Mese: dicembre 2025

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Per salvare i paesi serve il turismo o i residenti? Magari tutti e due …- di Filippo Veltri

Nel meraviglioso dibattito che ha contraddistinto tutto l’anno che sta per chiudersi su restanza e ritornanza, i suoi valori, la sua essenza più vera, anche il suo folklore e quant’altro, si è inserita di recente una bella e decisiva domanda: per salvare l’Italia dei borghi bisogna aprirla al turismo? Cioè farla diventare tutta una succursale, ovviamente in scala ridotta, di Roma, Venezia e Firenze?

Il grande storico dell’arte Antonio Paolucci (che fu anche Ministro e direttore degli Uffizi e dei Musei Vaticani) anni fa disse testualmente che in Italia il museo esce dai suoi confini e ‘’occupa ogni angolo delle città e sta all’ombra di ogni campanile’’. Tutta una corrente culturale e politica pensa dunque che – se non ovviamente nelle dimensioni di quelle città d’arte che stanno peraltro soffocando di turismo di massa – si dovrebbe e si potrebbe spostare quella domanda turistica/residenziale che viene dall’estero anche nei piccoli centri che rischiano di morire di spopolamento soprattutto per mancanza di mezzi economici e di prospettive per il futuro.

In Calabria in piccole e ridotte dimensioni questa offerta a quella domanda di turismo di un certo tipo in parte esiste già, se solo si pensa a Badolato tanto per fare un solo esempio, divenuta negli anni una meta ricercata del turismo mondiale. Parliamo però sempre di piccole cifre in confronto a quelle delle grandi città, ma il punto vero di domanda è un altro: serve o no intercettare flussi di questa ondata del turismo di massa che ha investito l’Italia dal dopo pandemia e dirottarli in questa enorme zona interna per frenare e bloccare lo spopolamento?

E salverebbe tutto ciò questi borghi dalla loro fine e, in ogni caso, dal drammatico vissuto che avviene sotto i nostri occhi anno dopo anno? E ancora: siamo sicuri che il turista che vuole vivere la semplicità, il mangiare sano e naturale e l’ambiente dei vari Badolato sia il futuro?

E infine: il ricambio stagione dopo stagione del turista nelle nostre zone di collina e di montagna (che sono quasi l’80% dell’intera Calabria) salverà il futuro, o non è invece necessario e indispensabile un massiccio intervento economico in termini di socialità, servizi, infrastrutture, sanità, scuole etc. etc.? Chi ci resterà più in questi borghi se non c’è un aiuto stabile, programmato, certo che consideri non il turista ma il residente?

Qualcuno ha scritto che abbiamo più bisogno di residenti che di turisti. Magari di tutti e due, nel senso che i turisti arrivano e restano se i residenti ci sono e non trovano borghi magari suggestivi e belli ma drammaticamente vuoti.

È stato detto che ci vogliono i così detti affetti stabili e pensare anche ad iniziative come quelle in passato fatte in alcuni paesi europei (Portogallo e non solo) per attrarre e fare venire da noi con tassazioni agevolate anziani da altri paesi. Ma anche lì ci si troverà difronte al cuore duro dei problemi: chi ci verrà se non funziona la sanità, se le strade sono quelle che sono, se i trasporti sono questi, se i servizi primari a volte mancano?

Le bellezze nostre sono innegabili ma non bastano certo i meravigliosi servizi televisivi che ci restituiscono panorami mozzafiato, boschi incantati, spiagge da sogno a cancellare tutto il resto. Figuriamoci poi a far tornare in maniera consistente calabresi dall’estero o dall’Italia in Calabria! Certo: gli esempi in questa direzione non mancano, questo giornale ne ha raccolti e illustrati nel 2024 e 2025 decine e decine e il fenomeno va ovviamente al di là dei borghi e dei piccoli centri ma deve essere incentivato e curato con investimenti e programmazione.

I buoni sentimenti e la buona volontà da soli non bastano. Ci vuole la politica seria e non parolaia. Sennò il turismo o altro non salveranno questo patrimonio enorme e bellissimo.

