Mese: settembre 2025

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

Don Mimmo e il sangue di Gaza. Il coraggio del cardinale calabrese.-di Filippo Veltri

C’è un prete calabrese, un Cardinale voluto da Papa Francesco (a proposito: quanto lo rimpiangiamo!) che si chiama Don Mimmo Battaglia, che mostra una Chiesa diversa da quella timida se non silenziosa o quasi di questi tempi. E invece lui ha coraggio, tanto coraggio.
Ieri per un giorno è tornato nella sua Calabria, che non lo dimentica e anzi è sempre nel suo cuore!

Nell’omelia di alcuni giorni fa per la messa di San Gennaro a Napoli la sua posizione netta sulla Palestina brilla come il sangue sciolto di San Gennaro. Ecco solo alcuni passi: “Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.

Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico, cessino gli assedi che tolgono pane e acqua, cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie, cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace.

La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore.

Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. Oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare”.

E’ importante leggere queste parole nei giorni, nelle settimane, nei mesi in cui si sta consumando una tragedia che taluni commentatori non vogliono nemmeno nominare con la definizione esatta: GENOCIDIO. Lo scriviamo tutto in grande non perché la parola possa mutare il senso delle cose che sono quelle che sono e che stiamo vivendo da tempo, da troppo tempo, e che don Mimmo da Satriano, provincia di Catanzaro, ha avuto il coraggio di esprimere con le parole giuste e corrette.

Noi lo conosciamo bene don Mimmo, prete di strada e di vicinanza ai deboli, ai derelitti, ai poveri, ai diseredati, a chi non ha niente. Bergoglio lo nominò cardinale di Napoli quando nessuno se lo aspettava. Un altro prete del coraggio dopo Matteo Zuppi che era stato messo alla testa della Conferenza Episcopale Italiana, un altro atto di coraggio di quel pontificato che in tanti oggi ricordano con un misto di nostalgia e di attesa per un nuovo corso che stenta ancora a farsi vedere.

La tragedia di Gaza e della Cisgiordania, dei palestinesi tutti, avrebbe richiesto ben altro piglio che non quello cui stiamo assistendo, con le stanche litanie degli appelli alla pace che non è chiaro come dovrebbe avvenire in presenza di uno sterminio che prosegue imperterrito davanti ad una opinione pubblica che finalmente lunedì scorso si è svegliata dal torpore con oltre mezzo milione in piazza e sulle strade di tutt’ Italia (grandiosa e memorabile la manifestazione a Cosenza).

Don Mimmo Battaglia finalmente ha aperto il libro della verità, della nettezza della storia, dinanzi a noti editorialisti e presunti storici che sui vari canali tv si dilettano ancora a fare le pulci ai nomi da (non) dare a questo GENOCIDIO. Grazie don Mimmo! Siamo onorati di essere calabrese come te!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 settembre 2025

Di Vincenzo Amoruso – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99359262

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Sanità, il servizio pubblico di qualità sta anche nel privato.-di Enzo Paolini

Intervengo nel dibattito sul rapporto tra sanità pubblica e privata suscitato dagli scritti del prof. Carrieri (Quotidiano dell’11 settembre e del 15 settembre) e di Marcello Furriolo (13 settembre).

Convengo sulla questione di fondo evocata da ambedue gli autorevoli osservatori ma non posso non segnalare come la tesi del prof. Carrieri sia influenzata da un certo diffuso pregiudizio e di incompleta conoscenza del comparto sul territorio calabrese in particolare.
Per sostenere con serietà questa mia critica devo ricorrere alla pratica, insuperabile, del “fact checking”, ossia della confutazione oggettiva delle affermazioni riportate.

Questa la domanda che il prof. Carrieri ripropone in tutte e due gli articoli “cosa trova il cittadino se non ciò che gli viene offerto?”. Nel senso che nel privato sarebbe ricorrente e diffusa “la pratica del cream skimming cioè selezionare i pazienti (ma forse voleva dire “i casi” o “le prestazioni”) meno complessi e più redditizi”.

Bene, proviamo a dare una risposta non semplicemente assertiva ma suffragata dai dati ufficiali. Sarà sufficiente compulsare il rapporto sulla qualità degli outcomes clinici della Regione Calabria, redatto sulla base del Programma Nazionale Esiti: “per i 52 indicatori di volume presi in considerazione dallo studio, i ricoveri presso le strutture private in Calabria costituiscono il 20,3% del totale regionale.

