Mese: aprile 2026

Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Le due Calabrie e l’assenza del conflitto.-di Filippo Veltri

Perché livelli di malessere, di povertà diffuse e di ingiustizia sociali elevati e di massa non determinano un altrettanto acuto conflitto sociale di massa in Calabria? Domanda da un milione di dollari. Se lo chiedono Mimmo Cersosimo e Rosanna Nisticò in un lunghissimo saggio pubblicato dal Mulino, già citato su queste colonne nei giorni scorsi da Marcello Furriolo, che dovrebbero leggere integralmente tutti, partiti sindacati associazioni, cittadini intellettuali etc. Un saggio illuminante, che spazza via il terreno da inutili illusioni o facili previsioni ottimistiche.

Forse – rispondono a quella domanda iniziale i due studiosi – perché i dati e le indagini tendono a configurare una situazione più grave di quella reale, ovverossia che i dati, per come vengono costruiti, tendono a sovrarappresentare gli aspetti più critici e, di contro, a sotto-rappresentare gli aspetti meno gravi e preoccupanti?

È possibile che in parte sia proprio così ma intanto la Calabria loro la descrivono come ‘’il residuo storico della vecchia questione meridionale, una regione con una fragilità endemica di dotazioni e di forze produttive, del tutto inadeguate a sostenere un suo decollo tendenzialmente autonomo e attivare processi di «modernizzazione attiva» come pure si è verificato in parte e con intensità differente nelle altre regioni meridionali durante il secondo dopoguerra’’.

Ai dati economici e alle tabelle che sono presenti nel saggio (impossibile da riassumere in un articolo) contribuisce in misura rilevante la presenza pervasiva e intensa della ’ndrangheta ‘’sia come soggetto attivo nella sfera delle attività economico-imprenditoriali illegali e legali, sia come soggetto che esercita il controllo del territorio, una doppia presenza che frena lo sviluppo economico locale e l’accumulazione di capitale pubblico e privato nel lungo periodo, oltre a deprimere l’investimento in istruzione e a indurre i giovani più capaci ad emigrare’’.

Ai dati per così dire strutturali Cersosimo e Nisticò aggiungono una notazione di altra natura, che affonda il coltello nella piaga: la nostra è una società suddivisa in due gruppi di cittadini con condizioni sociali ed economiche molto dissimili. Da un lato, il 51% dei calabresi gode di redditi, patrimoni, consumi, stili di vita comparabili a quelli medi nazionali e, comunque, distanti dalle condizioni di vita del 49% dei calabresi a rischio di povertà-esclusione sociale.

I calabresi, inquilini del privilegio, che possono smarcarsi dalle falle del malconcio sistema sanitario regionale ricorrendo, se necessario, alle strutture sanitarie private locali e nazionali; che possono sostenere la formazione scolastica dei loro figli rivolgendosi a insegnanti, scuole e università privati; che possono permettersi consumi opulenti come qualunque altro ricco di qualunque società urbana d’Europa; che possono influenzare le politiche pubbliche a loro favore.

Ma chi sono questi calabresi? I due studiosi dell’Unical rispondono cosi: sono calabresi che si sostengono tra loro attraverso reti relazionali sia di natura interpersonale che di tipo associativa, come, ad esempio, i club Lions o Rotary, gli Ordini professionali, le associazioni di commercianti, industriali, agricoltori, artigiani, i circoli massonici palesi e occulti, le reti informali di comparatico, le aggregazioni politico-elettorali temporanee, trasversali.

E non solo: i circuiti di ’ndranghetisti e di soggetti criminali che costruiscono il loro benessere distruggendo quello di cittadini e imprenditori, consumando futuro all’intera comunità regionale.

Poi c’è la seconda Calabria, più fragile e indifesa, composta da calabresi per lo più isolati gli uni dagli altri, senza legami né rappresentanza né voce, senza sovrastrutture, imprigionata in una spirale di solitudine, disagio abitativo, malnutrizione, lavori intermittenti e povertà educativa, minorile, sanitaria. Calabresi silenziati, privi di mezzi e strumenti, senza occasioni per parlare di sé.

A questa Calabria sembra non pensare nessuno.