Ha scritto così nel giorno di Natale Vito Teti: ‘’….I paesi in abbandono sono le moderne scenografie degli spettacoli dei mesi estivi, perché d’inverno ognuno si guarda bene di andare nei luoghi del freddo e dell’oscurità, dove non ci sono balli, locali per bere o ascoltare musica. I paesi vengono trasformati in mito, in Eden o in luoghi invivibili, impossibili, senza futuro. Abbiamo inventato i paesi dei balocchi, i paesi market, dove con violenza dei social vengono offerti buoni sentimenti al costo di un ‘euro’’’.

Auguri a tutti per il nuovo anno in arrivo!

da “il Quotidiano del Sud” del 27 dicembre 2025

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

Il Sud di Alvaro tra miti e rimorsi e il diritto di Saviano di aver paura.-di Filippo Veltri

“Il sud lascia soli sempre, sempre chi decide di raccontarlo, salvo poi mitizzarlo”, ha detto pochi giorni fa Roberto Saviano ospite della prima puntata di ‘Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane’, un podcast targato Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschillà e Patty Torchia, distribuito sulle principali piattaforme streaming.

Rivolgendosi ai conduttori e al direttore della Svimez, Luca Bianchi, Saviano (recentemente visto in Calabria in un paio di iniziative) ha poi citato il nostro Corrado Alvaro. “Cito – ha detto – lo scrittore calabrese Corrado Alvaro che parla di Sud Italia come popolo di ‘mitomani’, cioè di adoranti il mito. Ad Alvaro stesso gli dicevano: ‘Ma perché il tuo sguardo è basso? Hai quel mare guarda l’orizzonte, hai quel cielo, hai quel cibo! Alvaro risponde: il mio compito è guardare a terra in nome di quel mare, in nome di quel cielo, in nome di quella tradizione e proprio in nome di questa bellezza che io ho il dovere e la necessità di poter tematizzare, raccontare, perché nel momento in cui ce ne occupiamo stiamo trasformando”.

Nel ‘Treno nel Sud’ il grande scrittore di San Luca aggiungeva qualcosa in più a proposito di mezzogiorno. «Tutti i paesi – scriveva – hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…)

Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere’’.

Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria – scriveva – è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata’’.

E’ comunque assai significativo che uno degli scrittori più letti al momento come Saviano citi Corrado Alvaro per parlare e descrivere la situazione del nostro Sud. Segno (e per noi in verità non c’era bisogno) del valore universale e grande che viene attribuito in campo nazionale (e non solo) all’opera e alle riflessioni di Alvaro, al centro invece oggi in Calabria di quello che è stato definito un pasticciaccio.

Nel podcast in questione, però, Saviano ha detto anche un’altra cosa di grande impatto non solo mediatico. “So di deludere chi mi ascolta ma forse posso farlo arrivare all’orecchio di qualcuno al quale direi di non farlo mai quello che ho fatto io, non farlo mai! Se stai pensando di esporti, se stai pensando che va bene gestirti diffamazione, merda, tribunali perché vale la pena, perché sei coraggioso, io ti dico proteggiti, non lo fare, sii prudente.

La paura non è codardia, la paura è semplicemente qualcosa che ti sta permettendo di salvarti, cosa che io non ho fatto e ne pago ora le conseguenze psichiche”. Parole durissime che devono fare riflettere e sulle quali pochi, anzi quasi nessuno, hanno ritenuto di discutere.

da “il Quotidiano del Sud” del 13 gennaio 2025

Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Le città “foodficate” dal turismo del cibo senza radici.-di Battista Sangineto

Coldiretti e Terranostra Campagna Amica -che hanno presentato a maggio i dati alla fiera ‘Tuttofood’ 2025 di Milano- stimano che nei primi quattro mesi del 2025 il turismo enogastronomico in Italia ha raggiunto i 9 miliardi di valore e la cucina è la prima ragione per la quale i turisti scelgono l’Italia. Non attirano più di tanto, dunque, il Ponte dei Sospiri e l’Ercole Farnese, bensì i cicchetti e la pizza fritta, attrae di più la carbonara (con il guanciale e non la pancetta, mi raccomando!) del Colosseo o la cacio e pepe del Pantheon.