Nella sintesi sulla attività ospedaliera 2024 pubblicata dal Ministero della Salute emerge, per quanto riguarda la Calabria che:
“L’indice di case-mix (indice di complessità) nel settore privato in Calabria è pari a 1.2, mentre quello del settore pubblico è medio-basso, con un indice per i ricoveri ordinari di 0.980 e una durata media di degenza più elevata per i DRG (a prestazioni erogate) più rappresentativi.

Significa che il comparto privato non pratica alcuna selezione di casi meno complessi e più redditizi, ma in molti casi presenta eccellenze e prestazioni più complesse di quelle erogate nelle strutture pubbliche. La certificazione di ciò sta nel rapporto sul servizio sanitario in Italia redatto da Ermeneia su dati del Ministero della salute.

Nel medesimo documento è detto: “la spesa ospedaliera sostenuta per il comparto privato accreditato è calcolata al 10,83% del totale della spesa ospedaliera regionale; il che conferma la capacità delle strutture ospedaliere private di sostenere alti livelli di produzione con ottimizzazione dei costi, contribuendo al miglioramento della performance complessiva del Sistema Sanitario Regionale”.

Significa che per le stesse prestazioni e per la stessa qualità / complessità le strutture private costano di meno delle strutture pubbliche, in quanto è certificato che il comparto privato eroga in Calabria il 22,5% delle prestazioni totali e viene remunerato con il 10,8% della spesa ospedaliera.

Cioè senza costi impropri o, se si vuole essere più crudi, senza sprechi.
Questa è la realtà dei fatti.

Primo check.
Il prof. Carrieri afferma, che “nessuna casa di cura accreditata gestisce pronto soccorso”.
Qui il prof. Carrieri – forse chiuso nelle stanze accademiche – dimostra di non conoscere il territorio calabrese dal momento che tutti sanno che presso la Tirrenia Hospital di Belvedere Marittimo esiste un pronto soccorso cui fa riferimento tutta la popolazione dell’alto tirreno cosentino.

Secondo check.
Ancora il prof. Carrieri “non esiste, nel privato l’oncologia medica se non in due strutture che offrono radioterapia e diagnostica per immagini”. Disinformato poiché tali prestazioni si erogano in varie strutture accreditate oltre quella individuata dal prof. Carrieri. Solo per citarne alcune: Cascini, Villa del Sole (Cosenza) Villa dei Gerani (Vibo) e altre.

Terzo check.
Infine il prof. Carrieri si induce ad affermare che sarebbero “interamente pubblici reparti e attività come dialisi e grandi chirurgie”. Sulle “grandi chirurgie” non saprei cosa dire perché non so quali siano e non mi sono mai imbattuto in tale definizione, ma sulla dialisi segnalo che è resa da diverse strutture accreditate. Ad esempio in provincia di Cosenza NephroCare – Euro 2000.

Quarto check.
Chiarite le inesattezze. Vediamo come funziona – o dovrebbe funzionare – il sistema e cosa si è fatto.
Il servizio sanitario calabrese è interamente – e solamente – pubblico. Le prestazioni sono erogate da strutture di mano pubblica e da privati accreditati. La parola “accreditati” sta a significare che sono strutture che rispondono ai requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi fissati dalla legge e applicabili a tutti, pubblico e privato, e che possono/devono erogare prestazioni allo stesso livello di qualità ed appropriatezza verificato dalle ASP.

La cosa fondamentale, per affrontare la discussione con serietà è che il cittadino non paga niente, esattamente come negli ospedali pubblici. L’unica differenza è che mentre le strutture private sono pagate dallo Stato a tariffa (fissata e verificata dallo Stato) cioè solo per le prestazioni effettivamente rese, le strutture pubbliche sono finanziate, sempre dallo Stato, ma a consuntivo ed a prescindere da quanto e cosa erogano.
Come si dice “a piè di lista”, compresi i costi impropri e gli sprechi.

Quindi in conclusione le strutture private erogano prestazioni con i medesimi standard di qualità e di alta specialità ma costano di meno per le tasche dei cittadini.

Dunque, si può sgombrare il campo da una serie di luoghi comuni.
a) Il privato accreditato non sceglie niente. Men che meno le prestazioni più semplici dal momento che, come visto statisticamente, produce lo stesso livello di prestazioni delle strutture pubbliche. In taluni casi superiore. Semplicemente viene scelto dai cittadini.
b) L’emigrazione sanitaria è un fenomeno indotto dalla stupida, ottusa politica dei tetti di spesa rigidi ed insuperabili. Questo sistema impedisce l’erogazione di qualsiasi tipo di prestazioni una volta esaurito il tetto finanziario imposto, per cui in tale situazione il cittadino richiedente o si rivolge alle strutture pubbliche andando ad incrementare la lista d’attesa, o emigra fuori regione o sceglie di curarsi a pagamento (la cosiddetta cura out of pocket).

