Mese: settembre 2019

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

Viaggio al Sud di Piero Bevilacqua

 

 

 

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno inquietante, impensabile in altri periodi della storia repubblicana. Mentre le condizioni economiche, sociali, civili del Mezzogiorno peggioravano, con la rinascita di fenomeni da dopoguerra, come il caporalato schiavista nelle campagne, con la ripresa dell’emigrazione individuale di massa, soprattutto della gioventù colta, non un moto di recriminazone si è levato da quelle terre.Nessuna manifestazione, movimento di popolo, proteste organizzate. Una coltre di rassegnazione sembra essersi stesa sul cuore delle popolazioni meridionali. Sicché si è arrivati al paradosso che neppure di fronte alla più grande minaccia affacciatasi negli ultimi mesi all’avvenire di questa parte d’Italia, e alla stessa unità del Paese, con la cosiddetta autonomia differenziata, abbiamo assistito ad alcuna reazione popolare. Anzi, la Lega, che oggi ripropone la secessione del Nord sotto mentite spoglie, è stata premiata al Sud con migliaia e migliaia di voti. E’ un paradosso, assurdo, inaudito. La Lega, a partire da Bossi, ha imposto all’immaginario degli italiani l’idea di un Sud sprecone e criminale, sicché dagli anni ’90 ogni intervento pubblico a favore del Sud è stato guardato con sospetto, favorendo così uno squilibrio ingiusto nella redistribuzione delle risorse.Occorre rammentarlo alle popolazioni meridionali: la Lega è storicamente e attualmente, sotto la guida di Salvini, il suo più attivo nemico.

Di fronte a tale scenario, se si esclude la solitaria lotta di pochi e isolatissimi intellettuali, di alcune assemblee dei medici, delle mobilitazioni di gruppi di insegnanti, e della manifestazione unitaria dei sindacati a Reggio Calabria del 22 giugno, l’assenza di iniziativa politica appare drammatica.E anche paradossale, perché le popolazioni del Sud ignorano che cosa sia l’autonomia differenziata e votano Lega, mentre quel partito le sta condannando a una marginalità irreversibile.

Sapiamo che il PD non ha mosso un dito su tale questione, paralizzato dalle sue divisioni interne, le varie TV, pubbliche e private, non ne fanno menzione, una sistema mediatico sempre più asservito porta l’attenzione degli italiani altrove.

Ebbene, io credo che la sinistra, malgrado le poche forze a disposizione, se scatta un po’ di volontà politica, potrebbe tentare un’operazione che è insieme di dialogo e contatto con i cittadini del Sud, di mobilitazione, e al tempo stesso di tessitura tra i gruppi che compongono la sua frastagliata geografia. Non ci potrebbe essere obiettivo più unificante che rivendicare una politica di investimenti innovativi per il Sud e creare allarme, chiarimento, informazione di fronte al progetto di disintegrare l’unità del Paese, instaurando un rissoso regime di competizione regionalistica, che getterebbe l’Italia ai margini dell’Europa. E occorre ricordare qui che Veneto e Lombardia sono le regioni con il più alto tasso di cementificazione d’Italia, mentre il nuovo piano territoriale dell’Emilia Romagna prevede la ripresa di consumo di suolo.( Consumo di luogo.Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna, a cura di I.Agostini,Pendragon 2017) Volere più potere significa per queste regioni continuare la vecchia politica di grandi opere e cementificazione dei territori, una scelta insostenibile mentre incombe il riscaldamento climatico

Qual’è la proposta che avanzo ? Quella di partire, nel mese di ottobre, con un pulman, che giri per i territori, e in cui siano presenti gli esponenti di tutte le forze poitiche disponibili, le varie organizzazioni che hanno insediamenti attivi in alcune città, in primo luogo i sindacati, l’ARCI, Libera, l’ANPI, l’Osservatorio del Sud, ecc, ecc. per organizzare là dove è possibile, un incontro in piazza con i cittadini. Nei vari centri si potrebbero coinvolgere i medici, che conoscono la realtà della sanità meridionale, gli insegnanti con le loro organizzazioni, l’Unione degli Studenti, ma più in generale le scolaresche che in quel momento dell’anno sono più pronte e disponibili alla mobilitazione. L’idea di un viaggio per i territori potrebbe funzionare anche mediaticamente e avrebbe sicuramente una efficacia di gran lunga maggiore se l’inziativa risultasse presa da un soggetto unitario, ma plurale, che coinvolga soprattutto le donne, i soggetti più deboli e discriminati del Sud.