Il ‘food’, non il cibo, è diventato così importante che la candidatura avanzata con il più grande orgoglio e consapevolezza di sé dall’Italia per conquistare l’ambìto titolo di Patrimonio immateriale dell’Umanità, che sarà attribuito dall’Unesco a fine 2025, è proprio quella della “Cucina italiana”.

La ricchezza e la varietà del nostro patrimonio agroalimentare, il valore del cibo come attrattore non si discutono, ma, come ha scritto Annarosa Macrì su questo giornale, le città e i paesi si stanno trasformando in “sconfinati refettori all’aperto e mense en plein air” con relativa occupazione del suolo pubblico, tavolini e dehor, che le amministrazioni comunali elargiscono, insieme alle licenze commerciali, con generosità. Là dove c’era un vecchio negozio di passamaneria si apre una pizzeria al taglio, al posto di un corniciaio c’è un’hostaria che dice di esser tipica, dove c’era un orologiaio ora sorge una ‘gineria’, al posto di un antico negozio di biancheria c’è un’enoteca con degustazione gourmet.

Le vie principali di Firenze e di Palermo, di Roma e di Napoli, di Cosenza e di Rende, di Tropea e di Diamante sono diventate, ormai, mangiatoie e abbeveratoi. A Cosenza, per esempio, i tavolini e i dehor delle attività del “food & beverage” sono talmente tanti che i pedoni hanno meno spazio per passeggiare di quanto ne avessero quando Corso Mazzini era aperto alla circolazione delle automobili.

Riguardo al turismo, al pervasivo modello del turismo contemporaneo, ho da tempo molte perplessità e fondate paure perché ho visto, in Italia e nel mondo occidentale, cosa significhi la ‘turistificazione’, la ‘gentrificazione’ e, come ultimo stadio, la ‘foodification’ delle città, delle campagne, dei paesi, delle spiagge e di tutti i luoghi nei quali viene esercitato questo tipo di attività economica: la sostituzione delle attività commerciali e produttive storiche locali con quelle dedite soprattutto alla ‘commercializzazione’ di cose prodotte altrove per mezzo di catene multinazionali del cibo e dei vestiti (Marco Perucca e Paolo Tex, Foodfication, 2022)
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I turbamenti e le perplessità vengono confermati da studi accademici (per esempio quelli di Filippo Celata e di Lucia Tozzi) che mettono in evidenza come i suddetti processi non producano valore, ma solo ricchezza per pochi, attraverso meccanismi economici eminentemente estrattivi, tipici del neoliberismo. Un modello economico che non produce più nulla, ma estrae ricchezza dal patrimonio materiale (i monumenti e le opere d’arte) e immateriale (la bellezza dei paesaggi urbani e rurali, gli usi, i costumi e la cucina) delle città e dei territori.

Un recente articolo (Hidalgo et alii, 2023), pubblicato su una rivista internazionale di sociologia e di economia del turismo, documenta come in Italia e in Occidente con la ‘touristification’ e la ‘gentrification’ -causate soprattutto dalla speculazione edilizia, dagli affitti brevi, dai B&B e da Airbnb- si generi la ‘ foodfication’ di interi quartieri. Un gran numero di ristoranti, di enoteche, di pizzerie, di pub, di bar e, in generale, di attività commerciali, sempre più spesso appartenenti a grandi catene, nelle quali si consuma cibo pronto o che viene servito al bancone.

Quel che mi colpisce di più, però, è che i centri delle città e i luoghi di villeggiatura calabresi, nonostante non siano presi d’assalto dai turisti, siano stati ‘foodificati’ lo stesso. Invasi, a perdita d’occhio, da distese di tavoli e tavolini di ristoranti, pizzerie, bar e pub che ne hanno preso possesso e che producono, a perdita d’orecchio, pessima musica assordante fino a notte fonda con l’accomodante complicità delle Amministrazioni comunali. Della ‘movida’ ho già scritto e ne scriverò ancora, ma non questa volta.