Tre fenomeni che tutti – ma proprio tutti – dicono di voler combattere. A chiacchiere. Ma nessuno indica la soluzione. Che è semplice: occorre eliminare il sistema dei tetti di spesa o, meglio, occorre applicare la legge, il d. lvo 502/92 che prevede la remunerazione ridotta una volta superati i tetti. Una previsione saggia e lungimirante (frutto di una politica seria) che rispettava i diritti dei cittadini e le esigenze dello Stato (ed anche il dictum della Corte Costituzionale).

Negli ultimi tre anni in Calabria si è fatto di meglio. Si sono utilizzate le risorse assegnate al fondo privato per incentivare la produzione di prestazioni di alta specialità ed ad alto impatto migratorio.

Ciò ha consentito di ridurre lista d’attesa ed emigrazione sanitaria, di produrre prestazioni di estrema eccellenza senza spendere un solo centesimo in più. Con gratificazione professionale dei medici e imprenditoriale di strutture che hanno investito in tecnologia e personale.

Anche questi sono fatti anzi è politica sanitaria quella che dalla conoscenza dei fatti ne trae un progetto. Al netto dei gargarismi che riempiono la bocca di chi pratica facili populismi e blatera sui soldi dati ai privati e tolti al pubblico, con questi fatti e con questi dati deve misurarsi chiunque voglia discutere seriamente senza pregiudizi o ideologismi di sanità e servizio pubblico.

da “il Quotidiano del Sud” del 21 settembre 2025

Cara scuola quanto mi costi. Tante richieste di prestiti.-di Filippo Veltri

Cara scuola quanto mi costi. Tante richieste di prestiti.-di Filippo Veltri

Il suono della campanella è risuonato da alcuni giorni anche in Calabria, i soliti problemi, le solite lamentele ma il nuovo anno scolastico è comunque partito per 254. 725 alunni, 36. 143 docenti, 279 dirigenti ed oltre 1. 400 tra assistenti amministrativi, tecnici e collaboratori.

Molte famiglie stanno facendo già i conti con il caro-scuola; le associazioni dei consumatori hanno denunciato aumenti del prezzo del materiale scolastico con una spesa che, in alcuni casi, può arrivare a superare i 1.300 euro per studente. Forse anche per questo non mancano gli italiani che scelgono di ricorrere ad un prestito personale per far fronte ai costi di istruzione.

Dal 2019 al 2024 i numeri ci dicono che in Calabria il numero della popolazione al di sotto dei 19 anni si è ridotta di 24. 675 unità. Dal 2002 la Calabria ha perduto 136mila under 19, quasi un terzo della popolazione minorenne della regione. In Calabria la crisi demografica dunque non rallenta. Anzi. Nel 2024 le nascite sono diminuite del 4,5%. Secondo i dati Istat, al 31 dicembre 2024 la fascia d’età 0-14 anni rappresenta appena il 12,5% della popolazione residente (1,8 milioni di abitanti). Questi numeri dicono che con la diminuzione degli alunni anche la situazione della scuola non potrà che peggiorare. E con essa il circuito virtuoso delle economie che si porta dietro.

Il diritto della scuola spesso diventa così un peso insostenibile per intere fasce di popolazione, nelle città ma soprattutto nei centri minori e più piccoli dove l’emergenza sociale e occupazionale è più acuta. E la scuola è invece un servizio primario al pari del diritto alla tutela alla salute.

Di questo poco o niente hanno sin qui parlato i due principali candidati alla Presidenza della Regione, a sole due settimane dal voto. Se ci siete battete un colpo anche su questo! Non ci pare un problema di secondo piano. Anzi.

Altri dati dal report nazionale di Legambiente Ecosistema scuola (ampiamente illustrati martedì scorso su queste pagine da Alfonso Bombini) emergono inoltre con forza: dati preoccupanti riguardano la Calabria, la nostra regione sconta un ritardo strutturale nella qualità e nella sicurezza degli edifici scolastici.

In molte province le scuole necessitano di interventi urgenti di manutenzione, adeguamento sismico ed efficientamento energetico. Solo il 47% degli edifici, evidenzia Legambiente, dispone del certificato di agibilità, appena il 45% ha il collaudo statico, meno del 15% degli edifici in zona sismica è stato progettato o adeguato secondo la normativa antisismica, ancora il 54,8% degli edifici non ha beneficiato della verifica di vulnerabilità sismica.

