Mese: giugno 2025

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

Addio all’archeologo Roberto Spadea.-di Alfredo Ruga

È difficile con poche parole raccontare e ritrarre un uomo, uno studioso, un amico, un maestro d’altri tempi che ci ha lasciati ieri 26 giugno, Roberto Spadea.

Con la sua “missione” di funzionario archeologo, profondamente legato al senso del dovere e dello Stato, per educazione, formazione e cultura familiare, ha segnato alcuni decenni della ricerca, della tutela e della divulgazione archeologica in Calabria, la sua Calabria, vissuta e frequentata intensamente.

Dalla natìa Catanzaro (qui era nato il 17 marzo 1947) alle altre città grandi e piccole che lo hanno accolto e visto operare dal 1978 con tenacia, caparbietà e acribia, Reggio di Calabria (sede dell’allora Soprintendenza alle Antichità poi Archeologica e Archeologia della Calabria, prima delle varie riforme e ridefinizioni che hanno visto nascere le attuali tre Soprintendenze con competenze su Reggio Calabria e Vibo Valentia, su Catanzaro e Crotone, su Cosenza), Crotone (sede dell’Ufficio Scavi per le province di Catanzaro e Crotone), Cirò e Cirò Marina, Santa Severina, Lamezia Terme, Nocera Terinese, Tiriolo, Borgia, Simeri Crichi.

Tutte tappe importanti del suo percorso professionale e umano nelle quali saputo lasciare la sua impronta e il frutto del suo amore dirigendo il laboratorio della Soprintendenza tra il 1982 e il 2005, ideando e realizzando o rinnovando Musei e Antiquaria e Parchi archeologici nazionali (Crotone, Capo Colonna, Roccelletta-Scolacium) e di enti locali (Museo archeologico provinciale di Catanzaro, Lamezia Terme-Museo Lametino e parchi di Terina e Abbazia di Sant’Eufemia, Cirò, Santa Severina, Tiriolo, Falerna-Pian delle Vigne, Antiquarium di Simeri Crichi).

Il suo percorso, segnato da una sfaccettata personalità a volte schiva e a volte burbera, a tratti spigolosa e severa ma pur sempre sensibile e appassionata, mai incline ai compromessi, era legato poi ad alcuni ambienti culturali altamente stimolanti sul piano intellettuale ed interiore. In primo luogo Roma, dove si svolgeva, quando non era in Calabria, parte della sua vita familiare accanto alla carissima moglie Maria Letizia Lazzarini, studiosa di chiara fama di epigrafia greca e docente prima a Napoli e poi a Roma.

E poi Napoli e gli ambiti salernitano, pugliese (Bari e Lecce), siciliano e infine Milano Tutti ambienti cui si sentiva profondamente legato e con cui ha continuato a mantenere contatti, intrattenendo relazioni professionali ed amicali con una miriade di colleghi e studiosi, non solo archeologi e storici, invogliando giovani personalità a spostarsi per lavorare in Calabria, per esempio a Kroton, Terina, Agro Teurano e Scolacium e accendendo collaborazioni con prestigiose Università come Lille (Juliette de la Genière) e Texas (Joseph C. Carter e Cesare D’Annibale).

La sua capacità organizzativa ha invogliato, guidato, appassionato e insegnato a tanti come me che hanno intrapreso la professione di archeologo, facendoci capire sempre più che pur con le difficoltà, gli ostacoli e le immancabili delusioni, non bisogna perdere di vista gli obiettivi da raggiungere nel campo professionale, applicandosi con dedizione e costanza, con ferrea disciplina (appassionato come era di Paolo Orsi), per divulgare, valorizzare, conservare e tutelare il nostro patrimonio culturale.

Mi piace ricordarlo ancora in un giorno assolato a Vigna Nuova di Crotone o a Scolacium, mentre con i suoi immancabili occhiali da sole e la bandana al collo discutevano dei ritrovamenti e di strategie di scavo o a notte fonda, ormai a poche ore dall’inaugurazione, mentre ancora con le vetrine aperte di uno dei tanti musei creati, mettevamo l’ultimo reperto o spostavamo una didascalia.