I protagonisti di questo inquietante fenomeno non sono più gli improvvisati imprenditori che aprono wine-bar servendo perlopiù piatti freddi o presunti ristorantini gourmet, ma i colossi della ristorazione che li rimpiazzano, tanto è vero che i dati raccolti lo scorso anno dalla Fipe -la Federazione italiana pubblici esercizi – attestano che solo la metà dei bar e dei ristoranti riesce a sopravvivere ai cinque anni di vita. A dimostrazione che le città e i territori non possono vivere di turismo e di “food” -come ci inducono a credere i mezzi di comunicazione di massa foraggiati dalla finanza e dai fondi di investimento internazionali- ma devono riprendere a realizzare prodotti materiali (merci, artigianato, cibo etc.) e immateriali (cultura, cucina etc.)

Come rilevano sociologi, economisti, studiosi delle città, geografi e antropologi la ‘foodification’ -oltre ad essere, come dice la Macrì, un fenomeno socio-antropologico- è, più di ogni altra cosa, il frutto fin troppo maturo del neoliberismo che estrae ricchezza dalle città e dai centri storici. Ora la estrae anche dal cibo trasformandolo in “food”, facendone la versione omogeinizzata e addomesticata a tutti i palati della ‘cucina tipica’ del luogo in cui viene elaborata. Il cibo trasfigurato in “food” è diventato uno strumento efficacissimo della “gentrification”, un altro raffinato dispositivo che stravolge il tessuto urbano, sociale ed economico delle nostre città.

Non è un caso che proprio nel periodo storico in cui stiamo vivendo ci vengano propinati -da chiunque e ovunque- racconti sul cibo tradizionale e genuino e, allo stesso tempo, vendute le “vere” ricette della nonna. Un’insopportabile retorica, quella della “food experience”, che è sempre più invasiva e ci spinge, mentre siamo sinceramente interessati alla ricerca del miglior ristorante tipico e del piatto davvero autentico, a consumare cibi sempre più omologati e cucine basate su una falsa memoria.

Viene propagandata dagli uffici stampa del Governo (basti pensare all’invenzione del Ministero della sovranità alimentare), delle Regioni e dei Comuni una sempre più grande quantità di prodotti doc, docg, dop e “identitari” evidenziandone la provenienza e l’autenticità, ma senza tener conto che questi prodotti (quand’anche fossero davvero genuini e ‘autentici’) vengono, ormai, venduti in luoghi anonimi e privi di ogni identità come supermercati, catene di pizzerie napoletane o brand di ristorazione a gestione multipla.

È, forse, possibile che l’Italia diventerà il parco divertimenti dell’Europa e del mondo, come sembrano credere alcuni economisti, ma non voglio rassegnarmi a vivere, come temeva Pier Paolo Pasolini, in un Paese, in una regione e in una città in cui a lavorare siano solo camerieri, chef, animatori, guide turistiche e bartender.

da “il Quotidiano del Sud” dell’11 dicembre 2025

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Autonomia: l’ultimo blitz contro la sanità di tutti.-di Gianfranco Viesti

Nonostante la sentenza della Corte costituzionale, le forza politiche di maggioranza non demordono dal perseguire l’autonomia regionale differenziata, cioè la secessione dei ricchi. Un progetto che renderebbe l’Italia un paese arlecchino, con la nascita di regioni-Stato (secessione) e che accrescerebbe le sue disuguaglianze interne (dei ricchi). Il breve intervento in Parlamento di Calderoli lo scorso 12 novembre lo mostra limpidamente.

Non mutano le tattiche utilizzate: azioni il più nascoste possibili agli occhi dell’opinione pubblica, ruolo centrale di istituzioni tecniche, marginalizzazione del Parlamento, retoriche comunicative che sollevano ampie cortine di fumo. Nell’ambito del progetto d’insieme, invece, sembrano mutare un po’ gli obiettivi prioritari.