Secondo le stime elaborate da Facile.it e Prestiti.it , negli ultimi 12 mesi sono stati inoltre erogati oltre 370 milioni di euro in prestiti personali per pagare le spese legate a scuola, università e formazione, valore in aumento di circa il 15% rispetto all’anno precedente.

«Studiare ha un costo che può diventare significativo soprattutto per chi deve affrontare un percorso universitario o post-laurea. Strumenti come quello del prestito personale sono importanti perché danno ai consumatori la possibilità di pianificare la spesa in modo consapevole, facendola pesare il meno possibile sul budget mensile, ma senza dovervi rinunciare», spiegano gli esperti.

Dall’analisi di un campione di oltre 750.000 richieste raccolte da Facile.it e Prestiti.it*, si scopre che, nell’ultimo anno, chi ha presentato domanda di finanziamento per coprire i costi legati allo studio ha puntato ad ottenere in media 6.916 euro, valore in aumento del 3% su base annua.

Dati interessanti emergono analizzando l’età dei richiedenti; chi ha presentato domanda per questo tipo di finanziamento aveva, all’atto della firma, in media 38 anni e mezzo, ma ben una richiesta su 3 arrivava da un under 30.

Altro dato significativo è legato infine al sesso del richiedente; i prestiti per lo studio si confermano una delle tipologie di finanziamento più richieste dalle donne, tanto è vero che, nell’ultimo anno, quasi 1 domanda su 2 di prestito per lo studio faceva capo al campione femminile (45%). Valore estremamente elevato se si considera che, guardando alla totalità di domande per prestiti personali, più del 70% delle richieste vengono presentate degli uomini.

‘’Una percentuale così alta di richiedenti donne’’, spiegano ancora da Facile.it ‘’non è legata solo al fatto che si pensi all’istruzione dei figli, ma anche al fatto che sovente le donne si paghino master o corsi di specializzazione post universitari, ad esempio, per rientrare nel modo del lavoro con ancora più qualifiche dopo una maternità’’.

Foto di Alex Barcley da Pixabay

Sondaggio elettorale: numeri e tempi ci dicono che la partita è aperta.-di Filippo Veltri

Sondaggio elettorale: numeri e tempi ci dicono che la partita è aperta.-di Filippo Veltri

Il sondaggio dell’istituto Noto illustrato ieri sera agli italiani sulle elezioni in Calabria presenta come tutti i sondaggi più chiavi di lettura ma un dato ci appare leggibile a prima vista: la partita per il Presidente tra Occhiuto e Tridico a 25 giorni dal voto è tutt’altro che chiusa come alcuni rilevamenti dei primi giorni sembravano mostrare.

Il vantaggio di Occhiuto è netto ma non nettissimo, meno di 9 punti percentuali, ma le liste sono state depositate da soli tre giorni e la vera campagna elettorale tra i contendenti al seggio di Palazzo Campanella è solo all’inizio e sui territori stanno per calare i big dei partiti maggiori, Schlein e Donzelli nei prossimi giorni, dopo Giuseppe Conte che è stato nel fine settimana scorso nel primo giro calabrese di Tridico e Matteo Salvini che ha già presenziato al lancio della lista della Lega.

Il tempo a disposizione del centro sinistra (orribile la definizione di campo largo o larghissimo) non è molto e tutta la coalizione a sostegno di Roberto Occhiuto è in campo senza evidenti smagliature al suo interno e si dice certa del successo finale. Sull’altro fronte è arrivata invece la mazzata della incandidabilità di un pezzo da 90 come Mimmo Lucano nelle liste di AVS (vedremo come finirà il ricorso annunciato), che oggettivamente pesa al di là ed oltre l’impegno forte, anzi di più, che il sindaco di Riace ha annunciato nelle prime dichiarazioni dopo la pronuncia della Corte d’Appello.

Nelle due circoscrizioni – Nord e Sud – in cui Lucano era presente si apre ora un vuoto ed è inevitabile che tutto ciò pesi anche nella mobilitazione a favore di Tridico, anche se i leader nazionali Fratoianni e Bonelli (anche loro attesi a giorni) mostrano sicurezza.

Occhiuto partiva con un vantaggio oggettivo, di tempo e di posizionamento sul campo, quasi 20 giorni avanti al suo avversario che è uscito fuori solo dopo Ferragosto e quindi occorrerà ora vedere se nei 25 giorni che mancano al voto la coalizione dell’europarlamentare di 5 Stelle metterà in campo la forza, la coesione, le parole d’ordine necessarie a quella che in ogni caso sarebbe una clamorosa rimonta.

