate inutili, che spesso separano più che unire i luoghi. Bisogna ristabilire un patto con la terra, gli animali, i defunti. Riconsiderare le conquiste di una modernità che era utile e non violenta, come quelle dei primi treni. Riaprire quelle stazioni vive, affollate, mobili, di cui ha parlato Alvaro in “Un treno nel Sud” (1958), che avevano alimentato tante speranze, nuovi scambi, una mobilità a dimensione umana, che avevano svolto un ruolo positivo e che, poi, nel tempo sono state trasformate in macerie, in luoghi deserti, dove nessuno passa, si ferma, scambia. Non abbiamo bisogno di chiudere scuole, ma di aprirle. Non chiudere musei e parchi archeologici, grazie a giovani e ragazze, diplomati e laureati, che vogliono un’attività produttiva e intendono fare per il bene e il patrimonio comune.
Occorrerebbero grandi investimenti per interventi mirati alla tutela, valorizzazione, cura e difesa del paesaggio, dei paesi, degli edifici; un grande progetto di rinascita e di ricostruzione, che parta dalla messa in sicurezza dei centri, delle scuole, degli edifici pubblici, delle strade, delle abitazioni. Prevenire e non intervenire a catastrofe avvenuta. Questo presuppone sguardi totalmente nuovi, amorevoli, interventi immediati e progetti di lunga durata; capacità di creare nuove forme di socialità, nuove comunità resistenti, nuove reti e nuovi tessuti sociali; di aprirsi all’esterno. Collegarsi con “reti del ritorno”, esperienza di “restanza”, “comunità resistenti e resilienti” presenti in tutte le regioni d’Italia e di Europa.

NON C’È PIÙ TEMPO DA PERDERE, ALMENO CI AVREMO PROVATO C’è da sperare, da auspicare, che le ingenti somme disponibili a livello regionale per i piccoli centri vengano spese con un’idea organica, coerente, innovativa della Calabria di domani. Ancora una volta, sottolineo l’importanza di creare legami tra passato e presente, tra paesi vuoti e isolati, tra montagne, colline e marine, tra chi è rimasto e chi è partito. Non si può sprecare una grande occasione come quella dei finanziamenti europei (per le aree interne). Sarebbe imperdonabile adoperare i fondi con intenti clientelari, a pioggia, con intenzioni elettoralistiche, senza una finalità alta, etica, civile, che abbia come obiettivo la costruzione di comunità abitabili. Non si può fare tutto in una volta, non si possono risolvere problemi atavici, abbandoni e dimenticanze secolari, non si può prescindere dalla situazione dell’intero Paese, ma è possibile invertire la logica assistenzialistica e paternalistica con cui sono stati spesi finora i fondi pubblici. Si possono almeno fornire segni, tracce, indicazioni per il futuro che ridiano speranza e fiducia a luoghi e abitanti che vivono situazioni di solitudine, sfiducia, apatia. Gli errori di oggi affosserebbero definitivamente la Calabria. La fuga e la chiusura dei paesi non sono un fatto recente, come coglievano Alvaro, Strati, Gambino e tanti altri: Franco Costabile, nel suo dolente “Il canto dei nuovi migranti” (1964), ai nomi dei paesi che fuggivano accostava nome e cognome degli uomini politici responsabili di un esodo biblico. Ecco, a poco serve il riferimento alle responsabilità di una generica Politica: diverso invece è avere la forza e il coraggio di indicare, con nomi e cognomi, politici, tecnici, professionisti, intellettuali che sarebbero responsabili di una eventuale ennesima beffa che la Calabria subirebbe senza scelte politiche mirate, chiare, ariose, “disinteressate”, operate con un’idea e una visione, il sogno, l’utopia, di una nuova Calabria. Parafrasando il grande Pasolini, noi tutti conosciamo i nomi di quanti toglierebbero questa ultima speranza di un “nuovo inizio” ai paesi della Calabria interna, della Calabria dell’anima. Non solo i Comuni, ma tutta la “società civile”, spesso assente e inesistente, ma il mondo delle professioni, quello intellettuale, la Chiesa, il sindacato, le associazioni, i gruppi di base, i Musei, le Università, le biblioteche, i centri culturali, le scuole, le prefetture, dovrebbero essere coinvolti, direttamente, attivamente in questa opera di rifondazione urbana, civile, culturale della Calabria collegandosi alle esperienze positive di altre regioni del Sud e di quelle aree interne e montane dell’Appennino e delle Alpi.
Non c’è più tempo da perdere. È già tardi, troppo tardi. Forse non ce la faremo, ma ci avremo provato. Sarà difficile, ma avremo fatto la nostra parte, non avremo nascosto la polvere sotto il tappeto. Non saremo stati indifferenti a chi chiede ascolto e “vuole parlare” ed “essere parlato” e ascoltato (come diceva Alvaro). Nel nome dei nostri vecchi, che hanno faticato con dignità, e per le generazioni che verranno e che non ci perdoneranno di avere consegnato loro un deserto, mentre avevamo a disposizione un Paradiso da riconoscere e da assumerci, perché i Paradisi non ci vengono mai dati in maniera gratuita e una volta per sempre.

N.B. Questo memorandum, in forma di “manifesto”, riprende concetti e posizioni che ho affrontato nei miei libri e, soprattutto, in riviste specialistiche (“Dialoghi Mediterranei”, “Sentieri Urbani”, Urbantracks, periodici di studiosi che si occupano della montagna, dei luoghi, del ritorno) ecc.) che si occupano di spopolamento e di “ritorno” delle aree interne. Rappresenta anche una breve sintesi di un volume che pubblicherò con Tomaso Montanari e di un libro sugli “ultimi abitanti” a cui lavoro con Antonella Tarpino. Con Donzelli è in uscita un lavoro a più voci (antropologi, territorialisti, geografi, storici, urbanisti, economisti ecc.) dal titolo “Riabitare l’Italia”. La casa editrice Rubbettino ha in corso di pubblicazione un libro sulla montagna calabrese. La letteratura sull’argomento è vasta e non è possibile farvi riferimento sistematico in questa sede. Segnalo, tra le tante iniziative che si svolgeranno in varie parti d’Italia (a L’Aquila, Pistoia, Paraloup, in diverse aree del Piemonte, delle Marche, del Molise, della Calabria, della Basilicata, della Puglia, della Toscana, della Sardegna, della Campania) un importante Convegno Internazionale “Un paese ci vuole. Studi e prospettive per i centri abbandonati e in via di spopolamento”, 7-9 novembre 2018, Università Mediterranea di Reggio Calabria (Dipartimento PAU Laboratorio Cross. Centro studi storici per l’architettura, la città, l’ambiente)www.unpaesecivuole.unirc.it.

Dovrei ricordare e ringraziare tante persone (anche molti miei studenti che si sono laureati con monografie sui paesi abbandonati). Lo farò, ma in questa sede ringrazio, in particolare, Isabella Cecchi, Pietro Clemente, Tomaso Montanari, Salvatore Piermarini (tutte le foto qui pubblicate sono sue). Antonella Tarpino.

Svimez, Mezzogiorno alla deriva di Gianfranco Viesti

Svimez, Mezzogiorno alla deriva di Gianfranco Viesti

Le preoccupanti condizioni e prospettive del Mezzogiorno dipendono in parte da una storia lunga, da vicende di ieri e dell’altro ieri. Ma dipendono in misura rilevante anche da vicende recenti, dalle decisioni politiche e di politica economica che si prendono oggi e si prenderanno nell’immediato futuro. Delle prime si parla tanto; delle seconde pochissimo. E invece su queste ultime è bene concentrare l’attenzione e la discussione; anche sulla base di alcuni degli elementi di analisi presentati dalla Svimez, è possibile rendersene conto, sollevando interrogativi di grande attualità.

L’Italia ha drasticamente ridotto i suoi investimenti pubblici (dal 3% al 2% del PIL), con la crisi; tale riduzione permane. Nella passata legislatura gli spazi per azioni di finanza pubblica sono stati orientati più ai consumi che agli investimenti: il principale provvedimento sono stati gli 80 euro, che valgono circa 9 miliardi all’anno; e che, incidentalmente, sono andati a vantaggio più del Nord che del Sud. Le previsioni disponibili confermano questa tendenza: un vero e proprio nuovo “regime di politica economica” con bassi investimenti. Si tratta di una scelta pericolosa per le prospettive di lungo termine dell’intero paese, che non ammoderna le sue reti e le sue città. Ma si tratta una scelta particolarmente negativa per il Mezzogiorno: dove le esigenze di potenziamento di infrastrutture materiali e immateriali sono assai acute; e l’impatto di una stagione di nuovi investimenti pubblici potrebbero essere particolarmente forte. Sia per l’effetto immediato (con un alto “moltiplicatore” sull’economia e un significativo traino di domanda anche nel Centro-Nord), sia per aumentare la competitività delle imprese e dei territori, creando così nuovo lavoro. C’è da recuperare gap cresciuti negli ultimi anni; l’Italia ha realizzato un’opera molto importante, e di grande rilevanza, com’è l’alta velocità; ma essa tocca solo marginalmente il Sud: nei primi 15 anni di questo secolo le Ferrovie hanno investito 44 miliardi al Nord e 14 al Sud (110 contro meno di 50 espressi pro-capite). La Svimez calcola che se nel 2019 gli investimenti pubblici al Sud fossero sui livelli (non esaltanti) del 2010 la sua crescita raddoppierebbe, rispetto al misero 0,7% previsto. E dunque: abbiamo ascoltato interessanti dichiarazioni del nuovo vertice delle Ferrovie sull’importanza delle reti pendolari, ma ben poco sulla priorità delle opere nel Mezzogiorno; abbiamo ascoltato l’intenzione di autorevoli Ministri di varare un programma di rilancio degli investimenti pubblici, ma come conciliarlo – date le persistenti difficoltà di finanza pubblica –  con i cavalli di battaglia del nuovo governo: il reddito di cittadinanza  e la flat tax (che, incidentalmente andrebbe molto ma molto più a vantaggio del Nord)? Quel che succede al Sud non dipende dalla storia dell’Ottocento o da un destino cinico e baro: ma dalle scelte che oggi si compiono.