 

 

 

Il Manifesto

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

La sinistra collaterale di Piero Bevilacqua di Piero Bevilacqua

 << L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre>>, diceva Keynes con geniale gusto del paradosso e acuto senso della storia.E’ accaduto l’inatteso: Salvini si è tolto di mezzo da solo. Il nuovo governo per ora ci ha salvati da una prospettiva inquietante e non mi soffermerò a dar giudizi e fare previsioni.Ma quel che realizzerà questo esecutivo dipenderà anche dalle pressioni che la società civile riuscirà ad esercitare, con le sue espressioni culrurali più avanzate

E’ il caso, ad esempio,di fare una riflessione sulle condizioni attuali della sinistra: sulle sue dimensioni, caretteri e modalità di espressione. Perché se è verò che essa è quasi ridotta all’impotenza sul piano partitico- parlamentare, non così si può dire della sua realtà effettiva nel Paese, che non si misura numericamente con la quantità dei consensi elettorali. Nè così si può dire sul piano della creatività ed elaborazione teorica e culturale, dell’ influenza sul piano ideale   presso settori ampi di opinione pubblica, sul suo radicamento locale in tante realtà del paese, sia pure in forma di gruppi dispersi. Se si guarda poi all’aspetto culturale della sinistra – da non identificare con le posizioni di democrazia liberale, che possono costituire una sua base di partenza, ma non l’esauriscono – non si può non cogliere una ricchezza di voci, organi, manifestazioni, che contraddicono la fragilità della sua corrispondente espressione politica. Esiste infatti quella che io definei una sinistra collaterale, che costitusce il paradosso della situazione italiana e che si esprime in una molteplicità davvero singolare di voci.Senza nessuna pretesa, neppure di abbozzare una rassegna, direi che si va da una realtà storica come il Manifesto – che la legge dei 5S sull’editoria vorrebbe stoltamente punire – a riviste che vantano molti anni di vita come Micromega, Internazionale, che dal ’93 fa entrare i problemi del mondo nel dibattito italiano, lo statunitense Huffington Post, che ha una versione italiana grazie al gruppo editoriale dell’Espresso, così Jacobin , Left attiva dal 2006, in Comune,la recentissima Luoghi comuni (Castelvecchi),sino alla moltitudine di siti, sia specialistici, come Sbilanciamoci per i temi economici, Eddyburg, Carte in regola, Città bene comune, dedicati all’ambiente e all’urbanistica o più generali come Officina dei saperi e Osservatorio del Sud, o di quelli che conducono campagne di varia natura come Change.org.Naturalmente occorrerebbe mettere nel conto, oltre alla loro pubblicazione libraria, la collaborazione di molti intellettuali a organi di stampa che non so quanto amano definirsi strettamente di sinistra, come il Fatto quotidiano, o che sono semplicemente liberal-democratici come Repubblica. Ricordo che a lungo su questo giornale esprimevano posizioni anche radicali collaboratori fissi come Alberto Asor Rosa, Stefano Rodotà, Luciano Gallino, Salvatore Settis e da ultimo Tomaso Montanari. Così come almeno un accenno andrebbe fatto alle mille inziative che singoli e gruppi intraprendono nei vari angoli della Penisola, nelle scuole, nelle università, in luoghi pubblici con convegni sui temi più vari del nostro tempo.Ma l’elenco è ancora incompleto: come dimenticarsi di Libera, dell’ANPI, dei circoli dell’Arci, dei gruppi di Altreconomia, dei diversi centri sociali, delle organizzazioni culturali e ambientaliste? E non includiamo le Camere del Lavoro e le organizzazioni territoriali del sindacato, perché oggi non sono politicamente omogenee.

