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La Calabria e il Mezzogiorno nel paese delle diseguaglianze.-di Tonino Perna

La Calabria e il Mezzogiorno nel paese delle diseguaglianze.-di Tonino Perna

Lo scorso 7 novembre “Italia Oggi” ha pubblicato il Report sulla qualità della vita nelle provincie italiane, una ricerca condotta in partnership con l’Università La Sapienza di Roma. Precisiamo subito che i dati si riferiscono in gran parte al 2021 e la graduatoria finale è la media di ben 92 indicatori che spaziano dai servizi sociali ai reati, dalle criticità finanziarie al tempo libero, dal patrimonio al reddito, dall’inquinamento alla durata media della vita, dai tassi di immigrazione al tasso di disoccupazione, ecc. Ne abbiamo citato solo alcuni per la complessità della ricerca realizzata. Certamente la “qualità della vita” non è misurabile come non lo è la felicità. I testi sulla felicità percepita dai popoli mi hanno fatto sempre sorridere per l’assoluta ingenuità e presunzione di poter misurare ciò che non lo è, di voler comparare ciò che non è comparabile. Comunque, con tutti questi limiti, questa ricerca è preziosa, soprattutto se andiamo ad analizzare alcuni dati incontrovertibili.

Entrando nel merito diciamo subito che il quadro complessivo che ci viene presentato è l’immagine di un paese in cui le diseguaglianze sociali e territoriali crescono ancora. Su 107 province italiane 35 appartengono al Mezzogiorno e rappresentano circa il 34% della popolazione residente a livello nazionale, e circa il 30% della popolazione presente. La distanza tra questa parte del nostro paese e il centro-nord si è accentuata. Nella graduatoria finale nei primi 63 posti ci sono solo province del Centro Nord! Nelle ultime venti province ci sono solo quelle del Mezzogiorno ad esclusione delle province dell’Abruzzo, Molise, Basilicata e parzialmente della Sardegna. Quindi registriamo anche una divaricazione all’interno del Mezzogiorno, con alcune aree che tendono a stabilirsi su parametri più vicini al Centro Italia. Crotone, come ormai è noto, compare ancora una volta all’ultimo posto, mentre la provincia catanzarese si conferma la migliore della Calabria. Al di là delle divaricazioni nel reddito pro-capite quello che più colpisce è lo scarto in altri settori.

Colpisce in particolare lo scarto esistente per quanto riguarda la voce “istruzione e formazione”: nelle prime 68 province italiane non ce n’è una meridionale, ad eccezione di Cagliari e delle province abruzzesi e molisane. Tra le province calabresi spicca, come c’era da attendersi, la migliore performance per Cosenza, mentre si conferma all’ultimo posto Crotone e non se la passa tanto bene neanche Reggio Calabria (102°) pur avendo due Università e vari istituiti di formazione. Colpisce il quart’ultimo posto di Napoli che occupa gli ultimi posti per la partecipazione alla scuola dell’infanzia, per il possesso di almeno un titolo di scuola media superiore e persino per il possesso della laurea, pur godendo di una prestigiosa Università come la Federico II.

Rispetto al tasso di mortalità, su 1000 residenti, è stato nel 2021 leggermente più alto nel Centro Nord rispetto al Sud (probabilmente perché la pandemia ha colpito più quest’area), mentre rispetto alla speranza di vita alla nascita è nettamente migliore la condizione del Centro Nord rispetto al Mezzogiorno, con la sola eccezione di Cagliari. In sostanza chi oggi nasce a Firenze o Milano ha mediamente più di tre anni e mezzo di aspettativa di vita rispetto a chi nasce nella provincia di Napoli, Enna o Siracusa, ultima in classifica (un dato, a nostro modesto avviso, legato al grande inquinamento del polo petrolchimico di Augusta- Priolo). Una buona notizia per i catanzaresi e vibonesi: gli over 65 hanno una speranza di vita di quasi un anno superiore al resto delle altre province calabresi. Più complessa l’immagine che la ricerca ci presenta rispetto a quello che definisce “sistema salute”. Nei primi venti posti della graduatoria troviamo undici province meridionali, mentre negli ultimi venti posti sono solo cinque le province meridionali, malgrado l’esperienza ci dica il contrario.

È invece molto chiaro il quadro che emerge rispetto alla microcriminalità, che poi è quella che preoccupa di più la maggioranza della popolazione. Se prendiamo in considerazione i “furti in appartamento” nelle prime 20 province più colpite dal fenomeno, 19 appartengono al Centro Nord. Per avere un’idea della differenza basti confrontare i 413 furti in appartamento ogni centomila abitanti a Bologna contro i 51 a Nuoro e 80 a Reggio Calabria. Ugualmente alla voce “scippi e borseggi” troviamo che ad Enna sono 5 ogni centomila abitanti, a Crotone 9, mentre nella sonnacchiosa Firenze 410 e a Milano 467! Al contrario per i “furti d’auto” a Sondrio e Pordenone se ne registrano 5 mentre a Barletta si arriva a 567 ed a Napoli 482. Negli ultimi venti posti in classifica, ad eccezione di Monza-Brianza, sono tutte province meridionali quelle che sono colpite da questo reato. Più variegato è il quadro nazionale per quanto riguarda le “estorsioni” : nelle ultime venti province accanto a Foggia (la peggiore), Trapani, Catanzaro, Vibo, Napoli, troviamo Asti, Trieste, Rimini, Bologna. Ma, le prime 20 province meno colpite da questo reato sono tutte del Centro- Nord ad eccezione di Benevento e Chieti.

Nella voce “turismo e tempo libero” la divaricazione C-N e Mezzogiorno è palese. Alla voce “sale cinematografiche” (in crisi come sappiamo in tutta Italia), le prime 30 province sono tutte del Centro-Nord (ad eccezione di Nuoro e Matera), così come le “palestre” ne abbiamo 13 a Rimini ogni 100.000 ab. e 0,5 a Crotone, ugualmente per il mondo delle “associazioni” dove alle 50 di Firenze, 49 di Siena e 46 di Trieste fanno da contraltare le 2,8 di Crotone (ultima in classifica), le 3,5 di Avellino. Buona la posizione di Reggio Calabria con 11,7 associazioni ogni centomila ab. e di Cosenza con 9.1. Anche in questo caso le prime 34 province sono tutte del C-N. Anche per le “librerie” abbiamo una situazione simile: le prime 23 province sono del C-N (con l’eccezione della solita Sassari, città ormai appartenente più al Centro che al Sud) e la 24° è Catanzaro, un dato che ci fa ricordare quanto scriveva Guido Piovene a metà degli anni ’50 su questa città nel suo famoso “Viaggio in Italia”: <>.

Un dato incredibile che contrasta con gli stereotipi è quello che si riferisce alla presenza di “bar e caffè” in percentuale rispetto agli abitanti: nei primi venti posti troviamo le province del C-N (16 su 20, a partire da Sondrio !) , mentre in fondo alla graduatoria c’è Catania, insieme ad una sfilza di province meridionali che occupano gli ultimi dieci posti. L’immagine del meridionale seduto al bar che chiacchiera o gioca a carte viene rovesciata. Stesso quadro ci offre la tabella relativa ai “ristoranti”: Ai 200 di Aosta, prima in classifica, si contrappongono i 21 di Caltanissetta o i 27 di Catania (un dato sorprendente!), e tra le prime trenta province nella graduatoria solo tre sono meridionali, l’Aquila, Teramo e la solita Sassari.

Per ragioni di spazio non possiamo approfondire il noto divario economico, ma possiamo dire che si conferma la crescita di questa distanza e mostrare un dato che forse è più significativo di altri: la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione. I primi quaranta posti sono occupati esclusivamente dalle province del C-N , con la netta prevalenza di città capoluogo di medie dimensioni, mentre gli ultimi 25 posti in graduatoria appartengono al Mezzogiorno: se a Pavia o Biella ci sono 44 immigrati ogni 1000 residenti, a Barletta sono 10, a Bari 17, come a Crotone e Reggio Calabria.
Al di là dei dati relativi al mercato del lavoro, credo che questo sia un indice che meglio di ogni altro testimonia della diseguaglianza territoriale: i flussi migratori vanno dove c’è il lavoro e indirettamente ci danno una misura delle divaricazioni territoriali.

Infine, una nota positiva per alleggerire il quadro del Mezzogiorno. Malgrado i suoi tanti problemi sul piano socio-economico, i meridionali amano di più la vita del resto degli italiani: il tasso di suicidi è nettamente più basso nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord (con la sola eccezione di Genova, chissà perché?). Per avere un’idea: se a Napoli registriamo 2 suicidi ogni 100mila abitanti, a Bolzano sono 10, ad Aosta 12, e a Biella (ultima) arrivano a 15.
Non possiamo esimerci da una considerazione finale. L’Italia, come emerge da questa ricerca, è un paese complesso, articolato, dove non sempre la linea di demarcazione è quella Centro Nord –Mezzogiorno.

Anche all’interno dell’area meridionale ci sono delle differenze significative, ma nel complesso rimane intatta la “questione meridionale” , nell’accezione storica di questa categoria. Ovvero, rimane una distanza pesante e crescente nella formazione/istruzione, nei servizi sociali, nella domanda di lavoro, nella spesa per la cultura e il cosiddetto “tempo libero”. Se dovesse passare la “autonomia differenziata” reclamata dalla Lega, che si fonda sulla spesa storica nella pubblica amministrazione, questo divario verrà cementificato e non ci saranno più speranze per una unificazione del nostro paese. Che non significa che dobbiamo avere tutti lo stesso reddito pro-capite, ma i livelli essenziali di assistenza, le occasioni per istruirsi e formarsi, la spesa per la cultura, ecc. insomma gli stessi diritti di cittadinanza. Niente di più e niente di meno.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 novembre 2022

Breve storia del Pd: le sue responsabilità per la crisi sociale del Paese.-di Piero Bevilacqua

Breve storia del Pd: le sue responsabilità per la crisi sociale del Paese.-di Piero Bevilacqua

Da quando è nato, nel 2007, il Partito democratico si è sempre più allontanato dal mondo del lavoro e dai ceti popolari abbracciando un pensiero neoliberale che ha mostrato tutti i suoi limiti nella difesa dei diritti e nella lotta per la giustizia sociale

Occorre di tanto in tanto fermarsi e guardare indietro, fare un po’ di storia, per capire come siamo arrivati sin qui. E un buon filo d’Arianna per districarsi nel labirinto della cronaca carnevalesca di oggi è la vicenda del Partito democratico. Nato nel 2007 dalla fusione dei Democratici di sinistra e della Margherita, è stato sino al 2018 il maggiore partito italiano e, con alcune interruzioni, nel governo della Repubblica per quasi 9 anni. L’intera XVII legislatura coperta con i governi Letta-Renzi-Gentiloni. In tutto 15 anni che, per i tempi della politica, per le sorti di un Paese, costituiscono una stagione abbastanza lunga perché sia possibile valutarne le responsabilità.

Comincio col rammentare che, erroneamente, questa formazione è stata sempre considerata l’amalgama di due grandi eredità politiche, quella comunista e quella democristiana. Non è così. Tanto i dirigenti comunisti che quelli cattolici, prima di fondersi, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Prendiamo gli ex comunisti. Dopo il 1989 essi hanno attraversato, come tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, il grande lavacro neoliberale, mutando profondamente la loro natura. Tanto Mitterand in Francia, che Schroeder in Germania, Blair nel Regno Unito, D’Alema ( insieme a Prodi e Treu) in Italia, hanno proseguito o introdotto nei loro Paesi le leggi di deregolamentazione avviate dalla Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti. In sintonia con Clinton, che nel corso degli anni 90 ha abolito la legislazione di Roosevelt sulle banche, essi hanno liberalizzato i capitali, reso flessibile il mercato del lavoro, avviato ampi processi di privatizzazione di imprese pubbliche e beni comuni, isolato ed emarginato i sindacati.

Democratici americani, socialdemocratici ed ex comunisti europei hanno sottratto le politiche neoliberistiche dai loro confini americani e britannici e le hanno diffuse più largamente nel Vecchio Continente. Un compito svolto senza incontrare resistenza, perché gli agenti politici si presentavano ai ceti popolari col volto amico e le insegne delle organizzazioni di sinistra. Hanno cosi impedito ogni reazione e conflitto. Negli anni 90 le élites di queste forze, hanno compiuto un capolavoro politico: hanno abbandonato il loro tradizionale insediamento sociale (classe operaia e strati popolari) e hanno salvato se stesse come ceto, mettendosi alla testa del processo della globalizzazione. Serge Halimi ha ricostruito con copiosa ricchezza di particolari questa vicenda (Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, Fazi 2006).