L’Italia ha avviato e mantenuto politiche di austerità nella spesa pubblica, su cui molto si discute ed è giusto discutere. Ma un elemento, sottolineato dalla Svimez, viene quasi sempre ignorato: l’austerità è stato molto selettiva territorialmente, a danno del Mezzogiorno. La spesa pubblica corrente, fra il 2008 e il 2017, è scesa del 7% al Sud mentre è rimasta costante nel resto del paese. Questo si è tradotto in meno servizi, per le persone e le imprese. Il sistema universitario del Sud (del Centro-Sud) è stato oggetto di una pesante politica di marginalizzazione e de-finanziamento. Il sistema sanitario costretto all’esclusivo risanamento dei conti, riducendo qualità e quantità dell’offerta, con un aumento del numero di famiglie impoverite dalla spesa sanitaria privata e un forte incremento della mobilità interregionale dei pazienti (che provoca un peggioramento dei conti, con un evidente circolo vizioso). L’offerta di trasporto pubblico locale fra il 2008 e il 2015 è cresciuta del 13% a Milano, dove tocca i 16.200 posti/chilometro, un valore tre volte e mezzo superiore alla media nazionale; ma è scesa del 24% a Roma (a 6820), del 36% a Napoli (a 2400), del 52% a Catania (a 2300). Il 4,7% dei bambini meridionali fra zero e due anni può usufruire di servizi per l’infanzia, contro il 16% (un valore comunque basso) di quelli del Nord. Tutto ciò non dipende dalla storia o dal caso, ma dalle scelte politiche fatte. Prima fra tutte la circostanza che dal 2001 nessun governo ha ritenuto di stabilire i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti a tutti i cittadini italiani, come previsto dall’articolo 117.2.m della nostra Costituzione; e poi dal lavorio, oscuro ma molto importante, compiuto in questi anni nel ridisegnare i criteri di finanziamento dei servizi quasi sempre a danno delle regioni più deboli. Ma, ed eccoci all’oggi, tutto questo può notevolmente peggiorare, e la condizione del Sud aggravarsi. La Regione Veneto incontra il Ministro e richiede vastissime competenze nelle politiche pubbliche, e suggerisce che siano finanziate tenendo conto del gettito fiscale; la Lombardia segue a ruota, ispirata dalla sua mozione del novembre scorso che, sostanzialmente, chiede una spesa pubblica di oltre 10 miliardi maggiore (e altrettanto minore, ovviamente, nelle altre regioni italiane). La politica nazionale accompagna questo processo con un clamoroso silenzio. E il governo che farà? Che posizione prenderanno i 5 Stelle – finora anch’essi silenti – di fronte a questa offensiva leghista? Si andrà verso minori divari o si punterà a farli aumentare? Lo sviluppo del Sud dipende, molto ma molto più di quanto si voglia comunemente ammettere, dalle grandi scelte politiche dell’oggi: quali diritti di cittadinanza garantire a tutti gli italiani?

La questione meridionale da tempo è seppellita nell’indifferenza. Un’indifferenza molto comoda: perché affrontarla significa porsi domande di fondo sugli indirizzi e sulle scelte per il paese, e discuterne a fondo, pubblicamente; significa tornare a parlare di politica, nel senso più alto del termine.

Gianfranco Viesti

Per il Sud lo Stato è ancora fondamentale di Luigi Pandolfi

Per il Sud lo Stato è ancora fondamentale di Luigi Pandolfi

L’ultimo Rapporto della Svimez ha offerto un quadro meno catastrofico sulle prospettive economiche del Mezzogiorno. I ritardi e i problemi rimangono, ma qualche spiraglio di luce incomincia a intravedersi, sembra voler suggerire il documento. Tutto a posto, allora? Neanche per sogno.

A dieci anni dagli eventi americani che hanno innescato la più grave crisi economica mondiale dopo quella del 29′, anche il Sud “aggancia” la ripresa, facendo registrare nel 2016 una crescita addirittura maggiore rispetto al resto del paese (Campania sul podio con un +2,2%). Dietro questa performance c’è una leggera crescita dei consumi e degli investimenti, ma soprattutto la ripartenza dell’export. Il segnale, tuttavia, è stato molto più vistoso che altrove perché negli anni che vanno dal 2008 al 2014 la caduta della domanda interna, sia pubblica che privata, e dei livelli occupazionali, al Sud era stata più marcata, più rovinosa.

Ma poi, quale sud? Ci sono regioni come la Puglia e la Campania che presentano maggiori segni di ripresa e regioni come la Calabria e la Sicilia, per fare degli esempi, che continuano ad arrancare, per la debolezza delle loro strutture produttive, per lo sfascio delle amministrazioni pubbliche.

Parlare di “consolidamento” della ripresa sarebbe pertanto azzardato: già nel 2017 si è assistito ad un rallentamento della stessa e questo farà sì, come la stessa Svimez riconosce, che il Mezzogiorno (forse) recupererà i livelli pre-crisi soltanto nel 2028, dieci anni dopo il Centro-nord. Livelli pre-crisi, beninteso, quelli che facevano del Sud, comunque, un’area economica periferica e a ritardo di sviluppo. Valgano a tal riguardo i dati, molto indicativi, che afferiscono al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione (numero di occupati in rapporto alla popolazione) in Italia si attesta al 58,1% (undici punti in meno rispetto alla media europea), nel Mezzogiorno al 46% (dodici punti in meno rispetto alla media italiana). Intanto, l’emorragia di giovani – per studio e lavoro – continua, interi territori e borghi interni rischiano spopolamento ed estinzione, bassa rimane la qualità dei servizi pubblici essenziali e delle infrastrutture di base. Niente di nuovo, potremmo dire, ricordando che il divario nord-sud non è un prodotto dell’ultima crisi.

Imputabili alla crisi, e alla sua gestione (austerità, nuove norme sul lavoro, riduzione di tutele e diritti), sono invece i mutamenti intervenuti nella struttura e nella qualità dell’occupazione. Si è accentuato il divario generazionale e, soprattutto, è cresciuto il lavoro precario. In percentuale, dall’inizio della crisi, la contrazione del tempo pieno e del tempo indeterminato è stata più marcata al Sud che nel Centro-nord. Più contratti part-time, più lavoro a chiamata, più sfruttamento, meno reddito. È anche per questo che la piccola ripresa, e lo stesso miglioramento del dato occupazionale, non hanno inciso significativamente su alcune emergenze sociali, a cominciare dalla povertà. Anzi: ancora nel 2016, circa il 10% dei meridionali era in condizione di povertà assoluta, contro il 6% dei cittadini del Centro-Nord (nel 2007 erano rispettivamente il 5 e il 2,4%). Percentuale che schizza al 46% se si considerano tutti quelli che rischiano di scivolare nella povertà assoluta.

Aumenta complessivamente la ricchezza (crescita del Pil), insomma, e al tempo stesso la povertà e l’esclusione sociale. Sono i segni di un modello di sviluppo strutturalmente imperniato sulle disuguaglianze: bassi salari e precarietà da un lato, competitività e massimizzazione del profitto dall’altro. Il contributo del Sud alla bilancia commerciale italiana è stato importante nell’ultimo periodo, per intenderci, ma i meridionali non ne hanno beneficiato. In verità, anche per i cittadini del Nord il dividendo è stato magro, ma al Sud questo ha significato accumulare altro ritardo.

Un modello insostenibile, per il paese e per il Mezzogiorno.

Si può parlare ancora di “questione meridionale”? Non nei termini in cui se n’è parlato in passato (la crisi ha modificato anche il paesaggio sociale e, in parte, l’economia del Nord), ma, in linea generale, certamente sì. Intanto, perché la forbice tra Nord e Sud non si è ridotta, ma, addirittura, si è allargata in questi anni, complice anche la crisi. Dagli indici di povertà e di esclusione sociale, dai livelli occupazionali e di reddito pro-capite, fino alla qualità dei servizi (sanità, scuola, trasporti), in tutti i rapporti più recenti continuano a emergere (almeno) due tipi di Italia. Poi, perché quella del Sud continua ad essere una gigantesca questione nazionale: fino a quando non ci sarà un sostanziale, apprezzabile, riequilibro tra Nord e Sud in termini economici, a risentirne sarà l’economia nazionale nel suo complesso.

Ma che fare?

Negli ultimi anni, gran parte del mondo accademico e della politica, economisti, storici, giornalisti, si sono detti d’accordo sull’improponibilità di una strategia improntata allo spirito del vecchio “intervento straordinario”. Eppure, la straordinarietà della situazione del Mezzogiorno, richiederebbe, ancora, interventi mirati e aggiuntivi rispetto a quelli ordinari (E’ questo che si propone il nuovo Ministero del Sud?). Di più. Nonostante il fallimento (il divario non è stato colmato), almeno su grande scala, delle strategie e degli interventi posti in essere fino agli inizi degli anni Novanta, alcune intuizioni contenute nell’ultima legislazione in materia andrebbero addirittura riprese e rilanciate. Tra queste, il concetto di “programmazione partecipata”, richiamato nella legge n. 64 del 1986, per una nuova politica industriale e di coesione. Un nuovo protagonismo dello Stato e dei territori, dei cittadini. Anche perché l’alternativa allo sviluppo calato dall’alto non può essere l’abbandono a se stessa della parte più debole del paese, spacciando tutto questo per “sviluppo autocentrato” (viene in mente la retorica speciosa sugli “imprenditori di se stessi”).

Programmazione e partecipazione degli attori locali ai processi decisionali, dunque. A maggior ragione oggi, questa sembra l’unica via perseguibile per invertire la rotta nel Mezzogiorno e far tesoro delle esperienze positive che si riscontrano nei vari territori. Cambiando radicalmente l’agenda degli ultimi trent’anni (privatizzazioni), il Mezzogiorno dovrebbe diventare il laboratorio di un nuovo intervento pubblico in economia, che non escluderebbe, insieme al sostegno verso iniziative autonome, la creazione d’industrie statali in settori innovativi e ad alto valore aggiunto (es: robotica, software, componentistica), capaci di reggere la concorrenza internazionale. Un piano industriale, senza giri di parole.

Parallelamente, coinvolgendo gli attori locali, si dovrebbe puntare sulle filiere produttive legate alla natura, al paesaggio, all’ambiente e alla cultura, incrociando, valorizzando, potenziando le esperienze già attive e di successo sviluppatesi in questi ambiti. Rigenerazione urbana, recupero del degrado ambientale e del dissesto idrogeologico, agricoltura di qualità, turismo sostenibile, accoglienza, solo per citarne qualcuna, coniugando sostenibilità ambientale delle attività poste in essere e sostenibilità economica dei percorsi d’intrapresa, grazie alla mano pubblica. Inutile ricordare, poi, che il sostegno alla domanda interna e la creazione di nuova occupazione nel Mezzogiorno avrebbero effetti positivi sull’intera economia nazionale, rendendo stabile e duratura la ripresa, trainando, ben oltre l’export, l’industria del Nord, imperniata sul capitale privato. Un tema da sviluppare.

Si potrebbe obiettare: ma questo è incompatibile con i vincoli di finanza pubblica imposti dall’Europa e, probabilmente, anche con le regole a tutela della concorrenza nel mercato unico! Sì, ma proprio qui sta la sfida. È ormai evidente che la disciplina del Patto di bilancio europeo e l’intera architettura pro-mercato dell’Unione sono in contrasto con la nostra Costituzione, che invece subordina l’iniziativa privata al principio della “utilità sociale” e impegna lo Stato a perseguire l’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Applicare la Costituzione significa mettere in mora i Trattati. O viceversa. E questo vale anche per la “questione Sud”.

 

Il Mezzogiorno, la Calabria e la Grande Recessione: una occasione perduta di Tonino Perna

Il Mezzogiorno, la Calabria e la Grande Recessione: una occasione perduta di Tonino Perna

   La Grande Recessione ha trasformato il divario storico tra Nord e Sud Italia in un baratro da cui il Mezzogiorno non sembra più riuscire a riprendersi.   La paventata uscita di Draghi dalla BCE e la fine del Quantitative Easing che teneva lontana la speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato, ci fa pensare seriamente che dal prossimo autunno le cose si potrebbero mettere male per tutto il nostro paese e, come avviene sempre in questi casi, soprattutto per le aree e le fasce sociali più deboli.  

Dallo scoppio che della Grande Recessione nel 2008 sono passati dieci anni e in questo lasso non breve di tempo abbiamo perso un’occasione per cambiare modello di società e di economia, per capire che una storia era finita, un ciclo storico, iniziato negli anni ’50 del secolo scorso, aveva esaurito la sua spinta vitale.