Il punto di fondo resta sempre quello più volte sottolineato su queste pagine e che il sondaggio stesso di Noto ieri ha messo in luce nel dato che riguarda però altre regioni oltre la Calabria: il dato dell’astensionismo e degli indecisi che si attesta ancora una volta ben sotto la soglia critica del 50%.

Se questa cifra salirà è del tutto evidente che i successivi sondaggi e le intenzioni di voto per i singoli partiti sono destinati a mutare (ovviamente non è chiaro in quale direzione) e a rendere gli ultimissimi giorni di campagna elettorale ancora più infuocati di quanto non siano in realtà già stati.

Ieri sera gli stati maggiori dei partiti e delle alleanze mostravano molta cautela perché appunto il dato fotografa il primo posto al 54% di Roberto Occhiuto, che non è però vicino a quel 60% di cui si parlava nei giorni scorsi, mentre il 45,5% di Tridico dopo due settimana di discesa in campo oggettivamente dà coraggio al professore, indicando appunto che la partita è tutt’altro che chiusa.

Ora Occhiuto e Tridico sono attesi al rush finale, ai confronti – in diretta e non – che già sono stati programmati in varie piazze della Calabria. Soprattutto sono attesi a chiarire agli elettori il quadro del loro programma e delle loro intenzioni al di là delle declamazioni da campagna elettorale.

I calabresi – che già non si aspettavano una nuova elezione piombata in piena estate a spiagge e monti affollati (si fa per dire ma insomma sempre un poco è) – ancora in molti non sanno nemmeno che si voterà e per decidere il futuro ci vorrà un impegno titanico per convincerli a recarsi alle urne e a scegliere. Solo che stavolta tirarsi indietro non appare davvero come la scelta più giusta: lamentarsi dopo servirà a poco. Anzi a niente.

da “il Quotidiano del Sud” del 10 settembre 2025

Polsi, il cuore sacro dell’Aspromonte tradito dalle etichette e dai pregiudizi.-di Tonino Perna

Polsi, il cuore sacro dell’Aspromonte tradito dalle etichette e dai pregiudizi.-di Tonino Perna

Il 2 settembre di ogni anno, per diversi secoli, si è celebrata la festa della Madonna della Montagna, detta anche la festa di Polsi dove sorge il santuario nel cuore dell’Aspromonte. Amava dire il vescovo Bregantini: <>.

Un posto magico, a circa novecento metri di altezza, in una conca che ha di fronte, quasi fosse un gigante minaccioso, la montagna più alta che arriva a Montalto a superare i 2000 metri. Non a caso i greci pensarono che questo luogo fosse simile all’Olimpo, la montagna più alta delle Grecia dove risiedevano gli dei che governavano il Cosmo.
Come sull’Olimpo così a Montalto molto spesso la cima estrema è avvolta in una nuvola che ne aumenta il fascino e il mistero.
Così, secondo un’ipotesi accreditata, ogni anno i coloni greci, partendo dal Persephoneion, il santuario di Persefone sito a Locri Epizefiri, risalivano la montagna dal lato di Potamia, l’antica San Luca che fu abbandonata nel 1592 dopo un evento franoso che la seppellì in parte.

Arrivavano a Polsi, come la chiamiamo oggi, dove probabilmente sorgeva l’altro santuario dedicato a Persefone, la dea della rinascita, dell’eterno ciclo tra la vita e la morte. Secondo un’altra ipotesi guardando l’Olimpo , cioè Montalto, si invocavano gli dei e un aruspice dava il suo responso sul futuro. In ogni caso, come hanno fatto tutti i coloni anche i greci hanno cercato le loro radici, la loro identità, attraverso un luogo che gli ricordasse la sacralità e il possibile contatto con gli dei.

Accanto a Potamia sorgeva l’omonimo fiume di acqua salmastra, navigabile, che arrivava quasi all’altezza dell’attuale località denominata Polsi. Va ricordato che la gran parte di quelli che oggi chiamiamo torrenti nella costa jonica calabrese erano un tempo navigabili per via del mare che entrava in profondità nel massiccio aspromontano, formando dei veri e propri fiordi, paragonabili a quelli norvegesi. Con la cosiddetta Piccola Era Glaciale , dal XIV al XIX secolo, il mare si ritirò e restò solo l’acqua della montagna che arrivava fino a valle nel periodo autunno-inverno.