Sarebbe un errore moralistico tuttavia bollare come tradimento tale ribaltamento strategico. Quei gruppi dirigenti, nutriti di cultura sviluppista e privi di ogni sguardo agli equilibri del pianeta, non hanno fatto fatica a convincersi che rendere sempre più libero e protagonista il mercato, togliere lacci e lacciuoli, come ancora si dice, avrebbe accresciuto la ricchezza generale e dunque allargata la quota da distribuire anche ai ceti subalterni. E a questo compito residuale hanno limitato il loro rapporto col mondo del lavoro, ritagliandosi spazio e consenso tra i gruppi dirigenti. Senza dire che nel vocabolario della cultura neoliberista (libero mercato, flessibilità del lavoro, competizione, meritocrazia, ecc) essi hanno trovato il repertorio linguistico per innovare il loro discorso politico, quello più confacente alla loro nuova collocazione. Quella di forze politiche che non dovevano più promuovere e orientare il conflitto sociale, ma ottenere consenso elettorale per politiche di mediazione e di lenimento risarcitorio degli effetti più aspri dello sviluppo derogolamentato.

Dunque le forze che danno vita al Pd non sono gli epigoni dei vecchi partiti popolari, nati dalla Resistenza, sono forze del tutto nuove, indossano il vestito smagliante del vecchio avversario di classe. Ma quello di Veltroni e degli altri nasce come un progetto invecchiato, perché vuole imporre in Italia il bipartitismo in una fase storica in cui esso è al tramonto negli stessi Paesi in cui ha avuto più fortuna.

Qualcuno ricorda quando il Financial Times si scandalizzava per i programmi elettorali dei Tories e dei Laburisti nel Regno Unito, che erano pressoché identici? La stessa cosa accadeva negli Usa, fino a quando Trump non ha incarnato l’estremismo del primatismo bianco. Luigi Ferrajoli ha scritto pagine lucidissime su quei sistemi elettorali nel secondo volume dei suoi Principia iuris (Laterza 2007). Ma il tentativo di trasferire nel nostro Paese il sistema politico anglo-americano è poi velleitario non solo perché non tiene conto delle nostre varie culture politiche. Come se bastasse creare un unico contenitore per due contendenti, lasciando fuori tutti gli altri, per assicurare stabilità al sistema politico e conseguire la tanto agognata governabilità.

La storia non si lascia comprimere dal volontarismo istituzionale. Quella scelta ha contributo col tempo a mettere all’angolo le varie forze di sinistra, Rifondazione Comunista, Sel, Sinistra italiana, ecc (che portano la loro quota specifica di responsabilità), senza tuttavia risolvere i problemi di coesione e stabilità al proprio interno e nel sistema politico. Ma il tentativo nasconde un altro deficit analitico, comune a tutti coloro che ricercano la “governabilità”, accrescendo la torsione autoritaria degli ordinamenti. La fragilità dei governi riflette in realtà quella dei partiti, vuoti di ogni progettualità, privi ormai di forti ancoraggi sociali (tranne in parte la Lega) e trasformatisi in agenzie di marketing elettorale. Essi inseguono gli umori dei gruppi sociali, in parte creati, e non solo veicolati, dai media, protagonisti in prima persona della lotta politica, e perciò sono volatili, scomponibili come giocattoli di Lego.

Ma ciò che quasi tutti ignorano è che nella stagione di euforia neoliberista i partiti hanno consegnato al mercato, cioè al potere privato, non poche prerogative che erano del potere pubblico. E oggi il ceto politico, si ritrova con strumenti limitati di regolazione e controllo, sempre più costretto a subire la spinta del capitalismo finanziario a trasformare lo Stato in azienda. Le procedure di scelta e decisione dei Parlamenti e dei governi appaiono troppo lente rispetto alla velocità dell’economia e della finanza senza regole. Se un operatore può spostare immense somme di danaro con un gesto che dura pochi secondi, all’interno di società capitalistiche in competizione su scala mondiale, è evidente che la struttura degli Stati democratici appare ormai come un organismo arcaico. E senza un vasto ancoraggio con i ceti popolari, senza essere supportati dalla loro forza conflittuale, i partiti sono fragili e i governi instabili.

Dunque il Pd è nato come “forza di governo”, emarginando le culture politiche alla sua sinistra, imponendo o caldeggiando il sistema elettorale maggioritario. Ciò ha prodotto una torsione antidemocratica all’interno dei partiti in cui le segreterie hanno accresciuto il proprio potere sulla scelta della rappresentanza parlamentare, sempre più sottratta ai cittadini elettori. Un colpo alla democrazia dei partiti e a quella del Paese, governato da Parlamenti nominati, frutto di leggi elettorali spesso incostituzionali.

Se poi entriamo nella narrazione storica delle scelte partitiche e di governo compiute in 15 anni di storia nazionale non possiamo non stupirci della capacità manipolatoria dei gruppi dirigenti di questo partito, e della grande stampa, nel celare la sua natura conservatrice, spacciandolo per una forza di centro-sinistra. Si può ricordare il Jobs Act? Alcuni compassionevoli difensori scaricano la responsabilità su Matteo Renzi, quasi non fosse rampollo della stessa casata. Ma dopo di lui il lavoro precario in Italia è dilagato, il Pd non si mai mosso per arginarlo e, meraviglie delle meraviglie, si è insediato anche in ambito pubblico.

Nel ministero dei Beni culturali, presieduto per un totale di 7 anni da Enrico Franceschini, siamo al “caporalato di Stato”, con una miriade di giovani che tengono in piedi musei e siti con contratti a tempo determinato e salari da fame. Non va meglio ai ricercatori della Sanità pubblica, 1290 operatori con una media di 10 anni di precariato alle spalle. Sono i nostri giovani più brillanti, quelli che la Tv ci mostra dopo che sono scappati, quando hanno avuto successo nelle Università straniere. Nel 2021 con la ripresa dell’occupazione del 23%, il 68% è di contratti stagionali, il 35% in somministrazione, e solo 2% a tempo indeterminato.

Ma tutto il mondo del lavoro italiano ha conosciuto forse il più grave arretramento della sua storia recente. «Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi 30 anni ha registrato una regressione dello stipendio medio annuale del 2,9%» (D. Affinito e M.Gabanelli, Corriere della Sera, 11 luglio 2022). E siamo ora al dilagare dei lavoratori poveri. Il rapporto dell’11 luglio del presidente dell’Inps Tridico ricorda che «il 28% non arriva a 9 euro l’ora lordi». Tutto questo quando non muoiono per infortuni: nel 2020 1.270 lavoratori non sono tornati alle loro case. Poveri in un mare di miseria, perché oggi contiamo oltre 5 milioni di poveri assoluti e 7 di milioni di poveri relativi. Ma c’è chi sta peggio. Nelle campagne è rinato il lavoro semischiavile comandato dai caporali. La figura dei caporali era attiva in alcune campagne del Sud negli anni 50, poi travolta dall’onda di conflitti del decennio successivo. Negli ultimi 20 anni è risorta, ma si è diffusa anche nelle campagne del Nord.

Dobbiamo ricordare le condizioni della scuola? Renzi ha portato alle estreme conseguenze, secondo il dettato neoliberista europeo, avviato in Europa col Processo di Bologna (1999) e introdotto in Italia da Luigi Berlinguer, la trasformazione in senso aziendalistico degli istituiti formativi. Con l’alternaza scuola/lavoro ha portato la scuola in fabbrica e la fabbrica nella scuola. Ma il processo è proseguito con gli altri governi per iniziativa o col consenso/assenso del Pd e prosegue ancora oggi, grazie all’assoggettamento dei bambini e dei ragazzi a logiche strumentali di apprendistato, perché acquistino competenze, non per formarsi come persone.

Gli insegnanti vengono obbligati a compiti estenuanti di verifica dei risultati, sulla base di test e misurazioni standardizzate, quasi fossero dei capireparti che sorvegliano gli operai al cottimo. Essi non sono più liberi nelle loro scelte educative e culturali, trasformati come sono in esecutori di compiti dettati dalle circolari ministeriali. Sotto il profilo culturale, la torsione della scuola a strumento di formazione di individui atti al lavoro, al comando, alla competizione, – di cui il Pd è il più convinto sostenitore – costituisce il più sordido e devastante attacco alle basi del nostro umanesimo, della nostra civiltà.

Ma il giudizio da dare a questo partito non può riguardare solo le scelte di governo. Certo, alcune sono particolarmente gravi. L’iniziativa del ministro Marco Minniti, nel 2017, di armare la Guardia libica per dare la caccia ai disperati che si avventurano nel Mediterraneo, allo scopo di rinchiuderli e torturarli nelle loro eleganti prigioni, rappresenta forse il più feroce atto di governo nella storia della Repubblica. Dal 2017 sono affogati in quel mare oltre circa 2mila esseri umani ogni anno.

Ma ci sono iniziative meno cruente, non per questo però meno devastanti. La scelta del governo Gentiloni di stabilire “accordi preliminari” con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per avviare i loro progetti di autonomia differenziata è un passo esemplare. Mostra quale visione del futuro del nostro Paese orienta il gruppo dirigente del Pd. Un’Italia abbandonata agli egoismi territoriali delle regioni più forti, la competizione neoliberista portata dentro le istituzioni dello Stato, per disgregare definitivamente un Paese già in frantumi.

Ma occorre mettere nel conto dei 15 anni di presenza politica anche il “non fatto direttamente”, le leggi e le scelte accettate, dal governo Monti nel 2011 a quello Draghi appena concluso. E non abbiamo spazio per elencare le scelte avallate, dalla riforma Fornero all’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. E tuttavia non possiamo dimenticare che il Pd ha sabotato in ogni modo il referendum vittorioso per la publicizzazione dell’acqua, ha taciuto di fronte al continuo sottofinanziamento della scuola e dell’Università, non si contrappone ancora oggi al sostegno pubblico alla medicina privata. Il Pd non ha preso alcuna iniziativa per sanare un territorio devastato dagli incendi d’estate e travolto dalle alluvioni in inverno, ha anzi taciuto e sostenuto, tramite i suoi presidenti di regione e sindaci, la cementificazione selvaggia del Paese, la più totalitaria d’Europa. Il Rapporto nazionale Ispra 2022 denuncia che nel 2021 abbiamo raggiunto il valore più alto negli ultimi dieci anni di consumo di suolo con la media di 19 ettari al giorno, per effetto di cementificazione, soprattutto per la costruzione di edifici. È una cifra spaventosa, una sottrazione di verde che espone il territorio alle tempeste invernali, accresce la temperatura locale, sottrae ossigeno alle città appestate dallo smog.

Potremmo continuare ricordando che il Pd non ha mai mosso un dito contro le disuguaglianze selvagge che lacerano il Paese, ha votato la riforma fiscale Draghi che premia i ceti con redditi superiori ai 40 mila euro, mentre il suo segretario, con l’elmetto guerriero in testa, ha prontamente accettato la richiesta Nato di portare al 2% del Pil le nostre spese annue in armi, poco meno di 40 miliardi di euro. Un vero sollievo per le nostre brillanti finanze.

Ma non abusiamo della pazienza del lettore. Quanto già scritto mostra ad abundantiam come questo partito ha immobilizzato un Paese che sta su un piano inclinato e quindi se sta fermo scende, quando, con le proprie scelte, non lo ha spinto indietro. Ma la difesa dello status quo oggi, mentre tutto precipita e il pianeta mostra segni di collasso, è una strada rovinosa.

Dunque, al netto degli effetti prodotti dalle scelte dei governi precedenti, è evidente che il Partito democratico, in questi ultimi 15 anni di storia, è il maggiore responsabile del declino italiano. Per tale ragione tutte le rare lucciole di persone effettivamente progressiste che si aggirano disperse nella pesta notte del suo conservatorismo, concorrono, sia pure involontariamente, a nascondere la natura antipopolare di questo partito, i danni storici inflitti all’Italia. Votarlo non è il meno peggio, ma il peggio.

Ne va dunque dell’onore dei giornalisti italiani continuare a pronunciare il nobile lemma sinistra e alludere al Pd. Così come ne va dell’onore, della coerenza e della ragione di Sinistra italiana continuare a ricercare una alleanza elettorale con questo partito, che ha dimostrato, con ampiezza di prove, di essere un avversario di classe.

da “Left” del 10 agosto 2022

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Nella brutta esperienza ho toccato con mano il “buco nero” della Sanità calabrese.- di Battista Sangineto

Quando, domenica 19 settembre 2021, ha bussato alla porta un ispettore dei Vigili Urbani della sua città per notificare allo scrivente una “Ordinanza contingibile ed urgente” con la quale si imponeva, a causa della sua positività al Sars-CoV-2, di sottoporsi alla misura di isolamento domiciliare a decorrere dal 30 agosto 2021, gli è montata una collera che solo il complice imbarazzo dell’ufficiale è stato capace di stemperargliela in uno sconsolato sorriso.

Sorriso reso ancora più amaro dall’arrivo, il giorno prima via e-mail, della notifica da parte del Comune della fine dell’isolamento a seguito della sua “negativizzazione” al tampone molecolare, eseguito alcuni giorni prima. Se si aggiunge che la prima telefonata da parte dell’Usca competente era arrivata all’ora di pranzo del 10 settembre -lo stesso giorno in cui è uscito su questo giornale il racconto della vicenda sanitaria, cioè ben 12 giorni dopo la comunicazione di positività fatta dal laboratorio privato- è evidente a chicchessia che la totale assenza di capacità e di tempestività da parte delle Istituzioni comunali e sanitarie preposte alla sorveglianza non solo impedisce qualsivoglia tipo di tracciamento, ma rende evidente che il distanziamento, l’isolamento e tutte le altre misure di prevenzione sono affidati solo al senso civico dei cittadini.