O ancora, sempre con le tante colleghe e colleghi con cui facevamo squadra con lui, preparare testi e presentazioni per convegni che aveva organizzato o a cui ci aveva spinto a partecipare. O infine seduti fianco a fianco presso un editore a correggere bozze o ad impaginare i nostri testi e far migliorare le immagini a corredo di essi.

Cetraro, come non tornare indietro al 1980.-di Filippo Veltri

Cetraro, come non tornare indietro al 1980.-di Filippo Veltri

Il Quotidiano del Sud – come è giusto e doveroso che sia – sta dedicando da più giorni servizi, interviste e grande attenzione a Cetraro, che è un paese simbolo di tante cose, di mafia e antimafia, di coraggio e viltà, simbolo insomma davvero della Calabria tutta.

Siamo lontani a Cetraro dai centri ritenuti (a torto) canonici della presenza mafiosa tradizionale, dislocati come è noto dal senso comune (ma non dalla storia e dalla cronaca) in altre province della Calabria. Eppure qui di mafia si deve parlare e la mente corre, dunque, al giugno di tanti anni fa, proprio come in questi stessi giorni caldi e torridi da tutti i punti di vista: cioè a quel maledetto giugno del 1980 quando venne assassinato – giusto il 21 giugno come oggi di 45 anni fa – sulla statale 18 tirrenica Giannino Losardo.

Era il culmine di un assalto senza precedenti alla democrazia in tutta la zona del Tirreno cosentino, da Praia a Mare verso sud, con epicentro Cetraro.

Il dubbio che inizia ora a serpeggiare prepotente in seno alla popolazione del paese (fuori dai confini della città dubbi, in verità, ce ne sono pochi) è che Cetraro potrebbe essere al centro di una nuova escalation criminale che ha riportato indietro le lancette del tempo agli anni ’80 quando si sparava e si uccideva. Ai tempi appunto di Losardo. Esattamente come avvenuto con Pino Corallo qualche giorno fa assassinato sempre su quella statale 18 e sull’omicidio del resto la Dda di Catanzaro ha preso in mano il fascicolo. Quindi di mafia parliamo…

Il sindaco Giuseppe Aieta si è insediato da una quindicina di giorni ed ha dovuto fronteggiare subito due emergenze: il caso del meccanico freddato all’esterno di un’officina e quello dell’incendio ai mezzi della ditta che provvede all’igiene pubblica. Insomma Cetraro si è svegliata negli anni ’80, con 45 anni alle spalle di lotte e silenzi, di scatti e di pavidità, di omertà e di coraggio. Perché questa è Cetraro.

Dal 2022 le forze dell’ordine hanno registrato due delitti a colpi d’arma da fuoco e la scomparsa nel nulla di un imprenditore. Se nello stesso elenco andrà inserito anche l’incendio ai camion di Ecologia Oggi lo diranno gli inquirenti, di sicuro è che andrebbero considerati anche gli spari contro il muro del centro di accoglienza per migranti, o quando furono rubate 25 telecamere di videosorveglianza.

«Credo che Cetraro – ha detto Aieta – viva una condizione di ordine pubblico che non è più solo di interesse provinciale ma nazionale. Pur avendo fiducia estrema nelle istituzioni e negli inquirenti, ma questa città aveva raccolto un minimo di speranza che ha disperso, però, in pochi giorni».

Ecologia oggi ha evidenziato come non intenda farsi intimidire «da menti vigliacche e violente e proseguiremo con ancora più forza e determinazione nel nostro lavoro a servizio di una comunità che ci ha sempre dimostrato grande senso civico e disponibilità. Riteniamo inaccettabile qualsiasi comportamento che minacci la sicurezza e il benessere di questa splendida cittadina».

Negli ultimi tempi Cetraro ha, insomma, assistito a un preoccupante incremento di atti criminali, tra cui omicidi, intimidazioni e agguati. Questi episodi hanno scosso profondamente la comunità locale, creando un clima di paura e sfiducia nelle istituzioni. Questi episodi, insieme ad altri atti intimidatori come l‘esplosione di colpi di arma da fuoco contro il Cas Parco degli Aranci, indicano una crescente infiltrazione della criminalità organizzata nel territorio di Cetraro. Le modalità degli attacchi, spesso eseguiti in pieno giorno e in luoghi pubblici, suggeriscono un chiaro intento di intimidire la comunità e le istituzioni locali.