Ora ne appaiono due in particolare: la definizione dei Lep anche per le funzioni già svolte dalle Regioni in modo da giustificare le disparità esistenti; la concentrazione delle richieste sulla sanità (forse da sempre il vero potere da conquistare). La sentenza della Corte e la scadenza di uno dei traguardi da rendicontare per il Pnrr impongono di definire i Lep (cioè i “livelli essenziali delle prestazioni”).

Questione centrale sin dalla riforma costituzionale del 2001: Lep significa definire quali sono i diritti, precisamente misurabili, da garantire a tutti gli Italiani ovunque vivano. Questione colpevolmente ignorata per un quarto di secolo dall’intero schieramento politico. Ora il punto è tecnicamente assai complesso ma politicamente chiaro.

Se fisso livelli ragionevoli dei diritti e quindi dei servizi pubblici necessari per soddisfarli, scopro che principalmente al Sud essi non sono garantiti. Dovrei quindi stanziare nuove risorse di riequilibrio. Anche se non lo faccio, scopro il fianco a richieste, per il futuro, costituzionalmente fondate. Quindi, l’idea geniale del ministro Calderoli e dei tanti tecnici interessati che si prodigano per aiutarlo: stabiliamo che i Lep corrispondono all’attuale livello dei servizi.

Ma questo livello è palesemente diverso da regione a regione, da città a città! E allora troviamo un escamotage: la commissione Cassese (con il contributo di diversi “esperti” anche meridionali) suggeriva di tirare in ballo il costo della vita; se sosteniamo che vivere al Sud costa meno, possiamo pagare meno i dipendenti pubblici: quindi ci facciamo bastare le attuali risorse. Con la legge di Bilancio, nella quale sono state incongruamente inserite disposizioni sui Lep, si batte un’altra strada: i servizi da garantire sono quelli che sono oggi forniti agli “effettivi beneficiari”. Dove non ci sono, vuol dire che non servono.

“A volte ritornano”: già ai tempi del governo Renzi fu stabilito che, se in una città come Reggio Calabria non c’erano asili nido, significava che il fabbisogno era zero: le donne calabresi potevano tranquillamente stare a casa a badare ai figli e a cucinare. Quali che siano i parametri, la Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, ora presieduta da una docente già consulente di Zaia proprio per la secessione dei ricchi, è pronta a trasformarli in numeri e in fabbisogni finanziari.

Veniamo alla sanità. Il governo sostiene che i Lep ci sono già. Corrispondono ai Lea (i “livelli essenziali di assistenza”), che esistono da tempo. Peccato che in molte regioni, non solo al Sud, non siano garantiti: per cui, ad esempio, si muore di più di tumore perché non si fanno sufficienti screening. E peccato che da sempre non esista alcuno strumento finanziario che possa, destinando risorse aggiuntive mirate, consentire di raggiungerli. Sono teoria, non concreti diritti.

Ma figurarsi se il governo Meloni può essere interessato a meccanismi perequativi per la sanità pubblica (d’altronde non interessavano neanche ai governi precedenti). Ma ora c’è molto di più: la destra italiana sta dando l’assalto finale al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), come si vede, da ultimo, dalle decisioni prese in Lombardia, commentate da Vittorio Agnoletto su queste colonne. Per salvare il Ssn occorrerebbe ricostruire una cornice normativa nazionale di fondo, proprio per evitare quanto sta succedendo.

Invece, per affossarlo definitivamente basta mettere ogni potere, ancor più di quello di oggi, in mano alle Giunte regionali. Così il privato interno ed esterno ai servizi sanitari, e i colossali interessi economici che esso muove, potranno prosperare a danno della sanità pubblica senza più alcun limite. E si riuscirà finalmente a ricreare una sanità di classe: dove i più abbienti saranno coperti e i fastidiosi poveri si arrangeranno rinunciando alle cure.