Quello calabrese è un tessuto istituzionale, sanitario e sociale devastato che non è in grado di fornire alcuna certezza del soddisfacimento dei diritti fondamentali del cittadino, primo fra tutti quello alla salute e alla vita. Si deve ricordare che era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, commissario della Sanità della regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi non si contano i commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura voluta da Scopelliti di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio – hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero il ripristino della Sanità al centro della propria battaglia politica.

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La gran parte della responsabilità della catastrofe ricade sui Commissari e sulla loro sterile e discutibile autoreferenzialità, ma deve ricadere anche sull’inanità ed incapacità della politica e dei politici calabresi degli ultimi decenni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Un’incapacità che non viene superata neanche nel pieno della prima ondata della pandemia quando, con il comunicato stampa ufficiale datato 11 marzo 2020 della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione), la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva … già domani (12 marzo 2020, n.d.r.) sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che quasi nessuna delle promesse fatte nel succitato comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo del tanto vituperato Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in quella sua incredibile sconsideratezza e di chi nell’anno successivo, il presidente f.f. Spirlì, nulla ha fatto per cambiare di segno a questa più che tragica situazione. La Sanità calabrese è un orrido e putrescente buco nero senza fondo dal quale gli abitanti cercano di evadere appena possono per andarsi a curare altrove perché qui, a distanza di quasi due anni, non solo nulla è stato fatto per aumentare le capacità di prevenzione e di cura del Sars-Cov-2, ma è anche molto peggiorata l’ordinaria assistenza sanitaria che era già indegna di un paese del cosiddetto primo mondo.

Si deve ricordare che in Calabria le terapie intensive sono passate da 152 a 174, a fronte delle 280 previste già un anno fa per poter avvicinare la regione alle 14 per 100mila abitanti della media nazionale, invece delle 9,2 attuali. Senza voler tenere conto che, al netto della pandemia, a fronte della media nazionale di 3,2 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, la Calabria ne ha poco più della metà: 1,7.

Una situazione così catastrofica pretenderebbe una risposta dal governo Draghi, perché, nonostante il commissariamento sia della Sanità regionale con il questore Longo, sia del piano vaccinale nazionale con l’alpino Figliuolo, i calabresi non hanno visto alcun miglioramento per opera dei Migliori, anche se spettano loro le stesse cure mediche che competono, secondo l’articolo 32 della Costituzione, ad ogni cittadino italiano. Quale miglioramento si è avuto nella Sanità calabrese – ma anche nell’Istruzione, nei Trasporti, nelle Infrastrutture e nelle Strutture- per merito del governo dei Migliori? Nessuno. I Migliori non hanno migliorato assolutamente nulla, in otto mesi.

Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali ed elettorali

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È solo grazie ad uno dei pochissimi fortilizi di capacità e competenza che ancora resistono in mezzo alle macerie della Sanità calabrese che chi scrive è riuscito a curarsi, in Day Hospital, per mezzo dell’unico protocollo farmacologico approvato dall’Aifa, gli anticorpi monoclonali. Un protocollo che, a chi scrive, ha fatto regredire i sintomi in poche ore e che, al netto delle successive conseguenze del Long Covid, ha sconfitto l’infezione in meno di 15 giorni. Sulla scorta di questa sua esperienza, chi scrive ha una serie di domande da fare ed anche qualche fondata opinione da esprimere.

Perché l’Aifa, che pure ha approvato l’uso sperimentale di questa cura su quasi 9.000 casi (cfr.: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475526/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), non ha ancora diffuso i dati delle sperimentazioni che, da marzo ‘21, si stanno facendo sulla sua efficacia degli anticorpi monoclonali? Sulla base dei dati che si dispongono -Regione Veneto: (guarigioni dell’89% su 1167 casi), Asl 3 di Napoli (100% su 50 casi), Azienda Ospedaliera di Cosenza (100% su più di un centinaio di casi)- sembra che gli anticorpi monoclonali siano davvero efficaci. E, ancora, perché il governo non fornisce il numero degli infettati, dei ricoverati e dei deceduti ‘bi-vaccinati’?

Pur dando, ormai, per scontato che ci si può infettare fra bi-vaccinati (cfr, lo studio di fine luglio dei CDC americani: www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/wr/mm7031e2.htm?s_cid=mm7031e2_w)), lo scrivente ritiene che i vaccini siano indispensabili per la radicale riduzione della diffusione della pandemia, delle ospedalizzazioni, delle malattie gravi e delle morti, nonostante che un altro studio dei CDC americani dimostri una perdita di efficacia di potere immunizzante di Moderna, Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson dopo qualche mese
(cfr.:https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/w/mm7038e1.htm?s_cid=mm7038e1_w).

Chi scrive sommessamente ipotizza che la vaccinazione non possa essere, però, l’unica strada da percorrere non solo per la sopradetta diminuzione di efficacia dei vaccini, ma soprattutto perché il rapido avvicendarsi delle varianti e la grande quantità di popolazioni, soprattutto del terzo mondo, non vaccinate renderanno impossibile il raggiungimento dell’immunità di gregge (cfr.: Krause et alii, in ‘Lancet’, 13.09.21, https://doi.org/10.1016/ S0140-6736(21)02046-8).

Lo scrivente vorrebbe, da vecchio sostenitore del sessantottesco sapere critico, suggerire che si debba perseguire, con maggior tenacia e con finanziamenti pubblici paragonabili a quelli già erogati, anche la strada della cura e non solo quella dei vaccini di Big Pharma che, in questi ultimi due anni, si è enormemente arricchita. I vaccini sono indispensabili, ma, purtroppo, non sono sufficienti per vincere questa malattia pandemica.

da “il Quotidiano del Sud” del 23 settembre 2021
Foto di David Mark da Pixabay

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Usciamo dalle ideologie e usiamo il buon senso.-di Tonino Perna

Stiamo assistendo da troppo tempo ad uno scontro ideologico, incarnato da diverse forze politiche, tra gli ultrà del vaccino e i No Vax , tra coloro che sostengono fideisticamente la comunità scientifica e quelli che credono che, dietro questa forsennata campagna vaccinale, ci siano solo sporchi interessi economici e il tentativo di controllarci e sottometterci tutti.

La testimonianza del collega Battista Sangineto, apparsa su questo quotidiano e ripresa a livello nazionale, mi ha fatto molto riflettere. Il professore Sangineto non è un no-vax, è un uomo di scienza, sia pure umanistica, che si era vaccinato convinto di essere ormai immune dal virus Covid 19. Purtroppo, non solo ha preso il virus in maniera pesante, ma lo ha contratto da un soggetto a sua volta vaccinato. E non è il primo caso. Cosa significa tutto questo? Procediamo con ordine.

Prima di tutto non è vero quello che ci è stato detto fin dall’inizio della pandemia da parte di insigni virologi: se ci vacciniamo al 70% otteniamo l’immunità di gregge (pessima espressione), ovvero spegniamo la diffusione del virus. Purtroppo, non è così: anche i vaccinati possono prendere il Covid e trasmetterlo. Unico dato che spinge ancora oggi a ritenere utile il vaccino è quello dei ricoveri: dai dati disponibili sembra che circa il 90 per cento dei nuovi ricoverati, dal mese di agosto, in terapia intensiva non era vaccinato. Pertanto, se ne può dedurre che il vaccino, mediamente, dovrebbe ridurre l’impatto letale del virus.

Finora questa è l’unica certezza a cui ci possiamo aggrappare, ma che non ci lascia tranquilli come testimonia il caso sopra citato. Il buon senso ci dice che conviene vaccinarsi, almeno per le classi di età più avanzate, ma che bisogna ugualmente non abbassare la guardia e mantenere tutte le misure precauzionali. Certo, non è piacevole continuare a usare la mascherina, a disinfettare continuamente le mani, a mantenere una distanza con persone che prima abbracciavamo e baciavamo, specie noi meridionali, senza problemi.

Bisognerebbe che i virologi divenuti star della Tv , che hanno creato tanta confusione e comunicata una immagine falsa della scienza, facessero un po’ di autocritica, dicessero quello che i veri scienziati sanno da sempre: non ci sono certezze, ma solo metodi di ricerca rigorosi e mai definitivi. Questa pandemia ci ha posto di fronte a sfide inedite, unitamente alla pressione formidabile delle forze economiche hanno premuto l’acceleratore per fare ripartire il dio Pil a tutti i costi. Così, in tempi eccezionalmente brevi, sono stati creati dei vaccini che sicuramente portano una riduzione della letalità, ma non risolvono il problema della diffusione del virus.

Pertanto, la battaglia contro gli untori, cioè contro quelli che non si vogliono vaccinare, rischia di essere una battaglia ideologica quanto è quella di coloro che rifiutano qualunque tipo di vaccino e vedono dovunque dei complotti dei poteri forti. Per onestà intellettuale, se è vero quanto abbiamo sostenuto, il famoso “green pass” non può essere imposto, anche se può essere promosso e sostenuto, ma dicendo la verità: non salva il tuo prossimo dall’essere infettato. E quindi non è un gesto di civiltà, ma di sano egoismo, perché chi si vaccina rischia meno di chi non lo fa.

Continuare a chiedere prudenza, distanziamento fisico (e non sociale), misure di prevenzione, è l’unica strada percorribile in attesa che terapie mediche più efficaci possano ridurre il danno di questa epidemia e derubricarla al limite di una normale influenza stagionale.

da “il Quotidiano del Sud” del 16 settembre 2021
Foto di cromaconceptovisual da Pixabay

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

La variante Delta non perdona neanche chi si è già vaccinato.-di Battista Sangineto

L’atteggiamento permissivo del governo nazionale interessato solo alla crescita economica combinato all’inadeguatezza del collassato Sistema sanitario calabrese potrebbero produrre, di qui a breve, una nuova strage degli innocenti. A farne le spese saranno quei cittadini italiani e, soprattutto, quelli calabresi che contrarranno il Sars-CoV-2 da un “immunizzato” nonostante siano, come chi scrive, “immunizzati” anch’essi.

Sì, nonostante sia “immunizzato” con due dosi di vaccino a mRNA dalla fine di aprile 2021, appartenendo alla categoria “fragili”, chi scrive ha contratto il virus (con una carica virale altissima, 49 milioni di copie di virus per ml., pur avendo sviluppato in precedenza, grazie al vaccino, una buona quantità di anticorpi IgG anti-Covid-19: 833 per ml.) da un suo giovane familiare “immunizzato” da luglio 2021 con due dosi di vaccino a mRNA senza aver avuto con lui contatti diretti di alcun genere se non quelli che si hanno condividendo, senza mascherine, il desco all’aperto in due o tre occasioni.

Il laissez-faire neoliberista dell’élite che ci governa ha permesso, se non addirittura favorito, gli assembramenti estivi, l’affollamento dei lidi, delle strade, degli hotel, dei B§B, dei supermercati, dei bar e dei ristoranti al chiuso e all’aperto per un mero calcolo economicistico che ha fatto rimbalzare, com’era prevedibile, il Pil, ma l’élite non è stata per nulla attenta alla salute dei suoi cittadini che, grazie alla maggiore contagiosità della variante Delta, continuano a morire a decine, fra poco di nuovo a centinaia, in tutta la Penisola.

Lo stesso ‘distratto’ governo ha derogato riguardo ai parametri di chiusura delle Regioni lasciandole in “bianco” fino alla fine della stagione turistica nonostante che i reparti Covid, quelli normali e quelli di terapia intensiva, siano pieni da settimane, soprattutto in Calabria e nel Sud, come scrive da giorni questo giornale e come hanno confermato i medici del reparto nel quale lo scrivente è stato accolto martedì 31 agosto, dopo tre giorni trascorsi a casa con sintomi abbastanza severi: febbre superiore a 39 gradi, dispnea, emicrania, raucedine e tosse secca, mialgia e artralgia, ageusia e anosmia, sudorazione, spossatezza e disordini della pressione arteriosa.

Si deve pensare che il governo dell’élite non legga e non studi, se non ha nemmeno preso in considerazione il fatto che già il 28 luglio 2021 la dott.ssa Rochelle Walensky, direttore dei CDC americani (Centers for Disease Control and prevention), sulla base di un loro studio (Outbreak of SARS-CoV-2 Infections, Including COVID-19 Vaccine Breakthrough Infections, Associated with Large Public Gatherings — Barnstable County, Massachusetts, July 2021 | MMWR (cdc.gov)) aveva raccomandato l’obbligo delle mascherine al chiuso anche per gli “immunizzati” dicendo che: “Questa non è una decisione che abbiamo preso alla leggera.