Cosa fare è presto detto: lo Stato deve intervenire con fermezza così come fece dopo il delitto Losardo. Poi si è pero acquietato tutto e Gaetano Bencivinni, coordinatore di numerose associazioni che si stanno battendo moltissimo da decenni per la rinascita civile e legale di Cetraro, è chiaro: ‘’Cetraro rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra i traffici che partono da Gioia Tauro, Reggio Calabria e poi vanno verso il nord e ci sono dei collegamenti da approfondire tra le penetrazioni ‘ndranghetiste e le penetrazioni camorriste.

La situazione è complessa. Ma Cetraro più che un paese di mafia è un paese che lotta contro la mafia’’. E che non può tornare indietro al 1980: sarebbe una sconfitta per tutti.

da “il Quotidiano del Sud” del 21 giugno 2025
foto:Immagini del Novecento. Dall’archivio fotografico del Pci. Manifestazione per l’assassinio di Giannino Losardo.

Sulla Calabria una lastra di cemento. Troppe abitazioni vuote e troppe abusive.-di Battista Sangineto

Sulla Calabria una lastra di cemento. Troppe abitazioni vuote e troppe abusive.-di Battista Sangineto

La Calabria è sepolta sotto un’enorme ed orribile lastra tombale di cemento, il cemento armato di un milione e 375.504 abitazioni certificate dall’ultimo censimento dell’ISTAT del 2023 a fronte di un milione e 855.454 abitanti molti dei quali, lo sappiamo, non sono neanche davvero residenti in questa regione.

A queste abitazioni vanno aggiunte le altre 143.875 che, secondo una indagine condotta nel 2013 dall’Agenzia delle Entrate in Calabria, sono totalmente sconosciute al fisco e al catasto. Nella nostra regione, dunque, c’è una casa ogni 1,3 calabresi la qual cosa significa che il cemento ha irreversibilmente impermeabilizzato ogni lembo della regione come dimostrano i dati dell’ISTAT e dell’ISPRA del ‘23 secondo i quali è stato consumato ben l’11,7% dell’intera superficie di una regione che comprende -per una larghissima percentuale del suo territorio- inconsueti e multiformi paesaggi composti da valli impervie, altopiani, alte colline e montagne.

Questa varietà e singolarità di orizzonti geografici e climatici che Guido Piovene, nel suo bellissimo “Viaggio in Italia”, descrive mirabilmente così: “Viaggiare in Calabria significa compiere un gran numero di andirivieni, come se si seguisse il capriccioso tracciato di un labirinto … Rotta da quei torrenti in forte pendenza, non solo è diversa da zona a zona, ma muta con passaggi bruschi, nel paesaggio, nel clima, nella composizione etnica degli abitanti. È certo la più strana delle nostre regioni … Nelle sue vaste plaghe montane talvolta non sembra d’essere nel mezzogiorno, ma in Svizzera, nell’alto Adige, nei paesi scandinavi. Da questo nord immaginario si salta a foreste di ulivi, lungo coste del classico tipo mediterraneo … La Calabria è una mescolanza di mondi … Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frammenti”.

Come se l’inconcepibile mostruosità della lastra tombale di cemento che ci ha sottratto per sempre la multiforme bellezza della Calabria, non fosse sufficiente per far cambiare mestiere alla classe dirigente calabrese, si apprende, per sovrappiù, che l’ISTAT -nel suo annuale rapporto “Il benessere equo e sostenibile in Italia” pubblicato nel maggio del ‘25- riporta un dato rilevato dal Cresme (Centro di Ricerche di Mercato).

Questo rapporto pone, nel 2022, la Calabria in cima alla classifica dell’illegalità edilizia con il 54,1% delle abitazioni abusive al pari della Basilicata (anch’essa con il 54,1%), ma prima della Campania (50,1%), della Sicilia (48,2%) e della Puglia (34,8%), mentre la media nazionale è del 15,1%.