Quindi queste due Calabrie non si parlano e non si incontrano mai? No, non è così: tra calabresi benestanti e calabresi a rischio di povertà e di esclusione sociale esistono connessioni, complementarietà, funzionalità, particolarmente evidenti nelle relazioni tra segmenti di popolazione più privilegiati che necessitano di servizi domestici e lavorativi, da un lato, e quelli più svantaggiati, alla ricerca di occasioni di reddito.

Conclusione con risposta alla domanda iniziale: perché non c’è conflitto sociale? Cersosimo e Nisticò dicono: non ci sono oggi le condizioni per attendersi in Calabria una ripresa del conflitto, tanto più sulle grandi emergenze sociali, come la povertà, la giustizia sociale e le disuguaglianze.

È più facile che qui e lì si possano manifestare vampate di lotte e proteste, semmai accese ma di breve durata, ma più forme di dissenso, di lamento ma senza conflitto. È invece molto più probabile che si accrescano l’exit, l’abbandono individuale, il risentimento cronico, il rancore nei confronti delle istituzioni e delle élite.

Questo è il quadro e chi sa e chi può fornisca le vie d’uscita.

da “il Quotidiano del Sud” del 25 aprile 2026
Foto di succo da Pixabay

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

Nella Sibari antica si scivola sul fango e sui silenzi.-di Battista Sangineto

“Sul fango si scivola”. Con questa ammissione di disarmante rassegnazione, il Direttore del Parco Archeologico di Sibari ha, recentemente, rotto l’incantesimo della rappresentazione pubblica del “tutto va bene”, confermando che il sito ed il museo restano chiusi e che la situazione, dopo l’alluvione di febbraio scorso, è persino peggiorata. Un’onestà intellettuale che apprezziamo, ma che non può bastare a coprire le evidentissime difficoltà logistiche e concettuali di una gestione del patrimonio inadeguata alla bisogna.

A lasciare sbigottiti sono le giustificazioni addotte per il mancato arrivo delle nuove idrovore; i ritardi sarebbero dovuti alla guerra in Ucraina, alla crisi in Medio Oriente e del blocco dello Stretto di Hormuz. Viene da chiedersi se è mai possibile che la sopravvivenza del patrimonio archeologico più importante della Magna Grecia debba dipendere dagli equilibri geopolitici mondiali. Davvero per asciugare il Parco del Cavallo dobbiamo attendere la pace a Gaza?

La realtà è molto meno esotica e decisamente più vicina ai cancelli del Museo. Basta guardare lo scatto satellitare del 30 gennaio 2026 (foto), appena due settimane prima del disastro. L’immagine mostra che l’alveo del fiume Crati, soprattutto in prossimità del sito archeologico di Parco del Cavallo, appare come un imbuto strozzato perché gli agrumeti risultano aver occupato sistematicamente le aree golenali, riducendo la capacità di contenimento delle piene. Si tratta di un tratto fluviale segnato da fragilità strutturali degli argini e da una gestione complessa delle piene, come evidenziato da studi tecnici sul Crati.

Non si tratta di una fatalità. Come ha osservato l’ingegnere idraulico Paolo Veltri (Unical), si tratta anche di “gravi errori di valutazione” nella gestione del sistema fluviale. È una storia che si ripete da tredici anni. Si tratta di criticità già note da anni, formalizzate anche in perizie tecniche per la Procura di Castrovillari, che classificano l’area come a rischio idraulico massimo (R4), dove sarebbero vietate trasformazioni del territorio.

Già nel 2013 la Procura di Castrovillari indagò 40 persone proprio per quegli agrumeti abusivi; nel 2020 i Carabinieri ne sequestrarono 50 ettari. Eppure, nel 2026, siamo ancora qui a parlare di “emergenza imprevedibile”, mentre il fiume resta ostaggio di piantagioni estese nelle aree golenali.

Chi scrive ricorda bene il gennaio 2013, quando lanciò sulle colonne di questo giornale il primo allarme che diede vita alla storica campagna “Mai più fango” di Matteo Cosenza. Allora rispondemmo scendendo negli scavi con le pale insieme agli studenti dell’Unical; oggi, quella stessa Sibari appare tristemente rassegnata a un destino di melma e silenzi.
Il paradosso più evidente emerge non appena si ha la pazienza di consultare i documenti ufficiali.

I famosi, e molto sbandierati, 18 milioni di euro (per l’esattezza 18.693.250 euro, sbloccati con delibera CIPESS dell’agosto 2022) non erano un fondo d’emergenza per comprare semplici idrovore, ma nascevano come “opere compensative ambientali” per la costruzione del 3° Megalotto della nuova Strada Statale 106 Jonica.