Per questo la secessione è dei ricchi: perché l’autonomia regionale differenziata è un potentissimo strumento aggiuntivo per scardinare, senza che i cittadini se ne accorgano troppo, l’universalismo dei servizi pubblici proclamato dalla Costituzione.

da “il Fatto Quotidiano” del 20 novembre 2025

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta.-di Francesco Pallante

Accingendomi a studiare il contenuto delle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria ho commesso un errore d’ingenuità.

Stampati i documenti, li ho collocati l’uno a fianco all’altro sulla scrivania, in modo da cogliere somiglianze e differenze tramite una lettura trasversale. All’inizio ho proceduto attentamente, svoltando le pagine in parallelo e avendo cura di ricollocarle nel corrispondente plico regionale. Dopodiché, ho ricevuto una telefonata e mi sono distratto. Risultato: alcune pagine relative al Veneto sono finite nel plico ligure, altre nel plico lombardo, altre ancora in quello piemontese; e così per le altre regioni.

Sulle prime, la cosa mi ha provocato un’infastidita agitazione, cui ho cercato di porre rimedio riordinando i plichi. Finché mi sono reso conto dell’errore d’ingenuità: a dispetto della giurisprudenza costituzionale, che pretende la riconducibilità di ciascun accordo alle specificità delle regioni richiedenti l’incremento delle competenze (sentenza 192/2024), le quattro pre-intese sono tra di loro in tutto e per tutto identiche. Inutile agitarsi. Inutile ricomporre i plichi. Inutile persino studiare i quattro documenti: è sufficiente leggerne uno e sostituire, all’occorrenza, il nome di una regione all’altra.

Eppure, sul punto, la Corte costituzionale è stata chiarissima, sancendo che ogni richiesta «va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario, geopolitico ed altro) in cui avviene la devoluzione, in modo da evidenziare i vantaggi della soluzione prescelta».

Ulteriormente precisando che, a tal fine, l’intesa deve «essere precedute da un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico».

Ed ecco l’istruttoria approfondita e scientificamente validata dalla combriccola di astuti firmatari le pre-intese: «Il governo e la regione convengono che l’attribuzione [delle ulteriori competenze] corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo». Se lo dicono da soli, in una riga, e pazienza se le specificità sono così poco specifiche da risultare identiche: uno sberleffo bello e buono all’indirizzo della Corte costituzionale.

Ulteriori criticità emergono dalla lettura delle nuove competenze regionali in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità. In proposito, la già ricordata pronuncia della Corte costituzionale ha stabilito che «la devoluzione non può riferirsi a materie o ad ambiti di materie, ma a specifiche funzioni»: mentre le pre-intese dichiaratamente investono l’intera materia sia nel caso delle professioni non ordinistiche («sono attribuite alla regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare professioni di rilievo regionale»), sia nel caso della previdenza complementare e integrativa («la regione disciplina il funzionamento delle forme di previdenza complementare e integrativa ad ambito regionale»).

Ne segue, nel primo caso, il potere di stabilire i requisiti di abilitazione all’esercizio della professione, di verificarne il possesso (anche attraverso prove di lingua italiana), di istituire corsi di formazione, di riconoscere qualifiche professionali pregresse, di organizzare tirocini; nel secondo caso, di differenziare le pensioni del personale non solo regionale, ma anche degli enti locali e del Sistema (sic) sanitario regionale.

Quanto alla protezione civile, lo scopo, in caso di calamità, è che il presidente regionale, nominato commissario straordinario, possa agire in deroga alla normativa statale. In preparazione, la regione procede al reclutamento del personale (anche a tempo determinato con procedure d’urgenza) e alla sua formazione (individuando enti erogatori, docenti e percorsi formativi), con possibilità di prevedere integrazioni contrattuali e di occuparsi dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle patenti di guida. Inevitabilmente, il coordinamento inter-regionale si farà più complicato.