Perché ricordo sommariamente tali realtà? Non certo per tornare a invocare la nascita di nuova formazione politica.Tale progetto non è alle viste.Finché esso si porrà a ridosso di elezioni, per inziativa dei frantumi dei vecchi gruppi politici, e senza un precedente movimento di lotta popolare, non avrà speranza. E tuttavia non ci si può non porre la domanda:se questa sinistra collaterale che costituisce quasi l’unica fonte innovativa di produzione teorico-politica dell ‘Italia, che non trova ascolto nel Pd e non si traduce in iniziativa politica nei gruppi radicali, deve limitarsi a una esclusiva azione culturale? Non è possibile che attraverso un paziente lavoro di tessitura organizzativa dia vita, di tanto in tanto, a singole forme di mobilitazione che coinvolgano i cittadini, con una capacità di incidenza che superi quella – pur meritoria – dei comitati locali ? Potrebbe nascere così una forza politica che non assomiglia alle forme partitiche tradizionali, carsica e liquida quanto vogliamo, ma capace di imporsi all’opinione nazionale, di volta in volta,con singole campagne. Ricordo che una ragazzina di nome Greta ha sconvolto in poco tempo la geografia dei movimenti di massa.

Ancora una volta sottolineo che davanti a noi abbiamo un obiettivo di prima grandezza, che ancora molti intellettuali di sinistra non hanno afferrato nella sua potenzialità: la secessione dei ricchi, denominata dalla Lega, per truccare le carte, autonomia differenziata. Potrebbe costituire la più grande battaglia unitaria dopo la Resistenza, perché si opporrebbe alla disgregazione dell’Italia e alla dissoluzione del welfare nazionale, difenderebbe le autonomie dei comuni e la Costituzione, metterebbe il Mezzogiorno al centro della lotta contro il declino dell’Italia. Grazie a un impegno su tale terreno il fenomeno Salvini, alle prossime elelezioni, potrebbe ritornare alle sue vecchie dimensioni regionali.

 

Il Manifesto

10.9.2019

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

I rischi dell’autonomia all’emiliana. Ora restituire un ruolo forte a Roma di Gianfranco Viesti

Si avvia il nuovo governo. E trova sulla sua strada, tra i tanti temi aperti, quello dell’autonomia regionale differenziata. Un dossier scottante per la portata estrema delle richieste. Le richieste delle regioni Lombardia e Veneto, e in larga misura anche Emilia-Romagna: non a caso battezzate “Spacca-Italia” da questo giornale; per le loro profonde implicazioni sui meccanismi di finanziamento delle amministrazioni, e quindi dei servizi ai cittadini; per le ricadute a catena che un’eventuale intesa con una o più di queste regioni può provocare anche nei rapporti con le altre e nel complessivo funzionamento del Paese.

Nel testo dell’Intesa fra Pd e 5Stelle, il tema è estesamente affrontato al punto 20. Sono posti dei chiari paletti di principio a meccanismi di finanziamento che possono provocare vantaggi ad alcuni a danno ad altri; viene auspicata, un po’ vagamente una «ricognizione ponderata delle materie e delle competenze da trasferire»; viene affermata la centralità del Parlamento in tutto il processo.

Una formulazione accettabile nelle sue cautele, ma che rischia di non affrontare il nodo di fondo della questione. La forte iniziativa politica delle tre Regioni fa partire la discussione dal punto sbagliato: la differenziazione delle competenze, per averne specifici vantaggi. Non da quello più corretto: e cioè il completamento dei meccanismi di finanziamento ordinario delle Regioni e una attenta discussione del riparto delle competenze fra Stato e autonomie, per far funzionare meglio l’Italia. Non sarà affatto semplice tenere insieme il «portare avanti il dossier delle tre Regioni» con la considerazione che è «un lavoro che riguarda tutte le Regioni», come si legge nella prima dichiarazione del neo-ministro. Soprattutto considerando le pressioni che eserciterà la giunta emiliana, anche in vista delle prossime elezioni regionali.