Qui di seguito vi riproponiamo un editoriale uscito sul Quotidiano del Sud otto anni fa e che, a mio modesto avviso, ci pone ancora oggi delle domande a cui non sembra che la classe politica al potere sia in grado di rispondere.

Malgrado le rassicurazioni di rito di esperti e governanti l’Occidente si trova di fronte alla Grande Recessione, la più grave crisi –economica, sociale e politica- dal tempo della Rivoluzione Industriale. Molto più grave di quella del ’29, che si protrasse fino al 1933 e poi sfociò nella seconda guerra mondiale. La grande novità sta nel fatto che questa volta non si tratta di una crisi globale, ma specificamente occidentale. Infatti, in Asia, Africa ed America Latina molti paesi continuano a crescere a tassi sostenuti (dal 6% dei paesi sub sahariani al 10% della Cina, solo per fare degli esempi), mentre in Occidente la “crescita del Pil” è finita, con la sola eccezione della Germania che, stando agli ultimi dati, si sta spegnendo. In breve, se ci va bene Usa ed UE si stanno omologando al modello giapponese, un paese che non cresce più dal 1990 e mantiene un buono standard di vita grazie ad un poderoso indebitamento, il più grande del mondo : rapporto Debito/Pil pari al 200 per cento. Ma, oggi la strada dell’indebitamento infinito, che ha consentito alla popolazione giapponese di sopravvivere al disastro finanziario, non è sostenibile per gli Usa e la UE, semplicemente per il fatto che i paesi creditori (a cominciare dalla Cina) non sono più disponibili a continuare a comprare i titoli di stato dei paesi occidentali.

Da questo schematico scenario emerge una semplice verità: siamo di fronte ad una redistribuzione di ricchezza e potere tra l’Occidente ed il resto del mondo, in particolare a favore delle nuove potenze emergenti, i cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). La Cina, in particolare, è diventata la prima potenza industriale del mondo, il paese con il più grande surplus nella bilancia commerciale, ed il più grande mercato al mondo per i prodotti industriali (dall’auto agli elettrodomestici ai mezzi di comunicazione, ecc.).

Purtroppo, noi occidentali non siamo preparati ad affrontare questa nuova situazione. Siamo nati e pasciuti con l’idea della <<crescita infinita del Pil>> che stentiamo a guardare con lucidità a quello che ci sta accadendo. Non vogliamo arrenderci al fatto che una più equilibrata distribuzione della ricchezza a livello planetario sia giusta e necessaria, e continuiamo ad illuderci con le vecchie ricette ed il linguaggio del secolo scorso.   Abbiamo per trent’anni <<drogato>> l’economia reale con un immissione sconsiderata di dollari –grazie alla funzione di banca mondiale della Fed- abbiamo moltiplicato i nostri debiti – di imprese, famiglie e Stati- portandoli mediamente a tre volte il Pil, continuando a consumare ed inquinare senza ritegno. Ed adesso, il crac delle Borse, la sfiducia che colpisce i nostri titoli azionari, ci sbatte in faccia il nostro fallimento.

Di fronte al crac finanziario dell’autunno 2008 gli Stati occidentali hanno cercato di salvare Banche ed Istituti finanziari dal fallimento aumentando ancora il Debito Pubblico, convinti che col tempo tutto si sarebbe messo a posto. Invece, le Borse occidentali sono tornate a crollare questa estate e il panico ha colpito consumatori, imprenditori e risparmiatori. I governi occidentali, Usa ed UE, stanno cercando di rispondere al crac con una drastica riduzione del welfare e con la compressione dei salari, a partire dai dipendenti pubblici. E queste scelte di politica economica non potranno che fa aumentare la recessione. Ma, le popolazioni europee ( e domani nordamericane) non ci stanno: non capiscono perché debbono essere i lavoratori dipendenti o i pensionati a pagare i costi del fallimento finanziario. Da qui il moltiplicarsi di lotte sociali, rivolte anche violente e crisi di governi che erano all’apice del consenso (come nel caso di Zapatero e non solo).

Come è facilmente comprensibile, la Grande Recessione in Europa non colpisce tutti allo stesso modo. Sono in particolare i paesi del sud Europa quelli che stanno pagando di più questa crisi e dove più forti sono state finora le lotte/rivolte sociali.   E naturalmente, tra i paesi del sud Europa sono le aree marginali quelle che pagheranno ancora di più.   Sono le aree come il Mezzogiorno d’Italia che non hanno approfittato del tempo delle vacche grasse quelle che oggi si trovano nella più grande disperazione. Il caso calabrese è emblematico. L’aver mal utilizzato o non utilizzato i <<fondi strutturali europei >> per creare una struttura produttiva solida e diffusa ci porta oggi dritti al disastro sociale. L’aver permesso che la ricchezza regionale dipendesse per il 65% dalla spesa pubblica e dai “trasferimenti netti” dello Stato, ci pone oggi in una condizione di estrema debolezza di fronte al taglio drastico della spesa pubblica ed ai costi del federalismo fiscale .   Molti enti locali sono a rischio di fallimento , a cominciare dai Comuni, piccoli e grandi, con tutto quello che ne consegue in termini di servizi sociali e quindi di “qualità della vita”.

Cosa fare di fronte ad uno scenario realisticamente a tinte fosche ? Credo che la prima cosa è capire che nessuno si salva da solo. Cominciando dal livello macro : i governi dei paesi del sud Europa dovrebbe riunirsi per affrontare insieme la crisi del Debito Pubblico e fare fronte comune rispetto a Bruxelles. Se non sono capaci i governi perché i sindacati dei lavoratori non lo fanno, non propongono un grande incontro dell’Europa mediterranea per trovare una strada comune per rispondere ai tagli del welfare e dei diritti dei lavoratori ?   Ed anche a livello micro : perché le regioni del Mezzogiorno, al di là dei differenti colori politici, non si uniscono per trovare una piattaforma comune da presentare al governo ?   Se non lo fa la politica dovrebbero essere i rappresentanti dei lavoratori a prendere l’iniziativa, a riunire tutte le forze sociali ed istituzionali per tagliare gli sprechi, i privilegi, e valorizzare chi lavora e produce bene e servizi utili alla comunità.   Una grande, anche dura e dolorosa, opera di pulizia morale ed istituzionale, insieme alla promozione delle risorse intellettuali che sono ancora presenti su questa terra, ad un grande piano energetico ed ambientale, ad accordi di cooperazione con i consumatori del nord Italia per dare un “prezzo equo” ai nostri prodotti agricoli (come stanno facendo i Gruppi d’Acquisto Solidale ed la CTM di Bolzano), alla costruzione complessiva di una economia sostenibile sul piano sociale ed ambientale. Diciamolo con chiarezza: più che inseguire la chimera di Grandi Opere –spesso inquinanti e inutili- bisogna adoperarsi per un Grande Piano di piccole opere di recupero diffuse su tutto il territorio. L’edilizia bioenergetica, la messa in sicurezza delle nostre colline, la rete idrica da risanare, lo straordinario patrimonio archeologico da salvaguardare, ecc. costituiscono la base della ricostruzione di un “patrimonio comune” che è fondamentale per assicurare un futuro alle nuove generazioni. Il settore edile, rinnovato e ripensato, può rappresentare uno dei motori di questo processo.

Il collasso di questo modello di sviluppo lascia sul campo molte macerie: sul piano economico (imprese che chiudono), sociale (fine del welfare state), sul piano ambientale (dai rifiuti tossici alla cementificazione delle coste, ecc.).   Bisognerebbe ritrovare lo spirito che animò gli italiani dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dovremmo trovare quella voglia di ricostruire un paese “in macerie”, sul piano morale innanzitutto, con una rinnovata spinta positiva   verso una società più equa, più rispettosa della natura, meno stressata dalla corsa alla massimizzazione dei profitti, più forte sul piano della solidarietà e della cooperazione sociale.

Della povertà nell’era dell’abbondanza: il caso del Mezzogiorno di Tonino Perna

Della povertà nell’era dell’abbondanza: il caso del Mezzogiorno di Tonino Perna

 

Secondo gli ultimi dati Istat in Italia nel 2011 l’11,1 per cento delle famiglie si trova in condizione di povertà relativa per un totale di 8,1 milioni di persone, di cui il 5.2% vivono in condizioni di “povertà assoluta” per un totale di 3,4 milioni di persone.   Ancora più grave è la situazione nel Mezzogiorno: quasi una famiglia su quattro vive in condizione di povertà relativa, di cui l’8% in condizioni di povertà assoluta. Le regioni meridionali più colpite sono la Sicilia (27,3%), la Calabria (26.2%), la Campania (25.6%).   Si conferma il fatto che le famiglie più colpite siano le famiglie numerose, con almeno tre figli, che passano in soli due anni (dal 2009 al 2011), dal 37 al 50 per cento. Vale a dire che oggi una famiglia numerosa su due che vive nel Mezzogiorno è relativamente povera!   Non si era mai arrivati a toccare una situazione così grave.

Questi i dati, ma cosa intende l’Istat per povertà assoluta e relativa e come la calcola ? La risposta è semplice : una famiglia viene definita “relativamente” povera quando il suo consumo medio pro-capite mensile è inferiore alla metà del consumo medio pro-capite delle famiglie italiane; mentre una famiglia è in una condizione di povertà assoluta quando il suo consumo medio pro-capite è meno di 1/3 del consumo medio pro-capite nazionale.   Prima di capire che cosa ha determinato la crescita della “povertà” nel Mezzogiorno val la pena soffermarsi su questa categoria.

 

  • La povertà nella/della teoria economica.

Come diceva Keynes, gli uomini del nostro tempo sono spesso schiavi delle idee di qualche economista defunto, sicuramente questo è vero nel caso della teoria maltusiana.   Infatti, a livello dei non addetti ai lavori si è spesso attribuita la povertà all’eccesso di popolazione, al fatto che le famiglie- analfabete e religiose- facessero troppi figli. Quante volte si è detto e scritto che la povertà nel Terzo Mondo, la fame che uccide migliaia di bambini ogni giorno, sia il frutto dell’eccesso di popolazione, la cosiddetta “bomba demografica”! Come è noto, questa era la tesi dell’abate Malthus , il quale riteneva, in base ai dati in suo possesso, che la popolazione stesse crescendo in ragione geometrica, mentre le risorse alimentari crescevano in ragione aritmetica. Risultato: la popolazione raddoppiava ogni venticinque anni.   Se non si fosse fermata la crescita demografica l’umanità sarebbe stata condannata al collasso o alla guerra permanente.  Per questo Malthus attaccò come pochi le leggi sui poveri che davano un sussidio alle famiglie disagiate.   Malgrado vedesse di buon occhio l’aborto e l’infanticidio (memorabili le sue pagine su questa pratica in Cina), non poteva ammetterlo ufficialmente come rappresentante del clero e quindi trovò una soluzione geniale per combattere la povertà: l’astinenza. Sposarsi il più tardi possibile e fare meno figli che si può.   “L’unico modo conforme alle leggi della morale e della religione-argomentava Malthus- per procurare ai poveri la più grande partecipazione ai beni del ricco, senza precipitare nella miseria tutta quanta la società, consiste da parte del povero nella prudenza in tutto ciò che riguarda il matrimonio e nell’economia prima di averlo contratto”[1]