Al danno irreversibile inferto alla bellezza del paesaggio si deve aggiungere la beffa dell’illegalità delle costruzioni che è intimamente legata, com’è evidente, all’evasione fiscale. In un recentissimo rapporto la CGIA di Mestre rileva che -nonostante la legge in vigore riconosca ai Comuni che segnalano all’Agenzia delle Entrate situazioni di infedeltà fiscale (l’Irpef, l’Ires, l’Iva, le imposte di registro/ipotecarie e catastali) un importo economico del 50% di quanto accertato- solo il 4% dei sindaci ha denunciato irregolarità.

Su 7.900 Comuni presenti in Italia, infatti, solo 296 (pari al 3,7 per cento del totale) hanno trasmesso, in materia di evasione, delle “segnalazioni qualificate” agli uomini del fisco. In Calabria, “ça va sans dire”, solo 10 su 404 Comuni (il 2,5%) hanno inviato le suddette ‘segnalazioni’: Villa San Giovanni (Rc), Reggio Calabria, Bisignano (Cs), Luzzi (Cs), Acquappesa (Cs), Melito di Porto Salvo (Rc), Castrolibero (Cs), Altilia (Cs), Fuscaldo (Cs) e Crotone. Dal 2016 al 2023 dei 5 capoluoghi di provincia calabresi solo Reggio Calabria ha ricevuto regolarmente contributi recuperati dall’evasione (circa 400mila euro dal 2016 al 2023).

Cosenza, Catanzaro e Vibo Valentia, invece, non avendo segnalato nulla non hanno ottenuto alcun contributo, mentre Crotone ha ottenuto ben 3 (tre) euro, ma solo nel 2023.

Si deve aggiungere –grazie, di nuovo, alle statistiche ISTAT del 2023 – che questo profluvio di cemento armato non serviva a soddisfare i bisogni abitativi dei calabresi perché la Calabria è terza, dopo la Valle d’Aosta ed il Molise, per numero di case non abitate permanentemente con l’altissima percentuale del 42,2% di abitazioni vuote.

A chi, e a cosa, servono tutte queste case vuote?

Credo che sia arrivato il momento di smetterla di consumare suolo agricolo, di devastare il paesaggio rurale e quello delle città; è arrivato il momento di porre fine alle colate di cemento sia quelle legalizzate dai PSC e dai PSA sia, soprattutto, a quelle illegali, ma bisogna ristrutturare, ammodernare, abbellire le abitazioni esistenti e abbattere il maggior numero possibile delle case abusive.
Un “vaste programme”, come sarcasticamente avrebbe detto Charles De Gaulle, se un simile proponimento venisse da parte di un Amministratore di un Comune o di una Regione, ma l’imperatore Diocleziano, molti secoli prima, era già convinto che “nihil difficilius est quam bene gubernare”.

da “il Quotidiano del Sud” del 5 giugno 2025
foto: Battista Sangineto, vista di via Popilia dal Castello di Cosenza

Riportare lo sguardo della Ue verso il Mediterraneo.-di Tonino Perna A 70 anni dalla Dichiarazione di Messina

Riportare lo sguardo della Ue verso il Mediterraneo.-di Tonino Perna A 70 anni dalla Dichiarazione di Messina

Il 3 giugno del 1955, convocati a Messina dal Ministro Gaetano Martino, i sei Ministri degli Esteri dei paesi facenti parte della CECA (Comunità Europea Carbone e Acciaio) firmarono un documento fondamentale per la costruzione della futura Comunità Economica Europea: La Dichiarazione di Messina. Il Prof. Gaetano Martino, Rettore all’Università di Messina, insigne giurista di fama internazionale, riuscì a convocare nella sua città i Ministri degli Esteri di Germania, Francia e Benelux.

L’incontro iniziò il 1 giugno del 1955 e non fu privo di tensioni, visto che erano passati solo dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale e i tedeschi erano ancora malvisti dal resto degli europei. Soprattutto fra il Ministro degli Esteri francese e quello tedesco si alzò il primo giorno un vero e proprio muro di incomprensione. Il secondo giorno l’on. Gaetano Martino portò i colleghi a Taormina, facendo proseguire i lavori nell’albergo San Domenico, negli anni ’50 il più bell’albergo italiano secondo lo scrittore Guido Piovene, che ne rimase ammirato durante il suo “Viaggio in Italia”.