Il perché non è difficile da capire. In materia finanziaria Veneto e Lombardia hanno proposto un vestito disegnato sui loro possibili vantaggi, abbandonando la strada maestra dei meccanismi già previsti sin dalla legge 42 sul federalismo fiscale. Ed è da questi meccanismi che occorre invece ripartire, abbandonando le bozze predisposte dal precedente governo: regole chiare, valide per tutti. Sapendo bene che in tempi di risorse scarse non è affatto facile, politicamente e tecnicamente, transitare come auspicabile dal “costo storico” a indicatori più equi e basati sui numeri.

L’esperienza tragica del federalismo fiscale per i Comuni, che ha visto quelli più ricchi contrapporsi vittoriosamente a quelli più poveri, è lì a mostrarlo. In materia di competenze c’era stata già una netta rottura fra i due vecchi partner di governo, con i 5 Stelle contrari ad alcune delle richieste più importanti, ed estreme, di Lombardia e Veneto, come l’istruzione e i beni culturali o la cessione al patrimonio regionale delle infrastrutture.

Il punto è che molte delle altre richieste regionali sono del tutto simili (altro che regionalismo differenziato!), fra le tre e fra le altre: e quindi riguardano non l’attuazione dell’articolo 116 ma una rilettura dell’articolo 117 della Costituzione. Cioè molto più il riparto di competenze, specie amministrative, fra Stato e tutte le Regioni, che casi specifici. Discussione anch’essa molto utile e non semplice: che non sarebbe male condurre, per averne indirizzi, in Parlamento.

Ma partire dall’inizio, e cioè ridiscutere confini fra poteri e meccanismi di finanziamento, porta a nuovi importanti interrogativi. L’equità delle regole per le Regioni a statuto speciale: molto del malessere veneto viene proprio dal confinare con regioni “speciali”. E soprattutto Roma. Questione dirimente per il nostro Paese; non banalmente «una città come le altre» come argomentato improvvidamente da qualche sindaco (argomentazioni probabilmente alla base dei cambiamenti fra prima e seconda versione del programma di cui questo giornale si è estesamente occupato ieri).

Roma è la capitale del Paese; è la parte largamente preponderante della regione Lazio; e, oltre a questo, è in profonda difficoltà. Tutte questioni che richiedono riflessioni attentissime su poteri e risorse; non per un banale campanilismo ripetibile in ogni municipio, ma perché una capitale e un Paese che si rilanciano sono due facce della stessa medaglia. E poi, Milano non diventa certo più forte se Roma si indebolisce, ma solo se è un nodo importante di una rete di città competitive, che innervano tutto il Paese. Non se imita Londra isolandosi, e contrapponendosi economicamente e politicamente al resto del Paese (che poi si vendica con la Brexit), ma se si inserisce, come Monaco di Baviera e Francoforte, in un efficiente sistema-Paese.

E questo ci porta all’ultimo tema. Si è fatta una polemica estiva sulla supposta lontananza del governo dal Nord, che certamente sarà rinfocolata dai governatori leghisti sul tema delle autonomie differenziate. Polemiche che meriteranno una risposta attenta. Da un lato, sul merito delle questioni, spiegando bene ai cittadini di quelle regioni che non si parla genericamente di “autonomia” o “responsabilità” ma di specifiche materie, specifiche disposizioni. O davvero pensiamo che tutti i lombardi abbiano come priorità il fatto che l’Autostrada del Sole diventi regionale, o che gli insegnanti dei loro figli dipendano dall’assessore?

Dall’altro, sul futuro possibile del Paese. Che non può stare in una lotta di campanile di tutti contro tutti per i soldi; nell’egoismo dei ricchi: nel loro stesso interesse. Ma in un disegno condiviso, che premi l’efficienza di chi ben governa e i diritti di tutti i cittadini, a tutte le latitudini, alla salute, all’istruzione, all’assistenza, alla mobilità; e che soprattutto rilanci gli investimenti, pubblici e privati. La sfida che ha davanti questo governo è cominciare a tracciarlo, facendo un serio “tagliando” all’Italia del XXI secolo; cosa nient’affatto semplice, ma indispensabile per cominciare ad uscire dalle secche in cui da troppi anni ci siamo arenati.

 

Il Messaggero

6.9.2019