Pochi decenni prima, sulla sponda francese, la scuola dei fisiocratici proponeva un altro approccio alla povertà, in particolare delle masse contadine :   <<   Le vessazioni, il basso prezzo delle derrate ed un guadagno insufficiente per stimolarli a lavorare li rendono oziosi , bracconieri , vagabondi e ladri. La povertà forzata non è dunque il mezzo per rendere laboriosi i contadini: non vi è che la proprietà ed il sicuro godimento del guadagno che possano dotarli di coraggio e di attività>> [2]

A circa vent’anni dalla pubblicazione del “Tableau” di Quesnay , esponente prestigioso della scuola fisiocratica, il padre dell’economia politica moderna riprendeva un concetto simile nella sua famosa “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni” :

<< I salari del lavoro sono l’incoraggiamento dell’operosità che, come ogni altra qualità umana, progredisce nella misura in cui riceve un incoraggiamento. Una sussistenza abbondante aumenta la forza fisica del lavoratore, e la confortante speranza di migliorare la propria posizione e di finire forse i propri giorni nell’agio e nell’abbondanza, lo incita ad esercitare al massimo questa forza. Se i salari sono alti, troveremo che gli operai sono più attivi, diligenti e svelti di quando i salari sono bassi : in Inghilterra per esempio, più che in Scozia, nei dintorni delle grandi città più che nelle zone remote della campagna>>[3]

Secondo Adam Smith per combattere la povertà e l’indigenza bisognava elevare il livello culturale della nazione (con un importante intervento dello Stato per l’istruzione pubblica primaria)[4],ma soprattutto bisognava eliminare le forme di “sfruttamento “ del lavoratore sancite dalla tradizione o dalle leggi. Il nemico fondamentale da battere era- secondo Smith- lo “Statuto dell’apprendistato”, cioè quelle norme corporative che regolavano il lavoro nelle “manifatture” e nei laboratori artigianali: << Non conosco alcuna parola greca o latina che esprima l’idea che noi associamo alla parola “apprendista”, cioè di un servo costretto a lavorare in un dato mestiere per un dato numero di anni a beneficio di un maestro, a condizioni che questo glielo insegni>>.[5]

I bassi salari, la povertà, la miseria hanno comunque per Smith una matrice sociale. La Natura non ha colpa se un uomo è povero o muore di fame. Ma, la sua visione della povertà, così come la sua visione del ruolo dello Stato nel settore dell’istruzione e della lotta ai contratti di lavoro “iniqui”, venne emarginata dal pensiero maltusiano che divenne un forte punto di riferimento di tutto il pensiero dei classici dell’economia politica.   Da Ricardo a Stuart Mill l’idea che la povertà fosse dovuta essenzialmente all’imprevidenza dei poveri, ai loro matrimoni precoci, alla troppa prole che producevano, alla scarsa capacità di fare economia, cioè di risparmiare.   David Ricardo non aveva dubbi in proposito : <<la perniciosa tendenza della legge sui poveri non è mistero, perché è stata pienamente delineata dalla mano esperta del signor Malthus; ed ogni amico dei poveri deve desiderare ardentemente la loro abolizione(…).   Queste leggi hanno reso superfluo ogni freno ed incoraggiato l’imprevidenza, offrendo ad essa una parte dei salari propri della previdenza e dell’operosità>>. [6]   Qualunque tipo di soccorso è abrogato: il dole è un cancro che colpisce l’economia alla radice. Qualunque “vincolo “ deve essere rimosso per il pieno funzionamento del mercato del lavoro: << Come tutti gli altri contratti, i salari dovranno essere lasciati alla determinazione della libera concorrenza del mercato, ed il legislatore non dovrebbe mai interferire>>.[7]

“Può l’economia politica – si domandava J. Stuart Mill – non fare nulla, muovere soltanto obiezioni, e dimostrare che non si può fare niente per combattere la povertà? “ E proponeva una serie di misure quali: a) l’istruzione di massa,; b) l’emigrazione verso le colonie ; c) privatizzare le “terre comuni” per creare una massa di piccoli proprietari. Ma, concludeva, tutte queste misure sarebbero state insufficienti se non fosse intervenuto un radicale mutamento culturale[8].  Ed è su questo terreno che J. Stuart Mill scaglia le sue invettive più virulente contro la religione, la morale e la politica che “hanno gareggiato nell’incitare al matrimonio ed alla moltiplicazione della specie, purché col vincolo matrimoniale…Finché il generare numerosa prole non sarà considerato allo stesso modo con cui si considera l’ubriachezza o qualunque altro eccesso fisico, pochi miglioramenti si possono aspettare …”[9]

In breve, anche per le menti più illuminate, la causa della povertà sono i poveri, con la loro dissipatezza, lo scarso senso del risparmio e della previdenza, il loro cedere ad istinti bestiali (procreazione). Sembra di sentire le sentenze della troika (BCE,FMI, Commissione Ue) rispetto ai paesi indebitati del sud Europa. I mass media occidentali hanno dipinto il popolo greco, durante questi anni di crisi finanziaria, come un popolo di fannulloni, che ha dissipato le risorse comunitari, che non ha saputo risparmiare, e –come ha sostenuto più volte la Merkel e C. – gli aiuti alla Grecia fanno solo del male, aggravano la loro situazione, mentre una bella punizione può riportarli ad atteggiamenti virtuosi.  Ieri come oggi, la colpa è sempre dei poveri, che si tratti di eccesso di popolazione o di debito pubblico il capro espiatorio è sempre lo stesso.

Come è noto, a questa visione del mondo si oppose chiaramente e lucidamente il pensiero di Karl Marx. << Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia>> (p.82). Con queste lapidarie parole Marx stronca l’approccio degli economisti classici e affronta la questione della povertà all’interno delle dinamiche del modo di produzione capitalistico.  Innanzitutto, Marx distingue tra “pauperismo” e “povertà”.    Il primo, il pauperismo, viene analizzato all’interno della “legge generale dell’accumulazione capitalistica” e definito come “ il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa”, composto da tre categorie:

  1. persone capaci di lavorare ma espulse dal processo produttivo (quelli che oggi potrebbero essere i “cassaintegrati”) . La sua massa s’ingrossa ad ogni crisi e diminuisce ad ogni ripresa degli affari;
  2. orfani e figli di poveri ; sono i candidati dell’esercito industriale di riserva che , in epoche di grande slancio (per es. il 1860) vendono arruolati in massa nell’esercito operaio attivo;
  3. gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare. Si tratta specialmente di individui che sono mandati in rovina dalla mancanza di mobilità causata dalla divisione del lavoro, individui che superano l’età normale di un operaio, infine le vittime dell’industria, il cui numero cresce col crescere del macchinario pericoloso.[10]

Se il “pauperismo” costituisce una fascia dell’esercito industriale di riserva , la “povertà” è in Marx una categoria più ampia che va oltre il livello del salario ed il tenore di vita.   “Il concetto di lavoratore libero implica già che egli è povero”. Pertanto, sostiene Marx nei Grundrisse, tutti i lavoratori sono “potenzialmente “poveri”: sia che essi siano esclusi dal processo produttivo, sia che vendano la propria forza-lavoro, essi non hanno i mezzi per “autodeterminare” la soddisfazione dei propri bisogni, essi non possono che vivere in funzione del processo di “auto valorizzazione del capitale” [11])

Questo non significa che i lavoratori siano rimasti a guardare, a piangersi addosso. Le loro lotte hanno, a partire dalla prima metà dell’800, determinato una serie di interventi dello Stato a tutela dei loro diritti, a sostegno dei più poveri, handicappati, svantaggiati e disoccupati. La nascita del Welfare State è il frutto di queste lotte che hanno attraversato due secoli e che oggi sono messe seriamente in discussione, tentando di riportare indietro le lancette della storia.

  • La gestione della povertà: poveri buoni, falsi poveri e disoccupati

Nella prima metà del XIX secolo i governi europei reagirono in maniera estremamente articolata rispetto al fenomeno del “pauperismo” . In alcuni paesi prevalsero le politiche maltusiane: in Baviera, ad esempio, le persone che non possedevano un reddito adeguato non potevano sposarsi senza il permesso dell’Amministrazione dei poveri, come a Berna dove i poveri “assistiti” dovevano avere il permesso del Municipio.   Nei paesi scandinavi prevalse il ruolo del “volontariato” regolato ed incentivato dallo Stato con alcuni eccessi che suscitarono il malcontento delle classi agiate. In Olanda e Danimarca venne riconosciuto il “diritto al soccorso” e si sviluppò un primo embrione di legislazione sociale ed un ricco dibattito politico.

Bisogna riconoscere che i primitivi “sistemi assistenziali” funzionarono decentemente solo in quelle aree dove esisteva una consolidata tradizione di solidarietà sociale unitamente ad una, fortemente interiorizzata, ideologia del lavoro come dovere sociale.   Ma, l’obiettivo di fondo delle politiche contro il pauperismo non era l’eliminazione delle diseguaglianze sociali, non sottendeva un progetto di società più “giusta” e più “garantista”, bensì era il controllo di quel “ potenziale sovversivo” presente nella miseria di massa.   Come ha notato acutamente G. Procacci[12], il pauperismo faceva paura per le sue caratteristiche sociali : il pauperismo è mobilità, vale a dire disordine, vagabondaggio, ecc; il pauperismo è indipendenza, cioè trasgressione di un codice di comportamento dettato dalle leggi di mercato; il pauperismo è dissipazione, cioè rifiuto a trasformarsi in “consumatore razionale” che sa ripartire il proprio reddito tra consumi immediati e consumi dilazionati nel tempo; infine il pauperismo è ignoranza ed insubordinazione , che si possono leggere anche come ozio, immoralità, sporcizia ecc.

L’insieme delle misure adottate dai vari paesi europei nel corso del XIX° secolo rispondevano ad una esigenza prioritaria per il potere: sterilizzare il potenziale sovversivo contenuto nel fenomeno. D’altra parte, la stessa Speenhamland Law del 1795[13] – la legge che riconosceva il diritto al minimo vitale ! – può essere letta come una sorta di <<assicurazione contro la rivoluzione>>, essendo stata fortemente condizionata dalla paura della rivoluzione francese del 1789. Solo quando questo timore venne meno si poté passare in Inghilterra alla gestione della povertà – con la Legge dei poveri del 1834 ed il conseguente ritorno delle workhouses– più corrispondente ai bisogni di accumulazione del capitale ed alle leggi del mercato capitalistico.   E qui sta il nodo cruciale del dibattito economico e politico sul “pauperismo”: come controllare e gestire “i poveri” in modo tale da non influire negativamente sui meccanismi dello sviluppo.