La variante Delta si comporta in modo diverso dai ceppi passati nella sua capacità di diffondersi tra persone vaccinate e non vaccinate, da qui la scelta di procedere rivedendo alcune restrizioni” (https://www.washingtonpost.com/health/2021/07/27/cdc-masks-guidance-indoors/).
Ai principi di agosto, sulla base del succitato studio dei CDC, il consulente medico del presidente Biden, Anthony Fauci, ha imposto l’obbligo della mascherina al chiuso anche agli “immunizzati” perché la variante Delta del Sars-CoV-2 è in grado di diffondersi sia tra gli “immunizzati” sia tra i non vaccinati, con la stessa virulenza della varicella.

Fauci ha detto: “Ora abbiamo a che fare con un virus diverso che non è quello originario. La variante Delta ha capacità molto più efficienti nella trasmissione da persona a persona perché le nuove prove scientifiche in possesso dei CDC mostrano che il livello di infezione nelle mucose di una persona “immunizzata” è lo stesso di quello di un soggetto non vaccinato. Due mesi fa i CDC avevano detto che le persone vaccinate non dovevano indossare la mascherina al chiuso. Ora è cambiata una cosa: il virus” (https://www.cnbc.com/2021/07/21/delta-covid-variant-fauci-says-vaccinated-people-might-want-to-consider-wearing-masks-indoors-.html).

Così come lo studio dei CDC, anche secondo lo studio più recente di cui si dispone condotto dall’Università del Wisconsin-Madison (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.31.21261387v4) e una ricerca condotta in Texas (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.07.19.21260808v2), non sono state trovate differenze significative nella carica virale presente nelle cavità nasali tra persone vaccinate e non vaccinate.

Sulla base di tutti questi studi, la rivista scientifica “Nature” (n. 586, agosto 2021, pp. 327-328 https://www.nature.com/articles/d41586-021-02187-1) nel suo numero del 12 agosto 2021 arriva alla conclusione che, nonostante un ciclo vaccinale completo, una persona può comunque diffondere il virus ad altri non vaccinati o vaccinati. La vera questione, infatti, è capire se, e di quanto, la vaccinazione possa ridurre la probabilità di trasmissione e di contagio: nel caso della variante Delta, la risposta di cui disponiamo è che una certa riduzione della trasmissibilità può esserci, anche se troppo piccola per poterci permettere di allentare le misure di contenimento anti-contagio, pur ribadendo che il rischio di malattia grave o morte sia ridotto di 10 volte o più negli immunizzati rispetto ai non vaccinati.

In attesa che gli scienziati raccolgano dati più precisi e accurati una cosa è, però, certa: la doppia vaccinazione non giustifica di per sé l’abbandono delle misure di prevenzione del contagio, dall’uso dalla mascherina all’igiene delle mani fino al distanziamento.

In Italia, invece, il governo delle élites, senza aver apportato alcuna miglioria alle strutture e sovrastrutture esistenti, non solo vorrebbe far ritornare nei luoghi di lavoro tutti gli impiegati della pubblica amministrazione e decine di adulti e giovani insieme a scuola e nelle università, ma ha fatto dire, nella conferenza stampa del 2 settembre, al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi:” Se in una classe sono tutti completamente vaccinati ci si potrà togliere la mascherina, per sorridere tutti insieme”. In questo modo, tornando a casa, giovani e adulti potranno infettare con letizia i loro cari, essendo la variante Delta del Sars-CoV-2 diffusa al 99,7% in Italia (comunicato stampa Istituto Superiore Sanità 42/2021: https://www.iss.it/cov19-cosa-fa-iss-varianti).

Al cinismo economicistico del governo si deve aggiungere, nel caso di chi scrive, la totale inadeguatezza della Sanità calabrese che, attraverso l’Asp, non è stata in grado di fornire alcuna assistenza: a distanza di più di 12 giorni dalla comunicazione fatta dal laboratorio privato che ha eseguito il tampone antigenico (la Regione di Spirlì non ha ritenuto di dare la possibilità di far praticare quello molecolare ai privati della provincia di Cosenza!), non si è ancora appalesata in nessuna forma, né per fare il tampone molecolare, né per prestare assistenza medica di alcun genere. Quale tipo di tracciamento o, meno che mai, di sequenziamento delle varianti e di misurazione della carica virale si può avere se l’Asp non garantisce nemmeno l’esecuzione di un solo tampone molecolare?

Le disastrose Asp calabresi non hanno ritenuto importante nemmeno informare i medici di famiglia che l’Ospedale di Cosenza è uno dei 199 in tutta Italia nei quali si sperimenta l’uso degli Anticorpi Monoclonali per i soggetti “fragili”?

I medici di base e le Usca (che nel caso di chi scrive non sono mai arrivate) non sono stati informati dall’Asp di Cosenza, per esempio, che basterebbe loro mandare una semplice mail all’indirizzo anticorpimonoclonali@aocs.it per far accedere, nelle prime 72/96 ore dal tampone positivo, il proprio paziente “fragile” infettato alla sperimentazione di questa cura del Sars-CoV-2 (https://www.fda.gov/media/149534/download)?

Una vera e propria cura che ha una percentuale di guarigioni senza ricovero vicina al 90% in tutti gli 8.434 casi affrontati dal 10 marzo al 3 settembre 2021(https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1475/report_n.22_monitoraggio_monoclonali_03.09.2021.pdf), nei quali è stata somministrata in Italia, di cui solo 153 in Calabria e un centinaio proprio a Cosenza.

Solo grazie all’amore, alla tenacia e alla competenza della moglie di chi scrive si è stati in grado di accedere a queste informazioni, prima, e alle dovute procedure mediche in Day Hospital, poi.

Grazie alla capacità organizzativa del dottor Francesco Cesario, ‘Covid manager’ dell’Annunziata, alla competenza e disponibilità delle dottoresse Vangeli e Greco e alle infermiere del reparto di “Malattie infettive” diretto dal dottor Mastroianni, lo scrivente, a dieci giorni dalla somministrazione degli anticorpi monoclonali, può dirsi fuori pericolo rispetto alla possibilità di sviluppare la malattia grave.

Per evitare di passare per un antiscientista o, peggio, per un no-vax, lo scrivente conclude affermando -perché è un vecchio illuminista e marxista- che se il contesto sociale e relazionale fosse meno sregolato e almeno il 90% delle persone fosse immunizzato, tutto questo, molto probabilmente, non sarebbe accaduto.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 settembre 2021
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

The last 20. Gli ultimi venti paesi del mondo. Un appuntamento a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.

Quest’anno l’Italia ha assunto il ruolo di presidente del G20, il forum internazionale dei paesi più ricchi e potenti del mondo, che rappresentano quasi il 90 per cento del Pil mondiale e contano il 65 per cento della popolazione.

E’ evidente che una parte del mondo, circa il 35% della popolazione mondiale, che vive le peggiori condizioni di povertà ed emarginazione, non viene presa in considerazione.
Noi pensiamo che questo non solo non sia giusto, ma non contribuisca certamente ad affrontare e risolvere le grandi sfide del nostro tempo: la fame, l’impoverimento crescente della popolazione in ogni parte del pianeta (con poche eccezioni), i danni provocati dal mutamento climatico, la riduzione delle risorse naturali essenziali, il proliferare di guerre locali e corsa agli armamenti delle grandi potenze.

E’ necessario un RIEQUILIBRIO sia territoriale che sociale, una convergenza che superi le attuali, crescenti, diseguaglianze, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra la società umana e la natura, nel rapporto tra città e campagna, per ripristinare il patrimonio naturale ereditato, un RIEQUILIBRIO nel rapporto tra economia reale e finanza per non caricare più le nuove generazioni di pesi insostenibili (debito finanziario e debito ecologico).

Per queste ragioni pensiamo di organizzare un incontro dei Last 20, degli ultimi paesi della terra per reddito, qualità della vita, condizioni socio-sanitarie ecc. Paesi non poveri, ma impoveriti da conflitti etnici, guerre (dai G20 spesso sponsorizzate!), sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali. Se non partiamo dall’affrontare queste situazioni estreme non risolveremo i problemi con cui devono fare i conti i G20: basti pensare ai flussi migratori o allo scempio delle risorse naturali.

Ma, soprattutto, quello che riteniamo sia giusto è di inviare un messaggio:
CI SIAMO PURE NOI SU QUESTO PIANETA E ABBIAMO DIRITTO AD UNA VITA DEGNA.

I paesi individuati sono:
Malawi, Etiopia, Guinea Conakry, Liberia, Yemen, Guinea Bissau, RD Congo, Mozambico, Sierra Leone, Burkina Faso, Eritrea, Mali, Burundi, Sudan, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Niger, Libano, Afghanistan.

GLI OBIETTIVI DELL’EVENTO

Abbiamo pensato di organizzare questo incontro dei Last 20 seguendo cinque tematiche/obiettivo che riteniamo essenziali in questa fase storica:
a)Il mutamento climatico e i suoi effetti su questi paesi, in particolare su quelli dell’africa sub-sahariana.
b)La questione sanitaria. Sono tutti paesi con una aspettativa media di vita intorno ai 50 anni, con debolissime strutture sanitarie, e una quasi totale mancanza di prevenzione. La situazione si è ulteriormente aggravata con la pandemia generata dal Coronavirus.
c)La fame e l’impoverimento: la risposta dei soggetti sociali che resistono e si organizzano. Organizzazioni di contadini, studenti, donne, artigiani che stanno cercando con grandi sforzi di contrastare questa situazione. La richiesta dei governi di questi paesi. La ricerca di un altreconomia.
d)Immigrazione e accoglienza. Intercultura. Fare conoscere questi paesi al di là degli stereotipi. La loro grande cultura e storia. Il ruolo dei corridoi umanitari che vanno potenziati ed estesi a tutti i paesi attraversati da conflitti, siccità, gravi condizioni socio-sanitarie. Il ruolo della cooperazione decentrata.
e)Il ruolo politico di questi paesi. Come far sentire la voce degli ultimi. Tentativo ambizioso: un documento comune che chieda alla Comunità internazionale e al G20 di farsi carico dei bisogni di queste popolazioni e della tutela ambientale in questa parte rilevante del pianeta.

PROGRAMMA INCONTRI

1)Dal 22 al 25 luglio: inaugurazione a Reggio C., quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e /o “governi in esilio”, delle culture di questi paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su flussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.
2)9-11 settembre a Roma, due giorni.
Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto.
Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue.

3) 17-20 settembre L’Aquila, Sulmona, Agnone, Castel del Giudice, Colle d’Anchise. I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il futuro a partire dall’oggi Le seconde e terze generazioni di immigrati. Il superamento dei conflitti: il ruolo delle Ong. Il dialogo interreligioso.

4) dal 26 al 30 settembre Milano. Incontro con rappresentanti di questi paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute, altreconomia.
5) 3-4 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace
Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

L’evento è stato promosso dal Comune e Città metropolitana di Reggio Calabria, Re.Co.Sol. (Rete Comuni solidali), VIII Municipio di Roma, Fondazione Terres des Hommes (Italia), ITRIA, in partenership col C.I.R.P.S (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), Mediterranean Hope, Rete azione Terra, Federazione delle diaspore africane in Italia, Fondazione Casa della Carità (Milano).

Prima tappa Reggio Calabria.
22 luglio ore 10:30 Piazza Water Front inaugurazione del ponte intitolato all’ambasciatore italiano Luca Attanasio e alla sua scorta. Sarà presente l’on. Marina Sereni vice- ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’ambasciatore del Congo in Italia, nonché altre autorità locali, nazionali, estere. Saranno anche presenti i genitori e la moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio.
(Visita al Museo della Magna Grecia, al Lungo Mare Falcomatà . Pranzo).
Ore 15:30 Anfiteatro Ecolandia: inaugurazione Last Twenty. Saluto autorità e rappresentanti dei 20 paesi ospitati, ambasciatori o altra rappresentanza della società civile. Inaugurazione mostra Mediterranean Hope. Luciano Scalettari il Presidente di ResQ People Saving People (la nave degli italiani che accolgono), Corrado Mandreoli, Vicepresidente di ResQ.
Ore 17:00: Migrazioni, conflitti, religioni nei Last Twenty
Intervengono: On. Marina Sereni ( viceministro degli Affari Esteri – MAECI), Lucio Caracciolo (Direttore Limes), Filippo Ivardi (direttore di Nigrizia), Ugo Melchionda ( International Migration Outlook, OCSE), Maurizio Ambrosini (Università Cattolica di Milano), Gianfranco Schiavone ( Pres. Consorzio Italiano di Solidarietà, membro direttivo ASGI), Marco Trovato ( direttore della rivista Africa), Godwin Chukwu per FEDAI (Federazione delle diaspore africane), Sayed Hamar (presidente di U.N.I.R.E., Bruxelles), Ivana Borsotto (Presidente Focsiv), Yvan Sagnet (presidente NO CAP ) Sofia Gonoury (Presidente comunità mozambicana), Pierfrancesco Majorino (europarlamentare), Dino Angelacci (Itria), Leila Ghanem (direttrice dell’Ecologist in lingua araba, Beirut), Yacoub Kibeida (Comunità sudanese Piemonte), John Mpaliza (Comunità congolese in Italia), P. Camillo Ripamonti (presidente Centro Astalli, Roma).