Ma, per secoli fu possibile raggiungere Polsi agevolmente: si arrivava via mare sul grande arenile dove sorge oggi Bovalino e si proseguiva con la barca o a piedi verso questo luogo sacro. Un luogo unico che per tanto tempo ha visto confluire i coloni greci della Calabria Ultra e della Sicilia orientale, durante le feste in onore di Persefone. Unico luogo sacro che dall’antichità fino al secolo scorso ha unito una parte rilevante di calabresi e siciliani.

Intorno al XIII secolo si stima che sia stato trasformato il culto antico di Persefone in un santuario cristiano di devozione alla Madonna. La tradizione vuole che sia stato un toro che scavando nel terreno abbia trovato una croce in ferro e su questo sito è sorto il Santuario di Polsi. Prima bizantino, come è testimoniato dalla porta principale del santuario che sorgeva ad Est, murata alcuni secoli dopo quando divenne di culto cattolico e sostituita con l’attuale entrata che è rivolta ad Occidente.

Per tanti secoli il pellegrinaggio a Polsi ha coinvolto decine di migliaia di fedeli provenienti da tanti paesi, grandi e piccoli, calabresi e siciliani che avevano qui la loro “casa”. Ancora oggi è possibile trovare i nomi di alcune di queste “case”, di fatto stanze, che ospitavano i pellegrini. Anche questo è un caso unico, niente di tutto questo esiste nelle due regioni.

Così fino alla metà del secolo scorso erano sopravvissute le tradizioni pagane che si erano ibridate con quelle cristiane, un fenomeno di sincretismo religioso ben conosciuto dagli studiosi. Le vacche venivano portate all’altare della chiesa facendole strisciare con la lingua per terra, le capre venivano sgozzate lungo il torrente che assumeva un inquietante colore rossastro, e infine la tarantella portava suonatori e danzatori, accompagnati da dosi di vino gagliardo, a raggiungere uno stato di trance, simile a quello che ci è stato raccontato rispetto ai riti dionisiaci.

E ancora ai nostri giorni quando la Madonna della Montagna nel giorno della festa viene portata fuori dalla chiesa subisce una improvvisa virata per proteggersi dallo sguardo della Sibilla che vive nella grotta di fronte.

E’ incredibile come una storia come questa sia ancora in gran parte misconosciuta dagli abitanti di queste terre. Neanche la Sovraintendenza, il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, le Università hanno mai dimostrato un vero interesse ad approfondire, scavare, ricercare in questo luogo così carico di secoli.

Ma, ancora più incredibile, per usare un eufemismo, è che Polsi sia diventato dagli anni ’70 del secolo scorso il luogo principe per le riunioni della ‘ndrangheta. L’identificazione di Polsi con la ‘ndrangheta è non solo un’operazione riduttiva, ma offensiva. Ancora una volta è la storia che bisogna consultare. Per secoli, ne abbiamo testimonianze dal XVIII secolo, durante la festa della Madonna della Montagna del 2 settembre, si riunivano a Polsi i notabili della provincia reggina.

Nobili, prelati, ricchi commercianti, partecipavano alla festa perché gli dava prestigio e, allo stesso tempo, era un’occasione per stringere alleanze o dirimere controversie. Questo Santuario ha avuto storicamente anche questa valenza: una sorta di piccolo parlamento locale. Quando nella seconda metà del XIX secolo, cominciò a crescere e radicarsi la ‘ndrangheta partecipava anch’essa a questa festa insieme alle autorità del tempo.

Il fatto che ancora oggi partecipi qualche ‘ndranghetista alla festa di Polsi non significa che questo sia diventato il luogo di riunione dei boss locali. Per altro se si tratta di latitanti vista la presenza massiccia di forze dell’ordine rischiano di essere catturati, se si tratta di capimafia a piede libero sono dei cittadini come gli altri che hanno diritto a partecipare alla festa.

Avere interrotto una tradizione ultrasecolare che coinvolge una parte importante della popolazione calabrese e siciliana, non ha giustificazioni plausibili. Prima si è detto perché la strada da San Luca è stata interrotta da una frana. Ma, questo non era un problema, ma un’occasione, una opportunità.

Fino agli anni ’70 del secolo scorso la gran parte dei fedeli arrivava a piedi a Polsi. In fondo il pellegrinaggio è questo: il più famoso al mondo, il Cammino di Santiago di Compostela, richiede diversi giorni a piedi prima di raggiungere la meta.

Poteva essere finalmente vietato l’uso delle auto, camion e fuoristrada, almeno per gli ultimi chilometri, ripristinando il vero valore del pellegrinaggio così magistralmente descritto da Corrado Alvaro nel suo “ Polsi nell’arte, nella leggenda e nella storia” 1912: un affresco ricco di emozionanti sguardi sui pellegrini che appesantivano il loro passo portando con sé le pietre più belle che raccoglievano per l’edificazione del Santuario di Polsi.