La storia degli ultimi due secoli ci insegna che tutte le conquiste sociali, dalle otto ore di lavoro fino al più avanzato Welfare State, sono state ottenute quando era forte e combattivo il movimento dei lavoratori e, soprattutto, il potere aveva paura della “rivoluzione”.   Quando questo timore scomparve –definitivamente dopo la caduta del muro di Berlino- allora è stato possibile, in tutto l’Occidente, passare alle controriforme, smantellare il Welfare State.   Ma, per un lungo periodo si trattò di gestire la povertà e la miseria di massa. Su questo piano un contributo fondamentale, sul piano della politica economica, lo dette Alfred Marshall. Il noto economista inglese intervenne più volte nel dibattito su quale forma di assistenza dovesse essere offerta dallo Stato che non intaccasse le fondamenta del mercato del lavoro capitalistico. La scelta su cui si incentrerà il dibattito, fino alla crisi degli anni ’30, verteva essenzialmente su due forme di assistenza: quella “interna” (vale a dire internamento dei poveri, handicappati, disadattati, ecc.) e quella “a domicilio”. << La prima –notava Marshall- è impopolare; assomiglia alla prigionia e appare una sorte troppo dura per coloro che non hanno colpa della loro miseria. Quando uno finisce nella “workhouse “ la sua casa si sfascia, così non è facile lasciare la “workhouse” e riprendere una nuova vita. L’assistenza esterna è preferibile …ma anche fonte di vari mali …Essa spesso finisce nelle mani del pigro, dell’imprevidente, del furbo e dell’ipocrita(…). Nel complesso si è riscontrato che, ovunque l’assistenza esterna è stata erogata con liberalità, gran parte della popolazione è divenuta pigra, scialacquatrice e disonesta: in una parola pauperizzata>>[14] . Bisogna, pertanto, trovare un criterio per distinguere tra poveri “buoni” e falsi poveri, ed evitare che l’intervento assistenziale generi abusi ed una tendenza all’ozio che distruggerebbe le basi di quella che Pigou, allievo di Marshall, chiamerà “Economia del Benessere”.   Dentro questo nuovo paradigma la “povertà” verrà vista in base al principio che ogni “trasferimento di reddito” in favore dei meno abbienti è positivo solo se non incentiva all’ozio ed allo spreco e , soprattutto, non produca una contrazione del “dividendo nazionale”, quello che noi oggi chiamiamo Pil.

L’economia del Benessere di Pigou e “l’ottimizzazione paretiana” fu l’ultima parola della scienza economica occidentale, prima che la crisi del 1929 sconvolgesse tutto il quadro sociale e politico. Negli anni successivi al crollo di Wall Street, molte potenze occidentali tremarono per la paura che la massa dei lavoratori disoccupati ( un quarto dei lavoratori statunitensi, un terzo dei lavoratori europei) potesse impossessarsi del potere, scatenare una rivoluzione. Come sostenne una volta Hungthinton “le riforme sono un antidodo alla rivoluzione”, e gli anni ’30 del secolo scorso lo confermano. Alcuni paesi, come l’Italia, Germania, Spagna e Portogallo, furono travolti dalle rivoluzioni nazionalsocialiste o fasciste, altri come gli Usa, la Francia, l’Inghilterra ed i paesi scandinavi vararono importanti riforme sociali. In tutti i paesi occidentali la lotta alla disoccupazione divenne una priorità, sia nella versione nazionalsocialista (Hitler riuscì a creare in sette anni quasi 6 milioni di posti di lavoro!) sia in quella socialdemocratica (Roosevelt ne creò oltre 10 milioni nella seconda metà degli anni ’30).

Come è noto, è stato Keynes che ha influito decisamente su questo approccio, dimostrando che esisteva un fenomeno di “disoccupazione involontaria” che non era concepibile nella teoria economica ortodossa.   In sostanza, per gli economisti classici e neoclassici bastava fare funzionare il mercato che le cose si sarebbero messe a posto in quanto- in base alla legge di Say – l’offerta crea la domanda e non vi può essere una disoccupazione che non fosse volontaria.    Keynes dimostrò che il sistema macroeconomico raggiungeva l’equilibrio senza utilizzare tutte le risorse disponibili, a partire dal lavoro, e nessun aggiustamento automatico del mercato era possibile. Era necessario, pertanto, l’intervento dello Stato, il deficit spending, per sostenere la domanda aggregata e salvare il capitalismo, come lui stesso affermò senza infingimenti.

Ma, con Keynes cambia anche l’approccio alla povertà che viene identificata con la disoccupazione. Era in gran parte vero nel periodo in cui lui scriveva, ma non lo è stato più a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. In quel decennio emerge, per poi consolidarsi successivamente, la figura del “working poor” del lavoratore povero o impoverito. Un fenomeno che oggi è sempre più diffuso, per cui pensare di combattere la povertà solo con più posti di lavoro è falso, se non si precisa di quale lavoro e salario stiamo parlando.  E’ questo un equivoco che coinvolge anche chi guarda al Mezzogiorno senza conoscerlo.

 

  • Le diverse facce della povertà nel Mezzogiorno oggi.

Si possono stimare in circa 800.000 i giovani del Mezzogiorno che possiamo inserire nella categoria degli “Workings poor”. Lavorano nelle piccole imprese locali,nel commercio,nelle imprese subappaltatrici, ma anche in catene nazionali di supermercati dove firmano buste paga regolari e ne incassano la metà. Se si sposano e fanno due figli cadono sotto la soglia della povertà,se la moglie non lavora scendono della categoria della “povertà assoluta”.   Naturalmente, la loro condizione è diversa se vivono in un piccolo centro, in casa di proprietà e con un orto ed animali da governare.   In molte aree interne del Mezzogiorno, le forme di autoproduzione e di dono/reciprocità hanno ancora un loro peso [15] che contribuisce all’integrazione del basso reddito.   Ma, la maggior parte dei giovani meridionali vive in centri urbani con scarsa possibilità di trovare forme integrative di reddito, di vivere fuori dal mercato.

La maggioranza dei giovani meridionali sono diventati “formalmente liberi” di vendere la loro forza –lavoro, ma non sanno più a chi venderla.   Come Marx aveva intuito e denunciato, nel mercato del lavoro capitalistico la condizione più disperante è quella di chi non riesce a farsi sfruttare. Ed è questa la condizione dei giovani meridionali. Chiusa la macchina della spesa pubblica, ridotte le attività produttive, i giovani non hanno altra via che quella dell’emigrazione. Gli appartenenti ai ceti medi, partono per studiare nelle più prestigiose Università del Centro-Nord : Roma, Bologna,Forlì, Milano, sono le mete più ambite e frequentate. Non perché nel Sud non ci siano delle Università, qualcuna anche ben funzionante, ma perché sperano di inserirsi in un circuito migliore, di conseguire lauree più prestigiose e che, in ogni caso, vengono valutate di più. La maggioranza degli studenti universitari parte dopo la Triennale, sia perché le Specialistiche sono carenti nelle Università del Mezzogiorno, sia per i motivi soprarichiamati. Insomma, si tratta di un pre-inserimento nel mercato del lavoro, di mettersi nelle condizioni migliori per entrare nel mondo del lavoro. Gli appartenenti al ceto medio-alto ed alle elite vanno a studiare o a specializzarsi all’estero (Inghilterra, Usa , Germania, Francia), mentre i figli dei ceti popolari si iscrivono nelle Università meridionali senza molta convinzione, ma solo per la necessità di trovare un “parcheggio”.

Complessivamente, per motivi di studio o di lavoro tra i giovani nati nel Mezzogiorno e che si collocano nella classe di età tra i 20 ed i 35 anni, oltre il 60 per cento vive fuori dal territorio meridionale anche se, in gran parte, conservano la residenza nei luoghi di origine. Per questo i dati sull’emigrazione meridionale enunciati dall’Istat o dalla Svimez sono decisamente sottostimati. C’è un grande flusso di giovani che vanno e vengono dal Sud al Nord ed in senso inverso, che tentano di trovare un lavoro, spesso falliscono o trovano solo lavoretti sottopagati nel settore privato. Infatti, il taglio della spesa pubblica, anche nel Nord, impedisce di trovare quei lavori precari nella Pubblica Amministrazione a cui era possibile accedere in passato: una supplenza nelle scuole, un trimestre alle Poste, ecc.   Paradossalmente, la gran parte dei giovani emigrati nel Centro-Nord –per motivi di studio o di lavoro- sono mantenuti dai genitori e nonni.  Ovvio per gli studenti, molto meno per chi lavora. Il problema è che si tratta in gran parte di lavori sottopagati che non riescono a coprire gli alti costi (casa, trasporti, ecc.) della nuova residenza.   Non era mai successo in passato! La grande emigrazione degli anni ’50 e ’60 aveva una matrice inversa : erano gli emigranti che mandavano i soldi a casa per sostenere le famiglie. Sono stati i nostri emigranti all’estero che, attraverso le rimesse, hanno sostenuto la lira negli anni difficili precedenti la prima guerra mondiale e successivamente nel periodo 1946-1958.   Oggi, invece sono le famiglie meridionali che mantengono, in parte, questa forza-lavoro emigrata nel Centro-Nord. Si tratta di una forza-lavoro che rientra in quello che Marx definiva come “sovrapopolazione stagnante” : << La terza categoria della sovrapopolazione relativa, quella stagnante, costituisce una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare. Essa offre in tal modo al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. (…) Le sue caratteristiche sono: massimo tempo di lavoro e minimo di salario>>.  Questa “sovrappopolazione stagnante”oggi, oltre ad essere composta da extracomunitari, è composta da giovani meridionali , sostenuti dalle famiglie di provenienza per resistere allo sfruttamento selvaggio, scommettendo su un futuro migliore.

Il Mezzogiorno, anche per questa via- oltre quella più nota del “risparmio”[16]– ha accresciuto il trasferimento di risorse nel Centro-Nord, continuando ad impoverirsi.  Un meccanismo micidiale che accentua decisamente il divario Nord-Sud e che produce una “triste” condizione esistenziale per i giovani meridionali. Infatti, la domanda è: chi non parte che fa? Non abbiamo dati precisi, ma solo qualche inchiesta sul campo condotta in questi anni in Sicilia e Calabria. Va detto, che c’è una piccola parte di giovani che rimangono nel Sud perché ereditano una qualche “rendita professionale”. Sono i figli dei professionisti affermati (avvocati, ingegneri, commercialisti,notai, ecc.) o di ricchi commercianti o i rampolli della nuova borghesia mafiosa che con i proventi dei mercati illegali aprono ipermercati, resort, grandi alberghi, centri benessere, ecc. Ma, la maggioranza dei giovani che restano nel Mezzogiorno lo fa non per scelta, ma per mancanza di alternative, per mancanza di risorse o poco spirito di intrapresa, più spesso dopo aver tentato la via dell’emigrazione uscendone con le ossa rotte. E’ quella parte della forza-lavoro, che Marx collocherebbe oggi nella sfera del “pauperismo”, ed esattamente nella terza categoria del pauperismo che abbiamo prima richiamato : <<gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare>>.   Ma, con una grande differenza rispetto al passato. Questi giovani che non studiano, non lavorano, né cercano più il lavoro vivono in una condizione esistenziale inedita. Sono i cosiddetti NEET ( Not in Education, Employment or Training) che Bankitalia stima in 2,2 milioni in Italia, e che nel Mezzogiorno sono più del 30% dei giovani.  Non muoiono di fame e di stenti, come avveniva in passato in condizioni simili, ma muoiono lentamente sul piano della vita civile, si ritirano in sé stessi ed in una cerchia ristretti di amici, per lo più in condizioni simili.  Non praticano il “volontariato” che, come sappiamo, è positivamente correlato all’attività, per cui ci troviamo in una situazione, apparentemente paradossale, che si trovano più facilmente “volontari” nelle aree a più alta occupazione e ricchezza che in quelle a basso reddito ed alti livelli di disoccupazione. Questi giovani, specie quelli che vivono in piccoli centri urbani, hanno a disposizione due risorse rare nella società dei consumi: lo spazio ed il tempo. Due risorse fondamentali per la vita, che gli abitanti delle metropoli inseguono disperatamente, e che questi giovani hanno in abbondanza ma non sanno che farsene.