Ore 21:00 Diner (cena interetnica).
Ore 22:30 Spettacoli interculturali (gruppi locali e degli L20). Proiezioni di film su Afghanistan, Niger, Libano, in diversi spazi attrezzati.

23 luglio (visita al castello di Scilla e pranzo a Chianalea).

Ecolandia Ore 10:30 Il caso Riace: Incontro con Domenico Lucano
Intervengono Tiziana Barillà (giornalista), Simona Maggiorelli (direttrice Left), Alessia Candido (la Repubblica), Antonio Rinaldis (saggista), Enrico Fierro (il Domani), Coordina: Domenico Rizzuti.

Ore 16:00 I sessione: Corridoi umanitari: come sono nati ed evoluti
Intervengono: Luciano Griso (responsabile in Libano per MH), Andrea Gentili (Diaconia Valdese), Abrahalei Tesfay (Eritrea democratica), Valentina Loiero (giornalista), coordina Paolo Naso (Mediterranean Hope).

17:45 break
Ore 18:00 Noi abbiamo accolto: l’inserimento dei giovani nel sistema scolastico e nella vita sociale.
Mariella De Martino (International House), Daniela Malan (Diaconia Valdese), Daniela Pompei Comunità Sant’Egidio), Roberta Ferruti (Recosol);
Testimonianze da parte di rifugiati accolti : Ahmad Baali (Yemen), Sonia Masra(Siria). Coordina Demetrio Delfino (Assessore alle politiche sociali Comune di RC).

Ore 16:00. II sessione. Accoglienza immigrati: enti locali, associazioni, aree interne
intervengono i sindaci: Michele Conia Cinquefrondi (Calabria), Giuseppe Alfarano, Camini (Calabria), Stefano Ioli Calabrò, Sant’Alessio in Aspromonte (Calabria), Giovanni Mannoccio, Acquaformosa (Calabria), Franco Balzi, Santorso (Veneto), Riccardo Del Torchio, Besozzo (Lombardia), Leonardo Neglia, Petralia Sottana (Sicilia), Rosanna , Rosanna Mazzia ( Roseto Capo Spulico); Federica Giannotta, Sara Lo Presto ( Terre des hommes Italia); Francesca Ballarin ( Avvocato).
per le associazioni: Luigi De Filippis per Coopisa; resp. Nazionale Caritas italiana; Lorena Di Lorenzo (Binario 15). Lilia Infelise ( ARTES), Angelo Moretti (Referente rete piccoli Comuni Welcome).
Coordina Giovanni Maiolo (Recosol).

Ore 17.00 III sessione . Il contributo degli immigrati alla crescita economica, sociale e culturale: il valore aggiunto delle seconde generazioni.
Intervengono i rappresentanti di diverse comunità degli L20, tra cui: Abdou Babakar (sindacalista), Bertin Nnzonza (Associazione Mosaico), Twelde Shimail (Etiopia); Jean Paul Kabedu (Ruanda), APS), Bertrand Honoré (associazione Comrol APS), Boubakar Diallo (Amici Guinea – ADEGUI ODV), Anselme Bakudila (Comunità RDC in Italia). MARIANNA BRINDISI (Associazione CAMROL – APS), Taha al Jalal ( Yemen, Youtuber, Chef); Giorgio Dal Fiume ( WFTO). Coordina: Bruno Neri (Terres des hommes).,
Ore 17:30 IV sessione. La transizione ecologica: il ruolo delle comunità energetiche
Intervengono: Giannni Silvestrini (Kyoto club), Vincenzo Naso (presidente CIRPSI),
Daniela Patrucco (Energy 4 Com soc. coop.), Sergio Di Caprio (assessore regionale
all’ambiente), Umberto Valenti (promotore comunità energetica R.C.) (rappresentanti L20), coordina: Piero Polimeni (Polo NET).

Ore 21:00 Cena interetnica.
Ore 22:30 spettacoli interculturali (presenza di gruppi di artisti degli L20).

24 luglio ( visita a Pentedattilo. Pranzo sulla costa jonica reggina)
Prima sessione
Ore 16:00: Cooperazione internazionale cercasi.
Introduce On.Emanuela Del Re (incaricata dalla Ue per i rapporti con i paesi del Sahel). Intervengono: Pina Picierno (europarlamentare), Silvia Stilli (presidente AOI), Giorgio Melchini (presidente COSPE), Maria Poggi (Terra Nuova), Roberto Ridolfi (CIRPSI);
MANI NDONGBOU BERTRAND HONORE (Associazione CAMROL – APS);
Rappresentanti di Eritrea, Congo, Mozambico, Sudan, Somalia, ecc.
Coordina Paolo Naso ( Presidente Mediterranean Hope )

ore 17. 30 Il ruolo degli enti locali.
I sindaci: Gandolfo Librizzi, Polizzi Generosa (Sicilia), Filippo Guerra, Bardonecchia, Marisa Varvello, Chiusano d’Asti (Piemonte), Giorgia Li Castri, Feltre (Veneto), Ugo Frascherelli, Finale Ligure (Liguria), Enrico Pusceddu, Samassi (Sardegna);
Coordina Giuseppe Marino (assessore città metropolitana di R.C: con delega alla cooperazione internazionale).
Ore 19:30 Dibattito.

Seconda sessione
Ore 17:00: Una proposta per l’Europa: il ruolo dei giovani
Intervengono: Virgilio Dastoli (presidente Movimento Europeo), Cesare Zucconi (Sant’Egidio), Pietro Bartolo (europarlamentare), Fiona Kendal (Commissione chiese per i migranti in Europa), Alberto D’Alessandro (Presidente Casa Europa), Coordina Sayed Hamar (U.N.I.R.E.):

Terza sessione
Ore 17:00 Le giovani donne per il futuro degli L20
Intervengono:, Loredana Di Lorenzo (Binario 15), Laura Cirella (UDI), Brigitte Kabu( comunità RDC in Italia), Orbal Saboor (giornalista afghana rifugiata), Sofia Gonoury ( pres Comunià Mozambico), Laura Silvia Battaglia (giornalista, esperta Yemen).

Coordina Gabriella Gagliardo (presidente CISDA).
Ore 21:00 cena interetnica
Ore 22:30 spettacoli con artisti provenienti dai L20.

25 luglio ore 10:00:
Seduta plenaria con interventi dei coordinatori delle diverse sessioni.
Ore 13:00 buffet in sala Giuseppe Spinelli. Saluti.

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Guardie e ladri (e sanità calabrese)- di Enzo Paolini

Il generale Cotticelli. Non finisce mai di sorprendere. Ora, dopo aver passato le visite mediche per scoprire (sul “Fatto” di ieri) se lui era lui, ed aver indagato per bene ha concluso che non è stato fatto fuori per il fatto di essere il Commissario al piano di rientro della sanità a sua insaputa. No. Lo ha cacciato la massoneria, quella “deviata” che lui ha combattuto tutta la vita e che si sarebbe, per ciò, vendicata.

E comunque, tanto per chiarire il suo sedicente pensiero, in Calabria tutto ti lasciano fare fino a quando non tocchi i privati.
Ecco. Non sappiamo cosa volesse dire un uomo delle Istituzioni con queste mezze frasi o allusioni ma possiamo intuire che volesse dire: se non dai fastidio agli imbroglioni ed ai criminali che si annidano nella sanità privata, non dai fastidio a nessuno.
Detta così, ci sta bene perché sappiamo, come tutti gli italiani, che nella sanità privata si muovono tanti soldi, e talvolta in maniera illegale, criminale.

E dunque fa bene il Governo a mandare gente che indaghi e colpisca duro.
Ma perché mettere un poliziotto, un generale dell’arma o della GDF a governare il servizio sanitario? Perché deve scovare i criminali, ovvio.
Ma questo lo fanno le Questure e le Procure, non deve farlo il Commissario alla Sanità o la politica.

Se si manda un Commissario poliziotto che, per mandato ricevuto e per sua attitudine professionale deve solo indagare e dunque blocca tutto, ma proprio tutto, servizi, pagamenti, accreditamenti, nomine ecc. ecc. non si governa il servizio, lo si affossa e si aumenta il ricorso a pratiche illecite. Il perché è evidente: se ad esempio si sono scoperti doppi o tripli esborsi per le stesse fatture, liquidate ad imbroglioni con la connivenza di funzionari infedeli, si devono bloccare quelli e solo quelli. Non tutti.

Se non si pagano gli imprenditori per bene, nei cui confronti non v’è neanche un’ombra, se non si eseguono le sentenze della magistratura, ingolfando di pignoramenti gli uffici esecuzioni di tutti i Tribunali, si conducono gli imprenditori per bene alla morosità nei confronti dei fornitori, agli inadempimenti nei confronti dei dipendenti, poi all’usura e poi al fallimento.

Come dobbiamo dirlo, come dobbiamo gridarlo, basta con la Regione commissariata. Mandate pure l’esercito, i caschi blu, mandate chi volete, anche se noi pensiamo che in Calabria vi sono eccome, forze dell’ordine, investigatori e magistrati di prim’ordine ed in grado di fare ciò che deve essere fatto come e meglio di un Commissario sprofondato nella Cittadella regionale che non è stato in grado (non l’attuale, nessuno) di recuperare un solo centesimo del debito che era chiamato a ridurre.

Mandate Mandrake, ma lasciate che la Calabria abbia la possibilità di essere gestita – anche in sanità – secondo le regole della Costituzione, e cioè dagli eletti del popolo.
Non è sano dire che siccome il servizio sanitario funge da greppia per corrotti e corruttori, occorre bonificarlo con un commissariamento illimitato con una antidemocratica abolizione del normale servizio in nome di una emergenza criminale. Anche in Polizia, in Magistratura o in Politica, vi sono corrotti e corruttori: abbiamo abolito la Polizia, o la Giustizia, abbiamo chiuso il Parlamento?

Basta con la demagogia, restituiamo i poteri a chi li deve avere in virtù di quel libretto chiamato Costituzione e pretendiamo che i ladri vengano arrestati dalle guardie. Subito.
Questa sarebbe la vera bonifica.

da “il Quotidiano del Sud” del 19 maggio 2021

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Tutto si può dire del governo Draghi, se si farà, tranne che si tratti di un governo tecnico. I precedenti, nati sotto quella definizione, Ciampi, Dini, Monti sono tra i governi che hanno più inciso nella vita materiale del paese – vedi per esempio le pensioni – e quindi hanno fatto politica, nel senso più pregnante del termine. Nello stesso tempo troppo diverse sono le condizioni oggettive e soggettive per poter fare paragoni stringenti con quelle situazioni. Con Draghi abbiamo una compenetrazione tra governance europea e governo nazionale.

È persino riduttivo dire che per l’ignavia delle classi dirigenti politiche ed economiche del nostro paese ci tocca il «pilota automatico», un commissario tecnocrate. Qui abbiamo l’ingegnere costruttore, non solo il suo robot. Mario Draghi ha interpretato diverse fasi della costruzione dell’Europa, qualunque fosse il suo ruolo pubblico o privato. Almeno quattro e tutte decisive, di cui è possibile seguire una successione cronologica, salvo parziali sovrapposizioni temporali.

L’epoca delle grandi privatizzazioni, quelle decise a bordo del Britannia, per cui il nostro paese divenne il secondo dopo l’Inghilterra thatcheriana per volume nel valore delle dismissioni dei beni dello Stato, accompagnate dal fanatismo rigorista che finirà per partorire l’assurdo Fiscal compact e l’accanimento brutale nei confronti della Grecia. La famigerata lettera assieme a Trichet al governo italiano del 5 agosto del 2011 che tracciò un percorso di lacrime e sangue puntualmente eseguito dai governi che seguirono. Il lancio, seppure tardivo rispetto ad altre parti del mondo, della politica monetaria espansiva, con il Quantitative Easing.

Per arrivare all’intervento sul Financial Times del 25 marzo dello scorso anno, nel quale il debito (quello «buono», non per fini assistenzialistici o per tenere in vita imprese zombie, preciserà altrove) smetteva di essere un tabù e allo stesso tempo si denunciavano i limiti di una politica monetaria espansiva non accompagnata da modifiche strutturali.

Svolgendo la pellicola si ha la visione precisa del costruirsi di una politica, quella del tempo della lotta di classe dopo la lotta di classe – avrebbe detto Luciano Gallino – agìta dal punto di vista dei vincitori. Con Draghi quindi non assistiamo alla morte di tutte le politiche. Ma al funerale di quella di cui sopravviveva solo un ingannevole crisalide, una volta che la rappresentanza politica di una delle parti del conflitto sociale era stata – e si era – cancellata.

Le modalità di formazione del nuovo governo presentano non poche anomalie, anche sotto il profilo costituzionale. Lo si può anche definire un governo del Presidente nei limiti in cui questa definizione ha senso in un sistema che ancora mantiene la forma del governo parlamentare.