E poi c’è la sanità, oggetto di una pre-intesa separata. Qui le richieste delle regioni sono dirompenti al punto da scardinare il Servizio sanitario nazionale. Alle regioni interessa acquisire la facoltà di ridefinire l’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari, di gestire in autonomia le risorse loro attribuite, di prevedere fondi sanitari integrativi in deroga alla normativa vigente, di stabilire il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, di programmare gli investimenti in edilizia e strumentazione sanitarie. Proprio là dove più forte è l’esigenza di uguaglianza, il governo spinge, insomma, a fondo il pedale della disuguaglianza.

Forse, il vero errore d’ingenuità è rifiutare di vedere l’emergenza democratica derivante da una destra che opera oramai apertamente contro l’ordinamento costituzionale.

da “il Manifesto” del 4 dicembre 2025

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

La legge elettorale pietra angolare della politica.-di Enzo Paolini

C’è un fatto nuovo in relazione al dibattito sulla legge elettorale.
La Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 5 febbraio l’udienza pubblica per la discussione della questione di costituzionalità della vigente legge. Un ottimo risultato per l’avv. Enzo Paolini che ha già ottenuto – insieme all’indimenticato sen. Felice Besostri – le sentenze dichiarative della incostituzionalità del Porcellum (sentenza 1/2014) e dell’Italicum (sentenza 35/2017).

D – Come si inserisce questa udienza sulla accelerazione impressa in questi giorni al dibattito sulla modifica della legge elettorale?
R – Rimangono due percorsi distinti dal momento che è da escludere un accordo sulla legge elettorale in breve tempo. E ciò perché i capifazione (non i partiti che non esistono più e nemmeno i leader politici) non si metteranno d’accordo sulla formula.
Come ormai è spudoratamente chiaro, l’interesse è rivolto alla individuazione dei meccanismi più utili per avere più seggi rispetto agli altri; soglie di sbarramento, premi di maggioranza o di maggiore minoranza, insomma le formule più astruse pur di arrivare a comandare senza voti.
Il fatto è che si guarda più alle prossime elezioni ed alla singola provvisoria convenienza che alla tenuta democratica dello Stato.
Tra l’altro una buona norma non scritta prevederebbe che le leggi elettorali non si cambiano a ridosso delle elezioni. Ed il motivo è ovviamente intuibile da tutti. Ma la classe dirigente che siede in Parlamento è indifferente a queste basilari regole. E’ il senso dello Stato che manca, purtroppo.

D – Qual’è la critica più forte che Lei rivolge alla attuale legge elettorale.
R – Nella legge attuale v’è l’enfatica premessa che il voto è “diretto ed eguale, libero e segreto”, ma poi contraddice clamorosamente questi principi nella successiva specifica normativa destinata a regolare gli effetti del voto.
In realtà, il voto è tutt’altro che “diretto, eguale e libero”, giacché, anche se l’elettore si limita a votare il solo candidato uninominale, il suo voto va obbligatoriamente alla collegata lista (o coalizione) plurinominale, con la conseguente automatica attribuzione del suo voto a candidati che magari non ha intenzione di votare e che potrebbero addirittura risultargli non graditi.
Al contrario, se un elettore vota la lista plurinominale e intende votare solo questa, tale scelta gli è impedita perché il suo voto si trasferisce automaticamente al candidato scelto per il collegio uninominale.
Gli effetti perversi di questo meccanismo assumono caratteristiche addirittura paradossali nel caso in cui il candidato uninominale sia collegato con una pluralità di liste.
In questo caso, infatti, il voto dato al solo candidato uninominale si trasferisce pro quota alle liste collegate, in proporzione alla quantità dei voti che ciascuna di tali liste ha di per sé già ottenuto; di conseguenza, la misura in cui il voto uninominale incrementa le liste collegate dipende dal voto di elettori di altre liste.
Tale meccanismo è assolutamente estraneo alla volontà dell’elettore ed il suo voto cessa di essere “diretto e libero”, come retoricamente fissato nell’incipit della normativa.
In siffatta situazione il voto del cittadino diviene non solo “indiretto” ma addirittura “eterodiretto”, e quindi cessa anche di essere “personale” perché la destinazione ulteriore del voto non viene decisa dal votante, ma da altri elettori che decidono verso dove ed in che misura, quel voto verrà effettivamente indirizzato.