 

  • Giovani, povertà e Mezzogiorno: che fare ?

Tutte le forze politiche, o quasi, denunciano da anni la gravità della disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno, con una retorica stucchevole, senza indicare soluzioni, nella maggioranza dei casi.   Ogni possibilità di dare un futuro alle nuove generazioni, di contrastare la disoccupazione/ emigrazione di massa, viene ricondotto ad una formula magica: la crescita.   Peccato che la “crescita”, la ripresa, o come la si vuole chiamare viene rimandata di anno in anno. E’ come uno studente bocciato un anno dopo l’altro che non desiste.   Certo, a furia di crolli e cadute il Pil potrà un giorno lontano anche segnare un piccolo segno positivo, ma il trend di fondo è segnato.   Ci siamo incamminati in quella fase che già gli economisti classici avevano previsto – la lunga stagnazione- e che il ricco, e tecnologicamente avanzato, Giappone sta sperimentando da vent’anni. Il tema è dunque il seguente: come creare lavoro che abbia un senso- sul piano sociale ed ambientale- in una fase storica di <<lunga stagnazione>>.

Non vi è, ovviamente, una formula magica o un’unica ricetta.   Quello che deve essere chiaro è che non vi può essere nessuna risposta che non preveda un cambiamento nelle politiche nazionali, in quello che si chiama “modello di sviluppo”.   Non vi è certamente alcuna risposta dentro le attuali politiche di austerità, di taglio indiscriminato della spesa pubblica, nella presunzione di pagare un “debito pubblico” che è insostenibile e dovrà essere, insieme agli altri paesi europei, rinegoziato.   E’ questo un nodo centrale che nei limiti di queste note non possiamo approfondire, ma non possiamo ignorare.

Ammesso e non concesso, che la ragione prevarrà e usciremo fuori dal ricatto dello “spread” , resta il fatto che la Nuova Divisione Internazionale del Lavoro ci offre pochi spazi per pensare di puntare ancora sull’aumento delle esportazioni, mentre dovremmo pensare a ridurre alcune importazioni che hanno a che fare con la nostra “sovranità energetica ed alimentare”. [17]   Questo significa che abbiamo bisogno di promuovere il risparmio energetico e le energie rinnovabili, per ridurre l’importazione di combustibili fossili, migliorare la nostra bilancia commerciale e renderci meno dipendenti dalle montagne russe del prezzo del gas e del petrolio. Ugualmente, nei prossimi anni, la speculazione finanziaria ed il mutamento climatico, renderanno sempre più preziosa la produzione agricola e zootecnica di qualità ed il ruolo imprescindibile dell’agricoltura contadina, come ha sostenuto recentemente il presidente della Commissione Europea.   E’ evidente che nel campo delle energie rinnovabili e dell’agricoltura biologica il Mezzogiorno ha un grande ruolo da giocare, che si può tradurre in migliaia di nuovi posti di lavoro con una evidente utilità sociale ed ambientale.   Gli ultimi dati Istat ci dicono che il solo settore dove è cresciuta l’occupazione è il settore primario, ma potrebbe crescere molto di più solo se cambiasse il modo in cui funziona il mercato agro-alimentare e si utilizzassero le terre incolte (nell’ osso del Mezzogiorno ormai siamo vicini al 30%).   Ancora grandi spazi di manovra ci offrono gli investimenti in campo culturale, nella valorizzazione del patrimonio archeologico, storico, ecc. , nella ricerca applicata alle energie rinnovabili, alla bio-agricoltura, ai nuovi materiali ecologici, al risparmio di materie prime, ecc.

Questa è la riconversione ecologica del nostro modello che non è più un’idea astratta di ambientalisti utopisti, ma è diventata una necessità. Ma, questo cambiamento potrà avvenire solo nel medio-lungo periodo, mentre i giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno bisogno di una risposta hic et nunc. Per questo , in maniera schematica, formuliamo alcune proposte per il breve periodo:

a ) l’introduzione di un reddito di cittadinanza per tutti i giovani dai 18 ai 32 anni che non studiano, né lavorano;

  1. b) distribuzione, anche in comodato d’uso ventennale, delle terre incolte, degli immobili non utilizzati o confiscati alle mafie, a cooperative, imprese individuali, ecc. costituite preferibilmente da giovani meridionali ed immigrati extracomunitari (in particolare, indiani, pachistani, eritrei, etiopi, ecc.)[18]
  2. c) introduzione a livello di enti territoriali di una moneta locale complementare. Si tratta di una moneta di scopo che serve a ridare fiato all’economia locale-dato che può circolare solo in un ambito territoriale ristretto- e permettere agli enti locali (in primis i Comuni) di occupare i giovani in varie attività sociali e culturali di interesse comunitario.

 

Non abbiamo qui lo spazio per approfondire queste proposte. Possiamo solo dire che il reddito di cittadinanza per i giovani è una misura urgente per bloccare la fuga di massa dal Mezzogiorno, mettendo ovviamente dei vincoli di godibilità. Potrebbe essere agganciata a Lavori Ecologicamente Necessari ed essere prevista all’inizio solo per il Mezzogiorno, nella misura in cui non si ripetono gli errori fatti in passato per gli LSU ed LPU.   E questo può essere fatto solo con i “contratti di responsabilità territoriale” , che il sottoscritto –nella qualità di presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte- ha potuto implementare e dimostrarne l’efficacia nella lotta agli incendi e nella raccolta dei rifiuti. [19] Dove trovare le risorse finanziarie? E’ la solita obiezione a cui si può rispondere facilmente: attraverso una tassazione adeguata della rendita finanziaria, immobiliare, e dei redditi alti.

Sull’uso delle terre incolte, nonché sul sostegno alla piccola e media proprietà contadina sta diventando sempre più importante l’estensione delle reti di economia solidale, di cui i Gruppi di Acquisto Solidale sono una delle espressioni più importanti e conosciute. L’ente locale può favorire questi processi, come sta già avvenendo in alcuni Comuni della Lombardia, Toscana, Emilia, ecc. Si tratta di trovare le forme alternativa al mercato attuale gestito dalla grande distribuzione che fa il bello ed il cattivo tempo, imponendo ai produttori prezzi iniqui ed insostenibili, che generano ribellioni e tensioni sociali, che si scaricano spesso sull’anello più debole dello sfruttamento: gli immigrati. [20]

Infine, sulle monete locali complementari, questa misura –che si sta sperimentando in varie parti del mondo – fa parte di quel processo di recupero di una parte della “sovranità monetaria” che abbiamo perso.   Il fenomeno è ormai esploso in importanti città come Londra o Monaco ed è presente in varie forme anche in Italia, ma ancora allo stato embrionale e, purtroppo, senza l’intervento di una autorità pubblica, la sola che può dare valore ad una nuova moneta.[21]

Vorrei concludere dicendo che se non si interviene immediatamente per bloccare la fuga di massa dei giovani dal Mezzogiorno, qualunque intervento futuro sarà inutile perché mancheranno i soggetti sociali che possono produrre il cambiamento necessario. Non c’è più tempo.

[1] Cfr. T.R.. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, Utet, Torino, 1965, pag 323

[2] Vedi F. Quesnay, Il “Tableau économique” ed altri scritti di economia, Isedi, Milano, 1973, p. 37

[3] Cfr. A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni, Isedi, Milano, 1973 (ed. or.

[4] <<Con una spesa molto piccola lo Stato può facilitare, incoraggiare ed anche imporre a quasi tutta la massa del popolo la necessità di apprendere le parti più essenziali dell’educazione>> , A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni, Isedi, Milano, 1973, p. 772

[5] Ibidem, p. 122

[6] Cfr   D. Ricardo, Sui principi dell’economia politica e della tassazione, Isedi, Milano, 1976, pp. 70-71

[7] Ibidem pag. 70

[8] Cfr. J. Stuart Mill, Principi di economia politica, Utet, Torino, 1953, pp.350-52

[9] Ibidem pag. 355

[10] Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro primo3, cap. XXIII°, Ed. Riuniti, Roma, 1956, pp 94-95

[11] Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze, 1970, vol. II° p. 268

[12] Vedi Giovanna Procacci, L’economia sociale ed il governo della miseria, in Aut-Aut, n° 167/68, La Nuova Italia, Firenze, 1978. Nello stesso numero della rivista vedi anche l’articolo di Manuel Castel, “La guerra alla povertà negli Stati Uniti e lo statuto della miseria nella società dell’abbondanza”.

[13] Sull’importanza e gli effetti di questa legge, nonché in vivacissimo dibattito politico e teorico, vedi K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1980, in particolare il capitolo settimo.

[14] Cfr. Alfred Marshal e M.P. Marshall, Economia della produzione, Isedi, Milano, 1975, pp. 48-49

[15] Sull’autoconsumo ed il dono come forme di integrazione del reddito abbiamo condotto un’indagine sul campo, nel 2001 nei paesi collinari e montani della provincia di Reggio Calabria, vedi “Aspromonte. I parchi nazionali nello sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino 2002

[16] A partire dagli anni ’60 del secolo scorso il rapporto “risparmio/impieghi” degli istituti bancari ha visto un continuo deficit a sfavore del Mezzogiorno ed a vantaggio del Nord. Vale a dire: una parte consistente del “risparmio delle famiglie meridionali” è stato utilizzato ed investito fuori dal territorio meridionale.

[17] Sulla necessità per tutti i paesi di riprendersi la sovranità energetica ed alimentare, come risposta alle “fluttuazioni giganti” della Borsa ed al mutamento climatico, vedi T. Perna, Eventi Estremi. Come salvare il pianeta e noi stessi dalle tempeste climatiche e finanziarie, Altreconomia Ed., Milano, 2011.

[18] Nella nostra esperienza sul campo, a partire dal noto progetto di Badolato e Riace, abbiamo potuto verificare gli extracomunitari, provenienti dai paesi sovra citati , sono i soggetti più adatti a coltivare le terre incolte e renderle produttive, fermo restando che abbisognano di una filiera virtuosa come quella dei Gruppi di Acquisto Solidale

[19] Vedi su queste esperienze e sul “contratto di responsabilità territoriale” T. Perna, Aspromonte…., op. cit.

[20] Vedi il caso della rivolta di Rosarno del gennaio 2010, oggi approfondito all’interno della filiera agrumicola nel saggio di F. Mostaccio, La guerra delle arance, Rubettino ed. Soveria Mannelli, 2012

[21] Sul piano teorico, vedi il saggio di Bernard Lietaer, The Future of Money . Creating New Wealth, Work, and a Wiser World, Random House Group, London, 2001.

Per la Calabria. Contro la “calabresità” e i “calabresismi” di Vito Teti

Per la Calabria. Contro la “calabresità” e i “calabresismi” di Vito Teti

Intanto, i giornali locali parlano della «grande dimenticata», della «grande silenziosa», cioè la Calabria. Dicono sempre che in questa terra, poiché era ricca di vitelli, nacque il nome d’Italia, e ne rivendicano la proprietà letteraria. Prospera qui, non si sa come, in una contrada semplice, vera, scabra, una inaspettata retorica, tarda eco della retorica nazionale. Quasi tutto quello che si legge qui della Calabria, a parte la letteratura dialettale, è rivolto in genere a magnificare una Calabria che non esiste più, e cioè le colonie greche, e Sibari, e Locri. La tendènza è al classico. Il povero bracciante fugge nell’emigrazione, e l’intellettuale fugge nel passato. La retorica si, quella è nazionale (Corrado Alvaro, Un treno nel Sud, 1958).