Senza indulgere a disutili dietrologie, l’insolito attivismo del Capo dello Stato ne ha certamente determinato l’atto di nascita, nel vuoto umiliante di iniziativa delle forze politico-parlamentari, in una situazione che tutti a parole hanno dipinto tanto drammatica da assimilarla a quelle postbelliche. Se si guarda dal buco della serratura dell’oscillazione dello spread non si sono verificati crolli drammatici come nel passato.

Ma questo dimostra solo la compenetrazione della nostra economia nel quadro internazionale e le attese legate all’innovativo intervento europeo. Ma non risolve il problema della diminuzione dell’occupazione, con giovani e donne le prime vittime, o lo sprofondare del nostro mezzogiorno. I ritardi del Recovery Plan non sono temporali, quanto culturali.

Una classe dirigente cresciuta nel mito dell’austerità e del rigore, naturalmente applicati non a sé (si pensi all’isterica reazione a fronte di una timida proposta di patrimoniale) ma ai più deboli, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione, con difficoltà può essere rieducata alla capacità di spesa. Chi ha negato in ragione di principio la possibilità dell’intervento pubblico diretto a impostare un nuovo tipo di sviluppo economico, trova incompatibile l’idea stessa di programmazione. Le questioni che ha davanti Draghi sono queste, assai più gravi del nome dei ministri, della loro estrazione, se dal mondo delle competenze o da quello di una esangue nomenclatura partitica.

Il tentativo della destra nostrana di riaccreditarsi, anche a livello europeo, dimostrandosi disponibile e vogliosa di partecipare in prima persona nel nuovo governo va respinta non inFoto di Harri Vick da Pixabay nome del perimetro «Ursula», ma sulla base di scelte di programma e di senso del bene pubblico. Su questo fronte era lecito attendersi un atteggiamento più prudente da parte dei vertici sindacali, i quali hanno subito espresso un inusitato endorsement per Draghi, prima ancora dell’incontro promesso.

Tanto più che l’intesa raggiunta sul contratto dei metalmeccanici, che dovrà essere validata dai lavoratori, dimostra che si poteva produrre una breccia nel muro confindustriale, riaprendo uno spazio sociale e democratico che è l’unico modo per influire anche sulle scelte del governo che verrà.

da “il Manifesto” del 7 febbraio 2021
Foto di Harri Vick da Pixabay

La deriva progressiva delle Regioni parallela a quella dei partiti.-di Piero Bevilacqua.

La deriva progressiva delle Regioni parallela a quella dei partiti.-di Piero Bevilacqua.

Il dibattito in corso su questo giornale (il Manifesto) sul fallimento delle Regioni, condotto da Filippo Barbera, Angelo D’Orsi, Laura Ronchetti, Battista Sangineto merita di essere ripreso. È il caso di ricordare che le istituzioni non si inventano a tavolino, ma rappresentano forme di regolazione degli interessi collettivi sorgenti da bisogni locali, morfologie del territorio, culture diffuse, tradizioni storiche. E qui torna in mente Carlo Cattaneo, che nel suo La città considerata come principio ideale delle istorie italiane notava come nessun abitante di Bergamo o di Lodi si definisse lombardo, identificandosi quale abitante di quella regione, ma come bergamasco e lodigiano.

A lungo tuttavia quella dei comuni è stata immaginata come una storia limitata all’Italia centro-settentrionale, pagina di indubbio splendore civile, trascurando le esperienze coeve del Mezzogiorno. Che non sono state alla pari, ma certo non marginali, come mostra la recente ricerca storica, non solo per il ruolo avuto dai comuni (università), pur all’interno dell’ordinamento feudale del Regno, ma per il protagonismo di tante città. Non è del resto senza significato se ancora oggi un napoletano o un salernitano stenteranno a presentarsi come campani cosi come un abitante di Bari o Lecce non sente alcuna necessità di dirsi pugliese al cospetto di un forestiero.

Ovviamente l’osservazione vale per regioni “artificiali” come il Lazio e a maggior ragione per quelle del Centro-Nord. Dunque un rapporto di identificazione storica dei cittadini col territorio regionale si può rinvenire forse per la Calabria, con più deboli tradizioni cittadine (ma a lungo definite le Calabrie), e le isole, ma ricordando la preminenza delle città nella storia della Sicilia.

Dunque a una lunga vicenda di ordinamenti amministrativi incentrati sui comuni, coordinati da un’altra istituzione storica di antica data, le province, rispondenti alla necessità di una tessitura di più ampio raccordo territoriale, si è sovrapposto, nel 1970, un castello istituzionale che non rispondeva ad alcun bisogno amministrativo, senza alcun fondamento culturale, privo di radici storiche che non fossero le remote regioni augustee.

Il nuovo organismo, cui erano affidate più cospicue risorse pubbliche e più estese autonomie, veniva a comportare per i cittadini un ulteriore compito di partecipazione e di controllo democratico, che si aggiungeva a quello richiesto storicamente dagli altri organismi. Un compito che poteva essere svolto solo grazie alla presenza di forze organizzate, i partiti, in grado di assolvere i nuovi impegni di rappresentanza.

E difatti alcune regioni del centro Nord, nei primi decenni, hanno svolto con qualche efficacia i nuovi compiti, soprattutto laddove il Partito comunista italiano – il principale agente di disciplinamento civile dell’Italia repubblicana – aveva più estesi insediamenti, come in Emilia e Toscana ed Umbria. Significativamente, la progressiva degenerazione di questo istituto, diventato un centro moltiplicatore di spesa pubblica incontrollata, inizia con la dissoluzione clientelare dei grandi partiti, di cui gli stessi governi regionali hanno costituito un terreno di coltura e sviluppo. Sarebbe oltremodo interessante una ricostruzione storica del ruolo avuto da tali organismi nella formazione del nostro debito pubblico.

Naturalmente la degenerazione delle Regioni ha preso a galoppare dopo la riforma del sistema elettorale del 1999. L’elezione diretta del presidente, diventato ben presto una sorta di sovrano assoluto, con conseguente emarginazione del Consiglio regionale e l’affidamento di fatto del controllo di legalità agli organi della magistratura. La riforma del Titolo V della Costituzione ha inevitabilmente portato alla situazione attuale: le regioni non tendono ad allargare il potere, stanno disarticolando le stato, puntano, con l’autonomia differenziata, a smembrare il Paese.

Uno stato-unitario che ha poco più di 150 anni di vita. Una prova inquietante di questa deriva è venuta lo scorso anno dal semiconsenso alla richiesta di autonomia differenziata da parte di Veneto, Lombardia e Emilia esibito da De Luca ed Emiliano e dal silenzio degli altri presidenti meridionali. E’ evidente che tutti i nostri cacicchi, a Nord e a Sud, un pugno di politici mediocri e irresponsabili, sono pronti a fare ritornare l’Italia agli statarelli preunitari per pura ambizione personale.

Ora non si tratta di difendere il vecchio centralismo, occorre rafforzare al contrario il potere dei comuni, l’organo più vicino alla possibilità di controllo dei cittadini, rendendo più democratico e trasparente il loro governo e ridando nuove e più ampie funzioni di raccordo territoriale alle province. È il modo di rispondere ai bisogni di decentramento di uno stato moderno senza mandarlo in pezzi. Occorre ricordare che la politica è vittima del crollo antropologico subito dalle società in Occidente. Nessun legame ideale tieni più uniti i Narcisi solitari che son diventati i cittadini. Lasciare pezzi di territorio in mano a poteri personali è un rischio che l’Italia non può correre.

da “il Manifesto” del 25 novembre 2020
foto: Puzzle Italia in legno

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

La grande occasione del Sud.-di Tonino Perna

Da una recente ricerca della Svimez emerge un dato di grande rilevanza, che potrebbe rappresentare una svolta storica nel rapporto Nord-Sud nel nostro paese. La Svimez, infatti, ha stimato che nell’anno in corso ben 45.000 giovani meridionali a causa della pandemia sono tornati nel Mezzogiorno, continuando a lavorare in smart working. L’inchiesta è stata condotta su un campione rappresentativo di aziende con oltre 250 addetti, ma prendendo in considerazione il resto dei rientrati (comprendendo insegnanti di scuola e Università) sempre la Svimez stima in circa centomila il numero dei giovani rientrati al Sud che lavorano a distanza.

Per richiamare l’attenzione del ministro Provenzano su questo fenomeno (in quel momento soltanto intuito grazie all’iscrizione dei giovani alle liste regionali per entrare in volontaria quarantena) avevamo scritto una lettera aperta che è apparsa sul Manifesto del 21 giugno ed a cui il ministro ha cortesemente risposto. Purtroppo, a tutt’oggi non vediamo una traduzione concreta di quell’appello che mirava a creare un rapporto stretto tra le istituzioni e questi giovani rientrati nel territorio meridionale.

Ma, quello che non hanno fatto decenni di politiche per il Mezzogiorno, più declamate che fattuali, l’ha fatto l’invisibile mister Covid. Improvvisamente, la fuga dei giovani dal Mezzogiorno non solo si è arrestata, ma si è registrato un, inatteso, grande rientro. Ora, si tratterà di capire quanto di questo cambiamento radicale dei flussi migratori nel nostro paese resterà finita la pandemia. E non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutte le aree esterne al core dello sviluppo economico italiano. Anche nel Centro e nel Nord esistono le cosiddette “aree interne” marginalizzate che hanno visto un rientro di giovani dai grandi centri urbani e aree metropolitane.

Insomma, stiamo assistendo ad un insperato riequilibrio che andrebbe analizzato nei dettagli e accompagnato da politiche che lo incentivino, offendo adeguati servizi: sanità efficiente, connessione digitale, animazione culturale, ecc. Questo “new deal” riguarda non solo il governo, ma anche gli enti locali e il sindacato. Il governo potrebbe incentivarlo sgravando gli oneri sociali alle aziende del Nord per ogni lavoratore in southworking. Gli enti locali potrebbero offrire spazi pubblici gratuiti per il cooworking, oltre a migliorare i servizi pubblici e la connessione digitale.

Ci sarebbe da ripensare il contratto di lavoro in questa chiave di riequilibrio territoriale, che potrebbe offrire dei vantaggi alle grandi città, decongestionandole, quanto alle aree marginali, rivitalizzandole, ma anche agli imprenditori (che potrebbero avere dei risparmi, pensiamo per esempio ai buoni pasto, o ai minori spazi da utilizzare) e ai lavoratori che stando al Sud potrebbero risparmiare sul costo dell’abitazione, sul trasporto, sulla cura della casa e dei figli, ecc. Certo, si perderebbe in socialità, e non è cosa di poco conto, ma si potrebbe anche a pensare a periodi in presenza e periodi di lavoro a distanza.

In breve, si apre una nuova stagione del rapporto tra “luoghi e lavori” che da sempre coincidevano, salvo per sparute élite. Per secoli posto di lavoro e abitazione erano necessariamente vicini e duravano, spesso, per tutta una vita. Adesso, entriamo in una nuova fase che la pandemia ha solo accelerato e che ci offre delle opportunità da non perdere, a partire dal Mezzogiorno.

da “il Manifesto” del 24 novembre 2020
Foto di Alexey Györi da Pixabay

La distruzione del sistema fiscale alla base delle diseguaglianze sociali.-di Piero Bevilacqua

La distruzione del sistema fiscale alla base delle diseguaglianze sociali.-di Piero Bevilacqua

Tra gli effetti indesiderati della pandemia che continua a sconvolgere la vita quotidiana di miliardi di persone c’è il drammatico restringimento del nostro immaginario. Gran parte dei nostri pensieri è assorbita dall’andamento della malattia e dal corredo di conseguenze che trascina con sé. Problemi economici e sociali di rilevante urgenza scompaiono dalla vista generale e dal pubblico dibattito.

In Italia è il caso di tantissime questioni fra le quali spicca la ventilata riforma fiscale, che solo in questi giorni il presidente del Consiglio Conte ha opportunamente ripescato dall’oblio generale, ponendola come uno degli obiettivi dell’agenda governativa per il 2021.

Torno sul tema perché va richiamata l’attenzione di tutte le forze democratiche. Se vogliamo che la riforma annunciata non si esaurisca in un semplice aggiustamento dell’ordine esistente, è necessaria un’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica e soprattutto una spinta sociale nel paese che faccia sentire il suo peso sul Parlamento e sul Governo.

Solo realizzando un ordinamento fiscale coraggiosamente progressivo si abbatte il caposaldo che ha retto le politiche neoliberiste degli ultimi 40 anni: la bassa pressione impositiva sui ceti ricchi e le grandi fortune.
Questa scelta, inaugurata da Thatcher e da Reagan, era sostenuta da una teoria economica che l’aveva nobilitata, quella dell’offerta, la cosiddetta supply side economics.