All’epoca, quegli oltre 18 milioni vennero salutati come l’alba di un nuovo Rinascimento per Sibari. Lo scintillante “masterplan” prevedeva: il miglioramento degli accessi, la realizzazione di una nuova viabilità stradale e di una rotatoria, l’avvio di nuove ed epocali campagne di scavo, il recupero delle strutture archeologiche e dei reperti e l’immancabile “valorizzazione” del sito.

Oggi, di fronte all’ammissione di resa della direzione, l’elenco di quelle promesse suona come illusorio e inattuabile. A cosa serve, infatti, progettare “nuovi accessi e rotatorie” se, quando si presentano condizioni meteorologiche avverse, i cancelli del Parco restano sbarrati perché, per ammissione dello stesso direttore, “sul fango si scivola”?

Credo, però, che ci sia un aspetto ancora più grave che è quello che riguarda i magazzini del Museo. Subito dopo l’alluvione, la direzione si era affrettata a rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando con fermezza che non c’erano danni ai reperti conservati e che le collezioni erano salve. Oggi, a distanza di mesi, la realtà che emerge è a dir poco drammatica: i locali che ospitano i depositi sono stati sommersi fino a oltre un metro e mezzo di acqua e melma, al punto che si rende necessario il rifacimento totale dei pavimenti. Se le strutture murarie sono ridotte in questo stato, è inevitabile interrogarsi sulle condizioni in cui si trovano, ora, i materiali archeologici contenuti nei suddetti depositi.

Quale senso ha il ‘masterplan’ che finanzia “nuove campagne di scavo” se le strutture già riportate alla luce da decenni stanno inesorabilmente tornando sott’acqua e i reperti già estratti sono stati riseppelliti nel fango dei magazzini del Museo? A quale “valorizzazione” stiamo brindando, se le pompe idrovore non entrano in funzione per le crisi in Medio Oriente, condannando alla distruzione la memoria stessa della Sibaritide?

Eppure, per brindare, il tempo (e i fondi) si trovano sempre. Non è passato molto tempo da quando abbiamo visto il sito archeologico prestarsi a palcoscenico per eventi promozionali con tanto di banchetti e calici levati tra le vestigia della Magna Grecia.

È il modello spettacolare che trionfa, quando il Parco smette di essere un luogo di studio e conservazione per diventare, invece, una “splendida cornice” per sagre enogastronomiche. Si brinda al “brand” nelle fiere internazionali, mentre la Sibari antica viene lasciata nel fango dell’incuria, in attesa che la geopolitica mondiale si decida a far arrivare il gasolio per le idrovore.

Forse, più che cercare spiegazioni negli equilibri geopolitici globali, sarebbe opportuno tornare a impegnarsi su aspetti più cogenti come la gestione del demanio fluviale, il rispetto dei vincoli nelle aree a rischio idraulico, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio. Perché la valorizzazione non si misura nei brindisi o negli eventi, ma nella capacità di garantire la tutela materiale del patrimonio e la sua fruibilità nel tempo.

E non si tratta, purtroppo, di deviazioni occasionali, ma dell’applicazione sistematica di un modello gestionale fondato sulla centralità dell’intrattenimento, in cui il sito archeologico viene usato come una scenografia per qualsiasi iniziativa capace di garantire visibilità e ritorno mediatico.

Usare il patrimonio culturale alla stregua di un contenitore neutro o di una semplice leva di mercificazione territoriale significa, di fatto, smarrirne la funzione civile, annullando l’essenziale distinzione che esiste tra valorizzazione e sfruttamento.

Continuare a investire in progetti di superficie senza affrontare le criticità strutturali del sistema idraulico significa esporsi, inevitabilmente, al ripetersi degli stessi eventi. Perché, a questo punto, il rischio è che non sia più solo il fango a far scivolare, ma l’intero sistema di salvaguardia e di gestione del patrimonio dei beni della cultura.

da “il Quotidiano del Sud” del 20 aprile 2026

Immagine da Google Earth del 30.01.2026, due settimane prima dell’alluvione. Si notino, in corrispondenza del sito archeologico di Parco del Cavallo, gli agrumeti piantati nelle aree golenali del Crati.