Così, con questa straordinaria partecipazione popolare una chiesetta è diventata un santuario.

Quando, alcuni giorni fa, la strada è stata riaperta sembra che la Prefettura abbia proibito l’accesso a Polsi per ragioni di sicurezza, dato che ci sono lavori in corso al Santuario. Anche in questo caso non mancavano soluzioni alternative. Per esempio, i fedeli potevano restare fuori dalla chiesa ma la statua della Madonna poteva essere portata all’esterno, anche per un breve saluto e una preghiera. Se si vuole trovare una soluzione la si trova.

La verità è, tristemente, un’altra. Con questo provvedimento si è voluto dare un duro colpo alla riunione della ‘ndrangheta. Che se la ride negli hotel a dieci stelle delle metropoli di mezzo mondo.

Stupisce infine il silenzio dell’Episcopato di fronte ad un’imposizione di un rappresentante dello Stato con trova giustificazioni plausibili.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 agosto 2025

Che bufera sull’errato Butera!

Che bufera sull’errato Butera!

Alcune testate giornalistiche e, quel che è più paradossale, anche il vicecapogruppo di FDI al Senato, Antonella Zedda, hanno sostenuto, sdegnati e irridenti, che fra i firmatari dell’appello a favore della candidatura di Pasquale Tridico alla carica di presidente della Regione Calabria, compare quella del compianto sociologo Federico Butera, deceduto pochi mesi fa.

Scandalo! Ecco, i soliti e stramaledetti intellettuali che arrivano a falsificare le firme per manipolare l’opinione pubblica “pur di sperare [di] ottenere qualche consenso in più” (Zedda).

E che diamine, non si fa così!

Tridico vuole prendere “in giro i cittadini con questi appelli farlocchi ed usando in modo improprio il nome di un defunto. Davvero di cattivo gusto” (Zedda).

E, poi, lo sanno tutti, suvvia, che: “La storia insegna: gli endorsement accademici spesso portano più sfortuna che voti. Tra i firmatari anche il sociologo Butera che però è morto lo scorso febbraio […] Gli appelli firmati dagli intellettuali, si sa, portano una sfortuna proverbiale. Sono la versione colta del malocchio: se ti sostengono, politicamente sei già spacciato“ (Calabria 7).

Ma non sono tutti così severi i fustigatori degli intellettuali. C’è qualcuno che ci scherza su scrivendo che: “In rete le ironie si sprecano, con chi osserva sarcasticamente che se la campagna elettorale entra nel vivo, è inevitabile che ci scappi il morto. Inteso come firmatario” (il Secolo d’Italia).

È, forse, vero che “la Calabria non è un’aula universitaria [perché] qui non bastano bibliografie e note a piè di pagina …”, ma, forse, dare una ripassata alle regole fondamentali del buon gusto e della grammatica civile non guasterebbe.

È sicuramente vero, invece, che noi abbiamo scritto e firmato quell’appello all’insaputa del candidato Pasquale Tridico, che non lo ha sollecitato in alcun modo, e che il firmatario Federico Butera, emerito di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano, è il cugino, vivo e vegeto, dello scomparso sociologo Federico Butera.

A tutte le novelle e a tutti i novelli necrofori ricordiamo sommessamente che l’intellettuale non è uno specialista “che difende affari di clan o di partito, e neanche un tuttologo che si improvvisa esperto in ogni campo, ma è un eterno apprendista” (Jean-Paul Sartre).

E se gli intellettuali, italiani e calabresi, si occupano pubblicamente dei destini del Sud e della Calabria, in particolare delle loro classi dirigenti politiche, dovrebbe sembrare a tutte e tutti, di destra e di sinistra, un’ottima notizia.

da “il Quotidiano del Sud” del 2 settembre 2025

La Milano dei finti sinistri patria dei ricchi magnati.-di Daniela Ranieri

La Milano dei finti sinistri patria dei ricchi magnati.-di Daniela Ranieri

L’avevamo intuito anche noi coi nostri miseri mezzi, ma adesso che una dettagliata inchiesta del Financial Times spiattella con numeri e dati la notizia che Milano attrae i super-ricchi del mondo mentre espelle il ceto medio e tanto più – scusate le volgarità eventuali – i residenti poveri, non possiamo che prenderne atto: la già “capitale morale” d’Italia, Mecca del business, della moda e della pubblicità è diventata la residenza di campagna dei magnati della finanza e dell’impresa, che a Milano scialano in divertimenti e beni di lusso, quindi la capitale, semmai, della sciabolata alla bottiglia di champagne nelle feste private, che si tengono preferibilmente in luoghi pubblici noleggiati, se non proprio acquistati, dai ricchi in ragione del più persuasivo degli strumenti, ossia il denaro. Ma va’? E chi se lo sarebbe mai aspettato.