Secondo questa scuola di pensiero diminuire il carico fiscale ai ceti ricchi avrebbe portato più investimenti, posti di lavoro, maggiore ricchezza generale. Già nel 1998, molto prima della grande crisi del 2008, il premio Nobel Paul Krugman l’aveva definito un “errore economico” di cui “gli eventi hanno dimostrato la falsità”. Mentre il suo connazionale, James Galbraith, che ribattezzò la teoria in supply side failure, cioé fallimento, ha ricordato nel 2009 che i ceti ricchi favoriti dall’allentamento fiscale “hanno risposto punteggiando il paesaggio di case signorili”.

La distruzione del sistema fiscale su cui nel Dopoguerra aveva poggiato lo stato sociale è alla base delle inaudite disuguaglianze che lacerano le nostre società, in Italia hanno accresciuto in forme abnormi la ricchezza privata e la povertà pubblica, contribuendo non poco alla crescita del suo debito. Alberto Banti ha appena fornito un quadro ricco di dati su tutto questo che illustra in maniera schiacciante l’andamento delle ricchezze negli ultimi 40 anni connesso ai sistemi fiscali neoliberisti (“La democrazia del followers”, Laterza)

Se vogliamo comprendere le ragioni ultime dell’emarginazione della sanità pubblica, del definanziamento di scuola e università, dell’impoverimento generale dei comuni, della decadenza delle nostre città, dell’assenza di investimenti statali strategici, le dobbiamo cercare in gran parte nel del nostro sistema fiscale.

È davvero avvilente assistere in questi giorni drammatici della vita nazionale allo spettacolo di infermieri e addetti alle pulizie degli ospedali costretti a urlare per le strade la miseria dei loro salari a fronte di lavori massacranti. Mentre sappiamo quante fortune sono ammassate e si vanno ammassando presso tanti settori e ceti, anche in questi mesi che per tanti italiani sono stati di lutti e di angoscia.

Non si capisce, dal momento che nessuna solidarietà viene al paese da tali ambiti, perché il Governo non intervenga con un prelievo d’emergenza finalizzato ai problemi urgenti che incombono. Se non si opera in questi momenti allarmanti della vita nazionale, quando la necessità del sacrificio comune è così evidente, allora quando? Tanti nel Parlamento e forse nel governo non vogliono guastarsela con i potenti che sostengono con discrezione le loro campagne elettorali. Guardano ai personali interessi, fine ultimo del loro agire politico. Sarebbe meglio non dimenticare che quando usciremo dalla pandemia ci attende un debito pubblico gigantesco e senza un sistema fiscale di incisiva progressività il paese tracolla.

Per questo credo che la sinistra e soprattutto le forze sindacali – le uniche organizzazioni che oggi hanno una capacità di mobilitazione popolare – devono guardare a questo passaggio strategico nella vita italiana. La riforma fiscale decide una svolta strutturale nell’assetto economico e sociale del paese. Perciò i sindacati devono muoversi con tutta la loro forza su questo aspetto che non riguarda vertenze e salari.

Mentre noialtri cani sciolti della sinistra, con tutti i mezzi di cui disponiamo, dai giornali alle riviste, dai social alle campagne on line, non dobbiamo dare tregua ai sabotatori nascosti in Parlamento, e mostrare quanto l’ingiustizia fiscale sia alla base del declino recente dell’Italia.

da “il Manifesto” del 18 novembre 2020
Foto di b0red da Pixabay

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Le tre regioni (Calabria, Puglia, Sicilia) in cui il rapporto fra casi attualmente positivi e popolazione è il più basso d’Italia (monitoraggio Gimbe, al 6 novembre) sono classificate fra le zone “rosse” e “arancioni”. L’apparente contraddizione si comprende guardando ai famosi 21 indicatori elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità: la classificazione dipende da un insieme di variabili, dalla velocità di trasmissione alla capacità di monitoraggio, e di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti.

Ma dipende anche da un elemento fondamentale: la disponibilità di personale e di posti letto. In queste regioni la dimensione del sistema sanitario è nettamente inferiore rispetto al resto del Paese: è questo che contribuisce a determinare le indispensabili misure più restrittive, ma quindi anche a colpire maggiormente le attività economiche. I ristoranti chiudono anche perché gli infermieri e i posti letto sono troppo pochi.

Perché è così? Questa realtà dipende dalla lunga e complessa storia della sanità italiana: e dalle insufficienze e distorsioni del suo governo in alcune regioni, principalmente del Sud; se si vuole difendere il diritto alla salute dei cittadini, non bisogna mai smettere di ricordare le inefficienze delle loro amministrazioni.
Ma dipende anche da oltre un decennio di politiche sanitarie, ed in particolare dai piani di rientro.

E’ utile comparare l’insieme delle regioni soggette a piani di rientro, includendo dunque anche Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, con le altre; in tempi di polemiche sui dati, ci si può far guidare da un recente rapporto dell’autorevolissimo Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb). Che ci dice l’Upb? Che nelle regioni in piano di rientro al 2017 c’erano 81 dipendenti del sistema sanitario ogni diecimila abitanti contro 119 in quelle senza piano; in particolare c’erano 35 infermieri contro 49, in un quadro italiano in cui il rapporto fra infermieri e popolazione è solo i due terzi della media europea.

E questo senza considerare le regioni a statuto speciale e le province autonome (nel caso della sanità, la Sicilia non rientra in questo gruppo): un vero mondo a parte, nel quale i dipendenti del servizio sanitario sono quasi il doppio, per abitante, rispetto alle regioni in piani di rientro. Le regioni del Centro-Sud affrontano la pandemia con un numero di posti letto, rispetto alla popolazione, significativamente inferiore rispetto a quelle del Nord; inferiore un terzo rispetto al Trentino Alto-Adige.

Questa situazione è frutto delle scelte di più di un decennio: dal 2008 al 2017 il personale nelle regioni in piano di rientro è diminuito del 16%; è sceso del 2% in quelle senza piano di rientro; è aumentato in quelle autonome. Queste tendenze sono state dovute, appunto, alle regole imposte alle regioni che avevano un forte disavanzo sanitario: spendevano più del finanziamento loro assegnato. Necessario intervenire, in tempi difficili per la finanza pubblica: ma il disavanzo si è praticamente azzerato già nel 2014 e le politiche non sono cambiate.

E le condizioni si sono sempre più divaricate, come ben mostrato in un recentissimo studio di Baraldo, Collaro e Marino pubblicato su lavoce.info. Dettaglio interessante, l’Upb mostra che le regioni e le province autonome avevano un disavanzo “virtuale” (il meccanismo di finanziamento è diverso) di pari dimensione e lo hanno ancora oggi: ma sono un mondo a parte; un mondo di privilegi.

Il disavanzo era dovuto a problemi sensibili nell’organizzazione sanitaria, ma anche ai meccanismi di finanziamento. Il tema è complesso, ma riassumibile in una considerazione: le regole del federalismo fiscale si applicano solo quando convengono ai più forti. Tre esempi.

Il riparto del Fondo Sanitario Nazionale non è legato ad una attenta misura dei “fabbisogni” della popolazione, ma è guidato solo dalla dimensione demografica, in parte “pesata” per l’anzianità: così che la spesa per abitante è in Calabria del 18% inferiore a quella emiliana; del 15% in Campania, del 13% nel Lazio; i dati (Istat) sono del 2018, ma questo accade tutti gli anni. E’ sempre indispensabile ricordarlo (ancora ieri in un’intervista il Presidente della Regione Veneto sosteneva «che è un problema di efficienza e responsabilità non di soldi»).

In secondo luogo, nessuno ha mai provveduto ad una misurazione delle dotazioni strutturali (ospedali, macchinari) delle regioni: eppure esse dovrebbero essere “perequate”, dato che è impossibile avere gli stessi servizi con dotazioni molto dispari. Stime di un istituto specializzato (il Cerm) mostravano al 2010 impressionanti divari; ma la spesa per investimenti pubblici in sanità invece di contribuire a ridurli li ha accresciuti: fra il 2000 e il 2017 gli investimenti nella sanità sono stati pari ogni anno a 22 euro per abitante in Campania e nel Lazio, a 84 in Emilia; a 16 euro per abitante in Calabria contro 184 a Bolzano.

Infine, la necessità di tanti pazienti di spostarsi fra regioni, specie per cure che richiedono dotazioni e specializzazioni avanzate (e che vengono pagate dalle Regioni di provenienza, che così hanno ancora meno risorse), è ormai considerato come un dato fisiologico del sistema, e non come una grave discriminazione da correggere.

Tutti gli italiani dovrebbero avere un eguale diritto alla salute. Sia per motivi di equità, sia per il benessere collettivo. Esso non dovrebbe dipendere né da incapacità politiche regionali (nei confronti delle quali il governo nazionale dovrebbe attivare con incisività ben maggiore i suoi poteri sostitutivi), né dalle regole distorte e incomplete del federalismo fiscale italiano.

E non è un problema locale: la diffusione della pandemia ci ha mostrato in tutta evidenza che la salute è un tema nazionale (europeo), che non conosce confini amministrativi: la disastrosa situazione della sanità calabrese non è solo un problema per gli abitanti di quella regione ma per tutti noi.

E dunque, se davvero vogliamo che l’Italia dopo il covid sia meglio di quella che abbiamo alle spalle, la conclusione è molto semplice: si impongono scelte politiche molto diverse. Il Piano di rilancio e le politiche sanitarie dei prossimi anni non possono che mirare a sanare ingiustizie e squilibri, anche superando incapacità e resistenze degli amministratori regionali.

da “il Messaggero” dell’11 novembre 2020

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Da Repubblica del 9 novembre Oscar Giannino ci informa, con un articolo dal titolo «I colpi della pandemia riapriranno le ferite del divario nord-sud», sugli esiti inevitabili della crisi. Il calo del Pil ridurrà le risorse prodotte dal Nord e devolvibili alla perequazione territoriale. Cita di passaggio il recente libro di Giovanardi e Stevanato Autonomia, differenziazione è responsabilità, in cui si legge che il trasferimento di risorse pubbliche al Sud è stato negli anni massiccio, e totalmente fallimentare.

Su una linea analoga si erano espressi il 2 ottobre Galli e Gottardo, autorevoli economisti della Cattolica, con un saggio sull’Osservatorio dei conti pubblici italiani. E già il 4 maggio 2019 Tabellini, ex rettore della Bocconi, in un articolo sul Foglio scriveva : «Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli». In tutte queste prospettazioni il tentativo di ridurre il divario Nord-Sud, comportando uno spreco di risorse, reca al paese danno, e non vantaggio. Ne segue il corollario, esplicitato o meno, che è nell’interesse del paese concentrare le risorse disponibili sulla locomotiva del Nord. Meglio per tutti se il divario rimane.

Si rafforza e si manifesta lo schieramento che nega ad un tempo lo scippo di risorse a danno del Sud da parte del Nord, e la riduzione del divario tra le due Italie. È una cannonata contro l’opposta tesi che l’Italia non esce dalla crisi se non rilanciando il Sud come secondo motore produttivo del paese: solo così può essere fermato e invertito il declino che ha devastato il Sud ma ha colpito – sia pure in misura assai minore – anche il Nord. Tesi sostenuta dalla Svimez e da autorevoli economisti, e soprattutto, almeno prima facie, accettata dal governo nelle sue scelte di politica economica e negli orientamenti nella utilizzazione dei fondi Recovery, anche in osservanza delle indicazioni UE.

Le due narrazioni contrapposte trovano aggancio in due serie di dati divergenti, entrambe di matrice pubblica: una, dei Conti pubblici territoriali dell’Agenzia per la coesione, per cui ai cittadini del Nord sono assegnate risorse pubbliche pro capite in misura maggiore che ai cittadini del Sud; l’altra, di provenienza Istat e Bankitalia e ora adottata da Galli e Gottardo e dall’Ocpi, che dice l’esatto contrario. Se fosse una contrapposizione accademica, potremmo non occuparcene. Ma sono ovvie le implicazioni per le scelte di politica economica e gli indirizzi di governo, inclusa la risposta alla crisi Covid.

Il 9 novembre, in un seminario presso la Fondazione Astrid su «Il ruolo del Mezzogiorno per la ripresa», il ministro Provenzano ha dato un’ampia informazione delle iniziative del governo. Nessuno dubita del personale e forte impegno del ministro a favore del Mezzogiorno. Ma può la sua posizione decisivamente orientare le politiche del governo nel suo complesso? Qualche domanda si pone.

Delle due serie di dati contrapposti prima richiamate, quale è adottata da Palazzo Chigi ai fini delle scelte e degli indirizzi di governo? Il ministro Provenzano assume quella dei Conti pubblici territoriali. Ma non sembra, ad esempio, di poter dire lo stesso per il ministro Boccia. Come conciliare con l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud la sua debole proposta di legge-quadro sull’autonomia differenziata, che vuole collegare al bilancio pur essendo tecnicamente inidonea a frenare le pulsioni separatiste? Andrebbe tolta dal tavolo.