 

 

  1. Lo slogan fiacco e vuoto della «calabresità»

«L’identità è diventato oggi uno slogan brandito come un totem o ripetuto in maniera compulsiva come una evidenza che sembrerebbe aver risolto proprio ciò che risulta problematico: il suo contenuto, i suoi limiti, la sua stessa possibilità». Le considerazioni dell’antropologo François Laplantine (Identità e métissage, 2004) mettono in guardia dall’uso approssimativo, inadeguato, minaccioso, angusto di tale termine. Le considerazioni critiche sull’identità vanno assunte criticamente e problematicamente in una terra dove opinionisti improvvisati, incompetenti (e buoni per tutte le stagioni), «maestri pensatori», che non leggono e non studiano e però non ci risparmiano le loro verità assolute, le loro certezze indiscutibili, i loro idoli offerti alla devozione di tutti noi. Il discorso sull’identità non è superfluo o scontato dal momento che, a mio modo di vedere, molti dei mali del Sud e della Calabria – molte dati negativi che ci riguardano, certo dovuti a ragioni storiche, economiche, sociali, al rapporto Nord-Sud – dipendono anche da un malinteso senso dell’identità, dall’ossessione e dalla boria identitaria che vede avvinghiati politici e certi commentatori funzionali alla politica-politicante di tutti i colori e le trasversalità.

La rivendicazione d’identità, in realtà, in molti commentatori che oscillano tra sterile nostalgia e rivendicazionismo-revisionismo, ha un carattere estremamente vago, dissimula più di quanto non chiarisca. I discorsi sull’identità quasi sempre da noi rivendicazione sterile, costruzione astorica, formule inconcludenti, artifici per non fare i conti con se stessi. Si afferma e non si dimostra, si assume e non si argomenta. Uno dei termini più usati e più abusati, di recente invenzione, nell’affrontare questioni relative al modo di essere e di sentirsi degli abitanti della nostra regione, è «calabresità». Quel termine, a cui pochi si sottraggono, racconta una presunta diversità/superiorità più pelosa e indimostrata. Lo considero un termine, forse, inevitabile, ma anche molto ambiguo ed ingombrante. Certo poco efficace, anzi sterile, ai fini di una reale comprensione delle dinamiche e delle vicende identitarie della Calabria. Il problema è che «calabresità», termine vago e generico, dice tutto e il contrario di tutto. Viene, infatti, inventato «il calabrese» (altre volte «bruzio») idealtipico (come scriveva Augusto Placanica) che nella realtà non è mai esistito. In altre parole il termine «calabresità» finisce col dare per scontata una sorta di identità astorica, perenne, chiusa, facilmente individuabile, quasi pesabile e quantificabile. Quel termine sembra ignorare le mille Calabrie che si sono succedute nella storia, dall’antichità ai nostri giorni, distribuite e differenziate sul territorio, dislocate altrove. Occulta il sovrapporsi e il combinarsi di civiltà, di culture, di tradizioni, di lingue, le impronte e i segni lasciati in eredità da diversi dominatori. Sottovaluta che la storia della regione è segnata da contrasti, doppiezze, diversità, da luci e da ombre, che difficilmente possono essere riportate a una cifra unitaria o rinchiuse in una sorta di slogan identitario. La retorica della «calabresità», non di rado, è il risultato di un’angusta e risentita risposta alle immagini e alle negazioni esterne, che segnano la nostra regione in epoca moderna e ancora ai nostri giorni. Agli intellettuali e agli studiosi, ai calabresi in genere è stato consegnato un fardello pesante: fare sempre, qualsiasi cosa scrivono o dicono, una sorta di preambolo, una preliminare dichiarazione di intenti, una difesa d’ufficio, la confutazione di quello che altri hanno scritto o detto. Bisogna sempre dimostrare qualcosa, confutare (o osannare) qualcuno. Si passa senza soluzioni di continuità dalla lamentela di non essere riconosciuti al compiacimento di sentirsi superiori. La colpa è sempre degli altri. Sia che ci riconoscano sia che ci neghino.

Calabria 1976 (c) photo Salvatore Piermarini

Se poi i giornali, per un qualche motivo, parlano bene di noi, allora sono nel giusto, finalmente capiscono. Il paradosso di tanti pregiudizi rovesciati, combinati ad autostereotipi, è quello di alimentare delle risposte di difesa, talvolta risentite, che spesso finiscono col negare non solo le immagini esterne, ma anche gli aspetti negativi della realtà regionale. L’affermazione di una generica e imprecisata «calabresità» è portata avanti per difendersi dagli altri, per confutarne il loro punto di vista, talvolta per farsi accettare, per promuoversi, in maniera ostentata. Ne viene fuori una risposta spesso angusta, tipica di chi si sente assediato e non riesce ad elaborare autonomamente, in relazione e non in opposizione agli altri, un senso di sé e della propria storia. Inutile occultare una sorta di arroccamento identitario, che si afferma nel tempo anche come risposta a immagini e a pregiudizi esterni anticalabresi che non nascono all’indomani dell’unificazione nazionale (anche se nella seconda metà dell’Ottocento i positivisti parleranno di razza) ma risalgono almeno al Cinquecento e sono presenti in Europa e a Napoli nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento. Un fuoco di immagini negative – che vanno spiegate e distinte nei diversi periodi storici – alla fine hanno generato una psicologia degli assediati e dei dimenticati, di chi si sente sempre sotto osservazione o sempre ignorato, di chi teme, aspetta, rifiuta, incoraggia, il giudizio degli altri. Questi meccanismi accentuano introspezioni esasperate, chiusure, risentimenti, tendenze all’introspezione che finiscono col confermare gli stereotipi che si vuole negare. Finiscono col rendere i calabresi davvero patologicamente melanconici, insicuri, sfiduciati. E spesso finiscono con il diventare complici del gioco degli sguardi esterni. In tutti i casi si rivela sempre una sorta di soggezione e di dipendenza, di mancanza di autonomia, di fronte a quello che di noi è stato detto o non detto. Quella dei calabresi appare spesso una costruzione identitaria risentita, talvolta rancorosa, proprio per le negazioni esterne. In tutto quello che fanno, i calabresi è come se dovessero mostrare e dimostrare qualcosa agli altri, dovessero superare un handicap dovuto a una negazione o a riconoscimenti esterni. Lo scivolamento nell’autostereotipo è quasi automatico in tanta scrittura che dipende dalle immagini “orientaliste” e “mediterraneiste” costruite fuori dalla regione e che trova non pochi adepti a livello locale (si vedano su questi aspetti alcune riflessioni di Luigi M. Lombardi Satriani, Battista Sangineto, Francescomaria Tedesco).

 

La «calabresità» intesa come identità pura e monolitica, quasi monocromatica, ha i suoi categorici e indimostrabili presupposti, ha anche i suoi corollari, sui quali bisognerebbe soffermarsi a lungo. Una delle conseguenze della costruzione di una sorta di riserva, scampata alle contaminazioni e ai processi di modernizzazione, è il proliferare dei suoi custodi, di quelli che sanno pesare il tasso di «calabresità» dei corregionali rimasti o partiti, che consegnano una sorta di patente, che giudicano il senso di appartenenza. Il mondo dell’emigrazione, di solito, quasi paradossalmente, in quanto mondo delle contaminazioni e dei mutamenti, viene individuato come una sorta di isola dove si conserverebbe un’«identità calabrese» vera, pura, integra, monocromatica. Spesso sono gli emigrati, i calabresi che vivono fuori, gli esuli ad essere sottoposti a una sorta di dosaggio della calabresità. Quanto si è o non si è rimasto calabrese, pure vivendo fuori, come si ricorda o si dimentica la terra di origine, come se ne parla, quanta Calabria resta o appare nelle opere del tale o talaltro scrittore che vive fuori? Sono alcune delle domande che periodicamente angustiano quanti vanno alla ricerca di «glorie locali» che vivono fuori e cui viene assegnato, in maniera ingenua e insieme faticosa, il compito di nobilitare i rimasti. Come se il successo, vero o presunto, dei partiti compensasse il disagio e il malessere dei rimasti. Con i calabresi che hanno avuto successo e notorietà nel campo delle professioni, del pubblico impiego, dei mestieri, della politica la valutazione è abbastanza lineare e la considerazione alquanto semplice: «vedete come siamo bravi noi calabresi fuori della Calabria». L’universo lasciato può diventare motivo d’ispirazione, elemento di memoria, ma anche una sorta di ossessione, un dato di disagio, il luogo della nostalgia, cui ti riportano anche le immagini costruite da coloro che sono rimasti. La valutazione, da parte dei custodi di un’identità intesa in maniera granitica, talora ha toni di entusiasmo lacrimevole, altre volte di disapprovazione e di delusione. Termini e concetti come classicità, bellezza, memoria, tradizione, modernità, identità nelle regioni del Sud e in Calabria vengono adoperati ora per discorsi che ineriscono alla persuasione ora per posizioni che sfociano nella retorica. In una terra di contrasti e di dualismi, dove mancano la mediazione e la conciliazione, basta poco perché qualcosa si trasformi immediatamente nel suo contrario. E così le risorse diventano condanna e anche la «felicità» dei luoghi viene trasformata in maledizione, quasi facendo avverare una sorta di profezia razzista che hanno elaborato e inventato, come scrivevo nel 1993, i teorici della «razza maledetta».

 

  1. Calabria 1978 (c) photo Salvatore Piermarini

    Esiti paradossali delle retoriche identitarie

Il risultato è l’invenzione di un’identità chiusa, risentita, non propositiva, dipendente dalle immagini esterne, ora confutate ora riconosciute, rivendicazionista, non costruttiva e rivolta al futuro, ma lacrimevole e rivolta al passato. Un’identità astorica, angusta, inesistente, consolatoria, autoassolutoria, autoreferenziale. Un’identità retorica costruita su revisionismi storici improbabili, su mitologie del buon tempo antico mai esistito, su un idealismo utopistico del passato, su asserzioni giustificazioniste, spesso ammantate da pseudogarantismo (sempre attento alle ragioni dei potenti, dei carnefici e mai delle vittime). In maniera indimostrata si afferma, ad esempio, che la ’ndrangheta ha avuto un carattere popolare ed è stata la continuità del brigantaggio o che esiste una diversità tra una vecchia e buona ’ndrangheta e una criminale nel presente. Nulla di più falso, come storici e antropologi hanno dimostrato. Spesso la «calabresità» sfocia anche in una sorta di comprensione-giustificazione della criminalità e nell’ indifferenza dinnanzi all’inquietante onnipresenza delle mafie come ci si trovasse dinnanzi a un problema irrilevante o secondario.

La «calabresità» spinta all’estremo si trasforma così in una sorta di autorappresentazione ’ndranghetista della regione alla quale partecipano anche i ceti professionisti e intellettuali. La colpa e le responsabilità sono sempre degli altri: «noi» siamo belli, puri, incompresi sempre e comunque anche quando qualcuno compie i crimini più odiosi. Si urla sempre alla criminalizzazione della regione dall’esterno e si occulta quanto i locali si impegnino a costruire autostereotipi che accolgono e amplificano i pregiudizi esterni. Di tutto questo bisognerebbe parlare con pacatezza e con argomenti seri, anche perché su molti giornali e sui blog la tendenza è alla superficialità, alle affermazioni indimostrate, alla lamentela autoassolutoria o alla denuncia di maniera. Ogni discorso e progetto autentico «per la Calabria» – un amore profondo e veritiero per la propria terra – non può che passare attraverso la decostruzione e la demitizzazione della «calabresità».