Purtroppo il quotidiano economico britannico rivela anche il motivo di questa speciale attrattività meneghina: bello il Duomo, bella Piazza Affari, bella la rinomata cucina milanese, bello bello bello tutto; ma tira più la flat tax che un carro di buoi. La flat tax è quella cosa che piace tanto ai liberisti di destra e di asserita sinistra, quindi a Salvini, alla Meloni e naturalmente a Renzi, che fu il primo a introdurre il sistema fiscale, perfezionato dall’attuale governo di finta destra sociale, grazie al quale i ricconi pagano solo 200 mila euro fissi di tasse anche con patrimoni siderali, quando le tasse di un operaio o un dipendente pubblico superano un terzo del salario tra trattenute e imposte varie.

Una misura che negli ultimi anni è andata di pari passo coi vari condoni, rientri di capitali sociali (un’idea di Renzi per cui dovevamo ringraziare gli agiati evasori che ci facevano la cortesia di riportare il malloppo dentro i nostri confini pagando una bazzecola di multa), rottamazioni delle cartelle (“Cucù, Equitalia non c’è più”: sempre Renzi), concordati fiscali (ossia fregature per chi paga le tasse), concordati preventivi (quello targato Meloni è fichissimo: siccome si dà per scontato che la metà degli italiani evade le tasse, si offre ai non-contribuenti, autonomi e imprese, la possibilità di pagare un forfait, a scommessa su quanto guadagneranno il prossimo anno; fa nulla se aderiscono solo quelli che già sanno di dover pagare di più del forfait; e comunque è stato un flop e non hanno aderito manco quelli).

Ora, Milano, con le sue Lamborghini, i suoi “giardini segreti”, i suoi “boschi verticali”, i suoi bei costruttori che pagano consulenze ai commissari chiamati dal sindaco a decidere sulla fattibilità delle opere, è il prototipo di ciò in cui si mira a trasformare gli altri capoluoghi d’Italia: club esclusivi per individui baciati dalla fortuna, circondati da periferie prive di servizi e abitate da straccioni che costituiscono la forza lavoro necessaria alle aziende che li sottopagano affinché i benestanti possano continuare a benestare. È il “modello Milano”, appunto, amato e scientemente perseguito da destra e finta sinistra.

Se non ricordiamo male, infatti, negli ultimi 15 anni è stata proprio la cosiddetta sinistra, nelle persone di Giuliano Pisapia (2011-2016) e Beppe Sala (dal 2016 a oggi), ad amministrare e forgiare Milano sulla base dei valori di competitività ed esclusività, di charme da venderci all’estero a dispetto di un’idea di città europea accessibile a cittadini di tutte le fasce di reddito; una Montecarlo di ringhiera, piena di grattacieli e di banche, disponibile al sacco dei lanzichenecchi del quattrino. Per i giornali padronali, naturalmente, questi due sindaci sarebbero stati i “federatori” ideali del centrosinistra nazionale: accidenti, siamo ancora in tempo?

Ad accomunare gli ex (?) fascisti e i neoliberisti asseriti di sinistra è la sistematica e crassa violazione (con tentato scasso) della Costituzione, laddove stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Col piffero: andatelo a dire ai neo-milanesi Richard Gnodde (vicepresidente di Goldman Sachs), Nassef Sawiris (magnate egiziano), Rolly van Rappard (cofondatore del fondo Cvc Capital), attirati a Milano dai prezzi stellari a cui è schizzato il capitale immobiliare, ormai per i ricchi più redditizio, secondo il FT, di quello di Londra, storicamente non proprio alla portata di tutte le tasche.

Ciò a dimostrazione di quello che scriviamo da tempo, cioè che le politiche di destra escludenti e classiste non sono un rigurgito fascista, ma lo stadio terminale del neoliberismo attuato per benino dalla cosiddetta sinistra. (Ieri sul Corriere, giornale della borghesia italiana, Graziano Delrio indicava la causa dell’incapacità del centrosinistra di percepire i bisogni del popolo: “Il Pd guarda fisso solo a sinistra”. Eh sì, dev’essere questo il problema).

da “il Fatto Quotidiano” del 31 agosto 2025