Comunque a Taormina, vuoi per il paesaggio o per la bontà della cucina, cambiò l’atmosfera e si cominciò a discutere seriamente del futuro dell’Europa occidentale (allora divisa in due blocchi contrapposti) e si preparò il documento finale che verrà firmato a Messina il giorno dopo. “La Dichiarazione di Messina” pose le basi su cui due anni dopo si poté firmare il ben noto Trattato di Roma.

Quello del 3 giugno 1955 è un documento straordinario, che è stato per troppo tempo ignorato, e che è interessante rileggere oggi nell’era dei sovranismi emergenti. In questa “Dichiarazione” i sei paesi si impegnano ad abbattere dazi e barriere doganali per le merci e permettere la libera circolazione delle persone.

Si impegnano a creare un Mercato Comune ed anche a favorire una convergenza nelle politiche sociali e nei diritti dei lavoratori, nonché a connettere le infrastrutture in termini di reti ferroviarie, autostradali e collegamenti aerei. Inoltre, ritengono fondamentale per lo sviluppo economico cooperare sul piano energetico e investire sul futuro dell’Energia Atomica a fini pacifici. Infine c’è un impegno ad una politica monetaria convergente ( nel futuro si chiamerà prima Ecu e poi Euro).

Molte cose sul piano economico sono state realizzate e oggi noi le diamo per scontate. Era tutt’altro che facile, visti i differenziali di sviluppo tecnologico ed economico, abbattere le barriere doganali, liberalizzare i flussi migratori (in particolare dall’Italia al Centro Europa dove spesso eravamo noi i clandestini!), armonizzare le politiche sociali.

Allo stesso tempo molti desiderata certamente non sono stati concretizzati. Certamente, malgrado ci siano stati grandi investimenti nelle aree depresse della Comunità Europea non c’è stata quella convergenza e riduzione del divario che già nel 1955 veniva data come obiettivo comune.

Così come sul piano dell’energia, oggi ritornata questione vitale, ogni paese è andato un po’ per i fatti suoi, a partire dall’energia atomica che si è sviluppata decisamente in Francia, ma è stata bloccata in Italia dal referendum del 1986 e successivamente anche in Germania ha ricevuto una battuta d’arresto.

Non solo, anche sull’approvvigionamento di gas e petrolio ogni paese europeo tende ancora oggi a risolvere il problema sul piano nazionale. Un errore fondamentale che continuiamo a pagare in termini di costi e sicurezza energetica. Ed i padri fondatori della Ue avevano visto giusto nell’indicare la priorità di una strategia energetica comune. Certo, non potevano prevedere Chernobyl e la non soluzione del problema delle scorie radioattive, né lo sviluppo delle energie rinnovabili legate al sole e al vento.

Tante sono le considerazioni che si possono fare leggendo questa Dichiarazione, ma ce n’è una che ritengo fondamentale. La costruzione dell’Unione Europea è partita da Messina, è passata dal Trattato di Roma e poi si è trasferita nel centro e nord Europa, abbandonando, non solo geograficamente, i paesi del Sud Europa. A partire dalla caduta del muro di Berlino nell’89 il baricentro della Ue si è spostato sempre più ad est dimenticando che l’Europa, anche nelle sue radici culturali, è nata nel Mediterraneo.

Dopo il Congresso di Barcellona sul Mediterraneo del 1995, che impegnava i paesi della CEE a creare un’area di libero scambio delle merci e di libera circolazione dei lavoratori, Bruxelles ha girato definitamente lo sguardo altrove e ha guardato ai popoli della sponda Sud-Est solo per erigere muri, per pagare governi corrotti e criminali affinché bloccassero i flussi migratori verso i nostri paesi.

Riportare lo sguardo della Ue verso il Mediterraneo, spostarne il baricentro, è un compito di cui dovrebbero farsi carico i paesi del Sud-Europa, dove purtroppo è assente una visione comune e la coscienza di appartenere a questo mare. Non parliamo poi della rappresentanza politica: se confrontiamo il Prof. Gaetano Martino (ma anche gli Andreotti o Craxi) all’attuale Ministro degli esteri, ci rendiamo conto dell’abisso in cui siamo precipitati.

da “il Quotidiano del Sud” del 4 giugno 2025