Non esiste l’identità fatta a pesi e a pezzetti. Che cosa sono la «calabresità», la «napoletanità», la «piemontesità», la «sicilianità» se non invenzioni e costruzioni identitarie felici quando parlano di aperture e di somiglianze? E adesso non ci si accontenta della «calabresità»: si invoca e si inventa la «cosentinità», la «regginità», la «vibonesità» sempre declinate in maniera angusta e autoreferenziale. Piccole vedette della «calabresità» crescono, senza aperture, senza letture, senza viaggiare, e contribuiscono a frammentare, separare, lacerare le diverse aree della Calabria, molto di più di quanto non abbiano fatto la geografia, la storia, le catastrofi, e di recente la politica che sulle divisioni prospera e la criminalità che si divide il controllo del territorio.

Calabria 1981 (c) photo Salvatore Piermarini (2)
Calabria 1982 (c) photo Salvatore Piermarini (2)

Si scrivono ripetitivi interventi banali sul neorazzismo antimeridionale (che esiste e come) senza capire cosa sta succedendo a livello globale, senza legare quel razzismo a più generali xenofobie e si fa finta di non vedere che la Lega e il leghismo (almeno nelle versioni attuali cariche di xenofobie) ha proseliti anche al Sud e anche da noi. Al localismo leghista spesso si è risposto con un localismo di segno opposto in nome di un Sud mitizzato nel suo passato. Nel 1993 ne La razza maledetta segnalavo Il rischio che alle tendenze secessioniste del Nord, il Sud potesse rispondere, come ricordava Giovanni Russo, con miti e nostalgie filoborbonici, scendendo sul terreno «separatista» prediletto dai leghisti (I nipotini di Lombroso, 1992). Isaia Sales (Leghisti e sudisti, 1993) temeva che in Italia ci si dividesse in «leghisti» e «sudisti». A distanza di un ventennio, possiamo costatare come quei rischi fossero concreti e del tutto fondati. Alla lunga sono affiorate, al Sud, accanto a risposte serie e aperte, posizioni localistiche funzionali al sentimento antiunitario della Lega. Nel tempo, la Lega ha occultato il razzismo antimeridionale con la xenofobia anti-immigrati, che spesso ha contagiato anche il Sud. Adesso i localismi al Nord e al Sud sembrano trovare una sorta di incontro in nome di una presunta difesa dell’Occidente dalle invasioni degli stranieri. Non ci si è accorti dei discorsi razzisti che sono proliferati nelle nostre campagne e nei nostri paesi contro immigrati e stranieri. Non ci si è accorti che chiusure anguste, difese d’ufficio di un’inesistente identità granitica e incontaminata, gruppi xenofobi e localisti, organizzazione criminale e pensiero filondranghetista potrebbero trovare una convergenza di interessi concerti e di rassicurazioni e garanzie (a proposito di garantismo) nella Lega di Salvini, sempre meno interessata alla Padania, ma interprete di tutte le forme di opposizione allo straniero e agli altri inserite in una cornice nazionale, come è avvenuto per il lepenismo in Francia. E così nata come movimento politico antimeridionale e separatista, la Lega si è trasformata in movimento anti-immigrati che mette assieme i tanti localismi, le paure, le ansie, le xenofobie, le retoriche identitarie presenti ovunque in Italia e, come sappiamo, nel resto di Europa. La possibile deriva leghista anche al Sud chiama in causa i tanti commentatori che si sono rinchiusi in proclami e lamentele con le insegne logore del localismo meridionale, negazione più subdola di quella cultura meridionale illuminata, illuminista, risorgimentale, meridionalista che è quanto di più originale e innovativo e oppositivo abbiano prodotto dalla fine del Settecento ai nostri giorni le élites pensanti e critiche del Meridione o amiche del Meridione.

 

  1. Per un’identità aperta, problematica e del fare

Le identità non hanno nulla di pacificato e di definito, parlano di ricerca, apertura, scommesse, sofferenze. Le narrazioni del/sul Sud non possono essere ridotte a favolette, a leggende, a mitizzazioni edulcorate, a volte interessate. Ogni discorso sull’identità richiede un rapporto autentico e sofferto con la propria storia, con le tradizioni plurali e le vicende controverse della regione. Necessita di invenzione, fantasia, immaginazione. La costruzione dell’identità richiede la capacità di cogliere i mutamenti del passato e quelli recenti e in corso senza restare ancorati a un passato indefinito e immaginato. Occorre guardare al mondo, alla cultura critica ed esterna. Non bisogna avere paura delle novità, di camminare, viaggiare, mettersi in discussione, praticare l’arte e l’etica di un restare spaesante, inquieto, problematico. Bisogna riconoscere i lati ombrosi della propria storia collettiva ed individuale. Occorre guardare al nostro «interno» senza raccontarci favole, senza scambiare i fantasmi del passato per ombre benevole. Bisogna scrutarsi senza indulgenza, senza autolesionismi, ma senza comodi discorsi autoassolutori. Le responsabilità non sono sempre altrove, non bisogna lanciare la palla in un presunto campo avversario e fuori dagli spalti. Le responsabilità sono anche qui ed ora, anche nostre. L’autoascolto e l’autosservazione non debbono tradursi in lacrimevole rimpianto, in inutile compiacimento, ma in una capacità di fare i conti con il proprio passato per affermare una diversa presenza e una problematica soggettività. Bisogna cambiare prospettiva, guardare con altro sguardo, avere riguardo e cura anche delle proprie fragilità, senza paura di dire la verità. Vale ancora quanto raccomandava Franco Costabile un grande e sofferto poeta calabrese:

Calabria 1985 (c) photo Salvatore Piermarini

Ecco

io e te, Meridione,

dobbiamo parlarci una volta,

ragionare davvero con calma,

da soli,

senza raccontarci fantasie

sulle nostre contrade.

Noi dobbiamo deciderci

con questo cuore troppo cantastorie.

Ogni abitante del Sud si trova ancora a dover decidere, a scegliere. Si tratta di una posizione non facile, minoritaria, appartenente a una tradizione insieme illuminata e «sentimentale». In controtendenza perché a prevalere sono i fautori di un’identità angusta e risentita. Eppure non bisogna raccontarsi tante fantasie. Di recente importanti e coraggiosi intellettuali, giornalisti, studiosi che denunciano la presenza ossessiva della criminalità organizzata sono stati indicati come calunniatori della loro terra, accusati di mostrarne soltanto gli aspetti negativi. E anche autori importanti cadono nella trappola di dover dichiarare, in ogni discorso, in maniera preliminare, che la Calabria non è solo ’ndrangheta. Una giustificazione non richiesta, che mostra tutti i limiti nella capacità di rappresentarsi e raccontarsi anche con le proprie contraddizioni, con i propri limiti, le proprie responsabilità.

Salvatore Piermarini, Marchesato di Calabria 1981

«Solo in te ipso»: la soluzione sta in noi stessi e non negli altri, ricordava Olindo Malagodi a inizio secolo a quei calabresi che parlavano sempre male di loro stessi e poi davano la colpa sempre agli altri. La soluzione e la salvezza stanno in noi stessi: non è compito degli altri. Appare indispensabile condannare ogni forma di razzismo e di sopraffazione che riguardano gli altri. Non si è credibili contro i leghismi se poi ci si abbandona a una sorta di sterile sentimento di superiorità o anche ad atteggiamenti nei confronti degli altri. Occorre, certo, fare i conti con gli stereotipi che ci riguardano, ma anche, come diceva Croce, cercare di capire se non siano stati originati anche da comportamenti e rappresentazioni delle stesse popolazioni. Occorre contrastare con argomenti le immagini negative, con la consapevolezza che lo stereotipo, però, va negato con i comportamenti, con i fatti, con scelte coraggiose. Certo di fronte a separatismi che permangono, a razzismi e leghismi che nascono in Europa, i problemi non si risolvono soltanto confutando, come è giusto, immagini negative esterne e interne. Servono progetti. Serve un’identità da costruire sul «fare» e non soltanto sull’ «essere» (che da noi diventa «presunzione» di essere o apparenza). Serve però un fare eticamente orientato, con un telos, una prospettiva, un’utopia. Un’identità come pratica, come progetto, come continua costruzione, che non dimentichi il passato e la tradizione, sappia invece recuperarli come memoria e per i segni attuali che inviano, e si proietti, con fatica, nel presente e nel futuro. Soltanto allora paesaggi, bellezze, montagne, colline, coste, mare, sole, clima, varietà e mescolanza di prodotti, organizzazione degli spazi, ritualità, tradizioni culturali, religiosi e alimentari, rapporti familiari e comunitari possono essere assunti come elementi costitutivi di un’identità che non è data bella e pronta, consegnata una volta per sempre. I molteplici e colorati elementi costituitivi dell’identità potranno diventare delle risorse a condizione di saperli leggere nella loro storicità e mobilità, nella loro complessità, nella loro ambiguità. Essi possono essere la linfa di una nuova consapevolezza, i materiali con cui affrontare nuove sfide, ma anche una sorta di camicia pesante di cui è difficile liberarsi e di cui si può restare prigionieri. Paesaggi, luoghi, valori e pratiche, frutto di complesse vicende storiche, di mille incontri e scontri di popoli, di aperture e di chiusure, sono segnati da una sottile linea d’ombra. Possono costituire punti di forza o di debolezza, tratti di un’identità da rivendicare o di un’identità angusta da superare. «Persuasione», come diceva Carlo Michelstaedter (La persuasione e la rettorica, 1982), è il tentativo sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di sé stessi. Non di meno la persuasione è una via da perseguire per contrastare quanto più possibile la retorica, le ombre, le favole, i pregiudizi che occultano la «verità» e la possibilità di cambiare lo stato delle cose.

Nota. Questo scritto è il testo di una relazione (dal titolo “L’identità: tra retorica e persuasione”) presentata al seminario di studi “La Calabria che vogliamo: Istruzione, Alta formazione, Cultura e Beni Culturali” che si è svolto al Museo Archeologico in occasione dell’incontro sulle identità che si è svolto a Reggio Calabria al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, giovedì 3 ottobre alle ore 9. 30, promosso dell’Associazione ex Consiglieri Regionali della Calabria e poi pubblicato sulla rivista della stessa Associazione. Eravamo ancora lontani dall’esplosione della xenofobia antiimmigrati e anche dal successo elettorale della Lega e dei localismi al Sud e in Calabria. Proprio per questo mi sembra opportuno riproporre uno scritto datato, ma ancora attuale. Gli stereotipi e gli autostereotipi, le narrazioni “meditarreneiste” e retoriche, senza alcuna profondità storica e problematicità antropologica, sulla Calabria e su Sud purtroppo continuano a prosperare su fogli, riviste, giornali cartacei e on line.

Su queste tematiche mi sono diffusamente soffermato già a partire da inizio anni Novanta del secolo scorso. Per ulteriori riferimenti, approfondimenti e indicazioni bibliografiche mi sia consentito rinviare ai miei: La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale (Manifestolibri, 1993; n. ed. ampliata 2011) e Maledetto Sud (Einaudi, 2013).

 

 

Si ringrazia Salvatore Piermarini, autore delle foto, per la sua generosa disponibilità.