Come scommettere sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni) come elemento decisivo di equità territoriale, dopo il fallimento del loro equivalente sanitario (Lea) e la conseguente frantumazione del servizio sanitario nazionale? Come assumere le conferenze e la concertazione tra esecutivi come luogo e metodo di un nuovo regionalismo – come suggerisce in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali il 30 settembre – quando l’esperienza passata ne dimostra gli effetti negativi sulla coesione territoriale, e la crisi Covid oggi ne conferma in termini anche più generali le pesanti conseguenze?

Avremo un ritorno della questione meridionale o di quella settentrionale? Lo vedremo sul palcoscenico del dopo Covid, dove si recita a soggetto. Il che può anche andar bene, a meno che gli attori non mostrino di essere – magari con eccezioni lodevoli – guitti di secondo ordine.

da “il Manifesto” dell’11 novembre 2020

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Calabria. Gli ultimi disastrosi 10 anni, la stagione dei commissari. -di Battista Sangineto

Era il 30 luglio del 2010 quando il presidente Giuseppe Scopelliti fu nominato, da Giulio Tremonti, Commissario della Sanità della Regione Calabria per il rientro dal debito che, all’epoca, ammontava a circa 150 milioni.

Dal 2010 ad oggi si sono succeduti molti Commissari che – nonostante i pesanti tagli agli investimenti, i mancati turn over del personale sanitario, il blocco delle assunzioni, la chiusura di piccoli e medi ospedali che garantivano una qualche tenuta della medicina del territorio- hanno portato il disavanzo ad una cifra che alcuni, non abbiamo numeri certi, stimano essere di più di 1 miliardo. Tutto questo senza che i Presidenti ed i consiglieri, alternativamente, di maggioranza ed opposizione regionali, di tutti i partiti, sollevassero dubbi o ponessero la Sanità al centro della battaglia politica.

Il 7 dicembre 2018 viene nominato Commissario unico il generale in pensione Saverio Cotticelli, con una delibera del Consiglio dei Ministri del Governo giallo-verde, firmata da Conte, dal ministro della Salute Giulia Grillo (5stelle) e dal ministro delle Finanze Giovanni Tria. Al cambio di colore del Governo, da giallo-verde a giallo-rosso, il Commissario è rimasto al suo posto anche se, come tutti abbiamo potuto finalmente vedere nel corso della trasmissione televisiva “Titolo Quinto” su Rai 3, nulla sapeva della complessa materia sanitaria e nulla faceva, nonostante sia arrivato il peggior flagello dell’ultimo secolo.

La responsabilità del disastro sanitario calabrese ricade tutta sull’ormai ex Commissario ad acta, il generale Cotticelli? La gran parte sicuramente sì, ma una porzione non irrilevante pesa sulla politica e sui politici calabresi degli ultimi decenni e, soprattutto, degli ultimi dieci anni che non hanno saputo o, più probabilmente, non hanno voluto riprendersi la prerogativa che spettava loro di amministrare, come avviene a seguito dell’esecrabile modifica del Titolo V della Costituzione, il capitolo di spesa più importante, l’80% circa, di una Regione: la Sanità.

Con il comunicato stampa ufficiale, datato 11 marzo 2020, della Regione Calabria (lo si può rintracciare facilmente sul portale web della Regione stessa) la compianta presidente Jole Santelli “…di concerto con il Commissario Cotticelli, approva il “Piano di Emergenza contro il Corona Virus”, dispone l’attivazione di 400 nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva …e già domani sarà pubblico l’avviso per il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi. Saranno, inoltre, utilizzate le graduatorie degli idonei a scorrimento per l’assunzione, sempre a tempo determinato di 270 infermieri e 200 Oss”.

I calabresi sanno che nessuna delle promesse fatte in questo comunicato è stata mantenuta e che la responsabilità della totale inadempienza non è solo di Cotticelli, ma anche di chi, la Regione Calabria, lo ha fiancheggiato, per mesi, in questa sua incredibile sconsideratezza.

Il nuovo Commissario appena nominato dal ministro Speranza, Giuseppe Zuccatelli, pur volendo sorvolare sull’imbarazzante video sull’inutilità delle mascherine, si era già dimostrato, dal dicembre 2019 ad oggi, del tutto inadeguato come Commissario sia dell’Asp di Cosenza, sia delle Aziende ospedaliere ‘Mater Domini’ e ‘Pugliese Ciaccio’ di Catanzaro.

I calabresi vorrebbero un Commissario capace, magari uno dei molti conterranei degni di ricoprire questo ruolo, ma, soprattutto un Commissario che sia solo “straordinario”, solo per questa emergenza “straordinaria”.
Bisogna che si torni alla “normalizzazione” della Sanità calabrese che deve essere gestita ed amministrata dalla Politica e non da Commissari, riaffermando così la primazia della Politica che, pur con tutti i suoi difetti, soprattutto in Calabria, ha i suoi meccanismi di controllo costituzionali.

Un Presidente ed una Giunta eletti dovranno rispondere agli elettori, mentre i Commissari, come abbiamo sperimentato in questi ultimi 10 anni, non rispondono a nessuno. I cittadini calabresi si aspettano che sia rispettato il diritto alla salute, come recita l’art. 32 della Costituzione, e che questo diritto abbia un identico livello in tutta Italia, compresa questa “inesplorata penisoletta”, come definiva la Calabria Corrado Alvaro, negli anni ‘30.

da “il Manifesto” del 10 novembre 2020
foto: Wikipedia

Sbagliato scambiare questioni sociali con affari criminali.- di Tonino Perna

Sbagliato scambiare questioni sociali con affari criminali.- di Tonino Perna

Il generale dei carabinieri in pensione, Saverio Cotticelli, nominato commissario della sanità in Calabria dal primo governo Conte, sembra arrivato su quella poltrona da un altro pianeta.

Non sa niente sul piano sanitario anti- Covid, scopre che doveva essere proprio lui e non la Regione, a doverlo costruire. Questa storia, tragicomica, fa riflettere sul ruolo del giornalismo d’inchiesta, lavoro prezioso per tutta la comunità nazionale. Ma, allo stesso tempo, scoperchia negligenze, ritardi, mancanza di controllo. C’è da chiedere al ministro Speranza: a) perché non ha cacciato per tempo questo commissario, b) se esiste un sistema di controllo sull’operato di questi commissari o se, una volta nominati, purché non disturbino il potere romano, possono restare al loro posto. C’è da chiedere ai partiti del centro sinistra, all’opposizione nel Consiglio Regionale della Calabria, come mai non si siano accorti che a capo della sanità c’era questo personaggio inqualificabile, irresponsabile, assolutamente non competente.

Adesso se ne è accorto, grazie al giornalista Walter Molino, anche il premier Conte che ha immediatamente dimesso l’improbabile carabiniere-commissario.

Problema risolto? Assolutamente no. Il commissario Cotticelli deve rispondere penalmente dei gravi danni inferti alla salute dei cittadini calabresi, del danno economico alle imprese e ai lavoratori avendo determinato la dichiarazione di zona rossa per la Calabria, con la sua gravissima omissione di atti d’ufficio. Se un commissario rischia solo il licenziamento si pone un grave problema di discriminazione rispetto agli altri cittadini ed amministratori della res publica che rischiano processi penali e civili per ogni infrazione, sia pure senza scopo di lucro.

Ancora una domanda inevitabile: vorremmo capire in base a quale valutazione l’ex ministro Giulia Grillo (M5S) abbia scelto, per gestore un settore così delicato e complesso come la sanità calabrese, un generale in pensione. Siccome non credo che l’on Grillo abbia la voglia di rispondere le posso facilitare il compito.

Si nomina un generale dei carabinieri in pensione per gestire la sanità in Calabria, afflitta da debiti-corruzione-malgoverno, perché si riduce la questione sanitaria a questione criminale.

Così come questo governo ha nominato al ministero dell’ambiente un generale delle guardie forestali, come se la complessità dell’ecologia si potesse ridurre alla repressione delle mafie.

Da quando, anni ’90 del secolo scorso, la “questione meridionale” è stata ridotta a “questione criminale”, la Calabria è diventata l’avamposto di questo brand, per cui nessuno batte ciglio se commissariano decine e decine di Comuni, di enti pubblici, fino ad arrivare al sistema sanitario, comprese le Asp, anche loro commissariate.

Per quanto ne sappia non ho mai visto una commissione d’inchiesta insediarsi per monitorare l’operato di un commissario. Conosco commissari che hanno operato bene, e andrebbero premiati, ma quelli che hanno fatto poco e nulla, che hanno bloccato tutto, lasciando morire d’inedia intere città, preso uno stipendio giusto per tenere in caldo una poltrona, nessuno li ha mai giudicati.

da “il Manifesto” dell’8 novembre 2020

Un commissario unico per la sanità calabrese.-di Battista Sangineto Nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e chiudere tutto al più presto

Un commissario unico per la sanità calabrese.-di Battista Sangineto Nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e chiudere tutto al più presto

Le misure riguardanti l’epidemia – quelle contenute nell’ultimo Dpcm, ma anche quelle preannunciate in queste ore- sono del tutto insufficienti, soprattutto per le regioni meridionali ed, in particolar modo, per la Calabria. Il 3 maggio scorso avevo scritto, su questo giornale, che in Calabria ci si sarebbe dovuti occupare, a partire almeno da quel momento, delle disastrose condizioni in cui versa la sanità, predisponendo piani sanitari, implementando le scarsissime dotazioni, strutturali e di personale sanitario, dei nostri ospedali e della medicina del territorio per affrontare, con meno terrore, il lungo periodo nel quale avremmo dovuto convivere con il virus.

Alcuni mesi fa temevo che, senza aver incrementato le dotazioni sanitarie e la quantità di medici ed infermieri, l’ampiamente prevista seconda ondata di Covid 19 avrebbe provocato, al Sud, un’ecatombe.

Questi timori sembra che, purtroppo, fossero fondati perché le regioni meridionali sono state investite in pieno da questa seconda ondata e la Calabria, che è fra le regioni con lo scenario 4, è la quarta fra quelle con l’indice Rt più alto, all’1,84, dopo Molise (2,1), Lombardia (2,01) e Piemonte (1,99).

Al contrario di quanto si era auspicato, abbiamo appreso dall’ultima ricerca effettuata dal Sole 24ore –non si avevano notizie ufficiali da parte della Regione- che in Calabria sono state approntate solo 6 terapie intensive in più per un totale di 152, invece delle 300 programmate. In Calabria, dunque, ce n’è una ogni 13.000 abitanti mentre la media nazionale attuale è di una ogni 6.000 abitanti.

Il dato ufficiale riguardante le Usca, “Unità speciali di continuità aziendale”, è che ne risultano in attività solo 14 sulle 35 necessarie. Le Usca dovrebbero rappresentare la risposta della sanità pubblica all’emergenza del Coronavirus sul territorio, per evitare il sovraffollamento delle terapie intensive e in Calabria, dove le terapie intensive sono molto poche, ne mancano 21, cioè il 60%. E molti dubbi e rimpalli di responsabilità tra Commissari e Regione ci sono sull’impiego dei 45 milioni di euro arrivati alla Calabria per la sanità, con i decreti legge 14 e 18 del 9 e 17 marzo 2020.

A Cosenza, per esempio, c’è una sola Usca in funzione, il reparto Covid 19 è già saturo e si stanno ancora approntando alla bisogna altri presidi ospedalieri nella provincia, visto che, finora, non lo si era fatto. Nessuna delle cose che si chiedevano da mesi è stata realizzata in Calabria e ora -con più di 200 contagi al giorno, più di 160 ricoverati di cui almeno 10 in terapia intensiva- noi calabresi non possiamo fare altro che chiedere che si chiuda tutto per due o tre settimane, altrimenti sarà una tragedia non solo sanitaria, ma anche economica perché se si ritarda ancora potrebbe essere necessario, dopo, chiudere per alcuni mesi, come è già accaduto in primavera.

Allo stesso tempo bisogna garantire, come scrive Tonino Perna, a tutte le categorie colpite un reddito di base che, per evitare di far crescere ancora il debito pubblico, si potrebbe far pagare a chi ha continuato a guadagnare da questa situazione: il mondo della finanza, le aziende e le multinazionali come Amazon, Microsoft, Facebook, Big Pharma et cetera.

Mesi di sacrifici, per molti di noi strazianti, sono stati vanificati da un’estate da irresponsabili che il Governo nazionale e quelli locali non sono riusciti, in nessun modo, a gestire. Non voglio maramaldeggiare sulla inopportunità degli inviti fatti, nel corso dell’estate, a venire ad ingrassare qui in Calabria o sulle spese sostenute per spot pubblicitari enormemente costosi e, perlomeno, improbabili invece che per la Sanità pubblica, ma solo rilevare che l’incapacità dei Commissari alla Sanità insieme a quella della Regione hanno prodotto la drammatica situazione nella quale ora ci troviamo.

Se non vogliamo centinaia o migliaia di morti in Calabria, il ministro Speranza deve nominare un Commissario Straordinario unico per la Sanità e si deve, purtroppo, chiudere tutto al più presto, per poter riprendere con un po’ più di tranquillità, prima di Natale.

da “il Quotidiano del Sud”, de 2 novembre 2020
Foto di Alina Kuptsova da Pixabay