D – Quale sarebbe per Lei e, per i motivi anzidetti, la migliore legge elettorale?
R – Oggi dico convintamente il proporzionale con le preferenze. Le elezioni sono fatte per tradurre in “seggi parlamentari” le diverse componenti della società civile che compongono uno Stato. Devono essere la fotografia del Paese e non un mezzo per stabilire chi comanda.
Le alleanze politiche, la costruzione delle maggioranze che sostengono i governi devono comporsi in Parlamento, mediante il confronto e la discussione tra le forze politiche espressione proporzionale delle diverse anime popolari, quelli che si chiamavano partiti.

D – Ma così non è a rischio la governabilità?
R – Assolutamente no. Anzi al contrario, la storia recente lo dimostra, maggioranze artificiose e forzate costruite sul concetto di governabilità si scompongono e ricompongono senza alcun rispetto della volontà dell’elettore.
D’altra parte la parola “governabilità” nella Costituzione non c’è. Ed il motivo è semplice: i cittadini vogliono essere governati non “governabili”. Ed il governo è un duro lavoro di discussione, di dialogo, di confronto e di alleanze composte, dopo le elezioni, tra diversi nell’interesse della comunità. Si chiama politica.

D – Ma allora perché i padri costituenti non hanno indicato già in Costituzione una legge elettorale in senso proporzionale?
R – Semplicemente perché si dava per scontato che era – ed è – l’unico sistema rispettoso del diritto di tutti ad essere rappresentati nelle Istituzioni in modo libero, diretto ed uguale. Dobbiamo considerare che la assemblea costituente aveva ancora il ricordo della legge Acerbo che, nel 1924, consentì a Mussolini di controllare il Parlamento e che nel dopoguerra una legge proposta addirittura da De Gasperi fu definita “legge truffa” perché prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi, a chi avesse conseguito più del 50% dei voti. Insomma il ricorso a maggioranze virtuali era percepito – così come è – un imbroglio a danno dei cittadini ed a vantaggio solo di chi ricerca il potere e non il consenso. Giustissimo.

D – Il cosiddetto “campo largo” sembra essere rilanciato dalle elezioni regionali. Questo la fa ben sperare?
R – No. Per due motivi. Il primo è che la sinistra liberale non esiste più. E’ nascosta, forse annegata nel 60% che non va più a votare ed in questo contesto in cui viene cancellata sia la rappresentatività che la partecipazione vincono le nomenclature, di destra e di sinistra, non i cittadini. La questione che ci dobbiamo porre ce l’ha cantata Gaber quaranta anni fa: libertà è partecipazione. Noi non siamo liberi.
E poi, come è stato detto anche da altri autorevoli osservatori ai vertici del centrosinistra, o campo largo per usare termini suggestivi che ormai non dicono niente a nessuno, si deve rimproverare il mancato mantenimento della promessa di un vero processo di riforma dei partiti, soggetti questi si, previsti nella Costituzione. Il punto è che – come percepiamo tutti, e come dimostra l’astensionismo – la nomenclatura del centrosinistra è molto spesso, specie negli ambiti locali, letteralmente repulsiva, cioè respinge chi si propone di dare una mano, di impegnarsi.

D – Dunque ritornando alla Cassazione lei pensa che questa giudiziaria sia l’unica strada per riformare il sistema?
R – Anche qui devo rispondere di no. Ho imparato da Felice Besostri a non arrendermi dinanzi alla palese iniquità di leggi elettorali fatte solo per falsare la rappresentanza istituzionale. Ma questa irrinunciabilità ad accettare il tirare a campare, non significa altro che la consapevolezza che l’unica riforma necessaria è quella di ritornare a far vivere nella nostra comunità il primato della politica, quella contagiosa che partendo da un pensiero riesce a cambiare le cose ed il corso degli eventi. Ma questo non dipende dalle Corti o dai Ministri più o meno legittimati. Dipende da noi.

da “il Quotidiano del Sud” del 3 dicembre 2025
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